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Archive for the ‘MIDDLE-EAST’ Category

Battendo le mani alle bombe su Gaza: la vergogna sionista

13 luglio 2014 5 commenti

Questa foto parla da sola e racconta tutto quello che in questi giorni di attacco su Gaza avrei voluto scrivere,
senza averne modo alcuno.

La foto è scattata dal giornalista danese Allan Sorensen a Sderot... una sera di luglio, ad osservar felici la morte

La foto è scattata dal giornalista danese Allan Sorensen a Sderot…
una sera di luglio, ad osservar felici la morteIs

Senza vergogna, con la faccia tosta di sentirsi anche sotto assedio, loro che hanno reinventato la parola assedio.
Quelli che vedete son cittadini israeliani di Sderot, una delle città che dovrebbe vivere sotto il terrore dei missili di Hamas,
delle specie di scuregge mosce spesso abbattute prima che la loffa faccia anche solo rumore. Il cinema a Sderot non è chiuso per il pericolo missili ma perchè c’è di meglio per la sua popolazione, senza vergogna alcuna:
si sale in collina, in una collina già stuprata e derubata, per osservare, bere, sorridere ed applaudire
all’ennesimo massacro sulla striscia di Gaza.

Una foto che urla da sola, “che non tiene scuorn” come direbbero i miei compagni partenopei,
che è la feccia di quel concetto di democrazia di cui vi riempite la bocca.
Vi riempite la bocca sul nemico Hamas, anche da qui, sionisti da quattro soldi che non siete altro,
come se quello fosse il problema, come se le loffe potessero esser nominate davanti all’atomica,
come se avesse un senso anche solo aprire la bocca per commentare un popolo che si sente portatore di civiltà,
e che brinda e applaude alla morte calata dall’alto, su chi non ha mai avuto un esercito,
su chi  muore facendo meno rumore delle mosche.
Vergognatevi, vergognatevi voi israeliani assassini,
ma soprattutto voi tutti, che sostenete tutto ciò, che fate pure i dotti sapienti che parlano di Medioriente,
senza prendere uno specchio, guardare bene il vostro vergognoso profilo e sputarlo tutto.

[Vedo che in alcuni siti il post è riportato con la parola "lotta" al posto di "loffa". Io intendevo la loffa, il peto silenzioso, quello che fa solo pfff.. dalla loffa alla lotta ce ne passa! ]

La punizione collettiva: continua l’operazione Brother’s Keeper

23 giugno 2014 2 commenti

Basta appena aprire gli occhi, quel minimo che permette alla luce e alle immagini di entrare,
basta quel minimo di fessura per capire che l’operazione Brother’s Keeper che Israele sta portando avanti in Cisgiordania e con i raid su Gaza,
è qualcosa di pianificato da tempo, e che il rapimento è solo una scusa.

Nel quartiere di Beit Hanina (gerusalemme est) 12 macchine e uno scuolabus sono state vandalizzate, così come ad al-Ashqariya dove non si era mai verificato prima un fatto simile. L’incursione dei coloni è avvenuta intorno alle 3 di notte. Sulle macchine le parole “vendetta” o “Morte agli arabi”…

Nell’intervista rilasciata al giornale ultra Ortodosso “Hadrei Haredim” (solo in lingua ebraica) da un ufficiale dell’IDF impiegato nella zona di Jenin, si parla di intenzionalità di alzare la tensione della popolazione provocando lanci di pietra, con cecchini pronti a sparare al primo lancio.
“C’era un gruppo di cecchini su un tetto, un intera unità si è mossa nella periferia di Jenin per crear problemi ed alzare la tensione. Questo è il principale obiettivo: provocarli per poi accusarli di aver causato i disordini.

L’IDF dichiara che l’operazione Brother’s Keeper ha due obiettivi: riportare a casa i tre coloni e infliggere un duro colpo ad Hamas in Cisgiordania; l’operazione durerà tutto il tempo che Israele lo riterrà necessario.

Una punizione collettiva, l’ennesima che il popolo palestinese si trova ad affrontare, non a subire, malgrado la sproporzione.
Lo ripeto, lo ripeterò fino alla nausea: un colono non è innocente.
Un colono deve sentirsi in pericolo ogni secondo della sua vita perché ha scelto di essere un corpo in guerra, occupante, stupratore di terra e cultura.
Un colono è un soldato, è il peggiore dei soldati,
un colono è un mercenario assetato di terra altrui e sangue.
Un colono non può essere considerato un civile, perché ha scelto di non esserlo.
E in Israele son 500.000, cinquecentomila persone che scelgono di vivere così (ogni tanto poi succede che ne pagano le conseguenze, ogni tanto)

Poi, anche non fossero coloni,
anche fossero i più pacifici cittadini del più pacifico dei popoli,
la proporzione qui non è nemmeno il 10 a 1 di Via Rasella, ma è molto più alta.
(non si può dire altrimenti siamo antisemiti nazisti blablablablablablablabla)
Ma sì, riempitevi la bocca: è la più grande democrazia del Medioriente.
5 morti, 410 arrestati durante i rastrellamenti casa per casa (38 nelle ultime ore), occupazione di interi villaggi col posizionamento dei cecchini,
coprifuoco, distruzione di case e infrastrutture…

Leggi: 3 rapiti, un popolo sotto assedio

Ogni casa, in ogni rastrellamento, in ogni villaggio e campo profughi…

Hebron… e l’arrivo di Tsahal

 

 

Un intero popolo sotto assedio per 3 ragazzi dispersi : si chiama Apartheid (o Israele)

20 giugno 2014 2 commenti

La verità è che ci son tre ragazzi scomparsi, probabilmente rapiti. La verità è che son coloni israeliani, giovani coloni israeliani: e questo comporta che siano degli occupanti per scelta. Comporta la decisione di vivere in un territorio occupato e in una guerra permanente da loro guerreggiata a cemento armato, insediamenti, muri e ovviamente piombo.
Essere coloni, ovviamente per scelta come tutti lo sono, comporta (dovrebbe comportare, se il mondo fosse più giusto e razionale) un elevato rischio quotidiano: d’altronde vivi in terra d’altri, bevi acqua d’altri, espropri case d’altri, seghi colline d’altri, sradichi alberi d’altri e così via,
fino al loro quotidiano tuffo in piscina. E’ l’abuso degli abusi, la violenza delle violenza: l’esser coloni israeliani.

Ieri, ucciso nel villaggio di Dura (Hebron)

Ma torniamo ai fatti: ci son 3 ragazzi scomparsi mentre facevano l’autostop.
C’è il precedente storico di Shalit, che però era un soldato, che rimase anni nelle mani dei suoi rapitori palestinesi, nella Striscia di Gaza.
Un ragazzo tornato a casa comunque, non ce lo dimentichiamo.

Dal momento in cui questi ragazzi son scomparsi la Cisgiordania è tornata ai tempi di Sharoniana memoria: sembra di essere nel 2002.
Le retate son costanti, gli arresti son ovunque: i campi profughi vivono continue scorribande e occupazioni dell’esercito israeliano.
I numeri parlano chiaro e fanno venire una grande impotente rabbia:
Ci sta Ammar Arafat (19 anni) del campo profughi di Jalazon (Ramallah) e poi c’è Mahmoud Jihad Muhammad Dudeen che di anni ne aveva 13 e che ieri è stato ucciso, colpito in pieno petto, nel villaggio di Dura (in questo caso vicino ad Hebron).
L’operazione “brother’s keeper” ha già fatto due giovanissimi morti e centinaia di arresti.
IL campo profughi di Dheishe ha visto l’irruzione anche nel centro culturale Ibdaa dove a decine son stati portati via incapucciati e da dove è stato sequestrato tutto il materiale tecnologico e l’archivio cartaceo. Hanno arrestato anche chi era stato appena liberato dopo 30 anni di detenzione, come Isa Abdel Rabbo, che fino a poco tempo fa aveva il triste record di esser il palestinese più anziano nelle mani degli israeliani. E’ stato rilasciato dopo un lungo interrogatorio.
Ovviamente nel frattempo siamo al quinto raid aereo su Gaza, che quelli non fanno mai male no?

Ci son tre ragazzi rapiti, tre coloni rapiti in pieno regime di Apartheid:
e c’è un intero popolo sotto scacco, con i cecchini fuori la porta, con la porta che salta con l’esplosivo, con arresti di massa senza senso, con devastazione di case, centri culturali e tutto quel che passa sotto i loro anfibi o cingoli. Sarà la solita storia per molti, ma noi non smettiamo di urlarvela in faccia,
che almeno la verità buchi le vostre orecchie.
FUORI TSAHAL DAI CAMPI, LIBERTA’ PER TUTTI I PRIGIONIERI.
LIBERTA’ IMMEDIATA PER I 196 BAMBINI PALESTINESI DETENUTI NELLE CARCERI ISRAELIANE
PALESTINA LIBERA!

(leggi: Is Israel trying to force a third Intifada? )

L’insediamento di Gush Etzion, da dove provenivano i tre ragazzi e sotto la strada che solo gli israeliani possono percorrere… c’è chi lo chiama Apartheid, chi la grande democrazia del Medioriente: fate voi…

Annullato l’ergastolo all’attivista Pinar Selek

11 giugno 2014 Lascia un commento

Ogni tanto una buona notizia, ma di un buono che sembra quasi di sentirne il profumo.
L’11 giugno 2014 la Corte di Cassazione di Ankara ha annullato la controversa condanna all’ergastolo per Pinar Selek, militante per i diritti umani, sociologa e femminista, dal 2009 rifugiata in Francia.
Fu accusata di un attentato avvenuto ad Istanbul (che causò la morte di 7 persone e il ferimento di un centinaio) nel 1998, e quindi di esser membro del Partito dei Lavoratori Kurdi (PKK); nel 2003 fu rimessa in libertà dopo che una perizia attribuiva l’esplosizone ad una fuga di gas.
Malgrado questo è stata appellata come “terrorista” per più di un decennio fino alla condanna all’ergastolo avvenuta nel 2013,
di cui lei ha avuto notizia in Francia, dove è rifugiata e dove le mobilitazioni di solidarietà si sono accavallate numerose.
Un processo kafkiano, un processo farsa, un processo tutto politico verso una coraggiosa militante, che dimostra chiaramente le modalità della giustizia turca.
Un processo che ora si rifarà, ma almeno con l’ergastolo annullato.

 

Gezi Park un anno dopo “They call it chaos, we call it home!”

31 maggio 2014 Lascia un commento

Gezi Park un anno dopo avrà la stessa colonna sonora dello scorso anno.
Avrà una massa incredibile di persone che già sono in piazza, che non son proprio mai tornate a casa,
avrà lo scrosciare a pressione dell’acqua dagli idranti, le pallottole di gomma che fischiano e uccidono,
gli scoppi dei lanci di lacrimogeni, poi tosse, tosse, vomito, urla, cariche e ancora resistenza. Le immagini delle mascherine piene di sangue dello scorso anno non le dimentichiamo: Istanbul dodici mesi fa era quella città dove bastava respirare per sanguinare copiosamente.

Istanbul è di nuovo in strada, Istanbul non è mai tornata a casa da quella lunga giornata di 365 giorni fa.
Istanbul non è più quella di prima e sembra non voler far altro che dimostrarlo, ad Erdogan e ai suoi servi armati di tutto punto.
Istanbul e il popolo di Taksim, è lì sottobraccio a chi è stato ucciso,
Come è stato sottobraccio alla mamma di Berkin, uscito per del pane, nei 269 giorni di coma che l’hanno tenuto sospeso tra vita e morte.
“se andrete lì le forze di sicurezza vi arresteranno” Erdogan ha usato queste parole per dare il benvenuto a chi voleva commemorare quest’anniversario di lotta, e riceverà in cambio migliaia di persone contro qualunque divieto. Le cariche oggi non si son mai fermate, il numero degli arresti continua a salire (inizia a sfiorare i 100) e nessun anche oggi sembra voler tornare a casa…
Le immagini e la brutalità della polizia non stupiscono, ma lasciano sempre comunque attoniti: la bellezza delle vostre barricate apre il cuore e fa venir voglia di vomitar lacrimogeni con voi…
passo dopo passo con voi.

GEZI PARK, un anno fa:
La giornata dell’11 giugno: mattina /pomeriggio / sera
Racconto per immagini
Gli altri post di questi giorni:
Si respira e si sanguina
Taksim / NoTav: una faccia, una piazza
La brutalità della polizia, per immagini
- Le ultime parole di Abdullah
I primi morti / Che poi son 3
La rivolta dilaga nel paese
Il comunicato della piazza / La risposta NoTav
Istanbul: è guerriglia in difesa del verde
Gli aggiornamenti del 31 maggio
Le immagini e gli aggiornamenti del 1 giugno
Le richieste della piazza

Paolo Dall’Oglio giustiziato? Così racconta un disertore dell’Isis

26 maggio 2014 Lascia un commento

Sei il solo prete che porto nel cuore come un fratello, come un compagno posso dire.
E mi piace pensarti vivo, prigioniero sì, ma vivo.
Ora gira questa maledetta voce, anzi le voci sembrano aumentare ora dopo ora al contrario delle volte precedenti…
da Radio Baladna si parla di un disertore dell’Isis che avrebbe raccontato l’esecuzione, avvenuta appena due ore dopo la tua cattura. La scorsa estate.
Non è difficile pensare a quanto questo sia plausibile, visto nelle mani di chi sei capitato
Ma io ti voglio pensare vivo, voglio continuare a non crederci fino ad una prova, un video, una foto, un qualcosa che ci dica che sul serio sei volato via.
Un uomo difficile da non amare,
un uomo odiato dai più, dal giorno dell’inizio delle insurrezioni e della mattanza ancor di più.

Ma eccomi a pensarti non solo vivo, ma con quel tuo sorriso virale, il vocione e il grande profilo in cima a qualche ripidissima, polverosa e incastonata scala, stretto nella gola dove avevi trovato casa, in un monastero sospeso nel tempo e nell’arancione. Sento le chiacchiere davanti ad un cielo mattutino ancora timido, il profumo dell’incenso che preparavi con le tua mani.
“noi facciamo un po’ di meditazione prima della Messa, se volete vi aspettiamo”…
eravamo stanche e doloranti dopo un incidente stradale a pochi kilometri dal monastero, ma soprattutto -almeno per quel che mi riguardava- eravamo lontane anni luce dalla parola “messa”.

Quell’uomo dall’italiano elegante e dall’arabo che incantava tutto sembrava tranne un prete malgrado le sue vesti,
così mi sono incuriosita..ho pensato che una messa in arabo sarebbe stata interessante per me che ero una studentessa di quella lingua dai segni morbidi e dai suoni duri. Potevo riconoscere nelle poche parole percettibili qualche passo di Vangelo conosciuto e così aiutarmi nel comprenderla,
oltretutto era un arabo pur sempre recitato da un italiano, con suoni meno stretti di un madrelingua.
E così accettai timida quest’incontro sotto quell’enorme tendone con la vista sulla valle, tra il profumo di incenso, le note lente di una chitarra, il tuo vocione e le molte risate di chi era con te: quella una messa? Cavolo! E chi se l’aspettava…
Sei un uomo che riesce a far sentire a suo agio una blasfema  come me in un luogo sacro come la tua tenda profumata d’incenso, mentre la chiesa veniva ristrutturata da mani sapienti, sei un uomo che mi ha fatto rimpiangere di non esserci tornata spesso a quelle messe nel deserto,
che erano un pozzo di conoscenza linguistica, di suoni incredibilmente familiari.
Sono diventata parte della tua famiglia in pochi secondi lì, e tu ecco che fai parte della mia.
Il tuo volto è tra noi e lo è la tua risata… vorrei stupidamente che niente fosse com’è ora, vorrei ancora essere avvolta da quel colore,
vorrei saperti vivo e non credere alle fonti che iniziano ad accavallarsi.

Vorrei pensare che esiste ancora un gesuita che sento compagno,
vorrei l’amico Paolo, quello che fa un formaggio di capra buonissimo,
vorrei risentire una tua messa, pensa tu!
Proprio io, che col tuo Dio non ho niente a che spartire… ti ringrazio di esser parte della mia famiglia,
ti vorrei di nuovo tra noi Abuna.
Vorrei non aver letto di quei 14 colpi calibro 9 che ti avrebbero colpito, così come racconta questa testimonianza… o di quel cappio e quella buca, come si legge altrove…

speriamo di aver presto altre notizie… ti aspettiamo

Complice e innamorata de “Io sto con la sposa”

25 maggio 2014 1 commento

Un capolavoro del maestro calligrafo siriano Khereddine Obed, che ha disegnato per il film con le lettere del titolo arabo del film: أنا مع العروسة.

Se sto con la sposa?
Sono stata con la sposa passetto dopo passetto, frontiera dopo frontiera, onda su onda, appoggiata su ogni binario e striscia d’asfalto percorsa.
E’ una grande emozione la scoperta di questa meravigliosa avventura, un’emozione che possiamo dire “annunciata” se pensiamo alla brillantezza delle idee e del cuore di Gabriele Dal Grande.
Gabriele, blogger di Fortresse Europe ha ideato questa grandiosa e coraggiosa opera insieme ad Antonio Augugliaro (regista televisivo) e a Khaled Soliman al-Nassiry (poeta siro palestinese), un’opera nata con il crowdfunding : insieme rischiano fino a 15 anni di carcere per favoreggiamento all’immigrazione clandestina.
E’ il sogno del movimento libero dei corpi a rischiare fino a 15 anni di carcere : una cosa che dovremmo rischiare tutti quotidianamente, senza tirarci indietro. Sono vostra complice, sono orgogliosa di sentirmi complice di que
Dietro a questo film, dietro a questi volti, dietro a questa storia nata per caso ci son milioni di sorrisi e sguardi, un intero formicaio costante di corpi che non non hanno altra scelta che lanciarsi contro i nostri fili spinati per provare a raggiungere altro.

Un’avventurosa idea per superare confini che ormai son cortine di ferro,
per riuscire a raggiungere la Svezia dopo uno sbarco a Lampedusa, dopo il mare, la vita appesa sul filo dell’onda, l’attraversamento di quel mondo marino che ormai sembra essere solo un cimitero. Un cimitero di persone in fuga dai più grandi orrori, un cimitero di bimbi e pancioni, un cimitero di giovani uomini e donne che non hanno altra strada avanti che quella di tentare a prendere il mare e raggiungere il nostro vecchio, maledetto, blindato continente.
E allora son meravigliose le parole che questi grandi condottieri del nostro presente hanno scelto per parlare del loro progetto: “in ballo c’è molto di più del nostro lavoro. C’è la possibilità di dimostrare che questo amato Mediterraneo non sia soltanto un cimitero, ma che possa ancora essere il mare che ci unisce.”

Buona fortuna, buon viaggio e soprattutto grazie…
Che dieci cento mille spose al giorno varchino le frontiere della loro libertà…

IO STO CON LA SPOSA
Soggetto, regia e produzione di:
Antonio Augugliaro, Gabriele Del Grande e Khaled Soliman Al Nassiry

“Quale poliziotto di frontiera chiederebbe mai i documenti a una sposa?”

La prima volta che ce lo siamo chiesti, era una sera di fine ottobre del 2013. Da quando la guerra ci era entrata in casa, non parlavamo d’altro. Delle migliaia di persone in fuga dalla guerra in Siria che ogni giorno arrivavano a Milano dopo essere sbarcate a Lampedusa. Alcuni capitava di ospitarli direttamente a casa nostra, e di ascoltare i loro racconti sulla guerra e sui naufragi. Ripartivano tutti nel giro di pochi giorni, sempre senza documenti, pagando cifre da capogiro ai contrabbandieri che li portavano in Svezia. Ma l’eco dei loro racconti continuava a risuonare nelle nostre case e nelle nostre teste. Fino a quando abbiamo deciso di fare qualcosa.

L’idea della sposa, all’inizio sembrava più una battuta che altro. Ma poi lentamente ha preso forma. E quando abbiamo conosciuto Abdallah, Manar, Alaa, Mona, Ahmed e Tasnim ci è sembrato che non potevamo non fare quel salto nel vuoto. Per il semplice fatto che quando trovi un complice ai tuoi sogni, non puoi più tirarti indietro.

All’alba del 14 novembre 2013, ci siamo incontrati davanti alla stazione centrale di Milano. Eravamo ventitré tra ragazzi e ragazze. Amici italiani, palestinesi e siriani. Chi coi documenti, chi senza, ma tutti vestiti eleganti come se stessimo davvero andando a un matrimonio.

Da quando la prima volta avevamo parlato della sposa, erano passati esattamente 14 giorni. È difficile spiegare come siamo riusciti in così poco tempo, e senza soldi, a individuare i personaggi del documentario, a scrivere il trattamento del film e a mettere in piedi una troupe cinematografica. E tutto questo mentre nel frattempo ci occupavamo della logistica del viaggio: noleggiare le automobili, stabilire le tappe, cercare ospitalità. E soprattutto mentre attraversavamo Milano in lungo e in largo alla ricerca di un parrucchiere dove tirare al lucido le acconciature dei nostri cinque personaggi sbarcati due settimane prima a Lampedusa, e di un negozio dove poter comprare cravatte, camicie, completi eleganti e soprattutto un vestito da sposa a prezzi stracciati. Anche se poi, più che il vestito, il difficile è stato trovare la sposa.

Le prime due ragazze siriane a cui l’abbiamo chiesto, ci hanno dato buca. Ormai avevamo deciso che Tareq si sarebbe travestito da sposa. E invece alla fine, ci siamo ricordati che Tasnim era in Spagna. L’abbiamo chiamata ed ha accettato entusiasta. E per fortuna, perché era lei la sposa perfetta per questo film!

Ventimila morti in frontiera nel Mediterraneo sono abbastanza per dire basta. Non sono vittime del fato né della burrasca. Ma di leggi alle quali è arrivato il momento di disobbedire. Per questo motivo ci siamo improvvisati trafficanti per una settimana. E abbiamo aiutato cinque palestinesi e siriani in fuga dalla guerra a proseguire il loro viaggio dentro la Fortezza Europa. Al momento dell’uscita del film, potremmo essere condannati fino a 15 anni di carcere per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ma siamo pronti a correre il rischio. Perché abbiamo visto la guerra in Siria con i nostri occhi, e aiutare anche una sola persona ad uscire da quel mare di sangue, ci fa sentire dalla parte del giusto.

È un rischio folle quello che ci stiamo prendendo. Ma vogliamo credere che esista una comunità di persone, in Europa e nel Mediterraneo, che come noi sognano che un giorno questo mare smetta di ingoiare le vite dei suoi viaggiatori e torni ad essere un mare di pace, un mare dove tutti siano liberi di viaggiare, e dove nessuno divida più gli uomini e le donne in legali e illegali.

Quella comunità esiste. È fatta delle persone che ci hanno ospitato durante il nostro viaggio attraverso l’Europa. E di voi che state leggendo questa pagina. Siamo molto più numerosi di quanto pensiamo. E questo è il film che ci mancava. Un film manifesto in cui riconoscersi, noi che crediamo che viaggiare non sia un crimine e che criminale sia invece chiudere gli occhi di fronte ai morti di viaggio sulle nostre spiagge mediterranee e di fronte ai morti nella guerra in Siria.

Questo film è nato dal sogno di tre persone, senza nessun produttore alle spalle. E ora quel sogno, per essere realizzato, ha bisogno del vostro aiuto.
Pre-produzione, produzione e post-produzione del film costano 150mila euro. Dobbiamo raccogliere almeno la metà della cifra entro la fine di giugno per chiudere il film in tempo per iscriverlo al festival di Venezia a settembre ed essere distribuiti in sala dal prossimo autunno.

Non preoccupatevi se non avete grandi risorse. Anche una piccola donazione può fare la differenza. A patto che convinciate almeno un amico a fare altrettanto. In cambio vi offriamo il download del film, un DVD, un libro, un biglietto del cinema, una maglietta, o una proiezione pubblica in anteprima con noi registi.

E guardate che in ballo c’è molto di più del nostro lavoro. C’è la possibilità di dimostrare che questo amato Mediterraneo non sia soltanto un cimitero, ma che possa ancora essere il mare che ci unisce.

La pagina Twitter: QUI
Il sito: QUI

Da Milano a Stoccolma
“L’idea è nata per caso – ci spiega Gabriele Del Grande, giornalista, che insieme con Antonio Augugliaro, regista televisivo, e Khaled Soliman Al Nassiry, poeta palestinese siriano, ha girato il film – Era fine ottobre io e gli altri due registi eravamo in stazione a Milano a prendere un caffè. Ad un certo punto si avvicina un ragazzo e ci chiede se sappiamo dov’è il treno per la Svezia. Arrivava da Lampedusa, era uno dei sopravvissuti al naufragio del 13 ottobre” – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Io-sto-con-la-sposa-un-film-documentario-che-infrange-le-regole-per-un-Europa-piu-coraggiosa-c95d545d-dce5-4a39-9245-adeda011fa3e.html#sthash.9ckIVLDW.dpuf

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“L’idea è nata per caso – ci spiega Gabriele Del Grande, giornalista, che insieme con Antonio Augugliaro, regista televisivo, e Khaled Soliman Al Nassiry, poeta palestinese siriano, ha girato il film – Era fine ottobre io e gli altri due registi eravamo in stazione a Milano a prendere un caffè. Ad un certo punto si avvicina un ragazzo e ci chiede se sappiamo dov’è il treno per la Svezia. Arrivava da Lampedusa, era uno dei sopravvissuti al naufragio del 13 ottobre” – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Io-sto-con-la-sposa-un-film-documentario-che-infrange-le-regole-per-un-Europa-piu-coraggiosa-c95d545d-dce5-4a39-9245-adeda011fa3e.html#sthash.9ckIVLDW.dpuf

Da Milano a Stoccolma
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