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15 Maggio: 24 ore di sciopero della logistica

14 maggio 2013 Lascia un commento

15 Maggio SCIOPERO nazionale e giornata di mobilitazione dei lavoratori della logistica
dalle 6 di mattina per 24 ore

I lavoratori della logistica hanno scioperato il 22 marzo rigettando il tentativo delle associazioni dei padroni (Sda, Tnt, Gls, Dhl, Ikea, Bartolini, ecc) di utilizzare il rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) per tagliare le ferie e la quattordicesima, per peggiorare gli orari di lavoro, per aggravare le già dure condizioni di lavoro.
Da parte dei sindacati confederali (cgil, cisl, uil e ugl, che NON rappresentano la gran parte dei lavoratori) c’è l’accettazione ai voleri dei padroni, per far aumentare i loro profitti peggiorando lo sfruttamento dei lavoratori.

A Bologna, Milano, Piacenza, Padova, Verona, Roma, ecc., da mesi è in corso una lotta compatta per migliorare le durissime condizioni di lavoro. Anche qui a Roma alla Sda-Express Courier la lotta ha raggiunto importanti risultati, come il pagamento al 100/% di tredicesima, quattordicesima, permessi e ferie; il passaggio di livello per tutti e scatti di anzianità; il passaggio dei contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato.
Si può e si deve andare avanti continuando le lotte che hanno indicato una prospettiva irrinunciabile: il progressivo smantellamento del sistema di sfruttamento basato sulle cooperative, vero e proprio caporalato.

In questa zona di Roma-Settecamini,che comprende numerose attività della logistica e del trasporto merci, in ogni magazzino i lavoratori devono organizzare un’assemblea, come primo passo per autorganizzarci alla base e decidere da noi stessi gli obiettivi da rivendicare.

Ma soprattutto si devono collegare tutti i lavoratori dei magazzini della logistica di questa zona. Per avere più forza e vincere le battaglie in ogni magazzino; per respingere eventuali ritorsioni padronali; per evitare le grandi fregature contenute nel prossimo CCNL.
Lo sciopero del 15 maggio deve essere un’occasione per incontrarci tra i lavoratori di tutti i magazzini della zona di Roma-Settecamini; per confrontare i trattamenti e discutere come ottenere condizioni migliori ovunque e per respingere le schifose proposte padronali del CCNL e proporre le nostre rivendicazioni.
Tutti insieme nella lotta ce la faremo!!!

100 anni fa molti lavoratori negli Stati Uniti si autorganizzarono alla base perché non volevano più doversi lamentare dopo anni e anni di lavoro: erano gli Industrial Workers of the World – IWW. La loro canzone:
«ho passato la mia vita a far ricco qualcun altro…»

Per tutti i lavoratori della logistica dei magazzini di Settecamini ASSEMBLEA in zona, ore 9,30 mercoledì 15 maggio, nel piazzale all’incrocio tra Via di Salone e Via Cerchiara (adiacente al distributore Q8) a 300 metri dall’incrocio tra Via Tiburtina e Via di Salone.

***Partecipiamo tutti per discutere, organizzarci e lottare per i nostri interessi e contro lo sfruttamento!***

Assemblea di sostegno alle lotte dei Lavoratori della Logistica

Un comunicato da Napoli sul 1° maggio: La rabbia proletaria è più forte delle mistificazioni di questura e Cgil-Cisl-Uil

2 maggio 2013 1 commento

Si parla solo del concertone di Piazza San Giovanni e dell’ “agguato teppistico” di Napoli…
questa la nostra stampa e il giornalismo in questo paese. Nessuno si è accorto e ha fatto finta di accorgersi dell’enorme piazza di Taranto, il concerto all’ombra dell’Ilva, la fabbrica assassina.
Intanto vi giro questo comunicato, che racconta la piazza napoletana e le solite chiacchiere dei sindacati.
La rabbia proletaria è più forte delle mistificazioni di questura e Cgil-Cisl-Uil
Scriviamo queste precisazioni per rivolgerci – non solo alla stampa che ha dato voce ad una sola campana – ma anche e sopratutto a quei cittadini che erano presenti al concerto ai quali la nostra iniziativa di lotta è stata presentata dai sindacati confederali come una sorta di “agguato teppistico”.
La contestazione di oggi al “concerto della concertazione” messo in  piedi da Cgil-Cisl-Uil scesi a Bagnoli per sciacallare anche sul disastro di Città della Scienza, ha raggiunto dimensioni di partecipazione che sono andate oltre ogni nostra previsione. Evidentemente, il flop del concertone e il fatto che anche gran parte dei (pochi) presenti a Città della Scienza abbiano solidarizzato attivamente con le ragioni di chi manifestava, a Cgil-Cisl-Uil e questura gli ha dato alla testa!
Abbiamo letto su tutti i principali quotidiani online una versione del tutto mistificatoria sui fatti di questo pomeriggio, per cui ci sentiamo in dovere di precisare quanto accaduto e i motivi per cui è accaduto:
1) Il corteo di oggi pomeriggio, che la questura definisce “pacifico e senza tensioni”, è stato tale solo grazie al senso di responsabilità dei manifestanti. In più occasioni, infatti, le “forze dell’ordine” hanno provocato i manifestanti, cercando lo scontro: ciò sia all’inizio della manifestazione, quando un nutrito gruppo di agenti in assetto antisommossa è penetrato all’interno del corteo cercando di spaccarlo, sia all’altezza del mercatino rionale di Bagnoli, quando un cordone di poliziotti e di agenti della digos hanno prima costretto il corteo a fermarsi disponendosi davanti allo striscione di apertura, poi, una volta ripresa la manifestazione, un agente della digos ha manganellato a freddo un compagno che manteneva lo striscione solo perché il corteo aveva superato di pochi metri il punto in cui doveva svoltare come previsto da comunicazione.
Dunque, se la giornata è iniziata in maniera “tesa”, la responsabilità di ciò è solo delle forze dell’ordine, le quali evidentemente vedono come fumo negli occhi la nascita di percorsi di lotta unitari tra operai, studenti, precari e disoccupati, e cercano di schiacciarli sul nascere.
2) Riguardo all’”inaudita violenza” denunciata da Anna Rea della Uil a Città della Scienza: come fatto rilevare anche da qualche testata online “non allineata”, gli scontri sono stati provocati deliberatamente dei vertici dei confederali ben prima degli episodi ripresi in diretta dal TG3, ovvero quando alle 17.30 circa tre compagni del comitato cassintegrati e licenziati Fiat si sono recati in maniera pacifica sotto al palco chiedendo agli organizzatori di intervenire per far luce sulla loro drammatica condizione e sull’imminente scadenza della cassa integrazione in deroga per migliaia di lavoratori della Fiat e dell’indotto. I tre operai licenziati sono stati prima etichettati come facinorosi da chi, come i vertici confederali, non sanno neanche cosa sia il lavoro di fabbrica e la catena di montaggio, e poi sono stati inspiegabilmente consegnati alla Digos che li ha in malo modo cacciati da Città della Scienza. Solo allora – a seguito di una tale provocazione perpetrata contro degli operai nel giorno che dovrebbe dar voce proprio ai lavoratori – i partecipanti alla manifestazione autorganizzata hanno deciso di recarsi in massa a Città della Scienza per rivendicare il sacrosanto diritto di parola per chi sta pagando il costo maggiore della crisi e delle politiche di massacro sociale – rese operative con l’avallo proprio di Cgil, Cisl e Uil. Per giunta mentre molti di noi si recavano nei pressi del concerto, altri compagni sono stati preventivamente fermati e invitati ad allontanarsi da Via Coroglio…come se lì si stesse tenendo un G8 e non un concerto “in nome dei diritti del lavoro”. Questa e non altra è stata la causa scatenante la rabbia materializzatasi sotto al palco quando era già del tutto evidente la volontà di Cgil, Cisl e Uil di sottrarsi a qualsiasi forma di dialogo.
3) Dopo i primi momenti di tensione sembrava essere stato raggiunto un accordo secondo il quale un lavoratore dell’Irisbus e un licenziato Fiat avrebbero potuto brevemente prendere la parola durante il concerto e infatti due lavoratori in rappresentanza di queste vertenze insieme ad un portavoce del neonato “Comitato Bonifichiamo Bagnoli” erano stati già condotti oltre le transenne ai piedi del palco. In cambio ci è stato chiesto di arretrare di alcuni metri per facilitare un clima di distensione e come si può verificare anche da numerosi video i circa 200 manifestanti sono effettivamente arretrati creando uno spazio di alcuni metri tra essi e i cordoni delle forze dell’ordine.
Questo c’è stato chiesto e questo abbiamo fatto, contrariamente alle dichiarazioni false e mistificanti rilasciate alla stampa da Anna Rea, la quale farnetica di un inesistente e mai richiestoci accordo secondo il quale gli interventi sarebbero stati possibili solo qualora avessimo lasciato Città della Scienza. Non ci è mai stato richiesto di dialogare a differenza di quanto afferma Anna Rea: l’unico dialogo è stato quello tra i confederali e le forze dell’ordine che essi hanno aizzato contro i manifestanti.
4) Quando la situazione era del tutto normalizzata e attendevamo solo l’intervento dei lavoratori e del Comitato – così come ci era stato promesso – inspiegabilmente e senza motivo si è scatenata la violenza delle forze del disordine guidate dagli esponenti dei sindacati concertativi: Marco Cusano che era già nei pressi del palco per intervenire a nome dei casseintegrati Fiat è stato spintonato e scaraventato a terra da un agente della Digos senza alcun motivo; negli stessi istanti un media-attivista, mentre filmava gli episodi, notando che la polizia tentava di prelevare a freddo un compagno per portarlo in Questura, nel tentativo di dissuadere il fermo è stato brutalmente e ripetutamente colpito alla testa con manganellate e pugni.
5) Per più di un’ora abbiamo assistito inermi allo spettacolo indecoroso dei delegati Fiat e Irisbus che venivamo sistematicamente fatti entrare per poi riuscire dalle file del cordone di polizia senza un motivo per poi – al termine di questa sceneneggiata – apprendere che non gli sarebbe stata data la parola. Abbiamo così deciso di improvvisare un assemblea a microfono aperto con l’unico strumento che avevamo a disposizione (un megafono) ed è stato durante quei frangenti che abbiamo appreso che gran parte degli spettatori del concerto si era resa perfettamente conto delle nostre ragioni e solidarizzava apertamente con la nostra iniziativa, condannando ripetutamente la blindatura autoritaria dei sindacati confederali – Cgil, Cisl e Uil.
Abbiamo dimostrato con la lotta e la determinazione che è possibile una reale partecipazione ed un effettivo protagonismo dei lavoratori e di tutti coloro che pagano sulla propria pelle le politiche di austerity solo oltrepassando le regole della loro “democrazia”, che vorrebbe milioni di persone relegate al semplice ruolo di spettatori passivi di feste, festicciole e passerelle politico-istituzionali oppure depositatori di una qualche scheda elettorale in un urna ogni 5 anni.
La lotta paga e la dimostrazione più evidente di ciò è stato il fatto che siamo entrati in 200 a Città della Scienza e siamo usciti più che raddoppiati, mentre il “concerto della concertazione” – promosso dai sindacati che hanno affossato negli ultimi 20 anni i diritti dei proletari -quando siamo entrati era già semi – vuoto (rispetto le loro oceaniche previsioni) ed era pressocché deserto quando ce ne siamo andati.
A dispetto delle loro mistificazioni i fatti hanno la testa dura!
Ci vogliono disperati e rabbiosi, ci avranno coscienti ed organizzati!
Per tali motivi, invitiamo tutti alla conferenza stampa che si terrà Giovedi 2 Maggio alle ore 11:00 (Via Enea 19a – Bagnoli)
Laboratorio Politico Iskra
laboratoriopoliticoiskra@info.org
Facebook: Iskra Area Flegrea

Le responsabilità delle briciole di Dacca

30 aprile 2013 1 commento

Tra le macerie di Dacca, il marchio Benetton

“Il Gruppo Benetton intende chiarire che nessuna delle società coinvolte è fornitrice di Benetton Group o uno qualsiasi dei suoi marchi. Oltre a ciò, un ordine è stato completato e spedito da uno dei produttori coinvolti diverse settimane prima dell’incidente. Da allora, questo subappaltatore è stato rimosso dalla nostra lista dei fornitori“.

“Il Gruppo Benetton intende chiarire che nessuna delle società coinvolte è fornitrice di Benetton Group o uno qualsiasi dei suoi marchi. Oltre a ciò, un ordine è stato completato e spedito da uno dei produttori coinvolti diverse settimane prima dell’incidente. Da allora, questo subappaltatore è stato rimosso dalla nostra lista dei fornitori“: una prima mezza ammissione.

Stiamo solo parlando della morte di “almeno” 381 operai: nell’articolo di Marco Quarantelli, uscito sul Fatto Quotidiano (e che potete leggere qui) c’è una lunga lista di aziende italiane che hanno molto a che fare con lo sbriciolamento di un palazzo di otto piano, in Bangladesh, posto di lavoro di centinaia di persone.
Ovviamente c’è la gara di smentite e mani di padroni che provano a lavarsi il sangue da dosso:
“Riguardo alle tragiche notizie che provengono dal Bangladesh Benetton Group si trova costretta a precisare che (…) i laboratori coinvolti nel crollo del palazzo di Dacca non collaborano in alcun modo con i marchi del gruppo Benetton”. (24 aprile 2013)

GRECIA: le fragole dei servi della gleba

18 aprile 2013 1 commento

Una Grecia che ci hanno insegnato “culla della civiltà e della democrazia”,
ci dimostra oggi (non proprio oggi eh) di essere l’ennesima culla della schiavitù, dello sfruttamento, dei servi della gleba.

Fanno paura le notizie proveniente da un’area del Peloponneso dal nome Nea Manolada, dove oltre ai noti abusi sui migranti già avvenuti in passato (solo lo scorso anno ricordiamo la vicenda di un lavoratore egiziano pestato e poi trascinato per un Km da un veicolo), da mercoledì si vive uno scenario del tutto uovo, nelle sue modalità.

Stiamo parlando di 200 lavoratori, quasi tutti provenienti dal Bangladesh, impegnati in queste settimane nella raccolta delle fragole: 200 braccianti che chiedono sei mesi di paga, per lavoro compiuto nella regione di Ilia:
Dopo poco lo sciopero spontaneo inscenato dai lavoratori viene bloccato dall’arrivo dei tre titolari dell’impresa, che dopo uina carrellata di pesanti insulti contro i migranti, hanno fatto fuoco.

Hanno letteralmente sparato sulla folla di lavoratori, ferendone almeno 30 in modo da dover essere trasportati in ospedale, fortunatamente tutti fuori pericolo di vita, anche se qualcuno riporta ferite piuttosto pesanti.
Solo uno dei tre sparatori è stato arrestato.

Vi metto il link di un vecchio articolo di Christian Elia, sui fatti del 2008,nella stessa regione: LEGGI

Qui un po’ di foto sulle condizioni di vita dei migranti nela regione di Ilia: GUARDA

Grecia: “Chi sono dopotutto i teppisti?”

8 febbraio 2013 5 commenti

Rimetto queste righe, con il cuore pesante ed emozionato.
Perchè sono l’addio di un compagno, che già avevo pubblicato lo scorso anno,
ma che forse vanno rilette.
Spesso.
Le farei rileggere poi, tipo mantra, a chi ha parlato di sfasciacarrozze (eh no, non me va giù)
[leggi: Grecia, se vi pare normale tutto ciò]

Chi sono dopotutto i teppisti?

Violenza è  lavorare per 40 anni per delle briciole e chiedersi se si riuscirà a smettere
Violenza sono i titoli finanziari, i fondi assicurativi saccheggiati, la truffa in borsa.
Violenza è essere costretti a stipulare un mutuo per una casa che si finisce per pagare come se fosse fatta d’oro.
Violenza è il diritto del tuo capo di licenziare in qualsiasi momento voglia farlo.
Violenza è la disoccupazione, la precarietà, sono i 700 euro al mese con o senza contributi previdenziali.
Violenza sono gli “incidenti” sul lavoro, perché il padrone riduce i costi di gestione a scapito della sicurezza dei lavoratori.
Violenza è  prendere psicofarmaci e vitamine per far fronte agli orari di lavoro
Violenza è essere una donna migrante , è vivere con la paura di essere cacciato dal paese in qualsiasi momento e vivere in una costante insicurezza.
Violenza è l’essere casalinga, lavoratrice e madre allo stesso tempo.
Violenza è quando ti prendono per il culo al lavoro dicendo: ‘dannazione, sorridi, è chiedere troppo?’

Quello che abbiamo vissuto io lo chiamo rivolta.
E proprio come ogni rivolta appare come una prova generale della Guerra Civile, ma puzza di fumo, gas lacrimogeni e sangue.
Non può essere facilmente sfruttata o controllato. Accende le coscienze, si rivela e polarizza le contraddizioni, e promette, almeno, momenti di condivisione e di solidarietà. E traccia i percorsi verso l’emancipazione sociale.
Signore e signori, benvenuti alle metropoli del caos! Installate porte sicure e sistemi di allarme alle vostre case, accendete il televisore e godetevi lo spettacolo. La prossima rivolta sarà ancora più agguerrita, mentre il marciume di questa società si approfondisce … Oppure, potete prendere le strade al fianco dei vostri figli, potete scioperare, potete osare di rivendicare la vita che vi stanno derubando, potete ricordarvi che una volta eravate giovani e volevate cambiare il mondo.

Savas Metoikidis*

*Savas si è suicidato il 21 aprile dello scorso anno.
Qui il posto che ne parlava: LEGGI

Ciao Savas

Karoshi: lavoro e suicidio in Giappone. (Mejo i Maya)

20 dicembre 2012 1 commento

Arrivare a lavoro,
con la fretta di chi comunque sceglie il 4° ritardo del mese pur di bere un caffè come si deve e non quello della macchinetta automatica, dal sapore unico dal tasto 11 al 36, con o senza zucchero che sia.
Arrivi a lavoro, inserisci 5 password diverse in altrettanti programmi che oltretutto si impallano, vanno a rilento, hanno la rotella che gira gira gira,
poi guardi tutti gli altri in sala e dagli sguardi potresti far la mappatura degli orari; quello che ha attaccato alle 6, quello che fa la settimana dall’orario lungo ma con ben 2 OH DICO DUE giorni di riposo attaccati.
Insomma, arrivi a lavoro e ti accorgi che il solo Dio in cui puoi credere si chiama NON lavoro, e gira abbracciato e un po’ brillo alla LIBERTA’.

Insomma, entri qui e il “non mi avrete mai come volete voi” si tatua nel tono di voce, nel buongiorno, si scioglie nel caffè fasullo che tanto prima o poi nell’arco del turno andrai a bere.
Ma entrare a lavoro e, di nascosto ovviamente, leggere quest’articolo sul Giappone, ti apre proprio un mondo.
Mamma mia oh! Per solidarietà ai lavoratori e alle lavoratrici giapponesi oggi non produco proprio un cazzo per l’azienda. No, no.

Morire di Lavoro in Giappone
Di recente sono stato a Bruxelles e in ostello ho incontrato dei giapponesi in vacanza. Quando ho sentito Sayaka—la mia nuova amica giapponese—rispondere sommessamente a telefono alle 4 di mattina e scivolare fuori dal suo letto per dirigersi nella sala computer, al piano inferiore, mi sono incuriosito. Era una talpa che teneva sotto controllo gli ospiti per conto dei proprietari? Forse contattava i suoi genitori a tarda notte perché non si sentiva a suo agio usando internet alla luce del giorno?

Niente di tutto questo. Come poi ho scoperto, quella era l’unica vacanza che Sayaka si fosse presa in tutto l’anno, e le puntatine mattiniere alla sala computer servivano a finire un lavoro “urgente” per il suo capo—in poche parole, un modo abbastanza schifoso di trascorrere le vacanze. Ma di sicuro è meglio delle 16 ore al giorno di lavoro che l’attendono al rientro a casa.

La situazione di Sayaka non è rara; nelle principali città del Giappone, un’enorme quantità di persone ha un rapporto distruttivo con il lavoro, e molti decidono di condannarsi a una morte prematura. Questo fenomeno sociale ha un suo termine preciso, karoshi. Non si tratta dello sfruttamento lavorativo in fabbrica o di incidenti nei cantieri. Il termine indica esattamente le morti dei lavoratori di grandi aziende, per lo più dovute a ictus, infarti o suicidi dopo aver lavorato oltre il limite.

Quest’anno, il suicidio della 26enne Mina Mori è stato riconosciuto come karoshi dopo che un’indagine aveva svelato che la ragazza faceva 140 ore di straordinario ogni mese presso un ristorante della popolare catena Watami. I dipendenti di numerose aziende sono tenuti ad adottare una cultura del lavoro che sta distruggendo le loro vite.

Il fenomeno del karoshi è stato identificato alla fine degli anni Sessanta, quando un ragazzo occupato nel reparto spedizioni del principale quotidiano giapponese morì di ictus (fatto un po’ insolito, per un 29enne), e la gente comprese che l’esagerazione dell’orario di lavoro poteva avere effetti negativi sull’organismo. Incredibilmente, la notizia sorprese tutti. Da allora, i casi di karoshi si sono trasformati in implacabili battaglie tra i membri della famiglia del defunto, decisi a dimostrare che la causa della morte è il troppo lavoro, e la società datrice di lavoro, che fa del suo meglio per mettere a tacere la cosa.

Gli interinali costituiscono circa un terzo della forza lavoro giapponese, il che significa meno paga e quasi nessun diritto, anche dopo anni di lavoro nella stessa azienda. L’impiego fisso è una reliquia del passato ormai sepolta. Jake Adelstein ha trascorso 12 anni in Giappone come primo giornalista non-giapponese del quotidiano Yomiuri Shinbun, lavorando faticosamente per giorni e notti, interrotte da pochissime ore di sonno.

Aokigahara, la foresta dei suicidi

Come mi ha detto, “Una delle cose che contribuisce alle pessime condizioni all’interno delle aziende giapponesi è la forte presenza di agenzie di lavoro interinale. Se qualcuno sta all’interno dell’azienda per più di cinque anni si suppone sia destinato a un posto fisso, ma nella realtà accade che raggiunto quel traguardo, il dipendente viene licenziato. Questa promessa di lavoro a tempo indeterminato o di lavoro vero viene sventolata davanti ai suoi occhi, e poi strappatagli in un colpo, come un tappeto da sotto i piedi”.

Dato che la gente ha bisogno di nutrirsi e pagare l’affitto, il contesto di precarietà è diventato la norma, con aziende particolarmente inclini allo sfruttamento—conosciute con il nome di “Aziende Nere”—capaci di condurre i propri dipendenti alla rovina a forza di farli lavorare. Nel timore costante di essere sostituiti da un momento all’altro, i lavoratori hanno sviluppato la capacità di assecondare i superiori, facendo straordinari folli non retribuiti e persino contraffacendo l’ammontare di ore di lavoro registrate per tenere l’azienda fuori dai guai. È stato Jake a spiegarmi la situazione, aggiungendo:

“Al lavoro avevamo due registri. Su uno inserivamo le ore effettivamente svolte, mentre l’altro seguiva gli standard. Parte del nostro dovere come lavoratori notturni era organizzare l’orario di lavoro di tutti. Si poteva lavorare per una settimana intera senza giorno libero, e alla fine, invece di segnare tutte le ore, si annotavano semplicemente quelle dovute, aggiungendo giorni di vacanza per il resto.”

“C’è tutta una tradizione che prevede il non registrarsi durante gli straordinari e di lavorare senza paga extra. Dipende molto dai costumi tradizionali—c’è ancora l’idea che gli anziani abbiano la precedenza. In molti casi, lasciare l’ufficio prima di una persona più anziana è tuttora considerato scortese o sconveniente.”

Un hotel a capsule, per chi non riesce a passare la notte a casa.

Ovviamente tutto questo lavoro lascia poco tempo per le altre cose di cui la gente ha bisogno per non trasformarsi in disperate bombe umane pronte a esplodere al minimo rumore. Mi riferisco a cose come socializzare, passare del tempo con la famiglia e dormire più di due ore a notte. Gli hotel a capsule esistono semplicemente perché un’enorme quantità di gente sostiene che abbia più senso dormire in bare imbottite, impilate l’una sopra l’altra, piuttosto che prendere il treno per casa dopo aver lavorato sino alle prime ore del mattino.

Jake mi ha spiegato: “Il problema è il circolo vizioso in cui si entra: vivi in periferia, il tragitto è lungo, ti sposti su un treno affollato e arrivi in ufficio già stanco perché sei stato in piedi tutto il tragitto. Poi lavori sino alle 23:00 o le 00:00, vai a casa con lo stesso treno affollato, e non puoi stare sveglio né rilassarti perché il giorno dopo devi lavorare. Sopporti una continua privazione del sonno, e vai avanti per inerzia.”

“Una delle ragioni per cui il Giappone ha un tasso di natalità e matrimoni così basso è che, se la gente passa tutto il tempo in ufficio, finisce per non avere una vita privata. Come si fa a coltivare i rapporti? Come si fa a incontrare qualcuno, uscirci e avere una storia? Finisce che la tua vita ruota intorno al lavoro. Il tuo lavoro è la tua vita, questo è tutto ciò che sei”.

“Se non sei sottoposto a un ritmo di lavoro intenso, schiavo dell’alba e vittima della privazione del sonno, con ogni probabilità i colleghi e il capo ti accuseranno di non lavorare abbastanza. Per questo a volte è importante mantenere l’aspetto di un esaurito, dell’emarginato che saresti se facessi il tuo lavoro fino in fondo.”

“Se non hai lavorato per ore, cerchi di apparire come se lo avessi fatto, dai l’impressione di soffrirne molto. Questo aspetto sembra avere più valore di un compito svolto bene. Devi sempre sembrare stanco, anche se non lo sei.”

Un manuale del suicidio.

Il Giappone registra uno dei più alti tassi di suicidio al mondo, fatto che conferma come una grande quantità di giapponesi stia passando un momento estremamente di merda, per molti dovuto principalmente al lavoro. Nel 2009, il numero totale di suicidi è aumentato del due percento, toccando i 32.845 casi, ovvero, sostanzialmente, 26 suicidi ogni 100.000 persone. E nei 2.207 suicidi legati all’impiego del 2007, il motivo più comune era il troppo lavoro. Del resto, quando un Paese nomina un bosco “la Foresta dei Sucidi” e vende ogni anno un alto numero di manuali del suicidio, le statistiche di questo tipo non appaiono poi così scioccanti.

Come mi ha spiegato Jack, il libro in questione descrive situazioni comuni a un gran numero di giapponesi: “È stata un’altra pessima giornata in ufficio, il lavoro si è accumulato e tu sei in ritardo sulle bollette. Non stai dormendo, sei stanco e ti devi alzare alle 06:00 e fare i 90 minuti di strada per arrivare al lavoro. Stai per passare tutta la notte in ufficio per l’ennesima volta—e lo farai più e più volte. Non sarebbe bello andare a dormire e non svegliarsi più? Dormire davvero?” È facile intuire la presa che queste parole hanno sul gran numero di persone le cui vite sono consumate dal lavoro.

Nel parlare con Sayaka, in ostello, non ho potuto fare a meno di notare un barlume di soddisfazione quando ho espresso la mia indignazione per le sue giornate di lavoro di 16 ore. Questo unico barlume conferma solo che la linea di demarcazione tra lo sfruttamento e il rispetto guadagnato con lunghe ore di lavoro sta su una linea estremamente sottile, tra un corpo che rinuncia a te o tu che decidi di rinunciare al tuo corpo. Sayaka è giovane e pare che la questione dei diritti del lavoro stia lentamente migliorando, quindi spero che questo  processo guadagni terreno velocemente—altrimenti, il suo ingenuo entusiasmo potrebbe facilmente essere portato sino al limite.

Di Sam Clements

LEGGI:
- Mirafiori e la dialettica del Sanpietrino
- Il lavoro è sfruttamento - Il lavoro salariato, Karl Marx
- Il lavoro giusto per me
- Il lavoro non si festeggia, si abolisce

Ikea alza bandiera bianca online ;-)

11 novembre 2012 3 commenti

Tratto da Infoaut
[
leggi anche I manganelli IKEA si trasformano in licenziamenti]

Ikea alza bandiera bianca e decide di chiudere il sito “spazioalcambiamento.it”, oggetto negli ultimi giorni di un’azione di detour collettiva e spontanea nata in rete. Il motivo? Un attacco hacker. Mai avvenuto.

altLa vicenda è nota. Il portale promozionale di Ikea “spazioalcambiamento.it” negli ultimi giorni era stato preso d’assalto da migliaia di persone, infuriate per i 107 licenziamenti messi in atto dall’azienda svedese dopo gli scontri avvenuti al polo di Piacenza. Il dirottamento dell’hashtag#spazioalcambiamento aveva radicalmente trasformato i connotati della pagina: da vetrina in cui i clienti avevano la possibilità di esprimere le loro idee sui prodotti, a manifesto dove esprimere indignazione e solidarietà nei confronti della lotta dei lavoratori. E come se non bastasse anche la pagina Facebook della multinazionale era stata inondata da un fiume di insulti e vibrate proteste, arginato a fatica dagli amministratori con una censura sistematica dei commenti negativi.

Ikea aveva provato a correre ai ripari utilizzando il più classico degli stratagemmi: la creazione di qualche decina di bot, ovvero account Twitter falsi, creati appositamente con l’intento di ridare una curvatura positiva ai messaggi collegati all’hashtag #spazioalcambiamento. Ma di fronte al montare della protesta in rete non c’è stato nulla da fare. E nel tardo pomeriggio di oggi sull’homepage di spazioalcambiamento.it campeggiavano queste poche laconiche frasi:

«Questo sito ha subito un attacco informatico da parte di hacker. Siamo perciò costretti a oscurare queste pagine per tutelare la privacy di tutte le persone che avevano lasciato la loro idea sul cambiamento.
Grazie a tutti i contributi.
IKEA Italia»

altUna panzana bella e buona per tamponare il danno di immagine subito dall’azienda, dopo che la notizia aveva assunto rilevanza nel circuito mainstream. Infatti, se anche il sito della campagna Ikea fosse stata oggetto di un non meglio precisato “attacco hacker”, i dati personali di quanti vi avevano partecipato non sarebbero stati in alcun modo compromessi: i messaggi sulla timeline a forma di alveare provenivano interamente da profili twitter pubblici.

L’ingenuo ricorso ad una delle figure più abusate nella nostra epoca di moral panic (quella dell’hacker sbucato dal nulla che mette in pericolo la privacy di utenti ignari ed indifesi) è semmai segno della totale mancanza di una policy di comunicazione a cui ricorrere nei momenti di crisi: detta in altro modo, lo staff di Ikea, non sapendo come giustificare la chiusura del sito – e non volendo assumersene la responsabilità – ha preferito dire le bugie. Pessima idea. O come si dice su Twitter #epicfail. Gli sberleffi sui social network già si sprecano. E quella crepa all’immagine, che l’azienda sperava di tamponare, sembra allargarsi sempre di più.

Keep calm and hack Ikea ;-)

InfoFreeFlow (@infofreeflow) per Infoaut

I manganelli di Ikea si trasformano in lettere di licenziamento

10 novembre 2012 4 commenti

 

Quel che sta succedendo a Piacenza ai lavoratori IKEA che hanno azzardato una mobilitazione per denunciare le loro condizioni lavorative è sconcertante.
Oltre ai manganelli, alle botte, ai feriti, alle denunce,
ora a casa: licenziamento per 107 lavoratori.
Qui potete vedere il volantino che verrà distribuito oggi in molte città, in cui si chiederà solidarietà e partecipazione a tutti i clienti Ikea.
Solidarietà di classe: cerchiamo di riscoprirla, di alimentarla, di innamorarcene.
Poi per chi ha siti, blog, social network vari ci sono molti banner e fotografie da condividere sulle proprie pagine: la maggiorparte sono molto divertenti e rendono possibile un passa-parola che in questi casi è necessario.
Boikotta Ikea, porta solidarietà ai lavoratori in mobilitazione,
Diffondi il materiale che stanno producendo,

SABATO 10 NOVEMBRE

- Napoli: ore 16:00 presso l’ingresso dell’IKEA di Afragola
- Firenze: ore 16:30 presso l’ingresso dell’Ikea dell’Osmannoro (Sesto Fiorentino)
- Milano: ore 15:00 all’IKEA di San Giuliano Milanese (uscita tangenziale San Giuliano Milanese)
- Milano: ore 17:30 all’IKEA di Carugate (uscita tangenziale Carugate)
- Bologna: ore 16:00 presso l’ingresso del parcheggio IKEA di Casalecchio
- Padova: ore 15:00
presso l’ingresso dell’IKEA

DOMENICA 11 NOVEMBRE

- Torino: ore 10:00 all’IKEA di Collegno

Qui invece puoi ascoltare una trasmissione di Radio Onda Rossa con i lavoratori Ikea : ASCOLTA

Operai a Basiano: dopo le botte la galera!

15 giugno 2012 Lascia un commento

Tre giorni fa un presidio di operai a Basiano, in provincia di Milano, si è trasformato in una mattanza.
L’attacco di polizia e carabinieri sul presidio che difendeva 90 posti di lavoro è stato di una violenza bieca, che ho raccontato in questa pagina, e che ha portato al coma per qualche ora di uno dei feriti, allo spezzamento di femori e così via.
Avevamo parlato di 20 fermi (ovviamente tutti feriti) da parte delle forze dell’ordine, che avevano tutte le possibilità di trasformarsi in arresti: già si sono svolte 11 udienze per direttissima e stamattina ci saranno le altre 9.
Fino a questo momento è stato confermato il fermo di tutti:  6 persone verranno scarcerate ( 1 privo di misure cautelari, 3 con obbligo di firma, 2 con obbligo di dimora nel comune di residenza).
Poi ci sono 3 richieste di arresti domiciliari e 2 di carcerazione (entrambi delegati del SI.Cobas) ..
così, come se niente fosse.

Questo sabato gli operai scenderanno nuovamente in piazza, per mostrare la loro totale solidarietà con i colleghi colpiti e per mandare avanti una battaglia che hanno tentato di sedare a mano armata, e brandendo manette.

LA LOTTA DI CLASSE NON SI CHIUDE IN CELLA ,
NON VI ILLUDETE.
SOLIDARIETA’ TOTALE AGLI OPERAI COLPITI DA BOTTE E CARCERE.

LEGGI: Le manganellate a Basiano

Basiano (MI): manganellate, femori rotti e fermi sui lavoratori in lotta

11 giugno 2012 5 commenti

Qualcuno inizia ad alzare la testa,
a non accettare di tornare a casa, di farsi licenziare senza alzare la voce, senza ribellarsi, senza fargliela almeno sudare un po’ questa sopraffazione costante, continuata, indegna.
Siamo nel milanese, a Basiano, davanti ai cancelli dei capannoni della Gartico Scarl…
e le immagini parlano chiaro, malgrado le parole delle agenzie stampa riportino come sempre quel che vogliono, con il loro lessico non più sopportabile,
con quel distacco colpevole e accusatore.

E’ diverso tempo che un centinaio di lavoratori sta lottando per difendere il proprio posto di lavoro, con un presidio permanente in opposizione alla decisione dell’azienda di cambiare cooperativa per il servizio di facchinaggio:
a cercare qua e là un po’ di notizie sull’Alma Group di Peschiera Borromeo sembra palese che questo cambiamento e quindi la decisione successiva di 89 licenziamenti sia dovuta proprio alle proteste che i lavoratori portavano avanti contro delle condizioni di lavoro insostenibile.
E quindi tutti a casa.
E se ti ribelli a questo, con un presidio permanente davanti ai cancelli del posto di lavoro che t’ha sbattuto la porta in faccia la risposta successiva, arrivata puntuale questa mattina,
sarà l’arrivo dello Stato, dei suoi plotoni, di lacrimogeni e manganelli.

26, ventisei feriti
18, diciotto lavoratori fermati.
10 ambulanze,
4 auto mediche
2 gambe spezzate, dai lacrimogeni sparati a brevissima distanza.
Anche qualche carabiniere tra i feriti e un blindato danneggiato dal lancio d’oggetti: la sola notizia consolante,
che ci lascia aperta la speranza (aaaah che brutta parola) che ci sia ancora la forza, la possibilità e magari anche la capacità di difendere il proprio diritto alla vita e al futuro,
il diritto di non esser sfruttati,
il diritto di non dover sempre chinar la testa,
il diritto di alzarla ogni tanto,
alla faccia dei manganelli, dei padroni, dei plotoni.

SOLIDARIETA’ AI LAVORATORI FERITI.
RILASCIO IMMEDIATO DI TUTTI I LAVORATORI FERMATI.
LE LOTTE NON SI ARRESTANO.

La crisi ci priva di un altro compagno in Grecia, che sceglie il suicidio. Ciao Savas

22 aprile 2012 10 commenti

La Grecia prende apprende di un nuovo suicidio, avvenuto ieri 21 aprile.
Un suicidio di un compagno, di un militante, di un uomo di 45 anni, insegnante da sempre impegnato politicamente.
Si chiamava Savas Metoikidis.
Si è impiccato come risposta finale alle imposizioni della troika, si è impiccato lasciandoci un lungo manoscritto in cui spiega le ragioni del suo gesto e che verrà probabilmente pubblicato tra poco, nella sua città natale, Stravroupoli, nel nord del paese.
Sono più di mille i suicidi avvenuti in Grecia dall’inizio della devastazione della società per mezzo del piano di austerità,
ma dopo quello di Dimitris Christoulas, questo è il secondo compagno che sceglie di farlo,
e di renderlo atto pubblico, il primo scegliendo un luogo simbolo come Syntagma -piazza del parlamento greco-,
il secondo lasciando un inequivocabile testo per spiegare il suo gesto.

Quello che pubblico qui sotto invece, che ho preso sempre da OccupiedLondon, è un testo che Savas aveva scritto allo scoppio della rivolta del dicembre 2008, seguita immediatamente dopo la morte del giovane Alexis Grigoropoulous per mano della polizia, senza alcuna ragione.
Una rivolta che ha cambiato molto il profilo delle piazze greche, e che io provai a raccontare da quelle strade, innamorandomene

Chi sono dopotutto i teppisti?

Violenza è  lavorare per 40 anni per delle briciole e chiedersi se si riuscirà a smettere
Violenza sono i titoli finanziari, i fondi assicurativi saccheggiati, la truffa in borsa.
Violenza è essere costretti a stipulare un mutuo per una casa che si finisce per pagare come se fosse fatta d’oro.
Violenza è il diritto del tuo capo di licenziare in qualsiasi momento voglia farlo.
Violenza è la disoccupazione, la precarietà, sono i 700 euro al mese con o senza contributi previdenziali.
Violenza sono gli “incidenti” sul lavoro, perché il padrone riduce i costi di gestione a scapito della sicurezza dei lavoratori.
Violenza è  prendere psicofarmaci e vitamine per far fronte agli orari di lavoro
Violenza è essere una donna migrante , è vivere con la paura di essere cacciato dal paese in qualsiasi momento e vivere in una costante insicurezza.
Violenza è l’essere casalinga, lavoratrice e madre allo stesso tempo.
Violenza è quando ti prendono per il culo al lavoro dicendo: ‘dannazione, sorridi, è chiedere troppo?’

Quello che abbiamo vissuto io lo chiamo rivolta.
E proprio come ogni rivolta appare come una prova generale della Guerra Civile, ma puzza di fumo, gas lacrimogeni e sangue.
Non può essere facilmente sfruttata o controllato. Accende le coscienze, si rivela e polarizza le contraddizioni, e promette, almeno, momenti di condivisione e di solidarietà. E traccia i percorsi verso l’emancipazione sociale.
Signore e signori, benvenuti alle metropoli del caos! Installate porte sicure e sistemi di allarme alle vostre case, accendete il televisore e godetevi lo spettacolo. La prossima rivolta sarà ancora più agguerrita, mentre il marciume di questa società si approfondisce … Oppure, potete prendere le strade al fianco dei vostri figli, potete scioperare, potete osare di rivendicare la vita che vi stanno derubando, potete ricordarvi che una volta eravate giovani e volevate cambiare il mondo.

Savas Metoikidis

Ciao Savas

Ciao Savas

Grecia: la rivoluzione è d’acciaio e zucchero. Lo sciopero delle acciaierie e l’occupazione di una famosa pasticceria

23 gennaio 2012 1 commento

Sarà il più martoriato dei paesi che stanno subendo la crisi economica, l’austerity imposta dai “mercati internazionali” che spezza la normale vita economica di tutti gli strati del paese,
sarà il paese che sta sfiorando il baratro in modo sempre più pericoloso,
ma ogni volta che #stavitademerda mi permette di trovare il tempo di scovare notizie dalla Grecia,
il mio cuore si riempie di gioia.
Di quella gioia fatta di collettività, di sudore e organizzazione, di costruzione di percorsi d’autonomia, fondamentalmente di  lotta di classe,
quella che da quest’altra parte del mare (un mare piccolo piccolo che sembra immenso) abbiamo rimosso.
Seppellita sotto tonnellate di riformismo, di sindacalismo colluso,
di complottismo, di giustizialismo, di grettezza politica
di incapacità di canalizzare energie e trovare il coraggio di portare avanti le battaglie come si devono portare avanti:
con il coraggio di chi non ha niente da perdere, e vorrebbe TUTTO da conquistare.
Ma non è aria, qui.
No.

Ma la Grecia sta prendendo la strada giusta: sta cercando di prendersi con la forza quello che con molta più forza è stato strappato via.
E lo fa riallacciando la corrente illegalmente alle famiglie che non possono pagare la tassa di proprietà,
lo fa espropriando supermercati di grandi catene e ridistribuendo il cibo preso nei mercati rionali,
lo fa portando solidarietà ai detenuti,
lo fa portando in piazza 15.000 lavoratori delle accierie staccati da qualunque sindacato sempre e comunque colluso e parte integrante dell’indotto di stato di sfruttamento e tagli.
Il piano di Manesis, capo delle acciaierie, caratterizzato dal terrore imposto dai continui licenziamenti e dalla proposta di lavoro a turnazioni, è stato bloccato dalla
tenacia e dalla forza dei lavoratori, che hanno oltretutto trovato un vero e proprio fiume di persone  pronte a portare la loro solidarietà.
I volantini dei lavoratori delle acciaierie parlano chiaro, come quelli di studenti, immigrati, disoccupati:
la chiamata è generale, è ad una lotta di classe contro potere, che sia composta, foraggiata e alimentata da tutte le componenti di sfruttati ed emarginati del paese:
chiama a raccolta studenti, precari, dipendenti pubblici, disoccupati, migranti, clandestini, cittadini e nomadi…
tutti uniti, verso un’organizzazione rivoluzionaria capace di soverchiare il sistema,
così com’è.
Mi si riempie il cuore nel leggere i loro volantini, lo ribadisco emozionata.
• Un’altra notizia “greca” ci arriva da Salonicco, battagliera città, dove i lavoratori di una famosa pasticceria (è una catena con negozi in tutto il paese) “Hatzis”, hanno deciso di occupare il negozio nel quartiere di Kalamaria, dopo che da dicembre combattevano per cercare di ottenere i 5 precedenti mesi di salario, oltre che i bonus economici previsti nella mensilità di dicembre.
Una storia che va avanti da alcuni mesi e che ha dell’irreale visti gli ultimi 5 anni di fatturato della pasticceria e il maldestro tentativo (che sicuramente riuscirà) di puntare al fallimento approfittando della crisi nel paese, per evitare di
pagare i milioni di debiti accumulati con le assicurazioni pubbliche.
Basterebbe fallire, cambiar nome alla società e tutti i debiti, per primi quelli con gli stessi lavoratori, spariranno nel nulla.
Alla luce di ciò negli ultimi mesi i licenziamenti sono stati tanti, rimpiazzati con lavoratori “fantasma”, privi di regolari contratti o con l’obbligo di una precedente firma di “dichiarazione volontaria di licenziamento” che permettono al padrone di non pagare le indennità a chi viene licenziato.
Sono 400 euro al mese per turni fino a 12 ore di lavoro: questo è.

tanto che, come ormai per tradizione in quel paese, il padrone sta iniziando a tremare.
I suoi locali sono bloccati e occupati: al secondo giorno di occupazione la polizia ha fatto irruzione arrestando otto persone, tra cui 4 lavoratori e altri 4 solidali:
la cosa non ha minimamente fermato la mobilitazione.
La lotta continua…alla faccia del padrone, di Manesis e di quelli come loro.

Grecia : quando la crisi porta all’abbandono disperato dei propri figli

11 gennaio 2012 16 commenti

Non posso immaginare cosa voglia dire accompagnare il proprio bimbo all’asilo,
consapevole di non poterlo più andare a prendere, consapevole di non rivederlo, perché sai che per lui/lei potrebbe esser meglio così,
perché sai di non poterlo mantenere,
di non poter continuare a fargli fare quella vita.
“Non verrò a prendere Annna oggi, perché non posso permettermi di prendermi cura di lei”, si legge. “Per favore, abbiatene cura. Mi dispiace. Sua madre.” Questo biglietto è stato trovato in un cappottino di una bimba di 4 anni, dalla sua maestra d’asilo.
E non sembra essere una novità tutto ciò, in Grecia, in questi ultimi mesi.
La BBC racconta di come è cambiata la situazione nei centri giovanili per poveri o nelle associazioni che si occupano di bambini “abbandonati”.
Strutture che in passato lavoravano soprattutto bambini provenienti da gravi disagi sociali, spesso causati da droga ed alcolismo in famiglia, ma che ora si trovano ad assistere prettamente chi è colpito dalla povertà.
Solo negli ultimi due mesi, racconta un giovane prete ortodosso che gestisce uno di questi centri, sono stati lasciati tre bimbi ed un neonato alla sua porta…altri arrivano direttamente tra le braccia delle loro mamme disperate,  che sperano, lasciando lì i loro figli, di garantirgli almeno i pasti e un tetto sopra la testa.
Come la storia dei due gemellini ricoverati per malnutrizione, perché la loro mamma, anch’essa malnutrita non riesce ad allattarli…
cose che fino a poco tempo fa erano inimmaginabili nella società greca, e che stanno mettendo sotto shock l’intero paese.

L’articolo ci racconta anche la storia di Maria, costretta a lasciare la sua bimba di otto anni sola per ore intere nel tentativo disperato di trovare un lavoro. Questa mamma, dopo aver mangiato per mesi con la figlia qualcosa rimediata in chiesa, dopo aver perso 25 kg, ha deciso di affidarla all’associazione “SOS villaggio dei bambini”, dove almeno può andarla a trovare sperando che le cose migliorino e che possa tornare a vivere con la sua bimba. E’ riuscita a trovare un lavoro da 20€ al giorno, nulla, per mantenere due persone.

La situazione più drammatica è ovviamente Atene, che da grande metropoli, vede con molta pià facilità l’allontanamento dei legami familiari e di vicinato e dove la sopravvivenza minima è molto più complicata che nelle campagne: sono decine quindi, e in costante aumento, bambini che cresceranno in questo modo, consapevoli di non poter aver accanto i loro genitori perché piegati da una povertà che non permette nemmeno una minima sussistenza

L’articolo della BBC: LEGGI

Sulla morte di Francesco Pinna, da chi vive sospeso in aria

19 dicembre 2011 1 commento

Come è noto a tutti, il 12 dicembre 2011 Francesco Pinna è morto a Trieste durante il montaggio del palco di Jovanotti.
Innanzitutto vogliamo esprimere la nostra piena solidarietà e vicinanza alla sua famiglia e a tutti coloro che sono rimasti feriti o comunque coinvolti in questa tragedia. Un errore umano non può giustificare del tutto la morte di una persona, gli uomini possono sbagliare per stanchezza, per fretta , per pressioni varie. Nel nostro mondo il tempo è denaro e il denaro a volte conta più della sicurezza.
Nonostante negli ultimi anni siano avvenuti dei miglioramenti riguardo l’attenzione alla sicurezza nei concerti, spesso alcune norme di carattere economico la fanno ancora da padrone mentre alcune norme sulla sicurezza rimangono ancora solo scritte su carta. Le produzioni, per massimizzare i profitti, richiedono la costruzione e l’allestimento dei palchi e delle aree dove vengono svolti gli eventi live, nel minor tempo e con meno personale retribuito possibile, anche perché le location hanno costi giornalieri esorbitanti così come gli affitti e gli spostamenti dei materiali.

Questo comporta la fretta costante nel lavoro e lo sfinimento dei lavoratori, con turni nei quali lo straordinario è la regola e senza che siano intervallati dal tempo di riposo necessario.
Questo tipo di lavoro però è fisicamente molto usurante e in molti casi espone a diversi tipi di pericolo. I materiali e le strutture utilizzati sono ancora più usurati dei lavoratori, non vengono sottoposti a controlli di revisione adeguati, vengono riutilizzati anche se danneggiati e questo mina già in partenza il discorso sulla sicurezza.

E’ evidente che lavorare in queste condizioni comporti sempre un enorme fattore di rischio.
Ci teniamo a precisare che è inaccettabile morire al lavoro in qualsiasi caso, non solo se si lavora per pochi euro l’ora. Il fatto che la manovalanza indispensabile venga retribuita in modo così inadeguato è dovuto al sistema di subappalto dei servizi che prevede troppi passaggi tra i reali committenti e i materiali realizzatori del lavoro proposto facendo si che, ad esempio, un facchino che  a monte costa, non meno di 14 euro l’ora, percepisca realmente meno della metà.

Anche quando il lavoro è più o meno ben pagato, come nel caso dei tecnici specializzati, le condizioni di vita che ne derivano non sono comunque delle migliori. Ci viene richiesta sempre la massima disponibilità, si va al lavoro senza sapere quando si stacca, non si ha la sicurezza della continuità del reddito, non si può programmare il lavoro a lungo termine, si hanno pochi margini di trattativa e ognuno sembra dover pensare solo per se stesso, non vengono fatte valere le più elementari regole del diritto del lavoro (si pensi alla giornata di otto ore), il livello di ricattabilità è molto alto, i dispositivi di protezione sono a carico del lavoratore, i lavori vengono pagati tra i trenta e i novanta giorni, non esistono permessi, malattie, ferie, tredicesime, le coperture enpals e inail sono solo di facciata, così come gran parte dei contratti, quando esistono, sono fittizi.

Il lavoro a chiamata e più che subordinato viene mascherato da libera impresa individuale o collettiva, nel caso delle cooperative.
La morte di un ragazzo ha puntato i riflettori per un breve periodo su un mondo del lavoro che finora è stato più che sommerso. Seppure dal 2008 il testo unico sulla sicurezza ha spinto molti datori di lavoro a trovare escamotage contrattuali, garantiti dalla legge Biagi, si continua a lavorare in nero, soprattutto nelle migliaia di piccoli eventi che vengono quotidianamente prodotti.
I corsi di formazione, imposti sempre dal testo unico, sono di fatto molto spesso a carico dei lavoratori e si rivelano, vista la loro qualità, pure formalità che garantiscono un ulteriore business ad aziende ed enti, che per organizzarli vengono finanziati da Stato, Regioni, Province e UE.

Nonostante questo la regola fondamentale del settore è “THE SHOW MUST GO ON”, ci chiediamo dunque quanto potrà durare il dibattito suscitato dalla tragedia se non saremo noi lavoratori in prima persona a pretendere di lavorare in condizioni umane ed in sicurezza giorno per giorno.

Questo documento nasce dalla volontà di alcuni operai e tecnici dello show business di affrontare insieme le problematiche inerenti al nostro mondo lavorativo che il tragico evento di Trieste ha portato alla luce.

operaispettacololiveroma@gmail.com

Roma: l’autorganizzazione fa capolino nelle Metropolitane

9 novembre 2011 2 commenti

Bello questo comunicato dell’Atac, bello perché quando una società arriva a scrivere pubblicamente simili righe vuol dire che c’è ancora qualche speranza, parola che uso poco e che non amo.
La speranza di pratiche di autorganizzazione nei posti di lavoro, che sappiano far alzare la testa ai lavoratori che da anni subiscono lo sfruttamento e le provocazioni di aziende come Atac Spa: sono un po’ di giorni che le metropolitane di Roma funzionano a singhiozzo.
Sul sito di Atac si parla di “servizio perturbato/ritardi” e il comunicato spuntato da poche ore è inequivocabile.
I lavoratori delle metropolitane di Roma stanno “sabotando” il normale funzionamento del servizio: l’azienda li attacca dicendo che in questo modo, uscendo dalle normali pratiche sindacali, si fa pagare ai cittadini il prezzo più alto.
Tranquilli, siamo abituati a pagarlo, felici di farlo spalla a spalla con chi si ribella, con chi passa all’autorganizzazione.

Questa mattina era chiusa la fermata metro di Termini, mentre la B va lenta lenta che sembra una tartaruga incazzata!
Vi metto il comunicato dell’Atac, che è stupendo:

Atac su agitazioni non autorizzate

Si stanno verificando agitazioni non autorizzate dei macchinisti della metropolitana e degli operai di manutenzione delle officine che, determinando ilrallentamento delle operazioni manutentive sul materiale rotabile e ilrifiuto di condurre alcuni convogli con motivazioni pretestuose, stanno portando alla mancata immissione in esercizio dei treni sulle linee A e B.
A fronte di ciò si stanno creando notevoli disservizi agli utenti del trasporto pubblico, costretti a subire fortissimi disagi e a vedere violato il loro diritto a una mobilità efficiente e sostenibile.
Questa mattina, a causa dell´affollamento determinatosi nella metropolitana per i motivi di cui sopra, le autorità di pubblica sicurezza sono state costrette a chiudere e a sfollare la stazione di Termini.
Tutto questo mentre l´Azienda e le organizzazioni sindacali si apprestano oggi ad incontrarsi per la ripresa delle trattative sul piano industriale, per cercare di individuare insieme le soluzioni compatibili con la delicatissima situazione economico – finanziaria di Atac e del trasporto pubblico locale. Ci auguriamo pertanto che prevalga il senso di responsabilità di tutti.
Nel ribadire che Atac manterrà un atteggiamento di assoluta intransigenza nei confronti di chi supera i confini di una normale dialettica sindacale con atteggiamenti che non colpiscono l´Azienda ma tutti i cittadini, e sperando che dalla trattativa odierna emergano proposte concrete di soluzione alle problematiche, si riserva di valutare l´opportunità di presentare un esposto alla magistratura per tutte le fattispecie penali e civili che eventualmente emergessero.

Alcune notizie in più a riguardo: non si tratterebbe di veri e propri scioperi selvaggi. Diciamo che i lavoratori hanno deciso di applicare alla lettera il regolamento a cui sono sottoposti, rifiutandosi di far uscire vetture difettose.
Piccoli importantissimi passi, che alzano le teste, che creano collettivizzazione, che costruiscono conflitto.

Franca Salerno e la copertina con la stella

14 ottobre 2011 5 commenti

Mi son venuti i brividi quando ho letto queste righe.
Perché ho nostalgia degli occhi di Franca Salerno, non sapete quanta.

Franca e Antonio

Ed è indescrivibile quella per Antonio, suo figlio, di cui si parla in questo racconto dalle celle del carcere speciale di Badu’ e Carros, nel non così lontano 1977. La loro storia l’ho raccontata tante volte sulle pagine di questo blog.

“(…) L’estate mi portò a conoscere tante persone coinvolte nella politica rivoluzionaria allora in piena attività. Al femminile c’era F.S. (*), appartenente ai Nuclei Armati Proletari. Con lei, dopo qualche giorno dal suo arrivo a Nuoro ho avuto modo di sviluppare un buon rapporto amichevole. I colloqui avvenivano via finestra, ma riuscivamo ugualmente a dirci molte cose. Il direttore aveva consentito che ci scrivessimo usufruendo della posta interna. L’intensità del nostro rapporto ci portò a vivere quasi una specie di innamoramoento anche se nessuno dei due manifestò il sentimento che ci aveva presi.
All’arrivo a Nuoro non stava bene perché era stata ferita al momento della cattura. Mi raccontò come andarono i fatti e certe sue affermazioni mi sbalordirono, perché da noi nessun carabiniere si permetteva di mettere le mani addosso ad una donna.
Nello scontro a fuoco cadde ucciso un suo compagno, lei ferita e immobilizzata, venne malmenata con calci allo stomaco e alla pancia.
“Vedi”, mi disse “ora sono preoccupata perché dopo queste botte perderò mio figlio. Ho delle fitte tutti i giorni e altro non possono essere che un principio d’aborto.”
Fortuna che la sua fibra forte le fece superare ogni difficoltà.
Le mie attenzioni per lei si fecero ogni giorno più intense. Il suo pancione aumentava regolarmente, pure lei si era ripresa in salute.
Pensai al regalo che potevo farle in vista della nasacita del figlio. Scelsi un passeggino adatto anche in caso di trasferimento da un carcere all’altro, e chiesi di poter inserire tutto quello che occorreva per un neonato. Una mia sorella, abile in lavori a maglia, preparò una copertina dove spiccava una grossa stella a cinque punte.
Quando tutto fu pronto, i miei familiari portarono il dono al colloquio ma venne respinto immediatamente dalle guardie e ci vollero diverse udienze col direttore per convincerlo ad autorizzare questo mio regalo. Dopo qualche settimana venne finalmente il permesso.
La felicità di F. era tale che dalla sua cella ogni tanto faceva sventolare la copertina per far notare con orgoglio la stella a cinque punte.”
[Annino Mele, Il passo del disprezzo]

LINK:
Una vecchia intervista con Franca Salerno
Ciao Anto’
L’evasione di Franca Salerno e Maria Pia Vianale
Ciao Franca, cuore nostro
I funerali di Franca Salerno

Flobert … strage sul lavoro che non dimentichiamo

1 aprile 2011 1 commento

Venerdì 11 aprile 1975, alle 13,25, una terribile esplosione distrugge la Flobert, una fabbrica che produce proiettili d’arma giocattolo e fuochi d’artificio, situata alla contrada Romani a Sant’Anastasia, alle pendici del Monte Somma, nel vesuviano.

Foto di Valentina Perniciaro

Quel giorno sono al lavoro circa sessanta dipendenti, tra cui motissime donne. Vicino alla baracca da cui promana la prima deflagrazione, piena di circa 200.000 cartucce, vi sono tredici operai, dei quali dodici muoiono sul colpo, scaraventati fino a cento metri dal luogo dell’esplosione. Sono quasi tutti giovani, d’età compresa tra i venti e i quarantadue anni. Provengono da molti paesi della provincia partenopea: Sant’Anastasia, Somma Vesuviana, Pollena Trocchia, Pomigliano d’Arco, Cercola, S. Sebastiano al Vesuvio, Portici.
Dieci degli operai scomparsi avevano iniziato a lavorare solo due settimane prima; altri dieci, tra cui cinque donne, subiscono ferite anche gravi.

Non si riesce ad accertare la vera causa dello scoppio: si ipotizza un innesco da cicca di sigaretta (ipotesi poi esclusa dalle successive indagini), forse lasciata cadere da uno degli operai, molti dei quali, si scoprirà, lavoravano al nero in capannoni di lamiera e legno e privi di qualsiasi requisito di sicurezza (gli operai risulteranno assunti solo cinque giorni prima, ma le testimonianze documentano anche la presenza di lavoratori al nero).
Dopo lo scoppio, i soccorsi giungono dapprima dagli abitanti, e poi dalle forze dell’ordine. Si trovano davanti brandelli di carne, due figure carbonizzate attaccate ad una grata, colte dalla morte nel tentativo di sfuggire alle fiamme, teste staccate dai corpi, dita e braccia disseminate nei campi circostanti e sugli alberi nella campagna. Di un operaio non si ritrova nemmeno il cadavere. Polverizzato, disperso dalla violenza dell’esplosione.

Viernarì unnice aprile
‘a Sant’Anastasia
nu tratto nu rumore
sentiett’ ‘e ch’ paura.
Je ascevo ‘a faticà
manc’a forza ‘e cammenà
p’à via addumandà
sta botta che sarrà.
‘A Massaria ‘e Rumano
na fabbrica è scuppiata
e ‘a ggente ca fujeva
e ll’ate ca chiagneva.
Chi jeva e chi turnava
p’à paura e ll’ati botte
ma arrivato nnanz’ ‘o canciello
maronn’ e ch’ maciello!
Din’t vuliette trasì
me sentiette ‘ e svenì
‘nterr’ na capa steva
e ‘o cuorpo n’ ‘o teneva.
Cammino e ch’ tristezza
m’avoto e ncopp’ ‘a rezza
dduje pover’ operaje
cu ‘e carne tutt’abbruciat’.
Quann’ arrivano ‘e pariente
‘e chilli puverielle
chiagnevano disperati
pè ‘lloro figlie perdute.
«’O figlio mio addò stà
aiutateme a cercà
facitelo pè pietà
pè fforza ccà adda stà».
«Signò nun alluccate
ca forse s’è salvato»
e ‘a mamma se và avvutà
sott’ ‘a terra ‘ o vede piglià.
Sò state duricie ‘ e muorte
p’è famiglie e ch’ scunfuorto
ma uno nun s’è trovato
povera mamma scunzulata.
Sò arrivat’ ‘e tavule
e ‘a chiesa simmo jute
p’ò l’urdemo saluto
p’e cumpagne sfurtunate.
P’e mmane nuje pigliammo
tutti sti telegrammi
sò lettere ‘e condoglianze
mannate pè crianza.
Atterrà l’ajmm’ accumpagnat’
cu arraggiar’a ‘ncuorpo
e ‘ncopp’ ‘a chisti muort’
giurammo ll’ata pavà…
E chi và ‘a faticà
pur’ ‘a morte addà affruntà
murimm’ ‘a uno ‘a uno
p’e colpa ‘e ‘sti padrune.
A chi ajmma aspettà
sti padrune a’ cundannà
ca ce fanno faticà
cu ‘o pericolo ‘e schiattà.
Sta ggente senza core
cu ‘a bandiera tricolore
cerca d’arriparà
tutt’ ‘e sbagli ca fà.
Ma vuje nun’ò sapite
qual’è ‘o dolore nuosto
cummigliate cu ‘o tricolore
sti durici lavoratori.
Ma nuje l’ajmm’ capito
cagnamm’ sti culuri
pigliammo a sti padrune
e mannammel’ ‘affanculo.
E cu ‘a disperazion’
sti fascisti e sti padrune
facimmo un ‘ muntone
nu grand’ fucarone.
Cert’ chisto è ‘o mumento
e ‘o mumento ‘e cagnà
e ‘a guida nostra è grossa
è ‘a bandiera rossa.
Compagni pè luttà
nun s’adda avè pietà
me chesta è ‘a verità
‘o comunismo è ‘a libertà

Foto di Valentina Perniciaro

‘A Flobert o “Sant’Anastasia”

Venerdì undici aprile a Sant’Anastasia
ad un tratto un rumore sentii, e che paura
Stavo uscendo a lavorare nemmeno la forza per lavorare
e per la strada chiedo questa botta che sarà
La Masseria dei romani una fabbrica è scoppiata
la gente che scappava ed altra che piangeva
Chi andava e chi tornava per paura d’altri scoppi
arrivato davanti al cancello madonna, e che macello!
Volli andare dentro mi sentii di svenire
a terra c’era una testa che stava senza corpo
Cammino e che tristezza mi giro e sulla rete
due poveri operai tutte le carni bruciate.
Poi arrivano i parenti di quei poverini
piangono disperati per i loro figli perduti.
«Mio figlio dove sta aiutatemi a cercare
fatelo per pietà per forza deve stare qua».
«Signora, non urlate che forse s’è salvato»
e la mamma va a girarsi sotto terra lo stanno prendendo.
Sono stati dodici i morti per le famiglie che sconforto
ed uno non s’è trovato povera mamma sconsolata..
Sono arrivati i tavuti ed alla chiesa siamo andati
per gli ultimi saluti ai compagni sfortunati..
Prendiamo tra le mani tutti questi telegrammi
son lettere di condoglianza mandate per crianza.
li accompagniamo a seppellirli e con la rabbia in corpo
sopra a questi morti giuriamo: dovrete pagarla
Chi va a faticare pure la morte deve affrontare
moriamo uno ad uno per colpa di questi padroni.
Chi dobbiamo aspettare per condannare questi padroni
che ci fanno lavorare col pericolo di schiattare
Questa gente senza cuore con la bandiera tricolore
cerca di riparare a tutti gli sbagli che fa.
Ma voi non lo sapete qual è il dolore nostro,
avvolgete con il tricolore questi dodici lavoratori.
Ma noi l’abbiamo capito: cambiamo questi colori
pigliamo questi padroni e mandiamoli affanculo.
E con la disperazione di fascisti e di padroni
facciamone un montone, un grande focarone.
Certo questo è il momento quello di cambiare
e la guida nostra è grossa, è la bandiera rossa.
Compagni, per lottare non s’ha da aver pietà
ma questa è la verità il comunismo è libertà.

(‘e Zezi; libera traduzione di Girolamo De Simone)

 

Altra vittoria per Piazza Tahrir

4 marzo 2011 2 commenti

Venerdì … l’ennesimo in piazza.

Foto di Valentina Perniciaro _Mahalla al-kubra e i volti del nuovo Egitto_

Il Cairo oggi si ritroverà invaso da centinaia di migliaia di persone appartenenti a quel movimento e a quella nuova classe politica che sta ribaltando, passo dopo passo, l’ordine costituito egiziano. Ieri c’è stata un’altra vittoria: il primo ministro incaricato ad arrivare alle nuove elezioni, Ahmed Shaqif (ex generale dell’aviazione e uomo di fiducia di Mubarak), ha presentato ieri le sue dimissioni richieste a gran voce da tutti i manifestanti. Momentaneamente è stato incaricato, dal Consiglio supremo delle forze armate egiziano, Essam Sharaf, docente universitario che in passato fu ministro dei Trasporti (poi rinunciò all’incarico) e che ha vissuto piazza Tahrir durante i giorni della rivoluzione.
Insomma, è un uomo che non dispiace alla coalizione dei giovani che porta avanti la lotta e le rivendicazioni di piazza Tahrir. La prima richiesta che gli viene fatta, oggi, è di andare a prestare giuramento nel luogo ora più importante per la vita politica egiziana: la piazza.

Anche questo venerdi, a due di distanza da quello vissuto con voi, avrò il cuore tra quelle strade, in questo ’68 egiziano che sta crescendo e cogliendo i primi frutti. C’è voglia di protagonismo e riappropriazione: c’è il desiderio chiaro di ridistribuire i miliardi rubati dalla classe politica corrotta e di ridistribuirli in servizi, case, istruzione. C’è voglia di cancellare la storia egiziana di Saadat e Mubarak, di tornare alle nazionalizzazioni nasseriane, di alzare i salari e dare diritti a tutti i lavoratori. La Coalizione dei giovani della rivoluzione ridiscuterà della gestione dei confini (!!!) e degli accordi di Camp David… insomma, tutto è da fare e i nuovi movimenti giovanili che stanno venendo alla luce sembrano ogni giorno di più voler prendere una strada opposta al neoliberismo, come in Tunisia.
Questa mattina, corteo per il diritto alla casa, nella periferia de Il Cairo, nei distretti di al-Nahda e al-Salam.
Je vous adore !
VI CONSIGLIO QUEST’ARTICOLO!

AGGIORNAMENTO, ORE 13: mezzora fa, alle 13.30 locali, il neo premier egiziano Essam Sharaf si è unito ai manifestanti presenti in un milione in piazza Tahrir, proprio come da loro era stato chiesto. “Sono in questa piazza perchè la legittimità mi viene da voi, dal popolo di piazza Tahrir.
Voi avete fatto una grande cosa con la vostra rivoluzione, ma ora è giunto il momento di ricostruire l’Egitto.
Avete compiuto il Jihad (“lo sforzo”) più piccolo – ha detto alla piazza straripante – ora vi aspetta quello più grande che è ricostruire il paese.
Il mio primo messaggio una volta arrivato qui è di saluto per i martiri e i feriti di questa rivoluzione, dobbiamo continuare la nostra lotta basandoci sulla volontà e la determinazione che abbiamo avuto qui a piazza Tahrir».

L’Egitto e la lotta di classe…

1 marzo 2011 1 commento

Foto di Valentina Perniciaro _Tank e macerie, a pochi passi dalla residenza dell'ex rais Hosni Mubarak, Il Cairo, febbraio 2011_

La lotta in Egitto non si vuole fermare, tantomeno quella della classe operaia e contadina, che non vuole più sottostare a certe regole e dinamiche di sfruttamento.
Oggi più di un migliaio di lavoratori delle industrie chimiche e farmaceutiche , con sede a Shubra, hanno scioperato e manifestato con un lungo sit-in. Quella fabbrica dal 27 febbraio ha incrociato le braccia, quando la proposta di 3 giorni di “vacanza premio” ha irritato i lavoratori, che l’hanno giustamente vista con un becero tentativo di bloccare le proteste di queste ultime settimane. Chiedono le dimissioni di tutti coloro indagati per corruzione tra i dirigenti dell’azienda, chiedono forme contrattuali a tempo indeterminato e un aumento dei salari.
Contemporaneamente, più di tre centinaia di lavoratori della Samuel Tex, che produce biancheria, hanno annunciato uno sciopero per richiedere il pagamento dei salari, l’aumento degli stessi, un contratto a tempo indeterminato e una turnazione più umana. Il loro padrone, Samuel Louis, ha imposto turni di 12 ore giornaliere e un contratto per cui possono essere licenziati arbitrariamente in qualunque momento.

Insomma, la “rivoluzione egiziana”, come tento di urlare quasi svociandomi da settimane, non è solo piazza Tahrir.

Foto di Valentina Perniciaro _Il Cairo, e i suoi cimiteri abitati_

Non è solo l’enorme movimento di giovani che ha deciso di riappropriarsi delle strade per chiedere e strappare al potere libertà politiche e sociali: non è solo questo. Le richieste sono quelle di una classe proletaria affamata da anni, incazzata, ma anche molto determinata a far sì che questo nuovo spiraglio di speranza per un futuro nuovo in Egitto e in tutta l’area, porti l’intera popolazione ad una consapevolezza reale dei propri diritti, come cittadini e come lavoratori. Come donne, come uomini e giovani che non vogliono abbassare la testa, nè davanti al rais di turno, ma nemmeno davanti ai padroncini (spesso stranieri) che speculano sul loro sudore e il loro lavoro.

Sempre oggi, ci sono un po’ di novità anche sul “fronte piazza Tahrir”. La scorsa notte il generale dell’esercito Hassan al-Ruwaini, alla testa del comando centrale de Il Cairo, ha esortato i manifestanti ad evacuare definitivamente la piazza (venerdi scorso, per la prima volta, l’esercito egiziano ha sgomberato con violenza midan al-Tahrir), per poter dare alle forze armate la “possibilità di soddisfare le esigenze del popolo egiziano. La risposta della piazza è stata una sonora pernacchia: più volte il suo discorso è stato interrotto da slogan contro il capo del governo ad interim Ahmed Shafiq e altri che comunicavano chiaramente all’esercito che nessuno tornerà a casa fino a quando tutte le richieste fatte non verranno soddisfatte.
Io continuo ad avere cuore e testa tra i marciapiedi riverniciati di piazza Tahrir, e tra i suoi volti dipinti.
Se vuoi leggere altro a riguardo CLICCA QUI

Foto di Valentina Perniciaro _Il Cairo, piazza Tahrir saluta i suoi morti_

 

MARCHIONNE DEL GRILLO!

14 gennaio 2011 1 commento


Veramente stupendo

Grecia: anche le autostrade sono in lotta!

12 gennaio 2011 Lascia un commento

Una notizia interessante viene dalla cittadina greca di Stylida, in rivolta contro l’arresto, avvenuto ieri, del suo sindaco Apostolos Gletos (rinviato poi a giudizio, a piede libero, nel corso di questa mattina). Ex attore, è salito alla ribalta in politica proprio dopo esser diventato simbolo del movimento contro i pedaggi autostradali, causa dell’arresto di ieri mattina e della solidarietà della sua cittadina.

REUTERS/Yiorgos Karahalis

La sorte di Stylida è la stessa di molte altre località greche, che non hanno alcuna alternativa all’autostrada per spostarsi dal proprio territorio: a Gletos è contestato proprio l’aver agito con alcune ruspe per aprire una strada gratuita ai suoi concittadini, e poter garantire il libero movimento delle persone senza il pagamento di esosi pedaggi. Nella giornata di domenica il Movimento per la liberalizzazione dei pedaggi autostradali ha occup.ato diversi caselli in tutti il paese sia contro gli aumenti sia contro l’isolamento di interi paesi, costretti alla rete autostradale per ogni minimo spostamento

Nel frattempo, dai palazzi, il premier greco Giorgio Papandreou ci “assicura” che il governo andrà avanti con il piano di risanamento e riforme, anche per quel che riguarda i trasporti pubblici. Lo conferma proprio oggi, alla vigilia dell’ennesimo fermo di 24 ore annunciato da tutti i lavoratori di metro, autobus e tram, da settimane in lotta e in continui scioperi. Lui continua a parlare di giusta ristrutturazione e razionalizzazione del trasporto pubblico nell’Ellade e preannuncia che il 2011 sarà un anno chiave per il cambiamento del paese che malgrado le dolorose misure prese “è rimasto in piedi”. Sembra una barzelletta, ma non lo è.

 

Campagna per la sicurezza sul lavoro del ministero: la colpa è di chi “non si vuole bene”

9 ottobre 2010 1 commento

dal sito Nomortilavoro.noblogs.org
La Campagna per la sicurezza sul lavoro, promossa dal Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali recita “Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuole bene”. Un messaggio e due spot rivolti solo al lavoratore e non a tutti gli  “attori” coinvolti. Dopo aver frantumato il Dlgs 81 del 2008 del Governo Prodi,hanno ben pensato di correggerlo con il decreto correttivo Dlgs 106/09 (sanzioni dimezzate ai datori di lavoro, dirigenti, preposti, arresto in alcuni casi sostituito con l’ammenda, salvamanager, ecc.). Ora il governo cerca di rifarsi la “verginità” con spot inutili che costano alle nostre tasche ben 9 milioni di euro. Questi spot sono inutili, anzi dannosi, per l’immagine di chi ogni giorno rischia la vita, non perché gli piaccia esercitarsi in sport estremi, ma colpevolizzando sottilmente il lavoratore stesso, nascondendo una realtà drammatica: l’attuale organizzazione del lavoro offre ben poche possibilità al lavoratore di ribellarsi a condizioni di lavoro sempre più precarie in tema di sicurezza. E’ una campagna vergognosa perché oggi il lavoratore ha ben poche possibilità di rispettare lo slogan “SICUREZZA SUL LAVORO. LA PRETENDE CHI SI VUOLE BENE “, quasi che se non c’è sicurezza la colpa è imputabile al fatto che il lavoratore non vuole bene a se stesso ed ai suoi familiari. Non dice nulla di chi deve garantire la sicurezza per legge, ovvero i datori di lavoro, sottovaluta i rapporti di forza nei luoghi di lavoro, non accenna minimamente al fatto che i lavoratori, specialmente di questi tempi, sono sempre più ricattabili e non hanno possibilità di scegliere di fronte ad un lavoro in nero, un lavoro precario, un lavoro a tempo determinato. I lavoratori devono sottostare a ritmi da Medio Evo. La campagna deve avviare un processo di comunicazione diffusa, in modo da rendere nota a tutti la necessità di un impegno costante da parte di tutti gli “attori” coinvolti, soprattutto di chi deve garantire la sicurezza. Questi spot devono essere sostituiti da una campagna di comunicazione che dovrà puntare sulla responsabilità civile, penale e non ultima anche etico-morale che l’imprenditore deve assumere per tutelare l’integrità delle persone che lavorano per lui. Via questi spot vergognosi, pretendiamo più ispettori ASL e più risorse, affinchè la mattanza quotidiana di lavoratori abbia finalmente fine, per l’obiettivo irrinunciabile che non si raggiunga il profitto a tutti i costi e soprattutto non con il sacrificio di vite umane innocenti.

Marco Bazzoni - Operaio metalmeccanico e rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza – Firenze; Andrea Bagaglio – Medico del Lavoro – Varese;Leopoldo Pileggi – Rappresentante dei lavoratori per La Sicurezza – Correggio; Daniela Cortese – RSU/RLS Telecom Italia Sparkle – Roma.

N.B. Chi vuole aderire all’appello, invii il proprio nominativo, azienda, qualificà e città al seguente indirizzo email: bazzoni_m@tin.it

SCIOPERO DEL LAVORO NERO tra Napoli e Caserta

9 ottobre 2010 1 commento

IERI DALLE 5 DI MATTINA ALLE 18 LE ROTONDE TRA NAPOLI E CASERTA SI SONO FERMATE…NIENTE CAPORALI A CARICAR SCHIAVI!
UNA GIORNATA IN CUI S’E’ RESPIRATA UN’ARIA NUOVA, DI RIBELLIONE E DIGNITA’.
IL LORO COMUNICATO E QUALCHE IMMAGINE, IN ATTESA DI SAPERE COME ANDRA’ LA MANIFESTAZIONE DI OGGI.

Oggi si è fermato il mercato delle braccia in Campania! Si sono fermati migliaia di migranti costretti a lavorare in nero principalmente in edilizia e in agricoltura con paghe sempre più basse (ormai anche sotto i 20 euri a giornata) e condizioni di sicurezza inesistenti. 
E tantissimi hanno deciso di metterci la faccia contro il lavoro in nero e la discriminazione, scendendo in piazza con cartelli e volantini in quegli stessi luoghi dove ogni giorno caporali e padroncini reclutano i propri Kalifoo (lett. “schiavo a giornata”).
Lo sciopero dei “Kalifoo” si è così palesato nei principali siti del lavoro nero (almeno venti in tutta la provincia di Napoli e di Caserta), da Casal di Principe a Baia Verde (Castelvolturno), da Villa Literno a Licola, Afragola, Scampia, Quarto, Caivano, Qualiano, Marano, Villaricca e Giugliano…. Con il supporto sul campo degli antirazzisti campani.
Un evento per certi aspetti storico, perchè mai prima d’ora in Campania (e in Italia), gli immigrati sfruttati in nero avevano scioperato così massicciamente, decidendo coraggiosamente di mostrarsi, col rischio di rappresaglie dei caporali o di compromettere il rapporto di lavoro con il padroncino di turno.
Una scelta fatta per rivendicare diritti e dignità, salario e sicurezza, a partire da quel permesso di soggiorno senza il quale è impossibile sfuggire ai ricatti e molto spesso trasforma le vittime in colpevoli: sono clamorosi infatti gli effetti della cosiddetta “direttiva Maroni contro il lavoro nero”, che invece di colpire i caporali e lo sfruttamento, si è tradotta in retate di massa contro i lavoratori immigrati!
Regolarizzazione, allargamento dell’articolo 18, recepimento coraggioso della direttiva europea sull’emersione del lavoro nero: sono tanti gli strumenti possibili ma finora elusi da un governo attestato su posizioni ideologiche e repressive. Per non parlare della condizione sempre più precaria dei tantissimi che in Italia sono rifugiati o hanno chiesto protezione umanitaria.
Lo sciopero di oggi dice a tutti che il lavoro immigrato in Campania non è solo quello di colf e badanti e chiede una presa di posizione decisa di tutti gli attori sociali e politici veramente democratici. In un territorio devastato dal lavoro nero come da una piaga secolare, i migranti hanno dato a tutti, anche agli autoctoni, un segnale di coraggio importante! Allo stesso modo bisogna rispondere: basta repressione, basta leggi xenofobe, si alla regolarizzazione e ai diritti!
La mobilitazione continuerà domani con il corteo a Caserta insieme alle iniziative che si tengono in tutta italia e che termineranno il 15 ottobre in un presidio nazionale sotto il ministero dell’Interno, per poi partecipare, il giorno dopo, al corteo dei metalmeccanici.

Movimento degli Immigrati e dei Rifugiati

Tre morti, tutti insieme: la media del giorno in un colpo solo! ASSASSINI!

11 settembre 2010 1 commento

Stanno ancora lavorando per recuperare il terzo corpo.
I primi due sono tornati alla luce da poco, grazie al lavoro dei Vigili del Fuoco.
I soliti a morire, quelli che non piange nessuno: tre operai morti. Quelli che solitamente sono la media giornaliera nazionale: oggi son morti tutti insieme, probabilmente aiutandosi a vicenda, dentro l’ennesima maledetta cisterna. Una mesata fa diedero una notizia identica da Bari: tre morti, e invece fortunatamente in quel caso la cisterna ce ne ha restituiti due ancora vivi.
Oggi è accaduto a Capua, mentre i tre operai, ancora degli sconosciuti senza nome per le agenzie stampa, bonificavano una cisterna della Dsm, ex Pierrel, una ditta farmaceutica che conta un’ottantina di dipendenti.
Altri tre uccisi dal lavoro!
E ancora che parliamo del fumogeno a Bonanni!

Campeggio antinucleare

3 agosto 2010 Lascia un commento

Dal 24 al 28 Agosto 2010
2° Campeggio Antinucleare
Località Masseria Fattizze
sulla San Pancrazio-Porto Cesareo ,a 2 Km da Porto Cesareo ( Lecce )

Siamo ormai nel terzo anno di una crisi economica che a dispetto dei proclami del governo è ben lungi dall’essere alle nostre spalle. Anzi la crisi accelera, i grandi gruppi finanziari ed assicurativi, dopo essere stati salvati con i soldi dei contribuenti, impongono riavviando il perverso ciclo della speculazione finanziaria una manovra Europea coordinata dalla Germania tutta “lacrime e sangue” per i cittadini di ogni paese.
Il conto di oltre 20 anni di liberismo sfrenato, globalizzazione selvaggia, privatizzazioni di pezzi importanti di welfare state viene oggi fatto pagare ai lavoratori, ai precari ai disoccupati ai pensionati. Anche chi pensava come i dipendenti pubblici di essere al riparo dagli sconquassi di un turbocapitalismo tecnocratico globalizzato è oggi colpito e nell’angolo incapace di una reazione.

Foto di Valentina Perniciaro : Ananaaaaaas!!

Il ritorno al nucleare in Italia è sicuramente parte importante di un progetto autoritario e reazionario scelto dal Governo Berlusconi per consentire ad aziende incapaci di progettare modelli di sviluppo differenti una scialuppa di salvataggio nel mare in tempesta della crisi mondiale.
Le grandi Multinazionali dell’Energia: Enel, Edf Edison, Eni, quelle dell’impiantistica da Areva a Finmeccanica, le lobby del cemento si apprestano al banchetto. Voglio i 30 miliardi di euro cifra minima prevista per le prime 4 centrali nucleari in Italia per continuare a fare ingenti profitti, devastando territori, annientando con politiche repressive qualunque forma di resistenza.
La crisi accelera dicevamo con la Fiat ,che al solito anticipa quanto accadrà in futuro, chiede la resa dei lavoratori a Pomigliano e non avendola ottenuta minaccia e licenzia delegati sindacali per rappresaglia, promettendo delocalizzazioni per chi non ci sta e nuovi contratti senza diritti per chi ci sta.
E’ il nuovo mondo, la modernità senza diritti ma solo con doveri. Da tali contraddizioni esplodono ovunque conflitti, gli operai di Pomigliano, il popolo dell’acqua pubblica con il milione e quattrocentomila firme, i precari della scuola, i comitati contro il carbone delle centrali Enel, la TAV ed il Ponte sullo Stretto, tante battaglie sociali ed ambientali, appuntamenti internazionali come Cancun, momenti di resistenza purtroppo oggi frammentate e divise. Con questo 2°campeggio – luogo di incontro ,dialogo,socialità – proviamo a fare un passo avanti nel riconnettere le vertenze cosi’ da sostanziare un comune percorso di resistenza e cambiamento.

Il ritorno al nucleare ,dentro il disegno governativo di sfruttamento intensivo di tutte le fonti energetiche comprese quelle rinnovabili, con l’ulteriore devastazione ambientale e i connessi cambiamenti climatici che induce, così come il ciclo integrato dei rifiuti e le dannose “grandi opere”, nella incalzante sottrazione dei beni comuni ,dell’occupazione,dei diritti individuali e collettivi, sono i temi all’ordine del giorno di questo 2° campeggio .5 giorni di tavoli seminariali e di pubbliche uscite antinucleari come la “Notte della della Taranta” il 28 Agosto, per contribuire a rendere vivace e coinvolgente l’agenda politica dell’autunno 2010.

Brindisi 29.07.10
Comitato promotore regionale pugliese “NO al Nucleare”
Coordinamento nazionale antinucleare Salute –Ambiente-Energia

Per informazioni:368 582406


3 morti sul lavoro in mezza giornata

13 maggio 2010 Lascia un commento

Inizio a scrivere questa pagina alle 12.06 e mi chiedo a che ora sarà iniziata la loro giornata lavorativa.
Tre morti al giorno dicevano fosse la media nazionale, ma se dopo poche ore dall’inizio della giornata siamo già a cifra piena, bhè, non credo che arriveremo alla mezzanotte senza altri caduti.
Come in guerra. Caduti per nulla.

Foto di Valentina Perniciaro _Cobas in corteo, Napoli, 17 marzo 2001_

Per un muro, per un balcone, per una ruspa, per un cavo elettrico, per un volo di decine di metri, per un padrone.
Morire per un padrone, più triste ancora di morire per la “patria”…morire per portare due lire a casa.
Morire per il padrone a lavoro, morire per il padrone di casa a cui dare l’affitto, morire per un’economia che sfrutta,
morire per un capitalismo che mastica corpi di lavoratori come fossero bruscolini.

Ed oggi altri tre bruscolini morti in pochissime ore: è inaccettabile.

- Guido Rossi è morto vicino a Sondrio, folgorato da una scarica elettrica mentre tagliava un albero. Nel bosco di Cepina, frazione di Valdisotto, Guido stava tagliano un albero: è precipitato su un cavo dell’alta tensione da 22.000 volts, che trasporta energia dalla Svizzera alla Toscana.
C’è stata un’interruzione di corrente, mentre lui lavorava. Quando la linea è stata ripristinata una violenta e improvvisa scarica lo ha fulminato.

-Giovanni Conenna invece è morto nella contrada Del Monte a Coversano, schiacciato da una pala meccanica. Stava spostando materiale di risulta e probabilmente a casa del terreno ricco di zolle (o per un blocco meccanico) il mezzo, come troppo spesso accade, si è ribaltato sul corpo di Giovanni. 55 anni, se ne è andato con una pala meccanica spalmata sul corpo.

-Antonio Salierno poi, 51 anni, è mporto sempre stamattina, mentre lavorava nelle campagne foggiane di Ortanova. Era alla guida del suo escavatore, per eseguire dei lavori che gli erano stati commissionati: c’erano  dei cavi d’altra tensione interrati ed è morto folgorato.

BASTA!

Quando muore un operaio…

13 aprile 2010 2 commenti

National Geographic _minatori in west Virginia_

Ogni morte sul lavoro è un assassinio.
Ogni assassinio sul lavoro è una morte ingiusta e terrificante.
La media al giorno di questo paese fa capire che parliamo di una vera e propria guerra, dove -alla spicciolata- mandiamo a morire uomini e donne, figlie e figli.
Oggi, il primo a far notizia è stato Sebastiano Storti, un operaio di 40 anni impiegato presso lo stabilimento chimico del gruppo Zambon, in una località della provincia di Vicenza.
E’ morto in un modo ancora da accertare: di certo è che la sua morte è stata orribile. E’ morto congelato dopo esser caduto in una vasca di liquido refrigerante mantenuto a 20 gradi sotto zero. La dinamica non è ancora chiara perchè nessuno ha assistito all’incidente: Sebastiano è stato trovato già morto da alcuni suoi colleghi che non riuscivano a trovarlo all’interno dell’azienda.
Era riverso all’interno di una vasca contenente 80 cm di liquido refrigerante.
Era un esperto addetto alla manutenzione, da sei anni dipendente dell’azienda.
Aveva tre bambini.
Lo stabilimento chimico è stato bloccato per l’intera giornata dallo sciopero di tutti i dipendenti.

Quando è precipitato il Tupolev con tutto il parlamento, i militari, vescovi e papponi vari del governo polacco ho scritto qualche sarcastica riga di giubilo: un “simpatico” lettore mi ha immediatamente scritto, altamente indignato, per chiedermi se quello era il mio modo di insegnare il valore della vita a mio figlio. Certamente!
Mio figlio imparerà che la vita dei padroni ha un valore decisamente diverso rispetto a quella degli sfruttati…e tu che mi scrivevi così velocemente per difendere quattro padroni nazisti (per una volta un po’ di più … ‘na volta tanto…!!)  e una carrellata di divise e medagliette, vorrei tanto sapere se ti indigni anche per Sebastiano, morto congelato.
Se ti indigni per un rumeno che cade da un ponteggio, o un fanciullo massacrato dalla polizia…

Udienza per gli antirazzisti torinesi!

9 marzo 2010 1 commento

E’ stata fissata per oggi, martedi 9 marzo alle 10.00 del mattino al Tribunale di Torino (settore 2 – scala E – piano III – aula 32313) l’udienza del tribunale del riesame per i sette antirazzisti torinesi colpiti da misure restrittive dal 23 febbraio scorso

Andrea, Fabio, Luca (in carcere alle Vallette), Maja, Paolo, Marco (arresti domiciliari) e Massimo (divieto di dimora in provincia di Torino) dovrebbero essere tutti presenti all’udienza in cui gli avvocati difensori chiederanno la revisione delle assurde misure restrittive chieste dal PM Padalino.
L’udienza sarà a porte chiuse e si preannuncia piuttosto lunga.
La risposta del collegio giudicante dovrebbe arrivare nelle 48 ore successive.
Intanto tra le varie manovre di quel ciccione biloso di Padalino dopo l’isolamento e il divieto di colloquio coi familiari (decisione per fortuna revocata dopo alcuni giorni dal GIP) sembra esserci una richiesta di trasferimento di Andrea, Fabio e Luca dalle Vallette in altre carceri piemontesi, sempre per rendere più profondo il loro distacco dal mondo esterno e solidale.
Sempre il paladino della censura Padalino aveva chiesto ulteriori restrizioni per i tre ai domiciliari dopo la trasmissione radiofonica Macerie condotta su radio blackout da casa di Maja; anche in questo caso il GIP ha dato parere negativo.
Un grazie a tutti per la solidarietà e per le lotte condotte in questi giorni, dentro e fuori dai CIE, contro il razzismo, lo sfruttamento, la reclusione.

LIBERI TUTTI!
FUOCO AI C.I.E.!

Alziamo la testa! Seguiamo l’appello di Assunta!

7 marzo 2010 Lascia un commento

Accogliamo l’appello di questa mamma: chiamiamoci tutt@ Assunt@ e alziamo la testa!

Una madre ventiseienne spiega perché l’ultimo attacco ai diritti riguarda (e tanto) anche i giovani precari

Assunta Rossi*
Liberazione 5 marzo 2010

Cara Erminia,
siamo state fortunate sai? Una volta tanto posso dirlo, e ora che ci sei tu posso anche usare un bel plurale: siamo  state fortunate, piccola mia. Imparerai, piano piano (ma non troppo mi raccomando, che non tira l’aria giusta per crescere senza tener la guardia sempre alta) che spesso è una questione di tempistica, di fortuna (non credo che sarai una di quelle che crederà ai miracoli, è più attraente e altrettanto rara la “fortuna”) … e questa volta la tua mamma è stata fortunata.

1973 _Operaie di Mirafiori_

Per te è un po’ presto per capire, ma già il fatto che io stia qui a parlartene vuol dire che hai inconsciamente capito: non ci saresti stata se quest’ultimo capitolo della devastazione dei diritti dei lavoratori fosse avvenuto qualche mese fa.
Zitti zitti, come se niente fosse, stanno togliendo tutto quello che avevamo conquistato, lavoratori in lotta per anni, per strappare con le unghie una vita decente ai padroni. Son concetti chiari, Erminia, secondo me li capisci pure tu, che mi guardi con quegli occhioni dolci da bimba di due mesi. Sono concetti facili anche per te, eppure mi guardo intorno e sembra che gli altri non capiscano, pensano che stiano privando di diritti una piccola parte di vecchi lavoratori pubblici. Guardaci qua, io ho 26 anni, ti sembro vecchia?
Contratto a tempo indeterminato dopo una lunga odissea. Sono andata a lavorare a 21 anni in quel posto: duecento terminali accesi contemporaneamente, tutti in cuffia ad impazzire con i clienti in linea. A guardarci per la prima volta pensi che hai davanti delle formiche, animaletti tutti uguali intenti a lavorare a testa china. Magari! Lì eravamo tutte formiche, questo è certo, ma non tutte uguali. C’erano le formiche con il contratto, vecchie salariate della grande azienda a partecipazione statale, e noi. Noi, tante e tutte giovanissime al contrario degli altri, le formiche zoppe! Subappaltate, precarie, flessibili: formiche senza alcun diritto di parola. Contratti di sei mesi; se avevi lavorato bene e in silenzio te ne prendevi altri sei, altrimenti a casa senza nessuno scandalo. Sai, Erminia mia, ci sono stata quattro anni così… poi mi sono arrabbiata, come ancora non m’hai visto mai, ho sbattuto la porta alle mie spalle, ho lasciato le formichine e me ne sono partita. Ci son rientrata dopo altri anni in quel posto: con un bel contratto in mano! E’ stato facile vincere, il giudice non ha fatto altro che constatare che non era possibile lavorare subappaltata con la clausola del «periodo di alti picchi lavorativi” per quattro anni continuativi.
Quindi, contratto in mano e anche una scorta di soldi che ci sta dando un grande aiuto da quando ci sei tu: l’azienda che m’aveva sfruttato è stata costretta a darmi tutti i soldi che mi doveva, a risarcire gli abusi perpetrati su me e tutti gli altri nella mia condizione. E così ho scoperto tante parole nuove: ferie, malattie, contributi, pensione, maternità, congedi parentali. Chissà se ti capiterà di incontrarle mai, queste parole rilassanti, chissà se non le studierai solo nei capitoli dei libri che parleranno di quell’Italia nata dalle lotte di operai e studenti che aveva conquistato un paese un po’ più libero, quel paese miseramente scomparso in pochissimi decenni e che torna all’arbitrato, al padronato, all’assenza totale di diritti. Stiamo messi male e siamo anche in pochi ad accorgercene, ci fosse qualche adulto o adulta ancora con la tua capacità di urlare forse tutto ciò non avverrebbe… (allora siamo sulla buona strada, non ci avevo pensato!).
In quel posto che ti raccontavo, quello delle formichine che lavorano zitte e gobbe con la testa che scoppia, ora che tutte hanno un contratto c’è stata una grande rivoluzione sai? Proprio come ha fatto la tua mamma, praticamente anche tutte le altre si son messe a scoprire queste nuove parole scritte su quei fogli… la prima che ci ha colpito è quella che da donne precarie avevamo proprio cancellato dal nostro dizionario: maternità! E così, tanta è stata la gioia di riscoprire quella parola che in poco tempo siete spuntati in tanti, bambini di giovani neo assunte, alla faccia dell’azienda che non ce l’aveva mai permesso e che ora è costretta a farlo. Quasi settanta bambini su meno di duecento assunzioni!Siamo state proprio fortunate piccola mia, perché da oggi tutto questo non sarà più  possibile. Stanno cercando di metter su carta che la formica zoppa deve rimanere tale, che non potrà più chiedere aiuto a nessun tipo di giudice, che dovrà regalare la sua vita e la sua dignità all’azienda di turno senza aprire bocca. Quindi sta a me cercare di impedirglielo, sta a te imparare a lottare per i tuoi diritti ed anche a difenderli, a non farli calpestare o portare via dal primo manipolo di ladroni che prende il potere.
Come dicono in Val Susa, quei tuoi cuginetti che lottano contro l’Alta Velocità e la devastazione del loro territorio, a sarà dura!

* [spacciandomi per Assunta]
Non mi chiamo Assunta, anzi l’ho scelto ironicamente, come nome contro il precariato. Niente di cui vergognarmi, ma con l’aria che tira, con la “licenza di licenziare” ormai legalizzata, beh, meglio rimanere anonima, che il lavoro mi serve. Chiamiamoci tutt@ Assunt@ e alziamo la testa!

Link
Mario Tronti: 12 marzo 2010 “sciopero generale contro l’attacco ai diritti del lavoro”

AVOID SHOTING BLACKS, incontro pubblico all’ ex Snia

22 gennaio 2010 Lascia un commento

L’Osservatorio Antirazzista Territoriale Pigneto – Tor Pignattara
presenta
DOMENICA 24 GENNAIO 2010
ORE 18:00

AVOID SHOTING BLACKS
non sparare all’uomo nero

L’uomo nero, quello di cui ci parlavano da bambini per farci stare buoni, per farci ubbidire in silenzio, oggi lo incontriamo tutti i giorni: per le strade, nelle fabbrichette, nei campi, nelle case che nessun padrone vuole fittare.
I grandi di oggi, quelli che ci vogliono bambini ubbidienti, quelli che si riuniscono nei consigli dei ministri o in quelli d’amministrazione, ne vogliono tanti, come carboni da bruciare per far camminare la macchina a vapore di un sistema ingiusto, mentre noi, sempre più in affanno, alimentiamo il forno sudando senza posa.
E li vogliono neri, senza un volto e senza voce, a confondersi nella notte, ad affollare le nostre paure.
Ti tolgono la casa? Tutta colpa dell’uomo nero.
Ti tolgono il lavoro? Tutta colpa dell’uomo nero.
Non ci sono posti all’asilo nido? Tutta colpa dell’uomo nero.
Tutto questo ti fa rabbia? Devi sparare all’uomo nero.

Con le leggi sui flussi migratori, dalla Turco-Napolitano al Pacchetto-Sicurezza, passando per la Bossi-Fini, i governanti di ogni colore consegnano esseri umani senza diritti come carne da macello a padroni sempre più ingordi e feroci.
Quando questi uomini e donne si ribellano, gli stessi armano la mano di bianchi sottomessi per ricacciarli nel buio della clandestinità silente.

Rosarno non è solo la sottosviluppata periferia d’Europa. Rosarno è oggi il centro del mondo. Quello ch’è successo lì, oggi ci riguarda tutti.

Ne discutiamo con:
- i compagni e le compagne dell’Osservatorio Migranti Rosarno e della Rete Migranti reggina;
- i compagni e le compagne dell’ex Canapificio di Caserta;
- Mattia Vitiello, sociologo, studioso dei fenomeni riguardanti la manodopera immigrata impiegata in agricoltura;
- il connettivo terraTERRA.

Modera l’associazione DaSud

Sono invitate ad intervenire tutte le realtà del movimento antirazzista, gli agricoltori e i lavoratori immigrati.  

CSOA eXSnia
via Prenestina 173
www.exsnia.it

 

contatti@exsnia.it
bakunino@micso.net
6antirazzista@inventati.org

“Non sparate sulla ricerca”: una mattinata sul tetto dell’Ispra

30 dicembre 2009 1 commento


NON SPARATE SULLA RICERCA!

Finalmente ci sono riuscita.
Quando abbiamo provato ad avvicinarci ai cancelli ISPRA di Casalotti, con il desiderio di un brindisi il giorno della vigilia di Natale con i ricercatori in lotta sul tetto del loro posto di lavoro dal 2 dicembre,  siamo stati bloccati da una sbarra e un cancello che li ha tenuti sequestrati per tutto il corso dei primi giorni di vacanza di questo dicembre.

Foto di Valentina Perniciaro _sui tetti dell'Ispra_

Abbiamo dovuto aspettare che ricominciassero le normali attività lavorative per poter accedere e entrare in contatto con questo bel gruppo di lavoratori che non vogliono accettare la precarietà.
Alcuni sono sul tetto, nemmeno pochi, malgrado abbiano già firmato un rinnovo chi di due chi di tre anni con l’Ispra.
Quindi persone che aprono il cuore, che decidono di passare le feste natalizie sotto al diluvio, in tende e tendoni attrezzati anche grazie all’aiuto delle associazioni di quartiere che li hanno supportati con strutture di legno e generatori elettrici: sono lì, vogliono condizioni diverse di lavoro per tutt@ loro, vogliono il riconoscimento di tutti gli anni da precari che hanno passato lì, a fare un lavoro essenziale come la ricerca ambientale. 
E da precari, malgrado un decente rinnovo firmato in tasca, passeranno anche le prossime feste su quel gelido tetto!
Domani alle 16 verranno nuovamente chiusi dentro e lo saranno fino al 4 mattina! 
Un sequestro di persona vero e proprio. Di persone che stanno lottando per i loro diritti e per i diritti di tutti i loro colleghi che hanno già perso il lavoro nei mesi precedenti.
Ci si rivede su quel tetto… buona lotta!

Foto di Valentina Perniciaro _tetti in lotta_

 

Foto di Valentina Perniciaro _Precari ISPRA in lotta_

Diego Bianchina, 31 anni, operaio: ucciso sul lavoro

2 dicembre 2009 Lascia un commento

 

TERNI 2 DICEMBRE ’09, ORE 16,30 DA VIALE BRIN
MANIFESTAZIONE CITTADINA CONTRO LE MORTI DI LAVORO
 

Un altro morto alla Thyssenkrupp: Diego Bianchina, 31 anni, operaio.

Ieri 1° dicembre a quasi due anni dal tragico anniversario della strage alla Thyssenkrupp di Torino è morto a Terni un giovane operaio di 31 anni, intossicato dalle esalazioni di acido cloridrico.
Diego Bianchina non doveva essere solo ad effettuare quelle operazioni pericolose che lo hanno portato alla morte. Le morti di lavoro nel nostro paese sono una strage, 4 caduti al giorno, 1.450 l’anno circa. UNA GUERRA.
La settimana che è appena conclusa ha visto un grave incidente al Tubificio, ad Aprile un lavoratore delle ditte in appalto è morto, sempre alla Thyssenkrupp. Non si può parlare di tragica fatalità, per quanto ci riguarda le responsabilità sono chiarei ritmi accelerati di produzione, l’inosservanza delle regole di base per tutelare la salute e la vita dei lavoratori producono un contesto in cui chi la mattina timbra per andare a lavorare rischia di non uscire la sera.
La logica del profitto ha portato a monetizzare la salute dei lavoratori, le leggi attuali hanno anche depenalizzato la responsabilità dei vertici aziendali, ma per noi una cosa è certa: la responsabilità degli incidenti e delle morti di lavoro è dei padroni e degli Amministratori Delegati, cioè di chi fa profitti col lavoro di operai e impiegati. A Torino i vertici della Thyssenkrupp sono stati inquisiti per omicidio volontario. Per noi anche questo di Diego è un omicidio volontario. Per questo, quando si è diffusa la notizia della sua morte gli operai spontaneamente sono usciti dalla fabbrica e hanno bloccato la produzione e viale Brin. Il blocco è continuato con lo sciopero del turno di notte e con quello di tutta la giornata del 2 dicembre. Ma questa morte non riguarda solo gli operai e la fabbrica, riguarda tutta la città di Terni. Perché la città deve molto, a livello economico, produttivo, occupazionale e storico all’acciaieria.

Per questo l’assemblea spontanea e autorganizzata degli operai propone un corteo che parta nel pomeriggio di oggi, alle ore 16:30, dai cancelli della fabbrica in viale Brin ed attraversi il centro cittadino.

Ø     Chiediamo ai lavoratori, ai cittadini, agli studenti, alle forze sociali, politiche e sindacali, alle associazioni di partecipare attivamente alla riuscita della manifestazione.
Ø     Chiediamo ai commercianti di abbassare le saracinesche in solidarietà con gli operai ed in lutto con la morte di Diego.
Ø     Chiediamo che l’amministrazione comunale proclami un giorno di lutto cittadino.
Ø     Chiediamo che la Terni generosa, la città solidale con gli operai per un giorno risponda con fermezza a questo omicidio di lavoro.

   INVITIAMO TUTTI A TROVARSI DAVANTI ALLA FABBRICA ALLE 16:30 PERCHE’ NON AVVENGA ANCORA

L’Assemblea spontanea ed autorganizzata degli operai della TK-AST

Un altro ferroviere ammazzato dal lavoro

23 novembre 2009 1 commento

ROMA: ANCORA UN FERROVIERE SCHIACCIATO DA UN CARRELLO. MORTO DOPO UN MESE DI AGONIA

ancora IN MARCIA !GIORNALE DI CULTURA, TECNICA E INFORMAZIONE POLITICO SINDACALE, DAL 1908

DAI COLLEGHI DI ROMA RICEVIAMO LA NOTIZIA 
DI UN’ALTRA TRAGEDIA SUL LAVORO
ANCORA SANGUE SUI BINARI
DOPO LA MORTE DI DOMENICO RICCO, 27 ANNI, 
AVVENUTA IL 5 OTTOBRE SCORSO, A FIRENZE RIFREDI,  
UN ALTRO FERROVIERE HA LASCIATO LA VITA SUL LAVORO
DURANTE LAVORI DI MANUTENZIONE

LA NOTTE SCORSA E’ MORTO IL NOSTRO COMPAGNO DI LAVORO, BRUNO PASQUALUCCI, OPERAIO RFI ADDETTTO ALLA MANUTENZIONE DEL COMPARTIMENTO DI ROMA, A SEGUITO DELLE GRAVISSIME FERITE RIPORTATE NELL’INFORTUNIO SUL LAVORO AVVENUTO IL 23 OTTOBRE SCORSO NELLA STAZIONE DI MACCARESE (RM), SULLA LINEA ROMA CIVITAVECCHIA. 

BRUNO, 63 ANNI, AD UN PASSO DALLA PENSIONE, SAREBBE RIMASTO VITTIMA  DI UNA CADUTA DAL CARRELLO LAVORI IN MOVIMENTO CHE LO AVREBBE SCHIACCIATO CONTRO IL MARCIAPIEDE. LA SUA AGONIA SI E’ PROTRATTA PER UN MESE, DURANTE IL QUALE HA SUBITO NUMEROSI INTERVENTI CHIRURGICI. LA NOTIZIA DELL’INFORTUNIO SUL LAVORO NON ERA STATA DIVULGATA ALL’OPINIONE PUBBLICA NE’ ALL’INTERNO DELL’AZIENDA, NONOSTANTE L’ ESTREMA GRAVITA’ DEL FATTO E L’ASSURDA RIPETITIVITA’ DELLE MORTI SUI BINARI. AZIENDA, ANSF, MINISTERO DEI TRASPORTI, ASL, MAGISTRATURA E SINDACATI SONO CHIAMATI A DARE RISPOSTE CONCRETE E NON DI CIRCOSTANZA A QUESTE TRAGEDIE PER RICERCARNE LE REALI CAUSE ED EVITARNE ALTRE. 
A NOI IL COMPITO DI ORGANIZZARCI E LOTTARE PER DIFENDERE LA NOSTRA SALUTE E LA NOSTRA DIGNITA’. NESSUNO LO FARA’ AL POSTO NOSTRO.

Roma, 23 novembre 2009

E’ caduto il muro??? A me ne sembrano nati così tanti!!

9 novembre 2009 3 commenti

Ancora ci vengono a raccontare che il muro è caduto, che vent’anni fa siamo diventati più liberi.
Non è caduto un bel niente, non è caduto un bel niente.
La “cultura” dei muri è all’apice della sua storia … ne vengono alzati di continui, anche su territori in cui sembrerebbe impossibile.
Il muro più alto ora, per noi europei, è eretto al centro del nostro mare, la culla liquida della nostra storia,
oggi cimitero di popoli pieni di speranza, con il futuro nello sguardo e nulla nelle mani.

muro2
1 Torre di osservazione munita di radar e ospitante soldati muniti di equipaggiamento per la visione notturna. 
2 Telecamera a infrarossi; completata da una sorveglianza video costante da palloni frenati e aerei senza pilota. Tutte le informazioni sono inviate in tempo reale verso un posto di comando. 
3 Rotoli di filo spinato affilato («razor wire») di 1 metro e 80 di altezza. 
4 Strada asfaltata per i movimenti delle truppe. Fra la strada e il filo spinato, una pista di sabbia permette di conservare le tracce di chiunque tenti di avvicinarsi. 
5 Recinzione metallica alta 3 metri, munita di sensori.
6 Lungo le sezioni considerate da Israele come « ad alto rischio », la recinzione è rimpiazzata da un muro di cemento alto 8 metri.
7 Strada per i veicoli di pattuglia. 
8 Fossato profondo due metri per impedire il passaggio dei veicoli palestinesi.
9 Rotoli di filo spinato affilato e sensori al suolo per individuare ogni movimento prima che venga raggiunta la recinzione.
 Il muro tra Messico e Stati Uniti Il muro tra Messico e Stati Uniti che miete decine di vittime tra coloro che provano ad attraversarlo: è una delle frontiere più lunghe del mondo

 

mauritania_marocco

Tra Marocco e Mauritania: campi minati per km a definire un altro confine illegale

 

sadrcity

Il muro di Sadr City, zona sciita di Baghdad

Altro confine marocchino: questa volta a Ceuta, con la Spagna Questo è il muro di Ceuta, che divide il Marocco dalla Spagna

Purtroppo potrei continuare, continuare a metter foto di altri muri: quelli che esistevano prima del muro di Berlino, come la cortina che divide le due Coree..poi quelli asiatici che cercano di separare i pesanti confitti tra India e Pakistan o nelle zone calde come il Rajastan:
Insomma di muri ce ne sono troppi per poter parlare e far demagogia sull’unico che è caduto.
Poca retorica, poche parole, non mi va fondamentalmente di affrontare alcun discorso su Berlino e la cortina di ferro, non ho voglia di parlare delle polemiche uscite sui giornali di sinistra negli ultimi mesi tra chi (di nostalgici stalinisti ce ne son sempre troppi, purtroppo) ha nostalgia di quel cemento.
Io sono contro i muri, sono contro le frontiere, sono contro i confini, sono contro la segregazione dei popoli regolata da questo cemento..
Un cemento di controllo e repressione, di colonizzazione e imperialismo, di sfruttamento e privazione delle risorse della propria terra.
Il cemento è cemento, ogni volta che si sbriciola è una vittoria per i popoli in lotta, per chi crede nella libertà, 
per chi lotta per l’autodeterminazione!

 

Operai di Ssangyong: ma quali sindacati!!!

5 agosto 2009 Lascia un commento

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