Baruda sotto sfratto: storia di una truffa

12 maggio 2015 20 commenti

Provo a raccontarvi una storia ma non so nemmeno da dove partire tanto è surreale.

Di case e di doppi contratti
Dal 2010 viviamo in una casa di periferia nel quartiere del Trullo, dove paghiamo regolarmente 930 euro al mese di affitto (eravamo partiti da 870, ma poi sapete, con gli aggiornamenti Istat…) ad una signora che non abbiamo mai conosciuto né sentito al telefono, avendo a che fare da sempre con suo figlio.

A che fare poi è un modo di dire perché questo signore si è immediatamente comportato da farabutto, dal giorno dopo il nostro trasloco quando entrò in casa, dove mi trovavo sola con un neonato, pretendendo in contanti una caparra di due mesi e l’affitto del mese in corso. Rifiutava il mio assegno urlando che senza contanti non sarebbe uscito.

Tanto nervosismo era dovuto al fatto che nei giorni precedenti si era presentato con due contratti: uno con sopra indicato l’ammontare del canone reale e l’altro fittizio, con un canone pari alla metà di quello effettivo che il nostro bravo padrone di casa avrebbe dichiarato alla agenzia delle entrate. Insomma voleva evadere le tasse, per questo tanta insistenza sui pagamenti cash. Potevamo fregarlo subito, accettando quella losca proposta per poi attenerci al canone registrato. Un tipo così andrebbe “purgato” con i suoi stessi strumenti, ma non volevamo storie, litigi, appena entrati in un nuovo appartamento. Cercavamo tranquillità con Nilo appena nato e d’altronde non potevamo permettercelo, il mio compagno aveva da poco ottenuto la semilibertà ( che era già di per sé una guerriglia quotidiana), quel contratto sarebbe stato consegnato poco dopo al carcere di Rebibbia: tutto doveva essere più che regolare.

Comunque lui continuava ad urlare che senza contanti non sarebbe mai uscito.
Lo fece rapidamente invece, una volta arrivata una pattuglia della polizia da me chiamata in extremis. Ero sola, il mio compagno era al lavoro e non poteva spostarsi perché il regime di semilibertà a cui era sottoposto glielo impediva, così mi ero chiusa nel bagno con Nilo e avevo chiamato il 113 senza saper bene come fare ad uscire da quella situazione, visto che avevo faticosamente concluso un trasloco da una manciata di ore in una casa dove speravo di viver tranquilla qualche anno.

Uscì quindi con il mio assegno in mano, redarguito dalla pattuglia di turno. In effetti quel signore, seppur di fatto gestore reale di quel contratto di locazione intestato alla madre, non aveva alcun titolo legale per essere lì, tanto più con quegli atteggiamenti prepotenti.
Non feci nulla per mandare avanti quella cosa, non andai a firmare nessun verbale, sapete bene cosa penso dei sistemi e apparati penal-giudiziari. Per me era già enorme aver chiesto il soccorso di una volante.

Undici mesi di ricovero

Foto di Valentina Perniciaro _presidio del coordinamento di cittadino di lotta per la casa in Campidoglio_

E così son passati anni in modo relativamente liscio (sorvolando che è una casa che cade a pezzi, priva della minima manutenzione da sempre, dove ci siamo dovuti arrangiare senza mai poterci interfacciare con il proprietario).
Un figlio cresciuto, uno in arrivo… poi tutta una serie di patatrac hanno cambiato la nostra esistenza per molto tempo.
Il mio secondo figlio a poche settimane dalla nascita (già prematura e con 40 giorni di ricovero iniziale) e a pochi giorni dal rientro a casa ha una SIDS: una morte in culla, ripresa per i capelli. Un bimbo strappato alla morte con una lunga corsa, un tempo senza ossigeno che ha lasciato una paralisi celebrale, una tetraparesi spastica, un’insufficienza respiratoria cronica.
Il mio bambino è nato il 15 agosto 2013 ma ha visto casa il 21 maggio dell’anno successivo.
Undici mesi di ospedale di cui 5 di terapia intensiva. Mesi duri, mesi di totale isolamento all’interno di un reparto di ospedale posizionato sul litorale laziale a chilomentri da tutto. Un’intera famiglia alloggiata per mesi a Casa Ronald, struttura di accoglienza collocata all’interno della struttura ospedaliera pediatrica Bambino Gesù di Palidoro. Chi l’ha vista mai casa in quel periodo!
Però, regolarmente, ogni mese, partiva il nostro vaglia a quella vecchia signora mai vista: 930,72 euro (più spese condominiali) venivano spediti senza esser mai tornati indietro, regolarmente accettati dal destinatario.
Insomma, nel dramma, la sola cosa che sembrava non crearci alcuna preoccupazione era la casa.
Quella casa ormai anche un po’ dimenticata e tanto desiderata.

Finalmente si torna a casa
Una tracheostomia, una gastrostomia, un grande punto interrogativo su ogni cosa, un’assistenza infermieristica domestica di 8 ore al giorno, qualche Tir di materiale di uso quotidiano per medicazioni, terapie, riabilitazione, bombole d’ossigeno, aspiratori, ambu, ossipulsimetri, tubi e sistemi di ventilazione, pompe d’alimentazione, scatoloni di siringhe, latte, pannolini, fascette, metalline e quant’altro. Una schiera di terapisti, medici, disfagisti, broncopneumologi, rianimatori. Quella casa lasciata di corsa il mattino del 4 ottobre 2013 era diventata un’altra cosa: una dependance ospedaliera, un piccolo reparto avanzato di riabilitazione con un continuo via vai di medici, infermieri e terapisti diventati una famiglia.
Per permettere la domiciliazione di Sirio dall’ospedale, l’appartamento andava adeguato alle norme di sicurezza più recenti previste dalla legge: cosa che ovviamente non era perché il nostro caro padrone di casa non si era mai curato di fare alcunché, fedele al suo unico motto: “vojo solo li sordi, subito!”. Impianto elettrico antidiluviano senza scatole di derivazione, ponticelli e allacci alla “porkiddio” (gli elettricisti romani capiranno), prese e interruttori scoperti, valvola salvavita e scarico a terra assenti. Ottengo il telelavoro giustificato dalla gravità della mia situazione familiare ma dopo un sopralluogo anche i tecnici della mia azienda segnalano l’urgenza di alcuni interventi.
Provvediamo da soli anticipando le spese che dopo raccomandata sottraiamo dai canoni dei mesi successivi, in alcuni casi paghiamo di tasca nostra la manodopera addebitando al padrone di casa solo i materiali.
Eravamo finalmente a casa, precari, sventrati, cercando di abituarci a tutto questo via vai costante di camici e specialisti dentro anche il nostro letto. Nel frattempo a mia madre viene diagnosticato un brutto tumore, tempo nemmeno un mese che si ricomincia con ospedali diversi ma sempre ospedali, medici, chirurghi, oncologi…
Sirio con le sue infermiere a casa, noi di nuovo a far le trottole per sfanculare la morte.

Arriviamo ad ottobre, poco prima dell’ennesimo ricovero di Sirio in neuroriabilitazione pediatrica (e anche di un nuovo arresto cardiaco avvenuto poi il 15 dicembre per una bruttissima polmonite), il citofono che suona, io che non chiedo nemmeno più chi è (sono almeno 3 citofonate a mattinata per mio figlio quando non ci son visite mediche specialistiche) e aspetto davanti alla porta. Era il postino … – “Aho mica me porterai una multa”.
– “Me sa che so rogne peggiori, altro che multa”.
Silenzio. Doppia busta in mano. Parole che devo andare a cercare su Google prima di riuscire a capir bene.
“precetto di rilascio”… ma che è?

“ – No, disse la Regina. – Prima la sentenza, poi il processo”
Avevo in mano una condanna già esecutiva a mio nome. E l’udienza? Il processo? Va bé che siamo nel Paese di “Mani pulite”, ma insomma prima di esser condannati ci vorrà pure una farsa di processo, oppure no?
Leggo che la vecchia signora a cui pagavamo l’affitto era morta nel gennaio 2014 e quel brutto ceffo del figlio, che nel frattempo era subentrato come unico erede, e di cui ora posso fare il nome, Claudio Perali, mi aveva portato in giudizio per morosità. Così ero stata condannata a pagare i canoni di locazione dalla morte della madre fino alla sentenza di settembre e tutti gli eventuali canoni successivi. Peccato che in quel momento avevo pure pagato ottobre.
 

Chiede il rimborso anche per i lavori di sostituzione di questa ferraglia arrugginita…. eccon in che condizioni erano bagno e cucina…

 Migliaia di euro con tanto di interessi sulle somme da mesi in tasca al nuovo padrone di casa, il quale senza ritegno chiedeva pure il rimborso dei lavori realizzati, addirittura altre somme relative all’integrazione Istat annuale, imposte di registro e, ovviamente, le spese processuali, con ingiunzione finale di lasciare l’appartamento entro dieci giorni.
Guardo meglio e scopro che l’udienza si era tenuta in settembre, in quella sede il giudice Roberta Nardone (VI civile, con sentenza del 9.9.2014) vista la mia assenza aveva accolto la versione del nuovo proprietario che, con i vaglia ben nascosti nelle mutande, aveva testimoniato il falso dichiarando la persistente morosità delle sottoscritta.

Chiamo il mio avvocato che mi spiega di controllare se c’era stata una notifica da qualche parte. A casa non abbiamo trovato nulla ma nella carte del processo risultava notificato l’avviso d’udienza.
Morale: sono diventata colpevole per non aver risposto alla citazione, di cui non sapevo nulla.
– “Vabbè, è andata così, ma è solo il primo round”. Penso un po’ ingenuamente. Ero convinta che il sistema giudiziario avesse sempre tre gradi di giudizio. Non c’è condanna senza appello. E invece no! Il rito locatizio è speciale. Una volta pronunciata la decisione, salvo difetti di notifica, non si può tornare sui fatti. L’avvocato mi spiega che si può fare un solo tentativo, si chiama “opposizione tardiva”. In sostanza si chiede di riaprire il giudizio motivando le ragioni della mancata risposta alla citazione. Devo spiegare perché a settembre non mi sono presentata all’udienza.

La costruzione di un falso
Ma come si fa a diventare morosi pagando regolarmente affitto e condominio, addirittura con somme superiori a quelle dovute per legge?
Bella domanda! Basta pagare regolarmente e diventi colpevole…

Gli assegni per cui son stata condannata. Ecco la

Gli assegni per cui son stata condannata. Ecco la “persistente morosità”

E’ chiaro che si è trattato di una truffa congegnata a tavolino. Morta la madre nel gennaio 2014, Perali di regola avrebbe dovuto avvertirci rapidamente del lutto, annunciandoci che sarebbe subentrato nel contratto e notificandoci le sue eventuali intenzioni. Non lo ha fatto. Nessuna telefonata, nessun messaggio, nessun mezzo rapido di comunicazione. Eppure, a quel punto, visto che legalmente era divenuto il titolare del contratto, era nell’obbligo di comunicare con tutti i mezzi possibili quanto avvenuto. Si è ben guardato dal farlo.

Nel frattempo ritirava i vaglia postali degli affitti intestati alla madre senza incassarli. Avrebbe potuto incassarli appena aperta le successione nel marzo successivo (l’atto è nelle carte del processo), ma ovviamente si è ben guardato. Se li avesse subito rinviati indietro avremmo immediatamente saputo che c’era un problema e ci saremmo attivati (i vaglia rifiutati o in giacenza tornano indietro nel giro di 30 giorni). Come poi è accaduto a partire da settembre 2015, quando incassata la sentenza Perali ha cominciato a non accettare più i vaglia. Che strano, no?
Ma era proprio quello che Perali non voleva accadesse.
Nelle carte della citazione leggiamo che in maggio, ben cinque mesi dopo la morte della madre, quando eravamo ancora in ospedale occupatissimi nella procedure di domiciliazione di Sirio prima della sua dimissione, ci avrebbe inviato una raccomandata. Non c’eravamo, l’avviso di giacenza non l’abbiamo mai trovato (va detto anche che il postino dell’epoca – non quello che in ottobre ci ha portato il precetto – è stato allontanato per problemi nella consegna della posta).
Sulla base di questo mancato ritiro di una presunta raccomandata, Perali ha motivato la citazione per morosità. Non ha mai inviato una seconda raccomandata, o lettera semplice, non ha telefonato, inviato SMS, non ha chiamato l’amministratore. Silenzio assoluto.
E’ evidente che tutto nasce da un problema di comunicazione da parte sua, non di morosità nostra. I pagamenti c’erano e lui poteva tranquillamente incassare le somme.
C’è da aggiungere altro? La domanda semmai è come un giudice possa aver avallato una truffetta del genere, facendosi prendere per il culo da un tizio con oltre 10 mila euro di assegni imbertati nelle mutande che si lamenta senza uno straccio di prova dei suoi inquilini. Persino il gatto e la volpe facevano truffe più sofisticate.
Risultato: un titolo esecutivo di pagamento di oltre 12 mila euro a cui si devono aggiungere gli oltre 10 mila euro che aveva già nascosti nelle mutande. Obbiettivo della truffa, arraffare oltre 20 mila euro!

Il giudice che si sentiva medico
A gennaio 2015 ci siamo presentati davanti al nuovo giudice con la cartella clinica di Sirio, molto più alta di me, e quella di mia madre, aperta proprio la settimana dopo il nostro ritorno a casa.  Per dimostrare l’eccezionalità della situazione e soprattutto che sarebbe stato nel nostro più totale interesse presenziare all’udienza, se solo l’avessimo saputo, visto che eravamo regolari pagatori ed avevamo sempre rispettato il contratto d’affitto, abbiamo allegato anche la copia di tutti i pagamenti dei canoni mensili effettuati da gennaio 2014, nonché le malefatte del padrone di casa scoperte nel frattempo. E si perché la “morosa”, in realtà, era creditrice rispetto al padrone di casa di maggiori somme versate da 5 anni per quote condominiali relative ad un box auto ed una cantina non incluse nel contratto, e di cui non avevamo alcuna disponibilità, oltre ad un calcolo in eccesso delle integrazioni Istat. Era Perali a dovermi dei soldi, non io.
Dopo qualche giorno da quell’udienza surreale, in una stanza con due scrivanie dove contemporaneamente si svolgeva una seconda causa e le parti si toccavano gomito a gomito, urlando fino quasi a venire alla mani, arrivarono le parole del giudice Ranieri, che no, non ha mai pensato fosse il caso riportarmi in giudizio, permettendo di correggere una decisione palesemente sbagliata, non fondata sull’accertamento documentato dei fatti ma sulle dichiarazioni mendaci di una parte.
Pur di lasciare le cose come stavano e non mettere mano all’intangibilità del giudicato, il magistrato è stato capace di riscrivere la diagnosi clinica di Sirio. Ecco le sue parole:

“Ed invero le pur comprensibili ragioni di gravissima difficoltà in cui la Perniciaro ha vissuto a partire da agosto 2013 con la nascita del figlio prematuro e poi con la sopraggiunta malattia della madre non sono tali, per quanto esposto da parte ricorrente, per giungere all’emissione dell’invocato provvedimento”.

Dunque Sirio sarebbe stato un semplice prematuro, un bimbo frettoloso e basta, non un bambino che il 4 ottobre 2014 è morto, tornato vivo grazie all’ostinazione di chi non lo ha lasciato sul letto in preda alla disperazione ma lo ha ventilato e portato di corsa in ospedale dove dei rianimatori bravissimi lo hanno riportato in vita, che ha traversato settimane di coma, mesi di terapia intensiva e una lunga riabilitazione ospedaliera.
Il giudice  Francesco Ranieri (VI civile) neanche la sospensiva ci ha concesso, né sul rilascio dell’immobile né sul pagamento delle pretese del Perali, che i canoni li aveva in tasca, bastava andasse alla posta per incassarli. Non gli era dovuto altro, anzi lui doveva a noi.

Ha rinviato l’udienza a giugno 2016 auspicando un “eventuale accordo conciliativo medio tempore raggiunto”, punto.

I 10 assegni che magicamente riappaiono
Dopo questa salomonica decisione è iniziata una transazione tra avvocati. Perali, ricondotto a più miti consigli, ha rimandato indietro gli assegni trattenuti per mesi, permettendoci di reincassarli. A quel punto abbiamo nuovamente corrisposto le somme dei canoni, sottraendo una parte delle somme maggiori (Istat) che avevamo versato nel frattempo, nemmeno tutte quelle che ci spettavano, proprio per facilitare un accordo e chiudere questa storia. Ma più dell’onor potè la bramosia di denaro e Perali, in forza del titolo esecutivo, sul quale di volta in volta aggiunge somme nuove, ha rifiutato.

Il pignoramento dello stipendio e lo sfratto
Ho scoperto così che il titolo esecutivo è una sorta di moderna riduzione in schiavitù: quando un giudice lo concede ad una parte questa può esigere a suo piacimento somme immotivate, ottenendo il pignoramento. Poi, in un secondo momento, anche molto lontano, il pignorato-schiavizzato può chiedere che finalmente una figura terza, il giudice, valuti il fondamento delle pretese dello schiavista-pignoratore.

Tartaruga sotto sfratto appostata!

Arriviamo così al pignoramento integrale del mio stipendio di aprile più il ritiro del quinto delle successive mensilità, fino alla somma di 5400 euro, estorta a titolo cautelativo per un precetto di circa 3700 euro, pari alle spese di giustizia, l’onorario del legale di Perali, più altre somme ingiustificate, il tutto per aver sempre regolarmente pagato l’affitto.
Notate bene, non pago della pretesa dei 3700 euro ne ha prenotati altri 1700. Non c’è male.
Udienza fissata per il prossimo 10 giugno 2015, presso il tribunale civile di Roma.
Il 3 giugno, invece, si presenterà alla nostra porta un ufficiale giudiziario accompagnato da un fabbro, per il rilascio dell’appartamento.

Home Sweet Home
Batte un bel sole su questo terrazzo, che ancora per molto mi ospiterà visti i guai in cui mi ha cacciato il padrone di casa.
Il 3 giugno si presenteranno alla nostra porta, alle 8 di mattina,
Vi aspetto quindi per una festosa colazione antisfratto.

La Fortezza Europa uccide! Un presidio a Roma 

21 aprile 2015 2 commenti

  LA FORTEZZA EUROPA UCCIDE
BASTA MORTI IN MARE

Tempi di stime, calcoli e cordoglio istituzionale.
Tempi in cui, mentre corrono le ore, altre persone perdono la vita soffocate nel muro d’acqua ultra militarizzato chiamato Mar Mediterrano.

Tempo, il nostro, in cui dire basta.

Con la strage del 3 ottobre 2013 a largo di Lampedusa, l’Italia ha definitivamente imparato a strumentalizzare i propri massacri. A quella tragedia è seguita “Mare Nostrum”, una cosiddetta operazione umanitaria, il cui reale obbiettivo era ricattare le istituzioni europee con la minaccia di un’invasione e continuare a finanziare l’agenzia per il controllo delle frontiere Frontex, nella guerra contro le persone migranti. Oggi indietreggiare le navi da guerra che sorvegliano il Mediterraneo, con l’operazione Triton, significa provocare tante morti: è un calcolo lucido e spietato.

Noi non siamo complici di questi assassini e lo vogliamo gridare forte.

Per farla finita con i massacri e con il business dell’accoglienza.
Per dire no alle guerre esportate in nostro nome.
Contro il regolamento di Dublino e le leggi che legano il permesso di soggiorno delle persone immigrate allo sfruttamento.
Per la chiusura immediata dei centri di detenzione per immigrati.

MERCOLEDI’ 22 APRILE ORE 17
PRESIDIO DAVANTI IL MINISTERO DELL’INTERNO

appuntamento a Piazza Esquilino

  

il 25 aprile e la Italstage

21 aprile 2015 Lascia un commento

È direttamente Paola, mamma di Matteo Armellini, a prendere parola e mettere nero su bianco il malessere per questa notizia, che per molti apparirà una non notizia.

Matteo ha perso la vita lavorando per questa società che gli si è accartocciata addosso, uccidendolo, società che ora in pompa magna sta allestendo il palco per le celebrazioni ufficiali del 70* esimo anniversario della Liberazione.  Liberazione difficile da festeggiare, soprattutto quest’anno che abbiamo visto affogare nei nostri mari decine e decine di Fosse Ardeatine.

Vi lascio con le righe di Paola Armellini… 


Cari firmatari, 

matteo armellini…

 

la Società Italstage sta contribuendo all’allestimento in Piazza del Quirinale di una struttura per il palco che servirà per la commemorazione del 70° anniversario della Liberazione. L’Italstage è la stessa società che allestì il palco al PalaCalafiore di Reggio Calabria per il concerto di Laura Pausini, quando perse la vita mio figlio Matteo Armellini.


Per quanto accaduto questa società ha patteggiato una penale di 70 mila euro, ma il suo rappresentante legale, Aumenta Pasquale, è stato rinviato a giudizio insieme ad altri sei.

Mi permetto d’indignarmi per la tanta disattenzione, che mostra una sconcertante mancanza di quella moralità che sarebbe invece necessaria per un evento come quello del 25 aprile, previsto nella Piazza del Quirinale: una cerimonia alla quale partecipano il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e numerose autorità dello Stato.

Questo episodio mette in luce la superficialità e la leggerezza di comportamento che purtroppo si riscontra anche in campo lavorativo e che a volte causa danni irreparabili ai lavoratori e alle loro famiglie.

Spero di non essere considerata con tanta leggerezza e, come già fatto, esprimo ancora una volta l’auspicio che la giustizia possa fare il proprio corso. Vorrei che alle vittime venisse restituita la dignità e che ne fosse onorata la memoria con atti responsabili e degni di professionalità.

Gilberto Caldarozzi denuncia baruda.net per diffamazione

16 aprile 2015 8 commenti

Nell’aprile del 2013 fui convocata in via Genova, negli uffici Digos, images
dove ebbi un colloquio volto a stabilire se questo sito, dal nome Polvere da sparo, era riconducibile alla mia persona in quanto era stata presentata una denuncia per un post pubblicato. Certamente. E’ registrato con il mio nome e cognome, così come è presente il link alla mia pagina personale di diversi social network, dove è ben visibile e chiara la mia identità.

Da alcuni accenni si poteva capire che il denunciante era qualcuno di importante, nei vertici della Polizia, “offeso” per quel che era stato scritto sulla mia pagina e che c’era Genova di mezzo. Ma poi fu solo silenzio, fino a poco fa …

CONTESTAZIONE DL FATTO DI REATO

PERNICIARO
del delitto p. e p. degli art. 595 c.p. comma 3, perché in qualità di registrataria del dominio “baruda.net” consentiva la pubblicazione di scritti offendendo la reputazione del denunciante Gilberto Caldarozzi, con messaggi del seguente tenore: “Gilberto Caldarozzi, “illustre” assistito del neo ministro della giustizia, noto torturatore (ah NO! scusate: non è un torturatore eh! Solamente uno che ha assistito a tutto il pestaggio della Diaz, ai denti saltati, alle ossa spaccate a bastonate e calci e poi ha pensato bene di far tutto quel che era in suo potere per occultare i fatti. Non un torturatore quindi, fate voi)”
Commesso in data antecedente e prossima al 19/07/2012

PARTI OFFESE

CALDAROZZI Gilberto, nato a Roma il 20/03/1957

Vi lascio intanto il link dell articoli presenti all’interno della denuncia: QUI

Seguiranno aggiornamenti …

Klodian Elezi, morto di Expo.

13 aprile 2015 6 commenti

Solo sul giornle Brescia Today son riuscita a trovare il nome di quest’uomo.
Che poi uomo, quale uomo, aveva 21 anni, un ragazzetto.

Nessuno lo nomina, probabilmente perché albanese.
Però l’11 aprile ha fatto un volo di 5 metri, all’interno del cantiere della Teem, sbattendo la testa e morendo sul colpo, da un ponteggio dove lavorava senza alcuna imbracatura.

Klodian Elezi, questo era il nome di questo giovane ragazzo da anni residente con tutta la famiglia nel bresciano,
che è morto per garantire l’inaugurazione di una una galleria nei pressi del futuro casello di Pessano con Bornago, che va inaugurata per l’Expo, perché sarà la prossima futura tangenziale esterna milanese.
Un morto di Expo, volato giù come una mela senza diritto nemmeno ad avere un nome a quanto pare,
impiegato in un cantiere ora posto sotto sequestro e da cui son subito sbucate molte irregolarità, tra cui in primis l’assenza dell’imbracatura di sicurezza, che avrebbe permesso a Klodian di assaporare questa primavera e tante altre.

Ponte Galeria: quando l’autolesionismo è il mezzo per bloccare le deportazioni.

13 aprile 2015 1 commento

Dal blog Hurriya:

cie-ponte-galeria-17Ieri 11 aprile, un gruppo di solidali si è riunito in presidio di fronte alle mura del CIE di Ponte Galeria per sostenere le persone recluse, dopo le notizie degli ultimi giorni che raccontano l’ennesimo episodio di resistenza e repressione nel centro: di fronte ad un tentativo di deportazione in Tunisia alle 4 del mattino, un prigioniero, Mohammed, ha tentato di opporre resistenza tagliandosi le vene e ingerendo una lametta. Un gesto estremo, che ha messo a rischio la sua vita, per evitare di essere riportato con la forza nel paese dove lo aspetta il carcere e per protestare contro la macchina delle espulsioni che schiaccia le volontà dei singoli con la connivenza delle autorità implicate, italiane e dei paesi di origine dei reclusi (basti pensare che in questo caso era stata avanzata una richiesta di protezione internazionale).

Dopo essere stato lasciato per alcune ore senza alcuna forma di assistenza, disteso nel suo stesso sangue, finalmente qualcuno si è degnato di trasportarlo al pronto soccorso dell’ospedale San Camillo. Non per un atto di umanità ovviamente, ma solo grazie alla solidarietà degli altri reclusi che hanno spinto il personale del CIE ad intervenire e che, a seguito dell’episodio, hanno iniziato uno sciopero della fame. Mohammed è stato riportato dall’ospedale di nuovo al CIE ancora con la lametta nello stomaco e poi nuovamente al pronto soccorso dove ha subito un’operazione, mentre un piantone delle guardie non gli permetteva alcuna forma di comunicazione. Dubitiamo, ovviamente, della qualità dell’assistenza che ha ricevuto in un ospedale i cui medici non si sono fatti scrupoli a riconsegnarlo velocemente nelle gabbie del CIE senza preoccuparsi della sua salute. Ospedale, il San Camillo, tristemente noto per la sua collaborazione con la direzione del CIE con cui, evidentemente, collabora sulla pelle dei reclusi che vengono rimandati in fretta e furia al CIE senza le cure necessarie.

Proprio in queste ore Mohammed è stato riportato al CIE di Ponte Galeria e lo sciopero della fame dei reclusi sembra essere concluso.

La rabbia dei compagni di Mohammed è forte e ce l’hanno dimostrata durante il presidio, facendoci sentire urla e battiture, dando senso e forza alla nostra presenza lì, in un posto generalmente isolato dalla città ma, in occasione di una fiera commerciale, pieno di persone completamente indifferenti a quanto stava succedendo. Rabbia, la loro e la nostra, diventata ancor più forte dopo la notizia, arrivata dai reclusi, che due deportazioni verso la Tunisia erano effettivamente avvenute, con lo stesso volo su cui sarebbe dovuto salire Mohammed e che uno dei ragazzi deportati, una volta arrivato in Tunisia, è finito in ospedale dopo essere stato ferocemente picchiato dalla polizia italiana e tunisina. Rabbia, la loro, che ha anche spinto uno dei reclusi a cucirsi le labbra con il fil di ferro, come già accaduto in passato ad altri reclusi.

Solidarietà con i prigionieri e le prigioniere di Ponte Galeria
Contro tutti i CIE e contro tutte le frontiere

LEGGI: Sangue a Ponte Galeria

La NON storia di Rai Storia su Giorgiana Masi

13 aprile 2015 2 commenti

Schermata 2015-04-13 alle 10.00.28Incredibile.
Difficile in 9 parole più una data fare due errori madornali.
Grave, essendo un fatto storico che ha quasi 40 anni,
Grave ancor di più se pensiamo che tutto ciò è fatto da Rai Storia, in un social network dai poteri virali.

Neanche la data azzeccano: Giorgiana Masi è stata uccisa il 12 maggio, all’imbocco di Ponte Garibaldi.
Giorgiana Masi non è stata colpita da un proiettile vagante che gironzolava per il lungofiume romano:
No, Giorgiana è stata trucidata da un proiettile sparato da un agente di polizia in borghese,
e la storia è storia,
per quanto voi proviate a cambiarla, ci siamo sempre noi qui, pronti a ricordarvela.
Come vi piace esser collusi con gli assassini di Stato!

AGGIORNAMENTO ;) :
Poco prima delle 11 la redazione di Rai Storia, forse insultata da qualche centinaio di utenti, ha mandato un messaggio che ci allarma non poco. Hanno corretto la data e reinserito il post con quella corretta.
Questo ci fa legittimamente pensare che il 12 maggio saremo costretti a leggere nuovamente di proiettili vaganti.
Vergognatevi ancora un po’.

Schermata 2015-04-13 alle 10.57.40

LEGGI: testimonianze di quel 12 maggio

Gli agenti in borghese di Cossiga, catturati dalla Leica di Tano D’amico

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