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Posts Tagged ‘profughi’

Mediorente, neve, gelo e profughi

13 dicembre 2013 1 commento

Leggo articoli emozionati, che raccontano una città come Il Cairo che dopo 121 anni rincontra la neve.

La Valle della Beka’a e il suo susseguirsi di campi profughi, Photograph: Mohamed Azakir/Reuters

Invece questa neve, che tanto amo, inizia ad accanirsi con violenza sul medioriente: mai come in questi ultimi due anni il freddo aveva spazzato via i venti del deserto, mai come in questi due anni metri di neve avevano cambiato il profilo dei minareti e delle strade.

Ma non c’è niente di divertente.
Le immagini che arrivano dai campi profughi siriani sparsi tra Libano, Giordania e dintorni lasciano senza parole.
In Libano la situazione sta degenerando: le centinaia di migliaia di profughi che son giunte nel paese sono alloggiate spesso in campi di fortuna, non ufficiali, arrangiati con tende debolissime e senza alcuna struttura igienico-sanitaria. Tutta responsabilità, quindi, del governo libanese che sempre si è impegnato nel bloccare la costruzione di veri campi, così da tentar di scampare la stabilizzazione di migliaia di siriani nel paese.
Si chiama Alexa, questa tempesta ghiacciata, e si sta concentrando con i suoi venti gelidi e la sua portata di pioggia e neve proprio sulla Valle della Beka’a, dove son concentrati i due terzi del milione di siriani entrati in Libano: una mano santa proprio.

Poi ci sono i bimbi di Rastan, dove oltre alla popolazione del villaggio ci son molti fuggiti dalla vicina Homs.
Ieri a Rastan i bimbi non son morti sotto gli incessanti bombardamenti che colpiscono quella scuola, ma son morti di freddo: le immagini di quelle braccine irrigidite, senza vita, che sembrano chiedere “prendimi un po’ in braccio, che ho freddo” sono una coltellata in pieno petto.

ancora campi in Libano (foto AP)

Muoiono di bombe, muoiono di malattie e infezioni, muoiono di fame ed ora anche di freddo, in un silenzio irreale.
Irreale e colpevole.

Vi amo, piccoli bimbi di Siria,
ora che la mia vita è attraversata dal dolore dei bambini, ora che tutto il giorno e tutti i giorni vedo bimbi soffrire e a volte morire,
ora ancor più di prima darei la mia vita per voi.
Per rivedervi sorridere, in quella terra che profumava di vita.

Non metto le immagini di quel bimbo,
che non je la posso fare,
ma potete vedere il video a questa pagina (QUI).

Per il resto solo odio infinito.

 

A Lampedusa contano i morti, a Catania caricano chi sopravvive

3 ottobre 2013 3 commenti

Si continuerà per molto a contare corpi e a cercarne tanti altri… si mormora che arriveremo a parlare di 300 persone, morte (assassinate) oggi tra Lampedusa e Lampione, di cui potete leggere qui il mio commento a caldo.
Assassinati dalle leggi che alzano il muro in mezzo al mare della Fortezza Europa, assassinati dalle leggi che permettono l’esistenza di veri e propri lager dove vengono rinchiusi coloro che riescono a sopravvivere al grande viaggio nel cimitero liquido che è ormai il nostro mare.
Il nostro ormai maledetto mare.
Oggi è il giorno che dovrebbe almeno aver il buon gusto di essere quello “del silenzio”.
Tutti, tutti coloro facenti parte di ogni schieramento politico, tutti coloro che hanno approvato la Turco Napolitano prima e la Bossi Fini poi per approdare festosi al pacchetto sicurezza di Roberto Maroni;
tutti loro ma anche tutti gli altri che oggi fanno il teatrino del piagnisteo, devono stare zitti.
Non prendete elicotteri per Lampedusa, abbiate almeno il buon gusto di cambiare strada e andare,

anzi CORRERE…
dovete correre ora, precisamente in questo istante, e dovremmo realmente farlo tutti al Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo di Mineo, in provincia di Catania perchè la polizia sta caricando i migranti che si ribellano alla loro condizione detentiva, quando sono solo richiedenti asilo.
Un blocco stradale della statale 415 effettuato con massi e con i loro corpi sdraiati:
la risposta dello Stato Italiano, quello che oggi fa finta di piangere per Lampedusa è, CARICARE.
Quindi denunciare, arrestare, pestare, privare dell’asilo, condannare…ecco quelo che fa lo Stato Italiano.

Quindi a chi passa per questo blog e magari è del PD…
cambiate pagina, o se siete così indignati come dite, visto che tutto ciò accade per leggi dal vostro partito approvate e talvolta scritte di proprio pugno,
fate una fotocopia della vostra tessera di partito, fatene tante prima di stracciarla e infilatela nella bocca dei vostri dirigenti di partito..
invece de chiacchierà e piagne… fate ‘r favore va…
Qui la notizia sul CARA di Mineo: LEGGI

LEGGI:
Siamo tutti ASSASSINI
Mare nostrum: un cimitero liquido
Il mare della morte
La strage di Catania
I corpi sugli scogli

I morti di Lampedusa: siamo tutti ASSASSINI

3 ottobre 2013 12 commenti

Basta!
Basta piagnistei, Basta titoli dei giornali, Basta reportage, Basta racconti dei sopravvissuti,
Basta papa, Basta funerali, Basta con quei corpi messi lì come balene suicide, soli e semplicemente morti.
BASTA perdio.

E’ peggio di una guerra, è “nella spiaggia di casa”, è quotidiano e martellante.
Oggi si parla di 80 morti, oltre 200 dispersi, non ce la faccio nemmeno a leggere.
E ne siamo responsabili, tutti infinitamente responsabili, tutti noi con le mani sporche del sangue di centinaia centinaia centinaia e migliaia di uomini e donne che muoiono senza che nessuno senta il loro grido di disperazione, mai.
Quindi basta chiacchiere, ammettiamo di essere degli assassini oppure sarebbe meglio TACERE.

Si muore in mare perché esiste la Fortezza Europa e le sue leggi,
Si muore in mare perché  non esistono corridoi umanitari dove profughi, migranti o chiunque voglia farlo possa passare,
Si muore in mare perché dopo un po’ d’acqua c’è un muro altissimo, coperto dal filo spinato, dove se muori spesse volte vai solo giù, e ancora giù, fino ad esser rimosso dal mondo perché mangiato dalle acque.
Si muore in mare perché esisono le leggi sull’immigrazione, come la Bossi-Fini (ex Turco-Napolitano, ricordamosele le cose che fa sempre bene) e perchè noi, tutti tutti tutti noi vigliacchi collusi, non l’abbiamo mai abbattuta.
Basta cazzo, ora veramente basta.
Dal 1988 i morti ufficiali sono 19.142…immaginate quanti possono essere realmente.
Al primo punto di ogni nostra lotta deve esserci l’abbattimento del muro della Fortezza Europa,
al primo punto di ogni nostro sospiro ribelle deve esserci la DISTRUZIONE delle leggi che “regolano il flusso di migranti”, e che son solo fucili che sparano quotidianamente su chi muove passo verso l’altrove, verso il nuovo, verso altro.
Rimbocchiamoci le maniche: PUNTO!
Contro le loro leggi, contro i loro lager, contro i loro border…

LEGGI:
Mare nostrum: un cimitero liquido
Il mare della morte
La strage di Catania
I corpi sugli scogli

P.S.: ci ripenso…
ma poi il “preso lo scafista” lo vogliamo commentare?
Come se fosse lo scafista il problema…mamma mia manco riesco a scrivere dalle madonne che c’ho

Catania: un lungomare di corpi morti, uccisi dalle frontiere d’Europa

10 agosto 2013 4 commenti

10.000 morti in 10 anni: e aumentano di giorno in giorno.
Una guerra combattuta per mare, dove flotte di navi militari incrociano barchini bucherellati stracarichi di persone:
quello è il nemico per la Fortezza Europa in cui viviamo da detenuti e allo stesso tempo da consapevoli carcerieri / guardie di frontiera.

Catania, lungomare La Plaia, questa mattina: 6 morti

Quando muoiono compaiono piccoli trafiletti sulla stampa asservita al filo spinato:
se poi muore una donna incinta o un bimbo, il trafiletto si fa più patetico, ma tanto il titolone della pagina più importante è sempre ridondante di “nuova legge per l’immigrazione clandestina” “giro di vite contro la clandestinità”
“aumenta la detenzione nei CIE per chi è trovato nel territorio senza permesso di soggiorno”
“espellere i clandestini” … questo è.
Questo il lessico e il panorama culturale in cui viviamo e cresciamo i nostri figli,
questi i titoli dei giornali che leggevano i bagnanti questa mattina a Catania,
mentre si recavano a trastullarsi sul Lungomare La Plaia, uno dei punti più affollati della città marina,
prima che si ritrovassero davanti ad una fila di cadaveri.
Sei morti, tutti sotto i trent’anni: giovani sognatori, dal passo lungo verso un altro futuro. Morti a pochi metri dalla riva, cercando di salvarsi.

Cadaveri,
cadaveri che a quanto pare puzzano meno dei nostri,
cadaveri che non hanno diritto a nome, che non sconvolgono, che una volta coperti dal lenzuolo vengono rimossi dalla corteccia celebrale e dalla coscienza. Come se fosse normale, come se fossero che ne so rondini o uccelli migratori:
le cinque anatre di Guccini che ne arriva solo una ma “bisognava volare”.
Peccato che son corpi, persone, uomini e donne e non metafore di qualche cantautore:
ma scusate eh, non vorrei rovinarvi bagni, tuffi e “morto e galla” in questo agosto afoso.

Continuate pure così,
continuate a sguazzare in un Mediterraneo fatto di muri, filo spinato, frontiere assassine e tanti tanti corpi da scansare in acqua.

LEGGI:
Lampedusa: l’ultima strage tra le tante
Il cimitero liquido
Il Mediterraneo ci restituisce i corpi, che lasciamo là
Il mare della morte

Lampedusa: l’ennesima strage della Fortezza Europa

28 luglio 2013 2 commenti

Mi piacerebbe sentire cosa dicono tutti quelli che, entusiasti, commentavano la visita del Papa a Lampedusa, ormai lager d’Italia e non certo “porta” d’Europa.

Immagine d’archivio, 2008 Photo: AFP / GETTY

Mi piacerebbe sapere se la loro estiva domenica mattina è stata sventrata da questa notizia, maledettamente l’ennesima, che si ripete sulle coste remote di quest’Italia carceriera, in mezzo ai mari delle nostre vacanze.

Quattrocentocinquanta persone all’incirca sono arrivate in meno di una giornata: 450 persone che verranno immediatamente schedate e poi ammassate con una bottiglia d’acqua al giorno nel “centro d’accoglienza”… per poi chissà in quale CIE finire.

31 persone invece sono morte.
Si aggiungono alle migliaia disperse nel “cimitero liquido” mediterraneo, nel silenzio, nell’assenza di memoria, come se fosse routine, come se per TUTTI i cittadini europei fosse, che ne so, un gioco di statistiche…
un po’ arrivano, un po’ muoiono, che vuoi che sia.
Un gommone rovesciato che trasportava 53 persone (provenienti da Nigeria, Benin, Gambia e Senegal): meno della metà son riuscite a salvarsi dal ribaltamento in acqua. Sono in 22 a raccontare l’incubo, le ore a mollo sperando di non morire, gli altri 31 che son morti davanti ai loro occhi.
La Fortezza Europa ha commesso la sua ennesima strage, la battuta di caccia per oggi è terminata.
E ne siamo un po’ tutti e tutte responsabili.

LEGGI:
Il cimitero liquido
Il Mediterraneo ci restituisce i corpi, che lasciamo là
Il mare della morte
“Non è spuntato ancora un Omero per cantare le imprese colossali e desolate dei migratori che traversano il mondo a piedi e salgono sulle onde ammucchiati in zattere. Non si è affacciato un poeta cieco e perciò visionario a raccontare il mare spalancato, la deriva e il naufragio. Non c’è un Omero e neanche lo straccio di un nocchiero, di un Miseno, nella ciurma di Ulissi senza governo, tra Eolo re dei venti e Posidone signore delle terre emerse.”
Erri De Luca,
“Odissea di morte”

CHIUDERE I C.I.E.: LAGER D’EUROPA!

Foto d’archivio di FortressEurope

Siria: la guerra civile regna sovrana. Una storia da Bosra ash-Sham

20 maggio 2013 Lascia un commento

Eravate dei cuccioli,
venivate ad aprire la porta, che mai riuscivo a riconoscervi tra voi,
sempre di corsa, sempre arrampicati da qualche parte, sempre dispettosi e allegri.
Aprivate la porticina del cortile e il sorriso di vostra madre e vostra nonna poi occupavano tutto,
e voi chissà dove scappavate, in quel villaggio immerso nei secoli lenti, nei giochi dei bambini, nel basalto cotto dal sole e forse anche dall’imbarazzo dell’esser così meraviglioso.

Ahmad, Zakarya e Maher ... tre fratelli, morti uno dopo l'altro.

Ahmad, Zakarya e Maher … tre fratelli, morti uno dopo l’altro.

Ricomparivate quando i vassoi si riempivano di fichi e melanzane ripiene, vi riempivate le mani e via, di nuovo nella polvere a giocare. Ho questo ricordo di voi tre, ricordo che capivo l’amore e l’orgoglio di vostra madre nel parlarmi dei suoi tre bei figli, e la capivo anche quando la lingua non ce lo permetteva, si capiva da quel brillare di occhi di madre.
Occhi che ora non posso nemmeno immaginare, che vorrei asciugare e baciare.
Tre fratelli, cresciuti insieme, corsi insieme alle manifestazioni di Daraa che hanno iniziato la rivolta e poi morti, in un anno, uno dietro l’altro.

Sei sempre tu, Bosra ash-sham.
A venti km dal confine giordanoe a 140 dalla capitale Damasco, è stato importantissimo centro vitale della via della Seta, nella tratta che portava verso Petra.
Diversi sono stati i momenti di prosperità e importanza internazionale di questa città dell’Hauran, che è stata capitale nabatea ed importante metropoli romana sotto Filippo l’arabo.
Anche nel Corano si parla di Bosra, quando il monaco Bahira predisse ad un Maometto ancora bambino il suo destino da profeta.

Ma cosa sta succedendo a Bosra?
Chi uccide questi tre ragazzi non è proprio l’esercito regolare di Bashar al-Assad, ma milizie sciite ormai in pieno possesso della città sostenute oltre che dall’esercito siriano, da Hezbollah ed Iran:
eh sì, la guerra civile attraversa il decumano, si apposta su ogni tetto con cecchini e fucili, lancia colpi di mortaio sulle case, uccide.

Bosra Ash-Sham (foto di Mechal al-Adawi)

Bosra Ash-Sham (foto di Mechal al-Adawi)

Bosra è ricca di popolazioni e religioni: Bosra è sunnita e sciita, drusa e cristiana.
La minoranza sciita ha una lunga storia in quella terra:
è stata accolta nella città a partire dal 1890, dopo la guerra civile in libano senza alcun tipo di frizione fino all’arrivo al potere di Hafez al-Assad, che ha drasticamente incrementato il numero di sciiti marginalizzando costantemente la componente sunnita.
Questo non ha certo limitato la solidarietà offerta durante la guerra del 2006 tra Israele ed Hezbollah, visto che centinaia di famiglie sciite libanesi sono state rifugiate per mesi, ricevendo tutte le possibili forme di assistenza.

Ma eccoci al 2011, alle manifestazioni di Daraa, all’inizio della rivolta nelle scuole e nelle strade che proprio da quella regione è partita prendendo piede nel resto del paese, prima di degenerare in una guerra civile alimentata da molti poteri esterni:
a Bosra (e non solo) la minoranza sciita si schiera immediatamente a fianco del regime, collaborando strettamente con i servizi segreti nel fornire i nomi di tutti i ragazzi che dalla regione si muovevano verso Daraa per partecipare alle manifestazioni.

Il campo profughi di Zaatari, in Giordania, dove quasi 40.000 persone da Bosra sono fuggite

Una guerra civile iniziata così, nome dopo nome, quindi morto dopo morto.
Morto dopo morto, contiamo 200 morti solo cecchinati, è iniziato il grande esodo verso il confine giordano e il campo profughi di Zaatari. Già analizzando il numero si capisce chiaramente la situazione: fuggono 5000 sciiti e più di 30.000 sunniti, lasciando la città quasi svuotata e stracolma di milizie sciite e cecchini.
Così i pochi giovani rimasti si trovano ad imbracciare un fucile anche per provare ad andare il prendere il pane, e spesso a morire, come i tre fratelli che vedete in quella foto.

E allora non so che altro dirvi, perché vorrei stringermi a quella famiglia che a me ha stretto forte forte tante volte,

Il campo profughi di Zaatari, in Giordania

vorrei non essere così lontana, vorrei non immaginare quel campo profughi, le tende che bruciano, il fango che avvolge la quotidianità, il ritorno che è sempre più lontano ed improbabile
Odio, odio le religioni e mai avrei pensato che potessero arrivare ad uccidere proprio là, nello spicchio di mondo che mi ha insegnato una tranquillità mai trovata altrove…ma forse bisogna iniziare a raccontare quel che accade,
malgrado il dolore e questa tuttologia complottarda mi facciano passare la voglia di farlo.
Bisogna iniziare almeno a raccontare.

La Siria di certo non si salverà in nessun caso.Leggi a riguardo:
Al telefono con Anna Frank
Comprendere l’esilio
Bosra , beduini e innamoramenti
Ciliegie e nostalgia
ma buon anno ddddechè
Ode al dolore
Le bombe in casa nostra
Ode a Damasco

Al telefono con Anna Frank, ora residente in Siria

10 gennaio 2013 5 commenti

Quanti anni avevo quando ho letto il Diario di Anna Frank?
C’è sicuramente scritto dentro, accanto al mio nome, come in ogni libro, nella prima pagina in alto a destra.
Avevo 9 anni mi sembra,

Io…e il mio Hauran amato sotto ai piedi!

toccavo quelle pagine con emozione, me ne sentivo parte,
le ho scritto qualche volta, abbozzi di prime lettere non spedibili.
Quindi la sensazione di “scrivere” ad Anna Frank ancora la ricordo; ero una bambina che sentiva quel dolore e quella segregazione nel sangue, la sentivo sorella, prendevo le sue confidenze come segreti tra noi.

Invece la sensazione di parlarci al telefono, quella no,
quella ha sbaragliato la realtà ieri. Per la prima volta in quasi 31 anni di vita:
SBAAAM, ieri son bastati pochi minuti per perder contatto con la terra, con la ragione,
con la capacità di razionalizzare il dolore.

ieri ho parlato con Anna Frank:
ha la voce di un ragazzo, mio coetaneo, che da 10 anni considero un fratello.
Un trillino sul telefono.
Il prefisso è giordano, cavolo! richiamo immediatamente, sarà sicuramente il mio amico da Bosra.
Di Bosra vi ho parlato tante volte, è la mia casa in Siria,
così vicina al border giordano che chi ancora vi resiste, ha la possibilità (almeno quello) di poter parlare un po’, senza pericolo che le proprie parole possano essere usate come arma contro la propria famiglia,
perché passano su altre antenne, oltre confine.

Foto di Valentina Perniciaro _Il pane di Bosra, che ora non c’è più_

Ho richiamato subito quello sconosciuto numero giordano,
subito e col cuore in gola. Un po’ di tentativi prima di prendere la linea, poi eccola la voce di Z., si sentiva chiara e vicina, decisamente diversa dall’ultima volta che c’eravamo sentiti,
appena una manciata di giorni fa.

“Ciaoooooooo, come stai?”
“Non me lo chiedere, ti prego. La situazione è di molto peggiorata dall’ultima volta che ci siamo sentiti.
Siamo scappati tutti dalla città vecchia, ora siamo a Bosra nuova, in 18 dentro due stanze.
Da 4 giorni non abbiamo nulla da mangiare, nevica e non c’è modo di trovare qualcosa per scaldarsi.
Più della metà della popolazione della città è scappata verso il campo profughi di Zaatari, in Giordania *.
Tuo figlio come sta?”
“Bene, ma che domande fai! Tua figlia come sta?”
“Mi fa strano pensare che i nostri figli hanno la stessa età: lei non cresce da molto tempo, rimane piccola, da quando è iniziata la guerra e da quando la situazione a Bosra è peggiorata la sua crescita è ferma.
Non c’è cibo, è terrorizzata dai continui colpi che sente.
Sai cosa succede qui intorno? Noi siamo tagliati fuori da tutto.”
“So che sotto bombardamenti in quella zona c’è Bosra al-harir e che nelle ultime 48 ore è peggiorata la situazione lungo l’autostrada Daraa-Damasco, ormai zona di guerra.”
“Grazie Vale, io da qui non so nulla, solo il bianco della neve che guardo fuori, la fame e il freddo.
La situazione è drammatica: Bosra la conosci bene, è sempre stata un crogiolo di religioni. Il regime è riuscito a far scoppiare la guerra civile tra noi, l’ha alimentata e c’è riuscito.
Io fino a poche settimane fa non sapevo il credo di nessuno delle persone con cui son cresciuto: è la cosa peggiore che poteva accadere.”

“baciami la tua bambina, tua madre…”
“Eccola mia madre, te la passo, dice che le manca giocar con te sotto al fico”
“Non sai a me Z., non sai quanto mi mancate tutti voi: mi raccomando, proteggete la vostra pelle, stai stretto stretto alla tua bimba: provo ad inviarvi soldi entro la settimana.
Ti voglio bene, ti chiamo presto…e presto i nostri figli giocheranno insieme”
“Lo spero; spero ci saremo ancora tutti quando il telefono squillerà di nuovo, grazie”

Sono circa 24 ore che cerco di riprendermi da questa chiacchierata, circa 24 ore che cerco di riposare,
di permettere al sangue di scorrere senza sentirsi così pesante,
sono 24 ore che cerco di essere forte, di non piangere, almeno di non farlo col singhiozzo
che ieri ha avvolto ogni cosa.

* Zaatari: il campo profughi da giorni è una distesa di fango, con le tende che galleggiano e qualche decina di migliaia di persone prive di tutto, in condizioni umanitarie non descrivibili.

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