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3 occupazioni sotto sgombero a Roma: aiutiamole a resistere!

Valle Fiorita resiste, foto di Monia Cappuccini
Sono 3 le occupazioni sotto sgombero da questa mattina:
tutte neo occupazioni di luoghi abbandonati, vuoti, sfitti, lasciati a sè stessi e che da pochi giorni avevano ripreso vita, colore e avevano offerto un’abitazione a centinaia di famiglie.
Dalle otto di mattina i blindati circondano l’occupazione di Via di Torrevecchia 156, lo studentato Alexis in Via Ostiense 124 e l’occupazione di Ponte di Nona.
Le altre resistono ma necessitano della solidarietà attiva di tutte e tutti noi.
IL DIRITTO ALLA CASA NON SI TOCCA.
GUAI A CHI CI TOCCA!
Ascoltate RadioOndaRossa per info in diretta
11.30: sgomberate due palazzine su 4 a Ponte di Nona: continua la resistenza sui tetti
12.20: La polizia va via sia da Torrevecchia che da Anagnina: SOLO LA LOTTA PAGA!!!
Compra Scarceranda, ODIA il carcere!
E’ già possibile acquistare Scarceranda, l’agenda di Radio Onda Rossa contro il carcere,
Disegno tratto da Scarceranda 2013
che viene inviata gratuitamente a chiunque sia privato della propria libertà.
Ancora una volta un agenda che vada a scandire giorno dopo giorno l’
ODIO per il carcere, e il desiderio,
semplice e così facile da capire,
di distruggerlo, abbatterlo, ridurre il carcere in macerie.
Il carcere, in ogni sua forma.
E domani avremo il piacere di presentarla a Roma, al Forte Prenestino,
in una bella serata contro il carcere, per gli amanti della libertà
ore 20,30 presentazione dell’AGENDA 2013 e cena contro il carcere
ore 22 proiezione di “CESARE DEVE MORIRE”
di Paolo e Vittorio Taviani (Ita 2012) 76′
Qui invece potete trovare l’elenco dei testi presenti sul quaderno allegato all’agenda:
testi di Salvatore, Paolo, Nicola Valentino, Vincenzo Ruggero, un mio brano, i testi della campagna 10×100 e molte lettere, poesie e ricette provenienti direttamente dal carcere, così come i tanti disegni.
Scarceranda 2013 + Quaderno 08
SENZA IL CARCERE
Dal carcere un grido: Amnistia! – S. Ricciardi
L’abolizionismo penale è possibile ora e qui – V. Ruggiero
Porta un fiore per l’abolizione dell’ergastolo – N. Valentino
L’ideologia vittimaria – P. Persichetti
IL CARCERE DENTRO
Pillole carcerarie – P. Persichetti
IL CARCERE FUORI
Perugia: La strategia della paura – Info404
G8 Genova 2001 non è finita – Campagna 10×100
POESIE Marco Cinque, Fabio Costanzo, Valentina Perniciaro, Emidio Paolucci, Manuela Fedeli, K.H., Sergio Gaggiotti “Rossomalpelo”, Daniela Del Gaizo
LETTERE
INDIRIZZI DELLE CARCERI ITALIANE
COMPRA SCARCERANDA! Per ogni copia venduta un’altra verrà inviata ad un detenuto.
ODIA IL CARCERE!
Da Gaza e Betlemme… aggiornamenti
Al settimo giorno di guerra sulla popolazione palestinese,
quando l’elenco dei nomi degli uccisi inizia ad essere insostenibile all’occhio umano e a qualunque stomaco non assassino, vi metto il link della corrispondenza che ho fatto stamattina dai microfoni di Radio Onda Rossa con Gaza.
Sul sito della radio potete trovare anche tutte le altre corrispondenze effettuate nei giorni precedenti con gli altri attivisti, poi costretti ad uscire daalla Striscia di Gaza.
Una breve chiacchierata, che ci racconta l’ultima pesante notte,
dove dal cielo e dal mare Israele ha rovesciato i suoi armamenti.
ASCOLTA
Poi, perché è una cronaca necessaria,
facciamo una zoomata anche sul resto della Palestina, sui Territori Occupati che da giorni sono per le strade a lottare contro l’occupazione militare in solidarietà con le sorelle e i fratelli gazawi: ieri sera erano già tre gli uccisi tra Tulkarem, Nabi Saleh e la zona di Betlemme. Decine e decine gli arresti.
Vi copio il dettagliato resoconto arrivato all’alba da Khaled, un caro compagno di Betlemme
[Leggi anche: Dizionario degli armamenti]
Questa è stata una notte da ‘corri e fuggi’ molto intensa, quindi ecco a voi gli aggiornamenti delle ultime 16 ore di Betlemme:

11:32
Iniziano duri scontri alla Tomba di Rachele tra ragazzi dei campi profughi di Betlemme e forze militari sioniste.
12:17
Gli scontri nella zona della Tomba di Rachele aumentano e le scuole mandano a casa gli studenti.
12:51
Un gruppo di forze speciali sioniste in borghese vestiti con Kefieh rosse provano ad infiltrarsi tra i ragazzi che fronteggiano i soldati sionisti vicino al campo profughi Aida senza successo.
13:13
Un gruppo di forze speciali sioniste in borghese prova ad infiltrarsi tra i ragazzi che si scontrano con l’esercito sionista nella zona del cimitero vicino alla Tomba di Rachele.
14:08
Gli scontri alla Tomba di Rachele aumentano di violenza e l’esercito israeliano ricorre all’uso di pallottole rivestite di gomma contro i ragazzi che li fronteggiano.
14:16
La resistenza palestinese colpisce con un razzo la base militare della colonia di Etzion a sud di Betlemme.
14:20
La resistenza palestinese colpisce con un razzo la colonia di Gilo a nord di Betlemme.
16:09
Le forze sioniste arrestano Ahmad Zawahre dalla zona della Tomba di Rachele.
17:36
Le forze sioniste arrestano 3 ragazzi durante gli scontri alla Tomba di Rachele.
19:49
Gli scontri alla Tomba di Rachele aumentano di intensità dopo la notizia dell’uccisione di un sionista da un razzo della resistenza palestinese caduto nell’insediamento di Ashkol.
20:24
Le forze sioniste arrestano Hamze Shoke durante gli scontri alla Tomba di Rachele.
20:29
Gli scontri alla Tomba di Rachele aumentano di intensità dopo la notizia dell’uccisione di altro sionista da un razzo della resistenza palestinese caduto nell’insediamento di Ashkol.
20:36
La resistenza palestinese apre il fuoco contro un veicolo sionista nella zona di Husan a sud di Betlemme ferendo un colono.
20:38
La resistenza palestinese apre il fuoco contro un veicolo sionista nella zona della colonia di Etzion a sud di Betlemme ferendo dei coloni.
20:48
Le Brigate dei Martiri Al-Aqsa e le Brigate Ahmad Abu El-Rish di Betlemme rivendicano l’operazione contro i veicoli sionisti nelle zone di Husan e Etzion.
20:51
Le forze militari sioniste setacciano la strada 60 a sud di Betlemme.
21:00
Avvistate nella zona di Husan 4 ambulanze, il nemico sionista ammette l’uccisione di una colona, testimoni oculari invece affermano che il numero di morti é superiore.
21:03
Scontri tra ragazzi palestinesi ed un gruppo di soldati sionisti nella zona di Beit Sahour.
21:05
Ferita una colona sionista vicino alla zona di Husan.
21:37
Avvistato un grande numero di pattuglie sioniste ai confini della zona di Husan.
23:00
Le prime notizia di movimenti dell’esercito israeliano nella zona di Betlemme.
23:15
Avvistate 6 pattuglie del nemico sionista davanti al Checkpoint risiedente nella zona di Al-Nashah vicino al campo profughi Dheisheh e al villaggio Al-Khader.
23:16
Avvistate 7 pattuglie del nemico sionista vicino alla zona di Al-E’ebedieh.
23:51
Avvistate 15 pattuglie dell’esercito sionista nella zona di Al-Radi dirette verso il campo profughi Dheisheh.
23:52
La resistenza palestinese a Betlemme rivendica il ferimento di 4 coloni.
24:05
Avvistato un veicolo della polizia israeliana accompagnato da una camionetta militare sionista vicino alla moschea della zona di Al-Khader.
24:58
Avvistato un grande numero di soldati sionisti nella zona di Al-Balua’a e lancio di bombe illuminanti.
00:00
Avvistato l’esercito israeliano nella zona di Al-Doha.
00:01
Avvistate delle pattuglie sioniste che entravano nella zona di Betlemme dalla zona della Tomba di Rachele.
00:02
Notizie sull’apertura di fuoco da parte della resistenza palestinese verso la colonia sionista Gilo dalla zona di Beit Jala.
00:14
Avvistate forze sioniste nel campo profughi Aida.
01:00
La resistenza palestinese apre il fuoco contro un gruppo di sionisti nella zona Al-Doha.
01:07
L’esercito israeliano setaccia la zona Al-Doha con bombe illuminanti in cerca dei combattenti della resistenza palestinese.
01:32
Rumori di esplosioni nella zona ovest di Betlemme.
02:01
Arresti e colpi di arma da fuoco nella zona di Beit Jala.
02:27
Rumori di bombe assordanti nella zona di Al-Radi.
03:00
L’esercito sionista arresta Murad Al-Khatib dal campo profughi Aida.
03:13
Avvistate delle forze sioniste al campo profughi Dheisheh nella zona del centro Ibdaa e nel vicinato Al-Walajieh.
03:18
Le forze sioniste lanciano bombe stordenti al campo profughi Dheisheh nella zona della moschea grande.
03:19
Un grande numero di forze speciali sioniste fanno irruzione nel campo profughi Aida.
03:22
Le forze sioniste fanno irruzione nella casa dell’ex prigioniero Mohannad Al-Khmour.
03:24
L’esercito sionista fa irruzione nel campo profughi Dheisheh.
03:26
Le forze sioniste si diffondono al campo profughi Dheisheh nel vicinato di Al-Walajieh.
03:28
Scoppiano violenti scontri tra ragazzi del campo profughi Dheisheh e forze militari sioniste.
03:33
Le forze sioniste arrestano Ahmad Al-Shobban nel campo profughi Dheisheh e arrivano rinforzi all’esercito.
03:36
Le forze sioniste arrestano Imad Abedrabbo nel campo profughi Dheisheh nel vicinato di Al-Muntazah.
03:40
Forze sioniste fanno irruzione in una casa nel Doha vicino alla moschea.
03:44
Le forze sioniste arrestano Fadi Ayyad nel campo profughi Dheisheh.
03:48
L’esercito israeliano fa irruzione nella casa di Saleh Abu Aker nel campo profughi Aida.
03:52
Avvistate forze sioniste nella zona di Al-Doha.
03:53
Le forze sioniste arrestano Karam Nasri nel campo profughi Dheisheh.
03:59
Avvistato un gruppo di forze speciali sioniste nella zona di Al-Doha.
04:00
Le forze sioniste arrestano Khalil Abu Aker dal campo profughi Aida.
04:01
L’esercito sionista si ritira dalla zona della moschea di Al-Doha.
04:16
Avvistate forze sioniste al campo profughi Aida.
04:20
Avvistate forze sioniste vicino al cimitero dei bambini di fronte al campo profughi Azzeh e vicino alla zona del palazzo Murra.
04:21
Le forze sioniste arrestano Ahmad Ewes dal campo profughi Aida.
04:26
Le forze sioniste arrestano Fadi Abu Wasfi dal campo profughi Aida.
04:49
Le forze sioniste arrestano Yahya Sa’adah dalla zona di Jabal Al-Mawaleh.
Microfoni aperti a Radio Onda Rossa: una riflessione su Via dei Volsci
Lo spazio sociale di Via dei Volsci 32 definisce l’azione a sfondo razziale avvenuta al civico 33, un fatto del “tutto privato”.
Ci tengono a spiegarlo ad inizio comunicato,
e direi che è meglio non commentare. 
Perché anche fosse un fatto privato è inammissibile che avvenga davanti agli occhi di compagni, perché anche fosse un fatto privato non sarebbe mai avvenuto se quella ormai non fosse (da almeno 15 anni) una strada di insulti, di botte, di qualche cazzo sulle porte delle compagne, di sputi, di spaccio molesto,
di sessismo, e a quanto pare di razzismo (diciamo che ce mancava solo questo) …
una strada di tutto ciò, non certo di storia dei compagni, non certo specchio del passato di quelle serrande, occupate dai compagni ferrovieri e da quelli del policlinico, per diventare centro dell’autonomia operaia, dell’autorganizzazione romana.

La sede delle compagne _Via dei Volsci 22_
Proprio no.
Questa trasmissione a microfoni aperti di Radio Onda Rossa mi sembra lo faccia capire chiaramente: perché le telefonate si sono accavallate a decine, tutte parlanti purtroppo la stessa lingua, tutte esuli da quella strada da più di un decennio.
Per la troppa nausea verso certi atteggiamenti, verso la copertura e l’avallamento di una cultura da strada, da teppa, da macho del muretto che ai compagni non ha portato niente e ha lasciato quella strada nell’impossibilità di essere attraversata e vissuta da chi non sopporta modalità gratuitamente violente, escludenti, sessiste, razziste.
Da chi pensa che esser compagni e compagne vuol dire per prima cosa proprio questo.
Perchè non è stato un fatto privato: non lo è stato perché avviene costantemente.
Non lo è stato perché basta vedere quante trasmissioni sono state fatte in solidarietà con le compagne che si trovavano la porta ricoperta di insulti o sventrata, perché basta ascoltare questa trasmissione che vi linko qui per sentirne a decine di storie.
Son sempre riuscita a scappare dai manganelli della polizia,
la mia testa non l’hanno mai avuta sotto ai loro colpi…ma ho conosciuto una sprangata,
sì la mia testa ‘na bella botta l’ha presa…
una testolina da 14enne, ad una delle sue prime riunioni in una storica sede del movimento romano:
ero tanto emozionata io.
Poi in un attimo le botte, gli strilli, un po’ de sangue dalla testa…
a casa ho detto che era stata la polizia, mi vergognavo di dire che erano stati i compagni.
A 14 anni non capivo i motivi di quella violenza, ma mi vergognavo di dire a casa che quel bozzo veniva dai compagni, non sarei stato proprio in grado di spiegarlo…
Buon ascolto… : QUI
Da Settembrini a Scarceranda: CONTRO IL CARCERE, passo dopo passo…
“Per impedire questi orrori non basta il senno e la vigilanza de’ comandanti, non le battiture, il puntale, le traverse, le manette che sono gli aspri castighi che si dànno ogni giorno a chi commette i più lievi falli ed i più gravi. Il colpevole è disteso bocconi sopra uno scanno in mezzo al cortile, e da due agozzini con due grosse funi impiastrate di catrame ed immollate nell’acqua, è battuto fieramente su le natiche, e su i fianchi ancora e sui femori.
Il comandante prescrive il numero dei colpi, ed è presente col medico e col prete: i soldati stanno su la loggia con l’arme al braccio: i condannati debbono riguardare: il battuto urlando chiama la Vergine ed i Santi che poc’anzi bestemmiava: alcuno soffre muto, e levatosi dallo scanno con orgogliosa impudenza si scuote i calzoni e le battiture. Dopo le battiture è incatenato ad un piede, e messo al puntale, cioè l’altro capo della catena, è fisso ad un grosso anello di ferro che sorge dal pavimento d’una segreta, o è fisso ad un cancello d’una finestra: e così sta assai giorni e mesi. Talvolta gli si mettono ancora le traverse, che sono due semicerchi di ferro messi ai piedi e fermati da un grossissimo perno che pesa su i talloni e rende difficile e doloroso stendere un passo. Questi castighi sono continui, le battiture quasi ogni giorno: alcuni in varie volte ne hanno ricevuto oltre due mila, e ne muoiono consunti da tisi, ma non domati.
Dopo l’omicidio s’incomincia il processo… “
_____ LUIGI SETTEMBRINI: L’ergastolo di Santo Stefano_____
Ancora una pagina di questo libro impressionante, capace di far sentire il rumor dei chiavistelli del vecchio ergastulum borbonico dell’isola di Santo Stefano, che ha recluso migliaia di persone nel lungo corso della sua storia di prigionia.
Un’isola intrisa di dolore e speranza, che pochi altri come Settembrini son riusciti a raccontarci..
su questa pagina potete leggere l’inizio, la descrizione del suo salir dal mare,
la sensazione, gli odori , le urla e l’umidità,
la salsedine e l’isolamento, i sorprusi fisici e la violenza psicologica dell’ergastolo,
del fine pena mai,
di quel cimitero lì, in fondo alla strada, ad attendere la sola fine possibile.
Stiamo raccogliendo i contributi per la prossima Scarceranda 2013
Scarceranda contiene disegni, foto, poesie, testi, ricette culinarie (che si possano realizzare in carcere con il fornelletto e gli ingredienti reperibili con la spesa).
La filosofia del progetto Scarceranda e’ racchiusa nel motto *Contro ogni carcere giorno dopo giorno* e ci piace che ogni contributo declini in qualche modo questa idea.
Le immagini saranno pubblicate in bianco e nero (il formato dell’agenda e’ 16x11cm)
L’andata in stampa e’ prevista per il 30 settembre 2012.
speriamo di poter contare su di te:
mandaci il tuo contributo a:
scarceranda@ondarossa.info
Una serata a sostegno dei 10: GENOVA NON E’ FINITA!

venerdì 27 luglio 2012
al Forte Prensetino
serata a sostegno dei 10
Genova non è finita
The Koffin Kats psychoblly from USA
&
Cockroaches da Roma
a seguire dj set con Murder Farts & Lubna Barracuda
Alberto e Marina liberi!!!
Per la libertà di tutti e tutte,
perché ogni tipo di prigionia sia abbattuta,
perché chi scappa possa vivere senza il terrore di essere acciuffato,
perchè la galera ci fa schifo,
sempre
per chiunque
Condanne g8: Alberto è stato tradotto a Perugia
Arriva da poco la notizia che Alberto Funaro, in carcere da dieci giorni a scontare la condanna per devastazione e saccheggio, di Genova2001, è stato trasferito da Rebibbia a Perugia, nella Casa Circondariale di Capanne.
Ce lo allontanano, dalla sua città, dalla sua famiglia,
dal poter ascoltare Radio Onda Rossa, la sua radio.
Per scrivergli ora l’indirizzo è:
Alberto Funaro
Casa Circondariale Capanne
Via Pievaiola 252
06132 Perugia
TUTTI LIBERI!
http://10×100.it
Gli ostaggi iniziano ad entrare in cella…ALBERTO LIBERO!
Una sconfitta lunga undici anni, il tuo pugno chiuso che usciva da quella macchina,
mentre girava l’angolo della Questura centrale.
Poi invece il tuo sorriso,
che mentre ci salutava apriva la strada e il cuore a quello che da oggi dovremo affrontare:
il tuo sorriso, quel saluto strappato prima in questura poi davanti alla porta carraia che ti ha mangiato,
ha chiuso definitivamente questa amara sconfitta,
così lunga,
intrisa a litri del sangue di quelle strade, del sangue dal volto di Carlo,
del sangue sui termosifoni e quello trascinato sui muri e sui gradini delle scale,
ed ora anche in gabbia,
avvolta tutto tondo da cemento e ferro, da anfibi e ammasso di corpi prigionieri.
L’ha chiusa con un dolore che io non so descrivere, col tuo sorriso spaventato e forte e le nostre lacrime a litri, implacabili,
di quelle che ti scavano il viso per sempre.
L’ha chiusa per aprirne una tutta nuova, che parte da voi, dai vostri corpi prigionieri, da quanto riusciremo a non farvi sentire soli.
Perché quando abbiamo aperto la campagna 10×100 le parole che ci sono venute a tutt@, spontanee e sanguigne, sono state che Genova non è finita, non può finire in questo modo: non con l’assurdità di questo reato, non con il capro dei capri espiatori.
Questa sentenza ne è la conferma, la prova lampante che non avendo nulla nelle mani si sono accaniti con 25, poi 10, poi 5 …
ed ora già tra le sbarre siete 2.
Cinque. Cinque persone su quei 300.000 che eravamo.
Cinque persone in carcere, per aver mosso gesto contro la proprietà, contro una vetrina, contro un simbolo.
Fino a quindici anni, per quelle loro maledette vetrine, per dei cocci assicurati,
per aver osato affrontare simbolicamente (parliamo di 3 banche su 300) i luoghi del potere finanziario.
Siamo al surreale che diventa realtà, di cemento e ferro.
Siamo agli ostaggi delle cose, corpi prigionieri della proprietà privata, dell’aver osato infrangere i vetri.
Loro possono passare le camionette sui nostri corpi, possono spararci dritto in faccia, possono sequestrarci nelle caserme per torturarci, per strapparci i piercing, per minacciare i nostri corpi di donne di esser violati dai loro manganelli di Stato,
loro possono tutto.
E con il reato di “devastazione e saccheggio”, con questo nuovo paradigma penale che sempre più ci troveremo ad affrontare,
possono anche sequestrarci, strapparci alla vita, alla politica, alla libertà,
per anni infiniti,
nella difesa della “robba”, delle cose, dei vetri che non vanno rotti mai.
Non ti posso pensare lì Fagiolino, non posso pensare quel tuo corpo buono, lungo lungo, che cerca una posizione in branda,
con quella condanna sul groppone. Non posso pensare a quella porta carraia, che già odio di mio, che ora si è presa anche te,
è una sensazione di rabbia e impotenza che fa male ad ogni pezzetto di corpo.
E’ un’ingiustizia, fratello mio, che mai sarebbe dovuta passare sulla tua pelle, portandoti via da tutti noi.
Non ci sarà un secondo di pace, in questo stomaco, finchè sarai lì,
perché ci stai pe’ tutti, Albè, stai lì per tutti noi e non ti lasceremo un secondo.
A te, come agli altri.
ALBERTO LIBERO! TUTTI LIBERI!
Nessuna condanna potra mai fermare le nostre lotte
In ogni caso, nessun rimorso
Segui : 10×100.it
PER SCRIVERE A FAGIOLINO:
Alberto Funaro
Casa Circondariale Capanne
Via Pievaiola 252
06132 Perugia
Oggi, domenica 15 luglio, presidio di solidarietà davanti al carcere di Rebibbia
Radiondarossa invita le compagne e i compagni di Roma a partecipare ad un saluto ad Alberto,
domenica 15 luglio a partire dalle 18 sotto Rebibbia angolo via Majetti.
Per un appuntamento molto partecipato con un microfono aperto alla solidarietà e alla vicinanza ad Alberto e a chiunque si trovi chiuso dentro un carcere.
Gli appuntamenti per il 13, giornata della sentenza di cassazione per “Devastazione e saccheggio”
Il 13 luglio la Corte di Cassazione è chiamata ad esprimersi sulla sentenza che condanna 10 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio – con pene che vanno dagli 8 ai 15 anni – per le giornate contro il g8 di genova 2001.
La campagna 10×100 dà appuntamento a tutte e tutti dalle ore 20.00 a Piazza Trilussa per prendere parola sull’esito della sentenza. Facciamo sentire la nostra vicinanza e la nostra solidarietà a dieci persone le cui vite sono sospese, in attesa della decisione di un tribunale. Dieci capri espiatori da colpire per educare chiunque voglia continuare a manifestare dissenso. Dieci condanne esemplari che mirano a intimorire i movimenti e chiunque produca conflitto contro i veri devastatori e saccheggiatori delle nostre vite e dei nostri territori.
Appuntamenti per il 13 luglio:
- ore 10.30 appuntamento davanti alla Cassazione Piazza Cavour per seguire l’udienza
- ore 12.00 Conferenza stampa e consegna delle firme campagna 10×100
- ore 20 Piazza Trilussa (trastevere) per prendere parola sull’esito della sentenza
Nessuna condanna potra mai fermare le nostre lotte
In ogni caso, nessun rimorso
Il buongiorno degli incappucciati: LANDER LIBERO!
Solamente ieri ho avuto nelle mani questo volantino,
e pensare che nemmeno venti ore dopo la persona che me l’ha dato è stato preso dal suo letto da uomini incappucciati scesi da cinque macchine del ministero dell’interno italiano mi lascia sgomenta.
Pistola alla mano e passamontagna calato, la Digos si è presentata così alle prime ore del mattino, a prelevare Lander ( attivista basco da un anno residente a Roma) dal letto della stanza, nell’occupazione di Garbatella dove abita.
La conferenza stampa, davanti alla questura di Roma in via Genova si sta svolgendo in questi minuti,
anche in diretta dai microfoni di Radio Onda Rossa, che proprio due giorni fa aveva raccontato la storia di Lander in una trasmissione.
Diversi i compagni immediatamente accorsi per cercar di capire la situazione.
A questo indirizzo diverso materiale sul suo caso,
Un Caso Basco A Roma
A breve aggiornamenti.
LANDER ASKATU!

APPELLO PER LA LIBERAZIONE DI LANDER FERNANDEZ
Ci appelliamo alle forze politiche e sociali democratiche italiane per richiedere l’immediata scarcerazione di Lander Fernandez, attivista basco arrestato questa mattina a Roma, dopo un anno di domicilio pubblico continuato nella Capitale.
Segue descrizione dell’accaduto e il riferimento al blog in costante aggiornamento.
Mercoledì 13 giugno, verso le 8:30 di mattina, Lander Fernandez è stato arrestato con una spropositata operazione di polizia: circa 20 agenti della digos romana, coperti da passamontagna e armati di pistola, lo hanno prelevato dalla sua abitazione, portato in Questura e in seguito tradotto nel carcere di Regina Coeli. Su di lui pesa un mandato di cattura internazionale spiccato dal governo spagnolo.
E’ evidente che si tratta dell’ennesima operazione politica, volta a colpire coloro che si battono per i diritti sociali e politici del popolo basco; l’arresto di Lander si verifica in una fase di grande avanzamento del processo di pace sostenuto da personalità e organizzazioni internazionali. Rigettiamo con forza tutte le accuse mosse nei confronti di Lander, poichè viveva a Roma da circa un anno alla luce del sole e senza nascondersi.
Denunciamo inoltre la persecuzione a cui è sottoposto già da qualche anno, da parte delle forze di polizia basche e spagnole. Lander infatti è stato oggetto di un sequestro nella sua città natale e di pedinamenti sia in Italia che nello stato spagnolo.
Chiediamo che:
- sia immediatamente scarcerato e che cada la folle accusa di appartenenza a ETA;
- che i media italiani non si appiattiscano sul processo mediatico che è già iniziato in Spagna, e che informino in modo serio e corretto;
- che lo Stato italiano non sia subalterno alla legislazione speciale spagnola, che è in contrapposizione con le nostre norme costituzionali;
- che le forze che nel nostro Paese si battono per il rispetto dei diritti umani promuovano e si facciano carico del processo di pace nei Paesi Baschi come richiesto, tra l’altro, da Kofi Annan, Gerry Adams e altri mediatori internazionali con la Dichiarazione di Aiete.
GENOVA NON E’ FINITA: 10 – NESSUNO – 300.000
Nel luglio del 2001 ci recammo a Genova in 300 mila per gridare ai potenti del G8 “un altro mondo è possibile”.
Un mondo dove le scelte politiche non fossero dettate dalle banche e dagli speculatori e dove la voce dei molti non fosse azzittita dall’arroganza dei pochi. Arrivammo in una Genova blindata, sbarrata dalle inferriate, dove neppure gli abitanti potevano circolare senza permesso. In 300 mila invademmo le strade con i nostri bisogni e desideri. E con le idee ben chiare che quel modello di sviluppo capitalistico non ci andava bene; ci trovammo di fronte un potere armato che aveva preparato una gestione di piazza sanguinaria, culminata con l’omicidio di Carlo Giuliani. Lo stesso potere che costruiva le false prove per l’irruzione alla scuola Diaz e allestiva la camera di tortura di Bolzaneto.
Oggi dopo 11 anni, c’è chi vorrebbe che di quelle giornate rimanessero solo delle sentenze dei tribunali: l’assoluzione per lo Stato e i suoi apparati e la condanna di 10 persone accusate di devastazione e saccheggio. 10 persone a cui vorrebbero far pagare il conto, con 100 anni di carcere, per aver disturbato i piani dei potenti della terra. Un reato che prevede condanne dagli otto ai quindici anni e che risale al Codice Rocco, emanato durante il regime fascista ed usato contro chi si opponeva alla dittatura. E’ così che oggi la magistratura lo applica con lo stesso intento.
Ma chi sono i veri devastatori e saccheggiatori?
A 11 anni di distanza possiamo dire che allora avevamo ragione. Quel potere che si riuniva per decidere le sorti del mondo ha mostrato in questi anni quali fossero i suoi reali progetti: la globalizzazione secondo i dettami del neoliberismo, la devastazione e messa a profitto dei territori e l’accaparramento delle risorse (acqua, petrolio, sementi), il saccheggio delle nostre vite, le politiche di austerity che ci impoveriscono sempre di più, le truppe di occupazione nel nostro paese e in giro nel mondo. Mentre a pagare è sempre chi lotta dalle parte delle classi più deboli, gli organizzatori e gli esecutori dei massacri di Genova non solo non sono riconosciuti come responsabili ma vengono addirittura premiati. Ce lo dimostra anche la recente nomina a sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio, con delega ai servizi segreti, di Gianni De Gennaro capo della polizia all’epoca del G8 di Genova .
Rimandiamo indietro ai veri devastatori e saccheggiatori le condanne che vogliono infliggerci.
Lanciamo questo appello a tutti e tutte, alle e ai 300 mila che erano in piazza a Genova in quel luglio del 2001 e a quelle migliaia che non hanno smesso di lottare (sognare), per aprire da qui al prossimo 13 luglio, giorno dell’udienza in Cassazione per i compagni condannati per devastazione e saccheggio, una campagna che ponga l’accento su quanto sia politica la scelta discrezionale della magistratura di ricorrere al reato di devastazione e saccheggio. Una campagna che non permetta che siano dieci capri espiatori a pagare per lotte che appartengono a tutti e tutte e che sappia costruire momenti di solidarietà e vicinanza. Una campagna comunicativa che utilizzi diversi strumenti e che sappia coinvolgere tutta la società in una battaglia di libertà.
Invitiamo il movimento tutto, le compagne e i compagni che da tutto il mondo animarono quelle giornate di Genova ad aderire alla campagna e muoversi muoversi su questi temi da qui alla data del 13 luglio.
La campagna verrà lanciata il 12 giugno
con una conferenza stampa presso la Cassazione
a Piazza Cavour ore 14
A questo LINK il redazionale di Radio Onda Rossa con l’avvocato Francesco Romeo sulle cassazioni e sul reato di “devastazione e saccheggio”
Una chiacchierata con San Pietroburgo
Volevo mettervi il link di una corrispondenza radiofonica che abbiamo fatto mercoledì mattina, dai microfoni di Radio Onda Rossa, insieme allo storico Marco Clementi, da San Pietroburgo.
Proprio dalle pagine di questo blog avevamo dato l’allarme del suo arresto, raccontato dai suoi sms inviati da dentro al furgone dove attendeva, insieme a qualche decina di manifestanti, la traduzione in commissariato.
Era il day after della nuova rielezione di Vladimir Putin, giornata in cui migliaia di persone si sono riversate per le strade per manifestare contro quello che sembra essere un ennesimo impero, da abbattere.
Rilasciato, insieme agli altri, senza troppi problemi, ci ha aiutato a capir meglio la situazione attuale nel paese,
la composizione delle piazze, il livello repressivo e le aspettative prossime:
un’interessante chiacchierata che vi consiglio di ascoltare.
ASCOLTA LA TRASMISSIONE: QUI!
La libertà non si arresta: presidio al carcere di Velletri
Questo che vedete linkato qui sotto è un sito nuovo, che stanno costruendo compagni e compagne intenzionati ad iniziare un percorso nuovo di solidarietà attiva con tutti coloro che vengono colpiti dalla repressione dello Stato durante un percorso di lotta,
o in giornate dove la rabbia generale si scatena contro il potere, che avanza idranti e blindati sui corpi di chi manifesta o dissente.
Una rete che possa aiutare chi si trova in carcere,
una rete che possa aiutare chi è fuori e si trova a dover combattere con il carcere,
una rete che ha voglia di urlare tutto il suo amore per la libertà
e il suo odio per qualunque forma di restrizione e privazione.
E ALLORA DOMANI INCONTRIAMOCI, SOTTO IL MURO DEL CARCERE DI VELLETRI,
ANCHE PER RACCOGLIERE L’APPELLO DEL MOVIMENTO NOTAV CHE DOMENICA ANDRA’ A SALUTARE TUTTI I COMPAGNI SPARSI NELLE CARCERI DEL NORD ITALIA E QUELLI AI DOMICILIARI.
PERCHE’ LA LOTTA NON SI ARRESTA,
PERCHE’ LA LIBERTA’ NON CE LA TOGLIERETE CERTO.
per dirla come i compagni valsusini
“LE UNICHE CATENE CHE AMIAMO SON QUELLE MONTUOSE”
http://www.inventati.org/rete_evasioni/
Quanta rabbia abbiamo provato alla notizia della condanna di Lorenzo e Giuseppe?
Quanta altra sapendo che Giovanni doveva ancora rimanere in carcere?
Oggi come oggi, ribadire, gridare e far sentire concretamente che nessuno/a è solo/a è indispensabile.
Per Sabato 10 marzo alcuni/e compagni/e si sono fatti/e promotori e promotrici di un presidio sotto il carcere di Velletri, per portare un saluto a Giovanni, che in una delle sue lettere, ci ha detto chiaramente: “Se venite nel piazzale e vi mettete vicino ai due alberi, riesco anche a vedervi…”
Tocca fare un piccolo sforzo, che in fondo è una cazzata per chi lotta per le proprie libertà e quelle di tutti/e.
Sveglia un po’ prima e tutti/e a Velletri.
Per chi vuole c’è un appuntamento per andare insieme da Termini alle 9.30 e prendere il treno regionale delle 10.07.
Durante il presidio allestiremo un gazebo dove raccoglieremo libri, materiali, messaggi, lettere, riviste, disegni, poster, manifesti, magliette, insomma qualsiasi cosa tu voglia far arrivare ai ragazzi che sono al momento privati della loro libertà, per far sentire vicinanza e solidarietà…
Se ne colpiscono alcuni/e, per mettere paura a tanti/e ed è in tanti/e che bisogna rispondere.
Perchè nessuno/a rimanga solo/a, ci vediamo sotto il carcere di Velletri alle ore 11.
TUTTE LIBERE ! TUTTI LIBERI !

A Matteo Armellini: THE SHOW MUST GO OFF
COMUNICATO STAMPA
DOPO ANNI DI INCIDENTI E MORTI MENO TRISTEMENTE NOTE DI QUELLE DI TRIESTE E REGGIO CALABRIA, SULLA SCIA DEGLI ULTIMI TRAGICI EVENTI, I TECNICI E LAVORATORI DELLO
SPETTACOLO DENUNCIANO CHE :
L’INCIDENTE E’ STATO CAUSATO UNICAMENTE DALL’INADEGUATEZZA DELLA PAVIMENTAZIONE, NON IDONEA A SOSTENERE IL PESO DEL PALCO.
INFRASTRUTTURE INADEGUATE ED ILLEGALI, NON CONCEPITE PER EVENTI LIVE, DA ANNI OSPITANO GRANDI SPETTACOLI, A RISCHIO E PERICOLO DI LAVORATORI E PUBBLICO.
LA SITUAZIONE E’ INACETTABILE, I LAVORATORI SI RIBELLANO.
SPERIAMO CHE LA GIUSTIZIA RIESCA AD ESSERE TALE QUESTA VOLTA.
I LAVORATORI DELLO SPETTACOLO-ROMA
THE SHOW MUST GO OFF
Dopo il crollo del palco di Trieste, è avvenuta un’altra intollerabile tragedia a Reggio Calabria in cui un nostro amico e compagno di lavoro ha perso la vita e altri sono rimasti feriti.
La crescita esponenziale delle dimensioni dei palchi e della spettacolarità degli show si scontra con l’inadeguatezza delle location dove tali eventi vengono messi in piedi.
I palazzetti dello sport e gli stadi non sono a norma nemmeno per il motivo per cui sono stati costruiti, ma ogni volta vengono concessi in deroga da sindaci o prefetti di turno.
La responsabilità diretta del crollo del palco del tour della Pausini è di chi ha dato l’autorizzazione a costruire una struttura così pesante su un pavimento che ha ceduto quando ancora non erano stati appesi nemmeno il 10% dei materiali di audio, luci, video e scenografia.
E SE IL PALCO CROLLASSE DURANTE IL CONCERTO?
Solo il caso ha voluto che queste tragedie siano avvenute durante l’allestimento dei palchi e non mentre era in atto lo show con il pubblico presente.
E’ importante che tutti sappiano cosa avviene per dare vita a questi mega-eventi che arricchiscono gli artisti e le produzioni.
Noi operai non facciamo parte della loro famiglia, come dicono nelle loro ipocrite ed infami dichiarazioni: le paghe non sono adeguate alle mansioni svolte, arrivano dopo mesi, i turni superano ampiamente le dodici ore, c’è una pianificazione scellerata degli eventi che risparmia sulla sicurezza dei lavoratori e del pubblico.
Non esistiamo come categoria di lavoratori perciò non abbiamo nessun diritto.
Vogliamo la dignità e il rispetto che ci spettano.
operaispettacololiveroma@gmail.com OPERAI DELLO SPETTACOLO ROMA
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qui un audio dai microfoni di Radio Onda Rossa,
dalla voce dei suoi amici e compagni.
CIAO MATTEO
a pugno chiuso
Del movimento notav e del PD: senza parole per commentare
Mai mi son sentita offesa per dichiarazioni o comportamenti di persone facenti parte del PD o partiti simili, raramente ho badato alle loro parole, MAI li ho sentiti parte di me, di quel che io penso sia esser compagni e così via…non serve nemmeno sprecare parole a riguardo.
Mi pare scontato.
Però questa volta mi pare che si stia cercando di esagerare, mi pare (questo il mio umile e nervoso parere) che questi quattro ceffi dalla vita garantita dal primo vagito stiano provocando in modo becero, eccessivo, infame.
Perché nessuno gli chiede di solidarizzare con la lotta notav e la popolazione della Valle, ma almeno la chiudessero quella loro bocca, se la cucissero, se la riempissero delle loro belle ricche pietanze e basta.

L'ultimo bollettino medico di Luca è buono: è stato svegliato e ha mosso le parti del corpo che i medici hanno chiesto di muovere, le fratture vertebrali sono dunque recuperabili. Oggi pomeriggio la risonanza magnetica accerterà quanto la folgorazione sia riuscita ad intaccare i tessuti: FORZA LUCA!!
Stefano Esposito è un consigliere regionale del PD, di cui ormai mi incuriosisce anche il curriculum.
Le sue parole ve le riporto per intero perché bisogna leggerle ed anche ricordarle bene.
La sola risposta che meritano lui, come la Finocchiaro, Zanda e LaTorre dello stesso partito, che hanno chiesto al comando generale dell’arma dei carabinieri di “poter stringere la mano in segno di solidarietà e di ringraziamento al carabinieri che ieri in Val Susa è stato vigliaccamente insultato da un dimostrante privo d’onore.”
Parlano di onore, loro, che schifo…intanto leggetevi Stefnao Esposito, lui e lo spauracchio del “salto strategico” sbandierato peggio di come farebbero Libero o Il Giornale…eccolo qui:
“Di fronte alla scelta del movimento No Tav di alzare la tensione, bloccando l’autostrada, e alle preoccupanti minacce che stanno circolando sui siti antagonisti (alcuni dei quali pubblicano minacce di morte nei confronti dei poliziotti, come nel caso di Indymedia) o attraverso le dichiarazioni deliranti dei vari Perino e soci, occorre una risposta corale e netta da parte della politica. Tutti, il Governo, le istituzioni locali e i partiti devono dire, in modo forte e chiaro, che la legalità deve essere rispettata e che nessuna azione violenta e illegittima potrà essere minimamente tollerata.
Anche in occasione della conferenza stampa dei comitati No Tav abbiamo avuto un’ulteriore dimostrazione della natura di questi soggetti che, dietro l’ipocrita paravento gandhiano, adoperano un linguaggio allusivo e pericoloso e annunciano una risposta militare per rispondere alla legittima azione dello Stato. Purtroppo quasi tutti i media hanno scelto di ‘mitizzare’ il povero Luca Abbà descritto come un contadino attaccato alla terra, un luddista postmoderno con scarsa dimestichezza con l’elettricità e le altre conquiste della tecnologia. Quasi tutti si sono dimenticati di dire che il coltivatore diretto di Exilles ha un curriculum giudiziario alquanto lungo e interessante, che è un pregiudicato e un pluridenunciato per fatti violenti. Né il circo mediatico – tranne rare eccezioni – si prende il disturbo di ricordare ai vari Plano e Perino, che ogni giorno parlano di illegalità del cantiere, che il cosiddetto legal team dei No Tav in questi anni ha presentato più di 50 ricorsi a tutti i livelli giudiziari, ricorsi sempre e costantemente respinti.
Deve essere a tutti chiaro che in Valle di Susa si stanno ponendo le basi per uno scontro molto duro e pericoloso. Che tutta la galassia anarco-insurrezionalista e i vari gruppi sovversivi che fanno capo al centro sociale Askatasuna hanno trasformato la vicenda della Tav nella loro ‘battaglia di tutte le battaglie’ e stanno utilizzando la vicenda di Luca Abbà come pretesto per aggredire violentemente le forze dell’ordine e le istituzioni. Descrivere l’Italia bloccata dai No Tav senza vedere che stiamo parlando di alcune centinaia di persone che appartengono al network antagonista, significa accreditare qualcosa che non esiste. Le iniziative che sono state annunciate per il fine settimana potrebbero rappresentare l’occasione per tali gruppi di tentare un ‘salto strategico’ dagli imprevedibili esiti. In questa vicenda né la pietà umana verso le sorti di Luca Abbà né i comportamenti di pochi amministratori che hanno abdicato alle loro responsabilità istituzionali possono in alcun modo condizionare chi rappresenta lo Stato e la democrazia italiana.
Non è la Tav ad essere illegale, ma l’illegalità è di chi ha scelto la via della violenza e del teppismo per opporsi non a un’invasione nemica, ma alla costruzione di una ferrovia. Sento da più parti appelli al dialogo, ma qualcuno si è chiesto come si può dialogare con chi pretende l’annullamento del progetto Torino-Lione, oppure con chi cerca di accusare le forze dell’ordine dell’incidente avvenuto al militante No Tav? Nonostante le immagini siano chiare ed inequivocabili, nonostante la registrazione della telefonata dimostri il contrario, anche la tv pubblica tende a far passare una tesi inesistente.
Quello che sta succedendo e che succederà da qui a sabato segnerà uno spartiacque tra chi difende la legalità e lo Stato e chi li ritiene invece principi à la carte, buoni a seconda della giornata e del luogo.”
(si nota il color MERDA?)
Sabato 3 marzo, ore 15:00, corteo NO TAV, partenza da Piazzale Tiburtino, ROMA
GIOVEDI 1 MARZO : LA SEDE NAZIONALE DEL PD, DI ROMA, E’ STATA OCCUPATA DA UN GRUPPO DI SOLIDALI AI NOTAV.
DAJE! UN PO’ DI VITA IN QUELLA SEDE DALL’ODOR DI CIMITERO.
LA VAL SUSA E’ OVUNQUE! SIAMO TUTTI NOTAV!
TUTT@ LIBER@
Le voci degli evasi: belle!
Questa mattina su RADIO BLACKOUT 105.250FM, durante la trasmissione _Macerie (su Macerie)_ in onda tutti i giovedì dalle 10.30 alle 12.30, sono state mandate in onda due interviste a tre evasi dal Cie di Torino a Natale, e ad un altro evaso a Capodanno.
Registrate in momenti e luoghi _top-secret_, queste testimonianze raccontano la rabbia e i conflitti quotidiani che si sviluppano ogni giorno dentro al Cie (come prende un caffè un poliziotto?), aneddoti divertenti accaduti durante le evasioni (garitte spostate, militari innaffiati, dentifrici rubati), _alcuni_ aspetti organizzativi (come si discute tra reclusi? ci sono capi? come si fa con i confidenti della polizia?), le differenze tra l’evasione di Natale e quella di Capodanno, e altro ancora.
Per una volta, lasciamo da parte miseria, sofferenza, disperazione. Per una volta, gustiamoci la rivincita e assaporiamo la libertà, riconquistata con intelligenza, coraggio e altruismo. Buon ascolto, davvero.
1) Corrispondenza con uno degli evasi a Natale: ASCOLTA
2) Corrispondenza con un altro evaso a Natale : ASCOLTA
3) Corrispondenza con uno degli evasi di Capodanno: ASCOLTA
La storia di Nadia, tra violenza in famiglia e detenzione in un CIE
Con Nadia e le altre, contro la violenza maschile e contro tutti i Cie!
Nadia è una ragazza di 19 anni che è detenuta da due mesi nel Cie di Ponte Galeria, il lager alle porte di Roma in cui lo stato italiano rinchiude le persone immigrate senza il permesso di soggiorno.
Ma Nadia in realtà non è “propriamente” un’immigrata: è un’italiana che vive sotto il ricatto del permesso di soggiorno. Lo stato la considera una straniera, da rinchiudere ed espellere, perché è nata in Italia da genitori marocchini.
Una doppia violenza, che si aggiunge a quella patriarcale subita all’interno delle mura domestiche.
Nadia e sua sorella, infatti, avevano denunciato il padre per violenza. E dal carcere il padre le ha “espunte” entrambe, per vendetta, dal rinnovo del permesso di soggiorno.
Inizialmente affidata a una casa-famiglia, Nadia è fuggita per costruirsi autonomamente la vita che desiderava, ma si è ritrovata senza documenti ed è stata rinchiusa nel Cie.
Dopo aver subito la violenza maschile, ora Nadia subisce anche quella dello stato che le nega la libertà personale e rischia di essere deportata in Marocco, il paese di origine dei suoi genitori, in cui in realtà lei non è mai stata.
Non solo Nadia, ma tutte le donne rinchiuse nel Cie di Ponte Galeria sono vittime di una doppia violenza, patriarcale e statale, proprio come lei.
La maggioranza delle detenute sono infatti vittime di tratta, che hanno trovato nella prostituzione forzata l’unica via di accesso a un percorso migratorio. Mentre le altre spesso sono rinchiuse nel Cie perché – come Nadia, Adama, Faith e le altre di cui non sapremo mai nulla – sono state così “ingenue” da chiamare la polizia per denunciare uno stupro o un tentato stupro: si aspettavano di essere sostenute e invece hanno trovato solo gabbie e recinti, ulteriori violenze e la prospettiva di una deportazione forzata.
In questi ultimi tempi il dibattito politico italiano si è concentrato spesso sulla possibilità di attribuire i diritti di cittadinanza ai figli e alle figlie dell’immigrazione. Paradossalmente, ne ha parlato anche il presidente Napolitano, tristemente noto per aver dato il nome alla legge che ha istituito gli ex Cpt, oggi Cie (la legge Turco-Napolitano del 1998). Ma negli interventi che abbiamo ascoltato i diritti sembrano riservati solo a chi si comporta come un “bravo cittadino integrato”, che aderisce acriticamente ai valori dell’italianità, senza mettere in discussione il potere esercitato dallo stato capitalista. Tutti gli altri sono considerati clandestini da sfruttare, rinchiudere e deportare.
Anche i casi di violenza domestica e di femminicidio che hanno coinvolto le comunità migranti sono stati spesso al centro dell’attenzione mediatica, proprio allo scopo di rinforzare la retorica dello scontro di civiltà, che serve a giustificare le politiche islamofobe, xenofobe e securitarie. Gli uomini immigrati sono rappresentati come stupratori che minacciano il corpo delle donne italiane, mentre le donne immigrate (specie se musulmane) come vittime di padri violenti e famiglie retrograde. Ma il movimento femminista ha saputo smascherare la strumentalizzazione e l’etnicizzazione dello stupro, affermando con decisione che il patriarcato è universale e che la violenza domestica non ha confini e non dipende dal passaporto.
Nadia è una giovane donna che ha avviato un percorso di autodeterminazione, ribellandosi sia alla violenza maschile che a quella dello stato.
Nadia – così come tutte le altre donne recluse che subiscono la violenza statale e patriarcale – non deve passare un minuto di più nel lager di Ponte Galeria!
Mentre scriviamo ci arriva proprio da Nadia la notizia che oggi pomeriggio uscirà dal Cie.
Condividiamo la sua gioia per l’imminente liberazione ma continuiamo a lottare al fianco di tutte le altre donne recluse nei lager di stato.
Nadia libera!
Libere tutte! Liberi tutti!
Chiudere tutti i Cie! Abbattere le frontiere!
Silenzio Assordante (Radio Onda Rossa)
Rap e Islam: quando l’hip hop incontra Maometto
Articolo di Luca Gricinella, Alias 3 dicembre 2011
Dai due paesi rappresentanti il primo e secondo mercato al mondo dell’hip hop arrivano altrettante opere che si occupano del rapporto tra la forma musicale di questa cultura urbana, il rap, e l’Islam: la prima è stata pubblicata negli Usa nel 2008 ma in Italia solo lo scorso marzo, la seconda ha iniziato a circolare nel suo paese d’ori- gine, la Francia, durante la primavera passata. E’ Arcana Edizioni ad aver tradotto in italiano il saggio di Naeem Mohaiemen, Paura di un pianeta musulmano: la storia nascosta dell’hip hop, pubblicato all’interno di Sound Unbound, raccolta di scritti critici musicali curata da Paul D. Miller, nell’ambiente musicale meglio conosciuto come Dj Spooky. 
Il capitolo dell’artista e autore originario del Bangladesh è disponibile anche in lingua originale in free download sul suo sito ufficiale, www.shobak.org. Il documentario della regista francese di origine algerina Keira Maameri, Don’t Panik (Derniers de la classe prod.), invece è stato proiettato in anteprima all’Institut du Monde Arabe di Parigi lo scorso maggio. Se il titolo del saggio di Mohaiemen prende spunto da uno storico album dei Public Enemy, Fear of a Black Planet (Def Jam/Columbia, 1990), quello del terzo documentario di Maameri riprende il motto del rapper francese Médine, «I’m muslim, don’t panic», vero slogan diretto contro l’islamofobia diffuso anche tramite una linea d’abbigliamento. Mohaiemen conclude il suo scritto con una lista di artisti hip hop «che professano la fede musulmana» seguendo specifiche correnti della fede islamica come il sufismo o aderendo ad alcuni movimenti e sette come Nation of Islam e Five Percent.
La lista riguarda solo artisti statunitensi, tratto che non le impedisce di essere molto nutrita, basti citarne alcuni per farsi un’idea: i precursori del rap Last Poets, uno dei tre padri principali dell’hip hop, Afrika Bambataaa, il compianto Guru dei Gang Starr, il radicale Paris, vere e proprie star come Busta Rhymes Common, Eve, Lupe Fiasco, Nas, Q-Tip, Roots e Ice Cube, e ancora Krs-One, Big Daddy Kane, Brand Nubian, Brother Ali, Capital D, Everlast, Jeru the Damaja, Mobb Deep, Mos Def, Rakim e la maggioranza dei membri del Wu-Tang Clan. Aggiungere alcuni artisti francesi tra i più popolari oltralpe magari fa meno effetto dalle nostre parti ma aiuta a inquadrare meglio la dimensione del fenomeno: Abd Al Malik, Akhenaton e Freeman degli Iam, Ali, Diam’s, Disiz (ex Disiz La Peste), i Map, Médine e Rohff.
Il breve saggio di Mohaiemen parte dall’assunto del giornalista Harry Allen che definisce l’Islam «la religione non ufficiale dell’hip hop». Mohaiemen sostiene e dimostra che la cultura islamica è molto presente nell’hip hop, anche quando non prodotto da artisti di fede musulmana, ma nel contempo la sua influenza è altrettanto snobbata dalla critica e dalla storiografia. Il suo è un discorso esclusivamente statunitense che dunque mette in evidenza come negli Usa la maggioranza dei fedeli di Maometto sia di origine africana, conseguenza sia del divieto imposto ai primi predicatori musulmani di frequentare le «zone in cui abitavano i bianchi e dove si trovavano le chiese» sia della concordia di questi con gli ideali del «radicalismo nero». Se si aggiunge la storia dei «testimonial» eccellenti della fede islamica, a partire da Muhammad Ali fino ad arrivare ai Last Poets, gruppo seminale del rap, e nel contempo si prende in considerazione la demonizzazione del rap promossa da una buona fetta di cristiani, il gioco è fatto. È così che i brani dei rapper su citati e di tanti altri colleghi sono intrisi di Islam e di tutte le letture socio-politiche di questa fede che nel corso degli ultimi decenni si sono diffuse negli Usa.
Il rap statunitense insomma è pieno di campionamenti di Malcolm X, richiami all’afrocentrismo, riferimenti alla numerologia dei Five Percenter e c’è addirittura chi giura, ma per molti fedeli questo è un azzardo, che presenta delle analogie con la metrica del Corano. Il documentario di Keira Maameri si sviluppa su un altro piano: tramite l’esperienza personale di sei artisti provenienti sia dall’Europa, sia dall’Africa, sia dagli Usa, indaga sulla maniera di conciliare rap e Islam.
Anche qui si parte dalla paura del musulmano affiancandole quell’approssimazione che identifica gli arabi con la religione islamica. L’algerino Youss, la cui musica spazia tra hip hop, reggae e soul, parafrasa il profeta Maometto invitando ad an- dare a cercare il sapere, senza farsi imboccare l’essenza dell’Islam per formarsi un’opinione in proposito. Médine rilancia: tra i suoi intenti c’é quello di arrestare il processo per cui oggi, in qualsiasi parte del mondo, un musulmano è considerato «il nemico pubblico numero 1». La sua opera così come le sue attività pubbliche extra musicali sono connesse all’Islam ma anche a una concezione cosciente e impegnata del rap: la sua volontà di reazione tesa ad arginare l’immagine demoniaca dei musulmani promossa dai media dall’11 settembre in poi, la dice lunga.
Detto ciò, il rapper di Le Havre che con una provocazione ha anche intitolato un suo album Jihad (Din records, 2005) per poi specificare nel sottotitolo «la più grande battaglia è contro se stessi», prende le distanze dal proselitismo. La presenza dell’Islam nel rap del belga Manza invece non è premeditata: i versi trattano vari soggetti ed esprimono i valori dell’autore così è facile trovare traccia anche della sua spiritualità. Ma la controversia non é tanto sulla genesi del connubio tra rap e Islam e la forma che questo può prendere, risiede a priori: il dibattito sulla possibilità di convivenza tra musica e Islam é ancora in corso, non solo tra i teologi. «Mi prendo tutte le mie responsabilità – dice Médine nel documentario di Maameri -, d’altronde non c’è niente di esplicito che ho letto o che proibisca chiaramente di praticare un’attività artistica. Io ho voglia di rivolgermi ai giovani, magari anche di rappresentarli, anche se non so in quale maniera, e il solo mezzo che ho e soprattutto la cosa che so fare é il rap». Anche il rapper sangue misto svedese-caraibico Adl, molto popolare in Svezia anche perché sulla scena da quasi trent’anni, si prende le proprie responsabilità ma in un altro senso: dalla sua lettura dell’Islam la musica non é ammissibile. Continuare a produrla gli crea un conflitto interiore ma non ritiene sia ipocrita: concentrandosi su quanto é permesso dalla sua fede per essere creativo, segue queste regole anche tenendo presente quanto oggi un rapper sia per forza di cose un modello. E si rimette al giudizio di Allah.
È il rapper newyorkese e indipendente Hasan Salaam a oltrepassare questo dibattito: «Non so quanta gente avrebbe saputo qualcosa sull’Islam se il loro primo approccio non fosse costituito dai Brand Nubian o dal Wu-Tang Clan!». Solo questo dato di fatto basterebbe a innescare un dubbio nelle idee precostituite espresse da buona parte del mondo occidentale: si può continuare a ignorare o reputare improbabile il connubio tra la forma musicale dal linguaggio più esplicito in circolazione e considerata spesso violenta, specie dalla borghesia perbenista, e la religione considerata con grande approssimazione la più conservatrice quando non addirittura primitiva? Considerando le opere di Maameri e Mohaiemen, la risposta sembra quanto mai chiara perché è fornita sia da molti testi rap sia dai racconti dei rapper. Così la forma musicale della cultura hip hop assume un potenziale ruolo conciliatore nel conflitto post 11 settembre e, volente o nolente, fa controinformazione cosciente. Il rap insomma sulla scia di una consolidata popolarità gioca una parte sociale importante. Più che mai interessante se si ipotizza il passo successivo a una convivenza tra culture meno conflittuale: un dibattito molto più laico.
Comunicato sulla condanna a Giovanni Caputi: COLPIRNE UNO PER RI-EDUCARNE MIGLIAIA
Colpirne uno per…ri-educarne migliaia
E’ arrivata la prima condanna per le\gli arrestate\i del 15 ottobre. Una condanna pesante che ci sembra essere, ancora una volta, la vendetta della Legge nei confronti di chi ha poco o niente per difendersi.
Sembra che abbiano deciso di far pagare tutto a lui.
Dopo tutto l’insopportabile marasma mediatico creatosi subito dopo gli scontri del 15 ottobre, la repressione continua a colpire, sempre più seriamente.
Giovanni Caputi, l’unico che era ancora in stato di detenzione, dentro Regina Coeli, proprio perché senza alcuna dimora, è stato condannato con il rito abbreviato dal Tribunale di Roma a tre anni e 4 mesi di detenzione per resistenza pluriaggravata a pubblico ufficiale.
Ma la procura fa già sapere che forse non basta e, ora che ha ottenuto la trasmissione degli atti dal tribunale, vuole indagare anche per il reato di devastazione.
Vogliamo continuare a sostenere chi si è trovato prima colpito da accuse pesanti e poi da una condanna che trasforma una persona nel capro espiatorio delle migliaia che c’erano in piazza.
Ora che il governo dei banchieri si è insediato, crediamo che sia ancora più importante sottolineare contro chi continueremo a scagliare la nostra rabbia: i padroni, le banche, la classe politica tutta. Tutti pronti ad abbracciare il commissariamento de facto delle istituzioni europee, per un modello economico giunto al capolinea.
Noi, però, abbiamo un’arma che loro non hanno.
Quella solidarietà che si mette in moto quando sentiamo che uno spirito affine è in difficoltà. E allora il nostro impegno deve essere quello di far sentire a Giovanni tutta la nostra solidarietà.
Lanciamo un appello alla Roma solidale, se ancora esiste: cerchiamo collettivamente un domicilio per Giovanni, affinché almeno possa uscire da quell’infame luogo che è Regina Coeli, seppur in regime di arresti domiciliari.
Raccogliamo dei soldi, affinché possa fare un minimo di spesa.
Mandiamogli dei vestiti, al contrario di quello che credono i buoni cittadini, in carcere fa molto freddo.
Regaliamogli dei libri, senza di loro dentro il tempo può sembrare infinito.
Scriviamogli lettere, per far sentire a Giovanni che fuori ci sono delle persone che lottano anche per lui.
Facciamogli sentire la nostra voce fuori dal carcere di Regina Coeli, e facciamola risuonare nelle strade.
Partecipiamo in massa il prossimo 5 dicembre all’udienza del processo contro Ilaria, Robert, Stefano.
Continuiamo a sottoscrivere per le spese legali presso il c\c di Radio Onda Rossa: conto corrente postale CCP n. 61804001 intestato a: Cooperativa Culturale Laboratorio 2001, Via dei Volsci 56 – 00185 Roma. Causale: “15 ottobre”; effettuando un bonifico bancario intestato a: Cooperativa Culturale Laboratorio 2001 Codice IBAN: IT15 D076 0103 2000 0006 1804 001 Causale: “15 ottobre”.
Se il silenzio è il primo sintomo della loro vittoria, noi continueremo sempre a gridare.
Le nostre lotte camminano con Giovanni e per Giovanni.
Libere/i tutte/i
I compagni e le compagne
Roma: sono i più giovani a sfidare le ordinanze di Alemanno e i divieti stile ventennio
La Questura sta vagliando le posizioni di 300 persone..questo lanciano le agenzie poco dopo cena.
Trecento persone identificate oggi in quella pagliacciata a cui la questura di Roma ha costretto centinaia di ragazzi che manifestavano, la maggiorparte studenti medi, quindi minorenni.
Manifestazione non preavvisata, danneggiamento, invasione di terreni ed edifici, inadempimento delle autorità: questi sarebbero i reati che si profilano.
Ma ricominciamo da capo, senza troppi dettagli che questa giornata è stata eterna.
Alemanno dopo il 15 ottobre e gli scontri in Piazza San Giovanni decide per un delirante divieto di manifestare per un mese: i primi a sfidare questo divieto son proprio loro, coloro che hanno invaso la manifestazione del 15 ottobre e anche la piazza degli scontri, gli studenti.
Giovanissimi, tanti, incazzati, determinati, poco impauriti.
Oggi si son trovati davanti alle scuole volanti e blindati: il divieto di manifestare doveva esser garantito, il Sindaco non voleva che gli studenti muovessero un passo.
Al Mamiani fanno 50 identificati prima delle 8.30 di mattina e la risposta degli studenti è immediata: corteo per Prati, traffico bloccato.
Poi il tutto si sposta a Tiburtina: migliaia di ragazzi arrivano nei dintorni della stazione, che dopo un po’ viene chiusa. Mentre i treni son costretti a proseguire, facendo finta di non vedere la stazione Tiburtina, le migliaia di studenti vengono prima caricati, poi chiusi letteralmente in una tonnara senza via d’uscita, nella quale son rimasti intrappolati per ore.
Non c’è stato verso, non c’è stato modo di contrattare un’uscita dalla piazza se non attraverso l’identificazione di tutti: il tira e molla è durato un bel po’, gli studenti con i documenti in mano urlavano “TANTO NON VE LI DIAMO”…
Così è stato, nessun documento: ma peggio.
La tonnara è stata aperta solo in un punto.
L’ordine della Questura è: si esce a gruppi di 30 in fila indiana, con 7 secondi tra un gruppo ad un altro:
Non sto delirando, è precisamente quello che è successo: tutti in fila indiana (anche a tempo) davanti alle telecamere della polizia.
L’Apartheid israeliano oggi sembrava arrivato al tiburtino: checkpoint per minorenni, identificazioni di massa, qualche pestaggio che ci sta sempre bene, 10 arresti.
Una volta usciti tutti, gli studenti si son recati al Verano, davanti al commissariato di Polizia di San Lorenzo per chiedere il rilascio di tutti i fermati, ottenuto abbastanza rapidamente.
Una grande assemblea alla Sapienza e la promessa al sindaco che ci si rivedrà presto per le strade romane.
Nel frattempo, mentre gli studenti erano in piazza, la Digos entrava nelle scuole chiedendo ai presidi i registri per segnarsi i nomi degli assenti; qualcosa di estremamente vergognoso.
Che fate gli schedari di chi manifesta? Anche se hanno 15 anni?
Una pagina buia, che contribuirà a far alzare la testa a questi giovanissimi manifestanti.
Pagina buia anche leggere l’infinita solidarietà in rete da quelle stesse persone che invocavano la polizia o la aiutavano impacchettando persone e consegnandole alle camionette il 15 ottobre: oggi erano indignati nel vedere le scuole di Roma presidiate dai blindati.
Eppure, cari miei indignati pacifisti col vizio della delazione, gli studenti che oggi sono stati identificati son gli stessi che volevate in galera meno di tre settimane fa: siete un po’ ridicoli.
Ma lo sapete già
SUL SITO DI RADIONDAROSSA ci son delle corrispondenze effettuate dalla piazza.
Per quanto riguarda gli arrestati del 15 ottobre oggi è finalmente arrivata la prima buona notizia.
Il Riesame ha scarcerato praticamente tutti: alcuni ai domiciliari, altri con obblighi di firma.
Niente carcere però, niente blindati, sbarre, casanza, secondini, domandine, colloqui..
e non c’è cosa che mi rende più felice.
In carcere resta chi è stato arrestato successivamente al 15, come Chucky che continua a protestare contro il suo arresto con lo sciopero della fame.
Ponte Galeria: migranti ed evasioni
PRENDO DA MACERIE, come spesso faccio, per poco tempo purtroppo di seguire tutto e per la totale fiducia in questo sito.
Ai link a fine articolo le due corrispondenze di Radio Onda Rossa di cui si parla qui.
Ma quanta gente è fuggita, in questi mesi, da Ponte Galeria? Noi, che come sa chi ci legge di queste contabilità ne abbiamo tenute spesso, e che tante volte fughe e rivolte le abbiamo seguite da vicino… abbiamo perso il conto. Dopo l’ultima grossa evasione di quindici giorni fa e le proteste della settimana passata, questo pomeriggio un altro gruppone di prigionieri del Cie romano ha tentato la fuga, in massa. Alcuni sono stati bloccati subito, altri ripresi a
Fiumicino nelle ore successive e molti altri, invece, sono “uccel di bosco”: non sappiamo precisarvi, per ora, le proporzioni esatte, ma sembra che a varcare i cancelli siano stati almeno in settanta. Sappiamo dirvi, purtroppo, cosa è successo a chi non ce l’ha fatta a scappare: un bel pestaggio collettivo, con feriti e gambe rotte e gente all’ospedale. Prima ancora di ascoltare le due testimonianze raccolte da Radio Onda Rossa che descrivono più nei dettagli la fuga e la repressione, vi invitiamo a riflettere sulla domanda che facevamo all’inizio, ma formulata in un senso più ampio: solo da agosto ad oggi l’esperienza pratica dell’evasione da un Centro – con o senza battaglia con la polizia, con pazienti lavori di seghetto o con la furia della determinazione e del numero – è stata vissuta da centinaia di persone, persone che poi si sono sparpagliate per le nostre città o al di là di qualche altra frontiera europea a rimpolpare le schiere dei senza-documenti a fianco ai quali viviamo ogni giorno. Cosa può succere, allora, quando l’esperienza di essersi ripresi con la lotta la libertà negata diventa un fatto comune e diffuso, sedimentato nei ricordi di un pezzo sempre meno piccolo di città? In che modo questi pezzi di vita, vissuta e raccontata, potranno saldarsi con le rabbie e le lotte a venire? Belle domande che mai avremmo potuto immaginare di formulare prima, alle quali ovviamente non abbiamo risposta.
ASCOLTA LE CORRISPONDENZE DI RADIO ONDA ROSSA: 1 – 2
Un audio di Oreste Scalzone sull’estradizione di Sonja e Christian
Noi compagni ne parliamo a malapena, mentre “gli altri”, quelli che ci vorrebbero tutti in galera hanno l’occhio lungo e non si fanno sfuggire nulla:
Il Giornale si è accorto dell’estradizione di Sonja Suder e Christian Gauger, molto più dei siti di controinformazione, molto più dei militanti della sinistra italiana. Sono in grado, meglio di noi, di capire le connessioni e le implicazioni che potrebbero sorgere da quest’estradizione, per i rifugiati italiani in Francia.
Insomma, ancora una volta il nemico è un po’ più avanti di noi. (leggi l’articolo)
Intanto dai microfoni di Radio Onda Rossa, un commento di Oreste Scalzone, che tanto si è battuto per evitare questa “doccia fredda” di Sonja e Christian…così come aveva fatto per Paolo Persichetti, per Marina Petrella e tanti altri…
La deportazione di Sonia, mamma di 4 figli … che non la seguiranno
Ascoltate questa corrispondenza effettuata stamattina da Radio Onda Rossa, e se potete correte con quanta più fretta potete verso l’Aereoporto di Fiumicino, dove sul prossimo volo per la Tunisia verrà effettuata una deportazione.
Una di quelle 150 deportazioni che il nostro paese, attraverso l’agenzia Frontex (i voli sono spesso della MistralAir società di proprietà di Poste italiane, ne abbiamo già parlato) effettua ogni settimana tra Tunisia, Egitto ed altro…
la storia di Sonia è straziante.
E’ scappata da un marito di merda che la maltrattava e da un paese dove non voleva stare: s’è presa i suoi bambini ed è approdata, chissà come peraltro, nel nostro paese. Ventiquattro anni.
Ventiquattro anni a Roma, dove son cresciuti i suoi 4 figli, dove ha lavorato, dove ha stretto amicizie e relazioni, dove ha parlato con le maestre dei suoi bambini, ha dondolato sulle altalene giocando con i suoi cuccioli, ha tessuto la sua vita così come l’aveva voluta autodeterminare.
Lontana dai vincoli matrimoniali, religiosi o anche solo geografici, a cui era costretta.
Poi sai, nella loro condizione basta un secondo.
Basta perdere un lavoro, basta per un attimo non avere il rinnovo del permesso di soggiorno che l’inferno dei Centri di Identificazione ed Espulsione si materializza. I sei mesi di detenzione motivati solo da una posizione di irregolarità amministrativa (?!) e non dall’aver commesso un reato, son diventati diciotto, 18, DICIOTTO, con il nuovo emendamento.
E questa è la storia di Sonia come di centinaia di altre donne e uomini, chiusi nei nostri lager di Stato.
Storie di chi nel nostro paese ha tutto, storie di chi come lei oggi sarà deportato nel paese di nascita, senza i propri figli.
LE PAROLE NON CI SONO.
DOVREMMO SOLO FERMARLI
ASCOLTA LA CORRISPONDENZA di questa mattina da PONTE GALERIA
AGGIORNAMENTI DA MACERIE: Così, all’alba di oggi un gruppo di compagni si è ritrovato davanti ai cancelli del Centro. Troppo pochi per intralciare i mezzi nei quali la polizia aveva caricato Sonia e gli altri due ragazzi da deportare, i compagni si sono spostati all’aeroporto per cercare di parlare con il comandante dell’aereo che avrebbe dovuto portare i tre in Tunisia. Ma l’aereo è dell’Alitalia, e il comandante ovviamente irraggiungibile. A metà mattinata l’aereo è partito, non sappiamo ancora se con Sonia e gli altri sopra. Nell’attesa di sapere come è andata a finire, i compagni di Roma invitano tutti a martellare Ponte Galeria di telefonate, almeno per tutta la giornata di oggi: 06 65854224.
ECCO COME E’ ANDATA A FINIRE..PRENDIAMO TUTTO DALLE AGENZIE:
VOLI BLOCCATI CON POLIZIOTTI E TUNISINI DUE AEREI FERMI A PALERMO E TUNISI PER QUESTIONI BUROCRATICHE (ANSA) - PALERMO, 14 SET - «Aerei per i rimpatri degli immigrati fermi da ore con decine di poliziotti a bordo e costi che salgono alle stelle». Lo denuncia il sindacato di polizia Coisp che segnala il caso di due voli che oggi avrebbero dovuto riportare in patria, in Tunisia, circa 100 migranti giunti in Italia. Il primo è partito da Milano alle 2 della scorsa notte con a bordo 90 poliziotti di scorta, ed è giunto a Lampedusa, dove ha caricato 49 clandestini, per poi fare una prima tappa a Palermo e una seconda a Tunisi, dove però solo 30 immigrati sono potuti scendere. «Secondo quanto sostenuto dalle autorità locali - scrive il Coisp in una nota - non più di tanti clandestini al giorno possono fare sbarco sul territorio, e così 19 africani sono rimasti assieme ai 90 agenti sull'aereo, tuttora bloccato in pista in attesa che la situazione possa sbloccarsi». Una sorte non troppo diversa, secondo il sindacato, è toccata a un secondo volo, partito oggi da Roma con a bordo circa 80 poliziotti, atterrato a Lampedusa dove sono saliti a bordo 50 migranti, e di seguito a Palermo, dove però è ancora bloccato, in attesa dell'autorizzazione a viaggiare verso Tunisi che non arriva. «Enormi i disagi, non solo per tutte le persone coinvolte nell'incredibile vicenda - accusa il sindacato di polizia - ma anche per le due linee aeree che sono state private della disponibilità dei due mezzi da destinare ad altri servizi». Per Franco Maccari, segretario generale del Coisp, «sono situazioni cui si stenta a credere e che si traducono in costi esorbitanti per i cittadini e disagi indicibili per i colleghi e per tutti gli altri malcapitati protagonisti». AGENTI FERMI A TUNISI TORNERANNO DOMANI (V. 'IMMIGRAZIONE: COISP, VOLI BLOCCATI CON...' DELLE 20.59) (ANSA) - ROMA, 14 SET - Si è sbloccata la situazione dei poliziotti e dei migranti bloccati nell' aereoporto di Tunisi perchè le autorità del Paese si erano rifiutate di accogliere un numero di extracomunitari superiore rispetto a quanto previsto dagli accordi. A tarda sera, fanno sapere dal Dipartimento della Pubblica sicurezza, il governo di Tunisi ha acconsentito a riprendersi i migranti sbarcati a Lampedusa mentre i poliziotti passeranno la notte nel Paese e domani torneranno in Italia. DISORDINI IN CPA LAMPEDUSA, AGENTE FERITO (ANSA) - PALERMO, 14 SET - Un poliziotto ferito da una pietra e alcuni tunisini contusi è il bilancio di una rivolta scoppiata nel pomeriggio nel centro di accoglienza a Lampedusa. I tunisini hanno cominciato a protestare dopo avere appreso che 49 loro connazionali stamattina erano stati rimpatriati e altri 50 caricati su un secondo volo diretto a Palermo e poi a Tunisi. La polizia è riuscita a riportare la calma, ma nel centro la tensione rimane alta tant'è che sono stati rafforzati i controlli davanti il Cpa, con l'invio di ulteriori cento agenti. Altri 110 tunisini nel pomeriggio sono stati imbarcati sulla nave Moby diretta a Palermo, dove giungerà domattina. Nel centro di Lampedusa al momento ci sono circa 800 migranti, cento minori sono stati trasferiti nell'ex base Loran.
Tortura e leggi speciali: botta e risposta con Miguel Gotor
Da uno storico avrei accettato del cinismo, un commento come “infondo facevate la guerra allo Stato e quello non poteva far altro che usare i mezzi che solitamente gli Stati usano per combattere i propri nemici: tortura, galera e morte.
Invece nell’articolo di risposta a Cesare Battisti, comparso sulle pagine di Repubblica il 29 agosto, compie un vero e proprio atto di negazionismo.
ASCOLTA LA CORRISPONDENZA
sperando che il dibattito prosegua
1) Introduzione al libro di Alleg di Jean-Paul Sartre
2) breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
3) Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
4) Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
5) Arresto del giornalista Buffa
6) Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
7) Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
8 ) Il pene della Repubblica
9) Ma chi è il professor “De Tormentis”?
10) Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
11) De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
12) Una lettera all’albo degli avvocati di Napoli
13) Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
14) Le torture su Alberto Buonoconto 1975
15) La sentenza esistente
16) Le torture su Sandro Padula, 1982
17) La prima parte del testo di Enrico Triaca
18) Seconda parte del testo di Triaca
19) L’interrogazione parlamentare presentata da Rita Bernardini
20) ” Chi l’ha visto? ” cerca De Tormentis, alias Nicola Ciocia
21) Due firme importanti: Adriano Sofri e Pier Vittorio Buffa
22) Mauro Palma, sulle pagine de Il Manifesto
23) L’interrogazione parlamentare cade nel vuoto
24) L’intervista mia e di Paolo Persichetti a Pier Vittorio Buffa
25) Cercavano Dozier nella vagina di una brigatista
Porta un fiore a Renato … 5 anni dopo il suo assassinio
Ero in un vicoletto di Damasco quando m’è arrivata quella maledetta telefonata,
5 anni fa, che sembra ieri, che sembra un’eternità.
Ero in vicoletto della mia amata città, pronta a correre a lezione, spensierata come mi sentivo in ogni mia giornata damascena.
Ma la telefonata mi raccontava di un altro pezzo di carne volato via,
di un fratello ammazzato, di fascisti, di lame, di una serata di musica finita come mai sarebbe dovuta finire.
Ancora mi sembra di stare lì, in quel vicolo che è esploso col mio grido di rabbia.
5 anni son passati, dall’assassinio di Renato Biagetti … sangue nostro
OGGI (27 agosto ) A FOCENE, PORTIAMO UN FIORE A RENATO.
SABATO PROSSIMO, COME OGNI ANNO, PAROLE E MUSICA LO RICORDERANNO AL PARCO SCHUSTER.
CONTRO IL FASCISMO, QUALUNQUE FORMA ABBIA.
E dopo il Volturno, ci provano con via dei Volsci. Ma s’attaccano!
DA VIA DEI VOLSCI NON CE NE ANDIAMO
L’estate è calda, e con il caldo i rettili provano ad attaccare dall’ombra, sperando di non essere visti.
Venerdì 29 luglio, senza alcun avviso, un ufficiale giudiziario accompagnato degnamente ha tentato di interrompere i 40 di lotta della
sede occupata di via dei volsci 30 con un semplice cambio di lucchetto.
L’abbiamo scoperto solo questa settimana, all’arrivo in sede.
Questa sede è uno dei luoghi naturali di riunione del movimento, utilizzata con regolarità dal Comitato “Carlos Fonseca” presente fin dalla sua nascita nelle sedi di via dei Volsci, e sede dell’archivio storico del movimento romano. Archivio che assieme ai documenti e al materiale del Comitato è stato sequestrato per una settimana impedendo l’accesso ai compagni.
Strisciando nell’ombra sperando di non essere visti proprietà e tribunali ci hanno nascosto l’avvio del procedimento di sfratto arrivato fino alla Corte d’appello e alla sua esecuzione senza che noi ne avessimo alcuna notizia. Sono i soliti affari nell’ombra dei potenti che sperano di non essere scoperti, in una città dove l’intreccio tra la speculazione immobiliare e commerciale e la politica esplode nella sua esagerazione, in un quartiere che si è trasformato tanto negli ultimi anni da rendere appetibili pochi metri quadri per utilizzarli a fini commerciali.
Il tentativo di sgombero fallito ieri al Volturno è la dimostrazione che questi animali a sangue freddo, bisce o lucertole che siano, con l’estate azzardano tentativi di far arretrare le barriere alla speculazione che abbiamo posto. A questi rettili rispondiamo che in via dei volsci continueremo a starci per altri 40 anni. Oggi le compagne e i compagni del Comitato e del movimento hanno recuperato alla libertà la sede di via dei Volsci 30. Uno spazio aperto al movimento che non abbandoneremo mai.
CONTRO LA SPECULAZIONE E IL PROFITTO
PER UNA SEDE APERTA AL MOVIMENTO
Comitato di solidarietà con i popoli dell’America Latina “Carlos Fonseca”
Magazzino “Rosa Luxemburg”
Associazione culturale Prometeo
Volturno occupato: tentativo di sgombero
In questi anni il Volturno ha ospitato e continua ad ospitare assemblee, sportelli di consulenza e di lotta sulla casa, sull’immigrazione e sui problemi delle donne, spettacoli teatrali ed altre iniziative della cultura libera.
Stamattina abbiamo assistito ad un tentativo, vile e maldestro, di spazzare via tutto questo in nome del profitto privato, addirittura scavalcando ogni procedura legale, visto che persino la polizia di stato, sopraggiunta, ha dichiarato di non essere a conoscenza dello sgombero “privato”, che ci ricorda quello della sede dell’Eutelia occupata da lavoratori e lavoratrici, avvenuta qualche anno fa.
Per fortuna la prontissima mobilitazione degli occupanti del volturno, coadiuvati da occupanti dei movimenti per il diritto all’abitare, compagni e compagne da tutta la città, ha di fatto sgomberato gli sgomberatori, costringendoli a fuggire rompendo le grate che loro stessi avevano montato sulle uscite di sicurezza.
Poco dopo il Volturno è rientrato nel possesso della ROMA BENE COMUNE, continuando ad essere a disposizione della città e di chi vuole organizzarsi e lottare perché il diritto all’abitare sia una realtà per tutti e tutte, per costruire iniziative culturali libere dal mercato, e perché la qualità della nostra vita conti di più del profitto di pochi.
Un commento di Oreste Scalzone sulla scarcerazione di Battisti
Un commento a caldo sulla scarcerazione di Cesare Battisti e quindi la sua mancata estradizione, sull’assurdità del concetto di ergastolo, sulla bile italiana ormai quasi ridicola.
Dai microfoni di Radio Onda Rossa, mentre loro si rosicchiano il fegato, ascoltate Oreste!























































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