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Posts Tagged ‘Valentina Perniciaro’

Una lettera per chiedere solidarietà, dalle carceri greche…

28 maggio 2012 Lascia un commento

Lettera di Andrè Mazurek, detenuto da 3 anni e mezzo a Larissa (Grecia) dopo la rivolta del dicembre 2008.
Condannato a 11 anni.
Dal sito OccupiedLondon

Sono ormai più di tre anni che mi trovo rinchiuso nelle prigioni greche, più precisamente dall’ 11/12/2008 e gli scontri che seguirono all’assassinio di Alexandros Grigoropoulos ad Exarchia, Atene.
Mi chiamo Andrea Mazourek e vivo in Grecia dal 2007, più precisamente da maggio 2007. Io sono polacco e non conoscendo bene la lingua, ho lavorato qui in diversi posti di lavoro precari. Mentre vivevo qui da 1 anno e mezzo ho saputo dell’assassinio di Alexis e insieme agli altri ho manifestato per le strade di Atene tutta la mia rabbia.

Foto di Valentina Perniciaro _ Le notti in cui i MAT assediavano il Politecnico, dicembre 2008_

L’11 dicembre 2008, all’angolo tra via Solonos e via Sturnari, mentre camminavo con gli altri verso il Politecnico, siamo stati circondati dai maiali del MAT (squadre anti-sommossa della polizia) e poliziotti in borghese che hanno iniziato a picchiarci, ci hanno arrestato e portato nella questura di Atene, dove, dopo essere stato trasformato per un altro paio di volte in un sacco da boxe, ci hanno portato alle celle di detenzione del 7° piano.
La mattina successiva un dipendente dell’ambasciata polacca è venuto ad aiutare i poliziotti nei loro interrogatori.
L’ambasciata polacca ha falsamente riferito ai media che sono venuto in Grecia per partecipare all’insurrezione … Poi, il giorno dopo, mi hanno portato davanti al giudice che  mi ha contestato i reati di tentato omicidio, esplosione, fabbricazione e possesso di esplosivi ; e mi ha messo in custodia cautelare senza nemmeno avere la possibilità di discolparmi, dal momento che il traduttore che mi avevano assegnato era un arabo che conosceva poco sia il greco che il polacco, e non era stato mandato dall’ambasciata.
Gli stati cooperano perfettamente di fronte al “nemico interno” … Il giudice ha richiesto di mandarmi in un ospedale dopo la conclusione del procedimento ma questo non è successo. Dopo il mio arrivo nella prigione di Korydallos, le guardie carcerarie si sono scagliate su di me gridando che avevo bruciato le loro auto e mi hanno messo in un reparto dove nessuno parlava polacco, e invece di mandarmi in ospedale mi hanno dato un analgesico. Una settimana dopo, mi annunciano che c’è un altro mandato di arresto per me in Polonia …
Di settimana in settimana il tempo passa e le ferite sono guarite, ma la rabbia cha continuato a vivere dentro di me per tutti questi 3 anni e mezzo in cui  sono tenuto prigioniero nelle celle  della prigione democratica. L’11 giugno la Corte d’Appello mi ha condannato a 11 anni di prigione ed è per questo che vi chiedo solidarietà, se e in qualsiasi modo lo riterrete adeguato …
Dichiaro inoltre che non ho dimenticato nessuno di quelli che mi hanno picchiato, mi hanno messo in carcere e continuano a privarmi della mia libertà, mentre l’ assassino Saraliotis [uno dei poliziotti che ha sparato ad Alexis] è stato rilasciato dopo un anno e ora va in giro libero.
Ci ritroveremo nelle strade, ancora una volta, con tutti coloro che non hanno dimenticato, che hanno rotto e bruciato le vetrine che coprono l’ ipocrisia di questo vecchio mondo, che hanno combattuto e continuano a combattere. Possono impedirmi di essere lì con voi, ma voi potete continuare per tutti coloro che sono nelle carceri e non sulle strade, e proseguire per Alexandros Grigoropoulos.

La solidarietà è l’arma del popolo,
GUERRA CONTRO LA GUERRA DEI PADRONI
Andre Mazurek, detenuto nel carcere di Larissa

Altro sulla Grecia QUI, dalla rivolta per Alexis in poi…

Sgomberata la Fazenda occupata di Casalotti: maledetti!

12 aprile 2012 Lascia un commento

Ieri, nella giornata nazionale di mobilitazione in solidarietà con il popolo Notav in lotta, il presidio di Roma ha accolto con un boato ribelle i compagni della nuova occupazione di Via Boccea, la Fazenda occupata.
Un luogo importantissimo e appena nato, foraggiato ed alimentato da decine di giovani compagni della zona nord di Roma, infinitamente bisognosa di luoghi simili, dove è possibile crescere collettivamente, vivere e magari anche divertirsi al di fuori dei meccanismi dell’industria del divertimento.
Situato nel quartiere periferico di Casalotti, la Fazenda poteva diventare cardine di una nuova atmosfera in quel quartiere dormitorio nato nell’abusivismo tipico della campagna romana e poi abbandonato per decenni dall’amministrazioni comunali di ogni colore politico.
Un quartiere altamente invivibile, privo di qualunque luogo di incontro, privo di biblioteche, di centri sportivi, di parchi pubblici, di cinema o luoghi di aggregrazione: un quartiere ogni giorno più devastato da speculatori e palazzinari,
Che da questa mattina ha perso l’unico spazio libero, strappato con forza all’abbandono totale.
Una boccata d’aria già uccisa: maledetta sbirraglia.

Ieri la mobilitazione notav aveva occupato dei locali a Scalo San Lorenzo: l’immediato arrivo di Digos e camionette avevano palesato la squallida minaccia.
“Se lasciate questo posto non sgomberiamo la Fazenda di Boccea” avevano detto squallidamente.
Il posto è stato lasciato e stamattina i compagni di Roma Nord si sono comunque svegliati circondati da blindati che dopo pochi secondi hanno rotto il cancello e sono entrati identificando tutti i compagni presenti;
La proporzione tra guardie e occupanti era di 8 a 1 … Ma tutto ciò non ci stupisce di certo!

Per chi volesse comunque i compagni aspettano rinforzi all’angolo tra la via Boccea e Casal del Marmo, per decidere poi tutti insieme quale risposta dare a questo maledetto sgombero !

CASE PER TUTTI
GUARDIE PER NESSUNO

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Foto di Valentina Perniciaro _Beirut devastata dai bombardamenti israeliani_

L’appello di Occupied London, a tutt@ noi

29 febbraio 2012 Lascia un commento

Queste righe arrivano dalle pagine di un blog molto citato da me in questi anni. Occupied London ha permesso a tutt@ noi di poter seguire passo passo quel che avveniva per le strade greche a partire dal 2008, pochi momenti dopo l’inizio della rivolta esplosa sopo l’uccisione di Alexandros Grigoropolous. Un blog fondamentale,anche per chi non è parte del panorama anarchico, che con il suo costante lavoro di traduzione e condivisione c’ha permesso di entrare anche nelle più piccole azioni sparse nel territorio greco. Insomma pane per i denti di chi, lontano dall’informazione mainstream, è convinto che la storia dei paesi e dei popoli passi per le strade, sull’asfalto, sulle pietre…e che è giunto il momento di rendere veramente piccolo questo mondo, unificando le lotte e abbattendo distanze e frontiere.
Occupied London ora fa un appello, che non posso non girarvi.

Live dalle strade d’Europa: un appello di Occupied London

Foto di Pascal Rossignol

Il mondo intorno a noi sta cambiando più di quanto non ci accorgiamo . negli ultimi anni, mesi, settimane e giorni, le cose alle quali ci eravamo abituati –dalla qualità della vita che potevamo aspettarci, le nostre interazioni con gli altri, la nostra politica, tutto, in definitiva- sembrano svanire nell’aria eterea. Questa crisi è stata sistemica, per essere chiari, ma il collasso delle certezze del capitalismo ha lasciato scoperte molte delle nostre certezze. In un momento in cui l’azione è più urgente che mai, in un crocevia storico, il cambiamento è stato così radicale che ha paralizzato molti. Prima, stavamo cercando di imparare come incrinare e aprire varchi nelle solide certezze del parossismo neoliberista. Ora, che le crepe si sono fatte profonde, vogliamo sviscerarle e districare no stessi attraverso uno sciopero sociale generalizzato ed indefinito (1).

Siamo i membri di Occupied London, un progetto anarchico che è cominciato a Londra, nel 2007, stampando giornali e testi sulle realtà urbane da una prospettiva anarchica. Quando è esplosa la rivolta del 2008 in Grecia, alcuni di noi hanno sentito il bisogno di tornare là e riportare e tradurre in inglese cosa stava succedendo alla base delle città del paese.
Quasi 1,000 post nel blog e un libro dopo siamo assolutamente determinati a continuare a scrivere su ciò che sta succedendo nelle strade e nella vita quotidiana della gente, come il capitale mette in canna il suo ultimo colpo preparandosi pel la sua dipartita, lasciando dietro solo la violenza dello stato a difendere i suoi condotti di ricchezze.

Foto di Valentina Perniciaro _nottate ateniesi, 2008_

Vediamo ora un bisogno di crescere, di diventare ancora più rilevanti, di superare le divisioni politiche tradizionali e , oltre a reagire alla violenza del capitale e dello stato, cogliere fino in fondo questo momento di rottura. Il nostro contributo in questo senso è questo appello a condividere davvero le analisi e l’azione coordinata in tutta Europa.

L’informazione dai media mainstream mira a dividerci: è intenzionata a dare la colpa della crisi dapprima alla pigrizia di una Gente, poi alla rabbia di un’altra. Nei media mainstream le persone vengono viste come vittime isolate o come una massa di manifestanti, ma mai come persone pensanti, desideranti, e agenti che possono controllare il loro futuro in comune. Questo è un nuovo campo di battaglia, dove le nostre condizioni di vita, produzione e riproduzione saranno definiti per le generazioni a venire.

Con questo appello ci rivolgiamo a nuovi compagni ed amici. Che tu sia un individuo od un gruppo, mettiti in contatto. È un progetto, questo, che mira ad essere il più vasto possibile; c’è spazio per chiunque si senta vicino al nostro movimento allargato di antagonismo sociale, ma non c’è spazio per settarismi di qualunque sorta. Il modo in cui ci immaginiamo questo network, è che ci siano punti di informazione locali operanti autonomamente, mentre un nodo principale di informazione raccoglierà tutto il materiale locale in un solo luogo, taggato in modo che i contenuti siano più concretamente utili possibile. La disseminazione delle informazioni e delle analisi in Europa e oltre, e il coordinamento dell’azione sono i nostri scopi principali.

Questo è davvero molto un work in progress. Quindi contattateci a editorial@occupiedlondon.org e noi saremo più che felici di discutere ogni dettaglio. I membri del nostro collettivo viaggeranno verso vari luoghi in Europa nei prossimi mesi per discutere il progetto il più lontano e vasto possibile. Se vuoi ospitare un evento e cominciare a discutere il progetto di persona, mettiti in contatto.

(1)Per sciopero sociale generalizzato intendiamo la sistematica –ma ma selvaggia- sospensione delle nostre normali attività (lavorare, consumare, usare i networks, etc.) e sottrarla alla sfera del capitale, insieme a cortei e all’occupazione di spazi pubblici, prendendo spazio in più paesi possibili contemporaneamente. Quindi noi sovvertiamo il normale ed egemone flusso di capitale, produzioni e informazione.

Con amore,
il collettivo di Occupied London

Finalmente il movimento rivoluzionario egiziano si distacca dalla fratellanza, a suon di ceffoni !

1 febbraio 2012 3 commenti

La cosa era nell’aria,  già da qualche settimana precedente le commemorazioni per l’anniversario, il primo , di quella che ormai chiamiamo “rivoluzione egiziana”.

Foto di Valentina Perniciaro, pane caldo per il Cairo

La vittoria delle elezioni, schiacciante,  ha aperto a nuovi scenari, non poi così inaspettati: la cosa che speravo, e che sembra stia iniziando ad avvenire con una cadenza quasi quotidiana, è che la piazza (tutte le piazze egiziane) capissero che quel tipo di potere, colluso ed accondiscendente da sempre con i meccanismi e i meandri del regime di Mubarak, non è altro che un rivale, l’ennesimo servo del “tutto rimarrà immutato, malgrado voi e la vostra Tahrir”.
E così già la scorsa settimana, nel 25 gennaio ormai simbolo di liberazione, il corteo più radicale e partecipato, che ha puntato subito verso il Maspero si è già caratterizzato come una manifestazione che NON desiderava alcuna partecipazione da parte della fratellanza musulmana.
Se ne potevano rimanere a Tahrir, sotto i loro due enormi palchi, troppo enormi e sfarzosi per piacere a chi è stato abituato a cucire le proprie ferite nelle tende della piazza, tra uno sgombero ed una carica.
Insomma… eccolo il nuovo terreno di scontro che dobbiamo osservare ed alimentare. Ecco quel che dobbiamo imparare a conoscere del nuovo Egitto, ai suoi primi vagiti.
Sperando che questo movimento rivoluzionario sappia trovare le capacità organizzative necessarie, che sappia entrare nelle fabbriche e nei campi, che sappia spazzare via i servi di regime, qualunque maschera indossino.

VI LASCIO CON UN ARTICOLO PRESO DA INFOAUT, che ringrazio

Duri scontri tra il movimento rivoluzionario e i Fratelli Musulmani al Cairo. Almeno 40 i feriti. E’ l’episodio più cruento mai avvenuto fino ad ora nell’ambito dei regolamenti di conti tra i soggetti politici emersi nell’immediato post-Mubarak e le forze sociali rivoluzionarie egiziane.

Doveva essere il pomeriggio delle celebrazioni ufficiali per il nuovo parlamento insediatosi dopo le elezioni con tanto di intervento del premier Kamal El-Ganzouri, e invece l’attenzione si è concentrata sulle strade intorno all’edificio dove i cortei convocati dal movimento rivoluzionario sono entrati in collisione con il servizio d’ordine, armato di tutto punto (anche di manganelli teaser), dei Fratelli Musulmani. Il movimento islamista moderato a quanto pare non poteva sopportare che i protagonisti della rivoluzione gli rovinassero la festa per la schiacciante vittoria conseguita alle elezioni politiche.

Foto di Valentina Perniciaro _una strada in salita, molto, ma da percorrere assolutamente_

Foto di Valentina Perniciaro _una strada in salita, molto, ma da percorrere assolutamente_

Più di 40 organizzazioni rivoluzionarie avevano indetto per oggi, il martedì della perseveranza, diversi cortei che si sarebbero dovuti concludere con un presidio unitario nei pressi del parlamento. L’obiettivo dei manifestanti era contestare lo Scaf rivendicandone lo scioglimento e la messa a giudizio da un tribunale, e l’immediata convocazione delle elezioni presidenziali per l’11 febbraio (data delle dimissioni di Mubarak). Ma invece di trovare solo i plotoni della polizia militare a difendere uno dei palazzi del potere questa volta il movimento si è trovato di fronte anche il servizio d’ordine dei Fratelli Musulmani.

Che la tensione era salita alle stelle era già chiaro dalle iniziative del 25 gennaio. Durante il primo anniversario dell’inizio della rivoluzione più di 2milioni di egiziani avevano raggiunto piazza Tahrir per dare continuità alla lotta contro lo Scaf. Spesso in quell’occasione lo slogan “irhal!”, “vattene!”, da sempre rivolto contro Mubarak o gli uomini del vecchio e attuale regime, venne gridato da migliaia di manifestanti in faccia ai portavoce dei Fratelli Musulmani che si alternavano sul palco del movimento islamista. Non è servito a niente alzare il volume dell’impianto audio che per coprire la contestazione pompava versetti del corano a tutto volume visto che i numerosi contestatori per esprimere ancora meglio l’ostilità politica contro “La Fratellanza” alzarono le scarpe minacciosamente in aria.

Foto di Valentina Perniciaro _l'Egitto e il potere_

Foto di Valentina Perniciaro _l'Egitto e il potere_

I Fratelli Musulmani che non hanno mai aderito ufficialmente al movimento rivoluzionario, oggi godono, con il loro partito Libertà e Giustizia, di 235 seggi su 498 e di ben 12 commissioni parlamentari su 19. Da subito configuratisi come forza politica del “ritorno all’ordine e alla pace sociale” sono entrati fin dalle prime ore post-Mubarak in perfetta sintonia con lo Scaf di cui hanno appoggiato la proposta delle (leggere) riforme costituzionali al posto dell’elezione dell’assemblea costituente come reclamato dalla piazza rivoluzionaria. I Fratelli Musulmani si sono caratterizzati come uno degli elementi attivi della transizione democratica in senso reazionario e gli eventi di oggi approfondiscono radicalmente l’abisso tra il movimento rivoluzionario egiziano e le forze della contro-rivoluzione. La frattura post-islamista praticata dal movimento rivoluzionario tunisino ed egiziano non poteva avere solo come nemici le persistenze del vecchio regime ma anche le formazioni politiche islamiste che un tempo seppur avendo vissuto all’opposizione dei Rais, non hanno poi esitato un solo istante a collocarsi nel nuovo scenario politico istituzionale come forze reazionarie e organizzate per bloccare e contrastare le straordinarie trasformazioni politiche, sociali e culturali interne ai processi rivoluzionari.

Seppur costata numerosi feriti tra i compagni e le compagne, la giornata di oggi può essere salutata come un nuovo passo avanti del movimento rivoluzionario che dopo le insurrezioni d’autunno continua a definire, localizzare ed isolare i propri nemici. La tendenza in atto sembra voler spingere il potere esecutivo e lo Scaf ad esprimere il suo ruolo reazionario nella forma più pura, isolata e allo stesso tempo fragile per costringerli allo scioglimento e conquistare lo spazio per un ulteriore sviluppo del processo rivoluzionario.

Intanto con l’entrata in scena del nuovo potere legislativo il movimento non ha aspettato un solo istante a dare battaglia per svelarne l’orientamento esplicitamente reazionario e approfondire l’ostilità tra la posizione islamista moderata e il punto di vista rivoluzionario.


LEGGI GLI ALTRI ARTICOLI SULL’EGITTO!

Solidarietà a chi è privato della libertà: presidio a Regina Coeli

23 gennaio 2012 1 commento

A tre mesi di distanza dalla giornata del 15 Ottobre, c’è ancora chi continua a scontare la repressione degli apparati giudiziari dello Stato.

Foto di Valentina Perniciaro _sbarre e privazione di libertà_

6 ragazzi, di cui 5 minorenni, sono denunciati a piede libero, in 9 si trovano agli arresti domiciliari, due ragazze hanno gli obblighi di firma, mentre Giovanni, condannato a 3 anni e 4 mesi, resta ancora rinchiuso in carcere.
Nonostante l’accanimento giudiziario nei confronti delle persone arrestate e la gogna mediatica montata ad arte su quella giornata, chi crede sia indispensabile ribellarsi allo stato di cose attuali ha espresso tenaciemente la propria solidarietà: le iniziative a supporto delle spese legali e a sostegno di chi è recluso, i presidi e i saluti dinanzi ai carceri di regina coeli e rebibbia, la presenza nelle infami aule dei tribunali durante i processi sono i gesti che disegnano il volto comune di tutti/e coloro che quotidianamente vogliono rompere le mura dell’indifferenza.

Per continuare a tenere viva la solidarietà nei confronti dei denunciati della giornata del 15 ottobre e per non lasciare solo o sola chi continua ad essere rinchiuso dentro una cella maledetta,
lanciamo un appuntamento per sabato 28 Gennaio, alle ore 13, durante l’ora d’aria dei detenuti del carcere di Regina Coeli, al faro della Passeggiata del Gianicolo.
Microfono aperto e casse puntate verso Regina Coeli, per farci sentire da Giovanni e da tutti coloro che che sono privati della loro libertà.

Affinchè le persone non finiscano dove comincia il carcere, la solidarietà è un’arma.

Libertà per tutti/e

1982, la magistratura arresta i giornalisti che fanno parlare i testimoni delle torture

18 gennaio 2012 14 commenti

INTERVISTA A PIER VITTORIO BUFFA
PierVittorio Buffa e Luca Villoresi, giornalisti dell’Espresso e di Repubblica, finiscono in carcere tra il febbraio e il marzo 1982  per aver ficcato il naso nella vicenda delle torture. Hanno indagato troppo, raccolto testimonianze inopportune, trovato scomodi riscontri. E’ questo un’altro aspetto dimenticato di questa storia: l’attacco alla libertà di stampa, il bavaglio messo sulla bocca di chiunque provava a denunciare quello che stava accadendo. Bisognerebbe tornare a leggere quello che scriveva Luciano Violante in quei giorni, sfogliare le pagine dell’Unità per conoscere le posizioni portate avanti dal fronte più oltranzista dell’emergenzialismo.
La scelta di ricorrere alle torture era stata avallata a livello centrale dal Cis, il comitato interministeriale per la sicurezza del governo: dal primo ministro Spadolini, al ministro dell’Interno Rognoni, al capo della polizia Coronas, a quello Dell’Ugigos De Francisci. Decisione messa in pratica dagli altri dirigenti centrali del ministero dell’Interno, come Improta, De Gregorio, Fioriolli, e poi “De Tormentis”, per arrivare agli operativi come Salvatore Genova. Una vera storia di questa vicenda dovrà prima o poi fissare l’esatto e completo organigramma delle torture.
In questa intervista PierVittorio Buffa ripercorre quei giorni di 30 anni fa. La sua inchiesta seguiva una pista che l’aveva portato a scoprire cosa accadeva nel distretto di polizia di Mestre. Ma nelle stesse ore si torturava anche a Padova, dove in una chiesa sconsacrata De Tormentis insieme alla sua squadra, i cinque dell’Ave Maria, metteva in pratica il suo trattamento.
Leggi speciali, corti di giustizia “specializzate”, giudici popolari avvicinati da partiti politici in accordo con i magistrati, come nel caso del processo di Torino al nucleo storico delle Br, torture, carceri speciali, sono i risvolti di quella particolare forma di stato di eccezione che ha affrontato la guerra, perché guerra è stata anche se opportunamente negata, eufemizzata, ad una compagine sociale che attarverso la lotta armata mirava ad innescare un processo rivoluzionario in Italia


di Valentina Perniciaro e Paolo Persichetti

Il 28 febbraio 1982, sulle pagine dell’Espresso esce un tuo articolo intitolato «Il rullo confessore», nel quale riporti le testimonianze di agenti della Polizia di Stato del distretto di Mestre sui casi di tortura avvenuti ai danni di persone arrestate durante le operazioni anti-terrorismo del mese precedente, nell’ambito delle indagini sul sequestro del generale Usa Dozier. Come sei arrivato ad ottenere queste testimonianze e cosa successe subito dopo?
Fu il direttore, Livio Zanetti,  ad affidarmi il servizio e così iniziai a cercare Franco Fedeli, il direttore di Nuova polizia, [giornale che all’epoca sosteneva la necessità di un rinnovamento democratico delle forze di polizia anche attraverso la sindacalizzazione del corpo, Ndr] che mi mise in contatto con un poliziotto del distretto di Mestre, Gianni Trifirò. Difficile dimenticare il nostro incontro: abbiamo preso un appuntamento clandestino, come succede nei film, alle sette e trenta del mattino. Fu lui a raccontarmi quello che aveva visto, tutto quello che poi scrissi nell’articolo. Cercando conferme nei giorni successivi parto per Venezia e arrivo a Riccardo Ambrosini, capitano di polizia alla caserma Santa Chiara di Mestre: lui mi conferma tutto e decido di scrivere.

E’ stata una scelta difficile?
Per me fu un momento molto complicato sul piano professionale e personale. Non mi era assolutamente facile denunciare polizia e carabinieri, anche perché sono figlio di un ufficiale dei carabinieri. L’alto problema che affrontai era quello di essere identificato come un fiancheggiatore. Passai una notte sveglio, poi decisi che non mi interessava: la polizia nel mio paese non deve fare queste cose e decisi che dovevo farlo.
Dovevo farlo perché era stato superato un limite: nella normale attività di polizia ci può essere una colluttazione, un cazzotto in più o un calcio nelle palle, diciamo che può malamente far parte delle regole del gioco. Ma in quell’occasione, e mi vengono ancora i brividi a raccontarlo, dalle testimonianze che avevo raccolto era accaduta una cosa fatta a freddo. La cosa mi diede una sensazione bruttissima e capii che non potevo tacere.

Infatti fu una scelta coraggiosa alla luce di quel che accadde subito dopo l’uscita dell’articolo…
L’articolo esce il 28 febbraio. Il 9 marzo mi chiama a deporre il sostituto procuratore di Venezia Cesare Albanello. Mi interroga e io gli confermo tutto quello che avevo scritto. Quando mi chiede chi mi aveva dato quelle informazioni ovviamente mi rifiuto di rispondere appellandomi al vincolo del segreto professionale e lui mi arresta.
Il giorno dopo Riccardo Ambrosini, Gianni Trifirò e il maresciallo Augusto Fabbri (segretario veneto del Siulp) vanno da Albanello e gli dicono di esser stati loro a parlare. L’11 marzo vengo tradotto in pretura, con tanto di schiavettoni ai polsi, assolto e immediatamente scarcerato. Dopo circa 15 giorni fu arrestato anche Luca Villoresi. Da lì poi partì un dibattito pubblico sul segreto professionale e ci fu il processo da parte di Violante…

Un giovane giornalista che finisce in schiavettoni dentro un carcere. Avevi mai pensato di poter correre un rischio del genere?
No, non mi sarei mai aspettato di finire in carcere e la cosa mi riempì di quelle paure intrise di luoghi comuni.

Come hai vissuto quei giorni da recluso?
Fui messo in una cella da solo e temevo il contatto con gli altri detenuti. Quando da dentro la cella sentii la notizia: “Arrestato il giornalista Buffa, rischia da 6 mesi a 3 anni”, malgrado sapessi dentro di me che non sarebbe durata più di qualche giorno e malgrado sapessi che forse sarebbe stata anche una cosa positiva per la mia immagine professionale, mi si ghiacciarono letteralmente le vene. Ebbi una sorta di attacco di panico. Il giorno dopo uscii all’aria e l’accoglienza dei detenuti mi rilassò e stupì allo stesso tempo: ero un giornalista che aveva raccontato torture compiute dalla polizia e non aveva parlato, quasi un eroe.

Quella esperienza cosa ti ha lasciato?
Quello che trovai lì dentro mi portò ad occuparmi del carcere per molti anni. Ho ho fatto La Grande promessa, il giornale degli ergastolani di Porto azzurro. Ero amico di Cavallero, Rovoletto, Bozzano e c’era anche 
Virgilio Floris, quello che era evaso a nuoto da Pianosa con Messina e poi arrestato a Bolzano un anno e mezzo dopo. D’altronde se ci si occupa del carcere è quasi sempre perché in qualche modo ci si è passati: il resto del mondo lo considera estraneo alla propria realtà.

Cosa accadde a Gianni Trifirò e Riccardo Ambrosini dopo la loro testimonianza?
Quelli erano i mesi della nascita del sindacato di Polizia e possiamo dire che nacque col piede sbagliato. Il sindacato non li appoggiò minimamente, anzi si pronunciò contro di loro. C’era chi ammetteva: “si è vero le torture sono sbagliate ma queste cose preferisco dirle tra qualche anno, nel futuro…”. Furono abbandonati e isolati. Ad Ambrosini bruciarono la porta di casa all’interno della caserma Santa Chiara mentre a Trifirò fecero una trappola dentro un nightclub con due ballerine. E questo perché erano poliziotti che non volevano vedere la polizia che ammazzava o che torturava: credevano nella loro divisa e non potevano accettare quei fatti.
La storia di Trifirò poi è particolare e voglio ricordarla: nel 1986 divenne sovrintendente e si fece assegnare proprio a Mestre. Durante un inseguimento con un ragazzo immigrato accadde un incidente: lo seguiva a piedi pistola alla mano e gli partì un colpo mentre correva. Quando si accorse che la pallottola aveva colpito il ragazzo, per di più uccidendolo, si sparò un colpo in testa. Fu agghiacciante.

Enrico Deaglio, in un articolo comparso su Lotta Continua dell’8 febbraio 1982, scriveva di voci sempre più insistenti sull’uso di nuovi metodi di tortura e l’introduzione di sostanze chimiche (il Penthotal, si diceva, per “far parlare”). Aggiungeva inoltre che in una serie di riunioni governative del Cis (Comitato interministeriale per la sicurezza), avvenute tra l’11 e il 13 gennaio precedente, era stata decisa l’introduzione di nuove misure d’emergenza contro il terrorismo. Tra queste, il ricorso alle torture. In base alle testimonianze che hai sentito, credi che in quelle giornate si sia deciso di costituire una struttura predisposta alla tortura?
Questo non lo so e non posso dirlo. Certo la sensazione che non fosse un caso episodico, isolato fu netta. E che alcuni capi avessero deciso l’uso di metodi non ortodossi mi sembra sia diventata una certezza storica. Che poi questo sia stato pianificato sino al punto di costituire un’apposita struttura, nel 1982 non emerse.

LEGGI  : L’ARRESTO DI BUFFA E ” IL RULLO COMPRESSORE”

GLI ALTRI LINK SULLA TORTURA IN ITALIA
breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
Arresto del giornalista Buffa
Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
Il pene della Repubblica
Ma chi è il professor “De Tormentis”?
Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
Le torture su Alberto Buonoconto
La sentenza esistente
Le torture su Sandro Padula

Su Antonio, ucciso 6 anni fa…e sul carcere, dove è venuto al mondo

17 gennaio 2012 6 commenti

Proprio oggi, nel sesto anniversario della morte di Antonio, morto sul lavoro,

Foto di Valentina Perniciaro —–ciao ANTO’—–


mi è arrivata una breve lettera che condividerò con voi, perché m’ha aperto il cuore.
Una lettera che parla di carcere, come di carcere ha parlato la breve vita di Antonio, visto che in una cella era nato e vi era rimasto per qualche anno,
tra le braccia di Franca, la sua bella mamma.
Non scrivo una riga su loro, che di materiale a riguardo in questo blog ce n’è tanto,
quindi vi linko direttamente quello…

LINK:
Una vecchia intervista con Franca Salerno
La copertina con la stella
Ciao Anto’
L’evasione di Franca Salerno e Maria Pia Vianale
Ciao Franca, cuore nostro
I funerali di Franca Salerno

QUI LA LETTERA DI CUI VI PARLAVO:

Grazie, cara compagna Valentina, ché mi hai cambiato il modo di vedere il carcere.
Quando passo davanti a Rebibbia, penso che lì dentro ci sono persone come me, e sì che io faccio politica da parecchio, ma in ognuno di noi c’è un carceriere, e smantellarlo è un lavoro che va fatto tutti i giorni. Ti ringrazio perché è grazie alle testimonianze che raccogli che ho capito quanto queste persone mi siano simili, quante cose abbiamo in comune.
Grazie
XXX

Capodanno di suicidi in carcere…che il 2012 sia l’anno dell’AMNISTIA !

1 gennaio 2012 2 commenti

Foto di Valentina Perniciaro _AMNISTIA_

Due suicidi in carcere in queste ore…a cavallo tra i due anni, uno a Trani (che ha il doppio dei detenuti previsti) e l’altro -in attesa di giudizio- alle Vallette di Torino (un terzo a Vigevano è stato sventato per un soffio).
I primi due dell’anno, o forse gli ultimi dei tantissimi di quello appena concluso:
chi muore in carcere, anche coloro che si tolgono la vita, sono assassinati dallo stato, omicidi compiuti giorno dopo giorno da chi continua a legittimare questo stato di cose e queste condizioni di detenzione.
Quasi ogni istituto italiano ospita un po’ più del doppio dei detenuti possibili: vuol dire 22 ore in branda, vuol dire che per poter stare in piedi in cella devi fare i turni, vuol dire assenza di cure, vuol dire condizioni igieniche intollerabili, vuol dire tortura a casa mia.
Il sistema carcere, non reintegra, non cura, non rispetta i minimi diritti umani; eppure tiene quasi 70.000 persone, di cui 30.000 in attesa di giudizio.
Per non parlare dei migliaia tossicodipendenti, che invece di esser curati vengono lasciati su una branda sudicia, a terminare la propria devastazione.
E così…con gli ultimi della terra apriamo le pagine di questo blog nel nuovo anno:
lo iniziamo come l’abbiamo finito. Davanti ad un carcere, a portare solidarietà a chi è recluso,  invocando non il cambiamento del carcere ma la sua abolizione. Perché l’unico carcere, CIE, ospedale psichiatrico  che dovremmo accettare è quello ridotto in macerie.

Qui il volantino distribuito ieri da Radio Onda Rossa, davanti al carcere di Rebibbia, nel presidio che ogni anno vien fatto il 31 dicembre,
per cercar di portare un po’ di musica e colori a chi è rinchiuso in una cella.

SE NON TI OCCUPI DI CARCERE È IL CARCERE CHE SI OCCUPA DI TE

Non voltarti dall’altra parte quando ascolti delle brutture del carcere!
Non far finta di nulla!
Il carcere è lì, e ti insegue nella tua vita quotidiana.
Non puoi sottrarti. La forme di controllo, le istituzioni totali si moltiplicano.
Alcuni anni fa il carcere ha partorito i Cie (Centri di Identificazione ed Espulsioni), per controllare e sottomettere la forza lavoro migrante.

Ogni comportamento è sottoposto a controllo e sanzione, e così, dopo 33 anni dalla chiusura dei manicomi, si attua sempre più il Trattamento Sanitario Obbligatorio(Tso), con effetti devastanti, spesso omicidi, come il caso di Franco Mastrogiovanni, ucciso il 4 agosto 2009 dopo aver trascorso 90 ore legato al letto del reparto psichiatria  all’ospedale San Luca a Vallo della Lucania.

foto di Valentina Perniciaro _la garitta di Rebibbia_

Negli Opg (Ospedali Pscichiatrici Giudiziari) vi sono rinchiuse oltre 1500 persone ancora oggi, nonostante il gridare allo scandalo dei benpensanti, dopo che la TV ha mostrato le sevizie e i trattamenti degradanti cui sono sottoposte le persone incatenate in quei lager.
Si intensificano i controlli per chi lavora attraverso normative restrittive sullo scioperodisciplina interna; mentre per chi non lavora oltre al controllo “economico”, dovuto alla necessità, vengono predisposti controlli da parte delle agenzie interinali.
I controllo su chi va allo stadio si moltiplicano, è stato introdotto il Daspo (Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive) e la “tessera del tifoso”; controlli per chi va in discoteca e per chi viaggia sulle strade; divieto di bere una birra dopo una certa ora in alcuni quartieri delle città.
Lo stesso carcere, ormai vecchio di 4 secoli, si rinnova differenziandosi sempre più per colpire comportamenti diversi. Oltre ai reparti a Elevato indice di Vigilanza (Eiv) e quelli strettissimi del 41 bis, fino all’ergastolo ostativo (obbligo di restare in carcere fino alle ultime ore di vita), una vera e propria condanna morte differita e altre differenziazioni vengono predisposte.
Nella scuola e nella famiglia il controllo e la disciplina assumono la forma di un bieco moralismo. Perfino nel momento della morte, lo Stato si arroga il diritto di decidere i tempi e le modalità di ogni intervento sul morente.

Restrizioni e controlli all’insegna dell’“emergenza” e della “sicurezza”. Capisaldi dell’ideologia dominante con cui si cerca di azzerare i problemi sociali, riducendoli a problemi di ordine pubblico. Isolando ogni volontà di lotta per farla passare come fatto patologico, malattia, malanno, disturbo, morbo, da curare e isolare perché può infettare.
Quindi “emarginazione” ed “espulsione” dal consesso sociale sono le azioni di controllo sociale verso tutti quei soggetti portatori di un qualsiasi problema: che sia una manifestazione di piazza, lo sbarco di persone senza documenti, l’opposizione alla costruzione di una nuova discarica e dell’Alta Velocità, l’occupazione di uno stabile da parte di chi non ha una casa, la lotta contro la disoccupazione, ecc.

Occuparci di carcere, oggi non è un optional, è una necessità per ciascuna e ciascuno di noi, se vogliamo liberare la nostra vita e non diventare passive propaggini di un sistema di potere sempre più totale.

PROSSIMI ANNI SENZA GALERE !!!                                            RadiOndaRossa

I Fratelli musulmani disertano: non scendono a Tahrir ad affrontare l’esercito

22 novembre 2011 2 commenti

Se nelle ultime settimane i Fratelli musulmani avevano progressivamente acquisito visibilità per le loro posizioni critiche contro i militari, ora sembrano intenzionati a fare un passo indietro. Un atteggiamento ambiguo, ma non sorprendente.
di Anthony Santillida OsservatorioIraq

Dall’inizio del mese di novembre e sino a venerdì scorso la Fratellanza aveva svolto un ruolo di leadership nelle iniziative volte a contestare l’esercito, in particolare dall’apparizione del famoso “documento al-Selmi”.
La loro visibilità su tutti i media nazionali e internazionali era in crescita, anche in vista delle prossime elezioni. Da quando tuttavia sono cominciati gli scontri tra la piazza e gli apparati di sicurezza egiziani, gli Ikhwan hanno deciso di fare un passo indietro.
Mentre i movimenti salafiti e la sinistra più radicale erano per le strade, e il numero dei morti e dei feriti aumentava inesorabilmente, i Fratelli musulmani si sono limitati ad una “ferma condanna” delle violenze in corso.

Foto di Valentina Perniciaro _Mahalla al-kubra: febbraio 2011. E chi se li scorda quei sorrisi_

Non si possono dimenticare le affermazioni del Segretario generale del partito della Giustizia e della Libertà [braccio politico degli Ikhwan] di domenica scorsa. Il dr. Sa’ad Katatny aveva infatti criticato la pratica dei sit-in prolungati che avrebbero, a suo dire, “paralizzato la città”.
Una velata critica a chi aveva deciso di rimanere in piazza la notte tra venerdì e sabato, quando invece i Fratelli si erano già ritirati.
Intanto gli scontri continuavano. Costretta a schierarsi, la Fratellanza ha emesso numerosi comunicati, solo apparentemente contraddittori. In un loro comunicato di ieri [21 novembre, ndr] gli Ikhwan hanno affermato di ritenere “il Consiglio supremo delle forze armate il principale responsabile di tutto quanto accaduto” e “il governo provvisorio il secondo principale responsabile di questi sanguinosi eventi”.

Tra le principali richieste vi erano l’immediata cessazione di qualsiasi atto di aggressione verso i manifestanti, il ritiro delle truppe dalla piazza, le dimissioni del governo provvisorio, una road map che definisca in maniera dettagliata il ritiro dei militari, e la costituzione di un governo civile entro la metà del 2012.

Tuttavia, in un altro comunicato sempre di ieri si affermava che “la Fratellanza si asterrà dal partecipare a qualsiasi sit-in o protesta che potrebbe causare altri scontri”. Questo atteggiamento apparentemente ambiguo riflette in realtà una tendenza in seno alla Fratellanza che da tempo oramai sembra prevalere nel dettare i comportamenti dell’elite dirigente.
I Fratelli musulmani intendono agire nel solco della legalità. La loro lotta contro il documento al-Selmy partiva da presupposti giuridici ben definiti che la Fratellanza ha sempre manifestato in maniera trasparente. La sostanza delle critica portata al documento era che, in uno stato di diritto, non si può condizionare la sovranità popolare attraverso documenti dettati dall’alto.
Ecco motivata la loro richiesta di costituire una commissione d’inchiesta per accertare le responsabilità delle violenze di questo lungo week-end. Ecco perché hanno deciso di non supportare, almeno ufficialmente, le mobilitazioni in programma per oggi in tutto l’Egitto.
Non vogliono presentarsi come dei semplici agitatori, ma come partner affidabili a livello interno e nel panorama internazionale, sostenitori quindi del processo elettorale che, a loro avviso, non deve essere sospeso.

Ieri...

Tuttavia, in un momento delicato come quello che sta vivendo l’Egitto, il loro atteggiamento non è certo condiviso da chi in piazza ha lasciato morti e feriti. Bisognerà allo stesso tempo vedere quello che la stessa base della Fratellanza deciderà di fare.
E’ emblematico tuttavia quanto accaduto a piazza Tahrir ieri pomeriggio. In un primo momento la Fratellanza aveva declinato l’invito a scendere in piazza. Ma quando Muhammad al-Beltagi, una delle più eminenti figure della Fratellanza, aveva deciso di entrare in piazza, pur senza un folto seguito, i manifestanti hanno deciso di cacciarlo.
La scissione che si ebbe nei primi giorni delle mobilitazioni, che portarono lo scorso febbraio alla cacciata di Mubarak, è nota. Da una parte i quadri del movimento non vollero sostenere le proteste, mentre le generazioni più giovani decisero di “disobbedire” scendendo per strada. Il sostegno ufficiale alla rivolta, dato solo a posteriori, rappresentò una vittoria della base.

Nelle prossime ore capiremo come le differenti correnti in seno al movimento, assieme agli altri gruppi, reagiranno alla tradizionale ambiguità imposta dall’alto.

Dai Cobas un comunicato condivisibile sul 15 ottobre, finalmente

15 novembre 2011 7 commenti

ATTORNO E DOPO IL 15
Per una critica di merito e di metodo

SUL DISSENSO

Partiamo dagli esiti: delle rare, quanto preziose, critiche ufficialmente espresse e fin qui giunteci dall’ interno della Confederazione Cobas sui fatti del 15 che ci riguardano, e su ciò che ne è seguito, non sembrano, ad ora, potersi rintracciare effetti visibili, udibili all’esterno.

Barricate in Via Merulana, 15 ottobre 2011

Delle due l’una: o davvero l’atteggiamento, tutto intero, avuto in quella giornata, e ciò che ne è seguito in termini di comunicati e interviste, sono condivisi dal corpo dei Cobas, o, se dissenso c’è, le difficoltà a farlo emergere sono tali da dover mettere in discussione la verticalità assunta da questa organizzazione.
Quale che sia il caso tra i due, noi, preferendo mantenere una concezione organizzativa orizzontale e libertaria, lontana dall’idea di ‘partito’ che emerge perfino dalle pettorine da alcuni indossate nell’occasione, scegliamo di dire la nostra, e deliberatamente lo facciamo in modo pubblico.

SULLA DELAZIONE

“La Repubblica” ha messo a disposizione di zelanti cittadini il proprio sito, a che si possano rintracciare e punire i “teppisti” del 15 ottobre. Fin qui nulla di nuovo.

Osservare però che, da parte delle “pettorine Cobas”, a calci e pugni qualcuno dei “teppisti” sia stato fatto allontanare dal corteo, a rischio di farlo cadere in mano alle “forze dell’ordine”; o che dal microfono uscissero richieste quali “La polizia ci dica dove dobbiamo andare!” (taluno cui ci sforziamo di non credere, ci ha riferito perfino un “Arrestateli!”); e riscontrare successivamente che in tutte le dichiarazioni provenienti dall’ “ufficialità” della Confederazione i suddetti “teppisti” fossero indicati come “sfasciacarrozze, sfasciavetrine, sfascioni”, senza neppure sfiorarne un’interpretazione sociale, o almeno generazionale, se non politica, e addebitando loro d’aver “violentato” tout court la manifestazione; riscontrare infine, da un lato l’assunzione acritica di comportamenti quanto meno discutibili: “il corteo ha reagito, si è ribellato…”, dall’altro, in proposito del mancato intervento della polizia nella prima fase dei disordini, l’affermazione “nessuna traccia di loro in tutto il corteo…”, quasi a poterne con-dividere l’eventuale uso di manganello e manette…, beh… tutto ciò fa sì che le distinzioni circa il fenomeno largamente più preoccupante emerso nella circostanza, quello cioè della delazione, dicesi delazione (interessante l’approfondimento in merito rintracciabile in Radioondadurto – O.S.), si facciano talmente sottili da divenire quasi trasparenti…

SULLE PETTORINE, SUI SERVIZI D’ORDINE

Solo perché ci appare calzante – non importa chi l’abbia usata in questi giorni, né lo conosciamo-, rubiamo la seguente espressione: “Nessuno pensa che assaltare qualche banca, bruciare qualche auto, perfino scontrarsi con la polizia in assetto di guerra sia “il preludio della rivoluzione sociale”, ma il problema della violenza, del suo uso, della sua oggettiva necessità, è un problema che non può essere ignorato né, peggio, affrontato con la logica del questurino”.

Possono tuttavia essere di notevole interesse, anche in dialettico contrasto con l’idea appena espressa, le (poche) esperienze di non-violenza-attiva, ove queste non siano malintese, come perlopiù accade, e interpretate come legalità… Fondamentale la differenza.
In merito all’intero argomento non abbiamo pregiudizi, né vogliamo relegare alle “circostanze particolari”, si tratti d’Egitto o Tunisia, l’uso delle forme di lotta.
Ma poiché s’affaccia, nel dibattito tra chi ha organizzato il 15, la possibile costituzione di “servizi d’ordine”, e almeno in nuce ve n’è già stata una pratica, è bene ricordare che la lunga critica in merito trova sue significative ragioni e che, in ogni caso, nel passaggio alla “forza”, sarebbe etico considerare innanzitutto il nemico, non chi lo combatte, sia pure in forme che non si dovessero condividere.

SU PIAZZA SYNTAGMA E ALTRO

In uno dei comunicati della Confederazione v’è una presa di posizione netta contro “gli anarchici greci” e in favore del “servizio d’ordine del Partito comunista greco (KKE) che scaccia a bastonate dalla piazza 500 anarchici che attaccavano la polizia…”.

Noi non abbiamo la pretesa, a differenza di chi, a ragione o a torto, si ritiene all’altezza di poterlo fare, di giudicare con tanta sicumera quei fatti, conosciamo tuttavia, e propendiamo per altre versioni e letture, anche problematiche. Abbiamo in ogni modo chiara l’immagine di un servizio d’ordine del KKE schierato a difesa del parlamento greco, già presidiato dalla polizia, e siamo tra i tanti che conservano buona memoria di servizi d’ordine di tal fatta a noi ostili, in passate circostanze e luoghi più vicini.
Non vorremmo essere mai partecipi di quanto – mal dissimulato, ma meglio sarebbe dire velleitariamente minacciato, nell’espressione “non crediamo affatto indispensabile l’uso di forze di dissuasione” – si profila all’orizzonte delle cosiddette “regole d’ingaggio”.

SU CIÒ CHE È STATO IGNORATO

Lacrimogeni e blindati in Piazza San Giovanni _foto Valentina Perniciaro_

Anche qui prendiamo in prestito, non importa da chi giacché siamo per un movimento senza nome e guardiamo al senso delle cose, un’espressione usata da altri, senz’altro aggiungere: “La novità vera è che i ragazzi delle periferie sono ricomparsi nel centro e non per fare lo shopping e lo faranno sempre più spesso, insieme a tutti gli altri e le altre che desiderano la fine del vecchio mondo. Il “teppismo” di questi ragazzi è autodifesa, la loro furia è direttamente proporzionale al desiderio che hanno di trasformare la loro vita. La cecità di chi si ostina a non voler vedere la decomposizione sociale in corso, una disabilità mentale coadiuvata da una sorta di revisionismo storico applicato al presente che sfocia in feroce risentimento contro l’attualità, dimostra solo la lontananza del ceto politico movimentista dalla verità del tempo e la sua esteriorità al movimento che trasforma lo stato di cose presenti”.

SULLA RAPPRESENTANZA

Posto che mai si dovrebbe dimenticare che i cobas stessi non sono nati su un’idea di rappresentanza, ma di movimento conflittuale, tanto meno si può pretendere di esportare, su una complessità sociale come quella attuale, un modello progressivamente trasformatosi e che mostra già le sue crepe. L’esperienza può solo essere utilizzata al fine di mettere a disposizione, non  tentando velleitariamente di egemonizzare, la propria intelligenza delle cose. La critica del “politico”, della “rappresentanza”, non solo quella istituzionale, è sempre più evidente, e resistere a questo può solo rispondere a interessi, presunzioni e risentimenti di ceto politico.

Si fanno i conti con la realtà e si è anche costretti a prendere atto di necessità imposte, così si utilizza anche la forma-sindacato, ma guai a dimenticare la propria genesi e adattarsi ad accomodamenti in successione. L’attualità di Oakland ci dice che si può fare scioperi anche senza sindacati e inamovibili leaders, quella di Roma, forse, che “Hessel non abita in Italia” (cfr. http://senzasoste.it/speciali/hessel-non-abita-in-italia-la-crisi-permanente-della-forma-movimento-basata-sul-primato-dell-opinione-pubblica )

PER FINIRE

E’ vero, singoli gesti -in singoli momenti non sempre-  hanno forse messo a repentaglio il corteo; gesti non condivisibili, certo, ma se così è avvenuto, non c’è da fare la litania autocentrata delle lamentele, tanto meno c’è da rilasciare interviste. Se si ha l’intento di mettere a disposizione dei conflitti la propria intelligenza per spingerli in avanti, c’è piuttosto da chiedersi quale tipo di previsioni si sono fatte prima. C’è da chiedersi, noi tutti, beninteso, se si è stati in grado di capire cosa bolle nel sociale, nella classe frantumata, non nella cosiddetta “società civile” (che odiosa espressione!) e dentro la crisi. C’è da chiedersi in che misura si è stati incapaci di interpretare, intercettare, eventualmente indirizzare la rabbia, correggendone la mira.

Ci sarebbe da starne alla testa, non alla coda.
Nell’immediato ci sembrano urgenti due cose:

  • si approfondisca e allarghi il confronto, che esso sia aperto e privo di timori sui temi, tutti, che il 15 ha posto in campo
  • si dia piena solidarietà agli arrestati, si assuma il compito della loro assistenza legale e della loro liberazione.

Cobas Scuola Milano
Cobas Scuola Varese

Area Spa: aiutiamo il presidente siriano Assad a rastrellare e uccidere!

4 novembre 2011 7 commenti

Mentre gli aerei per e dalla Siria son sempre più vuoti di chi la ama, la abita o la visita, si riempiono di quei mercenari di ogni genere che guadagnano e investono sulla repressione e i sistemi di sicurezza usati dai regimi per sedare qualsiasi tentativo di rivolta.
Questa volta parliamo di una società che ha sede a pochi chilometri da Varese (nel comune di Vizzola Ticino), oggi nominata da Bloomberg in un lungo articolo che racconta come sta lavorando, da marzo, per il regime siriano, impegnata proprio nell’istallazione di un sofisticato sistema per intercettare e catalogare tutti messaggi telematici che attraversano la Siria.

Foto di Valentina Perniciaro _Siria: quante delle porte che m'hanno accolto saranno state buttate giù dagli anfibi della repressione di Assad?_

Si chiama “Asfador” e ci dicono che ancora non è stato ultimato, ma che sarà in grado di monitorare in tempo reale un po’ tutto: email, social network e chat, in un archivio che abbia una capillarità tale da archiviare utente per utente.
Pare che in ballo, tra il governo siriano (attraverso la compagnia Syrian Telecomunication Establishment) e la società italiana ci sia un accordo di ben 13 milioni di euro, sulla pelle di più di 3000 morti in sei mesi, di tortura e repressione (AH! In Italia ha messo in mobilità 41 dipendenti da marzo per la grossa crisi che ha colpito la società). Calcolando come vengono effettuati i rastrellamenti, calcolando le migliaia di persone finite in carcere, non oso immaginare quanto enorme sia la responsabilità degli arresti casa per casa, famiglia per famiglia, della società del varesotto.
La compagnia delle telecomunicazioni siriana riesce a controllare una piccola percentuale del traffico internet, ma con il programma che la Area SPA sta ultimando, grazie all’utilizzo di attrezzature di compagnie americane per quanto riguarda hardware e software ( Net App Inc, californiana) ed europee per la decriptazione dei social network (la francese Qosmos) e la connessione delle linee telefoniche ai pc impiegati per il monitoraggio (la tedesca Utimaco).
Nessuna di queste società si è impelagata con contratti ed accordi con il macellaio presidente siriano Bashar al-Assad: l’hanno fatto con la compagnia italiana, che è tranquillamente volata a Damasco.
Anzi Bloomberg ci descrive anche la stanza affittata dai tecnici italiani, in un quartiere residenziale vicino allo stadio, probabilmente dietro Baramke: meglio che non ci penso, che mi sento male.

Non solo al servizio delle procure nello schedare gli italiani, ora al servizio dei rastrellamenti: CHE SCHIFO!
Questo il loro sito e qui il numero di telefono, se volete dirgli qualcosa.

Nel frattempo il governo siriano prende in giro il mondo.
Nemmeno a 3 ore dall’accordo con la Lega Araba per il ritiro dell’esercito da tutte le città e i villaggi e il rilascio delle migliaia di persone detenute in questi mesi solo ad Homs si erano registrati 18 morti e stamattina i mezzi cingolati si son presentati anche a Lattakia, Hama, in alcuni villaggi dell’Hauran e a Zabadani, vicino Damasco.
Pensa se non arrivavano all’accordo, maledetto macellaio

Una risposta al documento dei Cobas, da Infoaut (grazie)

3 novembre 2011 7 commenti

Ho pensato e ripensato, durante il tanto tempo impiegato nella lettura delle 7 -sottolineo sette- cartelle della Confederazione Cobas sul 15 ottobre, se scrivere qualcosa a riguardo.
Ho pensato e ripensato anche di aver causato qualche mal di stomaco a chi ha scritto quel testo per quei due post, scritti molto a caldo e molto incazzati e letti in pochi minuti da migliaia di persone, sull’atteggiamento dei Cobas in piazza e soprattutto sulle parole urlate dalle trombe di quel camion, a me tanto caro per un buon decennio.
Poi cavolo…ma come si fa a rispondere a quelle pagine?

Foto Baruda

Io non ci son riuscita, non mi son voluta nè rodere il fegato nè scompisciarmi dalle risate pubblicamente, ma ringrazio chi al posto mio ha scritto e risposto, anche perché tirato direttamente e istericamente in ballo.
Quindi copio-incollo l’articolo a firma della redazione di Infoaut uscito poco fa sul loro sito, ma prima di farlo riprendo le parole che chiudono l’articolo chiedendomi: ma Piero Bernocchi, che da anni e anni e anni è portavoce di quella struttura … qualcuno l’ha mai votato?
Scusate, so’ polemica,
leggetevi l’articolo, che è meglio!

A proposito di un documento della Confederazione Cobas.

Sono ormai passati diversi giorni dagli eventi accaduti il 15 ottobre a Roma. Il dibattito che si è in seguito sviluppato all’interno del movimento sul corteo degli indignados, soprattutto in rete attraverso una serie di comunicati e testimonianze, è stato senza dubbio interessante. Fra le molte cose che abbiamo letto, di ogni tipo e colore, ci ha colpito negativamente il documento della confederazione COBAS. Complessivamente, le 7 cartelle (!) intitolate “UN IGNOBILE ATTACCO AI COBAS, L’ANALISI DEL 15 OTTOBRE E COME CONTINUARE” rappresentano dal nostro punto di vista più che l’analisi politica di un evento di piazza, una sorta di sfogo, tanto sguaiato quanto isterico, che davvero poco aiuta alla comprensione di quanto avvenuto. L’assunto di base, che il testo vorrebbe dimostrare, appare frutto di una lettura dietrologica degli accadimenti, che come sempre avviene in questi casi, rovescia le cause con gli effetti. Secondo i COBAS il 15 ottobre qualche mente diabolica avrebbe ordito un piano scellerato atto a distruggere il corteo degli indignados e quindi di impedire di parlare dai palchi in piazza San Giovanni, tanto per fargli “pagare” il presunto accordo elettorale con SEL. Aldilà della evidente infondatezza dell’assunto, vorremmo qui porre l’accento su alcuni passaggi del suddetto documento. A pagina 3 viene così scritto:

“Letteralmente agghiacciante, infine, la motivazione venuta da alcuni (tipo il comunicato su Info-Aut di una ben nota area, “Volevano fare un comizio. E invece…”, che irride agli organizzatori, considerati venduti al centrosinistra e che inneggia ai distruttori che avrebbero impedito il subdolo piano) secondo la quale il corteo sarebbe stato demolito giustamente perché nascondeva un patto scellerato con SEL da parte di alcuni dei promotori (Uniti per l’Alternativa).”

Fa comodo evidentemente fare finta di non capire. Intanto, il titolo dell’editoriale viene citato in modo distorto, piegato alle esigenze di una lettura forzata; quello corretto recita “Doveva finire con qualche comizio”, e solo ai più superficiali può sembrare che non vi sia differenza. In secondo luogo, il contenuto non è riassumibile nei termini in cui viene fatto dai COBAS. Il nostro editoriale, molto semplicemente, vorremmo dire materialisticamente, si limita a leggere quanto appena avvenuto e fornisce una prima impressione e alcune chiavi di lettura. Nessuno afferma che “il corteo è stato demolito giustamente”, né che la causa di ciò sia dovuta al “patto scellerato con SEL da parte dei promotori”. Quello che diciamo, lo ripetiamo per i duri d’orecchio, è che l’avere scelto di non passare con il corteo vicino ai palazzi del potere non poteva fare altro che lasciare mano libera alla spontaneità e all’improvvisazione. Il punto è questo, e ancora oggi non abbiamo letto da nessuna parte, COBAS compresi, perché sia stato scelto per il corteo un percorso che accuratamente evitasse l’incrocio con un qualsiasi luogo simbolo del potere. Gli organizzatori hanno promosso il solito rituale corteo da piazza della Repubblica a San Giovanni, prefetto e questore hanno tirato un bel sospiro di sollievo e di gioia quando ne sono venuti a conoscenza. Noi, pensavamo e continuiamo a pensare che un corteo come quello di Roma avesse il dovere quantomeno di provare ad avvicinarsi ad essi. E continuiamo a pensare che se così fosse stato, probabilmente oggi parleremmo di un altro 15 ottobre. Ma l’assenza di risposte su questo punto (o la ridicola scusa che piazza Navona sarebbe stata troppo piccola per contenere 2-300 mila persone, come se il corteo avesse dovuto concludersi per forza lì) non poteva che alimentare le voci che da tempo giravano sui presunti accordi sottobanco con SEL e ARCI ,voci che certamente non abbiamo messo in giro noi, e che oltretutto non è che suscitino chissà quale sorpresa.

C’è poi un altro elemento che vorremmo sottolineare. Ed è il linguaggio utilizzato dai COBAS nel comunicato. Siamo abituati da tempo immemore a leggere sulla stampa mainstream(una volta si sarebbe detto “borghese”) giudizi, formule e terminologie che più che

Foto Baruda _I Cobas il 15 ottobre_

raccontare e spiegare, definiscono e giudicano i movimenti e le lotte secondo una morale perbenista, quando non forcaiola. Ritrovare però quello stesso linguaggio dentro a un comunicato di un sindacato di classe, non concertativo, aut organizzato, di sinistra come i COBAS ci lascia appunto interdetti. Sorvoliamo ancora sulle numerose e pesanti allusioni che una mente nemmeno troppo sveglia leggerebbe come volgari giudizi sprezzanti verso di noi, e ci limitiamo a riportare alcune dei termini utilizzati: i soggetti sociali protagonisti degli scontri di Roma e coloro che in seguito si sono permessi di non condannarli al rogo, vengono definiti di volta in volta devastatori, sfasciavetrine, sfasciacarrozze, folli, sciagurati, “compagneria”, apprendisti stregoni, gruppettari politicanti, degradati, sedicenti antagonisti, distruttori ecc. Se questo è il linguaggio dei COBAS, ci chiediamo davvero cosa differenzi i suoi maitre à penser da quelli di Repubblica, Corriere e Libero.

Ma poiché conosciamo tante compagne e compagni dei COBAS, ci chiediamo se quello riportato nel comunicato sia davvero il pensiero e il linguaggio degli iscritti e dei militanti del sindacato. I tanti con i quali in passato abbiamo condiviso lotte e battaglie, alcune anche eroiche, e tutte vissute con partecipazione e trasporto non crediamo, e non vogliamo credere che possano riconoscersi in quel testo. Come non vi si riconoscono le tante nostre compagne e nostri compagni iscritti ai COBAS. Non vi si riconoscono alcune compagne del centro Italia che hanno partecipato al recente Feminist Blog Camp, che imbarazzate, ci hanno tenuto a nel loro intervento a prenderne le distanze (per quanto non fossero presenti in vesti sindacali). Non vi si riconoscono compagne e compagni che conosciamo e che insegnano nelle scuole a Torino, in provincia, in Valle di Susa. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi.

Tra il serio e il faceto sorge quindi, per concludere, un interrogativo. Chi ha scritto quel comunicato, rappresenta davvero gli iscritti e i militanti dei COBAS? Siccome a parlare, nei comizi e in tv, è sempre e solo Piero Bernocchi, potrebbe sembrare di sì. Ma abbiamo appena visto che la realtà che conosciamo è un’altra. Sorge quindi un’ulteriore domanda. Se in un apparato elefantiaco come la CGIL , negli ultimi 10 anni abbiamo visto avvicendarsi alla sua guida prima Cofferati, poi Epifani e ora la Camusso; nella CISL D’Antoni, Pezzotta e Bonanni, come mai nei COBAS continua a dominare ininterrottamente da quasi 15 anni la figura di Piero Bernocchi? Nemmeno vivessimo nella Bulgaria di Zivkov! Speriamo che questa eterna leadership abbia garantito un costante e progressivo aumento delle tessere sindacali. Potremmo sbagliarci. Ci risulta invece, e qui certamente non sbagliamo, che il buon Bernocchi sia da anni un pensionato. Non sarebbe il caso, per il bene di tutti e tutte, che passasse la mano a qualcuno più giovane e coraggioso, e concludesse la sua carriera come leader della categoria alla quale appartiene?

La redazione di Infoaut.org

sulla giornata del 15 ottobre:
- Delazione e rimozione della propria storia
- Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti
- Il comunicato su Giovanni Caputi
- Pin va al 15 ottobre
- Ecco la prima condanna
- Cobas contro Cobas
- Un commento di Oreste Scalzone
- Presidio a Regina Coeli
- La solidarietà di Radio Onda Rossa agli arrestati
- I “terroristi urbani”

Il cuore di Majak…e un po’ anche il mio

2 novembre 2011 Lascia un commento

Foto di Valentina Perniciaro _Fotti il capitale, il potere, lo Stato e i suoi servi_

“Con me l’anatomia ha perso la testa. Sono tutto cuore, mi batte dappertutto.”
— Majakovskij —

Flaubert e l’Odio dei borghesi

19 ottobre 2011 2 commenti

Sono andato in visibilio, otto giorni fa, davanti ad un accampamento di Bohémiens che si erano stabiliti a Rouen. È la terza volta che li vedo, e ogni volta con piacere nuovo. La cosa incredibile è che eccitano l’Odio dei borghesi, benché siano inoffensivi come agnelli. Mi sono fatto molto malvolere dalla folla dando loro qualche soldo. E ho sentito parole gentili alla Prudhomme. Questo odio risale a qualcosa di molto profondo e complesso. Lo si ritrova in tutte le persone perbene. È l’odio che si porta al Beduino, all’Eretico, al Filosofo, al solitario e al poeta. E in esso si annida la paura. Io, che sono sempre per le minoranze, ne sono esasperato.
E’ vero che son molte le cose che mi esasperano.
Il giorno in cui non sarò più indignato, cadrò a terra, come un manichino a cui han tolto il sostegno.

Gustave Flaubert, Lettre à George Sand. Croisset, mercredi soir, 12 juin 1867 ( in Flaubert Correspondance. Pléiade. Tome 3)

Foto di Valentina Perniciaro _Libano e campi profughi_

“I ricchi hanno Dio e la Polizia, i poveri stelle e poeti” …da una cella di Palestina

18 ottobre 2011 6 commenti

La cella m’ha insegnato a viaggiare verso spazi lontani, e a scrivere anche verso spazi lontani.
Il carcerato, sempre, viaggia con la mano nell’acqua e tenta di scrivere con la voce. Tre mesi, durante i quali non leggemmo nè un giornale, nè un libro.
Uno dei carcerati per alleviare la paura della tortura chiese un Corano: gli portarono una Bibbia!
- La cella è impura – dissero – il Corano non entra nella cella.

Foto di Valentina Perniciaro _sempre lo stesso muro_

Così ci imposero, a noi reclusi palestinesi nella prigione militare, le divinità d’Israele. Così, di nuovo, tornò Sansone l’Israeliano: l’avevamo lasciato a Gaza, un mucchio di pietre sopra il quale c’è una cupoletta, tuttora esistente nei pressi della scuola statale.
Adesso ce lo riportavano come carceriere nella prigione militare

* * * * * *

In cella non vuoi un gallo che canti, ma una nave che viaggi.
Jawhari voleva viaggiare di notte; di giorno doveva menarci per cento terzi, di notte cantava per contro suo. Il secondino era innamorato.
- Dicono che scrivi canti.
Ti prende la gioia perchè quando il tuo carceriere si ricorda ch’un giorno avevi una penna in mano, c’è caso che per qualche minuto si dimentichi della frusta che è nella sua.
- Scrivi!
- Scrivo che?
- Scrivi un canto per me.
E scrissi il mio primo canto in cambio d’una sigaretta.
La seconda settimana il secondino recapitò la mia prima lettera; mi aveva dato penna e carta e io scrissi la mia prima lettera che spedii per suo tramite.
Era per la mia fidanzata Vittoria, e fu il primo progetto di nozze palestino-egiziane ad entrare nel carcere militare.
Così il carceriere diventò un solerte postino nel carcere militare

* * * * * *

Foto di Valentina Perniciaro _lune e prigioni_

La pioggia è la mia migliore amica. Quando la pioggia cade, s’infila nella serratura della cella, la apre e tu esci. La nave è sempre lì, davanti alla porta della cella, ad aspettarmi. Ora viaggi nel grano.
Quando si mescolano due colori ne esce fuori un terzo, ma cosa succede al recluso quando il carceriere mischia la sua frusta con centinaia di grida?
La tortura arriva sempre dall’esterno della cella. Quando cominciano a torturare quello della cella accanto, cominciano a torturare anche te, te che aspetti il tuo turno: sanno d’allungarti la tortura con l’attesa. Forse il tuo turno non è questa notte eppure lingue di fuoco hanno già preso a bruciarti le ossa. Ogni urlo che t’arriva dall’esterno della cella è una lingua di fuoco. Il fumo del fuoco filtra dal corpo del tuo vicino: lo sgozzano col fuoco e ti soffocano col fumo. Il fumo filtra nella cella, aghi, chiodi: ti conficcano il fumo nelle ossa come fossero aghi, chiodi. E’ un’esperienza alla quale t’hanno già abituato e sta a te ricordarti di qualche cosa che ti faccia resistere.
Le voci entrano nella tua cella tutte mescolate come urla d’un’anatra selvatica caduta in trappola.

Il carceriere strofina la sua mano sul muro della mia cella: sulle sue dita c’è il sangue di Farid.
Hamza Basyuni, direttore del carcere, giunge adesso, giunge al momento opportuno. Dall’esterno arrivano urla mentre lui all’interno grida:
- Scrivi soltanto che non sei comunista!
Adesso ti danno la penna, quelli che t’hanno spezzato le dita. Adesso ti danno la carta, quelli che t’hanno spogliato dei tuoi vestiti; quelli che non conoscono altre penne che le zanne dei cani poliziotto. Volevano che tu scrivessi. E allora ti ricordi degli occhi di tua madre, del mare di Gaza nel quale hai imparato a nuotare a sette anni. E tu allora vedi con chiarezza il viso di Fakhri Murqa, il sergente della centrale di polizia che mise tutti i fucili della centrale nel bagagliaio della sua auto e scappò per raggiungere la brigata dello shaykh Hasan Salama.
Da bambino andai a trovare Fakhri Murqa nella prigione di Acca: era stato condannato alla pena di morte, poi tramutata in ergastolo. Fuggì dalla prigione e arrivò a Gaza nel 1957.
Lo amai molto, soleva ripetermi:
“I RICCHI HANNO DIO E LA POLIZIA. I POVERI HANNO LE STELLE E I POETI”

tratto da “Dafatir filastiniyya” _Quaderni Palestinesi_ di Mu’in Bsisu
Traduzione di Angelo Arioli

Delazione e rimozione della propria storia…ancora sul 15 ottobre

17 ottobre 2011 60 commenti

Ci vuole un po’ a riaprire questo blog, visto quel che hanno creato le mie poche righe a caldo, sabato sera.
Quindicimila persone l’hanno letto, molte lo hanno commentato, tante mi hanno insultato.
Oggi mi citava anche Repubblica, come una “binladen” di piazza, una che ha avuto il suo primo orgasmo al primo fumo che s’alzava, poveri deficienti.
Sono stata contatta da Rai tre che mi voleva intervistare…eheheh, mi garantivano l’anonimato eh, come fossi latitante,
ma quando hanno capito che non avevano in linea una devastratrice/saccheggiatrice/infiammatrice e tutto quel che sia,
ma una donna incazzata, che ha un blog col suo nome e cognome, un cazzo di profilo Fb, twitter e stronzate varie
non gli interessava più parlare con me!
“ma conosci qualcuno di quelli coi caschi e i bastoni?”  “Arrivederci”.
Il livello è basso ovunque, nel giornalismo quasi non è calcolabile.

Siamo diventati tutti questurini,
delatori, invocatori di carcere, di pestaggi, di separazione tra bello e brutto, buono e cattivo.
Ho visto persone impacchettare minorenni vestiti “non in modo consono ad una sfilata pacifista” e consegnarli alla polizia,
e qui non mi metto a dire che la nostra polizia ha ucciso Cucchi, che la nostra polizia ha calpestato Aldro fino ad ucciderlo, o Bianzino, o Uva.
Non arrivo a tanto: perché mi basta dire “consegnato alla polizia” per sentirmi male.
Ma come si fa? Ma che siete diventati?
Ma dove siamo arrivati?

Foto di Valentina Perniciaro

La cultura di vent’anni di berlusconismo e anche di anti-berlusconismo, vent’anni di editoriali di Repubblica, vent’anni di Santoro ecco a cosa c’hanno portato: ad una società di delazione, di infamia, di rimozione della propria storia, del proprio sangue, delle proprie radici.
Quindi non parlo ai pacifisti, non parlo all’associazionismo cattolico, parlo ai compagni.
Parlo ancora delle parole e delle gesta compiute dal camion dei Cobas, da chi ne era voce e volante: perché non mi va giù, perché mi fa un male cane, perché è tremendo vedere compagni aggredire in quel modo altre metodologie politiche.
Quindi è un discorso per pochi intimi, ve lo ribadisco: per i militanti, per chi proviene dalla storia degli anni ’70, per chi m’ha cresciuto parlando di memoria e pure di espropri e poi ha urlato “fascisti andate via” a migliaia di persone,
non gli ha permesso di accedere a via Merulana dove il camion ha girato.
E i racconti di queste 48 ore sono stati tanti: anche di compagni che in quello spezzone non ci entreranno mai più, malgrado abbiano foraggiato l’organizzazione dei Cobas col proprio impegno e la propria intelligenza per anni.
Molti in piazza non andranno mai più dietro quel camion, perché quel che è accaduto è irripetibile e impensabile.

Io  non adoro chi distrugge bancomat.. non penso sia una cosa intelligente nè funzionale al movimento,
ma assaltare una caserma e un’agenzia interinale è un atto politico che possiamo certamente non condividere ma che dobbiamo osservare, comprendere, valutare … e invece rispondiamo con “fascisti, via da qui”.
Una manciata di almeno cinquemila persone che affrontano la polizia con quella determinazione e quasi senza alcuna paura…ne vogliamo parlare o risolviamo alla repubblica, invocando “pene esemplari”?
E poi? Ci lamentiamo se Di Pietro parla di Legge Reale, di sparare a vista?
E’ stato fatto da voi l’altro ieri, compagni cari, e Repubblica ha preso la palla al balzo ed ha un indirizzo email dedicato proprio alla raccolta delle immagini con i volti dei “blackbloc” per consegnarli alla polizia e magari far dare dai 9 ai 15 anni (come già si mormora) a qualche fanciullo o fanciulla (l’altra leggenda è quella che in piazza San Giovanni fossero solo uomini, letta in molti blog e totalmente ridicola) che non ha nessuna prospettiva di vita decente e nemmeno nessun sostegno o sbocco politico visto il vuoto pneumatico che le organizzazioni tutte hanno contribuito a costruire in questi ultimi anni.
Veramente troppi perché ci si stupisca che qualcuno ogni tanto abbia il desiderio di spazzare via tutto: e con tutto non dico la polizia e i suoi blindati che carosellano cercando di acciaccare corpi, ma proprio quei movimenti e quelle organizzazioni che non hanno dato nessuna prospettiva e nessuna possibilità di conflitto per decenni.
Ed ora? invece di rimboccarsi  le maniche , farsi un esame di coscienza, analizzare gli errori della costruzione di quel corteo: invochiamo carcere e polizia…
E quello sarà purtroppo per qualcuno.
Fosse stata Londra o Atene, tutti a trasformarsi in sociologi del cazzo per capire il fenomeno della generazione rabbiosa, quando sono i loro figli, son “fascisti, vigliacchi” e cose varie…andate affanculo, andate in pensione, voi che l’avete.

Intanto vi metto altri link, ne seguiranno altri.
Le cazzate di Repubblica
Una prima presa di parola di Acrobax
La carezza del celerino
Il complottismo gioca brutti scherzi
1% e 99%
Quello che chiamate BloccoNero (se trovate un link migliore me lo mandate? graaazie)
Io amo i Black Bloc

Gli scontri del 15 ottobre, i Cobas e le violenze dei non-violenti

15 ottobre 2011 86 commenti

Sono felice.
Perché oggi la mia città era bella.

Foto di Valentina Perniciaro

Perché oggi migliaia di persone hanno resistito con una bella determinazione e tanta rabbia alle cariche della polizia,
ai folli caroselli dei blindati e dei tir con gli idranti che sfrecciavano tentando di calpestare la gente.
Resistenza e determinazione in almeno cinquemila persone, che hanno retto per più di tre ore contro un imponente esercito di melma di Stato.
Da Roma, dalla Val di Susa, da Pianura, da un po’ tutta Italia, erano centinaia e centinaia le persone che non scappavano davanti alle loro cariche, anzi, controcaricavano con gioia e forza.
Altro che black bloc, non siamo ridicoli!

Sono anche disperata.
Perché dal camion dell’organizzazione che m’ha cresciuto ho sentito cose che non avrei mai voluto sentire, perchè quello che è uscito dalle trombe del camion dei Cobas m’ha sconcertato.
Perchè compagni che conosco da 25 anni praticamente, hanno urlato a qualche centinaia di fanciulli (alcuni veramente giovanissimi) colpevoli di avere caschi e felpe addosso che “non siete parte del corteo, non siete parte di noi, siete delle guardie infiltrare, Vigliacchi, Vergogna”.
E ancora, sempre dal camion dei Cobas “chiediamo che un responsabile di piazza della Polizia ci dica se possiamo proseguire il corteo”.
AIUTO!
Neanche il servizio d’ordine di Lama sarebbe arrivato a tanto.
Se non avessi provato una fitta al cuore, un dolore, una di quelle sensazioni di mancamento per un tradimento, non avrei voluto vedere assaltare  le caserme, o il tribunale militare del ministero della difesa (ce ne sarà rimasto un pezzettino?) ma il loro camion.

Oggi ho subito molta violenza da parte dello Stato, ne ho respirata tantissima
Ne ho subita tantissima da parte dei cosiddetti “nonviolenti” che aggredivano fisicamente o verbalmente chiunque provava a fermare le cariche della polizia ( quindi non parlo di bancomat, di agenzie interinali … ma di polizia, di cariche, di idranti, caroselli e lacrimogeni CS che sono un’arma vietata dalle convenzioni internazionali).
Questi cazzo di “nonviolenti” che invocano la polizia sui nostri corpi, questi stronzi che urlano fascisti solo perché non si corre via ma metro per metro si prova a conquistare la piazza anche per permettere ai loro culi comodi di non morire in una tonnara.
Sono NON VIOLENTI con lo STATO, ma infinitamente violenti (verbalmente e fisicamente) con il resto dei manifestanti…e parlo proprio di coloro che erano a mani alzate a piazza san Giovanni,  malgrado i cartelli con scritto “La piazza è libera”, chiedevano alla polizia di massacrarci.

Meglio che mi fermo, perché da dire ne avrei per pagine e pagine…
ma mi metto a scaricare quelle trecento foto scattate e anche a togliermi dalla pelle i loro maledetti CS…
vorrei solo chiedervi di non credere alle stronzate, vorrei chiedervi l’umiltà di comprendere che più di 10.000 persone oggi hanno caricato e controcaricato la polizia, la finanza e i carabinieri… e lo hanno fatto compatti, spalla a spalla, metro per metro.
Come si fa tra compagni, non tra guardie o aspiranti tali.

UNA VALUTAZIONE DAL SITO NOTAV
E UNA DA INFOAUT
Intervista sul Fatto Quotidiano ad un redattore di Infoaut

Franca Salerno e la copertina con la stella

14 ottobre 2011 5 commenti

Mi son venuti i brividi quando ho letto queste righe.
Perché ho nostalgia degli occhi di Franca Salerno, non sapete quanta.

Franca e Antonio

Ed è indescrivibile quella per Antonio, suo figlio, di cui si parla in questo racconto dalle celle del carcere speciale di Badu’ e Carros, nel non così lontano 1977. La loro storia l’ho raccontata tante volte sulle pagine di questo blog.

“(…) L’estate mi portò a conoscere tante persone coinvolte nella politica rivoluzionaria allora in piena attività. Al femminile c’era F.S. (*), appartenente ai Nuclei Armati Proletari. Con lei, dopo qualche giorno dal suo arrivo a Nuoro ho avuto modo di sviluppare un buon rapporto amichevole. I colloqui avvenivano via finestra, ma riuscivamo ugualmente a dirci molte cose. Il direttore aveva consentito che ci scrivessimo usufruendo della posta interna. L’intensità del nostro rapporto ci portò a vivere quasi una specie di innamoramoento anche se nessuno dei due manifestò il sentimento che ci aveva presi.
All’arrivo a Nuoro non stava bene perché era stata ferita al momento della cattura. Mi raccontò come andarono i fatti e certe sue affermazioni mi sbalordirono, perché da noi nessun carabiniere si permetteva di mettere le mani addosso ad una donna.
Nello scontro a fuoco cadde ucciso un suo compagno, lei ferita e immobilizzata, venne malmenata con calci allo stomaco e alla pancia.
“Vedi”, mi disse “ora sono preoccupata perché dopo queste botte perderò mio figlio. Ho delle fitte tutti i giorni e altro non possono essere che un principio d’aborto.”
Fortuna che la sua fibra forte le fece superare ogni difficoltà.
Le mie attenzioni per lei si fecero ogni giorno più intense. Il suo pancione aumentava regolarmente, pure lei si era ripresa in salute.
Pensai al regalo che potevo farle in vista della nasacita del figlio. Scelsi un passeggino adatto anche in caso di trasferimento da un carcere all’altro, e chiesi di poter inserire tutto quello che occorreva per un neonato. Una mia sorella, abile in lavori a maglia, preparò una copertina dove spiccava una grossa stella a cinque punte.
Quando tutto fu pronto, i miei familiari portarono il dono al colloquio ma venne respinto immediatamente dalle guardie e ci vollero diverse udienze col direttore per convincerlo ad autorizzare questo mio regalo. Dopo qualche settimana venne finalmente il permesso.
La felicità di F. era tale che dalla sua cella ogni tanto faceva sventolare la copertina per far notare con orgoglio la stella a cinque punte.”
[Annino Mele, Il passo del disprezzo]

LINK:
Una vecchia intervista con Franca Salerno
Ciao Anto’
L’evasione di Franca Salerno e Maria Pia Vianale
Ciao Franca, cuore nostro
I funerali di Franca Salerno

18 arresti nel comitato disoccupati di Brindisi e 11 indagati

12 ottobre 2011 3 commenti

Ci si sveglia con una notizia folle.

Foto di Valentina Perniciaro, Genova 2002, TUTTI LIBERI

Sono diciotto i compagni a cui stanno notificando le ordinanze di custodia cautelare ai domiciliari e altri undici gli indagati: son tutti appartenenti al Comitato dei disoccupati della città:  I reati contestati sono violenza privata aggravata, arbitraria invasione e occupazione di aziende agricole e industriali, sabotaggio, interruzione di un ufficio o servizio pubblico o di un servizio di pubblica necessita’. Saranno inoltre notificati 11 avvisi di garanzia.
Tra loro anche “Bobo” Aprile, noto vecchio compagno nonchè referente storico dei Cobas. Questi arresti son la “conseguenza di un’iniziativa di lotta avvenuta il primo marzo di quest’anno  in cui si rivendicava il diritto al ritorno al lavoro nel settore appalti della nettezza urbana, con l’occupazione della  sede della Monteco, la società che compie il servizio di raccolta di rifiuti solidi urbani.

LIBERTA’ PER TUTTI GLI ARRESTATI
Seguiranno aggiornamenti: intanto alle 18 è indetto un presidio a Brindisi.

ALLEGO IL COMUNICATO dei COBAS e di altri firmatari

Alle prime luci dell’alba, mentre  per le strade di Brindisi si muovevano i camion dell’azienda  che cura la raccolta dei rifiuti, la Digos portava a termine un’operazione di polizia che nella nostra città non ha precedenti: l’arresto di Bobo Aprile, il responsabile e fondatore a Brindisi del sindacato dei COBAS  e numerosi aderenti al Comitato dei disoccupati brindisini che, nell’ultimo anno,  hanno condotto numerose proteste in città  per ottenere lavoro, anche con assunzioni presso l’azienda della raccolta rifiuti, onde far avere a tutti i cittadini  migliori servizi pubblici

I capi di imputazioni nel linguaggio dei tribunali parlano di violenza privata e interruzione di pubblico servizio, ma altri non sono che l’aver fatto manifestazioni con centinaia di disoccupati, sit-in e altre normali e pacifiche attività sindacali e manifestazioni del pensiero ma,  innanzitutto, l’aver dato voce a coloro che sono ritenuti dai benpensanti di questa città, soggetti da emarginare, cittadini di serie B e utilizzabili solo come serbatoio di voti da usare strumentalmente nelle campagne elettorali,  farcite di  false promesse.

Bobo Aprile, insieme al comitato dei disoccupati,  è stato scelto quindi come soggetto da colpire per dare un segnale forte, non solo ai COBAS, ma anche a tutti i movimenti politici e sociali che in questi ultimi mesi,  con il loro impegno costante hanno dimostrato che un’altra Brindisi è possibile!

Respingiamo con forza questo messaggio e lo rimandiamo al mittente :-“ E giunta l’ora che i poteri forti,  che sino a questo momento hanno fatto il bello e il cattivo tempo in questa città,  si mettano l’animo in pace ! Una nuova generazione di donne e uomini vuol dare un futuro diverso a sé e ai propri figli, lottando in prima persona  e non delegando a nessuno la propria vita.”-

Alle 11.30 presso la sede dei COBAS in via Lucio Strabone 38 , Brindisi, si terrà un a conferenza stampa sull’accaduto. Sono invitati i giornali, televisioni e radio, sindacati, organizzazioni politiche e associazioni e tutti i cittadini .

CONFEDERAZIONE COBAS

Medicina Democratica
Brindisi bene comune,
No al carbone
Associazione RuniRuni
Osservatorio sui Balcani di Brindisi
Pugliantagonista.it

Brindisi 12 ottobre 2011

 

NOTAV verso il 15 ottobre: Que se vayan todos!

9 ottobre 2011 4 commenti

Scriviamo queste righe dalle nostre montagne, sperando che dalle Alpi possano arrivare a tutto lo stivale, da Cortina a Lampedusa. La nostra valle vive un momento di lotta intensa, di resistenza: ogni giorno è qui, ormai, un giorno decisivo. Dai nostri presidi, dalle nostre baite, dai nostri paesi, dalle strade e dai sentieri che li collegano, attorno al fortino militarizzato creato dal governo a difesa del non-cantiere dell’Alta Velocità, stiamo resistendo. Ed è da resistenti che ci rivolgiamo a voi, che ci rivolgiamo all’Italia. La lotta No Tav è una lotta per la difesa della salute e del territorio, ma non solo: è una lotta contro la consegna della ricchezza prodotta collettivamente, in tutto il paese, nelle mani di pochi. È una battaglia contro l’alleanza strategica tra stato e mafia, ma è anche l’idea di un mondo diverso, costruito insieme attraverso nuove pratiche di decisione dal basso. È un movimento in difesa della nostra valle, che amiamo ora come non avevamo mai amato, ma è anzitutto un grido che si leva da un luogo nel mondo, rivolto a tutto il mondo.

Foto di Valentina Perniciaro _La battaglia (vinta) di Venaus, dicembre 2005_

Il 15 ottobre, in Europa e non solo, migliaia di persone risponderanno all’appello che giunge dagli indignados spagnoli: da coloro che, a partire dal marzo scorso, hanno deciso di trasformare, a modo loro, la vita politica del loro paese. Persone comuni – non eroi! – proprio come noi e voi, che hanno invaso le piazze delle loro città, parlando alla Spagna della società che vorrebbero costruire, sulle ceneri della classe politica che governa il loro paese. Come la Val Susa non può vincere senza l’Italia – e, lo diciamo con convinzione, un’Italia migliore non può nascere senza la vittoria della Val di Susa – così i ragazzi spagnoli non possono vincere senza l’Europa. Che cosa vogliono? Una politica e un’economia al servizio di tutte e tutti, il rispetto per l’essere umano e per l’ambiente, la morte definitiva dell’accentramento del potere mediatico, dell’abuso sistematico di quello politico, della corruzione, del commissariamento globale da parte della grande finanza. Ogni volta che ripetiamo questi stessi, identici concetti nelle nostre assemblee popolari, ogni volta che li gridiamo lungo le vigne o sotto le reti della militarizzazione, sentiamo di portare avanti una lotta che è la loro stessa; ma è la stessa degli studenti greci e tunisini, dei ragazzi che vengono arrestati sul ponte di Brooklyn e di quelli che cambiano la storia in piazza Tahirir.

Allora che aspettiamo? Il tiranno che ci governa è a Roma! A Roma è il mandante politico dell’invasione militare della Valle, a Roma è il mandante politico del Tav: decrepito, vergognoso e trasversale, proprio come in Spagna, proprio come in Grecia. A Roma sono i palazzi che hanno partorito una manovra di assassinio di due o tre generazioni, e mentre con una mano rapinano gli italiani di 20 miliardi di euro, con l’altra firmano gli accordi con la Francia per regalarne 22 al malaffare, distruggendo con il Tav le nostre vite e la nostra vallata. Mentre già discutono la necessità di una manovra bis per attaccare ancora più a fondo, in nome dei diktat della BCE, la società italiana, spendono 90.000 euro al giorno per gasarci al CS e reprimere in ogni forma il nostro dissenso, per la sola colpa di esserci ribellati al loro decennale strapotere. Questo è ormai la Val di Susa, del resto: un pericoloso esempio per tutte e tutti, da sradicare con la forza. Cosa aspettate? Cosa aspettiamo? Se vogliamo un futuro, un futuro qualsiasi, non abbiamo scelta: dobbiamo sfidare la casta – tutta la casta! – e dobbiamo vincere. A Roma ci saremo per sentire ancora il vostro abbraccio, dopo mesi difficili in cui abbiamo sofferto, ma anche sognato; e tra i nostri sogni ci sarà sempre quello in cui vi vediamo marciare fin sotto i palazzi del potere, e lanciare tutti insieme il grido che arriva, forte e chiaro, dalla Spagna: Que se vayan todos!

NoTav.info

Quattro chiacchiere con Hossam el-Hamalawy, con l’Egitto nel cuore

5 ottobre 2011 1 commento

Foto di Hossam el-Hamalawy

Foto di Hossam el-Hamalawy

Hossam El-Hamalawi non ha iniziato la sua attività di blogger nelle giornata di piazza Tahrir, così come la sua militanza nel movimento socialista rivoluzionario in Egitto. Ed è proprio quello che è venuto a raccontarci in una splendida serata al CSOA Ex Snia di Roma, il 4 ottobre.
Se avesse avuto davanti una platea di persone che non sapevano nemmeno dove collocare l’Egitto geograficamente, è cosa certa che tutti si sarebbero alzati con una consapevolezza profonda di quel che sono i mutamenti che sta vivendo quell’enorme paese, immenso nella sua storia e nel suo territorio.
Una rivoluzione appena iniziata, certamente non terminata con la caduta di Hosni Mubarak.
La prima cosa che ha voluto sottolineare, con quella durezza e chiarezza che caratterizzano il suo modo di parlare, è stato proprio il grande superficiale errore di denominare le rivolte della primavera araba come le “rivoluzioni dei social network”. Erano ironici ma anche furiosi i suoi occhi mentre sciorinava le definizioni multimediali che sono state affibbiate al movimento egiziano che ha portato milioni di persone in piazza, fino alla caduta di Hosni Mubarak, ma non del suo regime.
E’ venuto a raccontarci una rivoluzione che non è nata il 25 gennaio 2011, che non è stata un evento su Facebook, che non è stata trascinata dietro dalle rivolte tunisine e la caduta di Ben Ali: è stato lì, con un timbro di voce forte e orgoglioso, a spiegarci la lunga strada della rivoluzione egiziana, gli anni e le lotte che hanno portato a quell’improvvisa e per tutti inaspettata folla rabbiosa, che ha sfidato tutto e tutti per ottenere almeno il primo pezzo delle propria libertà.
Il lavoro di Hossam, sul suo blog, si concentra soprattutto sulle lotte e gli scioperi dei lavoratori egiziani: dal Delta del Nilo dove le industrie tessili impiegano decine di migliaia di operai e operaie, al Sinai del Canale di Suez, dei gasdotti, dei grandi porti.
I primi scioperi degli anni 90 e l’ondata di repressione che ha caratterizzato quel decennio: sparizioni , carcere, tortura sono sempre stati all’ordine del giorno per chiunque provava solo a reclamare qualche pound in più sul proprio salario.
L’enorme macchina di controllo e sicurezza di Hosni Mubarak e dei suoi scagnozzi non permetteva nemmeno di sussurrare il suo nome, nemmeno in aperto deserto.

Foto di Valentina Perniciaro _Mahalla al-Kubra: la serrata delle fabbriche_

Poi l’anno della svolta, il 2000, quando anche grazie al fervore della seconda intifada palestinese, il panorama nei posti di lavoro e dentro le facoltà universitarie è iniziato a cambiare, anche se ancora nessuno aveva il coraggio di uscire per la strada, di manifestare nelle piazza, di cantare slogan contro il potere, il regime, gli abusi, la mancanza totale di libertà, i salari da fame.
Tahrir inizia ad esser “presa” da piccoli gruppi di manifestanti a partire dal 2003, con l’invasione statunitense dell’Iraq  e la nascita del movimento Kifaya (“basta” in arabo), che poi verrà definitivamente sventrato, nell’estate del 2006, dal regime.
Ma è proprio nel dicembre 2006, ci racconta Hossam, che gli scioperi di Mahalla portano per le strade 27.000 operai a braccia incrociate, e 3000 donne: proprio loro sono state a trascinare le industrie tessili nei quattro storici giorni di sciopero. Sono state loro ad entrare per prime in sciopero, le operaie, e a trascinare per il bavero i loro uomini, padri mariti e figli verso un nuovo livello di scontro.
Da Mahalla al-Kubra è un attimo, e tutte le fabbriche del Delta del Nilo incrociano le braccia, fino ad arrivare ad Alessandria e al Sinai: per la prima volta il regime trema, le basi di piazza Tahrir iniziano a costruirsi, la gente inizia a trovare il coraggio non solo di nominare il rais, ma di inventare e cantare slogan contro di lui.
Insomma, Hossam non lascia spazio a fraintendimenti su questo: la rivoluzione di piazza Tahrir di gennaio nasce molti anni prima, negli scioperi sempre più consistenti e nelle richieste della classe operaia, nasce a Suez, nasce nelle zone dei campi di cotone, nasce nell’indotto del Canale da Port Said al Mar Rosso, nelle richieste tutte politiche di chi scende in piazza sfidando le forze di sicurezza, il loro piombo e le loro retate.

Poi, il 25 gennaio.
L’inaspettato. Per tutti. Nessun egiziano, e questo me l’hanno raccontato tutti per le strade di quella città e di quei villaggi, si sarebbe mai aspettato quel che è accaduto: nessuno immaginava di arrivare in quella piazza in decine di cortei spontanei che si spostavano da ogni quartiere. Nessuno avrebbe mai pensato che quel giorno tutti, di ogni strato sociale d’Egitto, stavano riempiendo le strade urlando una sola cosa: IL POPOLO VUOLE LA CADUTA DEL REGIME.
La Fratellanza Musulmana, che non aveva aderito immediatamente alle mobilitazioni s’è vista costretta a farlo perché tutti i suoi giovani erano in piazza.
I copti, malgrado il terrore iniziale ( per decenni il regime li ha convinti che la loro sopravvivenza dipendeva dalle forze di sicurezza di Mubarak) hanno iniziato a scendere in piazza: nessuno è rimasto a casa.
E non li hanno fermati i cecchini sui tetti, non li hanno fermati la baltagheyya e la battaglia dei cammelli: nessuno ha potuto fermare quella marea umana che avanzava verso l’inizio di un nuovo Egitto, faccia alta e mani vuote.
Hossam ci ha raccontato di Tahrir ma anche di come nulla sarebbe cambiato se non fossero state tutte le altre città a rivoltarsi, in alcune zone anche con livelli di scontro estremamente pesanti, come a Suez: non è stata piazza Tahrir a far cadere il regime, ma gli scioperi di massa che dopo pochi giorni dalle prime mobilitazioni hanno inchiodato il paese tutto.

Foto di Valentina Perniciaro _Bye bye Mubarak_

Ha sottolineato però, che la controrivoluzione sta avanzando: c’ha raccontato come il Consiglio Supremo delle Forze Armate sta reprimendo le mobilitazioni e tentando di eliminare la possibilità di scioperare per i lavoratori, c’ha raccontato con nomi e cognomi come ancora gran parte dell’apparato di regime sia al suo posto, seduto comodamente sulla sua poltrona, c’ha raccontato di quanto ancora deve avanzare questa rivoluzione e del grande circo che saranno le elezioni del prossimo novembre. I socialisti e tutti i gruppi della sinistra rivoluzionaria le boicotteranno.

Difficile raccontare tutto quello che è uscito dalla bella chiacchierata di ieri sera.
Quando gli è stato chiesto della partecipazione femminile c’ha detto: “ma come, se v’ho detto che son state le donne a prender i lavoratori per il collo e a farli scioperare urlando che eran dei codardi!”. Con tono molto critico ha detto di come sia sterile la lotta di alcuni movimenti femministi della borghesia egiziana che si stanno mobilitando solamente per le quote rosa e per la possibilità di muoversi con il passaporto senza il lasciapassare di un uomo della propria famiglia. Importantissime istanze -ovviamente- ma, dice Hossam, ora dobbiamo preoccuparci delle priorità delle donne egiziane, delle lavoratrici, delle donne dei villaggi e dei piccoli centri che non sanno neanche cosa sia un passaporto. Per Hossam, e mi trova d’accordo, il processo di liberazione femminile in Egitto -essenziale e prioritario per il cambiamento del paese- non passa certo per le quote rose, ma casa per casa nella quotidianeità di ogni donna, ogni ragazza, ogni bambina.

Si è parlato ovviamente di Siria, dell’infinita solidarietà verso chi si sta ribellando al regime di Bashar al-Assad e del partito Baath, sopportando una repressione che non s’era ancora vista in questa stagione di rivolte mediorientali e nordafricane. Spazzato via in quattro chiare parole qualunque discorso su deliri complottistici e ingerenze occidentali o sioniste in Siria, il caro Hossam el-Hamalawy ha conquistato la mia più profonda stima.
Saremmo stati per ore a parlare e fargli domande, ma la stanchezza di queste giornate italiane a raccontare la sua esperienza era più che leggibile nel suo sguardo:un ragazzo che a trent’anni ha conosciuto la tortura e il carcere, che ha passato la sua vita a seguire sciopero per sciopero i lavoratori in lotta,
un giovane rivoluzionario che c’ha dato un po’ di grandi piccole lezioni in poche ore insieme.
C’ha raccontato di una rivoluzione reale, che sta passando sul corpo delle donne, dei lavoratori, degli studenti d’Egitto; una rivoluzione che non vuole fermarsi nè farsi ingannare, che sa riconoscere i suoi nemici, che cerca la solidarietà di ogni pezzetto di mondo e che ha l’orgoglio di voler ispirare il mondo che la circonda.
Grazie ad Hossam, alle sue parole chiare, al suo immenso lavoro, al suo essere per la strada giorno dopo giorno.
Fino alla vittoria.

Foto di Valentina Perniciaro

APPENA SARA’ POSSIBILE LINKERO’ L’AUDIO DELLA SERATA.

QUI IL BLOG DI HOSSAM: 3ARABAWY

Roccia, camosci e libertà

30 settembre 2011 4 commenti

Foto di Valentina Perniciaro _giocando a nascondino con le nuvole_

Tra pochissimi giorni la prima neve inizierà a ricoprirti, a rendere soffici quelle rocce durissime.
Tra poco il grande freddo ti circonderà, rendendoti praticamente inaccessibile alla nostra poca esperienza…
e così oggi di corsa verso di te, dolce montagna silenziosa, di nuovo “a caccia” dei tuoi camosci, delle tue pareti, delle nuvole che solleticano i piedi,
dei rapaci che vengono a rubar sorrisi sfiorandoci, di tutta quella meraviglia che ti si apre davanti, sotto, tutto intorno.
A tra un po’, intanto salutatemi Walter Rossi, per chi oggi andrà in piazza.
Io lo ricorderò nel posto che in questi mesi sento di chiamare col nome della Libertà…
quella che si conquista metro per metro.

Egitto: scioperi e sindacati independenti

27 settembre 2011 2 commenti

Non posso non girare questo articolo, comparso sulle pagine del ri-nato Osservatorio Iraq, firmato dalla penna di un amico e compagno nonché voce anche lui della mia amata Radio Onda Rossa, con la trasmissione su Africa e Medioriente intitolata “Afriche in movimento”.

Foto di Valentina Perniciaro _i ragazzi di Mahalla al Kubra festeggiano la caduta di Mubarak, febbraio 2011_

Questo articolo ci racconta quel che, sul fronte della lotta di classe e per i diritti dei lavoratori, si sta muovendo nell’Egitto post-Mubarak: quello piegato dal controllo del Consiglio Supremo delle Forze Armate, ma anche quello stesso paese che ha fatto irruzione nell’ambasciata israeliana, che presidia in migliaia ogni processo ai rivoltosi, che scandisce ogni giornata con scioperi, manifestazioni, presidi e quando serve assalti.
Un popolo che ha iniziato un processo di liberazione dal suo vecchio regime e che ora si trova a fare i conti, come era ovvio, con il tentativo di restaurazione compiuto dalle forze armate e da quegli stessi apparati che per decenni hanno fatto da spalla a Hosni Mubarak, il faraone caduto.
E’ proprio la lotta sui posti di lavoro, nelle fabbriche di cotone, nell’indotto del Canale di Suez, nella zona del delta del Nilo: è la lotta dei lavoratori quella che ha iniziato il processo di presa di coscienza che ha poi portato il paese alle giornate di febbraio di quest’anno e al movimento di piazza Tahrir.
E andiamo a vedere come si muovono i nuovi soggetti politici e sindacali in Egitto


C’è chi attende le prossime scadenze elettorali per le elezioni parlamentari e chi invece continua a mobilitarsi per costruire in Egitto una nuova dialettica politica, fatta di autorganizzazione e di responsabilizzazione dal basso. La moltiplicazione di nuovi sindacati indipendenti, protagonisti indiscussi delle ultime proteste, è forse il fenomeno più innovativo prodottosi dallo scorso 25 gennaio.
Mentre l’attenzione mediatica sull’Egitto post-Mubarak sembra focalizzarsi sulle prossime scadenze elettorali e sulla legge che dovrà regolamentarle, in Egitto da qualche mese a questa parte sta emergendo un fenomeno tanto inedito quanto gravido di conseguenze per il futuro. Si tratta della costruzione di reali pratiche di autorganizzazione che dal basso vogliono ridiscutere con lo Stato sia le regole della propria rappresentanza, sia le modalità attraverso le quali avviene la redistribuzione delle ricchezze nel paese.
Università, scuole, insediamenti industriali e servizi pubblici, questi sono i principali settori da dove sta nascendo un nuovo modo del popolo egiziano di rapportarsi al potere costituito e, in fin dei conti, anche un nuovo modo di fare politica. Perché se i maggiori partiti tradizionali hanno da sempre implicitamente legittimato il regime attraverso la loro opposizione solo formale, è in quei luoghi dove la politica sembrava fosse stata bandita che si è trovata la forza per costruire una nuova dialettica tra parti sociali e istituzioni politiche.

Foto di Valentina Perniciaro _Il canale di Suez è immobile a causa degli scioperi_

In questo inedito contesto, lo sciopero ha rappresentato uno degli strumenti più efficaci per scrivere una nuova storia della relazioni di potere. Alcuni esempi delle lotte portate avanti nelle ultime settimane possono aiutarci a comprendere l’importanza del fenomeno.

Sciopero degli insegnanti

Causa principale, la crisi cronica del sistema educativo egiziano, che ha visto una riduzione sostanziale del budget statale ed un progressivo impoverimento del corpo insegnante. Un problema di lungo periodo, se si pensa che dalla fine del regime nasseriano, che aveva introdotto in Egitto un sistema d’istruzione di massa, le condizioni del sistema educativo sono andate progressivamente peggiorando. Oggi a causa del basso potere d’acquisto dei salari, gli insegnanti sono spesso costretti ad avere un secondo lavoro. A volte anche a chiedere ai propri studenti denaro per delle lezioni private.
Negli ultimi mesi si è assistito ad una serie di scioperi a catena in varie località dell’Egitto.
La richiesta principale, una riforma strutturale nel finanziamento del sistema educativo egiziano, che potesse permettere agli insegnanti di avere uno stipendio dignitoso. La figura oggetto di maggiori contestazioni, il ministro dell’Educazione, Ahmad Gamal al-Din Mussa, accusato di essere un esponente del vecchio regime e quindi di portare avanti la stessa politica.
Gli scioperi che a livello locale si sono susseguiti negli ultimi mesi hanno costruito le basi per la grande manifestazione del  10 settembre, con più di 40 mila persone a gridare la loro determinazione di fronte al palazzo del governo. L’apice delle mobilitazioni lo si è avuto tuttavia dal 17 settembre, data d’inizio ufficiale dell’anno scolastico. Quel giorno è cominciato il primo sciopero nazionale del settore, un evento che non si vedeva dal lontano 1951.
L’adesione è stata altissima, anche del 90 % in alcuni governatorati come quello di Suez. La determinazione delle mobilitazioni ha spinto il governo ad emettere un comunicato dove si garantiva, attraverso una concertazione tra i ministri dell’Educazione e delle Finanze, incentivi per oltre 600.000 insegnanti e la stabilizzazione dei docenti che hanno al momento un contratto a tempo determinato. Rassicurazioni che non hanno ammorbidito la protesta. Sabato scorso (24 settembre) ancora migliaia di insegnanti venuti da tutto il paese si sono radunati al Cairo.

Foto di Valentina Perniciaro _Piazza Tahrir non vi vuole più_

La sera dello stesso giorno la maggior parte dei manifestanti ha comunicato di sospendere lo sciopero in attesa di una risposta dal governo, mentre una minoranza più agguerrita ha tentato di piantare delle tende di fronte al palazzo del gabinetto. Le forze di polizia le hanno immediatamente sgomberate con la forza.

I trasporti pubblici

Sciopero ad oltranza anche nel settore del trasporto pubblico, in particolare degli operatori nei depositi dei bus e degli autisti. Lo sciopero era cominciato due settimane fa: principale richiesta un incremento del 200% degli incentivi al salario. La mobilitazione era stata sospesa domenica 18 settembre, dopo che si era garantito ai lavoratori che si sarebbero prese in esame le loro richieste entro lo scorso martedì (20 settembre). La protesta si è riaccesa a seguito delle successive affermazioni del Presidente dell’Autorità dei trasporti pubblici Safwat Nahhas (“la negoziazione è ancora in corso, nulla è stato deciso”).

La mobilitazione è quindi ripresa mercoledì 21 aprile. A nulla sono servite le intimidazioni delle forze di sicurezza, entrate nei depositi dei bus per impedire la mobilitazione attraverso l’arresto di alcuni dimostranti. Importanti manifestazioni di solidarietà tra differenti settori in sciopero si sono prodotte sabato scorso (24 settembre) quando un gruppo di scioperanti del settore dei trasporti ha raggiunto la manifestazione degli insegnanti.
Accanto a questi due esempi si devono aggiungere anche gli scioperi nei settori della raffinazione dello zucchero, della sanità (in primis dei medici), delle telefonia e dell’università, per citare solo le ultime iniziative. In tutte queste mobilitazioni, un ruolo determinante è stato svolto dai neo costituiti sindacati indipendenti. Moltiplicatisi con velocità progressiva in tutti i segmenti dell’economia egiziana, hanno saputo aggirare le barriere imposte dai sindacati tradizionali, oggi in una fase di stallo a causa delle profonde trasformazioni che stanno vivendo nel post-Mubarak.

I sindacati tradizionali: uno strumento nelle mani del potere

Sin dall’epoca nasseriana infatti i sindacati hanno subito un processo di cooptazione da parte dello Stato. Sono diventati nel corso del tempo un’arma in mano ai regimi per controllare il malcontento che emergeva nel paese. La Federazione nazionale dei sindacati era quindi sotto lo stretto controllo del regime, ne assecondava le politiche economiche ed evitava qualsiasi concertazione dal basso tra i diversi settori dell’economia.

Foto di Valentina Perniciaro _i sorrisi di Tahrir_

Dalla cacciata di Mubarak qualcosa si è mosso. Alcune sentenze hanno dichiarato truccate importanti tornate elettorali per l’elezione dei consigli direttivi di alcuni organi di rappresentanza sindacale. Tra le molte, forse la più importante è stata quella che ha dichiarato fraudolente le elezioni del 2006 del consiglio direttivo della Federazione egiziana dei sindacati. Lo scioglimento del consiglio ha rappresentato un’importante vittoria del movimento sindacale in Egitto, per una battaglia cominciata nel lontano 2007.

I sindacati indipendenti: il nuovo motore della contestazione

Accanto a questa politica di denuncia, il mondo del lavoro ha portato avanti anche una battaglia per la costruzione di sindacati indipendenti che non facessero parte della Federazione “filo-governativa” sopra evocata. Un primo esperimento riuscito, dopo anni di forte repressione, fu quello della costruzione di un sindacato indipendente dei lavoratori nel settore della riscossione delle imposte, nel 2009. Le contestazioni del mondo del lavoro hanno continuato a svolgere un ruolo fondamentale nella delegittimazione del regime prima della sua caduta, con una determinazione ed un attivismo superiore a quello mostrato dai movimenti come Kifaya che concentravano la loro attenzione sulla rivendicazione di diritti politici (basti pensare alle mobilitazioni che, dal 2000 a questa parte, si sono prodotte nelle zone industriali del paese, come a Mahalla el-Kubra). Se in Egitto è nata e si è diffusa una cultura della protesta contro il potere costituito lo si deve principalmente a loro.

La caduta del regime ha dato il via alla proliferazione di nuovi sindacati indipendenti, che oggi sono coordinati in una federazione con a capo Kamal Abu Eita, il protagonista della nascita del primo sindacato non controllato dal regime. Le mobilitazioni da loro promosse hanno rappresentato negli ultimi mesi un filo rosso che è riuscito a spingere la piazza egiziana anche nei momenti più difficili, come quello attuale.

Le prossime scadenze elettorali stanno infatti dividendo quel fronte compatto che tanti risultati aveva prodotto nei primi mesi. Le proteste di questi sindacati mantengono vivo il germe della contestazione perché nascono da problemi concreti che il governo post-rivoluzionario di Essam Sheraf non sembra voler risolvere. Esse riescono a mostrare con un’evidenza disarmante la connivenza tra il governo ed il Consiglio supremo delle forze armate. Mostrano alla popolazione egiziana come i problemi sostanziali che attanagliano il paese non possono essere risolti se non attraverso una radicale trasformazione dei rapporti di forza. Ma mostrano anche come siano possibili forme di autorganizzazione indipendenti dall’enorme apparato di controllo costruito dallo Stato egiziano nel corso del tempo; soprattutto, che queste forme di autorganizzazione, a lungo andare, paghino.

Intanto i sindacati tradizionali sono impegnati in un processo di restyling, con le tradizionali forze politiche a contendersi seggi e potere. In primis troviamo esponenti del vecchio regime accanto a membri dei Fratelli Musulmani. Sono loro i più attivi nella presentazione di candidature per le elezioni che via via si stanno promuovendo nei diversi settori. Questo attivismo lo si può comprendere solo se pensiamo che il Consiglio Supremo delle forze armate ha affermato che, una volta terminate le elezioni parlamentari, sarà il momento di costruire un’Assemblea costituente per la redazione di una nuova costituzione. Sembra che accanto ad una maggioranza di membri che verranno scelti dal Parlamento, l’assemblea dovrà includere anche esponenti delle istituzioni religiose, dei partiti e del movimento sindacale. Il controllo dei sindacati significherà quindi, in una prospettiva non molto lontana, avere maggior voce in capitolo nella redazione della prossima carta costituzionale.

Resta da capire come reagiranno i nuovi sindacati indipendenti ad un processo di transizione istituzionale che sembra non riconoscerli come parte in causa.

Anthony Santilli
27 settembre 2011

Leica 24 x 36 , tentar non nuoce no?

23 settembre 2011 11 commenti

Se proprio non sapete che fare, se proprio vi piace immaginare la sottoscritta con in mano quel gioiellino Leica anche solo per le settimane del concorso che si aggira qua e là cercando immagini,
se proprio me volete taaaaaaaaaanto bene,
condividete la pagina che si apre su questo link…che… hai visto mai….
;-)
http://www.lab.leica-camera.it/jspleica/scheda.jsp?n=12970

Egitto: irruzione nell’ambasciata israeliana! una corrispondenza con Radio Onda Rossa

9 settembre 2011 2 commenti

In un post di appena poche ore fa, scrivevo sbigottita di come il muro costruito in difesa dell’ambasciata israeliana del Cairo fosse venuto giù a colpi di martelli e slogan di una folla di persone che da piazza Tahrir si son mosse compatte.
In realtà ora, che è la mezza, la situazione è difficile da comprendere: un’ora fa una parte dei manifestanti, che da ore cantavano sui pezzi del muro distrutto, è riuscita a fare irruzione nell’ambasciata.
Cambio di bandiera: quella israeliana spazzata via da quella egiziana e palestinese.
Migliaia di fogli dell’archivio sono stati lanciati dalle finestre e presi dai manifestanti di cui non oso immaginare lo stato di grazia.

Una nottata che ancora proseguirà per molto e cambia le carte in tavole sul panorama egiziano e mediorientale.
Israele non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali…staremo a vedere.
Intanto vi linko la corrispondenza che ho fatto poco fa in RADIO, per raccontare questa giornata egiziana indimenticabile, mentre in ValSusa i lacrimogeni e le sassaiole fanno da ninnananna!
Che nottata…
ASCOLTA LA CORRISPONDENZA CON RADIO ONDA ROSSA

ore 00.35: si parla di un morto e di quasi 200 feriti

Grecia: “il 3 settembre saremo ovunque, riempiamo piazza Syntagma”

2 settembre 2011 Lascia un commento

Sperando che almeno in Italia lo sciopero del 6 sia imponente e si arrivi alla giornata del 15 ottobre con un po’ di energie e forza….
intanto vediamo come riparte la mobilitazione greca …che in realtà non s’è mai fermata essendoci già 45 facoltà occupate da prima dell’inizio dell’anno accademico.

Annuncio dell’Assemblea del Popolo di Piazza Syntagma sulla mobilitazione del 3 settembre 2011

Il 3 settembre saremo ovunque, riempiamo Piazza Syntagma
Abbiamo cominciato come indignati, abbiamo preso le nostre decisioni, e tra poco ci ribelleremo in massa finché coloro che ci governano non saranno andati via. Fino a quando non butteremo fuori il governo dei mercati e dei banchieri.
Siamo tutti d’accordo che questo movimento, per definizione, non ha bisogno di portavoce, ma soprattutto nel contesto di questo sistema politico ed economico, dove essi potrebbero essere corrotti, e tradire la gente. Vogliamo decidere collettivamente per noi stessi. Chiediamo di prendere le nostre vite nelle nostre mani.
Il 3 settembre (il giorno in cui la prima costituzione greca è stata varata nel 1843, e anche quando è stato fondato il PASOK, partito attualmente al governo) è una data a cui bisogna ridare il suo significato originale.
Il 3 settembre è una data importante per noi. E’ anche il giorno che ci ricorda la “cancellazione” delle aspirazioni del popolo per la democrazia, la libertà e la dignità. Che ci ricorda le bugie raccontate dai nostri governi e la beffa nei nostri confronti.

Non abbiamo illusioni: sappiamo che non possiamo avere una democrazia diretta e il controllo del popolo senza rovesciare il governo, la troika, e l’intero sistema politico ed economico.
Chiamiamo tutti i cittadini alla grande manifestazione e all’assemblea popolare a piazza Syntagma e in tutte le piazze del Paese il 3 settembre 2011 alle 19:00.

PANE-EDUCAZIONE-LIBERTA ‘
UGUAGLIANZA-GIUSTIZIA-AUTONOMIA
LE PIAZZE SIAMO NOI E NOI SIAMO OVUNQUE
DEMOCRAZIA DIRETTA

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Foto di Valentina Perniciaro _nelle notti del Politecnico occupato, nel dicembre 2008_

Ferragosto tra le sbarre…

14 agosto 2011 3 commenti

ALMENO QUEST’ANNO NON FA IL SOLITO CALDO, E PER VOI E’ SICURAMENTE UN SOLLIEVO.
MA E’ UN PO’ STUPIDO PARLARE DI SOLLIEVO, ME SA.
UN PENSIERO A CHI E’ RECLUSO, UN PENSIERO A CHI HA DAVANTI UN FUTURO DI RECLUSIONE,
UN PENSIERO A CHI E’ PRIVATO DELLA PROPRIA LIBERTA’ PERCHE’ HA SFIDATO IL MEDITERRANEO E QUESTA E’ LA SUA SOLA COLPA.
UN PENSIERO A CORPI RECLUSI, AI CINQUE SENSI CHE SCOPPIANO, CHE SI ALIENANO, CHE SI LACERANO…
le parole che seguiranno sono tutte tratte da “Il Bosco di Bistorco” , un libro che vi consiglio di leggere per capire cos’è la reclusione…

Quell’impossibilità di rispondere alla domanda: quando si spalancherà il Grande Cancello?
Quell’impossibilità di credere che resterà chiuso per sempre.

Foto di Valentina Perniciaro _blindato e ruggine_

Impossibilità per chiunque – non solo per chi è schiacciato dalla parola MAI vergata da un burocrate anonimo sulla sua cartella.
Ed allora, giorno dopo giorno, nel corpo torchiato da queste ed altre impossibilità, scorre il film della vita passata.
Proprio come, fotogramma dopo fotogramma, negli stati di morte imminente, in un attimo denso di tempo, il vissuto ricapitola tutta la sua trama.
Quella necessità di crearsi forti attese per ristrutturare l’impossibile.
Quell’angoscia di restar reclusi tra le sbarre del loro mancato inveramento.

L’ETERNITA’ PROBABILMENTE NON NACQUE COME CONCETTO,
MA COME PAROLA CHE DESCRIVEVA UN’ESPERIENZA DI ASSENZA DI TEMPO.
UNA REALTA’ ESPERIENZALE IMMEDIATA PIUTTOSTO CHE UN CONCETTO
DI DURATA TEMPORALE INFINITA
_CHARLES TART: Stati di coscienza, Roma 1977_

Il suo “fine pena” era: MAI.
Le parole di un compagno uscito dopo vent’anni riaffiorarono, senza che sapesse perché, tra i suoi pensieri: “Lasci la libertà che è giovane e la ritrovi come una vecchia signora”.
Pensò: “Quindi anche la libertà muore!”

Ci fu subito un’ondeggiamento inatteso: il gruppo barcollò.
Poi, dopo il primo stupore, ognuno cercò l’altro e, tutti insieme, si rannicchiarono in un angolo del campo.
Rimasero vicini, fianco a fianco. Quasi a volersi vicendevolmente proteggere dall’aggressione di quel grande spazio.
Da anni i loro piedi misuravano soltanto i quattro passi e dietro front delle celle o i nove passi e dietrofront dei passeggi.
Ora, il primo muro era a sessanta metri. Ses-san-ta-me-tri!
Ripresero un po’ di fiato, con l’ardore di tanti ragazzini si cercarono in una partita di pallone. Ma fu un’ecatombe.
Cadute rovinose, strappi muscolari, stiramenti, slogature: come in una danza folle ogni gesto mancava il suo scopo e si perdeva fuori luogo e fuori tempo.
Divenne presto chiaro: la programmazione psicomotoria di ogni giocatore restituiva le misure dello spazio interiorizzato negli anni di restrizione precedente. E nelle dismisure del nuovo spazio carcerario il corpo annaspava spaesato.

Per resistere alla reclusione si era appassionato alla cultura indiana e alla meditazione orientale.
Nel concentrarsi, però, incontrava ogni volta una difficoltà: la puzza di galera. Sì, quell’odore insopportabile gli impediva la meditazione.
“Non è un caso -disse- che tutti in carcere usino fiumi di profumo, guardie e detenuti.
E lavino per terra e disinfettino i muri: ma non c’è niente da fare. Hai presente l’odore delle bestie in gabbia?
Al mattino presto, al momento della conta, quando si aprono i blindati, ti arriva in faccia quel fetore di chiuso, di sofferenza notturna.
Ti colpisce come uno schiaffo.
[Aprì la busta e una soave fragranza lo rapì. Rapì il suo cuore. Sui fogli della lettera, come sempre, lei aveva lasciato cadere lacrime discrete di profumo] 

… e i dieci anni da Genova 2001

19 luglio 2011 19 commenti

Foto di Valentina Perniciaro _Piazzale Kennedy tra fionde e opliti, Genova 2001_

Foto di Valentina Perniciaro _Piazzale Kennedy tra fionde e opliti, Genova 2001_

Al contrario di dieci anni fa siamo nell’era dell’hashtag, la parola dopo il cancelletto, per caratterizzare e quindi trovare le conversazioni su twitter, nuova piazza internazionale.

Dieci anni fa questa parola non esisteva, dieci anni fa a quest’ora non avremmo mai immaginato di fare la chiamata all’hashtag #carlovive  o #ioricordo o #ioc’ero … dieci anni fa, mentre iniziavamo ad invadere le strade di Genova con i nostri corpi, non pensavamo e non volevamo esser testimoni di quel che è stato.
Eh Carlé?
Figurati tu…che quel giorno sei uscito da casa perché i fumi della rivolta e della repressione (più che altro) stavano coprendo il cielo della tua città. Quel giorno sei uscito, perché non si poteva fare altrimenti: perché in quella grande trappola ci siamo cascati tutti, e tu ci sei rimasto incastrato.
Del tuo corpo è stato fatto scempio con quella camionetta e con tutti questi dieci anni che son passati: guardati intorno Carlo…
ora anche il PD ti dedica pagine e scritti, che uno ad uno li andrei ad acchiappare.
A pochi secondi dalla tua morte… come dimenticare le loro dichiarazioni? Come dimenticare la loro immediata ritirata dalle piazze?
Ora ti ricordano, ora usano il tuo nome…quando ancora non lo avevi, quando ancora non ti chiamavi Carlo Giuliani, quando ancora non eri figlio di tuo padre eri solo un “black bloc morto”, solo un “facinoroso ucciso mentre assaltava i carabinieri”, solo uno di quelli da cui prendere al più presto le distanze.
Poi … questi dieci anni.
Ora tutti ricordano…
sono giorni che twitter e la rete richiedono racconti di chi c’era.

Carlo…in Corso Europa, pochi minuti prima

Raccontiamo dove erano loro…raccontiamo che ad ascoltarli gli avremmo tirato i palloncini pieni di sangue infetto (? che so’ tipo le “molotov all’ammoniaca” della Val di Susa??), raccontiamo di Gianfranco Fini che giorni prima ha comunicato che un obitorio per 500 salme era stato predisposto “per ogni evenienza” e che in quelle ore sedeva ai posti di comando dove tutto è stato deciso.

Parliamo di chi ha voluto per forza dichiarare guerra, sapendo di lasciare per terra qualcuno.
Parliamo dei nostri NON servizi d’ordine.
Parliamo di cosa abbiamo costruito in questi dieci anni.
Parliamo (NE PARLIAMO PERFAVORE?!?!?) dei processi e della cassazione che ora si pronuncerà portandoci via dei compagni per fargli scontare malloppi d’anni di galera. Nel silenzio totale.
Parliamo di tutto, ma non cominciamo col piagnisteo, le autoflagellazioni e gne gne lo Stato com’è cattivo,
con la memoria sterile di chi si ricorda solo le mani dipinte di bianco e tutti gli altri erano infiltrati/stranieri/anarcoinsurrezioterroristislamici ,
Parliamo dei portavoce di quelle giornate, che nessuno di noi ha contestato come avrebbe dovuto.
Parliamo cavolo, parliamo eccome.
Ma non con i #ioricordo che sembra di stare all’oratorio o su una puntata di AnnoZero: parliamo di noi, di quello che abbiamo subito consapevolmente, parliamo di quello che avremmo potuto costruire, parliamo del blocconero e di dieci anni di stronzate,
parliamo di un paese che se non fosse per la Val di Susa (sempre sia lodata quella terra combattente ed orgogliosa) avrebbe cancellato la parola “conflitto” da ogni dizionario.
Parliamo, cribbio, parliamo della memoria dei compagni che funziona a comparti che non comunicano tra loro… che facciamo parliamo di resistenza e confino e poi saltiamo la lotta armata e le leggi speciali?
Che facciamo andiamo da Dante di Nanni a Carlo Giuliani senza passare per Mara Cagol?
Aiuto compà…oggi forse è meglio che io #nonricordo, perchè sono polemica, incazzata e facilmente suscettibile quando affrontiamo questo discorso.
Perché Carlo mi brucia ancora in un modo che odio vederlo sulla bocca di tutti, come tutti avessero il diritto di rivendicarlo.
Carlo è sangue nostro.
Nostro.
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Resoconto del viaggio al cimitero degli ergastolani…

17 luglio 2011 7 commenti

Resoconto del viaggio al cimitero degli ergastolani nell’isola di S. Stefano (Ventotene)
24 giugno 2011 di Nicola Valentino

Il 24 giugno siamo partiti in quattro verso l’isola di Ventotene. Oltre me, che portavo anche il sostegno all’iniziativa di Sensibili alle foglie, era presente Giuliano Capecchi dell’associazione Liberarsi, Rossella Biscotti (artista), Valentina Perniciaro (blogger: baruda.net). Giuliano era anche in sciopero della fame, in solidarietà con i reclusi di molte carceri italiane anch’essi in sciopero nei giorni tra il 24 ed il 26, in concomitanza con la giornata mondiale contro la tortura indetta dall’ONU. Uno sciopero per affermare che dentro la parola tortura vanno incluse: la condizione attuale delle carceri italiane, l’ergastolo ed il regime di isolamento detentivo del 41 bis.

Foto di Valentina Perniciaro _L'ergastulum di Santo Stefano_

Oltre me che ho trascorso circa 28 anni all’ergastolo, ognuno portava nel viaggio anche la sua esperienza di incontro con la reclusione a vita, una conoscenza, soprattutto per Giuliano e Valentina, segnata dal rapporto diretto con persone, attualmente o in passato, recluse all’ergastolo.
Lo scopo del viaggio: portare dei fiori sulle 47 tombe senza nome del cimitero degli ergastolani che si trovasull’isolotto di Santo Stefano, a pochi metri dal vecchio ergastolo, funzionante dal 1795 al 1965. Vedere e documentare un luogo emblematico per comprendere ciò che è l’ergastolo oggi, soprattutto l’ergastolo che riguarda oltre mille degli attuali 1500 ergastolani e che non prevede possibilità di uscita ma solo la morte in carcere. In questi giorni, nel carcere di Spoleto si è impiccato Nazareno, un uomo condannato all’ergastolo, da 22 anni in carcere, che si è messo una corda al collo due giorni dopo aver saputo che il suo ergastolo era di quelli che non prevedono la richiesta dei benefici penitenziari e che quindi sarebbe morto lentamente in carcere proprio come i reclusi di Santo Stefano.

Abbiamo portato in questo viaggio anche il sostegno di reclusi e recluse di oltre 50 carceri, e decine di persone libere che non si sono potute mettere in cammino ci hanno chiesto di deporre dei fiori anche per loro.   Erano stati informati del nostro arrivo sia il direttore dell’ente parco di Ventotene e Santo Stefano, che ha autorizzato di buon grado la visita ai luoghi del carcere, sia Salvatore dell’associazione che si occupa di guidare le persone nel vecchio carcere, in gran parte pericolante, e nei luoghi limitrofi, tra cui il cimitero.
Quando siamo approdati a Ventotene il primo passo è stato recarci dalla fioraia per comperare delle piantine di gerani da interrare nei pressi delle tombe. La fioraia, incuriosita e sorpresa per questa nostra missione, ci ha raccontato che fino a qualche anno fa durante la festa della santa patrona dell’isola, alcuni ventotenesi, insieme al prete della parrocchia locale, si recavano a portare fiori e preghiere al cimitero degli ergastolani.

Foto di Valentina Perniciaro _il cimitero degli ergastolani, senza diritto a nome_

Con in mano le piantine, attraversando la piazza, ci siamo fermati nella libreria dell’isola che si cura molto di documentare la storia e la vita dei reclusi che sono stati detenuti a Santo Stefano. Ci ha ricevuti anche il direttore dell’ente parco apprezzando la nostra attenzione per quel cimitero, invitandoci a ritornare ogni qual volta l’avessimo voluto, anche perché sembra esserci un attenzione sociale nell’isola alla valorizzazione storica e culturale di Santo Stefano, innanzitutto attraverso il recupero degli archivi del carcere.

Con Salvatore, la guida, abbiamo cercato una barca che ci trasbordasse sull’isolotto. Il barcaiolo ha apprezzato lo scopo non turistico del nostro viaggio, facendoci uno sconto sul costo della traversata. L’approdo non è facile e la salita verso il carcere faticosa, ci muoveva verso l’alto la narrazione di Salvatore, che ha cominciato a popolare di uomini e di eventi un luogo che all’apparenza si presenta solo come un sito di archeologia penitenziaria, ma che attraverso il suo racconto si vivifica e mostra una storia sociale ed istituzionale ancora drammaticamente attuale. Salvatore e la sua associazione hanno raccolto con molta cura una efficace documentazione. Una fotografia in particolare ha guidato il nostro immaginario nel cammino verso il cimitero: la foto ritrae il funerale di un ergastolano. Si vedono i reclusi, che hanno accompagnato in corteo funebre il loro compagno morto, fermi fra le croci bianche. Assistono alla tumulazione della bara. Una bara di legno che loro stessi hanno costruito nella falegnameria del carcere.

Come ha osservato Valentina: “Io non so dove morirò, non so dove come e chi parteciperà ai miei funerali. Non ho idea di come verrà riposto il mio corpo, di cosa verrà detto, di quale viale sarà percorso se ne sarà percorso uno. A loro bastava guardarsi intorno, bastava tenere gli occhi ben aperti per assistere al proprio funerale, per veder costruire una bara uguale identica a quella che poi sarebbe stata costruita per loro stessi”.

Abbiamo scelto due tombe per interrare le piantine di gerani e deposto fiori di campo sulle altre 45 tombe.
Ma a chi stavamo offrendo un fiore? Per chi ho pregato? Sono solo 47 i corpi sepolti oppure, considerati i tre secoli di vita del carcere quel cimitero è anche da considerarsi come una fossa comune? Ma se prima c’erano delle croci bianche di pietra come si vedono nella foto d’epoca, forse c’erano anche dei nomi! Quante persone sono state sepolte lì e quali erano i loro nomi?

Foto di Valentina Perniciaro _che la terra vi sia lieve, almeno lei_

La cancellazione del nome si presenta come l’atto più estremo di cancellazione della persona, che entra nella vita sociale proprio con la scelta che altri fanno di un nome per lei. Un condannato a morte nello stato del Texas dichiarò che la cosa più terribile per lui non era la sedia elettrica ma sapere che sarebbe stato sepolto in una tomba contrassegnata solo con il numero: il 924.

Mentre scendiamo nuovamente verso l’approdo della “madonnina”, scambiamo insieme all’acqua da bere alcune prime impressioni che l’esperienza ci consegna: innanzitutto il modo che hanno le persone che abbiamo incontrato della comunità di Ventotene, di parlare dell’ergastolo. Un modo di parlarne che non mostrifica le persone che vi sono state recluse. Questa modalità culturale è importante da valorizzare, se si considera che la produzione del mostro è il primo passo per la condanna all’ergastolo, e che questa cultura non mostrificante, si esprime in una delle comunità che ha vissuto a stretto contatto con il più antico degli ergastoli. L’altra sensazione che tutti abbiamo è che lì sia importante tornare, non solo come un fatto rituale ma immaginando un lavoro che riesca a ridare i nomi alle persone sepolte. In un certo senso la pratica sociale  per l’abolizione dell’ergastolo è importante che sia  anche retroattiva, che operi perché nessun essere umano possa essere cancellato per sempre  dal consorzio umano, ieri, oggi e per il futuro.

30 giugno 2011                                                                   Nicola Valentino

Per la documentazione fotografica: baruda.net

altri siti: informacarcere.it


Ecco le testimonianza diretta, dai migranti detenuti a Ponte Galeria

17 luglio 2011 1 commento

Dal sempre più necessario ed insostituibile blog: FortressEurope, di Gabriele Del Grande
L’ultima volta sono entrati una settimana fa. Alle sei del mattino. Una ventina di agenti in tutto, tra quelli in divisa coi manganelli in mano e i civili. Ridha dormiva ancora, sotto gli effetti degli psicofarmaci che prendeva ogni sera per scacciare i cattivi pensieri. Era arrivato a Lampedusa un paio di mesi prima. E dell’Italia aveva visto soltanto le gabbie. Prima quella del centro di accoglienza di Lampedusa, poi quella di Ponte Galeria, il centro di identificazione e espulsione (Cie) di Roma.

Foto di Valentina Perniciaro _sbarre e privazione di libertà_

Ha aperto gli occhi soltanto dopo che lo hanno alzato di peso dal materasso, tirandolo su per le braccia. E allora ha cominciato a sbraitare. Nella camerata si sono svegliati tutti, tranne il libanese ustionato. Ma prima che qualcuno dicesse niente la polizia ha ordinato di rimanersene a letto. Venti contro sei, manganelli contro mani nude, nessuno se l’è sentita di dire niente. E sono rimasti a guardare, con gli agenti che portavano via il povero Ridha così come lo aveva trovano a letto: in pantaloncini corti e a torso nudo. Senza lasciarlo nemmeno andare in bagno per sciacquarsi il viso e fare i suoi bisogni. Il resto della scena i suoi compagni di cella l’hanno vista dalle finestre, nel cortile. “L’hanno legato come un pollo”, racconta oggi Brahim. Con una corda: alle gambe e ai polsi, con le braccia piegate dietro la schiena. E per non farlo gridare, gli hanno stretto una fascia sulla bocca e l’hanno portato via. Funziona così al Cie di Roma, e non solo. La destinazione è a pochi chilometri. Aeroporto di Fiumicino. I voli sono quelli di linea, prima fanno salire i passeggeri e poi all’ultimo minuto monta la polizia con i reclusi da espellere. Quel giorno erano in 20. Tutti tunisini. Destinazione Palermo, per le operazioni di identificazione che svolge abitualmente il Consolato tunisino, direttamente in aeroporto. E da lì il volo per Tunisi. Brahim la scena la ricorda bene. E di quando in quando se la sogna pure la notte.

“Facciamo tutti sogni brutti, viviamo nella paura. Di essere rimpatriati e di non conoscere il nostro destino”. In questo momento dentro il Cie romano ci sono circa 200 detenuti e una cinquantina di detenute. Una sessantina almeno sono tunisini, compresa qualche donna. Quasi tutti sbarcati nei mesi scorsi a Lampedusa. Tra loro c’è chi vorrebbe essere rimpatriato prima possibile pur di tornare in libertà, e chi invece non vuole essere rimpatriato a nessun costo. Entrambi però credono che sia profondamente ingiusto perdere 6 mesi della propria libertà rinchiusi in una gabbia, senza aver commesso nessun reato. Soprattutto quelli che di tempo della propria vita alle galere ne hanno già dato anche troppo.

Brahim è uno di loro. Ha un precedente penale per spaccio di droga. Pagato con tre anni e sei mesi di carcere. L’hanno rilasciato un mese fa, ma all’uscita del carcere l’aspettavano con le manette per trasferirlo in un’altra prigione, dove si finisce senza condanne penali, ma soltanto per avere dei documenti scaduti. E adesso sono altri sei mesi, che se passa al Senato la legge sui rimpatri diventeranno 18. Per essere identificato e espulso. Lui che in Italia ci vive ormai da 8 anni. In carcere ha preso tre diplomi di formazione professionale e ha lavorato durante tutto il periodo di detenzione. Era pronto a rifarsi una vita, ma adesso si trova a scontare una pena accessoria. “In carcere paghi per un reato che hai fatto – dice -. È normale, è giusto così. Chi sbaglia paga. Ma qui siamo tutti innocenti, non c’è nessuno che ha commesso un reato, perché non ci lasciano andare?”.

Foto di Mark Wilson

Foto di Mark Wilson

Lui che ha provato sia il carcere che il Cie, di dubbi non ne ha. Mille volte meglio la galera. “In carcere abbiamo il lavoro, la scuola, la biblioteca, il medico, l’assistente sociale. Qui non c’è niente. Siamo in gabbia dalla mattina alla sera. E siamo trattati senza rispetto. Operatori e polizia neanche ti rispondono se li saluti. Devi fare la fila per mangiare, se arrivi tardi non ti lasciano neanche la colazione. Se alzi la voce ti prendono da parte e ti danno una manganellata. È come se per loro fossimo il nemico”.
Mentre mi parla al telefono, nel letto a fianco al suo il libanese continua a dormire. Non gli è rimasto altro da fare. Ha metà del corpo ricoperto da ustioni. Ogni mattina si sveglia pieno di dolori, va in infermeria, ritorna con gli occhi a spillo e la voce impastata di psicofarmaci e antidolorifici, e si rimette a dormire. Si sveglia solo di notte, quando fa gli incubi e si sogna di nuovo il fuoco sui vestiti, oppure quando si fa la pipì addosso. Avrebbe bisogno di cure adeguate, ma in ospedale non ce lo portano. Probabilmente stanno soltanto aspettando che si riprenda per poi espellere anche lui. Lui è un altro che in Italia ci vive da una vita.

Al Cie di Roma c’era arrivato lo scorso gennaio, per un banale controllo di documenti, per strada. Quando lo chiamarono per fargli le impronte digitali si rifiutò categoricamente. Un colpo di testa che gli costò caro. Prima le minacce, poi le botte, la sua reazione, il pestaggio e l’arresto. Nonostante gli ematomi, il giudice che lo ha processato per direttissima lo ha condannato a sei mesi di carcere. Perché i medici del centro non avevano rilasciato nessun certificato che indicasse che le ferite erano state subite durante un’aggressione. A Ponte Galeria ci è ritornato soltanto un mese e mezzo fa, dopo aver scontato quattro mesi di galera. Era l’inizio di giugno. È diventato l’inizio di un nuovo dramma.
È successo tutto la sera del 18 giugno. La tensione era alle stelle. La sezione maschile era insorta e i detenuti stavano devastando il centro, spaccando tutto quello che c’era da rompere e appiccando il fuoco a materassi, lenzuola e tutto quando fosse infiammabile. In quel frangente un operatore dell’ente gestore Auxilium avvicinò dalle sbarre della gabbia il libanese, per chiedergli se gli riportava la borsa che alcuni reclusi in rivolta gli avevano rubato. In buona fede e con un pizzico di ingenuità, il libanese acconsentì di fargli il piacere, ma quando gli altri reclusi insorti lo videro parlare con operatori e polizia pensarono al tradimento e gli si scagliarono addosso buttandogli contro un materasso incendiato. È stato così che si è bruciato metà del corpo. A salvarlo quella sera furono Brahim e un altro tunisino della sezione, che spensero le fiamme e lo portarono in infermeria.

La fidanzata non l’ha ancora visto nelle condizioni in cui si è ridotto. È un’algerina con la cittadinanza spagnola. È venuta a trovarlo al centro una sola volta, più di un mese fa. È il suo unico legame con il fuori e con la vita che fu. Una vita ormai rovinata dalla dipendenza dagli psicofarmaci, dai pestaggi della polizia, dalle ustioni che l’hanno sfigurato, dalle quotidiane umiliazioni, e prima ancora, prima di tutto, da un banale controllo di documenti nel gennaio scorso.
Brahim, il libanese, Ridha. Le loro storie non riescono a bucare lo schermo. Un po’ perché il Viminale ha vietato l’accesso della stampa nei Cie dal primo aprile scorso. Un po’ perché la società tutta ha coscientemente rimosso il problema. Al punto che dentro i Cie si sentono tutti dannatamente soli.

E alla domanda perché non protestate rispondono: “L’abbiamo fatto, ma è tutto inutile. Da quando sono dentro io, abbiamo fatto uno sciopero della fame di tre giorni, e non ne ha parlato nessuno. Abbiamo bruciato il centro, e non ne ha parlato nessuno. Siamo saliti sui tetti con le lenzuola e gli striscioni, e non ne ha parlato nessuno, a parte radio onda rossa. A che serve allora?” Allora forse, il prossimo 25 luglio potrebbe essere una data per ricominciare. Quel giornoun gruppo di parlamentari visiterà diversi Cie di tutta Italia. Con l’obiettivo di rompere il silenzio sui centri di identificazione e espulsione. Quel giorno, non lasciamoli da soli. Giornalisti, associazioni e liberi cittadini, unitevi alla nostra campagna sui Cie.LasciateCIEntrare!

PS: Per motivi di privacy e di sicurezza, abbiamo usato nomi di fantasia per i protagonisti di questa storia, raccolta grazie a un’intervista telefonica con uno dei reclusi del Cie di Roma, registrata il 15 luglio 2011

Inizia il campeggio NOTAV a Chiomonte

13 luglio 2011 3 commenti

DAL SITO NOTAV.INFO

Inizia con una una lezione del professor Massimo Zucchetti il campeggio no tav di Chimonte. L’appuntamento è alle ore 18 alla centrale elettrica di Chiomonte dove Massimo spiegherà gli effetti dei gas CS di conclamato effetto cancerogeno usati dalla polizia nelle giornate di lunedì 27 giugno e domenica 3 luglio. In questi giorni stiamo cercando di recuperare il materiale distrutto o frettolosamente recuperato dallo sgombero del presidio no tav della Maddalena. Mercoledì e giovedì sono le giornate in cui riallestiremo il presidio presso la centrale di Chiomonte. Già in questi giorni è possibile e anzi utile soggiornare e da venerdì sarà possibile con alcune comodità in più. Buon campeggio presidio no tav a tutti!

Foto di Valentina Perniciaro _armi da guerra nei boschi della Val Susa_

introduzione alla lezione, di Massimo Zucchetti

Venerdì 15 luglio ore 18:00 a Chiomonte, alla Centrale, davanti a reti e sbarramenti, Massimo Zucchetti in: Seminario misto Poliziotti e NOTAV su “Gas lacrimogeni CS: effetti immediati e ritardati sulla salute”.Con megafono. In modo che sentano TUTTI. Classe mista di allievi NOTAV e allievi poliziotti. La lezione avra’ come supporto un piccolo quadernino di quattro pagine (tutto su un foglio A4) con i concetti principali da distribuire in qualche centinaio di copie e fare in modo che arrivino anche agli allievi poliziotti. Sara’ richiesta a fine lezione la testimonianza di allievi NOTAV che raccontino in tre minuti a testa la loro esperienza coi gas CS.
Per i nostri allievi poliziotti e NOTAV  saranno predisposti dei poster A0 che illustreremo e poi lasceremo al presidio, con le principali  figure e concetti. A parte, per far vedere che non scherziamo nulla, una raccolta della recente letteratura internazionale che illustra le evidenze sulla cancerogenicita’ del CS con esperimenti in vivo (su animali).Risultati freschi del nuovo modello di pericolosita’ dei CS con i modelli dell’ente ambientale americano. Il CS contiene cloruro, quindi ha le caratteristiche tipiche dei composti urticanti e rientra nella definizione di arma chimica. Contiene sostanze che producono lesioni di varia natura in via definitiva o temporanea, in più viene metabolizzato sotto forma di cianuro ed e’ cancerogeno. Quindi è un’arma chimica a tutti gli effetti, anzi un’arma di distruzione di massa. Che ne sia permesso l’uso in tempo di pace è assurdo. Anche perché la convenzione internazionale sulle armi chimiche del ’93, è stata ratificata dall’Italia nel ’95, è in vigore dal ’97 e dice che non si possono usare in tutte le guerre internazionali.

LEGGI ANCHE: Val susa, ma quali black bloc?

Guerra in Libano: già son passati 5 anni

12 luglio 2011 3 commenti

Foto di Valentina Perniciaro _Beirut: quartiere sciita di Haret Hreik_

Caspita.
Cinque anni.
Ricordo perfettamente il momento della notizia della prima bomba su Beirut.
Ricordo che mi sono guardata intorno, in quel call center merdoso dove vivevo da precaria (ora da “assunta” è merdoso lo stesso)…tempo cinque minuti e la decisione è stata presa: io parto.
E così è stato, anche se per attraversare il confine Siria-Libano poi ho impiegato qualche giorno…arrivando a Beirut che i fuochi dei bombardamenti fumavano ancora, ma il frastuono delle deflagrazione era terminato appena.
Passeggiare per un paese conosciuto in piena ricostruzione pochi mesi prima, per ritrovarlo avvolto dalla polvere, sotterrato dalle macerie, stuprato dai bombardamenti che dal mare e dal cielo hanno tempestato tutti i “punti critici” per Israele: ovvero i quartieri sciiti, le cosiddette roccaforti Hezbollah…nient’altro che quartieri e villaggi abitati da migliaia di persone.
Vi ho bombardato di foto in questi anni di quelle mie “passeggiate” di morte…
ma penso che smettere di farlo sia sbagliato.

Qui i due articoli che ho pubblicato nel secondo anniversario di quel massacro sionista, l’ennesimo: 12
MENTRE QUI LA GALLERIA FOTOGRAFICA

Val Susa: ma quali black bloc!!!

6 luglio 2011 16 commenti

Foto di Valentina Perniciaro _tonnellati di CS a frammentazione nei boschi_

Un lancio di molotov in un bosco: se non ci fosse di mezzo la caccia all’uomo di 300 persone sarebbe divertentissimo, ridicolo e delirante. Ma erano migliaia le persone che hanno affrontato gli opliti e le armi chimiche, per difendere una terra e le sue vigne, le frane millenarie e quel sottobosco profumatissimo e fitto non credo pensino nemmeno lontanamente di usare del materiale incendiario, neanche fosse l’unico mezzo a disposizione per difendersi.
Primo.
Poi… ma quanti anni sono che non vedete una molotov in Italia? C’è ormai una generazione e mezza di persone che se pure son pronte allo scontro e alla resistenza, non sono certo abituè di inneschi e lanci di bottiglie, forse e soprattutto a causa delle nostre leggi, che al contrario di paese come la Grecia (dove anche nelle notti più stellate ci son più molotov che astri cadenti), le classificano come “arma da guerra” [quei 6 / 8 anni di gabbia ].
Nessuno avrebbe mai lanciato una molotov per quei boschi: è così banale dirlo.
Anzi…

Foto di Valentina Perniciaro _Lacrimogeni sparati addosso_

Quello che più ho amato di quel popolo orgoglioso, incazzato, tosto come il granito di quelle frane preistoriche su cui vomitavamo i loro lacrimogeni è stato il loro amore, la loro devozione totale per ogni pezzetto di quel verde che ci proteggeva, mimetizzava, dava grotte e anfratti dove respirare un’aria che non fosse satura di armamenti bellici chimici il cui uso è vietato contro i civili e in simili situazioni. Armi da guerra i CS, quelli si: non per la magistratura italiana schiava delle sue leggi speciali, ma per le convenzioni internazionali dei diritti dell’uomo.
Cose che non appartengono comunque ai reparti di polizia, carabinieri e guardia di finanza di questo paese.
Armi a frammentazione: non so se l’avete mai visto.

Del CS in un bosco, nelle continue deflagrazioni che si avvertivano in quelle ore di guerriglia, si distingueva la sua scia di rumori ancor prima che quei maledetti fumi.
Un rumore tra le foglie, una cosa che si ferma in aria un po’ sopra le nostre teste, tra querce e noci e poi…frrrrrrrrrr…
difficile descrivere il rumore di un mega bossolo di 10 cm che si apre e fa partire sette-otto (mai riuscita contarli) dischetti alti un paio di centimetri, che a raggiera ti  precipitano su tutti i lati.
Un’arma da guerra, chimica a frammentazione.

Foto di Valentina Perniciaro _il cavalcavia da dove lanciavano sassi e lacrimogeni_

Ci sarebbe poco altro da dirsi, se non che  si aggira attorno al migliaio il numero di CS tirato sui boschi nei vari punti, tra La Maddalena, il costone di Ramats, il bosco di Giaglione e i sentieri di Exilles.
Avete visto tutti quegli estintori che girano sulle foto oggi, dalla Repubblica al Corriere? Il famoso arsenale NOTAV?
Bhé quegli estintori hanno salvato i boschi, hanno lavorato per ore, trasportati di corsa da chi per i boschi sa saltellare da masso a masso: tra il frrrrrrrrrr della frammentazione dei CS si sentiva spesso l’urlo ESTINTOREEEEEEEEEEEE e via vedevi correre uomini e donne pronti a spegnere il sottobosco sotto cui si infilavano veloci come proiettili i dischi a frammentazione di quell’arma maledetta che ancora sento nei polmoni e nella testa.
Tirare tonnellate di quelli nei boschi vuol dire tentare all’omicidio: all’omicidio delle migliaia di valsusini che resistevano su quei boschi, illustrando a noi estranei metropolitani come saltare da un muretto all’altro, come andare a prendere aria dietro i massi per poi continuare a resistere e non lasciare quel fronte di lotta.

Foto di Valentina Perniciaro _l'assedio nel bosco_

Foto di Valentina Perniciaro _l'assedio nel bosco_

Loro, passo passo, ci hanno chiesto di avanzare o fermarci, loro spegnevano il LORO bosco attaccato da migliaia di fumaiole che nascevano qua e la, partorite da armamenti merdosi che stanno inquinando quel territorio, prima che a farlo siano l’uranio e l’amianto che dalla trivellazione delle montagne verrà stoccato non si sa dove.
Parlano di black bloc, di gente venuta da tutta europa, di organizzazione militare: non parlano però delle centinaia di lacrimogeni tirati in piena faccia a 15 metri di distanza, non parlano delle teste e facce aperte dalle sassate: perché non gli bastano scudi e manganelli, moschetti e fucili lacrimogeni, usavano anche i sassi

Ci riportano le dichiarazioni di Napolitano, un uomo che dal 1956 è sempre stato schierato dalla parte dei carri armati, del potere, dello Stato, della repressione.  Il mio presidente della Repubblica, della LIBERA REPUBBLICA de LA MADDALENA è lei che vuole le sue vigne.

A SARA’ DURA per voi, papponi e servi in divisa:
non credo che quella terra vi verrà lasciata con tanta facilità.

Andate pure a cercare i black bloc, gli inflitrati, gli anarco-insurrezionalisti e quello che vi pare: lì il nemico ce l’avete appollaiato su ogni albero, nascosto in ogni grotta, celato dietro ogni sorriso sdentato di qualunque vecchietto dal dialetto a me incomprensibile.

A SARA’ DURA SUL SERIO….

26 gennaio 2012: RETATE E ARRESTI IN TUTTA ITALIA PER GLI SCONTRI DEL 3 LUGLIO

[PRIMO MORTO IN VAL SUSA]
{LEGGI la storia di PLOGOFF, una guerra simile, VINTA}

Ergastolo di Santo Stefano: un fiore ai 47 corpi senza nome

25 giugno 2011 10 commenti

Siamo approdati sull’isola di Santo Stefano con un piccolo gommone.

Foto di Valentina Perniciaro _L'ergastolo di Santo Stefano si avvicina_

Scesi al volo, il piede si aggrappa subito ad un suolo minuscolo e spigoloso, uno scoglio meraviglioso, intriso però in ogni suo sasso di dolore.

L’ergastolo di Santo Stefano è il primo vero carcere nato sul suolo italiano; ha sentito sbattere le sue chiuse ferrose la prima volta nel 1797 per lunghi interminabili anni, fino al nostro 1965. Non un vecchio convento o castello, ma una struttura progettata per la detenzione e il controllo.  Salvatore non si può definire un custode, è più l’anima di quell’isola.
Sono le sue mani a sistemare il poco di sistemabile, ad aprire e chiudere i cancelli ai curiosi, a chi su quel posto scrive e ricerca, a chi invece come noi voleva portare un fiore a quelle tombe senza nome, con la speranza e l’impegno preso di provare a darglielo al più presto.

Foto di Valentina Perniciaro _le celle di Santo Stefano, isola del fine pena mai_

47 tombe ci sono, e grazie al lavoro decennale di Salvatore ci sono ora anche 47 croci di legno, avvolte però dalle erbacce e dalla vegetazione che su quello scoglio cresce selvaggia come se mano d’uomo non ci fosse quasi mai passata.
E invece, mani di uomini in catene, mani di uomini legati l’uno all’altro, mani di uomini che con gli stenti della fame e della sete che ha quasi sempre caratterizzato la prigionia isolana hanno vissuto quella terra stupefacente ma ostile. Piccola e capace di avere un concentrato di vissuto e di dolore che pochi altri luoghi hanno.

Foto di Valentina Perniciaro _L'ergastolo di Santo Stefano e la sua ruggine_

Bisogna andare a visitare quel luogo, bisogna vedere quell’abbozzo di Panopticon (la costruzione del carcere è precedente di qualche anno al progetto di Bentham) e soprattutto quel cimitero per capire, per sentire un po’ sulla propria pelle cosa significa privazione della libertà personale, cosa significa detenzione e soprattutto cosa significa ERGASTOLO.

Quel cimitero racchiude in se una solitudine mai sentita prima d’ora.
Quei corpi di cui la storia ha deciso di non aver memoria di un nome (c’è anche Gaetano Bresci tra quei corpi) hanno vissuto il proprio funerale molte volte prima che il loro corpo vi fosse seppellito, da altre mani prigioniere.

Detenuti che tagliano la legna, detenuti che chiodo su chiodo costruiscono una bara.
Detenuti che preparano quel corpo da chiudere nel legno, che dalla terra libera arriva con un piccolo battello.
Detenuti, uomini prigionieri, che accompagnano sotto quel sole e su quella terra nera il proprio compagno sulla collina, dove il grande mare avvolge tutto.

Foto di Valentina Perniciaro _il vero FINE PENA MAI_

Ci sono alcune immagini di quei funerale, che Salvatore custodisce amorevolmente in un album ingiallito… nel guardarle, nel vederli tutti vestiti uguali che si inginocchiano per salutare un altro vestito come loro, che s’è liberato prima di quella condanna terrena che aveva velleità di eternità, ho pensato che quegli uomini hanno vissuto chissà quante volte il loro funerale.

Io non so dove morirò, non so dove come e chi parteciperà ai miei funerali.
Non ho idea di come verrà riposto il mio corpo, di cosa verrà detto, di quale viale sarà percorso se ne sarà percorso uno.
A loro bastava guardarsi intorno, bastava tenere gli occhi ben aperti per assistere al proprio funerale, per veder costruire una bara uguale identica a quella che poi sarà costruita per loro stessi: chissà che aria c’era in quel blu che lì tutto circonda, nel momento in cui la terra cadeva sul legno, col canto dei tanti gabbiani e i colori incredibilmente vivi che sparano tutt’intorno.

Vorrei raccontarvi molte cose di quel posto…ci sarà modo, ancora devo digerirne i racconti e i sussulti del sangue.

Tutti al cimitero degli ergastolani, per dire NO al FINE PENA MAI!

20 giugno 2011 4 commenti

Il cimitero degli ergastolani

Il 26 giugno sarà la Giornata internazionale dell’ONU contro la tortura. Il 24-25-26 giugno nelle carceri italiane i detenuti daranno vita a una mobilitazione contro la tortura del carcere e nel carcere. All’esterno degli istituti di pena si mobiliteranno in vario modo associazioni, partiti, sindacati, movimenti e organizzazioni della società civile. Nel quadro di queste iniziative sollecitate dall’Associazione Liberarsi, si stanno raccogliendo le adesioni per un viaggio, proposto da Nicola Valentino verso un luogo simbolico della pena a vita.

“L’ergastolo di S. Stefano (1795- 1965) è noto per essere il primo carcere costruito dai Borboni secondo il moderno dispositivo panottico: gli ergastolani o altri reclusi  che vi erano rinchiusi, vivevano costantemente sotto sguardo dei loro reclusori. Ma la vera natura dell’ergastolo la si incontra  all’esterno del carcere, seguendo  un viottolo che porta al cospetto di un arco. Varcata questa soglia si scorge poggiato su un blocco di pietra, un piccolo portafiori vuoto che anticipa alcune file di tombe, ricoperte ormai da erbacce, con croci in legno senza nome. In fondo al piccolo cimitero dimenticato si scorge quel che resta di una vecchia cappella. Attualmente il cimitero è in completo abbandono, diversi anni or sono se ne prese cura un agente di custodia in pensione che scelse di vivere un po’ come un eremita a custodia di quel carcere ormai in disuso e in questa veste si preoccupò di contornare le singole tombe e di mettervi delle croci di legno. Se ne prese cura perché per quegli ergastolani la sola famiglia che era loro rimasta era S. Stefano. Questo luogo narra al di là d’ogni equivoco la natura dell’ergastolo. Cancellati socialmente e civilmente al momento dell’ingresso in carcere, quegli ergastolani sono morti in solitudine e senza nome, esclusi dal consorzio umano anche dopo morti.

L'ergastolo di Santo Stefano

Il cimitero degli ergastolani di S. Stefano è importante da vedere e far vedere perché racconta in modo emblematico e crudo anche ciò che è l’ergastolo oggi, in particolare la tortura dell’ergastolo senza speranza, l’ergastolo cosiddetto ostativo, in base al quale, delle attuali 1500 persone condannate alla pena eterna oltre 1000 sono sostanzialmente escluse da quelle limitate possibilità giuridiche che permetterebbero la concessione dell’uscita dal carcere dopo 26 anni di pena scontata. Si configura in Italia, diversamente da altri Paesi dell’Unione Europea, un “fine pena mai” effettivo, che prevede oltre alla morte sociale e civile delle persone condannate, la loro effettiva morte in carcere”.   Nicola Valentino

Un piccolo gruppo di persone è già pronto a partire venerdì 24 giugno ed è in cerca di altri compagni e compagne di viaggio: Giuliano Capecchi, Beppe Battaglia, Antonio Ruffo, (Associazione Liberarsi), Nicola Valentino (Sensibili alle foglie), Salvatore Verde, Dario Stefano Dell’Aquila (Associazione Antigone Napoli)….. Sono arrivate anche molte adesioni di reclusi ergastolani e non, di singole persone ed associazioni che però non possono intraprendere il viaggio.

Le persone che partecipano sono invitate a portare strumenti vari per documentare l’esperienza.
Il viaggio prevede l’arrivo a Ventotene al mattino con traghetto da Formia, il trasbordo in barca nell’isola di S. Stefano. La partenza da Ventotene nel pomeriggio.

Traghetto-andata, Formia ore 09:15 – Ventotene ore 11:15               Euro 12.30.
Aliscafo-ritorno, Ventotene, ore 16:40 – Formia,ore 17:40 Euro 17.90.
Treno andata-ritorno  da Roma. Roma ore 07:39, Formia ore 08:44, Euro 14.50. Formia ,ore 18:14 – Roma. ore 19:21. Treno andata-ritorno da Napoli. Napoli, ore 07:17. Formia, ore 08:12, Euro 9.50. Formia ore 18:18. Napoli, ore 19:30

Per info: 3664937843, assliberarsi@tiscali.it
o anche questo blog, che parte, ovviamente!

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