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La torsione del lutto, di Nicola Valentino

28 aprile 2020 1 commento

UN’EMOZIONE ED UN PIACERE OSPITARE QUEST’OPERA DI NICOLA VALENTINO.
Di Nicola, e con Nicola, c’è molto materiale su questo blog che fareste benissimo ad andarvi a leggere, una boccata di libertà le sue parole, sempre.
Così come quel che costruimmo nell’ergastolo di Santo Stefano, e che speriamo di ricominciare presto a vivere e costruire insieme.
Un diario pittorico scritto in questo periodo di quarantena e dedicato a Salvatore Ricciardi e Gigi Novelli.

Questi stralci provengono da un testo che potete integralmente leggere qui: 
Senza corpo non si può vivere completo

“Senza corpo non si può vivere” è il titolo della serie di opere che ho creato tra i

mesi di marzo e aprile del 2020.

Dal nove marzo mi ritrovo, come la quasi totalità delle persone in Italia, recluso agli arresti domiciliari per ragioni sanitarie collegate all’epidemia Covid-19, senza alcuna possibilità di uscire se non per limitatissime necessità, da dimostrare in caso di controllo delle forze di polizia. Appena questa condizione è stata istituita, nel mio corpo sono affiorate tutte le memorie dell’esperienza di reclusione all’ergastolo. Gli ultimi cinque anni della pena li ho trascorsi infatti in libertà condizionale con misure di libertà vigilata a ben vedere meno restrittive delle attuali. In questa nuova condizione infatti mi ritrovo con tutte le relazioni sociali: lavorative, affettive, amicali, ricreative, occasionali, amputate nella loro dimensione di scambio fra corpi, e un corpo de-socializzato viene ad essere minato nella sua umanità.

Ma oltre a questa reclusione domiciliare desocializzante il dispositivo che la nuova condizione ha maggiormente suscitato dal passato è che ogni decisione sulla mia vita sarà presa dallo Stato, nella forma ancora più ristretta del Governo: è lo Stato che ha deciso questo arresto, sarà lo Stato a determinarne modalità e durata in base a proprie valutazioni di ordine sanitario, politico, di opportunità… senza che né io e né a ben vedere altri milioni di persone in Italia, possiamo avere alcuna voce in capitolo. Questa impossibilità a decidere e ad autodeterminarsi in relazione con l’ambiente

circostante è ciò che è stato definito anche come situazione estrema. 1

Nei giorni tra l’otto e il nove marzo, quando questa decisione istituzionale andava maturando, ho detto a me stesso e alle persone che mi erano allora vicine, che sono entrato nella modalità del giglio. Il giglio è il marchio che mi sono tatuato sul braccio destro quando sono uscito dalla condizione dell’ergastolo per non dimenticare quell’esperienza. Il giglio, simbolo della casa reale francese, veniva impresso a fuoco sul corpo degli ergastolani. Questo marchio, nel mio caso, sicuramente era stato

scavato sotto pelle, per cui tanto valeva renderlo evidente. 2

Prima che essere scrittura sul corpo il tatuaggio (quello non puramente estetico) è segno del corpo, segno di un suo stato, come un rossore emozionato, come un pianto, come una cicatrice, e quindi si fa più nitido o sbiadisce a seconda della condizione che il corpo vive. Il nove marzo, infatti, il giglio del mio braccio destro si era fatto più nitido. Il tatuaggio quindi mi sembra sia in relazione con uno stato di coscienza,

con una memoria del corpo. Contribuisce quindi a creare un’identità.

Quando il mio corpo è entrato nella nuova condizione, è questa identità che ha cominciato ad operare perché sa come fare, cosa guardare, e da cosa guardarsi. Sa come mettersi in guardia in una condizione di assoluta disparità di potere e ha anche memoria delle risorse a cui attingere nell’isolamento fisico. Ho anche pensato che se per me la condizione reclusiva consisteva nell’isolamento, per molte altre persone ristrette in domicilio familiare, che si sono chiamate fra loro un “divieto di incontro”, come si usa dire in galera, la condizione sarebbe potuta diventare anche litigiosa se non letale.

In questa nuova cattività l’unica ampia via d’uscita che l’istituzione mi dà è costituita dall’accasamento nel mondo virtuale. Una via obbligata che quindi dal lato esperienziale avverto come una torsione al virtuale. 3
Al corpo impaurito e dalle misure restrittive pressato, viene offerto un unico sfiato. Che questa condizione anche nel breve non sia salutare è un quesito da meditare. La torsione al virtuale dal punto di vista delle connessioni orizzontali che sulla rete posso istituire non è anticipatrice di alcun prevedibile, progettabile incontro reale con le persone in carne ed ossa e il passato relazionale a cui, in alcuni casi potrei far riferimento, lo avverto con un senso di vuoto, come una mancanza. La torsione al virtuale imponendosi come unica via comunicativa mi sembra generi come una abitudine allucinatoria di tipo negativo del corpo proprio e altrui. Se l’allucinazione positiva vede ciò che non c’è, con quella negativa ci facciamo avvezzi a non vedere ciò che c’è. Questa perdita di ancoraggio ai corpi e alla loro storicità l’avverto come un fastidio quando persone che conosco mi “girano” nella chat del cellulare storie, detti, parole che non si sa chi le abbia mai dette né quando le abbia mai dette, dove le abbia mai pronunciate o scritte. I chi, i come, i quando, svaniscono e le parole girano senza ancoraggi ai corpi e quindi senza responsabilità. Mi riferisco a testi o link che vengono copiati nelle mie chat da persone, miei contatti, che spesso non si sono nemmeno preoccupati di aprire, controllare, verificare che tipo di informazioni vi fossero contenute. Questo particolare fenomeno fastidioso mi porta a pensare che quando ci accasiamo nella rete è come se assumessimo delle identità robotiche, oppure, per dirla più precisamente con il paradigma a me caro della molteplicità identitaria, è come se ci

dissociassimo in una identità robotica che agisce in base ad automatismi. 4

[…]

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Opera Sesta, Nicola Valentino

L’opera sesta nasce in accogliemento di due notizie luttuose.

Il due aprile ricevo un messaggio che mi informa della morte di Gigi Novelli. Durante la comune esperienza carceraria Gigi lavorò per un periodo nell’officina fabbri del penitenziario di Rebibbia e sapendo che avevo cominciato a dipingere con materiali strani, mi portò in cella una manciata di piombaggine, trafugandola a suo rischio dall’officina. La piombaggine è grafite polverizzata buona per lucidare il ferro

ed è diventata una delle materie che maggiormente utilizzo.

Il nove aprile mi arriva la comunicazione che anche Salvatore Ricciardi ha finito i suoi giorni. Con Salvatore ho condiviso alcuni anni di carcerazione, ma con lui non

mi sono poi mai perso di vista e ci siamo di frequente ritrovati in iniziative politiche e culturali contro l’ergastolo e ogni forma reclusiva. Chi l’avrebbe mai detto che dopo un ergastolo scontato mi sarei ancora trovato recluso e impossibilitato a testimoniare il mio lutto. l’undici aprile apprendo radiofonicamente la notizia che per Salvatore è stata possibile una camera ardente al policlinico e che quando la bara ha attraversato il quartiere San Lorenzo i compagni della radio con cui Salvatore lavorava e altri sono scesi per accompagnarlo – lo hanno fatto anche rispettando le misure previste di distanziamento – il quartiere è stato circondato dalla polizia in assetto anti sommossa e tutti i partecipanti a questo momento di lutto sono stati identificati e il corteo

funebre si è dovuto sciogliere.

Può essere un dipinto una forma di lutto quando il lutto viene impedito?

Mi sono ricordato di un amico come me all’ergastolo che quando gli fu negato per motivi di sicurezza l’atto umano di dare un saluto al proprio genitore morto, si chiuse in cella e in un sovrappensiero di ricordi tracciò su un foglio come un ricamo di segni che si cercavano fra passato e presente. Uno scarabocchio come personale cerimonia funebre. L’opera sesta, in ricordo di Gigi e Salvatore, fatta con sabbie di Cuba e del Vietnam, nasce nell’inquietudine di questi momenti e nel riaffiorare di una esperienza

estrema che l’estremo che ora tutti viviamo ha disseppellito.

Gigi e Salvatore non ci hanno lasciato a causa dell’ infezione da Covid-19 ma sono morti in un momento di generale dissacramento dell’esperienza della morte, di sua de

umanizzazione e di negazione del diritto al lutto.

Una persona cara mi invia un messaggio: “ciò che più mi spaventa, per come questa

epidemia è gestita, è che qualora ne morissi lo farei in solitudine”.

In questi mesi migliaia di persone muoiono da sole. Molti corpi sono stati cremati senza la possibilità per i loro cari di una cerimonia funebre. Altri vengono sepolti

nelle fosse dei dimenticati.

Una donna per alcune settimana non ha saputo dove fosse la salma del padre portata fuori regione su carri militari. Lo ha scoperto da una fattura con cui le è stato addebitato il costo della cremazione. Dichiarerà in una intervista che sono tantissime le persone con la sua stessa storia e con vicende anche peggiori: urne cinerarie perse, bare irrintracciabili che sono state trovate dopo una, due settimane di ricerche,

congiunti che si chiedono se veramente in quella bara sigillata ci sia il loro defunto.7

A New York, per liberarsi dei corpi sempre più in fretta, è stata ridotta da 64 a 14 la tolleranza verso le salme che alla morgue non reclama nessuno. In una situazione così non c’è altra scelta: seppellire i senza nome, i senza famiglia, i senza soldi nelle fosse comuni di Hart Island. Se siano vittime del coronavirus nessuno lo sa, se sono morti in casa, da soli, è probabile: ma non viene fatto loro il tampone. Di sicuro “si tratta di

persone per le quali in due settimane nessuno si è fatto avanti, accollandosi le spese

del funerale” 8

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Opera Quarta, Nicola Valentino

Una analoga torsione dell’esperienza della morte e del lutto l’ho incontrata promuovendo una esperienza anche molto cara a Salvatore Ricciardi che l’ha divulgata attraverso la sua trasmissione a radio Onda rossa. Per cinque anni tra il 2011 e il 2016 alcune centinaia di persone hanno partecipato all’iniziativa: “Porta un fiore per l’abolizione dell’ergastolo”.

Nell’isolotto di Santo Stefano di fronte a Ventotene, c’è un carcere secolare chiuso nel 1962 che ha funzionato come ergastolo dal 1700. Non molto lontano dal penitenziario si può incontrare un piccolo cimitero dove venivano sepolti i reclusi che vi morivano dimenticati. Esclusi quindi dal consorzio umano anche dopo morti. Per incuria istituzionale negli anni di chiusura del penitenziario quel cimitero è stato seppellito dai rovi e i defunti hanno perso i loro nomi. Il gruppo di persone che con me per vari anni ha portato i fiori sulle loro tombe è riuscito anche a ridare i nomi ad alcuni di quei defunti. Si è verificato anche che il nipote di uno di quei prigionieri morti abbia ritrovato finalmente suo nonno. L’istituzione non aveva mai informato la famiglia di dove fosse sepolto. Dopo ben sessantuno anni ha ricevuto un certificato

di morte del nonno ed è riuscito a dire una preghiera sulla sua tomba. 9

Nel 10000 a. C. come i loro predecessori del Paleolitico i Natufiani erano cacciatori alti un metro e mezzo circa, spesso abitavano all’imboccatura di caverne e disegnavano animali altrettanto bene degli artisti di Lascaux. “Nel 9000 a.C. seppellivano i loro morti in tombe cerimoniali e stavano adottando uno stile di vita più sedentario. Quest’ultimo fatto è indicato dai primi segni di edificazione di strutture, come la selciatura e la recinzione di piattaforme con muri e di cimiteri talvolta grandi abbastanza da contenere ottantasette tombe… (…) siamo all’epoca dei nomi propri di persona con tutto ciò che questo implica. E’ l’insediamento natufiano all’aperto di Eynan a presentare questo mutamento nel modo più vistoso. Scoperto nel 1959 , questo sito molto studiato si trova a una ventina di chilometri a nord del lago di Tiberiade. (…) A questo punto della storia si verifica un mutamento molto significativo negli affari umani. Anzicchè una tribù nomade di una ventina di cacciatori che vivono all’imboccatura di caverne, abbiamo una città con una

popolazione di 200 persone”. 10

Julian Jeynes prosegue la sua narrazione osservando che la tomba e la cerimonia funebre sono state fondamentali affinché gli umani potessero continuare ad ascoltare la voce dei loro morti che, divenuti antenati autorevoli e poi dei, consentivano alla comunità di procedere in modo integrato nella vita associata. In poche parole il racconto di Jeynes ci sembra dire che istituendo un legame con i corpi che se ne

vanno si genera il legame fra i corpi di quelli che restano.

Ho ripescato questa antica storia per dare una profondità temporale allo smarrimento del momento: quando 11020 anni dopo le tombe di Eynan una autorità qualunque impedisce il diritto al commiato e ad una sepoltura rituale, si viola una profonda acquisizione antropologica attraverso cui l’umano si è generato come corpo

comunitario seppur differenziato nei culti e nelle culture.

Che la cultura del lutto sia così costitutiva dell’umano lo si può evincere anche da alcuni esempi che hanno mostrato come la torsione del lutto che si è verificata nelle epidemie e nelle guerre sia poi sfociata in una contro reazione culturale e sociale. Un

esempio in tal senso è costituito da un luogo che mi è molto caro.

 

1 Bruno Bettelheim, La fortezza vuota, Garzanti 1987

2 Nicola Valentino, L’ergastolo, Sensibili alle foglie, 2009; Nicola Valentino, Le istituzioni dell’agonia, Ergastolo e pena di morte, Sensibili alle foglie 2017
3 Sul concetto di torsione: Renato Curcio, Stefano Petrelli, Nicola Valentino,Nel Bosco di Bistorco, Sensibili alle foglie, III edizione 2015.
4 Sul concetto di molteplicità identitaria vedi Renato Curcio, Nicola Valentino, La città di Erech, Sensibili alle foglie 2001, scaricabile gratuitamente sul sito della libreria http://www.libreriasensibiliallefoglie.com.  / In riferimento alle metamorfosi identitarie nella Società digitale, Renato Curcio, L’algoritmo sovrano, Sensibili alle foglie 2018
7 Rai News 23 aprile 2020 intervista di Giuseppe La Venia
8 Anna Lombardi 10 aprile 2020 La Repubblica, Troppi Morti a New York: si torna a seppellire nell’isola dei disperati.
9 Nicola Valentino (a cura di), Liberi dall’ergastolo
10 Julian Jeynes, Crollo della mente bicamerale e nascita della coscienza, Adelphi, 1984

 

 

 

I passi dei detenuti: il cerchio e la linea retta

14 aprile 2013 1 commento

Vincent Van Gogh _ la ronda dei carcerati_

Rinchiusi in prigione si lasciano morire: così viene detto dei Masai, dei Fulani, degli Aborigeni australiani ed anche di certe altre popolazioni amerinde ed esquimesi.
Vivendo pienamente nel presente, i membri di queste etnie, non appena reclusi, immaginerebbero che tutti i giorni a venire saranno nient’altro che una ripetizione del giorno che li sta facendo soffrire. E quest’idea insopportabile li stroncherebbe spingendoli alla morte.
Proviamo a punteggiare in altro modo. Perché non dire, ad esempio, che per una creatura felicemente integrata col suo ecosistema, la recisione dei legami relazionali con l’ambiente è condizione più che sufficiente per morire?
In tal caso non sarebbero i Masai, i Fulani, gli Aborigeni, gli amerindi o gli esquimesi a non sapersi adattare alla prigione poiché incapaci di ristrutturare le loro rappresentazioni del tempo. Sarebbe invece proprio la prigione che non si adatta a loro, alla loro vita e alla loro cultura.
Ed allora l’accento potrebbe essere spostato dalla “incapacità a vivere recluse”, attribuita a queste popolazioni, alla scelta di chi le reclude come scelta omicida.

Era stato appena arrestato. Di fronte alla porta blindata della sua cella, quella di un passeggio.
Dal buco dello spioncino riusciva a scorgere i reclusi che lo popolavano: tutti in isolamento, come lui.
Non sapeva spiegarsi perché alcuni camminassero in modo da descrivere un cerchio, mentre altri sempre e solo tracciando una linea:
avanti e indietro, come movimento macchinico, gli occhi puntati a terra e la testa china.
Anni dopo comprese: quelli che descrivevano un cerchio erano “dentro” per la prima volta.
Ecco: smettere di “circolare” è il primo modo in cui la reclusione entra nella carne.
Ma essere “tolto dalla circolazione” sarà mai l’inizio della retta via?

— Entrambi i testi son tratti da “IL BOSCO DI BISTORCO”, di Curcio, Petrelli e Valentino

PERCHE’ L’ERGASTOLO NON E’ UNA PENA ACCETTABILE,
PERCHE’ NON ESISTA PIU’ IL FINE PENA MAI, L’ISOLAMENTO, E IL CONCETTO STESSO DI RECLUSIONE.

Testi sull’ergastolo:
Adotta il logo contro l’ergastolo!!
L’ergastolo e le farfalle
Un fiore ai 47 corpi
Aboliamo l’ergastolo
Gli stati modificati della/nella reclusione
Il cantore della prigionia
Piccoli passi nel carcere di Santo Stefano, contro l’ergastolo
La lettera scarlatta e la libertà condizionale
Perpetuitè

Iniziativa a Milano il 27 Maggio: Qui le info

http://liberidall’ergastolo.wordpress.com : vai sul sito e adotta il logo!

Gli stati modificati della/nella reclusione: l’impatto con la detenzione

4 marzo 2013 13 commenti

“La soglia del reclusorio è più tagliente del più affilato rasoio. Chi l’attraversa non può evitare uno sfregio la cui rimarginazione non è affatto scontata.
La prima rasoiata isola il neo-recluso dai suoi mondi consueti, lo decontestualizza totalmente e in un lampo lo getta in uno stato di spaesamento radicale. Il noto, il familiare, l’abituale, scompaiono dal suo orizzonte sensoriale ed egli brancola, smarrito, nel vortice d’un risucchio che lo aspira entro un orrido di cui non percepisce altro che i pericoli.

Lo stato di spaesamento trova nella vertigine la sua forma più consueta.
Secondo Daniel Gonin, medico penitenziario e coordinatore di una ricerca condotta nelle carceri francesi per conto del Consiglio di Ricerca del Ministero della Giustizia, almeno “un quarto degli entranti in prigione soffre di vertigini (…). Quando questi malesseri si manifestano in forme spettacolari, per poco non arrivano a far cadere per terra coloro il cui equlibrio è piu’ precario. Tuttavia, anche se in forme meno gravi, condizionano ogni detenuto, costituendo una sorta di mordenzatura sulla quale si fissano progressivamente tutte le modificazioni sensoriali del recluso” [1].
La seconda rasoiata investe il flusso polimorfo degli stimoli ambientali che, improvvisamente, viene disseccato. La riduzione drastica degli stimoli ambientali riduce, in chi la subisce, un grappolo di fenomenologie riconducibili alle transe di ipostimolazione.
Arnold Ludwig nella sua celebre catalogazione degli stati di coscienza osserva che la riduzione delle stimolazioni esterne può essere considerata il dispositivo induttore portante degli stati conseguente alla reclusione [2].
Le persone soggette alla Riduzione degli Stimoli Ambientali accusano, secondo le ricerche, disfunzioni sensoriali, motorie, percettive, cognitive ed emozionali. Ed inoltre, in un estremo tentativo di difesa, esse recuperano memorie cruciali sepolte, che possono favorire un processo di adattamento come pure suscitare ansie aggiuntive le cui radici restano sfuggenti [3].
Stati di allucinazione visiva, auditiva, tattile; del gusto e dell’olfatto; difficolta’ a camminare, scrivere, leggere; distorsioni della percezione del tempo e dello spazio; sconvolgimenti dell’alimentazione, del sonno,della sessualita’ accompagnano chi vive quest’esperienza spesso anche per lunghi periodi dopo la sua fine.
Queste prime manipolazioni collocano a tutti gli effetti le torsioni relazionali esercitate dall’istituzione nell’ordine della tortura;
traducono le pene reclusive inflitte dai giudici in manipolazioni dei sensi e della coscienza le cui implicazioni sono del tutto trascurate da chi le innesca. Come pure trascurate sono pure le reazioni. Prima fra tutte, la morte [4]. Che e’ l’esito, talvolta immediato, di una dissociazione fallita; dell’incapacita’ o del rifiuto di elaborare, nel vortice della vertigine, un Senso qualsivoglia per la propria esistenza nella nuova condizione. D’altra parte, l’elaborazione, sia pur embrionale, di un Senso, se per un verso mette al riparo dalla morte, per un altro spinge una parte di se’ a vestire la divisa del carceriere e con cio’ ad avviare una dinamica penosissima di dissociazione.”

1. D.Gonin, Il corpo incarcerato, Torino 1994, Edizioni Gruppo Abele.
2. A. Ludwig “Alerated states of conscousness”, in Archives of General psychiatry, 26, 1968.
3. Anthony Suraci, Environmental Stmolus Reduction, Rew. Ment. Dis. 138, 1964, 172-180.
4. R.Curcio, S.Petrelli, N.Valentino “Nel bosco di Bistorco”, Roma, 1997, Sensibili alle foglie.

Questo uno stralcio di un testo di Renato Curcio,
per ora come assaggio del materiale che ho voglia di mettere,
perché per smontare il carcere abbiamo bisogno di iniziare a minare quello, anzi quelli, che abbiamo dentro di noi.
Quello che costruiamo, non sempre inconsapevolmente, all’interno dei rapporti nei contesti gruppali,
così come in relazione con le istituzioni che volenti o nolenti siamo costretti ad affrontare nella vita.
Perché per liberarsi dal carcere, dal fine pena mai, e da ogni dispositivo di obbedienza,
eeeeeeeh, c’è da faticà.

Adottate il logo contro l’ergastolo, è un modo per sancire che nei vostri luoghi, fisici o virtuali, non esiste l’aberrazione della reclusione perpetua.

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Ferragosto tra le sbarre…

14 agosto 2011 3 commenti

ALMENO QUEST’ANNO NON FA IL SOLITO CALDO, E PER VOI E’ SICURAMENTE UN SOLLIEVO.
MA E’ UN PO’ STUPIDO PARLARE DI SOLLIEVO, ME SA.
UN PENSIERO A CHI E’ RECLUSO, UN PENSIERO A CHI HA DAVANTI UN FUTURO DI RECLUSIONE,
UN PENSIERO A CHI E’ PRIVATO DELLA PROPRIA LIBERTA’ PERCHE’ HA SFIDATO IL MEDITERRANEO E QUESTA E’ LA SUA SOLA COLPA.
UN PENSIERO A CORPI RECLUSI, AI CINQUE SENSI CHE SCOPPIANO, CHE SI ALIENANO, CHE SI LACERANO…
le parole che seguiranno sono tutte tratte da “Il Bosco di Bistorco” , un libro che vi consiglio di leggere per capire cos’è la reclusione…

Quell’impossibilità di rispondere alla domanda: quando si spalancherà il Grande Cancello?
Quell’impossibilità di credere che resterà chiuso per sempre.

Foto di Valentina Perniciaro _blindato e ruggine_

Impossibilità per chiunque – non solo per chi è schiacciato dalla parola MAI vergata da un burocrate anonimo sulla sua cartella.
Ed allora, giorno dopo giorno, nel corpo torchiato da queste ed altre impossibilità, scorre il film della vita passata.
Proprio come, fotogramma dopo fotogramma, negli stati di morte imminente, in un attimo denso di tempo, il vissuto ricapitola tutta la sua trama.
Quella necessità di crearsi forti attese per ristrutturare l’impossibile.
Quell’angoscia di restar reclusi tra le sbarre del loro mancato inveramento.

L’ETERNITA’ PROBABILMENTE NON NACQUE COME CONCETTO,
MA COME PAROLA CHE DESCRIVEVA UN’ESPERIENZA DI ASSENZA DI TEMPO.
UNA REALTA’ ESPERIENZALE IMMEDIATA PIUTTOSTO CHE UN CONCETTO
DI DURATA TEMPORALE INFINITA
_CHARLES TART: Stati di coscienza, Roma 1977_

Il suo “fine pena” era: MAI.
Le parole di un compagno uscito dopo vent’anni riaffiorarono, senza che sapesse perché, tra i suoi pensieri: “Lasci la libertà che è giovane e la ritrovi come una vecchia signora”.
Pensò: “Quindi anche la libertà muore!”

Ci fu subito un’ondeggiamento inatteso: il gruppo barcollò.
Poi, dopo il primo stupore, ognuno cercò l’altro e, tutti insieme, si rannicchiarono in un angolo del campo.
Rimasero vicini, fianco a fianco. Quasi a volersi vicendevolmente proteggere dall’aggressione di quel grande spazio.
Da anni i loro piedi misuravano soltanto i quattro passi e dietro front delle celle o i nove passi e dietrofront dei passeggi.
Ora, il primo muro era a sessanta metri. Ses-san-ta-me-tri!
Ripresero un po’ di fiato, con l’ardore di tanti ragazzini si cercarono in una partita di pallone. Ma fu un’ecatombe.
Cadute rovinose, strappi muscolari, stiramenti, slogature: come in una danza folle ogni gesto mancava il suo scopo e si perdeva fuori luogo e fuori tempo.
Divenne presto chiaro: la programmazione psicomotoria di ogni giocatore restituiva le misure dello spazio interiorizzato negli anni di restrizione precedente. E nelle dismisure del nuovo spazio carcerario il corpo annaspava spaesato.

Per resistere alla reclusione si era appassionato alla cultura indiana e alla meditazione orientale.
Nel concentrarsi, però, incontrava ogni volta una difficoltà: la puzza di galera. Sì, quell’odore insopportabile gli impediva la meditazione.
“Non è un caso -disse- che tutti in carcere usino fiumi di profumo, guardie e detenuti.
E lavino per terra e disinfettino i muri: ma non c’è niente da fare. Hai presente l’odore delle bestie in gabbia?
Al mattino presto, al momento della conta, quando si aprono i blindati, ti arriva in faccia quel fetore di chiuso, di sofferenza notturna.
Ti colpisce come uno schiaffo.
[Aprì la busta e una soave fragranza lo rapì. Rapì il suo cuore. Sui fogli della lettera, come sempre, lei aveva lasciato cadere lacrime discrete di profumo] 

Deprivazione tattile

27 maggio 2008 Lascia un commento

“Sottratto al sociale, il corpo del recluso non ha modo di ricevere e cercare stimoli sensoriali. E, fra tutte le privazioni, quella della tattilità è forse la più grave e devastante. Così devastante che un bambino ne può anche morire.

Quando sul finire dell’800 la puericultura americana introdusse il “lettino con le sbarre”, soppiantando la tradizione della culla, cominciarono a verificarsi morti inspiegabili di bambini perfettamente sani. L’evento è passato alla storia come “morte da lettino” o “sindrome mortale infantile subitanea”. L’esperienza umana insegna che il cullamento è un moto di accarezzamento dell’intero corpo in ogni sua funzione.Una condizione essenziale di benessere che viene preclusa al “bambino fra le sbarre”.

Come la deprivazione tattile può far morire, così il toccamento può far rinascere.Il con-tatto umano è infatti una possibile cura in caso di coma irreversibile o per creature con lesioni cerebrali e handicap psicomotori. E’ il caso di quel centinaio di volontari che, a turno, andavano a casa di una bambina perchè potesse avere 24 su 24 l’unica medicina in grado di farla star meglio: il contatto umano: l’incontro e il toccamento di persone di ogni sesso, età, professione, cultura, che l’aiutavano negli esercizi di riabilitazione. La stimolazione è taumaturgica. L’assenza di tatto, invece, è dolorosa.

Tolgo dalle braccia -sotto pelle- frammenti di posate di plastica: le sole che si possono usare. Punte spezzate di forchette di plastica. Bastano piccoli taglietti e questi frammenti entrano sottopelle. Da quegli stessi taglietti, spingendo, tiro fuori le punte di forchette. Non c’è sangue, non c’è una goccia di sangue! Più ne tiro fuori e più, toccando, ne sento! Con un senso di fastidio, ma pazientemente, sto lì a tirar fuori questa plastica. Mi sveglio con un senso di angoscia. Quanta materia inerte ho assorbito in tutti questi anni attraverso i pori della pelle?

Penso al ferro, al cemento, alla plastica che tocco. Ed ai segni devitalizzati che mi invadono.E poi non c’è sangue! Senza che me ne accorgessi la morte mi è entrata dentro impossessandosi del sangue. Scrivo o racconto il sogno a chi posso , per lanciare un allarme. Bisogna avvisare, far presto, prima che l’inerte ci invada totalmente!”

tratto da “IL BOSCO DI BISTORCO”. Renato Curcio, Stefano Petrelli, Nicola Valentino. Edizioni Sensibili alle Foglie

Questo blog, inevitabilmente, parlerà spesso di reclusione, di privazione, di isolamento.
Si parlerà del carcere, dei meccanismi punitivi, di tortura fisica e psicologica, di ospedali psichiatrici giudiziari, di centri di detenzione temporanea per migranti…dei reietti. Di quelli che per lo stato devono marcire da reietti
Del diritto alla libertà, di quanto si può imparare dagli occhi di chi si è visto togliere tutto.
Col vento di questa sera non posso non pensare a chi è chiuso in una cella..con questo fischiare libero del vento, con questo piacere della pelle nel farsi attraversare da tanta forza.

CONTRO OGNI CARCERE, CONTRO OGNI GALERA.
GIORNO DOPO GIORNO!

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