Archivio

Posts Tagged ‘radio onda rossa’

Egitto: piccolo approfondimento su Radio Onda Rossa

5 marzo 2011 Lascia un commento

Con qualche giorno di ritardo riesco a pubblicare il link della trasmissione radiofonica fatta mercoledì mattina dai microfoni di Radio Onda Rossa.
Precedente alle dimissioni del premier Shaqif, è attualmente un po’ “vecchia” vista la velocità con cui corrono le vicende della rivoluzione egiziana…
si parla anche di lotta di classe, di province più lontane dalla capitale e dalla piazza simbolo di questo nuovo Egitto.
Buon ascolto
e ascoltatela sempre Radio Onda Rossa!

QUI INVECE LE PAGINE DEL BLOG SULLA RIVOLUZIONE EGIZIANA

Foto di Valentina Perniciaro _Il Cairo, piazza Tahrir e i suoi colori_

Revocata la detenzione domiciliare per Mario!

24 gennaio 2011 1 commento

La seconda sezione penale collegiale del tribunale di Roma ha revocato, nel corso della udienza che si è tenuta ieri, gli arresti domiciliari a Mario Miliucci, uniformandosi a quanto aveva deciso il tribunale del riesame per gli altri coimputati. L’ultimo degli arrestati per gli scontri del 14 dicembre a Roma, avvenuti nei pressi di piazza Navona durante la manifestazione contro il progetto di controriforma dell’università promosso dalla ministra Gelmini, si è visto sostituire la detenzione cautelare con una misura di sicurezza, l’obbligo di firma presso il commissariato di zona. Nel corso dell’udienza sono stati ascoltati alcuni testi presentati dalla difesa mentre il maggiore testimone dell’accusa, un ispettore di polizia, non si è presentato, documentando un prolungamento dell’infermità a seguito delle contusioni subite durante gli scontri. La prossima udienza è stata fissata per il 17 marzo. In stato di custodia cautelare domiciliare resta ancora il minorenne S.M.
Questa la pagina per ascoltare la corrispondenza effettuata da Radio Onda Rossa questa mattina con i compagni in presidio fuori dal tribunale

Mario Libero, Tutti/e Liber@: Presidio a piazzale Clodio

19 gennaio 2011 Lascia un commento

Il 23 dicembre 2010 si è tenuta la prima udienza del processo a Mario e gli altri e le altre compagne arrestati\e durante la rivolta precaria e studentesca di Piazza del Popolo dello scorso 14 dicembre 2010. Il processo è stato rinviato al 24 gennaio per dare la possibilità alla difesa di acquisire ulteriori prove testimoniali , videoregistrazioni e fotografie; al contempo i giudici hanno respinto la libertà provvisoria a Mario, motivando capziosamente la permanenza in Italia – indicando in particolare la giornata di lotta a Palermo e Milano – di un “ clima di tensione sociale”, onde per cui Mario rimane agli arresti intanto fino al 24 gennaio.
I giudici per fortuna hanno però deciso di respingere l’assurda richiesta avanzata da ALEMAGNO per la costituzione di parte civile del Comune di Roma , in quanto a Mario non è addossata nessuna “lesione dell’arredo urbano”.
Ai numerosi compagni/e presenti – studenti, lavoratori, amici degli imputati – l’atteggiamento dei giudici non è apparso né sereno, né
imparziale , costoro sono sembrati partecipi e schierati con il clima fazioso e colpevolista voluto dal governo da subito e all’indomani del 14
dicembre. All’oggi – dopo una settimana di prove documentali e testimoniali ripetutamente apparse in TV , sui quotidiani e periodici – è ormai noto alla cittadinanza che gli arrestati sono stati rastrellati a caso, con il titolo abusivo e generico del reato di “ resistenza in concorso”.
Per il resto , è fallito anche il tentativo di dividere i manifestanti in “ buoni e cattivi” sia per la compattezza del movimento , sia per la
consapevolezza di larga parte della società di riconoscere alla protesta e alla condizione diffusa della precarietà motivazioni valide e concrete, che vanno ascoltate e avviate a soluzione, piuttosto che ignorate e/o represse.
L’accanimento giudiziario non ha ragion d’essere, men che mai l’assunzione sussidiata della politica: il trasformarsi in arbitri del conflitto non compete alla magistratura , tantomeno far pendere l’ago della bilancia dalla parte dei forcaioli, trasformando in capri espiatori gli arrestati del movimento solo per soddisfare i propositi di vendetta di una classe politica inadempiente e corrotte.
Tenere ulteriormente agli arresti domiciliari Mario è un abuso, una iniqua punizione, una pena affligente ancor prima della sentenza: è l’ennesima l’amara constazione di quanto dispotismo alberghi ancora nelle istituzioni, soprattutto tra coloro che dimentichi del dettato
costituzionale e della dichiarazione dei diritti dell’uomo, abusano del codice penale per perseguitare il conflitto e i suoi protagonisti.
Vogliamo Mario libero ! Vogliamo che il Movimento tutto si schieri a sua difesa e non solo le poche decine di compagne e compagni presenti ai precedenti presidi svolti a piazzale Clodio.
Mario è uno di noi, lo rivendichiamo come un nostro compagno e non può e non deve pagare per tutte e tutti: a Piazza del Popolo eravamo in decine di migliaia a difenderci dalla violenza delle Forze del Disordine !

PER L’AUTORGANIZZAZIONE SOCIALE
PER L’AUTOGESTIONE DELLE LOTTE

LUNEDI 24 GENNAIO ORE 9.30
PRESIDIO A PIAZZALE CLODIO

CSOA “MACCHIA ROSSA” MAGLIANA

A questo LINK una corrispondenza di questa mattina dai microfoni di Radio Onda Rossa

Rebibbia, Capodanno 2011: ODIO IL CARCERE

30 dicembre 2010 2 commenti

Capodanno 2011 con Radio Onda Rossa

COME OGNI ANNO SAREMO ALL’INCROCIO TRA VIA BARTOLO LONGO E VIA RAFFAELE MAJETTI, SOTTO LA GARITTA DEL MURO DI CINTA DEL CARCERE ROMANO DI REBIBBIA, UN PIANETA MASTODONTICO DI RECLUSIONE DI UOMINI E DONNE.
DALLE ORE 11 ALLE ORE 15, SAREMO SOTTO QUELLE MURA PER PORTARE UN PO’ DI MUSICA E COLORE, PER FAR ARRIVARE UN PO’ DI CALORE AI DETENUTI, PERCHE’ ODIAMO IL CARCERE E CI PIACE RIBADIRLO. GIORNO DOPO GIORNO.
IO, PERSONALMENTE, LO MALEDICO OGNI GIORNO DELLA VITA MIA.
PER LA LIBERTA’ DI TUTTE E TUTTI, INCONDIZIONATAMENTE.

SOSTIENI E DIFFONDI SCARCERANDA
SOSTIENI E ASCOLTA RADIO ONDA ROSSA
ODIA IL CARCERE

Dal carcere di Rebibbia, per Radio Onda Rossa

30 dicembre 2010 1 commento

REBIBBIA, 29 Dicembre 2010

Cari compagni/e di Radio Onda Rossa,
vi scriviamo dal “tepore” natalizio delle nostre celle. Rendendo grazie all’amministrazione penitenziaria ed a tutti quei benpensanti cristiani, anche questo Natale ci è stato fatto dono del loro alberello e dell’immancabile presepe, ricordandoci che la “grazia” del buon Dio e la gloria della nascita di Cristo coinvolge tutti, persino noi carcerati.
Ovviamente solo se da buoni cristiani ci si incammina sulla via del “PENTIMENTO” e della “redenzione”. Il messaggio “sotto-traccia” è sempre quello: cercare di convincerci della bontà dell’Istituzione, la millenaria trinità: LAVORO-FAMIGLIA-CONSUMO/ISMO, i quali, ragionandoci bene sono proprio le “necessità” che, per poter colmare, ci hanno indirizzato verso la strada dell’illegalità (il capitalismo ossessivo necessita di una dose sempre maggiore di fondi al fine di rimpinzare il cosiddetto benessere familiare, di sempre nuove ed inutili “necessità”). Ci troviamo ad osservare quel presepe e quell’albero scintillanti di luci, simulacri di un benessere di plastica, ma voltandoci verso la cruda realtà delle cose, quotidianamente ci vengono negati perfino i diritti fondamentali dell’uomo e dato che “alla sorte non manca ironia” sono proprio quelle luci che scintillano nella grotta del presepe ad essere invece negate a noi detenuti, insieme “ovviamente” ai rudimenti dell’igiene, l’acqua calda e lo spazio vitale (siamo in SEI in un buco di cella… tipo mucche da macello, no?); senza poi tener conto di privazioni ben più gravi: l’assistenza medica, psicologica e culturale insufficienti, ma che dovrebbero essere, almeno sulla carta, basilari al fine del reinserimento sociale così tanto decantato dalle leggi “svuota-carceri”, utili esclusivamente all’imbonimento dell’opinione pubblica…

OVVIAMENTE LA REALTA’ E’ BEN DIVERSA!!!

Da qui non si esce e fin troppo spesso si muore e, se si è così fortunati da giungere fino al fine pena illesi, ci sono poche o nulle possibilità di migliorare il nostro futuro, se non quella di incontrarci nuovamente ospiti dei tanti “Hotel Millesbarre” che il nostro “Belpaese” ci offre… in fondo la maggior parte di noi è considerata feccia, e per molti va bene così: QUALCUNO IN GALERA DEVE PURE ANDARCI per conservare la pia illusione che nessuno rubi più!…
Ci viene spontaneo far sapere che anche noi siamo a fianco di tutti/e gli studenti ed i lavoratori (o aspiranti tali!) che si stanno battendo per un futuro migliore e che vengono anch’essi criminalizzati in ogni modo. “Se non fossimo rinchiusi saremmo TUTTI AL VOSTRO FIANCO!”.

SOLIDARIETA’ A COLORO CHE NONOSTANTE TUTTO NON SMETTONO DI SOGNARE, LOTTARE E CREDERE IN UN FUTURO MIGLIORE… “CON OGNI MEZZO NECESSARIO”
SOLIDARIETA’ CON TUTTI/E I DENUNCIATI DEL 14 DICEMBRE
SOLIDARIETA’ PER MARIO MILIUCCI
LIBERTA’ PER TUTTI/E I PRIGIONIERI FUORI E DENTRO I CARCERI!

PS: MANNATECE SCARCERANDA!

Seguono firme

“… Ci hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane. Ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame!” Fabrizio De Andrè

Che si sia d’accordo o meno, che si abbia o meno il “coraggio” e la forza di presentarlo, vi prego di far conoscere questo modulo e l’indirizzo al quale inviarlo. Serve per veder riconosciuti i propri diritti di essere umano e per denunciare le sempre peggiori situazioni abitative/igieniche/sanitarie ecc., ed ultimo, ma non per importanza, per avere anche qualche somma di denaro come rimborso… potrebbe aiutare qualcuno, no?

Saluti

Al difensore civico delle persone private della libertà
c/o Antigone
Via Principe Eugenio, 31 – 00185 – Roma

Il sottoscritto ___________________________ nato a ______________________ il _________ attualmente detenuto presso la Casa di reclusione di _______________ intende presentare ricorso alla CEDU per il risarcimento della detenzione disumana espiata in riferimento al sovraffollamento (e/o mancanza di servizi sanitari/riscaldamento/ rispetto dei diritti fondamentali, ecc.) nelle celle.

Vorrei ricevere l’atto di Procura per la nomina del legale che Voi mettete a disposizione allo scopo di seguire la pratica alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

COGNOME-NOME-INDIRIZZO

Ringrazio per l’attenzione

FIRMA

E DOMANI, COME OGNI ANNO, APPUNTAMENTO AL CARCERE DI REBIBBIA con RADIO ONDA ROSSA.
PERCHE’ DI CARCERE NON SI MUOIA, MA NEMMENO SI VIVA

Notizie sui fermati! AGGIORNAMENTI!

15 dicembre 2010 Lascia un commento

Roma, Piazza del Popolo, 14 dicembre 2010

Roma, Piazza del Popolo, 14 dicembre 2010

Che giornata ieri per questa città!
E che mattinata oggi, dietro quel mixer, con i telefoni impazziti e la voglia di parlare che prendeva un po’ tutti.
Roma ieri, come ha scritto un blog che adoro, ha vissuto un po’ di Novecento.
Una piazza Statuto degli studenti, dei precari, dei giovani rabbiosi spesso giovanissimi!
Che dire.
Io, sono contenta.
Tra poco verrà pubblicato sul sito il lungo filo diretto di questa mattina dai microfoni di radio onda rossa.
ORE 15.35_ altra notizia che ribalta tutto. “Cambio di strategia della procura di Roma per la maggior parte degli arrestati per gli scontri avvenuti ieri nel centro storico. La procura ha deciso di farli giudicare per direttissima e domani mattina compariranno dinanzi al giudice. Tutti i fermati sono accusati di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Il primo atto sarà, comunque, l’esame della legittimità dei fermi. Al termine dell’udienza, per gli indagati, tutti incensurati, potrebbe prospettarsi, a seconda delle singole posizioni, la custodia in carcere, gli arresti presso il domicilio, l’obbligo di firma, la rimessione in libertà. Il procuratore aggiunto Pietro Saviotti ha spiegato i motivi del cambio di rotta della procura: «Inizialmente avevamo deciso di non procedere in modo sommario con la direttissima del giorno dopo – ha dichiarato – optando per l’acquisizione di informative e dei verbali di arresto e chiedendo approfondimenti agli investigatori». «Successivamente la procura – ha aggiunto – valutate l’incensuratezza di tutti gli arrestati e la loro età, ha proceduto a circoscrivere le condotte di cui ciascuno deve rispondere. La mancanza dell’esigenza di ulteriori approfondimenti, salvo nuove risultanze, ha indotto la Procura a chiedere il giudizio direttissimo per la maggior parte degli arrestati. Nei prossimi giorni si valuteranno eventuali ulteriori fatti che dovessero emergere dagli approfondimenti investigativi»
PER QUALCHE ORA E’ STATO DETTO IN DIRETTA E SCRITTO ANCHE QUI CHE TUTTI I FERMATI ERANO STATI TRADOTTI A REGINA COELI: LA NOTIZIA E’ STATA SMENTITA POCO FA (ORE 17) DAGLI AVVOCATI. SONO ANCORA TUTTI IN QUESTURA. ANDRANNO DIRETTAMENTE DOMANI A PIAZZALE CLODIO!

Presumibilmente sarà convocato un presidio a Piazzale Clodio per domani dalle 9.00 in poi.
SOLIDARIETA’ A TUTTI I COMPAGNI FERMATI.
per i continui aggiornamenti ascoltate Radio Onda Rossa.

Intanto da un paio d’ore il centro d’Atene è scosso dagli scontri esplosi durante l’ennesimo sciopero generale di 24 ore, proprio nel giorno del voto in parlamento della manovra di austerity che prevede una radicale rivoluzione nel mercato lavorativo.
La media dei tagli sugli stupendi sarà del 26%.
Bruciasse quest’Europa, bruciasse pure. Sarebbe ora!

BRESCIA MAY DAY

8 novembre 2010 1 commento

Brescia May day! May day!

Da settimane i migranti bresciani sono in mobilitazione permanente  contro la sanatoria truffa che dopo aver aperto una speranza di  regolarizzazione ha sbattuto le porta in faccia ai tanti e tante  costretti alla clandestinità da leggi disumane come la Bossi- Fini e il  Pacchetto Sicurezza targato Maroni. Proprio da Maroni arriva l’ordine perentorio di stroncare la protesta: distruggendo i presidi che si erano  organizzati e costringendo sei persone a salire su una gru a 35 metri di  altezza dove stanno dal 30 ottobre. Ma la follia sanguinaria di chi  gestisce l’ordine pubblico non si è fermata neanche di fronte a questo gesto di disperata determinazione e alla imponente manifestazione di massa tenutasi sabato scorso: questa mattina all’alba hanno scaricato la loro violenza sui presenti al presidio provocando decine di feriti e oltre 30 persone in stato di fermo.

Brescia lancia l’allarme rosso e Roma risponde convocando un’assemblea cittadina per questa sera alle ore 19.00 presso il Volturno con lo scopo
di (auto)organizzare la nostra solidarietà attiva, quella di tutte le realtà ed i singoli impegnati quotidianamente nella battaglia per i
diritti per tutti/e.

Siamo tutt@ clandestin@
Antirazzisti e antirazziste roman@
QUI POTETE ASCOLTARE LE CORRISPONDENZE DI QUESTA MATTINA DI RADIO ONDA ROSSA: 1- 23

Ancora Atene bloccata dai camionisti in lotta: corrispondenza

22 settembre 2010 Lascia un commento

La risposta degli autotrasportatori greci non s’è fatta attendere.
Già in presidio per tutta la notte davanti al parlamento, hanno aspettato sul piede di guerra il voto di questa mattina della legge sulle liberalizzazioni del loro settore, approvata in tarda mattinata in un’aula quasi completamente deserta (erano presenti 99 deputati su 300) .

REUTERS/Yiorgos Karahalis

Foto REUTERS/Yiorgos Karahalis

Dopo aver bloccato le principali arterie del Paese, questa mattina i camionisti dell’Ellade, in una giornata già scossa dalla paralisi creata dallo sciopero dei ferrovieri, hanno assediato il Parlamento ateniese scontrandosi ripetutamente con le forze dell’ordine e rispondendo attivamente al fitto lancio di lacrimogeni.
Ancora intorno al Parlamento gli autotrasportatori stanno aspettando l’arrivo del corteo dei ferrovieri che si unirà alle loro proteste contro il piano di austerità del governo, che sta piegando da mesi il paese.
Anche a Salonicco le mobilitazioni stanno paralizzando la mobilità con una lunga fila di camion che si sta dirigendo verso il centro città.

In mattinata, dai microfoni di Radio Onda Rossa, un piccolo approfondimento sulla situazione greca in vista del prossimo sciopero generale, confermato ieri pomeriggio.

APPELLO ASSEMBLEA DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA e CORRISPONDENZA RADIOFONICA

22 settembre 2010 Lascia un commento

Quello che segue è l’appelo venuto fuori dalla due giorni fiorentina, a questo link invece potete ascoltare la corrispondenza di Radio Onda Rossa effettuata con uno dei promotori del comitato.
PER L’ACQUA PUBBLICA, PER UN DIRITTO INALIENABILE, PER IL FUTURO.

APPELLO ASSEMBLEA DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA
Firenze, 18-19 Settembre 2010

Noi donne e uomini dei movimenti sociali territoriali, della cittadinanza attiva, del mondo dell’associazionismo laico e religioso, delle forze sociali, sindacali e politiche, del mondo della scuola, della ricerca e dell’Università, del mondo della cultura e dell’arte, del mondo agricolo, delle comunità laiche e religiose che in questi anni e in tutti i territori

  • abbiamo contrastato la privatizzazione del servizio idrico, perché sottrae alle collettività un diritto essenziale alla vita;
  • abbiamo promosso e partecipato, nel Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua o in altri percorsi, a iniziative ed azioni, socializzando i saperi e le esperienze, rafforzandoci reciprocamente, allargando la sensibilizzazione e il consenso;
  • abbiamo promosso con oltre 400.000 firme una legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua e la sua gestione partecipativa;
  • abbiamo promosso mobilitazioni territoriali, manifestazioni nazionali e appuntamenti internazionali per riappropriarci di ciò che a tutti appartiene, per garantire a tutte e tutti un diritto universale, per preservare un bene comune per le future generazioni, per tutelare una risorsa naturale fondamentale;
  • abbiamo promosso una campagna referendaria che si è conclusa con lo straordinario risultato di oltre un milione e quattrocentomila firme raccolte;

consapevoli del fatto che

−         il voto referendario apre una stagione decisiva per l’affermazione dell’acqua bene comune e della sua gestione pubblica e partecipativa;

−         la battaglia dell’acqua è assieme una battaglia contro il pensiero unico del mercato e per una nuova idea di democrazia;

−         la privatizzazione e la mercificazione dell’acqua e del servizio idrico è incompatibile con conservazione della risorsa acqua, degli ecosistemi e più in generale dell’ambiente;

−         una vittoria ai referendum della prossima primavera potrà aprire nuove speranze per un diverso modello economico e sociale, basato sui diritti, sui beni comuni e sulla partecipazione diretta delle persone;

facciamo appello a tutte le donne e gli uomini di questo paese

perché, in questi mesi che ci porteranno al referendum si apra una grande stagione di sensibilizzazione sociale sul tema dell’acqua, e si produca, ciascuno nella sua realtà e con le sue attitudini e potenzialità, uno straordinario sforzo di comunicazione sull’importanza della vertenza in corso e sulla necessità del coinvolgimento di tutto il popolo italiano, con l’obiettivo di arrivare all’affermazione dei tre referendum abrogativi.
Tutte e tutti assieme possiamo affermare l’acqua come bene comune, sottrarla alle logiche del mercato, restituirla alla gestione partecipativa delle comunità locali.
Tutte e tutti assieme siamo coinvolti nel problema e possiamo divenire parte della soluzione.
Il tempo è ora. Perché si scrive acqua e si legge democrazia.

Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua
Comitato Promotore dei referendum per l’Acqua Pubblica

La rivolta di San Basilio a due voci ;-)

9 settembre 2010 2 commenti

Un redazionale di Radio Onda Rossa a ricordo dei 36 anni trascorsi dall’uccisione del 19enne Fabrizio Ceruso, ammazzato dalla polizia durante la “Rivolta di San Basilio” storico quartiere di occupazione delle case.
Una trasmissione di un’oretta circa, con il racconto della rivolta e del contesto in cui è avvenuta e con alcune interviste prese nel quartiere
Potete ascoltarlo QUI o sul sito della Radio!
http://ondarossa.info
SOSTENETE RADIO ONDA ROSSA!
87.900 fm a Roma e in provincia

Renoize 2010: a Renato Biagetti, 4 anni dopo

26 agosto 2010 Lascia un commento

Il 27 Agosto di quest’anno saranno 4 anni che Renato è stato ucciso; un’aggressione fascista che si è trasformata in assassinio.

Quattro anni di vita, di lotte, di sorrisi e di lacrime, di rabbia, di processi, di partenze e ritorni, di nuovi arrivi e nuove nascite, di sogni realizzati e altri lasciati in sospeso ma mai persi.
Quattro anni di cambiamenti, di crisi, di crescente delirio securitario.
Quattro anni in cui, nonostante… il passaggio di questa città ad un’amministrazione di destra, i sani anticorpi antifascisti hanno continuato a difendere e a tenere viva la memoria di questa città ribelle e mai domata, di questa Roma Città Aperta.
Quattro anni di abbracci e sguardi forti, intrecciati con le storie di Dax, Carlo, Federico, di Carlos e Alexis, di Nicola, Aldo, di Stefano e di tanti altri purtroppo, per non dimenticare, per raccontare la verità, per chiedere giustizia.
Quattro anni in cui il nome di Renato ha risuonato ovunque, perché la sua storia è un pezzo di quell’ingranaggio collettivo che anima questa città e non solo.
Partigiani dei nostri tempi, con le radici forti strette alla memoria della Resistenza e con le ali robuste per volare e lottare nel tempo della crisi.

Per questo, anche quest’anno, quelli di Renoize vogliono organizzare un appuntamento pubblico nel territorio in cui viveva Renato:
Sabato 28 Agosto a Parco Schuster (San Paolo) con mostre, banchetti, buon cibo accompagnati dall’esibizione degli artisti su elencati a partire dalle 18 fino all’1.
Una serata di musica e parole in una serata di fine agosto, come quella che ci ha portato via Renato in cui dare voce alle lotte e ai percorsi che portiamo avanti durante tutto l’anno, e dare spazio alle note di chi suona nella sala prove Renoize e non solo.
Finchè ci saranno quelli/e come noi, ci sarà sempre il tempo di far vivere chitroppo presto, ingiustamente e con un’assurda e inconcepibile violenza ci è stato tolto. Finchè ci saranno quelli/e come noi, si potrà sempre dire: “è una questione di memoria”.

L’invito quindi è quello ad esserci, ancora una volta, anche quest’anno! Per ribadire che non facciamo un passo indietro e abbiamo gli occhi ben aperti, che i sogni di Renato vivono in noi, perchè chi pensava di fermarci ci vedrà muovere, chi pensava di zittirci ci sentirà urlare la verità!

“Per combattere questo nuovo fascismo non ci saranno i vostri nonni, o i padri dei vostri nonni. Affrontarlo toccherà a voi. “ Enio Sardelli “Partigiano Foco”

BELLE che riescono…e altre che attendono!

30 luglio 2010 3 commenti

La fonte è sempre Macerie, eccellente sito dei compagni torinesi sui CIE. Eh si, le BELLE, le evasioni, ogni tanto riescono e la cosa riempie il mio cuore sempre di una gioia rara, il sangue di un calore e una velocità diverse. Ancora migranti in rivolta, migranti che fuggono, migranti che cercano di riappropriarsi della propria libertà e della propria vita.
Da oggi arrivano notizie dal CIE di Bari, dove durante una rivolta e un tentativo d’evasione in massa, sei persone sono riuscite a fuggire mentre gli altri si son scontrati con le forze dell’ordine: 18 arresti.
Ci riaggiorneremo su Bari tra un po’

Foto di Valentina Perniciaro (Erice'10) _Via libera!_

«Una cinquantina di extracomunitari questa notte hanno tentato di fuggire dal Centro Identificazione ed Espulsione (il Cie) del “San Paolo”. Un tentativo di fuga che ha subito richiamato l’attenzione delle Forze dell’Ordine e dei Militari del Battaglione “San Marco”. Inevitabile lo scontro.
Secondo la prima ricostruzione dei fatti compiuta dalla Questura di Bari, i rivoltosi, dopo aver sfondato le porte d’ingresso di tre settori destinati a moduli alloggiativi, sono giunti all’esterno dell’area ricettiva impugnando spranghe di metallo divelte dalla recinzione esterna della struttura. Ne è nato uno scontro con alcune unità della Polizia di Stato, dell’Arma Carabinieri nonché Militari del BTG “San Marco”.
L’intervento degli uomini in servizio nella struttura, subito affiancato da altre unità di rinforzo di Polstato, Carabinieri e Guardia di Finanza fatte giungere tempestivamente, ha consentito di contenere il tentativo di fuga. Solo 6 ospiti magrebini sono riusciti ad allontanarsi scavalcando le cancellate poste a protezione della struttura.
Una trentina di extracomunitari, invece, hanno raggiunto il tetto della struttura, lanciando oggetti contundenti, pezzi di metallo e bottiglie piene di acqua, all’indirizzo delle Forze dell’Ordine.
Durante gli scontri undici militari del reggimento “San Marco” e due Carabinieri, hanno riportavato lesioni, con prognosi variabili tra 3 e 15 giorni. Inoltre, sono rimasti feriti, durante il tentativo di fuga e nello scavalcamento della recinzione alta circa 5 metri, 6 cittadini extracomunitari ospiti della struttura, uno dei quali con trauma cranico con riserva di prognosi ed altri 5 soggetti con lesioni variabili tra i 5 e 35 giorni.
A conclusione degli scontri 18 cittadini extracomunitari, trattenuti presso il C.I.E., sono stati arrestati con l’accusa di devastazione, saccheggio seguito da incendio, resistenza, violenza e lesioni a pubblici ufficiali.» da Barilive

(Non appena avremo qualche notizia di prima mano di questa grossa sommossa – alcune agenzie parlano pure di due auto della polizia andate distrutte -, dei feriti e degli arrestati, ve le gireremo. Intanto riascoltatevi l’intervista ad Ammar, che giusto la settimana passata ci raccontava della situazione che si vive dentro al Centro barese)
macerie @ Luglio 30, 2010

————————————————————————————-

Che il Cie di Gradisca fosse un colabrodo, lo si sapeva già da tempo. Ma questa volta si può dire che i reclusi gliel’hanno fatta veramente sotto il naso, alle guardie del Centro. Approfittando del fatto che, per punizione, erano stati chiusi a chiave nelle celle, e che la porta non veniva aperta neanche per portare il cibo, alcuni di loro si sono messi tranquillamente al lavoro per praticare un bel buco nel soffitto. Da lì, hanno provato a scappare in 20: purtroppo ci sono riusciti solo in 9, però…
…però mentre la polizia era fuori dal Cie a caccia di evasi, dopo alcune ore dalla prima evasione, altri 3 sono riusciti a scavalcare il muro e a far perdere le proprie tracce! Proprio sotto il naso delle guardie, appunto. Con gran divertimento di chi non è riuscito a scappare e che, evidentemente, sa che la prossima volta potrebbe essere quella buona.

Leggi l’articolo del MessaggeroVeneto di oggi, 29 luglio 2010.
«Sei immigrati clandestini sono riusciti a fuggire, in pieno giorno, dal Cie di via Udine. Un bilancio ancora ufficioso considerando che, a ieri sera, erano ancora in corso sia gli accertamenti interni sia le ricerche nella campagna limitrofa alla struttura da parte delle forze dell’ordine. A quanto si è potuto apprendere, l’ennesimo tentativo di fuga di massa dal centro di identificazione ed espulsione isontino sarebbe scattato nel primo pomeriggio, poco dopo le 15, coinvolgendo circa una ventina di immigrati, riusciti a raggiungere il tetto della struttura forzando alcune grate in ferro posizionate sul soffitto di una camera. Un’azione fulminea che, sfruttando il mancato ripristino dei sistemi elettronici di sorveglianza (telecamere e sensori di passaggio a infrarossi erano stati pesantemente danneggiati nel corso della rivolta della scorsa settimana), avrebbe consentito ai clandestini di cogliere inizialmente di sorpresa le forze dell’ordine impegnate nel servizio di vigilanza. Nel corso dell’azione sei immigrati sarebbero riusciti a scavalcare le recinzioni esterne e dileguarsi nei campi retrostanti al Cie mentre per altri ospiti della struttura di via Udine il sogno di libertà si è infranto proprio a un passo dalla meta, grazie all’intervento delle pattuglie di vigilanza, riuscite a bloccarli proprio mentre stavano scavalando il reticolato. Un’altra decina di clandestini, invece, avrebbe desistito facendo autonomamente ritorno nelle camerate.»

macerie @ Luglio 29, 2010
CORRISPONDENZA CON IL CIE DI BARI EFFETTUATA DA RADIO ONDA ROSSA: ASCOLTA

Dopo gli spari in acque internazionali anche il furto dai conti correnti

9 giugno 2010 1 commento

La notizia ha dell’incredibile anche per chi, come me, raramente si stupisce per gesti ed eventi gestiti da Israele e i suoi soldati (di ogni divisa e forma).
Ma questa ha veramente superato il prevedibile.
Parliamo ancora una volta di Manolo Luppichini, il nostro compagno, che da regista freelance era imbarcato sulla Freedom Flottiglia: non a bordo della Mavi Marmara dove c’è stato l’eccidio israeliano, ma su un’altra delle imbarcazioni che componevano la flotta di aiuti umanitari, la “8000″ come il numero dei prigionieri palestinesi nelle mani israeliane.

Ora le sue parole, in una dichiarazione di oggi, ci lasciano sconcertati: «Sono rientrato in Italia il 3 giugno – racconta- ma a Roma solo l’altro ieri, il 7 giugno. Sono andato subito in banca per bloccare la carta, ma dai tabulati risulta che è stata utilizzata in Israele il 4 giugno, quando io ero già rientrato, per due volte. Una prima volta sono stati prelevati solo 2 euro, probabilmente per fare una prova poi, una seconda volta, 52 euro, dopodichè il credito disponibile sulla carta si è esaurito. Non solo mi hanno sequestrato tutto il materiale di lavoro  telecamere, e registrazioni, ma, come se non bastasse, hanno anche speso i miei soldi, attingono al mio conto corrente, e questo è un fatto intollerabile. Sono basito e senza parole. Non capisco se si tratti di arroganza o ingenuità». «A questo punto – prosegue Luppichini – mi chiedo in mano a chi siano le mie cose. Pretendo di ricevere indietro tutto quello che mi è stato sequestrato»
E’ riportato dalle agenzie stampa…
mentre QUI potete ascoltarlo dai microfoni di Radio Onda Rossa

Due impiccati a Ponte Galeria

8 giugno 2010 Lascia un commento

<!–Dalla trasmissione di Radio Onda Rossa, Silenzio Assordante
Stasera a Ponte Galeria due ragazzi algerini hanno tentato di impiccarsi perché domani verranno deportati. Sono in molti, più di una decina, ad essere stati trasferiti a Roma da altri Cie per questa deportazione. In giornata anche tre donne nigeriane sono state trasferite dal Cie di Modena a Ponte Galeria.
Uno dei due algerini è stato trasferito d’urgenza in ospedale con un’ambulanza, l’altro è stato visto con un lenzuolo al collo mentre lo si trascinava in infermeria con la bava alla bocca, insomma in pessime condizioni. Da dentro fanno sapere che temono il peggio.
C’è anche un uomo che ha un piede viola – «sembra che il piede sia stato schiacciato da una macchina» – dicono i reclusi. Si è rotto la gamba durante il tentativo d’evasione e nessuno se si interessa di lui. Inoltre, oggi una ragazzo ha dovuto trascinare un altro recluso sulle spalle fino all’infermeria altrimenti sarebbe stato lasciato abbandonato a se stesso.
Nel pomeriggio a Ponte Galeria sono arrivate quattro pattuglie: le guardie presidiano il Cie e lo sorveglieranno almeno sino a domattina. Nel maschile affermano che sembra di stare in una caserma. I reclusi raccontano che la tensione è molto alta e che non ce la fanno più: la vita a Ponte Galeria – affermano – è peggio della schiavitù.

Ascolta la voce dei reclusi:
http://www.autistici.org/ondarossa/archivio/silenzioassordante/100608_ponte_galeria.mp3

Gli antirazzisti e le antirazziste di Roma inviatano a chiamare il centralino del Cie di Ponte Galeria (tel. 06 65854224) per avere notizie sulle condizioni di salute dei due algerini.

I voli delle espulsioni!

8 maggio 2010 Lascia un commento

Un personaggio ingombrante, del quale sbarazzarsi al più presto possibile. È questo quel che l’Ufficio immigrazione della Questura di Torino pensa di Falloul, il recluso marocchino che solo due settimane fa era riuscito a scavalcare le mura del Centro e ad allontanarsene – anche se per poche ore. Soprattutto perché Falloul è un testimone scomodo della vita in corso Brunelleschi, uno che ha voluto reagire ai pestaggi e alle angherie denunciandoli ad alta voce. E così questo pomeriggio Falloul è stato prelevato dall’area gialla del Centro – area che è stata compatta in sciopero della fame per più di una settimana dopo il tentativo di evasione di due settimane fa e il relativo pestaggio poliziesco - e portato all’areoporto di Caselle, dove lo aspettava un aereo per Roma e da lì un altro per il Marocco. Inutile ricordarvi le responsabilità del console del Marocco a Torino, sempre prono alle esigenze – di immagine e di sostanza – della Questura sabauda, e il complice e sorridente silenzio della Croce Rossa, vero e proprio lubrificante sugli ingranaggi della macchina delle espulsioni.

Adesso come adesso di Falloul sappiamo solo che era scortato da sei poliziotti e che una volta salito sul volo delle 19,00 dell’Alitalia per Roma ha dovuto spegnere il telefono. Però sappiamo pure che – mentre lui era prigioniero e inavvicinabile ai bordi della pista – un gruppo di solidali si è intrufolato nello scalo torinese per riempirlo di volantini, e ha sussurrato nelle orecchie di viaggiatori e dipendenti la storia di Falloul e dei tanti come lui che salgono le scalette degli aerei con le catene ai polsi. Anche i “compagni di viaggio” di Falloul sono stati avvertiti che qualche fila dietro la loro avrebbe volato, e molto di controvoglia, un testimone scomodo della vita in corso Brunelleschi.

Oramai agganciati e scortati dalla Polizia – e dopo un’oretta pure dalla Digos – i solidali sono riusciti a chiedere spiegazioni al caposcalo dell’Alitalia (che si è rifiutato di darle) ai funzionari dell’Enac (e pure loro se ne sono stati abbottonati) ed anche ad altri responsabili della compagnia di bandiera, che se ne stavano rintanati nell’alto dei loro uffici e che hanno fatto finta di cascare dal pero, scaricando tutta la responsabilità sulla Questura di Torino. Ad un certo punto è comparso addirittura il cotonatissimo Antonino Calvano – presidente del Comitato Provinciale della Croce Rossa già ai tempi della morte di Hassan -, accompagnato da una bionda sconosciuta e dall’immancabile crocerossina in giarrettiera: ne nasce una breve e movimentata discussione nel mezzo della hall dell’aeroporto, discussione troppo scortata per essere vera.

Ascolta questa diretta trasmessa durante la trasmissione “Silenzio assordante” di Radio Onda Rossa: AUDIO

Macerie, 7 Maggio 2010

Beit Jala, ancora una volta

23 aprile 2010 1 commento

22 Aprile 2010

Oggi a Beit Jalla vicino a Betlemme, cittadini palestinesi con alcuni internazionali hanno dato vita ad una manifestazione di protesta contro il muro dell’apartheid in costruzione in quella zona. Per diverse ore l’esercito ha sdradicato decine di ulivi centenari e buttato giù il portico di una cosa perchè proprio li soergerà la continuazione del muro dell’apartheid. I manifestanti hanno tentato di avvicinarsi alle case ma i militari li hanno respinti sparando lacrimogeni e proiettili di gomma. Sono state fermate 6 persone, tra cui 2 italiani, che ora sono nelle mani dell’esercito israeliano. Le accuse sono di violazione di una zona militare chiusa perchè, in maniera simbolica, hanno piantato una bandiera palestinese sul perimetro del futuro muro, dove era appena stata distrutta una parte di una casa di palestinesi.
Ascolta la corrispondenza di Radiondarossa e gli aggiornamenti

Il secondo giorno della V Conferenza Internazionale di Bil’in sulla Resistenza Popolare Palestinese comincia con la brutta notizia del riavvio dei cantieri per la costruzione del muro attorno a Betlemme. Numerosi bulldozer e circa dieci jeep dell’IDF sono entrati a Beit Jalla e Al Walaja per sradicare gli ulivi lungo il tracciato del muro e demolire il cortile di una casa palestinese.
Diversi attivist* internazionali (tra cui alcun* del nostro gruppo) e israeliani sono andati sul posto per portare la solidarieta’ attiva alla famiglia di Beit Jalla e, eludendo la sorveglianza, sono riusciti a rimanere al fianco dei palestinesi mentre procedeva inesorabile la demolizione. I militari israeliani sono intervenuti trascinando brutalmente gli/le attivist* per centinaia di metri, picchiandone e ferendone tre. Due attivisti israeliani sono stati arrestati.
Questa casa e’ stata al centro di un processo completamente falsato dalla giustizia israeliana: il terrazzamento del cortile era stato demolito qualche mese fa e poi ricostruito in seguito alla sospensione del processo stesso. Due giorni fa, il 20 Aprile, il tribunale ha definitivamente autorizzato il governo israeliano a dare inizio ai lavori di costruzione del muro che passera’ a pochi metri dalla casa stessa, isolandola e usurpandone la terra.

Nel frattempo, a pochissimi chilometri da li’ e a pochi metri dalla terra di Abed, nel villaggio palestinese di Al Walaja,altri bulldozer hanno sradicato almeno 50 ulivi e 50 alberi da frutta. Gia’ la settimana scorsa nello stesso villaggio ci sono stati 3 arresti e varie minacce e pestaggi intimidatori da parte dell’esercito; anche stavolta hanno minacciato di arrestare i membri del comitato popolare locale se avessero continuato a protestare contro il muro e la demolizione delle case.

Nel primo pomeriggio, terminati i lavori della conferenza internazionale, altr* attivist* internazionali sono tornat* a Beit Jalla per cercare di raggiungere la famiglia rimasta isolata dalla mattina, rompendo la zona militare chiusa.
Quando siamo giunti sulla strada che conduce alla casa i militari hanno messo di traverso i loro mezzi e steso il filo spinato per impedirci il passo. Abbiamo provato a forzare il blocco in maniera pacifica ma i soldati hanno reagito nervosamente puntando i mitra e minacciandoci con le granate in mano. Ne e’ seguito un tafferuglio e dopo 2 ore di blocco stradale, durante le quali i militari hanno impedito il passaggio di qualsiasi veicolo – compresa un’ambulanza -, un piccolo gruppo e’ riuscito ad aggirare lo schieramento e a raggiungere la famiglia portandogli da mangiare e piantando simbolicamente una bandiera della Palestina. Perche’ questa terra non appartiene alla prepotenza sionista.
Sei persone sono state fermate, ammanettate e portate alla stazione di polizia di Gush Ezion (una delle tante colonie israeliane in Cisgiordania) e stiamo attualmente in attesa della loro liberazione. Nel gruppo ci sono quattro ragazze e due ragazzi, tra questi un compagno e una compagna del nostro gruppo.

In seguito agli arresti i soldati hanno sparato lacrimogeni sul resto dei manifestanti, disperdendoli. Alcuni ragazzi palestinesi hanno iniziato a lanciare pietre, rovesciando cassonetti, e l’esercito ha sparato alcuni colpi.

WITHOUT YOUR FREEDOM WE’LL NEVER BE FREE
PALESTINA LIBERA

Per gli aggiornamenti seguire Freepalestine ed ascoltare Radio Onda Rossa

Sono passati 8 anni da quando ero per i vicoli di Beit Jala, caricati dall’esercito! Quella terra è dentro di me…
sono stretta ai compagni presenti nei Territori Occupati, stretta stretta a quella terra resistente

VI SERVIAMO OVUNQUE, ANCHE NEI LAGER!

22 aprile 2010 Lascia un commento

VI SERVIAMO OVUNQUE, ANCHE NEI LAGER!
Roma, mercoledì 21 aprile 2010

Oggi un centinaio di persone tra studenti universitari, nativi e migranti, attivisti/e dei centri sociali, occupanti dei movimenti per il diritto all’abitare, antirazzisti e antirazziste si sono incontrati/e all’Università La Sapienza di Roma per dare vita a un’iniziativa di denuncia e boicottaggio contro i CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione per migranti).
L’obiettivo era il gruppo “La Cascina”, che gestisce il servizio mensa della Facoltà di Economia e il bar universitario a piazzale Aldo Moro. Questa società, tramite l’affiliata “Auxilum”, dal 1° marzo è entrata nella gestione dei servizi interni al lager di Ponte Galeria.

Abbiamo scelto di denunciare la linea complice di quest’azienda che, oltre ad avallare l’esistenza e contribuire alla mala-gestione del CIE di Roma, è responsabile di somministrare cibo scadente, se non scaduto, e troppo spesso “condito” con psicofarmaci, allo scopo di aumentare il controllo sui migranti e le migranti reclusi/e.
È stato aperto uno striscione che diceva «La cascina: complice dei lager! No ai CIE» davanti all’ingresso della mensa di Economia, mentre altri/e entravano nelle sale distribuendo volantini e adesivi informativi, denunciando al megafono gli orrori di Ponte Galeria, invitando gli studenti e le studentesse a boicottare gli esercizi gestiti da “La Cascina”, parlando con lavoratori e lavoratrici e informandoli/e, molti/e per la prima volta, del profilo infame dei loro datori di lavoro.
Ci siamo poi spostati con un corteo spontaneo che ha bloccato la strada fino a La Sapienza, per poi proseguire dentro l’università fino al bar di piazzale Aldo Moro. Anche qui abbiamo denunciato la complicità di “Auxilium/Cascina” e invitato al boicottaggio attivo gli studenti presenti.
L’iniziativa si è conclusa con un pranzo sociale e una mostra tematica sulle condizioni del CIE di Roma al pratone dell’università.

Per costruire le prossime iniziative della campagna contro i CIE
GIOVEDÌ 29 APRILE ORE 19.00 AL FORTE PRENESTINO, CENTOCELLE

CHIUDERE I CIE SUBITO
NON RENDERTI COMPLICE!
BOICOTTA “LA CASCINA”

Ascolta la CORRISPONDENZA di Radio Onda Rossa.

Aggiornamenti dopo la rivolta di Ponte Galeria

15 marzo 2010 1 commento

Ieri(13 marzo), alle ore 22.30, sono rientrati in cella i ragazzi che durante il presidio erano saliti sui tetti del lager di Ponte Galeria.
Dopo la protesta sono stati picchiati brutalmente dalla polizia.
Uno di loro non riesce più a muovere la mascella e sembra che un altro si sia tagliato un braccio come atto per scongiurare ulteriori pestaggi da parte dei burattini in divisa.

Successivamente la violenza è proseguita con la perquisizione nelle celle riservate agli uomini, ancora da accertare in quante sezioni sia avvenuta. Il giorno seguente (14 marzo) i/le reclus* riferiscono di essere in sciopero della fame.
Seguiranno aggiornamenti riguardo la protesta e l’adesione a questa.

Nella tua città c’è un lager, chiudiamo il C.I.E di Ponte Galeria!
Solidarietà a tutt* i/le reclus* in lotta!
Chiudere tutti i C.I.E!
Fuoco a tutte le gabbie!

Ponte Galeria in rivolta, una “bella” a Torino e la riacquistata libertà per i compagni torinesi! Che giornate!!

13 marzo 2010 1 commento

Mentre c’era chi sceglieva di scendere in piazza con una sciarpa viola, mentre c’era chi ascoltava Di Pietro, chi si sbrodolava per Travaglio,
mentre c’era chi ha preso pulmann per far da pubblico pagante al peggio che la storia della “sinistra” è riuscito a tirar fuori,
mentre gli ex girotondi, aspiranti “secondini” e carcerieri del paese intero, riempivano la vuota (di contenuti totalmente) piazza romana,

i compagni autorganizzati, le realtà di movimento e tutt@ coloro che portano solidarietà ai migranti reclusi nei Centri di Identificazione ed Espulsione, erano sotto i cancelli di Ponte Galeria ad urlare con tutto il fiato in gola la loro rabbia e il loro sostegno alla lotta dei migranti in stato di detenzione senza aver commesso alcun reato, in uno sciopero collettivo della fame terminato pochi giorni fa.
Dopo il tam tam telefonico l’iniziativa fuori dal CIE è stata seguita da una rivolta all’interno del centro di detenzione…alcune decine di migranti sono salite sui tetti e lì sono avvenute diverse cariche di polizia e carabinieri.
Senza troppe parole sprecate, è meglio ascoltare direttamente le corrispondenze effettuate da Radio Onda Rossa
1- I Detenuti salgono sui tetti ASCOLTA
2- La celere carica i migranti sui tetti ASCOLTA
3-  Ancora cariche sui tetti di Ponte Galeria ASCOLTA

Dopo le molte ore passate sotto il CIE di Ponte Galeria i/le compagn@ hanno ripreso il treno per Roma. Arrivati alla Stazione Trastevere è partito un corteo spontaneo che ha attraversato tutta Viale Trastevere fino al Lungotevere, con un ingente dispiegamento delle forze dell’ordine in assetto anti-sommossa.

SOLIDARIETA’ CON TUTT@ I/LE RECLUSE NEI CENTRI DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE PER MIGRANTI
LIBERTA’ PER TUTT@

Da Torino invece due BELLE NOTIZIE
Tutti liberi gli arrestati
nell’operazione del 23 febbraio scorso: nessuno dovrà più stare in galera o ai domiciliari, anche se qualcuno avrà l’obbligo di firma. Dopo due settimane, si iniziano a vedere le prime crepe nel castello di accuse malamente costruito dal PM Padalino (in un ritratto) e dal capo della Digos Petronzi (nella foto).

Ma la storia senza dubbio più emozionante è l’evasione di un gruppo di reclusi dal Cie di Torino. Avremmo voluto raccontarvela in anteprima, ma qualche agenzia di stampa ha già battuto la notizia: nella notte tra giovedì e venerdì sono riusciti a scappare almeno in otto, sembra attraverso dei buchi scavati da tempo, e fino ad ora sono ancora tutti liberi.

In culo alla Polizia, agli alpini, alla Croce Rossa e a tutti i magistrati, politici e giornalisti razzisti. Viva la libertà e chi se la conquista!

macerie @ Marzo 13, 2010

In memoria di Marinella Cammarata, stuprata a Piazza Navona

8 marzo 2010 4 commenti

Il materiale che pubblico qui è decisamente lungo.
E’ anche “vecchio”, se è possibile datare fatti del genere per poi relegarli nell’oblio della memoria.
La storia di Marinella non è caduta nel silenzio, Marinella non l’abbiamo dimenticata.
Non abbiamo dimenticato i suoi stupratori, non abbiamo dimenticato tutti coloro che hanno protetto quegli stupratori.
Per questo le canzoni della Banda Bassotti non passano per il mixer di Radio Onda Rossa, per questo non suonano in spazi occupati,
per questo vengono boicottati anche dalle pagine di questo blog.
Parliamo oggi di Marinella, oggi che è 8 marzo e le persone si regalano mimose.
Oggi che è 8 marzo e la violenza sulle donne non è minimamente diminuita, anzi.

IL LIBRETTO DELLA  MEMORIA, IN RICORDO  DI MARINELLA E’ STATO REALIZZATO DAL MARTEDì AUTOGESTITO DA FEMMINISTE E LESBICHE DI RADIO ONDA ROSSA 87.9FM
SOLIDARIETA’ AUTODIFESA CONTRATTACCO.

In memoria di Marinella

Foto di Valentina Perniciaro _22 Novembre, contro la violenza maschile sulle donne_

Roma.
Verso l’una della notte del 6 marzo 1988, il brigadiere dei CC Sigismondo Fragassi in compagnia di due amici, il dr. Giampiero Pedone e il sig. Tarani, transitava in Piazza dei Massimi.
Seminascosti da una Fiat Panda parcheggiata in un angolo buio, curvi, gomito a gomito, contro il muro di uno stabile, tre giovani davano le spalle alla piazza.
Insospettito, il brigadiere scende e s’avvicina.
«… aiutato dai miei amici bloccavo i tre giovani». Prima ne afferra uno, poi un altro, costringendoli ad uscire dalla strettoia tra la Panda e il muro dove si erano infilati e solo allora vede le loro nudità, nota il sangue che li macchia e scorge la ragazza  «semisdraiata a terra, insanguinata, piangente e semi nuda».
Quella ragazza è Marinella.
Nei mesi di novembre e dicembre 2007 il Martedì Autogestito da Femministe e Lesbiche  di Radio Onda Rossa ha condotto un ciclo di trasmissioni dedicate alle strategie delle donne contro la violenza.
La trasmissione dedicata a Marinella è la trasmissione sulla memoria.
La memoria ci aiuta a costruire una nostra storia, a tessere le nostre genealogie e a scegliere le nostre relazioni, ad agire consapevolmente nel nostro contesto.
La nostra storia ci dà forza.
Il motore che ci ha spinte a raccontare, in radio prima e in questo libricino poi, è stato il persistere nel presente di una modalità di connivenza con gli stupratori che avviene non solo colpevolizzando la vittima di stupro, sostenendo pubblicamente gli stupratori o rendendosi complici col silenzio, ma anche subordinando la lotta contro la violenza sulle donne ad altre istanze considerate politicamente “prioritarie”.
Ribadiamo ancora una volta che non c’è progettualità politica senza una radicale trasformazione delle relazioni, che non c’è antifascismo senza antisessismo.

Dalla trasmissione del Martedì Autogestito da Femministe e Lesbiche (18.12.2007)
È su questo che lavoreremo oggi, sull’importanza della costruzione della memoria delle donne, sull’importanza delle mobilitazioni delle donne durante le vicende di Marinella, ma anche su come, quando le donne presero una posizione forte contro le connivenze nei confronti degli stupratori, questo generò una rottura e una lacerazione fortissima con molte parti del movimento, per le quali il discorso sulla violenza contro le donne era comunque subordinato alla lotta di classe e all’antifascismo. Poiché questi discorsi ci sembrano quanto mai attuali, diamo il via alla nostra trasmissione.
Innanzitutto vogliamo dirvi come abbiamo costruito la trasmissione: ci siamo rivolte alle compagne femministe e abbiamo chiesto loro di aiutarci nella costruzione di questo passato prossimo.
Parliamo infatti di una memoria dolorosa da ricostruire, ma necessaria; per questo  ringraziamo le nostre compagne per essersi messe in gioco ancora una volta.
Per tutto quello che vi diremo riguardo i fatti e il processo di Marinella, abbiamo utilizzato “Marinella, storia di una violenza, storia di un’ ingiustizia” edito dall’Associazione per l’Informazione Il Paese delle Donne che venne redatto subito dopo la morte di Marinella e che raccoglie tutti i documenti della vicenda, le testimonianze di Marinella e delle persone che le sono state vicine e tutto quello che una rete estesa di donne mise in atto in quelle circostanze per sostenerla.

Il fatto
Roma.
Verso l’una della notte del 6 marzo 1988, il brigadiere dei CC Sigismondo Fragassi in compagnia di due amici, il dr. Giampiero Pedone e il sig. Tarani, transitava in Piazza dei Massimi a bordo di un’autovettura «nell’intento di trovare un parcheggio e recarci a sorbire un caffè».
Seminascosti da una Fiat Panda parcheggiata in un angolo buio, curvi, gomito a gomito, contro il muro di uno stabile, tre giovani davano le spalle alla piazza.
Insospettito, il brigadiere scende e s’avvicina. «Dopo essermi qualificato», testimonierà, «ed aver mostrato il tesserino, aiutato dai miei amici bloccavo i tre giovani». Prima ne afferra uno, poi un altro, costringendoli ad uscire dalla strettoia tra la Panda e il muro dove si erano infilati e solo allora vede le loro nudità, nota il sangue che li macchia e scorge la ragazza che «semisdraiata a terra, insanguinata, piangente e semi nuda»,al sopraggiungere del brigadiere e dei suoi amici esclama: «E adesso che succede?». Il dr. Pedone è il primo a soccorrerla. Dichiarerà nella sua deposizione: «Dopo essermi avvicinato ai tre che erano gomito a gomito, e chiarisco che tutto si svolgeva in un metro quadro, la cosa che sul momento mi ha colpito di più è stata la quantità di sangue su di loro e sulla ragazza. Ho allontanato il terzo giovane, quello che la teneva, le mani sulle spalle, ferma contro l’angolo del muro ed ho aiutato la ragazza a sollevarsi e a ricomporsi».
Esterrefatti dall’ intervento del brig. Fragassi e dei suoi due amici, i tre giovani non oppongono resistenza, ma protestano, seccati: «Ma ché, ci arrestate per così poco?». Attirato dal vocìo, un abitante dello stabile s’affaccia. Il brig. Fragassi gli grida di chiamare ambulanza e carabinieri. Il dr. Pedone, intanto, interroga la donna in lacrime. «Le ho chiesto», dirà, « che cosa avesse fatto quella sera e mi ha risposto che era stata a cena senza dirmi altro. Le ho chiesto quanti anni avesse e mi ha detto 30. Le ho detto che l’avremmo accompagnata all’ospedale e mi ha risposto “che ci andiamo a fare all’ospedale?”. Alla mia richiesta se la stessero violentando mi ha risposto di sì con uno sguardo stralunato».
Comincia cosi, la vigilia dell’ 8 marzo, a due passi da Piazza Navona, la vicenda dello stupro subito da Carla Maria Cammarata. Uno stupro come, purtroppo, ne avvengono tanti ma, questo, con qualcosa di unico: il fatto che un brigadiere dei CC e due suoi amici abbiano colto i colpevoli in flagrante.
Trascorrono pochissimi minuti. Il brig. Fragassi e il sig. Tarani continuano a sorvegliare i ragazzi che rimangono fermi e silenziosi. Il dr. Pedone sempre vicino alla donna, «il cui stato di shock, anzi, era in aumento». Arriva sul posto un fotografo de Il Tempo, il sig. Maurizio Piccirillo. Scatta fotografie su fotografie. Quasi in simultanea arrivano ambulanza e carabinieri. Affermerà il sig. Tarani: «La donna continuava a piangere, in evidente stato di shock, ripetendo “mi hanno violentata, arrestateli!”» e cosi confermerà il brig. Fragassi: «Dopo aver consegnato i giovani ai carabinieri, mi sono avvicinato alla donna per aiutarla a salire sull’ambulanza e l’ho sentita ripetere “mi hanno violentata, arrestateli”.
Vedendo i tre aggressori salire sull’autopattuglia dei carabinieri, la donna chiede: “E adesso a loro che succede?” Trasportati al reparto operativo della Legione Carabinieri, si legge nel rapporto steso quella notte, i tre giovani, interrogati, assumono atteggiamenti diversi: autolesionismo Ghelli, assoluto mutismo Putti e «spontanea confessione di essere colui che si era congiunto con la donna mentre i suoi amici la reggevano in attesa del loro turno» Sandro Ramoni.
Giunta al posto di polizia del Santo Spirito, Carla Maria Cammarata, ripete al poliziotto di aver subito violenza (atti relativi alla denuncia orale) e viene ricoverata per gli esami del caso.
Al medico di guardia che la visita invece non dirà nulla, rivolgendosi sottovoce soltanto all’infermiera che le è vicino. Dopo di che si addormenta. Sono le 2,50 della mattina e all’ospedale arriva il brig. Fragassi. La fa svegliare da un’infermiera, la conduce in una stanzetta e lì raccoglie, per scritto, la sua querela. Lei firma e, di nuovo sola, si riaddormenta. Al risveglio, rifiutata la visita ginecologica, Carla Maria Cammarata lascerà il Santo Spirito. Nessuno la cerca e lei non cerca nessuno. Non sarà rintracciata fino al pomeriggio del giorno seguente.
Nelle stesse ore di quella mattina, intanto, il Sost. Procuratore della Repubblica, dott. Vittorio Paraggio, convalida gli arresti di Sandro Ramoni, Vittorio Putti e Stefano Ghelli che saranno trasferiti al carcere di Regina Coeli con l’imputazione di: a) atti osceni in luogo pubblico; b) concorso tra loro ed uso di violenza per costringere C.M. Cammarata a congiungersi con loro; c) procurate lesioni dalle quali risulta alla vittima una malattia ed uno stato confusionale guaribile in due giorni.
Nuovamente interrogati, nel pomeriggio, in carcere, i tre giovani ritrattano quanto precedentemente confessato (da Ramoni) ai carabinieri e, negando tutto, si protestano innocenti. Renderanno al Sost. Procuratore Paraggio quelle che saranno definite nella sentenza del primo processo «versioni difensive che presentano evidenti contraddizioni, risultando decisamente contrastanti dalle deposizioni rese al momento dell’arresto, da quelle dei testimoni (Fragassi, Pedone e Tarahi) e da quelle della parte lesa (C.M. Cammurata)».
Così commenteranno, infatti, i giudici del primo processo: «Con l’evidente intento di fare sfumare l’immagine manifestatasi agli occhi delle persone sopraggiunte (il brigadiere e i suoi due amici) plasticamente rese dal Tarani come una mischia da rugby, tutti e tre gli imputati cercano di non evocare una concorde sopraffazione della vittima».
Colti in flagrante, Ramoni, Putti e Ghelli negano prima lo stupro di gruppo. Poi lo stupro. Maria Carla Cammarata li avrebbe avvicinati lei, offrendosi. Si continua a leggere nella sentenza del primo processo: «Le modalità con le quali questo adescamento sarebbe avvenuto, sono descritte in modo diverso da Putti, Ghelli e Ramoni che si trovano anche in disaccordo nel dire a chi per primo, come e quando la donna si è  rivolta e che cosa stessero loro facendo in quel momento».
È da notare che, nel corso del processo, a dibattimento già iniziato, Vittorio Putti cambierà la sua versione una volta di più.
Rinviati tutti e tre a giudizio direttissimo, Ramoni, Putti e Ghelli, dovranno comparire davanti al Tribunale il 15 di marzo.
Ed è la volta di Marinella ad essere interrogata. Alla prima domanda, se si senta bene e ce la faccia a rispondere, dice «Sono ancora scioccata».
Si comincia a domandarle dell’aggressione. «La notte del 6, mentre passavo da Piazza dei Massimi, che è un posto dove passo abitualmente, stavo andando dal mio amico Eric a Tor di Nona quando ho incontrato questi ragazzi». I1 numero preciso degli aggressori non lo sa. «Al 70% credo fossero 5».
Era d’accordo?
«D’accordo non ero perché mentre mi violentavano gli altri mi tenevano ferma e se fossi stata d’accordo non era necessario tenermi ferma». Non si ricorda le modalità dell’aggressione ma soltanto il fatto che «io provenivo dal Pantheon, loro da Piazza Navona e stavano camminando». Aggiunge: «Credo che prima di aggredirmi i ragazzi mi abbiano detto qualcosa, ma non ricordo che cosa».
Come mai non ricorda?
«Non ho ricordi chiari», risponde Marinella; poi, insistendo le domande, dice: «soffro d’amnesia, specialmente delle cose importanti. Cinque mesi fa ho avuto un incidente stradale e non ricordavo assolutamente niente».
Afferma di essere stata in cura, per le crisi di amnesia, dal dottor Crebelli. Spiega: «Fino a settembre scorso ho fatto una terapia antidepressiva e ritengo che quei medicinali mi abbiano provocato le crisi d’amnesia».
L’interrogatorio continua. Le si chiede dell’ematoma che ha in fronte e lei non sa dire quando o come, chi o che cosa possa averglielo procurato. E invece più precisa nel descrivere gli abiti che indossava quella notte e che ancora indossa.
Le viene chiesto perché abbia lasciato l’ospedale. «Mi sono dimessa perché volevo raggiungere il mio ragazzo», risponde lei, «perché mi sentivo umiliata in quanto ritenevo che prima o poi tutti avrebbero saputo il fatto».
I1 «prima o poi» di Marinella era già «ora», perché lo stupro che aveva subito era già articolo da prima pagina, ma questo lei non lo sapeva. Seduta davanti al dr. Paraggio continuava a rispondere alle domande. Domande che si ripetono. Perché ha lasciato l’ospedale? «Perché è tutto un sistema di cose che alla fine l’unica umiliata è la donna».
E ancora: «Perché non volevo essere sottoposta a visita ginecologica». «Perché mi vergognavo». «Perché non mi va di affrontare le mamme di questi ragazzi che dicono che gli rovino i figli. Del resto questa è una condizione comune a tante donne».
Ma, le viene ricordato, lei ha già firmato una denuncia, alle 2,50 del giorno 6, davanti al brigadiere Fragassi. E lei: «Mi ricordo di avere sottoscritto il verbale durante la mia degenza. Effettivamente credo di aver detto di volere la punizione dei ragazzi miei aggressori. In quel momento ero molto arrabbiata. Ma ci ho ripensato e non mi va di affrontare il processo. Del resto anche questa è una cosa comune a tante donne». Le si ricorda che, avendo fatto denuncia, la procedibilità è d’ufficio. «Sì, questo l’ho capito benissimo».
Inizia a questo punto tutta una serie di domande che,abbandonato l’esame del fatto, comincia ad esplorare il «chi era lei» e «che cosa avesse fatto prima che il fatto accadesse». Molte di queste domande, che indagano la vita di Marinella, sono non-pertinenti ed illegittime. Ma sono proprio quelle sulle quali si accaniranno gli avvocati dei violentatori, che dalla sua debolezza fisica, sociale e psicologica trarranno «giustificazione» agli atti dei loro difesi.
Terminate  infine le domande, Marinella firma e l’iter giudiziario prosegue.
I1 10 marzo, tre giorni dopo, incaricherà l’avvocata Tina Lagostena Bassi di difenderla. I1 «caso Cammarata” intanto è  diventato non solo di pubblico dominio, non solo un fatto di cronaca che la coincidenza con 1’8 marzo ha reso ancora più eclatante, ma, per le modalità con le quali è avvenuto (il luogo centrale, l’ora tarda, il numero degli aggressori, la debolezza della donna), un caso sul quale si confrontano valori morali e sociali. In tutta Italia, sui giornali, nelle trasmissioni televisive e radiofoniche, non si contano i commenti e le posizioni che esprimono solidarietà alla vittima e indignazione per i violentatori. A Roma, il corteo dell’8 marzo si svolge all’insegna della solidarietà con Marinella. Le donne magistrato della Procura romana, costituite in una Associazione, hanno, come primo gesto, inviato una diffida all’allora sindaco di Roma «colpevole di non garantire la vivibilità», anche di notte, della capitale.
La pressoché unanime condanna dell’evento reso inconfutabile dalla testimonianza di Fragassi, Pedone e Tarani non impedirà comunque che, una volta di più, emergano in un processo per stupro linguaggi e modalità difensive che, tralasciando l’accaduto, tutto puntano sul discredito della vittima.

I PROCESSI

Il primo processo

Il 15 marzo il processo inizia. L’aula è affollatissima.
Diverse associazioni di donne (il Comitato promotore della legge contro la violenza sessuale, il Tribunale 8 Marzo, il Comitato per la trasformazione della la giustizia) chiedono di costituirsi parte civile. Dopo un’ora di consultazione, i giudici respingono la richiesta. Respingono anche la richiesta degli avvocati difensori di produrre perizie sulle interviste rilasciate dalla Cammarata.
Inizia il dibattimento. La prima udienza si esaurisce in mezz’ora.
Il processo viene fissato per martedì 22.
Il 22 marzo depongono Marinella e i suoi violentatori. Ogni incertezza, ogni “non ricordo” di Maria Carla Cammarata è sottolineato da un coro di dissenso e dagli insulti che partono dal gruppo dei parenti e degli amici dei violentatori.
Chiamati a deporre, i tre stupratori espongono le loro differenti versioni, guardandosi di sfuggita, tra arroganze e insicurezze. Il Presidente Stipo, infine, esclama «ma sforzate la logica, provate a difendervi meglio!».

Foto di Valentina Perniciaro _Scelgono le donne_

I1 24 è il giorno della sentenza. Molti i parenti degli imputati e gli amici del quartiere (Centocelle).
Molte le femministe ed i giornalisti. Presenti anche le telecamere della trasmissione Oggi in Pretura.
L’udienza è aperta da pochi minuti e già alcuni amici dei violentatori parlano ad alta voce, offendendo Marinella (che non c’è) e le donne presenti. In un coro di proteste da parte di coloro che vorrebbero l’allontanamento dei soli provocatori, l’aula viene fatta sgombrare e nell’uscire, gli uni accalcati con le altre, oltre agli insulti volano i pugni ed alcune femministe vengono colpite.
Sgombrata l’aula, il processo continua. Iniziato il dibattimento, gli avvocati difensori dei tre imputati, l’avv. Militerni (Putti), Fassari (Ramoni) e Gentiloni Silveri (Ghelli), fanno arringhe lunghissime, irte di difficoltà.
La prima è quella di dover difendere un reo confesso. Perciò la confessione che Sandro Ramoni rese appena arrestato di «essere colui che si era congiunto con la donna mentre gli altri la reggevano in attesa del loro turno” viene così scusata dai suo avvocato:“La fragilità delle risposte di chi ignora che cosa sia un interrogatorio non è la confessione di un delitto; è prova di inconscia ingenuità».
Il fatto poi che i tre imputati abbiano fornito in carcere versioni successive e contrastanti dell’accaduto, l’avv. Fassari lo considera «argomento irrilevante». Si indugia invece a lungo nel sottolineare «il comportamento tranquillo, tale da allontanare ogni sospetto- tenuto dai tre giovani al momento dell’arresto. Concordi, i loro avvocati li definiranno «tre bravi ragazzi incensurati», vittime «del martellante rumore dei mass media».
E si arriva ad affrontare la seconda difficoltà che viene, agli avvocati dei violentatori, dal fatto di essere stati, i loro difesi, colti in flagrante da ben tre testimoni, di cui uno brigadiere dei carabinieri. Di frase in frase, di gesto in gesto, le dichiarazioni dei testimoni vengono passate al setaccio. Così il brigadiere dei carabinieri Fragassi, il principale testimone, diventa da accusatore accusato. Stessa cosa succederà a Marinella.

Marinella non aveva lavoro fisso, in passato aveva fatto uso di droga, era separata e la stessa sera, due ore prima di essere stuprata, era stata fermata per non aver pagato  insieme a due amici un conto al bar
Da una parte quindi  «tre bravi ragazzi incensurati”, dicono gli avvocati, dall’altra una donna che non risponde  minimamente ai canoni correnti, mentre assomma su di sé i più comuni pregiudizi sociali. Beffardamente diranno: «Vogliamo credere che questi tre ragazzi siano rimasti sconvolti da questa Madonna del Ghirlandaio?». Il fatto che Carla Maria Cammarata asserisca in una denuncia di essere stata violentata, per loro non prova nulla. Per tutti e tre gli avvocati della difesa Marinella è una bugiarda.
«Noi possiamo compiangere la vita sbandata, squallida, miserevole della Cammarata… ma questa donna non ha il diritto di farci credere che la sua inesperienza di vita le ha impedito di reagire adeguatamente! » , sostiene l’avv. Fassari, che al secondo processo dichiarerà: «La Cammarata ha mentito dal primo all’ultimo secondo».
«Che sia stata stuprata lo afferma solo lei!» , esclama l’avv. Militerni, che subito dopo parlando del «concetto di infallibilità della querelante» fa riferimento al fatto che le femministe sostengano Marinella e le credano. Concetto che lui definirà «un elemento di fanatismo che è sinonimo di violenza» Quanto invece, secondo loro, a Marinella non ci sia da credere, i tre avvocati cercano di dimostrarlo con argomenti che approfittano fino in fondo della debolezza sociale della vittima.
Il «chi era» Marinella, l’avv. Militerni lo spiegherà, a suo modo, così bene da poter asserire, alla fine: «credo di avervi dimostrato come, in questo caso, la querelante non sia l’altra metà del cielo, come diceva Mao Tze Tung ma, come diceva Milton, la parte storta dell’uomo».

Al termine del primo processo il PM chiederà 5 anni e 8 mesi per i suoi violentatori e la loro interdizione perpetua dai pubblici uffici.

La prima sentenza del processo
Motivata in 15 pagine, la sentenza emessa dai giudici Antonio Stipo, Gustavo Barbalinardo e Francesco Minervino, riporta l’attenzione su ciò che realmente importa: il fatto accaduto.
Ritenendo «inverosimili» le versioni addotte dai tre imputati che descrivono una ragazza che «da sola, in piena notte, in zona centrale, affronta spontaneamente tre individui sconosciuti proponendo loro con ovvi e disparati rischi di avere sul posto ed immediatamente un simultaneo rapporto sessuale», i giudici considerano «perfettamente logico oltreché dichiarato e testimoniato, il contrario: che sia stata la ragazza a formare oggetto inizialmente d’apprezzamenti e quindi d’aggressione fisica da parte di un gruppo di giovani forti della loro superiorità nei confronti di un soggetto solo ed inerme».
Si legge ancora nella sentenza che «ai tre imputati va addebitato lo stato di confusione mentale della vittima» e come «non vada sottaciuto l’intento calunnioso» delle pretese versioni dell’accaduto fornite dai violentatori.
Confermate tutte e tre le accuse – atti osceni, stupro di gruppo e procurate lesioni – Sandro Ramoni, Vittorio Putti e Stefano Ghelli vengono condannati alla pena di 4 anni e 8 mesi di reclusione.
La sentenza rimbalza sui mass media. Marinella viene più volte intervistata. Apparirà anche nella trasmissione televisiva della RAI Samarcanda.
Intervistata da Emanuela Moroli per Paese Sera, dichiarerà:
«… La violenza della città? La paura di andare sola? Prima di quella notte non ci avevo mai pensato, e adesso mi sembra che non sia successo a me, troppo brutto, troppo atroce… Quando ci vivi tutta la tua vita dentro la violenza, finisce che neanche te ne accorgi più … Però ti senti disperata, io in questi ultimi anni mi sono sentita proprio disperata come qualcosa di doloroso che non mi riuscivo a strappare di dosso … La mia famiglia? No, no, loro sono buoni, sono cari, mio padre è proprio bravo e poi vanno d’accordo. Era tutto quello che c’era fuori che mi spaventava, mi toglieva la speranza. Forse quando le donne della manifestazione dicono: per una società senza violenza – pensano ad un posto dove non sei disperata, dove hai fiducia. … io oggi mi sento diversa.
Sono passate poche ore dalla fine del processo, ma sento che non sarò mai più la stessa. Forse tutte quelle donne che mi hanno fatto coraggio, forse le parole che ha detto la mia avvocatessa durante il processo, così bene, così vere… E mai possibile che un’esperienza così atroce ti può cambiare in meglio?».

Il secondo processo
Il 15 novembre, Sandro Ramoni, Vittorio Putti e Stefano Ghelli compaiono per il processo di secondo grado davanti alla Corte d’Appello di Roma, III sezione penale, composta dai giudici Giuliano Nardelli, Nicola Placentino ed Ennio Malzone. Il  processo ricomincia.

Foto di Valentina Perniciaro _22 Novembre contro la violenza maschile sulle donne_

Il PM chiede che la pena indicata nella sentenza di primo grado venga scontata di un anno e l’avv. Tina Lagostena Bassi sottolinea l’alto valore del precedente giudizio. Giudizio nel quale Marinella per prima cercava giustizia, non vendetta. Di parere contrario si dichiarano gli avvocati dei tre violentatori. 4 anni e 8 mesi per uno stupro di gruppo colto in flagrante sono per loro «una pena eccedente il raffronto con reati di pari gravità» e descrivono i loro difesi come «capri espiatori, sacrificati al vantaggio di cosiddetti valori collettivi».
Dirà l’avv. Militerni che i giudici si sono pronunciati  «ipervalutando acriticamente in senso accusatorio» lo stupro solo «per soddisfare l’ansia di un giudizio immediato reso inevitabile dal martellante clamore dei mass media che sulla vicenda avevano espresso unanime ma poco civile auspicio di condanna esemplare». E preciserà: «La sentenza è scaturita non da un libero convincimento del giudice ma piuttosto da un giudizio redatto all’insegna di un sospetto iniziale e del dogmatismo».
Nel corso di questo secondo processo, le tesi difensive vengono riproposte senza sostanziali mutamenti. Di nuovo si mettono sotto accusa i testimoni e particolarmente il brigadiere Fragassi, accusato dall’avv. Michele Gentiloni Silveri (Ghelli) di «aver teso a forzare la parte lesa e a obbligarla a sporgere querela».
Di nuovo al centro del dibattimento non c’è l’aggressione e l’indagine su chi l’ha compiuta, ma la vittima, Carla Maria Cammarata, alla quale non viene neanche riconosciuto il diritto di difendersi dalle offese che, per difendere i violentatori, gli avvocati le infliggono. Sarà l’avv. Militerni che definirà «suggestioni e puntigliose precisazioni» le obiezioni di Marinella su tutto ciò che poteva mettere in dubbio la sua credibilità.
Rincareranno gli avvocati: «Tutte le donne sono estremiste e bugiarde», e all’obiezione del procuratore Labiate: «Mi sembra un’affermazione maschilista», risponderanno: «No, signor procuratore, è un dato scientifico»
In appello, di fronte a una sentenza che ha riconosciuto la gravità del reato di stupro di gruppo, l’ulteriore impegno degli avvocati difensori è quello di dimostrare con maggiore vigore quanto poco «valga» la vittima e quanto, perciò, la valutazione della gravità del reato su di lei compiuto debba essere ridimensionata, in questo pienamente interpretando lo spirito del Codice Rocco.
Asserirà l’avv. Fassari (Ramoni): «La pena appare sproporzionata all’entità del fatto. Sotto il profilo delle conseguenze, altra cosa è violentare una bambina ed altra aggredire una donna matura; che conosce gli aspetti meno nobili della vita, che può raccontare tutto serenamente al fidanzato; che poche ore dopo si rammarica di avere sporto querela».
Tutti e tre gli avvocati chiederanno dunque la riduzione della pena. Insisteranno sul fatto che l’aggressione “non è stata particolarmente efferata», sulla giovanissima età dei violentatori, sul fatto che costoro «si sarebbero sbagliati» nell’interpretare l’atteggiamento della donna, «chiaro solo all’ultimo». Negherà la «confusione mentale» da shock per imputarla a cause precedenti. Chiederanno inoltre la perizia ematologia che i primi giudici avevano ritenuto irrilevante e ripeteranno che le diversità delle versioni dei violentatori non sono menzogne che la mancanza di tempo e la confessione del Ramoni hanno impedito di far collimare, ma dipendono dal fatto che i «tre erano frastornati e incapaci di dare risposte adeguate». Gentiloni Silveri chiederà l’assoluzione di Ghelli per mancanza di prove.
La corte si ritira.
Nella seconda sentenza i giudici accoglieranno molte delle tesi difensive, valuteranno «fortemente ridimensionato il fatto», perché «il rapporto fu compiuto solo da Ramoni; la violenza esercitata sul soggetto passivo fu minima, il dissenso della parte lesa fu inequivocabile solo nel momento in cui gli imputati passeranno a vie di fatto».

Ora decido IO!

Se prima era stata riconosciuta la gravità del reato anche nella valutazione delle conseguenze (lo shock riportato da Marinella), in questa seconda sentenza si parte dal presupposto che «il trauma psicologico della violenza subita» abbia soltanto aggravato «un precedente stato confusionale» dipendente da «una crisi in atto. Crisi dovuta all’assunzione di alcol da parte di un soggetto che mal lo sopportava essendo dedito anche a sostanze stupefacenti». A questo «stato di crisi»  i tre giudici addebitano i «non ricordo» di Marinella, inficiando così anche la credibilità di una denuncia di cui dicono «è evidente che i particolari descritti nella querela sono espressione del convincimento che la donna si era fatta dell’accaduto sulla base di quello che aveva sentito dire in giro, non già il ricordo dei fatti che ella aveva a memoria». E quel «sentito dire in giro» sarebbe riferito ai tre soccorritori testimoni!
Proseguendo la lettura si arriva alla frase che forse più di ogni altra è stata riportata dai giornali: «In effetti» dicono i giudici, «la violenza fisica esercitata sulla donna fu minima a causa delle scarse risorse di difesa della stessa e consistette nel fatto che il Ghelli e il Putti ebbero a tenerla e a sorreggerla per le braccia per consentire al Ramoni di congiungersi con lei». Confermato lo stupro di gruppo, la valutazione è che è stata violenza, sì, ma, «data la debolezza della vittima», una violenza piccola piccola.
Minimizzato il reato, i tre giudici escludono inoltre che tre giovani violentatori possano essere considerati elementi sociali pericolosi e «non reputando che sussista un’esigenza di tutela della collettività», accolgono anche qui le tesi degli avvocati della difesa che parlavano di «tre bravi ragazzi» che si sono arresi al brigadiere Fragassi «senza opporre resistenza».
La conclusione del processo d’Appello è che Sandro Ramoni, Vittorio Putti e Stefano Ghelli vedono riaffermata la loro responsabilità di aver stuprato in gruppo Maria Carla Cammarata, però vengono assolti dal reato di lesioni (confusione mentale) per insufficienza di prove, hanno revocata l’interdizione per 5 anni dai pubblici uffici e la loro pena viene ridotta da 4 anni e 8 mesi ciascuno a 2 anni e 1 mese. Concessa la condizionale, viene loro data la libertà.
Sandro Ramoni, Vittorio Putti e Stefano Ghelli usciranno quella sera stessa dal carcere, il 15 novembre 1988.
La sentenza è accolta dai battimani – un’ovazione – e dalle esclamazioni di giubilo dei parenti e degli amici dei violentatori.

Pochissimi giorni dopo, il 19 novembre di quello stesso anno, Marinella muore.
Nadia Cammarata, sorella di Marinella, racconta: «Io avvertii che dentro di lei qualcosa di profondo si era spezzato […] Sono certa, e me l’ha confermato più di qualche medico, che senza quel colpo la sua energia vitale avrebbe vinto il male che aveva e che in fondo non era molto grave».

Il movimento femminista (continua dalla trasmissione del Martedì Autogestito da Femministe e Lesbiche  del 18.12.2007)
Durante il processo e subito dopo le compagne femministe a Roma fecero numerose iniziative, oltre a seguire il processo, organizzarono dei presidi delle manifestazioni…
Proponiamo alcuni stralci dalle mail che ci sono arrivate da alcune compagne a cui abbiamo chiesto di aiutarci a ricostruire questa storia:
> Per alcuni anni facemmo dei sit in una piazza di Centocelle e fummo anche aggredite da amici e amiche e parenti degli stupratori, la madre di uno di loro era la fioraia del quartiere da tutti conosciuta; una compagna ricordo che fu proprio ferita in faccia da un pugno di uno di loro; alla manifestazione a Centocelle invece fummo insultate per buona parte del percorso dalle madri di famiglia che stavano ai balconi.
> Abbiamo fatto anche una iniziativa a Piazza Navona luogo dello stupro. abbiamo fatto un bel video montando immagini nostre e del processo di Marinella (Maria Carla Cammarata – ndr). Ci siamo occupate davvero tanto di quella vicenda, che ha segnato profondamente anche il rapporto con il movimento nel quale alcune di noi gravitavano.
L’episodio centrale scatenante di queste tensioni, che si erano inevitabilmente create quando le compagne hanno fatto rivendicazioni, detto alcune cose, è stato un concerto al Forte Prenestino avvenuto nel 1990, in cui  tra il pubblico furono riconosciuti dalle compagne presenti alcuni amici degli stupratori e un fratello dello stupratore. Questi facevano parte di un gruppo di strada, i “Road kids”.
Ricordiamo la condotta di questi amici e parenti degli stupratori durante il processo, non erano semplicemente venuti ad assistere a un processo, avevano anche insultato le femministe presenti, nonché la stessa Marinella.
Al Forte la Banda Bassotti (gruppo musicale romano molto attivo nel movimento, legato alla Gridalo Forte Records- ndr) stava all’entrata in sottoscrizione. Quando le compagne hanno cacciato gli amici degli stupratori, la Banda Bassotti ha reagito difendendoli e dicendo che non potevano essere cacciati.
Dopo questo episodio, in cui la Banda Bassotti ha espresso chiaramente una posizione di complicità e forte connivenza con gli stupratori, è stata fatta una riunione a cui ha partecipato una parte del movimento. A questa riunione risale la famigerata frase, della Banda Bassotti: “sono proletari che sbagliano”, mettendo quindi come priorità la lotta di classe davanti alla lotta contro la violenza sulle donne e giustificando a tutti gli effetti gli stupratori.
> appostamenti e inseguimenti per le scale della radio (Radio Onda Rossa – ndr) con minacce alle compagne della trasmissione (Il sussurro di Cassandra, trasmissione gestita dalle compagne femministe – ndr) da parte del gruppo delle donne dei Bassotti. Manifestazione con pestaggio a Centocelle (e il naso rotto di una di noi) e poi spaccature, amicizie e sodalizi andate in frantumi, schieramenti e ambiguità, chiacchiere da corridoio a gogò, senza fine, con risvolti personali pesantissimi. E uno stabilirsi di un confine tra chi stava di qua e chi stava di là.

La pietra dello scandalo è un atto di forza delle compagne che decidono di allontanare da uno spazio sociale i conniventi con gli stupratori. Una delle mail riportava questa affermazione che diceva “Un fascista non poteva entrare, qualcuno che sosteneva uno stupratore invece si” . Quindi diventa lampante come la reale spaccatura fosse quella tra chi, da un lato, sosteneva che non ci può essere antifascismo senza antisessimo e che le pratiche di liberazione dal fascismo implicano anche le pratiche di liberazione dagli schemi sessisti e chi, al contrario, sosteneva che la priorità spettasse a istanze, quali l’antifascismo o la lotta di classe, ritenute più alte e scollegate dalla lotta contro la violenza di genere.
> abbiamo ricevuto sputi e insulti in pubblico ad iniziative dove incontravamo i Bassotti e purtroppo le loro compagne. Ma noi ci siamo difese bene. Il boicottaggio del gruppo in un certo senso continua ad avere degli strascichi ancora oggi, nel senso che ogni tanto qualcuna chiede di avere informazioni su questa vicenda.

Anche dal punto di vista simbolico fu importante, per esempio proprio in quegli anni i volantini e il linguaggio che si praticava dentro Radio Onda Rossa cominciò ad esprimersi in modo sessuato, a tener conto della declinazione al femminile; al di là che questo sia più o meno elaborato come concetto, fu un’imposizione, le compagne occuparono degli spazi dal punto di vista simbolico, acquisirono autorevolezza conquistando molti spazi di cui molte di noi arrivate dopo abbiamo beneficiato, certo è che il prezzo di questa ribellione è stato pagato molto caro, e stato un periodo molto difficile.
Nel raccontare la storia di Marinella, le testimonianze di chi l’ha accompagnata dicono che vivendo questa esperienza insieme alle altre donne, per quanto difficile, lei l’ aveva assunta come un dare voce a tutte le donne che avevano subito violenza, che era rinata, aveva ricominciato a dar valore a se stessa, per il valore che poteva avere in rete con le altre donne e che allo stesso modo questa forte spaccatura tra femministe e movimento creò una rete di donne molto più forte, molto più determinata a prendere i suoi spazi.

Rivolta al C.I.E. di Ponte Galeria

2 marzo 2010 Lascia un commento

Esplode la rivolta a Ponte Galeria

Senza riscaldamenti e senza acqua calda: questo è l’inverno in gabbia tra le sbarre e il cemento del Cie Ponte Galeria a Roma.
Due mesi interi senza assistenza sanitaria, ma i potenti sedativi – la “terapia quotidiana” che viene somministrata ai reclusi – curano perfettamente la sofferenza. «Diamo fondo alle scorte, dal 1° marzo finiscono i giochi» – questa è stata la strategia degli operatori della Croce rossa negli ultimi giorni della loro gestione.
Nel lager della capitale, basta tentare il suicidio per cinque volte in un mese e alla fine un posto in ospedale lo si ottiene di sicuro… Questa è la triste storia di Boukili Wid, liberato tre giorni fa, dopo l’ennesimo e pericolosissimo tentativo di togliersi la vita. Concedere la libertà a una persona disperata è stato l’ultimo atto pietoso e caritatevole che la Croce Rossa ha compiuto all’interno del suo prezioso salvadanaio: il bottino di guerra è stato ridotto all’osso ed è ora di passare la palla al nuovo ente gestore: la cooperativa Auxilium (che gestisce il Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Bari).
I migranti rinchiusi nella sezione maschile, dopo lo sciopero della fame del 12 febbraio scorso, hanno ricevuto un amorevole consiglio dai medici del presidio sanitario: «Continuate a protestare perché dal 1° marzo arrivano quelli che stanno facendo un casino a Bari. Dovrete restare chiusi nelle celle tutto il giorno, avrete diritto solo a due ore d’aria e non esisterà più la mensa… mangerete rinchiusi nelle vostre gabbie».

I giornalisti non aspettano il 1° marzo a Ponte Galeria: i riflettori sono spenti perché qui non c’è facebook e nemmeno la CGIL. Ma i reclusi della sezione maschile decidono comunque di organizzare la propria giornata di lotta.

Ascolta la corrispondenza andata in onda su Radio OndaRossa il 1° marzo 2010
http://www.autistici.org/ondarossa/archivio/100301/pontegaleria.mp3

28 febbraio ore 22.00:
La Croce Rossa si incontra per il passaggio di consegna della gestione del Cie di Ponte Galeria con i dirigenti della Cooperativa Auxilium, che ha vinto la gara d’appalto e che gia’ gestisce il Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Bari. La polizia fa da immancabile contorno a questo importante avvenimento.
Dalla parte opposta, nell’ ala inaugurata pochi mesi fa, sfruttando il momento che vede concentrati vecchi e nuovi aguzzini su questo grande afffare, si tenta la fuga. Solo un ragazzo riesce a raggiungere il muro di cinta e a tentare il salto verso la libertà. Ma viene inseguito e subito ripreso, e’ il capo stesso della polizia a pestarlo con calci e manganello, di fronte a tutti perche’ sia di esempio. Di fronte ai nuovi, anche se non troppo nuovi, gestori e di fronte ai vecchi gestori che tanto queste pratiche le hanno sempre avvallate. Il ragazzo viene portato via. Inizia la rivolta tra urla e pestaggi della polizia. Si bruciano coperte. Si rompe tutto quello che puo’ essere rotto. Si chiede che venga subito liberato e riportato nella sua sezione. In questo caso la lotta , la rivolta paga! Il ragzzo viene riportato in sezione, malmenato, ma libero dalle mani degli sbirri. La rivolta si calma, sono quasi le 2 di notte.    intervista a un rivoltoso di Ponte Galeria
Ora la situazione all’interno e’ calma anche perche’ molti, la maggiorparte, sono stati sedati, sottoposti a un altra “terapia” forzata. In compenso le cure mediche per chi ne ha bisogno, che non vengono fornite da due interi mesi ancora, non arrivano. Le facce saranno pure nuove ma i metodi sono sempre gli stessi.  intervista la mattina dopo la rivolta

macerie @ Marzo 2, 2010

Da Indymedia leggiamo invece che ieri notte :-) verso l’1:00 in varie zone di Roma sono stati accesi focolai in solidarieta’ alla rivolta,della notte scorsa,dei reclusi nel C.I.E di Ponte Galeria.
Solidarieta’ a tutti/e quelli/e che combattono contro l’ abolizione di tutte le galere

A Valerio Verbano. Alla sua mamma.

20 febbraio 2010 2 commenti

VALERIO VERBANO

Cancelletto…pochi passi e poi quel portone che non avevo mai varcato.
Faticosissimo farlo, malgrado il piacere immenso di portare il mio piccolo cucciolo a conoscere Carla.
Ogni passo immaginavo quei tre, i silenziatori, i passamontagna ancora da calare, il nervosismo che gli avrà fatto tremare le gambe … e poi penso a loro che escono, che nascondono i passamontagna, che ripercorrono quel tratto dal portone e il cancello che Valerio è ancora vivo, per qualche secondo ancora, tra le braccia dei suoi genitori.
Non ho suonato alla porta, non ne sarei stata capace … la mano che l’ha fatto c’è abituata, anche se credo non ci si possa abituare a mettere mano su quel campanello…penso che i polpastrelli ne soffrano, ne sentano inevitabilmente il peso incredibile.
Tutti questi pensieri m’hanno riempito la testa e il cuore prima di varcare la porta.
Il mio bimbo dormiva profondamente, lui non ha sentito quell’invasione di brividi che hanno riempito il corpo della sua mamma nel metter piede nell’ingresso … lui, davanti al manifesto con la Volante Rossa, davanti a quei folti capelli mossi in quella grande foto davanti a noi, non avrà provato nulla di nuovo.
Io … bhè niente di definibile “nuovo” perchè i lineamenti di Valerio son quelli di un fratello, quelli di un viso che è sempre stato a casa, uno di quelli con cui hai chiacchierato tante volte, con cui ti sei immaginato di cordonarti in piazza, gomito a gomito in una stretta forte e orgogliosa.
Ma è stato un’overdose di sensazioni che non so descrivere molto bene … tutte quelle foto, quei manifesti, i disegni e le poesie… poi quegli occhi belli, in una cornice di capelli grigi, in un piccolo corpo di una forza sovrumana. Valerio è ovunque in quella casa, attaccato ad ogni muro, abbracciato allo sguardo di sua madre.
E’ stato un pomeriggio emozionante per me …
tante volte in questi anni avevo abbracciato quella piccola grande donna: la prima volta non avevo ancora compiuto 14 anni e non la dimenticherò mai.
Ma ieri è stato un Chinotto neri e una pastarella con calma, un po’ di chiacchiere e di sorrisi tra pochi intimi.
Ieri è stato diverso stringere Carla, nella sua casa, nella casa dove Valerio è stato ammazzato, nella stanza dove Valerio è stato ammazzato,
stretta agli occhi di chi se l’è visto morire davanti.
E quindi, visto che la nostra splendida ottantenne è ormai donna di rete e di blog, di profili facebook e di dibattiti on-line, volevo scriverlo anche qui oltre che sui miei fogli stropicciati o in un Moleskine che si accumula agli altri su uno scaffale.
Volevo scriverlo qui, in modo che anche tu, Carla, puoi vedere quanto bene fai con la tua lucidità e il tuo sorriso, con la tua forza indescrivibile, che lascia stupiti, meravigliati e innamorati.
Grazie di questo pomeriggio che il mio bimbo non porterà nella memoria ma che gli racconterò …
grazie, perchè da ieri ti sento più vicina ancora, malgrado tu lo sia sempre stata.

Ed ora quella strada si starà riempiendo di compagne e compagni, ora le bandiere rosse invaderanno Via Monte Bianco e le strade vicino.
Dopo 30 anni.
Per ricordare un ragazzo ammazzato in casa sua, un giovane uomo, un rivoluzionario.
ORE 16, CONCENTRAMENTO IN VIA MONTE BIANCO. CORTEO FINO A PIAZZA SEMPIONE, CON CONCERTO A SEGUIRE.

LUNEDI 22 FEBBRAIO 2010, SEMPRE ALLE 16, L’APPUNTAMENTO E’ ANCORA UNA VOLTA DAVANTI A QUELLA LAPIDE, IN VIA MONTE BIANCO. LUNEDI’ SARANNO 30 ANNI E CI SAREMO, A PORTARE UN FIORE ROSSO AD UN RIVOLUZIONARIO UCCISO,
A PORTARE UN FIORE ROSSO E UN ABBRACCIO ALLA SUA SPLENDIDA MAMMA.

“Prima di morire vorrei che l’assassino suonasse ancora alla mia porta. Vorrei che, prima ancora di dirmi buongiorno, mi dicesse: “Io sono l’uomo che ha ucciso suo figlio”. Lo farei entrare e gli parlerei. Prima di morire vorrei capire. Adesso ho quasi 86 anni e vorrei conoscere tutto di quell’esecuzione.
[...]
Quasi ogni notte sogno di essere in strada con Valerio, in un viale alberato: mezzogiorno, estate, una giornata caldissima.
C’è una fontanella e lui s’avvicina. Alcune volte è più altro della fontanella, altre più basso. Ma sempre, per arrivare all’acqua si sporge e poco dopo si scioglie, Valerio, diventa liquido e scompare giù, nella bocca della fontanella.
Quando mi sveglio, ogni mattina da trent’anni, voglio solo una cosa: scendere nella bocca della fontanella.”

parole tratte da “Sia folgorante la fine” di Carla Verbano con Alessandro Capponi, Rizzoli 2010

Aggressione fascista a La Strada ad un’iniziativa di Radiondarossa

7 febbraio 2010 Lascia un commento

Questa notte verso le 4 e mezza, tre ragazzi sono stati aggrediti mentre tornavano a casa a poche centinaia di metri dal centro sociale La Strada dopo un iniziativa a sostegno di Radio Onda Rossa.
I vili aggressori come sempre hanno colpito alle spalle, con bottiglie di vetro, bastoni e coltelli. I tre giovani fortunatamente sono stati dimessi dall’ospedale con alcuni giorni di prognosi, punti in testa e ferite da taglio a gambe e braccia.
Non sappiamo se questi esseri vigliacchi appartengano a una o all’altra fazione della destra romana, ma sappiamo per certo che chi si aggira di notte, travisato, coltello alla mano per aggredire chi esce da un centro sociale e’ una merda fascista. E non avra’ spazio nei nostri quartieri.
In questi giorni di campagna elettorale chiediamo a tutta la citta’ di mantenere gli occhi ben aperti per difendere i diritti e le liberta’ della roma democratica che non si vuole piegare al l’intolleranza e alla paura del diverso, predicati da tanti politici e poi agiti di notte da questi loschi scagnozzi.

Come ogni giorno continuiamo a stare nelle strade con chi lotta per diritti e dignita’ e come sempre non lasceremo nessuno spazio alla violenza fascista senza paura.
Csoa La Strada - Action Diritti
Appuntamento centro sociale La Strada, via F. Passino 24 ore 16 per volantinaggio nel quartiere.

RADIO ONDA ROSSA ESPRIME SOLIDARIETA’ AI COMPAGNI AGGREDITI

Sabato mattina all’alba, intorno alle 4 e 30, tre ragazzi sono stati aggrediti dall’infamia fascista. L’aggressione è avvenuta al termine di una iniziativa che ha portato centinaia di persone al Csoa La Strada, a sostegno di Radio Onda Rossa.
Quattro persone incappucciate, armate di bastoni e coltelli, protette dall’oscurita’ della notte, si sono scagliate contro tre giovani usciti dal centro sociale con la solita modalità squadrista: aggressione vigliacca alle spalle con lame alla mano. I tre aggrediti fortunatamente stanno bene e sono stati dimessi in mattinata dall’ospedale. Hanno riportato ferite da arma da taglio e uno di loro un trauma cranico di lieve entità con diversi giorni di prognosi.
Cambiano le giunte ma il clima politico della capitale rimane sempre lo stesso. Soprattutto nel quartiere di Garbatella dove negli ultimi anni diverse sono state le aggressione nei confronti de La strada.
Il lavoro che questo centro sociale fa nel quartiere e l’alta partecipazione alle iniziative che da anni costruisce, evidentemente danno molto fastidio.
Radiondarossa esprime la sua piena solidarietà ai ragazzi aggrediti e ai compagni del Csoa la strada nella loro volontà di continuare a stare nelle strade con chi lotta per diritti e dignità senza lasciare spazio alla violenza fascista.


Volevate gli schiavi, avete la sommossa

17 gennaio 2010 Lascia un commento

Rigurgito dal passato o spioncino sul futuro? Ad una settimana di distanza è questa la domanda che ci preme formulare pensando a Rosarno. Risposte chiare e univoche, ovviamente, non ne sappiamo dare ma state sicuri che diffidamo – ostinatamente e per metodo  – di chi vorrebbe farci dormire sonni tranquilli.

Sui fatti, in fondo, c’è poco da discutere.
La rivolta sacrosanta di gente sottoposta ad uno sfruttamento bestiale, ammassata ai margini dell’abitato e umiliata ogni giorno, ora dopo ora. Gente utile finché può essere messa al lavoro e fino a che se ne sta zitta e discosta, rinchiusa in una condizione di apartheid non dichiarata ma concreta e rigidissima. Gente in eccedenza, invece, quando il mercato è tanto spietato che neanche ad utilizzar schiavi puoi reggere la concorrenza, quando anche il gioco delle sovvenzioni e dei finanziamenti si inceppa e non produce più quattrini. Gente ancor più di troppo perché reduce da una doppia  fuga: quella originaria dai paesi martoriati dell’Africa centrale e quella recente dalle metropoli del Nord dell’Italia, dove la guerra ai poveri si respira nell’aria insieme allo smog del traffico cittadino. A reprimere la rivolta arriva lo scatenamento etnico, ed ha la meglio su tutto. Tanto che nel giro di poche ore quegli stessi poliziotti prima impegnati a darsele di santa ragione con i rivoltosi si trasformano in truppa di interposizione, in scorta armata dei rivoltosi tramutatisi in profughi in fuga. Sul campo arrivano operatori umanitari, come in ogni guerra moderna, e rappresentanti delle Nazioni Unite, a controllare che il disastro segua un corso bene ordinato.
Lo scontro assassino, la pulizia etnica, si svela per quel che è: uno strumento dell’economia politica. Ora a Rosarno di braccia in eccesso non ce ne sono più e, quelle che ancora avevano da fare se ne sono andate di corsa, e senza toccare un quattrino dei propri stipendi.

Fuggiti dall’Africa, poi dal Nord Italia leghistizzato, e poi ancora a gambe levate dagli agrumeti calabresi - tre volte profughi, in qualche maniera – gli scampati di Rosarno sono stati rinchiusi prima nei Centri per richiedenti asilo di Crotone e di Bari e poi – per quelli tra loro che non hanno i documenti – dentro ai Cie. A Bari, addirittura, alcuni di loro vengono “ospitati” in tende piantate in mezzo al campo da calcio del Centro: sono di troppo anche lì, e nessuno sa più dove metterli. Anche i numeri sono incerti, e fluttuanti. I compagni di là hanno raccolto qualche testimonianza di qualcuno che li ha incrociati, dentro alle celle del lager barese.

macerie @ Gennaio 17, 2010

Mentre dal sito di Radio Onda Rossa potete ascoltare una puntata speciale della trasmissione Terre-moti tutta dedicata alla rivolta di Rosarno

31 DICEMBRE: TUTT@ SOTTO IL CARCERE DI REBIBBIA

17 dicembre 2009 Lascia un commento

NON VOGLIAMO PIÙ CHE DI CARCERE SI MUOIA MA NEMMENO CHE DI CARCERE SI VIVA!

Da quanto tempo gridiamo queste parole? Da quanto tempo le scriviamo sui muri?
Le abbiamo impresse sulla copertina sin dalla prima Scarceranda!
Eppure di carcere si continua a morire e di carcere donne e uomini continuano a vivere sempre di più.
Nei 206 istituti penitenziari italiani sono stipati 65.719 uomini e donne, 9.000 in più dello scorso anno.
Il 37%  ha sul documento di identità un timbro diverso dal nostro: li chiamano stranieri.
Il 25%  ha fatto uso di sostanze stupefacente: li chiamano tossicodipendenti.
Quasi la metà, ossia 31.136 sono in attesa di giudizio, dunque  innocenti.
Tra i 27 paesi dell’Unione, l’Italia ha il primato per la  presenza in carcere di persone non condannate: il 47,3% di fronte a una media europea al di sotto del 20%.  Quasi 20.000 persone in carcere hanno condanne inferiori ai 3 anni. E si continua a incarcerare chiunque appartenga alle fasce emarginate e disagiate.

Ma soprattutto in carcere si muore e il numero è in continua crescita. Dall’inizio del 2009 alla fine di novembre sono morte 168 persone detenute, di cui 66 per suicidio; in crescita rispetto allo scorso anno che era di 146 morti di cui 46 suicidi. Le morti in carcere, quando non sono suicidi, vengono definiti “da accertare” secondo la terminologia dei burocrati, in realtà le persone in carcere vengono uccise dalla mancata -assistenza medica, dalle condizioni degradanti del carcere, ma soprattutto dai pestaggi. 
Come Stefano Cucchi, un ragazzo di 31 anni, assassinato dalla ferocia di tutte le istituzioni che l’hanno avuto “in consegna”: carabinieri, polizia penitenziaria, magistrati, medici. Perché in Italia si nega ma esiste la tortura che viene regolarmente sperimentata sulle detenute e i detenuti.
Ma quanti Stefano Cucchi vengono uccisi senza che se ne sappia nulla? Come Yassine El Baghdadi di soli 17 anni, registrato come suicidio il 17 novembre nell’Istituto per Minori (IPM) di Firenze, buttato in carcere per tentato furto. Il carcere come discarica dei problemi sociali: solo chi rifiuta o non sottosta alle leggi dei potenti finisce in carcere.

Oltre ai 206 istituti penitenziari, con annessi 6 Ospedali Psichiatrici Giudiziari, ossia i manicomi criminali che annientano 1600 segregati, aumentati del 20% nell’ultimo anno, ci sono gli  Istituti Per Minori –IPM- con 530 ragazzi e ragazze, e infine le celle di sicurezza delle questure di PS e delle stazioni dei CC, nelle quali transitano, mai indenni, decine di migliaia di persone. 

Ma non basta ancora! Al paesaggio di sbarre, mura, celle e custodia si aggiungono le gabbie dei Centri di Identificazione ed Espulsione, i famigerati CIE, i lager in cui vengono rinchiuse le persone immigrate. Lì dentro donne e uomini subiscono violenze e soprusi, si ammalano e muoiono sotto lo sguardo complice degli operatori della Croce Rossa o degli altri enti gestori. Nell’ultimo anno, solo nel CIE di Ponte Galeria, sono morte per queste cause Salah Soudani e Nabruka Mimuni. Sono 13 le strutture presenti sul territorio nazionale per una capienza massima di 1814 persone ma deportazioni di massa e un’impossibile assistenza legale non permettono tuttora una trasparente stima dei reclusi e delle recluse. Un panorama devastante che è peggiorato in seguito all’approvazione del Pacchetto Sicurezza che ha prolungato fino a 6, i mesi di reclusione.

A questo punto dobbiamo farci  delle domande non più rinviabili:
Cosa ne sappiamo di come si vive e si muore dietro quelle mura? Leggi e regolamenti non ci danno la risposta!
Ogni tanto la cosiddetta opinione pubblica viene a conoscenza di questi crimini di stato commessi dietro quelle sbarre e ne resta stupita. Allora sdegnata chiede diritti e garanzie,  nuove leggi e regolamenti per chi sta dall’altra parte del muro.
Fino a quando assisteremo a questo massacro, esprimendo solo di tanto in tanto la nostra protesta?
La storia dei supplizi, della segregazione, della libertà tolta, in tutti i paesi e in tutte le epoche ci insegna che soltanto una pressione costante, continua, incalzante, può intaccare la ferocia di quella mostruosità che si definisce sistema di reclusione. Intaccarlo nella prospettiva dell’abolizione definitiva di questa barbarie.
Uno solo è il diritto che dobbiamo rivendicare, il diritto di indignarci e quindi il diritto di lottare!!!
La lotta contro il carcere e gli altri sistemi privativi della libertà va condotta tutti i giorni! Con efficacia e determinazione, unendo tutte e tutti quelli che odiano ogni gabbia.  

Contro ogni carcere giorno dopo giorno
 IL 31 DICEMBRE TUTTE E TUTTI SOTTO IL CARCERE DI REBIBBIA  
dalle ore 11,00 alle 15,00. 
 


E’ USCITA SCARCERANDA 2010

17 dicembre 2009 Lascia un commento


BELLA PIU’ CHE MAI, LA SCARCERANDA DEL 2010 E’ PRONTA!

SCARCERANDA DAL 1999 L’AGENDA CONTRO IL CARCERE.
CONTRO OGNI CARCERE GIORNO DOPO GIORNO.
PERCHE’ DI CARCERE NON SI MUOIA PIU’, MA NEANCHE SI VIVA. 

Scarceranda è un’agenda autoprodotta da Radio Onda Rossa dal 1999. Il suo motto fin dalla nascita è “contro ogni carcere giorno dopo giorno, perché di carcere non si muoia più, ma neanche di carcere si viva”.
Potete contribuire alle edizioni future di Scarceranda inviando i vostri disegni e scritti: saggi, racconti, poesie, ricette culinarie.
Scarceranda ospita le “Ricette evasive”: ricette culinarie di facile preparazione pensate soprattutto per chi è prigioniero/a riutilizzando anche parte del vitto fornito dall’amministrazione penitenziaria.
Scarceranda partecipa ogni anno alla mostra “Crack! Fumetti dirompenti” organizzata al CSOA Forte Prenestino di Roma, esponendo le tavole delle edizioni passate e raccogliendo disegni per l’edizione dell’anno successivo.
Dal 2006 insieme all’agenda è allegato un Quaderno con testi e immagini aggiuntivi. La collana dei Quaderni di Scarceranda può essere richiesta anche separatamente dall’agenda dell’anno in corso.
Scarceranda viene donata alle persone prigioniere che ne facciano richiesta o segnalate a Radio Onda Rossa che provvede alla spedizione postale in carcere.

Tratto da Scarceranda 2010

Se volete far giungere la Scarceranda in carcere potete comunicarci il nominativo del prigioniero/a e il carcere in cui si trova (città).
Scarceranda è auto-distribuita e auto-promossa. Se volete organizzare iniziative di presentazione o di sostegno, prendervene più copie per distribuirla in conto vendita, contattateci per metterci d’accordo. 

Scarceranda (agenda + Quaderno) è in vendita a 12 euro. La si può trovare presso Radio Onda Rossa e in altri punti vendita (infoshop, centri di documentazione, librerie) sparsi per l’Italia.
Si può acquistare Scarceranda per corrispondenza pagandola preventivamente tramite conto corrente postale o versamento on-line. [Il versamento di 12 euro a copia va effettuato sul conto corrente postale 61804001 intestato a Cooperativa Culturale Laboratorio 2001 indicando in maniera leggibile nominativo e indirizzo cui si vuole venga spedita l'agenda e la causale Scarceranda. Se si effettua il bonifico online l'IBAN è IT15 D076 0103 2000 0006 1804 001.]

I PROSSIMI APPUNTAMENTI ROMANI PER SEGUIRE SCARCERANDA:

17 Dicembre 2009 h. 19 @ libreria cafè Giufà :: presentazione + aperitivo
18 Dicembre 2009 h. 20 @ Forte Prenestino :: presentazione + cena evasiva
20 Dicembre 2009 h. 18:30 @ Bottega Kinkelibà (Via Macerata 54, Roma) :: presentazione + pizzette, tarallucci e vino
29 Dicembre 2009 h. 18 @ Odradek :: saluti e brindisi di fine anno
31 Dicembre 2009 h. 11 @ carcere di Rebibbia :: presidio di solidarietà

CENE EVASIVE
Alla Taverna del CSOA Forte Prenestino ogni terzo venerdì del mese cena con le ricette evasive a sostegno di Scarceranda.

Tratto da Scarceranda 2010

 

Approfondimenti sulla Grecia

25 novembre 2009 Lascia un commento

Foto di Valentina Perniciaro _Atene, la piazza dove è stato ucciso Alexis, pochi giorni dopo_

Questa mattina è andato in onda su Radio Onda Rossa un primo spazio redazionale sulla situazione greca dopo la rivolta dello scorso dicembre e il cambio di governo di pochi mesi fa. Tra la scadenza del 17 Novembre, anniversario della rivolta studentesca del 1973 scoppiata dal Politecnico d’Atene e “spenta” con carri armati e diverso piombo dai colonnelli, e il primo anniversario della morte di Alexis Gregoropoulous che sarà il 6 dicembre, per 3 mercoledì apriremo i microfoni con una serie di approfondimenti sulle mutazioni del movimento studentesco e anarchico avvenute in questo anno, sulle lotte sociali, sulla situazione dei migranti e dei detenuti (che come lo scorso anno hanno ripreso la mobilitazione contro le loro condizioni di detenzione) e sulle notizie che in queste “calde” settimane arriveranno da Atene e dalle altre città greche. 
Questo il LINK per ascoltare il primo spazio andato in onda questa mattina.

 Intanto un’Ansa di questa mattina, a proposito di Pasok: “Un ordigno esplosivo è scoppiato, ad Atene, davanti all’ufficio del deputato del Pasok e attore Yiannis Vouros, che si trova al quarto piano di un palazzo del centro della capitale greca. L’esplosione e l’incendio che ne è seguito hanno provocato lievi danni.”

Botta e risposta tra Casa Pound e Liberazione: esilarante

14 ottobre 2009 Lascia un commento

 

Richiesta di rettifica ai sensi dell’art. 8 L. 47/48.

Quel bel tipo di Gianluca Iannone

Quel bel tipo di Gianluca Iannone

Nella qualità di Presidente e legale rappresentante pro tempore dell’Associazione di Promozione Sociale CasaPound Italia, Vi diffido a rettificare, nei termini e modi di legge, il contenuto dell’articolo «Roma, Giovane Italia dopo l’attentato vuol chiudere Radio Onda Rossa», a firma di Paolo Persichetti, da Voi pubblicato nell’edizione del 3 ottobre 2009, alla pagina 4, pubblicando con il medesimo rilievo e uguale posizione, il seguente testo: «Si precisa che non è esatto quanto riportato, a pagina 4 dell’edizione del 3 ottobre 2009, nell’articolo “Roma, Giovane Italia dopo l’attentato vuol chiudere Radio Onda Rossa”, e cioè che l’azione politica di CasaPound sia architettata al solo scopo di garantire agli associati un ingresso nel Pdl per non restare fuori “dai giochi e soprattutto dalla torta dei soldi che arrivano dal sottogoverno”. Vero è, infatti, che l’attività politica, sociale e culturale dell’associazione, finanziata esclusivamente dai contributi degli associati, mira a proporre un nuovo rivoluzionario concetto politico, l’Estremocentroalto, e che, a tal fine, la stessa associazione è pronta a dialogare e confrontarsi con chiunque, senza volgari pregiudizi né puerili pregiudiziali». In mancanza di un Vostro riscontro entro i termini di legge, Vi preannuncio sin d’ora l’intenzione di adire l’autorità giudiziaria al fine di ottenere giusta tutela dei diritti dell’associazione.

Gianluca Iannone

 RISPOSTA SU LIBERAZIONE DEL 14 OTTOBRE 2009

Perché mai negare così nervosamente l’evidenza? Che CasaPound faccia parte di quella sessantina di associazioni, che dopo un bando sono entrate nella graduatoria dei finanziamenti stanziati lo scorso agosto, con procedura del tutto anomala, dalla presidenza del consiglio comunale di Roma, è un fatto pubblico attestato da una delibera per «Attività culturali, sportive e folkloristiche». Per altro, in una risposta polemica alle dichiarazioni fatte dal sindaco Alemanno sulla necessità di ridiscutere il “finanziamento” a CasaPound, dopo che una giornalista si era vista vietare l’ingresso all’incontro-dibattito con Marcello Dell’Utri sui ”diari del Duce”, organizzato nella sede romana di via Napoleone III, lo stesso Iannone aveva precisato che «della vittoria di un bando» si trattava. Appunto! 
Certo brucia non essere più i primi della classe, non poter più vantare l’aristocratica purezza di chi rivendica per se “etica, epica ed estetica”, ma si è piegato alla pratica plebea di ricevere denaro pubblico, come un normale client. 
canaQuanto al resto, le coloriture futuriste, le provocazioni dannunziane, la postura superomista, lo stile scapigliato, spostano di poco la sostanza politica di un gruppo che agita simbologie tutte interne al blocco sociale della destra di governo e conduce con brio la marcia d’avvicinamento-dialogo con l’area multiforme del Pdl. Insomma siamo sempre lì, nel cortile del Palazzo, all’Estremocentroalto, come lo chiamate, che non è in politica quello che nel calcio ha rappresentato la «bizona» del mitico Oronzo Canà, col suo rivoluzionario modulo 5-5-5, ma qualcosa che dietro l’iperbole della formula nasconde una visione inquietante. 
«Noi ci permettiamo il lusso di essere aristocratici e democratici; conservatori e progressisti; reazionari e rivoluzionari; legalitari e illegalitari; a seconda delle circostanze, di tempo, di luogo, di ambiente, in una parola di “storia” nelle quali siamo costretti a vivere e ad agire». Lo diceva un tale nel 1922. Anche lui cercava posizioni «regali e sovrane, al di là degli opposti sbandamenti», anche lui elogiava «la vita come ascesa», anche lui immaginava «la partecipazione per base, la decisione per altezza e la selezione per profondità» e rifiutava «l’attrazione morbosa per l’informe e il deforme». Anche lui praticava «l’Estremocentroalto». Si chiamava Benito Mussolini. Appunto.

Paolo Persichetti 

La vendetta di Via Corelli ora passa per Gradisca.

13 ottobre 2009 Lascia un commento

1250866232608_002

Immagini dal processo contro i rivoltosi di Via Corelli

I rivoltosi di Via Corelli sotto processo a Milano

I rivoltosi di Via Corelli sotto processo a Milano

Dopo le espulsioni e i massicci trasferimenti di Roma, il vento della vendetta ministeriale arriva anche a Gradisca dove, lunedì scorso, è stato arrestato uno dei presunti protagonisti della tentata fuga del 21 di settembre. È un ragazzo di 21 anni ed è accusato di aver fatto cadere giù dalle scale d’emergenza un carabiniere che stava cercando di tirarlo giù dal tetto. Il carabiniere ruzzolato è finito subito al pronto soccorso ed ha avuto i soliti dieci giorni di prognosi: quello che è successo dopo ai reclusi potete vederlo invece sul video che sta circolando in rete da tre settimane. L’arresto è avvenuto a due settimane dai fatti, giusto il tempo che si calmassero un po’ le acque, ed è stato richiesto – a detta del  capitano Sutto del comando dei Carabinieri di Gradisca – a causa dell’«atteggiamento particolarmente sfrontato dell’immigrato». Sembra quasi, insomma, che quello che pesa non siano tanto i fatti specifici dei quali è accusato l’arrestato ma la sua presunta mancanza di rispetto verso i proprio carcerieri: fatto indicativo di un clima, senza dubbio. È indicativo anche che, dall’arresto in poi, le autorità parlino dei fatti del 21 come di una «doverosa e regolare reazione alla resistenza a pubblico ufficiale». Se per una settimana intera hanno fatto finta di niente e se tutta la settimana successiva hanno messo in dubbio l’autenticità delle foto e del video, ora invece rivendicano l’accaduto e lo giustificano. Finalmente si parla chiaro.

Quelli che stanno ancora zitti, invece, sono i consiglieri d’amministrazione della “Connecting Peolple” che in altri tempi erano tanto loquaci. Del resto il consorzio che gestisce il Centro di Gradisca è in corsa per aggiudicarsi anche quello di Ponte Galeria e deve dare prova di fedeltà complice e silenziosa per rimanere nelle grazie del ministro Maroni
Macerie, 13 ottobre 2009 

QUESTA MATTINA INVECE CI SARA’ L’ENNESIMA UDIENZA DEL PROCESSO CONTRO I 14 RIVOLTOSI DEL CIE DI VIA CORELLI: oggi è il turno degli avvocati della difesa e potrebbe anche arrivare la sentenza.
I compagni di Milano stanno raggiungendo il Tribunale per portare una rumorosa solidarietà ai processati: i reclusi di Gradisca e di Via Corelli stanno iniziando uno sciopero della fame per dar maggior voce alla loro solidarietà con i loro compagni di prigionia e rivolte.
Proverò a dare aggiornamenti in maniera costante. 

La nuova trasmissione “Silenzio assordante” di Radio Onda Rossa, in onda tutti i venerdì pomeriggio sugli 87.900 FM a Roma e ascoltabile anche in streaming dal sito della Radio, nell’ultima puntata ha fatto un resoconto dell’ultima udienza del processo di Milano

 

La destra romana attacca Radio Onda Rossa

4 ottobre 2009 Lascia un commento

Nuova provocazione dopo la montatura giudiziaria costruita contro il movimento per la casa di Magliana. Approfittando di  un attentato incendiario contro una sede di Giovane Italia (ex Azione giovani), il deputato Marco Marsilio (An-Pdl) e il presidente romano di Giovane ItaliaCesare Giardina, chiedono al ministero degli Interni di imbavagliare Radio Onda Rossa

Paolo Persichetti, Liberazione 3 ottobre 2009

C’è aria tesa nella destra romana. Giovedì notte una sede della Giovane Italia-Pdl (ex Azione giovani) è stata presa di mira da un attentato incendiario nel quartiere di san Giovanni a Roma, in via della Mirandola. Dopo aver praticato un foro nella saracinesca, gli attentatori hanno gettato all’interno del locale un ordigno rudimentale: una lattina contenente liquido infiammabile che nell’esplosione ha distrutto la porta d’ingresso. L’episodio segue di una decina di giorni un’altra incursione a colpi di molotov avvenuta durante l’inaugurazione di un altro circolo della destra, Gens romana, aperto proprio accanto alla storica sede di Acca Larentia, pantheon dei martiri e luogo di culto della memoria vittimaria ex-postfascista. La nuova sede è stata aperta da Giuliano Castellino, portavoce di “Popolo di Roma”, un gruppo fuoriuscito da Casa Pound per saltare sul carro vincente, e soprattutto appetitoso, della destra di governo. A dire il vero nella destra romana sono in pochi a essere rimasti fuori dai giochi e soprattutto dalla torta dei soldi che arrivano dal sottogoverno. L’estraneità rivendicata da Casa Pound è solo di facciata. 5480_1199433427147_1267865894_570913_5207588_n
Lo splendido isolamento è finito da tempo. L’operazione di avvicinamento all’area di governo è in stato avanzato. Casa Pound, organizzazione in fase di crescita (continua ad aprire sedi in altre città), per il momento resta sulla soglia della maggioranza di governo, una posizione vantaggiosa che gli consente di rivendicare un’alterità di facciata, una diversità inesistente, incamerando al contempo risorse materiali e d’immagine anche grazie a un’accorta regia mediatica “dialogante”. La chiamano destra del terzo millennio, quel “fascismo dei paraculi” che tanto sta ammaliando spezzoni un po’ confusi di una sinistra in pieno naufragio. Gli unici a non aver dato segni di resipiscenza nella destra radicale restano, invece, i membri di Militia, la sigla utilizzata dal gruppo di Boccacci ben insediato nella zona dei Castelli romani, le alture prospicienti la Capitale.
Oltre alle modalità diverse, i due attentati hanno a tutt’oggi in comune l’assenza di rivendicazioni. Una circostanza piuttosto anomala che ha spinto gli inquirenti a non escludere nessuna pista. In effetti, al di là della solita retorica vittimistica degli esponenti della destra, o di chi ha voluto rilanciare la teoria degli opposti estremismi legando questi episodi agli attentati contro alcuni locali frequentati dalla comunità Gltbq, sulla paternità di quanto è accaduto non c’è alcuna certezza. D’altronde lo stesso Castellino, dopo le dichiarazioni della prima ora, all’uscita dalla questura dove era stato convocato insieme ad altri testimoni ha notevolmente abbassato i toni. «Non vogliamo né colpevoli di comodo, né verità preconfezionate», ha rettificato. Di diverso avviso si è dimostrato il deputato ex An, oggi Pdl, Marco Marsilio che invece per l’attentato di lunedì notte ha tirato in ballo radio Onda rossa, l’emittente storica dell’autonomia romana, poi punto di riferimento dell’area antagonista e oggi luogo di parola dei movimenti. Marsilio ha chiesto esplicitamente che «il ministero dell’Interno verifichi con attenzione l’attività e i contenuti» dell’emittente romana, «che alimenta con i suoi irresponsabili proclami una spirale pericolosissima di violenza».
logo2Il deputato postfascista ha dichiarato che alcuni ragazzi di Giovane Italia gli hanno riferito che Onda rossa ha «fatto l’apologia dell’attentato invocando medaglie d’oro al valore per chi ha messo la bomba». Ed infatti in una nota diramata dal presidente romano di Giovane Italia, Cesare Giardina, si possono leggere una serie d’insulti rivolti all’emittente romana, «vicina agli ambienti dell’estrema sinistra che hanno invitato a premiare i vigliacchi autori dell’attentato», che si concludono con una pressante richiesta alle istituzioni per «la chiusura immediata della trasmissione radiofonica, radio Onda rossa». L’episodio, inventato di sana pianta come tutti gli ascoltatori dell’emittente hanno potuto verificare con le proprie orecchie, sembra pensato apposta dopo gli arresti e la pesante montatura giudiziaria che hanno colpito nel quartiere della Magliana il movimento per la casa. La sensazione è che vi siano forti spinte da parte di alcuni settori della destra per lanciare un’offensiva risolutiva contro gli spazi sociali, i luoghi di parola e comunicazione della sinistra radicale e antagonista a Roma. In un comunicato Onda rossa ha smentito seccamente le accuse, precisando di non aver mai accennato all’episodio dell’attentato nel corso delle sue trasmissioni. Le registrazioni audio stanno lì a dimostrarlo. Se gli autori della calunnia saranno chiamati a risponderne nelle sedi opportune, l’intero movimento romano è allertato sulla necessità di vigilare su quanto potrà accadere contro la radio nei prossimi giorni.

per Walter Rossi, come ogni anno

30 settembre 2009 Lascia un commento

Foto di Valentina Perniciaro _da Walter, anno dopo anno_

Foto di Valentina Perniciaro _da Walter, anno dopo anno_

 

Anche oggi ricorderemo, tutte e tutti, il nostro compagno ammazzato dai fascisti (coperti dalla polizia) il 30 settembre 1977 in Via delle Medaglie D’Oro.
Dopo 32 anni, noi saremo sempre lì, con lo stesso rosso nei fiori, con la stessa rabbia nel cuore.
APPUNTAMENTO CITTADINO ALLE 17 IN PIAZZALE DEGLI EROI, per raggiungere in corteo la lapide in Via delle Medaglie D’Oro.
Ore 18 presidio alla lapide.
CIAO WALTER, SANGUE NOSTRO

Lettera a Maroni dalla redazione di Macerie : contro i lager di Stato

26 settembre 2009 Lascia un commento

Prendo questa lettera, per intero, dal sito Macerie. Sito che questo blog “frequenta” costantemente per il suo ottimo lavoro virtuale e reale che fa sui Cie, i Centri di Identificazione ed Espulsione per migranti. I nostri lager, per dirla in parole più semplici, quelli che dall’approvazione del “pacchetto sicurezza” del ministro Maroni stanno scoppiando, in una rivolta dopo l’altra. Sedate tutte nello stesso identico modo, dalla polizia e dall’incredibile “buon lavoro” della Croce Rossa.
Due redattori di Macerie sono sotto processo: un processo da tenere molto sotto controllo.
Con gli occhi ben aperti.

Signor Ministro,

Non sa più che pesci prendere, vero? È chiaro che la società che Lei pretende di controllare Le sta scoppiando tra le mani. Lo vede con i Suoi stessi occhi, e lo vediamo anche noi. Da qualunque parte la si guardi, la situazione è fuori controllo, e più Lei ripete i suoi «tutto va bene» sorridendo teso alla televisione, più alle sue spalle si vede il fumo delle macerie che sale.
sorvegliateciSignor Ministro, è inutile nasconderlo. Se i padroni alla fine ingrassano come sempre, gli sfruttati sono ormai finiti talmente sul lastrico da essere disposti a far letteralmente di tutto. In primavera un gruppo di disoccupati napoletani è arrivato a dar fuoco ad un autobus per protesta, ed ora non si conta più la gente arrampicata sui tetti dei capannoni e dei monumenti. E se un mattino all’alba sgomberate decine di famiglie da una casa occupata abusivamente, la sera stessa ne avete altre dieci a cui pensare. E tutto questo, per un semplice posto di lavoro o per una casa, mica per la giustizia o per un mondo migliore. Si figuri, signor Ministro.Guardiamoci in faccia e diciamoci la verità: a parte parlare ossessivamente di sicurezza, Lei e i Suoi colleghi non sapete che pesci prendere. E dire che le state provando proprio tutte, ma i risultati sono quelli che sono. Basta vedere il gran casino che ha provocato l’approvazione del Suo amato “pacchetto sicurezza”. I Centri di Identificazione ed Espulsione per “clandestini” stanno letteralmente scoppiando: di rabbia, non di reclusi, giacché da quando sono state introdotte le nuove norme la macchina delle espulsioni è inceppata e funziona più lentamente di prima. Persino i poliziotti di guardia e i crocerossini si lamentano di Lei, signor Ministro. Ma questo non le importa, «non c’è nessuna emergenza», perché Lei si consola con le immagini dei barconi respinti in Libia. E questo la fa sentire importante, la fa sentire potente, signor Ministro. E le ronde che Lei tanto ha voluto si risolvono in pagliacciate scortatissime dalla Sua polizia, che brontola per dover far da balia a questi gendarmi dilettanti, quando non finiscono in rissa con chi di squadracce in giro non ne vuole vedere neanche l’ombra. E sono sempre i Suoi prodi ad aver la peggio. Per non parlare poi del “reato di clandestinità” di Sua invenzione, che sta intasando i Tribunali e non lascia ai Giudici neanche più il tempo per condannare a mesi o anni di galera chi ruba un pezzo di formaggio al supermercato. Dall’aeroporto di Kabul fino a Porta Palazzo, non si può certo dire che Lei e il Suo governo stiate vincendo su tutti i fronti. Ma i morti e i feriti vi rimarranno sulla coscienza per sempre.

No, Signor ministro, così proprio non va, se è davvero l’Ordine che Lei vuole gestire. Se invece, così come pare a molti, è solo il Potere che Le interessa, allora bisogna dire che Lei e i suoi compari siete stati bravi a conquistarlo. Saperlo mantenere, questo Potere, è tutt’altra cosa. O potreste ritrovarvi un bel giorno a regnare sul nulla. matteotti-finale-49c26e63277a1Ma sappiamo anche qual è il vostro asso nella manica, la risorsa estrema, l’ultima carta da giocare. Che è poi il progetto politico preciso Suo e del movimento che Lei così degnamente rappresenta: scatenare una guerra civile permanente, che possa permetterLe di organizzare le masse in schiere pronte ad obbedire ai Suoi ordini con fervore e dedizione totali, assoluti. Pronte a tutto, pronte anche ad uccidere e stuprare in nome di un Capo e di una etnia, di una lingua o di una religione. Voi dite Padania, noi capiamo Bosnia. Voi dite Italia, noi capiamo Jugoslavia. Bisogna anche dire che in questo ambizioso progetto Lei non è affatto solo, signor Ministro. Non è lavoro da cospiratori questo, non ci sono trame segrete. C’è pure il rischio che Lei stia proprio “dalla parte della Storia” e del suo flusso osceno. Quando le macchine dentro alle fabbriche si fermano e sembrano non voler ripartire; quando i campi sono bruciati da guerre, pesticidi e carestie, le città devastate dagli affari delle Società per Azioni; quando la gente scappa e scappa in massa e valica le frontiere in lunghe file disperate; quando i Figli del mondo sono troppi, troppo rumorosi e troppo inutili; quando tutto si mescola e si confonde – allora quello stesso Capitale che in altri tempi si concede delle brevi e circoscritte apparenze di benevolenza tira fuori i denti e si prepara al totalitarismo. Servendosi proprio di uomini come Lei.

E, a proposito di uomini, signor Ministro, c’è ancora uno scoglio da superare prima di raggiungere il Suo ultimo obiettivo. Per rendere accettabile, desiderabile, buono e giusto l’incubo che state preparando, e di cui ci state facendo assaggiare qualcosa di più di un’anteprima, non basta la semplice propaganda, per quanto martellante e ossessiva. No, signor Ministro, Lei ha bisogno di una vera e propria mutazione antropologica, di un uomo nuovo. Di un uomo su cui la coscienza dell’ingiustizia scivoli via senza lasciare tracce, in cui la capacità di sentire su di sé le sofferenze altrui – da alcuni chiamata com-passione - sia un ricordo lontano. Un uomo che non individui come tali i sentimenti più odiosi e meschini, che non senta il bisogno di nasconderli o per lo meno di giustificarli ideologicamente, ma che li viva, al contrario, come la più placida delle normalità. Un uomo che, insomma, rendaantiquata anche l’ultima delle prerogative che un tempo erano proprie degli umani: l’ipocrisia.

Esagerazioni farneticanti? No, signor Ministro, se Lei pensa a quell’informatico leghista di Gallarate, amico del figlio stupido del suo Capo, che trovava, e immaginiamo trovi tuttora divertente giocare su internet a respingere barconi di “clandestini”. Mentre lei lo faceva sul serio, e donne, uomini e bambini morivano disidratati, affogati o torturati in Libia: essenzialmente assassinati da Lei, signor Ministro. Ecco, quell’informatico di Gallarate è proprio il prototipo dell’uomo nuovo che Lei sta costruendo. L’uomo che ride di fronte alla morte di gente che non ha mai neanche visto e che nulla gli ha fatto. migranti_sicurezzaUna persona orribile, senza ombra di dubbio, una persona orribile proprio come Lei, signor Ministro, talmente orribile che l’ultimo dei papponi della Pellerina sembra San Francesco in confronto. Ed è proprio per non soccombere di fronte a questo orrore, di fronte a questo baratro in cui precipitano gli ultimi residui di umanità che qualcuno, noi compresi, ha deciso di reagire, di rispondere, e di risponderLe.

Veniamo a noi, dunque, signor Ministro, a tutti noi che ci ostiniamo a non soccombere, e che per questo continuiamo a ribellarci, testardi, inguaribili guastafeste, una piccola parte di questo mondo che esplode, piccola ma non per questo disposta a rassegnarsi. Ebbene, come Lei saprà di sicuro, il Suo pupillo Spartaco Mortola – noto nel mondo intero per l’affaire delle molotov alla Diaz ed ora vicequestore qui a Torino – ha chiesto che si applichi a due di noi la misura di prevenzione della “sorveglianza speciale”. Se i Giudici di Torino lo riterranno opportuno, per quattro anni i due non potranno incontrarsi tra loro, non potranno uscire da Torino e neanche di casa la sera, non potranno partecipare a manifestazioni né chiacchierare per strada con gente di cui non possano certificare una fedina penale intonsa. Un bel castigo, non c’è che dire, un castigo per tutte quelle malefatte che la Sua polizia sostiene abbiano commesso e per le quali la magistratura non ha voluto o potuto infliggere condanne adeguate. Su questa lunghissima teoria di episodi che vengono loro contestati ci lasci dire solo questo, signor Ministro. Ad alcuni di questi i due hanno partecipato effettivamente, di altri invece ne ignoravano persino l’esistenza, ad altri ancora avrebbero partecipato volentieri. Perché di fronte all’accusa di essere stati in mezzo ad una folla che tenta di liberare dalle mani dei carabinieri un senza-documenti destinato alle gabbie di un Cie, nessun uomo che ama la libertà può dire null’altro che: «avrei voluto esserci anche io, se solo avessi saputo».

E qual è lo scopo di questo castigo chiamato “sorveglianza speciale”, Signor ministro? Spaventare, senza dubbio. E spaventare chi? Spaventare innanzitutto i due per i quali è stata richiesta la misura di prevenzione, con la minaccia di finire in galera se persistono nel vivere come hanno scelto di vivere. Spaventare i loro compagni, affinché la smettano di rompere i coglioni a Lei e a quelli come Lei. E spaventare, soprattutto, tutti quei pezzi di società, e sono tanti, che rischiano di intralciare il Suo progetto, affinché non si sognino neppure di poter alzare la testa e guardarLa dritto in faccia con tutto il disprezzo che Lei senza dubbio merita. E infatti, se pensiamo proprio a questi pezzi di società, scopriamo che la sorveglianza che la Sua polizia intende applicare a due di noi non è poi tanto speciale, comparata con i provvedimenti restrittivi che oramai è diventato normale applicare: agli stranieri, agli ultras, ai terremotati abruzzesi, per fare solo qualche esempio di tutti quei campi (siano essi campi di concentramento, campi da calcio o campi della Protezione Civile) in cui sperimentare meccanismi e dispositivi di compressione della libertà nel nome di una vera o presunta emergenza da agitare.

Ebbene, signor Ministro, si figuri se degli anarchici, che trovano intollerabile che la libertà degli altri sia messa in discussione, sono disposti a tollerare simili limitazioni della propria, di libertà. Si figuri se chi già di solito non è ben disposto a sottostare ai provvedimenti dell’Autorità può sottostare a misure come quelle che la Questura vorrebbe predisporre con il benestare del Tribunale. Si figuri se chi è abituato a non voltarsi dall’altra parte di fronte all’abisso dell’orrore a cui Lei e i Suoi simili ci costringono ogni giorno può aver paura di un simile provvedimento. Si figuri, signor Ministro, se qualcuno può smetterla proprio adesso che il mondo esplode e Lei non sa più che pesci pigliare. Noi no, no di certo.

                        La redazione di macerie (e storie di Torino)

(Dopo una prima udienza a giugno, il processo per la sorveglianza speciale a due redattori di macerie continuerà giovedì 1 ottobre. Se volete, potete scrivere a Maroni per dirgli quel che pensate di lui, usando queste cartoline: fronte e  retro)

macerie @ Settembre 25, 2009

A Tarzan Sulic, ucciso dentro una caserma ad 11 anni.

25 settembre 2009 Lascia un commento

Sarà quel pacco bomba, per strada regalato,
Lo schifo di ricordo, che schifo di ricordo, d’un braccio amputato
Per rifilare un taglio non solo alle tue mani
Ma a quelle degli zingari, di quei fottuti zingari più sporchi dei cani

Le fiabe hanno l’odore di polvere da sparo
Lo disse anche Matteo, si torturava Mira quel libro costò caro
E se Sengul da bambola sembravi troppo a Barbie
Coi chiodi e con le biglie, coi fiori e con le bolle sul viso è troppo tardi

In quell’incrocio Emran guardava da innocente
I soldi di una carità elargita ad un pezzente
Adesso solo un occhio salvato dalle schegge
Vedrà soltanto odio in un mondo senza legge
E come Tarzan Sulic volava tra le sbarre
Un angelo ribelle non può cadere a terra
Caramba sparò in testa, non vide più una stella,
Tarzan d’undicianni assassinato in cella
Assassinato in cella assassinato in cella
Assassinato in cella assassinato in cella

E Mira torturata con mala meraviglia,
Il tuono di quel colpo, il colpo di quel tuono
Di notte ora ti sveglia
La fretta di un processo e pena senza pesa
Dimenticare presto, dimenticare tutto, giustizia non è resa.

romNon si trova molto in rete sulla storia di Tarzan Sulic e Mira Djuric, due bimbi rom. Una storia del settembre 1993, quindici anni fa.
Lui è morto ucciso da un proiettile sparato da un carabiniere, dentro una camera di sicurezza della caserma di Ponte di Brenta.
Dicono, rendetevi conto, che il colpo è partito per sbaglio, che l’undicenne freddato con un colpo alla testa stava provando a scappare e nella colluttazione sarebbe partito un colpo.
Colpo che ha passato la testa del giovane Tarzan e poi ha ferito sotto il seno sinistro la sua cuginetta, fermata con lui e con lui rinchiusa in quella cella.SI è salvata dopo un lungo intervento, visto che la pallottola si era fermata vicino al cuore.
Lui è morto sul colpo.
A 11 anni, dentro una caserma dei Carabinieri.
CHI SE LO RICORDA?
In questo momento dai microfoni di Radio Onda Rossa, una bella trasmissione in loro ricordo!

Arrestati 5 compagni all’occupazione di Magliana

14 settembre 2009 Lascia un commento

ORE 17 TUTT@ SOTTO IL CARCERE DI REGINA COELI PER PORTARE SOLIDARIETA’ AI COMPAGNI ARRESTATI.
LE ACCUSE INFAMANTI RIVOLTE CONTRO DI NOI NON CI FANNO PAURA!
LA CAMPAGNA PORTATA AVANTI DAL MESSAGGERO (GIORNALE DEL PIU’ IMPORTANTE PALAZZINARO ROMANO) E’ VERGOGNOSA E NON PUO’ SPAVENTARCI. 
TUTT@ SOTTO IL CARCERE, IN DIFESA DEL DIRITTO ALL’ABITARE, IN DIFESA DEL DIRITTO A LOTTARE
OGGI ORE 17 

Stamattina è iniziata un’operazione di polizia contro l’occupazione 8 Marzo, che ha portato perquisizioni e a cinque arresti. L’appello è a recarsi lì (via dell’Impruneta) per la conferenza stampa che si terrà a mezzogiorno. 
Per sentire in diretta com’è andata la nottata e la mattinata potete ascoltare le  corrispondenze sul sito di Radio Onda Rossa 

COMUNICATO DEGLI OCCUPANTI DELL'8MARZO
Non abbiamo nulla da nascondere
 
Noi non paghiamo il pizzo,
noi lottiamo!

Non abbiamo nulla da nascondere.
Le diffamazioni diffuse da sedicenti giornalisti che qui non sono mai venuti a fare un'inchiesta,
non ci hanno fatto recedere dalla nostra lotta perchè questa nasce dalla necessità di abitare in una casa e
dal desiderio di un diverso convivere, di riprenderci la vita e non sopravvivere.
 Per questo abbiamo in questi due anni di occupazione recuperato uno spazio pubblico abbandonato al degrado,
 riaprendolo a tutto il quartiere. E' così che ci siamo guadagnati la solidarietà
degli abitanti, molti dei quali, oggi sotto sfratto, si sono guadagnati anni fa con la lotta la loro casa.

Con false accuse infamanti oggi 5 compagni di lotta dell'8Marzo occupato sono stati prelevati dai carabinieri
 in modo coatto alle ore 4.40.
Si sono introdotti con la forza nell'edificio della ex-scuola che ospita tutti noi: famiglie di sfrattati, precari, disoccupati; ci hanno costretto a rifuggiarci sul tetto pronti a difendere il nostro spazio.
Ci dicono che è solo una perquisizione ma il modo di agire è quello di uno sgombero ben organizzato.

Sfondano porte per fare paura a bambini che dormono aspettando il primo giorno di scuola,
ma vista la nostra resistenza non riescono a buttarci fuori.
Cinque compagni vengono portati via dopo che tutti siamo stati identificati.
Proseguono così il gioco e gli interessi dei consiglieri del Pdl come Luca Gramazio, Augusto Santori,
Luca Malcotti, che usano l'arma della diffamazione mezzo stampa, per colpire al fianco un movimento che fa
paura a questa classe politica incapace di risolvere problemi come la casa, il lavoro, la precarietà,
 il reddito e che teme che queste questioni mobilitino lotte generalizzate.
Noi non paghiamo il pizzo, noi lottiamo!

Roma, Magliana 14 settembre 2009
l'8Marzo resiste
front 

Drammatici aggiornamenti da Ponte Galeria: assassini!

7 agosto 2009 1 commento

POCHE LE NOVITA’ DAL C.I.E. DI PONTE GALERIA, NESSUNA NOVITA’ SUL RAGAZZO ALGERINO, CHE PERO’ E’ MORTO A DETTA DI TUTTI I SUOI COMPAGNI DI DETENZIONE.
L’HANNO AMMAZZATO E IL CORPO NON ESCE FUORI, QUESTE LE CHIARE E NITIDE PAROLE CHE RIPETONO GLI ALTRI MIGRANTI: UN MALATO DI CUORE PESTATO A MORTE E SCOMPARSO NEL NULLA.
Aggiornamenti in diretta stamattina con Radio Onda Rossa: ascolta

Dal sito macerie, invece, questi aggiornamenti: “Gli algerini, testimoni dell’accaduto, sono ancora in isolamento dentro alla sezione femminile: non vengono fatti uscire, neanche per mangiare e non hanno contatti con nessuno. L’ambasciata algerina, chiamata in causa, sostiene di non saperne niente. Una troupe di Canale 5, chiamata da alcune mogli di reclusi, si è vista negare l’accesso al Centro.

Ieri, un gruppo di prigionieri ha rifiutato il vitto ed è rimasto nelle gabbie all’ora di pranzo, protestando rumorosamente. La polizia è intervenuta in forze ma i reclusi hanno continuato a protestare fino a quando non è stato promesso loro un incontro con il direttore. Previsto per la serata, l’incontro però non c’è stato, e non c’è stato neanche questa mattina. A detta dell’amministrazione, il direttore è assente dal centro.”

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: