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Per Giorgiana e per tutte, contro il Medioevo: domenica ORE 9!
Fate circolare il più possibile questo comunicato, riempiamo le strade domenica, malgrado l’ora:
daje, sveglia presto tutte e tutti insieme contro chi marcia sui nostri uteri, sulla nostra libertà, sulle nostre vite e anche sui nostri figli.
Guai a chi ci tocca, guai a chi prova a scegliere per noi!
Siete il marcio della vita! Avete sbajato giorno e epoca
Per due anni la marcia per la vita, indetta dall’oltranzismo cattolico, è stata contestata con azioni dimostrative che rivendicavano l’autodeterminazione di donne e soggettività l.g.b.t.q.i.
Questa volta hanno scelto il giorno sbagliato!
Il 12 maggio Roma ricorda Giorgiana Masi, assassinata nel 1977 a 19 anni, dalle squadre speciali dell’allora ministro dell’Interno Francesco Kossiga durante il corteo che, sfidando il divieto a manifestare, celebrava il terzo anno dalla vittoria referendaria sul divorzio .
Non accettiamo la provocazione di chi usa i bambini e la retorica della famiglia per legittimare politiche, azioni e discorsi che attaccano le nostre libertà e le nostre vite.
Si tratta di bigotti che, nascondendosi dietro i “sani” valori della famiglia appoggiano di fatto la violenza contro chi differisce dal loro modello.
E’ ora che il familismo smetta di essere un modello per le politiche sociali. E’ ora di riconoscere e rivendicare il diritto ad essere persone libere, persone che scelgono con chi avere relazioni, se e quando avere figli/e.
Lo scopo delle nostre vite non è formare l’ipocrita famiglia cattolica: una struttura utile solo a costruire ruoli, egemonie e a far sentire in colpa le donne che vogliono sottrarsi a situazioni di violenza, fino alle estreme conseguenze.
Non autorizzeremo a parlare di vita chi marcia scortato da fascisti, portatori della cultura mortifera della sopraffazione ed esecutori materiali di aggressioni e violente campagne discriminatorie. Rifiutiamo l’iconografia antiabortista imposta del fanatismo cattolico come rifiutiamo i dogmi di qualsiasi fondamentalismo religioso, non siamo asservit* alla loro guerra santa.
La Roma antifascista e antisessista il 12 maggio non permetterà che la memoria di Giorgiana Masi venga calpestata.
La storia non si riscrive. Non torniamo indietro sui diritti conquistati, anzi incalziamo!
Giorgiana è viva, un’idea non muore mai.
Domenica, ore 9, Corteo da Piazza Campo de’ Fiori
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Su Giorgiana Masi:
- Giorgiana Masi, testimonianze di quel 12 maggio
La Questura vieta il ricordo a Giorgiana Masi per proteggere la “marcia per la vita”
Proprio il 12 maggio vengono a provocare nelle nostre strade.
I peggiori, la peggior feccia che la nostra società è stata in grado di mettere al mondo, già “mettere al mondo”:
gli antiabortisti, i marciatori per la vita, quell’esercito di becchini che ama marciare sul corpo delle donne e sulle loro scelte,
in nome degli embrioni, del sange di cui son sporche le mani degli obiettori di coscienza.
Io non ho pietà per questa gente, non ce l’ho come donna, non ce l’ho come donna che ha abortito sia per scelta che per obbligo (come donna che ha conosciuto entrambi quei dolori e sa conviverci ogni suo istante) e come – soprattutto- madre.
Nessuna pietà come loro non l’hanno avuta per me.
Per me e per le mie sorelle, madri e figlie.
Proprio il 12 maggio poi, una data simbolica, dolorosa ed importante per questa città e soprattutto per le donne di questa città:
l’anniversario di un’enorme manifestazione per il divorzio, finita con il corpo di una ragazza a terra,
ammazzata dal piombo di una pistola di Stato: Giorgiana Masi.
Proprio il 12 maggio a loro è permesso “marciare”, mentre la questura vieta il corteo in ricordo di Giorgiana e contro questo scempio medievale che è anche solo la loro esistenza
Comunicato stampa 8/5/2013
La Questura di Roma vieta il corteo in ricordo di Giorgiana Masi e contro il femminicidio.
Foto di Valentina Perniciaro _4 novembre 2007 Manifestazione nazionale di donne per le donne_
Dopo 2 giorni di trattativa con la Questura di Roma, i gruppi e le associazioni di donne, i collettivi autorganizzati e liberi individui, promotori della giornata del 12 maggio in ricordo di Giorgiana Masi, contro il femminicidio e in contestazione alla “Marcia per la vita” convocata dall’oltranzismo cattolico, ricevono il divieto di manifestare in qualsiasi luogo adiacente al percorso della marcia. Si tratta dell’ennesima dimostrazione di come l’operato delle forze dell’ordine sia asservito ai poteri del governo cittadino e allo stato del vaticano, nascondendo una marcia tutta politica sotto le vesti di manifestazione sportiva, e adducendo motivi di ordine pubblico.
Giorgiana Masi come centinaia di persone il 12 maggio del 1977 erano in strada sfidando, anche quella volta, il divieto di manifestare. Oggi come ieri saremo nelle strade del centro di Roma, partendo da Piazza Campo de Fiori fino ad arrivare a Ponte Garibaldi.
Con o senza autorizzazioni noi costruiremo la nostra giornata.
La nostre vite sono autodeterminate e la nostra rabbia non si placa.Giovedì 9 maggio ore 18 assemblea pubblica a piazza Sonnino
Il 12 maggio tutti e tutte in piazza!
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Una lettera di Zainab da una cella del Bahrain: piccola immensa donna
di Zainab Alkhawaja [QUI ALTRO MATERIALE A RIGUARDO: leggi]
dal Carcere femminile di Isa Town (Bahrain)
I grandi leader sono immortali, le loro parole e le loro azioni risuonano attraverso gli anni, i decenni e i secoli. L’eco attraversa gli oceani e confini e diventa un’ispirazione che tocca la vita di tutti coloro che sono disposti ad imparare. Un o di questi grandi leader è Martin Luther King Jr. Mentre leggo le sue parole, immagino che ce le legge da un altro paese, un altro tempo, per darci delle lezioni molto importanti. Ci dice che, non dovremmo mai diventare aggressivi ed abbassarci al livello dei nostri oppressori, che dobbiamo essere disposti a fare grandi sacrifici per la libertà.

Zainab!
Non appena i semi di speranza e resistenza all’oppressione sono fioriti iniziato in tutto il mondo arabo, il popolo del Bahrain ha visto i primi segni di una nuova alba. Un’alba che ha promesso la fine di una lunga notte di dittatura e di oppressione,la fine di un lungo inverno di silenzio e paura, per diffondere la luce e il calore di una nuova era di libertà e democrazia.
Con questa speranza e determinazione, il popolo del Bahrain è sceso in piazza il 14 febbraio 2011 per chiedere pacificamente i loro diritti. Le loro canzoni, poesie, dipinti e canti per la libertà sono stati accolti con proiettili, carri armati,sostanze tossiche, gas lacrimogeni e birdshot. Il brutale regime Al Khalifa era determinato a porre fine alla creatività e alla rivoluzione pacifica ricorrendo alla violenza diffondendo la paura.
Di fronte alla brutalità del regime, il popolo del Bahrein ha mostrato un grande auto controllo. Giorno dopo giorno, i manifestanti hanno stretto fiori di fronte ai soldati e mercenari, che poi avrebbero sparato contro di loro. I manifestanti stavano a petto nudo e con le braccia alzate, gridando: “Pace, pace” [silmiyya, silmiyya] prima di cadere a terra, coperti di sangue. Migliaia di cittadini del Bahrein da allora sono stati arrestati e torturati per reati come “raduno illegale” e “incitamento all’odio contro il regime”.
Il padre di Zainab!
Due anni più tardi, le atrocità del regime del Bahrain continuano. I manifestanti del Bahrein vengono ancora uccisi, arrestati, feriti, e torturati perché chiedono la democrazia. Quando guardo negli occhi di manifestanti del Bahrein, troppe volte vedo che l’ amarezza ha preso il sopravvento sulla speranza. La stessa amarezza che Martin Luther King Jr. ha visto negli occhi dei rivoltosi nei bassifondi di Chicago nel 1966. Le stesse persone che avevano guidato importanti proteste non violente, che hanno rischiato la vita e l’incolumità fisica, senza la voglia di reagire, si sono poi convinti che la violenza è l’unica lingua ad essere capita da tutti nel mondo.
Io, come King, mi rattristo nel trovare gli stessi manifestanti che hanno affrontato a petto nudo e con i fiori carri armati e pistole, chiedersi: “Che cosa significa non- violenza? Che importanza ha la superiorità morale se nessuno ci sta ascoltando? ” Martin Luther King Jr. spiega che questa disperazione è naturale quando le persone che sacrificano tanto non vedono nessun cambiamento e capiscono che i loro sacrifici sono stati vani.
Ironia della sorte, il cambiamento verso la democrazia è stato così lento in Bahrain in quanto molte nazioni occidentali continuano a dare sostegno a questa dittatura. Attraverso la vendita di armi e il sostegno economico e politico, gli Stati Uniti e altri governi occidentali hanno dimostrato alla gente del Bahrain che sostengo la dittatura di Al-Khalifa a sfavore dei movimenti democratici.
Mentre leggevo le parole di Martin Luther King ho desiderato che fosse vivo. Mi sono chiesta che cosa direbbe sul supporto del governo USA ai dittatori del Bahrain. Che cosa avrebbe detto in merito a chiudere un occhio su tutto il sangue che è stato versato a favore della libertà. Tutto quello che dovevo fare era girare una pagina, e questa volta Martin Luther King non ha parlato a me, ma agli americani:
John F. Kennedy ha detto ‘chi rende impossibile una rivoluzione pacifica, rende inevitabile una rivoluzione violenta.’ Sempre più spesso, per scelta o per caso, questo è il ruolo che il nostro Paese ha assunto, il ruolo di chi rende la rivoluzione pacifica impossibile rifiutando di rinunciare ai privilegi e ai piaceri che provengono dagli immensi profitti degli investimenti all’estero. Sono convinta che se vogliamo stare dal lato giusto della rivoluzione mondiale, noi come nazione,dobbiamo innanzitutto rivoluzionare radicalmente i valori. Una vera rivoluzione di valori ben presto ci porterà a mettere in discussione l’equità e la giustizia delle nostre politiche passate e presenti.
Questi sono tempi rivoluzionari. In tutto il globo gli uomini sono in rivolta contro i vecchi sistemi di sfruttamento e nuovi sistemi di giustizia e di uguaglianza, stanno nascendo … Tutti noi dovremmo supportare queste rivoluzioni.
E ‘un fatto triste che a causa del comfort e della compiacenza … e della nostra propensione a regolare le ingiustizie,le nazioni occidentali si sono irritate così tanto da decidere di diventare anti-rivoluzionarie. Dobbiamo trasformare l’indecisione del passato in azione . Dobbiamo trovare nuovi modi per parlare di pace … e si giustizia in tutto il mondo, un mondo che confina con le nostre porte. Se non agiamo, verremo trascinati in corridoi del tempo bui e vergognosi ,riservati a coloro che possiedono il potere senza compassione, potenza senza moralità, e forza senza vista.
L’eco delle parole di Martin Luther King ha viaggiato attraverso gli oceani, attraverso le pareti e le barre di metallo di una prigione del Bahrein, e nella cella sovraffollata e sporca dove vivo, sento le parole di questo grande leader americano, la cui inflessibile dedizione alla moralità e la giustizia ne fecero il grande leader che era. Ammiro la sua saggezza dalla mia cella minuscola,e mi chiedo se anche il popolo degli Stati Uniti sia all’ascolto.
Essendo una prigioniera politico in Bahrain, cerco di trovare un modo per combattere dall’interno la fortezza del nemico, come la descrive Mandela. Non molto tempo dopo che sono stata messa in una cella con quattordici persone, di cui due sono condannate per omicidio, mi è stata consegnata l’uniforme arancione . Sapevo che non avrei potuto indossare l’uniforme, senza dover inghiottire un po ‘della mia dignità. Il rifiuto di indossare gli abiti dei detenuti proviene dal fatto che non ho commesso alcun reato, questa è stata la mia piccola disobbedienza civile. Negare il mio diritto a ricevere visite , e non lasciarmi vedere la mia famiglia e mia figlia di tre anni,è stata la loro risposta. Questo è il motivo per cui sono in sciopero della fame.
Gli amministratori della prigione mi chiedono perché sono in sciopero della fame. Io rispondo: “Perché voglio vedere la mia bambiana.” Essi rispondono, con nonchalance, “Obbedisci e la vedrai.” Ma se io obbedisco, la mia piccola Jude non vedrà sua madre, ma piuttosto una versione rotta di lei.
Ciò che rende difficile il carcere è che si vive con il nemico,a partire dalle cose più elementari. Se vuoi mangiare, ti trovi di fronte a loro con il vassoio di plastica. E ogni giorno, si deve affrontare la possibilità di essere preso in giro, urlato, o umiliato per qualsiasi motivo. Oppure, per nessuna ragione. Ma ho lasciato che le parole di grandi uomini e donne mi aiutassero in questi momenti difficili. Quando lo “specialista” ha minacciato di picchiarmi per aver detto ad una detenuta che ha il diritto di chiamare il suo avvocato, non gli ho gridato contro. Ho ripetuto le parole di King nella mia testa: “Non importa quanto i tuoi avversari siano aggressivi, l’importante è mantenere la calma”.
Finché un giorno, ne avevo avuto abbastanza di persone che mi dicono che godo di tutti i diritti a mia disposizione e rifiuto di prendermi le mie responsabilità . Dopo aver sentito questa frase più e più volte, sono scoppiata. E la cosa peggiore è che mi sentivo così frustrata che non ho potuto evitare di gridargli contro.
Ma poi non era stato un grande uomo a dire che la lotta per la giustizia “non deve diventare amara” e che “non dovremmo mai abbassarci ai livello degli oppressori?”.
Un medico è venuto a visitarmi e mi ha detto ” potrebbe cadere in coma, i suoi organi vitali potrebbero smettere di funzionare, i livelli di zucchero nel sangue sono così bassi, e tutto questo per che cosa … una divisa!”
Ho risposto: “Sono contenta che non eri con Rosa Parks su quel bus, a dire alla donna che ha scatenato il movimento dei diritti civili,” che lo ha fatto solo per una sedia. “Quando il medico mi ha chiesto del movimento afro- americano,gli ho offerto il libro di Martin Luther King. Se mi conoscessi sapresti che sono molto gelosa dei miei libri.
A volte, attraverso le sue parole, Martin Luther King è stato un compagno, un compagno di cella più che un insegnante. Egli dice: “Nessuno può capire il mio conflitto se non ha guardato negli occhi di coloro che ama ama, sapendo che non ha altra alternativa che prendere una posizione che li tormenterà.” Io lo capisco. Ha scritto come se fosse seduto accanto a me . “L’esperienza in prigione … è una vita senza il canto di un uccello, senza la vista del sole, della luna e delle stelle, senza la presenza di aria fresca. In breve, è la vita senza le bellezze della vita, è esistenza nuda, fredda, crudele, che continua a degenerare”.
Mio padre, il mio eroe e il mio amico, è stato condannato all’ergastolo per il suo attivismo a sostegno dei diritti umani, ha come me, rifiutato di indossare l’uniforme grigia . Come al solito, il governo cerca di “farci stare al nostro posto “privandoci di ciò che per noi è più importante. Essi non permetteranno a mio padre di farmi visita e di ricevere visite della sua famiglia. E per schernirlo ulteriormente, per la prima volta, gli hanno detto che avrebbe potuto farmi visita se avesse indossato l’uniforme. La crudeltà è un marchio del regime Al Khalifa, ma mio padre ha un incrollabile coraggio e tanta pazienza. Nessuna pressione emotiva potrà farlo crollare.
La visita della famiglia è l’unica cosa che si aspetta in prigione. Io e mio padre non ci vedremo e non potremo vedere i nostri cari, ma la lotta per i nostri diritti continua. Porteremo nel cuore i nostri cari fino al giorno in cui potremo riabbracciarli.
Ieri mi sono addormentata guardando la porta della mia cella, con le sue sbarre di ferro, e ho sognato. Ma questa volta era un sogno piccolo e semplice, non di democrazia e libertà. Ho visto mia madre sorridente, tenere la mano di mia figlia, in piedi davanti alla porta della mia cella. Le ho viste a piedi attraverso la sbarra di metallo. Mia madre si sedette sul mio letto con me e mia figlia uno accanto all’altro,e la sua testa sul mio grembo. Io solleticavo Jude e lei rideva, e il mio cuore si riempieva di gioia. Improvvisamente sento un’ombra fredda e protettiva avvolgerci,alzo lo sguardo e vedo mio padre in piedi accanto al letto,che ci guarda e sorride. Sogno coloro che amo, è il loro amore che mi dà la forza di lottare per i sogni del nostro paese.
Zainab Alkhawaja
Carcere femminile di Isa Town
Articolo originale: http://www.jadaliyya.com/pages/index/10808/zainab-al-khawaja_letter-from-a-bahraini-prison
il 7 aprile, una data tutta da leggere
Ci son date in cui la memoria si accavalla, con stratificazioni di anni e di capitoli importanti della storia del movimento operaio e rivoluzionario, come della resistenza romana.
Il 7 aprile è una data che dal 1944, con l’eccidio delle donne di Ponte di Ferro,
al 1976 quando l’agente penitenziario Velluto uccise Mario Salvi, compagno del Comitato Proletario di Primavalle,
al 1979 con l’ondata di arresti causati dalla delirante inchiesta Calogero, dal suo “teorema”.
E allora non faccio altro che mettervi una carrellata di link di materiale già presente in questo blog,
perché la memoria, tutta, sia un arma di formazione e approfondimento, e non uno sterile e trasversale delirio commemorativo e vittimistico.
7 aprile 1944:
- Le donne di Ponte di Ferro
7 aprile 1976:
- A Mario Salvi, ucciso da un agente penitenziario
7 aprile 1979:
- Processo all’autonomia
- Franco Fortini sul 7 aprile
- Quando lo Stato si scatenò contro i movimenti
- Il 7 aprile 30 anni dopo
- Scalzone risponde a Gasparri sul 7 aprile
Dieci anni da una giornata indelebile: con Rachel e Dax scolpiti nel sangue

Rachel Corrie, attivista dell’ISM,
Gaza, 16 marzo 2003
Dieci anni fa.
Una giornata lunga, che sembra durare ancora.
Dieci anni fa il 16 marzo si accavallarono telefonate, telegiornali, dirette radiofoniche, marciapiedi, corse, fiatone, pianti.
Il 16 marzo di 10 anni fa scadeva l’ultimatum su Baghdad,
la guerra in Iraq riprendeva forma, dopo lo scempio afgano, la guerra su Babilonia che si annunciava rapida e indolore stava aprendo le porte all’ennesima ferita indelebile per quella terra,
culla di storia e di tempeste di sabbia. Non passarono che tre giorni soli, poi fosforo, uranio, fuoco precipitò sull’Iraq e il suo popolo.
Il 16 marzo di 10 anni fa un bulldozer israeliano schiacciava il corpo e il futuro di una ragazza che eravamo tutte noi.
Rachel Corrie, schiacciata da tonnellate di ferro sulla terra di Gaza, spirava tra le braccia dei suoi compagni dell’Ism,
nello sconcerto dell’attivismo internazionale e negli occhi dei palestinesi,
che si sentivano privati di un sorriso, di un’amica, di una ragazza di 23 anni che dai lontani Stati Uniti era partita col cuore in mano per muoversi contro l’Apartheid.
Per ritrovarsi spiaccicata, sotto i suoi cingoli.

la campagna 130.000, che sono gli euro che due compagni son condannati a dare per risarcire i danni delle cariche di polizia e carabinieri all’ospedale San Paolo la notte dell’uccisione di Dax
Con Rachel morimmo tutti quel giorno, io che ero stata l’anno prima in quella terra martoriata e che nei campi avevo festeggiato i miei piccolissimi 20anni guardavo quel corpo dalla forma mutata per sempre senza nemmeno riuscire a proferir parola: con lacrime rabbiose.
Il 16 marzo di 10 anni fa ci ammazzavano Dax, a coltellate, due balordi fascisti.
In tre aggrediti con le lame, e lui che non ce l’ha fatta.
Poi la lunga notte all’ospedale San Paolo, le cariche, i pestaggi, il comportamento indescrivibile di polizia e carabinieri…
e le condanne, la richiesta folle di risarcimento di 130.000 euro a due compagni, due.
Un gran dispiacere non poter essere su tra voi, oggi, cordonata al ricordo di Dax e di quella notte milanese che abbiamo tutti dentro.
LEGGI LE ULTIME LETTERE DI RACHEL DALLA PALESTINA: QUI
Teramo 9 febbraio: complici e solidali
9/02/2013 DA ROMA: TUTTI E TUTTE A TERAMO!
15 OTTOBRE: COMPLICI E SOLIDALI
CHE NESSUN@ RESTI SOL@
Partenza pullman ore 11.30 da piazzale del Verano
Costo del pullman: 11 euro a persona, andata e ritorno
Per informazioni e prenotazioni: 3333666713
CORTEO NAZIONALE A TERAMO SABATO 9 FEBBRAIO ALLE ORE 15.30
In seguito alle pesantissime condanne a 6 anni di reclusione e 60000 € di risarcimento inflitte, lo scorso 7 gennaio, ai 6 ragazzi accusati di essere coinvolti negli scontri avvenuti nella capitale il 15-10-11, Azione Antifascista Teramo chiama all’appello tutti i gruppi, i movimenti e i singoli individui che si riconoscono nelle lotte e che vogliono dimostrare la loro solidarietà e vicinanza con i fatti, oltre che con le parole. Sabato 9 febbraio 2013 si terrà a Teramo un corteo nazionale le cui finalità saranno:
- Esprimere la massima solidarietà a tutti i condannati, gli arrestati e gli inquisiti per i fatti del 15 ottobre 2011;
- Rispondere in maniera forte ed unitaria alla repressione che ogni giorno colpisce chi ha la forza e il coraggio di non abbassare la testa e si ribella allo Stato di cose attuale;
- Lanciare la battaglia contro il codice Rocco ed in particolare contro il reato di devastazione e saccheggio e tutte quelli leggi in forza delle quali ai singoli questori viene garantito il potere di limitare, in maniera del tutto discrezionale e priva di controllo, la libertà individuale attraverso l’emissione di fogli di via, avvisi orali e misure di prevenzione in generale.
Chiediamo a tutte le realtà e a tutti i singoli che intendano rispondere alla nostra chiamata di organizzarsi sin da oggi per raggiungere e far raggiungere Teramo nella giornata di Sabato 9 febbraio 2013, e di farsi carico di diffondere, ognuno nei rispettivi territori, questo nostro appello attraverso qualsivoglia mezzo.
Chiunque voglia dare la propria adesione formale alla manifestazione, sottoscrivere l’appello, fornire contributi ed essere aggiornato su tutto ciò che riguarderà il corteo può inviare una mail all’indirizzo:
teramo9febbraio2013 @gmail.com
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Foto di Valentina Perniciaro San Giovanni, il 15 ottobre
Verso Teramo, contro “devastazione e saccheggio”
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Un passo in avanti, per non essere bersagli fermi
Il 7 gennaio scorso il tribunale di Roma ha inflitto nuove pesanti condanne nei confronti di 6 persone che hanno partecipato alla manifestazione del 15 Ottobre del 2011.
I 6 imputati, accusati del reato di devastazione e saccheggio, si sono visti infliggere in I grado pene di 6 anni di reclusione: per il giudice è bastato constatare la loro presenza in alcuni momenti degli scontri con le forze dell’ordine per emettere la condanna, a prescindere che fossero state portate prove consistenti nei loro confronti.
Queste condanne fanno seguito a quelle già emesse nei mesi successivi alla manifestazione nei confronti di alcuni giovani ragazzi che, nonostante fossero imputati di reati minori, hanno visto infliggersi pene dai 2 ai 5 anni: anche in questo caso la constatazione della loro presenza in alcuni momenti è bastata per emettere la condanna.
Sempre nell’ambito della repressione di quella giornata, sono stati inoltre notificati a 25 persone (di cui alcuni già sotto processo per altri reati) gli atti di chiusura delle indagini che imputano loro il concorso, ancora una volta, per il reato di devastazione e saccheggio.
I brutti presagi che erano emersi con le condanne per il G8 di Genova 2001, diventano ora palesi: il ricorso al reato di devastazione e saccheggio è il chiaro indirizzo assunto dalla magistratura tanto per punire manifestazioni di piazza non addomesticate nei recinti del consentito quanto per scongiurare il loro ripetersi, comminando pene che siano di lezione: non è da stupirsi se il potere cerca di colpire duramente chiunque si organizzi e lotti per i propri bisogni, quando si sente minacciato e quando viene colpito, mostrando il suo volto vendicativo con tutte le armi di cui dispone.
Il reato di devastazione e saccheggio, concepito e introdotto nel codice penale Rocco sotto il regime fascista, trova in questo modo all’interno del sistema democratico tutta la sua attualità, divenendo uno strumento utile per chi governa per reprimere le forme di dissenso più radicali.
In questa situazione, non farci intimorire e continuare a lottare a testa alta per ribadire che chi devasta e saccheggia sono lo Stato ed il Capitale è quanto mai necessario.
Non lasciare soli gli imputati e muoversi per far fronte comune a questo attacco che viene rivolto a chi non si rassegna a vivere in un mondo di miseria e sfruttamento è il primo passo da compiere in maniera forte e determinata.
In vista della manifestazione lanciata a Teramo, per il 9 Febbraio, in solidarietà con i condannati del 7 Gennaio, lanciamo un’assemblea pubblica per organizzare la partecipazione alla stessa.
Giovedì 24 Gennaio, ore 18 Assemblea Pubblica all’Occupazione di Porta Pia, Corso Italia 108.
compagni e compagne
Grazie signora ministra Severino!
Grazie signora ministra,
avevamo bisogno di lacrimogeni dall’alto, dalla stanza sopra a quella dove lei lavora.
Grazie signora ministra,
è ovvio che lei sia ignara del fatto che dalle finestre del suo ministero si sparava su qualche centinaio di studenti in fuga, gran parte minorenni.
Grazie signora ministra,
mancavano solo quelli, dopo i calci in faccia, dopo le manganellate tra capo e collo alle spalle..
Grazie signora ministra,
della dose cancerogena di armi da guerra usate contro civili (studenti poi), da un secondo piano “di Stato”.
Chi li ha lanciati?
I GOM? Il reparto creato, con somma commozione e soddisfazione, dall’ex ministro Diliberto per legalizzare le squadrette di picchiatori nei corridoi delle patrie galere?
Di chi erano quei lacrimogeni? I GOM non possono aver nessun compito di ordine pubblico, quindi non credo.
Erano CS, quindi o polizia o carabinieri…
li ha autorizzati lei ad entrare nel ministero e sparare al piano da sopra il suo ufficio?
E’ andato tutto secondo il programma?
O vuole raccontarci che non ne era al corrente?
[Link: je volemo fa' 'er narcotest?]
AGGIORNAMENTO DOVEROSO, che ci conferma che magari un narcotest eh! :

Sciopera, lotta, blocca, riprenditi TUTTO! #14Nit
A Roma per ora una sola cosa è più che palese: le piazze gentilmente richieste alla Questura sono mezze vuote…i cortei spontanei, non autorizzati e molto determinati stanno bloccando la città in più punti.
Mobilitazioni e focolai di desiderio di rivolta spuntano come funghi,
a Piazza Esedra un po’ de bandierine che attendono che gli studenti arrivino.
Il desiderio è palesato: le strade son nostre, non le chiediamo a nessuno,
E andiamo dove vogliamo !
Daje! To dromos! Tutti per la strada! Toma la calle!
Riprendiamoci quel che c’hanno tolto, con gli interessi!
Il comunicato degli studenti medi, dopo le botte in tutta Italia
Pubblico il comunicato degli studenti romani, ieri scesi in piazza come in tutto il resto del paese per protestare contro le politiche di austerity. La sola risposta ricevuta, immediata e secca, son state le botte.
I manganelli al contrario.
L’esser trascinati per i capelli.
Gli insulti.
I robocop che circondano, caricano, pestano, tentano di arrestare.
Punto.
Nè un telegiornale, nè un giornale: lo spazio dato alle mobilitazioni studentesche è inesistente.
Ma ho come la sensazione che se lo prenderanno, si prenderanno tutto lo spazio che vogliono.
Oggi 5.10.12 la città di Roma è stata invasa dagli studenti dell’Assemblea Cittadina dei licei romani.
Questa data è nata dall’assemblea in Val di Susa, convocata dalla rete nazionale studaut, dove gli studenti di tutta l’Italia hanno sentito l’esigenza di scendere in piazza, per esprimere un’opposizione sociale reale al governo Monti e alle politiche di austerity che stanno sempre più strette a tutta la cittadinanza. Le istituzioni sottolineano continuamente la mancanza di fondi per l’istruzione mentre lo stato spende 500 milioni per cacciabombardieri e 2 cm di Tav corrispondono a una borsa di studio universitaria, legittimando queste scelte come tecniche e non politiche.
In un quadro di drammatica trasformazione politica, la scuola rimane ancora una volta un luogo di costruzione e progettazione, opposizione e conflitto.
Gli studenti infatti contrastano le politiche di questo sistema scolastico e se ne riappropriano dall’interno vivendo le proprie scuole e creando dal basso controcultura attraverso cineforum, mercatini di libri a prezzi popolari, ecc… per dare una risposta concreta alla crisi, producendo momenti di riflessione e conflitto.
Queste iniziative si oppongono al progetto di scuola-azienda che questo governo, come il precendente, vuole realizzare attraverso il DDL Aprea e i test Invalsi, che mirano esclusivamente ad un’appiattimento culturale generale e alla costruzione di una scuola che premi il merito e ignori i problemi.
Il tentativo della questura di Roma, oggi,è stato quello di impedire che gli studenti raggiungessero il centro storico per manifestare la loro rabbia davanti ai palazzi del potere, opponendosi fisicamente, con uno sproporzionato impiego delle forze “dell’ordine”, al regolare svolgimento del corteo.
Nonostante ciò, gli studenti non si sono arresi e fino all’ultimo hanno portato in piazza la loro determinazione. I manifestanti infatti, estenuati da una pessima gestione della piazza da parte della questura, che aveva il palese intento di emarginare e minimizzare la protesta, hanno tentato di riappropriarsi ancora una volta delle proprie strade. Nei pressi di Porta Portese, i soggetti che giorno dopo giorno militarizzano la nostra città hanno risposto all’iniziativa degli studenti non con semplici cariche di alleggerimento, inadeguate soprattutto contro un corteo costituito prevalentemente da minorenni, ma peggio, con una vera e propria esplosione di violenza verso gli studenti, minacciando, picchiando, manganellando, arrivando addirittura ad arrestare un quindicenne estraneo ai fatti, trascinandolo per terra.
Dopo lo scontro e dopo essersi assicurati dell’imminente rilascio del ragazzo, il corteo non si è comunque arrestato ed ha ripreso il percorso fino a Piramide, dove al momento dello scioglimento ha pubblicamente denunciato la gravità dei fatti avvenuti in precedenza.
Gli studenti oggi non si sono fatti intimorire dalla gestione tirannica, del sindaco Alemanno, della città, ma anzi hanno avuto la dimostrazione del fatto che l’unica risposta che il governo e le istituzioni sanno dare è di tipo poliziesco e militare.
LA VOSTRA REPRESSIONE NON FERMERA’ LA NOSTRA VOGLIA DI LOTTARE, QUESTO NON E’ CHE L’INIZIO
Studenti Medi in Mobilitazione
Il Bahrain dalle notti luminose e dalla repressione
Altre lunghe giornate e nottate di lotta nel piccolo arcipelago del Bahrain, che continua a rimanere avvolto da una fitta nebbia di silenzio mondiale. Non si fermano i giovani delle 33 isole che compongono il paese nelle mani di Hamad ibn Isa Al Khalifa, che già emiro, si autoproclamò re del Bahrein nel 2002.
Di confessione sciita ha sempre tenuto in piedi il suo potere immergendolo nella repressione, nella tortura,
ora, dal febbraio 2011 con una violenza a tappeto su una popolazione perennemente in conflitto,
con una carrellata di ergastoli e condanne che ha tolto dalle piazze buona parte dei quadri del pensiero ribello del paese.
Ma non ci si ferma: dalle piazze immense che non smettono di riempire strade, ponti, arterie nel più pacifico e popolare dei modi,
ai vicoli dei villaggi, difesi dalle molotov dei giovani ribelli, pescatori, braccianti, schiavi dei grandi cantieri delle metropoli ultramoderne che sorgono nelle principali isole dell’arcipelago del petrolio. 
Una notte di fuochi che ha illuminato la terra tra i due mari, quella del 19..seguita dall’enorme corteo del venerdì, che ha visto 29 arresti e quindi chissà quante sessioni di tortura,
quanti lacrimogeni soffocanti lanciati tra gli stretti vicoli..
anche questa mattina le esplosioni dei candelotti lacrimogeni sono la colonna sonora del traffico di Manama.
Ma pare non interessi a nessuno, come non interessa a nessuno capire le varie componenti che si muovono nella ribellione siriana: eurocentrismo e antimperialismo accecato permettono scempi e massacri.
E inizia ad essere intollerabile.
Aumenti? Crisi? SABOTAGGIO! ( oggi a Roma accade )
Ma allora è un vizio!
Questa mattina verso le sette, memori dei trambusti dello scorso venerdì, abbiamo deciso di andare a lavoro prendendo la Metro da un’altra zona di Roma. Ci siamo così recati alla fermata di Rebibbia, sulla linea B, un vero e proprio snodo da cui passano quotidianamente migliaia di pendolari, quando… sorpresa sorpresa… neanche ci fossimo dati appuntamento abbiamo reincontrato lo stesso gruppo di militanti della scorsa settimana.
Anche oggi parlavano del fatto che il biglietto dell’Atac dovrebbe essere gratuito per i lavoratori, i pensionati, gli studenti, i precari.
E questo perchè, sempre a loro dire, i trasporti pubblici fanno parte del salario indiretto e non possono essere considerati alla stregua di una qualsiasi merce. Lottare contro l’aumento significa dunque lottare contro il caro vita, contro chi cerca di scaricarci a dosso la crisi del capitale e per il salario.
Ovviamente, proprio come avevano fatto la settimana scorsa, non si sono limitati a parlare ma hanno messo in pratica i loro propositi riempiendo di poliuretano le obliteratrici. Inutile dire che tutti quelli che stavano in fila hanno apprezzato molto la sortita e si sono infilati gratuitamente in metro, e noi con loro. 10 100 1000 sabotaggi… daje!
Da Militant
Atac: non te pagamo… e 2!
L’aumento del biglietto Atac a 1.50€, col relativo aumento di tutti gli abbonamenti e la riduzione delle agevolazioni per le categorie sociali più deboli, è un passo consistente nella direzione di una totale soppressione del diritto alla mobilità. 
Le giustificazioni fornite per l’aumento del ticket sono ingannevoli, dall’aumento del costo del carburante fino alla farsa della maggiore durata temporale del biglietto, da 75 a 100 minuti. In realtà l’aumento servirà solo in piccolissima parte ad appianare l’enorme debito di Atac, che nell’ultimo bilancio ammonta a quasi 630 milioni di euro. Però si continueranno a finanziare gli stipendi d’oro dei 100 dirigenti (1 ogni 120 lavoratori), con 70 retribuzioni oltre i 100.000 euro e uno stipendio che arriva a 600.000 euro.
Tutto questo nel vortice della parentopoli di Alemanno mentre le lavoratrici e i lavoratori dell’azienda rischiano il licenziamento a causa del processo di “razionalizzazione” che precede la privatizzazione a seguito del decreto liberalizzazioni. Infatti il nuovo piano aziendale prevede tagli alle linee e al personale, oltre a un aumento dei ritmi e degli orari di lavoro.
Noi non ci stiamo.
In una città dove il traffico e l’inquinamento sono un problema gravissimo e spesso si è costretti a ore di macchina per andare al lavoro, senza nessuna logica di trasformazione della mobilità in questa città, l’aumento del biglietto è una vera e propria provocazione. In questo periodo di crisi l’aumento del biglietto colpirà soltanto le classi più deboli: chi non ha i soldi per pagare benzina ed assicurazione, chi abita nelle periferie, i pendolari, gli studenti, gli anziani, gli invalidi e chiunque veda nel trasporto locale non solo un bisogno ma una necessità.
Vogliamo far sentire nella città di Roma una voce che affermi con forza che di fronte alla crisi, e al modo assurdo e criminale con cui le istituzioni tentano di farvi fronte, non possiamo più essere noi a pagare. È chiaro che la privatizzazione del trasporto pubblico locale, come quelli di altri servizi collettivi come l’Acea, serva solo a far fare cassa ai grossi capitali di questa città che arrancano nella competizione economica di questo periodo.
Non abbiamo più niente da dare alle cricche che governano e strangolano Roma, così come non abbiamo più niente da dare al governo Monti e alla Banca Centrale Europea. Invitiamo tutte le realtà sociali di questa città a farsi carico di questa lotta, che può vincere solo se diffusa capillarmente nel territorio. Opporci alla privatizzazione della mobilità è uno strumento strategico in questa città, come lo sono le altre lotte cardine che cercano di fermare il tallone di ferro dell’austerità e dei sacrifici che ci vogliono imporre, e ci fanno sprofondare ogni giorno di più nel baratro della povertà. Per questo a partire dalla questione del trasporto pubblico, insieme alle altre lotte sociali, vogliamo costruire percorsi di riappropriazione che sappiano porsi come valida alternativa alle privazioni imposte.
È una lotta parziale, ma che riesce ad intercettare i settori più deboli e per questo è nostro compito, ognuno con le proprie pratiche e i propri percorsi, riuscire a captarla e vincerla. Invitiamo tutti e tutte, le realtà e le individualità, a partecipare alla prima giornata di mobilitazione e a produrre azioni dislocate in tutta la città nell’intero arco della giornata.
MOBILITAZIONE PUBBLICA SOTTO LA SEDE ATAC IN VIA PRENESTINA, VENERDÍ 25 MAGGIO ORE 13.
- Non vogliamo pagare i debiti accumulati per la mala gestione e per i loro stipendi milionari!
- Vogliamo il ritiro del piano aziendale e la fine dei licenziamenti, e ci opponiamo alla privatizzazione di quello che è un servizio pubblico essenziale!
- Non pagare la crisi, non pagare il biglietto, per un trasporto gratuito!
Assemblea romana per le autoriduzioni - nonvipaghiamo.noblogs.org
26 MAGGIO: Manifestazione a Reggio in solidarietà con il CSOA Cartella
[A QUESTO LINK LA CAMPAGNA DI SOTTOSCRIZIONE PER RICOSTRUIRE IL CARTELLA]
Non ci poteva essere sveglia più triste a buttarci giù dal letto ieri mattina. La notizia che la struttura, che per dieci anni ci ha visto discutere, lavorare, creare, cantare, suonare, crescere, stava andando letteralmente in fumo è stata un pugno allo stomaco, un colpo tremendo. La vista poi di quelle pareti di cemento rimaste in piedi, mentre tutto quello che c’era dentro, sopra, di lato, era stato trasformato in cenere e detriti contorti dal calore, è stato il colpo del definitivo Knock Out.
Ma presto il senso di smarrimento, di confusione, è stato spazzato via dall’incredibile fiume di solidarietà che ci ha sommerso: dal quartiere, dalla città, dall’Italia tutta è stato un continuo chiamare, chiedere, offrire braccia, mezzi, soldi. Un abbraccio talmente caloroso da ridarci immediatamente forza, voglia, combattività. Una vicinanza talmente eterogenea quanto sincera, da essere per noi più legittimante di qualsiasi carta bollata, figlia del riconoscimento del lavoro svolto in questi anni.
“Ricostruire il Cartella, più bello e più grande di prima”, abbiamo detto nel corso di una partecipatissima assemblea, tenutasi ieri pomeriggio, vicino a quelle macerie ancora fumanti. Lo ricostruiremo noi, come abbiamo sempre fatto, con l’aiuto di tutti quelli che sono al nostro fianco, di tutti quelli che dalla Val di Susa a Palermo, dal Friuli alla Puglia, ci stanno dicendo di essere pronti a sostenerci in qualsiasi modo.
Lo ricostruiremo perché non abbiamo alcuna intenzione di arrenderci a chi, con questo vile atto, pensa di poter chiudere la nostra esperienza, e soprattutto distogliere il nostro impegno politico. Se la mano che ha compiuto questo vile atto è facilmente individuabile nella bassa manovalanza fascista e mafiosa, purtroppo sempre numerosa in questa città, la mente è per noi da individuare nella tanto famosa area grigia, in tutti quei gruppi affaristici, di interesse, che considerano questo territorio una enorme speculazione, e le casse pubbliche bancomat privati. 
Vorrebbero che tutti i nostri sforzi si riversassero sulla difesa degli spazi, sullo scontro ideologico e sull’antifascismo, senza preoccuparci più della privatizzazione dei servizi pubblici, della svendita del territorio a fini speculativi, della tremenda crisi economica e soprattutto sociale in cui versa la nostra città. Se il fine è questo, hanno sbagliato di grosso!
Il Cartella è stato ferito sì, ma è vivo e vegeto.
Stiamo verificando le condizioni per una manifestazione contro ogni tentativo di far chiudere questa esperienza, per la difesa degli spazi sociali, da tenersi sabato 26 maggio.
Stiamo vagliando, insieme ai nostri tecnici e legali, le modalità per avviare al più presto la ricostruzione della struttura fortemente danneggiata, che sarà sostenuta dal lancio di una campagna nazionale di solidarietà.
Nel frattempo, confermiamo tutte le iniziative già programmate, e diamo appuntamento a tutte e tutti per sabato 19 maggio, per la chiusura delle tre giornate contro l’omofobia che l’ArciGay e gli altri promotori hanno deciso di far tenere al Cartella, e i cui proventi andranno nella cassa di solidarietà per la ricostruzione.
“Voi non potete fermare il vento, gli fate solo perdere tempo”
“Potrete tagliare tutti i fiori, ma non fermerete mai la primavera”
comunicato in PDF
La corrispondenza con Radio Onda Rossa
Bahrain: ora hanno anche Nabeel Rajab
E’ arrivato il turno di Nabeel Rajab, l’uomo a capo del Centro per i diritti umani in Bahrain.
Giorgiana Masi: come ieri, ancora oggi
Il 12 maggio del 1977 le squadre speciali dell’allora ministro dell’Interno Francesco Kossiga assassinavano Giorgiana Masi, compagna femminista scesa in piazza insieme a tante e tanti altri sfidando il divieto di manifestare, nell’anniversario della vittoria referendaria sul divorzio. Le forze di polizia risposero sparando candelotti lacrimogeni e colpi di arma da fuoco. Picchiati e maltrattati anche fotografi, giornalisti e passanti.
Pochi minuti prima delle 20, durante l’ennesima carica della polizia, due compagne furono raggiunte da proiettili sparati da Ponte Garibaldi, dove erano attestati poliziotti, carabinieri e agenti in borghese.
Elena Ascione rimase ferita a una gamba. Giorgiana Masi, 19 anni, studente del liceo Pasteur, venne centrata alla schiena. Morirà durante il trasporto in ospedale.
Le chiare responsabilità emerse a carico di polizia, questore, Ministro dell’Interno, porteranno il governo con la complicità vergognosa del PCI, a intessere una fitta trama di omertà e menzogne. Kossiga prima elogiò in Parlamento “il grande senso di prudenza e moderazione” delle forze dell’ordine, poi fu costretto a modificare la propria versione dei fatti, ammettendo la presenza delle squadre speciali ma continuò sempre a negare che la polizia avesse sparato, pur se smentito da testimoni, foto e filmati.
L’inchiesta per omicidio si concluse nel 1981 con sentenza di archiviazione del giudice istruttore Claudio D’Angelo “per essere rimasti ignoti i responsabili del reato”.
Questa, in breve, la storia di quella giornata da cui sono passati 35 anni.
Da almeno 15 anni non si svolge una manifestazione nazionale in ricordo di Giorgiana, l’ultima fu nel 1997. Da almeno 5 anni non si svolge neanche più un corteo cittadino.
In questi ultimi tempi assistiamo a una crescente repressione e violenza dello Stato contro movimenti e individui, diversi per pratiche e ispirazioni, ma tutti mossi da una critica alla società esistente.
Il numero delle persone arrestate, rinchiuse e trattate, perché socialmente non disciplinate, sale di giorno in giorno. A dimostrazione che alla brutalità delle forze dell’ordine è sempre seguita la solerte repressione della magistratura: dalle 10 condanne per devastazione e saccheggio per il G8 di Genova 2001 con le quali sono stati dati fino a 12 anni di carcere, agli ultimi arresti del 15 ottobre del 2011, condannati a pene esemplari per il semplice reato di resistenza aggravata.
Anche alle lotte contro la nocività e al movimento NoTav hanno presentato il conto: centinaia di persone ferite alcune anche in maniera grave, truppe d’occupazione, espropri, per non parlare degli ultimi arresti e denunce.
Nonostante questo noi vogliamo continuare a metterci in gioco in prima persona.
SABATO 12 MAGGIO ORE 15
APPUNTAMENTO A PONTE GARIBALDI
le compagne e i compagni
Un appello per Abdulhadi Al Khawaja, prima che sia troppo tardi
Grazie ad Annalena Di Giovanni
( per leggere altro sul Bahrain pubblicato in questo blog: QUI )
Di sciopero della fame non si muore mai. Si vince e basta. Prima o poi. Gandhi non e’ morto, ha vinto. Le suffragette, anche loro hanno vinto, e infatti oggi noi donne abbiamo diritto al voto. I prigionieri palestinesi, anche loro stanno vincendo. Di sciopero della fame non si muore.
E quindi neache Abdulhadi Al Khawaja, classe 1961, attivista e co-fondatore del Centro per I Diritti Umani in Bahrain, morira’ di sciopero della fame.
Eppure non sappiamo dove sia. Non sappiamo neanche quanto vivo sia, visto che il Governo del Baharain si rifiuta di provarlo. Abdulhadi porta avanti la sua protesta per avere diritto a un giusto processo. Gli e’ stata data la condanna all’ergastolo per reato d’opinione. Ha smesso di mangiare che era febbraio. Per tutta risposta, le autorita’ hanno di nuovo posticipato il processo di un’altra settimana. I giorni passano. Prima era il giorno numero settantasette, ieri era il numero settantotto. Il bahrain, chi lo conosce, e poi di ingiustizie e’ pieno il mondo, e insomma tanto alla fine abdulhadi, questo Gandhi arabo, mica morira’ di sciopero della fame, perche’ di scioepro della fame non si muore mai, si vince.
Giorno numero settantanove.
Il crimine di Abdulhadi e’ quello di aver speso una vita documentando e denunciando le violazioni dei diritti umani perpetrate in quest’isoletta nel bel mezzo del Golfo del petrolio, una briciola sulle mappe chiamata Bahrain, che conosciamo solo per la Formula Uno, perche’ ci stazionano i Marines della Quinta flotta piazzati a tener d’occhio l’Iran, e per i bordelli di Manama (la capitale) in cui i rampolli sauditi vanno a divertirsi ogni fine settimana. Pero’ questa briciola geografica ospita uno dei movimenti di resistenza passiva piu’ dignitosi, piu’ determinati e piu’ longevi del pianeta, unico in tutto il mondo arabo. Un movimento che Abdulhadi ha nutrito e ispirato per decadi, quando ha cominciato a gridare forte e chiaro dell’apartheid in vigore in Bahrain e di un re che premiava o torturava i propri sudditi in base alla confessione religiosa. Tanto e’ bastato perche’ Abdulhadi vincesse la sua fita di fuggitivo dal passaporto strappato, la schiena segnata dalle frustrate, le figlie cresciute a giro per il mondo con un documento di profughe politiche, un giorno in prigione l’altro fuori poi di nuovo in prigione e poi ancora le torture, fino a quel febbraio 2011 in cui le rivolte in Bahrain sono finalmente comparse su qualche testata internazionale, ed Abdulhadi, ritenutone colpevole, e’ stato condannato per non aver tenuto la bocca chiusa.
Ho incontrato Zeinab, la figlia di Al Khawaja, per la prima volta nel novembre 2008. Mi ha detto “Sai, una volta che conosci i tuoi diritti, diventa difficile tenere la bocca chiusa”. Semplice. Questo le ha insegnato il padre, che una volta che hai imparato cosa ti spetta, la liberta’ che hai in testa e’ l’unica cosa che conta. Nessuno te la puo’ togliere, basta che impari a non tenere la bocca chiusa. Per questo settantanove giorni fa Abdulhadi ha smesso di mangiare: perche’ voleva essere libero. Perche’ sa che una volta che ti hanno tolto la liberta’ fisica per non essere rimasto zitto, il massimo di te che possono tenersi e’ soltanto la vita. E cosi’ sono passati settantanove giorni. Pero’ ditemi voi voi cosa fareste, se sapeste che vostro padre e’ lasciato li’ a morir di fame in carcere, terreste la bocca chiusa o scendereste a urlare in strada? Cosa farete, se di sciopero della fame si muore anche?
E no, di sciopero della fame non si muore mai, Abdulhadi non morira’. Ce lo dice anche il Governo del Bahrain, che non e’ morto e che e’ in buona salute. Peccato che a dirlo siano gli stessi che hanno impedito all’ambasciatore danese – Abdulhadi ha la cittadinanza, anzi per anni quelli danesi sono stati gli unici documenti che aveva – di incontrare di persona Abdulhadi per vedere se e’ ancora vivo, lo stesso governo che spara contro un sit-in disarmato, intossica gli ospedali con tonnellate di lacrimogeni e incarcera i medici che hanno soccorso donne e banbini. Lo stesso Governo che ha sancito e santificato l’apartheid contro una maggioranza che aveva la sola colpa di non essere di religione musulmano-sunnita, che ha manipolato campagne di demonizzazione a mezzo stampa, messo i cittadini gli uni contro gli altri, venduto l’isola, torturato con elettroshock e trapano chiunque cercasse di far trapelare cosa stesse succedendo in Bahrain in questi decenni, “importato” contadini baluci dal Pakistan per armarli e mandarli a sparare nei villaggi fuori da Manama. Quello stesso Governo che di fronte all’imminente morte per sciopero della fame di Abdulhadi ha deciso di posticipargli l’udienza di un’altra settimana, che magari e’ la volta buona per levarselo di torno, lui e quel suo vizietto di non tenere la bocca chiusa. E allora, davvero non si muore di sciopero della fame? vogliamo fidarci del governo del Bahrain, o vogliamo aprire la bocca?
Settantanove giorni. Da qualche parte, nella sua cella, probabilmente dopo una buona dose di sevizie come e’ d’usanza nelle carceri del Bahrain, Zeinab conta la distanza fra le sue ore, e la morte del padre. Che tanto, di sciopero della fame non si muore mai.
Vero?
Vero. Pero’ che facciamo se poi alla fine di sciopero della fame si muore anche. Che facciamo se Abdulhadi muore di sciopero della fame, se sappiamo, e restiamo a bocca chiusa. Con che faccia ci leggeremo gli occhi, domani allo specchio, se di sciopero della fame si muore anche.
Facciamo qualcosa. Qualsiasi cosa. Non restiamo a bocca chiusa. andiamo all’ambasciata del Bahrain, invadiamo internet, facciamo pressione, Sono settantanove giorni. Settantanove. Non c’e’ piu’ tempo. Liberta’ per Abdulhadi Al Khawaja.
http://www.bahrainrights.org/en
Grazie al blog che vi link qui e che vi consiglio: Leggi ( also for the english version)
Una chiacchierata con San Pietroburgo
Volevo mettervi il link di una corrispondenza radiofonica che abbiamo fatto mercoledì mattina, dai microfoni di Radio Onda Rossa, insieme allo storico Marco Clementi, da San Pietroburgo.
Proprio dalle pagine di questo blog avevamo dato l’allarme del suo arresto, raccontato dai suoi sms inviati da dentro al furgone dove attendeva, insieme a qualche decina di manifestanti, la traduzione in commissariato.
Era il day after della nuova rielezione di Vladimir Putin, giornata in cui migliaia di persone si sono riversate per le strade per manifestare contro quello che sembra essere un ennesimo impero, da abbattere.
Rilasciato, insieme agli altri, senza troppi problemi, ci ha aiutato a capir meglio la situazione attuale nel paese,
la composizione delle piazze, il livello repressivo e le aspettative prossime:
un’interessante chiacchierata che vi consiglio di ascoltare.
ASCOLTA LA TRASMISSIONE: QUI!
Sabato di nuovo in piazza: con chi lotta contro la Tav, con chi lotta per il diritto alla casa, con chi lotta contro il carcere

Ora è chiaro, oltre all’emergenza legata alla crisi economica c’è n’è un altra. La chiusura di ogni spazio di agibilità sociale e politica, la repressione di chi reclama i propri diritti o semplicemente esprime il proprio dissenso e le proprie idee, come accaduto anche con le condanne e le accuse spropositate addebitate ed inflitte a persone riconosciute o rastrellate a caso durante le grandi manifestazioni di piazza. Per questo crediamo che non solo i movimenti per il diritto all’abitare, ma una città intera, debba mobilitarsi per impedire questa deriva poliziesca e autoritaria.Bahrain: di nuovo in arresto @angryarabiya

Il volto di Zeinab!
Ancora lei, ancora piazza della Perla di Manama.
Ancora repressione, anfibi di regime, manette, caserme.
Le notizie degli ultimi minuti ci dicono che resterà in stato di fermo di polizia per almeno sette giorni.
Sappiamo quanto è forte questa giovane donna, sappiamo con quale dignità e coraggio manda avanti la sua esistenza, tra carceri e mobilitazioni: più di una volta abbiamo parlato di lei, ogni volta che è stata catturata, ogni volta che c’ha raccontato le condizioni di suo padre,
condannato all’ergastolo, e di suo marito, detenuto nello stesso carcere.
Il Bahrain non interessa a nessuno.
E’ un paesello piccolo, ricchissimo, dalle donne nere e dagli schiavi asiatici; è un paese di cui non si sa pronunciare il nome,
e non si vuole impararlo.
Domani sarà una giornata importante per quel paese: l’anniversario della prima manifestazione a Manama, l’anniversario dell’inizio delle inaspettate mobilitazioni che stanno mutando per sempre il paese, la sua popolazione, le sue donne.
Purtroppo Zeinab al Khawaja, che trovate su twitter come @angryarabiya non potrà esserci; costretta in una cella, come buona parte dei suoi cari.
Noi terremo gli occhi aperti.
FREE BAHRAIN
FREE ANGRYARABIYA!
AH! Dimenticavo…ieri il re Hamad bin Isa al-Khalifa, dittatore sanguinario del Bahrain, in un’intervista allo Spiegel Online fa un appello ad Assad. Gli dice, pensate voi la faccia come il culo, di prendere in considerazione le richieste del suo popolo.
Un torturatore, che chiede al capo dei macellai di esser clemente: se non ci fossero fiumi di sangue sarebbe una barzelletta.
In questo video, Zeinab…
Evviva i pompieri! Chapeau!
Che fate?
Ci innalzate l’età della pensione dai 58 ai 67 anni?
E dici che sulle scale antincendio con la pompa in mano ce la facciamo a 67 anni?
BHO!
Intanto ce la facciamo a sommergervi con l’acqua !
Ora ce la facciamo eccome!
RISPETTO INFINITO PER I POMPIERI DEL BELGIO CHE IERI HANNO ATTACCATO LA POLIZIA PER DIFENDERE I LORO DIRITTI, LE LORO PENSIONI, IL LORO FUTURO!
La crisi se la pagassero da soli: non un passo indietro, stretti stretti, passo passo verso la distruzione del capitalismo!
Grecia: capodanno davanti al carcere di Koridallos
Concentramento di solidarietà fuori le prigioni di Koridallos 31 Dicembre 2011,
dalle ore 23.00 presso il parchetto di via Grigoriou Lambraki
Le nostre voci non smetteranno di crescere e passare attraverso le mura e le sbarre delle prigioni,
per essere uniti attraverso le voci con coloro che si trovano negli inferni dello Stato
e combattere per la dignità e la libertà.
I disoccupati nel frattempo si organizzano con espropri: QUI la traduzione di un volantino
Qui potete vedere un documentario sulle rivolte greche, a partire dalla morte di Alexis : GUARDA
Bahrain: a pestaggi, ergastoli e lacrimogeni, si aggiungono gli stupri
un ferito da un lacrimogeno al volto, poco prima di mezzogiorno oggi...per chiedere il rilascio di Hassan
Che giornate in Bahrain, dove da mesi si lotta per un po’ di libertà contro uno stato ed una repressione che ha pochi simili al mondo in violenza…il primo giorno dell’anno l’ennesimo funerale di un manifestante di 15 anni è stato scenario dell’ennesimo brutale attacco delle forze di sicurezza, con lacrimogeni, pallottole di gomma, e tante, tante bastonate.
Ogni tanto abbiamo parlato di quella piccola striscia di terra tra i mari,
abbiamo parlato di ergastoli e sentenze a morte nei confronti di numerosi attivisti per i diritti umani, abbiamo raccontato di come i medici sono stati arrestati…spesso tutto quel che son riuscita a raccontare veniva dalla testimonianza preziosissima e quotidiana di @angryarabiya,
giovane militante che ha conosciuto bene la repressione sulla sua pelle (l’ultimo suo arresto è di un mese fa) e su quella dei suoi cari: ergastolo al padre, una pesante condanna al marito.
Ieri si è parlato di revisione dei processi nei confronti degli attivisti, anche di quelli che son stati sentenziati a morte, o al carcere a vita: poi in realtà questa mattina in aula stanno cercando di accusare anche gli ergastolani di altre cose, precedenti ai fatti della condanna.
ieri, stessa giornata in cui alcuni villaggi soprattutto ad Al-Aker e Sitra, sono stati colpiti dalle cariche della polizia, dalle bastonature e dal fitto lancio di quegli strani lacrimogeni privi di etichetta che stanno intossicando il paese.
Strani mostri neri, senza nome nè composizione, sparati come fossero acqua su chiunque prova a manifestare.
E’ di pochi minuti fa la drammatica notizia dell’ennesimo arresto di Hassan Awns, che malgrado la sua età ha già conosciuto le prigioni del suo paese approfonditamente, tanto che questo è il suo quarto arresto.
Hassan Awns, 18 anni, stuprato e torturato... è stato riarrestato oggi
Hassan ha raccontato poco tempo fa quale tipo di tortura è stata compiuta sul suo corpo: è stato ripetutamente stuprato, oltre che pestato, e dal giorno del suo rilascio non ha mai avuto pace, con continue minacce e messaggi che lo stupro sistematico sarebbe ricominciato presto.
Ha riconosciuto nell’ufficiale Yousif Al- Mulla Bkheet il suo aguzzino e stupratore, ed è probabilmente colui che lo tiene detenuto in questo momento
Tanto che dopo il suo arresto di questa mattina sul suo posto di lavoro, un centinaio di persone sono immediatamente corse a chiederne il rilascio davanti alla stazione di polizia dove è detenuto in questo momento, e dove ci son scontri da un’ora.
Hassan ha 18 anni, vive a Samaheej , Bahrain…un paese che interessa a pochi.
FREE BAHRAIN!
FREE BAHRAIN!
FREE BAHRAIN!




La 
UNA VALLE IN MOVIMENTO

4 anni fa veniva assassinato a freddo un ragazzo di 15 anni,























































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