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Uno scritto del ’77, per ricordare Marco Melotti


Riappropriazione, contrattazione, sabotaggio

… a me sembra che dunque si tratta di sviluppare al massimo la lotta per i bisogni di classe, intendendo ciò, come affermazione di insubordinazione cosciente dello sviluppo capitalistico. Avere la capacità di garantire una buona sopravvivenza e far saltare l’assetto del comando capitalistico al di fuori degli schemi produttivi della borghesia, ma al tempo stesso sviluppare al massimo la battaglia politica interna al movimento, perché i comportamenti sociali conflittuali non si riducano ad una pura e semplice lotta per la sopravvivenza in quanto tale, che non vive ne si proietta all’interno di un progetto di organizzazione rivoluzionaria.

Funerali di Mario Lupo

Funerali di Mario Lupo

Continuare dunque a scegliere la pratica degli obiettivi estesa, di massa o d’avanguardia, purché inserita nel progetto, in ogni caso autodifesa ai livelli necessari, perché questo è il terreno privilegiato dello sviluppo della coscienza proletaria. Anche se ciò non può esaurire quella che è la metodologia e lo stile di lavoro dell’Autonomia Operaia organizzata.
Quando i padroni puntano apertamente, fra l’altro, ad una operazione su vasta scala di disarticolazione e scorporo della produzione, chiaro è il pericolo costituito dal radicarsi in settori sociali naturalmente antagonisti di una accettazione della marginalizzazione come condizione produttiva di vita. D’altra parte l’allargamento della sfera dei bisogni è un’istanza classica delle società capitalisticamente mature, riconducibile all’interno di processi di ristrutturazione che non può essere contrabbandata invece come comportamento conflittuale.
Abbiamo detto che la riappropriazione e la pratica degli obiettivi costituisce il momento trainante e qualificante delle scelte metodologiche dell’autonomia, ma abbiamo detto anche che nella fase attuale il metodo di intervento non esclude altre forme per la realizzazione del programma che da una parte comprendono la contrattazione stessa e dall’altra il sabotaggio, mentre il metodo costante dell’autonomia operaia si qualifica come ratifica, riappropriazione dei bisogni, autodecisione.
La contrattazione in quanto metodo proprio delle organizzazioni storiche del Movimento Operaio (metodo di per se gradualistico e riduttivo della capacità di lotta del proletariato), può assumere una sua validità solo se usato compatibilmente con una presenza diffusa dell’autonomia operaia e quindi come rafforzamento della sua egemonia nei confronti del revisionismo.

 

Dicembre 77

  1. Gianni Sartori
    20 maggio 2014 alle 23:08

    TRA REVISIONISMO SPICCIOLO E PERDITA DELLA MEMORIA
    (Gianni Sartori, 2014)
    Sempre più spesso ci tocca dover leggere interpretazioni e ricostruzioni artefatte, mistificanti (quantomeno superficiali, in qualche caso semplicemente false) sugli anni 60-70-80….
    Vabbè, abbiamo perso e la Storia la riscrivono i vincitori, ma almeno siate plausibili.
    O forse mistificare, stravolgere, infamare…serve ancora per esorcizzare la “grande paura” delle classi dominanti nei confronti di un possibile ritorno delle rivolte popolari? Il guaio è che a furia di insistere su alcune falsità queste diventano moneta corrente, luoghi comuni e le ritrovi anche dove non te lo aspetteresti. Qualche esempio alla rinfusa (ma volendo l’elenco sarebbe lunghissimo). Parlando su La Repubblica dei funerali di Pino Rauti Alessandra Longo (in genere osservatrice intelligente e preparata) definiva il fondatore di Ordine Nuovo un esponente del “fascismo di sinistra, anticapitalista e antimperialista”. Delirante. In che cosa sarebbe stato “antimperialista” questo ammiratore dell’OAS? Antimperialisti i neofascisti che si arruolarono nell’esercito sudafricano per combattere la resistenza indipendentista della SWAPO in Namibia? O quelli che in Libano collaboravano con la Falange maronita?
    “Antimperialista” anche Concutelli che in Angola divenne il vice del collaborazionista Jonas Savimbi, uomo della CIA, dopo aver fornito manovalanza alle squadre della morte antibasche in Spagna (con Rognoni, Delle Chiaie e Guerin Serac, come ha ricordato il giudice Salvini nella sentenza ordinanza della strage di piazza Fontana)? E poi, perché avvallare, sempre su La Repubblica, la favola di un Ordine Nuovo “anticapitalista”? Forse per il coinvolgimento nelle bombe del 12 dicembre 1969 nelle banche? Ma per favore! Incomprensibile poi che venga definito “il Gramsci di destra” (!?!). Forse per aver denominato la sua organizzazione “Ordine Nuovo” come il giornale del comunista sardo-torinese vittima del fascismo? Ma Gramsci pensava ad una nuova forma di organizzazione sociale che doveva sorgere dai consigli operai (“soviettista”) mentre per Rauti era la versione italica dell’Ordre Nouveau francese che si ispirava all’Ordine Nero delle SS (nel senso di confraternita, gruppo chiuso dell’aristocrazia guerriera dominante, come i cavalieri teutonici). Gli unici tentativi (comunque taroccati) di “gramscismo di destra”, che io sappia, sono quelli del francese De Benoist e di quel Tarchi che fu redattore della “Voce della Fogna” e tra gli ideatori dei campi Hobbit. Si parva licet, vorrei citare anche un’intervista (apparsa sul settimanale diocesano vicentino) ad Achille Serra da cui si ricava che l’inizio degli “anni di piombo” (termine abusato preso in prestito dalla Germania e inizialmente utilizzato per definire il biennio 1977-1978) risalirebbe addirittura al novembre del 1969 e alla morte dell’agente Annaruma “morto in uno scontro tra la polizia e gli anarchici”. A parte che Annaruma, presumibilmente, potrebbe essere rimasto vittima di uno scontro tra gipponi impegnati nei famosi “caroselli” (come sembrerebbe da un video visto in Francia, ma censurato dalla Rai, un metodo che costò la vita negli anni sessanta all’Ardizzone e nel 1975 a Giannino Zibecchi, per citarne un paio) resta il fatto che in quel momento davanti al Lirico di Milano si trovavano gli operai metalmeccanici dei tre sindacati confederali e un gruppetto di maoisti (tanto per la precisione). Certo, far iniziare gli “anni di piombo” venti giorni prima della strage di Stato a Piazza Fontana (e almeno sei o sette anni prima di quelli realmente e storicamente definibili come tali) permette di annacquare il tutto, stendere un velo sulla strategia della tensione e sul ruolo di manovalanza svolto dai fascisti, alzare una cortina fumogena indistinta sulla “violenza” e nascondere le responsabilità di apparati più o meno occulti in quelli che caso mai si dovrebbero chiamare “anni del tritolo di stato” (vedi, oltre al 12 dicembre, le stragi di Brescia e dell’Italicus nel 1974). Fermo restando che all’epoca il piombo statale aveva già fatto le sue vittime tra i manifestanti (Avola e Battipaglia, fine 1968-inizi 1969) nel solco di una tradizione ben consolidata. Ricordo che all’epoca ho personalmente distribuito i volantini che denunciavano l’uccisione di oltre un centinaio di manifestanti dal dopoguerra alla fine degli anni sessanta. Se non ricordo male, perfino i sindacati chiedevano il disarmo della polizia! Altro esempio di blando “revisionismo” (stavolta ritengo del tutto inconsapevole) dove non me lo sarei mai aspettato, su “A, Rivista anarchica”. Parlando della recente autobiografia del fondatore di Avanguardia Nazionale (dove questo collaboratore storico dei regimi fascisti di mezzo mondo si sforza di paludarsi con un’immagine da “rivoluzionario tercerista”, quasi un montonero) l’autore della recensione lamenta che Stefano Delle Chiaie non abbia ben chiarito quali fossero le sue attività nei periodi trascorsi in Spagna e in Bolivia. Beata ingenuità! Mai sentito parlare della consistente presenza di neofascisti italiani nelle squadre della morte contro i rifugiati baschi? E della mitraglietta Ingram già in dotazione alla Guardia Civil (”sottratta” a Delle Chiaie, nella versione di Concutelli) e poi utilizzata per assassinare il giudice Occorsio? O delle foto che ritraggono il “caccola” con altri neofascisti italiani al raduno di Monte Jurra (Jurramendi in euskara) dove vennero assassinati alcuni esponenti della componente democratica dei Carlisti? Quanto alla Bolivia, è noto che Delle Chiaie fornì le sue competenze al regime golpista e torturatore.
    Nel libro (con il titolo “L’aquila e il condor” preso in prestito da un testo iniziatico di sciamanesimo; forse era più indicato “L’avvoltoio e la iena” con tutto il rispetto per i due simpatici necrofagi) viene pubblicato un esempio da manuale di “intossicazione e propaganda”. Un volantino per il Primo maggio dove si strumentalizzano perfino i Martiri di Chicago (anarchici, condannati a morte del tutto innocenti) per dare un’immagine “sociale” e antimperialista della giunta militare.
    Forse, oltre al classico “La strage di Stato” (per quanto da aggiornare in base alle nuove informazioni che il compianto Edgardo Pellegrini all’epoca non poteva certo scovare) andrebbero riletti almeno “La destra radicale” (a cura di Franco Ferraresi, Feltrinelli ed.) e il libro di Stuart Christie “Stefano Delle Chiaie, portrait of a black terrorist”, black papers n.1, Anarchy magazine/refract publitions, London 1984. Non c’è tutto, ma quanto basta per farsi un’opinione. Una boccata di aria fresca dopo le ambigue rivalutazioni del neofascismo operate dai vari epigoni di Giampaolo Pansa (Luca Telese, Nicola Rao…forse più il primo che il secondo).
    Gianni Sartori

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