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Siria: la guerra civile regna sovrana. Una storia da Bosra ash-Sham

20 maggio 2013 Lascia un commento

Eravate dei cuccioli,
venivate ad aprire la porta, che mai riuscivo a riconoscervi tra voi,
sempre di corsa, sempre arrampicati da qualche parte, sempre dispettosi e allegri.
Aprivate la porticina del cortile e il sorriso di vostra madre e vostra nonna poi occupavano tutto,
e voi chissà dove scappavate, in quel villaggio immerso nei secoli lenti, nei giochi dei bambini, nel basalto cotto dal sole e forse anche dall’imbarazzo dell’esser così meraviglioso.

Ahmad, Zakarya e Maher ... tre fratelli, morti uno dopo l'altro.

Ahmad, Zakarya e Maher … tre fratelli, morti uno dopo l’altro.

Ricomparivate quando i vassoi si riempivano di fichi e melanzane ripiene, vi riempivate le mani e via, di nuovo nella polvere a giocare. Ho questo ricordo di voi tre, ricordo che capivo l’amore e l’orgoglio di vostra madre nel parlarmi dei suoi tre bei figli, e la capivo anche quando la lingua non ce lo permetteva, si capiva da quel brillare di occhi di madre.
Occhi che ora non posso nemmeno immaginare, che vorrei asciugare e baciare.
Tre fratelli, cresciuti insieme, corsi insieme alle manifestazioni di Daraa che hanno iniziato la rivolta e poi morti, in un anno, uno dietro l’altro.

Sei sempre tu, Bosra ash-sham.
A venti km dal confine giordanoe a 140 dalla capitale Damasco, è stato importantissimo centro vitale della via della Seta, nella tratta che portava verso Petra.
Diversi sono stati i momenti di prosperità e importanza internazionale di questa città dell’Hauran, che è stata capitale nabatea ed importante metropoli romana sotto Filippo l’arabo.
Anche nel Corano si parla di Bosra, quando il monaco Bahira predisse ad un Maometto ancora bambino il suo destino da profeta.

Ma cosa sta succedendo a Bosra?
Chi uccide questi tre ragazzi non è proprio l’esercito regolare di Bashar al-Assad, ma milizie sciite ormai in pieno possesso della città sostenute oltre che dall’esercito siriano, da Hezbollah ed Iran:
eh sì, la guerra civile attraversa il decumano, si apposta su ogni tetto con cecchini e fucili, lancia colpi di mortaio sulle case, uccide.

Bosra Ash-Sham (foto di Mechal al-Adawi)

Bosra Ash-Sham (foto di Mechal al-Adawi)

Bosra è ricca di popolazioni e religioni: Bosra è sunnita e sciita, drusa e cristiana.
La minoranza sciita ha una lunga storia in quella terra:
è stata accolta nella città a partire dal 1890, dopo la guerra civile in libano senza alcun tipo di frizione fino all’arrivo al potere di Hafez al-Assad, che ha drasticamente incrementato il numero di sciiti marginalizzando costantemente la componente sunnita.
Questo non ha certo limitato la solidarietà offerta durante la guerra del 2006 tra Israele ed Hezbollah, visto che centinaia di famiglie sciite libanesi sono state rifugiate per mesi, ricevendo tutte le possibili forme di assistenza.

Ma eccoci al 2011, alle manifestazioni di Daraa, all’inizio della rivolta nelle scuole e nelle strade che proprio da quella regione è partita prendendo piede nel resto del paese, prima di degenerare in una guerra civile alimentata da molti poteri esterni:
a Bosra (e non solo) la minoranza sciita si schiera immediatamente a fianco del regime, collaborando strettamente con i servizi segreti nel fornire i nomi di tutti i ragazzi che dalla regione si muovevano verso Daraa per partecipare alle manifestazioni.

Il campo profughi di Zaatari, in Giordania, dove quasi 40.000 persone da Bosra sono fuggite

Una guerra civile iniziata così, nome dopo nome, quindi morto dopo morto.
Morto dopo morto, contiamo 200 morti solo cecchinati, è iniziato il grande esodo verso il confine giordano e il campo profughi di Zaatari. Già analizzando il numero si capisce chiaramente la situazione: fuggono 5000 sciiti e più di 30.000 sunniti, lasciando la città quasi svuotata e stracolma di milizie sciite e cecchini.
Così i pochi giovani rimasti si trovano ad imbracciare un fucile anche per provare ad andare il prendere il pane, e spesso a morire, come i tre fratelli che vedete in quella foto.

E allora non so che altro dirvi, perché vorrei stringermi a quella famiglia che a me ha stretto forte forte tante volte,

Il campo profughi di Zaatari, in Giordania

vorrei non essere così lontana, vorrei non immaginare quel campo profughi, le tende che bruciano, il fango che avvolge la quotidianità, il ritorno che è sempre più lontano ed improbabile
Odio, odio le religioni e mai avrei pensato che potessero arrivare ad uccidere proprio là, nello spicchio di mondo che mi ha insegnato una tranquillità mai trovata altrove…ma forse bisogna iniziare a raccontare quel che accade,
malgrado il dolore e questa tuttologia complottarda mi facciano passare la voglia di farlo.
Bisogna iniziare almeno a raccontare.

La Siria di certo non si salverà in nessun caso.Leggi a riguardo:
Al telefono con Anna Frank
Comprendere l’esilio
Bosra , beduini e innamoramenti
Ciliegie e nostalgia
ma buon anno ddddechè
Ode al dolore
Le bombe in casa nostra
Ode a Damasco

Per Giorgiana e per tutte, contro il Medioevo: domenica ORE 9!

10 maggio 2013 1 commento

Fate circolare il più possibile questo comunicato, riempiamo le strade domenica, malgrado l’ora:
daje, sveglia presto tutte e tutti insieme contro chi marcia sui nostri uteri, sulla nostra libertà, sulle nostre vite e anche sui nostri figli.
Guai a chi ci tocca, guai a chi prova a scegliere per noi!

Siete il marcio della vita! Avete sbajato giorno e epoca

Per due anni la marcia per la vita, indetta dall’oltranzismo cattolico, è stata contestata con azioni dimostrative che rivendicavano l’autodeterminazione di donne e soggettività l.g.b.t.q.i.

Questa volta hanno scelto il giorno sbagliato!

Il 12 maggio Roma ricorda Giorgiana Masi, assassinata nel 1977 a 19 anni, dalle squadre speciali dell’allora ministro dell’Interno Francesco Kossiga durante il corteo che, sfidando il divieto a manifestare, celebrava il terzo anno dalla vittoria referendaria sul divorzio .

Non accettiamo la provocazione di chi usa i bambini e la retorica della famiglia per legittimare politiche, azioni e discorsi che attaccano le nostre libertà e le nostre vite.

Si tratta di bigotti che, nascondendosi dietro i “sani” valori della famiglia appoggiano di fatto la violenza contro chi differisce dal loro modello.

E’ ora che il familismo smetta di essere un modello per le politiche sociali. E’ ora di riconoscere e rivendicare il diritto ad essere persone libere, persone che scelgono con chi avere relazioni, se e quando avere figli/e.

Lo scopo delle nostre vite non è formare l’ipocrita famiglia cattolica: una struttura utile solo a costruire ruoli, egemonie e a far sentire in colpa le donne che vogliono sottrarsi a situazioni di violenza, fino alle estreme conseguenze.

Non autorizzeremo a parlare di vita chi marcia scortato da fascisti, portatori della cultura mortifera della sopraffazione ed esecutori materiali di aggressioni e violente campagne discriminatorie. Rifiutiamo l’iconografia antiabortista imposta del fanatismo cattolico come rifiutiamo i dogmi di qualsiasi fondamentalismo religioso, non siamo asservit* alla loro guerra santa.

La Roma antifascista e antisessista il 12 maggio non permetterà che la memoria di Giorgiana Masi venga calpestata.

La storia non si riscrive. Non torniamo indietro sui diritti conquistati, anzi incalziamo!

Giorgiana è viva, un’idea non muore mai.
Domenica, ore 9, Corteo da Piazza Campo de’ Fiori

LEGGI ANCHE:
- La questura vieta il ricordo a Giorgiana e autorizza il Medioevo
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- “Stupratele! Tanto poi abortiscono”
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- Sul cimitero dei feti

Su Giorgiana Masi:
- Giorgiana Masi, testimonianze di quel 12 maggio

La Questura vieta il ricordo a Giorgiana Masi per proteggere la “marcia per la vita”

8 maggio 2013 2 commenti

Proprio il 12 maggio vengono a provocare nelle nostre strade.
I peggiori, la peggior feccia che la nostra società è stata in grado di mettere al mondo, già “mettere al mondo”:
gli antiabortisti, i marciatori per la vita, quell’esercito di becchini che ama marciare sul corpo delle donne e sulle loro scelte,
in nome degli embrioni, del sange di cui son sporche le mani degli obiettori di coscienza.showimg2-1
Io non ho pietà per questa gente, non ce l’ho come donna, non ce l’ho come donna che ha abortito sia per scelta che per obbligo (come donna che ha conosciuto entrambi quei dolori e sa conviverci ogni suo istante) e come – soprattutto- madre.
Nessuna pietà come loro non l’hanno avuta per me.
Per me e per le mie sorelle, madri e figlie.
Proprio il 12 maggio poi, una data simbolica, dolorosa ed importante per questa città e soprattutto per le donne di questa città:
l’anniversario di un’enorme manifestazione per il divorzio, finita con il corpo di una ragazza a terra,
ammazzata dal piombo di una pistola di Stato: Giorgiana Masi.
Proprio il 12 maggio a loro è permesso “marciare”, mentre la questura vieta il corteo in ricordo di Giorgiana e contro questo scempio medievale che è anche solo la loro esistenza

Comunicato stampa 8/5/2013

La Questura di Roma vieta il corteo in ricordo di Giorgiana Masi e contro il femminicidio.

Foto di Valentina Perniciaro _4 novembre 2007 Manifestazione nazionale di donne per le donne_

Dopo 2 giorni di trattativa con la Questura di Roma, i gruppi e le associazioni di donne, i collettivi autorganizzati e liberi individui, promotori della giornata del 12 maggio in ricordo di Giorgiana Masi, contro il femminicidio e in contestazione alla “Marcia per la vita” convocata dall’oltranzismo cattolico, ricevono il divieto di manifestare in qualsiasi luogo adiacente al percorso della marcia. Si tratta dell’ennesima dimostrazione di come l’operato delle forze dell’ordine sia asservito ai poteri del governo cittadino e allo stato del vaticano, nascondendo una marcia tutta politica sotto le vesti di manifestazione sportiva, e adducendo motivi di ordine pubblico.

Giorgiana Masi come centinaia di persone il 12 maggio del 1977 erano in strada sfidando, anche quella volta, il divieto di manifestare. Oggi come ieri saremo nelle strade del centro di Roma, partendo da Piazza Campo de Fiori fino ad arrivare a Ponte Garibaldi.
Con o senza autorizzazioni noi costruiremo la nostra giornata.
La nostre vite sono autodeterminate e la nostra rabbia non si placa.

Giovedì 9 maggio ore 18 assemblea pubblica a piazza Sonnino

Il 12 maggio tutti e tutte in piazza!

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Conflitto, rivolta, autonomia e libertà: una quattro giorni a Roma

7 maggio 2013 Lascia un commento

4 GIORNI A SOSTEGNO DEGLI IMPUTATI E DELLE IMPUTATE PER LA RIVOLTA DEL 15 OTTOBRE 2011
Rete Evasioni e Collettivi Autorganizzati presentano:

CONFLITTO-RIVOLTA-AUTONOMIA-LIBERTA’
- Tutti i giorni al piazzale della facoltà di FISICA, Università La Sapienza -
Lunedì 20 Maggio:    ore 13.00 pranzo sociale
ore 16.00 “Decostruire il carcere” esperienze, riflessioni ed analisi su detenzione, legalità e controllo sociale
a cura del collettivo Autorganizzato di Scienze politiche

Martedì 21 Maggio:   ore 13.00 pranzo sociale
ore 16.00 “Su la testa! Pratiche e forme di conflitto nelle strade che si agitano”
presentazione dell’opuscolo “prima, dopo e durante un corteo” a cura della Rete Evasioni

Mercoledì 22 Maggio: ore 13.00 pranzo sociale
ore 16.00 “Devastazione e Saccheggio, tra controinssurrezione e stato d’eccezione”
a cura del collettivo autorganizzato di Giurisprudenza e Fucina 62

Giovedì 30 Maggio:  OUR POTENCIAL, OUR PASSIONS!
Al piazzale della Minerva dell’Università La Sapienza
- dalle 20.00 aperitivo, cena e proiezione video “Autodefensa”
dalle 22.00 concerto con : ARDECORE
ALTERNATIVE ROCK, una rilettura della musica popolare romana
SERPE IN SENO  Hardcore rap, presentazione del nuovo disco “CARNE”
A seguire dj-set/live-set:  Electro-Techno, Drum’n'bass, Break beat :
MINIMAL ROME / THC / KNS / BLACK SAM

flyer4giorniulteriori info e aggiornamento sul sito della ReteEvasioni
sul 15 ottobre un po’ di link:
Su quelle giornate e la repressione che ne è seguita:
- Delazione e rimozione della propria storia
- Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti
- Il comunicato su Giovanni Caputi
- Pin va al 15 ottobre
- Ecco la prima condanna
- Cobas contro Cobas
- Un commento di Oreste Scalzone
- Presidio a Regina Coeli
- Infoaut risponde al comunicato dei Cobas
- La solidarietà di Radio Onda Rossa agli arrestati
- I “terroristi urbani”

Ode a Damasco … e perdonate il dolore

5 marzo 2013 Lascia un commento

Foto di Valentina Perniciaro _casa_

Uno sgorgare di lacrime senza fine.
Vorrei abbracciare uno ad uno coloro che hanno lavorato a questo cortometraggio,
vorrei ringraziare i loro occhi e il modo in cui mi hanno permesso di poggiare i miei sui muri scorticati di quei vicoli, uno ad uno,
vicoli che sembrano le vene del mio sangue, che sento parte di me come fossero le dita del mio bimbo.
Forse è una patologia, non lo so, credo poco alla parola “patologia”: però mi rendo conto che è una sofferenza dai meccanismi patologici, che mi rende assolutamente incapace a fare una vita normale.

Ti amo città millenaria, ti amo come mia madre, ti amo come mio figlio,
ti amo di quell’amore che entra nei capillari,  che sventra l’anima, che ti fa sentire i battiti in gola come il più struggente degli amori,
ti amo carnalmente come se mi avessi insegnato l’orgasmo,
ti amo come poesia perfetta,
ti amo e non c’è parola capace di avvicinarsi nè al dolore nè alla gioia che mi doni,
anche solo pensandoti.
Eccomi a riscrivere ad una città, a dei vicoli, ad un rampicante profumato: e lo faccio davanti a tutti, senza nemmeno vergognarmi un po’.
Perchè del proprio amore non ci si può vergognare, perché ti sento dentro di me come fossi nella placenta, perché ti amo e davanti all’amore ho sempre fatto quel che mi sentivo di fare,
anche contro il mondo intero.

Ti amo Damasco mia,
ho bisogno di far di nuovo l’amore con te.

Leggi:
Al telefono con Anna Frank
Comprendere l’esilio
Bosra , beduini e innamoramenti
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ma buon anno ddddechè
Ode al dolore
Le bombe in casa nostra

A Giorgio Frau, ucciso ieri a Roma

2 marzo 2013 13 commenti

Prendo da Contropiano le righe che troverete qui in fondo,
che a scrivere altro in molti non riescono e si può capire perchè.

Foto di Valentina Perniciaro _il ragazzotto del Verano_

Son dolori sordi e lancinanti, adagiati come un pesantissimo lenzuolo su quel corpo, a cui in tantissimi erano legati.
E non ci interessa dei bensanti, di chi blatera sul “criminale” ammazzato a terra…
Ci interessa salutare Giorgio, punto.
Portare un fiore dove è stato ucciso,
stringere forte chi l’ha amato e gli è stato vicino,
asciugare queste lacrime, fare un urlo per una morte che non doveva avvenire…
“No Giorgio, no.
Anche quando riusciamo a malapena a sopravvivere e fatichiamo ad immaginare un futuro…. quando ci sale la rabbia perchè veniamo derisi da ex compagni che ci definiscono fessi perchè non facciamo come loro e non ci mettiamo al servizio di questo o quel vincente politico….anche quando tutto sembra nero e i compagni più cari non sono in grado di aiutarci e per qualcuno prosegue ancora la galera…. noi, noi che siamo testimoni della più importante esperienza comunista nata in Italia nel secondo dopoguerra, non abbiamo il diritto di cedere alla disperazione e buttare via la nostra vita! Non lo abbiamo Giorgio, compagno mio, compagno nostro”
scrive Vittorio, e la penso così.

CIAO GIORGIO, COMPAGNO NOSTRO

Rapina a Roma, scontro a fuoco e muore uno dei rapinatori. E’ Giorgio Frau, ex brigatista, senza lavoro e già arrestato 10 anni fa per una tentata rapina in Umbria.
(qui il link all’articolo)

Zona della basilica di Santa Maria Maggiore, in via Carlo Alberto, all’Esquilino. Un portavalori si ferma davanti alla filiale della Banca Popolare di Sondrio. Scatta il tentativo di rapina. Partono gli spari. Una guardia privata rimane ferita, uno dei rapinatori viene ucciso. E’  Giorgio Frau, 56 anni, ex militante di Lotta Continua a Roma Sud, poi “fiancheggiatore” delle Brigate Rosse, resosi latitante dopo la scoperta di una borsa contenente armi nella sua cantina, durante una perquisizione in sua assenza. Per qualche tempo si era  rifugiato in Francia, avvicinandosi alle Ucc.
Fu arrestato in Spagna all’inizio degli anni ’90, dopo una rapina compiuta insieme alla sua compagna. Erano rimasti soli, avevano cambiato paese e sopravvivevano in quel modo.
Estradato in Italia dopo aver scontato la condanna spagnola, aveva passato alcuni anni in carcere anche in Italia. Scarcerato dopo aver scontato la pena, aveva cercato di rienventarsi una vita prima nelle cooperative sociali e poi come negoziante in proprio. Sommerso dai debiti in questo tentativo, aveva cercato la soluzione della rapina insieme ad alcuni “comuni”. Ma erano stati  arrestati ancora prima di compierla, nel 2003.
Condannato a sette anni, solo per la detenzione delle armi, aveva scontato in carcere anche questa condanna. Una volta scarcerato, ovviamente, si era trovato in una condizione ancora peggiore di prima.
I carabinieri – respingendo l’assalto morboso della stampa, che ha tirato fuori anche falsi coinvolgimenti in altri episodi – hanno riconosciuto che questo ultimo gesto della sua vita non aveva alcun intento “eversivo”, ma motivato unicamente dalle banali necessità della sopravvivenza. A dispetto degli anni, doveva aver pensato che le “competenze” accumulate nella vita precedente potevano essere utilizzate ancora adesso.
Ciao, Giorgio. Che la terra ti sia lieve.

Per chi vuole salutare Giorgio
Venerd’ 8 marzo
ORE 11-12,30 Obitorio Piazzale del Verano
ORE 13-15 Via Masurio Sabino 31

Port Said: quando l’Egitto parla di autogestione e lotte operaie

27 febbraio 2013 2 commenti

Leggo questo reportage da Port Said col cuore sospeso.
Perché appena caduto Mubarak, dopo nemmeno 4 giorni,
siamo corsi proprio lì a vedere come la rivoluzione procedeva (in quei giorni si gioiva e basta) in quel territorio e in quello di Mahalla al-Kubra e Tanta, due importanti centri industriali e tessili del paese.
Mahalla aveva vissuto i grandi scioperi,
la chiusura forzata e continuativa delle fabbriche, le braccia incrociate nei campi di cotone…
Port Said era una città praticamente a rilento.
Il canale di Suez che mai per decenni e decenni si era fermato non vedeva muoversi una goccia d’acqua : gli scioperi che avevano bloccato tutto stavano terminando ma il giubilo era troppo perchè si potesse tornare ai ritmi soliti in poco tempo.
Una situazione elettrizzante, che poi ha subito anche lo sventramento di tutta la vicenda dei 75 morti allo stadio: pagina buia, molto buia del nuovo Egitto, soprattutto con le 21 condanne a morte.
Dove a pagare son sempre gli stessi, e non i mandanti e i responsabili politici.

Col cuore sempre in subbuglio seguo le vicende di quelle città, sempre obnubilate dallo spazio dato a Tahrir, almeno sulla stampa europea.
quindi queste righe pubblicate oggi da Infoaut sono una boccata d’aria: a dir poco bella!
buona lettura

Egitto. L’autogestione di Port Said e le lotte operaie

Una realtà senza precedenti si sta realizzando nella città di Port Said: una completa autogestione, un rifiuto di tutto ciò che rappresenta l’autorità. Una realtà che i protagonisti delle lotte egiziane di questo momento – i lavoratori – stanno cercando di riprodurre anche in altre città.

Port Said è diventato un luogo completamente nelle mani del popolo. All’entrata della città, se in passato molti erano i posti di blocco della polizia, adesso si trova un check-point formato però dagli abitanti, soprattutto lavoratori in sciopero, autoproclamatisi “polizia popolare”. La stessa cosa vale per il traffico: non più vigili urbani, ma giovani, studenti e lavoratori che autogestiscono il traffico urbano. photo P1000147_3308x2481_zps07e33c93.jpg

Disobbedienza civile: ciò che caratterizza adesso la città è un completo rifiuto del governo di Morsi in tutte le sue forme, dunque cacciata della polizia, rifiuto del lavoro e del sistema scolastico governativo.

Per quanto riguarda il fattore “sicurezza”, con l’autogestione, le strade risultano adesso più sicure che mai. La polizia – a seguito delle proteste di piazza, della rabbia popolare seguita alle 21 condanne a morte legate alla strage di Port Said e alle 40 vittime dei successivi scontri – la settimana scorsa si è vista costretta ad accettare di lasciare la città nelle mani del popolo.
Il governo Morsi ha accettato di richiamare la polizia sia per le inconfutabili prove video che mostrano poliziotti del regime sparare ed uccidere a  photo P1000148_3308x2481_zpsc574a820.jpgsangue freddo i manifestanti, ma anche perché convinto che una città da sola non avrebbe potuto autogestirsi e che Port Said avrebbe richiesto l’intervento del governo per sedare le probabili rivolte. Invece la realtà è molto diversa e mostra che una città senza le “forze dell’ordine” è più sicura e vive meglio. 

Vi è poi un tacito accordo che permette all’esercito (maggiormente rispettato dal popolo in quanto tradizionalmente meno legato al regime rispetto alla polizia, emanazione questa del potere e dei servizi segreti) di presidiare i punti nevralgici della città, ma senza potere di intervento.

Dunque la realtà è questa: militari inermi a presidiare luoghi come il tribunale e l’importantissimo porto (adesso in sciopero) e la “polizia popolare” che si occupa della sicurezza nella città.
Il rifiuto di tutto ciò che rappresenta l’autorità si ritova nella pratica di non pagare tasse governative e bollette, rifiutando anche qualunque comunicazione con il governo sia centrale che locale.

La chiusura del governo centrale e l’autorganizzazione di mezzi e modi di produzione, rendono l’esperienza di Port Said una realtà senza precedenti ed una sperimentazione di un nuovo modo di vivere, di produrre, di esistere.

Le fabbriche sono chiuse, il traffico marino è bloccato, si produce ciò solo che serve e rimangono aperti solo i servizi necessari.
 photo P1000156_3308x2481_zpsd8cf9433.jpgSi produce il pane (nella foto a destra un negozio che vende pane a prezzi popolari; i cartelli indicano le ragioni della protesta); gli alimentari, gli ospedali e le farmacie rimangono aperti. In ogni fabbrica, sono gli operai a decidere se continuare la produzione o meno e la risposta generale adesso è NO. Prima giustizia, prima completamento della rivoluzione e poi, semmai, ripartirà la produzione.

Una nuova forma di autorganizzazione si sta sperimentando anche nelle scuole. Queste rimangono aperte ma le stesse famiglie di Port Said rifiutano di mandare i propri figli nelle scuole del governo. Proprio in queste ore insegnanti e comitato popolare stanno cercando di organizzare scuole popolari nella piazza centrale, rinominata la Piazza Tahrir di Port Said, in cui, accanto alle materie scolastiche si vorrebbero insegnare la giustizia sociale e i valori della rivoluzione egiziana.

Una realtà che può sembrare impossibile. Anche sulle pagine di questo portale abbiamo in passato raccontato l’esperienza di Port Said con altri occhi. Ma dopo la condanna a morte dei 21 imputati per la mattanza dello stadio, una nuova coscienza popolare è sorta in questa città, probabilmente in passato molto tradizionalista. Infatti, ad essere condannati sono stati 21 giovani, prevalentemente studenti, mentre la colpa della mattanza va ricercata in ambito politico; la sentenza sembra essere stata più un contentino dato a chi cercava giustizia. Nessuno degli imputati proviene dalle fila della polizia o dello stato e dei suoi servizi segreti. Questo Port Said l’ha capito e, appena le condanne a morte sono state emesse, sono scoppiati forti proteste che hanno portato all’uccisione di una quarantina di manifestanti, alcuni dei quali addirittura durante i funerali delle vittime degli scontri di piazza. Da qui è iniziato lo sciopero, la disobbedienza civile.

Una realtà che anche noi stessi, prima di vederla con i nostri occhi, non avremmo mai immaginato.

Una rabbia, inizialmente nata da una voglia di giustizia per le condanne a morte e per le successive 40 vittime, ma che poi è cresciuta ed è diventata politica. Il forte protagonismo operaio, la crescita di coscienza della popolazione di Port Said hanno reso questa protesta una lotta senza precedenti che tanto fa tremare il regime di Morsi. Una lotta che, se realizzata anche in altre città, potrebbe veramente mettere il regime in ginocchio.

Adesso non si chiede più, come era appena una settimana fa, di non punire i cittadini di Port Said per colpe che invece ha commesso il regime. Adesso si chiede una giustizia per tutte le vittime della rivoluzione, adesso si chiede a gran voce la caduta del regime. 

Nella giornata di lunedì una grande manifestazione si è tenuta nelle strade di Port Said: photo P1000180_3308x2481_zps582517b6.jpg sindacato indipendente dei lavoratori, studenti, movimento rivoluzionario, in molti sono scesi in piazza, in molti sono partiti dal Cairo per portare solidarietà ai lavoratori ed alla città in lotta. Un grande corteo ha invaso le strade della città, appellandosi ad uno sciopero generale in tutto il paese. 

Intanto altre città egiziane hanno in queste ultime settimane sperimentato grandi scioperi: a Mahalla, Mansoura, Suez gli operai di molte fabbriche hanno incrociato le braccia per settimane. Allo stesso modo in centinaia sono scesi in piazza per invocare lo sciopero generale in tutto il paese, molte le scuole e le università che hanno annunciato un prossimo sciopero generale. Molti i lavoratori ed i settori sociali che stanno scioperando senza però riuscire – per adesso – a generalizzare lo sciopero e la lotta, come avvenuto invece a Port Said.

Non si sa quanto quest’esperienza, chiamata “la comune di Parigi egiziana”, possa continuare. Sicuramente è difficile portare avanti una lotta di questo genere in un momento in cui il potere centrale potrebbe staccare acqua ed elettricità e, per ora, se non lo fa è solo perché teme maggiori espolosioni di rabbia. Inoltre, il proseguimento o meno dello sciopero dei lavoratori, è fortemente legato alla possibilità che questo si generalizzi e si riproduca anche in altre città.

Inizialmente gli abitanti di Port Said avevano annunciato di voler continuare lo sciopero fino al 9 prossimo marzo – data in cui verranno confermate le 21 condanne a morte – adesso, con il protagonismo dei lavoratori, il futuro si presenta incerto, ma sicuramente ricco di potenzialità.
Le difficoltà al momento potrebbero sembrare tante, ma la presa di coscienza di tutto il popolo (dunque non solo operaia), la pratica del rifiuto del regime, l’autorganizzazione, sono tutti elementi che sembrano dare delle prospettive positive a queste lotte.

La corrispondente di Infoaut dall’area mediorientale

Leggi anche: Lo stupro del branco come arma politica

Egitto: lo stupro del branco come arma politica

26 febbraio 2013 1 commento

Anche i muri si mobilitano contro le aggressioni sessuali nelle piazze egiziane

Articolo preso da Contropiano a firma di Enrico Campofreda

”Ricordo le mani sopra il mio corpo che mi afferrano e stringono sotto i maglioni. Strappano il reggiseno, cercano i seni. Tante mani sulla schiena, sulle gambe, i miei pantaloni erano stati abbassati. Con tutta la forza provavo a tirarli su. Inutilmente. Poi ho sentito le dita nell’ano e nella vagina, tante penetrazioni davanti e dietro“.

E’ la testimonianza shock di una donna che frequentava piazza Tahrir. Una giovane piena di speranze per se stessa e per l’Egitto che quest’abuso ha allontanato dalla vita pubblica. Si tratta del volto nero della piazza della Rivoluzione, un lato inconfessabile e a lungo inconfessato sebbene qualche episodio allarmante s’era già verificato durante i 18 giorni della lotta anti Mubarak. Il più famoso riguarda la cronista sudafricana Lara Logan che nel corso d’una diretta televisiva venne circondata da una folla di uomini col classico sistema dei cerchi concentrici, allontanata dalla troupe e abusata sessualmente.

Il cerchio infernale

E’ definito così dalle poverette che ne sono state inghiottite. La tattica usata mostra come l’azione sia non solo premeditata in sé ma abbia, e lo  vedremo, ulteriori finalità. Durante più d’una delle adunate ciclopiche ospitate dal grande spazio nel cuore del Cairo è accaduto che una folla di almeno duecento uomini formasse due linee iniziando ad attraversare la piazza. Ondeggiavano, cantavano, ripetevano slogan. Un’accattivante coreografia. Davano l’impressione di partecipazione e tripudio. Individuate le vittime – due o tre donne isolate – si disponevano a U chiudendo il cerchio. Ne nascevano tre concentrici. Gli uomini di quello più interno iniziavano a palpeggiare e spogliare la donna. Chi formava il secondo faceva finta di aiutare le donne impedendo l’avvicinamento a chi volesse davvero soccorrerle. Il terzo cerchio distoglieva la folla estranea da ciò che stava accadendo. Secondo la testimonianza di una vittima “La confusione era assoluta, capivo di essere in pericolo e abusata ma pensavo che quelli dietro mi aiutassero. Fingevano. Tutto era confuso, il cerchio s’ingrandiva e io ero in balìa di cento braccia”.

Un sistema consolidato

Molte donne sono uscite non solo stuprate ma pestate da ginocchiate e seviziate da lame. Taluni attivisti di Tahrir, che in seguito hanno creato strutture contro le molestie sessuali sulle donne, ricordano l’assenza di episodi preoccupanti nella piazza nel corso della rivolta. Dicono che il caso della Logan fu un unicum sebbene il malcostume delle molestie faccia parte dei comportamenti delle fasce maschili egiziane più degradate. Ora i giovani del movimento fanno ammenda, hanno compreso in ritardo d’aver sottovalutato quel pericolo oppure di averlo etichettato politicamente e catalogato come l’altro famoso caso dell’attivista Samira Ibrahim, abusata da medici in divisa all’interno del Museo Egizio della piazza, durante un fermo ai primi di marzo 2011 dopo che Mubarak aveva già lasciato il potere. Insomma si pensava che il machismo sadico fosse opera di poliziotti frustrati, come coloro che mesi dopo picchiarono e spogliarono, sempre a piazza Tahrir, il povero corpo di un’attivista. Non era così.

Tradizione machista

Come in altri angoli del mondo il machismo che mira a fischiare, importunare, toccare le donne che transitano in strada è presente nella sottocultura locale della stessa megalopoli cairota. Episodi rimasti tristemente noti sono narrati anche dallo scrittore Ala Al-Aswani in una  celebre pubblicazione: la gioventù maschile egiziana pratica da sempre molestie sessuali verso il genere femminile. Purtroppo né più né meno del bullismo occidentale, questo non giustifica né l’uno né l’altro e soprattutto diventa inammissibile che un moto di cambiamento sia infestato di simili reati. Le prime a tacere sono state le vittime. Pudore, imbarazzo, sottomissione di ritorno, paura per il futuro le hanno inizialmente bloccate. Gli stessi media locali, che pure avevano raccolto alcune testimonianze,  non hanno insistito come gli attivisti uomini che non volevano infangare il simbolo di Tahrir. Ma proprio quest’ultimi sulla spinta delle manifestanti più coscienti e coraggiose hanno compreso che l’omertà non serve alla causa del nuovo Egitto, oltre ovviamente alla condizione della donna.

Stupro come arma politica

Una teoria elaborata dal novembre scorso e ora apertamente diffusa dai  Socialisti Rivoluzionari è l’ipotesi dell’uso dello stupro quale strumento per allontanare le donne dalla vita pubblica. Un altro volto dei misteri d’Egitto come i baltagheya nella ‘battaglia dei cammelli’, gli agenti infiltrati nelle stragi del Maspero e dello Stadio, l’immagine dell’Egitto mubarakiano che sta sopravvivendo anche per l’immobilismo dell’Egitto attuale. Il dito è puntato sul governo Qandil, sulla gestione islamica che non prende provvedimenti contro gli odiosi crimini, ma anche sulla presunta opposizione di El Baradei-Sabbahi-Moussa. Il cerchio si chiude se si parla delle strutture di sicurezza: polizia, forze armate, intelligence al di là di qualche sostituzione di vertice sono formate dagli stessi uomini di due anni or sono. NOIDUE!Tahrir_puliziegeneraliQuelli che massacravano di botte Khaled Said, abusavano di Samira, picchiavano e spogliavano le attiviste in strada, violentavano anche gli uomini. Non solo praticando torture ai detenuti ma abusando dei cittadini. Una storia diventata di pubblico dominio è quella di un conducente di bus che venne sodomizzato e filmato da due poliziotti, quindi ricattato e umiliato con la diffusione del videotape nel suo quartiere.

I princìpi della violenza

Non stupisce che l’abuso sessuale diventi un’arma politica, assassina come i colpi al cuore che hanno fatto in due anni più di mille martiri. E che si serve degli strati più miserabili per attuare il proprio disegno reazionario. Indagini compiute dai gruppi antistupro individuano le pedine di tale  disegno in una delle aree più degradate di una capitale che conta più di un quarto dell’intera popolazione del Paese. Sono adolescenti e giovani reclutati in località come Nazlet El-Saman, assoldati per molto meno dei picchiatori di mestiere. Ricevono anche un solo dollaro a testa per creare caos, colpire l’immagine della piazza e svuotarla. “La svuotano non solo dalle donne ma della stessa presenza di tanti cittadini disgustati da violenza e viziosità. E’ l’ennesimo livello di boicottaggio di cui si serve il potere dopo aver detto per tutto il 2011 che nella piazza circolava droga” sostengono all’Ong che ha creato l’Harrassmap, iniziativa di lavoro volontario per arginare il turpe fenomeno.

Teramo 9 febbraio: complici e solidali

3 febbraio 2013 1 commento

9/02/2013 DA ROMA: TUTTI E TUTTE A TERAMO!
15 OTTOBRE: COMPLICI E SOLIDALI
CHE NESSUN@ RESTI SOL@
Partenza pullman ore 11.30 da piazzale del Verano
Costo del pullman: 11 euro a persona, andata e ritorno
Per informazioni e prenotazioni: 3333666713

CORTEO NAZIONALE A TERAMO SABATO 9 FEBBRAIO ALLE ORE 15.30

In seguito alle pesantissime condanne a 6 anni di reclusione e 60000 € di risarcimento inflitte, lo scorso 7 gennaio, ai 6 ragazzi accusati di essere coinvolti negli scontri avvenuti nella capitale il 15-10-11, Azione Antifascista Teramo chiama all’appello tutti i gruppi, i movimenti e i singoli individui che si riconoscono nelle lotte e che vogliono dimostrare la loro solidarietà e vicinanza con i fatti, oltre che con le parole. Sabato 9 febbraio 2013 si terrà a Teramo un corteo nazionale le cui finalità saranno:
- Esprimere la massima solidarietà a tutti i condannati, gli arrestati e gli inquisiti per i fatti del 15 ottobre 2011;
- Rispondere in maniera forte ed unitaria alla repressione che ogni giorno colpisce chi ha la forza e il coraggio di non abbassare la testa e si ribella allo Stato di cose attuale;
- Lanciare la battaglia contro il codice Rocco ed in particolare contro il reato di devastazione e saccheggio e tutte quelli leggi in forza delle quali ai singoli questori viene garantito il potere di limitare, in maniera del tutto discrezionale e priva di controllo, la libertà individuale attraverso l’emissione di fogli di via, avvisi orali e misure di prevenzione in generale.

Chiediamo a tutte le realtà e a tutti i singoli che intendano rispondere alla nostra chiamata di organizzarsi sin da oggi per raggiungere e far raggiungere Teramo nella giornata di Sabato 9 febbraio 2013, e di farsi carico di diffondere, ognuno nei rispettivi territori, questo nostro appello attraverso qualsivoglia mezzo.
Chiunque voglia dare la propria adesione formale alla manifestazione, sottoscrivere l’appello, fornire contributi ed essere aggiornato su tutto ciò che riguarderà il corteo può inviare una mail all’indirizzo:
teramo9febbraio2013 @gmail.com
[segui ReteEvasioni]

Foto di Valentina Perniciaro San Giovanni, il 15 ottobre

solo due righe d’amore

29 gennaio 2013 1 commento

Giorni che non aggiorno Polvere da Sparo,
giorni in cui uno dei più cari viaggiatori che conosco ha mosso tappa verso Roma, per raccontarmi un po’ dei colori che ha vissuto passeggiando per questo mondo.
Giorni intensissimi però nel “mio” mondo.. il Cairo e l’Egitto tutto fibrillano di rivolte e repressione,
l’eccidio di Port Said e le successive condanne a morte, il giubilo da una parte, la rabbia altrove, lo Stato e i suoi apparati che ne escono sempre illesi. Da scriverne ce ne sarebbe per ore e mi riprometto di farlo, almeno per quanto riguarda gli eventi di Mahalla al-kubra, città dei grandi scioperi e delle grandi lotte e sabotaggi dei lavoratori.
Vorrei parlare degli stupri a tahrir, di cui sulla stampa internazionale si legge e si rimane basiti..
tanta carne al fuoco, speriamo solo di trovare un secondo in più oltre a quelli dedicati alla respirazione.
[intanto vi segnalo questo link che racconta dei black  bloc, novità delle piazze egiziane]

ora solo un po’ d’amore,
ora solo una dedica dolce,
in una giornata che ha ancora l’odore della prima.
Le ho scelte proprio perchè surreali queste righe, righe che parlano di notte e risveglio, tutto quello che in questi cinque meravigliosi anni ci è stato negato.
A noi, sorridenti e spettinati, e al nostro bambino, esplosione di felicità.

E quando tutti se ne andavano
e restavamo noi due soli
tra bicchieri vuoti e posacenere sporchi,

Com’era bello sapere che eri
lì come l’acqua di uno stagno,
sola con me sull’orlo della notte,
e che duravi, eri più del tempo,

Eri  quella che non se ne andava
perché uno stesso cuscino
e uno stesso tepore
ci avrebbero chiamato ancora
a risvegliare il nuovo giorno,
insieme, ridendo, spettinati.

Julio Cortàzar

Foto di Valentina Perniciaro _quando uno diventa due_

Altre pesanti condanne per il 15 ottobre

7 gennaio 2013 1 commento

Foto di Valentina Perniciaro _15ottobre_

Galera.
Solo galera. Non c’è altro modo di affrontare le cose in questo paese.
Ancora le parole usate solo : devastazione, saccheggio, resistenza pluriaggravata e lesioni a pubblico ufficiale.
Devastazione e saccheggio: il nuovo paradigma penale che fa penetrare le sue radici nel codice Rocco, si presenta ancora una volta,
per la prima in questo 2013, dopo che lo scorso anno c’ha portato via dei compagni.
Ora in cella, o in fuga.

Sei condanne a sei anni: sei per sei fa trentasei…
trentasei anni di galera per una giornata di resistenza,
dove migliaia di persone hanno difeso una piazza e l’incolumità dei manifestanti da folli caroselli e feroce repressione.
Ma la risposta a tutto ormai è DEVASTAZIONE e SACCHEGGIO,
che comporta un pacco d’anni minimi da far paura,
quelli che non ti danno nemmeno se stupri una persona.

Altri trentasei anni di carcere per il 15 ottobre: oltre a 30.000 euro cadauno di risarcimento danni.
Pensano di toglierci dalle strade rovinando le nostre vite, quelle dei nostri compagni e amici.
SOLIDARIETA’ AI MANIFESTANTI CONDANNATI!

Proverò ad aggiornare con maggiori notizie-
per info serguire : ReteEvasioni

Su quelle giornate e la repressione che ne è seguita:
- Il comunicato su Giovanni Caputi
- Pin va al 15 ottobre
- Ecco la prima condanna
- Cobas contro Cobas
- Un commento di Oreste Scalzone
- Presidio a Regina Coeli
- Infoaut risponde al comunicato dei Cobas
- La solidarietà di Radio Onda Rossa agli arrestati
- I “terroristi urbani”

i testi caldi :)   son qui:
- Delazione e rimozione della propria storia
- Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti

Buon compleanno Anto’ …

17 dicembre 2012 3 commenti

Antonio Salerno Piccinino è nato il 17 Dicembre 1977 all’ospedale Fate Bene Fratelli di Napoli. Sua madre è Franca Salerno e suo padre è Raffaele Piccinino.
Dopo pochi giorni dalla nascita Antonio entra con la madre a  Badu ’e Carros, il carcere speciale di Nuoro.
Antonio i primi tre anni di vita li passa in carcere, rompendo il silenzio pneumatico e creando calore in quell’istituzione totale che si chiama carcere speciale utilizzata dallo Stato per portare avanti la sua guerra.
Ma non è soltanto questa la sua storia. Antonio è forza viva, energia sonora, lotta per la libertà. Oggi il 17 dicembre del 2012 avrebbe compiuto 35 anni, ma la sua vita è stata interrotta dalla violenza della precarietà.
“Di lavoro si muore perché di precarietà si vive”  abbiamo scritto sui muri di Roma quel maledetto 17 gennaio del 2006. Quel lavoro che ogni giorno produce morte, malattie, ricatti, sfruttamento.
Migliaia di omicidi ogni anno vengo prodotti nella giungla del mercato del lavoro in Italia, un lavoro che non è, non sarà mai un bene comune.
Sabato 15 dicembre una grande manifestazione ha percorso le strade di Taranto contro il ricatto del lavoro che produce devastazione ambientale e gravissimi danni alla salute. Al comitato cittadini liberi e pensanti va il nostro più grande abbraccio e sostegno.
Ci accomuna il dolore e la rabbia che continuiamo a provare, ma soprattutto la voglia di lottare per difendere la vita, la nostra nuda vita.
Antonio è un compagno del laboratorio Acrobax e nel nostro decimo anniversario non smettiamo di credere che in ogni attimo di libertà strappato lui è stato al nostro fianco.

Ciao Antonio, fratello e compagno!
Oggi brindiamo alla vita.

Con Antonio e Franca nel cuore!

Prendo questo righe dal sito indipendenti.eu, stavolta senza riuscire ad aggiungere una sola riga.
Sono giornate faticose, il carcere sta inglobando la poca pace costruita in questi anni, che parlare di Antonio, della sua vita, della sua morte e del carcere dove ha passato i primi momenti della sua vita, ora, sarebbe troppo.
Vi lascio i link del tanto materiale che c’è qui, su di lui e la sua mamma.

LINK:
Una vecchia intervista con Franca Salerno
Ciao Anto’
L’evasione di Franca Salerno e Maria Pia Vianale
Ciao Franca, cuore nostro
I funerali di Franca Salerno

Due vademecum per muoversi tra piazze, cordoni, celle e domandine

11 dicembre 2012 1 commento

La Rete Evasioni nasce all’indomani del 15 ottobre,
per sostenere attivamente e portare solidarietà a tutti e tutte coloro colpiti dalla repressione seguita a quella giornata di mobilitazione internazionale.
Pesanti, pesantissime le conseguenze legali per molti giovanissimi dimostranti,
che dati in pasto alla stampa (soprattutto grazie al meticoloso lavoro infame di La Repubblica) si sono visti sbranare dai tribunali, con richieste di carcerazioni pesantissime,
molte immediatamente effettive.
La Rete Evasioni, appunto, nasce in un clima estremamente sfavorevole non solo alle persone colpite ma a tutti coloro che hanno vissuto e analizzato quella piazza come qualcosa di nuovo, da conoscere ed affrontare,
con cui muoversi spalla a spalla, malgrado differenze e metodologie.
Questo è quel che abbiamo pensato mettendo in piedi questa rete: il portare solidarietà, un aiuto effettivo in aula, in cella e in qualunque luogo di privazione della libertà;
a coloro considerati, anche da buona parte del movimento italiano, “sfasciacarrozze”.

In quest’anno di governo tecnico il livello di repressione nei confronti di chi manifesta è aumentato vertiginosamente,
così come la partecipazione dei giovanissimi, che riempiono le piazze spesso senza rendersi conto della violenza dei manganelli che si trovano difronte.
E così sono stati prodotti due libricini,
due piccoli libretti che provano ad essere un aiuto tascabile,
per i nuovi masticatori di marciapiedi e conflitto,
ma anche per chi avrà la sfortuna di essere acciuffato,
quindi ammanettato, incarcerato, processato e magari condannato.

Un libricino sul “come stare in piazza”, sul come muoversi tra i cordoni, sul come muoversi col proprio materiale tecnologico, sul come gestire la tensione e la calma nei momenti di panico e scontro.
Poi, un libricino sul come affrontare la galera,
un piccolo vademecum che cerca di spiegare a chi lo ignora completamente,  quali sono i meccanismi della detenzione, le sue parole d’ordine, i piccolo consiglio che aiutano a gestire con lucidità la propria carcerazione.

Vi consiglio di leggerli,
di scaricarli, magari anche di stamparli e diffonderli nelle strutture, piazze, città, collettivi, consultori che frequentate….insomma, ovunque.

- PRIMA, DURANTE e DOPO il CORTEO: file PDF
- GUIDA PER CHI HA LA SFORTUNA DI ENTRARE IN CARCERE: File PDF

Su quelle giornate e la repressione che ne è seguita:
- Delazione e rimozione della propria storia
- Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti
- Il comunicato su Giovanni Caputi
- Pin va al 15 ottobre
- Ecco la prima condanna
- Cobas contro Cobas
- Un commento di Oreste Scalzone
- Presidio a Regina Coeli
- Infoaut risponde al comunicato dei Cobas
- La solidarietà di Radio Onda Rossa agli arrestati
- I “terroristi urbani”

Vita e militanza NoTav: esce il libro “A sarà düra”

10 dicembre 2012 3 commenti

UNA VALLE IN MOVIMENTO

Non per principio, ma per la vita e l’esistenza stessa di un territorio, in  Val di Susa ci si mobilita da più di un decennio per impedire la costruzione di una linea ferroviaria ad Alta Velocità. Si tratta di  una comunità che ha consolidato un movimento di massa; contemporaneamente, la lotta no tav sta trasformando la comunità. Sono qui raccolte e presentate riflessioni e vissuti che provano a  raccontare questa esperienza. Si vuole far conoscere il movimento osservandolo dal suo interno e  allo stesso tempo ragionare sulle difficoltà e sulle possibilità future. In Val di Susa sta accadendo qualcosa di nuovo e inaspettato. In contrapposizione a quanto impongono media, partiti politici,  forze dell’ordine, industriali, amministratori delegati delle imprese, cooperative di costruzione e  magistratura, un movimento di massa cresce, confligge e, iniziativa dopo iniziativa, consolida la consapevolezza di poter vincere. Si tratta di un processo sovversivo perché cambia  le aspettative, i comportamenti,  concretizza una nuova legittimità e instaura  diversi rapporti di forza.

Alcuni protagonisti di queste lotte, come in un’assemblea, prendono qui la parola e intervengono sulle peculiarità e sulle prospettive di un  movimento  che progetta e costruisce per sé  una diversa cooperazione sociale. Sono legami umani, sociali e politici che si radicano concretamente tra la popolazione di un territorio, caratterizzati e finalizzati a costruire e diffondere una contrapposizione, attiva e partecipata. Credenze, esperienze, saperi, scienza altra, coscienza antagonista e resistenza popolare si amalgamano e costruiscono una nuova cultura di parte che potenzia e motiva la lotta, modi di ragionare e di essere che insieme definiscono un punto di vista collettivo che sa contrapporsi, tenere e maturare. La contrapposizione è netta, definita,  sostanziale.

Foto di Valentina Perniciaro _Innamorandosi del Monviso_

Questo consolida un’unità effettiva di intenti che lega e coinvolge soggettività anche molto diverse – le differenze convivono, si rispettano e si sostengono trovando possibilità per esprimersi e confrontarsi, definirsi con più solidità – ciò costituisce la forza del movimento che così si è esteso e ha espresso continuità. Proprio per queste sue caratteristiche il conflitto no tav preoccupa chi si ritiene padrone delle istituzioni. Il conflitto sociale è da questi considerato il cancro da isolare e annientare perché la sua diffusione propone un’alternativa realizzabile al sistema di  dominio attuale che, per garantire grandi profitti per pochi, sviluppa solo crisi, impoverimento e distruzione insensata di risorse collettive. Per le popolazioni della Val Susa il persistere del conflitto sociale genera una possibile alternativa concreta, che costruisce una diversa ricchezza: la formazione di una soggettività antagonista radicata e massificata, che diventa punto di riferimento e proposta di metodo per un nuovo agire sociale e politico. Costruisce un nuovo destino.

Presentiamo in questo libro un percorso in-concluso, anzi potremmo dire che siamo ancora ai prolegomeni di una ricerca artigianale, che si differenzia e contrappone alle fabbriche, alle imprese istituzionali che producono merce-informazione, merce-conoscenza e merce-scienza per sostenere logiche di consenso per il sistema, accumulazione di denaro e privilegi. Si propone di iniziare delle attività per la costruzione di saperi utili per qualcosa come una trasformazione radicale dell’esistente. Si tratta di produrre armi necessarie per poterci muovere e per combattere politicamente nel territorio sociale. Sono dei testi in-conclusi che hanno l’ambizione non solo di essere letti, ma di essere usati da chiunque pensi o sogni un altro mondo diverso da quello plasmato dal capitalismo. Ragionamenti collettivi per fornire degli strumenti da maneggiare, utilizzare, criticare e perfezionare, non per accattivare, non per propagandare o esibire cultura. Teoria per e nella prassi.

Un brano tratto dall’introduzione di un libro appena uscito dalle tipografie ed in arrivo nelle librerie:  “A sarà düra. Storie di vita e di militanza notav”, a cura del Centro Sociale Askatasuna ed edito Derive Approdi.
Un libro di interviste, di voci della Valle e per la Valle.
Quella che non ha bisogno di nome di specificazione dietro, quella valle che si è appropriata dell’articolo determinativo, perchè è UNA,
perché è di tutte e tutti noi,
di tutte e tutti coloro che non abbassano la testa davanti allo Stato,
al potere, al capitale.

A sarà düra sì, come lo è stato dal primo giorno!
A questo link un po’ di info a riguardo da Infoaut: LEGGI

Foto di Valentina Perniciaro _Val Susa: lacrimogeni dai cavalcavia_

“Avessi studiato”: Fortini, rivoltelle pianti e libertà

10 dicembre 2012 Lascia un commento

Avessi studiato da giovane
Quand’ero pazzo di me.
Non avessi sciupato il tempo
e non so nemmeno perché.
Non avessi creduto nel mondo.

Me lo disse una donna spettro
a Milano nel Quarantatré
mentre bruciavano le strade
il fumo faceva tossire
e per quello che non si vedrà
si cominciava a morire.

Una donna terribile come
una furia “Bada” mi disse
“tu credi troppo al domani”.
Ma troppo parevano belle
le ragazze le vive mani
sul nero delle rivoltelle
i pianti la libertà.

Oggi sarei come il buon Cases
come Folena come Caretti
che conoscono i doveri,
ordinari, autori seri
che si schiudono i libretti
degli esami nei bui chiostri
delle dolci università.

Avessi studiato da giovane.
Non sapessi la verità.

Franco Fortini, da “L’ospite ingrato”

Altro di Fortini su questo blog:
- Fortini, Israele e la “decenza democratica”
- Lettera agli ebrei italiani
- Questione palestine ed “eredità” (di classe)
- I cani del Sinai
- Fortini sul caso 7 aprile
- Non crediamo più alle vostre parole
- Forse il tempo del sangue ritornerà

Foto di Valentina Perniciaro _scavalcando il muro, Campi profughi palestinesi in Libano_

Ad Alexis Grigoropoulous, che non dimenticheremo mai!

6 dicembre 2012 5 commenti

4 anni fa veniva assassinato a freddo un ragazzo di 15 anni,
colpevole probabilmente di stare in una piazzetta “a frequentazione anarchica”.
Ucciso, dal piombo della polizia greca, ucciso a 15 anni.
La città esplose in una lunga battaglia durata tre settimana, che giorno e notte ha visto università, quartieri popolari e periferie battersi contro lo stato con ogni mezzo possibile.

vi lascio un po’ di link di quello che ho vissuto in quelle giornate,
respirando i gas lacrimogeni dei MAT e vivendo le lunghe notti del politecnico.
Con il cuore ancora tra quelle strade, e sugli occhi dolci di un 15enne ammazzato a freddo.

Alexis Grigoropoulous : 15 anni
Piccolo reportage da Atene
Non sparate sui nostri sogni
Un Natale asfissiante
Il sangue scorre e chiede vendetta
Contro Stato, Chiesa, esercito, polizia e democrazia
Merry crisis and a happy new fear
Atene, un anno dopo

MPATSI GOURUNIA DOLOFONOI!
SE BRUCIANO LE CITTA’ CRESCONO I FIORI!

” We do not Forget, We do not Forgive, We are going on…the ghost of December is always here, Solidarity, Self-Organisation, Direct Democracy, Newspaper Drasi”

 

” The State continues assassinating, destroying everything - We struggle for everything, Authoritarian Movement of Athens (AK)”

 

” A Ghost is looming above the city” Thursday 6/12 March 10:30 on Democracy Avenue, Anarchists by the Schools of Agioi Anargyroi and Kamatero.”

 

” We do nto Forget we do not forgive, Local march in  St Tryfon Square, Terpsithea” (Glyfada: South Athens)

 

 

“We do not forget, We do not forgive, We go forward” March in Agios Dimitris Square,  Antifascists of Arta”

 

“Discussion-Event about December 2008 in Samos”

 

“Did you forget? We do not forget, murderers in uniform killed Alexis” poster from Chios

“dove per la prima volta, io, mi son sentito tutti” una lezione di vita da Evgenij Evtušenko

27 novembre 2012 5 commenti

Non ricordo più l’età che avevo quando ho letto queste righe,
so che hanno plasmato la mia crescita, so che han mutato la percezione degli sguardi e della polvere,
dei ciottolati, e delle fessure nelle falesie,
ha plasmato i miei desideri con i colori del mondo,
ha segnato una strada che mai avrà fine, finchè non sarò parte della terra…
e vorrei tanto, come lui, esser deposta su una lontana collina,
non verde, ma di terra rossa e fertile.
Buona lettura…

Vorrei

Vorrei
nascere
in tutti i paesi,
perchè la terra stessa, come anguria,
compartisse per me
il suo segreto,

e essere tutti i pesci
in tutti gli oceani
e tutti i cani
nelle strade del mondo.

Non voglio inchinarmi
davanti a nessun dio,
la parte non voglio recitare
di un hippy ortodosso,
ma vorrei tuffarmi
in profondità del Bajkal
e sbuffando
riemergere
nel Mississippi.

Vorrei
nel mio mondo adorato e maledetto,
essere un misero cardo -
non un curato giacinto,
essere una qualsiasi creatura di dio
sia pure l’ultima jena rognosa,
ma in nessun caso un tiranno
e di un tiranno, nemmeno il gatto -
in nessun caso.

Vorrei essere uomo,
in qualsiasi personificazione:
anche torturato in un carcere del Guatemala,
o randagio nei tuguri di Honk Kong,
o scheletro vivente nel Bangladesh

Foto di Valentina Perniciaro _corno piccolo_


o misero jurodivyj a Lhasa,
o negro a Capetown,
ma non personificazione della feccia.

Vorrei giacere,
sotto il bisturi di tutti i chirurghi del mondo,
essere gobbo, cieco,
provare ogni malattia, ferita, deformità,
raccogliere luride cicche -

purchè in me non s’insinui
il microbo ignobile della superiorità.

Non vorrei far parte dell’elite,
ma di certo neppure del gregge dei vigliacchi,
nè dei cani del gregge,
nè dei pastori che al gregge si conformano,

vorrei essere felicità,
ma non a spese degli infelici,
vorrei essere libertà,
ma non a spese di chi è asservito.

 

Vorrei amare
tutte le donne del mondo
e vorrei essere donna anch’io -
magari una volta soltanto…

Madre-natura,
l’uomo è stato da te defraudato.
Perchè non dargli
la maternità?
Se in lui, sotto il cuore, un figlio
si facesse sentire così
senza un perchè
certo l’uomo
non sarebbe tanto crudele.

Vorre essere essenziale -
magari una tazza di riso
nelle mani di una vietnamita segnata dal pianto,
o una cipolla
nella brodaglia di un carcere di Haiti,

Foto di Valentina Perniciaro _Damasco e la sua acqua_


o un vino economico
in una trattoria di terz’ordine napoletana
e un tubetto, anche minuscolo, di formaggio
in orbita lunare:
che mi mangino pure
e mi bevano -
purchè nella mia morte
ci sia una utilità.

 

Vorrei appartenere a tutte le epoche,
far trasecolare la storia tanto
da stordirla
con la mi impudenza:
della gabbia di Pugacev segherei le sbarre
quale Gavroche introdottosi in Russia
condurrei Nefertiti
a Michajlovsloe, sulla trojka di Puskin.

Vorrei cento volte
prolungare la durata di un attimo:
per potere nello stesso istante
bere alcool con i pescatori della Lena,
baciare a Beirut,
danzare in Guinea, al suono del tam-tam,
scioperare alla Renault
correre dietro un pallone con i ragazzi di Copacabana,
vorrei essere onnilingue,
come le acque segrete del sottosuolo.

Fare di colpo tutte le professioni
e ottenere così che
un Evtusenko sia semplicemente poeta,
un altro, un militante clandestino spagnolo,
un terzo, uno studente di Barkeley
e un quarto, un cesellatore di Tbilisi.

Un quinto – scuoterebbe soltanto il sonaglio di una carrozza
e il decimo…
il centesimo…
il milionesimo…

Poco per me essere me stesso-

Foto di Valentina Perniciaro


tutti, fatemi essere!
E per ciascun essere,
in coppia,
come si usa.

Ma dio,
lesinando la carta carbone
mi ha prodotto in un solo esemplare
nel suo bogizdat.
Ma a dio confonderò le carte.

Lo raggirerò!
Avrò mille facce
fino all’ultimo giorno,
affinchè la terra rimbombi per causa mia
e i computers impazziscano
per il mio universale censimento.

Vorrei, umanità,
lottare su tutte le tue barricate,
stringermi ai Pirenei,
coprirmi di sabbia attraverso il Sahara
e accettare la fede
della grande fratellanza umana
e fare proprio
il volto di tutta l’umanità.

E quando morirò -
sensazionale Villon siberiano -
non deponetemi
in terra inglese
o italiana -
ma nella nostra terra russa,
su quella verde,
serena collina,
dove per la prima volta
io
mi sono sentito tutti.

1972

in punta di polpastrelli, il mio nuovo mondo…

 

La rabbia che si riappropria delle strade d’Egitto: yalla!

23 novembre 2012 2 commenti

L’Egitto torna in piazza urlando al nuovo faraone che la rabbia è tanta,
non meno di quella che lo scorso anno ha portato ai feroci scontri che per giorni sono avvenuti in via  Mohammad Mahmoud, verso il Ministero dell’Interno.
Caddero corpi come mosche sotto i colpi delle armi dello SCAF, il Consiglio Supremo delle Forze Armate che doveva garantire la transizione dall’era Mubarak alle elezioni.

Molti altri persero la vista, colpiti con scientifica intenzione, agli occhi.
Non è la prima volta che l’Egitto ci riprova, non è la prima volta che diverse componenti della società egiziana, progressiste o anarchiche, organizzazioni giovanili e gruppi ultras,  rivolgono  la loro rabbia alla Fratellanza Musulmana, che dopo l’accordo di tregua tra Hamas e Israele ha assunto un ruolo internazionale non da poco.
Non è la prima volta che le strade dicono la loro sulla Fratellanza Musulmana.
La piazza non crede a nessuna delle promesse fatte, il proletariato egiziano non credo certo alle promesse di liberazione della Palestina del proprio Rais Morsi,
e insorge.
La piazza insorge contro un decreto che appare più come un colpo di stato.
Da ore la piazza è stracolma e gli scontri si succedono su Qasr al Aini, con un fitto lancio di gas lacrimogeni e già molti feriti che vengono trasportati venrso Tahrir,
tra poco gli ospedali da campo probabilmente torneranno a sbucare qua e là,
per le strade di una città che ha la capacità ormai di trasformarsi in un fitto campo di battaglia, spesso ben organizzato.

Bandiere rosso nere dal quartier generale dei Fratelli Musulmani, oggi

Molte le sedi politiche prese d’assalto e incendiate dalla folla,
anche la sede di Al-Jazeera ha avuto lo stesso trattamento
Una bandiera rosso-nera sventola dal quartier generale di Morsi,
le frange progressiste, come quelle anarchiche, hanno voglia di dire la loro.
E noi siamo al loro fianco.

W L’EGITTO CHE RESISTE!

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Per altro materiale sull’Egitto: QUI

Ode al dolore, alla nostalgia, a Bosra

30 ottobre 2012 11 commenti

E’ un blog che procede a rilento,
sarebbe meglio dire che è un blog che non procede in queste settimane.
No, non va.
Come il resto d’altronde.
E non parlo di vita personale, che si potesse tarare il mondo su quella, sarebbe tutto anche troppo bello.

Foto di Valentina Perniciaro _ a lavoro, davanti all’arco del vento, Bosra ash-Sham_

Parlo di me, di me che non sono, che non riesco ad essere me,
che son spazzata via e priva di lucidità, di speranza di trovarne.

Spinoza quando parla di casa, di casa propria, dice che la si trova dentro,
che la propria casa è la propria razionalità, la logica, la capacità di indagare quel che si ha intorno.
Eppure io una casa l’avevo. E mi manca.
Avevo una casa che profumava di gelsomino e rose,
Avevo una casa di basalto, marmo, polvere e sorrisi,
Avevo una casa dove dormivo senza tetto, se non cotone, dove la luna faceva l’amore con i miei sogni, dove il cielo era tetto, era giorno, era pace.
Avevo una casa piena di gatti pronti a rubare ogni cosa commestibile,
Avevo una casa dove i ricci la notte venivano a cercar calore nel mio letto di coperte beduine,
Avevo una casa dove le leggende incrociano i millenni, e diventano presente.

Si chiamava Bosra Ash-Sham
e tante volte ve ne ho parlato.
Un paio di centinaia di kilometri: sali su un bus a Baramke (stazione meridionale di Damasco) e dopo meno di 200 km verso sud, a pochi minuti dal confine giordano,
incontri la terra delle città nere,
quelle dove il basalto si erige nella terra rossa, e blocca i secoli con calore e rispetto.

Bosra è stata la mia casa per tanti anni,
Bosra è stata la sola casa che il mio corpo ha sentito “casa”.
Bosra e tutto quello che m’ha lasciato nell’anima è stata e continua ad essere la mia migliore amica, quella capace di darmi pace quando nella mia testa incazzosa non c’è tregua e solo rabbia,
Bosra mi ha insegnato a gioire di nulla, Bosra mi ha fatto conoscere persone e situazioni che mi sono dentro come i racconti trasteverini della mia famiglia.
Alla stregua. Stesso immenso patrimonio di familiarità, d’amore.

A Bosra ho incontrato un fratello e tutta la sua gente, che in pochi secondi è diventata mia.
A Bosra ho una mamma tutta matta, avvolta nel velluto beduino, che ogni volta che entravo nel suo cortile, pieno di alberi da frutto rigogliosi e zuccherosi, mi lanciava a terra su quella polverosa stratificazione di tappeti,
per giocare, cantare, rotolarci: come due bimbe.
Era difficile comunicare, ma i nostri corpi si son fusi in poco tempo.
Ora la sua voce al telefono è lontanissima, come se tra me e la mia amata casa ci fossero galassie.

Foto di Mechaal Al-Adawi
Kalybe…ormai conosciuto come “il letto della figlia del re”
RIDOTTO IN MACERIE DA UN TANK DELL’ESERCITO SIRIANO,
CHE HA APPOSITAMENTE MIRATO, DALLA PIAZZA DELL’AGORA’

E allora questo blog è fermo,
perchè da una settimana vorrei raccontarvi di come “il letto della figlia del re” s’è sbriciolato, colpito a morte da una cannonata di un tank,
un tank dell’esercito siriano, adagiato coi suoi maledetti cingoli sull’agorà,
la sola piazza romana di marmo bianco (lo fecero arrivare dalla lontana Jarasa)
al centro della città nera.
Kalybe, il gioiello di Bosra, il simbolo dello scorrere dolce dei secoli in una terra che aveva portato sempre rispetto per il suo patrimonio storico ed archeologico.
Ho incontrato bambini semi analfabeti che mi parlavano degli intarsi romani, di Apollodoro, delle greche nabatee che ornano capitelli e nicchie,
Ho incontrato un popolo che aveva poco cibo, ma che si nutriva della sua storia.

Ed ora anche quella sta sanguinando a morte.
Con lo sbriciolarsi di quel gioiello, con la distruzione di quella meraviglia che da 2000 anni accarezzava lo sguardo dei pastori,
sento che la mia serenità s’è definitivamente spappolata. Esplosa, frammentata.
E così ve la racconterò un altro giorno la storia di quella camera,
la storia dello scorpione che andò a cercare fino a lassù la bella figlia del re.
Ve la racconto un altra volta,
che le lacrime iniziano a scorrere e solcare il viso con una violenza che spezza il respiro.

Con il cuore poggiato tra cardo e decumano,
con il sorriso incastonato nell’albero di fichi al centro di quel cortile, ora spianato.
Con il solo desiderio di poter far vivere a mio figlio l’atmosfera di quella che è stata la sola casa che ho veramente amato.
Quella dove non riuscivo a non tornare continuamente,
da ogni luogo del mondo,
tutte le mie strade m’hanno sempre portato a Bosra…
E un giorno torneranno a farlo,
per mano al mio bimbo.

Qui potete vedere il video di ciò che è rimasto…
Kalybe? Fa parte dei sogni di una vita che non c’è più.

A breve la storia di questo monumento, e la sua maledetta ingiustificabile fine.
Leggi anche:
- Un urlo di dolore da Bosra
- Le bombe in casa nostra / 2
- Alla bimba di Bosra
- Dalla Siria, per la Siria
- L’inizio
- Basalto, beduini e innamoramenti

Il 15 ottobre e gli scontri a San Giovanni: un anno dopo

15 ottobre 2012 7 commenti

Ci sarebbe da scriverci per ore, (io ho fatto già abbastanza danni con queste due pagine a caldo : – Delazione e rimozione della propria storia - Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti)

Foto di Valentina Perniciaro _resistenza a Piazza San Giovanni_

sarebbero molte le pagine da dover riempire per valutare quella giornata, un anno fa.
Ci sarebbe anche, ancora e più di prima, da essere furiosi, per il comportamento di “tanta” piazza, di quei signori della piazza che pensano sempre di poter gestire e prevedere ogni mossa, ogni slogan, ogni pulsione di rabbia e rivolta.
Gli è andata male a lor signori,
ma è andata male anche a chi quella piazza l’ha voluta determinare da capo, spontaneamente,
senza la minima organizzazione, ma con tanto fiato in gola e petto gonfio da battiti emozionati.
E’ andata male perché dal comportamente surreale in piazza, al rientro a casa, c’è stata la scoperta della delazione,
della caccia al mostro, infiltrato o black bloc che sia.
E’ andata male perché l’ondata repressiva è stata veramente di portata bellica, e le condanne che son seguite a quei giorni sono pesanti, spropositata, avvolte in una nuvola di oblio dei compagni, un silenzio che non si può accettare.
Faticoso scriverne, perché la rabbia è tanta per quella giornata così speciale, sotto tutti i punti di vista.
Siamo tornati a casa tutti molto cambiati da quel corteo,
per quel che mi riguarda sento che c’è stato uno spartiacque, una pagina girata con delusione e rabbia.

Aspettando che le piazze tornino a riempirsi,
aspettando che il conflitto, in tutte le sue forme e la sua autodeterminazione, tornino a riempire le strade…

Su quelle giornate e la repressione che ne è seguita:
- Il comunicato su Giovanni Caputi
- Pin va al 15 ottobre
- Ecco la prima condanna
- Cobas contro Cobas
- Un commento di Oreste Scalzone
- Presidio a Regina Coeli
- Infoaut risponde al comunicato dei Cobas
- La solidarietà di Radio Onda Rossa agli arrestati
- I “terroristi urbani”
- Delazione e rimozione della propria storia
- Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti

Alemanno, ordinanze anti bivacco e grano ad essiccare…

2 ottobre 2012 Lascia un commento

Quando ho incontrato l’amore ero su un capitello di basalto rovente,
Quando ho capito che quell’innamoramento mi avrebbe accompagnato per sempre ero a mangiare sul cardo polveroso, assaggiavo delle verdure ripiene di carne che la mamma del mio fratellone beduino aveva preparato per me.

Foto di Valentina Perniciaro _l’essiccazione del grano sul basalto di Bosra_

Quel giorno nessun pranzo sui tappeti e i vassoi d’argento e rame, quel giorno nessuna chiacchiera, nessun bicchiere di yoghurt da bere…avevo voglia di parlare col vento, sotto la sua porta nabatea, avevo voglia di far entrare nel mio sangue la vita della città vecchia che ogni giorno attraversavo stupita.
Volevo scoprire ancora i suoi cortili, volevo vedere da dove partivano i fili su cui pendevano le vesti ad asciugare, ero curiosa di capire se anche il chiodo che li teneva al basalto era romano, o nabateo, o omayyade, o abbaside.
Perche’ Bosra ash-Sham, così come buona parte delle antiche città del medioriente è VIVA.

Le sue vecchie case, quelle millenarie, sono vive. La mattina vedono uscire i bimbi con la cartella azzurra sulle spalle, dopo poco sentono i profumi delle melanzane che si arrostiscono sul fuoco vivo:
ogni vicolo, ogni ciottolo del decumano, ogni nicchia è strabordante vita, strabordante storia e presente.

Il grano più buono che io abbia mai mangiato veniva essiccato (verrebbe tuttora essiccato così se non ci fosse l’artiglieria a distrarre la vita quotidiana, lì) sul basalto,  proprio come facevano i nabatei quando nel loro viaggio verso Petra si fermavano qui, nella città nera.
Ho cercato rovine in giro per il mondo, forse perchè ci sono nata in mezzo.
Ho cercato, amato e rispettato le rovine del mondo perché fanno parte della mia natura, perché sono nata a Roma e sento il bisogno fisico di abbracciare il marmo, di penetrare le scanalature delle colonne, o degli altari pagani:
ho sempre odiato il mio paese e questo nostro amorfo occidente pulito e asettico per la sua incapacità di trasmettere la potenza di certi luoghi,
per l’aver trasformato in tanti musei a cielo aperto, puliti e immobili come un ospedale, tutti i nostri siti archeologici. Perché camminare per il Foro o il Palatino non dona nemmeno un miliardesimo delle emozioni che trasmette un bello scambio a pallone coi bimbi, nell’agorà romana, davanti alle antiche locande del mercato, ancora praticamente intatte.

Ora andiamo peggiorando.
Non ho diritto ad abbracciare le mie colonne (sia mai, si rovinano eh!), non ho diritto a far arrampicare mio figlio tra le mura del Palatino (sia mai, è devastazione!), non ho diritto di vedere panni stesi tra gli archi romani (sia mai, brutti zingari di merda come vi viene in mente)..
ma ora non posso nemmeno mangiare.
Non possiamo mangiare per le strade della nostra città: e allora Alemanno vallo a spiegare a Tonino, che fa quei supplì che uno tira l’altro,
vallo a spiegare a mio figlio che l’ho cresciuto nella gioia di mangiucchiare libero di regole tra i gradini delle fontane, delle piazze, dei parchi della sua città, che penso sia di tutti.
Ordinanza anti bivacco: se si mangia o si beve per strada è multa dai 25 ai 500 euro.
Se vuoi riposarti un po’ sul decumano, o su un muretto del Palatino: multa, dai 25 ai 500 euro.

Forse se mangi porchetta, prodotto romanissimo e fascistissimo (scherzo eh!) so’ 25 euro,
se mangi un kebab odorante spezie islamiche (scherzo anche qui) so’ 500…non so, non c’è dato sapere.
Quel che si sa è che E’ VIETATO MANGIARE E BERE.
Devi essere decoroso, devi sederti e pagare la consumazione, non devi inquinare con la tua presenza stracciona la città del grande sindaco, braccio teso e tuta da ginnastica, quello che mangiava la pajata co’ Bossi, ve ricordate?

Ma le parolacce le potemo ancora di’? E allora va’ a morì ammazzato, Alemà!

In riva al mare con Saffo, Britomarti e il caro Cesare…

24 settembre 2012 1 commento

Ancora i Dialoghi con Leucò, ancora Cesare, ancora -come da sempre- a rifuggire tra righe che si potrebbero recitare a memoria,
senza saperne il motivo, solo per sentire se il friccichio della schiuma di quell’onda è sempre lo stesso del primo istante.
Schiuma d’onda, una chiacchierata tra Saffo e Britomarti…

(Parlano Saffo e Britomarti).

SAFFO: E’ monotono qui, Britomarti. Il mare è monotono. Tu che sei qui da tanto tempo, non t’annoi?
BRITOMARTI: Preferivi quand’eri mortale, lo so. Diventare un po’ d’onda che schiuma, non vi basta.
Eppure cercate la morte, questa morte. Tu perché l’hai cercata?
Foto di Valentina Perniciaro _Strapiombo e blu… _
SAFFO: Non sapevo che fosse così. Credevo che tutto finisse con l’ultimo salto. Che il desiderio, l’inquietudine, il tumulto sarebbero spenti. Il mare inghiotte, il mare annienta, mi dicevo.
BRITOMARTI: Tutto muore nel mare, e rivive. Ora lo sai.
SAFFO: E tu perché hai cercato il mare, Britomarti – tu che eri ninfa?
BRITOMARTI: Non l’ho cercato, il mare. Io vivevo sui monti. E fuggivo sotto la luna, inseguita da non so che mortale. Tu, Saffo, non conosci i nostri boschi, altissimi, a strapiombo sul mare.
Spiccai il salto, per salvarmi.
SAFFO: E perché poi, salvarti?
BRITOMARTI: Per sfuggirgli, per essere io. Perché dovevo, Saffo.
SAFFO: Dovevi? Tanto ti dispiaceva quel mortale?
BRITOMARTI: Non so, non l’avevo veduto. Sapevo soltanto che dovevo fuggire.
SAFFO: E’ possibile questo? Lasciare i giorni, la montagna, i prati – lasciar la terra e diventare schiuma d’onda – tutto perché dovevi?  Dovevi che cosa? Non ne sentivi desiderî, non eri fatta anche di questo?
BRITOMARTI: Non ti capisco, Saffo bella. I desiderî e l’inquietudine ti han fatta chi sei; poi ti lagni
che anch’io sia fuggita.
SAFFO: Tu non eri mortale e sapevi che a niente si sfugge.
BRITOMARTI: Non ho fuggito i desiderî, Saffo. Quel che desidero ce l’ho. Prima ero ninfa delle
rupi, ora del mare. Siamo fatte di questo. La nostra vita è foglia e tronco, polla d’acqua,
schiuma d’onda. Noi giochiamo a sfiorare le cose, non fuggiamo. Mutiamo.
Questo è il nostro desiderio e il destino. Nostro solo terrore è che un uomo ci possegga, ci fermi.
Allora sì che sarebbe la fine. Tu conosci Calipso?
SAFFO: Ne ho sentito.
BRITOMARTI: Calipso si è fatta fermare da un uomo. E più nulla le è valso. Per anni e per anni
non uscì più dalla sua grotta. Vennero tutte, Leucotea, Callianira, Cimodoce, Oritía,
venne Anfitrìte, e le parlarono, la presero con sé, la salvarono. Ma ci vollero anni, e che
quell’uomo se ne andasse.
SAFFO: Io capisco Calipso. Ma non capisco che vi abbia ascoltate.
Che cos’è un desiderio che cede?
BRITOMARTI: Oh Saffo, onda mortale, non saprai mai cos’è sorridere?
SAFFO: Lo sapevo da viva. E ho cercato la morte.
BRITOMARTI: Oh Saffo, non è questo il sorridere. Sorridere è vivere come un’onda o una foglia,
accettando la sorte. E’ morire a una forma e rinascere a un’altra.
E’ accettare, accettare, se stesse e il destino.
SAFFO: Tu l’hai dunque accettato?
BRITOMARTI: Sono fuggita, Saffo. Per noialtre è più facile.
SAFFO: Anch’io, Britomarti, nei giorni, sapevo fuggire. E la mia fuga era guardare nelle cose e
nel tumulto, e farne un canto, una parola. Ma il destino è ben altro.
BRITOMARTI: Saffo, perché? Il destino è gioia, e quando tu cantavi il canto eri felice.
Foto di Valentina Perniciaro
- Dunque accetti il desiderio?
- Non lo accetto, lo sono.
SAFFO: Non sono mai stata felice,
Britomarti. Il desiderio non è canto.
Il desiderio schianta e brucia,
come il serpe, come il vento.
BRITOMARTI: Non hai mai
conosciuto donne mortali che
vivessero in pace nel desiderio
e nel tumulto?
SAFFO: Nessuna… forse sì…
Non le mortali come Saffo.
Tu eri ancora la ninfa dei monti,
io non ero ancor nata.
Una donna varcò questo mare,
una mortale, che visse sempre nel
tumulto – forse in pace.
Una donna che uccise, distrusse,
accecò, come una dea – sempre uguale
a se stessa. Forse non ebbe da sorridere
neppure. Era bella, non sciocca,
e intorno a lei tutto moriva e combatteva.
Britomarti, combattevano e morivano
chiedendo solo che il suo nome fosse un
istante unito al loro, desse il nome alla
vita e alla morte di tutti.
E sorridevano per lei… Tu la conosci – Elena Tindaride, la figlia di Leda.
BRITOMARTI: E costei fu felice?
SAFFO: Non fuggì, questo è certo. Bastava a se stessa. Non si chiese quale fosse il suo destino.
Chi volle, e fu forte abbastanza, la prese con sé. Seguì a dieci anni un eroe, la ritolsero a lui,
la sposarono a un altro, anche questo la perse, se la contesero oltremare in molti,
la riprese il secondo, visse in pace con lui, fu sepolta, e nell’Ade conobbe altri ancora.
Non mentì con nessuno, non sorrise a nessuno. Forse fu felice.
BRITOMARTI: E tu invidi costei?
SAFFO: Non invidio nessuno. Io ho voluto morire. Essere un’altra non mi basta.
Se non posso esser Saffo, preferisco esser nulla.
BRITOMARTI: Dunque accetti il destino?
SAFFO: Non l’accetto. Lo sono. Nessuno l’accetta.
BRITOMARTI: Tranne noi che sappiamo sorridere.
SAFFO: Bella forza. E’ nel vostro destino. Ma che cosa significa?
BRITOMARTI: Significa accettarsi e accettare.
SAFFO: E che cosa vuol dire? Si può accettare che una forza ti rapisca e tu diventi desiderio,
desiderio tremante che si dibatte intorno a un corpo, di compagno o compagna,
come la schiuma tra gli scogli? E questo corpo ti respinge e t’infrange, e tu ricadi,
e vorresti abbracciare lo scoglio, accettarlo. Altre volte sei scoglio tu stessa,
e la schiuma – il tumulto – si dibatte ai tuoi piedi.
Nessuno ha mai pace. Si può accettare tutto questo?
BRITOMARTI: Bisogna accettarlo. Hai voluto sfuggire, e sei schiuma anche tu.
SAFFO: Ma tu lo senti questo tedio, quest’inquietudine marina?
Qui tutto macera e ribolle senza posa. Anche ciò che è morto si dibatte inquieto.
BRITOMARTI: Dovresti conoscerlo il mare. Anche tu sei da un’isola…
SAFFO: Oh Britomarti, fin da bimba mi atterriva. Questa vita incessante è monotona e triste.
Non c’è parola che ne dica il tedio.
BRITOMARTI: Un tempo, nella mia isola, vedevo arrivare e partire i mortali.
C’erano donne come te, donne d’amore, Saffo. Non mi parvero mai tristi né stanche.
SAFFO: Lo so, Britomarti, lo so. Ma le hai seguite sul loro cammino?
Ci fu quella che in terra straniera s’impiccò con le sue mani alla trave di casa.
E quella che si svegliò la mattina sopra uno scoglio, abbandonata.
E poi le altre, tante altre, da tutte le isole, da tutte le terre, che discesero in mare e chi fu serva,
chi straziata, chi uccise i suoi figli, chi stentò giorno e notte,
chi non toccò più terraferma e divenne una cosa, una belva del mare.
BRITOMARTI: Ma la Tindaride, tu hai detto, uscì illesa.
SAFFO: Seminando l’incendio e la strage. Non sorrise a nessuno. Non mentì con nessuno.
Ah, fu degna del mare. Britomarti, ricorda chi nacque quaggiù…
BRITOMARTI: Chi vuoi dire?
SAFFO: C’è ancora un’isola che non hai visto. Quando sorge il mattino, è la prima nel sole…
BRITOMARTI: Oh Saffo.
SAFFO: Là balzò dalla schiuma quella che non ha nome, l’inquieta angosciosa, che sorride da sola.
BRITOMARTI: Ma lei non soffre. E’ una gran dea.
SAFFO: E tutto quello che si macera e dibatte nel mare, è sua sostanza e suo respiro. Tu l’hai veduta, Britomarti?
BRITOMARTI: Oh Saffo, non dirlo. Sono soltanto una piccola ninfa.
SAFFO: Tu vedi, dunque…
BRITOMARTI: Davanti a lei, tutte fuggiamo. Non parlarne, bambina.

Foto di Valentina Perniciaro _Un’isola all’ergastolo_

Squirting e passeggiate domenicali

23 settembre 2012 2 commenti

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Foto di Valentina Perniciaro

Ogni tanto anche Roma e i suoi quartieri da “gran pretagna” fatti solo di sorelle a passeggio e luoghi di prostrazione, regalano ilarità gratuite.

Se squirti ti sposo!
Adoro!

Ergastulum di Santo Stefano: entrando con gli occhi di Luigi Settembrini

28 agosto 2012 3 commenti

Queste righe sono un quadro.
Un maledetto quadro dai colori nitidi, capace di urlare ai venti di quel braccio di mare, cosa è stato quel posto.
Torno ancora, stavolta solo con la testa, all’approdo sdrucciolevole dell’isola di Santo Stefano, quello scoglio splendido e maledetto da sempre, che si bagna nello stesso mare di Ventotene, sua sorella maggiore.
Torno al carcere di Santo Stefano, alle tante parole contro l’ergastolo che quel luogo muove in chiunque (spero),
torno a quella salita che graffia le gambe e l’anima,
a quello scoglio di dolore e meraviglia, dove troppi morti senza libertà si accalcano nella terra,
o nel ricordo del pasto delle acque spesso affamate di carni e catene.
Torno lì regalandovi questo quadro, scritto da Luigi Settembrini (1831-1876) che in quel bagno penale, in quel maledetto ergastulum ha passato un decennio, lui che ebbe anche il padre rinchiuso in quelle celle.
I suoi scritti su Santo Stefano sono una testimonianza grandiosa ed importante,
che vi consiglio di leggere se per qualche motivo della vostra vita siete inciampati su un sasso di Santo Stefano, o sul gradino d’accesso di qualche segreta di Stato.
Buona lettura…questa descrizione dell’ergastolo è solo una parte di quello che cercherò di mettervi prossimamente…

NO ALL’ERGASTOLO!
NO FINE PENA MAI!

Qui intanto qualche link: LEGGI

“Ma entriamo in questa tomba, dove son sepolti circa ottocento uomini vivi:

L’ergastolo

L’ergastolo di Santo Stefano

Chi si avvicina a Santo Stefano vede da mare sull’alto del monte grandeggiare l’ergastolo, che per la sua figura quasi circolare sembra da lungi una immensa forma di cacio posta su l’erba.
Il gran muro esterno, dipinto di bianco e senza finestre, è sparso ordinatamente di macchiette nere, che sono buchi a guisa di strettissime feritoie, che dànno luogo solo al trapasso dell’aria. Per iscendere sull’isola si deve saltare su di uno scoglio coperto d’alga e sdrucciolevole. Cominciando a salire per una stradetta erta e scabra, si trova in prima una vasta grotta, nella quale il provveditor dell’ergastolo suol serbare sue provvigioni; poi montando più su si vede il dosso del monte industriosamente coltivato. Sino a pochi anni addietro l’isola era tutta selvaggia ed aspra: ora è coltivata, tranne una ghirlanda intorno, dove tra gli sterpi e le erbacce pascono le capre pendenti dalle rocce, sotto di cui si rompe il mare e spumeggia. Su la parte più larga e piana del monte sorge l’ergastolo.
Non si può dire che tumulto d’affetti sente il condannato prima di entrarvi: con che ansia dolorosa si sofferma e guarda i campi, il verde, le erbe e tutto il mare, e tutto il cielo, e la natura che non dovrà più rivedere; con che frequenza respira e beve per l’ultima volta quell’aria pura; con che desiderio cerca di suggellarsi nella mente l’immagine degli oggetti che gli sono intorno. Fermato innanzi la terribile porta vede una strada lunga un cento cinquanta passi, in capo della quale un casolare fabbricato sulle rovine della villa di Giulia; e vicino a questo un recinto di mura con una croce che è il cimitero de’ condannati. Se gli è permesso di camminare un poco verso la sinistra dell’ergastolo vede una casetta del tavernaio divenuto coltivatore dell’isola, ed un’altra stradetta più malagevole della prima, per la quale con l’aiuto delle mani e dei piedi scendesi al mare. E null’altro vede, perché null’altro v’è fuori che il mare, ed il cielo, e le isole lontane, e il continente più lontano ancora, a cui vanamente il misero sospira.

Un edifizio di forma quadrangolare sta innanzi l’ergastolo, e ad esso è unito dal lato posteriore. Il lato anteriore o la facciata di questo edifizio ha due torrette agli angoli, ha cinque finestre, ed in mezzo una trista porta guardata da una sentinella: su la porta sta scritto questo distico:

Donec sancta Themis scelerum tot monstra catenis vincta tenet, stat res, stat tibi tuta domus.
“Finché la santa Legge tiene tanti scellerati in catene, sta sicuro lo stato, e la proprietà.”

Ventotene e lo scoglio di Santo Stefano

Parole non lette o non capite dai più che entrano, ma che stringono il cuore del condannato politico e lo avvertono che entra in un luogo di dolore eterno, fra gente perduta, alla quale egli viene assimilato. Bisogna avere gran fede in Dio e nella virtù per non disperarsi. Varcata la porta ed un androne si entra in un cortile quadrilatero intorno al quale sono le abitazioni di quelli che sopravvegliano l’ergastolo, magazzino per provvigioni, il forno, la taverna. Custodi dell’ergastolo, come di ogni altro bagno, sono il comandante, che è un uffiziale di fanteria di marina, un sergente suo aiutante che è detto comite, pochi caporali, e bastevol numero di agozzini; un altro uffiziale comanda un drappello di soldati, i quali guardano l’esterno. Vi sono ancora due preti; due medici, un chirurgo, e tre loro aiutanti: v’è il provveditore, ed il tavernaio.
Nel cortile sei circondato dagli agozzini coi loro fieri ceffi, i quali ti ricercano e scuotono le vesti, ti tolgono la catena se sei condannato all’ergastolo, e te la osservano e ribadiscono se sei condannato ai ferri. Uno scrivano ti dimanda del nome e delle tue qualità personali: ed il comandante, dopo averti biecamente squadrato da capo a piè, ti avverte di non giocare, non tener armi, starti tranquillo, se no vi sono le battiture e la segreta: e ti manda al luogo che egli destina facendoti accompagnare dal sergente e dagli agozzini.

Dopo il cortile entri in un secondo androne, nel quale un custode apre una porta, e ti fa entrare in uno spazzetto scoperto, chiuso intorno da un muro con palizzata e da un fosso, su cui è un ponte levatoio. Un secondo custode apre un cancello di legno, varchi il ponte, ed eccoti nell’ergastolo. Immagina di vedere un vastissimo teatro scoperto, dipinto di giallo, con tre ordini di palchi formati da archi, che sono i tre piani delle celle dei condannati: immagina che in luogo del palcoscenico vi sia un gran muro, come una tela immensa, innanzi al quale sta lo spazzetto chiuso dalla palizzata e dal fosso: che nel mezzo di esso muro in alto sta una loggia coverta, che comunica con l’edifizio esterno, e su la quale sta sempre una sentinella che guarda, e domina tutto in giro questo teatro: e più su in questa gran tela di muro sono molte feritoie volte ad ogni punto. Così avrai l’idea di questo vasto edifizio, che ha forma maggiore di mezzo cerchio, con in mezzo un vasto cortile, ed in mezzo al cortile una chiesetta di forma esagona, chiusa intorno da vetri. Il cortile è lastricato di ciottoli, ha due bocche di cisterne, e tre basi di pietra, con ferri che sostengono fanali. Il lastricato e le cisterne son fatte da pochi anni: prima nel cortile erano ortiche e fossatelle d’acqua, dove i condannati andavano a bere, e spesso coi coltelli contendevano per dissetarsi a quelle fetide pozzanghere.

All’interno di Santo Stefano…

Ciascun piano è diviso in trentatré celle: nel primo e nel secondo piano sono trentatré archi, ciascuno innanzi ciascuna cella: nel terzo piano è una loggia scoperta che gira innanzi tutte le celle, e non è più larga di quattro palmi. Ogni cella ha una porta ed una piccola finestra ferrata che guardano nel cortile; e sul muro opposto ha un buco o feritoia lunga un palmo, stretta tre dita, dalla quale trapassa l’aria esterna, e si può vedere una striscia di mare. Il primo piano è a livello del cortile, e tiene innanzi un muro con sopra una palizzata, onde chiamasi le barriere, anche perché è scompartito da mura in varie porzioni, ciascuna contenente diverso numero di celle. Nello spazio tra la palizzata e le celle passeggiano i condannati; ed è brutto di fango e di acqua che vi gittano o vi cade da sopra. Per montare ai piani superiori vi sono due scale a destra e sinistra della gran tela di muro; ma chiuse da cancelli di legno tenuti da custodi. Il secondo piano ha innanzi una loggia coverta formata da un secondo ordine di archi, e larga quanto quella del terzo piano; ed è diviso in due porzioni. Nel terzo piano le ultime undici celle sono divise dalle altre, ed addette ad uso di ospedale: e queste sole invece di buchi esterni hanno finestrelle ferrate, dalle quali si può vedere un po’ di verde e la vicina Ventotene, hanno invetriate, e pareti bianchite. Una metà delle celle del primo piano è destinata per un centinaio di condannati ai ferri: in tutte le altre celle sono gli ergastolani: nell’altra metà del primo piano i più discoli; nel secondo i meno tristi; nel terzo quelli che han dato pruova di essere rassegnati.

I soli condannati ai ferri hanno la catena che li accoppia, e possono passeggiare nel cortile. Tra essi i fortunati vanno soli, portando o tutte le sedici maglie della catena o pure otto maglie: i fortunatissimi ne portano quattro, e fanno uffizio di serventi o di cucinieri, votano i cessi, portano acqua, vanno a spendere alla taverna: sono beati quei pochi che escono fuori a lavorare la terra. Gli ergastolani non hanno catena; ma nessuno può uscir del suo piano e del suo scompartimento: un tempo nessuno poteva uscir dalla sua cella. Queste divisioni sono necessarie per impedire le continue risse che nascono per stolte e turpi cagioni, e pel sempre funesto amore di parti; dappoiché questi sciagurati, che una pena tremenda dovrebbe unire, sono divisi tra loro secondo le province: e siciliani, calabresi, pugliesi, abruzzesi, napolitani, si odiano fieramente fra loro, spesso senza cagione e senza offese; e se per caso si scontrano si lacerano come belve e si uccidono. Non si cerca di spegnere questi odi di parte, perché per essi si hanno le spie, si vendono favori, si fanno eseguir vendette, si fa paura a tutti: una è l’arte di opprimere, ed ogni malvagio la conosce.

Per questa condizione de’ luoghi e degli uomini, gli ergastolani non hanno altro spazio che le celle, e la stretta loggia, dalla quale invidiando guardano il cortile dove non possono passeggiare, ed il cielo che è terminato dalle alte mura dell’ergastolo, e che come un immenso coverchio di bronzo ricopre il tristo edifizio e ti pesa sull’anima. Se passa volando qualche uccello, oh come lo riguardi con invidia, e lo segui col pensiero e con la speranza stanca, e con esso voli alla tua patria, alla tua famiglia, ai tuoi cari, ai giorni di gioia e di amore, che sempre ti tornano a mente per sempre tormentarti. Ma neppure puoi star molto su questa loggia ingombra di masserizie e di uomini che ti urtano, gridano, cantano, bestemmiano, accendono fuoco, fendono legne: e poi nel cortile non vedi che condannati trascinare penosamente le sonanti catene, taluno d’essi con oscena voce andar gridando: “Vendiamo e mangiamo”: spesso vedi lo scanno sul quale si danno le battiture, spesso la barella con entro cadaveri di uccisi. Il vento ti molesta, il sole ti brucia, la pioggia ti contrista, tutto che vedi o che odi ti addolora, e devi ritirarti nella cella.

Ogni cella ha lo spazio di sedici palmi quadrati [11 mt quadrati], e ce ne ha di più strette: vi stanno nove o dieci uomini e più in ciascuna. Son nere ed affumicate come cucine di villani, di aspetto miserrimo e sozzo; con i letti squallidi, coperti di cenci, e che lasciano in mezzo piccolo spazio; con le pareti nere dalle quali pendono appese a piuoli di legno pignatte, tegami, piattelli, fiaschi, agli, peperoni, fusa, conocchie, naspi ed altre povere e sudicie masserizie: una seggiola è arnese raro, un tavolino rarissimo. È vietato ogni arnese di ferro, e persino i chiodi, le forchette, i cucchiai, le bilance sono di legno: ed invece di coltellaccio per minuzzare il lardo usano un osso di costola di bue. Con un’industria incredibile fendono grossi ceppi e tronchi di albero mediante piccolissimi cunei di ferro, non permessi ma tollerati, e però da essi nascosti. Chi non vuole il cibo cotto in comune, e che non è altro che fave o pasta, lo cuoce da sé in fornacette di tufo, che si mettono sul davanzale della finestra ed anche sulle tavole del letto. Pochi fanno comunanza, perché il delitto li rende cupi e solitari: spesso ciascuno accende il suo fuoco, onde esce un fumo densissimo che ingombra tutta la cella e le vicine, ti spreme le lagrime, e ti fa uscire disperatamente su la loggia, dove trovi altre fornacette accese che fumano, ed invano cerchi un luogo non contristato dal fumo, che esce dalle porte, dalle finestre, da ogni parte. Alle due pareti opposte della stanza è legato uno spago, dal quale pende una canna, che dall’altro capo fesso in su tiene sospesa una lucerna di latta, la quale con questo ingegno può portarsi qua e là, e pendere nel mezzo della stanza, per dar lume la sera a tutti che fanno cerchio intorno e filano canape.

Santo Stefano_ Aboliamo l'ergastolo 2012: ridando un nome agli ergastolani_

Santo Stefano_ Aboliamo l’ergastolo 2012: ridando un nome agli ergastolani_

Tetre sono queste celle il giorno, più tetre e terribili la notte; la quale in questo luogo comincia mezz’ora prima del tramonto del sole, quando i condannati sono chiusi nelle celle, dove nella state si arde come in fornace, e sempre vi è puzzo. O quanti dolori, quante rimembranze, quante piaghe si rinnovellano a quell’ora terribile! Nel giorno sempre aspetti e sempre speri: ma quando è chiusa la cella ed alzato il ponte levatoio, più non aspetti e non speri, e ti senti venir meno la vita. Allora non odi altro che strani canti di ubbriachi, o grida minacciose che fieramente echeggiano nel silenzio della notte, come ruggiti di belve chiuse; talvolta odi un rumor sordo ed indistinto di gemiti o di strida, e la mattina vedi cadaveri nella barella. Quando stanco d’ozio, d’inerzia, e di noia cerchi un po’ di riposo e di solitudine sul duro e strettissimo letto, mentre dimenticando per poco gli orrori del luogo corri dolcemente col pensiero alla tua donna, ai tuoi figliuoletti, al padre, alla madre, ai fratelli, alle persone care all’anima tua, senti il fetido respiro dell’assassino che ti dorme accanto, e sognando rutta vino e bestemmia.
O mio Dio, quante volte ti ho invocato in quelle ore di angosce inesplicabili; quante notti con gli occhi aperti nel buio io ho vegliato sino a giorno fra pensieri tanto crudeli, che io stesso ora mi spavento a ricordarli.

Ritorna il giorno, e ritornano i suoi dolori, e l’un giorno non è diverso dall’altro. Sempre ti stanno innanzi gli stessi oggetti, gli stessi uomini, gli stessi delitti, le stesse azioni. Ogni giorno primamente ti si porta un pane; poi una porzione di orride fave o di arenosa pasta, che molti prendono cruda e poi cuocciono essi stessi con miglior condimento, poi cinque grani ai soli condannati all’ergastolo. Due volte il mese ti si da un pezzo di carne di bue: son due giorni di festa, in cui si beve più vino, e si fanno più delitti. Quando il mare non è agitato vengono alcune donne da Ventotene: portano a vendere pesce e verdure, e comprano il nero pane de’ condannati col quale sostengono sé stesse ed i loro figliuoli. Tanta miseria è in quell’isola, che di là si viene a spendere nelle taverne dell’ergastolo. Sebbene il continente sia poco lontano, pure raramente vengono barche, e se vengono ed approdano a Ventotene, non sempre si può traversare il canale su i battelli e venire a Santo Stefano, dove spesso si manca anche del necessario alla vita. Anche più raramente hai lettera o novella della tua famiglia. Ogni lettera che ricevi o mandi deve essere letta, ogni oggetto rivolto e ricercato per ogni parte. La prima lettera che io ebbi, e che io tanto avevo aspettata, mi strappò molte lagrime, e mi rendette convulso per più giorni. Io serbo ancora quella prima lettera, unita ad un’altra della mia figliuola Giulietta, che mi fu conceduto di tener caramente stretta in mano durante quei due giorni che io stetti condannato a morte in cappella; perché mi pareva che tenendola in mano io sarei morto abbracciando e benedicendo i miei figlioli.
Qui si vive a discrezione de’ venti e del mare, divisi dall’universo, e soffrendo tutti i dolori che l’universo racchiude.

 

Matera, finalmente!

29 giugno 2012 3 commenti

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Ci si vede tra qualche giorno

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Liberiamoci dall’ergastolo: ancora, sul viaggio a Santo Stefano

27 giugno 2012 6 commenti

Ancora parole, e troppe ne seguiranno, sul nostro viaggio al carcere di Santo Stefano,
contro l’ergastolo, contro l’idea di ergastolo, contro qualunque cosa preveda un fine pena mai,
quel 99/99/9999 che sancisce l’ergastolo sulle carte processuali.
Parole non mie stavolta, ma di compagni di viaggio che per la prima volta hanno assaggiato con lo sguardo dei blindi, delle sbarre, delle celle ..
il primo carcere, il primo ergastolo, forse il più toccante che esiste sul nostro territorio…
CONTRO L’ERGASTOLO,
CONTRO LA PRIVAZIONE DI LIBERTA’…
grazie carissimi, le vostre parole son proprio belle

Liberiamoci dall’ergastolo

Non è semplice parlare d’esperienze che ti segnano così profondamente.
La pagina bianca è come sempre un campo di possibilità infinite ma in questi casi è chiaro quanto sia impossibile tracciare le emozioni e determinare l’importanza del trovarsi all’interno di queste esperienze.
Il 24 giugno siamo partirti, in circa una trentita, verso l’isola di Santo Stefano per portare un fiore agli ergastolani e a dare finalmente un nome alle loro tombe.

Foto di Mattia Pellegrini

Quest’isola carcere per due secoli ha imprigionato e portato a morte decine e decine di ergastolani. Una piccola isola circondata da un mare stupendo che il Panoptico, perfettamente benthamiano, nascondeva allo sguardo dei reclusi; ho subito pensato a questa torsione sul corpo del detenuto, torsione di “prospettiva” più che visiva.
Ho pensato che magari potevano sentire il suo rumore, le onde che battono sugli scogli, ma una volta sull’isola ti accorgi che anche i canti dei gabbiani possono diventare angoscianti.
Ti senti travolto dalla violenza che si espande dalle pareti delle gabbie appositamente create per separare gli indesiderati, i colpevoli che le società giudica tracciando le proprie categorie (temporali) da punire.
Se vogliamo seriamente pensare alla possibilità del Liberarsi dall’ergastolo è questa, in primis (come lo è stato per la pena di morte), una lotta all’interno delle nostre soggettività. Essere contro l’ergastolo è il tentare di pensarlo non “in particolare” (il crimine commesso) ma “in generale” (la pena disumana).
E’ il pensare che qualsiasi crimine un individuo possa commettere non sarà mai crudele quanto l’essere partecipi passivi di una società che crea un sistema, complesso e condiviso, che porta lentamente alla morte di un altro essere umano.

Questo video vuole essere una traccia di quella giornata, una piccola parte che necessariamente deve interagire con le altre interpretazioni dei nostri nuovi amici, così da comporre uno sguardo collettivo e condiviso.
Consapevoli del fatto che per aprire una discussione sul “fine pena mai” sarà determinante la trasformazione delle nostre soggettività in moltitudine.

Giacomo Pellegrini
Mattia Pellegrini
Letizia Romeo

Anche gli ergastolani ora hanno un nome … piccoli splendidi passi nel carcere dell’isola di Santo Stefano

27 giugno 2012 18 commenti

Foto di Valentina Perniciaro _ridiamo un nome agli ultimi della terra: cimitero degli ergastolani, Isola di Santo Stefano_

Un’emozione che non riesco a descrivere.
Quando lo scorso anno misi piede per la prima volta su quello scoglio meraviglioso le emozioni furono immense,
piene di gioia e di quella addolorata rabbiosa sensazione di prigionia.
Visitare l’isola di Santo Stefano e il suo ergastolo è un’esperienza incredibile, se la si affronta con la libertà nel sangue.

In quattro navigammo quel tratto di mare, quattro persone, una macchinetta fotografica, una super8, pala, piccone, acqua e fiori: non era accettabile che quel cimitero di ergastolani fosse avvolto dall’oblio,

Foto di Valentina Perniciaro _il cimitero degli ergastolani, tutto pulito_

non era accettabile che quei corpi e quelle 47 croci vivessero abbandonate così,
tra i canti dei gabbiani e quel vento di mare che sa di libertà, e la cura di Salvatore, da solo.
Tra quei corpi tanti fratelli, tra quei corpi anche il caro “uccisore di re” Gaetano Bresci,
anche lui abbandonato lì, senza nome, senza ricordo, senza quel minimo di dignità che dovrebbe esser garantita sulla tomba di tutti, figuriamoci la sua.

Ora di quelle 47 croci solo pochissime sono senza nome: ora quei corpi privati della propria libertà, quei corpi seppelliti dai propri stessi compagni di prigionia, hanno un giaciglio che ricorda il loro nome, e la data della loro dipartita.

Foto di Valentina Perniciaro _in cella, nell’ergastolo di Santo Stefano_

E’ stata un’emozione forte, per quello queste mie parole non riescono ad uscire.
Perchè ancora devo metabolizzare l’immagine di quel cimitero tutto pulito, di quelle tombe quasi belle come non erano da chissà quanti decenni, e tutte con  un nome, come non erano praticamente mai state.

E quindi scrivo qui, confusamente, senza riuscire probabilmente a trasmettervi la storia di questo gruppo,
che lo scorso anno era composto da 4 persone, e che invece ha visto aggiungere uno zero a quel numero.
Un gruppo che s’è creato in autonomia approdando su quell’isola da sconosciuti, un gruppo mosso dalla volontà di abolire l’ergastolo, di liberarsene completamente.
Quest’anno eravamo in tanti a navigare quel tratto di mare,
in tanti a girare quella curva in salita, sotto al sole,  in passato dominata  dal cartello “Questo è un luogo di dolore”.
Lo è ancora un luogo di dolore, lo sarà sempre, come qualunque carcere e forse più di molti altri per la portata storica e violenta che ha con sè;

Foto di Valentina Perniciaro _La campagna 10×100 Genova non è finita, approda nel carcere di Santo Stefano: NON LASCIAMO CHE CHIUDANO QUEI LUCCHETTI!

un carcere dove le storie di evasioni son purtroppo poche mentre abbondano i dettagli delle fustigazioni, della segregazione, dell’impazzimento.
Ma è anche  un carcere che ha vissuto anche un periodo diverso, dove i detenuti erano molto liberi, dove si potevano fare colloqui con i propri familiari di 24 ore, in apposite case, cosa che ora a dirla pare un film.
Insomma, queste confuse righe non sono nulla se non un appuntamento a prestissimo, con un po’ di storie di quegli uomini,
con un po’ di racconti di ogni tempo,
con la vicinanza totale che sento, dal primo momento, con tutti coloro che da lì son passati, ultimi della terra, rinchiusi il più lontano possibile dalla società.
A presto con quelle storie,
con il blu di quel mare che urla libertà,
con la ruggine di quei blindi che ancora grida la violenza della prigionia.

A Gaetano Bresci,
a tutti i suoi compagni di prigionia
di ieri, di oggi e di sempre.

Foto di Valentina Perniciaro _Gaetano Bresci, ed un nome sulla tomba_

Quando una mamma muore tra le sbarre…

25 giugno 2012 10 commenti

Se si apre il sito di Repubblica oggi,
in prima pagina da questa mattina, troviamo la notizia del Carabiniere morto in Afghanistan.
Un esperto, un volontario alla sua quinta missione in quel martoriato paese.
Per trovare la notizia del suicidio avvenuto ieri sera nel carcere di Sollicciano, durante i quarti di finale dei campionati europei di calcio, bisogna aprire la pagina di Firenze,
e scorrere scorrere scorrere,
fino a trovare la notizia.
Si è suicidata una giovane donna, una giovane mamma, tossicodipendente.
Era entrata in carcere a gennaio, per una pena di 12 mesi..
e s’è impiccata alle sbarre della sua finestra.
Perché una mamma di due bambini con un solo anno di condanna era in carcere?
Perché una tossicodipendente arriva a suicidarsi in una cella?
Che schifo è questo?

Ora ci son due bimbi senza la loro mamma,
due bimbi che cresceranno consapevoli che la loro mamma è stata uccisa,
uccisa da uno stato che invece di aiutarla l’ha rinchiusa,
uccisa da uno stato che chiude una madre, 36enne, per una condanna ad un anno.
Non c’è parola alcuna, maledetti assassini.

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Foto di Valentina Perniciaro
_Il cimitero degli ergastolani dell’isola di Santo Stefano_

 

“Non è un tipo che si fa ingabbiare. E’ un fatto di appartenenza”

19 giugno 2012 8 commenti

Queste righe appaiono come commento in un post sul sito Wuming ( e poi sul sito 10×100.it), dedicato alla campagna GENOVA NON E’ FINITA 10×100 ANNI DI CARCERE,
nata pochi giorni fa in attesa delle sentenze di Cassazione del processo per “devastazione e saccheggio” in cui sono imputati 10 persone, delle centinaia di migliaia che eravamo nelle giornate del G8 di Genova, nel luglio del 2001.
Belle.

Foto di Valentina Perniciaro, Genova 2002

E non posso non girarle in questo blog, che ha come sua unica dea la libertà…
e come peggior nemico il ferro e il cemento delle celle, qualunque cella.

TUTTI LIBERI!
FIRMATE L’APPELLO sul sito 10×100.it

Abbiamo fatto le elementari insieme. Il nostro maestro, che era compagno, rivisto tanti anni dopo mi disse che era contento che almeno io fossi diventato un “marxiano”. Mi ricordo di avergli risposto che anche Luca era “venuto su bene”: era diventato un devastatore-saccheggiatore, in quel momento era agli arresti domiciliari per gli scontri di Genova.

Ci eravamo ritrovati da ragazzini, agli scout (e non c’è niente da ridere). Abbiamo combinato un bel po’ di disastri agli scout; una notte siamo scappati dalle tende per fare i pirla in giro, abbiamo anche comprato del pessimo vino dell’Oltrepo. Sono arrivati dei giovinastri di paese in macchina, sono scesi e ci hanno tirato un pugno in faccia a testa. Senza nessunissimo motivo, solo perché eravamo dei boy-scout quattordicenni ubriachi! Attiravamo guai come calamite.

Uscivamo spesso in due. Lui, figlio di proletari e “col culo per strada”, era un anarchico istintivo, io, secchione atipico e nipote di partigiano, un comunista genetico. Io l’ho portato alle manifestazioni, lui mi ha introdotto nel fantastico mondo dell’illegalità adolescenziale.

Lui era avanti con le ragazze, io decisamente indietro. Quando mi sono messo alla pari, ci siamo persi di vista. Ho smesso di bazzicare la sottocultura hip-hop in cui eravamo entrati insieme, ma in cui lui si era trovato subito a suo agio mentre io ero fuori posto come uno scout ad un rave. I suoi tag li trovi ancora dappertutto a Pavia; io ho visto la prima volta che ha scritto quelle tre lettere su un muro.

Io sono diventato un militante che fa le riunioni e scrive troppo, lui un randagio che va quando si deve, mosso da ragionamenti e obiettivi suoi. E poi, lui odia la polizia, da sempre – “è un fatto di appartenenza”.

A Genova non l’ho visto. Forse oggi non tutti lo sanno o lo ricordano, ma eravamo così tanti che potevi stare giorni nella stessa città e negli stessi cortei senza mai incontrarti. Poi, io sono per resistere o arretrare ordinatamente quando la polizia attacca; lui è per rispondere.

Ha scritto una lunga lettera al giornale locale quando era ai domiciliari. Raccontava che era a piazza Alimonda, che ha visto come è andata, che forse per quello si sono accaniti su di lui: il PM ha chiesto più di un decennio. Ricordo un passaggio della lettera, diceva più o meno così: “Se dopo ore di manganellate e cariche e lacrimogeni, i carabinieri lasciano una jeep indifesa e io le do fuoco, non è una questione politica: è una questione di carattere”. È un fatto di appartenenza.

Sono andato a trovarlo, nell’appartamento della madre, un appartamento da operaia, dove era segregato. Sembrava di essere ad una di quelle feste che facevamo da teenager, chiusi in otto in una stanza di una casa senza adulti, a sciupare i pomeriggi e a bere superalcoolici. Ma avevamo più di vent’anni e sua madre era a casa.

Ora rischia 10 anni. Secondo me non è innocente, in una penisola dove i torturatori sono sottosegretari non so bene come si possa parlare di merito o colpa.

Cosa fa adesso? Lo so ma non ve lo dico. Quel che so e che vi dico è cosa non può, non deve fare per i prossimi dieci anni: stare chiuso in una stanza di prigione. Non è il tipo che si fa ingabbiare. È un fatto di appartenenza.

 

- A Carlo Giuliani, al suo assassino stupratore
- “Non è un tipo che si fa ingabbiare”
- Dieci, Nessuno, Trecentomila
- Genova, dieci anni dopo

- La vergogna di Strasburgo
- Quel passo in più
- A Carlo


Una panoramica su Tienanmen

7 giugno 2012 9 commenti

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天安门事故

Vista così fa un altro effetto.
Vista così lascia ancora più senza fiato.
Spero che non lasci sconvolti quelli che appoggiano Assad,
Perché sarebbe surreale, fastidioso, ridicolo.
Che si vergognino, i sostenitori di qualunque carro armato che muove i suoi cingoli e punta i suoi cannoni contro chi chiede libertà.

Torniamo a portare un fiore al cimitero degli ergastolani: VENITE?

4 giugno 2012 4 commenti

Per me quello è stato un viaggio lunghissimo, anche se è durato poche ore.
L’isola di Santo Stefano e il suo carcere lasciano un solco profondo, arrugginito come le sbarre di quel carcere borbonico, profumato come quella vegetazione che selvaggia s’è riappropriata di quasi tutto, rosicchiando strade e pezzi di storia priva di libertà.

Foto di Valentina Perniciaro _L’ergastolo di Santo Stefano_

In quel piccolo pezzetto di terra è racchiusa tantissima storia, e la senti con una violenza dirompente, da quella porta d’accesso sul mare, che col sole  e il mare calmo sembra il paradiso, a quella salita, verso l’ergastolo.
Così si chiamava, quello è il nome che porta e che sventra il panorama e la storia di quell’arcipelago…e in pochi posti al mondo si riesce a respirarne il significato come in quell’isoletta meravigliosa e triste.
Il FINE PENA MAI dell’ergastolo prende corpo tra i canti dei gabbiani che ti accompagnano in ogni passo,
perché dal carcere la strada porta al cimitero, al cimitero di quei 47 corpi senza nome  (c’è anche Gaetano Bresci tra loro) che lì riposano,
nell’oblio della storia che l’ha voluti buttati così, senza diritto alla memoria.
E allora, fiori in spalla, andiamo a portare un po’ di colore tra quell’erba alta, andiamo a dar un nome a quelle tombe, andiamo a riappropriarci della storia di quel posto, del suo dolore, della sua lunghissima lotta per la libertà.

Qui il mio racconto del viaggio: LEGGI
Il resoconto di Nicola Valentino: LEGGI

PORTA UN FIORE per l’abolizione dell’ergastolo 

23 giugno 2012

Viaggio al cimitero degli ergastolani nell’isola di S. Stefano (Ventotene)

Foto di Valentina Perniciaro _le celle dell’ergastolo di Santo Stefano_

Il 23 giugno 2012 ritorneremo al cimitero degli ergastolani dell’isola di Santo Stefano (Ventotene). Lo faremo nuovamente in occasione della  giornata mondiale indetta dall’ONU contro la tortura, con lo stesso spirito con il quale abbiamo fatto il primo viaggio nel giugno 2011. Il cimitero degli ergastolani di S. Stefano, attiguo al vecchio carcere (1795- 1965), costituisce un luogo simbolico da vedere e far vedere  perché racconta in modo emblematico, con le sue 47 tombe senza nome, non solo la spietatezza dell’esclusione degli ergastolani dal consorzio umano anche post-mortem, ma soprattutto ciò che oggi è l’ergastolo. In particolare la tortura dell’ergastolo senza speranza, quello cosiddetto ostativo, in base al quale due terzi delle persone attualmente condannate alla pena eterna, sono sostanzialmente escluse da quei benefici che permetterebbero la concessione, almeno teorica, dell’uscita dal carcere dopo 26 anni di pena scontata. Per questi reclusi l’ergastolo costituisce un  “fine pena mai” effettivo, che prevede oltre alla morte sociale e civile, la loro effettiva morte in carcere.

Il primo viaggio del 24 giugno 2011 è stato sostenuto oltre che da molti reclusi ergastolani, anche da alcune delle aree sociali che in quei giorni si sono mobilitate contro la tortura nelle carceri e contro la pena dell’ergastolo. L’iniziativa è stata inoltre  bene accolta da realtà associative, culturali ed istituzionali dell’isola che ne hanno apprezzato lo spirito  invitandoci a tornare. In chi ha vissuto l’esperienza, il luogo  ha consegnato l’energia della commozione e alle persone credenti anche lo slancio spirituale  per alzare lo sguardo verso un orizzonte  libero dall’ergastolo. Alcuni di noi sono tornati al cimitero di Santo Stefano in compagnia di altre persone. L’artista Rossella Biscotti nel mese di settembre si è rimessa in viaggio dall’Olanda con un gruppo, per effettuare, con l’aiuto di persone del posto, un intervento artistico, nelle celle e nei passeggi del vecchio carcere.

Il prossimo viaggio lo stiamo immaginando sia per portare nuovamente dei fiori sulle tombe ma anche per ridare il nome alle persone sepolte. Faremo questo tentativo aiutati da uno scritto di Luigi Veronelli[1], che qualche tempo dopo la chiusura del carcere, fece un viaggio sull’isola addentrandosi fin nel cimitero alla ricerca della tomba di Gaetano Bresci, ricostruendo anche la mappa nominale di gran parte delle 47 tombe. Intervenire ridando i nomi alle persone sepolte, vuol essere un modo per riportare nel consorzio umano e nella memoria sociale esseri umani cancellati per sempre.

Questo momento di presenza alla condizione di vita e di morte delle persone condannate all’ergastolo sarà accompagnato da un omaggio del chitarrista jazz Angelo Romano e dalla lettura di frammenti epistolari, poesie, pensieri che chi vorrà potrà comunicare ai presenti. Chi vorrà potrà riprendere l’evento per darne la più ampia comunicazione. Anche quest’anno martedì 26 giugno nelle carceri e fuori dalle galere ci sarà una giornata di digiuno per ribadire l’opposizione alla tortura che viene praticata nelle carceri italiane attraverso l’ergastolo, le sezioni del 41 bis, il sovraffollamento in molte sezioni penali e giudiziarie (ma anche a.s.), il permanere degli ospedali psichiatrici giudiziari e le case di lavoro (sottoposte alla “pericolosità sociale” che può essere reiterata a vita), la presenza ancora di bambini e bambine con le loro madri in sezioni carcerarie, le numerose morti …E il nostro viaggio al cimitero degli ergastolani è strettamente legato a questa giornata di lotta nonviolenta e ad altre manifestazioni che si terranno in questo stesso periodo.

Stiamo cercando di organizzare anche un incontro per il 23 sera nell’isola di Ventotene per illustrare pubblicamente l’esperienza ed il progetto porta un fiore che auspichiamo riesca ad affermarsi con una sua ritualità, come momento simbolico e partecipato di un processo di liberazione dall’ergastolo.

Istruzioni per arrivare a Ventotene si trovano in internet ma si parte da Formia e il traghetto delle 9:15 arriva a Ventotene alle 11:15…ecc…

L’appuntamento ripetiamo è fissato per sabato 23 giugno. La mattina alle 11,30/12 da Ventotene andremo all’ergastolo di Santo Stefano con il nostro amico Salvatore dell’Associazione Terra Maris che ci farà da guida. Ritorneremo a Ventotene verso le 17 . Alle 17,30 è previsto il dibattito in un altro luogo simbolico: sopra la cisterna dei carcerati. Questa iniziativa è organizzata da le associazioni Liberarsi e Terra Maris, dalla Cooperativa Sensibili alle foglie e dalla Libreria L’ultima spiaggia (libreria e casa editrice che è un’ altra realtà importante dell’isola di Ventotene).   Abbiamo chiesto anche il patrocinio alla Riserva naturale  e al Comune dell’isola che ci dovrebbero aiutare stampando una locandina, volantino e procurando un certo numero di sedie per il dibattito.

Poi cercheremo un luogo dove mangiare qualcosa insieme. E’ ovvio che bisogna aver prenotato il pernottamento che per chi viene da Roma o da Napoli può essere solo di una notte (quella del 23), per chi viene da lontano è necessario prenotare anche la notte del 22 e essere già nell’isola il 23.

Per chi volesse prenotare il pernottamento può utilizzare l’agenzia Bentilem 0771 85365.

Per comunicare la propria adesione e per informazioni scrivere a: assliberarsi@tiscali.it

Per info sugli sviluppi dell’iniziativa:
baruda.net
sensibiliallefoglie.it
informacarcere.it
assliberarsi@tiscali.it
coop.saf@tiscali.it
rossellabiscotti@gmail.com


[1] Luigi Veronelli muore a Bergamo nel 2004, è stato enologo, gastronomo, anarchico e scrittore.

Il comunicato dopo le folli perquisizioni ai danni della Masseria Foresta

31 maggio 2012 Lascia un commento

Il 29 maggio veniva eseguita una perquisizione ai danni della Masseria Foresta di Crispiano con tanto di blitz mattutino delle forze dell’ordine. Sembra che le indagini siano iniziate dopo la comparsa di alcune scritte “No Tav” nel paese limitrofo. Non ci interessa entrare nel merito di queste insulse accuse se non per esprimere solidarietà e vicinanza a tutti i compagni colpiti da questi provvedimenti. Chi conosce i ragazzi della Foresta sa che la masseria è un luogo in cui si parla e si attuano esperimenti di autogestione e di autoproduzione, oltre a innumerevoli iniziative politiche, culturali e musicali (nessun pericoloso “quartier generale” al contrario di quanto scrive Repubblica).

Chi vive in quel luogo cerca tutti i giorni di sviluppare nuove forme di socialità e di vita in comune e forse questo fa molto più paura di qualche scritta sul muro.Ci sembra però che le perquisizioni dei carabinieri dei giorni scorsi si inseriscano in un quadro più generale di repressione e di tensione verso qualsiasi forma di dissenso. Da settimane Monti, Manganelli e il ministro Cancellieri rilasciano dichiarazioni deliranti volte a instaurare un clima di terrore che accomuna la gambizzazione di Adinolfi e l’attentato di Brindisi, cercando di compattare il paese contro il comune nemico dell’anarco-insurrezionalismo. In un paese sommerso dai debiti e strozzato dalla crisi sappiamo che questo è solo fumo negli occhi e che il vero obbiettivo è restringere gli spazi del dissenso e aprire quelli per la repressione. Non a caso viene attaccato il movimento “No Tav”, capace di creare un largo consenso intorno alla resistenza di una popolazione e alla ferma volontà della gente della Val Susa di opporsi a un’ opera inutile e insostenibile sia dal punto di vista ambientale che economico.
Occupy ArcheoTower – Taranto

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Foto di Valentina Perniciaro

Una lettera per chiedere solidarietà, dalle carceri greche…

28 maggio 2012 Lascia un commento

Lettera di Andrè Mazurek, detenuto da 3 anni e mezzo a Larissa (Grecia) dopo la rivolta del dicembre 2008.
Condannato a 11 anni.
Dal sito OccupiedLondon

Sono ormai più di tre anni che mi trovo rinchiuso nelle prigioni greche, più precisamente dall’ 11/12/2008 e gli scontri che seguirono all’assassinio di Alexandros Grigoropoulos ad Exarchia, Atene.
Mi chiamo Andrea Mazourek e vivo in Grecia dal 2007, più precisamente da maggio 2007. Io sono polacco e non conoscendo bene la lingua, ho lavorato qui in diversi posti di lavoro precari. Mentre vivevo qui da 1 anno e mezzo ho saputo dell’assassinio di Alexis e insieme agli altri ho manifestato per le strade di Atene tutta la mia rabbia.

Foto di Valentina Perniciaro _ Le notti in cui i MAT assediavano il Politecnico, dicembre 2008_

L’11 dicembre 2008, all’angolo tra via Solonos e via Sturnari, mentre camminavo con gli altri verso il Politecnico, siamo stati circondati dai maiali del MAT (squadre anti-sommossa della polizia) e poliziotti in borghese che hanno iniziato a picchiarci, ci hanno arrestato e portato nella questura di Atene, dove, dopo essere stato trasformato per un altro paio di volte in un sacco da boxe, ci hanno portato alle celle di detenzione del 7° piano.
La mattina successiva un dipendente dell’ambasciata polacca è venuto ad aiutare i poliziotti nei loro interrogatori.
L’ambasciata polacca ha falsamente riferito ai media che sono venuto in Grecia per partecipare all’insurrezione … Poi, il giorno dopo, mi hanno portato davanti al giudice che  mi ha contestato i reati di tentato omicidio, esplosione, fabbricazione e possesso di esplosivi ; e mi ha messo in custodia cautelare senza nemmeno avere la possibilità di discolparmi, dal momento che il traduttore che mi avevano assegnato era un arabo che conosceva poco sia il greco che il polacco, e non era stato mandato dall’ambasciata.
Gli stati cooperano perfettamente di fronte al “nemico interno” … Il giudice ha richiesto di mandarmi in un ospedale dopo la conclusione del procedimento ma questo non è successo. Dopo il mio arrivo nella prigione di Korydallos, le guardie carcerarie si sono scagliate su di me gridando che avevo bruciato le loro auto e mi hanno messo in un reparto dove nessuno parlava polacco, e invece di mandarmi in ospedale mi hanno dato un analgesico. Una settimana dopo, mi annunciano che c’è un altro mandato di arresto per me in Polonia …
Di settimana in settimana il tempo passa e le ferite sono guarite, ma la rabbia cha continuato a vivere dentro di me per tutti questi 3 anni e mezzo in cui  sono tenuto prigioniero nelle celle  della prigione democratica. L’11 giugno la Corte d’Appello mi ha condannato a 11 anni di prigione ed è per questo che vi chiedo solidarietà, se e in qualsiasi modo lo riterrete adeguato …
Dichiaro inoltre che non ho dimenticato nessuno di quelli che mi hanno picchiato, mi hanno messo in carcere e continuano a privarmi della mia libertà, mentre l’ assassino Saraliotis [uno dei poliziotti che ha sparato ad Alexis] è stato rilasciato dopo un anno e ora va in giro libero.
Ci ritroveremo nelle strade, ancora una volta, con tutti coloro che non hanno dimenticato, che hanno rotto e bruciato le vetrine che coprono l’ ipocrisia di questo vecchio mondo, che hanno combattuto e continuano a combattere. Possono impedirmi di essere lì con voi, ma voi potete continuare per tutti coloro che sono nelle carceri e non sulle strade, e proseguire per Alexandros Grigoropoulos.

La solidarietà è l’arma del popolo,
GUERRA CONTRO LA GUERRA DEI PADRONI
Andre Mazurek, detenuto nel carcere di Larissa

Altro sulla Grecia QUI, dalla rivolta per Alexis in poi…

Sgomberata la Fazenda occupata di Casalotti: maledetti!

12 aprile 2012 Lascia un commento

Ieri, nella giornata nazionale di mobilitazione in solidarietà con il popolo Notav in lotta, il presidio di Roma ha accolto con un boato ribelle i compagni della nuova occupazione di Via Boccea, la Fazenda occupata.
Un luogo importantissimo e appena nato, foraggiato ed alimentato da decine di giovani compagni della zona nord di Roma, infinitamente bisognosa di luoghi simili, dove è possibile crescere collettivamente, vivere e magari anche divertirsi al di fuori dei meccanismi dell’industria del divertimento.
Situato nel quartiere periferico di Casalotti, la Fazenda poteva diventare cardine di una nuova atmosfera in quel quartiere dormitorio nato nell’abusivismo tipico della campagna romana e poi abbandonato per decenni dall’amministrazioni comunali di ogni colore politico.
Un quartiere altamente invivibile, privo di qualunque luogo di incontro, privo di biblioteche, di centri sportivi, di parchi pubblici, di cinema o luoghi di aggregrazione: un quartiere ogni giorno più devastato da speculatori e palazzinari,
Che da questa mattina ha perso l’unico spazio libero, strappato con forza all’abbandono totale.
Una boccata d’aria già uccisa: maledetta sbirraglia.

Ieri la mobilitazione notav aveva occupato dei locali a Scalo San Lorenzo: l’immediato arrivo di Digos e camionette avevano palesato la squallida minaccia.
“Se lasciate questo posto non sgomberiamo la Fazenda di Boccea” avevano detto squallidamente.
Il posto è stato lasciato e stamattina i compagni di Roma Nord si sono comunque svegliati circondati da blindati che dopo pochi secondi hanno rotto il cancello e sono entrati identificando tutti i compagni presenti;
La proporzione tra guardie e occupanti era di 8 a 1 … Ma tutto ciò non ci stupisce di certo!

Per chi volesse comunque i compagni aspettano rinforzi all’angolo tra la via Boccea e Casal del Marmo, per decidere poi tutti insieme quale risposta dare a questo maledetto sgombero !

CASE PER TUTTI
GUARDIE PER NESSUNO

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Foto di Valentina Perniciaro _Beirut devastata dai bombardamenti israeliani_

L’appello di Occupied London, a tutt@ noi

29 febbraio 2012 Lascia un commento

Queste righe arrivano dalle pagine di un blog molto citato da me in questi anni. Occupied London ha permesso a tutt@ noi di poter seguire passo passo quel che avveniva per le strade greche a partire dal 2008, pochi momenti dopo l’inizio della rivolta esplosa sopo l’uccisione di Alexandros Grigoropolous. Un blog fondamentale,anche per chi non è parte del panorama anarchico, che con il suo costante lavoro di traduzione e condivisione c’ha permesso di entrare anche nelle più piccole azioni sparse nel territorio greco. Insomma pane per i denti di chi, lontano dall’informazione mainstream, è convinto che la storia dei paesi e dei popoli passi per le strade, sull’asfalto, sulle pietre…e che è giunto il momento di rendere veramente piccolo questo mondo, unificando le lotte e abbattendo distanze e frontiere.
Occupied London ora fa un appello, che non posso non girarvi.

Live dalle strade d’Europa: un appello di Occupied London

Foto di Pascal Rossignol

Il mondo intorno a noi sta cambiando più di quanto non ci accorgiamo . negli ultimi anni, mesi, settimane e giorni, le cose alle quali ci eravamo abituati –dalla qualità della vita che potevamo aspettarci, le nostre interazioni con gli altri, la nostra politica, tutto, in definitiva- sembrano svanire nell’aria eterea. Questa crisi è stata sistemica, per essere chiari, ma il collasso delle certezze del capitalismo ha lasciato scoperte molte delle nostre certezze. In un momento in cui l’azione è più urgente che mai, in un crocevia storico, il cambiamento è stato così radicale che ha paralizzato molti. Prima, stavamo cercando di imparare come incrinare e aprire varchi nelle solide certezze del parossismo neoliberista. Ora, che le crepe si sono fatte profonde, vogliamo sviscerarle e districare no stessi attraverso uno sciopero sociale generalizzato ed indefinito (1).

Siamo i membri di Occupied London, un progetto anarchico che è cominciato a Londra, nel 2007, stampando giornali e testi sulle realtà urbane da una prospettiva anarchica. Quando è esplosa la rivolta del 2008 in Grecia, alcuni di noi hanno sentito il bisogno di tornare là e riportare e tradurre in inglese cosa stava succedendo alla base delle città del paese.
Quasi 1,000 post nel blog e un libro dopo siamo assolutamente determinati a continuare a scrivere su ciò che sta succedendo nelle strade e nella vita quotidiana della gente, come il capitale mette in canna il suo ultimo colpo preparandosi pel la sua dipartita, lasciando dietro solo la violenza dello stato a difendere i suoi condotti di ricchezze.

Foto di Valentina Perniciaro _nottate ateniesi, 2008_

Vediamo ora un bisogno di crescere, di diventare ancora più rilevanti, di superare le divisioni politiche tradizionali e , oltre a reagire alla violenza del capitale e dello stato, cogliere fino in fondo questo momento di rottura. Il nostro contributo in questo senso è questo appello a condividere davvero le analisi e l’azione coordinata in tutta Europa.

L’informazione dai media mainstream mira a dividerci: è intenzionata a dare la colpa della crisi dapprima alla pigrizia di una Gente, poi alla rabbia di un’altra. Nei media mainstream le persone vengono viste come vittime isolate o come una massa di manifestanti, ma mai come persone pensanti, desideranti, e agenti che possono controllare il loro futuro in comune. Questo è un nuovo campo di battaglia, dove le nostre condizioni di vita, produzione e riproduzione saranno definiti per le generazioni a venire.

Con questo appello ci rivolgiamo a nuovi compagni ed amici. Che tu sia un individuo od un gruppo, mettiti in contatto. È un progetto, questo, che mira ad essere il più vasto possibile; c’è spazio per chiunque si senta vicino al nostro movimento allargato di antagonismo sociale, ma non c’è spazio per settarismi di qualunque sorta. Il modo in cui ci immaginiamo questo network, è che ci siano punti di informazione locali operanti autonomamente, mentre un nodo principale di informazione raccoglierà tutto il materiale locale in un solo luogo, taggato in modo che i contenuti siano più concretamente utili possibile. La disseminazione delle informazioni e delle analisi in Europa e oltre, e il coordinamento dell’azione sono i nostri scopi principali.

Questo è davvero molto un work in progress. Quindi contattateci a editorial@occupiedlondon.org e noi saremo più che felici di discutere ogni dettaglio. I membri del nostro collettivo viaggeranno verso vari luoghi in Europa nei prossimi mesi per discutere il progetto il più lontano e vasto possibile. Se vuoi ospitare un evento e cominciare a discutere il progetto di persona, mettiti in contatto.

(1)Per sciopero sociale generalizzato intendiamo la sistematica –ma ma selvaggia- sospensione delle nostre normali attività (lavorare, consumare, usare i networks, etc.) e sottrarla alla sfera del capitale, insieme a cortei e all’occupazione di spazi pubblici, prendendo spazio in più paesi possibili contemporaneamente. Quindi noi sovvertiamo il normale ed egemone flusso di capitale, produzioni e informazione.

Con amore,
il collettivo di Occupied London

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