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Archivio per la categoria ‘MIDDLE-EAST’

L’Italia che estrada: un appello per Seda, rifugiata turca

5 maggio 2013 3 commenti

Seda!

Martedì 30 aprile 2013 Seda è stata arrestata in uno ostello a Castiglioncello. Le mancava un documento, che le era stato rilasciato in Svizzera in quanto rifugiata politica. Questo documento è stato presentato subito dopo. Attualmente si trova nel carcere di Pisa e non ha nessun contatto con i suoi parenti. Ha ottenuto un difensore d’ufficio e si trova in stato di isolamento.

Seda ha ottenuto l’asilo politico in Svizzera poichè in Turchia doveva fronteggiare persecuzione e reclusione detentiva in quanto oppositrice del governo. In Turchia Seda aspetta una condanna detentiva per aver preso parte ad una manifestazione e questo è il motivo per cui è stata condannata. Avrebbe fatto propaganda per una “organizzazione illegale” di sinistra. La Turchia considera illegali le organizzazioni critiche verso il governo, sebbene esse siano legali negli altri paesi.

NO ALLE ESTRADIZIONI!

La Turchia abusa dell’Interpol al fine di perseguire le persone critiche verso il governo. I mandati di cattura dell’Interpol impediscono ai rifugiati politici di muoversi liberamente, in questo modo si realizza una persecuzione ben oltre i confini turchi.
Seda ha ottenuto in Svizzera l’asilo politico. In Svizzera Seda è “legale” sotto ogni aspetto. L’Italia è tenuta a rispettare i diritti umani e assicurare la protezione dalla persecuzione politica.

La nostra richiesta è chiara: noi chiediamo che la giustizia italiana riconosca il pronunciamento della Svizzera, secondo cui Seda è dichiarata rifugiata politica. Deve essere rilasciata immediatamente e in ogni caso non deve essere lasciata in balia dello stato torturatore turco. Spetta ora alla magistratura italiana, opporsi a questa situazione ingiusta.

Questo comunicato arriva dalla Svizzera e ci racconta la storia di Seda Aktepe appena avvenuta, qui, nel nostro paese,
e ci parla di una ragazza detenuta in isolamento nel carcere di Pisa, a rischio estradizione verso la Turchia.
A pochi giorni dall’infame estradizione di Lander… rieccoci.

Qui il comunicato dei compagni pisani: link
LEGGI ANCHE:
L’Italia degli estradati !
Francia-Germania: L’estradizione di Sonja e Christian

Heracleion: dalle acque del Mediterraneo la scoperta che asciuga un po’ di lacrime siriane

2 maggio 2013 Lascia un commento

Bronze statuette of pharaoh of the 26th dynasty, found at the temple of Amon area at Heracleion. The sovereign wears the “blue crown” (probably the crown of the accession). His dress is extremely simple and classical: the bare-chested king wears the traditional shendjyt kilt or loincloth. ©Franck Goddio/Hilti Foundation, photo: Christoph Gerigk

Ieri chiacchieravo sulla genialità di chi ha provato a costruire una lingua comune a tutti,
che era il mio sogno di bambina, da aspirante viaggiatrice nomade qual’ero.

A colossal statue of red granite (5.4 m) representing the god Hapi, which decorated the temple of Heracleion. The god of the flooding of the Nile, symbol of abundance and fertility, has never before been discovered at such a large scale, which points to his importance for the Canopic region. ©Franck Goddio/Hilti Foundation, photo: Christoph Gerigk

Una lingua comune a tutti, che ci avrebbe permesso di giocare con una contadina ucraina, così come con un bimbo malese o dell’Isola di Pasqua: poi col crescere, con gli studi, con l’amore sfiorato per la linguistica ho capito che “la lingua” era una delle poche cose in cui sentivo di far parte.
Io, lontana anni luce da identitarismi di ogni genere o da attaccamenti morbosi al “suolo natìo”, ho capito che l’unica terra che non avrei mai potuto lasciare era proprio lei, la mia lingua, i suoi accenti, la miscela di dialetti e stratificazioni di memoria collettiva.
Da vagabonda e studentessa di lingue orientali, dopo, ho compreso che forse avevo ragione: che la sola separazione presente era quella, la lingua, vera e unica terra natale che abbia mai amato e che so non potrò mai abbandonare, ovunque finirò.
Perché sono arrivata a dire questo non lo so: in realtà volevo parlare di tuttaltro ma ormai mi sono disabituata a scrivere qui, a seguire forzatamente il filo logico della comprensibilità, quindi pazienza, proseguo a ruota libera.
La poca capacità di scrivere, l’assenza di desiderio di coltivare queste pagine che per anni e anni sono state quotidianità, so da dove vengono.
Vengono da vicoli stretti e strade polverose, vengono dal basalto e dalla terra rossa,
dal dolore che avvolge ogni mio movimento da mesi che son diventati anni, due lunghi anni di ripetuti stupri e torture, di guerra porta a porta, di terre che mai torneranno a vivere come prima, con i sorrisi, la lentezza e l’umiltà di prima.
La devastazione tocca una terra che non è solo la “più cara” per me che non sono nulla,
questa devastazione tocca una terra unica al mondo, un crogiolo di popoli, lingue, religioni e millenni che altrove non ha mai avuto non solo la stessa intensità ma nemmeno la stessa secolare capacità di conservare e amare il proprio patrimonio archeologico.
La Siria è casa nostra:
è la Mesopotamia di ogni di noi, è i colonnati del nostro passato di schiavi o imperatori,
è quel fiume dalle acque calde e fertili, è giacigli romani, sotto ai nabatei, sotto ai bizantini, sotto agli omayyadi, sotto agli abbasidi, sotto ai miei amici: una stratificazione stupefacente di vita,

The stele of Heracleion (1.90m) had been ordered by Pharaoh Nectanebo I (378-362 BC) and is almost identical to the stele of Naukratis in the Egyptian Museum of Cairo. The place where it was supposed to be erected is explicitly mentioned: Thonis-Heracleion. ©Franck Goddio/Hilti Foundation, photo: Christoph Gerigk

anche di guerre, mai però capaci di devastare in questo modo la storia, i marmi, gli stucchi, i mosaici, i ciottolati.
Al contrario di ora.

E’ un lutto eterno, che capisco possiate non sentire dentro di voi, ma che attanaglia ogni respiro di chi sa di cosa stiamo parlando:
seguo costantemente la fila di cadaveri, o di stupri, o di sfollati,
e poi anche quella dei musei saccheggiati, delle tavolette cuneiformi, dei contratti d’affitto di quasi 6000 anni fa, di quelle donne dalle tante tette e dagli occhietti spalancati (5000 anni che quei seni nutrono la storia di ognuno di noi)… è un dolore senza fine,
senza numeri, senza ritorno.

Sono mesi di lacrime senza sosta e senza consolazione.
Poi stamattina apro gli occhi, e cado su questa notizia: Heracleion è tornata.
Eccola, eccola nel suo splendore, nelle sue statue, in più di 700 ancoraggi intatti, e barche, e lampade, e steli, e gioielli…
Dice Goddio, che da decenni la cercava, che ci sarà da cercare e scavare per altri 200 anni:
un regalo incredibile per chi sta perdendo brandelli di storia pezzo pezzo,
un regalo del nostro dolce mare, che ha conservato praticamente intatta, per 1200 anni una splendida città, di cui tutti noi abbiamo letto e studiato.
Heracleion per i greci, Thonis per gli egizi, sonnecchiava a meno di trenta metri di profondità, poco lontana da Alessandria, che a causa di un suolo meno argilloso è rimasta attaccata a terra, invece di sprofondare nell’abbraccio del mare nostrum.

Stamattina le lacrime davanti alla storia sono di gioia ed emozione.
Bentorata Heracleion, grazie di quest’emozione travolgente

Decine di link interessanti ma vi consiglio di andare direttamente sul sito di Goddio, ricco di foto e video stupefacenti: QUI

Bronze oil lamp (late Hellenistic period, about 2nd century BC) discovered in the temple of Amun. ©Franck Goddio/Hilti Foundation, photo: Christoph Gerigk

Aleppo e il suo minareto… la storia stuprata

25 aprile 2013 2 commenti

ADDIO

Foto di Anas al-Rifai

Foto di Anas al-Rifai

Non posso mettermi a cercare tra le migliaia di foto di tutti i miei anni siriani,
ma tu sbuchi ovunque, negli scatti aleppini, nei tramonti dalla cittadella, negli scorci tra le aperture del suq…
Tra le centinaia di minareti, migliaia, che sbucano tra Damasco e Aleppo, quelli omayyadi mi hanno sempre rubato il fiato,
nella loro architettura, nella loro eleganza.
Il minareto della moschea Omayyade di Aleppo era stato concluso nel 1090,
il calcolo degli anni fatelo voi, che le lacrime non permettono ai numeri di farsi strada nella mia testa.

Sono contenta di averti amato,
sono contenta di aver goduto della tua vista, di aver visto come tagliavi il cielo,
di aver sentito la dolce voce del tuo canto, dal tramonto all’alba.
Sono contenta e dilaniata dal poter immaginare il tuo profilo e non poter immaginare quella città senza.
Sono contenta di aver almeno avuto la possibilità di adorarti,
di osservare l’umile eleganza con cui portavi i tuoi quasi 1200 anni.

Addio.
Sei ridotto in macerie, hai fatto la fine del Kalybe, e presto molto altro ti seguirà.
Avete deciso di ridurre quel paese in briciole, state sbriciolando ognuno di noi.
Senza via d’uscita.
Un 25 aprile di dolore, smembrato.
Non una parola si riesce a pronunciare.

Eccoci qua….


Dopo le primavere arabe arriva l’estate kurda, la rivoluzione del Pkk contro identitarismi etnici e mono-nazionali

25 marzo 2013 3 commenti

Onorata di ospitare questo lungo articolo di Michele Vollaro, nel silenzio che ha accompagnato sulla stampa e sulla rete italiana l’annuncio storico di Abdullah Ocalan, in questo particolare momento per la Turchia e tutta l’area mediorientale

Dopo le primavere arabe arriva l’estate kurda, la rivoluzione del Pkk contro identitarismi etnici e mono-nazionali
di Michele Vollaro

«La creazione di aree geografiche “pure” basate sull’etnicità e mono-nazionali è una fabbricazione disumana della modernità che nega le nostre radici e le nostre origini».

Una dichiarazione storica che potrebbe chiudere il trentennale conflitto che oppone il Partito dei lavoratori kurdi (PKK) e lo Stato turco. Un annuncio clamoroso destinato a mettere fine alla lotta armata che ha causato oltre 40.000 vittime. Così è stato definito da più parti il messaggio di Abdullah Ocalan, letto a Diyarbakir il 21 marzo durante la celebrazione del Newroz.
Un messaggio che gli abitanti del Kurdistan, forzati da decenni alle politiche assimilazioniste delle autorità turche, hanno accolto con gioia e trepidazione, convinti ormai anch’essi da tempo della necessità di trovare una strada alternativa alla lotta armata per vedere riconosciuti i propri diritti e, ancor di più, condizioni di vita dignitose, in una società come quella kurda caratterizzata da marginalità, oppressione, povertà e disoccupazione. In poche parole dall’assenza assoluta di una qualsiasi prospettiva per riuscire anche solo ad immaginare di realizzare le proprie aspirazioni personali, siano esse la possibilità di scegliere un lavoro, di viaggiare liberamente o anche semplicemente di parlare la propria lingua madre. Chi ben conosce questa situazione e la storia recente del Kurdistan ha giustamente salutato il messaggio di Ocalan come un fondamentale punto fermo per un dialogo che può cambiare definitivamente le condizioni di vita nella regione.

L’inganno geopolitico
Qualcun altro, invece, ha visto in questo messaggio la definitiva abdicazione del popolo kurdo ai propri diritti e alla propria autodeterminazione, interpretando la scelta del fondatore del PKK come una capitolazione a più forti interessi internazionali.
Un presunto accordo dettato da ipotetici interessi geopolitici per non danneggiare la ‘crociata’ imperialista a sud del confine turco, dove le potenze occidentali starebbero complottando il rovesciamento di un regime nemico, quello siriano, amato e sostenuto dalla propria popolazione.
Il popolo kurdo avrebbe quindi venduto la propria anima al diavolo per ottenere chissà quale vantaggio ai danni di quello siriano. Non credo valga nemmeno la pena soffermarsi ad evidenziare l’assurdità di quest’interpretazione, che sembra uscita più da un tabellone da gioco di Risiko dove ognuno guarda alle proprie immaginifiche bandierine anziché essere fondata su condizioni di fatto.

Una rivoluzione di paradigma: dallo Stato-nazione al confederalismo democratico
Ben più interessante e produttivo sarebbe in realtà concentrare l’attenzione su un paio di osservazioni. Alcune, che potrebbero essere utili a comprendere meglio cosa accade o potrebbe accadere in Kurdistan e in generale all’interno della Turchia, da tempo immemore considerata la porta o il ponte tra Oriente ed Occidente e quindi già solo per questo degne di un necessario approfondimento, ma ancora più fondamentali per la “rivoluzione” (qualcuno probabilmente storcerà il naso a leggere questo termine) non solo sociale e politica, ma anche e soprattutto di categorie interpretative che il Medio Oriente vive ed ha vissuto negli ultimi anni. Altre, più vicine invece a precedenti diversi, anche della storia italiana, accomunabili alla vicenda di Ocalan per certe somiglianze che potrebbero consentire di guardare ad eventi, usi e giudizi già espressi nel passato recente.

L’isola di Imrali, dove è prigioniero Ocalan

Cominciamo dal locale e particolare, che interessa come accennato lo stravolgimento di categorie tradizionali. Il discorso di Ocalan può essere riassunto nella frase “Siamo ora giunti al punto in cui le armi devono tacere e lasciare che parlino le idee e la politica”. Al di là delle notizie di cronaca sull’inizio o meno di un cessate-il-fuoco da parte delle fazioni armate e dell’avvio di un processo di pace tra PKK e Stato turco, è stato notato in modo più che corretto che questo indica un mutamento di strategia. Anche se non è proprio una novità: sono anni che l’agenda politica kurda è incentrata sul principio della “autodeterminazione democratica”, un concetto promosso allo stesso tempo da Adbullah Ocalan e dal Partito della pace e della democrazia (BDP) dove l’affermazione dell’identità del popolo kurdo e la democratizzazione dell’intera Turchia diventano le due facce della stessa medaglia. Ma questo è giusto un dettaglio o anche solo una puntualizzazione da addetti ai lavori. Si potrebbe osservare infatti che nonostante le numerose tregue dichiarate in passato dal PKK, per un motivo o per un altro, le armi non sono state ancora abbandonate dai guerriglieri e questa è stata infatti la risposta del ministro turco dell’Interno, Muammer Güler, che pur concedendo ad Ocalan di aver usato un linguaggio di pace ha aggiunto che “ci vorrà tempo per vedere se le parole saranno seguite dai fatti”.

Lo stesso Ocalan ha detto che “Oggi comincia una nuova era. Il periodo della lotta armata sta finendo, e si apre la porta alla politica democratica. Stiamo iniziando un processo incentrato sugli aspetti politici, sociali ed economici; cresce la comprensione basata sui diritti democratici, la libertà e l’uguaglianza”. In questo, si evidenzia come il discorso era sì rivolto ai guerriglieri kurdi affinché depongano le armi, ma al tempo stesso è anche una sfida al governo turco.

I festeggiamenti del Newroz

“Negli ultimi duecento anni le conquiste militari, gli interventi imperialisti occidentali, così come la repressione e le politiche di rifiuto hanno provato a sottomettere le comunità arabe, turche, persiane e curde al potere degli stati nazionali, ai loro confini immaginari e ai loro problemi artificiali – prosegue ancora Ocalan – L’era dei regimi di sfruttamento, repressione e negazione è finita. I popoli del Medio Oriente e quelli dell’Asia centrale si stanno risvegliando”. Più avanti aggiunge “Il paradigma modernista che ci ha ignorato, escluso e negato è stato raso al suolo” e “Questa non è la fine, ma un nuovo inizio. Non si tratta di abbandonare la lotta, ma di cominciarne una nuova e diversa. La creazione di aree geografiche “pure” basate sull’etnicità e mono-nazionali è una fabbricazione disumana della modernità che nega le nostre radici e le nostre origini”.

Basta con i nazionalismi
L’oggetto della polemica è l’ideologia politica che è all’origine di molta parte dei problemi dell’ultimo secolo, quel nazionalismo che insieme alla sua creatura principe, lo Stato-nazione, sono ormai da oltre un decennio indicati come profondamente in crisi, ma sembrano restare pur sempre la risposta più immediata e semplice come misure di reazione agli stravolgimenti in corso. Restando in Medio Oriente basti pensare alle spinte centrifughe in Libia o in Iraq dopo la fine dei precedenti regimi, dove ognuno degli interessi dominanti localmente punta alla creazione di una propria entità statuale sostenendo la necessità di un territorio pacificato sulla base della propria univocità sia essa “etnica” o di qualsivoglia altro titolo; un altro esempio emblematico è anche la sciagurata scelta dell’opzione di “due popoli, due Stati” per la soluzione del conflitto israelo-palestinese.

Il dibattito sul tema del nazionalismo non è di certo un argomento nuovo intorno alla questione kurda. Senza andare troppo indietro, già a partire almeno dal 2005 Ocalan si era interrogato sui legami tra etnicità e nazionalismo indicando proprio nella creazione degli Stati-nazione in Medio Oriente l’origine della crisi attuale della regione (Abdullah Ocalan, Democratic Confederalism, 2011). Servirebbe lo spazio di almeno un libro per ripercorrere l’archeologia del dispositivo statuale moderno, ma ciò porterebbe il discorso troppo lontano. Nondimeno sarebbe senz’altro sano ed essenziale ragionare sulla necessità di individuare nuovi percorsi che leggano la realtà del mondo contemporaneo per mezzo di una lente o un’idea cosmopolita.

Riguardo alla situazione kurda, va dato atto ad Ocalan di essere stato abile in questi ultimi anni ad argomentare e proporre le proprie idee per un nuovo modello di società, che includesse nuove istituzioni per funzionare e un nuovo vocabolario per definire concetti ed idee necessari a descrivere ed immaginare quello che si propone di essere appunto non soltanto un classico processo di pace, ma piuttosto un cantiere per una nuova costruzione sociale.

La “pazzia” di Ocalan
Un’ultima osservazione che mi preme sottolineare è quella sul contesto in cui sono maturate le ultime dichiarazioni del leader kurdo. Ocalan si trova dal 1999 nel complesso carcerario di Imrali, in una struttura di massima sicurezza svuotata di tutti gli altri detenuti per poter “ospitare” unicamente il fondatore del PKK, che quindi può vedere soltanto i suoi avvocati e i suoi carcerieri.
Questa situazione ha portato più volte qualcuno a sostenere che Ocalan avrebbe perso il contatto con il movimento da lui guidato e sarebbe anzi manipolato per sostenere gli interessi dello Stato turco e i presunti suoi alleati nella partita geopolitica.

Riprendo qui l’introduzione di un libro dello storico Massimo Mastrogregori. “Ci sono autorità, più o meno visibili, che sollecitano e ascoltano la voce del prigioniero. Il quale cerca, ancora una volta, di vincere la partita politica in corso e di agire più liberamente che può, anche nel fondo della prigione, in nome di ciò in cui ha sempre creduto. E sa che cercando di vincere, ancora una volta, avrà fatto qualcosa di utile anche se perde”. Queste parole, che sembrano calzare alla perfezione per il caso di Ocalan, sono invece scritte per raccontare la storia parallela di altri due prigionieri, apparentemente diverse ed opposte per le loro esperienze personali e separate da cinquant’anni di distanza, quella di Antonio Gramsci e di Aldo Moro (Massimo Mastrogregori, I due prigionieri, 2008). Lo storico italiano osserva come analogie e comparazioni tra due storie così diverse possano aiutare a vedere cose nuove, rivelando connessioni nascoste e parallelismi a partire dall’esperienza carceraria e dall’uso fatto o meno e dai giudizi espressi sulla voce che esce dalla prigione. Mi soffermerò solo brevemente su questo aspetto. In occasione del sequestro Moro, in una maniera che effettivamente lascia un po’pensare, l’intera comunità mediatica italiana, quasi tutti coloro che parlando pubblicamente trovano uno spazio, la cui parola è riprodotta sui giornali, i politici e i grandi giornalisti, si accordano sul fatto che la voce che sta parlando non appartiene a Moro. Sempre Mastrogregori sottolinea la rapidità con cui si sia “compattato” questo schieramento che sostiene l’inautenticità degli scritti di Moro durante la sua prigionia. “Moro perde il dominio sulla sua firma, ciò che Moro firma non vale; sono scritti originali, autentici, non che ci sia il dubbio che la grafia non sia la sua (all’inizio c’è anche quello); ma anche quando si scopre che la grafia è effettivamente la sua, le condizioni in cui quel testo viene elaborato portano alla conclusione univoca che non è Moro che sta parlando. Si presuppone che le BR dettino e che Moro scriva, con una serie di gradi diversi, con distinguo, eccetera. Le eccezioni a questa posizione sono veramente pochissime. Ciò aveva una conseguenza che, nel tempo, verrà tratta, che Moro aveva perso la capacità di intendere e di volere, era regredito alla condizione di bambino e cose del genere, che era drogato”.

Il tema del discorso che proviene dal fondo della prigione, della voce di chi è incarcerato è interessante perché si oppone nel modo più assoluto ai discorsi che solitamente ottengono la più grande circolazione e visibilità, cioè quelli che provengono da una posizione autorevole e sopraelevata, come potrebbe essere un professore dalla sua cattedra o un giornalista da un quotidiano. Il prigioniero è il caso limite opposto, quello che dice non ha l’autorità che viene da qualche piedistallo. Ma se decide di scrivere, lo fa per riguadagnare, in qualche modo, con vari sistemi, quel margine di libertà che chi lo domina gli ha sottratto. Perché un prigioniero scrive? Anche per riguadagnare uno spazio di libertà.

Dieci anni da una giornata indelebile: con Rachel e Dax scolpiti nel sangue

16 marzo 2013 3 commenti

Rachel Corrie, attivista dell’ISM,
Gaza, 16 marzo 2003

Dieci anni fa.
Una giornata lunga, che sembra durare ancora.
Dieci anni fa il 16 marzo si accavallarono telefonate, telegiornali, dirette radiofoniche, marciapiedi, corse, fiatone, pianti.

Il 16 marzo di 10 anni fa scadeva l’ultimatum su Baghdad,
la guerra in Iraq riprendeva forma, dopo lo scempio afgano, la guerra su Babilonia che si annunciava rapida e indolore stava aprendo le porte all’ennesima ferita indelebile per quella terra,
culla di storia e di tempeste di sabbia. Non passarono che tre giorni soli, poi fosforo, uranio, fuoco precipitò sull’Iraq e il suo popolo.

Il 16 marzo di 10 anni fa un bulldozer israeliano schiacciava il corpo e il futuro di una ragazza che eravamo tutte noi.
Rachel Corrie, schiacciata da tonnellate di ferro sulla terra di Gaza, spirava tra le braccia dei suoi compagni dell’Ism,
nello sconcerto dell’attivismo internazionale e negli occhi dei palestinesi,
che si sentivano privati di un sorriso, di un’amica, di una ragazza di 23 anni che dai lontani Stati Uniti era partita col cuore in mano per muoversi contro l’Apartheid.
Per ritrovarsi spiaccicata, sotto i suoi cingoli.

la campagna 130.000, che sono gli euro che due compagni son condannati a dare per risarcire i danni delle cariche di polizia e carabinieri all’ospedale San Paolo la notte dell’uccisione di Dax

Con Rachel morimmo tutti quel giorno, io che ero stata l’anno prima in quella terra martoriata e che nei campi avevo festeggiato i miei piccolissimi 20anni guardavo quel corpo dalla forma mutata per sempre senza nemmeno riuscire a proferir parola: con lacrime rabbiose.

Il 16 marzo di 10 anni fa ci ammazzavano Dax, a coltellate, due balordi fascisti.
In tre aggrediti con le lame, e lui che non ce l’ha fatta.
Poi la lunga notte all’ospedale  San Paolo, le cariche, i pestaggi, il comportamento indescrivibile di polizia e carabinieri…
e le condanne, la richiesta folle di risarcimento di 130.000 euro a due compagni, due.

Un gran dispiacere non poter essere su tra voi, oggi, cordonata al ricordo di Dax e di quella notte milanese che abbiamo tutti dentro.

LEGGI LE ULTIME LETTERE DI RACHEL DALLA PALESTINA: QUI

Ode a Damasco … e perdonate il dolore

5 marzo 2013 Lascia un commento

Foto di Valentina Perniciaro _casa_

Uno sgorgare di lacrime senza fine.
Vorrei abbracciare uno ad uno coloro che hanno lavorato a questo cortometraggio,
vorrei ringraziare i loro occhi e il modo in cui mi hanno permesso di poggiare i miei sui muri scorticati di quei vicoli, uno ad uno,
vicoli che sembrano le vene del mio sangue, che sento parte di me come fossero le dita del mio bimbo.
Forse è una patologia, non lo so, credo poco alla parola “patologia”: però mi rendo conto che è una sofferenza dai meccanismi patologici, che mi rende assolutamente incapace a fare una vita normale.

Ti amo città millenaria, ti amo come mia madre, ti amo come mio figlio,
ti amo di quell’amore che entra nei capillari,  che sventra l’anima, che ti fa sentire i battiti in gola come il più struggente degli amori,
ti amo carnalmente come se mi avessi insegnato l’orgasmo,
ti amo come poesia perfetta,
ti amo e non c’è parola capace di avvicinarsi nè al dolore nè alla gioia che mi doni,
anche solo pensandoti.
Eccomi a riscrivere ad una città, a dei vicoli, ad un rampicante profumato: e lo faccio davanti a tutti, senza nemmeno vergognarmi un po’.
Perchè del proprio amore non ci si può vergognare, perché ti sento dentro di me come fossi nella placenta, perché ti amo e davanti all’amore ho sempre fatto quel che mi sentivo di fare,
anche contro il mondo intero.

Ti amo Damasco mia,
ho bisogno di far di nuovo l’amore con te.

Leggi:
Al telefono con Anna Frank
Comprendere l’esilio
Bosra , beduini e innamoramenti
Ciliegie e nostalgia
ma buon anno ddddechè
Ode al dolore
Le bombe in casa nostra

I tre fratellini siriani…

27 febbraio 2013 1 commento

Nuova immagine

Tre fratelli: Rama, Israa e Omar

Loro erano tre fratelli di Damasco, rimasti sotto le macerie della loro casa:
da oggi invece saranno parte di questa carrellata di numeri.
maledetti bastardi vomitevoli numeri in continuo aggiornamento
(ma se uno lo dice è “servo del Qatar”, “leccaculo dei salafiti” “troia de al-qaeda”: sapevatelo!
virgoletto per rispetto all’autore)
e morite.

Syrians killed: 69,596
Children killed: 4,792
Females killed: 3,817
Soldiers killed: 7,897
Protesters killed under torture: 1,519
Missing: +60,000
Protesters currently incarcerated: +200,000
Syrians injured: +137,000
Syrian refugees since March: +936,717
Refugees in Turkey: +183,846
Refugees in Lebanon: +314,602
Refugees in Jordan: +300,341
Refugees in Iraq: +100,222
Refugees in Egypt: +20,064

Ieri… (12, 9 e 5 anni)

Palestina: mobilitazioni per i prigionieri. Nuova intifada?

26 febbraio 2013 1 commento

L’aria che da laggiù arriva ha un odore intensissimo.
Che non è solo quello dei lacrimogeni israeliani, che piovon come riso a fine nozze, ma quello della rivolta.
Dell’Intifada.
Quella capace di scoppiare in ogni vicolo sbilenco di campi profughi, villaggi, città palestinesi,

Foto di Valentina Perniciaro _Il funerale di Ayyat, Dheishe, Palestina 2002_

sotto occupazione israeliana da tanti di quei decenni che in qualunque altro posto al mondo i ricordi della Nakba sarebbero sbiaditi.
Non in Palestina: lì non c’è storia che non è carne, lì non c’è profugo che non chiede ritorno,
lì non c’è ingiustizia alla quale non si resiste, con ogni mezzo a disposizione.
A partire dai propri corpi.
A partire anche dai corpi che più degli altri son prigionieri: rinchiusi nelle carceri israeliane.
La lotta dei prigionieri, il loro sciopero della fame senza possibilità di collaborazione,
la morte di Arafat Jaradat, oggi seppellito a Sair, vicino Hebron, ma morto in una cella del carcere israeliano di Megiddo:
tutto ciò ha riportato una solidarietà e una rabbia nelle strade, ad affrontare la polizia militare e l’esercito,
che non si vedeva da molto tempo, con queste dinamiche e prospettive.
Sembra di respirare veramente aria di una nuova Intifada.

Dal campo profughi di Aida poi, a pochi passi da Betlemme e incastonato nei miei ricordi, la notizia del gravissimo ferimento di un ragazzo di soli 13 anni, Muhammad Khalid al-Kirdi, colpito al torace da una pallottola che l’esercito nega di aver usato. (leggi qui il racconto della giornata ad Aida)
La solita storia, sui soliti giovanissimi corpi resistenti di Palestina.

[sempre sperando che chi prova empatia verso tutto ciò, senta muoversi dentro qualcosa anche per i 1076 morti che ci son stati solo in quest'ultima settimana di mattanza siriana, o per i 100.000 e passa profughi che stanno solo a Zaatari, uno tra i tanti campi ormai esistenti tra Giordania, Libano e Turchia]

Solo una fotografia …

20 febbraio 2013 4 commenti

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Il cielo è plumbeo anche quando il sole splende, anzi più splende più volano, più volano più la pioggia esplode insieme a tutto il resto.
Questa foto parla di braccia e mani sbucciate a scavar cemento fuso,
Questa foto parla di occhi che affogano nel terrore guardando al cielo come al nemico più grande.
Questa foto racconta la Siria di questi mesi più di tante parole,
Spalanca le porte ad un dolore sordo, che scava implacabile le giornate di chi su quel suolo ha avuto solo che da imparare.
Imparare tanto.
Io son lì con voi, non c’è bomba che non squarci il mio petto.

Leggi:
Al telefono con Anna Frank
Comprendere l’esilio
Bosra , beduini e innamoramenti
Ciliegie e nostalgia
ma buon anno ddddechè
Ode al dolore
Le bombe in casa nostra

Sul “non” ergastolo agli assassini di Vittorio Arrigoni

19 febbraio 2013 14 commenti

La notizia circola da un’ora in rete, attraverso il sito Nena News (qui l’articolo).
Una notizia che a me non fa male per niente, perché una riduzione pena, un annullamento di un ergastolo non può crearmi amarezza…
non avrei questo logo a marcare il blog e non lo avrei tatuato nel cuore.
Quando parlo di abolizionismo del carcere,

Adotta il logo contro l’ergastolo!

ma sopratutto quando parlo di abolizionismo dell’ergastolo,
quello che sulle carte del DAP è catalogato con il fine pena datato 99/99/9999,
quello che in francia è detto la ghigliottina secca,
non faccio distinzioni, non posso farle.
Non chiedo l’abolizione dell’ergastolo ad intermittenza, lasciando crepare in cella gli assassini dei miei compagni.

Avreste gioito se gli assassini di Vik fossero stati impiccati in pubblica piazza,
con metodologie iraniche? Io sarei stata sommersa dal mio stesso vomito.
E allora non vedo perché dobbiamo commentare con parole come “scandalo” o “buttate le chiavi cazzo” il fatto che questi ergastoli siano stati commutati in 15 anni di pena.
Certo fa pensare, certo brucia l’idea di non saper perché, di non aver chiaro motivazioni e metodologie usate per uccidere un compagno caro,  che mandava avanti una battaglia in un modo straordinario, con una forza e un sorriso che ci hanno insegnato tanto.

Il suo slogan era “restiamo umani”…
bhè provateci allora quando parlate di ergastolo, a capire cosa intendeva per “restare umani”.
Non credo che chi sostenga il “FINE PENA MAI” abbia tutto ‘sto diritto di ritenersi essere umano, lo reputo più simile a chi c’ha strangolato Vik,
lontano anni luce dal messaggio che ha urlato fino al secondo della sua morte.

Non esiste più grande aberrazione del carcere a vita.
Nessuno mi farà mai cambiare idea a riguardo.

- A Vik, tornato a casa dalla sua amata Palestina
- Hanno giustiziato Ippocrate
- I gattini di Gaza
- Che nessuno pianga, una dedica a Vittorio

lo so che mi odierete….pazienza.

Al telefono con Anna Frank, ora residente in Siria

10 gennaio 2013 5 commenti

Quanti anni avevo quando ho letto il Diario di Anna Frank?
C’è sicuramente scritto dentro, accanto al mio nome, come in ogni libro, nella prima pagina in alto a destra.
Avevo 9 anni mi sembra,

Io…e il mio Hauran amato sotto ai piedi!

toccavo quelle pagine con emozione, me ne sentivo parte,
le ho scritto qualche volta, abbozzi di prime lettere non spedibili.
Quindi la sensazione di “scrivere” ad Anna Frank ancora la ricordo; ero una bambina che sentiva quel dolore e quella segregazione nel sangue, la sentivo sorella, prendevo le sue confidenze come segreti tra noi.

Invece la sensazione di parlarci al telefono, quella no,
quella ha sbaragliato la realtà ieri. Per la prima volta in quasi 31 anni di vita:
SBAAAM, ieri son bastati pochi minuti per perder contatto con la terra, con la ragione,
con la capacità di razionalizzare il dolore.

ieri ho parlato con Anna Frank:
ha la voce di un ragazzo, mio coetaneo, che da 10 anni considero un fratello.
Un trillino sul telefono.
Il prefisso è giordano, cavolo! richiamo immediatamente, sarà sicuramente il mio amico da Bosra.
Di Bosra vi ho parlato tante volte, è la mia casa in Siria,
così vicina al border giordano che chi ancora vi resiste, ha la possibilità (almeno quello) di poter parlare un po’, senza pericolo che le proprie parole possano essere usate come arma contro la propria famiglia,
perché passano su altre antenne, oltre confine.

Foto di Valentina Perniciaro _Il pane di Bosra, che ora non c’è più_

Ho richiamato subito quello sconosciuto numero giordano,
subito e col cuore in gola. Un po’ di tentativi prima di prendere la linea, poi eccola la voce di Z., si sentiva chiara e vicina, decisamente diversa dall’ultima volta che c’eravamo sentiti,
appena una manciata di giorni fa.

“Ciaoooooooo, come stai?”
“Non me lo chiedere, ti prego. La situazione è di molto peggiorata dall’ultima volta che ci siamo sentiti.
Siamo scappati tutti dalla città vecchia, ora siamo a Bosra nuova, in 18 dentro due stanze.
Da 4 giorni non abbiamo nulla da mangiare, nevica e non c’è modo di trovare qualcosa per scaldarsi.
Più della metà della popolazione della città è scappata verso il campo profughi di Zaatari, in Giordania *.
Tuo figlio come sta?”
“Bene, ma che domande fai! Tua figlia come sta?”
“Mi fa strano pensare che i nostri figli hanno la stessa età: lei non cresce da molto tempo, rimane piccola, da quando è iniziata la guerra e da quando la situazione a Bosra è peggiorata la sua crescita è ferma.
Non c’è cibo, è terrorizzata dai continui colpi che sente.
Sai cosa succede qui intorno? Noi siamo tagliati fuori da tutto.”
“So che sotto bombardamenti in quella zona c’è Bosra al-harir e che nelle ultime 48 ore è peggiorata la situazione lungo l’autostrada Daraa-Damasco, ormai zona di guerra.”
“Grazie Vale, io da qui non so nulla, solo il bianco della neve che guardo fuori, la fame e il freddo.
La situazione è drammatica: Bosra la conosci bene, è sempre stata un crogiolo di religioni. Il regime è riuscito a far scoppiare la guerra civile tra noi, l’ha alimentata e c’è riuscito.
Io fino a poche settimane fa non sapevo il credo di nessuno delle persone con cui son cresciuto: è la cosa peggiore che poteva accadere.”

“baciami la tua bambina, tua madre…”
“Eccola mia madre, te la passo, dice che le manca giocar con te sotto al fico”
“Non sai a me Z., non sai quanto mi mancate tutti voi: mi raccomando, proteggete la vostra pelle, stai stretto stretto alla tua bimba: provo ad inviarvi soldi entro la settimana.
Ti voglio bene, ti chiamo presto…e presto i nostri figli giocheranno insieme”
“Lo spero; spero ci saremo ancora tutti quando il telefono squillerà di nuovo, grazie”

Sono circa 24 ore che cerco di riprendermi da questa chiacchierata, circa 24 ore che cerco di riposare,
di permettere al sangue di scorrere senza sentirsi così pesante,
sono 24 ore che cerco di essere forte, di non piangere, almeno di non farlo col singhiozzo
che ieri ha avvolto ogni cosa.

* Zaatari: il campo profughi da giorni è una distesa di fango, con le tende che galleggiano e qualche decina di migliaia di persone prive di tutto, in condizioni umanitarie non descrivibili.

comprendere l’esilio …

4 gennaio 2013 6 commenti

“Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque”
con queste parole mi hanno insegnato l’esilio, che ero una bambina; ci hanno provato, almeno.

Così, come una bastonata sui denti…. Bosra ash-sham, mio paradiso casa oasi mondo … in un Siria che probabilmente esisterà solo dentro di noi…

Solo ora capisco che l’empatia totale verso quel dolore, che sentivo così mia, era un’illusione, stolta e infantile.
Non lo conosco ancora l’esilio, perché ho imparato a capire che certe cose si comprendono solo quando aprono la carne,
quando spaccano la pelle come un callo dopo tonnellate di ore, giorni e mesi di ripetitiva fatica,
quando penetrano con violenza, come lama.
Pensavano di insegnarci l’esilio, pensavano di farci credere che Foscolo scrivesse dell’esilio per raccontarci qualcosa,
invece urlava solamente. Urlava, urlava come ora urlano i miei fratelli esuli, senza forse nemmeno il desiderio che qualcuno li ascolti.
Perchè, l’esilio, è un dolore che non si può raccontare, è un dolore che non riesce a costruire parole adatte malgrado milioni di capolavori siano stati scritti intrisi di quel sentimento dall’apparenza letale; malgrado la condizione d’esule è forse quella che più porta la mano a lasciar il segno sulla carta…
Ora che lo vedo, lo leggo, lo sento e lo osservo negli occhi blu di un fratello, e in quelli di sua madre,
mi sembra di conoscerlo meglio questo maledetto esilio.
Al punto che non lo sopporto, che non sopporto la letteratura che ne parla, al punto che pure i sonetti con cui son cresciuta mi sembrano delle minacce vaganti,
pronte a lanciarmi in lacrime nel vuoto, nel silenzio, nell’impossibilità di darmi delle risposte.

Foto di Mechal Al-Adawi Bosra ash-sham, e i suoi mille strati di storia…

Osservo le foto di quella cittadina polverosa e ne sento ogni rumore.
Non mi era mai successo prima. Non mi era mai successo prima di sentir l’odore di una fotografia,
di sentire il sapore scendermi in gola, farmi felice, riempirmi come il più gustoso sesso.
Il dolore di questa nostalgia ha un sapore schizofrenico: scende dolce, riempie il palato e sembra arrivare in testa in un effluvio di sapori di casa e mani sapienti
poi l’amaro prende il sopravvento,
obnubila il tutto, vela il panorama di grigio e di sangue.
L’esilio non conosce giorno e notte, come gli occhi del mio fratello, ormai venati di una stanchezza senza possibilità di ristoro.
Senza tetto, cibo, acqua, sangue, cuore che batte, bocca che ride, mano che stringe e accarezza: l’esilio sembra non riuscire ad aver sembianze di vita.

Per la prima volta forse, dopo una ventina d’anni da quando ho sentito l’urlo di Foscolo e il suo “fato di illacrimata sepoltura” credo di poter pronunciare la parola esilio, proprio ora che non ne ho la forza,
perché si ferma, non esce tutta intera senza tremare, senza affievolirsi tra le labbra, come un ultimo respiro.
Cerco disperatamente immagini attuali di quei vicoli di basalto e trovarle mi getta nella disperazione: mi sento violentata ad ogni scheggia di basalto che vola via,
sento ancora il sorriso di quei bimbi, i tramonti a giocar a nascondino nell’agorà, sottobraccio ai secoli…
proprio quando ho queste nette sensazioni di far ancora parte di quella terra, quando ne sento i rumori e il dialetto nella testa mi domando quanto ci si possa illudere di conoscere l’esilio, il significato reale di questa parola.
Quasi me ne vergogno, mio dolce beduino dagli occhi blu, di usare le parole senza sentirne il peso.
Il dolore, pietra nelle vene.

Beati quelli che credono in un Dio, beati loro che si affidano alle sue assenti cure e ne sentono il conforto,
beati quelli che credendogli possono accusarlo di cotanta distruzione improvvisa e imperdonabile, e poi di nuovo innamorarsene, confidando in un ritorno e in un ristoro, almeno celeste. Almeno non hanno il bisogno di razionalizzare il dolore come provo a far io, fallendo miseramente.

Questa la dedico a te, e alla tua bella mamma…

Leggi:
Al telefono con Anna Frank
Bosra , beduini e innamoramenti
Ciliegie e nostalgia
ma buon anno ddddechè
Ode al dolore
Le bombe in casa nostra

L’ebreo “errante”, per natura contro Israele

2 gennaio 2013 7 commenti

Ho trovato queste righe di Bruce Chatwin straordinarie, oltre che commoventi.
Perchè in poche parole descrivono tanti mondi, così come un po’ tutta la storia ebraica.
Una storia per secoli errante e senza radici geografiche, un popolo (tanti popoli in uno) con una straordinaria capacità di muoversi di paese in paese, tra fughe, editti, inquisizioni, conversioni forzate accettate e rifiutate, e ancora persecuzioni, studio clandestino, paesi più disparati, lunghi viaggi con mete misteriose e lontanissime dove reinventare la propria comunità, per ricrearla sempre uguale nei secoli e in qualunque territorio.
Una storia di secoli e valigie sempre pronte e stracolme di libri,una storia affascinante, straordinariamente ricca.
Interrotta poi dal sionismo, dallo nascita dello Stato di Israele come entità ebraica e come stato militare occupante in guerra permanente, sulla pelle del popolo palestinese, giorno dopo giorno con più scientifica ferocia.
Una mutazione dell’essere ebreo, come nessuna persecuzione, nessuno olocausto, nessun esilio era riuscito in decine di secoli di storia.
Ma è stata una storia, la loro, capace di mutare mille e mille volte nel corso della storia,
speriamo che l’aberrazione Israele sia solo un piccolo pezzo. Piccolissmo.
buona lettura

…abiterete nelle tende tutti i giorni, perché
possiate vivere a lungo sulla terra,
dove vivete come forestieri.
GEREMIA

Era in viaggio per andare a trovare suo padre, rabbino a Vienna.
La sua pelle era bianca. Aveva baffetti biondi e occhi arrossati, gli occhi di un indagatore di testi.

Chagall e i suoi dolci voli

Reggeva un paltò grigio di saglia, non sapendo dove appenderlo. Era timidissimo.
Era così timido che non poteva spogliarsi se c’erano altri nello scompartimento.
Andai nel corridoio. Il treno prendeva velocità.
Le luci di Francoforte disparvero nella notte.
Cinque minuti dopo era sdraiato nella cuccetta più alta, placido e in vena di conversare.
Aveva studiato in un’accademia talmudica a Brooklyn. Suo padre era partito dall’America quindi anni prima:
Il mattino li avrebbe riuniti.
A lui e al padre l’America non piaceva. Del sionismo diffidavano.
Israele era un’idea, non un paese. D’altronde Yahvèh diede la terra ai suoi figli perché vi errassero, non perché vi si stabilissero o mettessero radici.
Prima della guerra la sua famiglia viveva a Sibiu, in Romania.
Venuta la guerra, avevano sperato di essere al sicuro: poi, nel 1942, i nazisti misero un marchio sulla casa.
Il padre rase la barba e si tagliò i riccioli. La serva, una gentile, gli procurò panni contadini, brache nere e una camicia di lino ricamata.
Lui prese con sè il figlio primogenito e fuggì nei boschi.
I nazisti presero la madre, le sorelle e il bimbi di pochi mesi. Erano morti a Dachau.
Il rabbino attraversò col figlio i boschi di betulle dei Carpazi. I pastori gli diedero asilo e carne.
Il modo in cui i pastori macellavano le pecore non offendeva i suoi princìpi. Infine egli varcò la frontiera turca e raggiunse l’America.
Ora padre e figlio sarebbero tornati in Romania.
Di recente avevano avuto un segno che indicava la via del ritorno.
A notte fonda, nel suo appartamento di Vienna, il rabbino era andato di malavoglia ad aprire a una scampanellata.
Sul pianerottolo c’era una vecchia con una borsa per la spesa.
“Vi ho trovato” disse la donna.
Aveva le labbra blu e capelli radi. Confusamente egli riconobbe la sua serva goy.
“La casa è salva” lei disse. “Perdonatemi. Per anni ho finto che fosse ormai una casa di gentili. Ci sono i vostri vestiti, e anche i vostri libri. Io sto per morire. Ecco la chiave”.
“Tutte le case sono case di gentili”, disse il rabbino.

Bruce Chatwin, 1978 [Anatomia dell'irrequietezza]

Ma buon anno dddechè!

31 dicembre 2012 6 commenti

Il più brutto anno.
Senza ombra di dubbio.
Il più brutto anno immaginabile, quello in cui si è perso tanto sonno, quello in cui il sogno si è infranto,
quello in cui si capisce senza possibilità di ritorno che si è perso tantissimo, che certe cose non si stringeranno più tra le mani.
Un anno dilaniante, doloroso, insonne, sommerso da valanghe di lacrime senza ascolto e senza voce.
Io non vivo più, non vivo più se gli occhi del mio fratello beduino hanno perso il loro azzurro, per diventare grigi d’esilio e solitudine.
Non vivo senza quel pensiero felice, senza le voci allegre dei loro saluti lontani.
Era l’anno in cui volevo portare mio figlio, il più bello dei gioielli del mio mondo, nella terra che aveva cambiato per sempre il corso dei miei giorni e delle mie notti, volevo che il mio bambino potesse assaporare sua madre in un’altra condizione.
Ancora troppo piccolo per capire quanto di stupefacente avrebbe avuto intorno, si sarebbe certamente accorto di aver tra le su braccia un’altra mamma.
Volevo tornare a casa, a Bosra, a baciare terra rossa e basalto, a rotolarmi nella polvere che canta i secoli e i popoli nomadi di una terra senza confini;
volevo portare a casa mio figlio affinchè conoscesse una sua coetanea dai ricci neri,
la cui voce si è fatta timida dopo mesi di bombardamenti.

Ad una grande donna…

e’ stato l’anno della fine dell’illusione che tutto potesse continuare a rimanere così come per secoli secoli secoli e ancora secoli era stato.
E allora non vi auguro buon anno, non lo auguro soprattutto a voi incapaci di guardare la Siria, a voi sapienti sostenitori di mattanze (da sinistra ovvio)
non lo auguro ai sapientoni (quelli che magari poi starnazzano dicendo con spocchia che “dietro ad Al-Jazeera ci sono i califfi” che, ahahhaah, ancora me sento male visto che abbiamo seppellito con gioia l’ultimo califfo nel 1924),
non la auguro a chi ha il vizio di creare tribunali, non lo auguro a chi ha l’ultima parola su tutto e spesso anche ridicola, impreparata,
non lo auguro a chi di lavoro manda in galera le persone (e mi riferisco a giudici e magistrati)
non la auguro a chi anfibi e chiavi d’ottone chiude diverse volte al giorno decine di persone nelle celle,
non la auguro soprattutto a chi, grazie ai deliri di geopolitica e antimperialismo sterile e rossobrunista e all’ignoranza folle e anche spocchiosa non riesce a portare solidarietà non dico ai siriani, popolo a loro sconosciuto e quindi inesitente, ma anche ai palestinesiche a decine muoiono nei campi profughi di Siria, come a Yarmouk. Ecco, a voi “dalla palestina sempre nel cuore” che appogiate Assad, il suo fratello Maher e le milizie di Jibril proprio non vi auguro un buon anno.

Auguro buon anno a tutti gli esuli, a tutti coloro che vivono la sete a Zaatari,
la auguro alla mamma del mio amico, strappata dalla sua terra dopo una vita di quella terra.
La sola a cui auguro un buon anno è la mamma, dagli occhi blu, del mio fratello beduino,
trascinata via dalla dolce Bosra e con il solo sogno di poterci morire, per esser seppellita accanto a suo marito.
A lei auguro un buon anno,
a lei che ha messo al mondo un grande uomo,
a lei la cui figlia ogni giorno rischia la pelle per cercare di strappare alla morte, alla tortura, alla prigionia qualcuno.

E allora grazie a queste due donne,
grazie alla loro forza e al loro dolore che sembra spaccare anche la mia quotidianità.
Grazie perchè se mai potremo tornare a ricostruire casa, sarà grazie a queste donne, la cui forza è impressionante…
e quasi non ve la meritata!

Alla Siria e all’amore che mi ha insegnato, alla polvere rossa, al nero basalto
al sangue dei suoi bambini e al ritorno, il ritorno sì,
perchè prima o poi avverrà…
e guardatelo questo video, che è un regalo bellissimo

Bombardamento su Yarmouk, campo profughi palestinese

16 dicembre 2012 3 commenti

Questo il campo profughi palestinese di Yarmouk poco fa..

Yasser e Lama, fratello e sorella del campo profughi palestinese di Yarmouk, della periferia di Damasco, uccisi durante gli scontri del 13 dicembre

le parole per descrivere queste immagini sono pochissime.
Girate all’ingresso di una moschea stracolma di persone, vista la difficile situazione che si vive nel campo, soprattutto da un paio di settimane a questa parte.
Dopo 12 giorni di intensi scontri nel campo situato nella periferia di Damasco, lo storico leader del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina -Comando Generale- Ahmed Jibril, fedelissimo di Assad, ha lasciato la zona per la lontana Tartous, cittadina costiera siriana.
Poco dopo aver lasciato il campo profughi l’aviazione siriana ha bombardato una moschea del campo: sembrano una ventina i morti immediatamente successivi all’attacco, come si può vedere dalle immagini.
Tutti profughi palestinesi, ovviamente. Che si vanno ad aggiungere ai numerosi di questi ultimi giorni, soprattutto nell’attacco dello scorso giovedì, che ha visto colpire diverse abitazioni causando la morte di molti bambini.

Dalla Palestina: La strada verso la liberazione

1 dicembre 2012 5 commenti

Pubblico volentieri questo comunicato del movimento dei giovani palestinesi, di cui vi consiglio di seguire il sito (QUI), di commento al riconoscimento della Palestina come stato osservatore, non membro.
Ieri, a caldo, il mio solo commento è stata la pubblicazione di una foto, che trovo geniale, su quello che è la Palestina, anche secondo le Nazioni Unite.
Un arcipelago.
Un arcipelago in mezzo alla terra.http://baruda.files.wordpress.com/2012/11/405531_10150501961987134_471720244_n.jpg?w=254&h=384
Un ammasso di piccole isolette prive anche solo della speranza di una continuità territoriale, di autodeterminazione, di libertà di movimento e di poter far rientrare A CASA 7 milioni di profughi,
che non attendono altro dal 1948 o ’67.
Solo quella sarà la Palestina:
quella dove potranno tutti far ritorno,
quella senza muri e colonie,
quella liberata dalla farsa della diplomazia.

Ieri la Palestina è stata riconosciuta dalle Nazioni Unite come Stato osservatore, non membro, alcune voci palestinesi ci ricordano che questa “vittoria” ha più che altro il sapore amaro della sconfitta.

L’iniziativa per la richiesta di riconoscimento dello “stato di Palestina” è stata una imposizione che ha deliberatamente ignorato tutte le critiche interne che ha ricevuto. E’ stata accolta come un nuovo passo nella lunga marcia del nostro popolo verso la realizzazione delle nostre ambizioni politiche. Tuttavia, dobbiamo fermarci e chiederci, quali sono queste ambizioni?
E in che modo questo passo servirà il nostro progetto nazionale?

In un clima politico in cui vi è una mancanza di obiettivi chiaramente definiti, e che è caratterizzato da forte divisione politica, diventa possibile per chiunque autoproclamarsi sedicente portavoce della nostra causa.
Questi autoproclamatisi portavoce hanno approfittato di questo clima politico per screditare tutte le voci di dissenso, arrivando anche ad etichettarli come traditori. In una tale situazione, chi può richiamare questa gente alle proprie responsabilità?

http://t3.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcTdbHPK1gdXDtrsIuS8mTS9V7xiK0H-mhYYRa2RtKfj-rcQJWeWE’ evidente che queste voci di dissenso, che sono estremamente critiche rispetto all’iniziativa di riconoscimento dello stato, sono state ignorate, scompaginate e frammentate. Ma questo non è dovuto all’irrilevanza delle opposizioni che sono state mosse, piuttosto, è dovuto alla mancanza di opzioni alternative che siano degne degli sforzi di coloro che si sono sacrificati con il loro sangue per la lotta. Ogni battaglia che il nostro popolo ha combattuto è costata un prezzo molto alto, e per questo, la responsabilità ricade su di noi per assicurare che la nostra lotta non sia stata mandata avanti invano e certamente non in favore di una leadership debole e corrotta
La nostra liberazione non sarà mai ottenuta sulla base di normalizzazione con il regime coloniale sionista, piuttosto sarà conquistata con il percorso che è stato scritto con il sangue dei nostri martiri. Riaffermiamo che l’unica strada che ci interessa è il percorso che si dirige in modo esplicito verso la liberazione della nostra terra e il ritorno del nostro popolo in Palestina … Tutta la Palestina.

FINO AL RITORNO E ALLA LIBERAZIONE

Palestinian Youth Movement

Leggi:
- Ma di che stato parlate?
- Comunicato dei giovani palestinesi contro la creazione dello Stato di Palestina
-Stato osservatore non membro, o arcipelago?

Da Nena News: Niente da festeggiare

Palestina: “stato osservatore non membro” o arcipelago?

30 novembre 2012 3 commenti

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L’ARCIPELAGO ORIENTALE DELLA PALESTINA
e poco altro da dire.
Continuando a puntare sul “due popoli due stati” questo è il massimo per cui possiamo festeggiare.
Lo stato deve essere uno, per tutti.
Sono impopolare ma è la sola cosa per cui si potrà festeggiare, e per cui dovremmo combattere.

E non può bastare:
GIU’ IL MURO DELL’APARTHEID
PALESTINA LIBERA
Leggi:
- Ma di che stato parlate?
- Comunicato dei giovani palestinesi contro la creazione dello Stato di Palestina

Ovviamente Israele per far capire l’inutilità di tutto ciò ha dato il via libera a 3000 nuovi alloggi illegali nella Palestina Occupata.
L’apartheid, l’occupazione, la distruzione della continuità territoriale non si vincono con le poltroncine simboliche.

i quasi 40.000 cadaveri abbandonati, a pochi km dalla Palestina

26 novembre 2012 11 commenti

Foto di Mechal Al-adawi…la quotidianità smarrita di Bosra

Un video agghiacciante ha fatto da buongiorno.
Un video dove c’è solo un accumularsi di corpi di bimbi, un accatastarsi di urla di madri private del più grande amore,
strappato via nel sangue e nell’incomprensibilità di un conflitto che ormai è trasceso nella mattanza,
semplice, chiara, palese,
mattanza.
I bimbi di questo video si chiamavano, e per le loro madri continueranno a chiamarsi, Shahd, Muhammed, Adnan Fateba, Zainab, Iman, Ounoud e Mamdouh.
Un paese che era gelsomino e pane caldo, ora è un mattatoio, una tonnara,
un qualcosa di indescrivibile.

Ed ora non voglio parlare di quest’abominio,
non voglio dirvi quel che penso dei missili, dei coltelli che sgozzano, dell’areonautica che lavora bombardando senza sosta dell’esercito di Assad,
non voglio dirvi quel che penso delle truppe mercenarie che si son appropriate di una rivolta reale che finalmente muoveva mani piedi e voci contro anni di silenzio forzato, di tortura e carcere.
Ora come ora parlare di Siria vuol dire vomitare un odio e un disprezzo infinito per buona parte delle forze in campo: anche se consapevole di quanta mia Siria è lì a resistere alle truppe di Assad come ai proclami islamici dei ribelli arrivati da chissà dove,
consapevole di quanto popolo siriano ci sia e ci sia stato nelle strade che urlavano IRHAL, via via da qui, al regime del partito Baath.
Insomma nessun articolo di racconti di guerra, nessun articolo di sterile geopolitica incapace di parlare del dramma umano.

Quel che voglio chiedermi in queste righe è PERCHE’,
perché a meno di 400 km dalla Palestina si accumulano nei furgoncini corpi di bimbi come fossero sacchi di farina,
perché le urla di quelle mamme non arrivano alle vostre orecchie,
non vengono pubblicate sulle vostre bacheche facebook che fino a pochi giorni fa erano invase solo da Gaza.
Giuro, non riesco a capirlo,
Sarà che ho giocato con i bimbi di Palestina nelle stradine dei loro campi profughi,
ma che per anni ho diviso giochi e pasti con le famiglie siriane,
nella loro terra fertile e profumata,
ho amato le loro case, i loro vassoi sempre pieni, la loro dolce solidarietà costante ai fratelli palestinesi.
Sarà che per me la Siria rimane casa, ma non riesco a capire questo silenzio,
non riesco a capire come fino a ieri urlavate e vi strappavate i capelli cercando di bloccare la bastarda guerra sionista su Gaza,
e davanti a questo invece,
semplicemente,
vi girate dall’altra parte.

Non riesco a capire, ma credo sia meglio così.

e vi lascio le dolci e dolorose righe di quel che era il mio fratello siriano, e che ora è diventato il mio poeta esule fratello siriano.

Rimango a distanza,
osservando la mia tristezza,

Bosra ash-sham,ormai una vita fa…
Foto di Valentina Perniciaro

abbracciato alla nebbia
di questa triste mattina,
di quest’esilio forzato,
guardando lacrime di dolore
lavare il volto del mattino
…..
Ogni giorno mi alzo prima del sole
lo guardo
oggi ci porterai della speranza?
Ma il sole rimane nel suo letto,
sbadiglia,
forse si vergogna di sorgere,
se il sole
non sorgerà nella terra che ho dentro di me
sorgerà mai sulla mia terra, laggiù?
………
In esilio il dolore è più pesante,
la tristezza più profonda
l’esilio è un surgelatore,
portiamo con forza
tutta la nostra memoria
vicina e lontana,
alla ricerca di un po’ di calore
ma è tutto futile quel che cerchiamo
…….
Cerchiamo tra le macerie,
rimasugli di una terra natale,
per la speranza, comunque misera,
di attendere un nulla,
che ci dia speranza,
che ci lasci vivere
almeno per una notte,
ma è tutto futile quel che cerchiamo
………..
Rimango a distanza,
assediato dal mio dolore
stringendo forte al petto il mio dolore
è un dolore che annega in ogni direzione,
cerco la mia terra,
ma brucia come una candela,
evapora come acqua
la mia terra è cambiata,
un cimitero di fratelli seppelliti sui fratelli.
………
Nonostante tutti i miei vestiti invernali
mi sembra di camminare nudo
per le strade di Roma,
mi vergogno
della compassione negli sguardi della gente,
un povero vagabondo senza patria,
E così anche l’abbraccio di mia figlia Benedetta,
di mia sorella Valentina,
la calda accoglienza degli amici
Leonardo e Riccardo,
La vispa Claudia,
così come la gentilezza di Giulia e Margherita,
tutti loro mi han donato del calore,
ma è stato come un anestetico locale,
perché il mio gelo è così profondo
e i duri colpi del freddo hanno attraversato il mio corpo
tutti i vestiti del mondo
non daranno calore alla mia anima lacerata.
……..
Le lacrime di dolore
non mi scaldano nel freddo dell’esilio,
non splende sole sulla mia terra,
non brilla la patria che ho dentro di me.

di Mechal Al-Adawi

Alla terra più amata
Ode a dolore, alla nostalgia, a Bosra
Un urlo da Bosra: la storia di Abdul Hadi
A Tamer
Sobborghi e campi palestinesi
Le bombe in casa NOSTRA

La Palestina è con voi! Messaggio agli studenti e alle studentesse in lotta

23 novembre 2012 1 commento

Dal sito FreePalestineRoma, che vi consiglio di aggiungere ai vostri preferiti…

In nome di tutte/i le studentesse e gli studenti palestinesi, in particolare gli studenti di Gaza, salutiamo profondamente la vostra lotta in difesa dei legittimi diritti vi informiamo che siamo con voi e le vostre giuste richieste. Siamo certi che riuscirete a raggiungere i vostri nobili obiettivi.

Care compagne e cari compagni,

Crediamo che ogni lotta/mobilitazione studentesca ovunque sia giovi a favore degli studenti nel mondo e riteniamo che gli studenti siano una forza principale per il cambiamento delle nostre società. Per questo motivo i cacciabombardieri sionisti colpiscono in ogni aggressione le scuole e le università delle città palestinesi come sta succedendo in questi giorni a Gaza.
I sionisti pensano che colpire i giovani ed i ragazzi delle scuole e università possa intimorire le generazioni del futuro. Però, noi abbiamo giurato per noi stessi e per gli studenti caduti rinnovando anche a voi in lotta la nostra promessa di non arrenderci o piegarci di fronte alla micidiale macchina repressiva dell’occupante.

Noi, dalla terra della resistenza Palestina, vi chiediamo di resistere e continuare la vostra lotta per:

boicottare la cooperazione accademica tra le vostre università e quelle dello stato d’apartheid israeliano.

* esigere dal vostro governo di fermare lo spreco di danaro pubblico della cooperazione scientifico militare con lo stato d’apartheid israeliano; tali soldi devono andare a favore della scuola pubblica, dell’università e della ricerca.

* creare mezzi d’informazione alternativa nelle scuole e università capaci di informare correttamente sui diritti del movimento studentesco internazionale incluso quel palestinese per smascherare le informazioni mediatiche del potere costituito.

Le vostre ed i vostri compagne/i studenti palestinesi.

23.11.2012
Il fronte d’azione studentesco progressista

Boicotta i prodotti israeliani! Non finanziare l’apartheid e le bombe su Gaza

21 novembre 2012 7 commenti

 

Qualcosa si può fare.
Qualcosa nel nostro piccolo possiamo sempre fare: e son piccoli gesti che dobbiamo trasmettere ai nostri figli, ai nostri amici, ai nostri familiari.
Boicottare i prodotti israeliani è ora più che mai un dovere vero e proprio;
deve diventare un gesto automatico e quotidiano, da collettivizzare e diffondere in ogni luogo,
supermercato, negozio d’abbigliamento, aula universitaria, farmacia.

E’ difficile trovare un elenco di prodotti soddisfacente per costruire una lista completa,
Ma almeno alcune cose impariamole a riconoscere al volo,
come il loro codice a barre, che inizia con 729.
Iniziando a chiedere la provenienza di certi prodotti, a pretendere che il supermercato dove siamo soliti rifornirci non li acquisti proprio.
Si può fare tanto per boicottare l’economia israeliana ed è ora di farlo.
Tutte e tutti,
boicottare in primis tutti i prodotti provenienti dalle colonie (vedi il sito BDS Italia),
tutti quelli con questo codice a barre,
tutte quelle aziende e multinazionali colluse con l’industria israeliana.
E quindi con la loro guerra permanente.
Non finanziate le bombe su Gaza, non finanziate il cemento del Muro dell’Apartheid,
non finanziate le loro divise, i loro anfibi, le pallottole dei loro cecchini,
i cingoli dei loro carriarmati.
BOICOTTA ISRAELE, IN OGNI TUO GESTO.

Da Gaza e Betlemme… aggiornamenti

21 novembre 2012 1 commento

Al settimo giorno di guerra sulla popolazione palestinese,
quando l’elenco dei nomi degli uccisi inizia ad essere insostenibile all’occhio umano e a qualunque stomaco non assassino, vi metto il link della corrispondenza che ho fatto stamattina dai microfoni di Radio Onda Rossa con Gaza.
Sul sito della radio potete trovare anche tutte le altre corrispondenze effettuate nei giorni precedenti con gli altri attivisti, poi costretti ad uscire daalla Striscia di Gaza.
Una breve chiacchierata, che ci racconta l’ultima pesante notte,
dove dal cielo e dal mare Israele ha rovesciato i suoi armamenti.
ASCOLTA

Poi, perché è una cronaca necessaria,
facciamo una zoomata anche sul resto della Palestina, sui Territori Occupati che da giorni sono per le strade a lottare contro l’occupazione militare in solidarietà con le sorelle e i fratelli gazawi: ieri sera erano già tre gli uccisi tra Tulkarem, Nabi Saleh e la zona di Betlemme. Decine e decine gli arresti.
Vi copio il dettagliato resoconto arrivato all’alba da Khaled, un caro compagno di Betlemme

[Leggi anche: Dizionario degli armamenti]

Questa è stata una notte da ‘corri e fuggi’ molto intensa, quindi ecco a voi gli aggiornamenti delle ultime 16 ore di Betlemme:

11:32
Iniziano duri scontri alla Tomba di Rachele tra ragazzi dei campi profughi di Betlemme e forze militari sioniste.

12:17
Gli scontri nella zona della Tomba di Rachele aumentano e le scuole mandano a casa gli studenti.

12:51
Un gruppo di forze speciali sioniste in borghese vestiti con Kefieh rosse provano ad infiltrarsi tra i ragazzi che fronteggiano i soldati sionisti vicino al campo profughi Aida senza successo.

13:13
Un gruppo di forze speciali sioniste in borghese prova ad infiltrarsi tra i ragazzi che si scontrano con l’esercito sionista nella zona del cimitero vicino alla Tomba di Rachele.

14:08
Gli scontri alla Tomba di Rachele aumentano di violenza e l’esercito israeliano ricorre all’uso di pallottole rivestite di gomma contro i ragazzi che li fronteggiano.

14:16
La resistenza palestinese colpisce con un razzo la base militare della colonia di Etzion a sud di Betlemme.

14:20
La resistenza palestinese colpisce con un razzo la colonia di Gilo a nord di Betlemme.

16:09
Le forze sioniste arrestano Ahmad Zawahre dalla zona della Tomba di Rachele.

17:36
Le forze sioniste arrestano 3 ragazzi durante gli scontri alla Tomba di Rachele.

19:49
Gli scontri alla Tomba di Rachele aumentano di intensità dopo la notizia dell’uccisione di un sionista da un razzo della resistenza palestinese caduto nell’insediamento di Ashkol.

20:24
Le forze sioniste arrestano Hamze Shoke durante gli scontri alla Tomba di Rachele.

20:29
Gli scontri alla Tomba di Rachele aumentano di intensità dopo la notizia dell’uccisione di altro sionista da un razzo della resistenza palestinese caduto nell’insediamento di Ashkol.

20:36
La resistenza palestinese apre il fuoco contro un veicolo sionista nella zona di Husan a sud di Betlemme ferendo un colono.

20:38
La resistenza palestinese apre il fuoco contro un veicolo sionista nella zona della colonia di Etzion a sud di Betlemme ferendo dei coloni.

20:48
Le Brigate dei Martiri Al-Aqsa e le Brigate Ahmad Abu El-Rish di Betlemme rivendicano l’operazione contro i veicoli sionisti nelle zone di Husan e Etzion.

20:51
Le forze militari sioniste setacciano la strada 60 a sud di Betlemme.

21:00
Avvistate nella zona di Husan 4 ambulanze, il nemico sionista ammette l’uccisione di una colona, testimoni oculari invece affermano che il numero di morti é superiore.

21:03
Scontri tra ragazzi palestinesi ed un gruppo di soldati sionisti nella zona di Beit Sahour.

21:05
Ferita una colona sionista vicino alla zona di Husan.

21:37
Avvistato un grande numero di pattuglie sioniste ai confini della zona di Husan.

23:00
Le prime notizia di movimenti dell’esercito israeliano nella zona di Betlemme.

23:15
Avvistate 6 pattuglie del nemico sionista davanti al Checkpoint risiedente nella zona di Al-Nashah vicino al campo profughi Dheisheh e al villaggio Al-Khader.

23:16
Avvistate 7 pattuglie del nemico sionista vicino alla zona di Al-E’ebedieh.

23:51
Avvistate 15 pattuglie dell’esercito sionista nella zona di Al-Radi dirette verso il campo profughi Dheisheh.

23:52
La resistenza palestinese a Betlemme rivendica il ferimento di 4 coloni.

24:05
Avvistato un veicolo della polizia israeliana accompagnato da una camionetta militare sionista vicino alla moschea della zona di Al-Khader.

24:58
Avvistato un grande numero di soldati sionisti nella zona di Al-Balua’a e lancio di bombe illuminanti.

00:00
Avvistato l’esercito israeliano nella zona di Al-Doha.

00:01
Avvistate delle pattuglie sioniste che entravano nella zona di Betlemme dalla zona della Tomba di Rachele.

00:02
Notizie sull’apertura di fuoco da parte della resistenza palestinese verso la colonia sionista Gilo dalla zona di Beit Jala.

00:14
Avvistate forze sioniste nel campo profughi Aida.

01:00
La resistenza palestinese apre il fuoco contro un gruppo di sionisti nella zona Al-Doha.

01:07
L’esercito israeliano setaccia la zona Al-Doha con bombe illuminanti in cerca dei combattenti della resistenza palestinese.

01:32
Rumori di esplosioni nella zona ovest di Betlemme.

02:01
Arresti e colpi di arma da fuoco nella zona di Beit Jala.

02:27
Rumori di bombe assordanti nella zona di Al-Radi.

03:00
L’esercito sionista arresta Murad Al-Khatib dal campo profughi Aida.

03:13
Avvistate delle forze sioniste al campo profughi Dheisheh nella zona del centro Ibdaa e nel vicinato Al-Walajieh.

03:18
Le forze sioniste lanciano bombe stordenti al campo profughi Dheisheh nella zona della moschea grande.

03:19
Un grande numero di forze speciali sioniste fanno irruzione nel campo profughi Aida.

03:22
Le forze sioniste fanno irruzione nella casa dell’ex prigioniero Mohannad Al-Khmour.

03:24
L’esercito sionista fa irruzione nel campo profughi Dheisheh.

03:26
Le forze sioniste si diffondono al campo profughi Dheisheh nel vicinato di Al-Walajieh.

03:28
Scoppiano violenti scontri tra ragazzi del campo profughi Dheisheh e forze militari sioniste.

03:33
Le forze sioniste arrestano Ahmad Al-Shobban nel campo profughi Dheisheh e arrivano rinforzi all’esercito.

03:36
Le forze sioniste arrestano Imad Abedrabbo nel campo profughi Dheisheh nel vicinato di Al-Muntazah.

03:40
Forze sioniste fanno irruzione in una casa nel Doha vicino alla moschea.

03:44
Le forze sioniste arrestano Fadi Ayyad nel campo profughi Dheisheh.

03:48
L’esercito israeliano fa irruzione nella casa di Saleh Abu Aker nel campo profughi Aida.

03:52
Avvistate forze sioniste nella zona di Al-Doha.

03:53
Le forze sioniste arrestano Karam Nasri nel campo profughi Dheisheh.

03:59
Avvistato un gruppo di forze speciali sioniste nella zona di Al-Doha.

04:00
Le forze sioniste arrestano Khalil Abu Aker dal campo profughi Aida.

04:01
L’esercito sionista si ritira dalla zona della moschea di Al-Doha.

04:16
Avvistate forze sioniste al campo profughi Aida.

04:20
Avvistate forze sioniste vicino al cimitero dei bambini di fronte al campo profughi Azzeh e vicino alla zona del palazzo Murra.

04:21
Le forze sioniste arrestano Ahmad Ewes dal campo profughi Aida.

04:26
Le forze sioniste arrestano Fadi Abu Wasfi dal campo profughi Aida.

04:49
Le forze sioniste arrestano Yahya Sa’adah dalla zona di Jabal Al-Mawaleh.

Dum Dum, Dime, Fosforo Bianco: dizionario minimo delle armi israeliane

20 novembre 2012 8 commenti

“Fratello, io credo nel mio popolo errante, carico di catene.
Ho preso le armi perchè un giorno I nostri figli prendano la falce.
Il sangue delle mie ferrite irriga le nostre valli;
Esso ha dei diritti su di te, è il debito che non può più aspettare” – Jalal al-din -

Da pochi minuti Al-Jazeera ha rinominato il Willy Pete, nient’altro che il nome di battaglia usato dagli americani per descrivere il Fosforo Bianco. Ne abbiamo parlato tanto durante l’operazione Piombo Fuso che si è abbattuta su Gaza, prima di questa.
Abbiamo parlato molto degli armamenti usati in quella guerra,
e siamo costretti a farlo nuovamente visto che nulla si è mosso.

Fosforo Bianco su Gaza, 2009

Nulla si è mosso nemmeno a livello internazionale per mettere al bando le micidiali Bombe DIME,
che Israele usa a più non posso.
E allora non riesco a scrivervi nuovamente quali sono gli effetti di queste bombe che scoppiano a qualche centimetro dal suolo e che ti segano in due, spesso lasciandoti vivo, con schegge di materiale altamente cancerogeno che mai potranno esser tolte dalla tua carne.
Difficile descrivere a parole mie tutto ciò, quindi vi chiedo di approfondire,
di aprire le pagine che vi linko qui sotto e leggere.
leggere cosa producono certi armamenti, leggere CHI produce certi armamenti, chi non vieta certi armamenti,
chi si addestra con loro, con questi armamenti.
insomma, la guerra a Gaza la possiamo fermare solamente combattendo le loro menzogne,
facendo circolare la verità su quel che accade,
su cosa è la macchina bellica ISRAELE,
cosa è il sionismo,
quali sono i veri obiettivi di questi maledetti assassini.

Carbone e Fosforo per i bimbi di Gaza
I nuovi armamenti su Gaza
Il fosforo Bianco
Le bombe DIME
Il rapporto GoldStone
Esercitazioni militari Italia-Israele
Vittorio, sulle munizioni DUM DUM
Il figlio di Sharon vuole Hiroshima
Incinta? Bene! Un colpo, due morti

La soluzione finale, auspicata da Gilad Sharon, figlio di Ariel

19 novembre 2012 14 commenti

L’ “Operazione Pilastro di Difesa”, ennesima tappa del genocidio sionista del popolo palestinese,
non sembra piacere molto a Gilad Sharon. Il suo cognome vi fa pensare a qualcosa immagino, e infatti è il figlio di Ariel Sharon,
l’uomo che quasi più di chiunque altro nella storia di Israele ha portato avanti, armata manu,

La bella famigliola

il piano sionista di devastazione e occupazione della terra di Palestina.
A lui dobbiamo non solo Sabra e Chatila, non solo l’abbattimento della seconda Intifada del 2002 con stragi come quella di Jenin,
e molte altre operazioni di pulizia etnica,
ma anche l’ideazione degli insediamenti, delle colonie sparse ovunque nei Territori Occupati.

E suo figlio è cresciuto proprio con i paterni principi, non c’è alcun dubbio.
Ieri in un editoriale del JerusalemPost intitolato “una conclusione decisiva è necessaria” riesce a mettere nero su bianco parole intraducibili.
Non ha molta empatia con questa nuova operazione militare lanciata contro Gaza,
non gli bastano le decine di morti già accumulati,
non bastano famiglie intere uccise con corpicini di bimbi accatastati,
no. Sostiene che rischia di diventare come Piombo Fuso (non gli è bastato manco quello, no), un’operazione ottima, ben gestita, che però non risolve i problemi alla radice, e lascia comunque la popolazione israeliana “a rischio” di essere colpita in qualunque momento.
Vuole la soluzione finale lui, e come esempio usa la bomba atomica (che brav’uomo)…
Quando gli Americani hanno visto che Hiroshima non bastava hanno fatto anche Nagasaki no?
E che Israele potrà mai essere da meno?
“La popolazione di Gaza non è innocente, hanno eletto Hamas. I gazawi non sono ostaggi, hanno fatto questa scelta liberamente e devono pagarne le conseguenze”, questo è solo uno dei passaggi che palesa quale sia il desiderio di questi personaggi.
Non un pezzetto di muro fumante, non una voce umana,
nulla.
Il loro desiderio reale è non lasciare traccia di Gaza, Gilad Sharon ce lo dice in un editoriale di uno dei giornali più letti dello stato ebraico di Israele.

Leggete le sue parole, sono meglio di tanti libri di storia su questo eterno capitolo,
poi per capire quanto tutto ciò sia alla base di quello Stato assassino, leggetevi qui sotto le citazioni dei suoi fondatori.

Storia di una pulizia etnica: 12 - 3

Ode al dolore, alla nostalgia, a Bosra

30 ottobre 2012 11 commenti

E’ un blog che procede a rilento,
sarebbe meglio dire che è un blog che non procede in queste settimane.
No, non va.
Come il resto d’altronde.
E non parlo di vita personale, che si potesse tarare il mondo su quella, sarebbe tutto anche troppo bello.

Foto di Valentina Perniciaro _ a lavoro, davanti all’arco del vento, Bosra ash-Sham_

Parlo di me, di me che non sono, che non riesco ad essere me,
che son spazzata via e priva di lucidità, di speranza di trovarne.

Spinoza quando parla di casa, di casa propria, dice che la si trova dentro,
che la propria casa è la propria razionalità, la logica, la capacità di indagare quel che si ha intorno.
Eppure io una casa l’avevo. E mi manca.
Avevo una casa che profumava di gelsomino e rose,
Avevo una casa di basalto, marmo, polvere e sorrisi,
Avevo una casa dove dormivo senza tetto, se non cotone, dove la luna faceva l’amore con i miei sogni, dove il cielo era tetto, era giorno, era pace.
Avevo una casa piena di gatti pronti a rubare ogni cosa commestibile,
Avevo una casa dove i ricci la notte venivano a cercar calore nel mio letto di coperte beduine,
Avevo una casa dove le leggende incrociano i millenni, e diventano presente.

Si chiamava Bosra Ash-Sham
e tante volte ve ne ho parlato.
Un paio di centinaia di kilometri: sali su un bus a Baramke (stazione meridionale di Damasco) e dopo meno di 200 km verso sud, a pochi minuti dal confine giordano,
incontri la terra delle città nere,
quelle dove il basalto si erige nella terra rossa, e blocca i secoli con calore e rispetto.

Bosra è stata la mia casa per tanti anni,
Bosra è stata la sola casa che il mio corpo ha sentito “casa”.
Bosra e tutto quello che m’ha lasciato nell’anima è stata e continua ad essere la mia migliore amica, quella capace di darmi pace quando nella mia testa incazzosa non c’è tregua e solo rabbia,
Bosra mi ha insegnato a gioire di nulla, Bosra mi ha fatto conoscere persone e situazioni che mi sono dentro come i racconti trasteverini della mia famiglia.
Alla stregua. Stesso immenso patrimonio di familiarità, d’amore.

A Bosra ho incontrato un fratello e tutta la sua gente, che in pochi secondi è diventata mia.
A Bosra ho una mamma tutta matta, avvolta nel velluto beduino, che ogni volta che entravo nel suo cortile, pieno di alberi da frutto rigogliosi e zuccherosi, mi lanciava a terra su quella polverosa stratificazione di tappeti,
per giocare, cantare, rotolarci: come due bimbe.
Era difficile comunicare, ma i nostri corpi si son fusi in poco tempo.
Ora la sua voce al telefono è lontanissima, come se tra me e la mia amata casa ci fossero galassie.

Foto di Mechaal Al-Adawi
Kalybe…ormai conosciuto come “il letto della figlia del re”
RIDOTTO IN MACERIE DA UN TANK DELL’ESERCITO SIRIANO,
CHE HA APPOSITAMENTE MIRATO, DALLA PIAZZA DELL’AGORA’

E allora questo blog è fermo,
perchè da una settimana vorrei raccontarvi di come “il letto della figlia del re” s’è sbriciolato, colpito a morte da una cannonata di un tank,
un tank dell’esercito siriano, adagiato coi suoi maledetti cingoli sull’agorà,
la sola piazza romana di marmo bianco (lo fecero arrivare dalla lontana Jarasa)
al centro della città nera.
Kalybe, il gioiello di Bosra, il simbolo dello scorrere dolce dei secoli in una terra che aveva portato sempre rispetto per il suo patrimonio storico ed archeologico.
Ho incontrato bambini semi analfabeti che mi parlavano degli intarsi romani, di Apollodoro, delle greche nabatee che ornano capitelli e nicchie,
Ho incontrato un popolo che aveva poco cibo, ma che si nutriva della sua storia.

Ed ora anche quella sta sanguinando a morte.
Con lo sbriciolarsi di quel gioiello, con la distruzione di quella meraviglia che da 2000 anni accarezzava lo sguardo dei pastori,
sento che la mia serenità s’è definitivamente spappolata. Esplosa, frammentata.
E così ve la racconterò un altro giorno la storia di quella camera,
la storia dello scorpione che andò a cercare fino a lassù la bella figlia del re.
Ve la racconto un altra volta,
che le lacrime iniziano a scorrere e solcare il viso con una violenza che spezza il respiro.

Con il cuore poggiato tra cardo e decumano,
con il sorriso incastonato nell’albero di fichi al centro di quel cortile, ora spianato.
Con il solo desiderio di poter far vivere a mio figlio l’atmosfera di quella che è stata la sola casa che ho veramente amato.
Quella dove non riuscivo a non tornare continuamente,
da ogni luogo del mondo,
tutte le mie strade m’hanno sempre portato a Bosra…
E un giorno torneranno a farlo,
per mano al mio bimbo.

Qui potete vedere il video di ciò che è rimasto…
Kalybe? Fa parte dei sogni di una vita che non c’è più.

A breve la storia di questo monumento, e la sua maledetta ingiustificabile fine.
Leggi anche:
- Un urlo di dolore da Bosra
- Le bombe in casa nostra / 2
- Alla bimba di Bosra
- Dalla Siria, per la Siria
- L’inizio
- Basalto, beduini e innamoramenti

Un urlo di dolore, dalla mia Bosra

22 ottobre 2012 3 commenti

“Quando la terra della città
diviene rossa
quando le pareti della città diventano nere
non c’è riposo nè spazio bianco

Foto di Mechaal Al-Adawi
Giocando nel mercato romano, Bosra ash-Sham

nella testa
scrivo il mio dolore

Abdul Hadi al-Miqdad era un giovane uomo della città di Bosra, nella Siria Meridionale. Aveva 24 anni. Lavorava come spazzino per il comune. Era un uomo molto umile. Bravo. Con delle disabilità mentali.
Si era sposato da meno di un mese.
Il 20 ottobre 2012 le truppe dell’esercito regolare sono entrate in città senza incontrare alcun tipo di resistenza.
Tutti i giovani sono scappati dalla città per paura di essere arrestati. Nella città erano rimaste le donne, con i bambini.
Abdul Hadi si è riufiutato di fuggire, perché non potevano accusarlo di nulla. Non era coinvolto in nessuna manifestazione ed era impiegato statale.
L’esercito ha rastrellato ogni casa per poi bruciarne molte (200 case) e per dare alle fiamme i negozi (circa 300 attività).
Poi è arrivato il turno della casa di Abdul Hadi, gli hanno chiesto di uscire fuori, che avrebbero dato alle fiamme la casa.
Lui si è rifiutato di uscire, era un novello sposo. La sua camera da letto (il sogno di una vita intera) era stata comprata nemmeno un mese prima. I soldati dell’esercito l’hanno messo al centro della stanza, lo hanno bruciato vivo insieme ai materassi e alle coperte, per poi chiudere la porta.
Lo spirito di Abdul Hadi al-Miqdad è andato in paradiso col sapore di una grigliata di carne umana”

di Mechaal Al-Adawi

Su Bosra ci sarebbe tanto…e mai avrei pensato sarebbero state macerie…
Le bombe in casa nostra / 2

Arrestate e torturate due compagne del gruppo turco folk Grup Yorum

24 settembre 2012 3 commenti

Loro son più che famose, appartenenti ad un gruppo che ha una lunga storia nel paese turco.
Una storia di canti di lotta e attivismo politico contro il regime di Erdogan, con quasi 20 album pubblicati.
Prese ad una mobilitazione del DHKP-C, hanno immediatamente subito la violenza fisica mirata delle forze di sicurezza turche, che hanno rotto il timpano alla cantante e spezzato un braccio alla violinista.
Qui il racconto di Marco Santopadre:

Alcuni giorni fa la Polizia ha arrestato e torturato due musiciste del Grup Yorum, nota band della sinistra radicale turca. Un episodio che svelerebbe la brutalità della repressione di Ankara contro minoranze e opposizioni politiche. Se solo i media ne parlassero…

Due musiciste del Grup Yorum, storica formazione folk di sinistra della Turchia, sono state arrestate e torturate dalle forze di sicurezza di Ankara che da tempo perseguitano i componenti della band molto attiva a fianco dei movimenti che contestano il regime nazionalista e islamico di Tayyip Erdogan.
Il loro avvocato ha riferito che la violinista Selma Altin e la cantante Ezgi Dilan Balci sono state arrestate venerdì 14 ad Istanbul, insieme ad altre 25 persone (tra i quali alcuni minorenni) che stavano manifestando nei pressi dell’Istituto Forense per reclamare la restituzione del corpo di un giovane che l’11 settembre si era fatto esplodere davanti a una stazione di polizia, nel quartiere di Gazi, uccidendo un agente. L’attentato era stato rivendicato dal Fronte Rivoluzionario per la liberazione del popolo (DHKP-C), che anche Stati Uniti e Unione Europea considerano un gruppo terrorista.
Le due donne ”sono state torturate fin dal momento del loro arresto”, ha detto all’agenzia France Presse l’avvocato Taylan Tanay. Gli agenti dell’antiterrorismo di Istanbul hanno consapevolmente rotto il timpano di un orecchio della cantante del gruppo Selma Altin e rotto il braccio della violinista. Le due donne sono state ripetutamente percosse e le lesioni sono state procurate loro intenzionalmente ha dovuto ammettere l’edizione online del quotidiano turco Hurriyet. ”Sono state ammanettate, costrette a stendersi per terra e picchiate da molti agenti per diversi minuti. Le torture sono poi continuate in macchina. Gli agenti sapevano che Altin era la cantante del gruppo e le hanno rotto intenzionalmente il timpano, picchiandola ripetutamente sulle orecchie” ha denunciato l’avvocato.
Entrambe sono state liberate dopo alcune ore di prigionia in attesa del processo e il loro legale ha presentato una denuncia contro la polizia. Alcuni degli arrestati, tra i quali vari giornalisti, sono stati arrestati per “propaganda terrorista” e “incitamento alla violenza”.

grup yorum manifestationAlcuni giorni dopo l’arresto centinaia di persone, sostenute da un appello firmato da numerosi artisti, hanno manifestato in Piazza Taksim, a Istanbul, per protestare contro il trattamento riservato alle due componenti del Grup Yorum e a decine di attivisti dell’organizzazione della sinistra rivoluzionaria Fronte del Popolo. Durante la loro marcia verso piazza Galatasaray i manifestanti sono stati circondati da centinaia di agenti in tenuta antisommossa e dai mezzi blindati della polizia. Al termine del corteo uno dei componenti storici del gruppo musicale, Cihan Keşkek, ha detto: “Continueremo a rispettare il nostro impegno come artisti rivoluzionari, così come abbiamo sempre fatto negli ultimo 27 anni”.

Fondato nel 1985 da quattro studenti dell’Università di Marmara, il Grup Yorum é famoso in Turchia e all’estero per le sue canzoni rivoluzionarie. Ispirati dai cileni Inti Illimani e politicamente appartenenti all’area socialista internazionalista, non é la prima volta che i loro membri subiscono la repressione dello Stato turco, con il sequestro dei loro dischi e il divieto di tenere concerti. Diversi suoi membri in passato sono stati arrestati, e sostituiti volta a volta con altri musicisti. Hanno pubblicato 19 album e dato concerti in diversi paesi europei, fra cui Italia, Francia, Germania e Inghilterra.

A Tamer al-Awam, compagno di risate, bevute e canti di lotta…

17 settembre 2012 11 commenti

Ho un sacco di regali tuoi,
un fazzoletto rosso con una piccola falce e martello e il nome in arabo di un’organizzazione comunista degli anni ’70,
e poi quel foglietto, dove piano piano e cercando di usare un arabo scritto a me comprensibile mi hai scritto tutta “Fischia il vento”, orgogliosissimo, per poi cantarla sul punto più alto del terrazzino della “nostra” casa damascena.
Tanto, dicevi, la galera di Assad da comunista la conoscevi bene. Se pure ti riarrestavano saresti stato almeno orgoglioso di sapere che una piccola fanciulla italiana aveva imparato quella canzone anche nella tua lingua bella.

Oggi, solo oggi, con un tremendo ritardo, mi cade per sbaglio l’occhio sul tuo viso, in rete.
Oddio ma quello è Tamer..eh si, è proprio Tamer, Tamer al-awam,
quello che mi insegnava gli slogan dei compagni, quello che ballava allegro fino al mattino dicendo sempre che prima o poi avrebbe assaggiato la libertà.
Tu che avevi conosciuto la galera che non avevi nemmeno vent’anni, e che per tutta risposta non hai mai smesso di esser quello che eri. Anzi, eri diventato quel che ormai tanti anni fa dicevi di esser destinato a diventare…
un regista, un poeta, un uomo incapace di non comunicare sè stesso, il proprio amore per l’uguaglianza e la libertà.
E quindi, dopo due detenzioni sei fuggito via, in Germania,
per dar voce al tuo desiderio d’arte e fuga, per sentirti libero.

Mi dicono che hai fatto un film molto bello, tu, caro spilungone di Sweida, un’altra cittadina di basalto e terra rossa;
tu che tutti i giorni venivi coi tuoi microbus da Jaramana, sobborgo damasceno dove ci invitavi sempre,
per qualche cena di ceci e cammello per quelle strade polverose.
Ed oggi cado in un video dove tentano disperatamente di rianimarti, tu che avevi da pochi giorni rivarcato il confine siriano per seguire gli scontri ad Aleppo, telecamera alla mano… dopo le carceri di Assad padre e poi figlio, ora una bomba,
solo una bomba e il Tamer dal sorriso dirompente e dalle orecchie a sventola,
il Tamer che s’addormentava ovunque col suo corpo lungo lungo e fino…

a te non riesco a scriverlo un addio,
sento la tua risata tra i tetti di Damasco e sento una nostalgia di quelle serate che sarebbe in grado di squarciare il suolo.
Ciao Tamer, il tuo “fischia il vento” non lo dimenticherò mai,
quel foglietto è sempre con me…
Ora più che mai.

Da Gabriele Del Grande…sulla strada verso Aleppo

15 settembre 2012 1 commento

Da Gabriele Del Grande, penna e mente di FortressEurope, condivido questo aggiornamento di stato di una manciata di minuti fa.
Ti auguro buon viaggio, il viaggio che vorrei fare ora, il solo che potrei fare.
Sulla strada di Aleppo…con la fortuna sotto braccio, e il sole di Siria davanti agli occhi,
che la strada ti sia amica, fino al rientro a casa.

Ieri un contrabbandiere siriano a Yayladagi mi ha fatto vedere sul cellulare il video di due soldati del regime siriano mentre tagliano la testa con una motosega a un attivista. Lui, il contrabbandiere, le armi le ha prese dopo che un cecchino di Bashar ha colpito suo figlio alla testa. Aveva otto mesi e quando hanno sparato dormiva, dentro la carrozzina spinta dalla madre.
Il suo vicino di casa invece, le armi ha deciso di non imbracciarle. Per principio. È un comunista di Homs, tra i primi organizzatori delle manifestazioni contro il regime. Manifestazioni che per sei mesi sono state pacifiche, nonostante migliaia di uccisioni e decine di migliaia di arresti commessi dalle forze del regime e dai suoi sgherri.

I primi tre giorni a Hatay si alternano tra questi due sentimenti. L’entusiasmo dei combattenti pronti a morire pur di vendicarsi e mettere fine al bagno di sangue, e la delusione dei militanti non violenti che invece temono che la situazione degeneri e che sono convinti che già troppo sangue sia stato versato, anche a causa delle strategie dei combattenti rivoluzionari.
In mezzo a queste due posizioni ci sono i drammi personali di migliaia di famiglie ancora bloccate al confine tra Siria e Turchia, fuggiti dai bombardamenti aerei inflitti quotidianamente dal regime nelle zone insorte.
La Turchia non gli concede l’asilo politico, ufficialmente sono definiti “ospiti” e vengono accolti in dei campi profughi lungo tutto il confine. Contro di loro poi si è scagliata la sinistra turca, scesa in piazza per chiederne l’espulsione di massa, con slogan razzisti che accusano i profughi siriani di essere terroristi al soldo dell’imperialismo americano e sionista. Grossomodo le stesse frasi fatte che si sentono in certi ambienti della sinistra italiana, più attenti all’ideologia da risiko salottiero che non al racconto della realtà.
Per raccontare la realtà invece, noi stiamo per attraversare la frontiera. Partiamo stanotte con Alessio Genovese, direzione l’inferno. Aleppo. Inviati da nessuno perché “noi siamo concentrati su altro adesso” come mi ha scritto oggi uno dei più importanti settimanali italiani.
Questo invece il video che mi è arrivato ieri da Bosra, la mia cara Bosra:

Damasco,sobborghi e campi profughi: di massacro in massacro..

2 settembre 2012 7 commenti

Al-Kadam è uno dei quartieri della periferia meridionale di Damasco,
il suo cimitero coincide con il confine di Yarmouk, il più grande dei campi profughi palestinesi all’interno della cinta periferica della capitale siriana. Una zona povera e polverosa, solo poco più vicina al centro rispetto a Daraya,
ultimamente diventata famosa per il più grosso dei massacri da quando questo conflitto è inziato.
Una zona particolare della città, come particolare è la compagine di Yarmouk, zone da sempre pullulanti di comitati di quartiere, di organizzazioni laiche, di donne,
dove le anime più progressiste riuscivano  ad emergere dai meccanismi della dittatura militare baathista,
costruendo un minimo di tessuto sociale che non fosse “Allah, Suriya, Assad wa Bass” (Allah, Syria, Assad e basta),
il “Dio, Patria, Famiglia” slogan numero uno della società siriana per decenni
ed ora di chi la difende, anche qui.

Sono infatti le zone che la stanno pagando più cara, a Damasco.
Il campo palestinese di Yarmouk  da subito è sceso in piazza contro il regime e già dal 15 maggio (anniversario della Nakba palestinese) dello scorso anno ha chiaramente fatto capire che non si sarebbe sottomesso allo sporco gioco di strumentalizzazione portato avanti dalle truppe di Assad.

maggio 2012, un funerale a Daraya

Dopo troppi funerali e sventramenti, ha accolto le truppe dell’esercito libero con le braccia aperte, per trovarsi poi a combattere qualche ducetto salafita, non certo ben visto tra i vicoli polverosi di Yarmouk.
E non si respira un’aria che possa definirsi respirabile.

Daraya, tutto il quartiere di Daraya, è sceso in piazza dal primo istante e non ha mai smesso di farlo:
Si è sempre distinto, fino all’ultimo suo respiro, per dei cortei fitti fitti, stracolmi di tutti gli abitanti di quelle strade,
cortei autorganizzati e liberi, mossi dai comitati di quartiere, mossi dai giovanissimi e da tante donne.
Daraya non s’è sottomesso alla militarizzazione del conflitto,  ha sempre scelto di muoversi senza armi,
testa alta e coraggio da vendere,
ed ora non resta che un lago di sangue.
L’elenco dei morti, che non ricordo se si aggira tra i trecento e i quattrocento, è facilmente reperibile in rete…
si accavallano nomi e cognomi, luoghi e date di nascita,
di un eccidio che lascia un amaro in bocca difficile da mandar giù.
L’orrore, l’orrore quello inimmaginabile, è stato tirato contro chi ha sempre scelto da che parte stare,
contro chi ha cercato di dimostrare dal primo istante la genuinità di questa ribellione,
poi facilmente svenduta alla militarizzazione e ai giochi internazionali.
Da che parte stare però appare chiaro,

Il campo profughi Al-zatary in territorio giordano…
nel nulla totale

perché son centinaia di migliaia i siriani che vogliono abbattere la dittatura militare che li ha piegati e resi muti fino ad ora,
senza passare per quella religiosa,
sono in migliaia a non voler scambiare una regime per un altro,

è proprio la sinistra siriana, la sinistra palestinese prigioniera dei campi,
chi ha sempre provato ad autorganizzarsi..
sono loro a passare il momento più buio, loro ad aver il cappio intorno al collo più stretto di altri.
Mi piacerebbe pensare che non siano abbandonati a loro stessi,
accusati anche di esser servi di giochi geopolitici che vi stanno mangiando la materia grigia.

C’è molto da leggere sul massacro di Daraya,
gli stessi comitati cittadini, quel poco di loro che è rimasto dopo quella strage fatta porta per porta,
hanno risposto all’articolo di Robert Fisk apparso pochi giorni fa e che in pochi secondi ha fatto il giro del mondo…
uno scivolone commentato da molti, che poteva risparmiarsi visto che poi scrive di suo pugno che non può muoversi senza “militari alle calcagna”…
sui commenti al suo articolo è facile reperire tonnellate di carta,
mentre vi allego integralmente la risposta dei comitati cittadini (QUI IN ARABO) :

On Wednesday 29 August 2012, Mr. Robert Fisk of The Independent wrote a report on the Daraya Massacre that was perpetrated only 4 days earlier. Mr. Fisk is a world-famous journalist known for his balanced opinion pieces and ground-breaking reports especially from the Middle East. The people of Syria especially remember Fisk for being the first foreign reporter to enter the city of Hama after the 1982 massacre and relate to the world the horrors he saw there. Thus, we were absolutely astonished by the above-mentioned report and would like to make sure that certain points in it are not left uncorrected. We do this out of respect to the fallen heroes and to make sure the voice of the victims is heard.

Daraya


Anyone who watched the infamous and insolent report made by the state-favored Addounia TV, would notice the obvious similarities between the two reports.
One major concern that would invalidate any statement taken from the victims is the presence of army personnel as admitted by Mr. Fisk himself. Anyone with the slightest knowledge of the Syrian regime would know the degree of intimidation this would incur in the hearts and minds of witnesses. The army does not need to spoon-feed the statements to the witnesses as fear is more than enough to make them repeat the narrative propagated by the government about armed militias and radical Islamists.

Moreover, the article is headlined and predicated on the government’s unbelievable prisoner-swap story. The question that begs to be asked is the following: Even if there was a prisoner exchange and it failed, does the Assad regime have any grounds at all for this level of retaliation? Were there similar failed rounds of negotiation before the massacres of Muaddamiya, Saqba etc. In fact, what has been happening in the towns of the Damascus Countryside Governorate, and indeed all of Syria, follows a similar scenario that begins with shelling and ends with massacres of civilians.
A seemingly strong point in Mr. Fisk’s report is his mentioning of real names of people telling their real stories. However, the Coordination Committee of Daraya has been in touch with some of these people and the following corrections need to be made.

1- The story of Hamdi Khreitem’s parents. The witness must have been too intimidated to identify his parents’ killers. Our reliable sources from the field hospital of Daraya confirm that both of them were targeted by a sniper (from the Assad army of course).

2- The story of Khaled Yahya Zukari. The witness was actually in a car with his brother and their wives and children. They were shot at by government forces and his wife and daughter (Leen) were hit. The baby girl’s head was almost split in half and a bullet penetrated the mother’s chest. The mother became hysterical as a result of the shock. Later she died as the field hospital had to be evacuated prior to an army raid. The Assad army told the people that the FSA raped and killed the woman.

The fear and intimidation of witnesses is reflected sometimes in their refusal to name a guilty side. Moreover, Mr. Fisk should know better than reporting conjecture such as this: ‘Another man said that, although he had not seen the dead in the graveyard, he believed that most were related to the government’s army and included several off-duty conscripts.’ The implicit accusation is of course directed against the FSA and this method of reporting resembles Syrian state propaganda par excellence, something that we wish Mr. Fisk had not done.
The revolution committee would finally like to stress also that Mr. Fisk did not meet any member of the opposition in Daraya and that he merely depended on the narrative of his ‘tour guides’ in reporting on such a horrific massacre, the ugliest Syria has seen in the 17 months of the revolution.

E vi lascio con il volto di Wissam Ali, nato e cresciuto non molto lontano da lì, nel quartiere di KafrBatna.
Lui è stato ucciso sulla porta di casa, giustiziato davanti alla sua famiglia.
Sul suo volto è chiara la scritta ASSAD E NESSUN ALTRO.
Basta questo penso…

Wissam Ali, Damascus
Sul suo viso la scritta “Assad e nessun altro”

Alla bimba di Bosra…

17 agosto 2012 2 commenti

Foto di Valentina Perniciaro -il campionato di Bosra-

Ciao piccola bimba di Bosra,
ciao piccola bimba nata tra le colonne di basalto, sulla terra rossa, tra quei sassi grandi e pieni di storia.
Ciao piccolo corpicino, mi dispiace che sei volata via ignara di quel che avevi attorno,
piccola come sei, dopo 19 mesi di guerra civile,
non avrai nemmeno realizzato il profumo di quel gelsomino,
non avrai riso per i concerti di rane e rospi che la sera allietavano il pubblico clandestino e scalzo davanti alla cisterna romana,
non avrai avuto modo di giocare a palla nell’agorà romana,
unica macchia bianca di marmo, immersa nell’oscuro e dolce basalto.
Hai l’età di mio figlio,
piccola bimba di Bosra, e non riesco a smettere di guardarti.
Ne ho conosciuti a centinaia di bimbi di Bosra, in tanti mi hanno insegnato a saltare tra i capitelli,
a mungere le capre, a tirare i sassi più lontano che si può,
mi hanno insegnato i numeri nella loro lingua bella, contando le stelle tra i capitelli.

E tutto ciò ora lascia attoniti.
Ciao piccola bimba di Bosra, la terra ti sarà lieve ne son certa,
la terra ti accoglierà spaccandosi dal dolore e abbracciandoti dolcemente…

(è un video che fa male al cuore)

Siria: le bombe in casa “nostra”

13 agosto 2012 13 commenti

Nei cassetti della mia memoria tu hai il posto più bello,
nei cassetti della mia memoria tu sei calda,
nei cassetti della mia memoria c’è il profumo del tuo cibo e dei tuoi fiori.

Nei cassetti della mia memoria non c’era spazio per questo scempio,
nei cassetti della mia memoria non deve entrarci, ti prego,
questo dolore.
No, li chiuderò anche se il chiudere non mi piace,
li chiuderò a forza quei cassetti, così che le vostre bombe non possano entrare,
così che tutto resti fermo.
A me che le cose ferme non piacciono, a me che vorrei un mondo sempre in movimento,
a me che è il “moto rivoluzionario” a dover far batter il cuore di tutto…
A me ora sventra di dolore l’idea che nei cassetti della mia memoria
da oggi ci sono queste immagini,
che forse non usciranno come le altre.

Ti parlo, terra rossa dell’Hauran,
come fossi un corpo amato, un corpo che m’ha sedotto e fatto godere,
Ti parlo, decumano di Bosra,
come fossi la sola strada che l’uomo abbia percorso,
come se quella porta del Vento fosse la sola a conoscerlo veramente, quel Vento.
E allora, oltre a parlarti costantemente,
Sappi che ti amo, terra rossa di fuoco e basalto,
sappi che ti amo come si ama la carne,
Sappi che ti sento mia come figlia, madre, utero, pelle,
sappi che muoio ogni secondo dentro,
muoio muoio muoio di un dolore che non ha voce,
non la trova o ha paura di farlo.

Sappi, dolce terra rossa dell’Hauran,
che le tue donne son forti come il basalto che ti ricopre,
che i tuoi ragazzi hanno occhi profondi che non si piegheranno,
E che chi è partito tornerà…
sappi che torneremo,
torneremo tutti.

LE FOTO CHE VEDETE QUA SOTTO SONO DI QUESTA MATTINA, QUANDO 8 COLPI DA 80MM L’UNO SON VOLATI SULLA CASA A ME PIU’ CARA AL MONDO, DA UN CARROARMATO DELL’ESERCITO DI ASSAD.
UNA CASA DOVE DA MESI ABITANO SOLO DUE DONNE CHE STANNO AIUTANDO LA POPOLAZIONE COME POSSONO.
BOSRA E’ SOTTO ATTACCO, LO SONO TUTTE LE FAMIGLIE CHE STANNO CERCANDO DI FAR QUALCOSA PER LA SITUAZIONE UMANITARIA. (avevo pubblicato un appello loro)
Non uomini, non combattenti, non armi nelle case che stanno colpendo in quella zona…ma un pezzo di cuore mio che…vabbè va…parole è meglio che non ne cerco!

Bosra ash-sham, 13 agosto 2012….
Dal Mansaf alle bombe…

I missili dell’esercito siriano colpiscono la più amata delle case,
Bosra Ash-Sham, 13 agosto 2012

Bosra Ash-sham, 13 agosto 2012 ….

Dalle Pussy riot alla Siria… passando per un coglione

12 agosto 2012 18 commenti

La libreria di Bosra, stamattina

Io stamattina mi son svegliata con una notizia divenuta in pochi istanti un lamento sordo, un pianto singhiozzante, un tremore irrefrenabile a tutto il corpo.
Il conflitto in Siria, sporchissimo e ormai senza remora alcuna, è approdato nel cortile di casa, è approdato con due belle bombe nel salotto di casa, quello dove ci si entrava tutti, intorno ai grandi vassoi lavorati a mano.
Vi ho parlato tante volte di Bosra, mia eterna oasi di pace, ed oggi ne parlo con un dolore al cuore che sventra, quanto le bombe.
Questo conflitto, le parole che intorno gli girano nei nostri confini, ha spento in parte questo blog, perché ho un senso di rifiuto che non mi lascia libertà di scrittura, perché le mani arrancano, il cuore batte lento e poi velocissimo, lento e poi velocissimo, nulla permette concentrazione, nè tantomeno lucidità.

Quindi son settimane, ve ne sarete accorti, che da queste parti si parla poco.
Pochissimo.
Oggi apro il computer, dopo i pianti su Bosra e il cortile di casa, e compare un commento che ho deciso di condividere con voi, così da rimarcare quel solco che pretendo mi divida da certa ideologia, da ‘sto cancro che veramente non sopporto più e che, mi dispiace, ma non attacca sulla mia pellaccia, non lui.
Piero Deola nemmeno mi scrive sulla pagina giusta, usa quella dedicata al saluto a Dario -compagno strappato alla vita di un presto che non ci son parole- invece che quella dedicata all’argomento da lui scelto per scrivere queste 4 righe.
Quattro righe importantissime, perché completano il ritratto che io non ho mai trovato le parole giuste per disegnare:
il ritratto ben delineato di quella cultura mostruosa che corrode il cranio di molti che si definiscono compagni,
anche con un’arroganza disarmante, se non ridicola.
Perché questa aggressione a me, sulle Pussy Riot, la capacità immediata che si ha nello scrivere cose come “chi ti paga” (che se ti avessi davanti Piero …) nel difendere il potere.
Si, nel difendere il potere più schifoso possibile: povero stalinista da quattro soldi che ti permetti di rivolgerti così, non a me, ma a quelle tre compagne che sono rinchiuse dal tuo rivoluzionarissimo, antimperialistisssssimo Putin. ( MA VE RENDETE CONTO????).

Da Piero Deola:
Inviato il 12/08/2012 alle 10:54

Brava,aiutiamo gli americani a sovvertire l’ordine in Russia. E dimmi deliziosa partigiana:cosa sarebbe successo negli USA bacchettoni di frote a una tale dimostrazione blasfema in una chiesa?
Chi ti paga per essere così democratica?

Mica ne trovo di parole eh?!
Perché questo commento poteva averlo scritto in un articolo su Bosra, come su Putin: qui con la scusa ormai anche politicamente ridicola (se preferite, tanto ve nutrite solo di quello, “geopoliticamente” ridicola) che TUTTO ciò che si muove è mosso da mano yankee siamo arrivati anche a dire che il punk femminista russo antiautoritario ha quella provenienza.
Stiamo alla frutta, allo stalinismo analfabeta: tenetevi Assad, tenetevi Putin, tenetevi Ahmadinejad, tenetevi ‘sta comitiva di assassini,
ma almeno levatevi ste velleità rivoluzionarie, cambiate lessico,
tra le calamite del vostro frigorifero toglietela ‘sta bandiera rossa,
fate aria, andate affanculo.
E poi, solo per chiarire, caro maschio Piero Deola: “deliziosa partigiana” non lo scrivere più.
Evita di infilare quel tono, evita di infilare anche l’odio di genere in quello che penso di te e delle tue righe perché scateni in me una rabbia proprio viscerale a quel punto.
Ci basta il tuo cervello in cortocircuito, il pisello almeno lascialo a casa, fa ‘r favore eh!

Questo blog ripudia lo Stato, ripudia il potere, ripudia chi pensa che il mondo si possa spartire e dividere con il righello o con le vostre bandierine antimperialiste,
alla larga, sciòòòòòò
o come se dice a Damasco… ruhhhh!

FREE PUSSY RIOT!
FREE ALL POLITICAL PRISONERS
NO PUTIN ! NO ASSAD!
NO POWER!

Leggi anche: Punk, capitale, complotti e nausea

Interessante quest’articolo di Mazzetta sulla Russia delle PussyRiot: LEGGETELO

Questo invece il video solidale girato ad Ostia, GRANDISSIME!

Mahmoud Sarsak è libero

10 luglio 2012 3 commenti

Dopo tre anni di prigionia,
dopo tre lunghissimi anni di detenzione amministrativa,
dopo tre mesi di sciopero della fame,
Mahmoud Sarsak, calciatore palestinese, torna a casa.
La terra di Palestina, tutta, aspettava il tuo abbraccio da tempo.

Gran Goal Mahmoud,
hai tirato veramente un gran colpo,
un gran calcio in faccia all’Apartheid

Dalla Siria per la Siria

9 luglio 2012 24 commenti

Ho smesso da tempo di scrivere e parlare di Siria.

Foto di Valentina Perniciaro _i vicoli di Bosra alle prime luci del mattino_

Perché fa male al cuore in un modo dolorosissimo, perché ho pezzi di vita sotto ai cingoli di quei carri armati,
perché non ce la faccio, psicologicamente, ad affrontare la marmaglia rossobruna e i suoi continui attacchi.
Quando qualche giorno fa mi ha chiamato Radio BlackOut chiedendomi una chiacchierata sulla situazione attuale nel paese che da un decennio chiamo “la terra più amata“, mi si è fermato il cuore,
perché so di essere “impopolare” in quel che penso di quella terra, perché so di non aver la lucidità per parlarne razionalmente,
senza che le emozioni prendano il sopravvento,
senza che la rabbia obnubili la ragione.
Perché continuo a non capire come si possa difendere quel regime,
come ci si possa dividere tra difensori di un orrore che ha diversi decenni,
e democratici merdosi interventisti, bombaroli da salotto in attesa della prossima devastante guerra.
Un territorio ormai completamente balcanizzato.
Sia il regime, sia chi in quel territorio gioca le carte più sporche, son riusciti ad ottenere il più ambito dei risultati :
spezzare l’unità di quel paese in tante piccole millet armate e guerreggianti,
spazzar via il ribelle desiderio di cambiamento e libertà con un livello di militarizzazione del conflitto impressionante.

Foto di Valentina Perniciaro -i bimbi di Bosra-

Alla luce di tutto ciò scriverne è faticoso,
soprattutto se poi sei costretto ad aver a che fare co’ sti finti rivoluzionari che si sentono pro-palestina
senza accorgersi che difendendo il regime baathista non fanno altro che difendere chi sulla palestina ha sempre lucrato,
chi i palestinesi l’ha sempre tenuti in gabbia,
chi ha creato un meccanismo di protezione/controllo/repressione sui profughi palestinesi che non ha molto da invidiare al sionismo.
Il regime baathista ha fondato la sua storia sul sangue palestinese, e sulle possibili strumentalizzazioni di cui quel sangue tanto caro è pieno.
Stiamo messi male, se questo è il pensiero della sinistra sul medioriente,
per quello forse è meglio tacere.

Però vi mando queste righe, che provengono dalla Siria che mi ha cresciuta, coccolata, nutrita.
Viene dalle famiglie che mi hanno offerto la loro uva, dalle famiglie che mi hanno insegnato ad essiccare il grano sul basalto,
da coloro che mi hanno aperto i loro cortili fioriti accogliendomi con un sorriso
che non solo non posso dimenticare,
ma che voglio poter rivedere sui loro volti.
E’ un appello proveniente da Bosra, quella che io per anni ho chiamato l’ “oasi millenaria di pace” …e che ora, come tutto il resto del paese,
è un lago di sangue.

Vignetta di Ali Ferzat _come il regime siriano difende la palestina_

APPELLO URGENTE PER RISPONDERE AI BISOGNI UMANITARI DELLA POPOLAZIONE SIRIANA

Cari amici,
sicuramente, come me, state seguendo gli aggiornamenti internazionali riguardo la tragedia che colpisce la Siria ormai da 15 mesi.
Tuttavia, una parte di questa tragedia non viene raccontata da nessuna testata giornalistica: mi riferisco alla vita quotidiana delle persone, alla miseria a cui sono costretti, cosa difficile anche per me descrivere a parole.

I dominanti interessi politici, l’insicurezza generale ed il crollo delle attività economiche hanno privato centinaia di migliaia di famiglie dei loro già limitati mezzi di sostentamento e come se non bastasse il quadruplicarsi del prezzo dei beni di prima necessità come pane, zucchero, riso e olio va a sommarsi alla difficile situazione interna. L’aumento dei prezzi ha purtroppo travolto anche il sistema medico sanitario e le medicine.
Inoltre sono molto poche le famiglie che sono riuscite ad abbandonare il paese, senza trovare, il più delle volte, condizioni di vita migliori.

Dal punto di vista politico la situaizone degenera ogni giorno di più, ed il peggio a mio avviso deve ancora arrivare. Dobbiamo aspettarci che gli scontri oltrepassino i confini siriani, perchè la Siria oggi non è che il primo campo di battaglia di quella che sarà purtroppo una guerra molto più grande, fomentata da diversi paesi che non vogliono altro che vedere raggiunti i propri obiettivi e interessi. La cosa peggiore è che a pagarne le conseguenze è la popolazione civile, impotente e inascoltata.
La popolazione siriana oggi non è altro che la benzina per alimentare gli scontri.

Ormai tutti i distretti sono coinvolti ed ogni città sta soffrendo. Ed io non posso che essere preoccupato per la mia città natale, Borsa, e ogni suo abitante, per cui la vita è diventata insopportabile. E per questo vi scrivo. Un gruppo di volontari locali si sta attivando per rispondere internamente ai bisogni della popolazione. Abbiamo deciso di raccogliere fondi per sostenerli nelle loro attività e voglio chiedervi di supportare con me a questa iniziativa e contribuire attivamente alle attività di soccorso.

Puoi fare una donazione atua discrezione tramite questo IBAN
n°.AE290450000001902002049(Account Number 1902002049) UNION NATIONAL BANK UAE..
I soldi ricevuti verranno utilizzati dai volontari locali solo ed esclusivamente per distribuire cibo e medicinali alle famiglie più povere di Bosra.

A nome mio e dei ragazzi che hanno scelto di attivarsi,
il più sincero ringraziamento per l’importante contributo!

Mechal, Zakarya, Musa, Ahmad. Mustafa

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