Archivio

Archivio per la categoria ‘tortura’

Blefari Melazzi: induzione al pentimento

4 novembre 2009 Lascia un commento

Da un’Ansa di lunedi: Procura Bologna: mesi fa rifiutò di collaborare. All’inizio dell’anno, la Procura bolognese sentì Diana Blefari Melazzi nel tentativo di sondare una sua eventuale disponibilità a collaborare con le forze dell’ordine e la magistratura, tenendo conto anche dei segni di insofferenza per la detenzione già mostrati dalla brigatista. Ma lei – ha riferito la Procura – disse che non voleva collaborare in alcun modo.

crack_09

Scarceranda 2009

Gli inquirenti emiliani hanno confermato di essere al corrente dei problemi psichici della donna, fatto emerso anche durante l’interrogatorio a Massimo Papini, arrestato il primo ottobre su iniziativa delle Procure di Bologna e Roma con l’accusa di essere un militante delle nuove Br, ed ex compagno della Blefari. In quell’occasione l’uomo aveva ribadito al pm Enrico Cieri, titolare dell’inchiesta, il disagio psicologico in cui si trovava la brigatista esprimendo preoccupazione per questo. Inoltre, ha ricordato la Procura, durante il processo davanti alla Corte d’Assise di Bologna per l’omicidio Biagi, una perizia psichiatrica sulla donna stabilì che era capace di essere presente al processo.

Diana Blefari Melazzi e l’induzione al pentimento
di Paolo Persichetti, Liberazione 5 Novembre 2009 

In alcune redazioni non esitarono a definirla la «belva», e tutto a causa di una minuta sequestrata nella sua cella.
Un abbozzo di lettera mai conclusa a un suo coimputato, soprattutto mai spedita. In realtà si trattava della messa per iscritto di un delirio scatenatosi in uno dei momenti più acuti della sua malattia psichiatrica.
Era l’estate del 2005, e Diana Blefari Melazzi si trovava in regime di 41 bis aggravato, nella cosiddetta “area riservata” del carcere di Benevento. Nel pozzo più profondo che l’ingegneria sadica della punizione è riuscita a concepire. Ma la «belva» doveva essere lei. Faceva comodo quell’immagine bestiale da sovrapporre alla sparuta pattuglia di aspiranti nuovi brigatisti che, con i loro spari improvvisi, senza radici e senza futuro, avevano bruscamente risvegliato un paese distratto e annoiato. Alcune frasi di odio verso Marco Biagi, estrapolate dal testo, finirono in un rapporto della digos e poi sui giornali. Lo squilibrio mentale venne presentato come un proclama politico. La “pazzia” per la Blefari ha sempre funzionato come un elemento a carico, un’aggravante utile solo per condannarla all’ergastolo.
Non è vero che poteva stare nel processo, come i giudici hanno sentenziato con ostinazione. “Doveva” stare nel processo, non aveva scampo.
I suoi legali fecero ricorso contro il sequestro di quei fogli privati. Che rilevanza processuale poteva mai avere la parola di una persona ridotta in quello stato? Il tribunale del riesame di Bologna accolse il reclamo e ne dispose la cancellazione dal fascicolo processuale. Un riconoscimento che non ebbe seguito.
47 portePer anni la Blefari ha rifiutato le ore di socialità concesse. Non è mai uscita per l’ora d’aria, non ha mai acceso la luce della cella, è stata quasi sempre rintanata sotto le coperte e per lunghi periodi non ha effettuato i colloqui con i familiari e i suoi avvocati. Sospettava che il cibo dell’amministrazione fosse avvelenato e per lunghi periodi non mangiava. Aveva crisi d’identità e disturbi percettivi fino ad arrivare ad allucinazioni visive, particolarmente legate alla televisione nella quale vedeva dei “mostri”, motivo per cui aveva smesso di utilizzarla.
Nel 41 bis di L’Aquila rifiutava di avere contatti con le sue coimputate, scambiandone una per Provenzano e l’altra per sua sorella. Rivedeva sua madre, morta suicida dopo una lunga depressione, sul muro di fronte alla sua cella. Nella sua ultima lettera annotava, «continuano le vibrazioni, le sensazioni negative, i sapori di merda in ogni cosa che mangio, le intrusioni nella mia testa sia quando sono sveglia che quando dormo». Ma per i periti nominati dai giudici il suo atteggiamento rientrava nella tipica condotta oppositiva di chi vive un rapporto di inimicizia politica verso le istituzioni. Singolare capovolgimento di fronte. Ogni volta che un detenuto politico è sottoposto a “osservazione scientifica della personalità”, per fruire dei cosiddetti benefici penitenziari deve lottare con chi pensa di poter leggere il suo vissuto politico  come una devianza che rinvia a disturbi della personalità. Quando questi ci sono realmente, vengono interpretati in modo politico.
L’avvocato Caterina Calia ha ricordato la disponibilità venuta da molte detenute politiche storiche ad assistere la Blefari. Nelle carceri esiste la figura del “piantone”, ovvero di un detenuto che assume l’incarico di assistere un suo compagno impossibilitato a occuparsi di se stesso. La Blefari poteva essere aiutata, ma venne sempre tenuta isolata dalle altre politiche. C’era chi sperava di strumentalizzarne la sofferenza per farne una collaboratrice di giustizia.
 

Suicidio Blefari: l’uso della malattia come strumento di indagine

2 novembre 2009 Lascia un commento

La morte di Diana Blefari Melazzi: l’uso della malattia come strumento di indagine
di Paolo Persichetti, Liberazione 3 novembre 2009

Cronaca di una morte annunciata.
«Basta, basta, basta!!! Io voglio uscire. Devo uscire. Giuro che esco e mi ammazzo e vi libero della mia presenza, ma io di questa tortura non ne posso più». Si esprimeva in questo modo Diana Blefari Melazzi in una lettera del 13 maggio scorso, inviata dal carcere di Sollicciano ad un suo amico, Massimo Papini, col quale era stata legata sentimentalmente prima della cattura. Diana Blefari non è uscita, non poteva uscire. Si è suicidata sabato 31 ottobre intorno alle 22.30 nella cella del carcere romano di Rebibbia, dove era stata trasferita da una decina di giorni. Una morte brutta, architettata ricavando un cappio con strisce di lenzuola intrecciate. La sorvegliante l’ha trovata appesa, al termine del giro fatto in sezione dopo la chiusura dei blindati. Poche ore prima gli era stata notificata la sentenza di cassazione che confermava in modo definitivo la sua condanna all’ergastolo, perché ritenuta compartecipe dell’attentato mortale al giuslavorista Marco Biagi.Diana Blefari Melazzi

La Blefari venne arrestata sul litorale romano nel dicembre 2003, inizialmente come “prestanome”, titolare del contratto d’affitto della cantina nella quale le cosiddette «nuove Brigate rosse», il piccolo gruppo che fino al 1999 aveva operato sotto la sigla Ncc per poi sottrarre dalle teche impolverate della storia la vecchia sigla inoperante delle Br-pcc, ma «solo se l’azione D’Antona avesse avuto successo», avevano depositato in fretta e furia archivio e altro materiale sgomberato dalla base dove erano vissuti Nadia Lioce e Mario Galesi, fino al momento della sparatoria mortale sul treno Roma-Arezzo del marzo del 2003.
Ad accusarla della partecipazione materiale all’omicidio Biagi, la pentita Cinzia Banelli. Secondo la collaboratrice di giustizia, che oggi vive sotto programma di protezione, la «compagna Maria», nome di copertura attribuito alla Blefari, avrebbe fatto da staffetta il giorno dell’attentato, sorvegliando il tragitto del consulente del ministero del Welfare dalla stazione fino ai pressi della sua abitazione, quando sarebbe dovuta entrare in azione proprio la Banelli. Solo che quel giorno la collaboratrice di giustizia non vide mai la Blefari, come dovette ammettere più volte in aula sotto contestazione della difesa. Contro di lei pesavano tuttavia altre accuse, come quella di aver preso parte alla “inchiesta” preparatoria e di aver inviato la rivendicazione tramite un internet point. Le vennero, infatti, contestate tracce telefoniche lasciate dal suo cellulare a Modena.

Il primo ottobre scorso, i sostituti procuratori romani, Pietro Saviotti e Erminio Amelio, hanno arrestato anche Massimo Papini, con l’accusa di essere una delle persone ancora non identificate che avrebbero fatto parte del gruppo. Una persecuzione quella contro Papini. Dopo anni d’indagini, pedinamenti e intercettazioni, alla fine del 2008 la procura di Bologna ne chiese l’arresto per il coinvolgimento nell’attentato Biagi, ma il Gip ritenne gli elementi depositati dall’accusa inadeguati a sostenere l’incriminazione. Passati gli atti alla procura romana, sulla base degli stessi elementi e soprattutto per il fatto di aver continuato a seguire la sua ex fidanzata lungo l’odissea carceraria e i meandri dolorosi e allucinati della sofferenza psichiatrica che l’aveva colpita, Papini è stato arrestato con l’accusa di partecipazione a banda armata. Un’accusa allucinata, tanto quanto le visioni che colpivano la Blefari stessa.

Nuovebr

Durante il processo Biagi

Forse sta proprio in questo accerchiamento, in questa inesorabile escalation la pulsione finale che l’ha portata a darsi la morte. In una lettera scritta dal 13 al 23 maggio, in cui si susseguono frasi deliranti di ogni tipo, scriveva a Papini: «Se vogliono che mi cucio la bocca, me la cucio. Se vogliono che parlo, dico tutto quello che mi dicono di dire, ma io non posso più stare così. Io non so proprio cosa fare, io chiedo perdono a tutti, ma basta per pietà». Gli inquirenti hanno interpretato queste parole come un messaggio verso l’esterno, rivolto a presunti referenti che avrebbero dovuto dare indicazioni sul suo modo di comportarsi. In realtà la Blefari nel suo fare ondivago e schizofrenico meditava altro. Da diverso tempo non era più in contatto con i suoi coimputati che le avevano rimproverato la scelta processuale di non ricusare l’avvocato e farsi difendere anche in punto di fatto. Gli estratti di un duro scambio di missive, tutte visionate dalla censura carceraria e finite in mano all’antiterrorismo, apparvero sui giornali.
Nell’ultima lettera, finita di scrivere il 25 settembre, comunicava a Papini di aver informato il direttore del carcere di essersi «resa disponibile a parlare con i magistrati». Cosa avesse realmente in serbo, se volesse avviare una collaborazione e semplicemente circostanziare la sue reali responsabilità, o altro ancora, resterà un segreto che si è portato con sé. Di questa intenzione Papini ha saputo solo in carcere perché arrestato prima del suo recapito. Circostanza che smentisce il teorema accusatorio ed evidenzia il cinico gioco al rialzo portato avanti dagli investigatori contro la detenuta. Assolutamente consapevoli delle sue instabili condizioni di salute e del suo stato di prostrazione, gli inquirenti hanno dato l’idea di pensare alla Blefari come ad un “anello debole” che, prima o poi, si sarebbe spezzato conducendola ad atteggiamenti collaborativi con la giustizia. L’uso della malattia come strumento d’indagine. Mentre tutte le autorità carcerarie avevano riconosciuto da tempo la patologia psicotica che abitava la mente della donna, tanto da declassificarla dal regime duro 41 bis e assegnarla in un circuito comune, con frequenti passaggi nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo fiorentino, dove veniva sottoposta a periodici Tso, sul piano giudiziario si è continuato a negare per anni non solo la sua incapacità a “stare nel processo”, ma anche il diritto ad essere curata in una struttura ospedaliera adeguata.

La cieca sete di vendetta che ha animato l’inchiesta condotta dalla procura di Bologna e l’ostinata sordità delle corti d’assise nel recepire le richieste degli avvocati, documentate da numerose perizie psichiatriche che diagnosticavano una «patologia mentale che ne determina un comportamento psicotico in fase attiva», oltre a un «disturbo delirante, in diagnosi differenziale con Schizofrenia di tipo Paranoide», segnalando il «rischio di atti autolesionistici impulsivi che potrebbero essere fatali», sono finalmente pervenute a comminare quella condanna capitale abolita dalla costituzione italiana.

Suicidi in carcere: il ministero cambia le carte in tavola

13 ottobre 2009 Lascia un commento

specchiettoFacile cambiare le carte in tavola quando si parla di reclusi, di persone impossibilitate a comunicare le loro condizioni di vita.
Facile modificare i numeri e le cause di morte di coloro che sono privati della loro libertà e vivono nelle carceri di questo paese: facile eccome rigirarsi la frittata e parlare di “tossici”, di “cause naturali”, di “arresti cardiaci”.
Ristretti Orizzonti, nel suo costante lavoro di inchiesta dall’altra parte delle sbarre, smentisce i dati lanciati pomposamente dal sottosegretario alla Giustizia Caliendo.
Poche chiacchiere, Paolo ha scritto sinteticamente la situazione. Lascio a lui la parola. Qui anche il link delle sue Cronache Carcerarie, per chi volesse approfondire  

Il sottosegretario Caliendo, «solo 37», Ristretti orizzonti, «già 46»
di Paolo Persichetti, Liberazione 12 ottobre 2009

Nelle carceri italiane si muore troppo spesso. Nelle carceri italiane ci sono tanti suicidi. Che cosa fanno il ministero della Giustizia e la Direzione dell’amministrazione penitenziaria per risolvere il problema? Oltre a diramare circolari che intasano matricole e archivi degli istituti di pena, ricorrono a degli espedienti meschini come la cosmesi linguistica. Cambiano denominazione alle cause dei decessi.

imagesSe un detenuto è anziano e gravemente malato, finisce che l’indagine amministrativa interna addebiti la sua morte a «cause naturali». Se un altro tenta d’impiccarsi, ma muore durante il trasporto in ospedale, il decesso non è più considerato un suicidio. Diventa la conseguenza di un malore. Un modo burocratico per scaricare noie e problemi eventuali, abbassare il livello di allarme, distogliere l’occhio dei media da quel che accade dentro le mura di cinta. Nella casa circondariale di “Villa Fastiggi”, a Pesaro, l’11 novembre 2008 una detenuta, Francesca Balzelli, si è tolta la vita aspirando gas da una bomboletta. L’inalazione di gas è molto pericolosa perché l’intossicazione da idrocarburi volatili innesca meccanismi d’asfissia. Insomma vi è un rischio di morte molto alto. I detenuti lo sanno benissimo. E se alcuni ricorrono ancora a questo metodo per sballarsi, perfettamente consapevoli del rischio, altri lo fanno chiaramente per suicidarsi.
6291_1156756810042_1561407480_30403635_74779_nUna morte più dolce rispetto alla brutale violenza dell’impiccagione. Questa incertezza sulle ragioni ultime che spingono i carcerati, in genere con problemi di tossicodipendenza o alcolismo, a sniffare gas, viene utilizzata dal Dap come un pretesto per evitare la parola suicidio. Che questo comportamento, quale che sia il suo esito, configuri comunque un desiderio di autodistruzione, è sottaciuto. Sui referti compare un altro termine: «malore», «collasso», «arresto cardiocircolatorio». Così non c’è notizia, viene meno il rischio di clamori mediatici, di campagne sulle condizioni di vita dentro le prigioni, sul sovraffollamento.
Rispondendo a una interrogazione della parlamentare radicale Rita Bernardini, il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, ha liquidato la morte della Balzelli alludendo proprio alla tossicodipendenza della reclusa, sottoposta per questo a terapia ansiolitica. Secondo il magistrato e senatore del Pdl, la detenuta avrebbe assunto gas «come succedaneo di sostanza stupefacente».
Risultato finale: un morto in più e un suicidio in meno. Un gioco di prestigio insomma. Con questo trucchetto Caliendo ha raccontato in commissione la favola «dell’impegno profuso dall’Amministrazione» per rivendicare un calo dei suicidi. Dai 45 del 2007 ai 37 registrati fino ad oggi. Solo che alla fine i conti non tornano. In una nota diramata da Ristretti orizzonti, si precisa che i casi di suicidio documentati sono già 46, mentre altre 10 segnalazioni attendono conferma.
E mancano ancora tre mesi alla fine dell’anno.

A Tarzan Sulic, ucciso dentro una caserma ad 11 anni.

25 settembre 2009 Lascia un commento

Sarà quel pacco bomba, per strada regalato,
Lo schifo di ricordo, che schifo di ricordo, d’un braccio amputato
Per rifilare un taglio non solo alle tue mani
Ma a quelle degli zingari, di quei fottuti zingari più sporchi dei cani

Le fiabe hanno l’odore di polvere da sparo
Lo disse anche Matteo, si torturava Mira quel libro costò caro
E se Sengul da bambola sembravi troppo a Barbie
Coi chiodi e con le biglie, coi fiori e con le bolle sul viso è troppo tardi

In quell’incrocio Emran guardava da innocente
I soldi di una carità elargita ad un pezzente
Adesso solo un occhio salvato dalle schegge
Vedrà soltanto odio in un mondo senza legge
E come Tarzan Sulic volava tra le sbarre
Un angelo ribelle non può cadere a terra
Caramba sparò in testa, non vide più una stella,
Tarzan d’undicianni assassinato in cella
Assassinato in cella assassinato in cella
Assassinato in cella assassinato in cella

E Mira torturata con mala meraviglia,
Il tuono di quel colpo, il colpo di quel tuono
Di notte ora ti sveglia
La fretta di un processo e pena senza pesa
Dimenticare presto, dimenticare tutto, giustizia non è resa.

romNon si trova molto in rete sulla storia di Tarzan Sulic e Mira Djuric, due bimbi rom. Una storia del settembre 1993, quindici anni fa.
Lui è morto ucciso da un proiettile sparato da un carabiniere, dentro una camera di sicurezza della caserma di Ponte di Brenta.
Dicono, rendetevi conto, che il colpo è partito per sbaglio, che l’undicenne freddato con un colpo alla testa stava provando a scappare e nella colluttazione sarebbe partito un colpo.
Colpo che ha passato la testa del giovane Tarzan e poi ha ferito sotto il seno sinistro la sua cuginetta, fermata con lui e con lui rinchiusa in quella cella.SI è salvata dopo un lungo intervento, visto che la pallottola si era fermata vicino al cuore.
Lui è morto sul colpo.
A 11 anni, dentro una caserma dei Carabinieri.
CHI SE LO RICORDA?
In questo momento dai microfoni di Radio Onda Rossa, una bella trasmissione in loro ricordo!

Alle donne argentine, e ai loro bimbi nati in cattività…

10 settembre 2009 Lascia un commento

9788820044817g“Arrivarono alle 3 del mattino. Aprii la porta, tentai di accendere la luce. Mi colpirono. Erano incappucciati. Mi caricarono su un’auto, scalza e bendata. Mi portarono al “Famaillà”, un centro di detenzione clandestino. Mi legarono le mani dietro la schiena e mi buttarono per terra. Ero incinta di quattro mesi. Poi vennero a prendermi per interrogarmi. Mi torturarono. Impazzivo all’idea di perdere il bambino. Provavo odio e un senso di impotenza, avrei voluto urlargli lo schifo che sentivo per loro, ma non potevo. Dopo una settimana mi trasferirono in un altro campo di concentramento, il “Fronteirita”. Lì continuarono a torturarmi. Mi picchiavano soprattutto sul ventre, volevano a tutti i costi farmi perdere il bambino. Stavo malissimo, non facevano che minacciare di uccidermi, mi umiliavano. Giorno e notte sentivo i lamenti di altre persone sotto tortura. Al sesto mese di gravidanza fui trasferita al carcere di Villa Urquiza. Quando venne il momento del parto, non mi portarono in maternità: mio figlio nacque in cella grazie all’aiuto di alcune compagne. Inés recise il cordone ombelicale con un paio di forbici arrugginite. Appena iniziarono le doglie, implorai che per favore mi portassero in maternità. Ma niente. Venne la levatrice e mi fece un’iniezione per addormentarmi. Se non fosse stato per le compagne che lo estrassero a forza, mio figlio sarebbe morto soffocato. Questione di qualche minuto.” HORTENSIA

QUESTE RIGHE agghiaccianti sono tratte da un libro MEMORIA DEL BUIO estremamente interessante, malgrado la sua lettura sia difficile per il dolore e la rabbia che si prova, riga dopo riga.  E’ un libro documento, un racconto corale di 112 donne argentine che hanno vissuto insieme l’esperienza della prigionia nelle carceri argentine durante la dittatura, fra il 1974 e il 1983. 

Carcere femminile, Argentina

Carcere femminile, Argentina

Ancora dalla Grecia e sulla pelle dei migranti, questa volta bambini

2 settembre 2009 Lascia un commento

UNA TESTIMONIANZA DA ATENE, SUI MINORI MIGRANTI e LA REPRESSIONE
Sei mesi di carcere per Hussain tre anni e il fratellino Isamt sette anni La vergogna senza fine di un Paese che condanna e perseguita persino i bambini.

noborder2009-1La Grecia persiste con la politica anti-immigrazione, inasprendo di giorno in giorno le misure adottate, fino a raggiungere livelli di illegalità inaudita per un Paese Europeo.
Attualmente mi trovo ad Atene. Qui la situazione è molto cambiata nelgi ultimi mesi: poliziotti armati girano ovunque, li vedi trascinare per la strada minorenni in manette, o spiare la situazione in modo molto più attento del solito
Prima delle ultime elezioni europee i profughi senza casa dormivano davanti alle chiese, nei parchi o alla stazione, ora invece si nascondono sulle montagne o in zone isolate per paura di essere trovati dalle autorità o dai branchi di naziskin che con l’ausilio della polizia imperversano ormai in tutta la Grecia.
Queste persone non scappano per timore di essere respinte, ma per non farsi picchiare o uccidere dalla polizia e dai naziskin, che di questi tempi sembrano ormai la stessa cosa. Oggi ho parlato a lungo con una famiglia, avevano due bambini: uno di nove anni e uno di cinque. Si trovano ad Atene da dieci mesi, perché è molto più probabile sopravvivere alle manganellate o alle coltellate qui in Grecia che alle bombe e ai terroristi in Afghanistan. 

Appena arrivati, per quindici giorni, hanno affittato una casa, poi essendo senza soldi sono finiti a dormire per strada. Il figlio più grande affetto da un disturbo agli occhi è stato curato previo rilascio delle impronte. Piangendo dicevano di aver paura, perché i gruppi di naziskin cercano ogni giorno e ogni notte stranieri da “punire”.  Temono per i loro bambini, dieci volte hanno già tentato di arrivare in Italia da Igoumenitsa, ma la polizia portuale li ha sempre cacciati via. Chiedevano loro il passaporto persino per andare in bagno. Non se la sentono più di rischiare ancora, la polizia ha iniziato a mandare in carcere per mesi anche donne e bambini piccolissimi. Tuttavia non vogliono nemmeno rimanere in quest’inferno fatto di notti dormite in strada, di pranzi e cene a base di rifiuti e di quotidiane agressioni danni dei loro connazionali.

Trenta famiglie con figli a seguito si trovano in questo momento in prigione. Tra di loro anche bambini di appena un anno di età. Questo riferisce Hassan, la cui moglie e i due figli sono stati arrestati pochi giorni fa mentre tentavano di prendere una nave diretta in Italia. Il più piccolo, Hussain, ha solo tre anni mentre il fratellino Ismat ne ha sette. Il padre non può aiutare la sua famiglia perché privo dei documenti, dei soldi per permettersi un avvocato e di una conoscenza anche solo basilare della lingua. 
Pare irridere queste persone l’ultima denuncia da parte dell’Unchr: “Inaccettabili le condizioni di 850 migranti”. Alle istituzioni di questo tipo è rimasta solo la forza di denunciare, ma le parole non scalfiscono minimamente la Politica anticostituzionale di questo Paese, mancano azioni e contromisure atte ad impedire il perpetrarsi di tali barbarie.

Basir Ahang

DOPO I VIDEO DI PRIMA, TESTIMONIANZA DI QUELLO CHE VIVONO I MIGRANTI NEI CENTRI DI DETENZIONE, METTO QUESTO MOLTO BELLO SU UNA DELLE AZIONI CONTRO LA GUARDIA COSTIERA FATTE DAGLI ATTIVISTI del NOBORDER CAMP SULL’ISOLA DI LESVOS, IN GRECIA, LA SCORSA SETTIMANA.

 

Dal NoBorder Camp 2009 una sola parola: FREEDOM!

2 settembre 2009 Lascia un commento

Impossibile non pubblicare questi due video. 
Perché bisogna vedere con i propri occhi spesso per capire, per potersi immedesimare in alcune vite.
Siamo sull’isola di Lesvos, in Grecia in un centro di detenzione di frontiera della comunità europea per migranti “irregolari”, entrati clandestinamente.
Queste immagini sono fruibili a tutt@ grazie all’impegno e alla lotta dei compagni e delle compagne del NoBorder Camp 2009 che si è svolto nel mese di agosto proprio su quell’isola.
Dopo aver visto queste immagini, il primo video è del maschile mentre il secondo è girato nel reparto femminile (con i bambini, tanto per sguazzare nel macabro medievale) , non si può arrivare ad altra conclusione che quei muri vanno abbattuti. Abbattuti. Non c’è altra soluzione! 

 

Ecco le prove: la strage di Benghazi, le torture in Libia, gli accordi sulla pelle dei migranti

2 settembre 2009 Lascia un commento

Kafuda2Adesso abbiamo le prove. Sono quindici foto in bassa definizione. Scattate con un telefono cellulare e sfuggite alla censura della polizia libica con la velocità di un mms. Ritraggono uomini feriti da armi di taglio. Sono cittadini somali detenuti nel carcere di Ganfuda, a Bengasi, arrestati lungo la rotta che dal deserto libico porta dritto a Lampedusa. Si vedono le cicatrici sulle braccia, le ferite ancora aperte sulle gambe, le garze sulla schiena, e i tagli sulla testa. I vestiti sono ancora macchiati di sangue. E dire che lo scorso 11 agosto, quando il sito in lingua somala Shabelle aveva parlato per primo di una strage commessa dalla polizia libica a Bengasi, l’ambasciatore libico a Mogadiscio, Ciise Rabiic Canshuur, aveva prontamente smentito la notizia. Stavolta, smentire queste foto sarà un po’ più difficile.
A pubblicarle per primo sulla rete è stato il sito Shabelle. E oggi l’osservatorio Fortress Europe le rilancia in Italia. Secondo un testimone oculare, con cui abbiamo parlato telefonicamente, ma di cui non possiamo svelare l’identità per motivi di sicurezza, i feriti sarebbero almeno una cinquantina, in maggior parte somali, ma anche eritrei. Nessuno di loro però è stato ricoverato in ospedale. Sono ancora rinchiusi nelle celle del campo di detenzione. A venti giorni dalla rivolta.
Tutto è scoppiato la sera del 9 agosto, quando 300 detenuti, in maggioranza somali, hanno assaltato il cancello, forzando il cordone di polizia, per scavalcare e fuggire. La repressione degli agenti libici è stata fortissima. Armati di manganelli e coltelli hanno affrontato i rivoltosi menando alla cieca. Alla fine degli scontri i morti sono stati sei. Ma il numero delle vittime potrebbe essere destinato a salire, visto che ancora non si conosce la sorte di un’altra decina di somali che mancano all’appello.Maxaabiistii_liibiya%20(5)

Il campo di Ganfuda si trova a una decina di chilometri dalla città di Bengasi. Vi sono detenute circa 500 persone, in maggior parte somali, insieme a un gruppo di eritrei, alcuni nigeriani e maliani. Sono tutti stati arrestati nella regione di Ijdabiyah e Benghazi, durante le retate in città. L’accusa è di essere potenziali candidati alla traversata del Mediterraneo. Molti di loro sono dietro le sbarre da oltre sei mesi. C’è chi è dentro da un anno. Nessuno di loro è mai stato processato davanti a un giudice. Ci sono persone ammalate di scabbia, dermatiti e malattie respiratorie. Dal carcere si esce soltanto con la corruzione, ma i poliziotti chiedono 1.000 dollari a testa.
Le condizioni di detenzione sono pessime. Nelle celle di cinque metri per sei sono rinchiuse fino a 60 persone, tenute a pane e acqua. Dormono per terra, non ci sono materassi. E ogni giorno sono sottoposti a umiliazioni e vessazioni da parte della polizia.

Kafuda8Sull’intera vicenda, i deputati Radicali hanno depositata lo scorso 18 agosto un’interrogazione urgente al Presidente del Consiglio e al Ministro degli Esteri, chiedendo se l’Italia “non ritenga essenziale, anche alla luce e in attesa della verifica dei fatti sopraesposti, garantire che i richiedenti asilo di nazionalità somala non siano più respinti in Libia”. Probabilmente la risposta all’interrogazione tarderà a venire in sede parlamentare. Ma nella realtà dei fatti una risposta c’è già. E il respingimento dei 75 somali di ieri ne è la triste conferma.
Siamo finalmente riusciti a parlare telefonicamente con uno di loro. A bordo erano tutti somali, ci ha detto. E avevano chiesto ai militari italiani di non riportarli indietro, perché volevano chiedere asilo. Inutile. In questo momento, mentre voi leggete, si trovano nel centro di detenzione di Zuwarah. Da quando sono sbarcati, ieri alle tredici, non hanno ancora ricevuto niente da mangiare. Né hanno potuto incontrare gli operatori dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite di Tripoli. Li hanno rinchiusi in un’unica cella, tutti e 75, comprese le donne e i bambini.
Nessuno di loro ha idea di quale sarà la loro sorte. Ma nessuno si azzardi a criticare l’Italia per la politica dei respingimenti o per l’accordo con la Libia. Tanto meno l’Unione europea e i suoi portavoce

La BBC intervista la torturatrice di Abu Ghraib

15 agosto 2009 3 commenti

“Rispetto a quello che gli iracheni avrebbero fatto a noi, ciò che abbiamo fatto era niente. Quando queste cose succedevano, loro ci decapitavano, bruciavano i corpi, trascinavano i cadaveri per le strade o li appendevano ai ponti” queste le parole usate durante un’intervista alla Bbc da Lynndie England, la soldatessa diventata tristemente famosa per essere una delle protagoniste delle fotografie uscire dal carcere degli orrori di Abu Ghraib. 14716Sono passati cinque anni da quei giorni in cui la donna si faceva immortalare durante abusi fisici sui detenuti del carcere. Tre degli ultimi cinque anni la donna li ha passati in carcere e sembra di non essere pentita per ciò che ha fatto in passato. “Le umiliazioni sessuali avvengono anche nei college in Usa e se servono a ottenere informazioni allora sono pratiche accettabili”. La giornalista ha incalzato più volte la England con domande ficcanti. “Non le sembra perverso e assurdo ciò che accadeva?” è stato chiesto. “Certo era un po’ strano – ha risposto la soldatessa Usa – ma quelle erano cose che succedevano lì. I superiori ci dicevano che andava tutto bene e che dovevamo continuare”.
La donna dice di sentirsi molo sola e oggi ha paura che qualcuno la possa uccidere. Fa uso di antidepressivi e racconta che anche la madre ha subito minacce per colpa sua.

La rete straccia la censura di Obama

17 maggio 2009 2 commenti

direzione157986571705111258_bigLa rete, quella che in Italia vogliono oscurare con il decreto D’Alia ( cittadinanza cinese ad honorem ) è riuscita a battere Obama e le foto delle torture che voleva censurare circolano liberamente…e vanno messe un po’ ovunque, perchè al contrario di quel che dice il bel presidente americano vedere è importante, farlo con i propri occhi, immaginando la propria pelle bruciata e torturata.
La tortura è un mostro che ha invaso il nostro paese negli anni ’80 ma  anche recentemente con Bolzaneto, l’irruzione della scuola Diaz …
Il decreto D’Alia vuole toglierci la possibilità di fare informazione, di mettere documenti che vorrebbero veder cancellati per sempre; un decreto che vuole toglierci l’unico luogo libero dove possiamo parlare, comunicare, scambiarci informazioni e fare inchieste.
Intanto pubblichiamo le foto delle torture sulla pelle degli iracheni, che potrei essere io o tu che leggi.
Sangue nostro, di prigionieri che potremmo esser noi…

Le bruciature sulla spalla

Le bruciature sulla spalla

esterne171125481705112619_bigesterne171125521705112629_bigesterne171125511705112625_big

9 Maggio, Ulrike Meinhof. 1° parte della commissione internazionale d’inchiesta sulla sua morte

9 maggio 2009 1 commento

Il 9 maggio ricorre (oltre all’anniversario dell’assassinio di Peppino Impastato) l’anniversario dell’assassinio di Ulrike Meinhof, nel carcere di Stammheim. Già in passato questo blog si è occupato di questa figura degli anni ’70 tedeschi, con alcuni stralci presi dalle sue lettere e dai suoi scritti.
E’ il caso, invece, da questo momento in poi (la “serie” sarà un po’ lunga) di mettere in rete un po’ di materiale che dimostra l’assassinio che c’è dietro la sua morte e quella successiva e simultanea di altri 3 prigionieri della stessa formazione , la R.A.F. anche conosciuta come Banda Baader-Meinhof.ulrikeimpiccata, a partire dal Rapporto della Commissione internazionale d’inchiesta sulla morte di Ulrike Meinhof. Fu ritrovata impiccata, con ancora un piede poggiato sulla sedia, morta da ore…ma come vedremo successivamente, l’autopsia dimostra più che chiaramente come non si sia trattato di suicidio…
Prima di affrontare la parte tecnica dell’inchiesta mettiamo la sua dichiarazione d’intenti e una parte della prima inchiesta sulla tortura ‘pulita’ applicata costantemente su tutti i detenuti politici tedeschi, e non solo.
Di tortura non si può smettere di parlare, di indagare, di archiviare e diffondere

« …anche i giudici che condannavano ai roghi le streghe e i maghi del secolo passato, credevano di purgare la terra di più fieri nemici… » (Pietro Verri –Osservazioni Sulla tortura- 1776)

DICHIARAZIONE DELLA COMMISSIONE INTERNAZIONALE D’INCHIESTA SULLA MORTE DI ULRIKE MEINHOF

A conclusione dei suoi lavori, la Commissione internazionale d’inchiesta Sulla morte di Ulrike Meinhof ha preso atto del rapporto formulato dalla segreteria.Senza far propria ogni singola formulazione, la Commissione sottolinea, tuttavia, che si tratta di un lavoro serio, realizzato grazie alla collaborazione di periti qualificati, che merita di essere preso in considerazione e ampiamente diffuso.
Per riassumere i pareri sui quali i suoi membri hanno trovato un accordo, la Commissione ha constatato :

- che Ulrike Meinhof è stata sottoposta, a più riprese e per lunghi periodi, a condizioni di detenzione che si è costretti a qualificare « tortura ». Si tratta di quel tipo di tortura chiamata isolamento sociale e privazione sensoriale, comunemente applicanto nella Repubblica Federale Tedesca a numerosi prigionieri politici e anche a detenuti comuni ;

- che la tesi delle autorità statali, secondo la quale Ulrike Meinhof si sarebbe suicidata per impiccagione non è provata e che i risultati della Commissione tendono a dimostrare che Ulrike Meinhof non potuto impiccarsi da sola ;

- che i risultati dell’inchiesta suggeriscono che Ulrike Meinhof era morta quando è stata appesa e che vi sono indizi inquietanti d’intervento di terzi in relazione a questa morte. eorge

La Commissione non può esprimersi con certezza sulle circostanze della morte di Ulrike Meinhof. Tuttavia, il fatto che al di fuori del personale della prigione i servizi segreti avessero accesso alle celle del 7° piano attraverso un passaggio distinto e segreto autorizza ogni sospetto. I risultati dell’inchiesta, qui presentati dalla Commissione, rendono più urgente la nécessita di costituire una commissione internazionale d’inchiesta sui morti di Stammheim e di Stadelheim.
1562265690_lLa Commissione ringrazia la sorella di Ulrike Meinhof che ha messo a disposizione tutta la documentazione in suo possesso, nonché tutte le persone ed organizzazioni che hanno facilitato il lavoro intrapreso, appoggiandolo e contribuendo al suo finanziamento. Il lavoro è stato finanziato esclusivamente da questi contributi e senza di essi non sarebbe stato possibile realizzarlo. La Commissione ringrazia anche tutte le persone che si sono impegnate nella pubblicazione del presente rapporto.
Parigi, 15 dicembre 1978

Michelle Beauvillard, avvocato, Parigi  - Claude Bourdet, giornalista, Parigi - Robert Davezies, giornalista, Parigi - Georges Casalis, teologo, Parigi - Joachim Israel, sociologo, Copenhagen - Panayotis Kanelakis, avvocato, Atene - Henrik Kaufholz, giornalista, Aarhus (Danimarca) - John McGuffin, scrittore, Belfast - Hans Joachim Meyer, neuropsichiatra, R.F.T. - Jeane-Pierre Vigier, fisico, Parigi

[stralci del Rapporto della Commissione]

1. CONDIZIONI DI DETENZIONE

Dopo l’arresto di Ingrid Schbert e di Monika Berberich, nell’ottobre 1970, i prigionieri della R.A.F. sono sottoposti ad un regolamento di detenzione, calcolato fin nei minimi dettagli : il totale isolamento e l’isolamento in Piccoli gruppi.

Rapporto di Jorgen Pauli Jensen, psicologo, Danimarca :

All’indomani dell’arresto, Ulrike Meinhof fu tenuta prigioniera, in condizioni di assoluto isolamento, nel « braccio della morte » del carcere di Colonia-Ossendorf [era in un braccio vuoto, con 6 celle vuote e lei era al centro di queste]. Questo primo periodo di isolamento totale (poi ne seguiranno altri) è durato 237 giorni.UlrikeMeinhofFestnahme

Metodo ed effetto della tortura dell’isolamento sono in diretta interdipendenza : il metodo consiste nell’isolamento assoluto da ogni contatto sociale e nella soppressione di impressioni sensoriali differenziate, che sono una condizione necessaria al funzionamento dell’organismo umano. Rinchiudendo i detenuti in una camera silens, una cella perfettamente isolata, dunque senza alcun rumore ( o una cella nella quale si ascolta un suono incessante), buia di giorno (o dipinta di bianco e illuminata al neon giorno e notte), con ridotte possibilità di movimento e aria viziata, si tenta, in qualche modo, di esasperarne il bisogno umano di contatti e impressioni sensoriali, vale a dire di comunicazione umana. Le ricerche di psicologia sperimentale e, disgraziatamente, anche l’esperienza diretta, ci hanno insegnato con certezza che tali condizioni possono corrodere e annientare, nel giro di breve tempo, gli esseri umani fisicamente e psichicamente

A livello fisico, la funzione vegetativa è distrutta poco a poco (modificazione patologica del bisogno di dirmire e urinare, della famé, della sete, nonchè mal di testa e perdita di peso). A livello psichico si sviluppa instabilità emotiva (angoscia improvisa o collera). Sul piano psichico e su quello della ulrike3conoscenza si sviluppa entro brève tempo, un disorientamento nel tempo e nello spazio ; difficoltà di concentrazione, difficoltà nel definire un pensiero , perdita della memoria, déficit del linguaggio e della comprensione, allucinazioni ecc.
Tuttavia, non sempre questo progetto raggiunge il suo scopo : esistono donne e uomini che, malgrado la tortura dell’isolamento, conservano la loro identità politica.

Dal 1972 vengono applicati metodi speciali contro i prigionieri politici nelle carceri della R.F.T.

- isolamento sistematico dei prigionieri in rapporto agli altri ; esclusione da tutte le attività comuni, dalla vita normale della prigione ; divieto di comunicare con altri prigionieri, ogni tentativo di ignorare tale divieto viene punito con la detenzione nelle celle di punizione ;
- l’applicazione di inferriate speciali dinanzi allé finestre delle celle allo scopo di rendere impossibile la vista sull’esterno [bocche di lupo]
- solo un’ora d’aria, soli, con manette ai polsi
- divieto di ricevere visite e lettere, tranne che da familiari
- tutte le visite sono sorvegliate dalla polizia politica, che registra tutta la conversazione e l’utilizza, all’occorrenza, nel processo
- censura totale di libri e giornali

CONTINUA CON LA SECONDA PARTE

« …Che fare ? E’ chiaro, sporgere denuncia per lesioni fisiche. Allora, dai ! L’ho già detto centinaia di volte : psichiatra e –ormai l’ho capito- otorinolaringoiatra che spieghino, finalmente, scientificamente, come il ‘silenzio’ abbia gli stessi effetti degli elettrochoc, provochi lo stesso tipo di lesioni, di devastazioni nell’organo dell’equilibrio e nel cervello… »   Ulrike Meinhof ai suoi avvocati, dal braccio della morte, febbraio 1974

SGOM: sgommiamo Diliberto e tutti i forcaioli

6 maggio 2009 4 commenti

Sgommiamo Oliviero Diliberto
Cacciamolo dalle piazze dove prenderà la parola
Impediamogli di tenere ancora in ostaggio la parola comunismo

Oliviero Diliberto è candidato come capolista per la circoscrizione centro della lista “comunista e anticapitalista” che raccoglie i candidati del Prc, del Pcd’I,  Socialismo 200 e Consumatori uniti.
Attuale segretario nazionale del Pdc’I, in passato è stato braccio destro di Armando Cossutta prima di pugnalarlo alle spalle come Bruto.
Ha diretto dal 1994 al 1995 Liberazione, allora settimanale del Prc, dove si guadagnò il soprannome di Diliberia. Quando nel 1998 fu tra gli artefici della scissione interna a Rifondazione, perché in disaccordo con la decisione di sfiduciare il primo governo Prodi, ricopriva il ruolo di capo gruppo alla Camera. Fondato con Cossutta il Pcd’I prese parte nel 1999 al governo D’Alema con l’importante incarico di Guardasigilli.
Rispolverata dai ripostigli la scrivania che fu di Togliatti in via Arenula, prendendo a pretesto alcuni mancati rientri di detenuti dai permessi, mise immediatamente fine alla timida stagione “riformista” avviata da Sandro Margara, presidente del Dap nominato dal precedente ministro della Giustizia prodiano Flick.
Dopo aver posto ai vertici dell’amministrazione penitenziaria il giudice Giancarlo Caselli in sostituzione dello stesso Margara (figura storica della magistratura di sorveglianza più illuminista), cacciato in malo modo, perché ritenuto poco incline ad una concezione unicamente sicuritaria della funzione penitenziaria, fece nascere l’Ugap (Ufficio garanzie penitenziarie, ovvero i servizi segreti penitenziari) che attualmente dirigono l’attività dei Gom.
A capo dell’Ugap nominò il generale Enrico Ragosa, già a capo degli Scop (Servizio coordinamento operativo polizia penitenziaria) e appartenente al Sisde, che guiderà anche la spedizione di funzionari del ministero di giustizia italiano in Kossovo per procedere alla ricostruzione e riorganizzazione post-bellica del sistema penitenziario kosovaro.

Il Gruppo Operativo Mobile

Il Gruppo Operativo Mobile


I Gom (Gruppo operativo mobile) erano nati nel maggio 1997 su iniziativa dell’allora direttore del Dap Michele Coiro, nel momento in cui il servizio traduzioni dei detenuti tornava in mano alla polizia penitenziaria, dopo la lunga parentesi emergenziale voluta dal generale Dalla Chiesa che l’aveva data in gestione all’Arma dei Carabinieri.
Ma è solo nel febbraio 1999 che i Gom assumono le funzioni del soppresso Scop, grazie a un decreto firmato da Oliviero Diliberto che ne regolamentava l’istituzione e ne stabiliva le funzioni, il personale, i mezzi e le attrezzature tecnico – logistiche di cui sarebbe stato dotato.
Appena creato il Gom si è trovato al centro di pesanti denunce per la scia di pestaggi lasciati all’interno delle carceri dopo il loro passaggio, come quello nel carcere San Sebastiano di Sassari dell’aprile 2000 e per le brutali perquisizioni nel carcere milanese di Opera (l’ex presidente della commissione Giustizia della Camera, l’avvocato Giuliano Pisapia, aveva denunciato senza mezzi termini gli “episodi di brutalità” avvenuti, parlando del passaggio di “un vero e proprio uragano che ha distrutto ogni cosa”), fino alla gestione del lager di Bolzaneto, con relative torture, durante il G8 di Genova 2001.
Non sono mancate nemmeno feroci critiche da parte dei penalisti perché personale del Gom in più di un’occasione aveva agito come una sorta di servizio segreto, ascoltando e registrando le conversazioni tra i legali ed i loro clienti detenuti, malgrado la legge lo vieti espressamente.
Nel 2006 si è astenuto in parlamento al momento del voto sull’indulto. A Confronto Antonio Di Pietro assomiglia a santa Maria Goretti.

 

Link
Oliviero Diliberto: “Le riforme non potremo farle”
Gom

Sgommiamo Oliviero Diliberto, cacciamolo dalle piazze dove prenderà la parola
Impediamogli di tenere ancora in ostaggio la parola comunismo

Campagna per il boicottaggio dei giustizialisti e forcaioli  a cura dello SGOM

Suicidi in carcere ed etica della responsabilità

23 aprile 2009 Lascia un commento

La metto così: il carcere è, e in sostanza è sempre stato, una questione totale: cioè, una questione in ogni suo aspetto, un continuum di criticità, che si tengono tutte fra loro. La questione dei suicidi in carcere, a mio avviso, va letta così. Nel contesto del carcere, per dire una cosa ovvia, tutto quello che dovrebbe rilevare sul nostro tema è la sua vivibilità o la sua invivibilità. Il discorso potrebbe allora svilupparsi nella ricostruzione di tutti i fattori e dinamiche di invivibilità, non pochi e non leggeri. Poi, bisognerebbe attuare una strategia dell’attenzione nei confronti di coloro che soffrono in modo speciale la invivibilità.
Ma c’è, indubbiamente, a monte di questi aspetti, un primo punto che non può essere ignorato: ed è quella che potrebbe essere chiamato la «vivibilità dell’arresto», che ha un proprio rilievo, provato dal dato statistico (ricavato dal libro di Baccaro e Morelli: «Il carcere: del suicidio e di altre fughe», letto in bozza) che il 28% dei suicidi in carcere si verificano entro i primi dieci giorni e il 34% entro il primo mese. Sotto questo profilo del «tintinnio delle manette», il carcere fa solo da cornice al precipitare di vicende individuali, rispetto alle quali un sistema di attenzione degli operatori non è facile, specie in presenza di certe strategie processuali. Naturalmente, c’è chi dirà: «Non vorrai mica che il carcere non faccia paura?». 
Ma veniamo ai fattori di invivibilità del carcere, subìti e sofferti da tutti e da alcuni fino a rinunciare alla vita. Il primo è quello legato al sovraffollamento, che ha due aspetti a cominciare dal fatto di vivere a ridosso immediato di altre vite, il levarsi reciprocamente l’aria, il che non è affatto poco (gli esperimenti per le scimmie dicono che diventano nervose: e gli uomini?). Ma poi, in una struttura sovraffollata, inevitabilmente le disfunzioni sono infinite. Si lotta per sopravvivere a livelli minimi. 
Il Comitato per la Prevenzione della Tortura del Consiglio di Europa (Cpt), ha considerato la situazione di sovraffollamento in carcere, come «trattamento inumano e degradante». Tanto maggiore sarà la invivibilità quanto più si accompagnerà alle lunghe permanenze in cella, a fare della cella il luogo di una vita invivibile. E la normalità, in situazioni del genere, è che dalla cella si esce solo per brevi periodi «d’aria», ma non per lavorare o per altre attività né, per molti dei detenuti (stranieri, persone sbandate per le ragioni più varie, etc.), per avere colloqui con i familiari. E’ possibile costruire prospettive di uscita da queste situazioni? Lo impediscono: la povertà delle risorse organizzative del carcere su questo versante, le risposte sempre più difficili e spesso negative della magistratura, lo stesso ridursi delle possibilità o la mancanza di queste per la fascia sempre più numerosa degli stranieri, che attendono solo l’espulsione (nei grandi carceri metropolitani sono ormai ben oltre il 50%, ma anche la media nazionale si avvicina al 40%). C’era una volta un Ordinamento penitenziario che dava delle speranze di permessi di uscita, di misure alternative, ma anche questi spazi si sono sempre più ristretti – per leggi forcaiole e per magistrati condizionati dal clima sociale che le produce – e le speranze si sono trasformate in delusioni. 
D’altronde, il suicidio non è l’unico prodotto della invivibilità delle carceri: lo sono anche i tentati suicidi, come pure, spesso difficili da distinguere dai primi, i gesti autolesionistici. Tutto insieme, si arriva vicini all’inferno. C’è, comunque, una campagna della amministrazione penitenziaria per individuare e agire a sostegno dei soggetti più a rischio. Ma non si può sperare che questo serva quando gli sforzi necessari sono limitati da poche risorse, destinati a durare per poco tempo, come accaduto in passato, affidati ad un sistema di sorveglianza psicologica e psichiatrica mai costruito adeguatamente: il tutto sempre dentro quelle condizioni di invivibilità che si mantengono e si concorre anzi ad aggravare, come dimostra l’accelerazione delle dinamiche di sovraffollamento. Tento una conclusione. Sentire, tutti, la responsabilità di questi morti e del carcere che li produce è una scelta etica desueta.

____Sandro Margara: Il Manifesto del 22 Aprile 2009____

17 APRILE : LA GIORNATA DEL PRIGIONIERO POLITICO in PALESTINA

17 aprile 2009 Lascia un commento

jihad-gefang

La prima volta che venne commemorata la giornata del prigioniero politico in Palestina fu il 17 aprile del 1974, giornata in cui fu rilasciato, con uno scambio di prigionieri con Israele, Mahmoud Hijazi Baker. Nella “società” palestinese il carcere è pane quotidiano per tutta la popolazione: non esistono famiglie che non hanno detenuti, oltre al fatto che la loro vita -di chi è libero- è vissuta in stato di cattività perenne. 
Il 40% della popolazione maschile è passata per le carceri israeliane: dati incredibili ci dicono che dal settembre 2000 (quando è scoppiata la seconda Intifada) al 2008 sono stati arrestati 65.000 uomini, 750 donne e 7500 bambini. n516004746_1921502_9
Le autorità israeliane e i loro scagnozzi in divisa possono arrestare tutti, sempre e ovunque senza alcuna ragione. Arresti sono costantemente compiuti dentro case, scuole, aule universitarie, ospedali e checkpoint spesso in forma di arresti di massa punitivi o rastrellamenti, altre volte per le violazioni dei continui coprifuoco che flagellano la società, lo studio, il lavoro e lo scorrimento della vita. 
Spesso, troppo spesso, lo Tsahal compie retate di massa nei villaggi, costringendo tutta la popolazione maschile compresa tra i 16 e i 45 anni ad uscire dalle proprie abitazioni per rimanere ore e notti fuori, nudi,con le mani legate dietro la schiena e incappucciati,  in attesa di una decisione che molto spesso si trasforma in carcere. Preventivo.
 Ogni arresto che viene compiuto all’interno delle case prevede la devastazione delle abitazioni e di tutti gli oggetti che i soldati si trovano davanti: ogni volta si trovano le scorte di cibo (riso, latte, grano, olive) rovesciate o calpestate: DISTRUGGERE, TERRORIZZARE, ARRESTARE questo è quello che viene compiuto quotidianamente da 60 anni nei Territori Occupati.   E le carceri scoppiano.
Attualmente si contano circa 1600 detenuti, di cui 17 malati terminali per problemi oncologici,  che necessitano di cure urgenti e speriamo non si aggiungano ai 196 decessi che si sono verificati a partire dal 1967 per negligenze igienico-sanitarie. Durante i mesi della seconda Intifada i decessi in carcere sono stati 72.I dati di settembre 2008 parlano di 69 prigioniere politiche detenute nelle carceri femminile in Israele (sono solamente due Hasharon-Telmond e Neve Tertza famose per la frequenza di abusi e umiliazioni soprattutto a sfondo sessuale) , di cui 6 bimbe.  
 400 sono i detenuti che hanno un’ età tra i 13 e i 18 anni, la maggiorparte delle volte detenuti in carceri per adulti e nelle stesse celle, con gli stessi trattamenti durante gli interrogatori e senza alcuna assistenza psicologica e medica. La percentuale di questi piccoli detenuti è in continuo aumento: spesso i ragazzini confessano immediatamente cose mai commesse pur di interrompere determinati trattamenti che vengono compiuti in luoghi lontani e a loro sconosciuti, senza alcuna possibilità di avere un’assistenza legale o di comunicare con un familiare.

NON DIMENTICARE MAI

22 marzo 2009 Lascia un commento

Nemesi

Non dimenticare

Non dimenticare mai

Non devi dimenticare

Alekos Panagulis

Carcere di Boiati, isolamento, marzo 1972

Scritta dopo una bastonatura particolarmente selvaggia durante uno sciopero della fame

Jean-Paul Sartre sulla Tortura

12 marzo 2009 7 commenti

Nel 1943, in via Lauriston, erano dei francesi a gridare d’angoscia e di dolore. 
La Francia intera li udiva. L’esito della guerra non era certo, e non si voleva neppure pensare al futuro; ma una sola cosa ci pareva comunque impossibile: che si sarebbero fatti urlare altri uomini, un giorno, in nostro nome.

henri_alleg_20pc

Henri Alleg

Ma impossibile non è francese: nel 1958, ad Algeri, si tortura abitualmente, sistematicamente; tutti lo sanno, da Lacoste ai contadini dell’Aveyron. Nessuno ne parla, o quasi: fili di voce si estinguono, nel silenzio. La Francia non era più muta di oggi sotto l’occupazione; ma aveva almeno la scusa di essere imbavagliata. All’estero, il caso nostro è già giudicato: la Francia continua a degradarsi: dal ’39 secondo alcuni, dal ’18 secondo altri.
Io non credo però così facilmente alla degradazione di un popolo; credo ai suoi marasmi e alle sue ottusità. Durante la guerra, quando la radio inglese o la stampa clandestina ci parlavano dei massacri di Ouradour, guardavamo i soldati tedeschi che passeggiavano per le vie con aria innocua, e ci capitava di osservare tra noi: “Eppure sono uomini che ci rassomigliano: come possono fare quello che fanno?” Eravamo fieri di noi, perché riuscivamo a non capirli.

Oggi sappiamo che non c’è nulla da comprendere; tutto si è compiuto insensibilmente, con abbandoni impercettibili; quando abbiamo levato il capo, abbiamo visto nello specchio un volto sconosciuto, odioso: il nostro. Atterriti dallo stupore, i francesi scoprono questa evidenza terribile: se niente vale a proteggere una nazione contro se stessa -né il suo passato, né le sue fedeltà, né le sue proprie leggi,- se bastano quindici anni per cambiare le vittime in carnefici, allora chi decide è l’occasione; basta l’occasione a trasformare la vittima in carnefice: qualsiasi uomo, in qualsiasi momento.

Felici quelli che sono morti senza aver mai dovuto domandarsi: “Se mi strappano le unghie, parlerò?” Ma più felici quelli che non sono stati costretti, usciti appena dall’infanzia, a porsi l‘altra domanda: “Se i miei amici, i miei compagni d’armi, i miei capi strappano le unghie a un nemico dinanzi ai miei occhi, cosa farò?”

Che sanno di loro stessi questi giovani messi con le spalle al muro dalle circostanze? Essi indovinano che qualsiasi decisione possano prendere qui, sembrerà loro astratta e vuota nel momento decisivo; che tutto il loro essere sarà rimesso in gioco da situazioni imprevedibili; e che le loro decisioni per la Francia, per se stessi, dovranno prenderle laggiù, da soli. Essi partono. Altri ritornano, dopo aver sperimentato la propria impotenza, serbando nella maggior parte dei casi un silenzio pieno di rancore. Nasce la paura: la paura degli altri e di se stessi, e dilaga in ogni ambiente. La vittima e il boia si confondono nella nostra stessa immagine. Poiché, nei casi estremi, l’unica maniera di rifiutare una delle due parti consiste nell’accettare l’altra.
Una tale scelta non si impone -almeno non ancora- ai francesi in Francia. Ma proprio queste indeterminatezza ci pesa: noi siamo la ferita e il coltello: l’orrore di questo e il terrore di quella si bilanciano e si rafforzano reciprocamente. I ricordi riaffiorano. 250px-17octobre61matraqueQuindici anni or sono i migliori della nostra Resistenza avevano paura di non resistere alla sofferenza, più che della sofferenza stessa. Essi dicevano :” Quando tace, la vittima salva ogni cosa; ma quando parla, nessuno ha diritto di giudicarla, neppure colui che non ha parlato: essa s’accoppia col suo carnefice, diventa la sua femmina, e questa coppia allacciata sprofonda nella notte dell’abiezione”. L’abiezione ritorna.
A El-Biar, essa ritorna ogni notte. In Francia è la fuliggine dei nostri cuori. Ecco, una propaganda sussurrata  insinua appunto che “tutti parlano”; e così la tortura si giustifica con l’umana ignoranza: ciascuno di noi essendo un traditore potenziale, il boia che è in ciascuno di noi trova giustificazione. Tanto più che la gloria della Francia lo esige, come voci suadenti insinuano ogni giorno. Un buon patriota non può avere che buona coscienza. Solo un disfattista può averla cattiva.
Allora, lo sbigottimento diviene disperazione: se il patriottismo deve precipitarci all’abiezione, se nessuna sorveglianza, mai, ha impedito alle nazioni e all’umanità tutta di perdersi in una follia disumana, allora, a che scopo tormentarci per divenire o rimanere degli uomini? Essere disumani è la nostra verità.
Ma se di vero non c’è altro che il terrore, terrorizzare o essere terrorizzati, a che scopo vivere e restare patrioti?
Questi pensieri sono stati seminati in noi con la violenza. Nella loro oscurità e nella loro falsità, discendono tutti da questa premessa: l’uomo è inumano. Il loro obiettivo è convincerci della nostra impotenza, e ci riusciranno, finché non li guarderemo in faccia. Ma bisogna che all’estero si sappia che il nostro silenzio non significa consenso. Esso deriva da angosce provocate, esasperate, sapientemente dirette. Lo sapevo da tempo, ma aspettavo la prova decisiva.
Essa è venuta.
algeriQuindi giorni fa, presso le Editions de Minuit, usciva un libro: La Tortura.
Il suo autore, Henri Alleg, tuttore detenuto in una prigione di Algeri, racconta senza commenti inutili, con precisione ammirevole, gli “interrogatori” che ha subito. I carnefici, come gli avevano promesso, lo hanno “curato”: “telefono da campo”, supplizio dell’acqua  come al tempo della Brinvilliers, ma coi perfezionamenti tecnici del nostro tempo, supplizio del fuoco, della sete, etc.
E’ un libro che sconsigliamo alle anime tenere.

Finora, solo qualche richiamato alle armi e soprattutto qualche sacerdote avevano osato portare testimonianze. Avevano vissuto in mezzo ai torturatori, loro e nostri fratelli. Delle vittime, per lo più. Non conoscevano che le urla, le ferite, le sofferenze; additavano i segni del sadismo su brandelli di carne. Ma che cosa ci distingueva da questi sadici? Nulla, dal momento che tacevamo.
La nostra indignazione poteva anche parerci sincera: ma avremmo saputo provarla vivendo laggiù, o non ci saremmo piuttosto abbandonati a una cupa rassegnazione, a un universale disgusto? Per mio conto, leggevo talvolta per dovere e magari pubblicavo, ma detestandomi, quei racconti, che ci mettevano spietatamente in causa, e che non ci lasciavano speranza.

Con La Tortura, tutto cambia. Alleg ci risparmia vergogna e disperazione, perché è una vittima e ha “vinto” la tortura. battagliadialgeri215C’è un sinistro umorismo, in questo rovesciamento di posizioni; lo hanno martirizzato in nome nostro, e noi, grazie a lui, ritroviamo un poco della nostra fierezza: siamo fieri che sia un francese. I lettori si incarnano in lui con passione, l’accompagnano sino al passo estremo della sofferenza. Con lui, soli e nudi, lottano e resistono. Sarebbero questi lettori, saremmo noi capaci davvero di tanto? Questo è un altro affare. Quello che conta è che la vittima ci libera facendoci scoprire, come lo scopre lei stessa, che abbiamo la possibilità e il dovere di sopportare tutto.
Eravamo come affascinati dalla vertigine dell’inumano, ma basta che un uomo duro e ostinato -ostinato nel suo mestiere d’uomo- a strapparti all’incantesimo: la “tortura” non è nulla di inumano, è soltanto un crimine ignobile e lurido, commesso da uomini contro altri uomini, e che altri uomini ancora possono e debbono reprimere. L’inumano non esiste, se non negli incubi generati dalla paura. Basta il calmo coraggio di una vittima, la sua modestia, la sua lucidità, per liberarci dalla mistificazione. Alleg ha strappato la tortura alla notte che la ricopriva:; avviciniamoci, guardiamola alla luce.

Questi carnefici, prima di tutto, che cosa sono? Dei sadici? Degli arcangeli irritati? Dei signori della guerra con i loro terrificanti capricci? A creder loro, sarebbero una mescolanza di tutto questo. Ma Alleg, appunto, non li crede. Quel che risulta da quanto egli ci riferisce è che essi vorrebbero convincere se stessi e convincere la vittima di una loro piena sovranità: ora come superuomini che tengono dei semplici uomini in loro potere, ora come uomini forti e severi, incaricati di addomesticare la bestia più oscena, più feroce e più vile che ci sia, la bestia umana. S’indovina che non fanno tuttavia scelte sottili: l’essenziale è far sentire al prigioniero che non è della loro razza_ lo si spoglia, lo si imbavaglia, lo si beffeggia. Intanto, dei soldato vanno e vengono, pronunciando insulti e minacce con una disinvoltura che vorrebbe apparire terribile.
Ma Alleg, nudo, tremante di freddo, legato a una tavola ancor nera e viscida di vecchi vomiti, riduce tutte queste manovre alla loro miserabile verità: sono commedie recitate da imbecilli. Commedia, la violenza fascista delle loro parole, i il giuramento di “buttare all’aria la Repubblica”. Commedia, il discorso algeria4dell’aiutante di campo del generale M., che termina con queste parole: “Non vi resta più che suicidarvi”. Commedie grossolane, sempre quelle, che ricominciano senza convinzione ogni notte, con ogni prigioniero, e che poi si smettono per mancanza di tempo. Perché questi orribili lavoratori sono sovraccarichi di lavoro e fatica: i prigionieri fanno la coda davanti alla tavola del supplizio, si legano, si slegano, si portano in giro le vittime da una camera di tortura all’altra. A guardare con gli occhi di Alleg questo immondo alveare ci si accorge che gli stessi torturatori sono soverchiati da ciò che fanno.
Certo, sanno che atteggiarsi alla calma, bere birra, tranquilli e decisi, accanto a un corpo martirizzato, e poi d’un tratto balzano in piedi, corrono dappertutto, bestemmiano e urlano di rabbia: dei nevrotici che sarebbero delle vittime eccellenti, e alla prima sferzata confesserebbero.
Malvagi, rabbiosi, certo. Sadici? No, nemmeno sadici: hanno troppa fretta. E’ quella che li salva, del resto: resistono grazie alla velocità acquistata: debbono correre senza requie o crollare.
Eppure amano il lavoro ben fatto: se lo giudicano necessario, spingono la coscienza professionale fino ad uccidere. Ed ecco quello che colpisce, nella narrazione di Alleg: dietro questi chirurghi squallidi e sgomenti senti una inflessibilità che li supera, loro e i loro capi.
Sarebbe troppa fortuna, se questi delitti fossero l’opera di un pugno di pazzi. In verità è la tortura, che fa i carnefici. Dopo tutto, questi soldati non si erano arruolati in un corpo scelto per martirizzare il nemico vinto.
Alleg, in pochi tratti, ci descrive quelli che ha conosciuto, e questo basta a segnare le tappe delle metamorfosi.
Ci sono i più giovani, sbigottiti, incapaci di resistere, che mormorano “è orribile” quando la loro torcia illumina un suppliziato. algeria1E poi ci sono i sotto-boia, che non mettono ancora mano alla tortura, ma sostengono e trasportano i prigionieri, alcuni già induriti e altri no, ma tutti già presi nell’ingranaggio, e tutti imperdonabili.
C’è un biondino del Nord con un viso così simpatico, che può parlare delle sedute di tortura che Alleg ha subito, “come di una partita di cui si ricorda con piacere, e che non prova disagio a congratularsi con la vittima come farebbe con un campione ciclista”. Qualche giorno dopo, Alleg lo ritroverà congestionato, sfigurato dall’odio, mentre percuote, su per una scala, un musulmano. E poi ci sono gli specialisti, i duri che fanno tutto il lavoro, che si compiacciono ai soprassalti, i duri che fanno tutto il lavoro, che si compiacciono ai soprassalti delle scosse elettriche, ma che non sopportano le grida. E infine i pazzi che corrono intorno come foglie morte nel turbine della loro propria violenza.
Nessuno di questi uomini ha una vita sua, nessuno resterà quello che è: non sono che i momenti di una trasformazione inesorabile. Tra i migliori e i peggiori v’è una sola differenza: i primi sono reclute, i secondi veterani. Tutti finiranno per andarsene e, se la guerra continua, altri li sostituiranno: biondini del Nord o piccoli bruni del Mezzogiorno, che faranno lo stesso tirocinio o ritroveranno la stessa violenza con lo stesso nervosismo.
In quest’affare gli individui non contano; una specie di odio errante e anonimo, un odio radicale dell’uomo s’accanisce a un tempo sui carnefici e sulle vitime per degradarli insieme, gli uni mediante gli altri. Quest’ odio è la tortura eretta a sistema, creatrice dei suoi stessi strumenti.
Quando questo vien detto, sia pur timidamente, sui banchi dell’Assemblea, la canea si scatena, e urla: “E’ un insulto all’esercito”. Ma una volta per tutte, questi cani ringhiosi ci dicano: che c’entra l’esercito? Nell’esercito ci sono dei torturatori, senza dubbio. La commissione inchiesta, nel suo rapporto pur indulgente, non lo ha nascosto. Ma questo non vuol dire che sia l’esercito a torturare.
Che insensatezza! Forse che i civili non conoscono il metodo? Basta lasciar fare alla polizia di Algeri. E poi ci vuole un capo-carnefice, l’Assemblea intera donna_algerinal’ha designato: non è il generale S., e neppure il generale E., e neppure il generale M., di cui tuttavia Alleg fa il nome: è Lacoste, l’uomo dai pieni poteri.
Tutto si fa attraverso di lui e con lui,  a Bona come a Orano: tutti gli uomini che sono morti di sofferenze e di orrore nell’immobile di El-Biar, nella villa S., sono morti per sua volontà. Non sono io che  lo dico: sono i deputati, è il governo.
E del resto la cancrena si estende, ha attraversato il mare. Si è sparsa anche la voce che si pratica la tortura in certe prigioni civili del “territorio metropolitano”: non so se sia fondata, ma dev’essere stata raccolta anche dai poteri pubblici, visto che il procuratore, al processo di Ben Saddok, ha domandato solennemente all’accusato se avesse subito sevizie. Beninteso, la risposta era conosciuta in anticipo.
No, la tortura non è né civile né militare né specificatamente francese: è come una sifilide  che devasta l’intera epoca. All’est come all’ovest ci sono carnefici. Non è passato tanto tempo da quando Farkas torturava gli ungheresi. I polacchi non nascondono che la loro polizia , prima di Poznan, torturava anch’essa volentieri; e su ciò che accadeva in URSS al tempo di Stalin abbiamo la testimonianza irrecusabile del rapporto Krusciov. Ieri si “interrogavano” così, nelle prigioni di Nasser, degli uomini politici che poi sono stati, con qualche cicatrice, elevati a cariche eminenti. L’elenco potrebbe continuare. Oggi, comunque, è il momento di Cipro e dell’Algeria; e Hitler, insomma, non era che un precursore.
Sconfessata – a volte, del resto, senza molta energia – ma sistematicamente applicata dietro la facciata della legalità democratica, la tortura può definirsi un’istituzione semiclandestina. Ha forse le stesse cause dappertutto? No, probabilmente. E poi poco importa: qui non si tratta di giudicare il nostro tempo; si tratta di guardare in faccia le cose nostre per cercar di capire che cosa è successo a noi, a noi francesi.

Sapete quel che si dice a volte per giustificare i carnefici: bisogna pur ridursi a torturare un uomo se dalla sua confessione possono dipendere centinaia di vite umane. E’ un bell’espediente da Tratuffe. Alleg, come Audin, non era un terrorista. Tanto è vero che  è stato accusato di “attentato alla sicurezza dello Stato e di ricostruzione di una lega sciolta”.
Era per salvare delle vite umane che gli si bruciavano i capezzoli e i peli del pube? No, si voleva soltanto estorcergli  l’indirizzo dell’amico che lo aveva ospitato. Se avesse parlato, si sarebbe messo un comunista di più sotto chiave: ecco tutto.t239054a
E poi si arresta a casaccio: qualsiasi musulmano è “interrogabile” a piacere: la maggior parte dei torturati non dicono nulla perché non hanno nulla da dire, a meno che non acconsentano, per non soffrire di più, a fare una falsa testimonianza o accusarsi gratuitamente di un delitto rimasto impunito, del quale diventa comodo accusarli. In quanto a quelli che potrebbero parlare, si sa bene che tacciono. Tutti, o quasi tutti.
Né Audin, né Alleg, né Guerroudji hanno disserrato i denti. “Ha comunque guadagnato una notte per dar tempo ai suoi amici di tagliare la corda”, constata uno dei carnefici dopo il primo interrogatorio di Alleg. E un ufficiale, qualche giorno più tardi: “Da dieci  o da quindici anni sanno che se vengono presi non devono dire nulla. Non c’è niente  da fare per togliere loro quest’idea della testa.” Forse volevan parlare soltanto dei comunisti; ma credono forse che i combattenti dell’ALN (l’Armata di Liberazione Nazionale) siano di un’altra tempra? Queste violenze non rendono: gli stessi tedeschi, nel 1944, avevano finito per convincersene; costano vite umane, e non ne salvano.
L’argomento, tuttavia, non è del tutto falso, e comunque ci illumina sulla funzione della tortura , istituzione clandestina o semiclandestina indissolubilmente legata alla clandestinità della resistenza o dell’opposizione.
In Algeria, il nostro esercito è schierato in tutto il territorio. Abbiamo per noi il numero, il denaro, le armi. Gli insorti non hanno nulla, salvo la fiducia e l’appoggio di una gran parte della popolazione. Siamo stati noi, nostro malgrado, a dare a questa guerra popolare attentati nelle città, imboscate nelle campagne; il FLN non ha scelto lui questa forma di attività, fa quello che può e basta.
Il rapporto fra le sue forme e le nostre lo costringe ad attaccarci di sorpresa: invisibili, inafferrabili, inattese, devono colpire e scomparire, per non essere sterminate. Di qui il nostro malessere: lottiamo contro un avversario segreto, una mano lancia una bomba in una strada, una fucilata ferisce un nostro soldato, si accorre: non c’è più nessuno. Più tardi, nei dintorni, si troveranno dei musulmani che non hanno visto niente. Tutto è legato: la guerra popolare, guerra dei poveri contro i ricchi, è caratterizzata dallo stretto vincolo delle unità insurrezionali con la popolazione.  Per l’esercito regolare e o poteri civili, questo nugolo di miserabili diventa il nemico quotidiano, innumerevole. Le truppe d’occupazione si preoccupano del mutismo che esse hanno generato. Si indovina una inafferrabile volontà di silenzio, un segreto circolare, onnipresente. I ricchi si sentono braccati in mezzo ai poveri che tacciono. Imbarazzate dalla loro stessa potenza, le “forze dell’ordine” non possono opporre nulla alle guerriglie, se non i rastrellamenti e le spedizioni punitive, nulla da opporre al terrorismo, se non il terrore- Qualche cosa è nascosto: in qualsiasi luogo e da tutti.
Bisogna farli parlare.

31006732_1de3295e92La tortura è una vana furia, nata dalla paura: si vuole strappare, ad una bocca, in mezzo alle grida e ai rigurgiti di sangue, il segreto di tutti. Inutile violenza: che la vittima parli o che muoia sotto le torture, l’innumerevole segreto è altrove, sempre altrove, fuori portata. Il carnefice si trasforma in Sisifo. Se applica la question dovrà sempre ricominciare.
Ma nemmeno questi silenzi, queste paura, questi pericoli sempre invisibili e sempre presenti possono giustificare completamente l’accanimento dei carnefici, la loro volontà di ridurre all’abiezione le loro vittime, questo odio dell’uomo, infine, che si è impadronito di loro senza il loro consenso e li ha plasmati.
Uccidersi a vicenda, è la regola; ci si è sempre battuti per interessi collettivi e particolaristici. Ma nella tortura, questo strano match, la posta sembra essere totale: è per il titolo di uomo che il carnefice si misura col torturato, e tutto si svolge come se i due non potessero appartenere insieme alla specie umana. Scopo dell’interrogatorio non è soltanto quello di costringere un uomo a parlare, a tradire: bisogna che la vittima si auto qualifichi bestia umana attraverso le sue grida e la sua sottomissione: agli occhi di tutti e davanti a se stessa. Bisogna che il suo tradimento la spezzi e la tolga definitivamente di mezzo. Colui che cede all’interrogatorio, non soltanto è costretto a parlare, ma gli è stato imposto per sempre uno status: quello del sotto-uomo.

Questa radicalizzazione della posta è uno dei caratteri del nostro tempo. In nessuna epoca la volontà di essere liberi è stata più cosciente e più forte: in nessuna epoca l’oppressione è stata più violenta e meglio armata.
In Algeria le contraddizioni sono irriducibili: ognuno dei gruppi in conflitto esige l’esclusione radicale dell’altro. Abbiamo preso tutto ai musulmani e poi abbiamo proibito loro persino l’uso della loro lingua. Memmi, lo scrittore algerino, ha dimostrato come la colonizzazione si realizza attraverso l’annullamento dei colonizzati. Essi non possedevano più nulla, non erano più nessuno: abbiamo liquidato la loro civiltà  rifiutando loro la nostra. Avevano chiesto l’integrazione, l’assimilazione e noi abbiamo risposto di no: grazie a quale miracolo si potrebbe mantenere il supersfruttamento coloniale se i colonizzati dovessero godere degli stessi diritti dei coloni? Sotto-alimentati, incolti, miserabili, il sistema li respingeva spietatamente ai confini del Sahara, ai limiti dell’umano; sotto la spinta demografica il loro tenore di vita si abbassava di anno in anno. Quando la disperazione li ha indotti alla rivolta, questi sotto-uomini non avevano altra scelta che morire o tentare di affermare la loro umanità contro di noi: hanno respinto i nostri valori, la nostra cultura, le nostre pretese superiorità, e in blocco hanno rivendicato il titolo di uomini e rifiutato la nazionalità francese.

Questa ribellione non si limitava a contestare il potere dei coloni. Essi hanno capito che era in causa la loro stessa esistenza. Per la maggior parte degli europei d’Algeria ci sono due verità complementari e inseparabili: i coloni sono degli uomini per diritto divino, 259gli indigeni sono una sottospecie di uomini. E’ la traduzione mitica di un fatto preciso, poiché la ricchezza degli uni poggia sulla miseria degli altri.
Così lo sfruttamento mette lo sfruttatore alla dipendenza dello sfruttato. E, su un altro piano, questa dipendenza è il nocciolo del razzismo, è la sua contraddizione profonda e la sua acida maledizione: essere uomo, per l’europeo di Algeri, vuol dire, innanzitutto, essere superiore al musulmano.
Ma se il musulmano si afferma a sua volta come uomo, come l’eguale del colono? Ebbene il colono è leso nel suo essere, si sente diminuito, svalutato: l’accesso dei bougnoules (termine dispregiativo per definire gli arabi) alle condizioni di uomini gli ripugna non soltanto perché ne vede le conseguenze economiche ma perché gli si annunzia il suo decadimento personale. Nella sua rabbia il colono sogna il genocidio. Ma è una pura utopia. Egli lo sa, conosce la propria dipendenza. Che cosa farebbe senza un sottoproletario indigeno, senza una manodopera in eccesso, senza la disoccupazione cronica che gli permette di imporre i salari? E poi, se i musulmani sono già degli uomini, tutto è perduto, non c’è nemmeno più bisogno di sterminarli. No: la cosa più urgente, se c’è ancora tempo, è di umiliarli, di stroncare l’orgoglio nel loro cuore, di abbassarli al livello della bestia.
Si lascerà vivere il corpo, ma si ucciderà lo spirito. Domare, addomesticare, castigare, ecco le parole che ossessionano il colono. Non c’è posto in Algeria per due specie umane. Tra l’una e l’altra bisogna scegliere.
Beninteso, non intendo dire che gli europei di Algeri abbiano inventato la tortura, e nemmeno che abbiano incitato le autorità civili e militari a praticarla. Al contrario: la tortura si è imposta da sé, è diventata una pratica prima ancora che ci se ne accorgesse. Ma l’odio per l’uomo che vi si manifesta, è l’espressione del razzismo. Poiché è proprio l’uomo che si vuol distruggere, con tutte le sue doti di uomo, il coraggio, la volontà, l’intelligenza, la fedeltà, quelle stesse doti che il colono rivendica per sé. Ma se l’europeo trascende sino a detestare la propria immagine, vuol dire che essa è rispecchiata da un arabo.
 0ddcebe363b93ea5af6e7419b5b4d785Così, di queste due coppie indissolubilmente legate, il colono e il colonizzato, il carnefice e la sua vittima, la seconda è un’emancipazione della prima. I carnefici non sono coloni, né i coloni sono carnefici. Questi ultimi sono spesso giovanotti che vengono dalla Francia e hanno passato vent’anni della loro vita senza mai preoccuparsi del problema algerino. Ma laggiù l’odio è un campo di forze magnetiche che li ha attraversati, corrosi e asserviti.
La calma lucidità di Alleg ci permette di comprendere tutto ciò. Quand’anche non ci desse altro, bisognerebbe essergliene profondamente grati. Ma in realtà egli ha fatto molto di più: incutendo rispetto ai suoi carnefici ha fatto trionfare l’umanesimo delle vittime e dei colonizzati contro le violenze senza misura di certi militari, contro il razzismo dei coloni. E la parola “vittime” non vale qui a suscitare non so quale lacrimoso pietismo: in mezzo ai loro piccoli caid, fieri della loro giovinezza, della loro forza, del loro numero, Alleg è il solo “duro”, il solo veramente forte. Noi possiamo dire che ha pagato il prezzo più alto per il semplice diritto di rimanere un uomo fra gli uomini. Ma egli non vi pensa neppure. E’ per questo che tanto ci commuove questa semplice frase alla fine di un paragrafo: “Mi sentii tutt’a un tratto fiero e contento di non aver ceduto. Ero convinto che avrei resistito ancora se avessero ricominciato, che mi sarei battuto fino in fondo, che non avrei facilitato il loro compito suicidandomi.”
Si, un duro, che finisce per far paura agli arcangeli dell’ira.
Almeno in alcune delle loro parole, si intuisce che essi presentono e cercano di scongiurare una vaga e scandalosa rivelazione: quando è la vittima che trionfa, addio sovranità, addio diritto divino. Le ali degli arcangeli si fermano e i carnefici si chiedono perplessi: ma io saprei resistere se mi torturassero?
Il fatto è che, al momento della vittoria, un sistema di valori si è sostituito agli altro. Per poco gli stessi carnefici non sono presi dalla vertigine. Ma no: hanno la testa vuota, il lavoro li abbrutisce e credono appena a ciò che fanno.
Perché poi, del resto, turbare la coscienza dei carnefici?
Se qualcuno di loro muovesse obiezione, i loro capi lo sostituirebbero: ne troverebbero dieci per uno perduto. La testimonianza di Alleg infatti – ed è forse il suo maggiore merito – dissipa completamente le nostre illusioni: non basta punire o rieducare alcuni individui.
La guerra d’Algeria non può essere umanizzata. La tortura si è imposta da sé: è stata suggerita dalle circostanze, chiamata dall’odio razzista. In certa misura, come abbiamo visto, essa si trova al centro stesso del conflitto e forse ne esprime la verità più profonda. Se vogliamo mettere fine a queste immonde e lugubri crudeltà, salvare la Francia dalla vergogna e gli algerini dall’inferno, abbiamo un solo mezzo, sempre lo stesso, il solo che abbiamo mai avuto, il solo che avremo mai: aprire dei negoziati, fare la pace.
                                                Jean-Paul Sartre

Le U.N. indagano sui centri di detenzione della C.I.A.

11 marzo 2009 Lascia un commento

Le nazioni unite, attraverso il lavoro due relatori speciali,  hanno aperto un’inchiesta sui centro di detenzione nel mondo, con l’attenzione rivolta soprattutto verso quelli gestiti dalla Agenzia d’Intelligence più famosa del mondo, la C.I.A.

Celle esterne ad Abu Ghraib

Celle esterne ad Abu Ghraib

Martedì è stato annunciato che l’inchiesta metterà sotto esame i voli di “traduzione” segreti verso paesi terzi di diversi sospettatati per reati di terrorismo internazionale, portati sotto interrogatorio illegalmente e sistematicamente vittime di torture.

Al-Jazeera riporta le dichiarazioni di Manfred Nowak, relatore speciale delle Nazioni Unite che si occupa di torture: “ Abbiamo chiesto a tutti I governi di cooperare, non solo per avere chiarire I fatti, ma anche per garantire che questo tipo di centri segreti di detenzione non verranno più usati in futuro”. Sotto la presidenza George W. Bush, con l’allarme terrorismo scattato dopo gli attentati dell’11 settembre 2001,  si è avuta conferma che la Convenzione Internazionale dei Diritti dell’Uomo è diventata carta straccia, con l’uso di questi centri di detenzione (soprattutto in Medioriente, Asia ed Africa) e le direttive interne sull’uso della tortura
Barack Obama, neoeletto presidente statunitense ha dichiarato chiusa l’epoca delle detenzioni facili compiute dalla Cia e la controversa prigione Americana di Guantanamo, in territorio cubano.
Parallelamente alla notizia di questa nuova indagine delle Nazioni Unite, è arrivata la notizia di una frettolosa chiusura di due prigioni segrete (sempre gestite dalla CIA) in Polonia e Romania, e dell’immediato trasferimento delle persone ristrette al loro interno, dopo pesanti rivelazioni di Human Rights Watch

 

Mamme e bimbi in cella: tutto il mondo è paese

24 febbraio 2009 Lascia un commento

Argentina: madri detenute con i loro bambini
Immagini del carcere femminile di Los Hornos, nei pressi di La Plata, che ospita le mamme con i figli fino a 4 anni. Nel carcere sono ospiti 63 bambini, che rimarranno insieme con le loro mamme fino all’età di 4 anni. I reati di cui sono accusate le detenute sono soprattutto legati a furti, traffico di droga e omicidi. Le condizioni di vita all’interno del carcere sono durissime. Nel 2005 una detenuta morì e altre due furono ferite gravemente a seguito di una ribellione.

n1606848852_134718_4084 

n1606848852_134711_2730

n1606848852_134714_3287

Jean-Paul Sartre e la guerra d’Algeria…”L’Algérie n’est pas la France”

6 febbraio 2009 Lascia un commento

Jean-Paul Sartre e la guerra d’Algeria

Anche se in Francia, al tempo delle guerre coloniali, prevalevano nettamente il consenso mediatico e la repressione poliziesca, alcuni intellettuali di fama hanno saputo prenderne le distanze e collocarsi risolutamente al fianco dei movimenti per l’indipendenza, soprattutto a partire dalla cosiddetta insurrezione di Ognissanti che, nel novembre 1954, ha segnato lo scoppio della guerra d’Algeria. Jean-Paul Sartre fu tra questi intellettuali. Ad essi si aprirono le pagine di L’Express o di Les Temps modernes, che pure rischiavano di essere proibiti. Con la denuncia della tortura negata dai governi e dai media ufficiali, lo scrittore ha soprattutto smontato i meccanismi del sistema di oppressione coloniale. Un impegno ricco di insegnamenti anche per l’oggi.
 
L’impegno di Temps Modernes nella guerra dell’Algeria è antecedente rispetto a quello del suo fondatore e direttore, Jean-Paul Sartre. 

Algeri, 1960

Algeri, 1960

Nel maggio 1955, la rivista pubblica un numero speciale sul conflitto e, negli scritti di novembre, un articolo intitolato «L’Algérie n’est pas la France». Il tono è inequivocabile, e tale resterà nel tempo.
Les Temps Modernes subiranno una serie di sequestri, fino alla fine della guerra: ben quattro volte in Algeria, una volta in Francia.
Nel marzo 1956 è pubblicato il primo articolo di Sartre sul tema.
Con il titolo «Il colonialismo è un sistema», riprende un intervento effettuato in occasione di un incontro per la pace in Algeria , organizzato nella sala Wagram a Parigi il 27 gennaio 1956, sotto l’egida del Comitato d’azione degli intellettuali contro il proseguimento della guerra d’Algeria. L’articolo smonta i meccanismi politici ed economici del colonialismo e lancia un appello a combattere contro tale «sistema».
E tuttavia, la presa di coscienza anticolonialista di Sartre non risale a quell’occasione né alla rivolta algerina di Ognissanti nel 1954. Già da parecchi anni l’intellettuale sostiene, in Tunisia, la causa del Néo-Destour (1), in Marocco quella dell’Istiqlal (Indipendenza), al cui congresso partecipò nel 1948. Nel 1952, rilascia un’intervista al giornale di Ferhat Abbas, La République algérienne e, nell’autunno 1955, dichiara il suo appoggio al Comitato d’azione degli intellettuali contro il proseguimento della guerra d’Algeria. Francis Jeanson, collaboratore di Temps Modernes, che con la moglie Colette ha pubblicato L’Algérie hors la loi nel dicembre 1955, dà anch’egli il suo contributo all’evoluzione della posizione del filosofo.
Il momento della verità per l’impegno di Sartre in quanto individuo si verifica nel 1956. In gennaio, Guy Mollet, dirigente della Sezione francese guerre_algerie_alger_1957dell’Internazionale dei lavoratori (Sfio), diventa presidente del Consiglio. Due mesi dopo ottiene i poteri speciali, di cui si servirà per intensificare la guerra. Il voto favorevole dei comunisti in tale occasione avvia la rottura di Sartre con il Pcf, rottura che diverrà effettiva nel novembre successivo, allorché il Pcf approverà l’invasione dell’Ungheria da parte dei carri armati sovietici. Mohammed Harbi riassumerà così la situazione nel 1990: «Da questo momento, si verifica in lui uno scivolamento etico che lo conduce, per passi successivi, a scoprire un nuovo soggetto della Storia, più radicale del proletariato: i colonizzati. Ne beneficerà la causa algerina (2)».
Pubblicati tra il marzo 1956 e l’aprile 1962, i testi di Sartre (3) rivelano una vis polemica e un coraggio ben rari nei nostri tempi: la vita del filosofo era minacciata, il suo appartamento di rue Bonaparte è stato attaccato con la dinamite in due riprese per mano dell’Oas (l’Organizzazione dell’esercito segreto). Una cosa ben diversa dalle pseudo-provocazioni di oggi, destinate a lanciare le vendite di un libro o a scatenare gli inviti per parlarne sui media.
Nel 1957, lo scrittore e saggista tunisino Albert Memmi pubblica Portrait du colonisé, preceduto dal Portrait du colonisateur, i cui primi estratti sono pubblicati da Les Temps Modernes e Esprit. Sartre ne scrive sul numero di luglio-agosto di Les Temps Modernes, in un articolo che servirà successivamente da prefazione al libro (4). Un coraggio oggi molto raro Il testo ritorna diffusamente sul problema della violenza, già affrontato nel marzo dell’anno precedente in «Il colonialismo è un sistema». 

Retate e perquisizioni nella casbah

Retate e perquisizioni nella casbah

Sartre sottolinea in particolare: «La conquista è fatta con la violenza; il supersfruttamento e l’oppressione esigono il mantenimento della violenza, e di conseguenza la presenza dell’esercito. [...] Il colonialismo nega i diritti umani a uomini che ha sottomesso con la violenza, che mantiene con la forza nella miseria e nell’ignoranza e quindi, come direbbe Marx, in una condizione di “sub-umanità”. Nei fatti stessi, nelle istituzioni, nella natura degli scambi e della produzione, è iscritto il razzismo(5)».
Come osserverà Mohammed Harbi, al binomio oppressore/oppresso ricorrente nel corpus degli articoli di Sartre, si trova qui correlato, implicitamente, il binomio colonizzatore/colonizzato. L’oppressione coloniale sembra estrinsecarsi al tempo stesso sul piano economico e su quello ideologico, e la tematica della «sub-umanità» continuerà ad essere al centro degli articoli che Sartre dedicherà alla guerra d’Algeria. Questa violenza assume di conseguenza diversi volti oppressivi. Il filosofo tornerà su questo punto all’indomani degli accordi di Evian, nell’aprile 1962: in un articolo intitolato «I sonnambuli» si legge la sua amarezza, ma anche la sua collera ancora vigorosa: «È doveroso dire che non è questo il momento di gioire: da sette anni la Francia è un cane impazzito che si trascina una casseruola legata alla coda, e che si spaventa ogni giorno un po’ di più per il suo stesso fracasso.
Nessuno oggi ignora che abbiamo rovinato, affamato, massacrato un popolo di povera gente per costringerlo a cadere in ginocchio. È rimasto in piedi. Ma a quale prezzo!(6)».
Arresti durante la battaglia d'Algeri

Arresti durante la battaglia d'Algeri

L’idea della «sub-umanità» deriva dal fatto che, per Sartre, i colonizzati sono stati «mantenuti da un sistema oppressivo al livello di bestie(7)», il che si è tradotto nella negazione sia del diritto che della cultura, violando il rispetto dei «diritti umani» invocato dalla Francia a ogni piè sospinto. Un famoso testo di Sartre tratta con particolare insistenza queste tematiche della «violenza» e della «sub-umanità»: la prefazione che scrive nel settembre 1961 a I dannati della terra di Frantz Fanon. Psichiatra della Martinica che abbraccia ben presto la lotta indipendentista algerina, membro del Governo provvisorio della repubblica algerina (Gpra), animatore di El Moudjahid clandestino, Fanon si è già guadagnato una certa notorietà scrivendo i saggi Pelle nera, maschere bianche (1952) e L’anno V della Rivoluzione algerina (1959). L’incontro – intellettuale ma anche fraterno fra questi due uomini che diventeranno amici – segnerà profondamente l’itinerario di Sartre.

I dannati della terra, saggio-breviario della lotta anticolonialista e terzomondista, descrive nei più minuti particolari i meccanismi della violenza attivati dal colonialismo per ridurre in schiavitù il popolo oppresso. Nella sua prefazione, Sartre sostiene senza riserve le tesi di Fanon e le fa sue, col suo stile tutto particolare. Scrive fra l’altro: «[...] è stato dato l’ordine di abbassare gli abitanti del territorio annesso al livello di scimmia superiore per giustificare il fatto che il colonizzatore li tratti come bestie da soma. La violenza coloniale non si propone soltanto lo scopo di tenere a debita distanza questi uomini ridotti in schiavitù, cerca anche di disumanizzarli.
guerre-algerie-arrestationNon si lascerà nulla di intentato per annientare le loro tradizioni, per sostituire le nostre lingue alle loro, per distruggere la loro cultura senza dar loro la nostra; saranno abbrutiti dalla fatica (8)». Lo stesso termine di «bestia» sarà utilizzato anche a proposito della tortura: per i carnefici, dirà Sartre, «la cosa più urgente, se c’è ancora tempo, consiste nell’umiliare [le loro vittime], nello sradicare l’orgoglio dal loro cuore, nel ridurli al livello della bestia»(9).
Il primo articolo che Sartre ha dedicato interamente alla denuncia della tortura, «Siete formidabili», esce su Les Temps Modernes nel maggio 1957. In un primo tempo si intitolava «Un’impresa di demoralizzazione» ed era stato commissionato da Le Monde che però lo rifiutò, giudicandolo troppo violento. Appena due mesi prima era stata pubblicata una raccolta di testimonianze di giovani reclute, in massima parte preti ed elemosinieri.
La prefazione collettiva «Testimonianze dei richiamati» porta le firme in particolare di Jean-Marie Domenach, Paul Ricoeur e René Rémond. Sartre commenta l’opera insorgendo contro la complicità dei francesi e dei media, capaci unicamente di portare soccorso in nome dell’umanitarismo, come in una popolare trasmissione di Jean Nohain («Vous êtes formidables»). Sartre denuncia con vigore la tortura, ma anche le altre forme di violenza in atto in Algeria, che «hanno in comune la capacità di rivelare questa cancrena [...], l’esercizio cinico e sistematico della violenza assoluta. Saccheggi, stupri, rappresaglie esercitate ai danni della popolazione civile, esecuzioni sommarie, ricorso alla tortura per strappare confessioni o informazioni (10)».9788824505826g
La metafora dalla cancrena – che si inquadra nel campo semantico della malattia, visitato di frequente in questi testi di Sartre – sarà riutilizzata un anno dopo, nella critica del libro di Henri Alleg, La Question. L’opera, pubblicata nel febbraio 1958 per le Editions de Minuit, dà luogo nel marzo di quell’anno a un numero speciale di Temps Modernes. Militante del Partito comunista algerino (Pca), direttore di Alger républicain dal 1950 fino a quando ne sarà vietata la pubblicazione nel settembre 1955, Alleg viene arrestato dai parà nel giugno 1957 e torturato nel centro di smistamento di El-Biar. La Question, primo documento di questo genere a conquistarsi un vero pubblico, viene sequestrato il 28 marzo 1958. A quel punto, André Malraux, Roger Martin du Gard, François Mauriac e Sartre rivolgono un solenne appello al presidente della Repubblica (cui rifiuta di associarsi invece Albert Camus). Il 30 maggio Sartre partecipa, con la moglie di Henri Alleg, Laurent Schwartz e François Mauriac, a una conferenza stampa su «le violazioni dei diritti umani in Algeria».
L’8 marzo precedente, quando era uscita La Question, Sartre aveva scritto su L’Express un articolo intitolato «Una vittoria», che provocò il sequestro del settimanale, allora diretto da Jean-Jacques Servan-Schreiber.
Sartre scriveva in particolare: «Sapete cosa si dice a volte per giustificare i carnefici: bisogna pur decidersi a tormentare un uomo, se le sue confessioni permettono di risparmiare centinaia di vite.
Che ipocrisia. Alleg non era un terrorista così come non lo era Audin (11); prova ne è che è stato accusato di “attentato alla sicurezza dello stato e di ricostituzione di associazione dissolta”. Volevano salvare delle vite umane quando gli hanno bruciato i seni, il pelo del sesso? No, volevano estorcergli a forza l’indirizzo del compagno che lo aveva ospitato. Se avesse parlato, sarebbero riusciti a mettere sotto chiave un comunista in più: tutto qui. E poi gli arresti si fanno a casaccio; qualsiasi musulmano può essere “interrogato” a loro discrezione: la maggior parte dei torturati non dice nulla perché non ha nulla da dire (12)». Ed ecco ora l’intellettuale riprendere la metafora della malattia contagiosa: «E d’altronde la cancrena si estende, ha attraversato il mare: è corsa addirittura voce che gli interrogatori si effettuassero anche in alcune prigioni della “Metropoli” (13)».
Una volta che l’Algeria è diventata un problema di politica interna francese, Sartre allarga l’analogia al di là dei confini del colonialismo, scrivendo nel settembre 1958, a proposito del referendum relativo all’adozione, il mese successivo, della Costituzione della V Repubblica: «Il corpo elettorale è un tutto indivisibile; quando arriva la cancrena, si estende immediatamente a tutti gli elettori» (14). La stessa immagine era stata utilizzata nel 1955 dallo scrittore delle Antille Aimé Césaire nel suo Discorso sul colonialismo: «Sarebbe necessario studiare innanzitutto in che modo la colonizzazione opera per privare della sua civiltà il colonizzatore [...] una regressione universale che si attua, una cancrena che si insedia, un focolaio d’infezione che si estende sempre più (15)». Questa immagine assumerà altre forme, come ad esempio questo passaggio della prefazione a I dannati della terra in cui Sartre apostrofa i francesi: jean-paul_sartre«Non è bene, miei compatrioti, voi che conoscete tutti i crimini commessi nel nostro nome, non è assolutamente bene che voi non ne facciate parola con nessuno, neppure con la vostra anima, per timore di dovervi giudicare. All’inizio non sapevate, voglio crederlo, poi avete dubitato, adesso sapete, ma continuate sempre a tacere. Otto anni di silenzio, è degradante.
[...] Oggigiorno, basta che si incontrino due francesi, perché ci sia un morto tra loro. E quando dico uno… La Francia un tempo era il nome di un paese; facciamo attenzione perché non diventi, nel 1961, il nome di una nevrosi (16)».
Fin dal suo primo articolo del 1956, Sartre insiste sul silenzio dei francesi di fronte all’orrore, nella speranza di far loro comprendere che il colonialismo impegna la loro responsabilità collettiva. Attacca con toni martellanti il dominio coloniale che si oppone agli ideali ai quali dichiara di ispirarsi la Francia: «Quante chiacchiere: libertà, eguaglianza, fraternità, amore, onore, patria, e che altro? Tutto ciò non ci impediva di fare nel contempo discorsi razzisti, sporco negro, sporco ebreo, sporco topo (17)» – ma, peggio ancora, sinonimo di fascismo: «È la nostra vergogna, si fa beffe delle nostre leggi o le riduce a una caricatura; ci infetta col suo razzismo [...].
Obbliga i nostri giovani a morire loro malgrado per i principi nazisti che combattevamo dieci anni fa; tenta di difendersi suscitando un fascismo perfino a casa nostra, in Francia. Il nostro ruolo è aiutarlo a morire. Non soltanto in Algeria, ma dovunque esista. [...]. L’unica cosa che potremmo e dovremmo tentare – ma oggi come oggi è l’essenziale – è lottare al suo fianco per liberare dalla tirannia coloniale al tempo stesso gli algerini, e i francesi (18)».
Dal silenzio alla complicità, il passo è breve, e Sartre lo illustra in «Vous êtes formidables». La sua collera lo spinge a rievocare una storia relativamente recente, quella della seconda guerra mondiale: «Falsa ingenuità, fuga, malafede, solitudine, mutismo, complicità rifiutata e, insieme, accettata, è questo quello che abbiamo chiamato, nel 1945, la responsabilità collettiva. All’epoca non era necessario che la popolazione tedesca sostenesse di avere ignorato l’esistenza dei campi. “Ma andiamo” dicevamo. “Sapevano tutto!” Avevamo ragione, sapevano tutto, e soltanto oggi siamo in grado di comprenderlo: perché anche noi sappiamo tutto. [...] Oseremo ancora condannarli? Oseremo ancora assolverci? (19)».
Leggete Fanon. Questa analogia non l’ha vista soltanto Sartre. Si inserisce nel discorso più generale della stampa schierata a favore dell’indipendenza algerina, da L’Express a France Observateur – su cui Claude Bourdet pubblica nel gennaio 1955 «La vostra Gestapo d’Algeria» – passando per Esprit. E Sartre incalza implacabile: «I crimini che si commettono in nostro nome è necessario che ne siamo personalmente complici, perché è ancora in nostro potere fermarli» (20).
y1pxrrxg10mzpv4phj2l8c8b7aarigczkopltrjvmph7fi_gzlz3hj2_vtoo02xxzz5La mistificazione dei governanti sfrutta la complicità del mass media, che desiderano che i francesi non sappiano che cosa succede in Algeria: «Nascondere, ingannare, mentire: è un dovere, per gli informatori della Metropoli; l’unico crimine sarebbe quello di turbarci (21)».
Tutto l’insieme si configura anche come il segno della decadenza di una civiltà: «Febbrile e prostrata, ossessionata dai suoi vecchi sogni di gloria e dal presentimento della sua vergogna, la Francia si dibatte in preda a un incubo indistinto che non è in grado né di scacciare né di decifrare. O faremo chiarezza, o creperemo (22)».
Il filosofo utilizza quest’ultimo verbo, che rinnega qualsiasi litote, per reagire al criminoso cinismo dei dirigenti, a cui fa dire: «Mollet, in nome della Compagnia, ha fatto cadere il fulmine su quei fellah insolenti: che crepino di miseria, purché agli azionisti di Suez arrivino i loro dividendi (23)».
Ma il contagio non si fermerà ai confini dell’Occidente. La malattia dilagherà fra i colonizzati: «L’essere indigeno è una nevrosi introdotta e alimentata dal colonizzatore fra i colonizzati con il loro consenso» (24) scrive Sartre nella prefazione a I dannati della terra. La «follia», ormai intrinseca ai comportamenti della sinistra francese e agli «agenti del colonialismo», colpirà anche i colonizzati. Stavolta, tuttavia, essi se ne impadroniranno, la faranno propria: «Leggete Fanon: saprete che, al tempo della loro impotenza, la folla omicida è l’incoscio collettivo dei colonizzati» (25).
Facendosi garante della loro reazione, secondo l’esempio di Fanon, Sartre opera un ribaltamento assiologico: affida un valore positivo alla «follia», rivolta dall’oppresso contro l’oppressore per sbarazzarsi della sua schiavitù, per sottrarsi al dominio coloniale. E allora Sartre può concludere: «Guariremo? Sì. La violenza, come la lancia d’Achille, può cicatrizzare le ferite che ha inflitto [...] È questo l’ultimo momento della dialettica: voi condannate questa guerra, ma non osate ancora dichiararvi solidali con i combattenti algerini; non abbiate timore, fate affidamento sui coloni e sui mercenari: vi spingeranno all’estremo passo. Forse, allora, con le spalle al muro, potrete finalmente dar libero corso a questa violenza nuova che suscitano in voi vecchi misfatti triti e ritriti. Ma questa, come si usa dire, è un’altra storia. Quella dell’uomo. Si avvicina il momento, ne sono sicuro, in cui noi ci uniremo a quelli che fanno la storia (26)».
tikhomiroff_algeriQuella di Sartre durante la guerra di Algeria non è stata esclusivamente una «battaglia di scritti». Impegnato, l’intellettuale lo è stato, e su tutti i fronti che gli imposero gli eventi. Intervenne in numerosi incontri per la pace in Algeria (ad esempio nel giugno 1960 e, nel dicembre 1961, a Roma); partecipò alla manifestazione silenziosa del 1° novembre 1961 dopo i massacri del 17 ottobre, a quella del 13 febbraio 1962 per protesta contro la repressione assassina alla metropolitana di Charonne; testimoniò a numerosi processi di «porteurs de valise», fra cui quello, emblematico, del settembre 1960, noto come «processo Jeanson». «Utilizzatemi come volete», aveva insistito Sartre, che aveva appena firmato il «Manifesto dei 121»(27), prima di partire per l’America latina, per sostenere anche laggiù la causa dell’indipendenza algerina. «Fucilate Sartre!» era lo slogan scandito dai movimenti di ex combattenti in una manifestazione dell’ottobre 1960. Nel luglio 1961 e nel gennaio 1962, il suo appartamento subì due attacchi dinamitardi. «Dove sono adesso i selvaggi? Dov’è la barbarie? Non manca più nulla, neppure il tam-tam: i clacson battono il ritmo “Algeria francese”, mentre gli europei bruciano vivi i musulmani (28)», gridava Sartre nella prefazione a I dannati della terra.
«Quanto è più facile non fare caso agli oggetti pericolosi, lavorare semplicemente per dare un’ultima levigata a quel bello strumento universale che è la Ragione! Riposare nel silenzio, nel felice dormiveglia conformista durante il quale lo Spirito metterà tutto in ordine», esclamava Paul Nizan, compagno di Sartre all’Ecole normale, ne I cani da guardia, nel 1932 (29). «Non recuperabile», la voce di Sartre disturba ancora. Ci permette di osservare con minore vergogna questo periodo della nostra storia. Un intellettuale, fedele alla sua concezione dell’impegno del chierico, mise la sua penna e la sua notorietà al servizio di una causa che riteneva giusta. Per lui, come d’altronde per Jeanson, quella battaglia meritava ancor più di essere combattuta, perché avrebbe permesso agli algerini di non avere come unica immagine della Francia quella di uno stato che con i suoi parà infliggeva la tortura nelle carceri.
La riconciliazione franco-algerina esigeva agli occhi di Sartre che i francesi si confrontassero con la realtà della loro storia algerina: «Sapete benissimo che siamo degli sfruttatori. Sapete benissimo che abbiamo preso l’oro e i metalli, poi il petrolio dei “nuovi continenti”, e li abbiamo riportati nelle vecchie metropoli. [...] L’Europa, ingozzandosi di ricchezze, ha accordato de iure l’umanità a tutti i suoi abitanti: un uomo, da noi, vuol dire un complice, perché abbiamo tutti approfittato dello sfruttamento coloniale (30)». Non siamo sicuri che queste parole si possano ascoltare più facilmente oggi che non nel 1962.
 
di Anne Mathieu *
* Direttrice della rivista Aden.
 
(1) Destour: «Costituzione»; partito dell’indipendenza tunisina, scisso in due rami, una islamizzante, il Vecchio Destour, e l’altra più modernista, il Neo Destour.
(2) Mohammed Harbi, «Una coscienza libera», Les Temps Modernes, Parigi, ottobre-dicembre 1990, p. 1034.
(3) Tutti pubblicati su Situations V, Gallimard, Parigi, 1964. Vedere Michel Contat e Michel Rybalka, Les Ecrits de Sartre, Gallimard, Parigi, 1970.
(4) Nel 2004, Albert Memmi pubblicherà Portrait du décolonisé arabo-musulman et de quelques autres, Gallimard, Parigi, 2004.
(5) Les Temps Modernes, luglio-agosto 1957 e Situations V, op. cit., pp. 51-52.
(6) «I sonnambuli», Les Temps Modernes, aprile 1962, in Situations V, op. cit., p. 161.
(7) «Ritratto del colonizzato», Situations V op. cit., p. 56. 
(8 ) In Frantz Fanon, I dannati della terra, Einaudi, 2000.
(9) «Una vittoria», L’Express, 6 marzo 1958; in Situations, V, p. 86.
(10) «Vous êtes formidables», p. 57.
(11) Ndr: Maurice Audin, matematico e universitario comunista è assassinato dai parà francesi il 21 giugno 1957, strangolato da uno dei suoi aguzzini durante un interrogatorio.
(12) L’Express, 6 marzo 1958. In Situations, V, p. 81.
(13) Ibidem, p. 80.
(14) «La Costituzione del disprezzo», L’Express, 11 settembre 1958.
In Situations, V, p. 105.
(15) Aimé Césaire, Discours sur le colonialisme, Présence africaine, 1955, p. 11. Nel 1959, questa metafora della malattia darà il suo titolo a una raccolta di testimonianze di studenti algerini torturati a Parigi nel dicembre 1958. L’opera (La Gangrène, Parigi, Editions de Minuit; trad.it. La cancrena, Einaudi, 1959) sarà anch’essa sottoposta a sequestro.
(16) I dannati della terra, op. cit.
(17) Situation V, p. 187.
(18 ) «Il colonialismo è un sistema», op. cit., pp. 47-48. Le sottolineature sono opera di Sartre
(19) «Vous êtes formidables», op. cit., p. 66.
(20) Ibidem, p. 59.
(21) Ibidem, p. 59.
(22) Ibidem, p. 58.
(23) «Il fantasma di Stalin», Les Temps Modernes, novembre-dicembre 1956-gennaio 1957. In Situations VII, p. 153. Qui Sartre evoca la spedizione franco-britannica del novembre 1956 contro l’Egitto, poco dopo la decisione di Nasser di nazionalizzare la compagnia del Canale di Suez.
(24) I dannati della terra, op. cit., p. 181. Le sottolineature sono opera di Sartre.
(25) Ibidem, p. 179.
(26) Ibidem, pp. 192-193.
(27) «Dichiarazione sul diritto alla non sottomissione nella guerra d’Algeria». Esponendo così le loro posizioni i firmatari provocarono direttamente lo stato francese. Leggere Laurent Schwartz, «In nome della morale e della verità», Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 2000.
(28 ) Situations V, op. cit. p. 190.
(29) Paul Nizan, I cani da guardia, La Nuova Italia, 1970.
(30) Situations V, p. 187.
(Traduzione di R. I.)
da LE MONDE diplomatique – Novembre 2004
 
Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 1.691 other followers