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Per Giorgiana e per tutte, contro il Medioevo: domenica ORE 9!
Fate circolare il più possibile questo comunicato, riempiamo le strade domenica, malgrado l’ora:
daje, sveglia presto tutte e tutti insieme contro chi marcia sui nostri uteri, sulla nostra libertà, sulle nostre vite e anche sui nostri figli.
Guai a chi ci tocca, guai a chi prova a scegliere per noi!
Siete il marcio della vita! Avete sbajato giorno e epoca
Per due anni la marcia per la vita, indetta dall’oltranzismo cattolico, è stata contestata con azioni dimostrative che rivendicavano l’autodeterminazione di donne e soggettività l.g.b.t.q.i.
Questa volta hanno scelto il giorno sbagliato!
Il 12 maggio Roma ricorda Giorgiana Masi, assassinata nel 1977 a 19 anni, dalle squadre speciali dell’allora ministro dell’Interno Francesco Kossiga durante il corteo che, sfidando il divieto a manifestare, celebrava il terzo anno dalla vittoria referendaria sul divorzio .
Non accettiamo la provocazione di chi usa i bambini e la retorica della famiglia per legittimare politiche, azioni e discorsi che attaccano le nostre libertà e le nostre vite.
Si tratta di bigotti che, nascondendosi dietro i “sani” valori della famiglia appoggiano di fatto la violenza contro chi differisce dal loro modello.
E’ ora che il familismo smetta di essere un modello per le politiche sociali. E’ ora di riconoscere e rivendicare il diritto ad essere persone libere, persone che scelgono con chi avere relazioni, se e quando avere figli/e.
Lo scopo delle nostre vite non è formare l’ipocrita famiglia cattolica: una struttura utile solo a costruire ruoli, egemonie e a far sentire in colpa le donne che vogliono sottrarsi a situazioni di violenza, fino alle estreme conseguenze.
Non autorizzeremo a parlare di vita chi marcia scortato da fascisti, portatori della cultura mortifera della sopraffazione ed esecutori materiali di aggressioni e violente campagne discriminatorie. Rifiutiamo l’iconografia antiabortista imposta del fanatismo cattolico come rifiutiamo i dogmi di qualsiasi fondamentalismo religioso, non siamo asservit* alla loro guerra santa.
La Roma antifascista e antisessista il 12 maggio non permetterà che la memoria di Giorgiana Masi venga calpestata.
La storia non si riscrive. Non torniamo indietro sui diritti conquistati, anzi incalziamo!
Giorgiana è viva, un’idea non muore mai.
Domenica, ore 9, Corteo da Piazza Campo de’ Fiori
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Su Giorgiana Masi:
- Giorgiana Masi, testimonianze di quel 12 maggio
La Questura vieta il ricordo a Giorgiana Masi per proteggere la “marcia per la vita”
Proprio il 12 maggio vengono a provocare nelle nostre strade.
I peggiori, la peggior feccia che la nostra società è stata in grado di mettere al mondo, già “mettere al mondo”:
gli antiabortisti, i marciatori per la vita, quell’esercito di becchini che ama marciare sul corpo delle donne e sulle loro scelte,
in nome degli embrioni, del sange di cui son sporche le mani degli obiettori di coscienza.
Io non ho pietà per questa gente, non ce l’ho come donna, non ce l’ho come donna che ha abortito sia per scelta che per obbligo (come donna che ha conosciuto entrambi quei dolori e sa conviverci ogni suo istante) e come – soprattutto- madre.
Nessuna pietà come loro non l’hanno avuta per me.
Per me e per le mie sorelle, madri e figlie.
Proprio il 12 maggio poi, una data simbolica, dolorosa ed importante per questa città e soprattutto per le donne di questa città:
l’anniversario di un’enorme manifestazione per il divorzio, finita con il corpo di una ragazza a terra,
ammazzata dal piombo di una pistola di Stato: Giorgiana Masi.
Proprio il 12 maggio a loro è permesso “marciare”, mentre la questura vieta il corteo in ricordo di Giorgiana e contro questo scempio medievale che è anche solo la loro esistenza
Comunicato stampa 8/5/2013
La Questura di Roma vieta il corteo in ricordo di Giorgiana Masi e contro il femminicidio.
Foto di Valentina Perniciaro _4 novembre 2007 Manifestazione nazionale di donne per le donne_
Dopo 2 giorni di trattativa con la Questura di Roma, i gruppi e le associazioni di donne, i collettivi autorganizzati e liberi individui, promotori della giornata del 12 maggio in ricordo di Giorgiana Masi, contro il femminicidio e in contestazione alla “Marcia per la vita” convocata dall’oltranzismo cattolico, ricevono il divieto di manifestare in qualsiasi luogo adiacente al percorso della marcia. Si tratta dell’ennesima dimostrazione di come l’operato delle forze dell’ordine sia asservito ai poteri del governo cittadino e allo stato del vaticano, nascondendo una marcia tutta politica sotto le vesti di manifestazione sportiva, e adducendo motivi di ordine pubblico.
Giorgiana Masi come centinaia di persone il 12 maggio del 1977 erano in strada sfidando, anche quella volta, il divieto di manifestare. Oggi come ieri saremo nelle strade del centro di Roma, partendo da Piazza Campo de Fiori fino ad arrivare a Ponte Garibaldi.
Con o senza autorizzazioni noi costruiremo la nostra giornata.
La nostre vite sono autodeterminate e la nostra rabbia non si placa.Giovedì 9 maggio ore 18 assemblea pubblica a piazza Sonnino
Il 12 maggio tutti e tutte in piazza!
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I quotidiani che rimuovono lo stupro e la condanna a Tuccia
Sembro una pazza, sfoglio sfoglio questi due quotidiani che ho davanti e rimango basita.
Io trovo infinite difficoltà a scrivere dopo una sentenza di tribunale, avendo un rifiuto totale per l’impianto giudiziario e ancor di più per quello carcerario: non sono capace a commentare la galera altrui, 
soprattutto quando ad andarci sono stupratori, a maggior ragione se vestiti di qualche divisa di stato.
Per noi “contro il carcere” sempre e comunque non è mica facile da gestire una pagina di commento su otto anni di carcere ad un militare che ha lasciato una ragazza in fin di vita, sulla neve abruzzese, in piena notte, a morire là (cosa non avvenuta per un soffio)
La cosa che mi lascia sconvolta, e sfoglio sfoglio questi maledetti due giornali, è che a quanto pare anche il Corriere della Sera e Il Messaggero son così libertari e intrisi di pensieri abolizionisti che non reputano doveroso scriverne o non sanno come farlo.
Ieri si è concluso il processo dello stupro di Pizzoli, contro il soldato Francesco Tuccia
processo discusso e da sempre presidiato da donne di tutta italia,
ieri la colpevolezza del bravo soldatino dal faccino pulito è stata sancita dai loro tribunali
eppure tutto tace.
Tutta questa carta e nessuno si è degnato di mettere nemmeno una breve.
Una breve che raccontasse cosa è accaduto, con quale forza e dignità quella ragazza ha deposto e vissuto tutto il processo,
nessuno nella stampa nazionale (parlo di quel che ho davanti ovviamente) si è degnato di raccontarcelo,
di mettere una foto dell’infinita solidarietà attiva fuori da quel tribunale aquilano. Nulla.
“il colloquio con i prof. si fa da casa via Skype” una pagina di questo c’è sul Corriere della Sera..
di spazio da buttare o riempire un po’ a caso ce ne stava tanto quindi..
uno così inizia a pensare che sia proprio una scelta politica, o no?
Abbiamo dei quotidiani illeggibili perchè intrisi di una cronaca becera e poi certe cose si omettono.
Otto anni per uno stupro selvaggio e mostruoso, effettuato da un soldato dell’esercito italiano,
vengono rimossi, almeno dal quotidiano più venduto d’Italia.
Vergognatevi
Pagine di questo blog che ne hanno parlato
Uomini in divisa, stupratori in divisa
Lo stupro di Pizzoli e le donne del PD di L’aquila
Ci riguarda tutte
Si apre il processo
Ieri, al tribunale di L’Aquila: apertura processo allo stupratore in mimetica
Ieri è stata una lunga giornata: alle 5.30 di mattina salto in motorino per attraversare la città, sotto un manto di stelle e lontana ancora dalle luci dell’alba.

Foto @baruda _Ieri, tribunale di L’Aquila_
Poi una bella partenza, di macchine e sorrisi, di compagne assonnate e determinate a raggiungere il tribunale di L’Aquila, ora sito tra i capannoni della zona industriale di Bazzano, proprio sotto al Gran Sasso e al suo panorama che ruba il cuore.
Determinate eccome, a presenziare all’apertura del processo contro Francesco Tuccia,
militare del 33° Reggimento Acqui, di stanza a L’Aquila, stupratore maledetto, torturatore, assassino mancato solo per una gran fortuna.
Tutte lì, da diverse parti d’Italia ad urlare a quella donna che siamo tutte con lei,
ad urlarle che non è sola, che siamo tutte state stuprate insieme a lei, in quella lunga maledetta e ghiacciata notte di Pizzoli.
Tutte presenti sì, col cuore in gola, a portare vicinanza a chi ha il coraggio di denunciare e testimoniare, di rialzarsi e reagire,
di deporre a volto scoperto e senza vergogna, per rispondere a violenza e menzogne,
Sul suo corpo, su quello di tutte noi.
Un presidio di donne, che malgrado le mille differenze di parole d’ordine e pratiche, si son ritrovate lì, perché non c’era altro posto dove dovevamo stare: davanti alle camionette di quell’esercito che nell’operazione “strade sicure” nella martoriata città di L’aquila, ha portato solo militarizzazione, rabbia, e il corpo di una donna maciullato da una violenza sessuale brutale,
avvenuta con metodologie che ricordano molto gli stupri di guerra.
Eravamo lì, torneremo lì: affinchè nessuna donna si senta sola, affinchè nessuno stupratore si senta tranquillo.
I vostri tribunali ci interessano poco, son gli stessi che carcerano a noi, quindi: Francesco Tuccia esci fuori adesso, te lo facciamo un bel processo!
Vi allego un testo, scritto da un compagno del 3e32, letto ieri sera cn molto piacere: lo sguardo di un uomo, di un compagno, di un terremotato, sull’arrivo colorato e determinato di una manciata di donne incazzate! Grazie Alessandro, grazie a te.
“Oggi a Bazzano (L’Aquila) ho assistito, tra l’altro, alla prima contestazione ad una camionetta di militari in quanto militari presenti su questo territorio. Non poteva che venire da delle donne sopratutto dopo quello che di tremendo è successo e il contesto dove ci trovavamo: fuori il tribunale di L’aquila per la prima udienza al militare stupratore di Pizzoli.
Queste donne venute da più parti, hanno fatto sentire con la loro presenza la vittima della violenza meno sola. Ma hanno fatto sentire meno sole anche tutte le altre donne di questo territorio militarizzato. Hanno fatto sentire meno soli anche noi uomini che ci troviamo, anche noi, su questo territorio – nostro malgrado – militarizzato. Forse era dovuta anche a questa frustrazione la presenza discreta e del tutto minoritaria di alcuni nella prima parte del presidio.
Volevamo dare la solidarietà a voi donne toccate per prime e direttamente sui corpi da questa infame militarizzazione.
Una lotta alla militarizzazione non può che partire dalla questione di genere perché secondo me è una lotta che attacca il genere portato alla sua massima costruzione ed esaltazione con la divisa militare.
Per questo reputo una bella vittoria l’ammissione a parte civile delle donne del centro antiviolenza al processo contro Francesco Tuccia. Allo stesso tempo, credo che, parallelamente, una tale lotta debba essere portata nelle strade militarizzate che viviamo nella sua dimensione intrinseca di conflitto sociale e materiale a partire dal genere, senza correre il rischio di essere disinnescata nelle aule di tribunale.
Mentre parlavo con una compagna romana che di teatri di guerra ne conosce, prendevo coscienza con amarezza di quanto per me tutto questo fosse divenuto normale: la militarizzazione, la violenza, i divieti, la frammentazione creata ad arte che ora ti impedisce di lottare. Un raggio di sole è uscito per primo oggi dalla nebbia di Bazzano: era dentro quelle urla di donne che forse per la prima volta a L’Aquila non facevano più sentire così sicuri quei signori in divisa.
Grazie compagne!!!
Alessandro
Ah….c’era sempre la richiesta delle donne del PD: non ve la dimenticate : QUI
Il 18 ottobre a L’Aquila: perché CI RIGUARDA TUTTE
Sullo stupro di Pizzoli leggi QUI sul rientro in servizio dei complici; QUI con un comunicato del 3e32 e QUI sulla merdosa richiesta delle donne del PD di L’Aquila.
CI RIGUARDA TUTTE
Il 12 febbraio 2012, in una discoteca di Pizzoli (L’Aquila), una giovane donna di 20 anni è stata stuprata e ridotta in fin di vita. Accusato di questa aggressione e tentato omicidio è Francesco Tuccia, un militare in servizio all’Aquila per l’operazione “Aquila sicura” partita dopo il terremoto. 
La ragazza è stata ridotta in fin di vita e le sono state procurate lesioni gravissime e permanenti. Il 18 ottobre all’Aquila si terrà la prima udienza del processo.
Quel giorno GIOVEDI’ 18 OTTOBRE alle ore 08.30 noi saremo lì sotto il Tribunale de L’Aquila (Zona Industriale di Bazzano) a dire che:
CI RIGUARDA TUTTE l’animalità, l’efferatezza e la viltà degli uomini che in una notte di febbraio hanno massacrato il corpo e la vita di una donna lasciata sul selciato a morire.
CI RIGUARDA TUTTE il massacro del corpo e dei desideri di ogni donna, di ogni età condizione e luogo, che viene disprezzata, usata, maltrattata, percossa, uccisa, stuprata.
CI RIGUARDA TUTTE l’uso che si fa dei nostri corpi in nome di una sicurezza che non ci tutela ma, anzi, ci usa per emettere leggi razziste e repressive. Non ci stancheremo mai di dire che la violenza di certi uomini sulle donne non dipende dalla nazionalità/cultura/religione, né dalla classe sociale di appartenenza.
CI RIGUARDA TUTTE perché non vogliamo più doverci difendere da padri, fidanzati, amici, vicini di casa, datori di lavoro, fratelli, zii, medici, maestri, militari….
Saremo lì ad affermare la voglia e il diritto di autodeterminare le nostre vite.
GIOVEDI’ 18 OTTOBRE Ore 8:30 Tribunale de L’Aquila Zona Industriale di Bazzano
Centro Antiviolenza per le Donne – L’Aquila e Martedì Autogestito da Femministe e Lesbiche di Roma –
Martedì Autogestito da Femministe e Lesbiche tutti i martedì dalle 17.oo alle 23.oo su Radio Onda Rossa (87.9 fm) http://mfla.noblogs.org/
A Michela che lotta per la vita, e che per questo paese è solo una puttana rumena
Oggi provo ad aprire questo blog con un istante in più di tempo del solito, 
Che ormai anche aggiornare questa pagina sembra diventato un gran lusso…
E allora prendo un post comparso da qualche ora su Femminismo A Sud, lo prendo così com’è, senza aggiungere una sola parola perché non ce la faccio, perché tutto ciò non smette di sconcertarmi,
no.
Non quello che riguarda il nostro corpo, non quella violenza cieca da stupratori, non quel che ne segue,
tra le chiacchiere della tanto brava gente, tra le donne pronte a condannare, tra chi tira fuori i distinguo, chi conta i centimetri delle gonne, chi decide chi è puttana e chi no, chi è solo rumena, chi è santa, chi è uno straccio da scoparsi e poi magari da dar fuoco.
Perché Michela, in fin di vita dopo che un balordo l’ha “appicciata”, è stata stuprata da ogni italiano e italiana che parla di puttane e di donne, di donne e di rumene, di “allarme prostituzione” quando a terra c’è il corpo di una donna.
E son sempre loro, è sempre il PD, son sempre le donne del PD…quindi prima di copiare qui sotto questo post delle compagne di Femminismo a Sud vi metto anche questo link,
che vien da L’Aquila, e che ha a che fare sempre con la solita solfa: stupro, allarme sicurezza, PD.
Oltretutto dopo uno stupro mostruoso, compiuto da uno di quei soldatini messi in città per la loro bastarda sicurezza.
Ora basta!
LA VIOLENZA SULLE DONNE NON SI COMBATTE CON LE “EMERGENZE SICUREZZA”,
LA VIOLENZA SULLE DONNE SI SCARDINA SCARDINANDO QUESTA VOSTRA MALEDETTA MENTALITA’,
DI MASCHI COME DI DONNE.
Non vogliamo altre divise, non vogliamo altra sicurezza, non vogliamo controllo.
[L'AQUILA: LE DONNE DEL PD VOGLIONO POLIZIA, POLIZIA E ANCORA POLIZIA]
Da pochi minuti ho letto la notizia di una donna picchiata e bruciata viva a Roma. I giornali la identificano come la “prostituta rumena”, un’espressione che ci ricorda che nella società in cui viviamo noi siamo il nostro lavoro, il nostro titolo, la nostra qualifica ancor prima di esser persone.
Per me Michela, questo è il nome con cui è conosciuta, è prima di tutto una donna che sta rischiando la vita perché qualcuno ha deciso di darle fuoco. Io non conosco la sua storia, non so se era costretta a prostituirsi, se lo faceva per motivi economici o altro, so solo che ciò che le è successo non può essere semplificato come un regolamento di conti tra bande rivali che gestiscono la prostituzione o un’intimidazione. L’atroce violenza che ha subito questa donna ci dice molto altro.
Il segretario del Pd Roma, Marco Miccoli, dichiara che “il grave fatto di sangue avvenuto questa notte alla Borghesiana è l’ennesima dimostrazione di come la prostituzione a Roma sia sempre più un fenomeno dilagante e in crescita” e ci ricorda che un mese fa c’è stata una manifestazione dei cittadini dell’Eur contro “la prostituzione imperante nelle strade del quartiere”.
Quindi, in poche parole, ci si dice che Michela è stata bruciata perché faceva la prostituta: se te ne vai a zonzo per la città di notte, nelle strade buie, poco trafficate, a offrire servizi sessuali a chiunque come puoi non pensare di essere il bersaglio di qualche squilibrato? Se se ne stava a casa a fare la maglia questo mica le succedeva? O no?
E’ come dire che lo stupro accade per l’uso imperante della minigonna, dei jeans stretti, delle maglie scollate e dei tacchi alti. E’ come dire che una donna viene ammazzata da suo marito perché lo voleva lasciare, lo voleva denunciare. Se stai insieme a lui, sopporti le botte, le umiliazioni e le segregazioni nulla ti può accadere di male. O no? E’ come dire che l’essere prostituta giustifica di per sé ogni violenza che subirai.
E se a questo aggiungiamo che Michela è rumena, abbiamo chiuso il cerchio delle discriminazioni (donna-prostitura-rumena). Dato che per Miccoli la colpa è della prostituzione invita a dare un “impulso alla lotta” affinchè ce ne si liberi. Il segretario però non ricorda che questa lotta già c’è, che le ordinanze per il decoro nelle strade esistono, che le campagne di demonizzazione delle prostitute ci invadono, che le campagne per la moralità, quella sì imperante, sono fatte da chiunque, destra-sinistra-centro-lato, e che proprio questi elementi hanno portato le prostitute a spostarsi sempre di più nelle zone periferiche, marginalizzandole e rendendole sempre più esposte a ogni tipo di violenza.
La prostituzione non è mai stata accettata né come lavoro né come scelta. E’ sempre stata vista solo come un ricatto, un sopruso. Non nego che la tratta esista e che sia un cancro da debellare, non nego che Michela potrebbe esserne vittima, ma non capisco come queste ordinanze possano in qualche modo aiutare queste donne ad uscirne, possibilmente vive. Obbligare una prostituta a vestirsi in modo meno provocante, marginalizzarla nei sobborghi più degradati la aiuterebbe a liberarsi dai suoi ricattatori? Davvero lo credete possibile? E se Michela fosse una prostituta autodeterminata e dunque avesse scelto questo mestiere, pensate davvero che meriti queste violenze? Che meriti l’essere privata di qualunque diritto, dato che la prostituzione non è riconosciuta come lavoro?
Sono anni che le/i sex workers chiedono a questo paese di riconoscergli lo stato di lavoratori, di garantirgli quei diritti che li tutelerebbero molto di più delle ordinanze di decoro e cavolate varie. Ma probabilmente, e questo è il mio pensiero, qui non si vuole combattere la tratta, ma salvaguardare la finta moralità di un paese che è cattolico. Quello che i sindaci fanno è spostare le prostitute, come si spostò la munnezza a Napoli, dalle zone centrali a quelle periferiche, da quelle periferiche a quelle maggiormente degradate e così via, senza mai risolvere il problema dello sfruttamento delle vittime della tratta da un lato e della regolamentazione delle prostitute autodeterminate dall’altro.
Inoltre, forse Miccoli non lo sa, ma ci sono anche tante donne che per scappare dai loro paesi lacerati dalla guerra e dalla fame, pagano delle madame per raggiungere il paese più vicino in cui pensano di avere possibilità di riscatto. Ma 50milioni, questo è costo del viaggio, è difficile da racimolare e quindi che succede? Che la madame anticipa e poi, una volta arrivata in un paese come il nostro, senza documenti, né un posto di lavoro, cosa crede che queste donne possano fare per ripagarla? La prostituzione è l’unica possibilità. Aveva mai pensato, signor segretario, che il razzismo, la chiusura delle frontiere, i Cie, le deportazioni se da una parte non impediscono a persone disperate di raggiungere le nostre sponde, pensando di essere in un paese civile che poi si dimostrerà altro, incentivano dall’altro canto l’immigrazione clandestina e lo sfruttamento sessuale?
Lei cosa farebbe, signor segretario, se volesse scappare dalla miseria ma non avesse nè soldi nè conoscenze? A mio avviso la tratta si combatte in tanti modi, permettendo alle immigrate di accedere al permesso di soggiorno, di veder riconosciuti i loro titoli di studio, combattendo il razzismo che porta gli/le immigrat@ a svolgere i lavori che gli/le italian@ non vogliono più fare, con tanta educazione sessuale che insegnerebbe il rispetto dell’altro, con la regolamentazione della prostituzione e il riconoscimento di diritti indispensabili per la tutela dell’individuo, ed ect. Non con securitarismi, ordinanze e cacce alle streghe,che puzzano di fascismo e paternalismo.
P.S. L’ultimo mio pensiero lo lascio a Michela nella speranza che le sue condizioni migliorino e presto possa uscire da quell’ospedale.
Leggi anche: Roma: bruciano la puttana. Pd: “lotta contro il fenomeno della prostituzione”!
Su stupri, gravidanze e candidati al senato americano…
Non ci permettete di parlare di altro, troppo spesso.
Non ci permettete di dormire profondamente, come sarebbe anche nostro diritto.
Non ci permettete di rimuovere, di scarnificare quella violenza, magari addirittura di dimenticarla.
E non mi piace parlare “agli uomini”, mi scuso da subito perchè lo sto facendo,
mi scuso perché sono una donna cresciuta tra gli uomini, perché sono una donna innamorata degli uomini, perché sono una mamma di un uomo,
quindi scusate, scusate questo modo di parlare non corretto,
che sembra generalizzare. Ve ne chiedo scusa, ma ogni tanto forse è meglio parlare così, indisponenti, generalizzanti, sofferenti e poco “politicamente corrette”,
ma almeno quando parliamo di stupro, di aborto, di quel che lacera le nostre carni
fatecelo fare.
Permettetecelo, e state zitti (senza perfavore)… ma accogliete le mie scuse.

Foto di Valentina Perniciaro
Non avevo possibilità di accedere alla rete mentre Todd Akin, candidato al senato statunitense, vomitava le sue parole su stupri legittimi e illegittimi, sull’impossibilità di esser fecondate…
insomma, quei deliri nazisti che passano sempre sulla nostra pelle,
dentro la nostra fica, parole che lacerano la carne più di un pene indesiderato e bastardo,
parole assassine, criminali, che io non riesco a sostenere senza aver voglia di …
non lo so, le parole che ho letto nell’articolo che vi riporto qui sotto cercano di spiegare a questo boia in cravatta cosa sia uno stupro, cosa sia una gravidanza causata da uno stupro e quindi un’intera vita da madre di un bimbo nato dalla più becera delle violenze,
un bimbo che abbia QUEL patrimonio genetico,
ringrazio la donna che l’ha scritte
e fossi in lui ringrazierei il genere femminile tutto, perché è ancora vivo: siamo incapaci a stuprare, ma non ad uccidere e lui ispira un forte desiderio di sangue…
almeno a me, che non son pacifista, che non son non violenta,
che son stufa che tutto passi sul corpo mio e delle mie compagne.
Onorevole Todd Akin,
le scrivo riguardo allo stupro. Sono le due di notte e non riesco a dormire qui nella Repubblica Democratica del Congo. Mi trovo a Bukavu nella City of Joy per servire e sostenere e lavorare con centinaia, migliaia di donne che sono state stuprate e violate e torturate in questa incessante guerra per i minerali combattuta sui loro corpi.
Mi trovo in Congo ma le potrei scrivere da una qualsiasi località degli Stati Uniti, Sud Africa, Regno Unito, Egitto, India, Filippine o da uno dei tanti campus dei college statunitensi. Le potrei scrivere da una qualsiasi città o villaggio dove mezzo miliardo di donne del pianeta viene stuprato nel corso della sua vita.
Mr. Akin, le sue parole mi hanno tenuta sveglia.
In quanto sopravvissuta allo stupro, mi sto riprendendo dalla sua recente affermazione di essersi espresso male quando ha detto che le donne non restano incinte dopo uno stupro legittimo e che stava parlando “a braccio”. Intendiamoci. Lei non ha fatto una semplice osservazione superficiale buttata lì. Lei ha fatto una dichiarazione molto specifica dettata da ignoranza che indica chiaramente che non ha alcuna consapevolezza di che cosa significa essere stuprati. E non una dichiarazione casuale, ma una fatta con l’intenzione di regolamentare per legge l’esperienza di donne che sono state stuprate. Forse ancora più terribile: era una finestra nella psiche del Gop (Grand Old Party, ovvero il Partito Repubblicano, n.d.t.).
Lei ha usato l’espressione stupro “legittimo” come se esistesse anche lo stupro “illegittimo”.
Cercherò di spiegarle l’effetto che ha sulle menti, cuori e anime dei milioni di donne che vengono stuprate su questo pianeta. È una forma di stupro reiterato. Il presupposto alla base della sua affermazione è che non ci si deve fidare delle donne e delle loro esperienze. Che la loro comprensione di cosa è lo stupro deve essere stabilita da un’autorità superiore, più qualificata. Così facendo vengono delegittimati, minati e sminuiti l’orrore, l’invasività, la profanazione che hanno sperimentato. Questo le fa sentire sole e impotenti tanto quando si sentivano al momento dello stupro.
Quando lei, Paul Ryan e 225 dei vostri cofinanziatori giocate con le parole sullo stupro insinuando che solo lo stupro “forzato” debba essere trattato seriamente come se tutti gli stupri non fossero forzati, fate riaffiorare una marea di ricordi sul modo in cui gli stupratori si sono divertiti con noi mentre venivamo violentate – intimidendoci, minacciandoci, riducendoci al silenzio. Il vostro giocare con parole come “forzato” e “legittimo” è giocare con le nostre anime che sono state spezzate da peni non voluti che ci entravano dentro, strappando la nostra carne, le nostre vagine, la nostra coscienza, la nostra fiducia in noi stesse, il nostro orgoglio, il nostro futuro.Ora lei dice di essersi espresso male quando ha detto che uno stupro legittimo non può causare una gravidanza.
Credeva forse che lo sperma di uno stupratore sia diverso dallo sperma di un amante, che si verifichi un qualche misterioso processo religioso e che lo sperma dello stupratore si autodistrugga per via del suo contenuto malefico? O stava forse insinuando che le donne e i loro corpi sono in qualche modo responsabili di rifiutare lo sperma di uno stupro legittimo, mettendo ancora una volta l’onere su di noi?
Ciò che ha detto sembrerebbe implicare che restare incinta dopo uno stupro indica che non era uno stupro “legittimo”.Ecco cosa le chiedo di fare.
La merda
Voglio che chiuda gli occhi e immagini di essere nel suo letto o contro un muro o rinchiuso in un piccolo spazio soffocante. Immagini di essere legato lì e immagini che un estraneo amico o parente aggressivo, indifferente, invasato le strappi i vestiti di dosso e penetri il suo corpo – la parte più personale, sacra, privata del suo corpo – e che si faccia strada dentro di lei con tale violenza e odio da lacerarla. Poi immagini lo sperma di questo estraneo schizzare dentro di lei e riempirla senza potersene liberare. Sta piantando qualcosa dentro di lei. Immagini di non avere alcuna idea di che cosa consista quella vita, spiritualmente concepita nell’odio, senza conoscere lo stato mentale o fisico dello stupratore.
Poi immagini che arrivi una persona, una persona che non ha mai sperimentato lo stupro, e che quella persona le dica che non ha altra scelta se non tenere il prodotto di quello stupro che le cresce dentro contro la sua volontà e che quando sarà nato avrà il volto del suo stupratore, il volto della persona che ha sostanzialmente distrutto il suo essere e lei dovrà guardare quel volto ogni giorno della sua vita e verrà giudicato severamente se non riuscirà ad amare quel volto.Non so se riesce a immaginare niente di tutto questo (una posizione di comando richiederebbe questo tipo di empatia), ma se è disposto a scendere nel cuore di queste tenebre, capirà presto che non c’è nessuno che possa fare la scelta di avere o non avere quel bambino se non la persona che lo porta dentro.
Ho passato molto tempo con le madri che hanno dato alla luce bambini che sono il prodotto di uno stupro. Ho visto come si torturano lottando contro il loro odio e la loro rabbia, cercando di non proiettarli sui propri figli.
Chiedo a lei e al Gop di uscire dal mio corpo, uscire dalla mia vagina, dal mio utero, di uscire da tutti i nostri corpi. Queste non sono decisioni che sta a voi prendere. Queste non sono parole che sta a voi definire.
Perché non usate il vostro tempo per porre fine allo stupro invece di ridefinirlo? Usate le vostre energie per perseguire i criminali che distruggono le donne con tanta facilità invece di fare distinguo linguistici usando un linguaggio manipolativo che minimizza la loro distruzione.
E a proposito, ha appena dato a milioni di donne un’ottima ragione per fare in modo che non venga eletto mai più, e un’ottima folle ragione per insorgere.Eve Ensler
Articolo originale su Huffpost, traduzione di Flavia Vendittelli
Appuntamento in solidarietà con le Pussy Riot: LIBERTA’ IMMEDIATA!
Un processo politico, surreale ed anche rapido.
Il tribunale di Mosca ha fatto sapere che la sentenza per le 3 componenti della band punk femminile russa sarà il 17 agosto.
Manca poco, e loro non riassaggeranno neanche un millesimo di libertà prima che il verdetto venga letto:
rischiano 3 anni, dei 7 che per loro erano stati richiesti.
Tre anni per una provocazione, tre anni per una performanche contro Putin sul sagrato di una Cattedrale: tre anni di tre giovani donne, tre anni di due mamme, tre anni surreali che se verranno dati da quel tribunale avranno un’eco mondiale.
La solidarietà cresce, cresce a vista d’occhio intorno a Maria Alyokhina, Nadezhda Tolokonnikova e Yekaterina Samutsevich in carcere da più di 5 mesi.
Così anche qui, vicino Roma, domani ci sarà un appuntamento:
dalle ore 18, a Capocotta, Settimo Cielo, un appuntamento per girare un video che verrà poi inviato a Peaches, artista impegnata nel montaggio di video di solidarietà provenienti da ogni dove a sostegno delle Pussy Riot.
Quindi domani in spiaggia: costume, sorriso e passamontagna colorato (usate calze o qualunque tessuto, non di lana magari che poi morite)
LA SOLIDARIETA’ E’ UNA POTENTE ARMA!
FREE PUSSY RIOT
FREE ALL POLITICAL PRISONERS
FREE ALL
Leggi:
- Liberiamo le Pussy Riot
- Roma solidale con le Pussy Riot
- Inizia il processo alle Pussy Riot
Avanza pesante il processo alle PussyRiot, oggi sospeso per un allarme bomba
Il processo alle PussyRiot s’è aperto lunedì scorso,
pesante, politico, surreale.
Si parla di una richiesta di 7 anni di carcere, per teppismo aggravato da odio religioso: tre donne, due giovani madri,
una performance sul sagrato di una cattedrale e il carcere già da 5 mesi.
Ieri in aula sono arrivate in ambulanza, 
ridotte non molto bene. Hanno da subito denunciato le condizioni che vivono da quando è iniziato il processo.
Si esce alle 5 di mattina dalla cella della prigione, verso le celle del tribunale…il ritorno non è mai prima delle 23: ma non c’è accesso a cibo nè ad acqua. Hanno dichiarato di non riuscire a sostenere fisicamente il processo in questi termini, ma la risposta -immediata- è stata una puntura di zuccheri e la dichiarazione che ‘ va tutto bene, stanno bene, si può andare avanti’.
Oggi è stato sospeso per un allarme bomba, che poi non è mai stata trovata.
Sarà un lungo processo, al quale le imputate non potranno partecipare a piede libero: il carcere preventivo andrà avanti almeno altri 6 mesi.
Manteniamo alta l’attenzione su questo processo,
processo politico nei confronti di una mobilitazione anti-Putin.
FREE PUSSY RIOT!
FREE ALL POLITICAL PRISONERS!
FREE ALL!
Leggi: Free PussyRiot
Inizia il processo
Inizia il processo alle Pussy Riot
Maria Alyokhina, 24anni, Nadezhda Tolokonnikova, 22 e Yekaterina Samutsevich, 29 anni
si trovano private della libertà da marzo, in caracere, malgrado due siano anche mamme di due bimbe molto piccole.
Dopo mesi di carcere preventivo, da oggi si trovano alla sbarra con l’accusa di teppismo mosso da odio religioso, la cui pena prevista è di 7 anni di carcere.
Sette anni, per le componenti della band punk Pussy Riot, che a marzo di quest’anno hanno fatto un blitz performance sul sagrato della Cattedrale di Cristo Salvatore,
una specie di “preghiera punk” alla Vergine Maria che iniziava così “Vergine Maria, madre di dio, liberaci di Putin”.
Troppo blasfemo, troppo dissacrante: è lo stesso patriarca della chiesa ortodossa russa Kirill (il cui potere è esponenzialmente cresciuto nell’era Putin) a chiedere che l’accusa parli di “teppismo” e “odio religioso”, reati da far pagare a peso d’oro in Russia.
Sette anni di carcere, per una brevissima apparizione contro il presidente appena uscito dall’ennesimo successo elettorale ( siamo al terzo mandato): la rielezione sicuramente più contestata dalla popolazione del paese. Centinaia di migliaia di persone infatti si son mobilitate per settimane alla comunicazione dei risultati, con numeri che non si vedevano da decenni nel territorio russo.
Oltretutto il processo ha tutti i presupposti per far immaginare un iter lungo,
che potrebbe vederle ancora totalmente private della libertà e chiuse in cella, visto che è stato deciso da una corte che la loro detenzione preventiva deve durare altri sei mesi.
Sarà difficile spiegarlo alle loro figlie: tutta questa prigionia per un’azione simbolica, che non ha portato al ferimento di alcuno, all’occupazione di nulla, al danneggiamento di qualcosa.
Sette anni di carcere, un anno di carcere preventivo…
così, come se niente fosse…
Difficile ormai stupirsi delle richieste dei giudici.
Se venissero condannate a 7 anni, come richiesto anche a causa delle forti pressioni dello stesso patriarca Kirill, leader della potente chiesa ortodossa russa,
noi italiani forse dovremmo essere i soli,
sul territorio europeo, a non rimanere sconvolti.
Ci son ragazzi che hanno preso condanne simili, dai 3 anni ai 5 e passa, per aver partecipato alla manifestazione del 15 ottobre romana:
condanne date sulla base di fotografie che li vedevano ritratti con delle buste contenenti limoni,
che dimostrerebbero la partecipazione agli scontri.
Ragazzi incensurati oltretutto, che ora andranno a discutere in appello condanne pesanti, surreali, mai viste precedentemente.
I paradigmi penali mutano,
malgrado la nostra capacità di muoverci contro i sempre più pesanti attacchi del capitale sia bassa,
in perenne regressione.
Ce la vogliono far pagar cara, malgrado la nostra poca incisività in tante cose.
PAGHERANNO LORO UN GIORNO.
TUTTO.
FREE PUSSY RIOT
FREE ALL POLITICAL PRISONERS
FREE ALL PRISONERS
DESTROY ALL KIND OF PRISONS!
Leggi:
- Liberiamo le Pussy Riot
- Roma solidale con le Pussy Riot
L’Aquila: le donne del PD vogliono polizia, polizia e ancora polizia.
Se vi sentite pesanti,
se realizzate che l’ultimo pasto effettuato vi ha causato una presenza ingombrante nello stomaco che solo un bel conato di vomito può liberare,
bhè allora, senza recarvi in farmacia,
e completamente gratuito,
potete trovare il comunicato del Coordinamento provinciale donne del Pd, e parliamo di L’Aquila.
Il conato sarà immediato, il vostro stomaco si svuoterà come mai prima d’ora.
Perchè L’Aquila, da secolare città piena di vita e di cultura, dal 6 aprile del 2009 è un tappeto di macerie abbandonate,
è una comunità frammentata in uno spazio incredibile, all’interno di progetti abitativi d’emergenza che hanno completamente scompaginato la vita sociale dell’intera provincia.
Case, aule universitarie, strutture pubbliche, luoghi storici e d’aggregazione: tutto è inesistente da più di tre anni in quella città,
tutto è stato lasciato come il terremoto ha deciso di lasciare.
Il territorio, devastato dal terremoto, invece di aiuti e ricostruzione, ha ricevuto militari, plotoni interi del nostro esercito a pattugliare, a “rendere sicure” le strade della città martoriata;
così sicure che proprio uno di questi omuncoli in divisa mimetica, insieme alla sua serale compagnia, ha lasciato stuprata e in fin di vita una giovanissima studentessa, abbandonata al suo destino, in piena notte, in un bosco ricoperto di neve.
Proprio una dose di sicurezza che L’Aquila necessitava.
Ma torniamo al vostro mal di stomaco, e alla necessità impellente di vomitare,
e quindi al comunicato di queste donzelle aquilane del PD,
“L’Aquila, città “spalmata” per decine di km, ha tra le sue necessità primarie, come dovrebbe essere chiaro a tutti, la sicurezza.
Episodi delinquenziali, fino a qualche anno fa’ del tutto estranei alla nostra città, richiedono una presenza capillare delle Forze dell’Ordine.
Il problema degli aggregati, donne e uomini della Polizia di Stato in servizio all’Aquila, giunti in città a dar manforte ai colleghi già operanti sul territorio, ma il cui numero inesorabilmente si riduce da tempo – perchè non viene loro rinnovato il permesso di restare – è quindi un tema che investe tutti noi; cittadine e cittadini che affrontando tutte le difficoltà e i disagi del post-sisma, qui hanno scelto di restare, investire, vivere. Nonostante sia stata confermata la proroga per 39 agenti fino al prossimo 30 luglio, riteniamo urgente una soluzione che vada ben oltre il brevissimo periodo- e lo stesso sindaco Massimo Cialente, ha investito del problema il Minitro Cancellieri, ritenendo anch’egli la sicurezza un elemento di primaria importanza.Inimmaginabile pensare che poche decine di poliziotti possano garantire presenza adeguata su un territorio così esteso e ciò a rischio della sicurezza sia dei cittadini che degli stessi uomini delle Forze dell’Ordine”
bhè?
Vi sentite meglio?
vomitato tutto tutto?
Io non ho parola alcuna per commentare questo comunicato, che ora hanno intenzione di volantinare per la città e per i moduli abitativi che la circondano.
Spero solo che gli aquilani sappiano cosa si fa in questi casi:
si accetta gentilmente il volantino, alla vista del titolo lo si appallottola,
poi si prende il volto della volantinatrice,
le si apre la bocca e le si infila il volantino tutto giù nel gargarozzo.
Così che, anche loro possano capire cosa si prova con un conato di vomito che ti parte dallo stomaco ed esplode ….
ANDATE A FARE IN CULO, DONNE DEL PD,
VOI E LA VOSTRA SICUREZZA!!
Leggi:
- Uomini di Stato, stupratori in divisa
- Tornano in servizio gli stupratori del 33° Reggimento
-
Roma: azione in solidarietà con le Pussy Riot
Giro con infinito piacere questo comunicato, da poco in rete.
Un’azione anche a Roma in solidarietà alle componenti del banda punk femminista Pussy Riot, detenute in Russia con l’accusa di cospirazione contro lo Stato (poi dici che uno non odia il sabato lavorativo
), di cui già avevamo parlato in questo blog
Oggi, alle 11.30 di questa mattina , delle attiviste manifestavano sotto l’ambasciata russa per richiedere l’immediato rilascio delle 3 donne arrestate dal governo Russo, Maria, Nadezhda e Irina accusate di cospirazione contro lo stato e di far parte della band punk femminista Russa Pussy Riot.
La band, i cui testi sono vere e proprie denunce sulla corruzione del governo Putin e della strettta relazione tra stato e chiesa ortodossa, si è esibita più volte nella città di Mosca in solidarietà ai detenuti/e russe, ai popoli arabi in rivolta, e ai movimenti lgbt,
In tutto il mondo si stanno dando azioni di solidarietà con le tre donne, che all’oggi sono ancora in prigione e rischiano 7 anni di carcere.
A Roma mente le attiviste inscenavano un concerto punk in stile pussy riot, maschere e vestiti colorati, sono intervenute le forze dell’ordine. Un’attivista è stata identificata e lo striscione con la scritta “free pussy riot – libere tutte” è stato sequestrato.
Denunciamo il clima di repressione che si vive in tutto il mondo nei confronti di chi oggi rivendica libertà e autodeterminazione, e lanciamo un grido di libertà femminista con cui chiese e governi dovranno fare i conti.
Se il potere è maschile noi saremo Pussyriot.
Solidarietà a Maria, Nadezhda e Irina.
PussyInternationalmovement

RUSSIA: Liberiamo le PUSSY RIOT!
LEGGI: Inizia il processo (agosto2012)
Io le ho amate all’istante, appena ho realizzato con i miei occhi quello che stavo guardando.
Questo video ha un paio di mesi ed è stato girato a Mosca, dal gruppo femminile punk Pussy Riot, che ha pensato bene di manifestare il proprio dissenso verso Putin e la sua rielezione con una performance sul sagrato della Cattedrale di Cristo Salvatore, proprio nella capitale russa.
Lo scandalo potete immaginarlo, nelle settimane in cui le piazze russe si stavano nuovamente riempiendo di manifestanti contro l’eterno potere di Putin, prossimo in quelle giornata alla sua rielezione, di cui abbiamo parlato in questo blog anche per l’arresto dell’amico e compagno Marco Clementi, proprio a San Pietroburgo, fortunatamente risoltosi in una manciata d’ore.
Nadezhda Tolokonnikova e Mariya Alekhina , due componenti del gruppo punk Pussy Riot, arrestate il 21 febbraio, rischiano invece fino a 7 anni di carcere e da quel giorno non hanno più avuto modo di assaporare la loro libertà, forse troppo scandalosa per il governo russo.
La loro esibizione “blasfema” che ne ha causato l’arresto iniziava proprio con “Vergine Maria, madre di dio, liberaci di Putin”.
Immediatamente è stata chiamata la polizia e nella fuga generale Nadezhda e Mariya sono state acchiappate.
Il gruppo si esibisce da sempre a volto coperto da coloratissimi passamontagna e non si conosce nemmeno il numero dei suoi componenti, che spesso oscillano dai 5 ai 10 ma sembrerebbero essere almeno una trentina, tutte donne, molto giovani.
L’idea che rischino fino a 7 anni di carcere, con l’accusa di teppismo ed incitamento alla violenza è sconcertante, tanto che son diverse le mobilitazioni che in queste settimane si stanno susseguendo fuori dal tribunale, dove ci sono stati anche dei fermi, e altrove.
Il patriarca Kirill, putroppo non colpito da un coccolone durante l’esibizione, le definisce “figlie del demonio” augurandosi una pena esemplare per fare in modo che un simile evento non venga preso sottogamba.
Intanto loro sono in carcere da un mese e mezzo, sono entrambe mamme di due bimbe piccole e sarebbe proprio il caso che tornino a casa il più presto,
caro fottutissimo Putin.
Nel video qui sotto potete vedere l’esibizione con i vostri occhi, poi chiudeteli e pensate a quanto sono lunghi, violenti, devastanti ed inutili 7 anni di carcere.
FREE PUSSY RIOT
FREE ALL POLITICAL PRISONERS
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DESTROY ALL KIND OF PRISONS!

Vietnam : una poesia che non ha tempo e luogo.
Donna, come ti chiami? – Non lo so.
Quando sei nata, da dove vieni? – Non lo so.
Perchè ti sei scavata una tana sottoterra? – Non lo so.
Da quando ti nascondi qui? – Non lo so.
Perché mi hai morso la mano? – Non lo so.
Sai che non ti faremo del male? – Non lo so.
Da che parte stai? – Non lo so.
Ora c’è la guerra civile, devi scegliere. – Non lo so.
Il tuo villaggio esiste ancora? – Non lo so.
Questi sono i tuoi figli? – Sì.
Wislawa Szymborska
Ogni volta che leggo questi versi penso alle tante donne del medioriente che ho incontrato,
alle donne profughe, alle donne cacciate via,
alle donne esiliate che costruiscono il loro ritorno,
che allattano il loro ritorno,
alle donne che piangono i loro figli uccisi,
alle donne che orgogliose ti raccontano dei figli dati alla terra e di quelli che la solcano col sudore,
alle donne che mi hanno insegnato tanto della maternità,
della resistenza,
dell’amore,
delle armi.
Ancora e per sempre grazie, sorelle, mamme, amiche, compagne.
Tornano in servizio nell’operazione “Strade Sicure” gli stupratori di L’Aquila del 33° Reggimento Aqui
Sono giorni che non aggiorno queste pagine,
sono giorni che penso a quella fanciulla, giovanissima, viva per miracolo trattata come nemmeno al mattatoio si trattan le carni vive,
lasciata nel gelo di una notte invernale nei boschi intorno a L’Aquila,
lasciata nel gelo che uno stupro ti lascia per sempre dentro.
Ovunque.
Stuprata sicuramente da una persona, probabilmente da più di una, data l’incredibile ferocia che si riscontra nelle ferite che ha riportato,
stuprata e seviziata, viste quante ore di lavoro ci son state per ricucire il suo corpo.
E’ viva, circondata dalle donne che è giusto ora abbia accanto.
Poco dopo il suo ritrovamento è stato fermato un ragazzo.
Questa volta non c’hanno potuto parlare dello straniero, del rumeno stupratore, dell’innata violenza del “clandestino”…non potevano farlo,
perché il colpevole ( e chi era con lui) indossa la divisa del 33° Reggimento Aqui, dell’Esercito Italiano.
Non è stato arrestato, figuriamoci, infondo era solo sporco di sangue.
Infondo dopo un po’ ha ammesso di aver avuto un rapporto sessuale consenziente: così consenziente che se il corpo sventrato di quella donna, non fosse stato visto per caso, sarebbe morta per il sangue perso e per assideramento.
Così consenziente che ancora non riesce a parlare, a tenersi in piedi, a pensare di tornare a quel che era fino ad una manciata d’ore prima quella violenza bastarda.
Lo stupro è sempre stato un’arma da guerra: non c’è esercito che non l’ha usato contro il suo nemico.
Lo stupro, la violazione del corpo di una donna, è parte della cultura militare di sopraffazione e violenza con cui vengono alimentati tutti gli eserciti. Lo stupro è potere, come la divisa infondo.
Come le armi che portano ed ostentano.
Lo stupro è parte integrante della mentalità di chi sceglie la guerra come mestiere.
Lo stupro a quanto pare non comporta nessuna punizione nella rigida disciplina militare: perchè i tre caporali indagati, tra cui proprio colui che ha ammesso di aver avuto un rapporto sessuale quella notte, con la ragazza trovata in fin di vita nel gelo di un bosco, sono regolarmnete tornati in servizio, nei servizi di pattugliamento del centro storico, all’interno dell’operazione ” Strade Sicure”.
Strade sicure si…la militarizzazione coatta della città di L’Aquila avvenuta all’indomani del terremoto ora comporta anche questo: stupratori in divisa, a pattugliare le strade per renderle più sicure.
Io spero solo che tante tante tante donne, circondino ogni camionetta dell’esercito a L’Aquila…spero solo che ti trovino.
Per seguire un po’ gli sviluppi della cosa seguite il sito del 3e32
La storia di Nadia, tra violenza in famiglia e detenzione in un CIE
Con Nadia e le altre, contro la violenza maschile e contro tutti i Cie!
Nadia è una ragazza di 19 anni che è detenuta da due mesi nel Cie di Ponte Galeria, il lager alle porte di Roma in cui lo stato italiano rinchiude le persone immigrate senza il permesso di soggiorno.
Ma Nadia in realtà non è “propriamente” un’immigrata: è un’italiana che vive sotto il ricatto del permesso di soggiorno. Lo stato la considera una straniera, da rinchiudere ed espellere, perché è nata in Italia da genitori marocchini.
Una doppia violenza, che si aggiunge a quella patriarcale subita all’interno delle mura domestiche.
Nadia e sua sorella, infatti, avevano denunciato il padre per violenza. E dal carcere il padre le ha “espunte” entrambe, per vendetta, dal rinnovo del permesso di soggiorno.
Inizialmente affidata a una casa-famiglia, Nadia è fuggita per costruirsi autonomamente la vita che desiderava, ma si è ritrovata senza documenti ed è stata rinchiusa nel Cie.
Dopo aver subito la violenza maschile, ora Nadia subisce anche quella dello stato che le nega la libertà personale e rischia di essere deportata in Marocco, il paese di origine dei suoi genitori, in cui in realtà lei non è mai stata.
Non solo Nadia, ma tutte le donne rinchiuse nel Cie di Ponte Galeria sono vittime di una doppia violenza, patriarcale e statale, proprio come lei.
La maggioranza delle detenute sono infatti vittime di tratta, che hanno trovato nella prostituzione forzata l’unica via di accesso a un percorso migratorio. Mentre le altre spesso sono rinchiuse nel Cie perché – come Nadia, Adama, Faith e le altre di cui non sapremo mai nulla – sono state così “ingenue” da chiamare la polizia per denunciare uno stupro o un tentato stupro: si aspettavano di essere sostenute e invece hanno trovato solo gabbie e recinti, ulteriori violenze e la prospettiva di una deportazione forzata.
In questi ultimi tempi il dibattito politico italiano si è concentrato spesso sulla possibilità di attribuire i diritti di cittadinanza ai figli e alle figlie dell’immigrazione. Paradossalmente, ne ha parlato anche il presidente Napolitano, tristemente noto per aver dato il nome alla legge che ha istituito gli ex Cpt, oggi Cie (la legge Turco-Napolitano del 1998). Ma negli interventi che abbiamo ascoltato i diritti sembrano riservati solo a chi si comporta come un “bravo cittadino integrato”, che aderisce acriticamente ai valori dell’italianità, senza mettere in discussione il potere esercitato dallo stato capitalista. Tutti gli altri sono considerati clandestini da sfruttare, rinchiudere e deportare.
Anche i casi di violenza domestica e di femminicidio che hanno coinvolto le comunità migranti sono stati spesso al centro dell’attenzione mediatica, proprio allo scopo di rinforzare la retorica dello scontro di civiltà, che serve a giustificare le politiche islamofobe, xenofobe e securitarie. Gli uomini immigrati sono rappresentati come stupratori che minacciano il corpo delle donne italiane, mentre le donne immigrate (specie se musulmane) come vittime di padri violenti e famiglie retrograde. Ma il movimento femminista ha saputo smascherare la strumentalizzazione e l’etnicizzazione dello stupro, affermando con decisione che il patriarcato è universale e che la violenza domestica non ha confini e non dipende dal passaporto.
Nadia è una giovane donna che ha avviato un percorso di autodeterminazione, ribellandosi sia alla violenza maschile che a quella dello stato.
Nadia – così come tutte le altre donne recluse che subiscono la violenza statale e patriarcale – non deve passare un minuto di più nel lager di Ponte Galeria!
Mentre scriviamo ci arriva proprio da Nadia la notizia che oggi pomeriggio uscirà dal Cie.
Condividiamo la sua gioia per l’imminente liberazione ma continuiamo a lottare al fianco di tutte le altre donne recluse nei lager di stato.
Nadia libera!
Libere tutte! Liberi tutti!
Chiudere tutti i Cie! Abbattere le frontiere!
Silenzio Assordante (Radio Onda Rossa)
La “pillola del giorno dopo” a Roma
Quella che trovate qui sotto è una parte di una vecchia inchiesta dei RadicaliRoma (è dello scorso anno)
Niente di nuovo per molte di noi che, per un motivo o un’altro, ci siamo trovate a che fare con l’obiezione di coscienza negli ospedali pubblici.
Una cosa inaccettabile…
io li ricordo uno ad uno: li ricordo perché NON sono medici, perché le risposte, i toni, gli sguardi, le parole che usano non sono quelle che un medico dovrebbe usare,
perchè non dovrebbe essergli permesso di lavorare,
perchè possono togliere calli, possono raccogliere riso, possono prendere il carbone, possono raccogliere pomodori,
c’è tanto da fare al mondo.
Gli ospedali li lasciassero ai MEDICI.
La “pillola del giorno dopo” di cui stiamo parlando, non è un farmaco abortivo, non ha alcun effetto se il processo di impianto è già iniziato (altrimenti non sarebbe nemmeno possibile venderlo nelle farmacie). Non causa aborto, punto.
Motivo per cui è illegale per i medici appellarsi all’obiezione di coscienza, per un farmaco che ha il solo potere di inibire e quindi ritardare l’ovulazione. E’ pieno diritto di qualunque donna averne prescrizione medica immediata ed urgente senza dover parlare di obiezione di coscienza con chicchessia..
Quello che leggete qui è ripreso a telecamere nascoste da una coppia, in vari ospedali romani…
Ospedale Casilino – 1 giugno 2008, ore 23.21
“Avrei bisogno di una ricetta per la pillola del giorno dopo…”. Quando ha avuto l’ultimo rapporto sessuale? Qualche ora fa.. si è rotto il preservativo”. L’infermiera all’accettazione chiede se la donna è maggiorenne e poi la informa che dovrà attendere perché è un codice bianco e prima hanno precedenza le donne gravide. Alla fine il farmaco sarà prescritto. “Dovrà pagare un ticket di 25 euro. Non oggi… poi in settimana” conclude l’infermiera.
Ospedale Cristo Re – 6 giungo 2008, ore 18.14
“Sono venuta questa mattina per la prescrizione della pillola del giorno dopo. E mi hanno detto che non c’è possibilità. Assolutamente no?”. L’infermiera conferma e da il consiglio di recarsi altrove: “Dovete andare o al San Filippo Neri o al San Camillo… Questo è un ospedale religioso”. La donna insiste: “Non è proprio possibile averla? Perché è il tutto giorno che giriamo, siamo andati pure al Gemelli”. Ma la dipendente del Cristo Re è categorica: “Impossibile! E no, pure quell’ospedale è religioso. Provi al San Camillo…”.
Ospedale Cto – 8 giugno 2008, ore 1.45
“Ho già detto al suo collega. Mi servirebbe la prescrizione per la pillola del giorno dopo…”. All’accettazione risponde un medico: “Un attimo solo…Eh no perché deve firmare un modulo e per questo deve andare al Nuovo Regina Margherita…”. La donna chiede spiegazioni: “Ma perché? Qui non si può?”. “No, mancano i moduli per il consenso informato per via degli effetti collaterali..”. Così la donna è costretta a rinunciare.
Ospedale Gemelli – 13 giugno 2008, ore 23.51
“Senta ho un problema urgente… Mi servirebbe la prescrizione della pillola del giorno dopo…”. La risposa che la donna riceve al pronto soccorso è chiara: “Guardi noi siamo un ospedale cattolico. E siamo tutti obiettori di coscienza e non la prescriviamo”. E alle ulteriori richieste di spiegazioni l’operatore spiega: “Francamente mi risulta che anche negli altri ospedali romani c’è questo problema… Qui da noi non la prescrive nessuno, il medico di famiglia la può prescrivere…”. E la donna: “Ma io il mio medico l’ho appena chiamato ma essendo tardi mi ha consigliato di rivolgermi a un pronto soccorso al più presto perché altrimenti non serve…”. Il medico replica spiegando che in realtà la donna ha 72 ore di tempo dal rapporto per prendere il farmaco. Ma su internet potete trovare informazioni e anche il numero di telefono di qualcuno che te la può prescrivere d’urgenza”.
Ospedale Fatebenefratelli – 27 giugno, ore 16.55
La donna assieme al compagno spiegano di essere già stati all’ospedale San Camillo e di aver trovato medici solo obiettori…”. L’infermiere del pronto soccorso risponde con una battuta: “Perché sei stata sfortunata… Se no te l’avrebbe data: alcune volte c’è il medico obiettore altre no. Ma qua proprio no: la pillola non la danno mai, mai…”.
Ospedale Grassi – 29 giugno 2008, ore 1.07
L’infermiera al pronto soccorso spiega che deve vedere se ci sono obiettori in servizio. La coppia deve attendere e al ritorno l’infermiera spiega:” Il dottore dice che se la vuoi te la può prescrivere ma solo se prima fai il prelievo del sangue perché vuole accertare che tu non sia già in gravidanza”. La donna obietta che il proprio medico non le farebbe fare alcuna analisi e che il farmaco impedisce solo la fecondazione dell’ovulo. Il sanitario insiste: “Prescrivere la pillola del giorno dopo a una paziente che è incinta significa provocare un aborto. Capisci che è una cosa ben diversa. Se vuoi puoi parlare con il dottore comunque la condizione è questa…”.
Ospedale Sandro Pertini – 29 giugno, ore 2.07
È uno dei pochi ospedali dove il personale medico non fa alcun tipo di problema e si limita a chiedere i dati per poi chiamare la ginecologa. Dopo poco tempo il medico spiega alla donna le modalità per l’uso del farmaco. “È un’unica compressa, puoi prenderla a stomaco vuoto o pieno. Non è un problema. Considera che non ha una copertura del 100% arriva a un massimo del 95-97%. Prima si prende e meglio è. Prima delle 12 ore è meglio. Comunque si ha tre giorni di tempo per prendere il farmaco. Quindi ora via in farmacia e lo prendi con un po’ d’acqua. Potrebbe darti un po’ di nausea, potrebbe darti alterazioni del ciclo e te lo può anticipare di molto. Una volta assunto potresti trovare delle macchiette di sangue perché comunque sono ormoni e possono alterare un po’ lo stato del ciclo…. Ma se il ciclo ritarda di qualche giorno è meglio fare le analisi perché il farmaco non dà un copertura del 100%″. “Questo è il farmaco…”. La donna mette una firma su un modulo ed esce dall’ospedale con la prescrizione.
Ospedale Regina Margherita – 30 giugno, ore 17.10
Al pronto soccorso l’infermiera chiede un documento e il codice fiscale. La prescrizione della pillola del giorno dopo viene effettuata senza alcuna difficoltà.
Ospedale Sant’Andrea – 31 giugno, ore 17
Anche in questo caso viene richiesto di firmare il modulo per il consenso informato e poi viene data la prescrizione.
Ospedale Figlie di San Camillo – 1 luglio, ore 12.47
La risposta alla richiesta del farmaco è netta. “No, questo è un ospedale religioso, non te la fanno sono tutti obiettori”. L’infermiera poi aggiunge:”L’unica parte dove è facile non trovare obiettori è l’Umberto I negli altri ospedali te la rischi… Oppure puoi provare al San Giovanni”.
Ospedale San Giovanni – 2 luglio, ore 22.40
Anche al San Giovanni ottenere la prescrizione non è semplice e comporta perdere tempo prezioso. Al pronto soccorso un infermiere invita a ritornare il giorno dopo: “Guardi domani mattina qui da noi per fortuna è aperto il nostro consultorio: tutta la mattina di sabato. Quindi può andare tranquillamente lì perché le apriranno una cartella, le spiegheranno poi tutti gli effetti collaterali e poi la metteranno anche in lista per ulteriori controlli…”.
La donna fa presente di essere stata consigliata dal medico curante di far presto ad assumere il farmaco e quindi di recarsi al pronto soccorso. “Quando è successo il fattaccio?” domanda l’infermiere. “Oggi pomeriggio” risponde la donna. “Ha tre giorni di tempo, domani o dopodomani – ribatte il sanitario – ma domani mattina va bene. Quando è venerdì preferiamo mandare la paziente al nostro centro di pianificazione perché viene edotta dei rischi, degli effetti collaterali e viene poi indirizzata per ulteriori accertamenti se dovesse avere un ritardo e per fare una ecografia o una beta…”. “Ma pensavo che la pillola dovesse essere presa subito” ribadisce la donna. “No. Vada domani mattina e gliela farà sicuramente…” rassicura l’infermiere.
Ospedale San Carlo – 8 luglio, ore 00.24
“Questo è un ospedale religioso, non la fanno la prescrizione…”. È la risposta che riceve la donna che chiede: “Ma io come faccio?”. L’infermiere consiglia di recarsi in un “ospedale grosso come al San Filippo Neri. Tra parentesi ci vuole un ginecologo e noi non ce l’abbiamo”.
Ospedale Policlinico Tor Vergata – 9 luglio, ore 24
“Ok, mi dà un documento. Noi glielo dico prima non abbiamo il pronto soccorso di ginecologia. Bisogna cercare un medico generico poi decide se prescrivere o meno. Non so in base a cosa decide, non sono un medico”. La donna chiede se ci sono obiettori per evitare un’attesa inutile. “Ci sono parecchi obiettori. Ma le ripeto deve parlare con il medico”. Poi l’infermiere cerca di sapere se c’è un medico disponibile e spiega: “Il medico c’è però l’attesa è lunga. Cioè tu sei un codice bianco e aspetti un bel po’. Te lo dico perché può essere che al Casilino se c’è il ginecologo fai un iter diverso”.
Ospedale Sant’Eugenio – 9 luglio, ore 1.05
“La dottoressa purtroppo non c’è: la prescrive però è in sala parto e sta facendo un parto cesareo. Tra una mezz’ora avrà finito” spiega una infermiera. La coppia chiede se possano rivolgersi a un altro ospedale e l’infermiera spiega che è difficile “dipende da ospedale a ospedale e si sono uno o due medici che la prescrivono. Qui da noi sono tre che la prescrivono”.
Ospedale San Filippo Neri – 9 luglio, ore 2.18
“Ci servirebbe urgentemente la prescrizione per la pillola del giorno dopo” spiega la donna con il suo compagno. “Aspetti non so se gliela fa” risponde una infermiera che poco dopo ritorna e informa la coppia che il medico è disponibile: “Ha detto va bene, che ve la fa…”.
Ospedale San Pietro Fatebenefratelli – 10 luglio, ore 16.41
“Sono già venuta stamattina per la prescrizione della pillola del giorno dopo e mi hanno detto che qui non la fate però il ragazzo era molto gentile e ci ha indicato altri ospedali e siamo andati ma ci hanno detto di no. Volevo sapere se qui proprio non la fate”. Anche in questo caso la risposta che la donna riceve al pronto socoroso è categorica: “No. Provate al Gemelli. Mi dispiace”.
Ospedale San Giacomo – 11 luglio, ore 10.34
“Ho un grave problema mi servirebbe proprio urgentemente la prescrizione della pillola del giorno dopo” spiega la donna in accettazione. “Non so se oggi abbiamo i medici che la fanno. Alcuni sono contrari per l’obiezione di coscienza. Lei non può andare contro a quella che ha il medico” risponde una infermiera. La donna fa presente che non si tratta di un aborto. “Ma c’è anche il medico di base che la prescrive – ribatte il sanitario – Qui dentro non tutti la fanno è una scelta insindacabile. Negli ospedali vaticani è inutile andarci”. Solo successivamente dopo che la donna insiste nel richiedere il farmaco, l’infermiera contatta il medico che risponde di essere disponibile a prescrivere la pillola.
Aurelia Hospital – 11 luglio, ore 18
“Qui il medico è obiettore di coscienza. Andate in un altro ospedale purché non sia religioso” fanno subito presente al pronto soccorso. “Ma questo è un ospedale religioso?” chiede la coppia. “No ma il medico essendo obiettore non prescrive. Mi spiace andate al San Camillo ed escluda i religiosi: il San Filippo Neri, il Gemelli, il Cristo Re. Escluda tutto quello dove ci sono preti,monache…” conclude il sanitario.
Ospedale Santo Spirito – 11 luglio, ore 17.30
“Ho chiamato il medico di base mi ha detto di rivolgermi alla guardia medica e mi hanno detto di andare al pronto soccorso per farmi prescrivere la pillola del giorno dopo” spiega la donna in accettazione. Ma la risposta è negativa: “Non la prescriviamo! Non tutti i pronti soccorso le prescrivono in base all’obiezione di coscienza”.
Ospedale Umberto I – 12 luglio, ore 19
Al pronto soccorso spiegano che la prescrizione è possibile averla. “È un prestazione a pagamento. Costa 25 euro e dopo dieci giorni riceverà a casa il bollettino per il pagamento” si limitano a spiegare.
Il cimitero dei feti visto da una bimba mai nata, e dalla sua mamma
Un cimitero per feti ed embrioni.
Ho rabbrividito, piccola mia quando ho letto di questa cosa, inaugurata a pochi km da casa,
a pochi km dal luogo dove ho scelto di salutarti, perchè la tua vita sarebbe stata un’assurdità genetica,
un patchwork di cromosomi un po’ brilli, 
troppo per questo mondo di sobri bacchettoni.
Ora si sono inventati il cimitero con gli angioletti, il cimitero per i bimbi mai nati, un cimitero che si chiama “inno alla vita”…
se lo sono inventato loro, quelli che in ospedale non ti tolgono nemmeno i tamponi pieni di sangue, quelli che ti negano l’ossitocina per far in modo che lo strazio invece di durare un giorno (e una vita intera) ne duri tre (e la stessa intera vita).
Non è che l’hanno voluto delle mamme, delle mamme che come me hanno scelto, scelto, dolorosamente scelto, di non conoscere il propri figlio.
No, piccola minuscola dolcezza, non siamo mica state noi: quelle sventrate in tutto da un aborto terapeutico,
quelle che dilaniandosi hanno scelto di NON mettere al mondo qualcuno che come te, non avrebbe avuto modo di starci.
L’hanno fatto loro … te li ricordi quelli che ci guardavano male?
Quelli che ci hanno insultato, malgrado il dolore e le lacrime: quelli che ci son montati sopra proprio nel momento in cui per la prima volta chiedevamo aiuto senza la forza di far uscire la voce e sapendo di non poterla trovare?
Ma loro ce l’avevano eccome la voce in quei momenti:
ce l’hanno per dirti che sei un’assassina malgrado non c’è cosa al mondo che vorresti più di tenere la tua pancia e continuarla a far crescere, nella pienezza e nella gioia più totale,
ce l’hanno per negarti l’assistenza medica, sperando magari che il tempo passi per poi lasciarti senza scampo…
Non si viene trattati da persone quando si è costretti a percorrere le strade maledette di un aborto terapeutico:
vien trattato da persona il tuo feto però…
e sei hai la sfortuna (dipende da chi c’è in turno) di entrare nella procedura del parto indotto e non dell’aborto terapeutico, la richiesta di seppellirlo e dargli un nome ti vien fatta, obbligatoria.
Quindi secondo loro tu un nome lo dovevi avere, io potevo anche non averlo, visto il trattamento…visto che i tamponi me li son dovuta togliere sola, per non aspettare il miracolo di un turno privo di obiettori.
questo è il meccanismo che ha creato quel cimitero, con gli angeli alla porta…
quello che ci rende tutte assassine.
La cosa che mi consola è che li starai maledicendo anche tu che, senza nome nè giaciglio, hai avuto tutto l’amore possibile,
e sempre lo avrai.
E che oltre a te ci staranno le maledizioni di tutti quei bimbi nati, che un nome l’avevano e che magari son morti in un lungo viaggio in mare per raggiungere le nostre coste…o quelli mai nati, morti nelle pance delle loro mamme affogate:
per chi ha costruito il cimitero dei feti quelli son morti senza importanza.
Egitto: dichiarato illegale il test della verginità!
«La corte ordina che la pratica dei test di verginità sulle ragazze all’interno delle carceri militari sia fermata»: raramente riporto parole di un giudice, ma questa volta quelle di Ali Fekry hanno lasciato un segno importantissimo, grazie a Samira Ibrahim.
Non sarà più possibile per i militari egiziani, eseguire il test di verginità a chi viene fermato, quindi alle attiviste o alle lavoratrici fermate durante manifestazioni e scioperi: questo schifoso abuso, normalmente perpetrato sui corpi delle egiziane è ora dichiarato ufficialmente ILLEGALE.
Fuori legge.
Nessuno più potrà chiedere ad una donna se è vergine o no, nessuno più potrà eseguire test per accertare o no la veridicità di quanto dichiarato: Samira è una donna di 25 anni, di cui vedete il volto in questa foto, che si sta battendo contro la tortura in Egitto, cercando di inserire la pratica del “virginity test” tra quelle da combattere e debellare: lei è stata arrestata il 9 marzo insieme ad altre 16 donne, ed è rimasta in stato di fermo per quattro giorni durante i quali è stata ripetutamente picchiata per poi esser sottoposta al test, davanti a diversi soldati.
Un abuso sessuale che l’ha cambiata irrimediabilmente: a giugno ha infatti poi sporto denuncia contro l’esercito, ed è riuscita a far aprire il processo, conclusosi oggi. L’ha fatto quasi completamente sola, o almeno senza l’aiuto di alcun esponente islamico, malgrado la sua condizione di donna non sposata e di musulmana osservante.
E’ andata!
Una vittoria incredibile per tutte le donne d’Egitto: una percorso coraggioso portato avanti da una piccola donna, fino alla vittoria.
Il verdetto si è trasformato in un grande boato festoso delle centinaia di donne ed attivisti che attendevano fuori.
E il pensiero non può che andare a Maikel Nabil, che è in condizioni sempre peggiori, detenuto in un carcere militare, condannato a 3 anni di prigionia per aver scritto contro l’esercito e per essersi soprattutto mobilitato a fianco delle donne di Tahrir, contro il test della verginità.
FREE MAIKEL, FREE ALL PRISONERS
FREE EGYPT
Alle mamme, tutte. E ad Alda Merini, inevitabilmente
Oggi un’altra giornata da buttare: di quelle in cui il posto di lavoro, quello che dovrebbe permetterti un po’ di serenità, ha trasmesso solo abusi, prepotenze, umiliazioni…giornate in cui t’è quasi più simpatico il padrone dei sindacati, giornate di trattenute impazzite e aliquote alle stelle, senza ragione. Ma tanto, che je frega a loro!
E allora un attimo di stacco,
e allora l’inchiostro usiamolo per altro oggi: nè informazione, nè controinformazione.
Ma un po’ di calore, uno scambio tra donne, tra madri…
Righe che dedico non a mio figlio ma a me…righe che dedico non ai figli di Palestina, Siria e quant’altro, ma alle loro mamme.
Alle mamme di Bosra, che ora invece di insegnare come si essicca il grano sul basalto, devono insegnare ai propri figli a strisciare sotto le finestre, per evitare cecchini…alle mamme d’Egitto, che pensavano di avercela fatta, di aver contribuito spalla a spalla ai loro figli, a liberare il loro futuro almeno dalla tirannia..
A me, che l’anno scorso proprio oggi venivo dilaniata, disgregata, uccisa dall’incontro improvviso con un cariotipo impazzito.
Ai nostri figli quindi,
quelli belli come il sole, quelli che ci insegnano sempre a sorridere,
ma anche quelli su cui non smetteremo mai di piangere, quelli volati via nello strazio, o quelli mai conosciuti
E allora, donne, sorelle, mamme…facciamoci forza tra noi, stringiamo questi pugni: insegnamo ai nostri figli a non esser schiavi, almeno quello dobbiamo riuscire a farlo.
Insegnamogli il sorriso, impariamolo da loro, “riempiamo di frutti maturi l’aria dei tempi nuovi”.
Vi lascio con Alda Merini, la sua madonna e il suo cristo bello…che m’han lasciato un solco profondissimo…
ma pieno di voglia di riso e di pianto.
EPPURE DORMIVA, TUTTA LA SUA VITA, TUTTA LA SUA ADOLESCENZA FU UN’ATTESA SPASMODICA
PRIMA CHE VENISSE AD ABITARLA IL FIGLIO UNIGENITO.
E QUAND’EBBE GENERATO IL FIGLIO IMPARO’ GRADATAMENTE A MORIRE,
COME IL SEME CHE SI SECCA.
E ASPETTAVA COME TUTTE LE MADRI DI NON PIANGERE E DI NON SORRIDERE PIU’,
SAPENDO CHE QUEL PIANTO E QUEL RISO SPETTAVANO SOLTANTO
ALL’INFANZIA E ALLA GIOVINEZZA DI CRISTO.
L’esercito egiziano e le donne e le violenze a sfondo sessuale
Una piccola serie di scatti e poi il video raccapricciante, che non hanno bisogno di parola alcuna.
Un articolo di Al-Arabiya che parla di queste foto: LEGGI
Il massacro è stato di una violenza inaudita…i corpi a terra sono troppi e come si vede chiaramente dal video e da molti altri, i colpi di pistola volavano come i sassi e le molotov.
QUI qualche riga sui fatti delle ultime due giornate al Cairo.

Moriremo democristiani, massoni e difensori di boia: una dedica alla Guardasigilli
Eccolo!
Rompete l’anima da una vita che nemmeno ricordo più quanto, ora siete contenti?
Da oggi c’è un nuovo governo, un governo che sembra più un golpe della massoneria, di quella democrazia cristiana stretta a braccetto col vaticano che quasi c’eravamo dimenticati: insomma non c’è nessuna aria di nuovo in questo governo.

Gilberto Caldarozzi, "illustre" assistito del neo ministro della giustizia, noto torturatore (ah NO! scusate: non è un torturatore eh! Solamente uno che ha assistito a tutto il pestaggio della Diaz, ai denti saltati, alle ossa spaccate a bastonate e calci e poi ha pensato bene di far tutto quel che era in suo potere per occultare i fatti. Non un torturatore quindi, fate voi)
Avevo 12 anni quando Berlusconi è salito al potere, pensare che ci son voluti 17 anni per finire peggio di prima è quasi divertente, se non fosse realmente una tragedia.
Oggi c’era un orgasmo multiplo nella rete, soprattutto femminile.
Tutte felici ed eccitate, soddisfatte ed appagate da 3, TRE, tre donne ministro: fino a poche settimane fa erano addirittura 5, ma se glielo dici ti rispondono che noooooo, quelle son puttane (proprio così, che solo la parola vomito), queste invece sono donne che stanno lì per meritocrazia, per la strada che hanno percorso, per i titoli, per la bravura, per non so che altro.
Bhè, quelle facce vorrei tanto fossero di perfetti e magari illustri sconosciuti, ed invece non è così.
Perché alcuni di questi personaggi si conoscono eccome, soprattutto una donna, una che per il fatto di esser donna trasmette fiducia e speranza nel gentil sesso italiota di cui farei parte anche io.
Parlo del neo ministro della giustizia.
Parlo di lei perché non mi interessa ora mettermi a fare l’elenco dei “titoli” degli altri ministri, mi basta notare che nessuno s’è laureato ad un’università statale, ma vengono tutti da Cattolica, Bocconi, Luiss e così via.
Ma lei, parliamo di lei. Del primo ministro della giustizia donna, nella storia di questo paese.
La donna che ha difeso l’indifendibile nell’arco di TUTTA la sua carriera, una donna che dovrebbe farci vergognare di esser donne come lei, visto che boia è e quanti ne ha protetti, tutelati, difesi.
Paola Severino, è il vicedirettore dell’Università Luiss “Guido Carli”, ha difeso Cesare Geronzi, quel buon uomo di Caltagirone ma anche quell’altro brav’uomo di Salvatore Buscemi, capofamiglia mafioso di Passo di Rignano,condannato all’ergastolo nel processo per la strage di Capaci, e poi ancora nel processo sui fondi per la gestione della tenuta di Castel Poziano, in quello Cirio, in quello Imi-Sir.

Le pareti della scuola Diaz, dopo l'arrivo di quelli che il nostro ministro della Giustizia ha difeso strenuamente in aula
Non c’è processo italiano dell’ultimo ventennio dove la nostra nuova guardasigilli non ha difeso i peggiori elementi.
Però non abbiamo finito: titolare di cattedra di diritto penale nella scuola ufficiali Carabinieri e per 4 anni vicepresidente del Consiglio Superiore della magistratura militare ( è durante quest’incarico che “vince” la classifica dei menager pubblici più ricchi: nel ’98, poverina, ha dichiarato un reddito di 3 miliardi e passa delle vecchie lire, briciole probabilmente rispetto al suo attuale reddito).
Ma siamo tutti felici, è donna.
Era donna anche quando ha difeso Gilberto Caldarozzi, ex vice capo dello SCO (Servizio Centrale Operativo) che nella notte del 21 luglio era all’interno della scuola Diaz, quella passata alle cronache come la macelleria messicana di Genova, nell’ultima giornata delle mobilitazioni contro il vertice del G8, nel capoluogo ligure.
Lei lo ha difeso, ha difeso uno degli uomini che hanno massacrato, o dato l’ordine di massacrare, decine di ragazzi che dormivano all’interno della scuola: spesso i denti, le mandibole, le parti di ossa craniche, son saltate proprio senza che riuscissero nemmeno ad uscire dai sacchi a pelo in cui l’hanno trovati.
Gilberto Caldarozzi, per quel massacro schifoso è stato condannato a 3 anni ed 8 mesi: lei, il nostro nuovo ministro della giustizia, lo difendeva.
Ma e’ donna, è preparata, quindi starete gioendo un po’ tutti no?
Che paese a rotoli, non c’è neanche più la capacità di capire che questo governo ci farà piangere lacrime e sangue, che sarà dura, sarà lunga, sarà senza pietà…anche grazie a queste tre donne, scelte con il lanternino, per il loro esser parte di un sistema infame composto da banchieri, massoni, ciellini, democristiani e anche difensori di torturatori e quant’altro.
Sono tanti quelli che si sentono tranquillizzati dalla presenza femminile così dotta e preparata: io vi auguro mille signore Tatcher, mille Golda Meir…perché ve le meritate.
Auguri Italia, stiamo nella merda!
“Non possiamo che esprimere apprezzamento per il livello professionale e intellettuale
dei ministri che entreranno a far parte del governo Monti” (Oliviero Diliberto)
Arabia Saudita: le donne al voto
Si vede che ospitare Saleh, al potere in Yemen da qualche decade deve aver fatto impaurire re Abdullah bin Abdul Aziz in Arabia Saudita. Nell’ospitare il convalescente collega yemenita, alle prese da gennaio con una rivolta popolare che tenta di abbattere il suo regime, deve aver capito che rischia grosso,
anche alla luce di quel che da mesi si muove in Bahrain, malgrado la repressione del regime sunnita, che ha chiesto ai sauditi sostegno militare appena una manciata di mesi fa.
Insomma, la primavera araba spaventa tutti questi papponi in turbante e provano a parare i colpi in anticipo, tentando di scongiurare lo spettro ribelle che muove le piazze arabe e islamiche.
E così oggi è stato spezzato, o almeno è stato annunciato che si farà, un tabù non da poco per quel paese dalle donne nere, costrette in un velo integrale e a moto altro. Ottantuno voti a favore e trentasette contrari: le donne potranno partecipare alle elezioni come votanti e addirittura “potranno presentarsi candidate ai consigli municipali, nel rispetto dei principi dell’Islam”.
Ovviamente non si riferisce alle municipali che si terranno la prossima settimana, ma alle successive, previste per il 2015.
Un primo passo? Bho, fa un po’ ridere, visto che in Arabia Saudita le donne non possono nemmeno togliersi un pelo incarnito senza il permesso del maschio, non possono lavorare, uscire di casa, farsi curare, sospirare senza il lascia passare del loro padre prima e marito poi.
Pochi mesi fa una grande mobilitazione, almeno mediatica, aveva spinto alcune donne saudite a sfidare le autorità guidando la macchina, rischiando ed affrontando l’arresto immediato. La solidarietà è stata immediata, in tutto il mondo.
Qui la pagina Fb nata in Italia in quelle giornate
IO GUIDO CON MANAL
La lingua del sesso… che non è il bunga bunga
Riappropriamoci del piacere, del sesso, dell’esplosione orgasmica della passione in questi tempi osceni di bunga bunga e volgarità.
Riappropriamoci del linguaggio del sesso, delle sue regole prive di gerarchia, della sua prostrazione, del suo donarsi, del suo pretendere tutto.
Scelgo una donna, come spesso accade, per permettere di ritornare sulla retta via.
Una donna e la sua consapevolezza di esser donna, corpo, sesso, piacere.
Una donna araba, musulmana, estremamente vogliosa e DONNA!
Grazie Salwa, il tuo libro è sempre un piacere! QUI un altro piccolo frammento che copiai tempo fa.
Al mio “Pensatore”…
La libertà d’espressione degli autori antichi mi sfidava con parole che non avevo il coraggio di usare, né parlando né scrivendo. Una lingua eccitante. Non potevo leggerne una riga senza bagnarmi. Nessuna lingua straniera riesce ad eccitarmi in questo modo.
Per me, l’arabo è la lingua del sesso. Quando il mio desiderio aumenta, non c’è lingua che possa prenderne il posto, nemmeno con uomini che non la parlano. E, ovviamente, non c’è alcun bisogno di tradurre. Quelle parole proibite riportavano in vita un passato di repressione sessuale, e insieme di resistenza alla repressione.
[...]
Un giorno, in metropolitana, stavo riassaporando il ricordo del nostro appuntamento, quando mi sono accorta che un uomo seduto di fronte a me mi stava osservando. La sua espressione mi diceva che riusciva a leggermi nel pensiero, ed era come se stesse guardando un film pornografico.
Mi è tornata in mente una volta che ero in un caffè insieme al Pensatore: eravamo in un luogo pubblico e io tentavo di contenere il mio desiderio, ma lui mi ha detto: “Prima di te non ho mai incontrato una donna cui si potesse leggere in viso che è in erezione”.
Arrivavo da lui completamente bagnata. Prima di ogni altra cosa faceva scivolare il dito tra le mie cosce per controllare il “miele”, così lo chiamava. Lo assaggiava e poi mi baciava spingendomi la lingua fino in fondo. Io gli dicevo: “E’ evidente che stai obbedendo alla lettera alle disposizioni del Profeta e metti in pratica il suo insegnamento: Che nessuno di voi prenda la sua donna come fanno gli animali. Che tra voi ci siano dei messaggeri: il bacio e la parola. Cosa peraltro confermata da ‘Aishà, la sua sposa preferita: Il Profeta di Dio,quando baciava una di noi, le succhiava la lingua.
Come potevo ignorare questa eredità? Come potevo non ricordarla al Pensatore?
Ma non c’era bisogno di ricordargliela: in queste cose è un musulmano d’eccellenza. Come me.
Andavo da lui al mattino, prima del lavoro. Facevo le scale di corsa. Avevo appena suonato che lui apriva veloce la porta, come se stesse aspettando, ancora mezzo addormentato. Mi spogliavo e scivolavo nel letto, eccitata. Lo abbracciavo e mi mettevo ad annusarlo. Lui scostava le coperte e, lentamente, mi passava la mano sul corpo, dappertutto. Serio e felice si godeva il mio miele.
Io lo percorrevo tutto con le labbra, i miei occhi si aprivano, mi si apriva il corpo.
Trovammo il nostro ritmo, l’equilibrio tra la mia impazienza e il suo gustare lentamente il piacere. Il tempo passava senza che ci staccassimo. Senza che ci fermassimo.
Sotto di lui, sopra di lui, al suo fianco, di pancia, in ginocchio. Tra una posizione e l’altra mi ripeteva la sua solita frase:” Mi è venuto un pensiero”.
Non era mai a corto di idee, lui, e io amo la filosofia, il mondo delle idee e dei pensieri. E così l’ho chiamato il Pensatore.
Il Pensatore è una storia a sé.
Divido la mia vita in due epoche: a.P. e d.P., prima del Pensatore e dopo il Pensatore.
Prima di lui, era la Jahiliya, i secoli bui dell’ignoranza. [...]
d.P., dopo il Pensatore, è stata l’era della Nahda, il Rinascimento. La mia Nahda sessuale. [...]
Abbiamo trovato il nostro ritmo fin dalla prima volta, non c’è stato bisogno di fare esercizi o prove di accordatura. Ne è rimasto sorpreso, e un giorno me lo dice. Io non ho tempo di condividere il suo stupore, quello che sto vivendo assieme a lui mi colma totalmente. Sto zitta, mi aggrappo a lui, affondo il viso nella sua ascella per riempirmi del suo odore.
Dietro la porta ancora chiusa, mi tratteneva in un abbraccio di congedo, non riuscivamo a separarci.
Mi bacia ancora e ancora. Non riesco a staccarmi. Mi inginocchio davanti a lui, mi piego, gli strofino il viso tra le gambe.
Voglio che mi riempia la bocca. La mia dedizione quasi mi soffoca. [...]
Tratto da “La prova del miele” di Salwa Al-Neimi
IO VIAGGIO DA SOLA!
Le Ferrovie dello Stato hanno lanciato una campagna promozionale per tutto il mese di ottobre: la definiscono “Offerta shocking”.
In effetti siamo rimaste davvero shockate quando abbiamo letto che le donne potranno viaggiare gratis solo se accompagnate e con famiglia al seguito!
Adesso Basta, IO VIAGGIO DA SOLA!
Non abbiamo bisogno di essere accompagnate, siamo libere di muoverci e vogliamo welfare per poterlo fare!
ATTENZIONE DONNA IN TRANSITO!
GIOVEDì 28 OTTOBRE STAZIONE TERMINI, BINARIO 6-8
SENTIRETE UN FISCHIO E UNA COMUNICAZIONE
I CONSULTORI NON SI TOCCANO!
I consultori sono uno degli ultimi servizi sanitari rimasti gratuiti (senza ticket) e aperti a tutte e a tutti.
Che cosa fanno concretamente? Visite ginecologiche e pediatriche, corsi pre-parto per mamme e papà, consulenza e prescrizioni mediche sui metodi anticoncezionali e sull’aborto, gratis, e senza pregiudizi religiosi.Tutto questo allo scopo di incentivare una paternità e maternità responsabile, e di proteggere la salute delle donne
Il consultorio di Magliana, per chi non lo conosce, è un posto frequentatissimo da ragazze, donne, mamme, papà e bambini del quartiere, di tutte le nazionalità.Tutto questo rischia di sparire!
La Regione Lazio sta per approvare la cosiddetta “Legge Tarzia”, che prende nome dalla consigliera Olimpia Tarzia, integralista cattolica eletta nella lista Polverini.
Questa legge, di ispirazione medioevale, si propone di privatizzare i consultori e darli in gestione ad associazioni religiose.In questo modo mette d’accordo sia i finanzieri che vogliono una sanità a pagamento, sia la Chiesa Cattolica che vuole (oltre ad un po’ di soldi che non guastano mai) sacrificare la salute delle donne in nome di improbabili “diritti dell’embrione”.
Se non vuoi che siano i preti a dirti quando e come crescere i tuoi figli o figlie
Se pensi che la sanità debba essere pubblica e gratuita.
Se pensi che le donne non siano incubatrici che camminano.
Se vuoi difendere ciò che è stato conquistato con le lotte.
Partecipa alla raccolta di firme contro la proposta di Legge Regionale Tarzia contro i consultori.
Puoi firmare al consultorio, oppure al CSOA Macchia Rossa, oppure ai banchetti per le strade del nostro quartiere.
CSOA Macchia Rossa – Via Pieve Fosciana 56 – 82
http://www.inventati.org/macchiaross
Il “padiglione delle madri”: prigioniere politiche in Argentina
Era molto tempo che volevo mettere queste righe.
Ma per mettermi qui a riscrivere queste due paginette ho dovuto trovare un po’ di coraggio.
Da quando sono diventata mamma non sopporto, ancor meno di prima, certi soprusi, certi abusi su donne, mamme e bambini.
Si diventa più sensibili, forse è vero. O è solo un fatto di “appartenenza”… dopo che hai sentito dentro di te tutto ciò niente è più come prima.
Quando diventi mamma il modo di amare cambia profondamente: e con quello, parallelamente, anche gli altri sentimenti prendono forma in altro modo, esplodono in altro modo. La rabbia che m’ha fatto provare questa testimomianza è rara.
QUESTE RIGHE agghiaccianti sono tratte da un libro MEMORIA DEL BUIO estremamente interessante, di cui ho già pubblicato un piccolo brano . E’ un libro documento, un racconto corale di 112 donne argentine che hanno vissuto insieme l’esperienza della prigionia nelle carceri argentine durante la dittatura, fra il 1974 e il 1983.
Non mi è facile scrivere del “Padiglione delle madri”, dove entrai nel febbraio 1974. La memoria mi tradisce e, per quanto mi sforzi, molti frammenti restano sfocati.
Tentare di ricordare sarà allora una prova, una sfida con me stessa.
Mi colpì la sporcizia, lo squallore del luogo. Si chiusero le sbarre. Sarei rimasta lì dentro per anni. A poco a poco, la gabbia si animò delle nostre voci di ragazze, dei nostri ricordi, e più tradi dei nostri FIGLI. Per l’esattezza, mio figlio, Eduardo Adolfo, nacque il 14 luglio.
Quando mi arrestarono ero incinta di tre mesi. Sembravo un’ “oliva”, secondo mio fratello. Non c’erano specchi in carcere, perciò non sono in grado di smentirlo. Quando venne l’ora di partorire, mi ricoverarono nel reparto maternità del Sardà. Ero sotto la custodia di agenti del Servizio penitenziario federale che, oltre alla porta della mia stanza, sorvegliavano i corridoi e le scale dell’ospedale. Una pattuglia di pliziotti piantonava la strada sotto le mie finestre.
Quando iniziò il travaglio, i medici decisero di farmi il cesareo. Mi portarono in sala operatoria incatenata alla barella. Il dottore cercò di convincere gli agenti di custodia ad aspettare fuori. Per tutta risposta, uno di loro indossò camice e mascherina chirurgica e non si mosse più. Appena mi sfilarono le manette, sibilai: “Lavatemi di torno il piedipiati”. Ma capii che era inutile, e allora dissi a me stessa: Concentrati sulla cosa più importante, la nascita del tuo primogenito. In quella gelida sala operatoria, l’umanità del personale medico mi dette coraggio. Tutti i mieri pensieri si rivolsero alla mia PICCOLA GRANDE VITTORIA: STAVA PER
NASCERE MIO FIGLIO.
E venner al mondo, bello come il sole. Niente e nessuno poterono più cenusare i miei sentimenti, le mie emozioni, la mia tremenda allegria che provai nel sentirlo piangere.
Passavano i mesi, Guarito cresceva. Nel gennaio 1975 il padiglione si era andato ormai affollando di prigioniere politiche. La maggior parte erano state picchiate e torturate. Non avevano risparmiato nemmeno quelle incinte.
A fine anno la repressione si acuì, e le carceri, di conseguenza, si affollarono. Fu in quel periodo che il grosso delle compagne venne smistato nei padiglioni della Sezione 6. Nel 49 restarono solo madri e puerpere, e da allora fu chiamato “Padiglione delle madri”. Durante quel periodo nacquero almeno 17 bambini. Ci organizzammo in modo da seguire i piccoli, mandare avanti le faccende quotidiane e contemporaneamente dedicarci all’attività politica. Mentre un gruppo cucinava, un altro faceva le pulizie, e un terzo studiava e discuteva la situazione argentina e mondiale, nonostante le scarse informazioni che ci arrivavano dai parenti.
Dopo il golpe, il Potere Esecutivo Nazionale promulgò un decreto di base al quale i figli potevano restare con le madri solo fino al compimento del sesto mese d’età. Così la maggior parte dei bambini che viveva con noi fu consegnato ai parenti. Per molti anni non ebbi più nessun contatto fisico con mio figlio. Ecco come è andata col mio Guarito.
Quando venne il momento di separarmi da lui, avrei voluto gridare: “lasciatemi andare con mio figlio, il mio Guarito”, ma soffocai la disperazione. Per dignità, o forse per “intellettualizzazione”. Dentro però, ero a pezzi. Guardai una compagna che stava consegnando suo figlio ai nonni. Soffriva anche lei come me. Ci abbracciammo, piangemmo, li maledicemmo insieme. Ci avevano costrette a dare via i nostri figli. Ci avevano tolto il sacro diritto alla maternità.
I nostri due piccoli se ne andarono insieme, e il cancello del Padiglione delle madri si chiuse alle loro spalle. Non sapevano che non ci avrebbero più rivisto per anni. Quel pomeriggio, nell’ameno cortile del carcere, circondato da alti muri coronati da una triplice barriera di filo spinato, nacquero quei versi:
“Che ti succede figlio mio lontano
che ti succede figlio mio strappato
via da queste braccia che ti hanno cullato.
E’ una rabbia infondo al petto
che si gonfia nel silenzio…”
La memoria non mi assiste, non riesco a ricordare quei versi carichi d’amore e di dolore. Per questo ho provato a scrivere i frammenti della mia storia, perchè non voglio che “memoria” resti solo una bella parola.
Padiglione delle Madri
“LA PETY” GRISELDA VARELA VEIGA
“Stupratele! Tanto poi abortiscono”
L’agenzia stampa che ho appena letto mi ha lasciato di stucco.
Perchè poi quando si parla di aborto o di Ru486 mi sale in pochi secondi il sangue al cervello: fondamentalmente mi succede ogni volta che le mie orecchie, i miei occhi, il mio corpo in ogni sua parte, avvertono il manifestarsi di qualunque forma di sessismo, di qualunque prevaricazione maschile sul corpo e le libertà di qualunque donna al mondo.
Mi parte la brocca, come si dice a Roma, divento poco lucida.
E allora è difficile mantenere la calma o tanto meno “argomentare” quando il livello della notizia è così avvilente, così lurido e merdoso.
Ieri a Massa c’è stato un convegno sulla RU486 (convegno????) al quale partecipava anche il segretario nazionale di Forza Nuova, Roberto Fiore (e un’altra sequela di nazisti).
Fuori dal teatro sede dell’evento c’era un indignato presidio di donne che manifestava contro questo convegno di questi fantomatici difensori della vita: quando Fiore ha lasciato il teatro e le donne hanno iniziato a fischiargli contro e urlargli qualcosa, i suoi scagnozzi e qualche altra merda secca presente all’iniziativa ha gridato “STUPRATELE CHE TANTO POI ABORTISCONO”.
Questo è il livello che viviamo.
Poi abbiamo la redazione de “Gli Altri” che scrive appelli per permettere a Casa Pound e Blocco Studentesco di sfilare, perchè sarebbe antidemocratico il contrario.
Mo che mi venite a dire che Casa Pound so’ bravi e democratici mentre Forza Nuova invece so’ fascisti?
Sicuramente parliamo di due diversi fascismi; forse quelli di Casa Pound non avrebbero mai urlato una cosa simile perchè sono un po’ più intelligenti e un po’ meno medievali integralisti cattolici di Forza Nuova ma……
VOGLIO ESPATRIARE.
VORREI INCONTRARE QUELLE QUATTRO MERDINE NERE CHE IERI INVOCAVANO ALLO STUPRO PER FARGLI VEDERE QUANTO SONO SEMPRE STATA ANTIDEMOCRATICA!








In quanto sopravvissuta allo stupro, mi sto riprendendo dalla sua recente affermazione di essersi espresso male quando ha detto che le donne non restano incinte dopo uno stupro legittimo e che stava parlando “a braccio”. Intendiamoci. Lei non ha fatto una semplice osservazione superficiale buttata lì. Lei ha fatto una dichiarazione molto specifica dettata da ignoranza che indica chiaramente che non ha alcuna consapevolezza di che cosa significa essere stuprati. E non una dichiarazione casuale, ma una fatta con l’intenzione di regolamentare per legge l’esperienza di donne che sono state stuprate. Forse ancora più terribile: era una finestra nella psiche del Gop (Grand Old Party, ovvero il Partito Repubblicano, n.d.t.).


















































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