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Archivio per la categoria ‘Migranti e pacchetto sicurezza’

Grecia-Turchia: THE WALL

7 gennaio 2011 1 commento

La costruzione di un muro è sempre la più grande delle sconfitte.

La Grecia conferma le voci che giravano negli ultimi giorni. L’ennesimo scempio sul suolo di questo pianeta, nel Mediterraneo, a pochi passi da casa, nel paese dove “tutto ebbe inizio”. Un altro muro; un altro muro eretto per fermare corpi in movimento, corpi migranti, corpi in cerca di vita e speranze. La conferma viene anche dai numeri, che ora circolano liberamente: sarà un muro lungo 12 kilometri e mezzo, lungo il confine con la Turchia; il tratto più a rischio dei 206 in totale.
Kathimerini, giornale greco, ci dice anche che il Ministero della Protezione del Cittadino inizierà tra poco studi e sondaggi sull’area decisa per il muro: esistenza di proprietà, qualità del suolo, costi della realizzazione e quant’altro. [ci sono agenzie che già parlano di una "fine lavori" a maggio 2011].
Tutto si dovrebbe svolgere su suolo europeo, senza sconfinare in nessun punto nel territorio turco.Non si sa se sarà un reticolato, robusto ed elettrificato, non facilmente danneggiabile: anche se c’è chi parla di una base di cemento e diversi pilastri destinati a reggere il reticolato e gli impianti di video sorveglianza o addirittura di un vero e proprio muro alto tre metri, sulle rive del fiume Martisa, vicino alla città di Orestiada.

Cristos Papoutsis, ministro della Protezione civile ha affermato che Atene deve istallare mezzi di deterrenza all’immigrazione illegale; che non si tratta assolutamente di una misura rivolta contro la Turchia, ma è anzi pensata con l’intento di favorire la collaborazione bilaterale.

 

per Mohammed Bannour, morto sul lavoro, dentro l’università

28 dicembre 2010 Lascia un commento

IL 28 DICEMBRE DALLE 17 ALL’UNIVERSITA’ DI ROMA LA SAPIENZA PRESSO il CANTIERE nella FACOLTA’ DI SCIENZE POLITICHE
ci sarà un’ INIZIATIVA DEL COMITATO 5 APRILE PER RICORDARE L’ENNESIMO MORTO SUL LAVORO, IN UN CANTIERE DELL’UNIVERSITA’ PIU’ GRANDE D’ITALIA…IN FASE DI RISTRUTTURAZIONE.

MOHAMMED BANNOUR, 35 ANNI TUNISINO, E’ MORTO SUL COLPO A CAUSA DEL RIBALTAMENTO DI UN MACCHINARIO CHE
LO HA SCHIACCIATO CONTRO UN MURO. LASCIA LA MOGLIE E TRE FIGLI, UCCISO SUL LAVORO IL 22 DICEMBRE 2010, MENTRE
NELLA CITTA’ DI ROMA SI ESPRIMEVA IL DISSENSO DI STUDENTI E STUDENTESSE ALLA RIFORMA GELMINI.
SI INVITANO COLORO CHE HANNO INTERESSE A MANTENERE VIVA L’ATTENZIONE SUL CASO SPECIFICO E SULLE STRAGI SUL
LAVORO, A PARTECIPARE A QUESTO APPUNTAMENTO.
SI STA ORGANIZZANDO UNA INIZIATIVA CON IL MOVIMENTO STUDENTESCO PER IL 22 GENNAIO 2011, A UN MESE DALLA MORTE
DEL LAVORATORE, ANCHE PER AVERE RISCONTRI SUGLI ESITI DELL’INDAGINE E PER SAPERE SE IN QUEL CANTIERE SONO STATE RISPETTATE TUTTE LE NORME DI SICUREZZA E SALUTE NEI LUOGHI DI LAVORO.

COMITATO 5 APRILE – snodo romano della RETE NAZIONALE SALUTE E SICUREZZA SUL LAVORO
bastamortesullavoro@gmail.com

 

Condanne a Lecce per tutti e 12 gli imputati: ASSOCIAZIONE SOVVERSIVA “SEMPLICE”

21 dicembre 2010 1 commento

Preoccupante, veramente molto. Non tocca imparare parole “nuove” per stare in piazza (come DASPO), ma tocca pure andare a rispolverare le “vecchie” parole usate per tagliarci le gambe. 5 anni e 4 mesi la condanna più pesante: NON CI SONO PAROLE
E si ricomincia con l’associazione sovversiva! Dal sito Macerie:

Lecce, e l’istigazione a delinquere

istigazione«Il 9 dicembre vi è stata la sentenza d’appello del processo Nottetempo contro numerosi compagni a Lecce. Dopo 12 ore di camera di consiglio la Corte ha condannato tutti e 12 gli imputati per associazione sovversiva “semplice” (art.270), ribaltando in parte la sentenza di primo grado. Le pene più pesanti sono state comminate ai 4 compagni che erano già stati condannati in primo grado per associazione a delinquere e altri reati specifici. Per loro le pene sono state rispettivamente di 5 anni e 4 mesi (per il compagno considerato promotore dell’associazione), 2 anni e 8 mesi, 2 anni e 7 mesi, 1 anno e 11 mesi. Altri due compagni condannati in primo grado per reati specifici hanno visto aumentate le pene fino ad un anno e sette mesi. Tutti gli altri assolti in primo grado, sono stati condannati a pene da un minimo di un anno ad un massimo di un anno e 8 mesi.

Condanna inoltre vi è stata per quasi tutti i reati specifici contestati (in primo grado vi erano state numerose assoluzioni) e per istigazione a delinquere, in occasione di due presidi vicino al ex CPT Regina Pacis in cui gli immigrati si erano rivoltati all’interno e alcuni avevano tentato di fuggire. Tale condanna è stata comminata a tutti gli imputati tranne uno, ed è l’unico reato specifico ad essere stato inflitto alla maggior parte degli imputati. Evidente la volontà di colpire una lotta contro un centro di permanenza temporanea, che insieme ad altri fattori aveva portato alla sua chiusura, sulla base anche delle chiare pressioni che il sottosegretario all’interno Mantovano ha effettuato per tutta la durata del processo.»

Di seguito, il testo di un volantino diffuso in questi giorni a Lecce.

Istigazione a delinquere!

La contestazione di questo reato è il perno su cui è ruotato il teorema accusatorio della Corte d’Assise d’Appello di Lecce, servito a condannare per associazione sovversiva 12 anarchici, con pene comprese tra un anno e cinque anni e cinque mesi. Siamo stati accusati di aver istigato gli immigrati internati nell’ex CPT “Regina Pacis” di San Foca affinché dessero vita a rivolte, evasioni, distruzioni del centro. È convincimento utile allo Stato e ai suoi servitori quello di credere che le rivolte nei CPT (ora chiamati CIE) siano frutto di un lavoro di istigazione svolto da pochi sovversivi, e non già pratica endemica alla stessa condizione di reclusione: quando un essere vivente è rinchiuso, spesso si ribella. La storia dei CIE, dalla loro nascita nel 1998 ad oggi, è la dimostrazione più chiara di questa affermazione.

Il “Regina Pacis” è stato un campo di internamento per stranieri poveri come tutti gli altri campi. Al suo interno veniva praticata ogni sorta di nefandezza: somministrazione massiva di psicofarmaci nei pasti per sedare gli internati, pugno di ferro nei loro confronti, pestaggi contro chi si ribellava o provava ad evadere. Non erano anomalie, né pratiche svolte da poche “mele marce”, bensì prassi normale svolte da tutti: dal direttore, don Cesare Lodeserto, ai carabinieri che erano di guardia, agli operatori, passando per i medici che coprivano i massacri sistematici con falsi referti medici. Tutto ciò è anche venuto fuori pubblicamente, suscitando un po’ di scandalo e tanto imbarazzo nella curia leccese che gestiva il centro e nel mondo della politica che lo sorreggeva ideologicamente e lo difendeva pubblicamente. Affinché calasse il silenzio su queste nefandezze e questo imbarazzo, è stato necessario mandare don Cesare a fare il missionario per conto di Dio. Ora è in Moldavia, dove continua a fare le sue porcate e a ingrassare i suoi conti e quelli della curia.

Davanti ad uno scenario del genere, è l’esistenza stessa di questi centri a rappresentare una “istigazione a delinquere”, perché non si possono chiudere gli occhi davanti alla vita reclusa in quanto priva del giusto documento in tasca, di fronte alle torture inflitte per mano democratica e statale. Non si può tacere quando centinaia di disgraziati periscono nel deserto, in migliaia annegano nei mari o muoiono sugli scogli appena sbarcati, mentre altri ingrassano su tutto ciò in nome dell’accoglienza. Chiunque dovrebbe sentirsi istigato davanti ad una situazione del genere, per fermare questo abominio. Chi non lo fa e resta nel silenzio si rende complice, come la maggioranza silenziosa dei tedeschi era complice di Auschwitz. Noi abbiamo raccolto questa istigazione e abbiamo reagito, e la discriminante non è stata il codice penale, bensì l’etica individuale.

Essere sovversivi, di fronte a tutto ciò, è davvero solamente il minimo…
Sovversivi senza Associazione

Non abbiamo un avvenire da vendere, solo un presente in cui giocare
Lotta ai lager, vendetta statale, strategie repressive e urgenza della rivolta.
Scarica, stampa e diffondi il volantino

macerie @ Dicembre 20, 2010

 

BRESCIA MAY DAY

8 novembre 2010 1 commento

Brescia May day! May day!

Da settimane i migranti bresciani sono in mobilitazione permanente  contro la sanatoria truffa che dopo aver aperto una speranza di  regolarizzazione ha sbattuto le porta in faccia ai tanti e tante  costretti alla clandestinità da leggi disumane come la Bossi- Fini e il  Pacchetto Sicurezza targato Maroni. Proprio da Maroni arriva l’ordine perentorio di stroncare la protesta: distruggendo i presidi che si erano  organizzati e costringendo sei persone a salire su una gru a 35 metri di  altezza dove stanno dal 30 ottobre. Ma la follia sanguinaria di chi  gestisce l’ordine pubblico non si è fermata neanche di fronte a questo gesto di disperata determinazione e alla imponente manifestazione di massa tenutasi sabato scorso: questa mattina all’alba hanno scaricato la loro violenza sui presenti al presidio provocando decine di feriti e oltre 30 persone in stato di fermo.

Brescia lancia l’allarme rosso e Roma risponde convocando un’assemblea cittadina per questa sera alle ore 19.00 presso il Volturno con lo scopo
di (auto)organizzare la nostra solidarietà attiva, quella di tutte le realtà ed i singoli impegnati quotidianamente nella battaglia per i
diritti per tutti/e.

Siamo tutt@ clandestin@
Antirazzisti e antirazziste roman@
QUI POTETE ASCOLTARE LE CORRISPONDENZE DI QUESTA MATTINA DI RADIO ONDA ROSSA: 1- 23

Un po’ di notizie dai CIE e un comunicato delle compagne su Joy

4 novembre 2010 Lascia un commento

Dopo qualche mese dall’uscita di Joy dal circuito Cie-carcere-Cie, ci siamo incontrate all’interno dell’appuntamento nazionale di Torino contro i Cie e le espulsioni (21-24 ottobre) per confrontarci tra compagne provenienti da varie città sul proseguimento della lotta contro i lager della democrazia.
L’imminente scadenza del 2 dicembre, giorno fissato per l’udienza preliminare dell’ispettore capo di polizia Vittorio Addesso (alle ore 12), ci ha trovate ancora una volta unanimi nel rifiutarci di delegare allo Stato e ai suoi tribunali l’accertamento di una verità che già da un anno andiamo ribadendo: nei Cie la polizia stupra.
Una verità che è emersa non appena la legge Turco-Napolitano ha creato i Cpt, nel 1998. La quotidianità di ricatti sessuali e stupri contro le donne immigrate da parte di uomini in divisa dentro e fuori i lager della democrazia è, per noi, un dato di fatto. Come è un dato di fatto il sistema di connivenze che garantisce a questi aguzzini la licenza di fare ciò che vogliono dei corpi di uomini e donne reclusi nei Cie e in ogni altra istituzione totale.
I Vittorio Addesso possono esistere perché ci sono magistrati che denunciano le donne che, come Joy ed Hellen, hanno il coraggio di rompere il silenzio. Ricordiamo, infatti, che Antonella Lai, in qualità di giudice del processo contro le/i rivoltose/i di Corelli, in sentenza ha disposto la trasmissione degli atti alla procura per il reato di calunnia contro le due ragazze nigeriane.
I Vittorio Addesso possono esistere perché ci sono quelli che, come Massimo Chiodini, responsabile della Croce Rossa nel lager di Corelli, pur di garantirsi lauti profitti sono disposti a testimoniare il falso e a coprire gli abusi. Ma d’altronde che aspettarsi da chi ha scelto di ingrassare il proprio portafogli lavorando per gli enti gestori dei Cie? Che si chiami Croce Rossa o Lega Coop per noi non fa alcuna differenza, e ci fa lo stesso schifo.
I Vittorio Addesso possono esistere perché sanno che questori come Vincenzo Indolfi – ex questore di Milano, recentemente promosso a prefetto con funzione di ispettore generale di amministrazione del consiglio dei ministri – e ministri come Roberto Maroni faranno di tutto per espellere quell’immigrata che osi denunciare un poliziotto per violenza sessuale nel Cie.

Le continue ribellioni e fughe dai lager della democrazia dimostrano una sola cosa: i Cie vanno chiusi senza se e senza ma. Di quei luoghi non possono che rimanere macerie, per ricordare che per creare tali abominii non c’è bisogno di un regime nazista ma è sufficiente la logica disumanizzante dello sfruttamento di donne e uomini.
Non intendiamo essere complici di uno Stato che, dopo aver fatto di tutto per chiudere la bocca ad una donna che ha avuto il coraggio di ribellarsi contro il suo aguzzino, ancora una volta utilizzerà la logica ipocrita delle “mele marce” per farsi garante della giustizia.
Marcio, per noi, è tutto il sistema: chi costruisce i Cie, chi li gestisce, chi deporta donne e uomini immigrati e rom, chi discrimina a colpi di leggi, chi sfrutta lavoratori e lavoratrici, chi fa della sicurezza un’arma di comando e controllo, chi usa gli stupri per criminalizzare in base al passaporto e tace sulle violenze quotidiane che avvengono nella “sacra famiglia”, chi condanna le donne che reagiscono, senza delegare, a vessazioni e violenze.
Siamo dalla parte di chi si ribella, perché anche noi ci ribelliamo quotidianamente.
Non ci interessano i rituali e le ipocrisie di chi si dichiara contro la violenza sulle donne e poi distingue o strumentalizza in base alle proprie convenienze.
Il 25 novembre 2009, quando ci siamo mobilitate contro i Cie in diverse città in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, a Milano la polizia caricò con violenza e ripetutamente il presidio in piazzale Cadorna perché uno degli striscioni esposti diceva a chiare lettere che “Nei centri di detenzione per immigrati la polizia stupra”. Quelle cariche avevano, da parte della questura milanese, il chiaro obiettivo di stroncare sul nascere lo smascheramento di connivenze e coperture sulle violenze sessuali nei Cie. Di molestie e stupri nei Cie non si doveva parlare, perché questo avrebbe aperto un varco nella cloaca del dispositivo. Ma il poliziesco atto di forza in piazzale Cadorna si palesò immediatamente per quanto era in realtà: un grande atto di debolezza e paura nei confronti di pratiche ed enunciati che andavano formandosi.
Nei mesi successivi intimidazioni e denunce si sono susseguite nei vari territori contro chi andava ribadendo la realtà della violenza quotidiana nei lager della democrazia, in particolare contro le donne immigrate. Tutto questo non ci ha fatte arretrare di un passo!
Ad un anno di distanza proponiamo che il prossimo 25 novembre sia l’inizio di una settimana di lotta contro i Cie come luoghi di sopruso ed abominio, dove la violenza di genere è pratica quotidiana, una lotta che ciascuna realtà declinerà come vuole nel territorio in cui agisce per poi convergere a Milano il 2 dicembre in un presidio sotto al tribunale, consapevoli di non essere lì per sostenere una “vittima”, ma una donna che si è ribellata alla violenza di un uomo – di un uomo in divisa.
E non sarà che un nuovo inizio…

Tutte quelle che non intendono essere complici

DAL LAGER DI VIA CORELLI:

Ieri notte a Corelli, intorno alle due, è scoppiata, nella sezione C l’ennesima rivolta. Cartoni e suppellettili bruciate. Il motivo scatenante è stata un’irruzione della polizia in una sezione verso le due del mattino per fare “la conta” manganelli alla mano. L’irruzione della polizia di notte non è una novità. Ci raccontano che spesso gli sbirri entrano nelle sezioni verso le due del mattino per fare “perquisizioni”. Più precisamente entrano nelle camere, denudano tutti i detenuti e li lasciano lì in piedi e al freddo. Li insultano, li colpiscono con i guanti, con le mani, ripetono che loro lì hanno solo “il diritto di non avere diritti” e che sono loro che comandano. Queste le “perquisizioni”.
La “conta”, invece, è in genere gestita dalla solerte Croce Rossa, che con funzioni sempre più di polizia, tre quattro volte a settimana entra di notte nelle camere e si accerta che nessuno sia scappato via. Ieri invece è stata la polizia a entrare nelle sezioni per “contare”, manganelli alla mano, i reclusi. Quando i ragazzi vedono che una trentina di sbirri in antisommossa che vogliono entrare cominciano a bruciare dei cartoni per fermarli. Gli sbirri spengono il fuoco con delle canne dell’acqua, entrano in una stanza e si mettono a pestare un ragazzo mentre è a letto. Quando i suoi compagni di cella cercano di fermarli, cominciano a pestare pure loro al grido di “negri di merda”, mentre altri sbirri gettano loro addosso secchiate d’acqua gelata e li costringono a denudarsi. In almeno sette finiscono all’ospedale per le botte prese. In sei rientrano con fasciature alla testa e alle braccia, uno è ancora ricoverato per le botte prese in testa. Non contenti stamattina gli sbirri hanno proceduto ad un pestaggio nella sezione E.
Da dentro si chiedono, terrorizzati: “questa notte a chi toccherà?”
Questo il numero di Corelli: 02.70001950

LA VENDETTA

La Digos di Caltanissetta ha eseguito 10 delle 17 ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di extracomunitari che nella notte tra il 13 e 14 novembre 2009 parteciparono alla rivolta degli ospiti del Centro di identificazione ed espulsione di Pian del lago. La polizia ha effettuato gli arresti a Bologna, Perugia, Torino e Firenze, dove si erano trasferiti gli extracomunitari dopo aver lasciato il centro di Caltanissetta. Quella notte a Pian del lago c’erano 96 ospiti e 21 di essi guidarono i disordini nella struttura di accoglienza, devastando i padiglioni e incendiando vestiti, materassi e coperte. Tentarono inoltre di coinvolgere altri ospiti nella rivolta, che durò fino all’alba e impegnò poliziotti, carabinieri, militari dell’esercito e i dipendenti della cooperativa Albatros che gestiva l’assistenza e la refezione per gli extracomunitari. Nelle ore seguenti tutti gli ospiti vennero trasferiti da Caltanissetta all’aeroporto di Catania e da lì nei Cie di Lamezia Terme, Crotone, Bologna, Gorizia e Modena, con voli charter organizzati dal dipartimento della pubblica sicurezza. I gravi danni causati ai tre padiglioni del Cie di Pian del lago, sono stati quantificati dal consulente incaricato dalla Procura in circa 300 mila euro. A distanza di quasi un anno il ministero dell’Interno ha stanziato 1 milione e 50 mila euro per il completo ripristino della struttura. Per quella vicenda furono chieste a giugno scorso 21 ordinanze di custodia cautelare, ma 4 furono annullate. Su 17 provvedimenti 10 sono stati appena eseguiti. [Ansa]

 

Chiedendo l’asilo politico: racconti dalla questura romana

27 ottobre 2010 1 commento

Pubblico questa notizia che sta girando per la rete e che potete trovare sulla homepage del sito dell’associazione Senza Confine.
Niente di nuovo, niente che ci stupisce, niente che ci lascia a bocca aperta … ma credo sia comunque importante sapere cosa accade a chi richiede l’asilo politico nel nostro paese.

Ciò che segue è il racconto di quella che Bianca, Valeria e Aldo, volontari di Senzaconfine, hanno definito “una mattinata di ordinaria follia”, vissuta oggi insieme ai richiedenti asilo (i nomi riportati sono di fantasia) che ogni mattina (o meglio dal lunedì al giovedì, perchè il venerdì non si riceve il pubblico) si mettono in fila la mattina molto presto, con il caldo e con il freddo, sperando di rientrare nel ristretto numero dei fortunati che passano dalla clandestinità alla condizione di richiedenti asilo (solo la prima tappa di un lungo gioco dell’oca….con caselle Dublino, CARA, Commissione, Tribunale, etc…).
Alcuni fra voi conosceranno questo tipo di racconto; negli anni è successo svariate volte. Ma quello che voglio farvi notare oggi è che fortunatamente questi volontari hanno reagito, non hanno pensato che non serve a nulla parlarne, e hanno pensato di scrivere quanto successo oggi. E’ un dialogo surreale, specchio di cosa è diventata oggi l’Italia, così come surreale è che un agente di polizia pensi che chi cerca di far rispettare i diritti delle persone che vengono così impunemente violati altro non sia in realtà che un profittatore.
Lascio a voi i commenti; da parte mia aggiungo solo due righe prese in prestito da Pablo Neruda e che mi sono arrivate da qualcuno in rete: “La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle”.

Car*,
vi scrivo per raccontarvi quello che è successo oggi in questura, o meglio, quello che io Bianca, Aldo, Valeria e Mehmet abbiamo dovuto subire oggi.
Come sapete il povero Mehmet è andato ben quattro volte in questura prima di oggi, ma ogni suo tentativo di fare domanda di asilo politico è stato vano perchè ogni volta è stato brutalmente cacciato dalla poliziotta opportunamente soprannominata da Aldo “la belva”.
Questa mattina, quando siamo arrivati, lui era già il primo della fila al cancello. Noi ci siamo messi in disparte, aspettando di vedere cosa sarebbe successo. Chiaramente la belva l’ha riconosciuto e, invece di dargli il modulo per la richiesta asilo, gli ha urlato contro dicendogli “Turchia?!?!te ne devi annà a casa!”, mimando il tutto con un esplicativo gesto della mano. 
A quel punto sono intervenuta dicendo che lo accompagnavo per sapere il motivo per cui non potesse fare richiesta d’asilo; non mi è stata data risposta, ma dopo 5 minuti lui ha ricevuto il suo modulo. Hallelujah!
Ma il peggio doveva ancora arrivare…
Alle 11.30 finalmente ci chiamano allo sportello. Riporto il dialogo che abbiamo avuto (io e Valeria abbiamo scritto su un quaderno tutto quello che ci hanno detto mentre tornavamo in metro, cercando di evitare interpretazioni)

LA BELVA: Questo ha preso ‘n’espulsione a Bolzano, e dopo manco 3 giorni già è venuto a Roma? Perchè non ha chiesto asilo lì?
MEHMET (tradotto da Aldo): Sono venuto a Roma perchè a Bolzano la polizia mi ha cacciato e mi ha impedito di fare domanda d’asilo.
LA BELVA: E hanno fatto bene! Come ho provato a fà io ‘stamattina!
BIANCA: Ma è un suo diritto fare domanda d’asilo!
LA BELVA: Ah si? E perchè è venuto a Roma? To’ dico io perchè! Perchè questo è ‘r paese dei balocchi. A Bolzano o rimannavano a casa. E invece qua ce state voi che aiutate questi…
POLIZIOTTA 2: E poi ve ‘nformate un pò de questi che aiutate? Chi sò questi? Voi aiutate pure l’assassini!
BIANCA: Ma perchè lui è un assassino?
POLIZIOTTA 2: é ‘n’esempio, pè dì!
LA BELVA: Si ma perchè pè loro sò tutti bboni, sò tutti bbravi. Tanto a voi ve pagano!
BIANCA E VALERIA (all’unisono!): No veramente noi non siamo pagati!
LA BELVA: forse voi no ma l’associazione ne pija dè sordi!
BIANCA E VALERIA (di nuovo all’unisono): No veramente no!
LA BELVA: E pè che o fate, pè la gloria??
BIANCA: No, perchè crediamo sia giusto far rispettare i diritti…
LA BELVA: Ah la giustizia. BRAVE BRAVE (battendoci anche le mani)
LA BELVA: si ma comunque perchè è venuto a Roma?
BIANCA: Guardi è venuto anche perchè a Roma c’è un grande centro di curdi…
LA BELVA (rivolgendosi all’altra poliziotta): eh sì, perchè nun c’o sai che i Turchi sò tutti curdi? Dò sta scritto che questo è curdo?
BIANCA: Sul suo documento!
POLIZIOTTA 2: Ah si? e faccelo vedè sto documento!
(gli diamo la carta d’identità di Mehmet)
POLIZIOTTA 2:e ‘ndò sta scritto Kurdistan?
ALDO: Ma guardi se mi dice la città glielo dico io, ci ho vissuto 10 anni in Turchia (e sottovoce) altrimenti le porto una cartina!

Nel frattempo finiscono di sistemare i fogli e gli tirano il suo modulo perchè aveva sbagliato a scrivere la data di arrivo in Italia, mettendoci la data di oggi.
In più tutta la conversazione è stata condita da commenti sul fatto che tanto lo status non glielo danno, che questi vengono solo per dargli un pò più di lavoro a loro, commenti sul povero Mehmet (la poliziotta lo guardava e diceva “guarda che faccia” ed è volato anche un ” ‘sto pezzo de merda!”)
Bè, peggio di così…
Continua Aldo, che parla la lingua turca: Mehmet doveva ancora aspettare che gli venisse materialmente consegnato il tagliando di prenotazione che finalmente gli era stato promesso, occorreva un po’ di tempo perché lo preparassero, per cui anche io me ne stavo nel salone ad aspettare, ad una trentina di metri dallo sportello, quando, da dietro lo sportello, un funzionario mi fa cenno con le mani di andare da lui allo sportello.
Gesticolando con le mani mi schermisco: cosa c’entro io? Lui insiste, per cui mi avvicino per capire cosa vuole, lui mi indica una signora al suo fianco, dietro il vetro dello sportello, vestita in abiti civili, italiana, la quale inizia con me una conversazione mezza in turco e mezza in italiano…
comincia a chiedermi se sono turco o italiano, e cosa ci vengo a fare lì; gli dico che i richiedenti hanno talvolta difficoltà per la lingua, e mi avevano chiesto un aiuto per comunicare allo sportello; lei mi risponde di essere proprio lei la interprete della questura incaricata per la lingua turca; io le rispondo che sono lietissimo che in questura esista anche una interprete per la lingua turca, ma che proprio non ero riuscito ad accorgermene, perché avevo constatato la volta scorsa ed oggi stesso che invece quando i kurdi arrivavano allo sportello non c’era nessun presente che facesse da interprete per loro, tanto meno lei; ma certo! – mi risponde – lei sovente è nelle stanze interne, compare solo quando… i funzionari di polizia la chiamano.
Poi mi dice che io potrei occupare meglio il mio tempo, che così facendo si favorisce l’immigrazione clandestina, che esistono molte associazioni che si occupano di assistenza ai rifugiati, se proprio voglio rendermi utile dovrei farlo lì invece che venire in questura , al che le rispondo di concordare con lei sull’utilità di impiegare meglio il mio tempo, e sul fatto che andare a spasso nei parchi sia assai più gradevole che venire in questura, ma che in tal caso sarebbe utile che lei fosse veramente presente allo sportello quando ce n’è bisogno, in modo da permettere la comunicazione in turco senza che io debba venir fin lì…

27/10/2010

Jimmy Mubenga, morto soffocato in volo durante un rimpatrio

18 ottobre 2010 1 commento

“Non respiro, non respiro”, ma le guardie private non gli credono. Jimmy Mubenga, 58 anni, è morto ammanettato al sedile dell’aeroplano che lo stava riportato in Angola.

Immigrato irregolare, l’uomo era scortato da tre guardie private. “Due erano sedute ai lati, mentre una terza aveva il posto davanti al suo”, racconta Kevin Wallis, ingegnere che si trovava seduto vicino a Mubenga. “Continuava a dire che non riusciva a respirare, ma le guardie, dopo le mie proteste, mi hanno detto che sarebbe stato bene una volta in volo”.

Invece l’aereo della British Airways, in partenza da Heathrow martedì sera, non è mai decollato. Mubenga è stato trasportato in ambulanza verso l’ospedale, ma i medici non hanno potuto fare altro che constatarne la morte. Ora la polizia ha aperto un’indagine per capire cosa sia andato storto e se le guardie abbiano avuto un ruolo nella morte. “Lo tenevano giù con forza, troppa forza, anche se lui si lamentava”, denuncia Wallis. Nel 2006 Mubenga era stato condannato a due anni di reclusione per lesioni personali dopo una rissa in un nightclub.

da Peacereporter e The Guardian

 

TORINO: 3 giorni contro le espulsioni

13 ottobre 2010 2 commenti


Giovedì 21 ottobre

Ore 21.00 – “Come inceppare la macchina delle espulsioni: esperienze di lotta a confronto”

Venerdì 22 ottobre
Ore 21.00 – “Assemblea sulle lotte contro la costruzione di nuovi Cie”

Sabato 23 ottobre
Ore 12.00 – Presidio a Porta Palazzo
Ore 21.00 – “I muri e le guerre della Fortezza: macchina delle espulsioni ed industria bellica”

Domenica 24 ottobre
Ore 16.00 – Presidio al Cie di corso Brunelleschi

Tutte le assemblee si terranno presso El Paso occupato in via Passo Buole, 47 – Torino
Portati il sacco a pelo!

Per informazioni:
next2010.noblogs.orgnext2010@autistici.org / +39.331.33.66.237

Rivolta di migranti: chiuso aereoporto di Cagliari

11 ottobre 2010 Lascia un commento

Dalle 15 la rivolta è scoppiata in tutto il centro di prima accoglienza Elmas di Cagliari, costruito all’interno dell’aereoporto militare di Elmas, sito dentro lo stesso scalo civile di Cagliari. La terza volta in 11 giorni dentro quella struttura, cosa che ci dice da sola le condizioni di vita dei migranti rinchiusi lì dentro. L’ennesima ondata di sbarchi degli ultimi giorni ha fatto letteralmente esplodere la struttura cagliaritana con più di cento persone presenti e nel primo pomeriggio la rabbia dei migranti è riuscita a rompere il cordone di sicurezza che separa l’area dal centro. Circa una ventina di persone hanno raggiunto la pista correndo: le torri di controllo (che si trovano a meno di 150 metri) hanno dato immediatamente l’allarme ed è stato deciso il blocco totale dello scalo sardo, sia per gli arrivi che per le partenze. Ora sono all’opera le forze di polizia che rastrellano la zona alla ricerca di chi è riuscito a darsela a gambe: già in 4 sono stati presi all’interno dell’aereoporto.

La struttura per un paio d’ore è stata letteralmente occupata dai migranti, tanto che la situazione è ritornata “sotto controllo” solamente dopo l’intervento della squadra mobile di Cagliare che, dopo aver circondato la palazzina e fatto un fitto uso di lacrimogeni, ha fatto irruzione per riconquistarne il controllo. L’operazione al momento è ancora in corso, quindi le notizie sono abbastanza povere: pare che buona pare del centro sia distrutto.
Inizialmente l’ENAC aveva fatto sapere che lo scalo cagliaritano non avrebbe riaperto prima delle 22, ma pochi minuti fa le agenzie hanno iniziato a riportare un’imminente riapertura, dopo il blitz della polizia.

SCIOPERO DEL LAVORO NERO tra Napoli e Caserta

9 ottobre 2010 1 commento

IERI DALLE 5 DI MATTINA ALLE 18 LE ROTONDE TRA NAPOLI E CASERTA SI SONO FERMATE…NIENTE CAPORALI A CARICAR SCHIAVI!
UNA GIORNATA IN CUI S’E’ RESPIRATA UN’ARIA NUOVA, DI RIBELLIONE E DIGNITA’.
IL LORO COMUNICATO E QUALCHE IMMAGINE, IN ATTESA DI SAPERE COME ANDRA’ LA MANIFESTAZIONE DI OGGI.

Oggi si è fermato il mercato delle braccia in Campania! Si sono fermati migliaia di migranti costretti a lavorare in nero principalmente in edilizia e in agricoltura con paghe sempre più basse (ormai anche sotto i 20 euri a giornata) e condizioni di sicurezza inesistenti. 
E tantissimi hanno deciso di metterci la faccia contro il lavoro in nero e la discriminazione, scendendo in piazza con cartelli e volantini in quegli stessi luoghi dove ogni giorno caporali e padroncini reclutano i propri Kalifoo (lett. “schiavo a giornata”).
Lo sciopero dei “Kalifoo” si è così palesato nei principali siti del lavoro nero (almeno venti in tutta la provincia di Napoli e di Caserta), da Casal di Principe a Baia Verde (Castelvolturno), da Villa Literno a Licola, Afragola, Scampia, Quarto, Caivano, Qualiano, Marano, Villaricca e Giugliano…. Con il supporto sul campo degli antirazzisti campani.
Un evento per certi aspetti storico, perchè mai prima d’ora in Campania (e in Italia), gli immigrati sfruttati in nero avevano scioperato così massicciamente, decidendo coraggiosamente di mostrarsi, col rischio di rappresaglie dei caporali o di compromettere il rapporto di lavoro con il padroncino di turno.
Una scelta fatta per rivendicare diritti e dignità, salario e sicurezza, a partire da quel permesso di soggiorno senza il quale è impossibile sfuggire ai ricatti e molto spesso trasforma le vittime in colpevoli: sono clamorosi infatti gli effetti della cosiddetta “direttiva Maroni contro il lavoro nero”, che invece di colpire i caporali e lo sfruttamento, si è tradotta in retate di massa contro i lavoratori immigrati!
Regolarizzazione, allargamento dell’articolo 18, recepimento coraggioso della direttiva europea sull’emersione del lavoro nero: sono tanti gli strumenti possibili ma finora elusi da un governo attestato su posizioni ideologiche e repressive. Per non parlare della condizione sempre più precaria dei tantissimi che in Italia sono rifugiati o hanno chiesto protezione umanitaria.
Lo sciopero di oggi dice a tutti che il lavoro immigrato in Campania non è solo quello di colf e badanti e chiede una presa di posizione decisa di tutti gli attori sociali e politici veramente democratici. In un territorio devastato dal lavoro nero come da una piaga secolare, i migranti hanno dato a tutti, anche agli autoctoni, un segnale di coraggio importante! Allo stesso modo bisogna rispondere: basta repressione, basta leggi xenofobe, si alla regolarizzazione e ai diritti!
La mobilitazione continuerà domani con il corteo a Caserta insieme alle iniziative che si tengono in tutta italia e che termineranno il 15 ottobre in un presidio nazionale sotto il ministero dell’Interno, per poi partecipare, il giorno dopo, al corteo dei metalmeccanici.

Movimento degli Immigrati e dei Rifugiati

Migranti, espulsioni, testate e carcere

2 ottobre 2010 1 commento

Fuori strada

Per evitare di lasciare l’Italia ha messo a repentaglio la propria vita e quella dei tre agenti incaricati di accompagnarlo a Malpensa, dove avrebbe dovuto imbarcarsi su un aereo diretto al suo paese d’origine. È successo ieri pomeriggio e per l’uomo, un egiziano destinatario di un provvedimento di espulsione, si sono aperte le porte del carcere.
I tre poliziotti sono finiti in ospedale e dimessi con prognosi di 17, 7 e 3 giorni. Ad avere la peggio l’agente che ieri pomeriggio si trovava alla guida della Fiat Stilo con i colori d’istituto diretta all’aeroporto. Mentre viaggiava nella corsia di sorpasso della tangenziale, giunto all’altezza dell’uscita per Borgaro, è stato aggredito dallo straniero che, liberatosi dalla cintura di sicurezza l’ha afferrato per il collo e gli ha rifilato una testata.
«L’intenzione – sostiene Luca Pantanella, vicesegretario nazionale del sindacato Ugl-Polizia – era quella di fare uscire di strada i poliziotti ma la bravura dell’autista e l’intervento dei colleghi ha evitato il peggio.» Il conducente è riuscito ad evitare le altre vetture e i Tir che in quel momento percorrevano la tangenziale ed ha raggiunto la corsia di emergenza dove lo straniero è stato bloccato.
«Questa volta – dichiara Pantanella – tre agenti sono rimasti feriti, ma non vogliamo che in futuro si possa parlare di tragedia.» Per questo l’Ugl chiede «al Questore e al ministero degli Interni che i servizi di accompagnamento alla frontiera siano effettuati con mezzi idonei, che separino gli autisti dalle persone accompagnate, che essendo destinatarie di un provvedimento di espulsione non possono essere ammanettate, e che il parco auto sia potenziato.» da CronacaQui Torino

Aggiornamento 1 ottobre – mattina. Dopo una piccola ricerca abbiamo scoperto che il ragazzo arrestato sulla via di Malpensa, Hisham, aveva ottimi motivi per opporsi alla propria espulsione: tutta la sua famiglia, difatti, vive in Italia e in Egitto lui non ha più nessuno.  Nel Cie da più di quattro mesi, ultimamente la polizia lo teneva separato dagli altri suoi compagni, in isolamento.  Come potrete immaginare, invece, non siamo in grado di dirvi nulla sulla dinamica dei fatti occorsi in tangenziale, per cui siamo costretti a tenerci solo le lamentele di Pantanella e di Torino Cronaca. Non appena avremo ulteriori aggiornamenti, ve li comunicheremo.
Aggiornamento 1 ottobre – pomeriggio. Stamattina c’è stata l’udienza di convalida dell’arresto: Hisham sarà scarcerato questa sera! E pare che non sarà riportato al Cie, come spesso accade in questi casi, ma riceverà “soltanto” l’ordine di lasciare l’Italia entro 5 giorni.

macerie @ Settembre 30, 2010

Quando a svegliarti è un plotone di robocop …

20 settembre 2010 Lascia un commento

Questa mattina alle 4 la polizia è entrata in forze, caschi in testa e manganelli in mano, nelle camerate del Cie di Gradisca. Ha svegliato i reclusi e per cominciare li ha fatti sdraiare tutti per terra. Dopo questa sveglia, tutti i reclusi (un’ottantina) sono stati concentrati in un’unica camerata (che di solito contiene 8 persone), mentre la polizia effettuava una perquisizione in tutte le altre celle. Al termine delle operazioni, i prigionieri sono stati di nuovo smistati nelle camerate, ma opportunamente rimescolati. Tutto questo gran lavoro da parte delle forze dell’ordine ha ovviamente ritardato la distribuzione dei pasti e delle sigarette. Pare che questa perquisizione sia una rappresaglia per un tentativo d’evasione sventato ieri (l’ennesimo, e nonostante le condizioni di reclusione a dir poco proibitive).

macerie @ Settembre 20, 2010

Lettera dei reclusi nel C.I.E. di Gradisca

15 settembre 2010 Lascia un commento

Dalla homepage di Radio Onda Rossa, una lettera da Gradisca

Noi stiamo scioperando perché il trattamento è carcerario, abbiamo soltanto due ore d’aria al giorno, una al mattino e una la sera, siamo tutti rinchiusi qui dentro, non possiamo uscire. Ci sono tre minorenni qui dentro, sono tunisini e hanno sedici anni, ci chiediamo come mai li hanno messi qui se sono minorenni? Il cibo fa schifo, non si può mangiare, ci sono pezzi di unghie, capelli, insetti. Siamo abbandonati, nessuno si interessa di noi, siamo in condizioni disumane.

La polizia spesso entra e picchia. Circa tre mesi fa con una manganellata hanno fatto saltare un occhio ad un ragazzo, poi l’hanno rilasciato perché stava male e non volevano casini, e quando è uscito, senza documenti non poteva più fare nulla contro chi gli aveva fatto perdere l’occhio. Ci trattano come delle bestie. Alcuni operatori [della cooperativa Connecting People che gestisce il Centro, n.d.r.] usano delle prepotenze, ci trattano male, ci provocano, ci insultano per aspettare la nostra reazione, così poi sperano di mandarci in galera, tanto danno sempre ragione a loro. C’è un ragazzo in isolamento che ha mangiato le sue feci. L’hanno portato in ospedale e l’hanno riportato dentro. È da questa mattina che lo sentiamo urlare, nessuno è andato a vederlo, se non un operatore che l’ha trattato in malo modo.
Il direttore fa delle promesse quando ci sono delle rivolte, poi passano le settimane e non cambia mai niente. Da due giorni siamo in sciopero della fame e il medico non è mai entrato per pesarci o per fare i controlli, entra solo al mattino per dare le terapie. Continueremo a scioperare finchè non cambieranno le cose, perché sei mesi sono troppi e le condizioni troppo disumane. Questo non è un posto ma un incubo, perché siamo nella merda, è assurdo che si rimanga in queste gabbie. Sappiamo che molta gente sa della esistenza di questi posti e di come viviamo. E ci si chiede, ma è possibile che le persone solo perché non hanno un pezzo di carta debbano essere rinchiuse per sei mesi della loro vita?
Reclusi del Cie di Gradisca

Fuoco nel CIE di Via Corelli!

12 settembre 2010 Lascia un commento

Da MACERIE

Quattro giorni fa nel Cie di via Corelli a Milano un ragazzo si rompe la gamba giocando a calcio. Oggi chiede di essere curato, ma la Croce Rossa (sempre solerte nelle sue mansioni sbirresche), invece di prendersi cura del recluso decide di chiamare direttamente la polizia, che comincia a picchiarlo.
I suoi compagni cacciano la poliza fuori dalla cella, barricano le porte e cominciano a bruciare i materassi. Di lì a poco il fuoco della protesta si estende ad altre due sezioni, mentre la polizia in assetto antisommossa cerca di entrare per spegnere gli incendi. Dopo qualche ora, a fatica, la polizia riesce a spegnere gli incendi e a portare via quattro o cinque reclusi, in manette. Tra di loro, anche il ragazzo con la gamba ingessata.

Ascolta una telefonata con un recluso del Cie di  Milano http://www.autistici.org/macerie/?p=27973

*Aggiornamento – ore 23.00. * Due intere sezioni sono gravemente danneggiate: senza vetri, senza materassi, le pareti completamente annerite. Nonostante questo, i reclusi sono stati riportati lì dentro sotto minaccia di botte e ritorsioni. Gli arresti sono stati effettivamente cinque, e due reclusi sono stati liberati in serata.

macerie @ Settembre 11, 2010

Un paese di questurini, che fa finta di occuparsi di lapidazioni (solo iraniane ovviamente)

11 settembre 2010 Lascia un commento

Ne parlavamo l’altro giorno a quattr’occhi: non si evade più.
I numeri parlano da soli: nel 2010 ci sono stati 9 tentativi d’evasione dalle carceri italiane.
Nulla, se contiamo che mai come ora c’è stato un numero così alto di detenuti.

E non si evade…ti credo!
E dove vai? Esci per andare dove? Chi ti protegge? Chi ti nasconde? Chi batterà le mani al fatto che ti sei riappropriato della tua libertà?
Un paese di questurini, di ammiratori travaglisti dei tribunali e dei giudici, di lettori di Saviano e dei suoi amici Carabinieri, un paese che col suo popolo viola (l’avanguardia sinistrorsa no? mamma mia che schifo!) sa chiedere solo manette.
Un paese che si indigna per la lapidazione di Sakineh ma parallelamente espelle in Nigeria le prostitute fermate senza regolare permesso di soggiorno: faranno la stessa sorte di Sakineh, ma non è Iran, quindi non ce ne frega un cazzo!! Ipocrisia da P.D., ipocrisia da personaggi “di sinistra”, da non violenti, da pacifisti, da burattini manovrati quali sono!
E così anche i medici diventano guardie: i medici denunciano, i medici con il filo diretto con la Questura.
Ecco qui l’articolo da Macerie:

Trappole e vendette questurine

Mentre la Prefettura di Gorizia annuncia che sono stati autorizzati i lavori di ristrutturazionedel Cie – come ricorderete, già la settimana passata la polizia ha cominciato ad “alleggerire” le gabbie trasferendo gruppi di prigionieri in altri Centri – la caccia all’uomo dopo le evasioni di questa estate continua. E continua ben oltre i confini della provincia di Gorizia…

«Treviso. Il 15 agosto scorso, a Gradisca, in provincia di Gorizia, aveva architettato un’evasione di massa dal Cie, il Centro per l’identificazione e l’espulsione degli stranieri irregolari. Lui, E. T., 29enne dell’Honduras, lì in seguito a tre anni di carcere per rapina, era la mente: avevano appiccato degli incendi ed in una ventina avevano approfittato della baraonda per scappare. Una cosa organizzata anche con altri Cie sparsi per la Penisola. Durante la fuga, però, si era ferito in maniera seria ad un braccio con il filo spinato. Il giorno dopo si era presentato all’ospedale di Gorizia per essere medicato. I sanitari avevano avvertito le forze dell’ordine, ma lui era riuscito a scappare nuovamente. Da lì si era spostato in provincia di Treviso, dove ha dei parenti. La polizia l’ha atteso per gironi al Ca’ Foncello, dove si sapeva prima o poi sarebbe arrivato per farsi medicare la profonda ferita al braccio. E così è andata stamattina. Lui è rimasto di stucco quando si è trovato i poliziotti ad aspettarlo: non ha neppure provato a scappare. Immediata l’attuazione della procedura per l’espatrio.» (Da Oggitreviso.it)

Lavorare in un lager: la storia di Angela

31 agosto 2010 3 commenti

Una pagina da leggere, sicuramente.
Un ringraziamento a chi l’ha buttata giù, sulle pagine del suo blog

Angela racconta cosa significa vivere in un lager di stato

Le persone che conoscono direttamente i Cie (centri di identificazione ed espulsione) e non si esprimono per sentito dire, hanno imparato che non sono luoghi dove poter fantasticare a occhi aperti. Anzi, sanno benissimo che sono posti dove i sogni vengono spezzati e dove si puo’ incontrare una delle più crudeli realtà del XXI secolo. E’ un accumulo di esseri umani, gettati in una fogna, dove ogni diritto è sospeso.
Lo sa benissimo Miguel, che afflitto dalla disperazione, ingoia due pile e della candeggina. Non riesce a sopportare di sottovivere in prigione, senza aver commesso nessun reato. Compie un atto estremo e spera che qualcuno si accorga di lui, della sua storia, delle sue aspirazioni spezzate.
Eppure, le istituzioni chiamano “ospiti” le persone che entrano all’interno di questi centri. Qualcuno si sorprende quando vengono chiamati Lager di stato. Qualcun’altro non resta turbato quando viene a conoscenza di storie raccapriccianti, perché sa cosa succede all’interno di quelle celle e qualcun altro ancora, è indifferente e accetta quel che può subire una persona colpevole di non avere un documento a portata di mano.

Succede che più conosci quella realtà e più scopri racconti incredibili e persone che vogliono narrare le loro esperienze dirette, vissute da protagoniste all’interno di quelle gabbie. Ci sono i migranti reclusi (come Miguel, Adel, Elham, Joy ecc) che ti implorano a scrivere e raccontare di loro. Ma ci sono anche gli operatori spesso andati via dal centro disumano e che vogliono raccontare le atrocità subite dai migranti.

NON GRADITA A PONTE GALERIA

Molte volte gli operatori che lavorano nei vari Cie d’Italia mi chiedono di mantenere segreta la loro identità per paura di perdere il posto di lavoro o per il timore di essere perseguitati. Questa volta, ci sono Nomi e cognomi. “Puoi fare tranquillamente il mio nome e anche il cognome se vuoi, io dico solo la verità” dice Angela, quando gli chiedo se vuole che la sua identità venga svelata.
Angela Bernardini, ha lavorato nel Lager romano di Ponte Galeria con la CRI dal 1998 al 1999, con varie mansioni: segreteria, logistica, ambulatorio. Come un fiume in piena mi ha raccontato ciò che succedeva all’interno di quel centro disumano sempre esaurito e stracolmo di persone.
“All’epoca – racconta Angela Bernardini – non esistevano nè regole, nè tanto meno diritti, almeno non codificati da un regolamento. I reclusi andavano a fortuna, secondo chi era di turno nei vari settori di competenza o delle forze dell’ordine”. Vi era una estrema difficoltà ad avere colloqui con gli avvocati e con i familiari. Tutto ciò che avevano, quando venivano portati al centro, era sequestrato e custodito in alcune cassette. “Non so se quando uscivano i militari ridavano loro esattamente ciò che avevano all’inizio della detenzione” dice l’ex operatrice di Ponte Galeria.
Ho sempre cercato la vicinanza umana con i detenuti, volevo conoscere le loro storie, sapere della loro vita, aiutarli a restare persone”, perché spesso come mi hanno raccontato molti ragazzi reclusi in un Cie, è difficile restare se stessi, quando esci da quell’inferno cambi. “Io voglio restare me stesso, spero di farcela” mi diceva Miguel prima di essere espulso.
“Mi ero conquistata la loro fiducia ed il loro rispetto”, tanto che in un’occasione, Angela, è riuscita ad impedire una rivolta e in un’altra addirittura volevano fare lo sciopero della fame per lei. Era accaduto che in mensa un detenuto, “forse impazzito per davvero o forse per finta, mi ha mollato un cazzotto sulla fronte”, lasciando Angela stordita e dolorante. “Questo poveraccio – racconta l’ex volontaria della CRI – successivamente è stato massacrato di botte dai poliziotti, malgrado i miei tentativi di impedirlo”. Secondo Angela a condurre il pestaggio fu Massimo Pigozzi, che è uno dei tanti che parteciparono al pestaggio di Bolzaneto, durante il g8 del 2001, secondo le indagini condotte avrebbe dilaniato una mano ad una ragazza, divaricando le dita fino a quando la pelle si è lacerata. Secondo le agenzie di stampa, Picozzi è stato accusato anche di aver violentato nel 2005 alcune prostitute romene nella camera di sicurezza della Questura di Genova. Per precauzione, il comandante aveva deciso che per un pò Angela non entrasse in contatto con gli “ospiti” e proprio per questo motivo, i detenuti, “si sono rifiutati di andare alla mensa se non ci fossi stata io”.

ABUSI E LE VIOLENZE SNERVANTI

Era scomoda Angela, troppo umana per il potere che cinicamente deve dettare legge e impedire che uscissero fuori le vicende. La sua “confidenza” non piaceva nè ai responsabili della CRI, nè a quelli delle forze dell’ordine. “Mi spiavano, mi controllavano, mi seguivano per vedere se passavo loro droga o facevo favori sessuali”. Forse anche per trovare un pretesto e poi chiedere il suo silenzio ricattandola, chissà.
Ma ad abusare sessualmente delle detenute erano altri racconta Angela: “ So che alcuni militari, e anche qualche volontario, in cambio di sigarette e schede telefoniche avevano rapporti sessuali con viados e prostitute”. Spesso, all’interno del centro, si trovavano preservativi usati che certamente i detenuti non potevano avere con se, “come non erano certo i detenuti a far entrare la droga. Io stessa ho tirato fuori da un bagno un ragazzo in overdose”. C’era sempre qualcuno che abusava della loro debolezza e chi pagavano erano sempre le donne, con le “normali” prestazioni sessuali.
Angela comprava le sigarette ai detenuti, ma senza chiedere nulla in cambio. “A volte non potevo dar loro il cambio della biancheria intima”, entravano e uscivano praticamente sempre con quello che avevano addosso al momento del fermo. “Chi protestava veniva sedato, spesso con le botte e messo in isolamento in una stanza priva di tutto”.

Un giorno, Angela accompagna con l’ambulanza all’ospedale San Camillo un ragazzo che aveva dei gravi problemi di autolesionismo. “Io riuscii a convincerlo ed entrai in ambulanza con lui, malgrado non fossi di turno in ambulatorio”. Il ragazzo, aveva una lametta nascosta in bocca e avrebbe potuto fare del male a se stesso e ad Angela, ma con calma l’ex operatrice, cercò di farsi dare la lametta dal detenuto. Al rientro al CPT, “mi beccai una grande lavata di testa dal comandante e dopo due giorni, ricevetti una telefonata dal responsabile del mio gruppo, che mi diceva che non dovevo più presentarmi al Centro, perchè non gradita”. Sono seguiti giorni da incubo, “ho cercato di parlare con tutti i vertici della CRI, ma non ci sono riuscita. Mi avevano creato intorno un muro impenetrabile. Alla fine, mi hanno costretto ad andarmene, in quanto sottoposta ad un mobbing continuo”.

FACCETTA NERA
Un giorno, uno come tanti, verso l’ora di pranzo, Angela racconta che mentre alcuni internati uscivano dalla sala mensa, altri invece si erano intrattenuti ai tavoli per scambiare qualche parola tra loro. Improvvisamente, “dagli altoparlanti presenti nella sala, si sono diffuse ad alto volume, le note di Faccetta nera”. Tra il poco stupore degli ospiti, “che quasi certamente non conoscevano quella marcetta” e lo sconcerto tra i volontari in servizio, le note ad alto volume continuavano a cantare tra le risate dei militari. Angela, chiese dove fosse la centrale che governava gli altoparlanti, e “mi è stato risposto che era il posto di polizia, sito al secondo cancello di ingresso, quello che conduceva fisicamente dentro il corpo vivo del lager”.
Senza pensarci due volte, Angela si è precipitata verso il posto di polizia: “c’era un poliziotto con davanti a sè un mangianastri e la custodia di una cassetta dal titolo inequivocabile: Inni e canti del Ventennio”. Angela chiese al giovane poliziotto se si rendeva conto di quello che stava facendo, “non solo offendeva i reclusi, ma stava commettendo anche il reato di apologia di fascismo”. Incurante di tutto ciò e del potere conferitogli dallo Stato, sorrise e in maniera ironica “ha preso la cassetta dal mangianastri, l’ha riposta e ne ha presa un’altra, dicendomi: ma io stavo mettendo Baglioni”. Con coraggio Angela fece rapporto al funzionario di PS responsabile e il poliziotto fu successivamente allontanato dal CPT, ma “per molto tempo sono stata guardata malissimo da tutti i vari addetti delle forze dell’ordine”.

Oggi, al Cie di Ponte Galeria non c’è più la CRI, ma la Cooperativa auxilium. “Da quello che leggo, non mi pare che le cose siano migliorate”. E effettivamente non lo sono davvero. “Stare a Ponte Galeria mi ha cambiato per sempre la vita” parola di Angela.

Andrea onori

Agosto nei C.I.E.

9 agosto 2010 Lascia un commento

Qualche notizia dai Cie in questa settimana.  A Milano, domenica mattina, tre reclusi hanno tentato la fuga dalla sezione E, senza riuscirci. Uno dei tre si è fatto molto male al piede e solo nel pomeriggio, dopo molte pressioni, è stato portato all’ospedale dove è stato ingessato. Poi è stato riportato al Centro: da quasi una settimana se ne sta lì  dove ovviamente non riesce a far nulla, neanche ad andare in bagno da solo.

Venerdì mattina, a Gradisca, un recluso con i piedi ingessati (nella foto) ha lamentato dolori e ha chiesto di essere curato, e per tutta risposta è stato malmenato dalla polizia. I suoi compagni, per protesta, hanno buttato per terra il pranzo, e la situazione è rimasta tesa per tutta la giornata.

Intanto è arrivato un ulteriore bilancio da Bari dopo la rivolta della settimana scorsa. Dei diciotto fermati inizialmente, di diciassette è stato convalidato l’arresto. Quattro di loro sono ancora all’ospedale, e gli altri in carcere. C’è anche un ferito, all’occhio, dentro al Centro. Il processo inizierà dopo Ferragosto.

Teniamo la bella notizia per ultima. A Brindisi, nella notte di giovedì, sedici reclusi hanno provato a scappare, e in otto ce l’hanno fatta. Due marines della San Marco sono rimasti feriti, lievemente, mentre un recluso si è fratturato un piede: queste, almeno, sono le nostizie filtrate sui quotidiani locali. Leggi la notizia della fuga di Brindisi in lingua francese.

Sabato sera, intorno alla una di notte, gran parte dei reclusi della sezione E del Cie diMilano e parte dei reclusi della sezione B (la ex sezione femminile adesso riempita di uomini appena sbarcati) sono saliti sul tetto per iniziare “un bel casino” solo che sul tetto ci hanno trovato… la polizia già pronta a riportarli giù. Probabilmente intimoriti dall’eventualità di innescare ulteriori focolai di rivolta i poliziotti, dicono da dentro, hanno mantenuto un atteggiamento tutto sommato tranquillo, chiudendo tutti nelle camerate ma senza toccare nessuno. Le voci che qualcosa sarebbe successo in serata già circolavano nel pomeriggio e probabilmente anche questo ha messo in allarme la polizia che si è preparata per tempo.

Intanto il ragazzo che si è rotto il piede durante il tentativo di fuga di domenica scorsa continua a starsene a letto, aiutato dai suoi compagni giusto per andare al bagno.
Ci tiene che questa sua foto, che ha fatto pervenire ai solidali milanesi, circoli: non ce la fa più, i crocerossini gli hanno negato ogni sostegno e persino le stampelle. Intanto, ora che la sezione ex-femminile è piena, anche la presenza di polizia, carabinieri e militari nel centro è aumentato considerevolmente.
Trapani, invece, sono stati arrestati due dei trattenuti nel Centro “Serraino Vulpitta”, al termine di una sommossa scoppiata nella notte tra giovedì e venerdì. Secondo un quodidiano locale, «gli immigrati sarebbero improvvisamente insorti contro il personale di guardia, nella speranza di raggiungere l’uscita del centro di trattenimento. Il piano, attuato anche attraverso il danneggiamento di mobili e lanci di suppellettili vari, è tuttavia fallito con l’intervento in forze di polizia e carabinieri.»

macerie @ Agosto 8, 2010

Sommossa “gitana” in Francia

31 luglio 2010 1 commento

PER RACCONTARE, anche se solo in parte, quello che sta accadendo in queste ore in Francia utilizzerò -oltre a tante eloquentissime immagine- due articoli di Paolo Persichetti usciti su Liberazione in questi giorni.
Una vera e propria rivolta dei rom abitanti in Francia: esasperati da un atteggiamento generale contro di loro che si sta facendo sempre più violento. Un razzismo latente che appare palese nelle dichiarazioni del presidente della repubblica francese e nel modo di muoversi delle forze dell’ordine nelle periferie e nei quartieri più “colorati” .
Stavolta la repressione è e sarà pesante: una vera e propria sommossa non sarà accettata dagli apparati di Stato e già Sarkozy inizia a parlare di revoca di cittadinanza per chi commette reati.


In Francia le uniche Gitanes ammesse saranno d’ora in poi soltanto le sigarette. Non ha detto proprio così il presidente della repubblica Sarkozy ma il senso delle severe misure repressive decise dal consiglio dei ministri mercoledì scorso non si discosta molto da questa radicale soluzione. Niente più nomadi Rom e Sinti in situazione irregolare. Il governo francese intende smantellare più della metà dei 300 campi, considerati illegali, installati nel Paese dalle Gens du voyage, come vengono chiamati le popolazioni nomadi da quelle parti. Il ministro degli Interni, Brice Hortefeux, ha annunciato che le autorità procederanno parallelamente all’espulsione con ricondotta «quasi immediata» in Romania e Bulgaria dei nomadi che avrebbero commesso azioni contro l’ordine pubblico. Una volta tanto gli “Zingari” si ritrovano messi all’indice non per essere sospettati di aver commesso furti e ruberie, oppure per aver messo in piedi un sistema organizzato di accattonaggio insieme a traffici vari o, peggio ancora, come narrano inossidabili leggende metropolitane, per aver «rubato bambini».

Dopo la sommossa, AFP PHOTO ALAIN JOCARD

No, stavolta contro i nomadi ricade un’accusa che ha l’odore sulfureo della perdizione politica, qualcosa che ormai per le culture statuali rasenta l’anticamera del terrorismo. I Rom sono colpevoli di essersi ribellati.  Nella notte tra il 17 e il 18 luglio scorso hanno dato vita ad una sommossa nel villaggio di Saint-Aignan, 3500 anime perdute nelle campagne del Loir-et-Cher, dipartimento situato nel centro della Francia. La dinamica dei fatti è identica alla gran parte delle altre rivolte che si sono svolte negli ultimi decenni nelle banlieues delle maggiori metropoli francesi. Prima l’aria diventa satura di rabbia. La comunità gitana sente montare sulle proprie spalle un clima di stigmatizzazione che si traduce in atteggiamenti sempre più oppressivi e vessatori da parte delle forze dell’ordine a cui le autorità hanno dato briglia sciolta. Quindi scatta l’innesco che provoca l’esplosione di rivolta. In genere un episodio cruento in cui sono coinvolte le forze di polizia, come fu per Cliché-sous-bois dove trovarono la morte Zyed e Bouna, due adolescenti di 15 e 17 anni fulminati dalla scarica elettrica di una centralina dietro la quale si erano riparati dopo esser fuggiti dalle mani di alcuni poliziotti che li rincorrevano solo perché erano in strada. Un classico è l’intoppo ad un posto di blocco, come è accaduto ancora una volta poche settimane fa a Grenoble. In questi casi la versione dei fatti fornita dalle autorità e quella riportata dalle popolazioni locali appaiono ogni volta diametralmente opposte. In quest’ultima vicenda la gendarmeria riferisce un tentativo di sfondamento di un posto di blocco che avrebbe messo a rischio la vita dei militari, i quali avrebbero così sparato per legittima difesa uccidendo uno dei passeggeri. Il giovane deceduto apparteneva alla comunità nomade del posto, si chiamava Luigi e aveva solo 22 anni. Ovviamente chi era al suo fianco a bordo di una sgangherata R19 con 300mila chilometri nel motore, il cugino Miguel Duquenet consegnatosi più tardi alle autorità, ha riportato una versione completamente diversa, denunciando addirittura un’esecuzione a freddo da parte dei gendarmi, con modalità da vero e proprio «agguato». I militi infatti erano in borghese, assolutamente non identificabili, spuntati all’improvviso dal buio. L’episodio ha scatenato una rivolta senza precedenti nella tradizione gitana. Due caserme della gendarmeria prese d’assalto a colpi d’ascia e barre di ferro da una cinquantina di nomadi infuriati, alberi sradicati, vetture incendiate, semafori e arredo urbano distrutto, una panetteria saccheggiata. Notevoli i danni materiali ma nessun ferito da registrare. Inammissibile per il governo.

AFP PHOTO ALAIN JOCARD

Se anche i nomadi hanno imparato a ribellarsi la situazione diventa davvero pericolosa. E allora cacciamoli tutti anche se vivono in Francia da decenni. Da qui il via allo smantellamento dei campi improvvisati «entro i prossimi tre mesi», come ha spiegato il ministro degli Interni. Una decisione avallata dalla Commissione europea che ieri, attraverso la portavoce della commissaria alla Giustizia e ai diritti, Viviane Reding, ha sottolineato come «le leggi europee sulla libera circolazione dei cittadini forniscono il diritto agli Stati membri di controllare il loro territorio e lottare contro la criminalità». La soluzione è semplice, basta criminalizzare l’intera comunità.
___P.P. 30 luglio 2010____

«La nazionalità francese deve poter essere ritirata a tutte le persone di origine straniera che hanno volontariamente attentato alla vita di un poliziotto o di chiunque altro rappresenti l’autorità pubblica». E’ la proposta choc lanciata ieri da Nicolas Sarkozy durante la cerimonia d’insediamento del nuovo prefetto dell’Isère incaricato di riportare l’ordine dopo le settimane di violenze urbane che hanno contrapposto giovani della banlieue di Grenoble alle forze dell’ordine. «Non dobbiamo esitare a rivedere le condizioni per ottenere il diritto ad acquisire la cittadinanza francese», ha dichiarato ancora il presidente francese, spiegando che «dovremmo avere il coraggio di togliere la nazionalità a quelle persone nate all’estero che abbiano intenzionalmente cercato di uccidere un agente di polizia, un gendarme o qualunque altro rappresentante dell’autorità pubblica». L’inquilino dell’Eliseo ha poi ulteriormente rincarato la dose con un’altra proposta: per i minori nati in Francia da genitori stranieri una volta raggiunti i 18 anni l’acquisizione della nazionalità non deve essere più un diritto, qualora questi commettano dei crimini. Accompagnato dalla ministra della Giustizia Alliot-Marie e dal responsabile dell’Interno Hortefeux (condannato pochi mesi fa per aver pronunciato frasi razziste contro un militante d’origine araba del suo stesso partito), Sarkozy ha nuovamente sfoderato la retorica sicuritaria. Nomadi e giovani delle periferie sono diventati così i capri espiatori dopo lo scandalo suscitato dall’inchiesta giudiziaria sui finanziamenti illegali che il candidato presidenziale avrebbe ricevuto durante la campagna elettorale dalla vedova Bettencourt, la ricca ereditiera della L’Oréal nota per le sue simpatie fasciste. Per risalire la china Sarkozy sta ripescando tutti gli argomenti contro la delinquenza che gli erano valsi la vittoria nelle presidenziali del 2007. Discorsi muscolari e annunci roboanti per invocare il pugno di ferro contro le periferie, gli stranieri, le popolazioni nomadi. La questione sociale, l’irrisolto disagio delle periferie, la disoccupazione (per gli stranieri non comunitari siamo ad un tasso del 24%, cioè il doppio della media nazionale), il fallimento dell’integrazione, l’esplosione degli identarismi comunitari, si riassumono in un’unica dimensione criminale, un fatto d’ordine pubblico, un problema che chiama in causa solo l’intervento delle forze di polizia. Non a caso a riportare l’ordine a La Villeneuve, quartiere sensibile della periferia di Grenoble teatro di una sommossa, è stato chiamato il prefetto Eric Le Douaron, una lunga carriera nella polizia fino a divenire nel 1999 direttore generale della pubblica sicurezza. Sotto la sua gestione entrò in funzione la nuova figura del “poliziotto di quartiere”. Il presidente ha infine concluso il suo discorso attaccando i «troppi diritti» conferiti alle persone straniere in situazione irregolare, auspicando la revisione delle prestazioni a cui hanno accesso. In poche parole Sarkozy mira a smantellare l’assistenza medica universale e magari, perché no, anche le mense per poveri.
___ P. P. 31 luglio 2010___

BELLE che riescono…e altre che attendono!

30 luglio 2010 3 commenti

La fonte è sempre Macerie, eccellente sito dei compagni torinesi sui CIE. Eh si, le BELLE, le evasioni, ogni tanto riescono e la cosa riempie il mio cuore sempre di una gioia rara, il sangue di un calore e una velocità diverse. Ancora migranti in rivolta, migranti che fuggono, migranti che cercano di riappropriarsi della propria libertà e della propria vita.
Da oggi arrivano notizie dal CIE di Bari, dove durante una rivolta e un tentativo d’evasione in massa, sei persone sono riuscite a fuggire mentre gli altri si son scontrati con le forze dell’ordine: 18 arresti.
Ci riaggiorneremo su Bari tra un po’

Foto di Valentina Perniciaro (Erice'10) _Via libera!_

«Una cinquantina di extracomunitari questa notte hanno tentato di fuggire dal Centro Identificazione ed Espulsione (il Cie) del “San Paolo”. Un tentativo di fuga che ha subito richiamato l’attenzione delle Forze dell’Ordine e dei Militari del Battaglione “San Marco”. Inevitabile lo scontro.
Secondo la prima ricostruzione dei fatti compiuta dalla Questura di Bari, i rivoltosi, dopo aver sfondato le porte d’ingresso di tre settori destinati a moduli alloggiativi, sono giunti all’esterno dell’area ricettiva impugnando spranghe di metallo divelte dalla recinzione esterna della struttura. Ne è nato uno scontro con alcune unità della Polizia di Stato, dell’Arma Carabinieri nonché Militari del BTG “San Marco”.
L’intervento degli uomini in servizio nella struttura, subito affiancato da altre unità di rinforzo di Polstato, Carabinieri e Guardia di Finanza fatte giungere tempestivamente, ha consentito di contenere il tentativo di fuga. Solo 6 ospiti magrebini sono riusciti ad allontanarsi scavalcando le cancellate poste a protezione della struttura.
Una trentina di extracomunitari, invece, hanno raggiunto il tetto della struttura, lanciando oggetti contundenti, pezzi di metallo e bottiglie piene di acqua, all’indirizzo delle Forze dell’Ordine.
Durante gli scontri undici militari del reggimento “San Marco” e due Carabinieri, hanno riportavato lesioni, con prognosi variabili tra 3 e 15 giorni. Inoltre, sono rimasti feriti, durante il tentativo di fuga e nello scavalcamento della recinzione alta circa 5 metri, 6 cittadini extracomunitari ospiti della struttura, uno dei quali con trauma cranico con riserva di prognosi ed altri 5 soggetti con lesioni variabili tra i 5 e 35 giorni.
A conclusione degli scontri 18 cittadini extracomunitari, trattenuti presso il C.I.E., sono stati arrestati con l’accusa di devastazione, saccheggio seguito da incendio, resistenza, violenza e lesioni a pubblici ufficiali.» da Barilive

(Non appena avremo qualche notizia di prima mano di questa grossa sommossa – alcune agenzie parlano pure di due auto della polizia andate distrutte -, dei feriti e degli arrestati, ve le gireremo. Intanto riascoltatevi l’intervista ad Ammar, che giusto la settimana passata ci raccontava della situazione che si vive dentro al Centro barese)
macerie @ Luglio 30, 2010

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Che il Cie di Gradisca fosse un colabrodo, lo si sapeva già da tempo. Ma questa volta si può dire che i reclusi gliel’hanno fatta veramente sotto il naso, alle guardie del Centro. Approfittando del fatto che, per punizione, erano stati chiusi a chiave nelle celle, e che la porta non veniva aperta neanche per portare il cibo, alcuni di loro si sono messi tranquillamente al lavoro per praticare un bel buco nel soffitto. Da lì, hanno provato a scappare in 20: purtroppo ci sono riusciti solo in 9, però…
…però mentre la polizia era fuori dal Cie a caccia di evasi, dopo alcune ore dalla prima evasione, altri 3 sono riusciti a scavalcare il muro e a far perdere le proprie tracce! Proprio sotto il naso delle guardie, appunto. Con gran divertimento di chi non è riuscito a scappare e che, evidentemente, sa che la prossima volta potrebbe essere quella buona.

Leggi l’articolo del MessaggeroVeneto di oggi, 29 luglio 2010.
«Sei immigrati clandestini sono riusciti a fuggire, in pieno giorno, dal Cie di via Udine. Un bilancio ancora ufficioso considerando che, a ieri sera, erano ancora in corso sia gli accertamenti interni sia le ricerche nella campagna limitrofa alla struttura da parte delle forze dell’ordine. A quanto si è potuto apprendere, l’ennesimo tentativo di fuga di massa dal centro di identificazione ed espulsione isontino sarebbe scattato nel primo pomeriggio, poco dopo le 15, coinvolgendo circa una ventina di immigrati, riusciti a raggiungere il tetto della struttura forzando alcune grate in ferro posizionate sul soffitto di una camera. Un’azione fulminea che, sfruttando il mancato ripristino dei sistemi elettronici di sorveglianza (telecamere e sensori di passaggio a infrarossi erano stati pesantemente danneggiati nel corso della rivolta della scorsa settimana), avrebbe consentito ai clandestini di cogliere inizialmente di sorpresa le forze dell’ordine impegnate nel servizio di vigilanza. Nel corso dell’azione sei immigrati sarebbero riusciti a scavalcare le recinzioni esterne e dileguarsi nei campi retrostanti al Cie mentre per altri ospiti della struttura di via Udine il sogno di libertà si è infranto proprio a un passo dalla meta, grazie all’intervento delle pattuglie di vigilanza, riuscite a bloccarli proprio mentre stavano scavalando il reticolato. Un’altra decina di clandestini, invece, avrebbe desistito facendo autonomamente ritorno nelle camerate.»

macerie @ Luglio 29, 2010
CORRISPONDENZA CON IL CIE DI BARI EFFETTUATA DA RADIO ONDA ROSSA: ASCOLTA

Dai reclusi di Ponte Galeria alla cosiddetta “società civile”

11 giugno 2010 4 commenti

A tutte le persone che vivono in questo paese
A tutti coloro che credono ai giornali e alla televisione

Qui dentro ci danno da mangiare il cibo scaduto, le celle dove dormiamo hanno materassi vecchi e quindi scegliamo di dormire per terra, tanti tra
di noi hanno la scabbia e la doccia e i bagni non funzionano.
La carta igenica viene distribuita solo 2 giorni a settimana, chi fa le pulizie non fa nulla e lascia sporchi i posti dove ci costrigono a vivere.
Il fiume vicino il parcheggio qui fuori è pieno di rane e zanzare  che danno molto fastidio tutto il giorno, ci promettono di risolvere questo problema ma continua ogni giorno.
Ci sono detenuti che vengono dai CIE e anche dal carcere che sono stati abituati a prendere la loro terapia ma qui ci danno sonniferi e tranquillanti per farci dormire tutto il giorno.
Quando chiediamo di andare in infermeria perchè stiamo male, l’Auxilium ci costringe ad aspettare e se insistiamo una banda di 8-9 poliziotti ci chiude in una stanza con le manette, s’infilano i guanti per non lasciare traccia e ci picchiano forte.
Per fare la barba devi fare una domandina e devi aspettare, 1 giorno a settimana la barba e 1 i capelli.
Non possiamo avere la lametta.

Ci chiamano ospiti ma siamo detenuti.
Quello che ci domandiamo è perchè dopo il carcere dobbiamo andare in questi centri e dopo che abbiamo scontato una pena dobbiamo stare 6 mesi in questi posti senza capire il perchè. Non ci hanno identificato in carcere? Perchè un’altra condanna di 6 mesi?
Tutti noi non siamo d’accordo per questa legge, 6 mesi sono tanti e non siamo mica animali per questo hanno fatto lo sciopero della fame tutti quelli che stanno dentro il centro e allora, la sera del 3 giugno, è cominciata così:
ci hanno detto: “se non mangi non prendi terapie” ma qui ci sono persone con malattie gravi come il diabete e se non mangiano e si curano muoiono.
Uno di noi è andato a parlare con loro e l’hanno portato dentro una stanza davanti l’infermeria dove non ci sono telecamere e l’hanno picchiato.
Così la gente ha iniziato ad urlare di lasciarlo stare.
In quel momento sono entrati quasi 50 poliziotti con il loro materiale e con un oggetto elettrico che quando tocca la gente, la gente cade per terra.
Le guardie si sono tutte spostate sopra il tetto vicino la caserma dei carabinieri qui dentro, dove sta il campo da calcio.
Dalla parte sinistra sono entrati altri 50 poliziotti.
Quando abbiamo visto poliziotti, militari, carabinieri, polizia, finanza e squadra mobile ufficio stranieri (che sono i più infami) sui tetti, uno di noi ha cercato di capire perchè stavano picchiando il ragazzo nella stanza. «Vattene via sporco » un poliziotto ha risposto così.
In quel momento siamo saliti tutti sopra le sbarre e qualcuno ha bruciato un materasso e quindi i poliziotti si sono spavenati e sono andati fuori le mura per prendere qualcuno che scappava.
Da quella notte non ci hanno fatto mangiare nè prendere medicine per due giorni.
Abbiamo preso un rubinetto vecchio e abbiamo spaccato la porta per uscire e quando la polizia ha visto che la porta era aperta hanno preso caschi e manganelli e hanno picchiato il più giovane del centro, uno egiziano. L’hanno fatto cadere per terra e ci hanno picchiati tutti anche con il gas, hanno rotto la gamba di un algerino e hanno portato via un vecchio che la sua famiglia e i sui figli sono cresciuti qui a Roma, hanno lanciato lacrimogeni e hanno detto che noi abbiamo fatto quel fumo per non  far vedere niente alle telecamere. Così hanno scritto sui giornali.

Eravamo 25 persone e alcune uscivano dalla moschea lontano dal casino, ma i giornali sabato hanno scritto che era stato organizzato tutto dentro la
moschea e ora vogliono chiuderla. La moschea non si può chiudere perchè altrimenti succederebbe un altro casino.
Veniamo da paesi poveri, paesi dove c’è la guerra e ad alcuni di noi hanno ammazzato le famiglie davanti gli occhi. Alcuni sono scappati per vedere il mondo e dimenticare tutto e hanno visto solo sbarre e cancelli.
Vogliamo lavorare per aiutare le nostre famiglie solo che la legge è un po’ dura e ci portano dentro questi centri.
Quando arriviamo per la prima volta non abbiamo neanche idea di come è l’Europa. Alcuni di noi dal mare sono stati portati direttamente qui e non hanno mai visto l’Italia.
La peggiore cosa è uscire dal carcere e finire nei centri per altri 6 mesi.
Non siamo venuti per creare problemi, soltanto per lavorare e avere una vita diversa, perchè non possiamo avere una vita come tutti?
Senza soldi non possiamo vivere e non abbiamo studiato perchè la povertà è il primo grande problema.
Ci sono persone che hanno paura delle pene e dei problemi nel proprio paese.
Per questi motivi veniamo in Europa.
La legge che hanno fatto non è giusta perchè sono queste cose che ti fanno odiare veramente l’Italia.
Se uno non ha mai fatto la galera nel paese suo, ha fatto la galera qua inItalia.
Vogliamo mettere apposto la nostra vita e aiutare le famiglie che ci aspettano.

Speriamo che potete capire queste cose che sono veramente una vergogna.

Un gruppo di detenuti del CIE di Ponte Galeria

Due impiccati a Ponte Galeria

8 giugno 2010 Lascia un commento

<!–Dalla trasmissione di Radio Onda Rossa, Silenzio Assordante
Stasera a Ponte Galeria due ragazzi algerini hanno tentato di impiccarsi perché domani verranno deportati. Sono in molti, più di una decina, ad essere stati trasferiti a Roma da altri Cie per questa deportazione. In giornata anche tre donne nigeriane sono state trasferite dal Cie di Modena a Ponte Galeria.
Uno dei due algerini è stato trasferito d’urgenza in ospedale con un’ambulanza, l’altro è stato visto con un lenzuolo al collo mentre lo si trascinava in infermeria con la bava alla bocca, insomma in pessime condizioni. Da dentro fanno sapere che temono il peggio.
C’è anche un uomo che ha un piede viola – «sembra che il piede sia stato schiacciato da una macchina» – dicono i reclusi. Si è rotto la gamba durante il tentativo d’evasione e nessuno se si interessa di lui. Inoltre, oggi una ragazzo ha dovuto trascinare un altro recluso sulle spalle fino all’infermeria altrimenti sarebbe stato lasciato abbandonato a se stesso.
Nel pomeriggio a Ponte Galeria sono arrivate quattro pattuglie: le guardie presidiano il Cie e lo sorveglieranno almeno sino a domattina. Nel maschile affermano che sembra di stare in una caserma. I reclusi raccontano che la tensione è molto alta e che non ce la fanno più: la vita a Ponte Galeria – affermano – è peggio della schiavitù.

Ascolta la voce dei reclusi:
http://www.autistici.org/ondarossa/archivio/silenzioassordante/100608_ponte_galeria.mp3

Gli antirazzisti e le antirazziste di Roma inviatano a chiamare il centralino del Cie di Ponte Galeria (tel. 06 65854224) per avere notizie sulle condizioni di salute dei due algerini.

Gli scontri di Via Triboniano

21 maggio 2010 Lascia un commento

Il campo di Via Triboniano

Posto qui sotto un comunicato del Comitato Antirazzista Milanese dopo i fatti di Via Triboniano e la giornata di scontri e resistenza attiva che hanno portato avanti i rom del campo che le forze dell’ordine volevano sgomberare.
Non si sono fermati davanti a nessuno, hanno pestato tutti quelli che si trovavano davanti e sapete quanti bimbi ci sono dentro i campi rom delle nostre città: una bimba sembrerebbe esser rimasta particolarmente ferita e aver riportato la frattura del braccio.
Balordi.
Ma qui la fila di balordi è lunga, a partire dal Comune di Milano, che nemmeno ha voluto incontrare una delegazione di rappresentanti di associazioni milanesi per i Diritti Umani.
Loro fanno muro, un muro razzista e vergognoso: fortunatamente dall’altra parte questa volta hanno trovato fiamme e barricate, sassi e rabbia
Scriviamo questo comunicato sull’onda degli avvenimenti accaduti in via Triboniano nelle ultime ore  per fornire l’esatta descrizione dei fatti dopo che un’autentica ridda di falsità alimentata da mass media e forze politiche ha cominciato a circolare.
Iniziamo col dire che i rom di via Triboniano sono usciti dal campo poco dopo le 16 per  raggiungere i mezzi pubblici e andare al presidio di Piazza della Scala di fronte a
Palazzo Marino, sede del consiglio comunale.
Il presidio, deciso nell’assemblea pubblica tenutasi domenica 16 maggio, era stato  comunicato alle autorità competenti (Questura di Milano) già lunedì mattina, prima via telefonica,  avendone un riscontro positivo, di seguito via fax.
Dopo circa 500 metri  di via Barzaghi , che collega il campo rom al piazzale del cimitero maggiore, uno sbarramento di polizia e carabinieri ha fattivamente impedito ai rom
di andare a prendere il tram 14, unico mezzo di comunicazione per raggiungere il centro città.

L’intento di ps e carabinieri, evidentemente istruiti dalle forze politiche che alimentano da tempo la SOLUZIONE FINALE  per i rom di Triboniano, era quella di impedire
in tutti i modi di raggiungere il presidio: era soprattutto di impedire di rendere pubblica la proposta politica che questi avevano formulato.
Fuori dai luoghi comuni sui rom parassiti e approfittatori, la richiesta era e resta molto chiara: tramite i fondi europei stanziati per le comunità rom e gestiti dal Comune ( fino ad ora utilizzati solo per funzione di controllo dei rom e per ingrassare la miserabile gestione caritatevole di alcune associazioni cattoliche) si chiede la concessione di aree abbandonate
dentro il territorio del comune di Milano, autorecuperabili a costo zero,  e garantendo la continuità scolastica ai bambini.

un fotogramma degli scontri

Una proposta troppo intelligente (e in fin dei conti persino moderata) per i razzisti che stanno nel consiglio comunale di milano e che si annidano anche tra tante associazioni, cattoliche e/o democratiche: tutti pronti ad alimentare la parossistica immagine dei rom disadattati, criminali e stupidi, manovrati da un gruppo di sobillatori di professione, cioè i compagni e le compagne del comitato antirazzista di milano.

Dopo l’opposizione agli sgomberi di giovedì scorso, tutti i mezzi di comunicazione hanno pompato a dismisura questa immagine, creando le condizioni per giustificare la rappresaglia di Polizia e Carabinieri, che oggi ha potuto scatenarsicon una gragnuola di colpi mirati a chi voleva andare a prendere un tram. A tale violenza è stata opposta una resistenza straordinaria: all’attacco razzista e annientatore  si è  risposto con l’attacco a mani nude, pietre, bombole, barricate; per ben tre volte la polizia ha dovuto arretrare scomposta, e solo dopo aver lanciato decine di lacrimogeni e aver scagliato un blindato contro i rom, è riuscita a sfondare e a farsi largo.
Nel frattempo l’intera zona veniva isolata : i pochi, (troppo pochi) solidali accorsi che hanno avuto la dignità di non voltarsi dall’altra parte mentre veniva consumato l’ennesimo pogrom razzista, sono stati tenuti a più di un chilometro di distanza, mentre arrivavano ambulanze e decine di altri blindati, e già cominciava a girare la versione ufficiale: “una
manifestazione non autorizzata è stata dispersa dai celerini che sono stati proditoriamente attaccati dai rom”.
Credono di fermare la lotta con manganellate e menzogne? Pare proprio di no.
I rom rilanciano. La lotta va avanti:


Domenica ore 15:00 assemblea cittadina
al campo rom di via Tiboniano.

Comitato Antirazzista Milanese – 20 maggio 2010

All’attenzione dell’assessore Mojoli
All’attenzione del sindaco Moratti

Oggetto: piattaforma rivendicativa delle comunità rom di via Triboniano

Lo sgombero dei campi di via Triboniano, preannunciata dalle autorità locali a partire dal 30 giugno è un ultimatum inaccettabile così come le proposte che ci ha fatto la Casa della Carità che gestisce i campi dal 2007 sulla base del Patto per la Legalità e la Solidarietà.
Un Patto razzista che siamo stati costretti a firmare sotto la minaccia dello sgombero che è avvenuto il 17 giugno 2007. Lo sgombero ha infine coinvolto oltre 100 famiglie, costrette a rifugiarsi prima in Bovisa e in Bacula, venendo nuovamente sgomberate (2008 e 2009), con conseguenze devastanti per oltre 400 persone
Le barricate di giovedì 13 maggio sono quindi il frutto di una decisione collettiva che siamo stati costretti a prendere di fronte alla prospettiva di finire anche in mezzo alla strada, senza alcuna soluzione accettabile per le oltre 100 famiglie residenti, con quasi 200 bambini regolarmente inseriti a scuola.

La piattaforma che segue è stata votata dall’assemblea dei quattro campi di via Triboniano:

1) Cessazione degli sfratti delle famiglie residenti sulla base dell’applicazione del Patto per la  Legalità che è ormai da considerare nullo
2) Individuazione di soluzioni abitative alternative ai campi, che garantiscano a tutti i nuclei  famigliari residenti un’abitazione degna e il rispetto di tutti i diritti umani e politici sanciti dalla legislazione internazionale
3) Salvaguardia della continuità scolastica per tutti i bambini inseriti a scuola
4) Destinazione dei fondi stanziati sulla “questione Triboniano” per garantire eventuali lavori  di ristrutturazione delle abitazioni (manodopera a nostro carico) e per istituire corsi di
formazione e di avviamento al lavoro.
5) Riconoscimento del consiglio di via Triboniano come unico organismo deputato a  sviluppare trattative con le istituzioni preposte e a gestirne gli esiti.

L’accettazione della piattaforma qui esposta è condizione necessaria e sufficiente affinché tutti i nuclei famigliari abbandonino via Triboniano volontariamente e in maniera pacifica

I rom di via Triboniano
Milano 20 maggio 2010

SETTIMANA DI MOBILITAZIONE CITTADINA CONTRO I CIE

19 maggio 2010 Lascia un commento
Roma, 21-29 maggio 2010
Dal 21 al 29 di maggio ci saranno per le strade di Roma diverse espressioni di protesta contro i CIE: presidi, manifestazioni, proiezioni, concerti, azioni…
La volontà è quella di portare a conoscenza della città le proteste e le lotte dei e delle migranti reclusi nei CIE, che da mesi si stanno succedendo sempre con più intensità.
La loro resistenza ci incoraggia e ci spinge alla mobilitazione.
Le rivolte si sono sempre succedute, fin dalla creazione dei CPT, oggi CIE, ad opera di un governo di centro-sinistra.
Oggi, con l’approvazione del “Pacchetto Sicurezza” e il conseguente aumento della detenzione da 2 a 6 mesi, le rivolte e gli episodi di autolesionismo sono aumentati.
L’esistenza di questi lager della democrazia è perfettamente funzionale al sistema capitalista, che vede le persone come merce e i migranti in particolare coma manodopera da sfruttare o rifiutare econdo le esigenze del mercato di produzione e di lavoro.
L’Europa Unita, ormai divenuta fortezza, si sostenta su queste leggi securitarie che giustificano la detenzione e l’espulsione di tutti coloro a cui non è stato concesso lo status di cittadino.
Questa fortezza può reggere non solo per le leggi razziste, ma anche grazie alla paura e all’atomizzazione che impone questo sistema sociale, un sistema che ci vuole divisi tra buoni e cattivi, lavoratori e studenti, comunitari ed extracomunitari, fomentando l’isolamento.
I mezzi di informazione di massa creano l’allarmismo necessario e il falso consenso per far sì che sia possibile imporci la loro sicurezza: più carceri variegate e per più tempo e più polizia e militari per le strade.
Per contrastare questa società del controllo e queste istituzioni repressive e razziste, lanciamo una settimana di mobilitazione per a chiusura dei CIE dal 21 al 29 maggio, nella quale ognuna e ognuno, individualmente o collettivamente, si possa esprimere nel modo che considera più opportuno.
La settimana verrà attraversata da un presidio sonoro davanti al Ministero dell’interno e si concluderà con un presidio sotto al CIE di Ponte Galeria, per portare la nostra lotta davanti a quelle infami mura e per far sentire ai reclusi e alle recluse che non sono soli/e nella loro resistenza.
Per la chiusura di tutti i CIE
e per dare forza ed essere solidali
con le lotte dei e delle migranti!

giovedì 27 maggio ore 16.00 a piazza dell’Esquilino
ASSEDIO SONO AL MINISTERO DELL’INTERNO


sabato 29 maggio dalle 15.00 alle 19.00
PRESIDIO DI SOLIDARIETA’
CON I RECLUSI E LE RECLUSE DEL CIE DI PONTE GALERIA(appuntamento alle ore 14.00 alla Stazione Ostiense
per partire tutti e tutte insieme)

NELLA TUA CITTA’ C’E’ UN LAGER… CHIUDIAMO IL CIE DI PONTE GALERIA! CHIUDIAMO TUTTI I CIE!!!

Torino: burlando prefetti!

15 maggio 2010 1 commento

Si sarà preso una bella collera, il Prefetto Padoin, quando ieri pomeriggio si è visto spuntare dinanzi una trentina di facce note del movimento torinese con tanto di striscione, enorme. E per di più in mezzo all’affollatissima e vigilatissima Fiera del Libro, e per di più proprio mentre stava presentando, in compagnia del Procuratore Capo Caselli e del Procuratore Generale Maddalena, la sua ultima fatica letteraria: «Il Prefetto, questo sconosciuto». Un gran colpo, certamente, ampiamente ripreso e rilanciato da un bel po’ di telecamere: anche perché solo il giorno prima Padoin aveva dichiarato baldanzoso che il modo più celere di liberarsi degli spazi occupati è di arrestarne tutti gli occupanti, ed ora un po’ di quegli stessi occupanti da arrestare riuscivano ad aggirar ogni controllo per fargli qualche pernacchia sul naso. Una figura barbina per lui e soprattutto per gli agenti della Polizia politica cittadina, che son pagati proprio per controllare, ascoltare e pedinare, ed evitar così che certe contestazioni – clamorose quanto scontate – accadano.
Ascolta il racconto del pomeriggio al Salone del Libro, da un servizio di Radio Onda d’Urto

Eppure solo il giorno successivo la magra figura si ripete. Ancora una volta gli amici e i compagni degli arrestati per lo sgombero de Lostile si materializzano improvvisamente esattamente dove era scontato che si dovessero materializzare: alle Porte Palatine, di fronte ai pellegrini appena usciti dal Duomo. Sfilando sotto al naso dei funzionari del Commissariato di quartiere, si arrampicano sulle mura e appendono uno striscione: «Tutti liberi!». Gli uomini della Digos sono ancora più lontani del giorno precedente, e gli agenti del Commissariato sono furibondi: lo striscione ormai è appeso, ma loro chiamano il reparto mobile, si prendono due dei presenti e pretendono di identificare gli altri. Quando il gruppone riesce ad allontanarsi sembra tutto a posto, e tutti pensano che i due che mancano saranno presto rilasciati. E invece no. Dopo un paio d’ore e vari annunci contraddittori, i due vengono portati alle Vallette. Con quali accuse? Non sappiamo bene quale Pubblico ministero possa costruire qualcosa di penalmente significativo intorno all’ostensione di un lungo lenzuolo nero con su scritto «Tutti liberi!». Ma sappiamo che sicuramente il Prefetto è in collera da ieri e che in Tribunale non in tanti sono disposti a dispiacerlo e che in più, uno sberleffo messo in piazza tanto vicino a pellegrini, vecchi porporati incartapecoriti e immagini miracolose può far temere la collera di qualcuno che sta molto, ma molto, più in alto.
Macerie, 14 maggio 2010

Joy, un appello da Milano

12 maggio 2010 Lascia un commento

Un appello da Milano

«Una sera d’estate Joy, una ragazza nigeriana vittima di tratta, porta il proprio materasso fuori dalla cella del Centro di identificazione ed espulsione di via Corelli a Milano. Preferisce dormire nel corridoio, dove fa più fresco.
Durante la notte si sveglia di soprassalto: sul suo corpo le mani di Vittorio Addesso, ispettore-capo del Cie, che si è sdraiato sopra di lei.
Joy lo respinge con forza e decisione, altre donne la sostengono.
Un “normale” episodio di brutale ­e sessista amministrazione all’interno di un Cie, dove gli aguzzini dominano incontrastati, forti delle connivenze dei gestori di quei lager per immigrate/i.
Alcuni giorni dopo nel Cie di Milano scoppia la rivolta contro il “pacchetto sicurezza”. Joy e le altre donne che l’avevano aiutata vengono brutalmente picchiate, nude, dall’ispettore Addesso e colleghi, e arrestate: una chiara rappresaglia da parte di chi mette in atto ricatti sessuali e molestie e non intende accettare il rifiuto.
Durante le udienze del processo ai rivoltosi, Joy denuncia la tentata violenza da parte dell’ispettore. Hellen, sua compagna di stanza, conferma l’accaduto, diventando la sua testimone.
La Croce Rossa, nella figura del responsabile Massimo Chiodini, copre l’ispettore-capo di polizia. La giudice, voce della “giustizia” italiana, denuncia entrambe le donne per calunnia.
Tutte e cinque le donne imputate vengono condannate a sei mesi di carcere per la rivolta. A febbraio, terminata la pena, vengono riportate in un Cie, dove a tutt’oggi si trovano rinchiuse ­ tutte tranne una ­con la prospettiva di essere deportate in Nigeria, una prospettiva che per Joy ed Hellen, come per tante/i altre/i, equivale ad una condanna a morte.
L’8 giugno a Milano si terrà l’incidente probatorio, udienza durante la quale si troveranno faccia a faccia Joy, Hellen e Vittorio Addesso.
Con Joy, dietro a Joy, vi sarà tutto il mondo dei Cie, fatto di controllo, intimidazioni, abusi e violenze sui corpi rinchiusi. Dietro Vittorio Addesso starà tutta la gerarchia degli aguzzini, fino ad arrivare in alto, al ministero dell’interno e ad uno stato che vuole, gestisce e controlla quei lager. Uno stato che, nella figura di un suo servo, si troverà per l’ennesima volta come parte accusata in un’aula di tribunale da cui, molto probabilmente, ne uscirà assolto.
Ma non è da quell’aula di tribunale che ci aspettiamo una rottura con un consolidato meccanismo di violenze, abusi e ricatti, meccanismo che si esplicita quotidianamente dentro le mura di ogni Cie. È urgente la presa di posizione di ognuna/o di noi contro le complicità che permettono l’esistenza di un lager di stato e coprono gli abusi che vi avvengono quotidianamente.
Per questo l’udienza che si terrà a Milano l’8 giugno, preceduta da una settimana internazionale di lotta contro le deportazioni, chiama tutte e tutti a fare una scelta di parte, ad opporsi e ad esserci.
Una mobilitazione fattiva che arrivi a concretizzare il vero obiettivo: la lotta per la distruzione di tutti i Cie, che è anche lotta per la nostra libertà e la nostra autodeterminazione all’interno di un paese-laboratorio sociale governato da uno stato di polizia. Invitiamo chi non può partecipare al presidio, che si terrà a Milano in tale data, ad organizzare iniziative nel territorio in cui vive.»

macerie @ Maggio 12, 2010

I voli delle espulsioni!

8 maggio 2010 Lascia un commento

Un personaggio ingombrante, del quale sbarazzarsi al più presto possibile. È questo quel che l’Ufficio immigrazione della Questura di Torino pensa di Falloul, il recluso marocchino che solo due settimane fa era riuscito a scavalcare le mura del Centro e ad allontanarsene – anche se per poche ore. Soprattutto perché Falloul è un testimone scomodo della vita in corso Brunelleschi, uno che ha voluto reagire ai pestaggi e alle angherie denunciandoli ad alta voce. E così questo pomeriggio Falloul è stato prelevato dall’area gialla del Centro – area che è stata compatta in sciopero della fame per più di una settimana dopo il tentativo di evasione di due settimane fa e il relativo pestaggio poliziesco - e portato all’areoporto di Caselle, dove lo aspettava un aereo per Roma e da lì un altro per il Marocco. Inutile ricordarvi le responsabilità del console del Marocco a Torino, sempre prono alle esigenze – di immagine e di sostanza – della Questura sabauda, e il complice e sorridente silenzio della Croce Rossa, vero e proprio lubrificante sugli ingranaggi della macchina delle espulsioni.

Adesso come adesso di Falloul sappiamo solo che era scortato da sei poliziotti e che una volta salito sul volo delle 19,00 dell’Alitalia per Roma ha dovuto spegnere il telefono. Però sappiamo pure che – mentre lui era prigioniero e inavvicinabile ai bordi della pista – un gruppo di solidali si è intrufolato nello scalo torinese per riempirlo di volantini, e ha sussurrato nelle orecchie di viaggiatori e dipendenti la storia di Falloul e dei tanti come lui che salgono le scalette degli aerei con le catene ai polsi. Anche i “compagni di viaggio” di Falloul sono stati avvertiti che qualche fila dietro la loro avrebbe volato, e molto di controvoglia, un testimone scomodo della vita in corso Brunelleschi.

Oramai agganciati e scortati dalla Polizia – e dopo un’oretta pure dalla Digos – i solidali sono riusciti a chiedere spiegazioni al caposcalo dell’Alitalia (che si è rifiutato di darle) ai funzionari dell’Enac (e pure loro se ne sono stati abbottonati) ed anche ad altri responsabili della compagnia di bandiera, che se ne stavano rintanati nell’alto dei loro uffici e che hanno fatto finta di cascare dal pero, scaricando tutta la responsabilità sulla Questura di Torino. Ad un certo punto è comparso addirittura il cotonatissimo Antonino Calvano – presidente del Comitato Provinciale della Croce Rossa già ai tempi della morte di Hassan -, accompagnato da una bionda sconosciuta e dall’immancabile crocerossina in giarrettiera: ne nasce una breve e movimentata discussione nel mezzo della hall dell’aeroporto, discussione troppo scortata per essere vera.

Ascolta questa diretta trasmessa durante la trasmissione “Silenzio assordante” di Radio Onda Rossa: AUDIO

Macerie, 7 Maggio 2010

Rosarno: caporali in manette

26 aprile 2010 Lascia un commento

Ammazza come sono intelligenti…si sono accorti che a Rosarno i rivoltosi non erano solo immigrati impazziti e violenti a cui hanno iniziato a sparare addosso…
si sono accorti che forse dietro c’era una condizione che non si può nemmeno definire di sfruttamento ma di totale schiavitù. Stiamo parlando di persone, di persone che lavoravano 14 ore al giorno per intascare una decina di euro…di persone che dormivano in baracche, prive di bagni, prive di qualunque cosa, stiamo parlando di persone costantemente minacciate e costrette a condizioni di subordinazione totale. Le agenzie stampa raccontano oggi (OGGI!!!) che oltre alla paga insignificante, dovevano pagarsi anche il trasporto dalla bidonville dove dormivano ai campi: 3 euro al giorno!
E questa mattina ci siamo svegliati con Rosarno di nuovo in prima pagina per una carrellate di ordinanze di custodia cautelare nei confronti di una trentina di persone (9 sono in carcere e 21 ai domiciliari) a capo di un sistema di caporalato, un “collocamento” illegale in grado di fornire manodopera clandestina destinata all’agricoltura.
I nove in arresto (in realtà due risultano irreperibili) sono tutti migranti, gli altri 21 ai domiciliari sono tutti italiani proprietari dei terreni e imprenditori agricoli: venti aziende e duecento terreni (10 milioni di euro di valore ) sono stati posti sotto sequestro, perchè ritenuti frutto di arricchimento illecito…

Leggere ed ascoltare le testimonianze e i racconti delle condizioni di vita ma soprattutto della rivolta è impressionante: sono ancora tutti estremamente terrorizzati per quello che è successo e molti di loro, scappati dai colpi di pistola e dai pestaggi dei rosarnesi, non hanno più avuto il coraggio di tornare in quelle terre…
gli schiavi del nuovo millennio, braccianti privi di qualunque diritto, sono davanti ai nostri occhi tutti i giorni…
sono quelli che raccolgono le nostre arance, quelli che cadono dai ponteggi per costruire case, sono quelli che oltretutto vengono chiusi in un CIE senza aver commesso alcun reato.
BASTA CON LO SFRUTTAMENTO, BASTA CON LE FRONTIERE
CONTRO PADRONI E CAPORALI CHE SFRUTTANO E UCCIDONO
CONTRO LO STATO CHE CARCERA, ESPELLE, REPRIME E CONTRO TUTTI I SUOI SERVI CHE DENTRO I C.I.E. ESERCITANO IL LORO POTERE ABUSANDO FINO ALLO STUPRO.

Joy ha tentato il suicidio: Assassini!

24 aprile 2010 Lascia un commento

Chi vuole la morte di Joy

Mesi e mesi di vita rubata tra Cie e carcere dopo anni di vita rubata dai suoi sfruttatori. Quello di Joy non è un tentato suicidio, ma un tentato omicidio, e sappiamo bene chi vuole la sua morte: chi sta facendo di tutto per non farla uscire dal Cie, chi da settimane cerca di piegarla e distruggerla psicologicamente, chi cerca di isolarla impedendo i colloqui con lei e negandole la linfa vitale delle relazioni. Tutti/e costoro – e i loro complici – sono responsabili del gesto disperato di Joy che oggi i suoi avvocati hanno voluto denunciare con un comunicato stampa mandato alle agenzie.
Chiediamo a chi intende riprendere il comunicato di omettere, come abbiamo fatto noi, il suo cognome.
Immigrazione/ Denunciò stupro al Cie: nigeriana tenta suicidio Il 17 aprile Joy (***) ha ingerito sapone al Cie di Modena (da Apcom) Joy (***), la 28enne nigeriana che ha denunciato un tentativo di violenza sessuale da parte di un ispettore di polizia nel Cie di Milano l’estate scorsa, ha tentato il suicidio all’interno del Centro di identificazione ed espulsione di Modena dove è trattenuta da alcuni mesi.
A quanto risulta ad Apcom, il 17 aprile scorso, la donna ha ingerito un intero flacone di sapone ed è stata ricoverata in ospedale dove le è stata praticata una lavanda gastrica. Sentito da Apcom, l’avvocato Eugenio Losco, che insieme con il collega Massimiliano D’Alessio difende la donna, conferma l’episodio: “Se l’è cavata, ma sono molto preoccupato perché, dopo questo tentativo, Joy continua a manifestare propositi suicidi e non vorrei contare il secondo morto nella vicenda seguita alle proteste nel Cie di Milano”. L’avvocato si riferisce al suicidio, nel gennaio scorso, a San Vittore di Mohamed El Aboubj, in carcere dopo la condanna in primo grado nel processo con rito direttissimo per la “rivolta” in cui fu coinvolta anche Joy. “Joy è nei Cie da quasi un anno in attesa di espulsione ed è fisicamente e psicologicamente molto provata, sia per la detenzione che per il dilatarsi dei tempi di inoltro della denuncia che ha fatto contro i suoi sfruttatori e che le farebbe ottenere un permesso di soggiorno per protezione sociale” continua il legale, sottolineando che la situazione per Joy, in Italia dal 2002 per fare la parrucchiera e poi diventata prostituta, si è “ulteriormente aggravata dopo che il 12 aprile scorso, giorno in cui era prevista la sua liberazione, le è stato comunicato che sarebbe dovuta rimanere al Cie per altri due mesi”. Per quanto riguarda la vicenda della presunta violenza sessuale (l’ispettore accusato ha sporto querela contro la donna), l’avvocato fa sapere che l’8 giugno prossimo il Gip Guido Salvini ha fissato l’incidente probatorio per l’audizione della donna nigeriana.

VI SERVIAMO OVUNQUE, ANCHE NEI LAGER!

22 aprile 2010 Lascia un commento

VI SERVIAMO OVUNQUE, ANCHE NEI LAGER!
Roma, mercoledì 21 aprile 2010

Oggi un centinaio di persone tra studenti universitari, nativi e migranti, attivisti/e dei centri sociali, occupanti dei movimenti per il diritto all’abitare, antirazzisti e antirazziste si sono incontrati/e all’Università La Sapienza di Roma per dare vita a un’iniziativa di denuncia e boicottaggio contro i CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione per migranti).
L’obiettivo era il gruppo “La Cascina”, che gestisce il servizio mensa della Facoltà di Economia e il bar universitario a piazzale Aldo Moro. Questa società, tramite l’affiliata “Auxilum”, dal 1° marzo è entrata nella gestione dei servizi interni al lager di Ponte Galeria.

Abbiamo scelto di denunciare la linea complice di quest’azienda che, oltre ad avallare l’esistenza e contribuire alla mala-gestione del CIE di Roma, è responsabile di somministrare cibo scadente, se non scaduto, e troppo spesso “condito” con psicofarmaci, allo scopo di aumentare il controllo sui migranti e le migranti reclusi/e.
È stato aperto uno striscione che diceva «La cascina: complice dei lager! No ai CIE» davanti all’ingresso della mensa di Economia, mentre altri/e entravano nelle sale distribuendo volantini e adesivi informativi, denunciando al megafono gli orrori di Ponte Galeria, invitando gli studenti e le studentesse a boicottare gli esercizi gestiti da “La Cascina”, parlando con lavoratori e lavoratrici e informandoli/e, molti/e per la prima volta, del profilo infame dei loro datori di lavoro.
Ci siamo poi spostati con un corteo spontaneo che ha bloccato la strada fino a La Sapienza, per poi proseguire dentro l’università fino al bar di piazzale Aldo Moro. Anche qui abbiamo denunciato la complicità di “Auxilium/Cascina” e invitato al boicottaggio attivo gli studenti presenti.
L’iniziativa si è conclusa con un pranzo sociale e una mostra tematica sulle condizioni del CIE di Roma al pratone dell’università.

Per costruire le prossime iniziative della campagna contro i CIE
GIOVEDÌ 29 APRILE ORE 19.00 AL FORTE PRENESTINO, CENTOCELLE

CHIUDERE I CIE SUBITO
NON RENDERTI COMPLICE!
BOICOTTA “LA CASCINA”

Ascolta la CORRISPONDENZA di Radio Onda Rossa.

Non un@ di noi! TUTT@ LIBER@

19 aprile 2010 Lascia un commento

Su un muro di Quarto, Napoli

Un’altra evasione da corso Brunelleschi. Questa volta è toccato a Nabil, uno dei reclusi trasferito a Torino da Roma dopo la grande rivolta della fine di marzo e da allora tenuto in isolamento. Lo stavano cambiando di blocco, ieri sera, ma lui è riuscito a sgattaiolare tra le sbarre e poi a dribblare il carceriere che gli si era parato davanti per impedirgli di avanzare. Una corsa e via, fino a guadagnare la strada.
Poche ore prima una sessantina di persone avevano dato vita al consueto presidio mensile contro i Centri, giusto là davanti: urla, battiture, mortaretti e messaggi di lotta e di solidarietà al microfono.

macerie @ Aprile 19, 2010

Qualche giorno fa invece:

Tentato suicidio nella sezione bianca del Cie di Torino. Nuer, un ragazzo tunisino, mercoledì mattina ha tentato il suicidio impiccandosi con una corda, soccorso in tempo e portato in ospedale da cui è stato dimesso in giornata. La sua storia è l’ennesima storia disperata frutto delle leggi assurde di questo paese. Nuer è stato detenuto in carcere per violenza privata per due anni, fino a quando non è arrivata l’assoluzione e la conseguente scarcerazione. Certo non si aspettava di passare da un carcere ad un altro centro di detenzione: il Cie di Corso Brunelleschi, perché dopo due anni di carcere aveva perso il permesso di soggiorno, quantomeno si aspettava di avere i cinque giorni di tempo che il decreto di espulsione concede per lasciare l’Italia. All’attuale non è neanche certo che riesca ad ottenere il rimborso per ingiusta detenzione.
La storia di Nuer ce l’ha raccontata Mustafa, un signore in Italia da vent’anni, che, a fine anni Novanta, insieme al lavoro ha perso anche il permesso di soggiorno, ed è stato quindi espulso. Ha deciso di tornare subito in Italia, ed ora è recluso nel Cie.
Nella stessa sezione di Nuer e Mustafa, la bianca, c’è anche Mohammed, che mercoledì ha interrotto lo sciopero della fame che portava avanti da ventitré giorni. Martedì era stato portato al repartino psichiatrico del Martini, e dopo un breve colloquio con la psichiatra, colloquio al quale ha partecipato anche la Guardia di Finanza che lo stava piantonando, alla faccia della riservatezza tra medico e paziente. Quello che Mohammed chiedeva era la visita di un medico che gli misurasse la pressione e che gli facesse un prelievo del sangue, quello che ha ottenuto è stata una psichiatra che gli ha confermato la sua salute mentale. Il commento di un crocerossino al suo ritorno nel Centro è stato: “Tu stai rischiando la vita, ti conviene smettere di fare lo sciopero, tanto non ti fanno uscire”.
Abbiamo anche saputo che quattro marocchini sono stati rimpatriati in settimana.

macerie @ Aprile 17, 2010

Cosa accade al porto di Napoli?

14 aprile 2010 Lascia un commento

cosa sta accedendo…

Una nave attraccata l’8 aprile fa nel porto di Napoli (molo Bausan, nella periferia orientale, verso San Giovanni a Teduccio) è stata fermata perchè aveva a bordo 9 migranti “irregolari”. Di queste nove persone, che la polizia di frontiera dichiara di nazionalità ghanese e nigeriana, cinque sono minorenni.

La Vera-D nel porto di Napoli

Secondo la ricostruzione accreditata dal comandante russo di questa grossa nave-merci (battente bandiera liberiana, ma di proprietà di una importante compagnia di armatori tedesca, la Peter Dohle di Amburgo) i migranti si sarebbero nascosti in un container al porto di Abidjan in Costa D’Avorio e avrebbero trascorso così l’intero viaggio.

Non è ben chiaro se in un primo momento la nave sia stata fermata dalla polizia di frontiera per la presenza di immigrati irregolari, o dallo stesso comandante. Sta di fatto che dopo aver “scoperto” la presenza dei migranti, il comandante rilevava di non avere più il numero legale per navigare e chiedeva all’Italia di farsene carico. Del resto sono in acque nazionali italiane, quindi i minori hanno diritto di tutela mentre gli adulti devono (è un loro diritto!) potere fare domanda d’asilo.  In ogni caso le autorità italiane gli hanno impedito di sbarcare…
La notizia è trapelata solo nella mattinata del 12 aprile, per la protesta dei lavoratori del terminal container, dovuta al fatto che il blocco del molo Bausan aveva interrotto molte delle attività lavorative legate allo scarico merci. Questa è sembrata essere anche l’unica preoccupazione dei media, che hanno trattato molto superficialmente la questione umanitaria dei migranti confinati forzatamente sulla nave sottolineando soltanto il danno economico che l’attracco della nave potrebbe costare, la necessità ripresa dei lavori nel terminal e i risarcimenti, dopo che i “clandestini” sarebbero stati fatti scendere dalla nave (vedi: canale9, il mattino)
In realtà le cose hanno rischiato di prendere una piega ancora peggiore: la nave è stata fermata e sequestrata dalla stessa magistratura in maniera preventiva rispetto alla eventuale copertura dei danni in seguito alla denuncia del Conateco, il consorzio napoletano terminal container, per il blocco del molo.

Quando il 13 aprile è scoppiata la protesta dei portuali, la mediazione tra polizia e comandante della nave è stata quella di far scendere solo tre dei cinque minori a bordo, esclusivamente per rientrare nel numero massimo di persone che consentisse alla nave di fare manovra.

Il porto di Napoli

La rete antirazzista si è subito mobilitata, cercando di entrare in contatto con i migranti, facendo notare che i minorenni non possono essere respinti e hanno diritto alla massima tutela da parte dello stato italiano, mentre gli adulti potrebbero voler presentare domanda di asilo politico o protezione umanitaria.
Ogni contatto è stato impossibile in un primo momento, perché la polizia di frontiera ha accampato una scusa dopo l’altra, impedendo di fatto che si rispettassero i diritti di queste persone. La motivazione della polizia di frontiera è stata che ci voleva l’autorizzazione del capitano della nave con cui  è stato a lungo impossibile entrare in contatto diretto. Un chiaro escamotage, dal momento che lo stesso capitano ha tutto l’interesse e la volontà, più volte esternata, di far sbarcare gli immigrati.
Possibile infatti che oltre alle motivazioni umanitarie ce ne siano altre di carattere economico, perchè la perdurante presenza a bordo dei migranti, una volta appurata, potrebbe portare al divieto di scalo anche nel porto di Genova, dove la nave è diretta. Infatti, per fortuna, la Vera D non ha a bordo le gabbie in cui vengono a volte rinchiusi gli immigrati trovati sulle navi! Gabbie in cui vengono segregati fino al ritorno nei presunti paesi di origine in spregio a ogni aspetto del diritto internazionale, specie per profughi e rifugiati, ma tranquillizzando così le autorità di frontiera…

Dopo un’estenuante trattativa con l’armatore tedesco della nave, la capitaneria di porto, la questura di Napoli e la polizia di frontiera, nella tarda serata di ieri 13 aprile, un’ ampia delegazione della rete antirazzista che presidiava la nave Vera D è riuscita ad ottenere che tre persone salissero sulla nave e incontrassero i migranti. Fra queste tre persone l’avvocato del CIR (Centro Italiano Rifugiati) a Napoli. Durante la visita tutti e nove i migranti hanno firmato la delega all’avvocato manifestando, anche davanti a un pubblico ufficiale (il comandante della nave), la volontà di chiedere asilo politico, di cui l’avvocato ha preso richiesta scritta. Inoltre cinque persone si sono dichiarate minorenni.
Quando la delegazione è scesa dalla nave ha chiesto subito alla Questura di prendere atto delle istanze di asilo e di venire a prendere i migranti per formalizzarle e provvedere all’accoglienza a terra, come è suo dovere legale. Il Questore (che ha interloquito anche con diversi parlamentari) ha invece preso tempo sostenendo che gli uffici potevano formalizzare tutto solo nella mattinata successiva.

[mercoledì 14]
Dopo una intera notte e mattinata trascorsa a picchettare ininterrottamente la nave “Vera D” gli immigrati sono scesi dalla nave (video) e il presidio si è spostato sotto l’ufficio stranieri, che dovrà determinare il percorso con cui i migranti arriveranno alla Commissione asilo, se in condizioni ordinarie e sacrosante di libertà e di accoglienza o con forme di restrizione della libertà (come ad esempio nei CIE) che rappresentano una grave coercizione all’esercizio del diritto alla protezione.
In ogni caso, nella gestione di questa vicenda molti restano i lati oscuri! Anzitutto la questione dei minorenni: ieri la questura dichiarava che “sulla nave non ci sono minorenni”, dopo aver fatto dei discutibilissimi esami biometrici solo a tre ragazzi sui cinque che pure erano stati censiti…!! Oggi, in seguito alle insistenze della rete antirazzista e alle varie forme di pressione, altri tre ragazzi sono stati portati a fare gli esami (ancora un’altra persona è risultata nella fascia anagrafica giusta). “Dobbiamo dedurre che se l’espulsione fosse avvenuta oggi, avrebbero proceduto senza verificare le esigenze di tutela dei minori! E’ una responsabilità grave!” “Dobbiamo pensare che senza la protesta dei portuali del molo Bausan tutto sarebbe avvenuto in silenzio e senza alcuna tutela?!”
Poi il misterioso decreto di respingimento, che ai migranti non è stato mai notificato e che in questura sostengono aver prodotto il 7 aprile… perchè finora non è stato notificato? L’espulsione sarebbe comunque sospesa dalla richiesta di asilo, ma l’ipotesi decreto sembra francamente solo una forma di accanimento per rinforzare l’ipotesi di una reclusione nei CIE dei migranti maggiorenni in attesa della valutazione in Commissione della loro richiesta di protezione umanitaria. Una condizione cui sicuramente faremmo ricorso, ma che secondo noi “testimonia ancora una volta il contesto irrituale in cui si svolgono i cosiddetti “respingimenti in mare”, che comportano sempre una violazione sostanziale dei diritti minimi e delle tutele dei rifugiati. Una “pratica” che almeno oggi la rete antirazzista è riuscita a inceppare!”

Rete antirazzista napoletana
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Troppa merda dentro i CIE Altro poliziotto sotto inchiesta

12 aprile 2010 1 commento
Erano giorni che volevo pubblicare questa cosa ma ormai non rispetto mai i tempi che mi metto in testa…
il mio cucciolo decide per me, i tempi son dilatati, il mondo a volte sembra distante.
ma non lo è!
E’ di qualche giorno fa la notizia dell’ennesima porcheria fatta da un ispettore capo di stanza in Corelli. Guardiano nel lager e molestatore di trans rinchiuse lì dentro, arrotondava lo stipendio di “difensore della sicurezza” affittando in nero e a prezzo esorbitante un tugurio a trans brasiliane senza permesso.
Che il reato di clandestinità sia un business per lo Stato e i suoi “servitori” non ci sorprende affatto.
Da radiocane:
L’affittacamere
(Friday, 09 April 2010 15:23)
La storia di Paola, trans brasiliana, che vive prostituendosi in appartamento a Milano.
La storia di Paola che finisce nel Cie di Via Corelli a Milano.
La storia di un incontro nel Cie con un poliziotto che lei già conosce
La storia di un poliziotto che arrotonda affittando appartamenti agli stessi clandestini che poi finiranno nel Lager.
La storia di Paola, che denuncia pubblicamente il suo affittacamere, viene prelevata dalla polizia questa mattina nel cie di via corelli a milano, il perchè non lo sappiamo, lei non risponde più al telefono.
Oggi la Questura di Milano ha deciso di far uscire la notizia per evitare che l’ennesimo scandalo gli esplodesse per le mani.
Ma il coperchio del silenzio dei CIE d’Italia è saltato, ed è chiaro a tutti che non è questione di mele marce.
Una storia tutta italiana
Ascolta l’intervista a Paola raccolta da radio cane

APPELLO INTERNAZIONALE: SETTIMANA DI AZIONI CONTRO LE DEPORTAZIONI!

9 aprile 2010 Lascia un commento

Chiamata per una Settimana di azioni contro la Macchina delle Deportazioni
1 – 6 giugno 2010
STOPDEPORTATION.NET

Le deportazioni sono diventate una parte integrale del sistema delle Regime europeo sull’immigrazione. Centinaia di rifugiati/e e di migranti sono forzatamente deportati/e ogni giorno per fare ciò che le persone hanno fatto per milioni di anni: emigrare alla ricerca di una vita migliore, scappare dalla povertà, dalle persecuzioni, dagli abusi, dalle discriminazioni, dalla guerra etc. Il diritto di viaggiare e vivere dove si vuole è negato a tutti e tutte coloro che hanno un diverso colore della pelle, passaporto e conto in banca. Queste persone sono trattate come ‘criminali’ e incarcerati in prigioni speciali che chiamano con altri eufemismi (centri di rimozione, case rifugio e così via). Gli abusi razzisti e sessisti e la violenza fisica, agiti dalla polizia che si occupa di immigrazione e dalle guardie private, sono istituzionalizzati e legittimati dall’uso della forza nelle operazioni di deportazione.

Dietro le deportazioni si nasconde un misto di razzismo, nazionalismo e imperialismo in un contesto di capitalismo globale: mentre il capitale e i cittadini/e dell’Unione Europea e degli altri paesi del “primo mondo” sono liberi di viaggiare dove vogliono, le/gli altri/e dal lato sbagliato dei confini costruiti artificialmente, i cui paesi sono fatti a pezzi dai privilegi europei e dal capitalismo e dalle conquiste imperialiste, sono illegali, criminalizzati e impediti nell’esercizio dei diritti fondamentali. Loro semplicemente cessano di essere persone; diventano “immigrati illegali”, che si “trattengono troppo a lungo” [overstayers] e “mancati richiedenti asilo” di cui si può fare a meno quando non si ha più bisogno di sfruttare il loro lavoro o quando cercano di rivendicare i propri diritti. Come conseguenza, le lotte comuni e le comunità sono divise e prevale una cultura di sospetto e della sorveglianza.

Quando gli ordini di deportazione sono emanati, fa comodo dimenticare le cause dell’immigrazione. Le armi prodotte in Occidente e i conflitti armati, le guerre di aggressione alla ricerca di petrolio e di altre risorse naturali, i regimi repressivi appoggiati dai nostri democratici governi, i cambiamenti climatici e la sottrazione delle terre… tutto ciò può essere rintracciato all’interno delle nostre economie capitaliste, dello stile di vita consumistico e degli interessi imperialisti. La lotta contro le deportazioni non è solo una singola campagna: le persone scelgono o sono forzate a migrare per varie ragioni.

Per far funzionare il sistema dei voli di deportazione, i governi europei appaltano ad una serie di privati o semi-privati il lavoro sporco che sarebbe toccato a loro. Le compagnie aeree sono un ingranaggio centrale della macchina delle deportazioni. Non solo sono una delle prime cause che contribuiscono alla morte del pianeta, ma molte compagnie aeree, nella loro ricerca di profitto, sono contente di portare persone verso una possibile morte – sia essa una deportazione individuale o di massa. Gli interessi dietro la macchina delle deportazioni includono altri tipi di opportunisti, quali le compagnie che provvedono al trasporto e all’accompagnamento durante le deportazioni forzate e le compagnie di sicurezza delle multinazionali, come Serco e G4S, che gestiscono le prigioni per immigrati/e e portano avanti le deportazioni a nome delle autorità per l’immigrazione.

Inoltre, ci sono agenzie fantasma e inspiegabili, agenzie inter-governativei, come l’Agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne (Frontex) e l’Organizzazione Internazionale per la migrazione (IOM), il cui ruolo è diventato sempre più influente negli ultimi anni e con le quali i governi europei cercano di portare avanti operazioni unitarie e coordinate. Questo non solo per risparmiare soldi, ma anche per mettere le deportazioni in mano a corpi europei e internazionali, che spingono la responsabilità su un altro livello al di là dei governi nazionali e delle autorità per l’immigrazione.

Infine, La Frontex ha recentemente assunto ulteriori poteri per le deportazioni di massa attraverso voli charter a nome dei governi europei, comprando equipaggiamento e sperimentando nuove tecnologie per il controllo dei confini dell’EU. Dopotutto, un super stato, razzista e imperialista, come Fortresse Europe ha bisogno di un esercito mercenario come Frontex per proteggere i propri confini artificiali.

Deportati e deportate, inclusi bambini/e, sono spesso ammanettati e accompagnati dalla sicurezza come criminali pericolosi (l’etichetta “criminale” è usata da chi è al potere). Ci sono stati numerosi segnalazioni di maltrattamenti fisici e abusi razzisti e sessuali, che uomini e donne hanno subito da parte delle guardie per l’immigrazione o degli “accompagnatori” privati durante le deportazioni (sia individuali che di massa). La proposta di avere qualcuno/a che monitori i diritti umani sui voli per le deportazioni, come ha recentemente suggerito un membro della Commissione europea, può impedire alcune di queste pratiche ma può anche legittimare le brutalità della deportazione stessa.

Siamo consapevoli che resistere contro le deportazioni è un percorso continuo e non confinato ad alcuni giorni o a settimane di azioni: le persone cercano di attraversare i confini in condizioni pericolosissime ogni giorno; gli scioperi della fame e le lotte nelle prigioni per immigrati; i/le deportati/e e i passeggeri consapevoli che si rifiutano di sedersi tranquillamente a bordo di un volo che passa inosservato; le comunità che si uniscono per difendere i loro membri; le proteste regolari e azioni contro varie componenti della macchina delle deportazioni… e molto altro ancora deve essere fatto perché milioni di persone continuano ad essere forzatamente deportate ogni giorno.

Questo appello è rivolto a tutti/e coloro, individualità e gruppi in Europa, che vogliano unirsi in una settimana di azioni decentralizzate e coordinate contro la macchina delle deportazioni nella prima settimana di giugno 2010. Questo appello è rivolto a tutti/e i migranti e rifugiati e chi li sostiene dentro e fuori l’Europa. Organizziamoci nelle nostre realtà locali in azioni o proteste durante la settimana con un unico grido:

STOP ALLE DEPORTAZIONI!
NO ALLA FORTEZZA EUROPA!
LIBERTÀ DI MOVIMENTO PER TUTTI E TUTTE!

Callout [Deutsch | Ελληνικά | Español | Français | Italiano | Polski | Türkçe | عربي] || Poster | Leaflet

Aggressione fascista a Magliana: il comunicato

18 marzo 2010 Lascia un commento
AGGRESSIONE FASCISTA  A MAGLIANA !

La sera del 14 marzo un gruppo di razzisti armati di bastoni e con i volti semicoperti da sciarpe e fazzoletti hanno fatto irruzione nel bar bangladese di via Murlo. Pochi minuti di terrore violenza e devastazione, ai danni di quanti/e erano nel locale.
Questo, è soltanto l’ultimo episodio in ordine temporale, di provocazioni e aggressioni ai danni della comunità bangladese che vive e lavora a Magliana, così come di una serie di atti simili nella città di Roma, compiuti da persone certe della loro impunità.

"Monnezza" a Magliana!

Esattamente 48 ore prima di questo assalto razzista sono apparse sui muri del nostro quartiere scritte razziste, inneggianti al Fascismo e firmate “Senza Padroni”.
I carabinieri di Bernardo e Casarsa, i consiglieri del Pdl e lo stesso sindaco Alemanno coadiuvati dai giornali stanno depistando le indagini dichiarando che è solo una banda di teppisti e bulli di quartiere. Ma i veri mandanti politici e morali di questa aggressione sono proprio Alemanno, Fabrizio Santori, Augusto Santori e Federico Rocca e il circolo Pdl  “Magliana senza padroni” che da mesi incitano con le loro parole alla violenza razzista a Magliana e in tutta la città!
Noi compagne/i del CSOA Macchia Rossa denunciamo il clima di intolleranza nei confronti dei/delle migranti che sta crescendo nel nostro quartiere e nella città. Sono all’ordine del giorno episodi di piccole e grandi violazioni ai danni dei lavoratori/trici e residenti di origine straniera.

Denunciamo politicamente e pubblicamente, quanti strumentalizzano i ragazzini di Magliana, con false idee di ribellione, e che usano la pratica dell’aggressione ai danni dei/delle migranti come vile palestra per preparare la “carne da macello” a  scontri più difficili. Non ci interessa sapere chi sono gli autori materiali di questo raid. Per noi sono un gruppo di fascisti e razzisti, coperti dalle guardie e questo ci basta: noi non siamo spie e informatori dei carabinieri, noi non li denunceremo alle forze dell’ordine neanche se sapessimo chi sono. Noi non siamo spie come loro! Noi li affronteremo sul terreno della lotta politica e sociale e su quello dell’antifascismo e sia chiaro che se qualcuno oserà toccare un compagno o una compagna del centro sociale Macchia Rossa ne dovrà rispondere politicamente e seriamente.Al Sit-in e al Corteo di lunedì e martedì a Magliana sono venuti i consiglieri municipali Santori e Rocca e il delegato alla sicurezza Ciardi del Pdl a portare una falsa e strumentale solidarietà, ma per fortuna gli\le antirazzisti\e hanno pacificamente ma in maniera determinata respinto questa infame provocazione fascista e non hanno permesso che partecipassero né al sit in né al corteo!
Purtroppo agli sciacalli strumentalizzatori del Pdl si sono aggiunti anche quelli del Pd, che con in testa il presidente-sceriffo del XV Municipio Gianni Paris hanno convocato una manifestazione a puro scopo elettorale sulla vicenda dell’assalto razzista di Via Murlo. Invece di sostenere la manifestazione indetta dalla comunità Bangladese di martedì scorso, dove hanno partecipato solo pochi e generosi compagni di Rifondazione e Sinistra e Libertà,
il Pd ha indetto un’altra manifestazione per Venerdi 19 a cui noi non parteciperemo e invitiamo i compagni e le compagne sinceramente antirazzisti\e a non partecipare.

Centro Sociale Occupato Autogestito “Macchia Rossa” Magliana

Aggiornamenti dopo la rivolta di Ponte Galeria

15 marzo 2010 1 commento

Ieri(13 marzo), alle ore 22.30, sono rientrati in cella i ragazzi che durante il presidio erano saliti sui tetti del lager di Ponte Galeria.
Dopo la protesta sono stati picchiati brutalmente dalla polizia.
Uno di loro non riesce più a muovere la mascella e sembra che un altro si sia tagliato un braccio come atto per scongiurare ulteriori pestaggi da parte dei burattini in divisa.

Successivamente la violenza è proseguita con la perquisizione nelle celle riservate agli uomini, ancora da accertare in quante sezioni sia avvenuta. Il giorno seguente (14 marzo) i/le reclus* riferiscono di essere in sciopero della fame.
Seguiranno aggiornamenti riguardo la protesta e l’adesione a questa.

Nella tua città c’è un lager, chiudiamo il C.I.E di Ponte Galeria!
Solidarietà a tutt* i/le reclus* in lotta!
Chiudere tutti i C.I.E!
Fuoco a tutte le gabbie!

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