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Archivio per la categoria ‘Morire in carcere’

Capodanno di suicidi in carcere…che il 2012 sia l’anno dell’AMNISTIA !

1 gennaio 2012 2 commenti

Foto di Valentina Perniciaro _AMNISTIA_

Due suicidi in carcere in queste ore…a cavallo tra i due anni, uno a Trani (che ha il doppio dei detenuti previsti) e l’altro -in attesa di giudizio- alle Vallette di Torino (un terzo a Vigevano è stato sventato per un soffio).
I primi due dell’anno, o forse gli ultimi dei tantissimi di quello appena concluso:
chi muore in carcere, anche coloro che si tolgono la vita, sono assassinati dallo stato, omicidi compiuti giorno dopo giorno da chi continua a legittimare questo stato di cose e queste condizioni di detenzione.
Quasi ogni istituto italiano ospita un po’ più del doppio dei detenuti possibili: vuol dire 22 ore in branda, vuol dire che per poter stare in piedi in cella devi fare i turni, vuol dire assenza di cure, vuol dire condizioni igieniche intollerabili, vuol dire tortura a casa mia.
Il sistema carcere, non reintegra, non cura, non rispetta i minimi diritti umani; eppure tiene quasi 70.000 persone, di cui 30.000 in attesa di giudizio.
Per non parlare dei migliaia tossicodipendenti, che invece di esser curati vengono lasciati su una branda sudicia, a terminare la propria devastazione.
E così…con gli ultimi della terra apriamo le pagine di questo blog nel nuovo anno:
lo iniziamo come l’abbiamo finito. Davanti ad un carcere, a portare solidarietà a chi è recluso,  invocando non il cambiamento del carcere ma la sua abolizione. Perché l’unico carcere, CIE, ospedale psichiatrico  che dovremmo accettare è quello ridotto in macerie.

Qui il volantino distribuito ieri da Radio Onda Rossa, davanti al carcere di Rebibbia, nel presidio che ogni anno vien fatto il 31 dicembre,
per cercar di portare un po’ di musica e colori a chi è rinchiuso in una cella.

SE NON TI OCCUPI DI CARCERE È IL CARCERE CHE SI OCCUPA DI TE

Non voltarti dall’altra parte quando ascolti delle brutture del carcere!
Non far finta di nulla!
Il carcere è lì, e ti insegue nella tua vita quotidiana.
Non puoi sottrarti. La forme di controllo, le istituzioni totali si moltiplicano.
Alcuni anni fa il carcere ha partorito i Cie (Centri di Identificazione ed Espulsioni), per controllare e sottomettere la forza lavoro migrante.

Ogni comportamento è sottoposto a controllo e sanzione, e così, dopo 33 anni dalla chiusura dei manicomi, si attua sempre più il Trattamento Sanitario Obbligatorio(Tso), con effetti devastanti, spesso omicidi, come il caso di Franco Mastrogiovanni, ucciso il 4 agosto 2009 dopo aver trascorso 90 ore legato al letto del reparto psichiatria  all’ospedale San Luca a Vallo della Lucania.

foto di Valentina Perniciaro _la garitta di Rebibbia_

Negli Opg (Ospedali Pscichiatrici Giudiziari) vi sono rinchiuse oltre 1500 persone ancora oggi, nonostante il gridare allo scandalo dei benpensanti, dopo che la TV ha mostrato le sevizie e i trattamenti degradanti cui sono sottoposte le persone incatenate in quei lager.
Si intensificano i controlli per chi lavora attraverso normative restrittive sullo scioperodisciplina interna; mentre per chi non lavora oltre al controllo “economico”, dovuto alla necessità, vengono predisposti controlli da parte delle agenzie interinali.
I controllo su chi va allo stadio si moltiplicano, è stato introdotto il Daspo (Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive) e la “tessera del tifoso”; controlli per chi va in discoteca e per chi viaggia sulle strade; divieto di bere una birra dopo una certa ora in alcuni quartieri delle città.
Lo stesso carcere, ormai vecchio di 4 secoli, si rinnova differenziandosi sempre più per colpire comportamenti diversi. Oltre ai reparti a Elevato indice di Vigilanza (Eiv) e quelli strettissimi del 41 bis, fino all’ergastolo ostativo (obbligo di restare in carcere fino alle ultime ore di vita), una vera e propria condanna morte differita e altre differenziazioni vengono predisposte.
Nella scuola e nella famiglia il controllo e la disciplina assumono la forma di un bieco moralismo. Perfino nel momento della morte, lo Stato si arroga il diritto di decidere i tempi e le modalità di ogni intervento sul morente.

Restrizioni e controlli all’insegna dell’“emergenza” e della “sicurezza”. Capisaldi dell’ideologia dominante con cui si cerca di azzerare i problemi sociali, riducendoli a problemi di ordine pubblico. Isolando ogni volontà di lotta per farla passare come fatto patologico, malattia, malanno, disturbo, morbo, da curare e isolare perché può infettare.
Quindi “emarginazione” ed “espulsione” dal consesso sociale sono le azioni di controllo sociale verso tutti quei soggetti portatori di un qualsiasi problema: che sia una manifestazione di piazza, lo sbarco di persone senza documenti, l’opposizione alla costruzione di una nuova discarica e dell’Alta Velocità, l’occupazione di uno stabile da parte di chi non ha una casa, la lotta contro la disoccupazione, ecc.

Occuparci di carcere, oggi non è un optional, è una necessità per ciascuna e ciascuno di noi, se vogliamo liberare la nostra vita e non diventare passive propaggini di un sistema di potere sempre più totale.

PROSSIMI ANNI SENZA GALERE !!!                                            RadiOndaRossa

De Cupis: un altro caso Cucchi? Non ci stupirebbe!

15 novembre 2011 2 commenti

Dopo il caso Cucchi ancora una morte oscura all’interno di un centro clinico penitenziario.

Cristian De Cupis

Questa volta il decesso è avvenuto il 12 novembre scorso nel reparto per detenuti dell’ospedale Belcolle di Viterbo dove Cristian De Cupis, il 36enne romano arrestato la mattina del 9 novembre nei pressi della stazione Termini per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, era stato condotto dopo l’arresto.
Anche se i primi risultati emersi dall’autopsia escludono, per il momento, la presenza di lesioni ad organi interni «tali da causare la morte» (formula ambigua che non esclude la presenza di lesioni), gli interrogativi sulla vicenda non cessano di moltiplicarsi. Subito dopo l’arresto De Cupis era stato condotto al pronto soccorso del santo Spirito. Perché? Ai medici il giovane aveva denunciato di aver subito delle percosse dagli agenti della Polfer che avevano eseguito l’arresto. La presenza di escoriazioni sulla fronte ed ecchimosi varie erano state riscontrate dai sanitari e sono state confermate dall’esame autoptico. Segnato da uno stato di salute con problematiche cliniche complesse connesse alla tossicodipendenza, De Cupis – visto il reato lieve – non sarebbe dovuto finire in carcere, tanto che lo stesso pm aveva disposto i domiciliari non appena terminato il ricovero. Ma perché era stato disposto il ricovero?
E perché mai, nonostante risiedesse nella capitale, è finito al Belcolle di Viterbo, dove era stato sottoposto addirittura ad una tac? I familiari hanno saputo del suo arresto soltanto dopo il decesso. Il presidente della Commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale Ignazio Marino, che ha svolto un ruolo determinante sul caso Cucchi, ha annunciato l’avvio di una istruttoria per fare chiarezza sulla vicenda.

COME SI MUORE IN CARCERE…una lettera appena giunta, ci racconta l’ennesimo omicidio di Stato

8 settembre 2011 Lascia un commento

Ci duole profondamente riprendere la penna in mano per segnalarci l’ennesimo omicidio avvenuto nel carcere di Rebibbia N.C.
Abbiamo scritto “omicidio” senza temere di essere smentiti. La morte di un nostro compagno è avvenuta oggi -3 settembre- ma era annunciata già da tempo.
La cronaca e la cronologia dei fatti è, a parte minime varianti, la fotocopia di decine di fatti analoghi che l’Amministrazione penitenziaria archivia senza che si trovi un responsabile, e i Mass media, per la maggior parte sodali e complici delle Istituzioni, liquidano come casi di malasanità penitenziaria.
per noi si tratta di qualcosa che va ben oltre la malasanità, ed è per questo che senza tanti giri di parole usiamo il termine OMICIDIO.
Il nostro compagno era affetto da numerose patologie come il diabete, l’insufficienza respiratoria aggravata dalla comparsa di polipi nasali e del cavo orale, ed altre problematiche che lo rendevano un soggetto ad alto rischio e, senza ombra di dubbio, incompatibile col regime carcerario.
E’ stato trovato morto nel suo letto, senza che il personale infermieristico e la custodia si accorgesse di nulla nonostante dovesse, al mattino, somministragli una della quattro dosi giornaliere di insulina.
“Radio carcere” parla di infarto, ma poco importa allo stato attuale sapere la causa o le cause del decesso perché ciò, se si fosse intervenuti per tempo, con maggiore professionalità, competenza ed UMANITA’, non sarebbe dovuto accadere.
Ci appare inutile ripetere ciò che da decenni andiamo gridando: DI CARCERE SI MUORE E NON GLIENE FREGA NIENTE A NESSUNO!!
Questo povero cristo, così come coloro che lo hanno preceduto e colo che – purtroppo – andranno a venire, andrà ad arricchire le già nutrite statistiche di decessi in carcere, che già annoverano cifre scandalose per un paese che ha la pretesa di autodefinirsi civile.
Ci sarà un’inchiesta che, scusate il nostro consolidato pessimismo, approderà ad un nulla di fatto: nessun colpevole, nessun responsabile:
Le solerti forze di Polizia, con la benedizione della Magistratura, hanno pensato bene di eseguire delle perquisizioni con tanto di unità cinofile nel tentativo di trovare chissà che cosa … o forse cercavano l’insulina che non avevano somministrato nella mattinata?!!!
Vorremmo che tutti coloro che nelle calde esteti parlano dei drammi che avvengono nelle prigioni, tutti coloro che fanno le loro belle visite di cortesia e di facciata atte -riscusiamo il cinismo e la diffidenza cementate da anni di false promesse – più che altro a lavarsi la propria coscienza, sappiano una volta per sempre che di carcere SI MUORE e che tutta la società cosiddetta civile ne è RESPONSABILE.
Nessuno escluso!!
La loro compassione a “gettone” non ci serve nè ci aiuta, occorre mettere le mani nel problema e sviscerarlo seriamente a costo di sporcarsi le mani e perdere qualche prezioso voto politico.
Siamo stanchi di parlare di MORTI e non smettermo mai di combattere per il nostro diritto alla salute, alla dignità e alla libertà.
Non sentirete da parte nostra lamentele pietose e vittimistiche, il nostro è e sarà un GRIDO D’ACCUSA contro chi finge ipocritamente e vigliaccamente di avere “a cuore” i problemi dei carcerati, ma che dei reclusi non gliene frega nulla.
Non andiamo oltre.
Salutiamo con amore e rabbia il nostro compagno con l’augurio che i responsabili di tanto vile cinismo e indifferenza siano divorati dai rimorsi di coscienza ammesso – e non ci crediamo – ne abbiano una.

ALCUNI DETENUTI DI REBIBBIA N.C.

Resoconto del viaggio al cimitero degli ergastolani…

17 luglio 2011 2 commenti

Resoconto del viaggio al cimitero degli ergastolani nell’isola di S. Stefano (Ventotene)
24 giugno 2011 di Nicola Valentino

Il 24 giugno siamo partiti in quattro verso l’isola di Ventotene. Oltre me, che portavo anche il sostegno all’iniziativa di Sensibili alle foglie, era presente Giuliano Capecchi dell’associazione Liberarsi, Rossella Biscotti (artista), Valentina Perniciaro (blogger: baruda.net). Giuliano era anche in sciopero della fame, in solidarietà con i reclusi di molte carceri italiane anch’essi in sciopero nei giorni tra il 24 ed il 26, in concomitanza con la giornata mondiale contro la tortura indetta dall’ONU. Uno sciopero per affermare che dentro la parola tortura vanno incluse: la condizione attuale delle carceri italiane, l’ergastolo ed il regime di isolamento detentivo del 41 bis.

Foto di Valentina Perniciaro _L'ergastulum di Santo Stefano_

Oltre me che ho trascorso circa 28 anni all’ergastolo, ognuno portava nel viaggio anche la sua esperienza di incontro con la reclusione a vita, una conoscenza, soprattutto per Giuliano e Valentina, segnata dal rapporto diretto con persone, attualmente o in passato, recluse all’ergastolo.
Lo scopo del viaggio: portare dei fiori sulle 47 tombe senza nome del cimitero degli ergastolani che si trovasull’isolotto di Santo Stefano, a pochi metri dal vecchio ergastolo, funzionante dal 1795 al 1965. Vedere e documentare un luogo emblematico per comprendere ciò che è l’ergastolo oggi, soprattutto l’ergastolo che riguarda oltre mille degli attuali 1500 ergastolani e che non prevede possibilità di uscita ma solo la morte in carcere. In questi giorni, nel carcere di Spoleto si è impiccato Nazareno, un uomo condannato all’ergastolo, da 22 anni in carcere, che si è messo una corda al collo due giorni dopo aver saputo che il suo ergastolo era di quelli che non prevedono la richiesta dei benefici penitenziari e che quindi sarebbe morto lentamente in carcere proprio come i reclusi di Santo Stefano.

Abbiamo portato in questo viaggio anche il sostegno di reclusi e recluse di oltre 50 carceri, e decine di persone libere che non si sono potute mettere in cammino ci hanno chiesto di deporre dei fiori anche per loro.   Erano stati informati del nostro arrivo sia il direttore dell’ente parco di Ventotene e Santo Stefano, che ha autorizzato di buon grado la visita ai luoghi del carcere, sia Salvatore dell’associazione che si occupa di guidare le persone nel vecchio carcere, in gran parte pericolante, e nei luoghi limitrofi, tra cui il cimitero.
Quando siamo approdati a Ventotene il primo passo è stato recarci dalla fioraia per comperare delle piantine di gerani da interrare nei pressi delle tombe. La fioraia, incuriosita e sorpresa per questa nostra missione, ci ha raccontato che fino a qualche anno fa durante la festa della santa patrona dell’isola, alcuni ventotenesi, insieme al prete della parrocchia locale, si recavano a portare fiori e preghiere al cimitero degli ergastolani.

Foto di Valentina Perniciaro _il cimitero degli ergastolani, senza diritto a nome_

Con in mano le piantine, attraversando la piazza, ci siamo fermati nella libreria dell’isola che si cura molto di documentare la storia e la vita dei reclusi che sono stati detenuti a Santo Stefano. Ci ha ricevuti anche il direttore dell’ente parco apprezzando la nostra attenzione per quel cimitero, invitandoci a ritornare ogni qual volta l’avessimo voluto, anche perché sembra esserci un attenzione sociale nell’isola alla valorizzazione storica e culturale di Santo Stefano, innanzitutto attraverso il recupero degli archivi del carcere.

Con Salvatore, la guida, abbiamo cercato una barca che ci trasbordasse sull’isolotto. Il barcaiolo ha apprezzato lo scopo non turistico del nostro viaggio, facendoci uno sconto sul costo della traversata. L’approdo non è facile e la salita verso il carcere faticosa, ci muoveva verso l’alto la narrazione di Salvatore, che ha cominciato a popolare di uomini e di eventi un luogo che all’apparenza si presenta solo come un sito di archeologia penitenziaria, ma che attraverso il suo racconto si vivifica e mostra una storia sociale ed istituzionale ancora drammaticamente attuale. Salvatore e la sua associazione hanno raccolto con molta cura una efficace documentazione. Una fotografia in particolare ha guidato il nostro immaginario nel cammino verso il cimitero: la foto ritrae il funerale di un ergastolano. Si vedono i reclusi, che hanno accompagnato in corteo funebre il loro compagno morto, fermi fra le croci bianche. Assistono alla tumulazione della bara. Una bara di legno che loro stessi hanno costruito nella falegnameria del carcere.

Come ha osservato Valentina: “Io non so dove morirò, non so dove come e chi parteciperà ai miei funerali. Non ho idea di come verrà riposto il mio corpo, di cosa verrà detto, di quale viale sarà percorso se ne sarà percorso uno. A loro bastava guardarsi intorno, bastava tenere gli occhi ben aperti per assistere al proprio funerale, per veder costruire una bara uguale identica a quella che poi sarebbe stata costruita per loro stessi”.

Abbiamo scelto due tombe per interrare le piantine di gerani e deposto fiori di campo sulle altre 45 tombe.
Ma a chi stavamo offrendo un fiore? Per chi ho pregato? Sono solo 47 i corpi sepolti oppure, considerati i tre secoli di vita del carcere quel cimitero è anche da considerarsi come una fossa comune? Ma se prima c’erano delle croci bianche di pietra come si vedono nella foto d’epoca, forse c’erano anche dei nomi! Quante persone sono state sepolte lì e quali erano i loro nomi?

Foto di Valentina Perniciaro _che la terra vi sia lieve, almeno lei_

La cancellazione del nome si presenta come l’atto più estremo di cancellazione della persona, che entra nella vita sociale proprio con la scelta che altri fanno di un nome per lei. Un condannato a morte nello stato del Texas dichiarò che la cosa più terribile per lui non era la sedia elettrica ma sapere che sarebbe stato sepolto in una tomba contrassegnata solo con il numero: il 924.

Mentre scendiamo nuovamente verso l’approdo della “madonnina”, scambiamo insieme all’acqua da bere alcune prime impressioni che l’esperienza ci consegna: innanzitutto il modo che hanno le persone che abbiamo incontrato della comunità di Ventotene, di parlare dell’ergastolo. Un modo di parlarne che non mostrifica le persone che vi sono state recluse. Questa modalità culturale è importante da valorizzare, se si considera che la produzione del mostro è il primo passo per la condanna all’ergastolo, e che questa cultura non mostrificante, si esprime in una delle comunità che ha vissuto a stretto contatto con il più antico degli ergastoli. L’altra sensazione che tutti abbiamo è che lì sia importante tornare, non solo come un fatto rituale ma immaginando un lavoro che riesca a ridare i nomi alle persone sepolte. In un certo senso la pratica sociale  per l’abolizione dell’ergastolo è importante che sia  anche retroattiva, che operi perché nessun essere umano possa essere cancellato per sempre  dal consorzio umano, ieri, oggi e per il futuro.

30 giugno 2011                                                                   Nicola Valentino

Per la documentazione fotografica: baruda.net

altri siti: informacarcere.it


Tutti al cimitero degli ergastolani, per dire NO al FINE PENA MAI!

20 giugno 2011 2 commenti

Il cimitero degli ergastolani

Il 26 giugno sarà la Giornata internazionale dell’ONU contro la tortura. Il 24-25-26 giugno nelle carceri italiane i detenuti daranno vita a una mobilitazione contro la tortura del carcere e nel carcere. All’esterno degli istituti di pena si mobiliteranno in vario modo associazioni, partiti, sindacati, movimenti e organizzazioni della società civile. Nel quadro di queste iniziative sollecitate dall’Associazione Liberarsi, si stanno raccogliendo le adesioni per un viaggio, proposto da Nicola Valentino verso un luogo simbolico della pena a vita.

“L’ergastolo di S. Stefano (1795- 1965) è noto per essere il primo carcere costruito dai Borboni secondo il moderno dispositivo panottico: gli ergastolani o altri reclusi  che vi erano rinchiusi, vivevano costantemente sotto sguardo dei loro reclusori. Ma la vera natura dell’ergastolo la si incontra  all’esterno del carcere, seguendo  un viottolo che porta al cospetto di un arco. Varcata questa soglia si scorge poggiato su un blocco di pietra, un piccolo portafiori vuoto che anticipa alcune file di tombe, ricoperte ormai da erbacce, con croci in legno senza nome. In fondo al piccolo cimitero dimenticato si scorge quel che resta di una vecchia cappella. Attualmente il cimitero è in completo abbandono, diversi anni or sono se ne prese cura un agente di custodia in pensione che scelse di vivere un po’ come un eremita a custodia di quel carcere ormai in disuso e in questa veste si preoccupò di contornare le singole tombe e di mettervi delle croci di legno. Se ne prese cura perché per quegli ergastolani la sola famiglia che era loro rimasta era S. Stefano. Questo luogo narra al di là d’ogni equivoco la natura dell’ergastolo. Cancellati socialmente e civilmente al momento dell’ingresso in carcere, quegli ergastolani sono morti in solitudine e senza nome, esclusi dal consorzio umano anche dopo morti.

L'ergastolo di Santo Stefano

Il cimitero degli ergastolani di S. Stefano è importante da vedere e far vedere perché racconta in modo emblematico e crudo anche ciò che è l’ergastolo oggi, in particolare la tortura dell’ergastolo senza speranza, l’ergastolo cosiddetto ostativo, in base al quale, delle attuali 1500 persone condannate alla pena eterna oltre 1000 sono sostanzialmente escluse da quelle limitate possibilità giuridiche che permetterebbero la concessione dell’uscita dal carcere dopo 26 anni di pena scontata. Si configura in Italia, diversamente da altri Paesi dell’Unione Europea, un “fine pena mai” effettivo, che prevede oltre alla morte sociale e civile delle persone condannate, la loro effettiva morte in carcere”.   Nicola Valentino

Un piccolo gruppo di persone è già pronto a partire venerdì 24 giugno ed è in cerca di altri compagni e compagne di viaggio: Giuliano Capecchi, Beppe Battaglia, Antonio Ruffo, (Associazione Liberarsi), Nicola Valentino (Sensibili alle foglie), Salvatore Verde, Dario Stefano Dell’Aquila (Associazione Antigone Napoli)….. Sono arrivate anche molte adesioni di reclusi ergastolani e non, di singole persone ed associazioni che però non possono intraprendere il viaggio.

Le persone che partecipano sono invitate a portare strumenti vari per documentare l’esperienza.
Il viaggio prevede l’arrivo a Ventotene al mattino con traghetto da Formia, il trasbordo in barca nell’isola di S. Stefano. La partenza da Ventotene nel pomeriggio.

Traghetto-andata, Formia ore 09:15 – Ventotene ore 11:15               Euro 12.30.
Aliscafo-ritorno, Ventotene, ore 16:40 – Formia,ore 17:40 Euro 17.90.
Treno andata-ritorno  da Roma. Roma ore 07:39, Formia ore 08:44, Euro 14.50. Formia ,ore 18:14 – Roma. ore 19:21. Treno andata-ritorno da Napoli. Napoli, ore 07:17. Formia, ore 08:12, Euro 9.50. Formia ore 18:18. Napoli, ore 19:30

Per info: 3664937843, assliberarsi@tiscali.it
o anche questo blog, che parte, ovviamente!

Gigi Fallico: il comunicato dei suoi coimputati

25 maggio 2011 5 commenti

Ci troviamo oggi a celebrare l’ennesima udienza di questo processo, senza uno degli imputati.

Foto di Valentina Perniciaro _TUTT@ LIBER@_

Lunedì mattina, il nostro compagno Gigi è stato trovato morto in cella.
Da giorni lamentava tutti i sintomi di un infarto: violenti dolori al petto e pressione arteriosa alle stelle.
Nonostante le segnalazioni e le richieste di cure è stato abbandonato letteralmente al suo destino.
Una tachipirina, un diuretico e poi di nuovo in cella da solo.
I primi riscontri dell’autopsia confermano che Gigi da ormai qualche giorno aveva un infarto in corso.
La notte in cui è morto il cuore gli si è letteralmente spaccato in due.
Questo processo ha già emesso la sua prima sentenza. E purtroppo è una sentenza che non prevede appelli.
Gigi non è morto per cause naturali, nè per una fatalità.
Gigi è stato ucciso.
Fosse stato libero, anche indagato ma libero, non sarebbe morto.
Invece, Gigi ha avuto l’imprudenza di ammalarsi in carcere.
Un luogo incivile, medievale, un luogo dove ogni conquista dell’umanità smette di esistere.
Un luogo popolato da decine di migliaia di proletari, dalla classe pezzente, dai “dannati della terra”, semplicemente dai poveri.
Ogni anno sono centinaia le persone che muoiono in carcere per le violenze subite.
Centinaia di omicidi che sappiamo resteranno impuniti per la giustizia di questo stato.
Non potrebbe d’altronde essere altrimenti: lo stato non processa se stesso.
Ma noi sappiamo che esiste una giustizia che va oltre la aule di tribunale e che trova
la sua forza nell’eguaglianza sociale, nel progresso umano, nel superamento del capitalismo che ogni giorno mostra il suo volto
sui posti di lavoro, nel bombardamento di civili, nelle stragi dei migranti in fuga.
A questa giustizia guardava Gigi.
Era un comunista.
E noi sappiamo ciò che si perde quando muore un comunista.

Manolo Morlacchi e Costantino Virgilio

I FUNERALI DI LUIGI SARANNO SABATO MATTINA ALLE 9.30 NELLA CHIESA ADIACENTE ALLA SUA BOTTEGA, IN VIA SANDRO SANDRI, A CASAL BRUCIATO.

A QUESTO LINK POTETE ASCOLTARE IL BREVE SPAZIO FATTO OGGI A RADIO ONDA ROSSA, CON MANOLO E COSTANTINO.

A Luigi Fallico “è scoppiato il cuore”

24 maggio 2011 3 commenti

Mammagialla uccide ancora: a Fallico è “scoppiato” il cuore
di Paolo Persichetti, Liberazione 25 Maggio 2011
Indagini per omicidio colposo«Aveva il cuore spaccato». Circostanza compatibile con un infarto e una emorragia in corso da alcuni giorni, secondo quanto affermato all’avvocato, Caterina Calia, dal consulente nominato dalla famiglia.
E’ morto così Luigi Fallico, “Gigi il corniciaio”, personaggio conosciuto nel popolare quartiere romano di Casal Bruciato, dove aveva la sua bottega che secondo la digos sarebbe stata la base operativa di un progetto di rilancio della sigla Brigate rosse. Una proiezione investigativa che l’aveva portato in carcere nel giugno di due anni fa, insieme ad altre quattro persone. Sono stati proprio loro, vicini di cella, ad accorgersi lunedì mattina che qualcosa non andava ed a prestare i primi soccorsi nel repartino As 2, ricavato al quarto piano del reparto D2 del carcere Mammagialla di Viterbo. Il medico è arrivato solo dopo un quarto d’ora per constatare la morte avvenuta da almeno 3-4 ore.
Prima di coricarsi aveva detto ai suoi compagni di non sentirsi bene, «mi sembra di avere la febbre». Per questo aveva anche chiamato l’infermiere. Il 19 maggio scorso, durante l’udienza del processo nell’aula bunker di Rebibbia, aveva raccontato al suo legale del grave malore subito il giorno precedente. Un «dolore fortissimo» che gli aveva lacerato il petto. In infermeria gli avevano riscontrato un picco di pressione arteriosa a 190, ma invece di portarlo in ospedale per accertamenti urgenti (all’ospedale Belcolle esiste un reparto per detenuti) l’hanno rimandato in cella con un diuretico e una tachipirina. Accertamenti più approfonditi erano stati fissati per martedì (ieri, ndr). Indifferente, disattenta fino allo spregio della vita di chi è detenuto: questa è la burocrazia carceraria, con in più il contesto pesante che da sempre segna la vita carceraria in una struttura come quella del Mammagialla e le restrizioni aggiuntive che gravano sui regimi di detenzione differenziata speciale As 2 (ex Eiv), come quello previsto per i detenuti politici. La salute di Fallico era precaria, negli ultimi tempi aveva subito un intervento alle corde vocali e soffriva dei postumi di una violenta otite, oltre all’ipertensione. La procura ha avviato un procedimento per omicidio colposo contro ignoti. Entro 60 giorni il perito dovrà depositare i risultati dell’esame autoptico. Accertamenti specifici sono stati disposti sul cuore. L’inchiesta che l’aveva portato agli arresti sembrava una farsa, il carcere l’ha trasformata in tragedia.

Trovato morto Luigi Fallico

23 maggio 2011 Lascia un commento

Arrestato nel 2009 in un’operazione su un probabile attentato in costruzione per il G8 della Maddalena (poi svoltosi nella martoriata L’Aquila),
Luigi Fallico, ex esponente di formazioni armate,  è stato trovato morto nella sua cella nel maledetto carcere viterbese Mammagialla, di cui spesso abbiamo parlato dalle pagine di questo blog.
Trovato morto,  molto probabilmente per un infarto, visto che dal 17 maggio aveva chiesto dei controlli per un forte dolore al petto.
Portato in infermeria del carcere, è stato poi riportato in cella,  malgrado la sua pressione sfiorasse i 190 gradi.

Ce ne occuperemo, ad ogni novità.

I medici lo rimandano in carcere: muore dopo 2 ore

19 maggio 2011 3 commenti

Mario Santini, 60 anni, è morto ieri pomeriggio verso le 16 in cella, nel carcere “Don Bosco” di Pisa. Questo il tragico epilogo di una vicenda che ha dell’incredibile.
Santini era considerato un detenuto a “bassa pericolosità”: assegnato alla Sezione di custodia attenuata “Prometeo”, aveva già fruito di diversi permessi-premio, dai quali era sempre rientrato regolarmente. Ma era anche un uomo gravemente ammalato, debilitato dalla tossicodipendenza e dall’Aids. A marzo, solo dopo che ha cominciato a “sputare sangue”, ottiene degli esami clinici approfonditi e gli viene diagnosticato un tumore ai polmoni, ormai allo stadio avanzato.
Francesco Ceraudo, già responsabile sanitario del “Bon Bosco” e attualmente direttore del Centro Regionale per la Salute in carcere della Toscana, che conosceva bene Mario Santini, si adopera subito perché ottenga una misura alternativa, o quantomeno il ricovero ospedaliero senza piantonamento, in modo da potersi curare in maniera adeguata.
Passano due mesi e Mario rimane in carcere. Una settimana fa ha una grave crisi respiratoria e solo allora lo trasportano all’Ospedale “Santa Chiara”, piantonato dagli agenti di polizia penitenziaria. Ieri mattina i sanitari lo dimettono e lo rispediscono in carcere. Alle 14.00 rientra in cella, alle 16.00 ha una nuova crisi respiratoria e muore. Nessuno se ne accorge, il suo corpo senza vita, già freddo, viene ritrovato alle 18.00.

Il dottor Ceraudo è furibondo: “Provo rabbia e indignazione per questo caso di gravissima malagiustizia e gravissima malasanità”. E prosegue: “Da quattro mesi (da quando ha lasciato l’incarico per il pensionamento – ndr) il carcere di Pisa è senza direttore sanitario e, in attesa del concorso per la nomina del nuovo funzionario, il servizio medico è precipitato nel caos”. Ceraudo è fermamente intenzionato a fare quanto in suo potere perché siano accertate le responsabilità sulla morte di Santini e conclude: “Se fossi stato nei panni del medico SIAS che prestava servizio ieri pomeriggio al carcere Don Bosco non avrei accettato il ‘paziente Santini’, avrei dichiarato la sua totale incompatibilità con il regime detentivo e l’avrei rimandato all’ospedale”.
Con la morte di Mario Santini salgono a 65 i decessi in carcere dall’inizio del 2010. Nella Casa Circondariale di Pisa l’ultimo decesso risaliva al 5 settembre 2010, vittima il 33enne Moez Ajadi, sulla cui morte fu aperta un’inchiesta che ne identificò la causa in una overdose da farmaci.

La tortura in Egitto, ecco una sfilza di corpi

8 marzo 2011 Lascia un commento

Amnesty International dopo aver preso visione di queste immagini ha immediatamente avvertito e sollecitato le autorità egiziane perchè si avvii immediatamente un’indagine su scatti che mostrano decine di corpi di detenuti del carcere di al-Fayoum (nel deserto egiziano, ad un centinaio di kilometri da Il Cairo) apparentemente morti dopo tortura. I video sono stati girati tutti e tre nell’obitorio di Zenhoum l’8 febbraio di quest’anno, a rivoluzione in corso, da Malek Tamer, fratello di uno di quei corpi torturati e poi uccisi. Amnesty racconta dalle pagine del suo sito che Malek si era recato in obitorio perché avvertito da un amico, che aveva riconosciuto il fratello tra quei corpi, tutti con il nome attaccato sulla fronte con un pezzo di carta. Le immagini testimoniano, attraverso le ferite presenti sui cadaveri, delle torture subite prima di essere uccisi ed ora le autorità egiziane dovranno aprire un’inchiesta per stabilire le circostanze della morte di tutti e 68.
Questo numero è quello riportato nella lista presente nell’obitorio di Al-Fayoum, uno dei penitenziari più grandi del paese. La maggior parte delle ferite visibili sono su testa, bocca ed occhi, alcuni hanno bruciature o colpi di arma da fuoco ed alcuni le dita delle mani amputate e quelle dei piedi prive di unghie..

Malek Tamer, all’interno dell’obitorio era con Mohamed Ibrahim Eldesouy, il cui fratello è stato ritrovato lì: entrambi sono stati visti l’ultima volta il 30 gennaio, quando sono stati trattenuti dall’esercito in stato. La comunicazione data alle famiglie era per entrambi la stessa: avrete informazioni sul luogo di detenzione del vostro familiare entro due giorni presso il dipartimento penitenziario gestito dal ministero dell’interno. Una settimana dopo eccoli spuntare morti all’obitorio: il certificato di morte parla di soffocamento per uno e di cause da accertare per l’altro.
Delle quasi ventiduemila persone evase o fuggite durante i giorni della rivoluzione, più della metà sarebbe stato riarrestato o si sarebbe ricostituito, stando alle notizie di Amnesty International

 

Commissione internazionale di inchiesta sulla morte di Ulrike Meinhof: 3° parte

3 marzo 2011 1 commento

Questo blog ha dedicato spesso dello spazio ad Ulrike Meinhof e alla storia della RAF.
Da secoli dovevo proseguire con il rendere fruibile alla rete, le altre parti del Rapporto della Commissione internazionale di Inchiesta sulla morte di Ulrike Meinhof, così maledettamente identica a quella dei suoi compagni.
Vi lascio i link delle precedenti pagine, comunicandovi che proseguiremo con l’analisi degli accessi al piano delle celle e dei reparti presenti nell’Istituto di pena in quella nottata…
PRIMA PARTE COMMISSIONE INCHIESTA con riferimento alle condizioni di detenzione
SECONDA PARTE COMMISSIONE INCHIESTA e perizie mediche

Inchiesta criminologica

Le perizie mediche, conseguenti all’autopsia del corpo di Ulrike Meinhof, dimostrano che gli elementi a disposizione assolutamente non provano -come pretende la tesi ufficiale- che si tratti di un suicidio per tipica impiccagione. L’ipotesi del suicidio, al contrario, rivela contraddizioni insolubili che si ripetono anche nell’inchiesta criminologica e che il governo e la giustizia, da parte loro, non sono evidentemente in grado di spiegare.
Proprio queste contraddizioni rafforzano il sospetto dell’intervento di terzi.
Oltre alle contraddizioni riscontrate dal dott. Meyer nei suoi accertamenti e confermate dai detenuti di Stammheim (posizione del cadavere, genere dell’oggetto servito allo strangolamento etc..), debbono essere inclusi nell’inchiesta i seguenti dati:

A. L’ASCIUGAMANO E L’OGGETTO TAGLIENTE

La striscia ritagliata da un asciugamano, adoperato per lo strangolamento, non poteva essere fissata alla rete della finestra senza un adeguato strumento ausiliare. “La rete metallica ha quadrati di mm 9×9: senza uno strumento adeguato -una piccola pinza, ad esempio- è impossibile far passare una striscia tale nella maglia della rete e reintrodurla in un’altra maglia tirandola verso l’interno. Una pinza del genere non è stata trovata. Ogni altro mezzo (cucchiaio, forchetta…) è inutilizzabile per una simile operazione poiché le maglie sono troppo piccole” ( dichiarazione dei detenuti di Stammheim)  [...]

B. SEDIA / MATERASSO

Per quanto riguarda la posizione del corpo, esistono versioni che si escludono reciprocamente.

  • Scheritmuller (funzionario della prigione): “Non c’era sgabello. Non ho visto sedie”
  • Henck (medico della prigione) : “I piedi erano a 20 cm dal suolo”
  • I funzionari di polizia non citano mai sedia o materasso
  • La sedia appare per la prima volta in Rauschke, nel suo rapporto di medicina legale e nel rapporto della polizia criminale. Rauschke parla di un materasso; la polizia criminale di un materasso e parecchie coperte. Nel rapporto destinato a Jansenn, Rauschke non parla del materasso; in tal modo Jansenn è costretto a partire da indicazioni inesatte
  • “Una sedia posta su una base così instabile si sarebbe immediatamente rovesciata per gli sgambettamenti – di cui si è parlato- che sarebbero stati così forti da provocare le ferite, numerose e profonde, che sono state accertate alle gambe” (dichiarazione dei prigionieri)

C. COPERTA

“Ulrike Meinhof ha sempre dormito con una coperta di pelo di cammello che portava, ricamato, il nome di Andreas Baader. Questa coperta mancava al momento in cui furono consegnati gli effetti personali all’esecutore testamentario. La coperta era ancora nel carcere poco tempo prima. Non è citata nella lista di oggetti presi in consegna dai funzionari della Sicurezza di Stato. Dal registro dell’Istituto di pena risulta che la coperta è stata registrata e quando. Una coperta non poteva lasciare la prigione” [documenti dell'IVK]

D. LAMPADINA ELETTRICA

“Ho aperto ieri sera, alle 22, secondo il regolamento vigente nell’istituto di pena di Stammheim, la cella della signora Ensslin e quella della signora Meinhof, per farmi consegnare, come ogni sera, i tubi al neon e le lampadine elettriche delle celle”. Ecco quanto dichiarava una guardiana ausiliaria, la signora Frede, nel corso del primo interrogatorio della polizia criminale il 9 maggio 1976.
Tuttavia, nel corso dell’inventario ufficiale, il 10 maggio, una lampadina elettrica che recava impronte digitali e che si trovava nella lampada da scrittoio è stata requisita e inviata all’istituto tecnico di criminologia dell’Ufficio federale della polizia criminale. L’istituto rende noti i risultati della perizia dattiloscopica: “Le tracce dattiloscopiche che si trovavano sulla parte esterna della lampadina, rese già visibili dalla polvere nera, sono state fotografate, qui, più di una volta. In ogni caso, si tratta di frammenti di impronte digitali che sono inutilizzabili a scopo di identificazione. Il confronto di questi frammenti con le impronte di Ulrike Meinhof, nata a Oldenburg il 7.10.34, non ha permesso di rilevare alcuna somiglianza.

E. VESTITI

Scaturisce dai verbali, come dalle dichiarazioni di Gudrun Ensslin, che Ulrike indossava la sera dell’8 maggio un jeans slavato e una camicetta rossa. Alla scoperta del cadavere, portava un pantalone di velluto nero e una camicetta di cotone grigia a maniche lunghe. Rimangono dunque due interrogativi: 1. Perchè qualcuno che vuole impiccarsi si cambia d’abito? 2. Perchè la polizia criminale e la Procura non hanno chiesto dove si trovavano i vestiti indossati dalla Meinhof la sera dell’8 maggio? [ Jurgen Saupe, settembre '76]

F. CONTRADDIZIONI NELLE DEPOSIZIONI Di RENATE FREDE

Durante la sua prima deposizione dinanzi alla Polizia criminale, la guardiana ausiliaria Frede dichiara di aver aperto la porta della cella della Meinhof per farsi consegnare le lampadine elettriche. Senza darne spiegazione, la procura l’ascolta una seconda volta l’11 maggio. La Frede dichiara: “Nel corso della mia prima deposizione, ho dichiarato per errore che avevo aperto la porta della cella della Meinhof; non è del tutto esatto. Non ho aperto la porta della cella, ma lo sportello attraverso il quale vengono passati i pasti. In quel momento, anche i funzionari Walz e Egenberger erano presenti. Lo sportello è chiuso da un catenaccio”.

 

 

    CARCERE: una ricerca sulla relazione tra suicidi e sovraffollamento

    16 dicembre 2010 Lascia un commento

    OSSERVATORIO PERMANENTE SULLE MORTI IN CARCERE
    Radicali Italiani, Associazione “Il Detenuto Ignoto”, Associazione “Antigone”, Associazione A “Buon Diritto”, Redazione “Radiocarcere”, Redazione “Ristretti Orizzonti”

    Esiste una relazione tra sovraffollamento delle carceri e frequenza dei suicidi

    I suicidi in carcere fanno registrare un calo rispetto al 2009 (63 casi contro 72), ma rimangono superiori alla media del decennio (57 casi l’anno). Sono i giovani a togliersi la vita con maggiore frequenza: 17 dei detenuti suicidi avevano meno di 30 anni, 21 tra i 30 e i 40 anni, 15 tra i 40 e i 50 anni, 7 tra i 50 e i 60 anni e 2 oltre i 60 anni. Gli stranieri suicidi sono 15 (24%), mentre i detenuti stranieri sono il 36% della popolazione detenuta. Riguardo al metodo utilizzato per i suicidi, l’impiccagione è al primo posto (53 casi), mentre 7 detenuti si sono uccisi asfissiandosi con il gas, 2 avvelenandosi con i farmaci, 1 tagliandosi le vene.

    Ricerca sulla relazione tra sovraffollamento e suicidi (il dato sulle presenze è del 6 dicembre)

    Esiste una relazione tra sovraffollamento delle carceri e frequenza dei suicidi: questo è il risultato di una elaborazione effettuata dall’Osservatorio permanente sulle morti in carcere a seguito dell’ultimo caso, che si è verificato la scorsa notte a Sollicciano.
    Abbiamo preso in considerazione soltanto gli istituti di pena nei quali nel 2010 sono avvenuti almeno 2 suicidi, in quanto un singolo episodio può essere ricondotto a situazioni personalissime che poco hanno a che fare con le condizioni di vita di un determinato carcere. Se invece i suicidi si ripetono con una certa frequenza (fino al caso limite di Sulmona, con 11 suicidi in 5 anni), è difficilmente contestabile l’esistenza di un “fattore ambientale” nel verificarsi di queste tragedie.
    Raggruppando le 9 carceri dove sono accaduto almeno 2 suicidi nel corso dell’anno vediamo che il tasso medio di sovraffollamento è del 176% (contro un dato nazionale del 154%) e la frequenza dei suicidi è di 1 caso ogni 415 detenuti, mentre la media nel sistema penitenziario italiano è di 1 su 1.090.
    In sintesi estrema: in 9 carceri, dove l’affollamento medio è del 22% oltre la media nazionale, si è registrata una frequenza dei suicidi più che doppia rispetto al complesso della popolazione detenuta.
    Nel 2010 il tasso suicidiario più elevato è quello del carcere di Catania Bicocca (1 suicidio ogni 117 detenuti), seguito da quelli di Siracusa e di Sulmona. Una conferma dell’esistenza di un “fattore ambientale” viene anche dall’analisi dei dati del quinquennio 2006-2010: la frequenza maggiore di suicidi si è registrata a Sulmona, al secondo posto Catania Bicocca, al terzo posto Lecce.

    La ricerca nel dettaglio

    176% – media sovraffollamento nelle 9 carceri considerate
    154% – media sovraffollamento tra tutte le carceri italiane
    1 ogni 415 detenuti: frequenza dei suicidi nelle 9 carceri considerate
    1 ogni 1.090 detenuti: frequenza dei suicidi tra tutte le carceri italiane

    1.      Catania “Bicocca”: 2 suicidi su 234 detenuti nel 2010 = 1 ogni 117 (sovraffollamento al 165%)
    2.      Siracusa: 4 suicidi su 515 detenuti nel 2010 = 1 ogni 128 (sovraffollamento al 166%)
    3.      Sulmona: 3 suicidi su 444 detenuti nel 2010 = 1 ogni 148 (sovraffollamento al 147%)
    4.      Reggio Emilia: 2 suicidi su 314 detenuti nel 2010 = 1 ogni 157 (sovraffollamento al 188%)
    5.      Padova Casa Reclusione: 3 suicidi su 848 detenuti nel 2010 = 1 ogni 282 (sovraffollamento al 193%)
    6.      Firenze Sollicciano: 2 suicidi su 1.025 detenuti nel 2010 = 1 ogni 512 (sovraffollamento al 206%)
    7.      Roma Rebibbia: 3 suicidi su 2.035 detenuti nel 2010 = 1 ogni 678 (sovraffollamento al 136%)
    8.      Napoli Poggioreale: 3 suicidi su 2.684 detenuti nel 2010 = 1 ogni 894 (sovraffollamento al 159%)
    9.      Lecce: 2 suicidi su 1.551 detenuti nel 2010 = 1 ogni 775 (sovraffollamento al 228%)

    *Il carcere dove quest’anno sono avvenuti più suicidi è Siracusa (4). L’Istituto ha 309 posti, i detenuti presenti sono 515, per un tasso di sovraffollamento del 166%. La frequenza dei suicidi durante l’anno è stata di 1 ogni 128 detenuti presenti.
    *A Sulmona nel 2010 sono avvenuti 3 suicidi (con 11 casi dal 2006 ad oggi l’istituto fa registrare il più alto tasso di suicidi in Italia nel quinquennio). Il carcere ha 300 posti, i detenuti sono 444, per un tasso di sovraffollamento del 147%. La frequenza dei suicidi durante l’anno è stata di 1 ogni 148 detenuti presenti.
    *3 suicidi anche nella Casa di Reclusione di Padova, 439 posti e 848 detenuti, per un tasso di sovraffollamento del 193%. La frequenza dei suicidi durante l’anno è stata di 1 ogni 282 detenuti presenti.
    *Anche a Poggioreale (Napoli) e a Rebibbia (Roma) si sono registrati 3 suicidi, ma su popolazioni detenute molto più numerose (rispettivamente 2.684 e 2.035, con frequenze di 1 suicidio ogni 894 e 678 presenti).
    *Reggio Emilia (2 suicidi su 314 detenuti) è al terzo posto nella frequenza suicidiaria, ma anche al primo posto per tasso di sovraffollamento, che raggiunge il 188%.
    *Catania “Bicocca”, con 2 suicidi su 234 detenuti, ha il tasso più elevato d’Italia nel 2010, mentre dal 2006 i casi sono stati complessivamente 5, collocando il carcere al secondo posto (dopo Sulmona) come frequenza dei suicidi nel quinquennio. Il sovraffollamento è del 165%.
    *Il carcere di Sollicciano ha avuto 2 suicidi nel 2010, 8 negli ultimi 5 anni. I detenuti sono 1.025 a fronte di una capienza di 497 posti (sovraffollamento del 206%)
    *Lecce ha 650 posti e 1.551 detenuti, con il tasso di sovraffollamento più elevato in Italia, il 228%. I suicidi nel 2010 sono stati 2, con una frequenza di 1 ogni 775 presenze. Dal 2006 ad oggi si sono registrati 11 suicidi, con una frequenza che pone il carcere al terzo posto dopo Sulmona e Catania Bicocca.

     

    Cile e Grecia: bollettini e tragedie carcerarie…

    8 dicembre 2010 Lascia un commento

    Due notizie da due paesi molto lontani: uno bagnato dal mar mediterraneo, culla della cultura e l’altro, il piccolo stuzzicadenti dell’America Latina, stretto stretto tra le Ande e l’Oceano. Grecia e Cile si avvicinano tra le loro sbarre, perché entrambe le notizie parlano di carcere, della maledizione del vivere e morire di carcere, e di chi prova a lottare per avere condizioni migliori.

    In Cile è una tragedia: 81 morti per un grande incendio nel carcere San Miguel di Santiago del Cile. Dalle 6 del mattino l’incendio è divampato in un piano di uno degli edifici del grande complesso carcerario che vive uno stato di sovraffollamento allarmante ospitando oggi 1900 detenuti per una capienza massima della struttura di 700. Facile immaginare come possa esser avvenuta la tragedia per gli 81 detenuti morti nelle loro celle, di cui ancora non si riescono a sapere i nomi. : Una ventina di feriti sono stati trasferiti in ospedale, mentre circa duecento prigionieri sono stati per ora portati nei cortili del penitenziario. Un testimone oculare racconta alla televisione cilena che “la polizia non ha consentito ai pompieri di entrare subito nella struttura”. Si spera che il bilancio delle vittime non aumenti.

    In Grecia, come un po’ in tutti i paesi magnati dal mare nostrum, le condizioni di vita dei detenuti non sono certo migliori e il sovraffollamento flagella la quotidianità di migliaia di reclusi. Lo sciopero della fame partito la scorsa settimana vede sempre più detenuti partecipare e minacciarlo ad oltranza: i numeri sono spaventosi. Novemila prigioneri su 12.600 partecipano alla protesta astenendosi dall’accettare il vitto e 312 sono in sciopero della fame. Ventisei delle trentatre carceri greche sono in mobilitazione.

     

    Joy ha tentato il suicidio: Assassini!

    24 aprile 2010 Lascia un commento

    Chi vuole la morte di Joy

    Mesi e mesi di vita rubata tra Cie e carcere dopo anni di vita rubata dai suoi sfruttatori. Quello di Joy non è un tentato suicidio, ma un tentato omicidio, e sappiamo bene chi vuole la sua morte: chi sta facendo di tutto per non farla uscire dal Cie, chi da settimane cerca di piegarla e distruggerla psicologicamente, chi cerca di isolarla impedendo i colloqui con lei e negandole la linfa vitale delle relazioni. Tutti/e costoro – e i loro complici – sono responsabili del gesto disperato di Joy che oggi i suoi avvocati hanno voluto denunciare con un comunicato stampa mandato alle agenzie.
    Chiediamo a chi intende riprendere il comunicato di omettere, come abbiamo fatto noi, il suo cognome.
    Immigrazione/ Denunciò stupro al Cie: nigeriana tenta suicidio Il 17 aprile Joy (***) ha ingerito sapone al Cie di Modena (da Apcom) Joy (***), la 28enne nigeriana che ha denunciato un tentativo di violenza sessuale da parte di un ispettore di polizia nel Cie di Milano l’estate scorsa, ha tentato il suicidio all’interno del Centro di identificazione ed espulsione di Modena dove è trattenuta da alcuni mesi.
    A quanto risulta ad Apcom, il 17 aprile scorso, la donna ha ingerito un intero flacone di sapone ed è stata ricoverata in ospedale dove le è stata praticata una lavanda gastrica. Sentito da Apcom, l’avvocato Eugenio Losco, che insieme con il collega Massimiliano D’Alessio difende la donna, conferma l’episodio: “Se l’è cavata, ma sono molto preoccupato perché, dopo questo tentativo, Joy continua a manifestare propositi suicidi e non vorrei contare il secondo morto nella vicenda seguita alle proteste nel Cie di Milano”. L’avvocato si riferisce al suicidio, nel gennaio scorso, a San Vittore di Mohamed El Aboubj, in carcere dopo la condanna in primo grado nel processo con rito direttissimo per la “rivolta” in cui fu coinvolta anche Joy. “Joy è nei Cie da quasi un anno in attesa di espulsione ed è fisicamente e psicologicamente molto provata, sia per la detenzione che per il dilatarsi dei tempi di inoltro della denuncia che ha fatto contro i suoi sfruttatori e che le farebbe ottenere un permesso di soggiorno per protezione sociale” continua il legale, sottolineando che la situazione per Joy, in Italia dal 2002 per fare la parrucchiera e poi diventata prostituta, si è “ulteriormente aggravata dopo che il 12 aprile scorso, giorno in cui era prevista la sua liberazione, le è stato comunicato che sarebbe dovuta rimanere al Cie per altri due mesi”. Per quanto riguarda la vicenda della presunta violenza sessuale (l’ispettore accusato ha sporto querela contro la donna), l’avvocato fa sapere che l’8 giugno prossimo il Gip Guido Salvini ha fissato l’incidente probatorio per l’audizione della donna nigeriana.

    12 anni fa, ma non dimentichiamo

    28 marzo 2010 2 commenti

    Il manifesto dello scorso anno

    Il manifesto di un paio d'anni fa

    Edoardo Massari (detto Baleno) nasce il 4 aprile 1963, da una famiglia operaia originaria del Canavese (Piemonte).

    Sin da adolescente inizia la frequentazione dei centri sociali: inizialmente è un attivista di El Paso (dove verrà coniato il suo soprannome:Baleno), il primo centro sociale anarcho-punk torinese; partecipa a diverse iniziative degli squatters, anche fuori Piemonte: ad Aosta con il collettivo Piloto Io, a Roma con gli occupanti in Piazza dei Siculi, ad Alessandria al Forte Guercio, a Cuneo al Kerosene Occupato e alla Scintilla di Modena.

    Nel 1991, ad Arè, vicino Caluso (To), è tra gli occupanti della piscina comunale. Per contestare questo sgombero decidere di “prendere in possesso”, insieme ad altri compagni, il palazzo del municipio di Caluso. Vengono tutti denunciati. Baleno, che come forma di protesta estrema ed iconoclasta, “cagherà” pubblicamente sulla bandiera italiana, subirà per tutti questi fatti una prima condanna a 7 mesi e 15 giorni per “interruzione di pubblico servizio e oltraggio a pubblico ufficiale”.

    La sera del 19 giugno 1993, mentre Edoardo sta lavorando alla saldatura di alcuni pezzi di motorini e biciclette, esplode la bomboletta del gas che gli serviva per gonfiare le ruote (probabilmente l’eccessivo calore è il responsabile dell’esplosione). Edoardo Massari si ferisce leggermente ad un braccio, si reca al pronto soccorso ma quando torna a casa trova la polizia ad attenderlo.

    Edoardo 'Baleno' Massari

    Edoardo 'Baleno' Massari

    Immediatamente viene arrestato e denunciato per fabbricazione di ordigni esplosivi. Dopo 6 mesi di detenzione preventiva, scioperi della fame e manifestazioni varie, Edoardo Massari viene condannato a 2 anni e 8 mesi. Successivamente gli infliggono una pena di 4 mesi per oltraggio nei confronti di una guardia carceraria, compiuto durante la detenzione preventiva.

    Esce dal carcere nel dicembre 1996 e va ad abitare all’Asilo Occupato di via Alessandria, a Torino. Ai primi di settembre del 1997, Baleno, insieme tra gli altri ai compagni ed amici Silvano Pelissero e Maria Soledad Rosas, si trasferisce alla Casa di Collegno, che si trova all’interno del parco del manicomio di Collegno (occupato dal 1996).

    Durante una vacanza alle Isole Canarie, tra Sole e Baleno nasce l’amore. La felicità dura poco: il 5 marzo 1998 Silvano Pelissero, Edoardo Massari e l’argentina Maria Soledad Rosas, vengono tutti arrestati. L’accusa, abilmente orchestrata grazie anche al contributo decisivo dei media nazionali, è quella di appartenere ad una fantomatica organizzazione eco-terrorista, i “Lupi Grigi”, responsabile di una serie di attentati in Val Susa contro la linea ad alta velocità Torino-Lione.

    All’alba di sabato 28 marzo, secondo la versione ufficiale, Edoardo Massari viene trovato agonizzante, impiccato con le lenzuola alla sua branda del carcere torinese delle Vallette (n.d.r le testimonianze degli abitanti delle case popolari antistanti il carcere rivelano che sin da verso la mezzanotte si sentivano arrivare ambulanze e volanti a sirene spiegate). L’11 luglio si suiciderà anche la sua amata Maria Soledad Rosas.
    TRATTO DA ANARCHOPEDIA

    Maria Soledad 'SOLE' Rosas

    Maria Soledad 'SOLE' Rosas

    Giuseppe Uva: la violenza è a sfondo sessuale

    22 marzo 2010 2 commenti

    Emergono nuove circostanze che gettano una luce ancora più inquietante sulla morte di Giuseppe Uva, l’uomo di 43 anni morto il 14 giugno del 2008 nell’ospedale di Varese dopo un pestaggio subito nella caserma dei carabinieri.
    Sembra che tra lui e uno dei militi che lo avevano fermato la notte precedente ci fossero degli screzi personali legati a una donna. Alberto Biggiogero condotto in caserma insieme ad Uva, e che racconta di aver sentito le grida atroci dell’amico provenire dalla stanza dove era stato rinchiuso tanto da chiamare il centralino del 118 per chiedere un intervento (circostanza che ha trovato piena conferma dalla registrazione della telefonata e dai successivi contatti del 118 con la caserma), ha sostenuto in un’intervista che Uva «aveva avuto una relazione con la moglie di un carabiniere e questo, in seguito, aveva promesso di fargliela pagare». Biggiogero non sa chi fosse questa donna, ma la sera del fermo per schiamazzi notturni accadde qualcosa di molto simile a quanto paventato dall’amico. Nella dettagliata denuncia presentata alla procura di Varese, Biggiogero descrive la scena: «Un carabiniere si avvicina a noi con uno sguardo stravolto urlando “Uva, cercavo proprio te, questa notte te la faccio pagare!”», quindi avrebbe cominciato a spintonarlo e picchiarlo per poi spingerlo insieme con altri colleghi in una delle volanti accorse. Insomma, stando alle parole del testimone, il movente del brutale pestaggio continuato in caserma e finito in tragedia avrebbe potuto essere quello del forte risentimento personale nutrito da un esponente dell’Arma che avrebbe coinvolto altri suoi colleghi.
    La presenza in passato di uno screzio con i carabinieri, sempre per questioni di donne (Uva era incensurato), viene confermato anche dalla sorella dell’uomo, Lucia. D’altronde la descrizione del corpo martoriato di Uva, in particolare le tracce di sangue sul retro dei pantaloni, la scomparsa degli slip, il sangue attorno ai testicoli e alla zona anale, lasciano supporre il ricorso a sevizie di natura sessuale compatibili col movente indicato. L’avvocato Anselmo, legale della famiglia, è più prudente e preferisce procedere con metodo: «Basterebbe poter consultare il traffico delle chiamate in uscita e in entrata sull’utenza del cellulare di Uva per accertare la verità». Per questo nei prossimi giorni depositerà una memoria avanzando diverse richieste per la riapertura delle indagini, tra cui la riesumazione della salma affinché venga realizzata una nuova autopsia finalizzata a nuovi accertamenti medico-legali sulla natura delle ecchimosi e dei lividi raffigurati nelle foto e la presenza di eventuali fratture e altri traumi.
    Nel frattempo il procuratore capo di Varese, Maurizio Grigo, ha rivendicato «il corretto operato dei colleghi titolari del procedimento». In un comunicato ha reso noto che «il 30 settembre 2009 la dottoressa Sara Arduini ha aperto un nuovo procedimento proprio per verificare le nuove accuse della famiglia e le dichiarazioni rese da Alberto Biggiogero ed accertare ulteriori ipotesi di determinismo sull’accadimento».

    Giuseppe Uva

    Non vi sarebbero per il momento persone iscritte nel fascicolo degli indagati, ma a detta del procuratore «sono state espletate ulteriori attività istruttorie e altre ne verranno svolte, nel caso con la possibile partecipazione dei difensori». Per quanto riguarda, invece, il procedimento per omicidio colposo nei confronti dei due medici del reparto di psichiatria dell’ospedale di Varese che diedero assistenza a Uva durante il ricovero, il procuratore ha sottolineato che «si è in attesa della fissazione della prima udienza preliminare». A ventuno mesi dalla morte di Giuseppe Uva cominciano a trovare conferma molti elementi che smentiscono la versione ufficiale fornita dalle autorità. Tuttavia numerose domande attendono ancora risposta, tra queste il numero dei militi dell’Arma e degli agenti della polizia di Stato presenti nella caserma la notte tra il 13 e 14 giugno e perché questi non sono mai stati ascoltati.

    Giuseppe Uva, altro assassinio per mano dello stato

    20 marzo 2010 8 commenti

    Non è solo abuso di potere, non è solo infamia dello stato su corpi prigionieri, è sadismo, è una patologia di sopraffazione che ormai pervade le forze dell’ordine.
    Eh si, non è un’esagerazione questa frase, proprio no perchè i numeri sono troppi, iniziano ad essere insostenibili anche agli occhi dei più ciechi. Non è possibile.
    Non è possibile che si possa morire per un fermo in stato d’ebbrezza.
    Non è possibile morire come Stefano Cucchi, o massacrato su un marciapiede come Aldro. Non è possibile morire come Marcello Lonzi, che sembrava inciampato in un secchio di vernice rossa in quella maledetta cella.

    Giuseppe Uva

    Non si può morire come Aldo Bianzino.
    Ed oggi scopro che non si può morire nemmeno come Giuseppe Uva, 43enne, fermato da una volante dei carabinieri il 14 giugno del 2008, a Varese.
    Ecco la sua storia:

    Giuseppe Uva e Alberto Biggiogero vengono fermati in stato di ebbrezza verso le 3 di mattina di sabato 14 giugno 2008 da una volante dei carabinieri, mentre spostano alcune transenne bloccando l’accesso a una strada del centro di Varese. Uno dei due carabinieri all’interno della volante riconosce Uva, lo chiama per nome e inizia a inseguirlo mentre questo tenta la fuga. Alberto Biggiogero cerca di correre in aiuto di Uva, richiamato dalle grida di questo, per impedire al carabiniere di colpire l’amico. L’altro carabiniere, che guidava l’auto, lo immobilizza e gli impedisce di intervenire. Poco dopo sopraggiungono due volanti della polizia di stato, Biggiogero verrà spinto a forza in una di queste, Giuseppe Uva verrà invece costretto in quella dei carabinieri. Le tre macchine arrivano nella caserma dei carabinieri verso le 3.30 (i quattro agenti delle due volanti di polizia vengono raggiunti dall’altra volante in servizio quella notte, tutti e sei i poliziotti restano in caserma per le successive due ore fino a quando Uva non verrà trasportato in ospedale, saranno due di loro, tra l’altro, ad accompagnare in ambulanza Uva al pronto soccorso, secondo una procedura del tutto anomala). I due amici vengono separati, Biggiogero resta in una stanza collocata a sinistra dopo il portone d’accesso alla caserma, controllato a vista da poliziotti e carabinieri. Da lì sente chiaramente le urla dell’amico provenienti da un’altra stanza, posta probabilmente sulla destra del corridoio, per un lunghissimo lasso di tempo. Grida ai presenti di smetterla di “massacrare” l’amico e viene minacciato di subire la stessa sorte.

    Verso le quattro del mattino, approfittando degli attimi in cui viene lasciato solo, chiama con il proprio cellulare il 118, chiedendo l’intervento di un’ambulanza in caserma perché lì era in corso un massacro. L’operatore del 118 dice che manderà un’ambulanza, dopo due minuti chiama in caserma per accertarsi che ci sia veramente bisogno dell’intervento del mezzo, riferendo di essere stato contattato da un signore che denunciava un pestaggio all’interno della caserma. Il carabiniere che ha risposto al telefono lo fa attendere in linea per verificare, al suo ritorno all’apparecchio dice che si tratta di due ragazzi ubriachi e che ora si sarebbero occupati di toglier loro il telefonino (la trascrizione delle due telefonate è agli atti e disponibile).
    Biggiogero fa anche in tempo a chiamare il padre e chiedergli di venirlo a prendere prima che il cellulare gli venga portato via. Biggiogero dichiara, poi, di non aver sentito le sirene dell’ambulanza ma che dopo circa 20 minuti dalla sua telefonata si è presentato in caserma un uomo in impermeabile con una valigetta che viene indicato come “il dottore”. Nel frattempo arriva anche il padre di Biggiogero che riuscirà a portare a casa il figlio e si dice disposto a portare personalmente Uva al pronto soccorso. I carabinieri diranno che non ce n’è bisogno in quanto l’arrivo del medico è sufficiente. Alle 5 del mattino (presumibilmente mezz’ora dopo che Biggiogero e il padre uscivano dalla caserma) una telefonata dei carabinieri alla guardia medica richiede un’ambulanza e dice che alla persona fermata deve essere effettuato un Tso. Uva viene trasferito quindi al pronto soccorso dell’ospedale di Circolo, dove viene richiesto il Tso e così, dopo circa due ore (verso le 8.30 del mattino), Uva viene trasferito nel reparto psichiatrico presso lo stesso ospedale. Due ore dopo viene constatato il decesso per arresto cardiaco.

    Dagli esami tossicologici risulta che gli sono stati somministrati dei farmaci, inequivocabilmente e tassativamente controindicati in caso di assunzione di alcol. L’arresto cardiaco è stato provocato da questo “errore”. La testimonianza del Comandate del posto fisso della polizia di stato ubicato presso il pronto soccorso dell’ospedale di Circolo riporta alcune affermazioni estremamente significative.
    La prima: si è venuti a conoscenza della morte di Uva in ritardo “pur non trattandosi come si evince dall’allegato referto medico di evento non traumatico” (si legga: è stato un evento traumatico). La seconda: la salma di Uva giaceva “supina e senza abiti, con la parte ossea iniziale del naso in zona frontale, munita di una vistosa ecchimosi rosso-bluastra, così dicasi per la parte relativa del collo sinistro, le cui ecchimosi proseguivano con discontinuità, su tutta la parete dorsale, lesioni di cui non viene fatta menzione nel verbale medico di accettazione”. Il comandante aggiunge: “che non vi è traccia degli slip del de cuius e su chi abbia provveduto alla loro rimozione dal corpo, indumento tra l’altro, neppure consegnato ai parenti (probabilmente perché intrisi di sangue).
    E tuttavia non si può sottacere il riscontro obiettivo di pseudo macchie ematiche riscontrate a tergo sui pantaloni poi posti successivamente sotto sequestro unitamente agli altri capi di vestiario con un particolare inquietante riscontrato anche sulle scarpe di stoffa che stanno verosimilmente ad indicare una estenuante difesa ad oltranza dell’uomo effettuata anche con calci”. Ciò è evidenziato dal fatto che “la parte anteriore di entrambe calzature destra e sinistra, si presenta vistosamente consumata”. L’autopsia è stata fatta in maniere platealmente sbrigativa e parziale, senza gli esami radiologici necessari ad accertare fratture e minimizzando o ignorando l’importanza delle lesioni presenti sul suo corpo, in particolare sul dorso e nella regione anale.

    “Dal letame nascono i fior”?? …sul carcere di Bollate

    5 marzo 2010 Lascia un commento

    1969 _ Carceri in rivolta_

    Pubblico con molto piacere una lettera di Carmelo Musumeci, a cui spesso do spazio in questo blog; ergastolano rinchiuso nel carcere di Spoleto.
    Carmelo giustamente, nel leggere il Corriere della sera di martedì rimane un po’ sconcertato dello spazio dato alla notizia (ottima) di una gravidanza tra le sbarre. Come è potuto accadere? Due detenuti che hanno rapporti sessuali dentro il carcere! Il miracolo? Finalmente il diritto all’affettività per i detenuti anche nel nostro paese di merda?
    No. Assolutamente !!
    I due hanno avuto rapporti clandestini (pensa che palle, tutto estremamente di corsa e con qualche tonnellata di ansia)nell’aula scolastica :
    i giornalisti, palesemente invidiosi del fatto che anche i detenuti hanno più orgasmi di loro, sono corsi ad urlare allo scandalo.
    In prigione si sta meglio che in vacanza: si mangia, si riposa e si tromba pure!!!
    In realtà il carcere di Bollate è un esperimento, unico nel nostro paese.
    Quando parliamo di carcere sperimentale parliamo anche di un certo tipo di detenuti, di percorso rieducativo etc. etc. ,
    insomma col cavolo che un detenuto “normale” finisce a Bollate!
    Noi comuni mortali, noi che non ci venderemmo mai nessuno, noi che non ce piace chiacchierà … noi si finisce in 9 in cella a far l’amore con la claustrofobia e i blindati chiusi.

    Perché nelle carceri italiane ci si può togliere la vita ma non si può fare l’amore?
    di Carmelo Musumeci dal Carcere di Spoleto, marzo 2010

    Nel Corriere della Sera di martedì 2 marzo 2010 ho letto che nel carcere di Bollate una detenuta è rimasta incinta da un detenuto.
    Radio carcere sostiene che erano fidanzati e che si potessero vedere solo nell’aula scolastica dell’istituto.
    La cosa mi ha fatto sorridere, perché fa tenerezza che in un luogo di sofferenza e dolore nasca l’amore e la vita.
    Ho continuato a leggere l’articolo, ad un tratto ho smesso di sorridere.
    -Il segretario del sindacato di polizia penitenziaria SAPPE, che ha denunciato l’accaduto, chiede che il ministro Alfano predisponga approfondimenti.
    Incredibile!
    Il carcere di Bollate, l’unico che in Italia funzioni e che applichi il principio rieducativo previsto dall’articolo 27 della Costituzione, fa scandalo perché i detenuti invece di ammazzarsi fanno l’amore.
    Pazzesco!
    Il segretario del sindacato di polizia penitenziaria invece di chiedere approfondimenti nei carceri dove si muore come mosche, (da gennaio dodici suicidi dietro le sbarre, al 26/02/2010) chiede approfondimenti nell’unico carcere dove non si è suicidato nessuno, ma è stata concepita una vita.
    Tutti parlano e scrivono dei morti in zone di guerra in Afghanistan o in Iraq, ma nessuno ormai parla e scrive più dei morti in carcere in Italia.
    Che strano paese è l’Italia: fa notizia che due detenuti invece di ammazzarsi fanno l’amore, ma nessuno scrive e parla del fatto che le persone che si sono tolte la vita nel nostro paese in carcere sono superiori ai soldati americani morti in Afghanistan o in Iraq.
    Ricordo ai politici di questo nostro strano Paese che il desiderio d’amore è naturale e istintivo; che l’affettività è da sempre considerata un diritto fondamentale;
    che la pena dovrebbe privare le persone soltanto della loro libertà;
    che sono ormai tantissimi i Paesi nei quali sono permessi i colloqui intimi, persino paesi come l’Albania, considerato fanalino di coda dell’Europa;
    che è disumano il divieto di dare e ricevere una carezza o un bacio dalla persona che ami;
    che la mancanza di contatti intimi reca danni alla psiche e alla sfera emozionale;
    che un individuo in carcere non perde il diritto di avere diritto;
    che un carcerato resta un membro della famiglia umana: anche i detenuti, piangono, sorridono, si nutrono, respirano e pensano, eppure molti di noi non hanno rapporti intimi con le loro compagne da decenni.
    Non è naturale questo modo di vivere: in carcere i detenuti non dovrebbero perdere il diritto di amare e di essere amati.

    Perché nelle carceri italiane ci si può togliere la vita ma non si può fare l’amore?

    Ti spiegherò la pena di morte, nel tuo paese

    16 gennaio 2010 2 commenti

    Dovrò spiegargli che è nato in un paese dove esiste la pena di morte.
    Che dolore solo pensarci, non sarò sicuramente in grado di trovare le parole senza sentire un groppo in gola, un senso di nausea.
    D’altronde non si può negare la verità ai propri figli, non si può pensare di nascondergli la realtà per far sembrare il tutto meno pesante, non potrò certo proprio io evitare di fargli capire che razza di mondo e paese siamo ormai…
    Ed è quindi ormai un dato di fatto, devo cominciare sin da ora a cercare le parole adatte per spiegargli che qui, nel paese dove è nato, piccolo piccolo che non si può credere quanto si può esser piccoli, esiste la pena di morte, anche se ce lo nascondono.

    Ma siamo al 16 gennaio e questi sono i dati, i numeri, i nomi e cognome: [fonte: Ristretti Orizzonti]
     
    Con la morte di Mohamed El Aboubj, ritrovato esanime nel bagno della sua cella nel carcere di San Vittore salgono a 6 i detenuti suicidi dall’inizio dell’anno: una frequenza mai registrata prima.
    Mohamed El Aboubj era stato condannato in primo grado a 6 mesi di carcere per aver partecipato alla “rivolta” avvenuta 5 mesi fa nel Centro di Identificazione ed Espulsione (CIE) di Via Corelli.Tra un mese sarebbe stato scarcerato, probabilmente senza che arrivasse la sentenza definitiva, quindi dopo aver “scontato” in custodia cautelare una vera e propria “anticipazione della pena”.
    L’avvocato Mauro Straini – legale di El Aboubj – ha commentato ad Apcom la morte del suo assistito spiegando che “nel 2009 in Italia si è registrato un record di suicidi tra i reclusi, 72 casi, e in questo primo scorcio dell’anno si sono già verificati alcuni casi. Invece di discutere solo in merito alla costruzione di nuovi penitenziari – ha aggiunto il legale – bisognerebbe ripensare seriamente al senso della pena e della custodia cautelare che andrebbe applicata soltanto in casi estremi ridimensionando la facilità con la quale viene disposta oggi“.

    6 detenuti suicidi in soli 15 giorni (1 morto ogni 60 ore, in media): una frequenza mai registrata prima, a fronte della quale non c’è alcun “piano carceri” che tenga, anche perché gli interventi recentemente annunciati dal ministro Alfano non prevedono alcun rafforzamento dell’attività “trattamentale” verso i detenuti, quindi l’assunzione di psicologi, educatori, assistenti sociali. Si edificheranno nuove celle (“se” e “quando” si edificheranno), si assumeranno nuovi agenti di polizia penitenziaria (“se” e “quando” si assumeranno), in modo da poter “contenere” e “sorvegliare” fino a 80.000 detenuti. Che possano arrivare vivi al termine della pena – possibilmente conservando anche un po’ di salute fisica e mentale – non sembra essere tra le preoccupazioni di chi governa (il Paese e le carceri).

    Cognome Nome Età Data morte Causa Istituto
    Mohamed El Aboubj 25 anni 15-gen-10 Suicidio Milano San Vittore
    Abellativ Eddine 27 anni 13-gen-10 Suicidio Massa Carrara
    Attolini Giacomo 49 anni 07-gen-10 Suicidio Verona
    Tammaro Antonio 28 anni 07-gen-10 Suicidio Sulmona (AQ)
    Frau Celeste 62 anni 05-gen-10 Suicidio Cagliari
    Ciullo Pierpaolo 39 anni 02-gen-10 Suicidio Altamura (BA)


    Natale nei CIE: si impicca una reclusa trans a Milano

    26 dicembre 2009 1 commento

    Una mezzoretta fa ci è arrivata una telefonata da dentro uno dei Cie qui del nord Italia: gira voce, ci hanno detto, che in via Corelli sarebbe morto un recluso, suicida. E proprio mentre cominciavamo a fare qualche verifica abbiamo rintracciato in rete questo lancio di agenzia:
    «Un trasessuale brasiliano di 34 anni, bloccato domenica scorsa perché irregolare, si è impiccato nel Centro di identificazione ed espulsione di via Corelli a Milano. Per uccidersi ha usato un lenzuolo, fissato alle sbarre della finestra della sua stanza al Cie. Il cadavere è stato scoperto intorno all 15,30 da un altro immigrato trattenuto nel centro, che ha dato l’allarme. Secondo la prima ricostruzione, il transessuale sarebbe entrato nella sua stanza attorno alle 14 e da quel momento nulla di strano è stato notato fino alla tragica scoperta del suo gesto. Liberato dalla stretta del lenzuolo, il trans è stato subito portato in infermeria dove sono iniziate, senza esito, le manovre rianimatorie. Quando è arrivata l’ambulanza, il rianimatore non ha potuto fare altro che constatare la morte. Ignota al momento la causa del suicidio. La polizia tiene a sottolineare che in questi giorni il Cie non è particolarmente affollato.»

    Aggiornamento ore 23.oo. E già. Nel reparto trans di via Corelli, riaperto da pochissimo, una reclusa si è impiccata. Era stata catturata cinque giorni fa e, dai racconti che siamo riusciti a raccogliere fino ad adesso, prima di uccidersi avrebbe chiesto senza essere ascoltata di essere trasferita in un’altra sezione.

    macerie @ Dicembre 25, 2009

    Aldo Bianzino: comunicato stampa

    19 dicembre 2009 Lascia un commento

    “Arrestati e condotti nel carcere di Capanne – Aldo viene portato in isolamento e Roberta nel braccio femminile – al termine di una perquisizione, firmata dal pm Petrazzini, trovate solo alcune piante di marijuana e 30 euro in contanti”.

    E’ l’assurdo inizio della fine di Aldo. Uomo libero, consumatore e coltivatore di canapa che per questo viene arrestato e muore in carcere, in una città che si preoccupa soltanto di reprimere i consumatori e la “manodopera di strada” mentre rimane una piazza centrale del narcotraffico. A più di due anni da questa “misteriosa” morte, si tenta ancora di insabbiare la verità. 
Infatti, mentre è stato rinviato a giudizio l’agente di polizia penitenziaria accusato di omissione di soccorso, viene archiviato il procedimento per omicidio, volendo farci credere che Aldo sia “stato ucciso” in carcere da un malore accidentale. L’ipotesi di morte naturale viene però formulata solo dopo la seconda autopsia sul corpo di Aldo.
Và ricordato che nella prima autopsia vengono riscontrate diverse lesioni “compatibili con l’ipotesi di omicidio” e i medici legali dichiarano probabile la sua morte per percosse. Nella seconda, con l’asportazione del fegato e del cervello, la sua morte viene fatta risalire a cause naturali, negando di fatto l’ipotesi delle percosse.
Una terza perizia viene richiesta dal giudice e affidata agi stessi medici legali! Il risultato? Il fegato di Aldo si sarebbe staccato in seguito ad un massaggio cardiaco (effettuato da medici competenti!). Dall’analisi dagli atti che giustificano l’archiviazione permangono diversi dubbi:

    - Aldo viene ritrovato rannicchiato nel letto nudo con addosso una sola maglietta (che i familiari affermano non appartenergli) e con la finestra aperta, ad ottobre inoltrato.

    - Al momento del ritrovamento del corpo di Aldo non è stata effettuata alcuna ispezione della cella numero 20 nella quale era stato rinchiuso.
    - Nonostante viene affermato che dall’analisi delle riprese delle telecamere a circuito chiuso del carcere non risultino elementi rilevanti, non si parla del perché queste all’inizio vengono dichiarate non funzionanti mentre in seguito viene affermato che il loro funzionamento avviene con registrazioni ad intervalli regolari.

    Inoltre come è possibile che lo stesso pm Petrazzini che ha ordinato l’arresto di Aldo sia anche quello che ha indagato sulle cause della sua morte? Non è corretto che uno stesso magistrato svolga contemporaneamente il ruolo dell’accusa e della tutela (ruolo della difesa) nei confronti della medesima persona. Al limite il magistrato che ha emesso l’ordinanza di perquisizione nei confronti di Aldo poteva essere sentito come parte in causa all’interno dell’inchiesta sull’omicidio, ormai archiviata.
Questa è la “storiella” alla quale vogliono farci credere, dandoci come “contentino” il capro espiatorio di turno. In risposta ad uno stato che vuole controllare i cittadini e reprimere qualsiasi comportamento che sia difforme dalla norma, e ad un comune che non si è mai esposto su questa vicenda continuando invece ad alimentare politiche securitarie attraverso la privatizzazione del controllo sui nostri corpi e le nostre vite, noi continueremo ad opporci a questa sicurezza che vuole limitare le nostre libertà individuali e che allo stesso tempo lascia impuniti casi molto simili a quello di Aldo come quelli di Stefano Cucchi, Marcello Lonzi e Stefano Frapporti, solo per citarne alcuni, ma che potrebbe capitare a tutti noi in qualsiasi momento.
Continueremo quindi a diffondere lotte dal basso e consapevolezza perché non si può finire in carcere per qualche pianta d’erba in nome di una sicurezza che è solo repressione e morte.

    Comitato Verità e Giustizia per Aldo

    31 DICEMBRE: TUTT@ SOTTO IL CARCERE DI REBIBBIA

    17 dicembre 2009 Lascia un commento

    NON VOGLIAMO PIÙ CHE DI CARCERE SI MUOIA MA NEMMENO CHE DI CARCERE SI VIVA!

    Da quanto tempo gridiamo queste parole? Da quanto tempo le scriviamo sui muri?
    Le abbiamo impresse sulla copertina sin dalla prima Scarceranda!
    Eppure di carcere si continua a morire e di carcere donne e uomini continuano a vivere sempre di più.
    Nei 206 istituti penitenziari italiani sono stipati 65.719 uomini e donne, 9.000 in più dello scorso anno.
    Il 37%  ha sul documento di identità un timbro diverso dal nostro: li chiamano stranieri.
    Il 25%  ha fatto uso di sostanze stupefacente: li chiamano tossicodipendenti.
    Quasi la metà, ossia 31.136 sono in attesa di giudizio, dunque  innocenti.
    Tra i 27 paesi dell’Unione, l’Italia ha il primato per la  presenza in carcere di persone non condannate: il 47,3% di fronte a una media europea al di sotto del 20%.  Quasi 20.000 persone in carcere hanno condanne inferiori ai 3 anni. E si continua a incarcerare chiunque appartenga alle fasce emarginate e disagiate.

    Ma soprattutto in carcere si muore e il numero è in continua crescita. Dall’inizio del 2009 alla fine di novembre sono morte 168 persone detenute, di cui 66 per suicidio; in crescita rispetto allo scorso anno che era di 146 morti di cui 46 suicidi. Le morti in carcere, quando non sono suicidi, vengono definiti “da accertare” secondo la terminologia dei burocrati, in realtà le persone in carcere vengono uccise dalla mancata -assistenza medica, dalle condizioni degradanti del carcere, ma soprattutto dai pestaggi. 
    Come Stefano Cucchi, un ragazzo di 31 anni, assassinato dalla ferocia di tutte le istituzioni che l’hanno avuto “in consegna”: carabinieri, polizia penitenziaria, magistrati, medici. Perché in Italia si nega ma esiste la tortura che viene regolarmente sperimentata sulle detenute e i detenuti.
    Ma quanti Stefano Cucchi vengono uccisi senza che se ne sappia nulla? Come Yassine El Baghdadi di soli 17 anni, registrato come suicidio il 17 novembre nell’Istituto per Minori (IPM) di Firenze, buttato in carcere per tentato furto. Il carcere come discarica dei problemi sociali: solo chi rifiuta o non sottosta alle leggi dei potenti finisce in carcere.

    Oltre ai 206 istituti penitenziari, con annessi 6 Ospedali Psichiatrici Giudiziari, ossia i manicomi criminali che annientano 1600 segregati, aumentati del 20% nell’ultimo anno, ci sono gli  Istituti Per Minori –IPM- con 530 ragazzi e ragazze, e infine le celle di sicurezza delle questure di PS e delle stazioni dei CC, nelle quali transitano, mai indenni, decine di migliaia di persone. 

    Ma non basta ancora! Al paesaggio di sbarre, mura, celle e custodia si aggiungono le gabbie dei Centri di Identificazione ed Espulsione, i famigerati CIE, i lager in cui vengono rinchiuse le persone immigrate. Lì dentro donne e uomini subiscono violenze e soprusi, si ammalano e muoiono sotto lo sguardo complice degli operatori della Croce Rossa o degli altri enti gestori. Nell’ultimo anno, solo nel CIE di Ponte Galeria, sono morte per queste cause Salah Soudani e Nabruka Mimuni. Sono 13 le strutture presenti sul territorio nazionale per una capienza massima di 1814 persone ma deportazioni di massa e un’impossibile assistenza legale non permettono tuttora una trasparente stima dei reclusi e delle recluse. Un panorama devastante che è peggiorato in seguito all’approvazione del Pacchetto Sicurezza che ha prolungato fino a 6, i mesi di reclusione.

    A questo punto dobbiamo farci  delle domande non più rinviabili:
    Cosa ne sappiamo di come si vive e si muore dietro quelle mura? Leggi e regolamenti non ci danno la risposta!
    Ogni tanto la cosiddetta opinione pubblica viene a conoscenza di questi crimini di stato commessi dietro quelle sbarre e ne resta stupita. Allora sdegnata chiede diritti e garanzie,  nuove leggi e regolamenti per chi sta dall’altra parte del muro.
    Fino a quando assisteremo a questo massacro, esprimendo solo di tanto in tanto la nostra protesta?
    La storia dei supplizi, della segregazione, della libertà tolta, in tutti i paesi e in tutte le epoche ci insegna che soltanto una pressione costante, continua, incalzante, può intaccare la ferocia di quella mostruosità che si definisce sistema di reclusione. Intaccarlo nella prospettiva dell’abolizione definitiva di questa barbarie.
    Uno solo è il diritto che dobbiamo rivendicare, il diritto di indignarci e quindi il diritto di lottare!!!
    La lotta contro il carcere e gli altri sistemi privativi della libertà va condotta tutti i giorni! Con efficacia e determinazione, unendo tutte e tutti quelli che odiano ogni gabbia.  

    Contro ogni carcere giorno dopo giorno
     IL 31 DICEMBRE TUTTE E TUTTI SOTTO IL CARCERE DI REBIBBIA  
    dalle ore 11,00 alle 15,00. 
     


    Polsi e caviglie di Francesco Mastrogiovanni

    14 dicembre 2009 3 commenti

    Prendo quest’articolo da “Il Mattino” di oggi.
    La verità sulla morte di Francesco Mastrogiovanni, maestro di una scuola di un comune del cilento, morto dopo un TSO e quasi 4 giorni di agonia su un letto di contenzione, sembra venire fuori. I segni sul suo corpo sono chiari.

    Polsi e caviglie sfregiati. Segni di ferite profonde anche quattro centimetri. La testimonianza di un calvario. Lo strazio prima della fine. È quel che resta di Francesco Mastrogiovanni, maestro elementare di Castelnuovo Cilento, 58 anni, morto il 4 agosto all’ospedale San Luca di Vallo della Lucania.
    Dopo tre giorni e mezzo di ricovero. In trattamento sanitario obbligatorio. Ottanta ore legato mani e piedi ad un letto di contenzione. Senza cibo: lo alimentavano con soluzioni fisiologiche. Senza nessuno che raccogliesse la sua disperata voglia di libertà. Lui ha tentato di strapparsi quelle funi che lo inchiodavano al letto della follia. Così si è procurato le lesioni. Prima di morire per un edema polmonare acuto. Le immagini del corpo segnato del ”maestro più alto del mondo” – così lo chiamavano gli alunni cilentani in omaggio al suo metro e novanta di statura – sono le foto scattate al momento dell’autopsia. Un album dell’orrore a corredo della consulenza medico-legale chiesta dalla Procura di Vallo. Che indaga sulla fine di Mastrogiovanni. Omicidio colposo, l’ipotesi di reato. Diciannove persone, sette medici e dodici infermieri, i destinatari dell’avviso di conclusione indagini firmato dal pm Francesco Rotondo. Sotto inchiesta l’intero reparto di psichiatria del San Luca, guidato da Michele Di Genio, sospeso a ottobre dall’incarico per volere del commissario dell’ex Asl Salerno 3. Il dubbio dei magistrati è se Mastrogiovanni sia stato trattato in ospedale come medicina – oltre che pietà – impone. «Il trattamento di contenzione è stato rispettoso dei protocolli», dicono i sanitari interrogati in settimana in Procura. «I segni marcati rinvenuti sul corpo non si spiegano con una logica medico-curativa», ribatte la famiglia attraverso i suoi legali. Per ora ci sono le foto dello scempio. Testimoni di una morte dolente. Dopo una vita tribolata. Border line. Segnata dall’accusa di un delitto politico. Negli anni settanta Francesco Mastrogiovanni, l’anarchico, fu processato per l’omicidio di Carlo Falvella, il giovane fascista ucciso a Salerno nel ’72. Venne assolto. Poi, nel ’99, un nuovo processo per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Condannato a tre anni, poi assolto in appello e pure risarcito per ingiusta detenzione. Storie che restano impresse nell’animo e nel carattere di Mastrogiovanni. Un carattere difficile. Irregolare. Eccentrico. Ma «gentile, premuroso soprattutto verso i bambini», come raccontano gli amici della sua nuova vita, quella da maestro in un borgo cilentano. Amici impegnati, oggi, a chiedere «verità per Francesco», come urlano i tatsebao issati dinanzi al Tribunale di Vallo nel giorno dei primi interrogatori dei medici indagati. Gli amici vogliono verità sul tunnel in cui Mastrogiovanni è finito. I giorni del ricovero. E prima, il trattamento sanitario obbligatorio disposto dal comune di Pollica perchè il maestro avrebbe «dato in escandescenze» 

    di Carla Errico Salerno

    Caso Cucchi: medici indagati, reintegrati

    30 novembre 2009 Lascia un commento

    «Abbandono terapeutico». Messi sotto inchiesta per omicidio colposo
    Reintegrati i medici indagati per la morte di Stefano Cucchi

    di Paolo Persichetti, Liberazione 1 dicembre 2009

    Sono stati reintegrati nel reparto penitenziario dell’ospedale Sandro Pertini i tre medici indagati per omicidio colposo dopo la morte di Stefano Cucchi. Eppure quanto è trapelato dagli accertamenti medico-legali sul corpo riesumato del giovane, deceduto il 22 ottobre scorso all’interno della struttura ospedaliera dopo una settimana di agonia seguita ad uno, o più, pestaggi e sevizie violentissime (sul numero esatto, e gli autori delle percosse subite, ancora oggi permane l’incertezza), confermerebbe le responsabilità dei sanitari nella sua morte. Il blocco della vescica riscontrato su Stefano Cucchi sarebbe, infatti, compatibile con la paralisi dell’ultimo tratto della colonna vertebrale.

    Stefano Cucchi


    Mentre le lesioni alla schiena e alla testa, seppur serie, non sarebbero state letali se adeguatamente curate. Insomma tutto lascia seriamente supporre che nei confronti di Cucchi vi sia stato un «abbandono terapeutico», una situazione di lassismo e incuria, una sottovalutazione grave e colposa delle sue condizioni di salute e delle cause che le avevano originate. Nonostante ciò, l’indagine amministrativa interna condotta da una commissione, apparentemente composta da personale della medesima Asl, ha sbrigativamente liquidato l’accaduto come «un evento non prevedibile». Nella relazione depositata ieri, si può leggere che l’analisi dei fatti, a fronte del «carattere improvviso e inatteso del decesso, non ha messo in luce, sul piano organizzativo e procedurale, alcun particolare elemento relativo ad azioni e/o omissioni da parte del personale sanitario con nesso diretto causa-effetto con l’evento avverso in questione. Contestualizza e configura pertanto l’oggetto dell’indagine sotto il profilo di evento non prevenibile». Per questo motivo Il direttore generale dell’Asl RmB, Flori Degrassi, ha disposto la revoca dell’ordine di trasferimento, preso in via provvisoria il 18 novembre scorso, nei confronti di Aldo Fierro, Stefania Corbi e Rosita Caponetti. La diffusione della notizia ha subito suscitato sconcerto e raccolto i commenti negativi del lagale della famiglia, Fabio Anselmo, di Patrizio Gonnella dell’associazione Antigone, e di Luigi Nieri, assessore al Bilancio della regione Lazio, che ha censurato una «decisione affrettata e profondamente sbagliata», rilevando come sia piuttosto inusuale «che la Asl concluda la propria inchiesta amministrativa prima di quella penale».
    La decisione presa dalle strutture dirigenti dell’ospedale Pertini non si discosta molto da quello spirito corporativo che ha fino ad ora caratterizzato il comportamento di tutti gli altri attori coinvolti in questo terribile esempio di violenza istituzionale.

    Stefano Cucchi dopo l'arresto

    Chiusura a riccio e omertà d’apparato in difesa di una impunità di principio che vorrebbe imporre l’idea della insindacabilità dell’operato di chi agisce in uniforme di Stato. Un atteggiamento viziato da una visione autoreferenziale della legalità e della morale. Alcuni apparati molto potenti non hanno mai accettato di essere messi sul banco dei sospetti e fin dall’inizio hanno operato nell’ombra, mettendo le briglie a un’inchiesta che altrimenti rischiava di mostrare il «re nudo». Mentre negli ultimi giorni nuove testimonianze di detenuti, presenti nell’infermeria di Regina Coeli con Stefano Cucchi, hanno riaperto scenari su violenze precedenti l’arrivo in tribunale, che la procura ha sempre evitato di approfondire ritenendoli privi di riscontri (ma l’inchiesta serve per trovare eventuali riscontri, non per escluderli a priori), da parte degli indagati emerge una nuova strategia. Non più scarica barile tra penitenziaria e carabinieri, ma fuoco concentrico sulla figura di Cucchi, dipinto come uno che entrava e usciva dal pronto soccorso degli ospedali. Un modo per dire che era già «rotto» prima di essere arrestato. E come se non bastasse, vengono diffuse minacce a mezzo stampa facendo circolare notizie sull’apertura di una inchiesta contro i legali della famiglia Cucchi per calunnia nei confronti dei carabinieri. Un modo per dire che gli apparati dello Stato sono santuari intoccabili.

     

    Bruciature di sigarette sul corpo di Cucchi. E un 17enne si suicida in carcere, in attesa di giudizio

    18 novembre 2009 Lascia un commento

    Mentre le pagine dei giornali ci comunicano che sul martoriato corpo di Stefano Cucchi ci sono anche bruciature di sigarette, arriva la notizia di un ragazzo, di un minorenne di 17 anni che s’è impiccato con un lenzuolo nelle docce del carcere minorile di Firenze. 
    Era in attesa di giudizio, per un tentato furto: uno non può morire a 17 anni per un tentato furto! E’ la dimostrazione di quanto sia assassino questo stato.
    Un ragazzo che era in carcere dal 3 agosto in attesa di giudizio: tutto ciò è inaccettabile. 
    Un giovane ragazzo proveniente dal Marocco, ancora privo di nome nei comunicati ufficiali. 

    E adesso poi non ci venissero a dire che Cucchi è stato pestato dentro il Tribunale di Piazzale Clodio: non accollassero quest’ omicidio alla penitenziaria (corpo che non è che sto difendendo, ovviamente) perché la mano è dei Carabinieri. Non si spengono sigarette sul corpo di una persona se non per “sapere” qualcosa, magari per sapere dov’era quel kg di hashish che poi è stato ritrovato dalla sua famiglia.
    Spegnere sigarette sul corpo di una persona non è pestaggio: ma TORTURA!
    Non c’è altro modo di definire questa pratica, si chiama TORTURA. Quella contro cui in questo paese non esiste una legge, quella per cui mai nessuno ha pagato in questo paese.

    La mano di Stefano Cucchi. I segni evidenti delle bruciature delle sigarette: anche in un punto della mano da manuale del torturatore...

     

     

    Erri de Luca risponde a Giovanardi sulla morte di Stefano Cucchi

    10 novembre 2009 Lascia un commento

    Caravaggio, La flagellazione di Cristo«Stefano Cucchi era in carcere perché era uno spacciatore abituale. Poveretto, è morto, e la verità verrà fuori, soprattutto perchè pesava 42 chili. La droga ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente… E poi il fatto che in cinque giorni sia peggiorato… Certo, bisogna vedere come i medici l’hanno curato. Ma sono migliaia le persone che si riducono in situazioni drammatiche per la droga, diventano larve, diventano zombie: è la droga che li riduce così»
    Carlo Giovanardi, Sottosegretario con delega per la lotta alla droga, “co-ideatore” della legge Fini-Giovanardi.
    Senza la quale Stefano Cucchi sarebbe ancora vivo.

    Erri de Luca, su Liberazione, risponde alla sua insopportabile dichiarazione con queste righe. Magistrali, come sempre

    Il potere dichiara che il giovane arrestato di nome Gesù figlio di Giuseppe è morto perché aveva le mani bucate e i piedi pure, considerato che faceva il falegname e maneggiando chiodi si procurava spesso degli incidenti sul lavoro. Perché parlava in pubblico e per vizio si dissetava con l´aceto, perché perdeva al gioco e i suoi vestiti finivano divisi tra i vincenti a fine di partita. I colpi riportati sopra il corpo non dipendono da flagellazioni, ma da caduta riportata mentre saliva il monte Golgota appesantito da attrezzatura non idonea e la ferita al petto non proviene da lancia in dotazione alla gendarmeria, ma da tentativo di suicidio, che infine il detenuto è deceduto perché ostinatamente aveva smesso di respirare malgrado l’ambiente ben ventilato. Più morte naturale di così toccherà solo a tal Stefano Cucchi quasi coetaneo del su menzionato.

    Loa Acrobax: Morire di Stato, 14 novembre 2009

    7 novembre 2009 Lascia un commento

    Morire di Stato

    Salutare un figlio. Rivederlo morto.
    E’ il dramma di Patrizia, madre di Federico Aldovrandi, ucciso da quattro poliziotti durante un fermo.
    E’ il dramma di Ornella madre di Nike Aprile Gatti, morto nel carcere di Sollicciano (Firenze),
    E’ il dramma di Maria, madre di Manuel Eliantonio,morto nel carcere di Marassi a 22 anni.
    E’ il dramma della mamma di Stefano Cucchi, morto in carcere a Roma dopo un arresto per pochi grammi di droga.bianzino
    Uno stato che sottrae un figlio e  lo restituisce morto, negando ogni possibilità di avvicinarlo, di esercitare il diritto di ogni madre di constatare la salute e le condizioni del proprio figlio, anche di chi  si trovi in carcere.

     In ricordo di Renato, accoltellato per odio e intolleranza nel 2006,  le Madri per Roma Città Aperta vogliono interrogarsi su questi eventi, su queste maternità negate che calpestano i  diritti dell’individuo e rappresentano un gravissimo segnale di  deriva della nostra democrazia.
    Anche queste morti appartengono al tema della sicurezza. 
    Sicurezza anche dei cittadini quando hanno a che fare con le istituzioni  repressive e carcerarie. Per questo come madri non vogliamo dimenticare Nabruka Mimuni, la donna che si è tolta la vita nella notte tra il 6 e il 7 maggio di quest’anno nel lager di Ponte Galeria, alle porte di Roma.carcere
    Abbiamo contestato ai vari sindaci  la risposta xenofoba e repressiva delle istituzioni a fenomeni di grave disagio e precarietà, che ha alimentato episodi di razzismo e violenza, opponendo, praticando  e sostenendo la cultura della diversità e del rispetto.
    Vogliamo  affrontare  il tema della sicurezza portandolo anche dietro le mura di un carcere o  di un CIE. Vogliamo riproporre il tema dei diritti dentro la città  e soprattutto nei luoghi dove sembra che rappresentanti dello Stato possano esercitare un diritto di vita e di morte su cittadini italiani e stranieri.

    Come le madri argentine di Plaza de Majo, le madri cinesi di Piazza Tien-a-men e le madri iraniane hanno chiesto giustizia e verità per i loro figli, le Madri per Roma Città Aperta vogliono sostenere e dar voce ad ogni madre che voglia rivendicare la dignità e i diritti dei suoi figli strappati alla vita.

    Comitato Madri per Roma Città Aperta
    madrixromacittaperta@libero.it

     Sabato 14 novembre ad Acrobax (ex Cinodromo), Ponte Marconi ore 17,30

     - Incontro con avvocati, operatori del carcere, associazioni
    - Cena per sostenere la famiglia di Manuel Eliantonio

    Le ultime foto di Stefano Cucchi

    6 novembre 2009 Lascia un commento

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    Malgrado la pessima luce si notano chiaramente gli ematomi

    Stefani Cucchi venne pestato a sangue prima di entrare in carcere
    Lo provano le foto prese dal personale penitenziario della matricola del carcere di Regina Coeli

    Le immagini scattate 20 ore dopo l’arresto. Sul volto di Stefano Cucchi sono visibili le tracce delle percosse. Era il 16 pomeriggio, a nemmeno venti ore dal suo fermo avvenuto alle 23,30 del giorno prima. I colori sul viso di Cucchi sono quelli dei lividi. Non si può guardare, quel ritratto, l’unico scattato dopo il suo arresto, senza pensare che sei giorni dopo quell’uomo di 31 anni con lo sguardo spaventato, finito in carcere per  una dose da 20 euro di hascisc, sarebbe morto. Morte  avvenuta il 22 ottobre, alle 6,20 del mattino, nel reparto detenuti dell’ospedale Pertini

    Che divise indossano quelli che hanno ridotto così Stefano Cucchi?

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    Segni evidenti del pestaggio sul collo, la mascella e lo zigomo di Stefano Cucchi ritratti dalla foto segnaletica presa al momento dell'ingresso in carcere

    Corteo per Stefano Cucchi

    5 novembre 2009 Lascia un commento

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    La tragica vicenda di Stefano Cucchi sta sconvolgendo la coscienza civile della nostra città e del paese tutto. Un giovane uomo di 31 anni è stato arrestato dai carabinieri per il possesso di una modica quantità di sostanza stupefacente e viene riconsegnato morto alla famiglia dopo un calvario di sei giorni trascorso tra una camera di sicurezza dell’Arma, il carcere di Regina Coeli e il reparto per detenuti dell’ospedale Pertini. Sul suo corpo gli evidenti segni di un brutale pestaggio, reso di pubblico dominio dalla coraggiosa decisione della famiglia di consegnare alla stampa le foto che documentano l’accaduto. Tanti sono ancora i lati oscuri della vicenda, tanta la voglia di verità e giustizia che sta spingendo alla mobilitazione e alla presa di parola molte persone preoccupate della svolta autoritaria che sta prendendo questo paese.

    Purtroppo la storia terribile di Stefano Cucchi è solo la punta di un iceberg. Chi vive quotidianamente il disagio sociale di questa città sa bene che non si tratta di un caso isolato. L’uso della violenza contro le persone sottoposte a provvedimenti restrittivi è cosa comune, una “prassi” consolidata perpetrata contro soggetti deboli, lontana dai riflettori dei mass media, ignorata da un opinione pubblica in questi anni incattivita dalla retorica della sicurezza e della legalità. Come è ormai data per scontata l’impunità per coloro che, forti di una divisa e dell’appoggio senza remore del potere costituito, si permettono di tutto.
    In questi giorni stanno venendo alla luce un’infinità di episodi tragicamente simili a quello che ha spezzato la vita di Stefano, episodi che richiamano alla memoria i nomi di Federico Aldrovandi, di Aldo Bianzino e dei tanti che sono incappati nella violenza istituzionale ma che non sono assurti agli onori delle cronache perché privi di una famiglia coraggiosa alle spalle, di buoni avvocati, di giornalisti sensibili, di comitati attivi nel perseguire un percorso di verità. E tante sono le storie di persone che sono rimaste in silenzio perché sole, spaventate, minacciate.

    E’ ora di dire basta. E’ ora di dire mai più violenza sulle persone detenute; mai più violenza nelle caserme, nei commissariati, nelle carceri, nei CIE.
    E’ anche ora di dire basta all’anonimato di cui godono le forze dell’ordine nello svolgimento del loro servizio, una circostanza che garantisce loro l’impunità nella stragrande maggiorana dei casi.
    Ma è anche ora di dire con chiarezza che esistono delle leggi in questo paese che costringono alla detenzione persone che hanno l’unica colpa di essere in possesso di modiche quantità di sostanze stupefacenti: la legge Fini-Giovanardi sulle droghe, la legge Bossi-Fini, il pacchetto sicurezza, strumenti normativi che non fanno altro che riempire le carceri. Provvedimenti legislativi che riducono le criticità sociali a mera questione di ordine pubblico Tutto ciò si verifica in un contesto che non esitiamo a definire di deriva autoritaria e che vede il progressivo restringimento degli spazi di libertà.

    Questa ennesima vita spezzata deve trovare la coscienza civile di questa città e di questo paese attenta e vigile. E’ per tutti questi motivi che invitiamo tutte e tutti quelli che non rinunciano ad esercitare la loro coscienza critica, a manifestare nelle strade del quartiere di Stefano, Tor Pignattara. Per esprimere la massima solidarietà alla famiglia, per rivendicare verità e giustizia per Stefano Cucchi e per tutte le persone che subiscono quotidianamente la violenza istituzionale.

    SABATO 7 NOVEMBRE 2009
    ORE 15 CORTEO CITTADINO A TOR PIGNATTARA
    CONCENTRAMENTO A VIA DELL’ACQUEDOTTO ALESSANDRINO ANGOLO VIA DI TORPIGNATTARA

    Blefari Melazzi: induzione al pentimento

    4 novembre 2009 Lascia un commento

    Da un’Ansa di lunedi: Procura Bologna: mesi fa rifiutò di collaborare. All’inizio dell’anno, la Procura bolognese sentì Diana Blefari Melazzi nel tentativo di sondare una sua eventuale disponibilità a collaborare con le forze dell’ordine e la magistratura, tenendo conto anche dei segni di insofferenza per la detenzione già mostrati dalla brigatista. Ma lei – ha riferito la Procura – disse che non voleva collaborare in alcun modo.

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    Gli inquirenti emiliani hanno confermato di essere al corrente dei problemi psichici della donna, fatto emerso anche durante l’interrogatorio a Massimo Papini, arrestato il primo ottobre su iniziativa delle Procure di Bologna e Roma con l’accusa di essere un militante delle nuove Br, ed ex compagno della Blefari. In quell’occasione l’uomo aveva ribadito al pm Enrico Cieri, titolare dell’inchiesta, il disagio psicologico in cui si trovava la brigatista esprimendo preoccupazione per questo. Inoltre, ha ricordato la Procura, durante il processo davanti alla Corte d’Assise di Bologna per l’omicidio Biagi, una perizia psichiatrica sulla donna stabilì che era capace di essere presente al processo.

    Diana Blefari Melazzi e l’induzione al pentimento
    di Paolo Persichetti, Liberazione 5 Novembre 2009 

    In alcune redazioni non esitarono a definirla la «belva», e tutto a causa di una minuta sequestrata nella sua cella.
    Un abbozzo di lettera mai conclusa a un suo coimputato, soprattutto mai spedita. In realtà si trattava della messa per iscritto di un delirio scatenatosi in uno dei momenti più acuti della sua malattia psichiatrica.
    Era l’estate del 2005, e Diana Blefari Melazzi si trovava in regime di 41 bis aggravato, nella cosiddetta “area riservata” del carcere di Benevento. Nel pozzo più profondo che l’ingegneria sadica della punizione è riuscita a concepire. Ma la «belva» doveva essere lei. Faceva comodo quell’immagine bestiale da sovrapporre alla sparuta pattuglia di aspiranti nuovi brigatisti che, con i loro spari improvvisi, senza radici e senza futuro, avevano bruscamente risvegliato un paese distratto e annoiato. Alcune frasi di odio verso Marco Biagi, estrapolate dal testo, finirono in un rapporto della digos e poi sui giornali. Lo squilibrio mentale venne presentato come un proclama politico. La “pazzia” per la Blefari ha sempre funzionato come un elemento a carico, un’aggravante utile solo per condannarla all’ergastolo.
    Non è vero che poteva stare nel processo, come i giudici hanno sentenziato con ostinazione. “Doveva” stare nel processo, non aveva scampo.
    I suoi legali fecero ricorso contro il sequestro di quei fogli privati. Che rilevanza processuale poteva mai avere la parola di una persona ridotta in quello stato? Il tribunale del riesame di Bologna accolse il reclamo e ne dispose la cancellazione dal fascicolo processuale. Un riconoscimento che non ebbe seguito.
    47 portePer anni la Blefari ha rifiutato le ore di socialità concesse. Non è mai uscita per l’ora d’aria, non ha mai acceso la luce della cella, è stata quasi sempre rintanata sotto le coperte e per lunghi periodi non ha effettuato i colloqui con i familiari e i suoi avvocati. Sospettava che il cibo dell’amministrazione fosse avvelenato e per lunghi periodi non mangiava. Aveva crisi d’identità e disturbi percettivi fino ad arrivare ad allucinazioni visive, particolarmente legate alla televisione nella quale vedeva dei “mostri”, motivo per cui aveva smesso di utilizzarla.
    Nel 41 bis di L’Aquila rifiutava di avere contatti con le sue coimputate, scambiandone una per Provenzano e l’altra per sua sorella. Rivedeva sua madre, morta suicida dopo una lunga depressione, sul muro di fronte alla sua cella. Nella sua ultima lettera annotava, «continuano le vibrazioni, le sensazioni negative, i sapori di merda in ogni cosa che mangio, le intrusioni nella mia testa sia quando sono sveglia che quando dormo». Ma per i periti nominati dai giudici il suo atteggiamento rientrava nella tipica condotta oppositiva di chi vive un rapporto di inimicizia politica verso le istituzioni. Singolare capovolgimento di fronte. Ogni volta che un detenuto politico è sottoposto a “osservazione scientifica della personalità”, per fruire dei cosiddetti benefici penitenziari deve lottare con chi pensa di poter leggere il suo vissuto politico  come una devianza che rinvia a disturbi della personalità. Quando questi ci sono realmente, vengono interpretati in modo politico.
    L’avvocato Caterina Calia ha ricordato la disponibilità venuta da molte detenute politiche storiche ad assistere la Blefari. Nelle carceri esiste la figura del “piantone”, ovvero di un detenuto che assume l’incarico di assistere un suo compagno impossibilitato a occuparsi di se stesso. La Blefari poteva essere aiutata, ma venne sempre tenuta isolata dalle altre politiche. C’era chi sperava di strumentalizzarne la sofferenza per farne una collaboratrice di giustizia.
     

    Suicidio Blefari: l’uso della malattia come strumento di indagine

    2 novembre 2009 Lascia un commento

    La morte di Diana Blefari Melazzi: l’uso della malattia come strumento di indagine
    di Paolo Persichetti, Liberazione 3 novembre 2009

    Cronaca di una morte annunciata.
    «Basta, basta, basta!!! Io voglio uscire. Devo uscire. Giuro che esco e mi ammazzo e vi libero della mia presenza, ma io di questa tortura non ne posso più». Si esprimeva in questo modo Diana Blefari Melazzi in una lettera del 13 maggio scorso, inviata dal carcere di Sollicciano ad un suo amico, Massimo Papini, col quale era stata legata sentimentalmente prima della cattura. Diana Blefari non è uscita, non poteva uscire. Si è suicidata sabato 31 ottobre intorno alle 22.30 nella cella del carcere romano di Rebibbia, dove era stata trasferita da una decina di giorni. Una morte brutta, architettata ricavando un cappio con strisce di lenzuola intrecciate. La sorvegliante l’ha trovata appesa, al termine del giro fatto in sezione dopo la chiusura dei blindati. Poche ore prima gli era stata notificata la sentenza di cassazione che confermava in modo definitivo la sua condanna all’ergastolo, perché ritenuta compartecipe dell’attentato mortale al giuslavorista Marco Biagi.Diana Blefari Melazzi

    La Blefari venne arrestata sul litorale romano nel dicembre 2003, inizialmente come “prestanome”, titolare del contratto d’affitto della cantina nella quale le cosiddette «nuove Brigate rosse», il piccolo gruppo che fino al 1999 aveva operato sotto la sigla Ncc per poi sottrarre dalle teche impolverate della storia la vecchia sigla inoperante delle Br-pcc, ma «solo se l’azione D’Antona avesse avuto successo», avevano depositato in fretta e furia archivio e altro materiale sgomberato dalla base dove erano vissuti Nadia Lioce e Mario Galesi, fino al momento della sparatoria mortale sul treno Roma-Arezzo del marzo del 2003.
    Ad accusarla della partecipazione materiale all’omicidio Biagi, la pentita Cinzia Banelli. Secondo la collaboratrice di giustizia, che oggi vive sotto programma di protezione, la «compagna Maria», nome di copertura attribuito alla Blefari, avrebbe fatto da staffetta il giorno dell’attentato, sorvegliando il tragitto del consulente del ministero del Welfare dalla stazione fino ai pressi della sua abitazione, quando sarebbe dovuta entrare in azione proprio la Banelli. Solo che quel giorno la collaboratrice di giustizia non vide mai la Blefari, come dovette ammettere più volte in aula sotto contestazione della difesa. Contro di lei pesavano tuttavia altre accuse, come quella di aver preso parte alla “inchiesta” preparatoria e di aver inviato la rivendicazione tramite un internet point. Le vennero, infatti, contestate tracce telefoniche lasciate dal suo cellulare a Modena.

    Il primo ottobre scorso, i sostituti procuratori romani, Pietro Saviotti e Erminio Amelio, hanno arrestato anche Massimo Papini, con l’accusa di essere una delle persone ancora non identificate che avrebbero fatto parte del gruppo. Una persecuzione quella contro Papini. Dopo anni d’indagini, pedinamenti e intercettazioni, alla fine del 2008 la procura di Bologna ne chiese l’arresto per il coinvolgimento nell’attentato Biagi, ma il Gip ritenne gli elementi depositati dall’accusa inadeguati a sostenere l’incriminazione. Passati gli atti alla procura romana, sulla base degli stessi elementi e soprattutto per il fatto di aver continuato a seguire la sua ex fidanzata lungo l’odissea carceraria e i meandri dolorosi e allucinati della sofferenza psichiatrica che l’aveva colpita, Papini è stato arrestato con l’accusa di partecipazione a banda armata. Un’accusa allucinata, tanto quanto le visioni che colpivano la Blefari stessa.

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    Durante il processo Biagi

    Forse sta proprio in questo accerchiamento, in questa inesorabile escalation la pulsione finale che l’ha portata a darsi la morte. In una lettera scritta dal 13 al 23 maggio, in cui si susseguono frasi deliranti di ogni tipo, scriveva a Papini: «Se vogliono che mi cucio la bocca, me la cucio. Se vogliono che parlo, dico tutto quello che mi dicono di dire, ma io non posso più stare così. Io non so proprio cosa fare, io chiedo perdono a tutti, ma basta per pietà». Gli inquirenti hanno interpretato queste parole come un messaggio verso l’esterno, rivolto a presunti referenti che avrebbero dovuto dare indicazioni sul suo modo di comportarsi. In realtà la Blefari nel suo fare ondivago e schizofrenico meditava altro. Da diverso tempo non era più in contatto con i suoi coimputati che le avevano rimproverato la scelta processuale di non ricusare l’avvocato e farsi difendere anche in punto di fatto. Gli estratti di un duro scambio di missive, tutte visionate dalla censura carceraria e finite in mano all’antiterrorismo, apparvero sui giornali.
    Nell’ultima lettera, finita di scrivere il 25 settembre, comunicava a Papini di aver informato il direttore del carcere di essersi «resa disponibile a parlare con i magistrati». Cosa avesse realmente in serbo, se volesse avviare una collaborazione e semplicemente circostanziare la sue reali responsabilità, o altro ancora, resterà un segreto che si è portato con sé. Di questa intenzione Papini ha saputo solo in carcere perché arrestato prima del suo recapito. Circostanza che smentisce il teorema accusatorio ed evidenzia il cinico gioco al rialzo portato avanti dagli investigatori contro la detenuta. Assolutamente consapevoli delle sue instabili condizioni di salute e del suo stato di prostrazione, gli inquirenti hanno dato l’idea di pensare alla Blefari come ad un “anello debole” che, prima o poi, si sarebbe spezzato conducendola ad atteggiamenti collaborativi con la giustizia. L’uso della malattia come strumento d’indagine. Mentre tutte le autorità carcerarie avevano riconosciuto da tempo la patologia psicotica che abitava la mente della donna, tanto da declassificarla dal regime duro 41 bis e assegnarla in un circuito comune, con frequenti passaggi nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo fiorentino, dove veniva sottoposta a periodici Tso, sul piano giudiziario si è continuato a negare per anni non solo la sua incapacità a “stare nel processo”, ma anche il diritto ad essere curata in una struttura ospedaliera adeguata.

    La cieca sete di vendetta che ha animato l’inchiesta condotta dalla procura di Bologna e l’ostinata sordità delle corti d’assise nel recepire le richieste degli avvocati, documentate da numerose perizie psichiatriche che diagnosticavano una «patologia mentale che ne determina un comportamento psicotico in fase attiva», oltre a un «disturbo delirante, in diagnosi differenziale con Schizofrenia di tipo Paranoide», segnalando il «rischio di atti autolesionistici impulsivi che potrebbero essere fatali», sono finalmente pervenute a comminare quella condanna capitale abolita dalla costituzione italiana.

    Muore suicida Diana Blefari nel carcere di Rebibbia

    1 novembre 2009 Lascia un commento

    Ieri sera s’è suicidata in carcere Diana Blefari nel carcere romano di Rebibbia, condannata all’ergastolo per l’omicidio di Marco Biagi, del 2002.
    Accusata di aver partecipato al pedinamento, di aver affittato il furgone e di avere la rivendicazione dell’omicidio  nel suo computer, era stata condannata al Fine Pena Mai.blefari_melazzi_diana
    Precisamente un mese fa, a distanza di diversi anni e senza alcuna novità sulla sua posizione, era stato arrestato il suo compagno, Massimo Papini, per partecipazione a banda armata. La sola cosa di cui è accusato è l’uso di schede telefoniche ‘dedicate’ alle comunicazioni con la Blefari e il possesso di programmi di criptazione per computer simili a quelli usati da altri appartenenti delle Br-Pcc.
    La condizione psichica di Diana Blefari era già pesantemente segnata, come aveva più volte dichiarato il direttore del carcere di Sollicciano dove era detenuta in una sezione A.S.

    «Il sistema carcerario italiano ha dato, ancora una volta, l’ennesima dimostrazione di inumanità e inefficienza non riuscendo a cogliere i segnali di allarme di una situazione da tempo gravissima», dice il Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni commentando il suicidio della brigatista. Il Garante ha ricordato che due anni fa, nel novembre del 2007, aveva già denunciato pubblicamente il caso della Belfari Melazzi soggetto schizofrenico e inabile psichicamente, figlia di madre con la stessa malattia e morta suicida. «I precedenti familiari della donna – ha spiegato – le sue condizioni psichiche in tutto il periodo di detenzione, il suo comportamento quotidiano, la sua solitudine, il suo rifiuto del cibo, delle medicine e di ogni contatto umano contribuivano a tratteggiare un quadro complessivo che doveva necessariamente far scattare un campanello d’allarme che, evidentemente, non si è attivato in tempo. Evidentemente  il fatto che dopo gli allarmi sia stato declassato il regime dal 41 bis a detenuta comune non ha comunque aiutato questa donna che ha continuato a tenere un atteggiamento di totale chiusura verso tutto e verso tutti. A quanto sembra, nei giorni scorsi era stata fatta tornare da Sollicciano per sentirsi confermare la sentenza. Io credo che, fermo restando le sue responsabilità, questa donna dovesse essere curata e assistita lontano dal carcere».

    # Il suicidio nel carcere di Rebibbia di Diana Blefari Melazzi non ci coglie di sorpresa. Lo afferma in un comunicato stampa. Giulio Petrilli, responsabile provinciale Pd dipartimento diritti e garanzie, il quale ricorda:«sollevai il suo caso insieme ad altre persone(deputati, consiglieri regionali, esponenti di partito) in quanto in una visita con dei parlamentari nel carcere de L’Aquila dove era detenuta più di due anni fa, ci rendemmo conto della gravità del suo stato di salute; non mangiava, non parlava con nessuno, non si alzava dal letto, questo per mesi interi. Abbiamo fatto di tutto per farla trasferire, dopo alcuni mesi fu trasferita al centro clinico psichiatrico di Sollicciano, poi a Roma dove oggi si è suicidata. Era palese che avesse una forma gravissima di depressione, non poteva stare in regime di 41 bis o regimi speciali. Fu richiesta una soluzione che allievasse questa situazione, un intervento umanitario. Ma niente. Così purtroppo si muore nelle carceri. La democrazia e il diritto devono vigere anche nelle carceri e valere anche per chi ha commesso gravissimi reati, questa è la forza dello stato di diritto». 

    Non toccavo questo blog da più di dieci giorni…torno in Italia e scopro di Stefano Cucchi con immenso ritardo e angoscia… non faccio in tempo a mettermi a scrivere qualcosa per aggiornare queste pagine su di lui che arriva questa notizia.Sono senza parole… 

    Suicidi in carcere: il ministero cambia le carte in tavola

    13 ottobre 2009 Lascia un commento

    specchiettoFacile cambiare le carte in tavola quando si parla di reclusi, di persone impossibilitate a comunicare le loro condizioni di vita.
    Facile modificare i numeri e le cause di morte di coloro che sono privati della loro libertà e vivono nelle carceri di questo paese: facile eccome rigirarsi la frittata e parlare di “tossici”, di “cause naturali”, di “arresti cardiaci”.
    Ristretti Orizzonti, nel suo costante lavoro di inchiesta dall’altra parte delle sbarre, smentisce i dati lanciati pomposamente dal sottosegretario alla Giustizia Caliendo.
    Poche chiacchiere, Paolo ha scritto sinteticamente la situazione. Lascio a lui la parola. Qui anche il link delle sue Cronache Carcerarie, per chi volesse approfondire  

    Il sottosegretario Caliendo, «solo 37», Ristretti orizzonti, «già 46»
    di Paolo Persichetti, Liberazione 12 ottobre 2009

    Nelle carceri italiane si muore troppo spesso. Nelle carceri italiane ci sono tanti suicidi. Che cosa fanno il ministero della Giustizia e la Direzione dell’amministrazione penitenziaria per risolvere il problema? Oltre a diramare circolari che intasano matricole e archivi degli istituti di pena, ricorrono a degli espedienti meschini come la cosmesi linguistica. Cambiano denominazione alle cause dei decessi.

    imagesSe un detenuto è anziano e gravemente malato, finisce che l’indagine amministrativa interna addebiti la sua morte a «cause naturali». Se un altro tenta d’impiccarsi, ma muore durante il trasporto in ospedale, il decesso non è più considerato un suicidio. Diventa la conseguenza di un malore. Un modo burocratico per scaricare noie e problemi eventuali, abbassare il livello di allarme, distogliere l’occhio dei media da quel che accade dentro le mura di cinta. Nella casa circondariale di “Villa Fastiggi”, a Pesaro, l’11 novembre 2008 una detenuta, Francesca Balzelli, si è tolta la vita aspirando gas da una bomboletta. L’inalazione di gas è molto pericolosa perché l’intossicazione da idrocarburi volatili innesca meccanismi d’asfissia. Insomma vi è un rischio di morte molto alto. I detenuti lo sanno benissimo. E se alcuni ricorrono ancora a questo metodo per sballarsi, perfettamente consapevoli del rischio, altri lo fanno chiaramente per suicidarsi.
    6291_1156756810042_1561407480_30403635_74779_nUna morte più dolce rispetto alla brutale violenza dell’impiccagione. Questa incertezza sulle ragioni ultime che spingono i carcerati, in genere con problemi di tossicodipendenza o alcolismo, a sniffare gas, viene utilizzata dal Dap come un pretesto per evitare la parola suicidio. Che questo comportamento, quale che sia il suo esito, configuri comunque un desiderio di autodistruzione, è sottaciuto. Sui referti compare un altro termine: «malore», «collasso», «arresto cardiocircolatorio». Così non c’è notizia, viene meno il rischio di clamori mediatici, di campagne sulle condizioni di vita dentro le prigioni, sul sovraffollamento.
    Rispondendo a una interrogazione della parlamentare radicale Rita Bernardini, il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, ha liquidato la morte della Balzelli alludendo proprio alla tossicodipendenza della reclusa, sottoposta per questo a terapia ansiolitica. Secondo il magistrato e senatore del Pdl, la detenuta avrebbe assunto gas «come succedaneo di sostanza stupefacente».
    Risultato finale: un morto in più e un suicidio in meno. Un gioco di prestigio insomma. Con questo trucchetto Caliendo ha raccontato in commissione la favola «dell’impegno profuso dall’Amministrazione» per rivendicare un calo dei suicidi. Dai 45 del 2007 ai 37 registrati fino ad oggi. Solo che alla fine i conti non tornano. In una nota diramata da Ristretti orizzonti, si precisa che i casi di suicidio documentati sono già 46, mentre altre 10 segnalazioni attendono conferma.
    E mancano ancora tre mesi alla fine dell’anno.

    Su Francesco Mastrogiovanni

    22 agosto 2009 6 commenti

    dal sito Filiarmonici: INTOLLERANTE AI CARABINIERI

    Abbiamo deciso di occuparci di questa storia.

    Non é una scelta corrente per Filiarmonici, che non usa pubblicare testi propri e tanto meno condurre inchieste. Non l’ha mai fatto e, allo stato, non é prevedibile che lo faccia in futuro. Precisiamo questo per non doverci ritrovare domani, tirati per la giacchetta per non aver seguito questa o quell’altra delle mille ingiustizie che l’Italia (e perché solo l’Italia poi?) sforna con prevedibile regolarità. Questa nostra é un’eccezione, e probabilmente tale rimarrà.
    Perché, dunque, ci siamo orientati a tralignare da una condotta consolidata in parecchi anni? Non perché le vittima fosse un anarchico: semmai coltiviamo la speranza che questo elemento ci consenta di arrivare con minori difficoltà a scoprire quanto ci preme. Ma perché ci sono almeno due aspetti che questa vicenda può portare all’attenzione di molti, di quei molti che intuiscono che degli strumenti di controllo dei comportamenti é il caso di diffidare, ma che non hanno mai avuto il tempo e l’occasione per indagarne un po’ più a fondo i processi, le finalità, gli strumenti.

    Foto di Valentina Perniciaro _le testuggini di Genova 2001_

    Foto di Valentina Perniciaro _le testuggini di Genova 2001_

    Il primo é il TSO, il Trattamento Sanitario Obbligatorio. Come tutto ciò che deriva da un obbligo, é immediato comprendere che si tratta di uno strumento esposto per natura agli abusi. Alcuni tra noi pensano addirittura che un obbligo socialmente imposto sia di per sé un abuso. Tuttavia, un po’ tutti, specie i moltissimi che non hanno esperienza personale e diretta di casi simili, sono portati a ritenere che, in fin dei conti, il TSO colpisca ossessi e furiosi, temporaneamente o stabilmente pericolosi. Che si tratti di una violenza, magari eccessivamente brutale, ma in qualche modo non del tutto evitabile.
    Poiché noi (anche perché alcuni di noi operano in maniera approfondita per denunciare questo strumento) sappiamo che non é così, ecco una buona occasione per mettere in evidenza la realtà. Il TSO è un abuso in sé, non é uno strumento medico, ma di controllo e repressione sociale, che mira alla psichiatrizzazione totalitaria dei comportamenti. E che, in quanto tale, si presta poi ad ulteriori abusi, facendo rientare nella propria casistica anche molti che, in base ai protocolli, oggi come oggi non vi rientrerebbero. La nostra ipotesi é che la vicenda di cui ci occupiamo sia di questo tipo. Ma, in ogni caso, l’esito tragico ci dimostra quanto il TSO, lungi dal difendere da una pericolosità ipotetica e tutta da dimostrare, costituisca un pericolo, frequentemente un pericolo mortale. Di TSO si muore abbastanza spesso, e si ha la vita rovinata il più delle volte. Questo, se il TSO è stato deciso secondo tutti i crismi della legge. Ma, e qui veniamo alla seconda questione, noi dalle cronache abbiamo tratto l’impressione che forse, o magari probabilmente, questo particolare TSO abbia corrisposto a una volontà persecutoria specifica, ad opera di qualcuno che aveva il potere di attivare la procedura, e che covava un odio di antica data nei confronti di Francesco Mastrogiovanni. Tutti i dati confermano che lui si sentiva perseguitato e sussiste l’ipotesi che sia questo suo terrore ad avergli resa fatale la contenzione (che non fa bene a nessuno, ma che in genere non uccide in soli quattro giorni). Ora, considerando che da ragazzo era stato arrestato per essersi difeso da un’aggressione omicida, che una seconda volta era stato arrestato per aver protestato “per una multa”, può darsi che gli si fosse formata quella che le persone superficiali e i mentitori professionali chiamano “mania di persecuzione”.

    Ma, e l’ultima vicenda lo conferma anche ai più scettici, lui era effettivamente perseguitato. Tanto più che le ragioni dell’ultimo TSO appaiono totalmente nebulose, e verosimilmente false. Quindi, appare ragionevole l’ipotesi che fosse in atto, forse da molto tempo, una precisa macchinazione nei suoi confronti ad opera delle autorità. I motivi esatti, i protagonisti precisi, vorremmo scoprirli e indicarli al giudizio di ciascuno. Tanto più che ci appare urgente portare alla luce un aspetto dell’Italia poco noto a chi vive nelle grandi città, all’ombra dell’anonimato che ci regalano le moltitudini: nella provincia, nei piccoli paesi, esiste sovente una sproporzione fra soggetti da controllare e controllori. Questo innesca molte volte una capillarità ossessiva dell’osservazione dello stato. In pratica un’intera stazione dei carabinieri, o un intero ufficio Digos si occupa stabilmente di un unico minimo gruppetto di tipi strani o addirittura di un unico individuo con la “fobia per i carabinieri”. Questa é una vessazione in sé, anche quando non conduce né a TSO né a procedimenti penali. Ma di solito vi conduce. Sono cose che non si sanno. O cui non si pensa. Noi vogliamo che si sappiano, e vogliamo che tutti ci riflettano e possano giudicare se si sentano sicuri grazie a ciò che si fa in nome della sicurezza. E della sicurezza di chi si stia parlando: perché Francesco Mastrogiovanni stava in vacanza e dopo quattro giorni era morto, perché le forze dell’ordine erano andate a prenderlo. Questa é l’unica cosa indiscutibile da cui partiamo. A questo fine intendiamo raccogliere, pubblicare e diffondere tutti gli elementi che emergeranno. Invitando ciascuno a ricavarne le opportune riflessioni. Già che ci siamo, ne avanziamo subito una: gli stessi carabinieri che avevano fatto il blitz contro Mastrogiovanni che passeggiava in ciabatte da mare, adesso portano avvisi di garanzia a medici e infermieri. Lo stesso stato che ha determinato il danno, ora pretende di giudicarlo e di distribuire assoluzioni e forse anche condanne. Nei riguardi tutti, salvo che di sé stesso e delle sue leggi. Ecco, nella ricerca che vorremmo avviare, lo stato non dovrà essere al di sopra delle parti, ma essere chiamato precisamente in giudizio. Già ora infatti, con i soli dati di cui disponiamo, é evidente che Mastrogiovanni é morto a causa dello stato. E che quindi, come sempre d’altro canto, non é dallo stato che possiamo attenderci verità e giustizia.

    POI, DI SANDRO PADULA, pubblicato su L’Altro, questo articolo molto bello…

    Giustizia: Francesco Mastrogiovanni; basta anarchici “suicidi”
    di Sandro Padula, L’Altro, 18 agosto 2009

    1972. Su via Velia a Salerno, in un pomeriggio di luglio, muore accoltellato il giovane militante del Msi Carlo Falvella. In carcere finisce l’anarchico Giovanni Marini e ci resta svariati anni. Qui, e lo diciamo con rispetto verso i parenti della vittima, non è importante ricostruire la dinamica del fatto. A quel tempo il clima politico era pieno di odio e bastava poco perché nascessero delle risse o delle forme di violenza sanguinaria fra giovani di opposte idee politiche.giIPOL00050820090813 Qui si vuole ricordare un’altra cosa. Da quel giorno cambia anche la vita dell’anarchico salernitano Francesco Mastrogiovanni.
    Lui vive con dolore quella tragedia la cui eco, proprio come succede in ogni piccolo centro urbano nel quale tutti si conoscono, è moltiplicata all’ennesima potenza e la cui radice storica affonda nelle secolari guerre fra i poveri conosciute dal sud d’Italia. Come se non bastasse, è schedato dai carabinieri perché, proprio come Giovanni Marini, ha idee anarchiche.
    1999. Francesco viene arrestato per oltraggio a pubblico ufficiale. Trascorre diversi mesi in carcere. Alla fine si scopre che è innocente e riceve un risarcimento per ingiusta detenzione.
    2009. Il 31 luglio Francesco viene ricoverato all’ospedale San Luca in seguito ad una crisi di nervi e conseguente certificato di trattamento sanitario obbligatorio. Muore dopo quattro giorni di degenza. L’autopsia attesta che Francesco è morto per un edema polmonare provocato da un’insufficienza ventricolare sinistra. Inoltre si scopre che il suo corpo presenta profonde lesioni a polsi e caviglie.
    Lacci e lacciuoli di ferro o di plastica? Questo sospettano in procura. La pratica della contenzione è ammessa per legge solo in stato di necessità e soltanto poche ore, fino alla terapia chimica. Invece, secondo la procura di Vallo della Lucania, le lesioni dimostrerebbero l’allettamento forzato e prolungato del paziente. Non si sa ancora se Francesco sia morto dopo quattro giorni interi di letto di contenzione. In ogni caso è morto in un letto di contenzione e il matto, statene certi, non era lui.
    Venerdì 31 luglio le forze dell’ordine, con un dispiegamento da guerra di terra e mare, circondano il bungalow dove Francesco è ospite. La notte precedente, secondo la versione ufficiale, “avrebbe tamponato quattro autovetture”.
    Non ci sono le prove. L’automobile di Francesco è normalmente parcheggiata sotto la sua abitazione di Castelnuovo Cilento e non mostra segni di alcun danno. Francesco, sempre per nulla o poco fiducioso nelle istituzioni dello Stato, scappa verso il lido. Prende l’ultimo caffè e fuma l’ultima sigaretta. Viene acciuffato e spedito nell’ospedale psichiatrico San Luca, il posto in cui non avrebbe mai voluto finire perché temeva di morirci dentro. “Hanno ucciso un uomo in letto di contenzione”, dice il pm nel suo atto d’accusa.
    Che dire a tale riguardo? Conoscendo il carattere torturante delle carceri in quanto tali, non possiamo auspicare il carcere a nessuno. Sappiamo solo che l’ospedale San Luca dovrebbe essere posto sotto inchiesta amministrativa da parte della Regione Campania e invece quest’ultima finge che nulla sia successo. Sappiamo inoltre che a piangere la morte di Francesco, Franco per gli amici, sono stati i partecipanti al funerale svoltosi il 13 agosto, i suoi alunni della scuola elementare e l’intera popolazione, nessuno escluso, di Castelnuovo Cilento.
    In un paese come l’Italia, in questo strano impero del bene, non dovremmo meravigliarci se gli attuali indagati per la morte di Francesco fossero assolti dall’accusa di omicidio colposo.
    Nessuno però ci venga a dire che Franco, amico della vita, dei suoi giovani studenti, dei suoi concittadini e di tutti i libertari del mondo, si sarebbe suicidato. È da secoli che si racconta la favoletta secondo cui gli anarchici amerebbero suicidarsi. Adesso basta.

    Ristretti Orizzonti, 18 agosto 2009

    Comunicato dell’Associazione Italiana Psichiatri – AipsiMed – sulla morte del prof. Franco Mastrogiovanni, nel Spdc di Vallo della Lucania. Vorrei aggiungere ai tanti pervenuti in questi giorni anche un commento altro, il mio, condito di qualche riflessione riguardante la tragica e disperata morte del maestro, insegnante, Franco Mastrogiovanni, avvenuta all’interno del Servizio di Diagnosi e Cura Psichiatrico di Vallo della Lucania (Sa).
    Dei drammatici eventi tutti coloro che sono addentro alle cose dell’assistenza psichiatrica, anche perché puntualmente aggiornati da AipsiMed, sono oramai al corrente, ragion per cui non vi tornerò. Ma certamente è bene fare anche un po’ l’avvocato del diavolo in questo che pare già esser connotato come un processo scontatamente sommario ai sette dirigenti medici.
    Stavolta, contrariamente all’iconografia ufficiale, questo Diavolo vuol essere anche un buon diavolo, provando a essere persino equilibrato in un dibattito processuale che appare senza un contenzioso dibattimentale di tipo etico e culturale. Ma il Diavolo oggi parlerà da un angolo visuale un po’ spostato, magari defilato, provando tuttavia ad allargare maggiormente orizzonti pur di andare a rintracciare cause anche remote che possono stare dietro e aver persino causato la morte di Mastrogiovanni.

    Foto di Valentina Perniciaro _senza casa al Campidoglio, circondati dai servi di Stato_

    Foto di Valentina Perniciaro _senza casa al Campidoglio, circondati dai servi di Stato_

    I colleghi quando si laurearono in medicina e chirurgia pensavano che “da grandi” avrebbero fatto i medici. I colleghi dopo la specializzazione in psichiatria hanno affinato la loro preparazione anche intima, effettuando complessi e complicati percorsi formativi pensando che da grandi avrebbero fatto gli psichiatri. Nulla di tutto questo. Sono stati sì assunti dall’azienda sanitaria locale, ma arruolati con i compiti di psico-polizia, quella funzione che dai manicomi in poi identifica ancora oggi la tipologia dell’intervento psichiatrico in specie per le psicosi maggiori.
    Di questo sono al corrente anche i tutori dell’ordine che ben volentieri si fanno affiancare dagli psichiatri territoriali nella “cattura” delle persone che appaiono di pubblico scandalo e demandano solo agli psichiatri dei reparti psichiatrici la custodia di quelle stesse persone e prima ancora che sia stata effettuata una diagnosi precisa sulle loro vere condizioni clinico-psicopatologiche.
    Non solo, ma quegli stessi psichiatri devono anche far passare nel più breve tempo possibile lo stato psichico che potrebbe aver sotteso condotte antisociali. E con che? Con gli psicofarmaci in primis, con il controllo costante da parte di loro stessi e degli infermieri collaboratori e, estrema ratio, con la contenzione.
    Insomma gli psichiatri vanno in guerra all’attacco e non in difesa, combattendo una battaglia che mai avrebbero voluto condividere e, soprattutto, vanno in campo con armi giocattolo finendo per tradire ogni giuramento di Ippocrate. Ma si può?
    Uno psichiatra è oggi messo nelle condizioni di non potere attendere la trasformazione, anche assai favorevole, di uno stato psichico, ma dev’essere un leguleio conoscitore di quanti minuti bastano per tenere contenuta una persona. Deve servire, obbedire e combattere senza disporre neppure di un test sull’alcolemia di cui è portatore la persona a loro “affidata”, ma deve subito sedare con i gravissimi effetti in termini di interazione\potenziamento dell’alchimia alcool\psicofarmaci. Non può subito effettuare un elettrocardiogramma alla persona che gli portano, visto che per la trafelatezza e la concitazione dell’intervento, che la persona sia affetta da ipertrofia del ventricolo sinistro (come in Mastrogiovanni) al mandante del ricovero pare essere l’ultimo dei suoi problemi.
    Si dirà: ma per un medico questo è essenziale! È vero. Ma quanti collaborano a che la persona agitata se ne stia buona buona su un lettino a praticare tutte le indispensabili analisi emato-cliniche e gli accertamenti diagnostici strumentali? Bisogna trovarcisi in quelle bolge dantesche chiamate pronti soccorso all’interno dei quali afferisce tutta un’umanità dolente (non solo nel corpo) ed uno sparuto di medici annichiliti dall’angoscia relativa all’improbo compito tenta di rendersi utile nella sofferenza senza finire sotto inchiesta.
    Non ci si vuole dilungare troppo e, si sa, l’unica soluzione per i medici, per gli psichiatri, consiste nell’attenersi rigidamente a ciò che attiene all’intervento sanitario delegando ad altre figure ed istituzioni il controllo del male sociale.
    Pare che Mastrogiovanni prima di entrare in Spdc abbia urlato che se finiva in psichiatria sarebbe morto. Non sarebbe stato meglio per lui, oltre che per la sua storia anche politica, una permanenza breve e solo per accertamenti in una struttura solo investigativa e non sanitaria e rimandare ad altri momenti l’acquisizione psicodiagnostica delle cause delle sue angosce di sempre, magari con la costante presenza di uno psichiatra chiamato in consulenza e solo per proteggerlo e non per fargli da Caronte o da suo persecutore più o meno occulto?
    La risposta solo è rintracciabile negli intestini d’una legge di assistenza psichiatrica che non s’è mai voluta interrogare sul suo mandato e sulla sua vera funzione. Che Dio ci perdoni. Tutti.

    A Fabrizio Pelli, lasciato morire in carcere…30 anni fa

    8 agosto 2009 2 commenti

    FABRIZIO PELLI

    - Nasce a Reggio Emilia, l’11 luglio 1952
    - Lavora come cameriere
    - Milita nelle Brigate Rosse
    - Viene arrestato a Pavia nel dicembre 1975
    - Muore di leucemia nel carcere di San Vittore, Milano, l’8 agosto 1979


    Documenti prodotti da organizzazioni armate

    - Non ne sono stati prodotti, ma a Fabrizio Pelli vengono intitolate una Brigata e un’organizzazione armata a Salerno

    Documenti prodotti da gruppi sociali
    - Comitato di lotta del Campo dell’Asinara, “Onore al compagno Fabrizio Pelli” in: Controinformazione 16, Milano 1979
    “Per ogni comunista la morte è un evento naturale e Fabrizio Pelli era comunista combattente.
    Anche il mare più incurabile per un rivoluzionario è occasione di lotta e Fabrizio, con il suo comportamento, lo ha dimostrato a tutta la sua classe e ai suoi  nemici, in quest’ultima, solitaria battaglia.

    Fabrizio Pelli _Questa foto aveva le sbarre, quelle che lo hanno tenuto costretto fino alla sua morte: sono state tolto, almeno così è LIBERO_

    Fabrizio Pelli _Questa foto aveva le sbarre, quelle che lo hanno tenuto costretto fino alla sua morte: sono state tolto, almeno così è LIBERO_

    Invano i corvi borghesi hanno atteso un suo cenno di debolezza per piegarlo, per ricondurlo al compromesso dentro l’ordine dell’oppressione. A nulla è servito tenerlo isolato fino all’ultimo istante, privato della posta e della vicinanza dei suoi compagni, negargli – come neppure il fascismo osava fare – di trascorrere le ultime ore di visita in compagnia dei suoi familiari, a casa sua.
    La speranza delle iene è andata delusa di fronte ad un comunista che aveva maturato a fondo un principio essenziale: uomini che si rifiutano di interrompere la loro lotta, o vincono o muoiono, invece di perdere o morire!
    Il Tribunale di Milano, così sollecito a concedere la libertà provvisoria per motivi di salute ai fascisti assassini di proletari come Braggion, non è che l’ultimo anello di una catena di infamie, cominciata proprio qui, all’Asinara, dove il medico Silvetti si guardò bene dal rilevare il reale stato di salute del compagno Fabrizio, quando nell’estate dello scorso anno cominciò ad accusare i sintomi della malattia.
    I Campi di Trani, Fossombrone e Milano sono altrettanti anelli del suo progressivo annientamento che medici e direttori hanno perseguito con lucida e spietata determinazione in occulta armonia con i funzionari del ministero di Grazia e Giustizia. E non vogliamo dimenticare, in questo elenco di canaglie ancora viventi, carabinieri e poliziotti che hanno sottoposto i familiari di Fabrizio alle perquisizioni più vili e che in ogni modo hanno tramato per interrompere il proseguimento delle cure.
    Noi proletari prigionieri del Campo dell’Asinara, che con Fabrizio abbiamo lottato e che, anche per il suo contributo, abbiamo rafforzato la nostra identità e la nostra organizzazione, oggi diciamo, senza alcuna retorica, che i suoi nemici sono anche i nostri, che i suoi assassini non resteranno impuniti!
    Onore al compagno Fabrizio Pelli!
    Onore a tutti i compagni caduti combattendo per il comunismo!”

    Testimonianza al Progetto Memoria
    - Renato Curcio, Roma 1994
    “Ho conosciuto Fabrizio, Bicio per gli amici, nel 1969.
    Aveva 17 anni ma, a Reggio Emilia, già da tempo aveva fatto parlare di sé. “Per un colpo di flobert indirizzato ai glutei di un politico del partito liberale”, mi dissero, tra l’ammirato e l’ironico i suoi compagni di allora.
    Non aveva ancora 18 anni quando venne a Milano con tutte le sue curiosità per la metropoli. Ma ciò che veramente lo spingeva, in verità era una cosa sola: l’impegno militante a fianco di studenti e operai, di chiunque in qualsiasi modo lottasse, per cambiare le cose.
    Si sentiva un po’ anarchico ma il fascino della rivoluzione bolscevica era su di lui così potente che trascorreva infinite notti a leggere, oltre ai testi canonici, qualsiasi saggio, opuscolo, libello che in qualche modo potesse arricchire le sue conoscenze. E se qualcuno per caso citava un’opera che gli era sfuggita, s’infuriava, non sembrandogli lì per lì possibile che quell’opera esistesse veramente. Se non era a volantinare, in qualche manifestazione o a organizzare qualche azione di lotta potevi star sicure che il suo tempo era speso in letture.
    Politiche, s’intende. Una dedizione totale, senza mezze misure. Senza concedere a se stesso nemmeno gli spazi dell’esplorazione della vita.
    Quando entrò nella lotta armata, nel 1971, se non era il più giovane certo si contendeva il primato. Proprio in relazione alla sua giovanissima età, con altri due compagni ci chiedemmo se fosse il caso di accoglierlo nella vita clandestina che, per ovvie ragioni, non è tra le più permissive. Ma a Bicio il carattere non faceva difetto e non ne volle sapere di tutti gli argomenti che gli mettevamo davanti per dissuaderlo.
    Era molto orgoglioso e un po’ testardo. Capitava così che non accettasse di buon grado che altri gli insegnassero qualcosa. Ricordo che una volta si infuriò con un militante: non ritenendolo adeguatamente colto in dottrina marxista, gli negava il diritto di insegnarli a guidare l’automobile. L’altro, naturalmente, lo mollò giù dalla macchina, in piena campagna, dicendogli “Beh, ora vado a studiare, tu raggiungimi a piedi!”
    Quando, nel 1975, dopo l’evasione da Casale, lo incontrai di nuovo, a Milano, Fabrizio si era innamorato. Nella sua vita era la prima volta. E  il calore di questa nuova e magnifica esperienza scioglieva tumultuosamente tutte le sue rigidezze. Della sua proverbiale rigorosità, in quei giorni non rimase traccia. A metà della riunione più delicata, lui si alzava e borbottava “Scusate…”, in pieno candore se ne andava a telefonare. Alla vita clandestina il suo stato di grazia causò qualche problema, ma alla sua vita personale certo fece un gran bene.
    Ho appreso la notizia del suo arresto alla radio, pochi giorni prima di essere a mia volta arrestato. L’ultimo nostro incontro, dunque, avvenne in carcere, all’Asinara. Alcune divergenze politiche che poco prima del suo arresto lo avevano portato a distaccarsi dalle Brigate Rosse non avevano in alcun modo intaccato il nostro affetto. I giorni trascorsi nella stessa cella, al bunker dell’isola, furono così pieni di confidenze sulla nostra vita privata. Giocammo a scacchi –costruiti con la mollica di pane – ridendocela a più non posso sul nostro incontro qualche anno prima, con quel gioco. Nel tempo della clandestinità, a Torino. Sull’onda del duello tra Carpov e Fisher Bicio aveva deciso di “sapere tutto” sugli scacchi, proprio come qualche anno prima aveva fatto con la rivoluzione bolscevica. S’era quindi comperato una scacchiera , tanti libri, riviste e s’era sprofondato nello studio. Venne finalmente il giorno della prima prova. Si sentiva pronto e col sorriso diceva: adesso ti faccio vedere… Ci provai col fatidico “scacco del barbiere”: scacco matto in pochissime mosse. E la sua inesperienza ebbe la peggio. Come al solito andò su tutte le furie e per un bel po’ di tempo di scacchi preferimmo non parlarne più.
    All’Asinara mi disse anche dei malori che poco dopo lo portarono, rapidamente, alla morte. Ma di cosa effettivamente si trattasse, in quel carcere senza alcuna servizio medico, non fu possibile stabilirlo. Non si lamentò mai delle mancate cure: per lui era scontato. E anche questo, ricordando Bicio, non può essere più dimenticato”.
    Cartello Fabrizio 1-1