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Palestina: i “Fiati sprecati” a Bil’in
Morire in Palestina, una giornata particolare di normale quotidianità
I Fiati Sprecati alla manifestazione contro il muro a Bil’in, 31 dicembre 2010
Vista la diffusione rapida di video ed anche di informazioni poco chiare o addirittura errate sulla manifestazione del 31/12/2010 a Bil’in, vogliamo raccontare quella che è stata la nostra esperienza diretta.
Il 31 dicembre eravamo a Bil’in per la consueta manifestazione dei Comitati popolari di resistenza non violenta. Dal 2005, per reagire alla costruzione del muro che sta divorando i terreni agricoli del villaggio di Bil’in con l’obiettivo di permettere l’espansione della vicina colonia israeliana, centinaia di persone, palestinesi, internazionali e israeliani contrari all’occupazione, si ritrovano ogni venerdì per manifestare contro questo muro dell’apartheid e contro gli insediamenti che Israele continua a costruire sottraendo terre alla Palestina. Sapevamo dei rischi che potevamo correre partecipando a questa manifestazione, ci avevano raccontato dei lacrimogeni e dei gas dell’esercito israeliano, ma volevamo portare la nostra solidarietà, attraverso la musica, alla popolazione di questo villaggio. Da Ramallah siamo saliti su un pulmino in direzione Bil’in. A circa 2 Km dal villaggio di Bil’in abbiamo trovato le camionette dell’esercito che bloccavano la strada.
In Palestina funziona così: l’esercito israeliano arriva, dichiara un pezzo di territorio Palestinese “area militare chiusa” e lo militarizza. Quel giorno il motivo dell’appostamento era bloccare le vie d’accesso alla manifestazione (addirittura era stato chiuso il check point di Kalandia, unica via d’accesso per la West Bank e Ramallah per chi proviene da Gerusalemme e passaggio obbligatorio per i palestinesi autorizzati che devono raggiungere i loro territori). Non ci siamo fatti scoraggiare, siamo scesi dal pulmino e ci siamo incamminati nei campi di ulivi per raggiungere Bil’in. Abbiamo trovato un villaggio ingabbiato tra mura, insediamenti e recinzioni. Lo Stato di Israele, sta annettendosi le terre di Bil’in per la costruzione della Barriera di Separazione e l’ampliamento degli insediamenti dei coloni; distrugge le proprietà degli abitanti di questo villaggio ogni giorno di più, e li confina in una prigione a cielo aperto. Gli abitanti cercano di resistere e di far continuare ad esistere il loro villaggio. Lottano per salvaguardare la loro terra, i loro uliveti, le loro risorse e la loro libertà.
Il breve percorso della manifestazione, che si diparte dalla moschea, percorre una stradina in discesa circondata dai secolari uliveti palestinesi. Scendendo per la stradina, di fronte a noi, dove la strada risale, il reticolato della barriera e i militari con giubbotti antiproiettile, caschi, fucili, lancia lacrimogeni e blindati.
Una strada divisa a metà, da una parte della collina i palestinesi, dall’altra l’esercito schierato a 50 metri di distanza dai manifestanti e comunque al di là della loro stessa linea di confine a tutela della colonia. Alcuni ragazzi hanno tagliato un pezzo di recinzione e lo hanno messo a terra di fronte ai soldati come a dire “è roba vostra, riprendetevela, riportatela a casa vostra”. Un gesto simbolico di liberazione della propria terra dall’occupazione.
L’esercito spara lacrimogeni ad altezza uomo mirando direttamente ai manifestanti. Delle palle nere di 8 centimetri di diametro con attaccato un cilindro in metallo. Alcune persone sono colpite e sono portate in ospedale. I lacrimogeni israeliani se centrano organi vitali, per il metallo con cui sono fatti, possono uccidere.
A Bil’in il 31 dicembre una donna si è ritrovata avvolta dal fumo dei lacrimogeni. E’ stata portata all’ospedale di Ramallah dove è morta durante la notte per asfissia polmonare dovuta ai componenti tossici presenti nel gas lacrimogeno usato dai militari israeliani. Si chiamava Jawaher Abu Rahmah. Era sorella di Bassem Abu Rahmah, morto nell’aprile del 2009, colpito all’addome da un lacrimogeno sparato dai soldati israeliani. Il contrasto è evidente. Da una parte i Palestinesi armati solo del loro desiderio di libertà e qualche sasso, dall’altra gli Israeliani armati fino ai denti.
Abbiamo cominciato a suonare, il nostro muro del suono avanzava verso l’esercito. Quasi subito è arrivata una scarica di lacrimogeni e di proiettili di gomma. Ci siamo ritrovati avvolti nel fumo, con il respiro bloccato. La tosse ci dava convulsioni, voglia di vomitare. Non si riusciva a vedere niente e gli occhi bruciavano e non riuscivamo a tenerli aperti. Qualche palestinese riesce a raggiungere i soldati con una bandiera in mano. Niente di più. Si va avanti così per qualche ora. Alla fine della manifestazione ripercorriamo in salita la stretta stradina in mezzo agli uliveti. Una famiglia di palestinesi con la casa di fronte alla moschea ci invita ad entrare. Ci preparano succo dei pompelmi del loro orto. Suoniamo e cantiamo con loro “Bella ciao”.
Dopo essere stati a Bil’in ci rimane difficile accettare le parole di Saviano che parla di Israele come di uno stato democratico. Centinaia di israeliani hanno manifestato il 1 gennaio a Tel Aviv contro le azioni dei militari a Bil’in e in solidarietà alla famiglia di Jawaher . Molti di loro sono stati arrestati dalla polizia israeliana e portati in carcere. Ci rimane difficile pensare che tutte le nazioni, compresa la nostra sostengano questa indegna occupazione, e il lento massacro di un popolo. Abbiamo visto uno stato che agisce con la violenza, la sopraffazione, che nega ogni rispetto per i diritti umani, che imprigiona le persone anche senza avere un motivo. Uno stato dove non c’è uno stato di diritto, dove vige il libero arbitrio nei confronti dei non-ebrei in barba ad ogni accordo internazionale. Uno stato troppo ricco e troppo armato.
Abbiamo dovuto rivedere le nostre idee su una pace fatta di mani israeliane e palestinesi che si stringono, per non parlare poi dei tavoli degli accordi internazionali. Se Israele non smetterà di occupare la Palestina ogni accordo sarà impossibile. Solamente restituendo ai palestinesi la sovranità sulla propria terra e il diritto all’autodeterminazione, intesa come libero governo del territorio e gestione di una propria giustizia e solamente di fronte a due popoli liberi, aventi gli stessi diritti sui propri territori, si potrà cominciare a parlare di pace. Dove continua la sopraffazione e la violenza, dove c’è una forza che si impone con carri armati e soldati ed una che può solo resistere con bandiere e qualche fionda nessuna pace sembra possibile. Per molto meno di quello che succede in Palestina, la comunità internazionale avrebbe reagito inviando eserciti e armamenti, ma non lo fa, e questo pone seri interrogativi. A tal proposito vogliamo ricordare che:
• L’occupazione israeliana della Palestina è condannata dalla risoluzione 242 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (1967) e dalle successive (336, 338, 446, 452, …..);
• La costruzione del muro e la conseguente annessione delle terre palestinesi, sono condannate dall’Onu e dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja (2004);
• La presenza armata in territorio straniero, come a Bil’in, è una situazione che dovrebbe essere ritenuta illecita dall’Onu e dovrebbe essere perseguibile addirittura con un intervento armatointernazionale (v. Kuwait 1991);
• La prassi dell’Occupazione è una continua violazione degli articoli della quarta Convenzione di Ginevra (1949);
• La repressione armata durante le manifestazioni a Bil’in è vietata da tutte le Corti e le procedure internazionali in quanto viola i diritti umani;
• Tutte le forme di “punizioni collettive” sono punibili secondo la Quarta Convenzione di Ginevra e considerate crimini di guerra dall’Onu.
• Le stesse disposizioni militari israeliane vietano, nel caso di uso di lacrimogeni, di mirare direttamente alle persone.
I Fiati Sprecati – Banda Popolare di strada (Firenze)
Progetto delle bande popolari italiane “MURO DEL SUONO”
LINK:
Foto Fiati Sprecati in Palestina
http://www.flickr.com/photos/murodelsuono/sets/
ALTRI VIDEO
Video Manifestazione a Tel Aviv del 1/01/2011 contro le azioni dell’esercito a Bil’in il 31/12/10
Droni israeliani sorvolano, libanesi aprono il fuoco
Che l’esercito libanese apra il fuoco contro velivoli israeliani che entrano nello spazio aereo nazionale è cosa molta rara: i droni israeliani compiono incursioni quasi quotidiane sui cieli libanesi, violando la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, risoluzione che pose fine ai 34 giorni di guerra di Israele contro i combattenti sciiti del partito Hezbollah, nell’agosto 2006.
Oggi invece unità dell’esercito libanese hanno aperto il fuoco di contraerea verso un drone con bandiera israeliana, nel sud del paese: è l’agenzia ufficiale Nna a renderlo noto citando un comunicato ufficiale dell’esercito. Il velivolo si sarebbe allontanato immediatamente dalla zona, che sembrerebbe essere quella di Bint Jbeil, tra le più colpite durante i bombardamenti e le incursioni del 2006, roccaforte del partito di Dio ( Hezbollah) guidato da Hassan Nasrallah.
Le tensioni sul confine negli ultimi mesi sono in continuo aumento, soprattutto dopo la grande giornata di esercitazione militare interforze avvenuta a largo e sui cieli di Haifa e del confine con il paese dei cedri. L’arrivo di una nuova ondata di bombardamenti è sempre più nell’aria.
Israele distrugge i suoi congegni spia nel sud del Libano…
PRENDO QUESTA NOTIZIA DA PEACEREPORTER…
Una notizia che non mi lascia certo sconvolta, una notizia che mi fa quasi sorridere per la sua banalità…ma è meglio far circolare certe cose.
Visto quanti sono al mondo ancora a dire che quella è una democrazia, per giunta l’unica dell’area Mediorientale.
E allora ecco la democrazia…quella che spia, bombarda, uccide, stermina, inquina, distrugge.
La democrazia che stupra terre e popoli: lo stato ebraico d’Israele.
Le forze di pace delle Nazioni Unite hanno scoperto dei dispositivi di spionaggio sotterrati nel suolo del sud del Libano dall’esercito israeliano durante la guerra con Hezbollah nel 2006. La scoperta è stata fatta ieri dopo che Israele ha fatto brillare i congegni spia grazie ad un radiocomando a distanza. Dure le reazioni del primo ministro libanese Fouad Siniora che ha accusato il governo di Gerusalemme di aver violato palesemente la risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che ha portato alla fine dei combattimenti.
L’incidente è avvenuto in un periodo di particolare tensione fra i due Stati dopo che all’inizio del mese l’esercito israeliano ha mostrato un video nel quale si commenta la rimozione, da parte di Hezbollah, di munizioni nei pressi della città di Tiro. L’episodio ha creato uno scontro diplomatico dal momento che la stessa risoluzione del Consiglio di Sicurezza ha imposto che nessuno, ad eccezione dell’esercito regolare libanese e dei caschi blu, può possedere armi a sud del fiume Litani. Per difendersi dall’accusa Hezbollah ha successivamente diffuso un video con il quale ha smentito le accuse e rilanciato sulla presunta violazione della risoluzione da parte di Israele che, afferma hezbollah, continua a sorvolare il territorio con aerei spia.
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