La TUA libertà. A Paolo Persichetti

2 aprile 2014 4 commenti

Aula Bunker di Rebibbia

Aula Bunker di Rebibbia

La prima immagine che ho di te sono le tue mani, poggiate all’incrocio delle sbarre.
Ora sei Libero.
Sei libero pensa! Proprio ora, che fra un po’ son trent’anni da quella mattina del tuo primo arresto, proprio ora che non sappiamo cosa farcene perché molto più grande è la battaglia che oscura il nostro cielo. Sei libero e non sai, né tantomeno sappiamo, cosa voglia dire, libero e nemmeno quattro passi un po’ brilli ci siamo potuti fare.
Sa un po’ di beffa, ma così è… mica siam gente che si arrende!
Più volte in questi giorni, volendo so anche il numero preciso, che mica ho smesso di contarli – ancora- i giorni,
ho pensato ai tuoi riccioli neri, che ora son quasi bianchi.
Avevi 25 anni e un casco di ricci neri quando ti son saltati addosso mentre aprivi quel cancello,
avevano 25 anni i tuoi capelli ribelli, i tuoi polsi stretti nelle manette, i tuoi occhi sempre bagnati e caldi,
aveva 25 anni il tuo corpo che io ho conosciuto molto dopo, sempre prigioniero.
Da quel momento la libertà non l’hai mai avuta anche se hai fatto di tutto per strappargliela via:
il carcere, le traduzioni, i processi, le privazioni e poi la fuga. Il tuo esilio non è mai stato ‘libertà’, malgrado tutto quel che sei riuscito a costruire.
La fuga per te è stata un gran lavorìo di mattoncini messi e ruspe che buttavano giù,
mattoni, conquiste e di nuovo galera.
E di nuovo, ancora, senza sosta , con i pochi compagni sempre stretti accanto, con i letti che -per molti anni- non facevano in tempo ad assaporare il tuo odore che già era un nuovo luogo, un nuovo anfratto, un nuovo tentativo di costruire la vita,
malgrado loro.
Mattoni, rivincite e ancora, di nuovo, manette: il rapimento, l’arrivo in Italia, il buco nero di Viterbo, la difesa solitaria da accuse nuove e ridicole.
Prima di arrivare alla tua cella di Rebibbia, dove i nostri sguardi si sono incrociati la prima volta, ce n’è voluto di tempo e dolore. E isolamento.

Ma quelli non li voglio più contare di anni,

Libero!

gli anni murato al Mammagialla, intrappolato tra le grinfie di un magistrato che ti negava i permessi per i libri che scrivevi e aveva anche il coraggio di metterlo nero su bianco.. tanto non è andata meglio nemmeno dopo, con i magistrati.
Saresti potuto uscire già da un po’, ma anche la buona condotta hanno provato a negarti fino all’ultimo e solo la bravura e la testardaggine di Francesco Romeo ti ha permesso di avere la scarcerazione, appena poche settimane prima del fine pena.
Niente, mai un solo sospiro ti è stato concesso, hanno sempre provato invano a piegarti, hai sempre preferito pagarla fino all’ultimo istante piuttosto che dargliela vinta, nessuna “lettera scarlatta” per ottenere la condizionale è stata scritta da te..

La prima immagine che ho di te son le tue mani, grandissime e belle, poggiate all’incrocio delle sbarre della tua cella: poi è tutto un enorme caos di sorrisi, di stupore, di meraviglia e di lotte. Abbiamo combattuto dal primo istante per conquistare pezzi di questa libertà ed ora che è arrivata tutta intera, scritta su un foglio, timbrata e vidimata, ora non sappiamo cosa farcene. Ora abbiamo imparato insieme che c’è qualcosa di ancora più enorme della libertà, che cresce combattendo grazie all’ossigeno che la tua bocca gli ha donato, innamorata e disperata in una maledetta mattina di inizio autunno.
La tua libertà ora vola nei reparti degli ospedali pediatrici, la tua libertà ha il nome di una stella, due occhi dolcissimi e una capacità di sorprendere tutti, si poggia sulle onde della saturazione,
la tua libertà è la forza che mi hai dato quando il blackout era totale, quando la morte ci ballava intorno beffeggiandoci.
L’abbiamo vinta, abbiamo vinto anche lei insieme… e prima o poi impareremo a dirla nuovamente, lettera dopo lettera: Libertà.
“Ci sei, e ci sono” ci scrivevamo tra le sbarre. Eccoci.
Io ho vissuto con te solo gli ultimi anni di questa tua lunga vita prigioniera, ma voglio ringraziare Francesco, avvocato dalla voce sottile, dal cuore enorme e puntiglioso,
voglio ringraziare il calore di quella banda piena di anni, acciacchi, sbarre e buon vino che oltre ad averti/ci coccolato mi hanno insegnato tante di quelle cose della vita che non ho mai nemmeno iniziato a ringraziarli,
voglio ringraziare i tanti, non certo tantissimi, che abbiamo incontrato insieme in questi anni, compagni di quelli che bruciano l’aria che li circonda e il cuore di chi li ama.
E volevo ringraziare Oreste, che finalmente ha il suo Paolo in libertà,
che finalmente ti ha stretto libero in un abbraccio che ancora mi mette i brividi. Ce l’abbiamo fatta TonTon, dolce nonno dei miei cuccioli;
il tuo (tu lo chiami “il nostro”) Paolo è pronto per una bella passeggiata sotto braccio a te, a confabular tra le strade parigine.

Buona libertà a te mio grande amore, braccia calde, papà meraviglioso …
ai tuoi riccioli ribelli, quelli sì mai stati prigionieri a cui spero un giorno di poter donare il mondo intero.

 

qualche link sulle vicende giudiziarie di Paolo Persichetti:
- Sanzioni e sbarre, ancora…
- Una tranquilla giornata di semilibertà
- La domandina: quando il carcere ti educa a chiedere di poter chiedere
- Dovrò spiegare il carcere a mio figlio
- Il carcere e il suo pervadere i corpi
-Paolo Granzotto, il funzionario del carcere e la moralità
- Sans toi ni loi
- altro
Il suo blog: INSORGENZE

Di preti, mutande, condanne e galere mentali… ( grazie a chi ha murato un cesso al Pertini <3 )

17 marzo 2014 3 commenti

Mi sveglio all’interno di un’ospedale da diverso tempo; mi sveglio – oltretutto – all’interno di un’ospedale cattolico, estraneo al servizio sanitario nazionale: insomma non potrebbe andar peggio, diciamocelo.20140317-154256.jpg
Oltretutto son 48 ore che mi scorno con una compagna di stanza che è già mamma malgrado possa esser anagraficamente mia figlia e sostiene di esser consapevole dall’età di 11 anni che avrebbe avuto un figlio malato, e sapete perché?
“Ero una gran monella, e la notte quando pregavo pensavo sempre -Gesù mi punirà per quel che combino, mi punirà con un figlio malato”.

Giuro son rimasta senza parole, ho provato una pena infinita per questa vita che ho accanto che è fatta di autopunizioni e fioretti : cresciuta in un mondo dove anche solo il compiere una marachella infantile potrebbe significare una condanna a vita come un figlio nelle condizioni del suo.
Senza possibilità di scampo, credono in un Dio che le minaccia di tortura da quando son bambine,
donne private di qualunque libertà mentale,
donne schiave della loro condizioni ed incapaci a vedere altro,
donne giovanissime adagiate su una disperazione che sentono “meritata”, mandata direttamente dal loro dio.
Mi chiedo come si possa credere ad un dio così infame, così vendicativo, così carceriere…
mi chiedo, ma è meglio che non mi chiedo, che dopo questi due giorni a parlar con lei mi son cascate le braccia a terra.
Come insegnare ad una donna che la vita potrebbe sceglierla, anche da minorenne, anche da analfabeta, anche da madre di un figlio disperato ed eternamente condannato al nulla? niente. Vi giuro, niente.
C’è chi la rivoluzione non riesce a farla non solo nelle proprie mutande, ma nemmeno nei pannolini dei propri figli.
Quindi a maggior ragione, oggi, col cuore un sacco pesante,
mi sento di dover dar voce a quest’azione simbolica ottima, che ha fatto svegliare Roma con un pezzo di verità murato sull’asfalto.
Un cesso, un cesso identico a quello dove Valentina ha abortito il suo figlio malato,
un cesso, ritratto meraviglioso e anche troppo profumato di un obiettore di coscienza.
uno qualunque, che equivale a TUTTI.

Grazie compagne!

FUORI GLI OBIETTORI DALLE MUTANDE

“Care compagne, vi chiediamo di darne diffusione.

Stamattina abbiamo cementato un “cesso” davanti l’ingresso dell’ospedale Pertini di Roma.

Con quest’azione abbiamo voluto segnalare l’attacco alla libertà di scelta delle donne da parte dei medici obiettori che lavorano nelle strutture sanitarie pubbliche.
L’ennesima violenza è stata vissuta da una ragazza costretta ad abortire in un bagno del Pertini senza alcun supporto sanitario a causa della sola presenza di medici obiettori.

Se l’aborto è criminalizzato tanto da lasciare sola una donna che interrompe la gravidanza, se non si prescrive la pillola del giorno dopo, se la normalità è avere una media di 17 medici obiettori su 19, se l’intersessualità e la transizione vengono demonizzate come se fossero una malattia, è perché ci sono responsabilità individuali generate e legittimate da una volontà politica volta a sostenere la cultura cattolica più bigotta ed oppressiva.

In Italia il numero di medici obiettori raggiunge l’80%, molti dei quali praticano l’aborto privatamente mettendo la propria carriera professionale al di sopra delle singole vite.

Resistiamo contro un’aggressione pervasiva e costante: la proposta di legge Tarzia, che voleva i movimenti per la vita all’interno dei consultori, privatizzandoli e svuotandoli del loro significato; l’impossibilità di accedere alla RU486, fornendola solo con l’ospedalizzazione di 3 giorni; la costrizione nei confronti delle donne migranti senza documenti in regola a trovare metodi alternativi e a volte letali per interrompere la gravidanza; i tanti, troppi ostacoli per trovare una ricetta e poi una farmacia per comprare la pillola del giorno dopo, farmaco su cui non si può obiettare perché contraccettivo e non abortivo; l’assenza di informazioni sulla pillola dei cinque giorni dopo e la conseguente impossibilità ad usufruirne.

Rifiutiamo l’ingerenza dello Stato e della Chiesa nelle scelte che dobbiamo affrontare nel nostro quotidiano. Vogliamo scegliere se, quando e come essere madri.

E’ con un cesso che vi diciamo che fate cacare:
continuiamo a chiederci in che modo venga gestito un luogo di cura in cui avvengono episodi tanto gravi, in cui, non lo dimentichiamo, è stata permessa e causata l’uccisione di Stefano Cucchi.

Vogliamo stanare ogni obiettore perchè venga rispettata la nostra libertà di scelta
Nessuna è sola se ci uniamo nella lotta,
Fuori i preti dalle mutande!

LEGGI ANCHE:
- Abortire in un cesso
- “Stupratele! Tanto poi abortiscono”
- Uno sfogo sulla RU486
-  Sul cimitero dei feti
- Marcia per la vita: dovete morì tutti

Maurice, rifugiato politico, deportato in Nigeria … uno dei troppi.

13 marzo 2014 Lascia un commento

Una deportazione dietro l’altra,
non solo di neo sbarcati, che dopo mesi a far muffa in qualche Cara e poi Cie vengono fatti salire a bordo di aerei (spesso di linea e carichi di festanti viaggiatori -LEGGI-), ma anche di chi in questo paese aveva ricostruito la sua vita, aveva trovato compagni di vita e di lotta…
Continuo a pensare che questo debba essere il punto primo di ogni nostra battaglia,
quello a fianco dei nostri compagni migranti.
Vi lascio con la storia di Maurice, uno di noi: che da due giorni è stato rimandato nel paese da cui era fuggito, la Nigeria.
La dovreste proprio paga’ cara…in primis tutte le giunte di sinistra, i piddini -tanto democratici- responsabili di deportazioni e tortura.

Dal sito: hurriya.noblog.org
Maurice Amaribe, un compagno di origini nigeriane che si era battuto fin dai primi giorni dell’occupazione Casa de Nialtri ad Ancona (sgomberata ad inizio febbraio), è stato deportato nel suo paese di origine.

Maurice era stato prelevato la mattina del 6 marzo e da quel momento non si avevano sue notizie. Secondo quanto appurato dalla delegazione di Casa de Nialtri presso la questura di Ancona è stato rimpatriato il giorno successivo.

Nel comunicato diffuso (qui) Maurice viene descritto così:
Sempre gentile, rispettoso nei confronti di tutti, felice di dare quotidianamente il suo contributo ad un’esperienza che lo aveva da subito coinvolto. Maurice era da alcuni anni ad Ancona. Gli era stato riconosciuto lo status di rifugiato politico. Ma i documenti gli erano scaduti e non ha fatto in tempo a rinnovarli

Nello stesso comunicato si ribadiscono anche le responsabilità della giunta e (aggiungiamo) del sindaco (PD) Mancinelli che all’inizio di febbraio avevano sgomberato, mandando un piccolo esercito di sbirri, l’ex scuola in cui era sorta l’occupazione abitativa Casa de Nialtri.

Continua la barbara pratica della deportazione degli immigrati nei loro paesi d’origine per la sola accusa di non avere documenti, pratica che sempre più spesso riguarda i migranti che lottano e si espongono in prima persona.

Non va infine dimenticato che ad Ancona, secondo l’unione inquilini, ci sono 1300 richieste di assegnazione di case popolari a fronte di 100 posti disponibili e 110 sfratti ogni anno e la scuola sgomberata più di un mese fa è ancora vuota (in attesa che partano i lavori urgenti), ma le persone che si autorganizzano continuano ad essere avversate e criminalizzate.

Ad abortire sole, magari in un cesso, siamo state troppe: maledetti obiettori assassini

11 marzo 2014 5 commenti

Valentina porta il mio stesso nome, gli ospedali dove abbiamo vissuto un’esperienza simile son diversi, stessa e maledetta è la città, capitale in “grande bellezza” e nel numero degli obiettori.

Foto di Lorenza Valentini…

L’aborto terapeutico sventra nel corpo e nell’anima, qualunque cosa pensate essa sia.
L’aborto terapeutico è una scelta lacerante, che apre ogni tua emozione a partire da quella placenta che già inizia a muoversi, ad avere la forma dell’amore totale; nessuno dovrebbe parlare, nessuno dovrebbe fiatare sull’aborto terapeutico, su una simile scelta che una donna, e nel migliore dei casi una coppia si trova a prendere.
L’aborto teraupetico non è una scelta “libera” come l’aborto volontario nelle 12 settimane: quando decidi di abortire un figlio a cui hanno diagnosticato una malattia non sei libera, sei un condannato a morte, sei uno zombie che cammina per ritrovarsi comunque spalle al muro davanti al grilletto.
L’unica scelta possibile è sparare e si muore tutti, inevitabilmente.

Ognuna di noi, quasi tutte noi, ha dovuto abortire nella solitudine,
in ospedali deserti, in corridoi festanti per le nuove nascite…
Io ricordo di una dottoressa che ebbe pietà di me, alle 3 di notte di una vigilia di capodanno e mi fece salire in sala parto, in quel momento tranquilla…rimanere lì alla 16esima ora di contrazioni, con un indecente pannolone e una mamma accanto che allattava per la seconda volta il suo splendido sano e solare primogenito era troppo anche per lei, che forse combatte con gli obiettori più di noi,
lavorandoci spalla a spalla.
Rimasi sola con quel corpicino perché nessuno mi si filò per un po’,
finchè il profilo di una donna di una certa età non si è avvicinato, ha capito, mi ha lavato, mi ha baciata, ha pianto con me.

Poi di nuovo il reparto, i vagiti felici, le mamme che ti chiedono in che posizione attaccarlo al seno convinte che anche tu sia lì per partorire, invece sei senza luce, al buio, scombussolata da dolori, ormoni, farmaci, morfina, obiettori che poggiano gli occhi su di te…
e passano oltre.
Uno, due… ricordo che le ore passavano e nessuno poggiava gli occhi su di me, apriva la cartella, guardava se era il caso di togliermi i tamponi e mandarmi a casa.
L’ho già raccontato su questo blog quella lunga maledetta mattinata e non mi va di rifarlo perchè la rabbia è la stessa di quel giorno.

Volevo solo chiacchierare tra donne, tra amiche, tra compagne:
BASTA! è veramente ora di farli sparire, di spazzarli via dalla sanità pubblica, di toglierceli dalle mutande, dall’utero, dalla fica.
Fuori, fuori dagli ospedali, fuori di prontosoccorso, fuori dalle ginecologie: non avete diritto di esercitare la professione di medici,
non avete diritto di decidere sulle nostre vite.
Vi auguro la solitudine, in un letto di ospedale, per ogni donna che avete insultato con il vostro sguardo,
Con il vostro rilassato “saltarla” e passare a quella dopo,
malgrado dolori, malgrado emorragie, malgrado si partorisca in un cesso aiutate solo dal proprio compagno.

Dovreste veramente pagarla cara, pagare ogni nostro goccio di sangue non medicato.
ASSASSINI, PERVERSI FOTTUTI MALEDETTI ASSASSINI

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Berkin Elvan, il piccolo principe di Taksim, è volato via dopo 269 giorni di coma

11 marzo 2014 3 commenti

269 giorni ad accarezzarti, a pulire la tua pelle per evitare che le piaghe la mangiassero,
269 giorni di canzoni, di sorrisi faticosissimi e voce serena per provare a farti sentire che intorno a te tutto era rilassato, in semplice tua attesa.

269 giorni che le dita di tua madre si intrecciavano alle tue cercando una contrazione, un tocco di vita che poi in realtà non è mai arrivato,
269 giorni ad osservare le palpebre senza battere le proprie per paura di perdere proprio in quel batter d’occhi involontario il primo movimento possibile che avesse il sapore della vita, o di qualcosa di almeno leggermente simile.
Quando ho saputo che il “piccolo principe” di Taksim se ne è andato all’alba di questa giornata
i miei occhi ormai decisamente stanchi hanno incontrato quelli di tua madre,
come li avessi incontrati per 269 lunghi maledetti bastardi giorni.
Ho conosciuto il coma di mio figlio, ancora ne combatto i malefìci che ha inserito nel suo corpo e per sempre li combatterò,
ho conosciuto quindi la tua mamma caro Berkin, perchè quello che si impara tra i lamenti sordi di una rianimazione,
quando si balla con la morte e quasi la si attende come salvezza, è che si è tutte lo stesso cuore.
Tutte mamme col vuoto dentro, intorno, davanti: il buco nero del bip di quel monitor.

Tu non eri nemmeno sceso a manifestare quel giorno, a 14 anni.
Eri solo andato a prendere il pane, forse a malapena cosciente che intorno a te c’era chi combatteva per difendere un qualcosa e conquistare il mondo intero; colpito in testa da un lacrimogeno, hai trovato davanti a te soltanto il buio del coma,
e le canzoni di tua madre che chissà se avrai mai sentito, in quei 269 giorni terminati stamattina alle 7.
Il tuo corpo pesa 16 kg, a questo è arrivata la vita prima di consegnarti alla polvere…
io ti auguro un viaggio leggerissimo, auguro alla tua mamma di poter dimenticare per sempre questi 269 giorni,
quel lacrimogeno, la tua pelle gonfia, il silenzio dei medici, auguro a lei di avere stampato in testa, per sempre, solo il tuo sorriso.

Oggi in tanti, in tantissimi sono arrivati all’ospedale dopo la notizia della tua morte e la polizia turca non ha esitato a reprimere…
ancora una volta un colpo in testa, un lacrimogeno che prende un fanciullo, un corpo che cade e perde i sensi,
come 269 giorni fa…

E da quel momento non si è mai fermata questa lunga giornata, fatta di una rabbia che arriva fino a dove tu stai viaggiando,
fatta dei loro idranti, lacrimogeni, manganelli, pallottole di gomma….

PAGHERETE CARO, PAGHERETE TUTTO!

Tanto il materiale presente su questo blog sulla rivolta di Taksim..
vi lascio un po’ di link

Gli idranti rossi, i loro effetti e le nottate di Taksim: LEGGI
Quando basta respirare per il sangue: LEGGI
ALTRE LETTURE:
La giornata dell’11 giugno: mattina /pomeriggio / sera
Racconto per immagini
- Taksim / NoTav: una faccia, una piazza
- La brutalità della polizia, per immagini
- Le ultime parole di Abdullah
- I primi morti / Che poi son 3
- La rivolta dilaga nel paese
- Il comunicato della piazza / La risposta NoTav
Istanbul: è guerriglia in difesa del verde
Gli aggiornamenti del 31 maggio
Le immagini e gli aggiornamenti del 1 giugno
Le richieste della piazza

Ciao Berkin, i nostri pugni al cielo ti accompagneranno tra le stelle…

Un bacio alla tua mamma…

 

Lo spazio liberato dalle Cagne Sciolte, e la passeggiata collettiva del 2 febbraio

28 gennaio 2014 1 commento

NOIDUE!IMG_7376Mai ho avuto modo di scrivere dello spazio occupato dalle Cagne Sciolte, in via Ostiense 137, una manciata di settimane fa, il 14 dicembre.
Eppure quel luogo è stata la sola fonte di fughe di queste giornate lunghissime, il solo luogo di calore totale e immediato,
quello spazio liberato straordinario,
liberato da compagne che insieme son di una forza e di una bellezza rara.
Non son mai riuscita a ringraziarle se non per le azioni fatte alla loro nascita, prima che quel locale sigillato per loschi giri sui corpi delle donne fosse preso e riaperto ad una comunità che è trascinante e bella, variegata e non ortodossa, liberata e liberante.
Un luogo che ha il sapore della complicità, che ha l’energia e la forza di chi lotta da sempre, in ogni contesto attraversato,
che sento lontano da dinamiche ormai insopportabili che ci portiamo dietro come una zavorra ormai genetica.

E allora non lo faccio nemmeno ora, che son lontana, e mi mancano… non ne scrivo, che tanto basta guardarle un secondo per capire che le parole non servono poi così tanto.
Non lo faccio perché ho voglia di cazzeggiare ballando intorno a quei 4 pali, ho voglia di chiacchierare su quei divanetti e veder mio figlio correre intorno al palco come un pazzo: troppi desideri per poter “scrivere” senza sembrare un po’ scema.
Spero di essere con voi, per le strade di quel quartiere, domenica 2 febbraio…
( qui gli altri articoli sulle Cagne Sciolte : LEGGI )

I minatori avevano ragione: lo dicono documenti desecretati e pubblicati dalla BBC. Noi lo sapevamo già!

28 gennaio 2014 1 commento

Scritto da John Dunn, della campagna Justice for mineworkers

Venerdì 3 gennaio sono stati pubblicati dei documenti, fino ad ora segreti, del governo conservatore riguardanti il Grande Sciopero dei minatori del 1984-85.
Il sito della BBC ha dichiarato “I documenti del governo sul 1984 recentemente desecretati rivelano come il leader sindacale dei minatori Arthur Scargill poteva forse avere ragione rispetto all’esistenza di una lista nera segreta di più di 70 miniere destinate alla chiusura”. (Per ulteriori informazioni sullo sciopero dei minatori si prega di leggere Twenty years on – the lessons of the 1984-85 miners’ strike – in inglese).
Notare il “poteva forse avere ragione”!
Dopo 30 anni la BBC, che notoriamente ha invertito i frames del filmato della carica della polizia di Orgreave al fine di incolpare gli innocenti dimostranti del NUM delle violenze andate poi in onda sugli schermi della TV nazionale, non riescono ancora ad ammettere che Scargill aveva ragione e non “poteva forse” averla! Accendendo la televisione per ascoltare le prime notizie del mattino in attesa di saperne di più sono stato informato che era il centesimo anniversario dei Brownies (le “coccinelle” degli scout)! A onor del vero la nostra BBC locale, Look North, ha riportato la notizia abbastanza dettagliatamente e addirittura ha dichiarato che la Thatcher ha mentito quando ha detto che non esisteva nessuna lista delle miniere da chiudere.

Fuori i segreti

Durante tutto il Grande Sciopero, e nei fatti fino ad oggi, Scargill è stato messo alla gogna e definito un bugiardo; il NUM è stato bollato come “il nemico interno” dalla Thatcher; notiziario dopo notiziario ci hanno etichettati come delinquenti e vandali: ma adesso PARTE della verità è venuta fuori: il governo Thatcher aveva una lista nera con 75 miniere destinate alla chiusura.
Questi documenti governativi rivelano come nel 1983 la Thatcher si stesse segretamente preparando ad affrontare i minatori.
Venne istituito un gruppo di lavoro segreto, nome in codice MISC 57, col compito di definire i passi necessari da compiere nel caso di uno sciopero dei minatori. Più tardi, nel 1984, nel momento dello sciopero, la Thatcher ha costantemente negato qualsiasi coinvolgimento nello scontro, insistendo che la sola preoccupazione del governo fosse quella di garantire il rispetto della legge.

Arthur Scargill davanti alla polizia

Il primo ministro diede la sua personale approvazione ad una lettera che fu recapitata a casa di ciascun minatore a nome del presidente della British Coal Ian MacGregor. In questa lettera il presidente della Coal Board dichiarava di poter dire “categoricamente e solennemente” che l’affermazione di Scargill per cui 70.000 posti di lavoro erano a rischio fosse “assolutamente falsa”.

GIUGNO 1984
È uno sciopero che non avrebbe mai dovuto esserci.
È basato su una davvero grave falsificazione e distorsione dei fatti.
A quale enorme costo economico voi minatori avete sostenuto lo sciopero per quattordici settimane solo perché i vostri leader vi hanno raccontato questo… Che la Coal Board vuole distruggere l’industria del carbone
Che stiamo programmando di eliminare 70.000 posti di lavoro
Che stiamo programmando di chiudere 86 miniere, lasciandone aperte solo 100
Se queste cose fossero vere non incolperei i minatori per il loro essere arrabbiati o profondamente preoccupati.
Ma queste cose sono assolutamente false.
Lo affermo categoricamente e solennemente.
Siete stati deliberatamente ingannati.
Ian MacGregor
Presidente della Coal Board

È chiaro che il governo ha fatto molto, molto più di questo. Sin dall’inizio ha fatto pressioni sulla polizia per “usare il pugno di ferro coi dimostranti”, cosa che hanno fatto con entusiasmo: 11.000 di noi sono stati arrestati e criminalizzati, molti picchiati duramente. I tribunali hanno ricevuto istruzioni di velocizzare i processi a carico di quegli imputati. Fu piazzato un cordone di sicurezza intorno alle aree minerarie per impedire ai picchetti di raggiungere i pozzi di lavoro.
Le macchine venivano fermate agli svincoli autostradali e i dimostranti minacciati d’arresto se non fossero tornati indietro. L’intero patrimonio del NUM fu sequestrato quando il sindacato si rifiutò di pagare 200.000 sterline di multa per “oltraggio”. Una mossa per porre fine al sostegno finanziario del sindacato allo sciopero, parte della guerra di logoramento volta ad affamare i lavoratori per costringerli a tornare al lavoro.
Appunti scritti di proprio pugno dalla Thatcher dimostrano come fosse implicata fin nel più piccolo dettaglio, fino a calcolare quanti carichi di carbone avrebbero dovuto essere spostati per far saltare lo sciopero, insieme ai nomi dei membri “moderati” del sindacato Generale e dei Trasporti che avrebbero potuto essere usati per raffreddare le cose nel caso in cui avesse avuto luogo un’azione di solidarietà.

La storia riscritta

Ovviamente niente di tutto questo è una sorpresa per noi che lì c’eravamo. Era ovvio che ci eravamo rivoltati contro tutte le forze della macchina statale nel suo complesso. Fu a tutti gli effetti lotta di classe nella sua forma più brutale. Accademici e commentatori politici hanno riscritto la nostra storia. Stando a lorsignori, noi saremmo stati trascinati in una battaglia folle, seguendo ciecamente un leader verso una sicura sconfitta quando invece tutta la faccenda avrebbe potuto essere risolta mediante una negoziazione intelligente e il raggiungimento di un compromesso. I documenti pubblicati dipingono un quadro diverso.

Le cariche a cavallo ad Orgreave

Nel luglio 1984 il governo aveva talmente paura di una disfatta che aveva 4500 soldati pronti a portare con la forza il carbone alle centrali elettriche, dove si stava rapidamente esaurendo, e stava prendendo in considerazione l’idea di dichiarare lo stato d’emergenza. Lo sciopero dei lavoratori portuali terrorizzò ancor di più il governo e il capo della polizia, il conservatore John Redwood, che in una nota segreta metteva in guardia la Thatcher sul fatto che l’ ”estrema sinistra” era impegnata in una “strategia rivoluzionaria” per “distruggere” il governo.
Nell’ottobre 1984, sotto la minaccia dell’estensione dello sciopero a quelle miniere che fino a quel momento erano state tenute in funzione dai crumiri, vennero fatti piani per ridurre la settimana lavorativa a tre giorni per conservare le scorte di carbone. Fouture rivelazioni sui documenti desecretati mostreranno in maggiore dettaglio fino a che punto la Thatcher fosse disposta a spingersi per ottenere la vittoria ad ogni costo.

Ricordi personali

Io, come tutti i miei compagni di sciopero, ho sentimenti contrastanti rispetto ai documenti pubblicati. È un bene essere riscattati nella nostra lotta e vedere quanto arrivammo vicini alla vittoria all’epoca, ma la consapevolezza che una tale vittoria ci è stata negata dalla totale defezione dei leader del partito luburista e del TUC, seppur con poche eccezioni degne d’onore, dà a questo giorno un sapore amaro.
I ricordi personali non mi hanno mai abbandonato. Mi basta sentire la cicatrice sulla parte posteriore della mia testa per richiamare il suono e il rumore esplosi nel cranio, rotto da un manganello della polizia il 9 aprile alla miniera di Creswell. Mi ricordo di avere lottato con tute le mie forze per rimanere vigile e in piedi, con la paura che se fossi crollato forse non mi sarei rialzato mai più.
Trascinato in un furgone della polizia mi è stato detto che avrei potuto anche “morire dissanguato in quel momento”, quando mi sono rifiutato di essere portato nell’infermeria della miniera –presidiata dai crumiri- per essere medicato nell’attesa dell’ambulanza.
Ambulanza che mi ha portato al Chesterfield Royal Hospital, accompagnato dal poliziotto che mi aveva colpito, con l’uniforme, il casco e la faccia coperti dal mio sangue, e dove un dottore, circondato da poliziotti, è stato costretto a ricucirmi senza anestesia. Trascorrere la notte in una cella della stazione di polizia di Chesterfield, dove, dopo essere stati avvertiti da un medico del fatto che avevo una seria commozione cerebrale e dovevo essere tenuto sotto costante osservazione, la polizia decise, invece, di limitarsi a svegliarmi ogni 15 minuti “per assicurarsi che fossi ancora vivo”. Dopo essere comparso in tribunale il giorno seguente, quando mi sono state imposte condizioni restrittive che mi impedivano di avvicinarmi a qualsiasi proprietà mineraria inglese nell’intera nazione, i miei due bambini hanno dovuto sopportare la vista del padre che tornava a casa coperto di sangue.
Successivamente sono stato richiamato in tribunale dove, nonostante prove contraddittorie, sono stato riconosciuto colpevole di “comportamento minaccioso” e “uso della violenza”. Non mi pento per queste riflessioni personali.
Questi ricordi sono marchiati a fuoco nella mia coscienza, reali come ogni cicatrice fisica che porto, insieme alla consapevolezza che più di 7.000 miei compagni hanno subito la stessa sorte; anzi, alcuni hanno patito sofferenze ben peggiori delle mie. Due di loro sono stati assassinati: David Jones and Joe Green.
La famigerata e ignobile carica della polizia di Orgreave si è conclusa con 95 dimostranti accusati di sommossa e passibili di ergastolo. Conosco personalmente tre scioperanti, che non hanno mollato fino alla fine, che si sono suicidati dopo lo sciopero. Uno era un mio vecchio amico dei tempi della scuola. Potrei elencare, pagina dopo pagina, le esperienze e le ingiustizie colorate da una rabbia che è ancora tanto forte oggi come 30 anni fa. Nessun documento governativo segreto può dare un’idea di tutto ciò. So che tutti quelli coinvolti in quell’anno memorabile provano le stesse cose.

Eroi della classe operaia

Ma accanto al dolore e alla rabbia ci sono altri sentimenti, la gioia e l’orgoglio che ho sentito fra i miei compagni che hanno combattuto come leoni contro l’impossibile. Sono stati raggiunti da quelle autentiche leonesse delle “Women against pit closures” (Donne contro la chiusura delle miniere) in questa lotta. Le donne sono uscite allo scoperto e hanno combattuto con la stessa determinazione e lo stesso coraggio dei minatori. Intere comunità si sono unite nella battaglia per la loro sopravvivenza. Furono creati comitati di appoggio in tutta la Gran Bretagna. Sono stati raccolti milioni di sterline per sostenere la nostra lotta. Interi gruppi di attivisti in ogni sindacato hanno riempito il vuoto lasciato dai loro dirigenti. Sono state forgiate amicizie che hanno retto alla prova del tempo. Sono orgoglioso di conoscere e di continuare a combattere al fianco di questi eroi, molti dei quali rimarranno anonimi. Alcuni meritano una menzione speciale – li considero veri amici e compagni eccezionali. Anne Scargill e Betty Cook, due donne praticamente inseparabili, che ancora adesso coi loro 70 anni, abbelliscono tutte le manifestazioni e molti picchetti, esempio per persone molto più giovani con la loro energia, il loro umorismo, il loro entusiasmo.
Davy Hopper dei minatori di Durham, un vero gigante del movimento operaio, che insieme al suo compagno, Davy Guy, ha mantenuto viva la festa dei minatori di Durham e l’ha trasformata nella più grande e gioiosa celebrazione dei valori della classe operaia al mondo. Grazie a loro la fiamma dei minatori del Nord Est dell’Inghilterra brucia ancora luminosa. Gli scioperanti del Nottinghamshire che hanno affrontato quotidianamente intimidazioni e violenze, che hanno visto tutto il loro patrimonio sindacale rubato dai crumiri dell’UDM, e che pure rimangono in piedi alti e fieri. Il mio defunto fratello Alan, delegato di settore alla miniera Irlanda nel Derbyshire, venne attaccato dai crumiri in una friggitoria e massacrato con una catena. Mentre era ricoverato in ospedale e sul punto di perdere un occhio, la polizia locale si rifiutò di intervenire, anche quando venne a conoscenza dei nomi degli aggressori forniti da diversi testimoni, dicendo invece “era ora che ti dessero una lezione”. Dopo l’intervento del presidente del comitato di controllo della polizia del Derbyshire, lui stesso minatore in sciopero, sono stati arrestati e condannati, ma solo per essere poi lasciati liberi dietro pagamento di una multa da un giudice che “ha voluto sanare la frattura tra le comunità minerarie”!
Diverso è il caso del compianto Brian Martin, un mio buon amico e consigliere del partito Laburista – l’uomo più gentile che avreste mai potuto incontrare. Fu arrestato, trattenuto e torturato psicologicamente nella stazione di polizia di Chesterfield dove gli ufficiali minacciarono di violentare sua moglie. Fu incarcerato –probabilmente da un giudice che non si peroccupava di “sanare fratture”- poco prima che venissero rilasciati gli aggressori di mio fratello; perse il lavoro e il suo posto in consiglio. Ma tuttavia non perse mai la sua dignità e il suo orgoglio. La sua ultima azione in pigione, (dove gli altri detenuti avevano soprannominato lui e un altro scioperante Scargill e Heathfield!),è stata piantare durante i lavori forzati di giardinaggio un manto di narcisi gialli in modo che fiorendo l’anno successivo, dopo il suo rilascio, formassero la scritta NUM!

La lotta continua

24 ore dopo il colpo dei documenti governativi è cominciato l’oscuramento mediatico. I chiacchieroni sono tornati ai loro caminetti, il nostro momento di gloria è finito. Siamo tornati nella pattumiera della storia. Ma ancora non sono riusciti ad intaccare la nostra determinazione. Forse la nostra industria è andata, le nostre comunità sono state devastate e mandate in rovina, ma abbiamo i ricordi. Abbiamo anche la consapevolezza, ora sostenuta anche da quei documenti governativi ufficiali, di essere arrivati tanto dolorosamente vicini a conquistare una vittoria che avrebbe cambiato la società in meglio. Niente può sostituire quello che abbiamo perso, ma niente può portarci via quello che abbiamo raggiunto e le lezioni che abbiamo imparato.
Abbiamo alzato la testa e lottato come nessun’altra categoria di lavoratori ha mai lottato. Nessuno di noi baratterebbe la memoria di quell’anno con niente al mondo. Quest’anno celebriamo, sì celebriamo, il trentesimo anniversario di quello sciopero e, non piegati, continuiamo a lottare con forza, con la certezza che avevamo ragione! Con le parole di Tony Benn “I minatori, uomini abili e coraggiosi, sono stati trattati come criminali dalla Thatcher. È una storia che non sarà mai dimenticata”. Dobbiamo essere convinti di questo, con o senza documenti segreti del governo.
La nostra lotta continua!

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