Archivio
Una lettera di Zainab da una cella del Bahrain: piccola immensa donna
di Zainab Alkhawaja [QUI ALTRO MATERIALE A RIGUARDO: leggi]
dal Carcere femminile di Isa Town (Bahrain)
I grandi leader sono immortali, le loro parole e le loro azioni risuonano attraverso gli anni, i decenni e i secoli. L’eco attraversa gli oceani e confini e diventa un’ispirazione che tocca la vita di tutti coloro che sono disposti ad imparare. Un o di questi grandi leader è Martin Luther King Jr. Mentre leggo le sue parole, immagino che ce le legge da un altro paese, un altro tempo, per darci delle lezioni molto importanti. Ci dice che, non dovremmo mai diventare aggressivi ed abbassarci al livello dei nostri oppressori, che dobbiamo essere disposti a fare grandi sacrifici per la libertà.

Zainab!
Non appena i semi di speranza e resistenza all’oppressione sono fioriti iniziato in tutto il mondo arabo, il popolo del Bahrain ha visto i primi segni di una nuova alba. Un’alba che ha promesso la fine di una lunga notte di dittatura e di oppressione,la fine di un lungo inverno di silenzio e paura, per diffondere la luce e il calore di una nuova era di libertà e democrazia.
Con questa speranza e determinazione, il popolo del Bahrain è sceso in piazza il 14 febbraio 2011 per chiedere pacificamente i loro diritti. Le loro canzoni, poesie, dipinti e canti per la libertà sono stati accolti con proiettili, carri armati,sostanze tossiche, gas lacrimogeni e birdshot. Il brutale regime Al Khalifa era determinato a porre fine alla creatività e alla rivoluzione pacifica ricorrendo alla violenza diffondendo la paura.
Di fronte alla brutalità del regime, il popolo del Bahrein ha mostrato un grande auto controllo. Giorno dopo giorno, i manifestanti hanno stretto fiori di fronte ai soldati e mercenari, che poi avrebbero sparato contro di loro. I manifestanti stavano a petto nudo e con le braccia alzate, gridando: “Pace, pace” [silmiyya, silmiyya] prima di cadere a terra, coperti di sangue. Migliaia di cittadini del Bahrein da allora sono stati arrestati e torturati per reati come “raduno illegale” e “incitamento all’odio contro il regime”.
Il padre di Zainab!
Due anni più tardi, le atrocità del regime del Bahrain continuano. I manifestanti del Bahrein vengono ancora uccisi, arrestati, feriti, e torturati perché chiedono la democrazia. Quando guardo negli occhi di manifestanti del Bahrein, troppe volte vedo che l’ amarezza ha preso il sopravvento sulla speranza. La stessa amarezza che Martin Luther King Jr. ha visto negli occhi dei rivoltosi nei bassifondi di Chicago nel 1966. Le stesse persone che avevano guidato importanti proteste non violente, che hanno rischiato la vita e l’incolumità fisica, senza la voglia di reagire, si sono poi convinti che la violenza è l’unica lingua ad essere capita da tutti nel mondo.
Io, come King, mi rattristo nel trovare gli stessi manifestanti che hanno affrontato a petto nudo e con i fiori carri armati e pistole, chiedersi: “Che cosa significa non- violenza? Che importanza ha la superiorità morale se nessuno ci sta ascoltando? ” Martin Luther King Jr. spiega che questa disperazione è naturale quando le persone che sacrificano tanto non vedono nessun cambiamento e capiscono che i loro sacrifici sono stati vani.
Ironia della sorte, il cambiamento verso la democrazia è stato così lento in Bahrain in quanto molte nazioni occidentali continuano a dare sostegno a questa dittatura. Attraverso la vendita di armi e il sostegno economico e politico, gli Stati Uniti e altri governi occidentali hanno dimostrato alla gente del Bahrain che sostengo la dittatura di Al-Khalifa a sfavore dei movimenti democratici.
Mentre leggevo le parole di Martin Luther King ho desiderato che fosse vivo. Mi sono chiesta che cosa direbbe sul supporto del governo USA ai dittatori del Bahrain. Che cosa avrebbe detto in merito a chiudere un occhio su tutto il sangue che è stato versato a favore della libertà. Tutto quello che dovevo fare era girare una pagina, e questa volta Martin Luther King non ha parlato a me, ma agli americani:
John F. Kennedy ha detto ‘chi rende impossibile una rivoluzione pacifica, rende inevitabile una rivoluzione violenta.’ Sempre più spesso, per scelta o per caso, questo è il ruolo che il nostro Paese ha assunto, il ruolo di chi rende la rivoluzione pacifica impossibile rifiutando di rinunciare ai privilegi e ai piaceri che provengono dagli immensi profitti degli investimenti all’estero. Sono convinta che se vogliamo stare dal lato giusto della rivoluzione mondiale, noi come nazione,dobbiamo innanzitutto rivoluzionare radicalmente i valori. Una vera rivoluzione di valori ben presto ci porterà a mettere in discussione l’equità e la giustizia delle nostre politiche passate e presenti.
Questi sono tempi rivoluzionari. In tutto il globo gli uomini sono in rivolta contro i vecchi sistemi di sfruttamento e nuovi sistemi di giustizia e di uguaglianza, stanno nascendo … Tutti noi dovremmo supportare queste rivoluzioni.
E ‘un fatto triste che a causa del comfort e della compiacenza … e della nostra propensione a regolare le ingiustizie,le nazioni occidentali si sono irritate così tanto da decidere di diventare anti-rivoluzionarie. Dobbiamo trasformare l’indecisione del passato in azione . Dobbiamo trovare nuovi modi per parlare di pace … e si giustizia in tutto il mondo, un mondo che confina con le nostre porte. Se non agiamo, verremo trascinati in corridoi del tempo bui e vergognosi ,riservati a coloro che possiedono il potere senza compassione, potenza senza moralità, e forza senza vista.
L’eco delle parole di Martin Luther King ha viaggiato attraverso gli oceani, attraverso le pareti e le barre di metallo di una prigione del Bahrein, e nella cella sovraffollata e sporca dove vivo, sento le parole di questo grande leader americano, la cui inflessibile dedizione alla moralità e la giustizia ne fecero il grande leader che era. Ammiro la sua saggezza dalla mia cella minuscola,e mi chiedo se anche il popolo degli Stati Uniti sia all’ascolto.
Essendo una prigioniera politico in Bahrain, cerco di trovare un modo per combattere dall’interno la fortezza del nemico, come la descrive Mandela. Non molto tempo dopo che sono stata messa in una cella con quattordici persone, di cui due sono condannate per omicidio, mi è stata consegnata l’uniforme arancione . Sapevo che non avrei potuto indossare l’uniforme, senza dover inghiottire un po ‘della mia dignità. Il rifiuto di indossare gli abiti dei detenuti proviene dal fatto che non ho commesso alcun reato, questa è stata la mia piccola disobbedienza civile. Negare il mio diritto a ricevere visite , e non lasciarmi vedere la mia famiglia e mia figlia di tre anni,è stata la loro risposta. Questo è il motivo per cui sono in sciopero della fame.
Gli amministratori della prigione mi chiedono perché sono in sciopero della fame. Io rispondo: “Perché voglio vedere la mia bambiana.” Essi rispondono, con nonchalance, “Obbedisci e la vedrai.” Ma se io obbedisco, la mia piccola Jude non vedrà sua madre, ma piuttosto una versione rotta di lei.
Ciò che rende difficile il carcere è che si vive con il nemico,a partire dalle cose più elementari. Se vuoi mangiare, ti trovi di fronte a loro con il vassoio di plastica. E ogni giorno, si deve affrontare la possibilità di essere preso in giro, urlato, o umiliato per qualsiasi motivo. Oppure, per nessuna ragione. Ma ho lasciato che le parole di grandi uomini e donne mi aiutassero in questi momenti difficili. Quando lo “specialista” ha minacciato di picchiarmi per aver detto ad una detenuta che ha il diritto di chiamare il suo avvocato, non gli ho gridato contro. Ho ripetuto le parole di King nella mia testa: “Non importa quanto i tuoi avversari siano aggressivi, l’importante è mantenere la calma”.
Finché un giorno, ne avevo avuto abbastanza di persone che mi dicono che godo di tutti i diritti a mia disposizione e rifiuto di prendermi le mie responsabilità . Dopo aver sentito questa frase più e più volte, sono scoppiata. E la cosa peggiore è che mi sentivo così frustrata che non ho potuto evitare di gridargli contro.
Ma poi non era stato un grande uomo a dire che la lotta per la giustizia “non deve diventare amara” e che “non dovremmo mai abbassarci ai livello degli oppressori?”.
Un medico è venuto a visitarmi e mi ha detto ” potrebbe cadere in coma, i suoi organi vitali potrebbero smettere di funzionare, i livelli di zucchero nel sangue sono così bassi, e tutto questo per che cosa … una divisa!”
Ho risposto: “Sono contenta che non eri con Rosa Parks su quel bus, a dire alla donna che ha scatenato il movimento dei diritti civili,” che lo ha fatto solo per una sedia. “Quando il medico mi ha chiesto del movimento afro- americano,gli ho offerto il libro di Martin Luther King. Se mi conoscessi sapresti che sono molto gelosa dei miei libri.
A volte, attraverso le sue parole, Martin Luther King è stato un compagno, un compagno di cella più che un insegnante. Egli dice: “Nessuno può capire il mio conflitto se non ha guardato negli occhi di coloro che ama ama, sapendo che non ha altra alternativa che prendere una posizione che li tormenterà.” Io lo capisco. Ha scritto come se fosse seduto accanto a me . “L’esperienza in prigione … è una vita senza il canto di un uccello, senza la vista del sole, della luna e delle stelle, senza la presenza di aria fresca. In breve, è la vita senza le bellezze della vita, è esistenza nuda, fredda, crudele, che continua a degenerare”.
Mio padre, il mio eroe e il mio amico, è stato condannato all’ergastolo per il suo attivismo a sostegno dei diritti umani, ha come me, rifiutato di indossare l’uniforme grigia . Come al solito, il governo cerca di “farci stare al nostro posto “privandoci di ciò che per noi è più importante. Essi non permetteranno a mio padre di farmi visita e di ricevere visite della sua famiglia. E per schernirlo ulteriormente, per la prima volta, gli hanno detto che avrebbe potuto farmi visita se avesse indossato l’uniforme. La crudeltà è un marchio del regime Al Khalifa, ma mio padre ha un incrollabile coraggio e tanta pazienza. Nessuna pressione emotiva potrà farlo crollare.
La visita della famiglia è l’unica cosa che si aspetta in prigione. Io e mio padre non ci vedremo e non potremo vedere i nostri cari, ma la lotta per i nostri diritti continua. Porteremo nel cuore i nostri cari fino al giorno in cui potremo riabbracciarli.
Ieri mi sono addormentata guardando la porta della mia cella, con le sue sbarre di ferro, e ho sognato. Ma questa volta era un sogno piccolo e semplice, non di democrazia e libertà. Ho visto mia madre sorridente, tenere la mano di mia figlia, in piedi davanti alla porta della mia cella. Le ho viste a piedi attraverso la sbarra di metallo. Mia madre si sedette sul mio letto con me e mia figlia uno accanto all’altro,e la sua testa sul mio grembo. Io solleticavo Jude e lei rideva, e il mio cuore si riempieva di gioia. Improvvisamente sento un’ombra fredda e protettiva avvolgerci,alzo lo sguardo e vedo mio padre in piedi accanto al letto,che ci guarda e sorride. Sogno coloro che amo, è il loro amore che mi dà la forza di lottare per i sogni del nostro paese.
Zainab Alkhawaja
Carcere femminile di Isa Town
Articolo originale: http://www.jadaliyya.com/pages/index/10808/zainab-al-khawaja_letter-from-a-bahraini-prison
“Cronologia di una rivoluzione mancata” nelle librerie da oggi
Esce oggi nelle librerie “Gli anni della lotta armata – Cronologia di una rivoluzione mancata” di Davide Steccanella, ed. Bietti
Ve lo consiglio, perché Davide è uno che la storia della lotta armata non l’ha avvicinata da molto, malgrado cronologicamente l’ha in parte guardata scorrergli accanto, fino a che non è caduto in un racconto, il racconto di Prospero Gallinari, in una lunga intervista.
E’ proprio Davide, sulle pagine di questo blog a raccontarmi come è iniziata…
<<e così iniziai ad ascoltare il suo racconto, lungo, più di 1 ora, ma interrotto, una sorta di monologo, era il racconto della sua storia e di quella storia. Era la prima volta che qualcuno me la raccontava così, sembrerà strano ma è proprio così, fino a pochissimi anni fa ero uno dei tanti “indottrinati” dalla storia dei vincitori.>> 
Quindi leggetelo questo libro, da oggi sfogliabile ed acquistabile nelle librerie di questo paese avvolto dall’oblio.
Perché oltre ad essere una boccata d’aria, è un libro utile: una cronologia dettagliata, da tener sempre al proprio fianco,
come il suo autore!
Non è vero che si trattò di una deriva isolata di pochi violenti che si inserì in un contesto di protesta pacifica, e questo lo dicono sia la cronologia storica dei fatti accaduti in Italia dal 1969 al 1983, sia i dati numerici sulla lotta armata raccolti dai volumi editi dalla cooperativa “Sensibili alle Foglie”.
Non è veero che fu una guerriglia condotta da annoiati studenti “radical chic” istigati da “cattivi maestri”, ed anche questo lo dicono i dati di “provenienza sociale” raccolti dai citati volumi, dove si può vedere come la grande maggioranza dei lottarmatisti fosse di provenienza operaia, contadina e “proletaria”, oppure leggere le tante auto o etero biografie pubblicate in questi anni.
Non è vero che la lotta armata, e più in generale la violenza politica, non trovò mai alcuna “adesione” da parte di una importante parte della società italiana di quegli anni, ivi compresa la classe operaia, e lo dicono sia le storie personali, sia il racconto di episodi storici che ormai si trovano in diverse pubblicazioni, sia le tante interviste ai protagonisti dell’epoca.
Non ci furono solo le Brigate Rosse (o Prima Linea) ad attaccare m ilitarmente lo Stato; dopo il 1978 in Italia si formarono almeno un centinaio di gruppi armati nella stagione del “terrorismo diffuso” e non è neppure vero che furono le Brigate Rosse a dare inizio alla violenza politica, basta consultare la cronologia prima del 1976, data in cui si compì il primo omicidio delle BR,
Non è vero che la stessa storia delle Brigate Rosse, che pure sono state di gran lunga l’organizzazione più longeva, sia sempre stata la medesima; erano diversi i percorsi personali di provenienza dei tanti militanti, basta confrontare la storia del gruppo dei “reggiani” con quella dei “romani” o dei “trentini” o degli operai emigranti, e sono state diverse anche le “strategie” guerrigliere adottate nel corso degli ani che hanno condotto, non a cas, a tutte quelle plurime spaccature “interne” dopo il 1980.
Non è vero che le Brigate Rosse furno “manovrate” da misteriosi poteri occulti nell’operazione Moro, intorno alla quale non residua nessun “mistero”, e su questo sono stati citati i testi di riferimento oltra alle unanimi dichiarazioni di tutti i diretti protagonisti, su questo concordi indipendentemente dalla successiva scelta da loro operata, oltre che le varie sentenze divenute definitive.
Non è vero che il movimento del ’77 era “figlio” di quello del ’68: basta leggere i tanti resoconti dei protagonisti di allora, oltre che la storia; e non è vero che ci fu un “unico disegno comune di insurrezione armata” sotto diverse sigle, coloro che provenivano dall’esperienza del ’77 e dell’Autonomia non avevano nulla a che spartire con le BR, sia per l’ideologia sia per operatività organizzativa, e non a caso la stessa operazione Moro venne pesantemente criticata da tutte le altre organizzazioni armate di sinistra.
Non è vero che lo Stato sconfisse la guerriglia armata senza ricorrere a leggi speciali e persino a metodi extra-legali; basta ricostruire alcuni episodi, da via Fracchia alle torture inflitte nel 1982 ai vari prigionieri, oppure ricordare la diffusa promulgazione in quegli anni di leggi speciali, gli arresti ingiustificati e le condanne sommarie, fino alle tante premialità giudiziarie in favore della dissociazione, a discapito di chi invece non si dissociò.
Non è vero che lo Stato non scese mai a “compromessi” per sconfiggere la lotta armata; basta pensare ad episodi accertati e plurimi di infiltrazione, ovvero di trattative occulte ed inquietanti come nel caso Cirillo, ovvero di favoreggiamento come nel caso Cossiga- Donat Cattin.
Non è vero che tutti coloro che ai tempi si erano armati si sono poi dissociati a parte pochi fanatici “irriducibili” (terminologia davvero infelice); basta leggere o ascoltare oggi le molte e rilevanti testimonianze di chi in questi anni ha scontato l’intera pena e ora, dopo 30 anni, è libero.Tratto da “Gli anni della lotta armata – Cronologia di una rivoluzione mancata” di Davide Steccanella
“Si è ancora al giorno uno di una storia bloccata, ma bloccata non solo per loro: di più per la pubblica salute di un paese che non si è più disintossicato dall’emergenza e continua a inventarsene, a spacciarne, a iniettarsele in vena. Siamo un paese di bambini invecchiati, bisognosi di mostri.” (Erri De Luca)
Dopo le primavere arabe arriva l’estate kurda, la rivoluzione del Pkk contro identitarismi etnici e mono-nazionali
Onorata di ospitare questo lungo articolo di Michele Vollaro, nel silenzio che ha accompagnato sulla stampa e sulla rete italiana l’annuncio storico di Abdullah Ocalan, in questo particolare momento per la Turchia e tutta l’area mediorientale
Dopo le primavere arabe arriva l’estate kurda, la rivoluzione del Pkk contro identitarismi etnici e mono-nazionali
di Michele Vollaro
«La creazione di aree geografiche “pure” basate sull’etnicità e mono-nazionali è una fabbricazione disumana della modernità che nega le nostre radici e le nostre origini».
Una dichiarazione storica che potrebbe chiudere il trentennale conflitto che oppone il Partito dei lavoratori kurdi (PKK) e lo Stato turco. Un annuncio clamoroso destinato a mettere fine alla lotta armata che ha causato oltre 40.000 vittime. Così è stato definito da più parti il messaggio di Abdullah Ocalan, letto a Diyarbakir il 21 marzo durante la celebrazione del Newroz.
Un messaggio che gli abitanti del Kurdistan, forzati da decenni alle politiche assimilazioniste delle autorità turche, hanno accolto con gioia e trepidazione, convinti ormai anch’essi da tempo della necessità di trovare una strada alternativa alla lotta armata per vedere riconosciuti i propri diritti e, ancor di più, condizioni di vita dignitose, in una società come quella kurda caratterizzata da marginalità, oppressione, povertà e disoccupazione. In poche parole dall’assenza assoluta di una qualsiasi prospettiva per riuscire anche solo ad immaginare di realizzare le proprie aspirazioni personali, siano esse la possibilità di scegliere un lavoro, di viaggiare liberamente o anche semplicemente di parlare la propria lingua madre. Chi ben conosce questa situazione e la storia recente del Kurdistan ha giustamente salutato il messaggio di Ocalan come un fondamentale punto fermo per un dialogo che può cambiare definitivamente le condizioni di vita nella regione.
L’inganno geopolitico
Qualcun altro, invece, ha visto in questo messaggio la definitiva abdicazione del popolo kurdo ai propri diritti e alla propria autodeterminazione, interpretando la scelta del fondatore del PKK come una capitolazione a più forti interessi internazionali.
Un presunto accordo dettato da ipotetici interessi geopolitici per non danneggiare la ‘crociata’ imperialista a sud del confine turco, dove le potenze occidentali starebbero complottando il rovesciamento di un regime nemico, quello siriano, amato e sostenuto dalla propria popolazione.
Il popolo kurdo avrebbe quindi venduto la propria anima al diavolo per ottenere chissà quale vantaggio ai danni di quello siriano. Non credo valga nemmeno la pena soffermarsi ad evidenziare l’assurdità di quest’interpretazione, che sembra uscita più da un tabellone da gioco di Risiko dove ognuno guarda alle proprie immaginifiche bandierine anziché essere fondata su condizioni di fatto.
Una rivoluzione di paradigma: dallo Stato-nazione al confederalismo democratico
Ben più interessante e produttivo sarebbe in realtà concentrare l’attenzione su un paio di osservazioni. Alcune, che potrebbero essere utili a comprendere meglio cosa accade o potrebbe accadere in Kurdistan e in generale all’interno della Turchia, da tempo immemore considerata la porta o il ponte tra Oriente ed Occidente e quindi già solo per questo degne di un necessario approfondimento, ma ancora più fondamentali per la “rivoluzione” (qualcuno probabilmente storcerà il naso a leggere questo termine) non solo sociale e politica, ma anche e soprattutto di categorie interpretative che il Medio Oriente vive ed ha vissuto negli ultimi anni. Altre, più vicine invece a precedenti diversi, anche della storia italiana, accomunabili alla vicenda di Ocalan per certe somiglianze che potrebbero consentire di guardare ad eventi, usi e giudizi già espressi nel passato recente.

L’isola di Imrali, dove è prigioniero Ocalan
Cominciamo dal locale e particolare, che interessa come accennato lo stravolgimento di categorie tradizionali. Il discorso di Ocalan può essere riassunto nella frase “Siamo ora giunti al punto in cui le armi devono tacere e lasciare che parlino le idee e la politica”. Al di là delle notizie di cronaca sull’inizio o meno di un cessate-il-fuoco da parte delle fazioni armate e dell’avvio di un processo di pace tra PKK e Stato turco, è stato notato in modo più che corretto che questo indica un mutamento di strategia. Anche se non è proprio una novità: sono anni che l’agenda politica kurda è incentrata sul principio della “autodeterminazione democratica”, un concetto promosso allo stesso tempo da Adbullah Ocalan e dal Partito della pace e della democrazia (BDP) dove l’affermazione dell’identità del popolo kurdo e la democratizzazione dell’intera Turchia diventano le due facce della stessa medaglia. Ma questo è giusto un dettaglio o anche solo una puntualizzazione da addetti ai lavori. Si potrebbe osservare infatti che nonostante le numerose tregue dichiarate in passato dal PKK, per un motivo o per un altro, le armi non sono state ancora abbandonate dai guerriglieri e questa è stata infatti la risposta del ministro turco dell’Interno, Muammer Güler, che pur concedendo ad Ocalan di aver usato un linguaggio di pace ha aggiunto che “ci vorrà tempo per vedere se le parole saranno seguite dai fatti”.
Lo stesso Ocalan ha detto che “Oggi comincia una nuova era. Il periodo della lotta armata sta finendo, e si apre la porta alla politica democratica. Stiamo iniziando un processo incentrato sugli aspetti politici, sociali ed economici; cresce la comprensione basata sui diritti democratici, la libertà e l’uguaglianza”. In questo, si evidenzia come il discorso era sì rivolto ai guerriglieri kurdi affinché depongano le armi, ma al tempo stesso è anche una sfida al governo turco.

I festeggiamenti del Newroz
“Negli ultimi duecento anni le conquiste militari, gli interventi imperialisti occidentali, così come la repressione e le politiche di rifiuto hanno provato a sottomettere le comunità arabe, turche, persiane e curde al potere degli stati nazionali, ai loro confini immaginari e ai loro problemi artificiali – prosegue ancora Ocalan – L’era dei regimi di sfruttamento, repressione e negazione è finita. I popoli del Medio Oriente e quelli dell’Asia centrale si stanno risvegliando”. Più avanti aggiunge “Il paradigma modernista che ci ha ignorato, escluso e negato è stato raso al suolo” e “Questa non è la fine, ma un nuovo inizio. Non si tratta di abbandonare la lotta, ma di cominciarne una nuova e diversa. La creazione di aree geografiche “pure” basate sull’etnicità e mono-nazionali è una fabbricazione disumana della modernità che nega le nostre radici e le nostre origini”.
Basta con i nazionalismi
L’oggetto della polemica è l’ideologia politica che è all’origine di molta parte dei problemi dell’ultimo secolo, quel nazionalismo che insieme alla sua creatura principe, lo Stato-nazione, sono ormai da oltre un decennio indicati come profondamente in crisi, ma sembrano restare pur sempre la risposta più immediata e semplice come misure di reazione agli stravolgimenti in corso. Restando in Medio Oriente basti pensare alle spinte centrifughe in Libia o in Iraq dopo la fine dei precedenti regimi, dove ognuno degli interessi dominanti localmente punta alla creazione di una propria entità statuale sostenendo la necessità di un territorio pacificato sulla base della propria univocità sia essa “etnica” o di qualsivoglia altro titolo; un altro esempio emblematico è anche la sciagurata scelta dell’opzione di “due popoli, due Stati” per la soluzione del conflitto israelo-palestinese.
Il dibattito sul tema del nazionalismo non è di certo un argomento nuovo intorno alla questione kurda. Senza andare troppo indietro, già a partire almeno dal 2005 Ocalan si era interrogato sui legami tra etnicità e nazionalismo indicando proprio nella creazione degli Stati-nazione in Medio Oriente l’origine della crisi attuale della regione (Abdullah Ocalan, Democratic Confederalism, 2011). Servirebbe lo spazio di almeno un libro per ripercorrere l’archeologia del dispositivo statuale moderno, ma ciò porterebbe il discorso troppo lontano. Nondimeno sarebbe senz’altro sano ed essenziale ragionare sulla necessità di individuare nuovi percorsi che leggano la realtà del mondo contemporaneo per mezzo di una lente o un’idea cosmopolita.
Riguardo alla situazione kurda, va dato atto ad Ocalan di essere stato abile in questi ultimi anni ad argomentare e proporre le proprie idee per un nuovo modello di società, che includesse nuove istituzioni per funzionare e un nuovo vocabolario per definire concetti ed idee necessari a descrivere ed immaginare quello che si propone di essere appunto non soltanto un classico processo di pace, ma piuttosto un cantiere per una nuova costruzione sociale.
La “pazzia” di Ocalan
Un’ultima osservazione che mi preme sottolineare è quella sul contesto in cui sono maturate le ultime dichiarazioni del leader kurdo. Ocalan si trova dal 1999 nel complesso carcerario di Imrali, in una struttura di massima sicurezza svuotata di tutti gli altri detenuti per poter “ospitare” unicamente il fondatore del PKK, che quindi può vedere soltanto i suoi avvocati e i suoi carcerieri.
Questa situazione ha portato più volte qualcuno a sostenere che Ocalan avrebbe perso il contatto con il movimento da lui guidato e sarebbe anzi manipolato per sostenere gli interessi dello Stato turco e i presunti suoi alleati nella partita geopolitica.
Riprendo qui l’introduzione di un libro dello storico Massimo Mastrogregori. “Ci sono autorità, più o meno visibili, che sollecitano e ascoltano la voce del prigioniero. Il quale cerca, ancora una volta, di vincere la partita politica in corso e di agire più liberamente che può, anche nel fondo della prigione, in nome di ciò in cui ha sempre creduto. E sa che cercando di vincere, ancora una volta, avrà fatto qualcosa di utile anche se perde”. Queste parole, che sembrano calzare alla perfezione per il caso di Ocalan, sono invece scritte per raccontare la storia parallela di altri due prigionieri, apparentemente diverse ed opposte per le loro esperienze personali e separate da cinquant’anni di distanza, quella di Antonio Gramsci e di Aldo Moro (Massimo Mastrogregori, I due prigionieri, 2008). Lo storico italiano osserva come analogie e comparazioni tra due storie così diverse possano aiutare a vedere cose nuove, rivelando connessioni nascoste e parallelismi a partire dall’esperienza carceraria e dall’uso fatto o meno e dai giudizi espressi sulla voce che esce dalla prigione. Mi soffermerò solo brevemente su questo aspetto. In occasione del sequestro Moro, in una maniera che effettivamente lascia un po’pensare, l’intera comunità mediatica italiana, quasi tutti coloro che parlando pubblicamente trovano uno spazio, la cui parola è riprodotta sui giornali, i politici e i grandi giornalisti, si accordano sul fatto che la voce che sta parlando non appartiene a Moro. Sempre Mastrogregori sottolinea la rapidità con cui si sia “compattato” questo schieramento che sostiene l’inautenticità degli scritti di Moro durante la sua prigionia. “Moro perde il dominio sulla sua firma, ciò che Moro firma non vale; sono scritti originali, autentici, non che ci sia il dubbio che la grafia non sia la sua (all’inizio c’è anche quello); ma anche quando si scopre che la grafia è effettivamente la sua, le condizioni in cui quel testo viene elaborato portano alla conclusione univoca che non è Moro che sta parlando. Si presuppone che le BR dettino e che Moro scriva, con una serie di gradi diversi, con distinguo, eccetera. Le eccezioni a questa posizione sono veramente pochissime. Ciò aveva una conseguenza che, nel tempo, verrà tratta, che Moro aveva perso la capacità di intendere e di volere, era regredito alla condizione di bambino e cose del genere, che era drogato”.
Il tema del discorso che proviene dal fondo della prigione, della voce di chi è incarcerato è interessante perché si oppone nel modo più assoluto ai discorsi che solitamente ottengono la più grande circolazione e visibilità, cioè quelli che provengono da una posizione autorevole e sopraelevata, come potrebbe essere un professore dalla sua cattedra o un giornalista da un quotidiano. Il prigioniero è il caso limite opposto, quello che dice non ha l’autorità che viene da qualche piedistallo. Ma se decide di scrivere, lo fa per riguadagnare, in qualche modo, con vari sistemi, quel margine di libertà che chi lo domina gli ha sottratto. Perché un prigioniero scrive? Anche per riguadagnare uno spazio di libertà.
In Egitto si incoraggiano i cittadini all’arresto dei “vandali”
Che è complicato anche scriverle due righe di commento a quest’articolo…le parole di Talaat Abdullah, praticamente un appello alla manetta libera, sembrano parlare direttamente a quel che nei tempi di Mubarak si chiamava la Baltagheyya, e che non credo proprio abbia cambiato nome. I fedelissimi, le squadracce pronte a difendere l’ordine costituito e il potere, quelle della battaglia dei cammelli, delle violenze, degli omicidi durante gli attacchi, dei ripetuti stupri degli ultimi mesi alle attiviste e militanti delle piazze del paese.
Con lo scontro tra polizia e esercito che s’è palesato a Port Said al suon dei proiettili che volavano, ci mancava anche un’ufficiale deligittimazione delle forze armate e d’ordine pubblico per “armare i fedelissimi”.E’ la risposta alla risposta popolare di queste settimane, la risposta alle sentenze, le grandi lotte operaie che iniziano a conoscere oltre allo sciopero e all’autorganizzazione anche l’autogestione dei posti di lavoro.
Un laboratorio di repressione si struttura, per rispondere all’immenso laboratorio rivoluzionario che è l’Egitto
Sta suscitando un ampio dibattito sulla stampa la dichiarazione rilasciata domenica dal Procuratore generale egiziano, Talaat Abdullah, per il quale i cittadini hanno il diritto di arrestare chi trasgredisce la legge.

Port Said, 7 marzo 2013
“Il Procuratore generale incoraggia tutti i cittadini ad esercitare il diritto assegnato loro dall’articolo 37 della legge di procedura penale dell’Egitto emesso nel 1950 – si legge nel comunicato diffuso dalla Procura – di arrestare chiunque sia trovato a commettere un crimine e consegnarli al personale delle forze di sicurezza”.
In una precisazione diffusa ieri, la Procura ha aggiunto che il procuratore generale non intendeva estendere ai civili i poteri d’arresto giudiziario, ma piuttosto circoscriverli al solo personale di polizia. Entrambe le dichiarazioni hanno però acceso numerose critiche, soprattutto da parte degli esponenti dell’opposizione laica e liberale al governo guidato dal presidente Mohamed Morsi, secondo i quali questa misura sarebbe il preludio alla sostituzione della polizia da parte di milizie appartenenti al movimento della Fratellanza musulmana o a gruppi ad esso vicini.
Numerosi membri di gruppi politici islamici hanno infatti immediatamente accolto con dichiarazioni positive la proposta di Abdullah.
“La decisione è un primo passo per porre fine alla sistematica violenza in corso in Egitto – ha detto per esempio all’agenzia di stampa nazionale MENA il segretario del partito ultra-conservatore Al-Gamaa Al-Islamiya, Alaa Abu El-Nasr – Il potere politico ha il diritto di avere una propria forza di polizia, capace di combattere i crimini per le strade”.
Nazer Gharab, membro dello stesso partito, ha specificato in un’intervista concessa alla televisione di voler istituire al più presto “una forza di polizia islamica per ristabilire l’ordine”.
Il timore che si diffondano milizie politiche armate nel paese, esacerbando ulteriormente il livello dello scontro, ha portato diversi esponenti militari, che hanno preferito parlare sotto condizione dell’anonimato, a suggerire la possibilità di un intervento dell’esercito.
Una fonte militare citata dal quotidiano governativo Al-Ahram ha infatti detto che “questa decisione aprirebbe la strada alla creazione di milizie private, garantendo una copertura politica alla violenza che significherebbe semplicemente la fine dello stato di diritto e l’avvio sulla strada di una guerra civile: in quel caso l’esercito non potrebbe restare a guardare”.
Michele Vollaro, InfoAfrica
Solo una fotografia …
Il cielo è plumbeo anche quando il sole splende, anzi più splende più volano, più volano più la pioggia esplode insieme a tutto il resto.
Questa foto parla di braccia e mani sbucciate a scavar cemento fuso,
Questa foto parla di occhi che affogano nel terrore guardando al cielo come al nemico più grande.
Questa foto racconta la Siria di questi mesi più di tante parole,
Spalanca le porte ad un dolore sordo, che scava implacabile le giornate di chi su quel suolo ha avuto solo che da imparare.
Imparare tanto.
Io son lì con voi, non c’è bomba che non squarci il mio petto.
Leggi:
Al telefono con Anna Frank
Comprendere l’esilio
Bosra , beduini e innamoramenti
Ciliegie e nostalgia
ma buon anno ddddechè
Ode al dolore
Le bombe in casa nostra
Un’intervista a Besma, compagna di Belaid

Poco dopo la morte di suo marito, ecco Besma Khalfaoui che si unisce al corteo, con il suo dolore, la sua incredibile dignità e forza.
PRENDO QUESTA PAGINA DA INFOAUT.
Grazie
Pubblichiamo l’intervista a Besma Khalfaoui, moglie di Chokri Belaid, diffusa da RTL soir, dopo poche ore dall’omicidio del compagno tunisino. Besma è scesa subito in piazza con il segno della vittoria! Insieme ai compagni e alle compagne ha lanciato uno dei più grandi scioperi generali della storia della Tunisia. Il saluto a Belaid si è tramutato in una gigantesca manifestazione politica che ha portato più di un milione e mezzo di manifestanti a gridare “il popolo vuole la caduta del regime!”. “Ennahdha degage!” nelle strade della capitale. La presenza delle donne della rivoluzione durante la manifestazione è stata altissima quanto determinata. Anche questa è la straordinaria Tunisia di lotta e di dignità! Differente e contrapposta a quelle poche migliaia (3000) di manifestanti pro-governo e legati ad Ennahdha e altre fazioni islamiste, che ieri hanno avuto anche il coraggio di scendere in piazza al fianco del Ministero degli Interni, nel mal riuscito e meschino tentativo di deturnare il dibattito pubblico scandendo slogan contro la Francia.
Il segno della vittoria di Besma, già in strada dopo poche ore dall’assassinio di Belaid, che sia da monito alla transizione democratica degli islamisti a stelle e strisce, e dei fascisti verdi delle petrol-monarchie.
DOMANDA: vostro marito Chokri Belaid, segretario generale del Partito dei Patrioti Democratici Uniti, è stato assassinato questa mattina mentre usciva dalla vostra abitazione. Si sentiva minacciato in questo periodo?
RISPOSTA: certo, era sempre minacciato, riceveva minacce da ben quattro mesi:su facebook, al telefono. Alcuni responsabili politici lo avevano avvisato avvertendolo della gravità della situazione.
D: secondo lei perché è stato preso di mira?
R: perché divulgava informazioni per far sapere le verità del suo paese; non voleva che tali informazioni venissero nascoste al popolo tunisino. In questo paese ci sono alcune persone messe in sicurezza e altre, come mio marito, uccise alle 8 di mattina in mezzo alla strada, davanti a tutti con quattro colpi sparati alla testa e al cuore in modo che non si potesse più muovere.
D: quando parla di “alcune persone”, si riferisce al partito islamista al potere?
R: si esattamente, parlo proprio del partito islamista Ennahdha che è al potere. Ci sono due correnti all’interno del partito, quella fuori dal potere che continuava a dichiarare pubblicamente, dentro le moschee, la morte di mio marito e l’altra, costituita dal ministero degli interni che avrebbe dovuto garantire la sicurezza ad un leader politico. Accuso Ennahdha di essere responsabile dell’omicidio.
D:come vi spiegate che malgrado le minacce esplicite il governo non abbia protetto vostro marito?
R: non sono io che devo rispondere a queste domande!
D:quindi lei sta affermando che al governo andava bene che suo marito non fosse protetto?
R: certo. Andava bene al partito Ennahdha. Loro vogliono uccidere chi dice la verità, vogliono uccidere la democrazia, vogliono affondare la popolazione nella violenza.
D: domani è stato chiesto uno sciopero nazionale da quattro partiti dell’opposizione, questa sera lei chiederà la fine del governo?
R: io lo spero, io spero nella fine del governo.
D: oggi, a due anni dall’inizio della primavera araba, lei può dire di rimpiangere Ben Ali?
R: ah no, io non rimpiango assolutamente Ben Ali perché è a causa sua che ora ci troviamo in questa situazione, io ora aspetto, chiedo solo la democrazia. Ora siamo qui(siamo contro questo governo) perché questo potere è lontano dalla democrazia, è un potere che non conosce il dialogo.
D: potete affermare che vostro marito è morto per la democrazia?
R:certo, mio marito è morto per il paese. E’ morto per la democrazia, lui stava instaurando la democrazia.
D: stiamo assistendo ad un ritorno della violenza nelle strade in Tunisia, volete mandare un messaggio agli oppositori che stasera scenderanno a manifestare per la morte di suo marito?
R: voglio dire a tutti di essere uniti per evitare che il potere vinca. Uniti contro questa espressione di violenza.
D:domani andrete a manifestare signora Khalfaoui?
R: oggi sono scesa a manifestare, perche mio marito avrebbe fatto la stessa cosa. Domani farò lo stesso, scenderò di nuovo nelle strade. Io e i suoi compagni continueremo in nostro percorso. Non smetteremo mai di parlare. Ci saranno 1000 Chokri Belaid.
a piazza Tahrir, sul corpo delle donne
Come dicevo nel precedente post in questi giorni son riuscita solo a seguire da lontano il susseguirsi degli eventi egiziani,
prendo e ripubblico con piacere invece, un articolo comparso su Sguardisuigeneris che analizza a caldo gli stupri avvenuti a tonnellate in piazza Tahrir e nei vicoli circostanti.
Stupri che parlano chiaro.
I corpi della rivoluzione. Appunti sulle violenze di piazza Tahrir
Non è facile prendere parola, con le notizie che arrivano rapide, numerose e confuse. Vogliamo provare a farlo comunque, denunciando sin d’ora la provvisorietà di queste note. Più che un’analisi, forse, si tratta di un segnale di vicinanza alle donne di piazza Tahrir. Donne i cui volti ci sono diventati familiari, soprattutto attraverso la mediatizzazione massiccia della cosiddetta Primavera Araba e di tutto ciò che ne è conseguito sino ad oggi. Volti sui quali, sin dall’inizio, si sono costruiti significati ambigui, sempre ed eternamente eurocentrici. Volti facilmente traducibili in icone pop del cosiddetto “protagonismo femminile” che trasforma la politica in mero civismo. Per noi, quei volti, sono sempre stati qualcosa più di questo. Quei volti, oggi, sono anche quelli di corpi straziati da una repressione che – come sempre – passa prima di tutto sul corpo delle donne.
Le cronache di oggi, ancora incalzanti e parziali, raccontano di stupri di gruppo ad opera dei contro-rivoluzionari egiziani: gruppetti di uomini che accerchiano una donna in piazza, la molestano, aggrediscono, stuprano. Queste violenze non sono effetti collaterali del caos. Queste violenze non colpiscono le donne perché sono più deboli. Queste violenze non nascono dal nulla.
Queste violenze testimoniano, ancora una volta, che il corpo delle donne viene usato/abusato come terreno politico. Testimoniano che “decidere” delle donne e sulle donne è un atto di violenza politica. Può esserlo a vari livelli. A livello fisico e personale con aggressioni e stupri; a livello fisico e generalizzato con norme che violano la libertà delle donne; a livello verbale con ingiurie e insulti; a livello simbolico con immagini e immaginari e così via. La lista è infinita e non fa che definire gli attributi dello spazio politico in cui le donne si muovono. La violenza del patriarcato non esplode come una tempesta, ma si radica nella società, in Egitto come altrove.
Questi stupri sono parte di quella violenza e come tali vanno combattuti al fianco delle donne. Pare che molti uomini si stiano organizzando per far fronte, insieme alle donne, alle aggressioni di gruppo. Non direi che proteggono le donne – come se la rivoluzione fosse una contesa tra uomini giocata, guarda caso, sul corpo delle donne. Direi che continuano la loro rivoluzione, uomini e donne insieme. Dove le donne sono più colpite, perché sul loro ruolo si gioca la tenuta di un sistema sociale vecchio e marcio o la costruzione di uno nuovo. Questo vale a sud e a nord del mediterraneo.
Laboratorio Sguardi Sui Generis
Di seguito riportiamo la traduzione di un comunicato diffuso da alcune donne sul sito ‘The uprising of women in the Arab world‘:
I nostri corpi non sono campi di battaglia
Con le proteste di questi giorni in Egitto contro i Fratelli Musulmani, stiamo assistendo con grande sdegno al fatto che le donne che protestano vengono picchiate e umiliate nelle strade. Lo stesso identico fenomeno avvenne durante le proteste contro Mubarak e contro l’esercito egiziano.
È interessante osservare come nelle fasi di conflitto politico il ruolo della donna venga ridotto da cittadina attiva a ‘corpo femminile’ aggredito dal regime in carica. Il suo corpo diventa campo di battaglia: una testimonianza della brutalità del regime e dello sfruttamento di quanti vogliono rovesciarlo. La retorica suona così: il regime sta attaccando anche i più deboli, dobbiamo proteggerli!
Comunque è altrettanto interessante notare come la maggior parte di quelli che sono shockati dalla brutalità usata contro le donne durante le proteste non sembrino curarsi della violenza fisica, sessuale e psicologica con cui le donne del mondo arabo si ritrovano a fare i conti ogni singolo giorno della loro vita.
Essere scandalizzati per la brutalità di un regime contro i suoi cittadini e cittadine è fondamentale; è irrilevante che la vittima sia un uomo o una donna, dovremmo denunciarla allo stesso modo. Ma dov’è lo stesso sdegno per quanto riguarda le leggi nazionali che tollerano i crimini ‘d’onore’, lo stupro, le molestie sessuali, la violenza domestica e la mutilazione degli organi genitali femminili?
Queste leggi stanno sopravvivendo ai cambi di regime politico, sono avallate dai precetti religiosi e trascurate da quelli laici.
La secca conclusione è che le donne vengono continuamente sfruttate per le cause politiche ma quando si tratta dei loro diritti vengono lasciate indietro. Stiamo assistendo al ripetersi di questo fenomeno continuamente in tutto il mondo arabo e oltre.
Donne e uomini dovrebbero avere gli stessi diritti e doveri, nel bene e nel male. La lotta per avere più giustizia e più libertà non fa distinzione tra i generi. È tempo per noi donne di prendere in mano il nostro destino, di imporci come cittadine allo stesso modo degli uomini, senza distinzione.
Nessuna distinzione quando si tratta di prendere parte ad una rivoluzione, nessuna distinzione quando si tratta di mettere in pratica i nostri diritti e le nostre libertà pubbliche e private in ogni giorno della nostra vita.
I nostri corpi non sono campi di battaglia.
Bombardamento su Yarmouk, campo profughi palestinese
Questo il campo profughi palestinese di Yarmouk poco fa..

Yasser e Lama, fratello e sorella del campo profughi palestinese di Yarmouk, della periferia di Damasco, uccisi durante gli scontri del 13 dicembre
le parole per descrivere queste immagini sono pochissime.
Girate all’ingresso di una moschea stracolma di persone, vista la difficile situazione che si vive nel campo, soprattutto da un paio di settimane a questa parte.
Dopo 12 giorni di intensi scontri nel campo situato nella periferia di Damasco, lo storico leader del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina -Comando Generale- Ahmed Jibril, fedelissimo di Assad, ha lasciato la zona per la lontana Tartous, cittadina costiera siriana.
Poco dopo aver lasciato il campo profughi l’aviazione siriana ha bombardato una moschea del campo: sembrano una ventina i morti immediatamente successivi all’attacco, come si può vedere dalle immagini.
Tutti profughi palestinesi, ovviamente. Che si vanno ad aggiungere ai numerosi di questi ultimi giorni, soprattutto nell’attacco dello scorso giovedì, che ha visto colpire diverse abitazioni causando la morte di molti bambini.
Genova 2001: contribuiamo alle spese
Alla fine di luglio scorso avevamo dichiarato di voler continuare la campagna 10×100.
Non solo perché i processi non sono finiti ma anche perché siamo convinte e convinti che solo così potremo mantenere viva la nostra memoria sulle giornate di Genova e imparare da oggi in poi a fare fronte alle vicende giudiziare con la solidarietà e la forza che attraverso il web ci avete dimostrato.
Se un compagno e una compagna sono oggi in carcere, presto riprenderà il processo per i cinque che dovranno tornare in appello, un altro capitolo della storia giudiziaria di Genova che sta per riaprirsi.
Le spese totali dei processi ad oggi ammontano a circa 80 mila euro, cifra destinata a crescere con l’imminente ripresa dell’appello. Una cifra insostenibile per chiunque di noi, che eravamo lì nel 2001.
Insostenibile perché mette una ipoteca sulla vita delle persone, che si aggiunge alle misure detentive.
Pensiamo che sia importante far sentire la forza dei 300 mila che erano a Genova sostenendo le spese legali delle e degli imputati, per questo invitiamo tutte e tutti a sottoscrivere attraverso il sito di supporto legale www.supportolegale.org, o direttamente qui http://www.buonacausa.org/genovag8,
per far sentire a tutte e tutti la nostra solidarietà.
Se riusciamo a versare tutti anche un simbolico euro, riusciremo a coprire le spese che gli imputati si trovano a sostenere da soli.
Altrimenti no.
Vorremmo poi, che la campagna diventasse uno strumento per ragionare su quanto accade nelle piazze e sul reato di “devastazione e saccheggio”, su cosa significhi per lo Stato e i suoi apparati il termine “ordine pubblico”, quello stesso ordine pubblico che i 10 imputati per Genova 2001 avrebbero turbato.
E’ tempo, pensiamo, di capire da che parte stare..
se dalla parte di chi ruba nei supermercati o rompe i bancomat delle banche o dalla parte di chi le costruisce.
La campagna 10×100
www.10×100.it
info@10×100.it
Per scrivere ad Alberto :Alberto Funaro, Casa Circondariale Capanne, Via Pievaiola 252, 06132 Perugia
Per scrivere a Marina : Marina Cugnaschi c/o Seconda Casa Di Reclusione Di Milano – Bollate, Via Cristina Belgioioso 120, 20157 Milano (MI)
Dal Messico, per i prigionieri
Gli ostaggi iniziano ad entrare in cella
Le ragioni di una campagna
A poche ore dalla sentenza Diaz e “devastazione e saccheggio”
Dal Messico, per Alberto e tutti i prigioneri
Ho un amico che si chiama Alberto che sta in galera
Ho un amico che si chiama Alberto che sta in galera
Alberto l’hanno rinchiuso perchè s’è ribellato a un ordine ingiusto e cieco
Alberto sta pagando un caro prezzo per difendere la potenza dei nostri sogni
Alberto ha gli occhi scuri e profondi e una scintilla s’accende veloce quando parliamo di resistenza
Alberto ha sempre odiato il carcere, giorno dopo giorno
Alberto quando l’hanno arrestato l’hanno torturato, l’hanno umiliato…
…l’hanno braccato decine di agenti e l’hanno costretto a camminare solo verso la cella
Il potere, per accanirsi contro Alberto, ha montato un processo farsa e l’ha condannato a marcire in galera per troppi, troppi anni…
Una sentenza spropositata per un capro espiatorio, una infame vendetta di Stato
Fanno pagare ad Alberto le lotte di tutti e tutte…
…vogliono così intimorire la gente, farla rassegnare al presente perpetuo del capitalismo.
Alberto è uno, nessuno, è trecentomila.
Alberto è uno, nessuno, è trecentomila.
Alberto è un indigeno tzotzil del Chiapas
Alberto è un libertario romano
Nel Chiapas della guerra permanente e dei massacri contro gli indigeni, Alberto Patishtán Gomez, detto el profe, è stato condannato a 60 anni accusato di un’imboscata contro sei poliziotti… Nell’Italietta dell’ipocrisia e della precarietà Alberto Funaro, er fagiolino, viene condannato a dieci anni per resistere nella Genova della guerra di strada, combattuta metro per metro contro 20,000 agenti. Nel Chiapas della rivoluzione zapatista e dei villaggi autonomi in resistenza, Alberto Patishtán è un ostaggio del Potere che non tace, che denuncia, che tesse reti ribelli nelle galere…
Nell’Italia dei territori in resistenza Alberto è dentro per una passione, quella passione che fa anche della cella una trincea, una passione che quando si contagia fa tremare il potere. Quando i governi dispiegano i loro sbirri a difesa di se stessi, si somigliano ancora di più. Ma non c’è oceano, non c’è latitudine, non c’è frontiera… non ci sono argini e dighe che tengano quando le resistenze si conoscono, confluiscono e formano la grande mareggiata che, goccia dopo goccia, li sommergerà.
Abbiamo scelto di parlare di Alberto, dei nostri Alberto, ma avremmo potuto usare migliaia di altri nomi. Non solo per parlare della vendetta di Stato su Genova, che comunque c’ha scosso anche qui in Messico, o per parlare della guerra a bassa intensità che si combatte in Chiapas e miete vittime…
Gli ostaggi in mano del potere sono ovunque e tutti patiscono i rigori di un regime punitivo e insesato chiamato GALERA. Una condizione di costrizione dei corpi e incasellamento delle menti che trova il suo corrispettivo nel disciplinamento globale della società: eserciti che pattugliano per le strade, frontiere chiuse ai migranti di ogniddove, impunità garantita ai corpi di polizia, leggi speciali a difesa dell’accumulazione di capitale.
Per questo salutiamo Alberto Patishtán e Alberto Funaro, ma anche tutti gli altri e le altre compagne schiacciate fra le umide pareti della prigione: salutiamo, fra i tanti, i 5000 prigionieri politici in Palestina, le centinaia di baschi e basche condannate come terroristi per difendere in un lembo di terra a ridosso dei Pirenei, i guerrieri Mapuche che – irriducibili – pagano con sentenze secolari la difesa dei loro boschi, gli anarchici sequestrati da ogni Stato del pianeta, le centianaia di egiziani ed egiziane, fiori strappati alla primavera araba… gli attivisti e le attiviste perseguitati per occupare ed esigere case. Salutiamo inoltre i migranti di qualsiasi terra, cacciati da qualsiasi governo e incarcerati negli infernali CIE costruiti lungo quelle cicatrici che dividono il mondo in Stati…
E in questo spazio di riflessione, di libertà e di memoria ricordiamo chi in galera è morto. Perchè di carcere non si muoia più, ma neanche di carcere si viva.
E ricordiamo la dignità di una donna, di una compagna, una nostra compagna.
Occhi blu imprigionati per 18 di anni, occhi di una donna che non ha mai smesso di essere quello che era: semplicemente una donna, incredibilmente una donna. Guerriera, compagna, madre, sorella, amica. Franca Salerno è viva nello scontro quotidiano contro la barbarie della galera, pattumiera della società patriarcale, verticale, colonialista, capitalista. Una lotta che è la stessa che suo figlio, con noi, ha animato contro la precarietà, contro le guerre imperialiste, per il diritto all’abitare: Antonio e i suoi occhi blu. Che il mare vi culli, una madre e un figlio. Uniti nella rabbia e nell’amore.
L’ultimo abbraccio – amici, sorelle, compagni e passanti – lo diamo insieme a voi a chi ci ha portato qui: Renato. Ci sono buone ragioni per continuare a lottare, buone ragioni per rischiare anche la galera… sono le stesse che fanno la vita meravigliosa: la solidarietà, la giustizia, l’amore, il calore di un sorriso e di un abbraccio. Le stesse ragioni che hanno fatto di Renato – il nostro Renato – un ricordo vivo, collettivo e indimenticabile.
Con tutto il bene dell’anima, dal Messico
Fazio e Nina
Il Bahrain dalle notti luminose e dalla repressione
Altre lunghe giornate e nottate di lotta nel piccolo arcipelago del Bahrain, che continua a rimanere avvolto da una fitta nebbia di silenzio mondiale. Non si fermano i giovani delle 33 isole che compongono il paese nelle mani di Hamad ibn Isa Al Khalifa, che già emiro, si autoproclamò re del Bahrein nel 2002.
Di confessione sciita ha sempre tenuto in piedi il suo potere immergendolo nella repressione, nella tortura,
ora, dal febbraio 2011 con una violenza a tappeto su una popolazione perennemente in conflitto,
con una carrellata di ergastoli e condanne che ha tolto dalle piazze buona parte dei quadri del pensiero ribello del paese.
Ma non ci si ferma: dalle piazze immense che non smettono di riempire strade, ponti, arterie nel più pacifico e popolare dei modi,
ai vicoli dei villaggi, difesi dalle molotov dei giovani ribelli, pescatori, braccianti, schiavi dei grandi cantieri delle metropoli ultramoderne che sorgono nelle principali isole dell’arcipelago del petrolio. 
Una notte di fuochi che ha illuminato la terra tra i due mari, quella del 19..seguita dall’enorme corteo del venerdì, che ha visto 29 arresti e quindi chissà quante sessioni di tortura,
quanti lacrimogeni soffocanti lanciati tra gli stretti vicoli..
anche questa mattina le esplosioni dei candelotti lacrimogeni sono la colonna sonora del traffico di Manama.
Ma pare non interessi a nessuno, come non interessa a nessuno capire le varie componenti che si muovono nella ribellione siriana: eurocentrismo e antimperialismo accecato permettono scempi e massacri.
E inizia ad essere intollerabile.
Il Bahrain conferma le surreali condanne agli attivisti
SUL BAHRAIN: QUI
Tutto confermato, la rivoluzione più sconosciuta al mondo, quella che tutte e tutti si ostinano a non vedere,
continua a subire il pesante attacco repressivo del regime che tenta di abbattere dal 14 febbraio dello scorso anno.
Confermate 13 condanne, confermati gli ergastoli:
sarà carcere a vita per gli attivisti già in carcere da mesi e mesi, tra cui anche Abdulladi al-Khawaja, di cui molte volte ho parlato sulle pagine di questo blog.
Condanne in contumacia anche per alcuni blogger, che si aggirano tutte intorno ai 15 anni e che non hanno stupito minimamente gli attivisti e i familiari che continuano a combattere per le strade di Manama e del resto del paese.
E’ una conferma che palesa il funzionamento giudiziario, completamente alle dipendenze del regime di al-Khalifa, che sta piegando la popolazione sunnita e quella migrante.
Il resto del mondo ne ha parlato per due giorni, solo perché si è rischiato che la Formula1 dovesse far le valigia prima di veder partire i suoi bolidi, se ne è parlato solo perché i fumi dei lacrimogeni che tante vittime hanno fatto,
rischiavano di arrivare sulla passerella internazionale dell’automobilismo.
La solita vergogna, che non stupisce.
Dopo processi bufala, dopo torture subite, dopo l’impossibilità di incontrare avvocati per mesi, ecco che Hassan Mshaima’, Abdelwahab Hussain, Abdulhadi Al-Khawaja, Abdel-Jalil al-Singace, Mohammad Habib al-Miqdad, Abdel-Jalil al-Miqdad, Sa’eed Mirza al-Nuri, Mohammad Hassan Jawwad, Mohammad Ali Ridha Isma’il, Abdullah al-Mahroos, Abdul-Hadi Abdullah Hassan al-Mukhodher, Ebrahim Sharif,e Salah Abdullah Hubail al-Khawaja continuano a rimanere nelle carceri.
Il docente Mahdi ‘Issa Mahdi Abu Dheeb, per “aver promosso uno sciopero degli insegnanti, sospeso il percorso educativo e incitato all’odio contro il regime” si è preso 10 anni!
Il silenzio del mondo è complice di tutto ciò.
Chi lotta per la libertà marcisce nelle carceri, sotto tortura.
FREE BAHRAIN, FREE SURIYA, FREE POLITICAL PRISONERS!
Damasco,sobborghi e campi profughi: di massacro in massacro..
Al-Kadam è uno dei quartieri della periferia meridionale di Damasco,
il suo cimitero coincide con il confine di Yarmouk, il più grande dei campi profughi palestinesi all’interno della cinta periferica della capitale siriana. Una zona povera e polverosa, solo poco più vicina al centro rispetto a Daraya,
ultimamente diventata famosa per il più grosso dei massacri da quando questo conflitto è inziato.
Una zona particolare della città, come particolare è la compagine di Yarmouk, zone da sempre pullulanti di comitati di quartiere, di organizzazioni laiche, di donne,
dove le anime più progressiste riuscivano ad emergere dai meccanismi della dittatura militare baathista,
costruendo un minimo di tessuto sociale che non fosse “Allah, Suriya, Assad wa Bass” (Allah, Syria, Assad e basta),
il “Dio, Patria, Famiglia” slogan numero uno della società siriana per decenni
ed ora di chi la difende, anche qui.
Sono infatti le zone che la stanno pagando più cara, a Damasco.
Il campo palestinese di Yarmouk da subito è sceso in piazza contro il regime e già dal 15 maggio (anniversario della Nakba palestinese) dello scorso anno ha chiaramente fatto capire che non si sarebbe sottomesso allo sporco gioco di strumentalizzazione portato avanti dalle truppe di Assad.

maggio 2012, un funerale a Daraya
Dopo troppi funerali e sventramenti, ha accolto le truppe dell’esercito libero con le braccia aperte, per trovarsi poi a combattere qualche ducetto salafita, non certo ben visto tra i vicoli polverosi di Yarmouk.
E non si respira un’aria che possa definirsi respirabile.
Daraya, tutto il quartiere di Daraya, è sceso in piazza dal primo istante e non ha mai smesso di farlo:
Si è sempre distinto, fino all’ultimo suo respiro, per dei cortei fitti fitti, stracolmi di tutti gli abitanti di quelle strade,
cortei autorganizzati e liberi, mossi dai comitati di quartiere, mossi dai giovanissimi e da tante donne.
Daraya non s’è sottomesso alla militarizzazione del conflitto, ha sempre scelto di muoversi senza armi,
testa alta e coraggio da vendere,
ed ora non resta che un lago di sangue.
L’elenco dei morti, che non ricordo se si aggira tra i trecento e i quattrocento, è facilmente reperibile in rete…
si accavallano nomi e cognomi, luoghi e date di nascita,
di un eccidio che lascia un amaro in bocca difficile da mandar giù.
L’orrore, l’orrore quello inimmaginabile, è stato tirato contro chi ha sempre scelto da che parte stare,
contro chi ha cercato di dimostrare dal primo istante la genuinità di questa ribellione,
poi facilmente svenduta alla militarizzazione e ai giochi internazionali.
Da che parte stare però appare chiaro,

Il campo profughi Al-zatary in territorio giordano…
nel nulla totale
perché son centinaia di migliaia i siriani che vogliono abbattere la dittatura militare che li ha piegati e resi muti fino ad ora,
senza passare per quella religiosa,
sono in migliaia a non voler scambiare una regime per un altro,
è proprio la sinistra siriana, la sinistra palestinese prigioniera dei campi,
chi ha sempre provato ad autorganizzarsi..
sono loro a passare il momento più buio, loro ad aver il cappio intorno al collo più stretto di altri.
Mi piacerebbe pensare che non siano abbandonati a loro stessi,
accusati anche di esser servi di giochi geopolitici che vi stanno mangiando la materia grigia.
C’è molto da leggere sul massacro di Daraya,
gli stessi comitati cittadini, quel poco di loro che è rimasto dopo quella strage fatta porta per porta,
hanno risposto all’articolo di Robert Fisk apparso pochi giorni fa e che in pochi secondi ha fatto il giro del mondo…
uno scivolone commentato da molti, che poteva risparmiarsi visto che poi scrive di suo pugno che non può muoversi senza “militari alle calcagna”…
sui commenti al suo articolo è facile reperire tonnellate di carta,
mentre vi allego integralmente la risposta dei comitati cittadini (QUI IN ARABO) :
On Wednesday 29 August 2012, Mr. Robert Fisk of The Independent wrote a report on the Daraya Massacre that was perpetrated only 4 days earlier. Mr. Fisk is a world-famous journalist known for his balanced opinion pieces and ground-breaking reports especially from the Middle East. The people of Syria especially remember Fisk for being the first foreign reporter to enter the city of Hama after the 1982 massacre and relate to the world the horrors he saw there. Thus, we were absolutely astonished by the above-mentioned report and would like to make sure that certain points in it are not left uncorrected. We do this out of respect to the fallen heroes and to make sure the voice of the victims is heard.
Daraya
Anyone who watched the infamous and insolent report made by the state-favored Addounia TV, would notice the obvious similarities between the two reports.
One major concern that would invalidate any statement taken from the victims is the presence of army personnel as admitted by Mr. Fisk himself. Anyone with the slightest knowledge of the Syrian regime would know the degree of intimidation this would incur in the hearts and minds of witnesses. The army does not need to spoon-feed the statements to the witnesses as fear is more than enough to make them repeat the narrative propagated by the government about armed militias and radical Islamists.Moreover, the article is headlined and predicated on the government’s unbelievable prisoner-swap story. The question that begs to be asked is the following: Even if there was a prisoner exchange and it failed, does the Assad regime have any grounds at all for this level of retaliation? Were there similar failed rounds of negotiation before the massacres of Muaddamiya, Saqba etc. In fact, what has been happening in the towns of the Damascus Countryside Governorate, and indeed all of Syria, follows a similar scenario that begins with shelling and ends with massacres of civilians.
A seemingly strong point in Mr. Fisk’s report is his mentioning of real names of people telling their real stories. However, the Coordination Committee of Daraya has been in touch with some of these people and the following corrections need to be made.1- The story of Hamdi Khreitem’s parents. The witness must have been too intimidated to identify his parents’ killers. Our reliable sources from the field hospital of Daraya confirm that both of them were targeted by a sniper (from the Assad army of course).
2- The story of Khaled Yahya Zukari. The witness was actually in a car with his brother and their wives and children. They were shot at by government forces and his wife and daughter (Leen) were hit. The baby girl’s head was almost split in half and a bullet penetrated the mother’s chest. The mother became hysterical as a result of the shock. Later she died as the field hospital had to be evacuated prior to an army raid. The Assad army told the people that the FSA raped and killed the woman.
The fear and intimidation of witnesses is reflected sometimes in their refusal to name a guilty side. Moreover, Mr. Fisk should know better than reporting conjecture such as this: ‘Another man said that, although he had not seen the dead in the graveyard, he believed that most were related to the government’s army and included several off-duty conscripts.’ The implicit accusation is of course directed against the FSA and this method of reporting resembles Syrian state propaganda par excellence, something that we wish Mr. Fisk had not done.
The revolution committee would finally like to stress also that Mr. Fisk did not meet any member of the opposition in Daraya and that he merely depended on the narrative of his ‘tour guides’ in reporting on such a horrific massacre, the ugliest Syria has seen in the 17 months of the revolution.
E vi lascio con il volto di Wissam Ali, nato e cresciuto non molto lontano da lì, nel quartiere di KafrBatna.
Lui è stato ucciso sulla porta di casa, giustiziato davanti alla sua famiglia.
Sul suo volto è chiara la scritta ASSAD E NESSUN ALTRO.
Basta questo penso…
Alla bimba di Bosra…

Foto di Valentina Perniciaro -il campionato di Bosra-
Ciao piccola bimba di Bosra,
ciao piccola bimba nata tra le colonne di basalto, sulla terra rossa, tra quei sassi grandi e pieni di storia.
Ciao piccolo corpicino, mi dispiace che sei volata via ignara di quel che avevi attorno,
piccola come sei, dopo 19 mesi di guerra civile,
non avrai nemmeno realizzato il profumo di quel gelsomino,
non avrai riso per i concerti di rane e rospi che la sera allietavano il pubblico clandestino e scalzo davanti alla cisterna romana,
non avrai avuto modo di giocare a palla nell’agorà romana,
unica macchia bianca di marmo, immersa nell’oscuro e dolce basalto.
Hai l’età di mio figlio,
piccola bimba di Bosra, e non riesco a smettere di guardarti.
Ne ho conosciuti a centinaia di bimbi di Bosra, in tanti mi hanno insegnato a saltare tra i capitelli,
a mungere le capre, a tirare i sassi più lontano che si può,
mi hanno insegnato i numeri nella loro lingua bella, contando le stelle tra i capitelli.
E tutto ciò ora lascia attoniti.
Ciao piccola bimba di Bosra, la terra ti sarà lieve ne son certa,
la terra ti accoglierà spaccandosi dal dolore e abbracciandoti dolcemente…
(è un video che fa male al cuore)
Erri De Luca e la prigionia politica, “fino all’ultima sillaba degli anni”
“Anche in questo la storia della lotta armata ribadisce la sua diversità totale;
pene scontate, come dice Macbeth, fino all’ultima sillaba degli anni.
Si tratta di campioni della specialità penitenziaria, atleti del gran fondo detentivo,
a volte morti in carcere come Germano Maccari o appena fuori dal muro come Piero Vanzi.
E tutta questa pena già scontata è perfettamente vana.
Essa non ha pareggiato il debito per il quale era stata erogata,
non ha permesso ai prigionieri saldatori del conto
di ritornare cittadini interi come è diritto di chi paga.
Si è ancora al giorno uno di una storia bloccata.
ma bloccata non solo per loro:
di più per la pubblica salute di un paese che non si è più disintossicato dall’emergenza
E continua a inventarsene, a spacciarne, a iniettarsene in vena.
Siamo un paese di bambini invecchiati, bisognosi di mostri.”
Erri De Luca
Sulla Lotta Armata: LEGGI QUI
Sulle torture subite dai militanti: QUI
Sui compagni uccisi in conflitti armati: QUI
Di Erri De Luca:
- Su Sonja e Christian, estradati in Germania
- Sulla morte di Stefano Cucchi
- In te milioni di volte mi sono ingrandito
- Esser vendicati da una donna
- San Paolo e l’attacco al cuore dello Stato
- Ballata per una prigioniera
- Mediterraneo, cimitero liquido
- Emergenza e devozione
- ‘na dissenteria de bombe
- cambierà nome pure l’universo
Tortura: un’intervista al dottor Massimo Germani
La Tortura in Italia non esiste. Non esiste nel codice penale, al contrario di reati come “devastazione e saccheggio” che per una vetrina ti regalano più di dieci anni di possibile condanna.
La tortura no, non esiste.
Figuriamoci se esiste quella di Stato allora, quella che sevizia i corpi dei prigionieri, corpi privati della propria libertà e completamente in mano dello Stato: una mano che spesso ha tenuto elettrodi, tubi per aumentare la pressione dell’acqua, manganelli da infilare in vagine e così via.
In questa lunga intervista Paolo Persichetti, che con forza manda avanti la sua battaglia contro la tortura e per una memoria storica totale ed effettiva, parla con Massimo Germani, medico e terapeuta del centro di cure per i disturbi da stress post-traumatico dell’ospedale san Giovanni di Roma, coordinatore nazionale del Nirast, una rete nata nel 2007 e che raccoglie 10 centri ospedalieri universitari diffusi nel territorio e specializzati per i richiedenti asilo che hanno ricevuto torture e traumi estremi.
Una persona, Germani, che per lavoro e formazione ha una quotidianità intrisa di torture subite e che ha reagito con stupore ed orrore nell’apprendere quel che è ripetutamente accaduto nelle sudicie stanze delle nostre caserme,
questure, carceri.
Vi consiglio di leggerla, malgrado il male che faccia
Massimo Germani: «La tortura non serve solo ad estorcere informazioni, mira a distruggere l’identità e ridurre al silenzio»
di Paolo Persichetti
Gli Altri, 27 aprile 2012
In Italia c’è stata e continua ad esserci la tortura. Non è una novità anche se recentemente sono emerse circostanze nuove che portano a rileggere in modo più compiuto quanto è accaduto. Per esempio nel 1982, quando il governo allora guidato da Giovanni Spadolini decise di ricorrervi per contrastare la lotta armata. Libri, inchieste giornalistiche e televisive, blog, le rivelazioni per la prima volta senza reticenze di Salvatore Genova (un funzionario di polizia in forza alla squadra speciale dell’Ucigos, creata nel dicembre 1981 dal ministro della Giustizia Virginio Rognoni per condurre le indagini sul sequestro Dozier) apparse sull’Espresso del 6 aprile, hanno aperto squarci importanti. Oggi conosciamo i nomi dei torturatori, di chi ha dato gli ordini e di chi li ha coperti. Un film, Diaz, ci reintroduce nell’atmosfera del massacro nella palestra della scuola di Genova e delle sevizie nella caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001. Tuttavia siamo portati sempre a soffermarci sugli aspetti politici e giuridici che il ricorso alla tortura implica all’interno della società. Una riflessione che non deve cessare ma anzi va ancora di più approfondita. Questa volta però vogliamo proporvi uno sguardo diverso, quello di un medico-terapeuta che cura i torturati. Questo anche perché esiste un risvolto ancora sconosciuto: nelle carceri Italiane ci sono da più decenni persone che hanno subito torture, non hanno visto riconosciuto questo trattamento violento subito, non sono state curate.
E’ venuto il momento di cominciare a parlarne e soprattutto esigere la loro scarcerazione.
Che cosa accade nella psiche di una persona torturata?
Negli ultimi dieci anni si è capito che la tortura, come ogni tipo di violenza interpersonale, soprattutto se ripetuta e prolungata nel tempo, provoca degli effetti assolutamente specifici che vanno molto al di là della classica sindrome da stress post-traumatico.
Che tipo di effetti?
Si assiste ad una frantumazione dell’identità che da luogo a patologie della personalità di tipo dissociativo. La nostra identità è fatta di tante cose messe insieme che vanno a costruire quello che si vede all’esterno e quello che sentiamo dentro. Una composizione complessa di fattori con molte facce: culturale, politica, religiosa, sociale… che ad un certo punto si frammentano e si dissociano dando vita ad una serie di fenomeni clinici, spesso purtroppo non riconosciuti, che se non sono trattati in modo specifico possono divenire cronici aggravandosi nel tempo, anche lontano dall’episodio di tortura e di violenza.
Come si scatena questo sfaldamento della personalità?
La tortura produce conseguenze che investono la profondità della psiche. Rispetto ai traumi dovuti ad incidenti, catastrofi naturali, qui si tratta dell’incontro con qualcosa di negativo che viene portato da un altro uomo e che dal punto di vista analitico è chiamato il “male incarnato”. E’ il ritorno ad un’angoscia primitiva che ognuno di noi ha nella fase infantile ma che impariamo ad allontanare con un rapporto genitoriale sufficientemente buono. Quest’angoscia può ricomparire se ci si ritrova completamente inermi nelle mani di qualcuno che vuole distruggerci. L’idea di un io stabile e unitario ci sembra un fatto acquisito. In realtà non è così. Si tratta di un equilibrio fragile. Ce ne accorgiamo solo in determinati momenti della nostra vita, quando subiamo dei lutti, dei contraccolpi, ma in genere si tratta di brevi esperienze. Questa percezione stabile e unitaria dell’io può andare completamente in frantumi proprio nei momenti in cui incontriamo un essere umano che ci tiene in pugno e vuole annientarci.
Parli di “fenomeni non riconosciuti”. Soffermiamoci un momento su questo punto. In un contesto dove la tortura è stata praticata ma non riconosciuta, il perdurare di questa menzogna che effetti ha? Siamo abituati a riflettere sugli effetti politici e storici ma sulla singola persona quali conseguenze si ripercuotono?
Uno dei problemi nelle persone che hanno subito torture è proprio il dopo. Si è visto nelle ricerche compiute sui sopravvissuti ai campi di concentramento che quanto accade dopo, soprattutto nell’immediato, quando sembra che è finita, si è scampati, fuggiti, è molto importante. Se viene meno il riconoscimento da parte dei riferimenti che c’erano prima si incrementata in modo esponenziale la violenza subita. In questo caso la tortura raggiunge il suo scopo primario, anche se implicito: non solo estorcere informazioni ma distruggere l’identità e indurre al silenzio civile, politico e sociale. L’effetto finale della tortura è far sì che le persone non siano più tali e si trasformino in fantasmi che sopravvivono nel mondo. In modo che attraverso questo silenzio e questa sofferenza siano testimoni del potere, siano monito a tutti di cosa può succedere a chi prende posizioni diverse da quelle possibili o richieste dal potere stesso.
Dunque il riconoscimento ha una doppia valenza, storico-politica ma anche clinico-sociale?
Certo, se c’è un riconoscimento da parte della collettività, che può essere più o meno allargata, come poter tornare in un gruppo sociale di riferimento, in qualche modo sentire una condivisione e un sostegno da parte del gruppo in cui si è reinseriti, l’effetto è positivo. Aiuta a ritrovare le proprie radici, la possibilità di ritornare a quelle che precedentemente erano le proprie identità. Questo ovviamente è un qualcosa che non prelude automaticamente alla possibilità di un recupero.
Fino ad ora mi hai descritto la condizione dell’inerme, quella che per definizione è definita “vittima assoluta”. Tuttavia nei militanti che hanno subito torture si tende a rifiutare questa identità. Esiste una differenza?
Questo è un punto molto importante. La ricerca clinica ha dimostrato che la consapevolezza del rischio a cui si va incontro facendo certe cose, sapere che si può essere presi, messi in carcere, subire delle violenze, nella maggioranza dei casi è un fattore di protezione importante. Aiuta rispetto a quello che può essere il risultato finale di una esperienza di tortura o di violenza. Questo è possibile perché si ha la consapevolezza che quello che sta accadendo, la sofferenza subita, è legato ad un significato. Questo significante può svolgere una funzione di protezione, come tutte le credenze condivise che riescono a sopravvivere alla esperienza della tortura: siano esse religiose, sociali o politiche. Naturalmente questo non significa che chi ha una fede politica o religiosa sia esente dalle conseguenze della tortura. Ho in mente tante persone che nonostante questo sono uscite distrutte e hanno dovuto fare percorsi lunghi prima di ritrovare un senso di sè, una certa soddisfazione e fiducia negli altri.
In Italia, i militati della lotta armata torturati, e che nel frattempo non sono diventati “collaboratori di giustizia”, sono rimasti in carcere per molti decenni. Ancora oggi ci sono almeno due casi che hanno oltrepassato i 30 anni. Come è definibile questa situazione?
Anche questa è un’altra cosa importante dal punto di vista umano e clinico. Le persone che hanno subito trattamenti inumani e degradanti, o di vera e propria tortura, soprattutto se sono in regime carcerario avrebbero dovuto subire accertamenti sulle loro condizioni di salute psico-fisiche in strutture specializzate nel riconoscimento e nella cura di questo tipo di patologie. Le patologie dissociative sono fenomeni ed hanno sintomi che spesso sfuggono anche a psicologi o medici, o anche a psichiatri che non hanno una grossa esperienza di questo tipo. Possono quindi essere facilmente sottovalutati o presi per altri tipi di problematiche e non riconosciuti. Inoltre non siamo di fronte a patologie che volgono spontaneamente verso una guarigione nel tempo. Lasciate a se stesse nella maggior parte dei casi evolvono verso un peggioramento e una cronicizzazione.
Farlo sarebbe stato un riconoscimento implicito delle torture. In realtà la macchina giudiziaria e quella carceraria hanno lavorato per seppellire ogni prova. Subito dopo le torture c’è stato l’articolo 90, la sospensione della riforma carcerario e l’ulteriore inasprimento delle condizioni detentive.
Spiegaci un’altra cosa: hai riscontrato un uso e degli effetti specifici della tortura sul corpo delle donne?
Se pensiamo alle sevizie sessuali, non c’è differenza. Ci siamo resi conto che durante le torture anche la maggior parte degli uomini ha subito forme di abuso sessuale. Se già le donne, soprattutto all’inizio, non raccontano le sevizie perché se ne vergognano, per gli uomini è ancora più difficile. Pensiamo a chi, attraversando il Sahara, è passato per le carceri libiche o in quelle afgane. Esistono invece differenze importanti per quanto riguarda gli effetti. Sono in corso delle ricerche (tra qualche anno ne sapremo di più). Oggi si sa che nelle donne è più alta l’incidenza dei fenomeni dissociativi e l’incidenza delle sindromi depressive gravi, che si presentano come fenomeno secondario. Se oltre l’80% di chi ha subito tortura va incontro a sindromi depressive, insieme a quadri clinici che presentano iperattivazione continua, sensazione di pericolo imminente, stati ansiogeni, tensione interna molto forte che spesso porta ad avere scoppi di rabbia, nelle donne si arriva al 90% con forme ancora più gravi.
Il tuo lavoro ti ha messo davanti a tanti racconti di torture che arrivano da Paesi lontani. Che effetto ti hanno fatto le testimonianze delle torture italiane?
Sul piano emotivo mi hanno toccato di più. Faccio fatica a dirlo perché in questi anni molte cose che ho sentito mi hanno colpito in un modo incredibile, tuttavia devo sottolineare questa piccola ma significativa differenza. Quando ho letto della caserma di Castro Pretorio, ad esempio, un luogo che conosco, ci passo davanti, sentire questa cosa… Ecco, penso che questo vada colto, vada valorizzato per far capire che queste cose possono succedere veramente vicino a noi. E’ importante cercare di comunicarle nel modo giusto, che non è quello di far scandalo ma di avere una sensibilità più diffusa su qualcosa che altrimenti può essere sentita come lontana. Poi ovviamente sopravviene la riflessione e allora voglio dire che ogni tanto c’è un dibattito sul ricorso all’uso della tortura da impiegare magari solo in casi eccezionali, “se c’è il terrorista con la bomba che vuol far saltare in aria una scuola”. Questi discorsi che hanno la pretesa di essere realisti sono invece molto pericolosi. Guai a cedere alla tentazione di cominciare a contrattare. Ci deve essere un tabù della tortura. Non deve esistere, non va fatta. Questo ci impone di lottare contro di essa concretamente, al di là delle parole. In Italia è arrivato il momento, perché non è mai troppo tardi, di approvare una legge contro il reato di tortura.
1) Introduzione al libro di Alleg di Jean-Paul Sartre
2) breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
3) Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
4) Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
5) Arresto del giornalista Buffa
6) Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
7) Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
8 ) Il pene della Repubblica
9) Ma chi è il professor “De Tormentis”?
10) Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
11) De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
12) Una lettera all’albo degli avvocati di Napoli
13) Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
14) Le torture su Alberto Buonoconto 1975
15) La sentenza esistente
16) Le torture su Sandro Padula, 1982
17) La prima parte del testo di Enrico Triaca
18) Seconda parte del testo di Triaca
19) L’interrogazione parlamentare presentata da Rita Bernardini
20) ” Chi l’ha visto? ” cerca De Tormentis, alias Nicola Ciocia
21) Due firme importanti: Adriano Sofri e Pier Vittorio Buffa
22) Mauro Palma, sulle pagine de Il Manifesto
23) L’interrogazione parlamentare cade nel vuoto
24) L’intervista mia e di Paolo Persichetti a Pier Vittorio Buffa
25) Cercavano Dozier nella vagina di una brigatista
Anonymous attacca la Formula1 in solidarietà con la lotta del popolo del Bahrain
Non c’è niente da fare, io mi son proprio innamorata di questi Anonymous…
dalla solidarietà al movimento Notav con i tangodown alle forze dell’ordine italiane e a Trenitalia,
passando per il governo greco e la banca mondiale…
ora oscurano il sito della Formula1, che è appena approdata in Bahrain per correre il gran premio di domenica sul sangue di chi lotta per la libertà in quel piccolo paese a maggioranza sciita e governato da una feroce monarchia sunnita.
Una repressione sanguinaria, torturatrice, che ha regalato il carcere a vita a molti militanti che avevano ispirato le prime mobilitazioni, totalmente pacifiche.
Ora mentre nelle piazze del paese sono iniziati i “tre giorni della rabbia” i due principali siti della formula1 sono una pagina nera.
Io l’avrei fatta rossa, come il colore della benzina dei loro bolidi supersonici quando esplode …
Sarà che so’ roscia! ![]()
Evviva Anonymous!
FREE PRISONERS
FREE BAHRAIN
Cercavano Dozier nella vagina di una brigatista
“Dopo qualche giorno l’interrogatorio decisivo che porterà alla liberazione di Dozier, quello dei br Ruggero Volinia e della sua compagna, Elisabetta Arcangeli.
Io sono fuori per degli arresti e quando rientro in questura vado all’ultimo piano.
Qui, separati da un muro, perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia a la Arcangeli.
Li sta interrogando Fioriolli, ma sarei potuto essere io al suo posto, probabilmente mi sarei comportato allo stesso modo.
Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino.
La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe.
Ha paura per sé ma soprattutto per la sua compagna.
I due sono molto uniti, costruiranno poi la loro vita insieme, avranno due figlie.
E’ uno dei momenti più vergognosi di quei giorni, uno dei momenti in cui dovrei arrestare i miei colleghi e me stesso.”
Salvatore Genova, all’epoca dei fatti Commissario di Polizia, aggregato alla squadra speciale ideata dal Ministero dell’Interno
[in edicola oggi sull'Espresso una lunga intervista a Genova, ricca di nomi e dettagli sui torturatori di Stato, a firma di PierVittorio Buffa]
ALCUNI LINK SULLA TORTURA
1) Introduzione al libro di Alleg di Jean-Paul Sartre
2) breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
3) Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
4) Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
5) Arresto del giornalista Buffa
6) Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
7) Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
8 ) Il pene della Repubblica
9) Ma chi è il professor “De Tormentis”?
10) Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
11) De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
12) Una lettera all’albo degli avvocati di Napoli
13) Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
14) Le torture su Alberto Buonoconto 1975
15) La sentenza esistente
16) Le torture su Sandro Padula, 1982
17) La prima parte del testo di Enrico Triaca
18) Seconda parte del testo di Triaca
19) L’interrogazione parlamentare presentata da Rita Bernardini
20) ” Chi l’ha visto? ” cerca De Tormentis, alias Nicola Ciocia
21) Due firme importanti: Adriano Sofri e Pier Vittorio Buffa
22) Mauro Palma, sulle pagine de Il Manifesto
23) L’interrogazione parlamentare cade nel vuoto
24) Intervista al medico Massimo Germani
De Tormentis e le torture: l’interrogazione parlamentare cade nel vuoto. Strano eh?
Si torna, e sarà dura smettere di farlo, a parlare di torture.
Di scientifiche sevizie di stato compiute sui corpi dei prigionieri politici italiani degli anni ’70 e ’80.
Dopo il libro di Nicola Rao questo blog, insieme al puntiglioso lavoro di Paolo Persichetti sul suo e sulle pagine dell’allora esistente quotidiano Liberazione, non abbiamo mai smesso di parlare del misterioso uomo che avrebbe scelto per se stesso lo pseudonimo di De Tormentis. Al punto che anche la Rai e la redazione di “Chi l’ha visto?” si sono accorti di tutto ciò …
Se si è iniziata questa battaglia non era certo per arrivare solo al nome di Nicola Ciocia,
ma per capire da chi e in che modo era partito l’ordine, la carta bianca sulla tortura, sul waterboarding, sugli elettrodi, sulle finte esecuzioni,
sui veri e propri rapimenti degli arrestati.
La parlamentare Rita Bernardini s’è subito mobilitata con i suoi strumenti, chiedendo risposte direttamente al ministero con una interrogazione parlamentare…eheheh, la risposta è appena arrivata e parla da sola sia per le parole usate, sia proprio per il personaggio che s’è adoperato nella risposta,
o “presa per il culo” che dir si voglia.
Vi lascio quindi alle parole di Paolo, nella sua puntigliosa descrizione delle ridicole novità di questa storia che si sono affacciate sui banchi del parlamento italiane: De Tormentis, il fantasma del Viminale
Torture, la risposta evasiva del ministero dell’Interno all’interrogazione presentata dalla deputata radicale Rita Bernardini
di Paolo Persichetti
Il governo, per voce del sottosegretario agli Interni prefetto Carlo De Stefano, ex direttore centrale della Polizia di prevenzione (l’ex Ucigos, quella del “professor De Tormentis” per intenderci) dal 2001 al 2009 e dove ha anche presieduto il Comitato di analisi strategica antiterrorismo, ha liquidato l’interrogazione parlamentare presentata lo scorso dicembre dalla deputata del partito radicale Rita Bernardini sostenendo che dei fatti in questione se ne è già discusso ampiamente durante l’ottava legislatura con «ampi e circostanziati dibattiti parlamentari nonché inchieste giudiziarie».
Inutile tornarci sospra, dunque. «Su tali fatti, pertanto, – ha affermato De Stefano – non è necessario che io indugi anche se una serie di inchieste giornalistiche e iniziative culturali ne stanno riproponendo l’attualità. Un’attualità che mantiene il collegamento con i fatti di allora, in relazione all’operato delle Forze dell’ordine, ora oggetto di uno specifico questito degli On. interroganti».
Peccato che dall’ottava legislatuta ad oggi siano emerse nuove circostanze grazie ad una inchiesta giornalistica condotta nel 2007 da Matteo Indice sul Secolo XIX, poi rilanciate dal libro di Nicola Rao, riprese in una inchiesta apparsa su Liberazione del 13 dicembre 2011 nella quale si tracciava dettagliatamente il profilo professionale e culturale del professor De Tormentis, lasciando chiaramente intendere chi fosse il personaggio che si nascondeva sotto quello pseudonimo e che al momento delle torture era un funzionario di grado elevato dell’Ucigos. Un dirigente delle Forse di polizia perfettamente conosciuto dai vertici politici dell’epoca, come riconobbe Francesco Cossiga (una foto lo ritrae alle spalle del ministro dell’Interno in via Caetani, davanti alla Renault 4 nella quale le Brigate rosse fecero ritrovare il corpo di Aldo Moro). Novità riproposte in una puntata della trasmissione di Rai tre, Chi l’ha visto, dell’8 febbraio scorso che spinsero il Corriere della sera e poi il Corriere del Mezzogiorno ad intervistare nuovamente il “professor De Tormentis” nella sua casa sulle colline del Vomero a Napoli, senza omettere questa volta il nome che ormai cicrolava da tempo sul web: Nicola Ciocia.Il prefetto De Stefano ha pensato di caversela a poco prezzo rivendendo merce scaduta
Il primo dei quesiti posti da Rita Bernardini ai rispettivi ministeri di competenza, Interno e Giustizia, chiedeva di «verificare l’identità e il ruolo svolto all’epoca dei fatti dal funzionario dell’Ucigos conosciuto come “professor De Tormentis”» ed ancora se non si ritenesse opportuno «promuovere, anche mediante la costituzione di una specifica commissione d’inchiesta», ogni utile approfondimento «sull’esistenza, i componenti e l’operato dei due gruppi addetti alla sevizie, ai quali fanno riferimento gli ex funzionari della polizia di Stato citati nelle interviste».
Il sottosegretario De Stefano non solo ha completamente evaso ogni risposta su queste nuove circostanze ma ha addirittura preso in giro la parlamentare radicale, e con essa quei milioni di citadini che si recano regolarmente alle urne confermando la propria fiducia nell’istituzione parlamentare, spacciando per un gesto di cortesia istituzionale la consegna agli atti della Comissione di una scheda riepilogativa, elaborata «in base alle risultanze istruttorie nella disponibilità del Dipartimento della pubblica sicurezza», nella quale si ripropone una sintesi succinta dell’arci-nota inchiesta avviata nel 1982 dal pm di Padova Vittorio Borraccetti e conclusa con il rinvio a giudizio firmato dal giudice istruttore Giovanni Palombarini dell’allora commissario Salvatore Rino Genova (guarda caso unico nome citato dal sottosegretario), di tre agenti dei Nocs e di un ufficiale del reparto Celere, tutti condannati a brevi pene per le torture inflitte a Cesare Di Lenardo.Nel 2004 l’ex commissario Salvatore Genova aveva scritto al capo della polizia chiedendo l’apertura di una commissione d’inchiesta sulle torture
E’ davvero singolare che negli armadi del Dipartimento della pubblica sicurezza il prefetto De Stefano non abbia trovato traccia delle denunce presentate dall’ex commissario della Digos, Salvatore Genova, divenuto nelfrattempo primo dirigente. In una intervista alSecolo XIX del 17 giugno 2007, Genova denunciava che «nonostante ripetute sollecitazioni a fare chiarezza, lettere protocollate e incontri riservatissimi, ci si è ben guardati dall’avviare i doverosi accertamenti». Sul tavolo della sua scrivania – annotava l’intervistatore – «ci sono i carteggi degli ultimi quindici anni con l’ex capo della polizia, Fernando Masone, e con l’attuale numero uno, Gianni De Gennaro. Informative “personali”, “strettamente riservate” nelle quali Salvatore Genova chiede l’istituzione di Commissioni, l’acquisizione di documenti e l’interrogazione di testimoni. Vuole che venga fatta luce su una delle pagine più oscure nella storia della lotta all’eversione».
Di tutto questo nella risposta del sottosegretario non c’è traccia! Singolare omissione, come singolare appare il fatto che l’unico nome citato sia solo quello di Salvatore Genova, che guarda caso è l’unico funzionario che in questi anni ha vuotato il sacco raccontando per filo e per segno quanto i restroscena delle torture, mentre si mantiene il massimo riserbo sugli altri e non si risponde sulla identità di “De Tormentis”. Circostanza che, anche a non voler pensar male, lascia trasparire inevitabilmente l’esistenza di un forte fastidio per le sue rivelazioni di Genova, quasi si trattasse di uno dispetto, per non dire una rappresaglia.
Tutto ciò ha un nome ben preciso: omertà!Se il lupo dice di non aver mai visto l’agnello
A questo punto non si può non ricordare come Carlo De Stefano non sia affatto una figura neutra o di secondo piano. Si tratta di un funzionario che ha realizzato per intero la sua carriera nell’antiterrorismo. Nel 1978, quando era alla digos, fu lui ad arrestare Enrico Triaca, torturato da Nicola Ciocia che lo racconta nel libro di Nicola Rao, e perquisire la tipografia delle Br di via Pio Foa’ a Roma. Si tratta dunque di un personaggio che inevitabilmente è stato a conoscenza di molti dei segreti conservati nelle stanze del Viminale, in quegli uffici che si sono occupati delle inchieste contro la lotta armata. Non foss’altro perché è stato fianco a fianco di tutti i funzionari coinvolti nelle torture.
Vederlo rispondere all’interrogazione depositata dalla deputata Rita Bernardini è stato come sentire il lupo dare spiegazioni sulla scomparsa dell’agnello….
Fino al 1984 le convenzioni internazionali non ponevano limiti alla ricorso alla tortura morale, in caso di ordine pubblico e di tutela del benessere generale di una società democratica
Nonostante l’atteggiamento evasivo e omertoso, nella risposta del sottosegretario De Stefano agli altri questiti posti nell’interrogazione parlamentare sono emersi alcuni dettagli interessanti. Alla domanda se il governo non intendesse «adottare con urgenza misure volte all’introduzione nell’ordinamento italiano del reato di tortura e di specifiche sanzioni al riguardo, in attuazione di quanto ratificato in sede Onu» e se non vi fosse l’intenzione di «assumere iniziative, anche normative, in favore di risarcimenti per le vittime di atti di tortura o violenza da parte di funzionari dello Stato, e per i loro familiari», l’esponente del governo ha ricordato i diversi disegni di legge pendenti in Parlamento e aventi per oggetto l’introduzione nel codice penale civile e militare del reato specifico di tortura. Nulla sulla creazione di una commissione d’inchiesta.
Rivelatore è stato invece l’excursus storico fornito dagli uffici del ministero della Giustizia che hanno ricordato come fino al 1984 a livello internazionale, sia la Convenzione di Roma per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, sia la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 10 dicembre 1948 non ponevano divieti all’uso della tortura «morale e in caso di ordine pubblico e di tutela del benessere generale di una società democratica». In sostanza queste convenzioni internazionali vietavano l’uso della tortura contro il nemico esterno, in caso di guerre tra Stati, ma tacevano sul ricorso a torture contro il nemico interno (i cosiddetti “terroristi”) a meno che non si trattasse di Paesi sotto regime dittatoriali. Una logica che se condotta fino alla sue estreme conseguenze sanciva il divieto per le dittature, ritenute una forma di governo illegittimo, di torturare mentre lasciava alle democrazie, ritenute forme di governo legittimo, la possibilità di farlo tranquillamente.
Se ne evince che nel 1982, quando Nicola Ciocia, alias De Tormentis, insieme alla sua squadra di “acquaiuoli”, supportato dagli altri dirigenti dell’Ucigos, Gaspare De Francisci, Umberto Improta & c., sotto l’ordine e la tutela del ministro dell’Interno Virginio Rognoni, torturava durante gli interrogatori le persone sospettate di appartenere a gruppi armati, lo faceva senza violare la normativa interna e internazionale.
E’ quindi questo il messaggio indicibile che tra le righe il sottosegertario De Stefano ha voluto inviare agli interroganti e a chi da mesi sta portando avanti una campagna su questi fatti.
Tuttavia, sul piano strettamente giuridico, dal 1984 prima l’assemblea generale delle Nazioni unite, poi dal 1987 anche il Consiglio d’Europa, adottavano una Convenzione per la prevensione specifica della tortura e dei trattamenti degradanti, in vigore in Italia dall’11 febbraio 1989. In tale ambito, «la tortura al pari del genocidio – ricorda sempre la nota del ministero della Giustiza citata dal De Stefano – è considerata un crimine contro l’umanità dal diritto internazionale», dunque imprescrittibile.
Anche se la nozione di imprescrittibilità non ci ha mai convinto per la sua facilità a prestarsi a regolamenti di conti che fanno del ricorso alla giustizia penale internazionale una forma di prolungamento della guerra e/o della lotta polica con altri mezzi, ci domandiamo come mai i solerti magistrati italiani teorici dell’interventismo più sfrenato, della supplenza e dell’interferenza senza limiti, siano così restii e disattenti.
Ma della complicità della magistratura che con la sua sistematica azione di copertura, che trovò un’unica eccezione nella citata inchiesta di Padova, svolse un decisivo ruolo di ausilio alle torture parleremo in un prossimo articolo.
Per una visione un po’ più completa ecco un po’ di link a riguardo:
1) Introduzione al libro di Alleg di Jean-Paul Sartre
2) breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
3) Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
4) Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
5) Arresto del giornalista Buffa
6) Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
7) Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
8 ) Il pene della Repubblica
9) Ma chi è il professor “De Tormentis”?
10) Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
11) De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
12) Una lettera all’albo degli avvocati di Napoli
13) Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
14) Le torture su Alberto Buonoconto 1975
15) La sentenza esistente
16) Le torture su Sandro Padula, 1982
17) La prima parte del testo di Enrico Triaca
18) Seconda parte del testo di Triaca
19) L’interrogazione parlamentare presentata da Rita Bernardini
20) ” Chi l’ha visto? ” cerca De Tormentis, alias Nicola Ciocia
21) Due firme importanti: Adriano Sofri e Pier Vittorio Buffa
22) Mauro Palma, sulle pagine de Il Manifesto
Vietnam : una poesia che non ha tempo e luogo.
Donna, come ti chiami? – Non lo so.
Quando sei nata, da dove vieni? – Non lo so.
Perchè ti sei scavata una tana sottoterra? – Non lo so.
Da quando ti nascondi qui? – Non lo so.
Perché mi hai morso la mano? – Non lo so.
Sai che non ti faremo del male? – Non lo so.
Da che parte stai? – Non lo so.
Ora c’è la guerra civile, devi scegliere. – Non lo so.
Il tuo villaggio esiste ancora? – Non lo so.
Questi sono i tuoi figli? – Sì.
Wislawa Szymborska
Ogni volta che leggo questi versi penso alle tante donne del medioriente che ho incontrato,
alle donne profughe, alle donne cacciate via,
alle donne esiliate che costruiscono il loro ritorno,
che allattano il loro ritorno,
alle donne che piangono i loro figli uccisi,
alle donne che orgogliose ti raccontano dei figli dati alla terra e di quelli che la solcano col sudore,
alle donne che mi hanno insegnato tanto della maternità,
della resistenza,
dell’amore,
delle armi.
Ancora e per sempre grazie, sorelle, mamme, amiche, compagne.
Ancora sulla TORTURA: Dozier a Roma, a trent’anni da quella che definiscono “l’operazione perfetta”.
Prendo così come sono queste righe dal blog di Paolo, che come la sottoscritta, non smette di focalizzare la sua attenzione e il suo lavoro sulla tortura scientifica e sistematica compiuta dallo stato italiano negli anni che ci raccontano come uno scontro tra uno stato “democratico” e un’organizzazione armata dove ha poi vinto democrazia, stato di diritto e stronzate varie.
A trent’anni e passa dai fatti, oltre ad avere persone ancora detenute (oltretutto anche persone che hanno subito torture) esiste ancora, nell’oblio generale che viviamo, la sola versione ufficiale della democratica lotta dello stato italiano: forse sarebbe ora di dirci la verità.
Oltre che di liberare TUTT@
buona lettura.
Il generale James Lee Dozier, l’ex ufficiale statunitense comandante del settore meridionale della Nato, rapito trent’anni fa dalle Brigate Rosse e liberato il 28 gennaio del 1982 dopo un’inchiesta segnata dal ricorso sistematico alle torture, sta incontrando in questo momento i giornalisti nell’Hotel Milton di Roma, in via Emanuele Filiberto 155. L’appuntamento era fissato per le 17.
«Sarà un’incontro di festa e allo stesso tempo l’occasione per rievocare e conoscere nel dettaglio l’operazione che portò alla sua liberazione», ha detto ieri all’Adnkronos Edoardo Perna, comandante del nucleo dei Nocs che penetrò nell’appartamento di via Pindemonte a Padova liberando il generale della Nato.
«Arrivammo all’appartamento a bordo di un camion, simulando un trasloco. Fu un’operazione perfetta, in pochi secondi riuscimmo a liberare Dozier», ricorda Perna, presente anche lui all’incontro con la stampa.
Ma questo fu solo un dei piccoli fotogrammi dell’operazione che prese inizio, come racconta in questa intervista del 24 giugno 2007 Salvatore Genova, all’epoca dei fatti commissario della Digos aggregato all’Ucigos, con la tortura scientifica di due «fiancheggiatori delle Br», ed in particolare su una donna, Elisabetta Arcangeli, messa in pratica in una chiesa sconsacrata di Verona.
Aggiungiamo solo una piccola postilla al racconto dell’operazione di savataggio del generale fatta da Matteo Indice, grazie alle dichiarazioni di Salvatore Genova e dell’anonimo funzionario, che poi – recentemente – si è scoperto essere Nicola Ciocia, alias De Tormentis, allora in forza all’Ucigos col grado di primo dirigente: sembra che su quei 100 milioni che un’altro importante funzionario dell’Ucigos si recò a ritirare a Roma venne fatta la cresta. Agli arrestati che sotto tortura divvennero collaboratori di giustizia fu consegnata la metà della somma presa dal fondo segreto del ministero dell’Interno. Anche la ragion di Stato ha il suo prezzo!
Matteo Indice
Il Secolo XIX, 24 giugno 2007, pagina 2
La soffiata decisiva per la liberazione del generale americano James Lee Dozier, vicecapo della Nato in Italia rapito dalle Br a Verona il 17 dicembre 1981 e liberato a Padova il 28 gennaio 1982 arrivò grazie alla tortura, scientifica,di due fiancheggiatori, messa in pratica in una chiesa sconsacrata a Verona, «un passaggio che impressionò persino la Cia». E dopo la liberazione, almeno 100 milioni delle vecchie lire furono distribuiti “informalmente” fra alcuni “pentiti”, le cui rivelazioni diedero impulso decisivo alla soluzione dell’inchiesta: gli stessi pentiti, ovviamente, non rivelarono mai nulla di preciso sulle sevizie.
È questa la ricostruzione, dettagliata e inedita, raccolta dal Secolo XIX direttamente da due dei funzionari di polizia che parteciparono alle fasi più delicate di quell’operazione.
Di uno, Salvatore Genova (all’epoca commissario della Digos genovese “aggregato” all’Ucigos) abbiamo rivelato nei giorni scorsi l’identità. L’altro l’abbiamo raggiunto a Napoli, ed è il superpoliziotto che guidava saltuariamente “I cinque dell’Ave Maria”, una squadra specializzata in interrogatori violenti. Ne rispettiamo, al momento, la richiesta dell’anonimato. Ma le loro dichiarazioni colmano la lacuna che il sostituto procuratore di Padova Vittorio Borraccetti e il giudice Roberto Aliprandi, presidente della Corte d’Assise che giudicò alcuni agenti incriminati per il pestaggio dei br sequestratori (ma non dei fiancheggiatori, ndr) descrissero nella requisitoria e nella sentenza di primo grado. Rimarcarono che non soltanto i poliziotti imputati compirono le torture, «e comunque non di propria iniziativa ma su ordine di persone più alte in grado». Nell’atto giudiziario venivano citati esplicitamente, quali «autori di un comportamento omissivo», l’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci e Umberto Improta, ai tempi funzionario della stessa divisione e in seguito prefetto di Napoli. «Con loro – rivela oggi l’investigatore anonimo [Nicola Ciocia Ndr], con il quale abbiamo avuto il lungo colloquio riportato a pagina 3 – avevo rapporti costanti, erano informati passo passo di tutte le procedure adottate per risolvere l’emergenza». Da Salvatore Genova arrivano invece le chiarificazioni sulle tappe che segnarono la soluzione del giallo. «Furono messe sotto controllo centinaia di utenze telefoniche, con l’obiettivo di scandagliare l’area dell’eversione. Ascoltavamo di tutto, in particolare le conversazioni di giovani militanti nell’Autonomia operaia. Il centro investigativo era la questura di Verona, dove di tanto in tanto venivano accompagnati i sospetti. Talvolta passavano per le mani di altri uomini in divisa, che usavano ogni sistema pur di farli parlare ». È in questo modo che vengono individuati RuggeroVolinia (il cui nome risulta negli atti dei vari processi) e la sua fidanzata. «Vennero accompagnati in questura – prosegue Genova – e nessuno si aspettava che da quell’uomo potessero arrivare indicazioni tanto importanti».
Non potevano immaginare, sulle prime, di trovarsi davanti “Federico” (questo il suo nome di battaglia), ovvero colui che materialmente, a bordo d’un furgone, trasferì Dozier dalla sua casa di Lungadige Catena a Verona al covo di via Ippolito Pindemonte, a Padova. Aggiunge, Genova: «Un gruppo specializzato si occupò dell’interrogatorio. Separarono Volinia dalla compagna e su di lei ci furono violenze. Io non partecipai all’azione, ma in seguito tacqui davanti ai giudici per proteggere altri funzionari, che mi garantirono avanzamenti di carriera in cambio del silenzio».
È solo la prima parte. «Sentendo le urla disumane della fidanzata, Ruggero Volinia a un certo punto supplicò di fermarsi. E iniziò a fare qualche nome; nulla di eclatante, ma palesava evidentemente una consapevolezza superiore a tanti altri». È lì che entrano in scena, direttamente, “I cinque dell’Ave Maria”. La conferma arriva da Napoli, a distanza di 25 anni, dalla voce del superiore che li guidava. «Io ribadisce il superpoliziotto [Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis] che non è mai stato coinvolto in alcun procedimento mi trovavo a cena in un ristorante con il capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci, che mi disse dell’interrogatorio in corso. Fu deciso allora di trasferire Volinia in una chiesa sconsacrata, un luogo più isolato, e qui ottenemmo indicazioni sensazionali. Anch’io raggiunsi il santuario, insieme ai miei, e lì si usarono “metodi forti”, gli stessi che portarono due fra gli ufficiali della Cia che ci affiancavano ogni giorno, a mettersi le mani nei capelli: “Non credevamo, dissero, che gli italiani arrivassero a un livello di pressione tale”».
L’autista è provato da una giornata infernale e alla fine cede, racconta tutto. «Se vi dicessi dov’è nascosto Dozier?». È la notte fra il 26 e il 27 gennaio, nella chiesa nessuno osa fiatare, a quel punto. E il prosieguo delle operazioni è cronaca nota: il blitz ad opera dei Nocs nella casa di via Pindemonte, dove Dozier era recluso sotto una tenda, e l’arresto dei brigatisti Antonio Savasta, Emilia Libera, Cesare Di Lenardo (colui che fece scattare la prima e circoscritta indagine sulle torture), Giovanni Ciucci e Daniela Frascella. Nei giorni successivi accadono altre cose, che nessuna indagine ha mai svelato con chiarezza. Le chiarifica ancora Salvatore Genova: «Un altro dei funzionari che parteciparono alle fasi finali degli accertamenti, e che assistette alle torture, andò a Roma a prelevare i soldi destinati ad alcuni pentiti, stornati da un fondo segreto destinato a quel tipo di risarcimento». Le stesse cose potrebbe ripetere a breve, davanti ai magistrati veneti che allora si occuparono del caso.
Link da Insorgenze
Torture contro i militanti della lotta armata
Link da Baruda
Della tortura


Pochi vi sono










La 























































Commenti recenti