Archivio

Archivio per la categoria ‘ATTUALITA’’

The show must go off: un manifesto dal Collettivo Autorganizzato Operai dello Spettacolo di Roma

1 giugno 2012 Lascia un commento

Inizia giugno, inizia l’estate,
Inizia la carrellata di grandi eventi, concerti, festival e quant’altro : malgrado i tagli, malgrado sia diventato difficile anche pagarsi una corsa in metropolitana vista la situazione economica e gli aumenti che stiamo affrontando in queste settimane,
l’industria siliconata dello spettacolo sta per aprire la sua stagione più fortunata.
La stagione che vede triplicare lo sfruttamento di tutti coloro che, con il loro lavoro, rendono possibile la realizzazione degli eventi: facchini, montatori, giovani ragni da palcoscenico che girano l’Italia a ritmi vertiginosi per rendere possibili le nottate del divertimento, del costosissimo divertimento.

Dopo la morte di Matteo Armellini (morto schiacciato dal crollo del palco di Laura Pausini a Reggio Calabria) , successiva a quella di Francesco Pinna (che costruiva il palco di Jovanotti a Trieste),
il Collettivo Autorganizzato dei Lavoratori dello Spettacolo di Roma è stato protagonista di diverse mobilitazioni comunicative e anche di alcuni, ovviamente inascoltati, appelli ai musicisti e agli artisti.
Queste righe per condividere con voi il manifesto che da qualche ora stanno facendo circolare attraverso il loro blog, e che andrà a riempire i muri delle città di questo paese dove si muore quotidianamente sul lavoro, dove ci si reca a lavorare in luoghi non sicuri, non controllati, anche a pochi giorni da un pesante terremoto, come è successo con i capannoni di Mirandola tre giorni fa.

E come giustamente urla questo manifesto,
CHE NESSUNO SI SENTA ASSOLTO.
SIETE TUTTI COINVOLTI nella strage quotidiana che avviene.

Su bombe, giornalismo e volti di minorenni: VERGOGNA!

19 maggio 2012 6 commenti

Quando mio figlio è stato preso al nido tra le varie cose ho firmato una liberatoria…
Ho dato autorizzazione a scattar foto durante le attività e le festicciole di mio figlio, insieme agli altri bambini …
Presumo che la legge li obblighi a far firmare tutto ciò ai genitori di un minorenne.

Oggi due bombe sono esplose davanti ad una scuola media superiore di Brindisi… ( lo Stato che aveva appena detto che la Tav era la madre di tutte le preoccupazioni, fa capolino)
Una studentessa di 16 anni, Melissa Bassi è rimasta uccisa: dopo nemmeno cinque minuti ben 16 foto sono state prelevate dal suo profilo Fb e messe sul sito del Corriere della Sera.
Un’opera di sciacallaggio vergognosa.
Ho chiesto spiegazioni a @riotta sulla sua pagina twitter, gli ho chiesto se i genitori di Melissa avessero mai firmato una cosa simile, se si sentiva una merda, uno sciacallo…
Le sue risposte si appellano al diritto di cronaca; risponde dicendo che quando si parla di “interesse nazionale” anche la Carta di Treviso che regola i rapporti tra informazione e infanzia salta…

Ma di qualche interesse nazionale parli Riotta?
Io non avevo alcun interesse a vedere il sorriso di Melissa, e fosse stata mia figlia la Carta di Treviso te la infilavo tutta in gola, parolina per parolina.
Sciacalli di merda…riuscire a battere Repubblica è da Guinness dei primati!
Vergognatevi!

20120519-130636.jpg

Marcia per la vita? Magari Morite Tutti!

13 maggio 2012 9 commenti

- [...] Ah, e perché non credono in Dio?

- Eh, fosse solo che non ci credono, figlia, lo potrei capire. Ma lo odiano e lo combattono. E’ questo, vedi, che mi fa essere prudente.
Senza l’insegnamento del Vangelo solo strade buie si possono aprire per i nostri giovani… Che c’è ca mi diventi tutta rossa?
E’ il pensiero di questi senza Dio?

Che potevo rispondere? Che la scoperta di non essere sola a dubitare di Dio m’aveva acceso una vampata nel sangue da essere costretta a serrare la bocca per non gridare di gioia?

_Tratto da “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza_

Queste le righe che mi sono venute in mente mentre pensavo le mie compagne a contestare la Marcia per la Vita.
Fate schifo: e non mi rivolgo ai fascisti e manco ai preti in questo caso, ma a tutta quella schiera di medici, di infermieri, di ginecologi.
Fate schifo e vi permettete di usare la parola ASSASSINE, quando siete voi che ci fate morire nei letti,
quando siete voi, che nei reparti di ospedale passate al letto accanto se il nostro sangue è quello di un aborto terapeutico e non quello di un parto.
Siete voi gli assassini, che calpestate il nostro corpo e pure quello dei nostri figli.
Siete voi le merde assassine e non riesco a smettere di scriverlo, tanto che se oggi fossi venuta ad urlarvelo ora probabilmente sarei ricoverata per un infarto: perché perdo la lucidità con voi davanti.
Perché è vero che sono un’assassina quando vi vedo: perché vorrei vedervi morti. Tutti morti male.

Brutti assassini obiettori,
traditori del vostro stesso camice e giuramento,
antiabortisti nei reparti, cucchiai d’oro nei vostri studi privati.
ASSASSINI, ASSASSINI ASSASSINI,
MARCIATE AFFANCULO!

LEGGI ANCHE:
- “Stupratele! Tanto poi abortiscono”
- Uno sfogo sulla RU486
-  Sul cimitero dei feti

Una lettera agli artisti del 1*Maggio, da chi monta il loro palco

25 aprile 2012 2 commenti

Dopo l’interessantissimo convegno dello scorso sabato alla Città dell’Altra Economia, organizzato dal Collettivo Autorganizzato Operai dello Spettacolo Live di Roma pubblico con piacere la lettera degli amici di Matteo, che potete trovare sul loro blog,
scritta e rivolta ai musicisti e agli artisti che si esibiranno sul grande palco-vetrina del 1° Maggio di Roma.

Scriviamo questa lettera a chi tra una settimana salirà sul palco del 1° Maggio. Sappiamo che non siete i soli a cui dovremmo scrivere, ma ci sembra giusto rivolgerci per prima cosa a voi che avete scelto di partecipare alla festa dei lavoratori.

Specialmente in un momento come questo è molto facile rassegnarsi alla propria impotenza; le decisioni sembrano prese tutte in contesti inavvicinabili, guidate da criteri irragionevoli e interessi meschini. Il timore che dopo gli incidenti di Trieste e Reggio Calabria nulla cambi, ci spinge però a forzare questo senso di impotenza e a chiamare in causa chi invece ha la possibilità concreta di intervenire. Gli artisti.

Suonare al concerto del 1° Maggio dovrebbe rappresentare qualcosa di più di una semplice esibizione tra le tante. Significa riconoscere la dignità di ogni lavoratore, celebrarne le conquiste e implicitamente considerarne le fragilità, specialmente in questo momento in cui va sbriciolandosi ogni diritto, ogni tutela, ogni certezza.
Durante la vostra esibizione centinaia di migliaia di persone guarderanno verso il palco senza vedere ciò che è “dietro” lo spettacolo.

Ci piacerebbe ricordare che anche questo palco voluto dai sindacati, sia frutto, come tutti gli altri, del lavoro invisibile di molte decine di persone alle quali questo sistema produttivo non riconosce, nella realtà dei fatti, diritti ormai considerati fondamentali. Non è la sede per entrare nello specifico, ma vogliamo comunque sottolineare che figure professionali quali rigger, scaffolder e facchini che rendono possibile ogni volta il funzionamento del gigantesco macchinario dello spettacolo, lavorano senza neppure un contratto specifico per la mansione che svolgono, senza un sistema di regole relative a turni e orari di lavoro e in condizioni di sicurezza spesso esistenti solo sulla carta. Sono molti gli aspetti che necessiterebbero di un serio intervento di riforma. Basti pensare che la formazione professionale in molti casi rimane a carico del lavoratore, così come la copertura assicurativa e l’attrezzatura di sicurezza. A questo si aggiunge la poca chiarezza nell’intreccio di responsabilità e competenze tra società di produzione, promoter, service e cooperative nella gestione di tour e spettacoli live.

E’ in questo scenario che chiediamo a voi artisti, vertice della piramide e in ultima analisi committenti di tutto questo macchinario spettacolare, di non sentirvi estranei.

Riteniamo che non si possa più far finta di nulla, pensando che gli incidenti siano casuali e non avvengano al contrario a causa di scelte finalizzate alla massimizzazione del profitto. Vi chiediamo espressamente di usare il potere che forse non sapete di avere: il potere di riappropriarvi della possibilità di una scelta etica, cambiando modello di business, selezionando con cura e in base a precise garanzie le aziende e le strutture a cui affidarvi, vigilando e tutelando le parti più deboli di questo processo. In particolare vi invitiamo a fermare la megalomania faraonica delle produzioni, garantendo ritmi lavorativi e turni più umani.

E’ necessario che alle dichiarazioni pubbliche seguano i fatti, ancor di più ora che con l’estate il numero degli eventi live raggiunge il suo apice. La nostra non è un’accusa, è solo un invito a liberarvi da una complicità morale che comunque si riflette sulla vostra immagine.

 Dopo i fatti di Reggio Calabria e Trieste non si abbassi la guardia, non si può più fare finta di niente e aspettare un’altra morte.

Gli amici di Matteo

Roma: azione in solidarietà con le Pussy Riot

21 aprile 2012 3 commenti

Giro con infinito piacere questo comunicato, da poco in rete.
Un’azione anche a Roma in solidarietà alle componenti del banda punk femminista Pussy Riot, detenute in Russia con l’accusa di cospirazione contro lo Stato (poi dici che uno non odia il sabato lavorativo ;-) ), di cui già avevamo parlato in questo blog 

Oggi, alle 11.30 di questa mattina , delle attiviste manifestavano sotto l’ambasciata russa per richiedere l’immediato rilascio delle 3 donne arrestate dal governo Russo, Maria, Nadezhda e Irina accusate di cospirazione contro lo stato e di far parte della band punk femminista Russa Pussy Riot.
La band, i cui testi sono vere e proprie denunce sulla corruzione del governo Putin e della strettta relazione tra stato e chiesa ortodossa,  si è esibita più volte nella città di Mosca in solidarietà ai detenuti/e russe, ai popoli arabi in rivolta, e ai movimenti lgbt,

In tutto il mondo si stanno dando azioni di solidarietà con le tre donne, che all’oggi sono ancora in prigione e rischiano 7 anni di carcere.

A Roma mente le attiviste inscenavano un concerto punk in stile pussy riot, maschere e vestiti colorati,  sono intervenute le forze dell’ordine. Un’attivista è stata identificata e lo striscione con la scritta “free pussy riot – libere tutte” è stato sequestrato.
Denunciamo il clima di repressione che si vive in tutto il mondo nei confronti di chi oggi rivendica libertà e autodeterminazione, e lanciamo un grido di libertà femminista con cui chiese e governi dovranno fare i conti.
Se il potere è maschile noi saremo Pussyriot.

Solidarietà a Maria, Nadezhda e Irina.

PussyInternationalmovement

Un dibattito con i lavoratori dello spettacolo, sugli assassini sul lavoro

20 aprile 2012 3 commenti

Sarebbe bello che partecipassero tutti coloro che sono abituati a ballare e cantare sotto i palchi, dentro gli stadi o nelle piazze.
Sarebbe utile per capire come prende forma quel ferro, come si trasforma da materiale depositato a terra da grandi camion a torri piene di luci, di decibel e colori.
Mostri di ferro che si alzano in poche ore, per poi sparire prima che le luci dell’alba vadano a svegliare la città: mostri che spesso uccidono quei giovani ragni che li mettono in piedi.
Matteo Armellini conosceva bene quel ferro, conosceva quei ritmi che poi gli si sono sbriciolati sulla testa … Matteo era un sorriso familiare, ma come lui sono tanti quelli che a casa non tornanoo non torneranno.
E allora domani partecipiamo tutti a questo dibattito, andiamole a conoscere quelle braccia sudate che costruiscono rapidamente il nostro divertimento…andiamo a capire, per fare in modo che tornino tutti a casa dal lavoro.
Perché morire di lavoro è inaccettabile e lo sembra ancor di più quando sono le luci festose di un palcoscenico ad uccidere un sorriso.


Proiezione di 3,87 di Valerio Mastranedea e a seguire dibattito con i lavoratori dello spettacolo.
Sabato 21 Aprile, ore 19.
Città dell’altra economia, ex mattatoio di testaccio, largo Dino Frisullo, Roma.

;

20120420-160801.jpg

Il blog dei lavoratori dello spettacolo : http://bieffegi.wordpress.com/

Un’intervista con i lavoratori dello spettacolo, ricordando Matteo

11 aprile 2012 3 commenti

L’articolo che segue,  di cui trovate il link che rimanda ad un sito Rai, è un’intervista ai compagni di lavoro e vita di Matteo Armellini, che è stato ucciso dal suo stesso lavoro, ucciso dai ritmi e le condizioni in cui procede l’industria dello spettacolo.
Con molte iniziative, volantinaggi, comunicati e striscioni, i compagni di Matteo, lavoratori precari dello spettacolo, hanno portato in piazza e davanti ai cancelli dei concerti il racconto della loro quotidianità lavorativa e la rabbia infinita per la perdita di Matteo,
come di ogni morto sul lavoro.
Che sono tutti evitabili.
Che sono tutti omicidi.

LEGGI:
Una lettera aperta a Laura Pausini
The show must go off
ASCOLTA: una trx su RadioOndaRossa

The Show must go off

Due morti in tre mesi: il mondo dei concerti ha richiamato l’attenzione dei media per gli incidenti mortali a due giovani operai. Di reclutamento, lavoro e organizzazione, retribuzioni, sicurezza e struttura del settore ci hanno parlato tre lavoratori espertic
di Massimiliano Piacentini,
http://www.televideo.rai.it/televideo/pub/articolo.jsp?id=12035

Il mondo dei concerti ha richiamato l’attenzione dei media per i recenti “incidenti” in cui sono rimasti uccisi due lavoratori: Francesco Pinna, morto a 20 anni nel collasso del palco allestito per l’esibizione di Jovanotti, a Trieste, e Matteo Armellini, morto a 31 anni a Reggio Calabria mentre lavorava al montaggio del palcoscenico di Laura Pausini. Di reclutamento, lavoro e organizzazione, retribuzioni, sicurezza e struttura dell’industria dei concerti ci hanno parlato tre lavoratori esperti. Il presidente della Cooperativa “Insieme”, di cui Armellini era socio lavoratore, non ha voluto invece rilasciare “alcun tipo di dichiarazione”, considerata l’inchiesta in corso.

Parlano i compagni di Matteo
Nel primo semestre 2011 il volume d’affari per i concerti di musica pop è stato pari a 102 milioni di euro, (+16,92% rispetto allo stesso periodo del 2010). Quale è la vostra realtà lavorativa?
Mauro
: “Ho lavorato nel mondo dei concerti dal 2001 al 2010, inizialmente come facchino, poi come scaffolder. E’ un sistema di scatole cinesi: il lavoratore non è assunto dal service per cui lavora, ma fattura attraverso una cooperativa. Ciò determina massima flessibilità, discontinuità di reddito e ricattabilità. Il tutto, poi, senza una copertura assicurativa specifica per l’elevato rischio del lavoro. Immagina una organizzazione piramidale con al vertice l’artista, a cui va più dell’80% dei ricavi totali. Dal punto di vista formale, una società di produzione affitta da un’altra società palco e materiali e affida la realizzazione a un service. Questo, a sua volta, affitta le varie figure di lavoratori di cui ha bisogno da diverse cooperative. E’ così che i service dispongono di lavoratori senza doverli assumere e con ciò risparmiano molto sul costo del lavoro vivo. Quindi non esiste un tipo di contratto specifico per una o più giornate lavorative. Semplicemente, una cooperativa emette fattura al service che richiede la prestazione lavorativa”.

Quali sono le figure che materialmente realizzano un palco?
Davide
: “Alla base della piramide di cui parla Mauro c’è il facchino, che svolge un lavoro manuale a terra per una paga oraria di 6 euro. Poi c’è il climber, altra figura di manovale (9 euro l’ora) che, ad esempio sui palchi Layher, passa in colonna i ferri per farli arrivare in alto, fino allo scaffolder. In alto opera anche il rigger. Sono due figure tecniche pagate a giornata: 110 euro circa lo scaff, anche 300 euro al giorno il rigger. Poi ci sono i tecnici audio e luci, pagati tra i 100 e i 200 euro al giorno. Questa la situazione a Roma e Trieste.

Quanto dura una giornata di lavoro?
Luca
: “Faccio parte di una cooperativa di servizi che si occupa prevalentemente di facchinaggio, ma ho fatto il corso di operatore su funi (rigger). Secondo la mia esperienza, una giornata di lavoro dura 12 ore o anche di più. Per esempio, lavorare a un concerto all’Olimpico significa iniziare alle 8 del mattino per finire, se tutto va bene, alle 20. La cooperativa vende facchini, ma se la produzione lo richiede noi diventiamo climber, rigger, tecnici luci, allestitori”.

Come si formano i lavoratori e di cosa si occupano lo scaffolder e il rigger?
Davide
: “Lo scaffolder monta strutture come il ponteggio multidirezionale e, insieme al rigger, costruisce ad esempio i ground support, quelli che sono caduti a Trieste e a Reggio Calabria. Inoltre, il rigger si occupa nello specifico degli appendimenti, cioè dei carichi sospesi. Sono figure che svolgono incarichi importanti, pericolosi e difficili, oggi riconosciute tramite corsi che i lavoratori sostengono a proprie spese. Vi sono i brevetti in montaggio-smontaggio e modifica dei ponteggi e l’abilitazione al lavoro in quota e posizionamento tramite funi rilasciata dalle guide alpine del Cai. Ma la realtà lavorativa è molto diversa dalla teoria e posso dire che questi lavoratori si sono formati in gran parte sul campo e con lo studio personale. Per il rigger, ad esempio, esistono solo alcuni corsi recenti tenuti da riggers più esperti.

Lo scorso 5 marzo, Matteo Armellini, vostro amico e compagno di lavoro, è morto a 31 anni mentre costruiva il palco per il concerto della Pausini al palazzetto dello sport di Reggio Calabria e altri due operai sono rimasti gravemente feriti. Tre mesi prima, a Trieste, moriva nel crollo del palco del concerto di Jovanotti, Francesco Pinna, 20 anni, e altri 6 lavoratori sono rimasti feriti in modo grave. Cos’è che rende il lavoro così rischioso?
Luca
: “Matteo era un rigger, un tecnico altamente specializzato. Una delle cause degli incidenti, che non avvengono affatto raramente, è la velocità richiesta per la realizzazione. L’affitto dei palazzetti, degli stadi o anche delle piazze pubbliche è salato e le produzioni, che vogliono massimizzare i profitti e abbassare i costi risparmiando su tutto, impongono ritmi veloci. Per un concerto di Ligabue, ad esempio, il montaggio avviene in 3-4 giorni, mentre lo smontaggio si fa immediatamente dopo l’evento e in meno di 24 ore, cioè in un monte orario ristrettissimo. E’ assurdo, così come è assurdo che i dispositivi per la sicurezza individuale (Dpi) siano completamente a carico dei lavoratori.

Mauro: “In questo lavoro il rischio ha molte facce. Per fare un esempio concreto prendiamo il montaggio di una struttura a moduli autoportante come il Layher. Essa viene montata in velocità attraverso una colonna formata da climbers, che si passano i pezzi via via sempre più in alto per farli arrivare allo scaffolder. E’ una pratica illegale e pericolosa poiché i pezzi, come insegnano ai corsi, dovrebbero essere imbracati. Immagina un pezzo di ferro di 10 kg che cade da oltre 10 mt di altezza!”.

Davide: “Il tour di Jovanotti ha vinto il premio Best tour 2011 e a dicembre è crollato il palco. La tourné della Pausini avrebbe dovuto superare quanto a spettacolarità quella di Jovanotti e abbiamo visto come è andata a finire. Il fatto è che oggi la grandezza di un artista non è più rappresentata dal numero di dischi venduti, ma da quanto è grande il palco su cui si esibisce. Per entrare nel Palacalafiore, il palco della Pausini è stato ridotto rispetto al disegno originario: in realtà non poteva entrare in nessun palazzetto d’Europa. Quindi c’è anche un problema di adeguatezza degli spazi ed è un problema che riguarda tutta l’Italia, non solo il Sud come sostiene Eros Ramazzotti. Inadeguatezza delle strutture, tempi ristretti per il montaggio-smontaggio dei palchi e numero esiguo di lavoratori sono tutti fattori di rischio”.

Mauro: “Poi c’è il problema delle verifiche sui materiali: sono effettuate realmente o solo sulla carta? Secondo una legge recente si dovrebbe sapere con certezza quanto e dove sono stati utilizzati i materiali, a quali stress sono stati sottoposti, se e quante volte sono stati revisionati. Poi occorrono le radiografie, perché una microlesione può causare il collasso di una struttura. Voglio chiedere a quegli artisti che si dispiacciono candidamente della morte dei lavoratori: ma non vedete quante date fate in un mese? Non sarebbe il caso di farne magari qualcuna in meno per consentire di lavorare meglio e più in sicurezza? Come si fa a stare in cima alla piramide e a dichiararsi non responsabili di ciò che avviene sotto? Lo scorso dicembre, nella trasmissione “Che tempo che fa”, Laura Pausini si vantava di quanto fosse grande e luminescente il suo palco! Servono meno megalomania, tempi più umani e maggiore serietà nelle certificazioni (penso a quelle degli ingegneri per i materiali e a quelle dei sindaci per l’agibilità di certi luoghi).

Cosa pensate degli incidenti di Trieste e Reggio Calabria?
Davide
: “Sono diversi e sono avvenuti in fasi di lavoro diverse. A Trieste è collassata la struttura quando tutto era già stato appeso. Ciò può essere accaduto per inadeguata revisione dei materiali o per una modifica del disegno originale. Quello di Reggio, invece, non mi sembra un cedimento strutturale, ma del pavimento. In questo caso era stata appena montata una struttura di 35 tonnellate, che con gli appendimenti sarebbe arrivata a 50-60 t. Si tratta di un palco 20 per 30 metri, con 6 piloni alti 16 metri e larghi 50X50 centimetri. Secondo me, il parquet, sotto cui sembra vi fosse anche un intercapedine di 5-6 centimetri, non poteva sopportare un simile peso. Inoltre, mi risulta non fossero state fornite le lastre di metallo (peraltro previste dal progetto) che dovevano essere posizionate sotto i piloni del palco per distribuirne il peso. Al loro posto pare siano state messe tavole di legno, rivelatesi probabilmente insufficienti. In ogni caso, penso che quel palco non doveva essere montato in quel posto.

E il lavoro nero? Pochi giorni fa la Gdf avrebbe trovato 16 operai in nero che lavoravano al montaggio del palco della Pausini, a Caserta, e altri 930 che venivano utilizzati all’aeroporto di Malpensa e nel montaggio dei palchi per i grandi eventi a Milano. Quale è il vostro rapporto con i sindacati?
Mauro
: “Io, come la maggior parte di quelli che conosco, ho iniziato a lavorare in nero come facchino, senza sapere nulla sul tipo di lavoro che dovevo svolgere, né sull’orario: la questione dell’orario in questo mondo è tabù. Avevo 20 anni. La mia sfiducia nel sindacato è dovuta a esperienze oggettive. Prima di tutto, i sindacati, compresa la Fiom, per realizzare i loro eventi utilizzano lo stesso sistema di cui stiamo parlando. In secondo luogo, mi sono trovato a lavorare al concerto del primo maggio, a piazza San Giovanni, appeso a 15 metri di altezza con l’imbrago che mi ero comprato da solo per piazzare un cartellone che invocava sicurezza sul lavoro e condannava il lavoro nero. Definire ipocrita tutto ciò è ancora troppo poco. Come possiamo avere fiducia in simili organizzazioni?”.

In Grecia è crisi umanitaria: dei suicidi e dei vaccini impossibili

5 aprile 2012 7 commenti

Il luogo dove si è ucciso Dimitris e dove dopo si son radunate centinaia di persone che si son poi scontrate con la polizia

“Il governo di occupazione di Tsolakoglou*   ha letteralmente annullato la mia capacità di sopravvivere con una pensione dignitosa, per la quale avevo già pagato  (senza aiuti pubblici) per 35 anni.
La mia età mi impedisce di dare una risposta decente individuale (senza ovviamente escludere la possibilità di essere la seconda persona a prendere le armi se  qualcun altro dovesse decidere di farlo), non trovo altra soluzione che una fine dignitosa, prima di dover ricorrere alla spazzatura per sopperire alle mie esigenze nutrizionali.
Un giorno, credo, i giovani senza futuro prenderanno le armi e appenderanno i traditori del paese a piazza Syntagma, proprio come gli italiani hanno fatto con Mussolini nel 1945 (a Milano in Piazzale Loreto)
-Dimitris Christoulas, Syntagma, Athens, 4 aprile 2012
[* Georgios Tsolakoglou era un ufficiale militare greco che divenne il primo Primo Ministro del governo greco collaborazionista durante l'occupazione dell'Asse nel 1941-1942.]

Dimitris, pensionato ex farmacista si è sparato in testa in piazza Syntagma,
sede del parlamento greco e ormai luogo simbolo della rivolta ateniese contro la crisi economica e lo smantellamento dello stato sociale greco,
piazza delle grandi manifestazioni, degli scioperi generali, degli scontri e della violenta repressione.
Appartenente al movimento “IO NON PAGO”, aveva messo in ordine tutto prima di andare via, pagando ogni suo debito.
Ora è successo anche questo in piazza Syntagma, è successo che un uomo, da sempre attivo nella vita politica del suo paese,
da sempre in piazza a lottare, s’è sparato per non lasciare debiti ai suoi figli, e per andarsene con la stessa dignità con cui era vissuto e aveva lavorato tutta la sua vita.
Anche qui in Italia ci si comincia a suicidare, anche qui le pensioni tagliate, i lavori che non si trovano, sembrano portare facilmente alla strada del suicidio, una fuga timida da una realtà sconcertante.

Da giorni volevo raccontarvi di quel che accade in una località greca che si chiama Perama, che è in realtà una zona di Atene nei pressi del Pireo che ha vissuto momenti fiorenti grazie ai molti cantieri navali e che poi ha pagato il prezzo più caro a causa delle delocalizzazioni.
Ora il 60% di quel territorio è invaso dall’assenza di lavoro, dall’assenza delle più minime garanzie, in assenza di possibilità di sopravvivenza.
E’ vera e propria crisi umanitaria.
Due anni fa, in questa zona ha aperto la clinica Medecins du Monde, ambulatorio gratuito esistente in zone di calamità, che solitamente offre assistenza sanitaria ai rifugiati: nel territorio greco fino ad una manciata di mesi fa assisteva migranti, ma ora l’80% della sua clientela è greco.
Un ambulatorio di un’importanza incredibile, visto che arrivano decine di bambini che non hanno nemmeno i vaccini di base , o che non possono permettersi le dosi di richiamo..cosa che avveniva solo nel terzo mondo.
Si vive con 200 euro al mese, quella è la media a Perama, tanto che quando i medici dell’ambulatorio consigliano ai genitori di far curare i propri figli proprio dentro un ospedale, la risposta che più spesso si presenta al loro ascolto è che non hanno la disponibilità nemmeno dell’ 1.40€ necessario per comprare il biglietto dell’autobus che arriva fino all’ospedale.
Nulla, con 200 euro al mese non si mangia: i bambini mangiano dalla spazzatura, l’energia elettrica ormai manca in quasi tutte le case da più di sei mesi, tanto che l’inverno è passato a fatica, con quel po’ di calore che può offrire il bruciare pezzi di legno in casa.
Ci son famiglie che vivono in auto, ed anche il cimitero della città si sta popolando di persone che vanno a dormirci, come al Cairo, come in alcune zone della più povera Asia.
Per chi ancora ha un tetto ed ha la fortuna di avere la luce il terrore più grande è quello della corrente: staccata quella, vola via anche l’ultimo pezzetto di dignità .

A noi manca poco per tutto ciò…
a noi, Italia, che al contrario del popolo greco non abbiamo nemmeno avuto la forza di alzare la testa riempiendo le piazze o fermando la produzione con decine di scioperi generali. Noi nulla, noi concertiamo, noi facciamo finta che tutto ciò sia lontanissimo.
Mentre in Grecia iniziano a pensare che non basta più manifestare, che non basta più scioperare…
mentre in Grecia chi si spara vorrebbe sparare in testa al capitalismo,
noi dormiamo, concertiamo, siamo vomitevoli.

Un convegno che parla dei quotidiani assassinii sul lavoro

30 marzo 2012 1 commento

Proprio ora che di lavoro non voglio sentir parlare per una manciata di giorni,
vi segnalo quest’iniziativa che alcuni lavoratori mi hanno chiesto di pubblicizzare.
Non potrò esserci per ovvi motivi geografici, ma non c’è iniziativa che parla dei quotidiani assassinii sul lavoro
che non ha il mio sostegno, totale.
E gli assassinii sul lavoro hanno diverse forme.
Perché c’è chi esce la mattina di casa e non torna più, morendo come una mosca schiacciata, come se ne sono andati Antonio e Matteo

C’è chi invece a casa torna tutte le sere, convinto che quella tosse sia solo colpa del freddo…e poi vola via, ucciso da una malattia che poteva tranquillamente non prendere, ucciso da ciò che per anni ha respirato, lavorato, imballato, trasportato.
Nessuna di queste morti è bianca, proprio nessuna.
Perché chi muore sul lavoro muore assassinato: assassinato dal profitto, dallo sfruttamento, dai meccanismi del capitale.
Perché chi muore sul lavoro non sembra aver diritto nemmeno alla memoria, a meno che non abbia una divisa addosso.
E allora, proprio nel giorno in cui me ne vado un po’ in ferie, a staccare da questa merda di vita che si fa per 1000 euro al mese,
vi lascio con questo invito a partecipare ad un dibattito con lavoratori, tra lavoratori.
Che dovrebbero uscir di casa per un salario, e spesso lo fanno rischiando la loro vita e perdendola.

CONVEGNO MORTI SUL LAVORO!
SABATO 7 APRILE 2012 ORE 15.00
(SCHIO – Cinema Pasubio- via Maraschin, 77)

SARANO PRESENTI I LAVORATORI:

GRETA ALTO VICENTINO AMBIENTE (SCHIO), TRICOM GALVANICA PM (TEZZE SUL BRENTA), ETRA (BASSANO), ARSENALE F.S (VICENZA), BREDA (SESTO SAN GIOVANI), MARLANE MARZOTTO (PRAIA A MARE), THYSSEN KRUPP (TORINO), MEDICINA DEMOCRATICA

°ASSEMBLEA DEI LAVORATORI PER RICORDARE NOSTRI CADUTI SUL LAVORO, MA ANCHE PER IMPEDIRE CHE TALE IGNOMINIE SI RIPETANO, PARTECIPIAMO TUTTI-E PER CONTRASTARE LE MORTI SUL LAVORO.

°INIZIAMO UNA CAMPAGNA PERMANENTE CONTRO LE MORTI SUL LAVORO E… DA LAVORO, GLI INFORTUNI SUI LUOGHI DI LAVORO, LE MALATTIE PROFESSIONALI E INVALIDANTI, I DISASTRI AMBIENTALI E LE LAVORAZIONI NOCIVE E PERICOLOSE, SIA PER CHI LAVORA SIA PER LA SALUTE DELLA CITTADINANZA.

°MAI PIU’ MORTI SUL LAVORO IN NOME DEL PROFITTO A OGNI COSTO
°PERCHE’ SI MUORE ANCORA DI INDIFFERENZA, DI NOCIVITÀ’ E DI PRECARIETÀ’.

°IMPARIAMO A DIRE “NO” AL RICATTO DEI PADRONI CHE CI FANNO LAVORARE IN CONDIZIONI DI GRAVE INSICUREZZA, FORTI DELLA DILAGANTE DISOCCUPAZIONE.

Unione Sindacale di Base

 

RUSSIA: Liberiamo le PUSSY RIOT!

28 marzo 2012 2 commenti

Io le ho amate all’istante, appena ho realizzato con i miei occhi quello che stavo guardando.
Questo video ha un paio di mesi ed è stato girato a Mosca, dal gruppo femminile punk Pussy Riot, che ha pensato bene di manifestare il proprio dissenso verso Putin e la sua rielezione con una performance sul sagrato della Cattedrale di Cristo Salvatore, proprio nella capitale russa.
Lo scandalo potete immaginarlo, nelle settimane in cui le piazze russe si stavano nuovamente riempiendo di manifestanti contro l’eterno potere di Putin, prossimo in quelle giornata alla sua rielezione, di cui abbiamo parlato in questo blog anche per l’arresto dell’amico e compagno Marco Clementi, proprio a San Pietroburgo, fortunatamente risoltosi in una manciata d’ore.

 Nadezhda Tolokonnikova e Mariya Alekhina , due componenti del gruppo punk Pussy Riot, arrestate il 21 febbraio, rischiano invece fino a 7 anni di carcere e da quel giorno non hanno più avuto modo di assaporare la loro libertà, forse troppo scandalosa per il governo russo.
La loro esibizione “blasfema” che ne ha causato l’arresto iniziava proprio con “Vergine Maria, madre di dio, liberaci di Putin”.
Immediatamente è stata chiamata la polizia e nella fuga generale Nadezhda e Mariya sono state acchiappate.
Il gruppo si esibisce da sempre a volto coperto da coloratissimi passamontagna e non si conosce nemmeno il numero dei suoi componenti, che spesso oscillano dai 5 ai 10 ma sembrerebbero essere almeno una trentina, tutte donne, molto giovani.
L’idea che rischino fino a 7 anni di carcere, con l’accusa di teppismo ed incitamento alla violenza è sconcertante, tanto che son diverse le mobilitazioni che in queste settimane si stanno susseguendo fuori dal tribunale, dove ci sono stati anche dei fermi, e altrove.
Il patriarca Kirill, putroppo non colpito da un coccolone durante l’esibizione, le definisce “figlie del demonio” augurandosi una pena esemplare per fare in modo che un simile evento non venga preso sottogamba.
Intanto loro sono in carcere da un mese e mezzo, sono entrambe mamme di due bimbe piccole e sarebbe proprio il caso che tornino a casa il più presto,
caro fottutissimo Putin.
Nel video qui sotto potete vedere l’esibizione con i vostri occhi, poi chiudeteli e pensate a quanto sono lunghi, violenti, devastanti ed inutili 7 anni di carcere.

FREE PUSSY RIOT
FREE ALL POLITICAL PRISONERS
FREE ALL PRISONERS
DESTROY ALL KIND OF PRISONS!

Sindrome di Quirra: quante altre prove volete?

24 marzo 2012 4 commenti

Ancora prove su Quirra, come se quelle degli anni precedenti non fossero sufficienti a raccontarci la verità sul poligono interforze del Salto di Quirra, 
uno dei tanti presenti su quell’isola.Oggi la prova più attesa, non dai capi di bestiame, non dalle pecore, ma dai corpi, dalle ossa di dodici salme di pastori, riesumate dalla procura di Lanusei all’interno dell’inchiesta per “omicidio plurimo legato ad inquinamento ambientale”.
Siamo tra le provincia di Cagliari e Ogliastra: di pastori ne son stati riesumati 15 ( tutti morti per leucemie e linfomi) e 12 hanno dei livelli di torio 232 (ma anche di antimonio, piombo e cadmio, e altri metalli tossici) impressionanti, di molto superiori alla norma. La loro colpa era stata quella di portare al pascolo le pecore nelle aree del poligono di tiro.

L’inchiesta oltretutto si allarga con 19 indagati  per un’articolo che parla da solo «ostacolo aggravato a indagini su disastro ambientale». Oltre al sindago di Perdasdefogu ci sono ben 7 generali dai diversi compiti in questa maledetta storia. Da chi doveva controllare le aree di addestramento ai periti che effettuarono le prime analisi dopo alcune denunce di associazioni ambientaliste.
Leggi:
La sindrome di Quirra e le sue malformazioni: la Sardegna inizia a raccontare
La sindrome di Quirra
altri link sulla Sardegna e le sue basi QUI

“il marxismo è fuori della realtà”! Ce lo conferma quello che parla di paradiso e inferno

23 marzo 2012 5 commenti

Il marxismo è “fuori dalla realtà”!
Punto.
Voi tutti e tutte prendetelo per buono, perché lo dice papa Ratzinger in viaggio verso Cuba. Tutto vestito di bianco, intento ad insegnarci la parola di Dio e a dirci che quel cattivone del diavoletto ci brucerà nel fuoco eterno anche solo per una masturbatina veloce.
Figuriamoci io che fine farò: donna,madre non sposata e anche madre pronta ad interrompere una gravidanza con un aborto terapeutico per una malformazione genetica.
A me il diavoletto mi torturerà per l’eternità e me lo merito pure secondo quell’uomo vestito di bianco con le scarpette Prada rosse rosse.

Ma è il marxismo a star fuori dalla realtà: Dio e famiglia stanno con i piedi per terra invece!!

20120323-175444.jpg

Milano, arriva la perizia balistica sui colpi del vigile Amigoni: é stata un’esecuzione

21 marzo 2012 3 commenti

Ve lo ricordate Alessandro Amigoni?
Vi ricordate che uccise un ragazzo cileno che correva verso una partita di calcetto; correva perché vista arrivare la municipale per una rissa alla quale non aveva partecipato, era scappato via perché privo di permesso di soggiorno.
Gli è costata la vita, a Marcelo Valentino Gomez Cortes, quella corsa innocente.

I fiori in ricordo di Marcelo al Parco Lambro

E’ stato freddato da un giovane rambo in divisa, stipendiato dal comune di Milano e facente parte di una squadretta (son chiamati i Robocop a Milano) reparto di 53 “duri” della polizia locale milanese, il “Nucleo operativo Duomo-Centro”, impegnato nella lotta all’abusivismo commerciale e alla contraffazione.

Oggi i giornali ci riportano, finalmente, notizie sulla perizia balistica.
Un assassinio a freddo: un’esecuzione. Il colpo è partito da una distanza che oscilla tra i 60 centimetri e i due metri e 80.
Poco, pochissimo: soprattutto alla luce delle sue dichiarazioni, in cui sosteneva di aver sparato su un terrapieno a terra e nemmeno in aria proprio per non mettere a repentaglio la vita di nessuno.
Il caro Robocop invece ha sparato, senza alcuna ragione di servizio, e per uccidere.
Lo dicono le perizie balistiche, che ci confermano quel che già sapevamo.

solo una cosa, e ve la dico io che sapete come e quanto sono contro il carcere:
ma lui stamattina, come ieri e probabilmente come domani, ha timbrato il suo cartellino.
E’ un uomo libero, che va a lavorare tutti i giorni nel suo posto di lavoro, l’hanno semplicemente spostato e disarmato.
Punto.
Ma siamo un paese che dei suoi assassini fa eroi, basta guardare la spilletta gialla della Fornero in solidarietà ai due marò.
L’articolo il giorno dell’assassinio: LEGGI

Una lettera aperta a Laura Pausini

17 marzo 2012 8 commenti

Signora Pausini,

apprendiamo dai giornali del “dramma” che l’ha colpita e della sua intenzione di dedicare a Matteo i suoi prossimi concerti.

Ognuno ha diritto ad esprimere il proprio lutto nelle forme che ritiene più opportune, ma aver letto le sue dichiarazioni, riportate persino sui giornali di gossip, non può non farci pensare che Lei, Matteo, non sapeva chi fosse. Certamente non è così che chi l’ha veramente conosciuto avrebbe scelto di ricordarlo.

Ci rendiamo conto che i meccanismi dello show business, di fronte ad una tragedia di questo genere, impongono di assumere un contegno simile di fronte ai media. Ma è proprio a causa dell’ambiguità di questo cordoglio che sarebbe opportuno che Lei evitasse di farsi portavoce di un dolore che non le appartiene.

Forse dovremmo arrenderci ai meccanismi pubblicitari e lasciare che la strumentalizzazione mediatica ci scivoli addosso.

Ma non possiamo farlo, non possiamo perché vogliamo e dobbiamo rispettare il nostro dolore e quella che sarebbe stata la volontà del nostro amico.

Le chiediamo pertanto pubblicamente di astenersi dal dedicare a Matteo i suoi concerti, di non nominarlo, di lasciare il dolore a una dimensione privata.

Al di là degli aspetti penali, che competono alla magistratura, ciò che non emerge di questa tragedia è il grave problema che riguarda il lavoro. Lo show business, per massimizzare il profitto a ogni costo, impone ritmi frenetici e condizioni di lavoro aberranti a una categoria già di per sé frazionata e debole, il tutto per garantire sempre allo spettacolo di andare avanti.

Lei scrive nella sua lettera che si sente impotente, che non può fare niente per cambiare le cose; allo stesso tempo, Jovanotti invita a una riflessione su come migliorare il livello di sicurezza, senza che però alle parole seguano dei fatti concreti.

Noi al contrario riteniamo che Lei, come tutte le Star dello spettacolo, abbiate il potere e il dovere morale di cambiare qualcosa, per far sì che tutto quello che è accaduto non si ripeta. Gli artisti sono gli unici che possono permettersi di dire no.

Questo sarebbe un aiuto concreto e una dimostrazione di sostegno per quella che Lei chiama “famiglia in tour”, ed eliminerebbe il dubbio che da questa tragedia derivi solo pubblicità per il suo personaggio.

E’ il rispetto del silenzio che chiediamo.

Gli amici di Matteo

il blog da cui è tratta questa lettera: bieffegi.wordpress.com

Vietnam : una poesia che non ha tempo e luogo.

15 marzo 2012 5 commenti

Donna, come ti chiami? – Non lo so.
Quando sei nata, da dove vieni? – Non lo so.
Perchè ti sei scavata una tana sottoterra? – Non lo so.
Da quando ti nascondi qui? – Non lo so.
Perché mi hai morso la mano? – Non lo so.
Sai che non ti faremo del male? – Non lo so.
Da che parte stai? – Non lo so.
Ora c’è la guerra civile, devi scegliere. – Non lo so.
Il tuo villaggio esiste ancora? – Non lo so.
Questi sono i tuoi figli? – Sì.

Wislawa Szymborska

una foto di Tina Modotti

Ogni volta che leggo questi versi penso alle tante donne del medioriente che ho incontrato,
alle donne profughe, alle donne cacciate vie,
alle donne esiliate che costruiscono il loro ritorno,
che allattano il loro ritorno,
alle donne che piangono i loro figli uccisi,
alle donne che orgogliose ti raccontano dei figli dati alla terra e di quelli che la solcano col sudore,
alle donne che mi hanno insegnato tanto della maternità,
della resistenza,
dell’amore,
delle armi.
Ancora e per sempre grazie, sorelle, mamme, amiche, compagne.

A Matteo Armellini: THE SHOW MUST GO OFF

8 marzo 2012 8 commenti

COMUNICATO STAMPA

DOPO ANNI DI INCIDENTI E MORTI MENO TRISTEMENTE NOTE DI QUELLE DI TRIESTE E REGGIO CALABRIA, SULLA SCIA DEGLI ULTIMI TRAGICI EVENTI, I TECNICI E LAVORATORI DELLO
SPETTACOLO DENUNCIANO CHE :
L’INCIDENTE E’ STATO CAUSATO UNICAMENTE DALL’INADEGUATEZZA DELLA PAVIMENTAZIONE, NON IDONEA A SOSTENERE IL PESO DEL PALCO.
INFRASTRUTTURE INADEGUATE ED ILLEGALI, NON CONCEPITE PER EVENTI LIVE, DA ANNI OSPITANO GRANDI SPETTACOLI, A RISCHIO E PERICOLO DI LAVORATORI E PUBBLICO.
LA SITUAZIONE E’ INACETTABILE, I LAVORATORI SI RIBELLANO.
SPERIAMO CHE LA GIUSTIZIA RIESCA AD ESSERE TALE QUESTA VOLTA.
I LAVORATORI DELLO SPETTACOLO-ROMA

THE SHOW MUST GO OFF
Dopo il crollo del palco di Trieste, è avvenuta un’altra intollerabile tragedia a Reggio Calabria in cui un nostro amico e compagno di lavoro ha perso la vita e altri sono rimasti feriti.
La crescita esponenziale delle dimensioni dei palchi e della spettacolarità degli show si scontra con l’inadeguatezza delle location dove tali eventi vengono messi in piedi.
I palazzetti dello sport e gli stadi non sono a norma nemmeno per il motivo per cui sono stati costruiti, ma ogni volta vengono concessi in deroga da sindaci o prefetti di turno.
La responsabilità diretta del crollo del palco del tour della Pausini è di chi ha dato l’autorizzazione a costruire una struttura così pesante su un pavimento che ha ceduto quando ancora non erano stati appesi nemmeno il 10% dei materiali di audio, luci, video e scenografia.
E SE IL PALCO CROLLASSE DURANTE IL CONCERTO?
Solo il caso ha voluto che queste tragedie siano avvenute durante l’allestimento dei palchi e non mentre era in atto lo show con il pubblico presente.
E’ importante che tutti sappiano cosa avviene per dare vita a questi mega-eventi che arricchiscono gli artisti e le produzioni.
Noi operai non facciamo parte della loro famiglia, come dicono nelle loro ipocrite ed infami dichiarazioni: le paghe non sono adeguate alle mansioni svolte, arrivano dopo mesi, i turni superano ampiamente le dodici ore, c’è una pianificazione scellerata degli eventi che risparmia sulla sicurezza dei lavoratori e del pubblico.
Non esistiamo come categoria di lavoratori perciò non abbiamo nessun diritto.
Vogliamo la dignità e il rispetto che ci spettano.

operaispettacololiveroma@gmail.com OPERAI DELLO SPETTACOLO ROMA
_______________________________________________

qui un audio dai microfoni di Radio Onda Rossa,
dalla voce dei suoi amici e compagni.
CIAO MATTEO
a pugno chiuso

Matteo Armellini: omicidio premeditato

6 marzo 2012 24 commenti

Io di Matteo Armellini vorrei solo ricordare il sorriso,
le corse nei corridoi, tra il cortile e le palestre di un liceo che ora sembra dieci vite fa.
E sei morto così, ammazzato da un lavoro che amavi e che non ti meritava.
Sei morto a 31 anni senza una ragione, senza una sola ragione : e non ci si può pensare.
Perché morire sul lavoro è inaccettabile, lo è sempre, figuriamoci per il divertimento degli altri.
Sei morto perché il meccanismo del divertimento ha tempi rapidi e controlli zero: perché i profitti di quelle serata vanno al cantante, pochissimo a voi, ancora meno alla sicurezza, a chi dovrebbe garantire condizioni accettabili.
Pare sia un cedimento strutturale del pavimento del palazzetto dello Sport quindi la tua è l’ennesima morte annunciata,
pianificata, non evitata.
Sei stato assassinato, non ci sono altre parole per definire la tua morte.
Un omicidio, oltretutto preannunciato, premeditato.

Ciao Matteo, non riesco neanche a sperare che la terra ti sia lieve,
perchè vorrei tanto che tu potessi ancora calpestarla e amarla.

LEGGI:
Una lettera aperta a Laura Pausini
The show must go off
ASCOLTA: una trx su RadioOndaRossa

20120306-113349.jpg

Ciao Matte’

Tornano in servizio nell’operazione “Strade Sicure” gli stupratori di L’Aquila del 33° Reggimento Aqui

22 febbraio 2012 14 commenti

Sono giorni che non aggiorno queste pagine,
sono giorni che penso a quella fanciulla, giovanissima, viva per miracolo trattata come nemmeno al mattatoio si trattan le carni vive,
lasciata nel gelo di una notte invernale nei boschi intorno a L’Aquila,
lasciata nel gelo che uno stupro ti lascia per sempre dentro.
Ovunque.
Stuprata sicuramente da una persona, probabilmente da più di una, data l’incredibile ferocia che si riscontra nelle ferite che ha riportato,
stuprata e seviziata, viste quante ore di lavoro ci son state per ricucire il suo corpo.
E’ viva, circondata dalle donne che è giusto ora abbia accanto.

Poco dopo il suo ritrovamento è stato fermato un ragazzo.
Questa volta non c’hanno potuto parlare dello straniero, del rumeno stupratore, dell’innata violenza del “clandestino”…non potevano farlo,
perché il colpevole ( e chi era con lui) indossa la divisa del 33° Reggimento Aqui, dell’Esercito Italiano.
Non è stato arrestato, figuriamoci, infondo era solo sporco di sangue.
Infondo dopo un po’ ha ammesso di aver avuto un rapporto sessuale consenziente: così consenziente che se il corpo sventrato di quella donna, non fosse stato visto per caso, sarebbe morta per il sangue perso e per assideramento.
Così consenziente che ancora non riesce a parlare, a tenersi in piedi, a pensare di tornare a quel che era fino ad una manciata d’ore prima quella violenza bastarda.
Lo stupro è sempre stato un’arma da guerra: non c’è esercito che non l’ha usato contro il suo nemico.
Lo stupro, la violazione del corpo di una donna, è parte della cultura militare di sopraffazione e violenza con cui vengono alimentati tutti gli eserciti. Lo stupro è potere, come la divisa infondo.
Come le armi che portano ed ostentano.
Lo stupro è parte integrante della mentalità di chi sceglie la guerra come mestiere.

Lo stupro a quanto pare non comporta nessuna punizione nella rigida disciplina militare: perchè i tre caporali indagati, tra cui proprio colui che ha ammesso di aver avuto un rapporto sessuale quella notte, con la ragazza trovata in fin di vita nel gelo di un bosco, sono regolarmnete tornati in servizio, nei servizi di pattugliamento del centro storico, all’interno dell’operazione ” Strade Sicure”.
Strade sicure si…la militarizzazione coatta della città di L’Aquila avvenuta all’indomani del terremoto ora comporta anche questo: stupratori in divisa, a pattugliare le strade per renderle più sicure.

Io spero solo che tante tante tante donne, circondino ogni camionetta dell’esercito a L’Aquila…spero solo che ti trovino.
Per seguire un po’ gli sviluppi della cosa seguite il sito del 3e32

Alessandro Amigoni: vigile urbano, maestro di tiro, ASSASSINO

15 febbraio 2012 84 commenti

Alessandro Amigoni, agente della polizia locale di Milano: ASSASSINO

Eccolo il vigile assassino!
Hanno detto di tutto nei primi momenti: io senza saperne molto, dopo pochi minuti ho lanciato su twitter imprecazioni contro un assassino.
In tanti mi hanno scritto le peggio cose, che non potevo parlare così di un uomo che stava facendo il suo dovere, che aveva avuto paura  (come chiunque, sostengono perfidamente e convinti quelli che scrivono) nel trovarsi davanti ad una pistola puntata contro.
Mi puzzava dall’inizio la ricostruzione che ci raccontavano in rete pochi minuti dopo: mi puzzava l’inseguimento, mi puzzava il fatto che il morto era disarmato ma quello accanto a lui “avrebbe avuto” un’arma e l’ “avrebbe puntata”, scappando, contro i vigili.
MENZOGNE.
Non c’era nessuna pistola in quella corsa che di certo nessuno pensava mortale.
Nessuna pistola: quello che invece c’era di sicuro è un killer. Un killer dichiarato, perché basta guardare questa foto ed avere mezza informazione sulla vita di questo Alessandro Amigoni…che ha un nome e un cognome come vedete, al contrario del “migrante cileno di 28 anni”, che non ha diritto a nulla, manco da morto.
Colpevole di correre, di esser scappato dal luogo di una rissa: colpevole di aver incontrato sulla sua strada un assassino, un uomo che non aspettava altro che tirare su qualcuno, soprattutto su un qualcuno la cui vita conta nulla per uomini come Amigoni: come un migrante.
Si chiamava Marcelo Valentino Gomez Cortes, per noi questo nome è importante.

Ora vediamo cosa ci diranno, vediamo se dopo queste foto e il profilo che sta uscendo di quest’uomo pssano almeno evitare che vi venga raccontata la menzogna della legittima difesa, della paura o quant’altro.
E’ un assassinio , per mano di un uomo che era un assassino potenziale già solo guardandolo da lontano:
ma lavorava per lo Stato, armato di una beretta 84F, all’interno del reparto dei 53 “duri” della polizia locale milanese, il “Nucleo operativo Duomo-Centro”, impegnato nella lotta all’abusivismo commerciale e alla contraffazione. Insomma, quei boia caccia migranti che girano per le nostre strade, con il desiderio di uccidere a quanto pare.

ORE 15: ci ripenso sopra, perché non riesco a non farlo.
E allora mi vado a cercare un po’ di news e sviluppi e leggo i particolari che iniziano a venire alla luce.
In primis un po’ di balistica che va a confermare che il colpo è entrato dalla scapola sinistra per uscire dal capezzolo, perforando il cuore.
Cosa che ci conferma l’omicidio ad un uomo di spalle, mentre correva.

Poi, fortunatamente tutto ciò sta uscendo dettagliatamente fuori perché i suoi stessi compagni di squadra, ben 3, hanno dichiarato nero su bianco in tre diversi interrogatori di non aver mai visto nessuna pistola.
Oltretutto l’unico testimone civile, un passante, ha confermato la cosa dando un triste dettaglio un più, cioè che scappavano urlando “non sparate”!

E ancora…e qui nasce il mio sconcerto.
L’avvocato di quest’assassino in divisa è Gian Piero Biancolella, avvocato di Calisto Tanzi. Cavolo! Ma quanto guadagna un vigile urbano?
E come fa a pagare la parcella dell’avvocato Biancolella?

IL 21 MARZO ARRIVA LA PERIZIA BALISTICA: LEGGI tutto si conferma!

Evviva i pompieri! Chapeau!

12 febbraio 2012 7 commenti

Che fate?
Ci innalzate l’età della pensione dai 58 ai 67 anni?
E dici che sulle scale antincendio con la pompa in mano ce la facciamo a 67 anni?
BHO!
Intanto ce la facciamo a sommergervi con l’acqua !
Ora ce la facciamo eccome!
RISPETTO INFINITO PER I POMPIERI DEL BELGIO CHE IERI HANNO ATTACCATO LA POLIZIA PER DIFENDERE I LORO DIRITTI, LE LORO PENSIONI, IL LORO FUTURO!
La crisi se la pagassero da soli: non un passo indietro, stretti stretti, passo passo verso la distruzione del capitalismo!

La polizia belga spazzata via dagli idranti!

Potrei guardarle ore queste immagini! ;-)

La temperatura media ieri era di -9° ! Daje!

Paghiamo caro e tutto: uno slogan tanto caro… ci si rivolta contro

8 febbraio 2012 3 commenti

La situazione greca sta degenerando al punto che anche la forza delle piazze inizia a scemare,
esausta, triturata da una politica economica che sta spingendo un paese a rovistare nell’immondizia.
Lo sciopero generale è stato partecipatissimo, l’astensione dal lavoro continua ad essere incredibile, la piazza sarebbe stata certamente più imponente se vento e pioggia gelida non si fossero riversati con tanta irruenza sui manifestanti.

Lui sghignazza....

Al quinto anno consecutivo in recessione il paese è praticamente raso al suolo: gli stipendi degli impiegati pubblici continuano ad esser tagliati (c’è chi due anni fa prendeva 1400 euro, che ora ne prende a malapena 800), le pensioni fanno preferire di morir giovani,
i giovani sanno che ormai il lavoro è quasi inutile cercarlo, anche perché non è più definibile tale.
Il lavoro in Grecia? E che cos’è? Con quello che Merkozy e la BCE stanno chiedendo al (arriverà anche il nostro turno, ne siamo consapevoli?), con l’annullamento dei contratti collettivi nazionali, con le paghe che diminuiscono a blocchi del 20% ogni volta,
dire che in Grecia i giovani siano privi di lavoro è una presa in giro.
Perché quello non è lavoro è medioevo.
Quello non è lavoro, è sfruttamento, è capolarato, è quanto di più inaccettabile ci stiano proponendo,
a loro come a noi, solo più velatamente.
E’ una guerra, hanno ragione sull’editoriale di oggi comparso sul sito di Infoaut: ci siamo arrivati al “pagherete caro pagherete tutto”, il problema è che ci sono arrivati loro. Non la nostra guerra a stato, capitale e lavoro, ma quella che i nostri stessi padroni e sfruttatori stanno muovendo contro di noi,
per piegarci ancora di più, per terrorizzarci, per renderci silenziosi schiavi del loro capitalismo ormai morto.
Pensano che in questo modo si salveranno dal colpo di coda del capitale morente, pensano che magari si salverà l’ultimo a morire…
intanto noi paghiamo caro, paghiamo tutto fino all’ultimo.

L'ingresso del parlamento greco

Noi che lo urlavamo e lo urliamo pensando di veder prima o poi LORO a pagare caro, stiamo andando consapevoli verso il baratro dei grandi diritti conquistati. Non sono cataclismatica, non penso che ciò che viene distrutto non possa essere ricostruito:
credo nella distruzione, sono sempre stata per il distruggere TUTTO e poi ricostruirlo nuovo…
lo stanno facendo loro, tocca rimboccarsi le maniche che prima o poi dovrà arrivare il momento in cui saranno loro a pagare tutto.
Ma tutto, senza il minimo sconto!

Vi allego le righe di Infoaut

Pagherete caro, pagherete tutto! Questa volta non è una scritta a bomboletta tracciata su un muro durante la notte. E neanche il titolo di qualche giornale di movimento. Questa volta tutti possono stare tranquilli perchè ad essere minacciato è un popolo intero, per cui tutto è normale.
Non di notte, e non con le mani sporche di vernice, ma il senso delle minacce, in questo caso “dichiarazioni”, di Merkel e Sarkozy verso il popolo greco è proprio questo: pagherete caro, pagherete tutto.
“Insieme al cancelliere, dico che i nostri amici greci devono assumersi le loro responsabilità votando le riforme su cui si sono impegnati” . “Siamo entrambi d’accordo – ha fatto eco la cancelliera Merkel – nel volere che la Grecia rimanga nell’euro. Tuttavia io dico anche che non ci sarà nessun nuovo programma di aiuti per la Grecia se non verrà raggiunto un accordo con la troika, tutti quelli che condividono la responsabilità in Grecia devono sapere che non devieremo da questa posizione. Voglio che sia chiaro ancora una volta che non potrà esserci un accordo se le proposte della troika non saranno implementate. Sono sul tavolo e il tempo sta scadendo.”
Le misure di austerity che la popolazione greca ha subito sino ad adesso non bastano: Fondo Monetario, Unione Europea, e Banca Centrale Europea vogliono di più. Naturalmete questo di più riguarda il lavoro: nuovi tagli agli stipendi e alle pensioni, la chiusura di Enti statali con il conseguente licenziamento dei dipendenti in esubero e un certo numero di insegnanti che resteranno senza lavoro.
La ricetta Europea per la Grecia però fino ad adesso ha portato ad una recessione del -5,5% nel 2011, un potere d’acquisto dei salari crollato del 40% e il tasso di disoccupazione vicino al 20%.  In questo scenario la richiesta della Trojka è di interventi per un ulteriore 1,5% del Pil.
I nodi, per la tenuta delle istituzioni europee, stanno venendo al pettine. L’esplosione della situazione sociale in grecia è ad un passo visto, e la risposta alle dichiarazioni della Markel di ieri, è arrivata non dal premier Papademos, ma dalla piazza a suon di bandiere tedesche bruciate.

Bada Nasciufo

SULLA GRECIA:  LEGGI QUI

Grecia: la rivoluzione è d’acciaio e zucchero. Lo sciopero delle acciaierie e l’occupazione di una famosa pasticceria

23 gennaio 2012 1 commento

Sarà il più martoriato dei paesi che stanno subendo la crisi economica, l’austerity imposta dai “mercati internazionali” che spezza la normale vita economica di tutti gli strati del paese,
sarà il paese che sta sfiorando il baratro in modo sempre più pericoloso,
ma ogni volta che #stavitademerda mi permette di trovare il tempo di scovare notizie dalla Grecia,
il mio cuore si riempie di gioia.
Di quella gioia fatta di collettività, di sudore e organizzazione, di costruzione di percorsi d’autonomia, fondamentalmente di  lotta di classe,
quella che da quest’altra parte del mare (un mare piccolo piccolo che sembra immenso) abbiamo rimosso.
Seppellita sotto tonnellate di riformismo, di sindacalismo colluso,
di complottismo, di giustizialismo, di grettezza politica
di incapacità di canalizzare energie e trovare il coraggio di portare avanti le battaglie come si devono portare avanti:
con il coraggio di chi non ha niente da perdere, e vorrebbe TUTTO da conquistare.
Ma non è aria, qui.
No.

Ma la Grecia sta prendendo la strada giusta: sta cercando di prendersi con la forza quello che con molta più forza è stato strappato via.
E lo fa riallacciando la corrente illegalmente alle famiglie che non possono pagare la tassa di proprietà,
lo fa espropriando supermercati di grandi catene e ridistribuendo il cibo preso nei mercati rionali,
lo fa portando solidarietà ai detenuti,
lo fa portando in piazza 15.000 lavoratori delle accierie staccati da qualunque sindacato sempre e comunque colluso e parte integrante dell’indotto di stato di sfruttamento e tagli.
Il piano di Manesis, capo delle acciaierie, caratterizzato dal terrore imposto dai continui licenziamenti e dalla proposta di lavoro a turnazioni, è stato bloccato dalla
tenacia e dalla forza dei lavoratori, che hanno oltretutto trovato un vero e proprio fiume di persone  pronte a portare la loro solidarietà.
I volantini dei lavoratori delle acciaierie parlano chiaro, come quelli di studenti, immigrati, disoccupati:
la chiamata è generale, è ad una lotta di classe contro potere, che sia composta, foraggiata e alimentata da tutte le componenti di sfruttati ed emarginati del paese:
chiama a raccolta studenti, precari, dipendenti pubblici, disoccupati, migranti, clandestini, cittadini e nomadi…
tutti uniti, verso un’organizzazione rivoluzionaria capace di soverchiare il sistema,
così com’è.
Mi si riempie il cuore nel leggere i loro volantini, lo ribadisco emozionata.
• Un’altra notizia “greca” ci arriva da Salonicco, battagliera città, dove i lavoratori di una famosa pasticceria (è una catena con negozi in tutto il paese) “Hatzis”, hanno deciso di occupare il negozio nel quartiere di Kalamaria, dopo che da dicembre combattevano per cercare di ottenere i 5 precedenti mesi di salario, oltre che i bonus economici previsti nella mensilità di dicembre.
Una storia che va avanti da alcuni mesi e che ha dell’irreale visti gli ultimi 5 anni di fatturato della pasticceria e il maldestro tentativo (che sicuramente riuscirà) di puntare al fallimento approfittando della crisi nel paese, per evitare di
pagare i milioni di debiti accumulati con le assicurazioni pubbliche.
Basterebbe fallire, cambiar nome alla società e tutti i debiti, per primi quelli con gli stessi lavoratori, spariranno nel nulla.
Alla luce di ciò negli ultimi mesi i licenziamenti sono stati tanti, rimpiazzati con lavoratori “fantasma”, privi di regolari contratti o con l’obbligo di una precedente firma di “dichiarazione volontaria di licenziamento” che permettono al padrone di non pagare le indennità a chi viene licenziato.
Sono 400 euro al mese per turni fino a 12 ore di lavoro: questo è.

tanto che, come ormai per tradizione in quel paese, il padrone sta iniziando a tremare.
I suoi locali sono bloccati e occupati: al secondo giorno di occupazione la polizia ha fatto irruzione arrestando otto persone, tra cui 4 lavoratori e altri 4 solidali:
la cosa non ha minimamente fermato la mobilitazione.
La lotta continua…alla faccia del padrone, di Manesis e di quelli come loro.

Su Antonio, ucciso 6 anni fa…e sul carcere, dove è venuto al mondo

17 gennaio 2012 6 commenti

Proprio oggi, nel sesto anniversario della morte di Antonio, morto sul lavoro,

Foto di Valentina Perniciaro -----ciao ANTO'-----


mi è arrivata una breve lettera che condividerò con voi, perché m’ha aperto il cuore.
Una lettera che parla di carcere, come di carcere ha parlato la breve vita di Antonio, visto che in una cella era nato e vi era rimasto per qualche anno,
tra le braccia di Franca, la sua bella mamma.
Non scrivo una riga su loro, che di materiale a riguardo in questo blog ce n’è tanto,
quindi vi linko direttamente quello…

LINK:
Una vecchia intervista con Franca Salerno
Ciao Anto’
L’evasione di Franca Salerno e Maria Pia Vianale
Ciao Franca, cuore nostro
I funerali di Franca Salerno

QUI LA LETTERA DI CUI VI PARLAVO:

Grazie, cara compagna Valentina, ché mi hai cambiato il modo di vedere il carcere.
Quando passo davanti a Rebibbia, penso che lì dentro ci sono persone come me, e sì che io faccio politica da parecchio, ma in ognuno di noi c’è un carceriere, e smantellarlo è un lavoro che va fatto tutti i giorni. Ti ringrazio perché è grazie alle testimonianze che raccogli che ho capito quanto queste persone mi siano simili, quante cose abbiamo in comune.
Grazie
XXX

La storia di Nadia, tra violenza in famiglia e detenzione in un CIE

12 gennaio 2012 2 commenti

Con Nadia e le altre, contro la violenza maschile e contro tutti i Cie!

Nadia è una ragazza di 19 anni che è detenuta da due mesi nel Cie di Ponte Galeria, il lager alle porte di Roma in cui lo stato italiano rinchiude le persone immigrate senza il permesso di soggiorno.
Ma Nadia in realtà non è “propriamente” un’immigrata: è un’italiana che vive sotto il ricatto del permesso di soggiorno. Lo stato la considera una straniera, da rinchiudere ed espellere, perché è nata in Italia da genitori marocchini.
Una doppia violenza, che si aggiunge a quella patriarcale subita all’interno delle mura domestiche.

GUAI A CHI CI TOCCA!!

Nadia e sua sorella, infatti, avevano denunciato il padre per violenza. E dal carcere il padre le ha “espunte” entrambe, per vendetta, dal rinnovo del permesso di soggiorno.
Inizialmente affidata a una casa-famiglia, Nadia è fuggita per costruirsi autonomamente la vita che desiderava, ma si è ritrovata senza documenti ed è stata rinchiusa nel Cie.
Dopo aver subito la violenza maschile, ora Nadia subisce anche quella dello stato che le nega la libertà personale e rischia di essere deportata in Marocco, il paese di origine dei suoi genitori, in cui in realtà lei non è mai stata.

Non solo Nadia, ma tutte le donne rinchiuse nel Cie di Ponte Galeria sono vittime di una doppia violenza, patriarcale e statale, proprio come lei.
La maggioranza delle detenute sono infatti vittime di tratta, che hanno trovato nella prostituzione forzata l’unica via di accesso a un percorso migratorio. Mentre le altre spesso sono rinchiuse nel Cie perché – come Nadia, Adama, Faith e le altre di cui non sapremo mai nulla – sono state così “ingenue” da chiamare la polizia per denunciare uno stupro o un tentato stupro: si aspettavano di essere sostenute e invece hanno trovato solo gabbie e recinti, ulteriori violenze e la prospettiva di una deportazione forzata.

In questi ultimi tempi il dibattito politico italiano si è concentrato spesso sulla possibilità di attribuire i diritti di cittadinanza ai figli e alle figlie dell’immigrazione. Paradossalmente, ne ha parlato anche il presidente Napolitano, tristemente noto per aver dato il nome alla legge che ha istituito gli ex Cpt, oggi Cie (la legge Turco-Napolitano del 1998). Ma negli interventi che abbiamo ascoltato i diritti sembrano riservati solo a chi si comporta come un “bravo cittadino integrato”, che aderisce acriticamente ai valori dell’italianità, senza mettere in discussione il potere esercitato dallo stato capitalista. Tutti gli altri sono considerati clandestini da sfruttare, rinchiudere e deportare.

Anche i casi di violenza domestica e di femminicidio che hanno coinvolto le comunità migranti sono stati spesso al centro dell’attenzione mediatica, proprio allo scopo di rinforzare la retorica dello scontro di civiltà, che serve a giustificare le politiche islamofobe, xenofobe e securitarie. Gli uomini immigrati sono rappresentati come stupratori che minacciano il corpo delle donne italiane, mentre le donne immigrate (specie se musulmane) come vittime di padri violenti e famiglie retrograde. Ma il movimento femminista ha saputo smascherare la strumentalizzazione e l’etnicizzazione dello stupro, affermando con decisione che il patriarcato è universale e che la violenza domestica non ha confini e non dipende dal passaporto.

Nadia è una giovane donna che ha avviato un percorso di autodeterminazione, ribellandosi sia alla violenza maschile che a quella dello stato.
Nadia – così come tutte le altre donne recluse che subiscono la violenza statale e patriarcale – non deve passare un minuto di più nel lager di Ponte Galeria!
Mentre scriviamo ci arriva proprio da Nadia la notizia che oggi pomeriggio uscirà dal Cie.
Condividiamo la sua gioia per l’imminente liberazione ma continuiamo a lottare al fianco di tutte le altre donne recluse nei lager di stato.

Nadia libera!
Libere tutte! Liberi tutti!
Chiudere tutti i Cie! Abbattere le frontiere!

Silenzio Assordante (Radio Onda Rossa)

Urina americana, su corpi talebani: come si esporta la democrazia

12 gennaio 2012 6 commenti

Mi rifiuto anche di mettervi il link al video incriminato: perché mi fa schifo.
Perchè sul mio blog ci sono le loro invasioni, le loro torture, i loro stupri…
ma almeno la loro urina, pisciata sui corpi afgani,  me la risparmio.

Ci diranno che son 4 teste calde,
ci diranno che verranno puniti: ma sappiamo che  questo è ciò che compiono gli eserciti, tutti, nostro compreso.
Punto. Possono dirci quello che vogliono.

Esportatori di democrazia e guerre umanitarie

Grecia : quando la crisi porta all’abbandono disperato dei propri figli

11 gennaio 2012 16 commenti

Non posso immaginare cosa voglia dire accompagnare il proprio bimbo all’asilo,
consapevole di non poterlo più andare a prendere, consapevole di non rivederlo, perché sai che per lui/lei potrebbe esser meglio così,
perché sai di non poterlo mantenere,
di non poter continuare a fargli fare quella vita.
“Non verrò a prendere Annna oggi, perché non posso permettermi di prendermi cura di lei”, si legge. “Per favore, abbiatene cura. Mi dispiace. Sua madre.” Questo biglietto è stato trovato in un cappottino di una bimba di 4 anni, dalla sua maestra d’asilo.
E non sembra essere una novità tutto ciò, in Grecia, in questi ultimi mesi.
La BBC racconta di come è cambiata la situazione nei centri giovanili per poveri o nelle associazioni che si occupano di bambini “abbandonati”.
Strutture che in passato lavoravano soprattutto bambini provenienti da gravi disagi sociali, spesso causati da droga ed alcolismo in famiglia, ma che ora si trovano ad assistere prettamente chi è colpito dalla povertà.
Solo negli ultimi due mesi, racconta un giovane prete ortodosso che gestisce uno di questi centri, sono stati lasciati tre bimbi ed un neonato alla sua porta…altri arrivano direttamente tra le braccia delle loro mamme disperate,  che sperano, lasciando lì i loro figli, di garantirgli almeno i pasti e un tetto sopra la testa.
Come la storia dei due gemellini ricoverati per malnutrizione, perché la loro mamma, anch’essa malnutrita non riesce ad allattarli…
cose che fino a poco tempo fa erano inimmaginabili nella società greca, e che stanno mettendo sotto shock l’intero paese.

L’articolo ci racconta anche la storia di Maria, costretta a lasciare la sua bimba di otto anni sola per ore intere nel tentativo disperato di trovare un lavoro. Questa mamma, dopo aver mangiato per mesi con la figlia qualcosa rimediata in chiesa, dopo aver perso 25 kg, ha deciso di affidarla all’associazione “SOS villaggio dei bambini”, dove almeno può andarla a trovare sperando che le cose migliorino e che possa tornare a vivere con la sua bimba. E’ riuscita a trovare un lavoro da 20€ al giorno, nulla, per mantenere due persone.

La situazione più drammatica è ovviamente Atene, che da grande metropoli, vede con molta pià facilità l’allontanamento dei legami familiari e di vicinato e dove la sopravvivenza minima è molto più complicata che nelle campagne: sono decine quindi, e in costante aumento, bambini che cresceranno in questo modo, consapevoli di non poter aver accanto i loro genitori perché piegati da una povertà che non permette nemmeno una minima sussistenza

L’articolo della BBC: LEGGI

La “pillola del giorno dopo” a Roma

10 gennaio 2012 8 commenti

Quella che trovate qui sotto è una parte di una vecchia inchiesta dei RadicaliRoma (è dello scorso anno)
Niente di nuovo per molte di noi che, per un motivo o un’altro, ci siamo trovate a che fare con l’obiezione di coscienza negli ospedali pubblici.
Una cosa inaccettabile…
io li ricordo uno ad uno: li ricordo perché NON sono medici, perché le risposte, i toni, gli sguardi, le parole che usano non sono quelle che un medico dovrebbe usare,
perchè non dovrebbe essergli permesso di lavorare,
perchè possono togliere calli, possono raccogliere riso, possono prendere il carbone, possono raccogliere pomodori,
c’è tanto da fare al mondo.
Gli ospedali li lasciassero ai MEDICI.
La “pillola del giorno dopo” di cui stiamo parlando, non è un farmaco abortivo, non ha alcun effetto se il processo di impianto è già iniziato (altrimenti non sarebbe nemmeno possibile venderlo nelle farmacie). Non causa aborto, punto.
Motivo per cui è illegale per i medici appellarsi all’obiezione di coscienza, per un farmaco che ha il solo potere di inibire e quindi ritardare l’ovulazione. E’  pieno diritto di qualunque donna averne prescrizione medica immediata ed urgente senza dover parlare di obiezione di coscienza con chicchessia..

Quello che leggete qui è ripreso a telecamere nascoste da una coppia, in vari ospedali romani…

Ospedale Casilino – 1 giugno 2008, ore 23.21
“Avrei bisogno di una ricetta per la pillola del giorno dopo…”. Quando ha avuto l’ultimo rapporto sessuale? Qualche ora fa.. si è rotto il preservativo”. L’infermiera all’accettazione chiede se la donna è maggiorenne e poi la informa che dovrà attendere perché è un codice bianco e prima hanno precedenza le donne gravide. Alla fine il farmaco sarà prescritto. “Dovrà pagare un ticket di 25 euro. Non oggi… poi in settimana” conclude l’infermiera.

Ospedale Cristo Re – 6 giungo 2008, ore 18.14
“Sono venuta questa mattina per la prescrizione della pillola del giorno dopo. E mi hanno detto che non c’è possibilità. Assolutamente no?”. L’infermiera conferma e da il consiglio di recarsi altrove: “Dovete andare o al San Filippo Neri o al San Camillo… Questo è un ospedale religioso”. La donna insiste: “Non è proprio possibile averla? Perché è il tutto giorno che giriamo, siamo andati pure al Gemelli”. Ma la dipendente del Cristo Re è categorica: “Impossibile! E no, pure quell’ospedale è religioso. Provi al San Camillo…”.

Ospedale Cto – 8 giugno 2008, ore 1.45
“Ho già detto al suo collega. Mi servirebbe la prescrizione per la pillola del giorno dopo…”. All’accettazione risponde un medico: “Un attimo solo…Eh no perché deve firmare un modulo e per questo deve andare al Nuovo Regina Margherita…”. La donna chiede spiegazioni: “Ma perché? Qui non si può?”. “No, mancano i moduli per il consenso informato per via degli effetti collaterali..”. Così la donna è costretta a rinunciare.

Ospedale Gemelli – 13 giugno 2008, ore 23.51
“Senta ho un problema urgente… Mi servirebbe la prescrizione della pillola del giorno dopo…”. La risposa che la donna riceve al pronto soccorso è chiara: “Guardi noi siamo un ospedale cattolico. E siamo tutti obiettori di coscienza e non la prescriviamo”. E alle ulteriori richieste di spiegazioni l’operatore spiega: “Francamente mi risulta che anche negli altri ospedali romani c’è questo problema… Qui da noi non la prescrive nessuno, il medico di famiglia la può prescrivere…”. E la donna: “Ma io il mio medico l’ho appena chiamato ma essendo tardi mi ha consigliato di rivolgermi a un pronto soccorso al più presto perché altrimenti non serve…”. Il medico replica spiegando che in realtà la donna ha 72 ore di tempo dal rapporto per prendere il farmaco. Ma su internet potete trovare informazioni e anche il numero di telefono di qualcuno che te la può prescrivere d’urgenza”.

Ospedale Fatebenefratelli – 27 giugno, ore 16.55
La donna assieme al compagno spiegano di essere già stati all’ospedale San Camillo e di aver trovato medici solo obiettori…”. L’infermiere del pronto soccorso risponde con una battuta: “Perché sei stata sfortunata… Se no te l’avrebbe data: alcune volte c’è il medico obiettore altre no. Ma qua proprio no: la pillola non la danno mai, mai…”.

Ospedale Grassi – 29 giugno 2008, ore 1.07
L’infermiera al pronto soccorso spiega che deve vedere se ci sono obiettori in servizio. La coppia deve attendere e al ritorno l’infermiera spiega:” Il dottore dice che se la vuoi te la può prescrivere ma solo se prima fai il prelievo del sangue perché vuole accertare che tu non sia già in gravidanza”. La donna obietta che il proprio medico non le farebbe fare alcuna analisi e che il farmaco impedisce solo la fecondazione dell’ovulo. Il sanitario insiste: “Prescrivere la pillola del giorno dopo a una paziente che è incinta significa provocare un aborto. Capisci che è una cosa ben diversa. Se vuoi puoi parlare con il dottore comunque la condizione è questa…”.

Ospedale Sandro Pertini – 29 giugno, ore 2.07
È uno dei pochi ospedali dove il personale medico non fa alcun tipo di problema e si limita a chiedere i dati per poi chiamare la ginecologa. Dopo poco tempo il medico spiega alla donna le modalità per l’uso del farmaco. “È un’unica compressa, puoi prenderla a stomaco vuoto o pieno. Non è un problema. Considera che non ha una copertura del 100% arriva a un massimo del 95-97%. Prima si prende e meglio è. Prima delle 12 ore è meglio. Comunque si ha tre giorni di tempo per prendere il farmaco. Quindi ora via in farmacia e lo prendi con un po’ d’acqua. Potrebbe darti un po’ di nausea, potrebbe darti alterazioni del ciclo e te lo può anticipare di molto. Una volta assunto potresti trovare delle macchiette di sangue perché comunque sono ormoni e possono alterare un po’ lo stato del ciclo…. Ma se il ciclo ritarda di qualche giorno è meglio fare le analisi perché il farmaco non dà un copertura del 100%″. “Questo è il farmaco…”. La donna mette una firma su un modulo ed esce dall’ospedale con la prescrizione.

Ospedale Regina Margherita – 30 giugno, ore 17.10

Al pronto soccorso l’infermiera chiede un documento e il codice fiscale. La prescrizione della pillola del giorno dopo viene effettuata senza alcuna difficoltà.

Ospedale Sant’Andrea – 31 giugno, ore 17

Anche in questo caso viene richiesto di firmare il modulo per il consenso informato e poi viene data la prescrizione.

Ospedale Figlie di San Camillo – 1 luglio, ore 12.47

La risposta alla richiesta del farmaco è netta. “No, questo è un ospedale religioso, non te la fanno sono tutti obiettori”. L’infermiera poi aggiunge:”L’unica parte dove è facile non trovare obiettori è  l’Umberto I negli altri ospedali te la rischi… Oppure puoi provare al San Giovanni”.

Ospedale San Giovanni – 2 luglio, ore 22.40

Anche al San Giovanni ottenere la prescrizione non è semplice e comporta perdere tempo prezioso. Al pronto soccorso un infermiere invita a ritornare il giorno dopo: “Guardi domani mattina qui da noi per fortuna è aperto il nostro consultorio: tutta la mattina di sabato. Quindi può andare tranquillamente lì perché le apriranno una cartella, le spiegheranno poi tutti gli effetti collaterali e poi la metteranno anche in lista per ulteriori controlli…”.

La donna fa presente di essere stata consigliata dal medico curante di far presto ad assumere il farmaco e quindi di recarsi al pronto soccorso. “Quando è successo il fattaccio?” domanda l’infermiere. “Oggi pomeriggio” risponde la donna. “Ha tre giorni di tempo, domani o dopodomani – ribatte il sanitario – ma domani mattina va bene. Quando è venerdì preferiamo mandare la paziente al nostro centro di pianificazione perché viene edotta dei rischi, degli effetti collaterali e viene poi indirizzata per ulteriori accertamenti se dovesse avere un ritardo e per fare una ecografia o una beta…”. “Ma pensavo che la pillola dovesse essere presa subito” ribadisce la donna. “No. Vada domani mattina e gliela farà sicuramente…” rassicura l’infermiere.

Ospedale San Carlo – 8 luglio, ore 00.24
“Questo è un ospedale religioso, non la fanno la prescrizione…”. È la risposta che riceve la donna che chiede: “Ma io come faccio?”. L’infermiere consiglia di recarsi in un “ospedale grosso come al San Filippo Neri. Tra parentesi ci vuole un ginecologo e noi non ce l’abbiamo”.

Ospedale Policlinico Tor Vergata – 9 luglio, ore 24
“Ok, mi dà un documento. Noi glielo dico prima non abbiamo il pronto soccorso di ginecologia. Bisogna cercare un medico generico poi decide se prescrivere o meno. Non so in base a cosa decide, non sono un medico”. La donna chiede se ci sono obiettori per evitare un’attesa inutile. “Ci sono parecchi obiettori. Ma le ripeto deve parlare con il medico”. Poi l’infermiere cerca di sapere se c’è un medico disponibile e spiega: “Il medico c’è però l’attesa è lunga. Cioè tu sei un codice bianco e aspetti un bel po’. Te lo dico perché può essere che al Casilino se c’è il ginecologo fai un iter diverso”.

Ospedale Sant’Eugenio – 9 luglio, ore 1.05
“La dottoressa purtroppo non c’è: la prescrive però è in sala parto e sta facendo un parto cesareo. Tra una mezz’ora avrà finito” spiega una infermiera. La coppia chiede se possano rivolgersi a un altro ospedale e l’infermiera spiega che è difficile “dipende da ospedale a ospedale e si sono uno o due medici che la prescrivono. Qui da noi sono tre che la prescrivono”.

Ospedale San Filippo Neri – 9 luglio, ore 2.18
“Ci servirebbe urgentemente la prescrizione per la pillola del giorno dopo” spiega la donna con il suo compagno. “Aspetti non so se gliela fa” risponde una infermiera che poco dopo ritorna e informa la coppia che il medico è disponibile: “Ha detto va bene, che ve la fa…”.

Ospedale San Pietro Fatebenefratelli – 10 luglio, ore 16.41
“Sono già venuta stamattina per la prescrizione della pillola del giorno dopo e mi hanno detto che qui non la fate però il ragazzo era molto gentile e ci ha indicato altri ospedali e siamo andati ma ci hanno detto di no. Volevo sapere se qui proprio non la fate”. Anche in questo caso la risposta che la donna riceve al pronto socoroso è categorica: “No. Provate al Gemelli. Mi dispiace”.

Ospedale San Giacomo – 11 luglio, ore 10.34
“Ho un grave problema mi servirebbe proprio urgentemente la prescrizione della pillola del giorno dopo” spiega la donna in accettazione. “Non so se oggi abbiamo i medici che la fanno. Alcuni sono contrari per l’obiezione di coscienza. Lei non può andare contro a quella che ha il medico” risponde una infermiera. La donna fa presente che non si tratta di un aborto. “Ma c’è anche il medico di base che la prescrive – ribatte il sanitario – Qui dentro non tutti la fanno è una scelta insindacabile. Negli ospedali vaticani è inutile andarci”. Solo successivamente dopo che la donna insiste nel richiedere il farmaco, l’infermiera contatta il medico che risponde di essere disponibile a prescrivere la pillola.

Aurelia Hospital – 11 luglio, ore 18
“Qui il medico è obiettore di coscienza. Andate in un altro ospedale purché non sia religioso” fanno subito presente al pronto soccorso. “Ma questo è un ospedale religioso?” chiede la coppia. “No ma il medico essendo obiettore non prescrive. Mi spiace andate al San Camillo ed escluda i religiosi: il San Filippo Neri, il Gemelli, il Cristo Re. Escluda tutto quello dove ci sono preti,monache…” conclude il sanitario.

Ospedale Santo Spirito – 11 luglio, ore 17.30
“Ho chiamato il medico di base mi ha detto di rivolgermi alla guardia medica e mi hanno detto di andare al pronto soccorso per farmi prescrivere la pillola del giorno dopo” spiega la donna in accettazione. Ma la risposta è negativa: “Non la prescriviamo! Non tutti i pronti soccorso le prescrivono in base all’obiezione di coscienza”.

Ospedale Umberto I – 12 luglio, ore 19
Al pronto soccorso spiegano che la prescrizione è possibile averla. “È un prestazione a pagamento. Costa 25 euro e dopo dieci giorni riceverà a casa il bollettino per il pagamento” si limitano a spiegare.

Il cimitero dei feti visto da una bimba mai nata, e dalla sua mamma

4 gennaio 2012 37 commenti

Un cimitero per feti ed embrioni.
Ho rabbrividito, piccola mia quando ho letto di questa cosa, inaugurata a pochi km da casa,
a pochi km dal luogo dove ho scelto di salutarti, perchè la tua vita sarebbe stata un’assurdità genetica,
un patchwork di cromosomi un po’ brilli,
troppo per questo mondo di sobri bacchettoni.

Ora si sono inventati il cimitero con gli angioletti, il cimitero per i bimbi mai nati, un cimitero che si chiama “inno alla vita”…
se lo sono inventato loro, quelli che in ospedale non ti tolgono nemmeno i tamponi pieni di sangue, quelli che ti negano l’ossitocina per far in modo che lo strazio invece di durare un giorno (e una vita intera) ne duri tre (e la stessa intera vita).
Non è che l’hanno voluto delle mamme, delle mamme che come me hanno scelto, scelto, dolorosamente scelto, di non conoscere il propri figlio.
No, piccola minuscola dolcezza, non siamo mica state noi: quelle sventrate in tutto da un aborto terapeutico,
quelle che dilaniandosi hanno scelto di NON mettere al mondo qualcuno che come te, non avrebbe avuto modo di starci.
L’hanno fatto loro … te li ricordi quelli che ci guardavano male?
Quelli che ci hanno insultato, malgrado il dolore e le lacrime: quelli che ci son montati sopra proprio nel momento in cui per la prima volta chiedevamo aiuto senza la forza di far uscire la voce e sapendo di non poterla trovare?
Ma loro ce l’avevano eccome la voce in quei momenti:
ce l’hanno per dirti che sei un’assassina malgrado non c’è cosa al mondo che vorresti più di tenere la tua pancia e continuarla a far crescere, nella pienezza e nella gioia più totale,
ce l’hanno per negarti l’assistenza medica, sperando magari che il tempo passi per poi lasciarti senza scampo…

Non si viene trattati da persone quando si è costretti a percorrere le strade maledette di un aborto terapeutico:
vien trattato da persona il tuo feto però…
e sei hai la sfortuna (dipende da chi c’è in turno) di entrare nella procedura del parto indotto e non dell’aborto terapeutico, la richiesta di seppellirlo e dargli un nome ti vien fatta, obbligatoria.

Quindi secondo loro tu un nome lo dovevi avere, io potevo anche non averlo, visto il trattamento…visto che i tamponi me li son dovuta togliere sola, per non aspettare il miracolo di un turno privo di obiettori.
questo è il meccanismo che ha creato quel cimitero, con gli angeli alla porta…
quello che ci rende tutte assassine.

La cosa che mi consola è che li starai maledicendo anche tu che, senza nome nè giaciglio, hai avuto tutto l’amore possibile,
e sempre lo avrai.
E che oltre a te ci staranno le maledizioni di tutti quei bimbi nati, che un nome l’avevano e che magari son morti in un lungo viaggio in mare per raggiungere le nostre coste…o quelli mai nati, morti nelle pance delle loro mamme affogate:
per chi ha costruito il cimitero dei feti quelli son morti senza importanza.

Egitto: dichiarato illegale il test della verginità!

27 dicembre 2011 2 commenti

«La corte ordina che la pratica dei test di verginità sulle ragazze all’interno delle carceri militari sia fermata»: raramente riporto parole di un giudice, ma questa volta quelle di Ali Fekry hanno lasciato un segno importantissimo, grazie a Samira Ibrahim.
Non sarà più possibile per i militari egiziani, eseguire il test di verginità a chi viene fermato, quindi alle attiviste o alle lavoratrici fermate durante manifestazioni e scioperi: questo schifoso abuso, normalmente perpetrato sui corpi delle  egiziane è ora dichiarato ufficialmente ILLEGALE.
Fuori legge.
Nessuno più potrà chiedere ad una donna se è vergine o no, nessuno più potrà eseguire test per accertare o no la veridicità di quanto dichiarato: Samira è una donna di 25 anni, di cui vedete il volto in questa foto, che si sta battendo contro la tortura in Egitto, cercando di inserire la pratica del “virginity test” tra quelle da combattere e debellare: lei è stata arrestata il 9 marzo insieme ad altre 16 donne, ed è rimasta in stato di fermo per quattro giorni durante i quali è stata ripetutamente picchiata per poi esser sottoposta al test, davanti a diversi soldati.
Un abuso sessuale che l’ha cambiata irrimediabilmente: a giugno ha infatti poi sporto denuncia contro l’esercito, ed è riuscita a far aprire il processo, conclusosi oggi. L’ha fatto quasi completamente sola, o almeno senza l’aiuto di alcun esponente islamico, malgrado la sua condizione di donna non sposata e di musulmana osservante.
E’ andata!
Una vittoria incredibile per tutte le donne d’Egitto: una percorso coraggioso portato avanti da una piccola donna, fino alla vittoria.
Il verdetto si è trasformato in un grande boato festoso delle centinaia di donne ed attivisti che attendevano fuori.

E il pensiero non può che andare a Maikel Nabil, che è in condizioni sempre peggiori, detenuto in un carcere militare, condannato a 3 anni di prigionia per aver scritto contro l’esercito e per essersi soprattutto mobilitato a fianco delle donne di Tahrir, contro il test della verginità.
FREE MAIKEL, FREE ALL PRISONERS
FREE EGYPT

I graffiti di Tahrir, contro il test sulla verginità e in solidarietà a Samira

Alle mamme, tutte. E ad Alda Merini, inevitabilmente

22 dicembre 2011 6 commenti

Oggi un’altra giornata da buttare: di quelle in cui il posto di lavoro, quello che dovrebbe permetterti un po’ di serenità, ha trasmesso solo abusi, prepotenze, umiliazioni…giornate in cui t’è quasi più simpatico il padrone dei sindacati, giornate di trattenute impazzite e aliquote alle stelle, senza ragione. Ma tanto, che je frega a loro!

Il piccolo fiume davanti al grande mare...

E allora un attimo di stacco,
e allora l’inchiostro usiamolo per altro oggi: nè informazione, nè controinformazione.
Ma un po’ di calore, uno scambio tra donne, tra madri…
Righe che dedico non a mio figlio ma a me…righe che dedico non ai figli di Palestina, Siria e quant’altro, ma alle loro mamme.
Alle mamme di Bosra, che ora invece di insegnare come si essicca il grano sul basalto, devono insegnare ai propri figli a strisciare sotto le finestre, per evitare cecchini…alle mamme d’Egitto, che pensavano di avercela fatta, di aver contribuito spalla a spalla ai loro figli, a liberare il loro futuro almeno dalla tirannia..
A me, che l’anno scorso proprio oggi venivo dilaniata, disgregata, uccisa dall’incontro improvviso con un cariotipo impazzito.

Ai nostri figli quindi,
quelli belli come il sole, quelli che ci insegnano sempre a sorridere,
ma anche quelli su cui non smetteremo mai di piangere, quelli volati via nello strazio, o quelli mai conosciuti
E allora, donne, sorelle, mamme…facciamoci forza tra noi, stringiamo questi pugni: insegnamo ai nostri figli a non esser schiavi, almeno quello dobbiamo riuscire a farlo.
Insegnamogli il sorriso, impariamolo da loro, “riempiamo di frutti maturi l’aria dei tempi nuovi”.
Vi lascio con Alda Merini, la sua madonna e il suo cristo bello…che m’han lasciato un solco profondissimo…
ma pieno di voglia di riso e di pianto.

EPPURE DORMIVA, TUTTA LA SUA VITA, TUTTA LA SUA ADOLESCENZA FU UN’ATTESA SPASMODICA
PRIMA CHE VENISSE AD ABITARLA IL FIGLIO UNIGENITO.
E QUAND’EBBE GENERATO IL FIGLIO IMPARO’ GRADATAMENTE A MORIRE,
COME IL SEME CHE SI SECCA.
E ASPETTAVA COME TUTTE LE MADRI DI NON PIANGERE E DI NON SORRIDERE PIU’,
SAPENDO CHE QUEL PIANTO E QUEL RISO SPETTAVANO SOLTANTO
ALL’INFANZIA E ALLA GIOVINEZZA DI CRISTO.

 

Sulla morte di Francesco Pinna, da chi vive sospeso in aria

19 dicembre 2011 1 commento

Come è noto a tutti, il 12 dicembre 2011 Francesco Pinna è morto a Trieste durante il montaggio del palco di Jovanotti.
Innanzitutto vogliamo esprimere la nostra piena solidarietà e vicinanza alla sua famiglia e a tutti coloro che sono rimasti feriti o comunque coinvolti in questa tragedia. Un errore umano non può giustificare del tutto la morte di una persona, gli uomini possono sbagliare per stanchezza, per fretta , per pressioni varie. Nel nostro mondo il tempo è denaro e il denaro a volte conta più della sicurezza.
Nonostante negli ultimi anni siano avvenuti dei miglioramenti riguardo l’attenzione alla sicurezza nei concerti, spesso alcune norme di carattere economico la fanno ancora da padrone mentre alcune norme sulla sicurezza rimangono ancora solo scritte su carta. Le produzioni, per massimizzare i profitti, richiedono la costruzione e l’allestimento dei palchi e delle aree dove vengono svolti gli eventi live, nel minor tempo e con meno personale retribuito possibile, anche perché le location hanno costi giornalieri esorbitanti così come gli affitti e gli spostamenti dei materiali.

Questo comporta la fretta costante nel lavoro e lo sfinimento dei lavoratori, con turni nei quali lo straordinario è la regola e senza che siano intervallati dal tempo di riposo necessario.
Questo tipo di lavoro però è fisicamente molto usurante e in molti casi espone a diversi tipi di pericolo. I materiali e le strutture utilizzati sono ancora più usurati dei lavoratori, non vengono sottoposti a controlli di revisione adeguati, vengono riutilizzati anche se danneggiati e questo mina già in partenza il discorso sulla sicurezza.

E’ evidente che lavorare in queste condizioni comporti sempre un enorme fattore di rischio.
Ci teniamo a precisare che è inaccettabile morire al lavoro in qualsiasi caso, non solo se si lavora per pochi euro l’ora. Il fatto che la manovalanza indispensabile venga retribuita in modo così inadeguato è dovuto al sistema di subappalto dei servizi che prevede troppi passaggi tra i reali committenti e i materiali realizzatori del lavoro proposto facendo si che, ad esempio, un facchino che  a monte costa, non meno di 14 euro l’ora, percepisca realmente meno della metà.

Anche quando il lavoro è più o meno ben pagato, come nel caso dei tecnici specializzati, le condizioni di vita che ne derivano non sono comunque delle migliori. Ci viene richiesta sempre la massima disponibilità, si va al lavoro senza sapere quando si stacca, non si ha la sicurezza della continuità del reddito, non si può programmare il lavoro a lungo termine, si hanno pochi margini di trattativa e ognuno sembra dover pensare solo per se stesso, non vengono fatte valere le più elementari regole del diritto del lavoro (si pensi alla giornata di otto ore), il livello di ricattabilità è molto alto, i dispositivi di protezione sono a carico del lavoratore, i lavori vengono pagati tra i trenta e i novanta giorni, non esistono permessi, malattie, ferie, tredicesime, le coperture enpals e inail sono solo di facciata, così come gran parte dei contratti, quando esistono, sono fittizi.

Il lavoro a chiamata e più che subordinato viene mascherato da libera impresa individuale o collettiva, nel caso delle cooperative.
La morte di un ragazzo ha puntato i riflettori per un breve periodo su un mondo del lavoro che finora è stato più che sommerso. Seppure dal 2008 il testo unico sulla sicurezza ha spinto molti datori di lavoro a trovare escamotage contrattuali, garantiti dalla legge Biagi, si continua a lavorare in nero, soprattutto nelle migliaia di piccoli eventi che vengono quotidianamente prodotti.
I corsi di formazione, imposti sempre dal testo unico, sono di fatto molto spesso a carico dei lavoratori e si rivelano, vista la loro qualità, pure formalità che garantiscono un ulteriore business ad aziende ed enti, che per organizzarli vengono finanziati da Stato, Regioni, Province e UE.

Nonostante questo la regola fondamentale del settore è “THE SHOW MUST GO ON”, ci chiediamo dunque quanto potrà durare il dibattito suscitato dalla tragedia se non saremo noi lavoratori in prima persona a pretendere di lavorare in condizioni umane ed in sicurezza giorno per giorno.

Questo documento nasce dalla volontà di alcuni operai e tecnici dello show business di affrontare insieme le problematiche inerenti al nostro mondo lavorativo che il tragico evento di Trieste ha portato alla luce.

operaispettacololiveroma@gmail.com

L’esercito egiziano e le donne e le violenze a sfondo sessuale

17 dicembre 2011 15 commenti

Una piccola serie di scatti e poi il video raccapricciante, che non hanno bisogno di parola alcuna.
Un articolo di Al-Arabiya che parla di queste foto: LEGGI
Il massacro è stato di una violenza inaudita…i corpi a terra sono troppi e come si vede chiaramente dal video e da molti altri, i colpi di pistola volavano come i sassi e le molotov.
QUI  qualche riga sui fatti delle ultime due giornate al Cairo.

Dai dipendenti della Chinotto Neri: il dramma di un pugno di operai

17 dicembre 2011 4 commenti

Penso che tutto ciò diventerà normale amministrazione.
Questa è una piccola storia, che magari rimane impressa un po’ più di altre perché non è un maglificio o, non so, uno sconosciuto frantoio, ma uno stabilimento che produce una bibita che tutti conosciamo (è per altro la sola che bevo!), il Chinotto Neri.
Copio loro testuali parole

CAPRANICA
“Erano circa le 11:00 di mercoledì mattina (14 dicembre) ed eravamo in piena attività produttiva quando i nostri rappresentanti sindacali sono stati contattati telefonicamente dalle organizzazioni sindacali per una comunicazione urgente.
Ci è caduta addosso come un fulmine a ciel sereno la notizia che al 31 dicembre l’attività lavorativa sarebbe stata sospesa e lo stabilimento smantellato a causa della decisione della società di trasferire la produzione presso lo stabilimento IBG Spa che si trova a Buccino, in provincia di Salerno.
Non è facile descrivere la reazione che abbiamo avuto: incredulità, rabbia ed infine disperazione al momento in cui abbiamo preso coscienza del fatto che le nostre famiglie (tutte monoreddito) sono rimaste da un giorno all’altro senza alcun sostentamento economico, in un momento storico in cui riciclarsi nel mondo del lavoro è un’impresa ardua anche quando si possono vantare esperienza e professionalità decennali. La situazione ci è apparsa ancora più grave quando abbiamo realizzato che per come è stata condotta l’azione di “delocalizzazione” da parte della società (assolutamente legale, anche se discutibile dal punto di vista etico), non abbiamo diritto ad alcun ammortizzatore sociale se non i canonici mesi di disoccupazione al 60% dello stipendio.

Purtroppo la nostra è una “non notizia”, visto che eventi simili avvengono nel nostro Paese e anche nella comunità locale sempre più frequentemente, ma la chiusura della storica azienda Chinotto Neri non costituisce soltanto un nostro dramma personale, ma anche la perdita di un prodotto simbolo per la cittadina di Capranica e per il Lazio, regione nella quale la famosa bibita è molto conosciuta ed apprezzata. Proprio per questo speriamo che la Presidente della Regione Lazio Renata Polverini e l’assessore regionale all’industria ed artigianato si mostrino sensibili alla richiesta d’intervento avanzata dall’Amministrazione Comunale non soltanto nel sostegno economico a noi dipendenti ma anche nell’agevolare la rivalutazione dello stabile nell’ipotesi di un possibile riutilizzo industriale o commerciale.
Ci sentiamo comunque in dovere di ringraziare per il loro impegno e sostegno nei nostri confronti le organizzazioni sindacali Flai Cisl e Flai Cgil e l’amministrazione comunale, la quale si è impegnata tra l’altro ad integrare con un’ulteriore mensilità le 4 concesse dall’azienda come incentivo all’esodo ed a far proprio, con delibera di consiglio, l’accordo siglato tra i sindacati e l’azienda stessa dandoci così una garanzia istituzionale sul rispetto degli impegni presi”.

I dipendenti Chinotto Neri
Angiani Elena, Berto Giovanni, Bertolelli Mario, Delle Monache Angela, Formentini Maurizio, Marangoni Danilo, Montini Domenico, Sposetti Mario, Petretto Augusto, Piergentili Angelo, Porta Sandro

La Sindrome di Quirra e le malformazioni! La Sardegna inizia a raccontare i suoi drammi…

1 dicembre 2011 8 commenti

[NOVITA' del 24 marzo 2011: le analisi sui corpi dei pastori riesumati QUI PER LEGGERE]

In questo blog molte volte abbiamo parlato della Sardegna, più specificatamente dei drammi inenarrabili che avvengono sul suolo sardo, causati dall’industria bellica, dai poligoni, dagli addestramenti, da decenni di colonizzazione militare sia italiana che internazionale di quel territorio.
Abbiamo parlato degli addestramenti congiunti tra Italia e Israele, di come la NATO si appropria di quei territori inquinandoli con la peggior mondezza solitamente utilizzata durante i bombardamenti di paesi e territori che spesso consideriamo lontanissimi.

Ma abbiamo parlato molto di Quirra.
Una parola che non ha più solo un significato toponomastico, una cittadina che rimbalza da mesi sulle lingue di chi ha a cuore la propria salute, un nome che è diventato quello di una sindrome: la SINDROME DI QUIRRA!
Una sindrome particolare, che ha colpito le greggi e poi i pastori, malgrado il tutto sia stato ripetutamente tentato di affossare, di passar sotto silenzio. Anche su questo blog ho ricevuto tanti messaggi a riguardo: in molti, anche con tono ricco di astio, mi hanno chiesto di togliere i filmati che avevo messo (provengono dai Rainews24, oltretutto) dicendo che le “attuali ricerche” avevano smentito qualunque connessione tra quello che accadeva su ovini e persone (nel frattempo è stato deciso di riesumare le salme di 15 pastori, per prelevare le tibie: osso capace di mantenere per più tempo  sostanze nocive come uranioe torio) e l’immenso poligono interforze del Salto di Quirra, dove l’uranio impoverito è usato più dell’acqua ma non solo.
E’ un poligono di sperimentazione di armi nuove, è un poligono in continua espansione anche territoriale dove non c’è dato sapere cosa e in che modo viene utilizzato.

Ora i dati che stanno emergendo ci parlano più approfonditamente di ciò che sta avvenendo lì intorno, sul patrimonio genetico di chi vive ma soprattutto di chi nasce a Villaputzu o a Pedasdefogu o in qualunque paese di quella zona.  «Sentivamo uno scoppio, poi una nube di fumo che arrivava vicino alle nostre case. Dopo qualche tempo sono venute fuori le malformazioni».
C’è voluto tanto perché si trovasse il coraggio di parlare: non è facile raccontare le malattie dei propri figli, soprattutto se son malformazioni, soprattutto se son brutte, ispiegabile, abbandonate dalla società civile… è difficile, è doloroso.
Le malformazioni rendono ancora più diffidenti, è una rabbia silenziosa: di un dolore immenso e alimentata da un amore indicibile: difficile parlarne col primo sconosciuto, difficile pensare di iniziare una battaglia che non ti riporterà sano tuo figlio e che è contro….”una nube di fumo che si avvicina”.

Noi non abbiamo mai smesso di osservare il poligono del Salto di Quirra e gli altri con estrema attenzione:
cercherò di pubblicare qualunque aggiornamento su questa maledetta storia.
QUI l’articolo de La Nuova Sardegna, di oggi!

Urgent appeal to OWS about Roberto Saviano – please circulate, share, twit‏

19 novembre 2011 19 commenti

Dear sisters and brothers in Zuccotti Park;
it is with deep dismay that we learn of today’s appearance on your stage of Roberto Saviano, best selling author of Silvio Berlusconi’s editorial group Mondadori. We are ashamed of having such an impostor to be the first Italian to represent us in this day. And yet we are not surprised, because misinformation – or hijacking truths – is the first weapon of oppression we have to fight against. That misinformation about Saviano still tricking so many well-meaning Italians thanks to a mediatic empire, Berlusconi’s owning pretty much all mainstream information channels, from tv to right and left wing
press, is now apparently trying to sneak onto your stage. We expect it to be for need of self-advertisement on behalf of Saviano; we cannot understand what this man might have in common with the fight against that 1% he himself is part of. It’s years we fight against a corrupted government and its speculators, an organized crime stronger than ever, a piloted media, a growing oppression of freedoms; and in this struggle, we always found Saviano to be on the other side of the barricade, stressing our differences, judging us from his columns on
repubblica while enjoying the millions he made out of a book far less courageous than hundreds of others – but backed by Berlusconi’s editorial group, and therefore sold in all his supermarkets.

Freedom of speech is paramount, and never we would ask to prevent anyone from saying anything, let alone from stepping in Zuccotti park. Censorship is a weapon of those powers we are all trying to fight, no doubt. But still, we ask you all to listen to his words today with
double care. Don’t let the usual Saviano circus deceive you. Don’t let his mask trick you.
 
When today he will jump on your stage, beware of his words about oppression. For these are the words of a self-declared supporter of neo-fascism (april 2010), who always distanced himself by the culture of the Left praising the deeds of Almirante – frontman of a neo-fascist party which did not hesitate to arm its own ranks, in the 70ies, in order to shoot and beat those 99% who would go down in the streets during protests. And when we would go down in the streets these years to fight against the government, austerity, and corruption, finding ourselves beated and tear-gassed by the police; it would be Saviano who would lead the trashing campaign against us, defending law and order to the point of calling us criminals. Ourculture, he said, (especially after the anti-government riots of December 2010. You can check www.repubblica.it), does not belong to him. Well, his culture does not belong to us. For we fight againstoppression, we struggle to feed our families and keep our job, we fight against organized crime, we fight against that 1% he represents.
When today’s he will advertise his editorial empire on your stage, beware of his words about crime. Because crime does not just come from thievery and corruption. Crime comes also from murder. Always on the side of the most powerful, Saviano has been defending more than once the work of the Israeli aviation against Gaza after Operation Cast Lead, which killed 1400 palestinians, mostly civilians, 314 of them children, to avenge the death of 9 Israeli soldiers (another 4 Israeli casualties came from friendly fire). Saviano called this disproportion
“democracy”, tagging palestinians in the Occupied Territories as “terrorists”. This, at a time when Israeli intellectuals are the first ones to raise the alarm of racism and authoritarianism in their country. But there are no midways in Saviano’s system of thought, no questions. Your movement bears the support of Chomsky and Zizek – we do not deserve to be represented by Saviano.
When today he will advertise his editorial empire on your stage, beware of his words on Power. For that Roberto Saviano is part of that 1% of bankers and financial hawks who keep deciding of us 99%. One week ago his editorial protector, Silvio Berlusconi, stepped down under the pressure of yet another financial crisis. Our country has then been handled to a lobby of bankers, CEOs, and a list of doubtable people who have already been tried for corruption and fraud, and questioned for conflicts of interests of all sorts. The main Italian banking groups will now directly rule our country through this cabinet. We are now a de-facto protectorate of our banks. In all this, Saviano was quick to decide which side he’s take: he’s a regular guest at the house of Corrado Passera, CEO of Intesa banking group, and now promoted to the post of minister of development (development of his
own business, we can suppose).
When today he will advertise his editorial empire on stage, beware of his words on freedom of speech. Because that is the same Roberto Saviano who tried to secure the exclusive copyright of being the only hero who fights organized crime. At the cost of turning his lawyers against no-profit local grassroot organizations like the Peppino Impastato center in Sicily (October 2010); a local reality, the Center, exposed day-to-day to the real threat of a murderous criminality which spared millionaire stars like Saviano and his bodyguards, but does not hesitate to target activists and journalists who live and fight daily on the frontline. Saviano was not the first one to speak against organized crime and we know for a fact (since investigations completed in 2009) that his death threats were mediatic fabrications Thousands struggle against organized crime each day, without bodyguards – Saviano can afford them, they can’t – and tv
appearances. They write and enquire and speak as loud as they can,
they walk out of their house every day, they fear for their children at school, they pay out of their own thin savings all those trials for defamation moved against them by Camorra leaders, mafia politicians, or people like Saviano. You never heard of them, cause they are not
part of that 1% which chose to sell and promote him instead – an author ready to all sorts of compromises and columns against his own people for the sake of keeping his wealth and fame.

Because this is what organized crime does to our life, in the land of what Saviano calls Gomorra, or further down where ‘Ndrangheta and Mafia rule, or up north, where politics and financial speculators strike deals. It buys people like Roberto, and uses them to shut us.
It tells us that either you’re part of that 1%, like Saviano, and ready to defend your privileges; or else, breaking your silence will not make you rich – it will make you unemployed, broke, or dead.
Had your movement been in Italy, he would have called you “hoolingas of chaos”, as he did with us when we were teargassed by the police. To him, here, we do not even have the right to look into facts, to raise the question of state violence, to occupy or disobey.
When he will jump on your stage selling himself as an occupier like you,
think about it.

The 99% of Italy

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 1.691 other followers