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Port Said: quando l’Egitto parla di autogestione e lotte operaie

27 febbraio 2013 2 commenti

Leggo questo reportage da Port Said col cuore sospeso.
Perché appena caduto Mubarak, dopo nemmeno 4 giorni,
siamo corsi proprio lì a vedere come la rivoluzione procedeva (in quei giorni si gioiva e basta) in quel territorio e in quello di Mahalla al-Kubra e Tanta, due importanti centri industriali e tessili del paese.
Mahalla aveva vissuto i grandi scioperi,
la chiusura forzata e continuativa delle fabbriche, le braccia incrociate nei campi di cotone…
Port Said era una città praticamente a rilento.
Il canale di Suez che mai per decenni e decenni si era fermato non vedeva muoversi una goccia d’acqua : gli scioperi che avevano bloccato tutto stavano terminando ma il giubilo era troppo perchè si potesse tornare ai ritmi soliti in poco tempo.
Una situazione elettrizzante, che poi ha subito anche lo sventramento di tutta la vicenda dei 75 morti allo stadio: pagina buia, molto buia del nuovo Egitto, soprattutto con le 21 condanne a morte.
Dove a pagare son sempre gli stessi, e non i mandanti e i responsabili politici.

Col cuore sempre in subbuglio seguo le vicende di quelle città, sempre obnubilate dallo spazio dato a Tahrir, almeno sulla stampa europea.
quindi queste righe pubblicate oggi da Infoaut sono una boccata d’aria: a dir poco bella!
buona lettura

Egitto. L’autogestione di Port Said e le lotte operaie

Una realtà senza precedenti si sta realizzando nella città di Port Said: una completa autogestione, un rifiuto di tutto ciò che rappresenta l’autorità. Una realtà che i protagonisti delle lotte egiziane di questo momento – i lavoratori – stanno cercando di riprodurre anche in altre città.

Port Said è diventato un luogo completamente nelle mani del popolo. All’entrata della città, se in passato molti erano i posti di blocco della polizia, adesso si trova un check-point formato però dagli abitanti, soprattutto lavoratori in sciopero, autoproclamatisi “polizia popolare”. La stessa cosa vale per il traffico: non più vigili urbani, ma giovani, studenti e lavoratori che autogestiscono il traffico urbano. photo P1000147_3308x2481_zps07e33c93.jpg

Disobbedienza civile: ciò che caratterizza adesso la città è un completo rifiuto del governo di Morsi in tutte le sue forme, dunque cacciata della polizia, rifiuto del lavoro e del sistema scolastico governativo.

Per quanto riguarda il fattore “sicurezza”, con l’autogestione, le strade risultano adesso più sicure che mai. La polizia – a seguito delle proteste di piazza, della rabbia popolare seguita alle 21 condanne a morte legate alla strage di Port Said e alle 40 vittime dei successivi scontri – la settimana scorsa si è vista costretta ad accettare di lasciare la città nelle mani del popolo.
Il governo Morsi ha accettato di richiamare la polizia sia per le inconfutabili prove video che mostrano poliziotti del regime sparare ed uccidere a  photo P1000148_3308x2481_zpsc574a820.jpgsangue freddo i manifestanti, ma anche perché convinto che una città da sola non avrebbe potuto autogestirsi e che Port Said avrebbe richiesto l’intervento del governo per sedare le probabili rivolte. Invece la realtà è molto diversa e mostra che una città senza le “forze dell’ordine” è più sicura e vive meglio. 

Vi è poi un tacito accordo che permette all’esercito (maggiormente rispettato dal popolo in quanto tradizionalmente meno legato al regime rispetto alla polizia, emanazione questa del potere e dei servizi segreti) di presidiare i punti nevralgici della città, ma senza potere di intervento.

Dunque la realtà è questa: militari inermi a presidiare luoghi come il tribunale e l’importantissimo porto (adesso in sciopero) e la “polizia popolare” che si occupa della sicurezza nella città.
Il rifiuto di tutto ciò che rappresenta l’autorità si ritova nella pratica di non pagare tasse governative e bollette, rifiutando anche qualunque comunicazione con il governo sia centrale che locale.

La chiusura del governo centrale e l’autorganizzazione di mezzi e modi di produzione, rendono l’esperienza di Port Said una realtà senza precedenti ed una sperimentazione di un nuovo modo di vivere, di produrre, di esistere.

Le fabbriche sono chiuse, il traffico marino è bloccato, si produce ciò solo che serve e rimangono aperti solo i servizi necessari.
 photo P1000156_3308x2481_zpsd8cf9433.jpgSi produce il pane (nella foto a destra un negozio che vende pane a prezzi popolari; i cartelli indicano le ragioni della protesta); gli alimentari, gli ospedali e le farmacie rimangono aperti. In ogni fabbrica, sono gli operai a decidere se continuare la produzione o meno e la risposta generale adesso è NO. Prima giustizia, prima completamento della rivoluzione e poi, semmai, ripartirà la produzione.

Una nuova forma di autorganizzazione si sta sperimentando anche nelle scuole. Queste rimangono aperte ma le stesse famiglie di Port Said rifiutano di mandare i propri figli nelle scuole del governo. Proprio in queste ore insegnanti e comitato popolare stanno cercando di organizzare scuole popolari nella piazza centrale, rinominata la Piazza Tahrir di Port Said, in cui, accanto alle materie scolastiche si vorrebbero insegnare la giustizia sociale e i valori della rivoluzione egiziana.

Una realtà che può sembrare impossibile. Anche sulle pagine di questo portale abbiamo in passato raccontato l’esperienza di Port Said con altri occhi. Ma dopo la condanna a morte dei 21 imputati per la mattanza dello stadio, una nuova coscienza popolare è sorta in questa città, probabilmente in passato molto tradizionalista. Infatti, ad essere condannati sono stati 21 giovani, prevalentemente studenti, mentre la colpa della mattanza va ricercata in ambito politico; la sentenza sembra essere stata più un contentino dato a chi cercava giustizia. Nessuno degli imputati proviene dalle fila della polizia o dello stato e dei suoi servizi segreti. Questo Port Said l’ha capito e, appena le condanne a morte sono state emesse, sono scoppiati forti proteste che hanno portato all’uccisione di una quarantina di manifestanti, alcuni dei quali addirittura durante i funerali delle vittime degli scontri di piazza. Da qui è iniziato lo sciopero, la disobbedienza civile.

Una realtà che anche noi stessi, prima di vederla con i nostri occhi, non avremmo mai immaginato.

Una rabbia, inizialmente nata da una voglia di giustizia per le condanne a morte e per le successive 40 vittime, ma che poi è cresciuta ed è diventata politica. Il forte protagonismo operaio, la crescita di coscienza della popolazione di Port Said hanno reso questa protesta una lotta senza precedenti che tanto fa tremare il regime di Morsi. Una lotta che, se realizzata anche in altre città, potrebbe veramente mettere il regime in ginocchio.

Adesso non si chiede più, come era appena una settimana fa, di non punire i cittadini di Port Said per colpe che invece ha commesso il regime. Adesso si chiede una giustizia per tutte le vittime della rivoluzione, adesso si chiede a gran voce la caduta del regime. 

Nella giornata di lunedì una grande manifestazione si è tenuta nelle strade di Port Said: photo P1000180_3308x2481_zps582517b6.jpg sindacato indipendente dei lavoratori, studenti, movimento rivoluzionario, in molti sono scesi in piazza, in molti sono partiti dal Cairo per portare solidarietà ai lavoratori ed alla città in lotta. Un grande corteo ha invaso le strade della città, appellandosi ad uno sciopero generale in tutto il paese. 

Intanto altre città egiziane hanno in queste ultime settimane sperimentato grandi scioperi: a Mahalla, Mansoura, Suez gli operai di molte fabbriche hanno incrociato le braccia per settimane. Allo stesso modo in centinaia sono scesi in piazza per invocare lo sciopero generale in tutto il paese, molte le scuole e le università che hanno annunciato un prossimo sciopero generale. Molti i lavoratori ed i settori sociali che stanno scioperando senza però riuscire – per adesso – a generalizzare lo sciopero e la lotta, come avvenuto invece a Port Said.

Non si sa quanto quest’esperienza, chiamata “la comune di Parigi egiziana”, possa continuare. Sicuramente è difficile portare avanti una lotta di questo genere in un momento in cui il potere centrale potrebbe staccare acqua ed elettricità e, per ora, se non lo fa è solo perché teme maggiori espolosioni di rabbia. Inoltre, il proseguimento o meno dello sciopero dei lavoratori, è fortemente legato alla possibilità che questo si generalizzi e si riproduca anche in altre città.

Inizialmente gli abitanti di Port Said avevano annunciato di voler continuare lo sciopero fino al 9 prossimo marzo – data in cui verranno confermate le 21 condanne a morte – adesso, con il protagonismo dei lavoratori, il futuro si presenta incerto, ma sicuramente ricco di potenzialità.
Le difficoltà al momento potrebbero sembrare tante, ma la presa di coscienza di tutto il popolo (dunque non solo operaia), la pratica del rifiuto del regime, l’autorganizzazione, sono tutti elementi che sembrano dare delle prospettive positive a queste lotte.

La corrispondente di Infoaut dall’area mediorientale

Leggi anche: Lo stupro del branco come arma politica

Egitto: la mattanza di Port Said

2 febbraio 2012 7 commenti

Una tragedia immane, di cui non riesco a scrivere.
Malgrado io non conosca minimamente una curva, uno stadio, uno scontro dentro o fuori uno stadio,
sono senza parole. Incapace a raccontare, figuriamoci a commentare.
Conosco PortSaid, mi ha accolto a una manciata di giorni dalla caduta di Mubarak, col suo canale ancora bloccato dagli scioperi,
con le persone per la strada e tanti sorrisi pieni di futuro, intrisi di aspettative.
Oggi PortSaid vive una tragedia indescrivibile dai numeri folli: più di 70 morti, più di 1000 feriti.
E le responsabilità della polizia, già così palesemente evidenti, nel bloccare le vie di fuga e permettere la mattanza.
Come dicevo all’inizio non me ne intendo minimamente, non conosco le dinamiche ultras,
ma conosco la tifoseria egiziana.
L’ho vista in piazza, l’ho continuata a seguire dall’Italia, nella sua costante e radicale partecipazione alle mobilitazioni,
nella capacità di tener testa all’esercito e di organizzare un po’ la piazza, sempre così drammaticamente spontanea.

E quindi ancora una volta lascio la parola ai compagni di Infoaut, che dal primo giorno seguono la primavera araba e l’Egitto,
ma che da sempre hanno avuto un occhio puntato su queste componenti di giovani tifosi,
rivoluzionari.

73 morti e più di mille feriti. E’ il bilancio provvisorio degli scontri scoppiati al termine della partita tra una delle squadre di calcio del Cairo, El Ahly e la squadra El Masryla cui tifoseria ha invaso il campo al fischio di conclusione del match attaccando sia la squadra che la curva avversaria. Durante i primi minuti degli scontri la polizia schierata in assetto antisommossa non è intervenuta lasciando ripetere gli attacchi dei tifosi de El Masry. Solo in un secondo momento i celerini hanno preso parte agli incidenti unendosi all’assalto contro la curva dell’ El Ahly. Secondo fonti mediche molti ragazzi uccisi riportano ferite da armi da taglio.

La curva de El Masry e la polizia sono responsabili di una delle più gravi carneficine dall’inizio della rivoluzione, una vera e propria punizione contro una delle tifoserie più attive e coinvolte nel movimento rivoluzionario. Una provocazione omicida al movimento e a uno dei suoi bracci più generosi perché sempre in prima fila durante ogni appuntamento di lotta e conflitto contro Mubarak prima e lo Scaf (giunta militare) oggi. Non a caso la tifoseria dell’altra squadra cairota, lo Zamalek è subito scesa nelle strade della capitale scandendo slogan contro lo Scaf e annunciando di volersi dirigere verso lo stadio a Port Said per aiutare e difendere i tifosi dell’Ahly.

Entrambe le squadre del Cairo dai primi giorni della rivoluzione hanno siglato una sorta di “fratellanza rivoluzionaria” dimenticando le rivalità e unendosi per difendere i cortei dalle provocazioni e dalle aggressioni della polizia.

La tensione sale alle stelle in Egitto e dopo che ieri il movimento rivoluzionario si era scontrato nei pressi del parlamento con il servizio d’ordine dei Fratelli Musulmani con la mattanza dello stadio di Port Said il ritorno del faccia a faccia tra potere e piazza rivoluzionaria sembra essere ad un passo. Intanto le mura dello stadio continuano ad essere avvolte dalle fiamme ed è di questi minuti la notizia della sospensione del campionato. Voci parlano dell’arrivo di elicotteri per trasportare i tifosi dell’Ahly e nei pressi dei club sparsi per le città iniziano a radunarsi ultras e solidali.

Una lunga notte per l’Egitto rivoluzionario che con odio e rabbia ripete uno degli ultimi slogan scanditi dalla curva dell’Ahly: “Sento la madre di un martire che dice: i cani dei militari hanno ucciso mio figlio! Abbasso la giunta militare!”. [guarda il video della curva dell’Ahly mentre scandisce lo slogan]

Carlos Latuff commenta con una vignetta...

Nuova pubblicazione di nomi e passaporti di attivisti ISM. L’ultima volta era stato Vittorio…

26 maggio 2011 5 commenti

Quello che riporto qui, senza tradurlo perché non riesco ad averne la minima voglia, è quello che ora è visibile sul sito stoptheism   di cui più volte abbiamo parlato. Sulle pagine di questo sito erano già comparsi nomi e fotografie di alcuni attivisti dell’International Solidarity Movement: un macabro elenco di persone di cui si richiedeva nemmeno la cattura ma l’uccisione immediata, perché nemici dello stato d’Israele e vicino alle formazioni armate estremiste palestinesi. Il primo volto, il primo nome e cognome di cui si auguravano la morte quella volta era proprio Vittorio Arrigoni, di cui ora non possiamo leggere i commenti del suo blog, purtoppo. Quella volta le polemiche che sorsero in rete dopo la loro pubblicazione li portò a cancellare quell’elenco…
ma eccoci di nuovo.
Questa volta niente foto, ma l’elenco che appare sotto il testo che vi metto qui, è inquietante e vergognoso.
Decine di nomi e cognomi, date di nascita e numero di passaporto: quelli che loro definiscono “coloro che hanno interferito con le attività anti-terroristiche dell’esercito israeliano in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.Un appello a segnalare queste persone ovunque si trovino alla polizia locale o all’FBI. Fatico anche a mettere questa parte del loro testo, ma non essendo possibile linkarla (è possibile mettere solo il link dell’homepage del sito)è meglio farlo, visto che magari sparirà tra qualche giorno come accadde quella volta con la foto di Vittorio e degli altri.  (Sotto l’ignobile lista è riportato un articolo su Vittorio pubblicato da Il Giornale a firma di Fiamma Nirenstein)
The following names and passport numbers are members of the ISM who have interfered with anti-terrorism activities of the Israel Defense Forces in the West Bank and Gaza. If you want to make a real effort for peace in the world, note these names and individuals. In the US or UK, if you recognize them as from your area or neighborhood, contact your local law enforcement, local police, FBI and Homeland Security and advise them that these people have functioned as human shields for Hamas in Judea and Samaria or in Gaza and should be regarded as  national security risks at home. If they are foreign nationals from Germany or Sweden, notify your local FBI. Write your local newspapers and tell them about these people. These are not “peace activists”, not “human rights” workers. These are people who want terrorist organizations to succeed in their efforts to destroy the democracies of Israel, the UK and the Untied States. Today they operate in the shadows, but let their families, their associates and local law enforcement know who they are and where they can be found. Alert the TSA if they attempt to fly. Contact the US Diplomatic Security Service in your US city to void their passports for assisting as human shields the terrorists in Hamas and Fatah. If they attend your college, alert the administration. The deaths of Osama Bin Laden and Vittorio Arrigoni show how evil will eventually be conquered by good people. Both Hamas and Fatah have expressed grief at the demise of Bin Laden and the ISM also has said nothing about the killing of the murderer of thousands of Americans and Israelis because they support the terrorists who supported and worshipped Bin Laden. Arrigoni will not be the only ISM idiot taken out by Hamas or Fatah. These people below function as a fifth column within our democracies to help the allies of Bin Laden and Hamas. Together, we can all STOP THE ISM!!! If you have information of value to US, British or Israeli law enforcement, feel free to email us details at StoptheISM@att.net  or info@StoptheISM.com .

In Egitto si incoraggiano i cittadini all’arresto dei “vandali”

12 marzo 2013 Lascia un commento

Che è complicato anche scriverle due righe di commento a quest’articolo…le parole di Talaat Abdullah, praticamente un appello alla manetta libera, sembrano parlare direttamente a quel che nei tempi di Mubarak si chiamava la Baltagheyya, e che non credo proprio abbia cambiato nome. I fedelissimi, le squadracce pronte a difendere l’ordine costituito e il potere, quelle della battaglia dei cammelli, delle violenze, degli omicidi durante gli attacchi, dei ripetuti stupri degli ultimi mesi alle attiviste e militanti delle piazze del paese.
Con lo scontro tra polizia e esercito che s’è palesato a Port Said al suon dei proiettili che volavano, ci mancava anche un’ufficiale deligittimazione delle forze armate e d’ordine pubblico per “armare i fedelissimi”.E’ la risposta alla risposta popolare di queste settimane, la risposta alle sentenze, le grandi lotte operaie che iniziano a conoscere oltre allo sciopero e all’autorganizzazione anche l’autogestione dei posti di lavoro.
Un laboratorio di repressione si struttura, per rispondere all’immenso laboratorio rivoluzionario che è l’Egitto

Sta suscitando un ampio dibattito sulla stampa la dichiarazione rilasciata domenica dal Procuratore generale egiziano, Talaat Abdullah, per il quale i cittadini hanno il diritto di arrestare chi trasgredisce la legge.

Port Said, 7 marzo 2013

“Il Procuratore generale incoraggia tutti i cittadini ad esercitare il diritto assegnato loro dall’articolo 37 della legge di procedura penale dell’Egitto emesso nel 1950 – si legge nel comunicato diffuso dalla Procura – di arrestare chiunque sia trovato a commettere un crimine e consegnarli al personale delle forze di sicurezza”.

In una precisazione diffusa ieri, la Procura ha aggiunto che il procuratore generale non intendeva estendere ai civili i poteri d’arresto giudiziario, ma piuttosto circoscriverli al solo personale di polizia. Entrambe le dichiarazioni hanno però acceso numerose critiche, soprattutto da parte degli esponenti dell’opposizione laica e liberale al governo guidato dal presidente Mohamed Morsi, secondo i quali questa misura sarebbe il preludio alla sostituzione della polizia da parte di milizie appartenenti al movimento della Fratellanza musulmana o a gruppi ad esso vicini.
Numerosi membri di gruppi politici islamici hanno infatti immediatamente accolto con dichiarazioni positive la proposta di Abdullah.

“La decisione è un primo passo per porre fine alla sistematica violenza in corso in Egitto – ha detto per esempio all’agenzia di stampa nazionale MENA il segretario del partito ultra-conservatore Al-Gamaa Al-Islamiya, Alaa Abu El-Nasr – Il potere politico ha il diritto di avere una propria forza di polizia, capace di combattere i crimini per le strade”.
Nazer Gharab, membro dello stesso partito, ha specificato in un’intervista concessa alla televisione di voler istituire al più presto “una forza di polizia islamica per ristabilire l’ordine”.

Il timore che si diffondano milizie politiche armate nel paese, esacerbando ulteriormente il livello dello scontro, ha portato diversi esponenti militari, che hanno preferito parlare sotto condizione dell’anonimato, a suggerire la possibilità di un intervento dell’esercito.
Una fonte militare citata dal quotidiano governativo Al-Ahram ha infatti detto che “questa decisione aprirebbe la strada alla creazione di milizie private, garantendo una copertura politica alla violenza che significherebbe semplicemente la fine dello stato di diritto e l’avvio sulla strada di una guerra civile: in quel caso l’esercito non potrebbe restare a guardare”.
Michele Vollaro, InfoAfrica

solo due righe d’amore

29 gennaio 2013 1 commento

Giorni che non aggiorno Polvere da Sparo,
giorni in cui uno dei più cari viaggiatori che conosco ha mosso tappa verso Roma, per raccontarmi un po’ dei colori che ha vissuto passeggiando per questo mondo.
Giorni intensissimi però nel “mio” mondo.. il Cairo e l’Egitto tutto fibrillano di rivolte e repressione,
l’eccidio di Port Said e le successive condanne a morte, il giubilo da una parte, la rabbia altrove, lo Stato e i suoi apparati che ne escono sempre illesi. Da scriverne ce ne sarebbe per ore e mi riprometto di farlo, almeno per quanto riguarda gli eventi di Mahalla al-kubra, città dei grandi scioperi e delle grandi lotte e sabotaggi dei lavoratori.
Vorrei parlare degli stupri a tahrir, di cui sulla stampa internazionale si legge e si rimane basiti..
tanta carne al fuoco, speriamo solo di trovare un secondo in più oltre a quelli dedicati alla respirazione.
[intanto vi segnalo questo link che racconta dei black  bloc, novità delle piazze egiziane]

ora solo un po’ d’amore,
ora solo una dedica dolce,
in una giornata che ha ancora l’odore della prima.
Le ho scelte proprio perchè surreali queste righe, righe che parlano di notte e risveglio, tutto quello che in questi cinque meravigliosi anni ci è stato negato.
A noi, sorridenti e spettinati, e al nostro bambino, esplosione di felicità.

E quando tutti se ne andavano
e restavamo noi due soli
tra bicchieri vuoti e posacenere sporchi,

Com’era bello sapere che eri
lì come l’acqua di uno stagno,
sola con me sull’orlo della notte,
e che duravi, eri più del tempo,

Eri  quella che non se ne andava
perché uno stesso cuscino
e uno stesso tepore
ci avrebbero chiamato ancora
a risvegliare il nuovo giorno,
insieme, ridendo, spettinati.

Julio Cortàzar

Foto di Valentina Perniciaro _quando uno diventa due_

Egitto: tenetevi pure Tahrir, noi vogliamo la rivoluzione!

5 maggio 2012 1 commento

Sono giorni che non aggiorno questo blog,
sono giorni che sto fuori dal mondo, e le strade del Cairo riesplodono di violenza.
Una violenza bestiale, che il Consiglio Supremo delle Forze Armate, che doveva garantire la transizione, sta muovendo contro tutti coloro che stanno scendendo nelle strade in questi ultimi giorni, in solidarietà con i militanti salafiti che si son visti attaccare manu militari il presidio pacifico indetto per protestare contro  l’esclusione, decisa dalla giunta militare, di Hazem Salah Abu Ismail dalla corsa presidenziale.

Quel che è stato chiaro dal primo momento, quando il piombo dello SCAF ha iniziato a colpire a morte gli attivisti,
ma soprattutto quando gli scagnozzi della Baltageyya sono arrivati con i loro bastoni a pestare chi si trovavano davanti,
è che tutta la società civile, laica e militante del Cairo è scesa a portare solidarietà,
e a cercare di ricacciare via Baltagheyya ed esercito dalle strade della città, a pochi passi dal ministero della Difesa, nel quartiere di Abasseya.
Gli unici rimasti a Tahrir, in barba alla repressione e ai morti che si accatastavano velocemente, sono stati i Fratelli Musulmani,
intenti a cantare in piazza, come se nulla fosse:
quei canti gli si rivolteranno contro,
l’Egitto laico e rivoluzionario, come anche quello salafita,  i giovani degli stadi ( i 75 morti di Port Said bruciano ancora) e delle università, i bimbi scalzi venditori ambulanti,
insomma….
A sarà dura, per la fratellanza musulmana tenere le fila di questo suo potere arrogante, diviso con i carriarmati dell’esercito,
dalle facce e dai nomi provenienti tutte dall’era Mubarak,
e protetti dai loro scagnozzi di regime, pronti a sbucare con bastoni o cammelli, ovunque serva pulizia,
ovunque serva massacrare il desiderio di libertà, e di costruire quell’abbozzo di rivoluzione che da un anno e mezzo prova a far capolino.

Il “venerdì della fine” è finito, con altri 3 morti ad aggiungersi alla ventina del giorno prima,
con i Fratelli Musulmani che hanno rapidamente lanciato notizie che “nessuno dei loro militanti” era in quelle strade a scontrarsi,
e il “movimento 6 aprile” che s’è ritirato per “evitare il bagno di sangue”.

Le strade di Abbasseya rimangono piene: laici, salafiti, cristiani, la vera unità rivoluzionaria è quella che sta sfidando i proiettili (italiani, non ce lo scordiamo, sono tutti della Fiocchi) dello SCAF e gli  arroganti stornelli della fratellanza in piazza.
Tenetevi pure Tahrir, noi vogliamo la rivoluzione! 

Data la mia incapacità di stare al passo con le notizie ultimamente, non vi scordate mai che esiste Infoaut, quindi LEGGETELO!
Qui, le vecchie notizie sull’Egitto: leggi

Egitto: sciopero generale !

12 febbraio 2012 1 commento

Così come lo scorso anno la caduta del regime non è stata frutto solamente dello spontaneismo e dell’imponenza di Tahrir,
ma dell’enorme lavoro portato avanti in anni di lotte sui posti di lavoro, nei campi, negli scioperi generali, nel canale di Suez e nelle fabbriche…
Così ora è nelle loro mani l’avanzata di un processo rivoluzionario.
Nessuna altra strada esiste se non il portare il conflitto e la lotta nella quotidianeità dei posti di lavoro, tutti; con la nascita costante di organizzazioni capaci di canalizzare le energie e creare una coscienza di classe e operaia in grado di spazzar via gli anfibi del regime, così come quelli dell’esercito che dovrebbe garantire la transizione,
e che ovviamente sta garantendo solo la repressione, il terrore, l’annullamento del processo rivoluzionario.
LUNGA VITA ALLA RIVOLUZIONE EGIZIANA… TAHRIR IN OGNI POSTO DI LAVORO!

Vi allego, come sempre 😉 un articolo di Infoaut

Secondo gli organizzatori è stato “un vero successo!” lo sciopero generale del movimento rivoluzionario egiziano. E a parlare sono anche le cifre, come sempre ridotte all’impossibile, che sono state costrette a rendere note le fonti ufficiali: “almeno il 60% dei lavoratori”. La grande iniziativa di lotta era stata lanciata in un percorso politico e sociale tutto in salita perché se è vero che sabato scorso era il primo anniversario delle dimissioni di Mubarak non era affatto scontato che l’occasione da farsa celebrativa (per il potere) si tramutasse in giornata di lotta in continuità con il processo rivoluzionario.
Gli Imam e gli esponenti politici di spicco del movimento islamista moderato dei Fratelli Musulmani si erano sgolati tutta la settimana per sabotare lo sciopero
condannandolo duramente e invitando gli egiziani a non prendere parte all’iniziativa che avrebbe potuto trascinare nel caos l’economia egiziana. In perfetta sintonia con la fazione islamista anche i rappresentanti politici e clericali della comunità cristiana che si sono uniti al coro del ritorno all’ordine e alla pace sociale.
Eppure lo sciopero c’è stato e ha fatto male alla controparte individuata dal movimento nella giunta militare, lo Scaf, che venerdì in una nota si era detto molto preoccupato per i complotti in corso contro lo stato e per uno sciopero che a dir loro avrebbe messo a repentaglio gli esiti della rivoluzione.

Foto di 3arabawy

All’indomani della strage dello Stadio di Port Said il movimento ultras di Piazza Tahrir aveva fatto appello alla vendetta contro la giunta militare ritenendola responsabile della punizione contro una delle tifoserie più attive della piazza rivoluzionaria. Ne erano seguiti giorni di scontri violentissimi nei pressi del Ministero degli Interni in cui erano stati uccisi dalla polizia anche numerosi manifestanti. Lo sciopero generale di sabato era stato indetto proprio in questo contesto altamente conflittuale anche con l’obiettivo di dare uno sbocco alla forza politica che il movimento stava esprimendo sulle barricate. Solo venerdì decine di migliaia di manifestanti erano riusciti a raggiungere il Ministero della Difesa scandendo lo slogan delle ultime settimane “il popolo vuole giustiziare il federmaresciallo” esortando a continuare la lotta e a costruire per il giorno dopo (il sabato dello sciopero) una importante iniziativa.

Allo sciopero generale, oltre a settori del pubblico e del privato, hanno preso parte anche diverse università e moltissimi studenti medi che fin dalle prime ore del mattino hanno presidiato gli edifici dei propri istituti per poi muoversi in corteo scandendo slogan contro lo Scaf. In questo modo il processo rivoluzionario si è mostrato per quello che è: radicatissimo nel cuore dei rapporti sociali del paese, tra fabbriche, università e quartieri.

Lo sciopero generale di sabato è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi: ha mostrato la completa autonomia del movimento, è riuscito a dare sbocco politico e sociale all’alta conflittualità raggiunta negli scontri di piazza degli ultimi giorni, e, elemento decisivo, sta continuando a provocare le controparti (Scaf, potere esecutivo, e Fratelli Musulmani, potere legislativo) facendole emergere per quello che sono: il blocco reazionario in marcia. Viste le cifre di adesione allo sciopero c’è da chiedersi quanti elettori del movimento islamista vi hanno preso parte non curanti degli appelli ad andare al lavoro ripetuti dalla fratellanza, e come avranno digerito le dichiarazioni dei propri eletti all’assemblea parlamentare che per alcuni giorni hanno parlato in sintonia con le dichiarazioni della giunta militare evocando complotti contro lo stato di chissà quale potenza oscura.

Un nuovo goal per il movimento rivoluzionario egiziano, che c’è da crederlo fino a quando non raggiungerà l’obiettivo minimo di scacciare i militare dal potere non lascerà la piazza, ma anzi sembra proprio ben attrezzato per raggiungere anche ben altri e importanti grandi scopi.

LEGGI IL RESTO SULL’ EGITTO: QUI

In Egitto gli scontri proseguono; in Syria un deserto di morte.

6 febbraio 2012 8 commenti

Dal massacro avvenuto nello stadio di Port Said non c’è ovviamente più stata tregua…
a quei 73 corpi, massacrati, se ne sono aggiunti altri, che purtroppo aumentano di giorno in giorno.
Da giovedì solo al Cairo sono otto i manifestanti rimasti uccisi, mentre il numero dei feriti balla da fonte a fonte,
ma è comunque altissimo. Appena poche ore di tregua durante questa notte,
poi appena il sole ha iniziato a riflettersi nelle acque del Nilo,
gli scontri davanti al Ministero dell’Interno sono ricominciati.
Il popolo ribelle non vede diminuire le sue fila: composte da shebab di tutti i credo e i gruppi.
La rabbia esplosa dopo quel massacro, foraggiato dall’indifferenza assassina della polizia e poi dal suo infierire,
si è portata via il paese intero, con Il Cairo in prima fila.
A Suez, la città dove il livello di scontro è sempre più alto che altrove,
chi si è riversato nelle strade l’ha fatto andando a colpire subito i centri nevralgici della repressione:
le questure, i commissariati, i tribunali.
Questa è la lotta che si combatte ora in Egitto, prima ancora di quelle nei posti di lavoro:
la lotta per liberarsi dall’oppressione,
la lotta per liberarsi dalla morsa costante ed immutata delle forze di sicurezza,
dei tribunali militari, delle celle delle prigioni dove si continua a torturare: la guerra è a Hussein Tantavi
e a tutto il Consiglio Supremo delle Forze Armate.
Gli slogan cambiano tono: non c’è più la ricerca di cambiamento, ora sembra esserci il desiderio di veder rotolare le teste.

Anche da quelle parti le ultime dichiarazioni dello Scaf farebbero sbellicare se non ci fossero tonnellate di vite di mezzo:
tutto quel che è accaduto a Port Said e quindi poi in tutto il paese, è causato da “forze straniere” che tentano di destabilizzare la transizione che invece loro son bravissimi a gestire.
Certo.
Va bene, c’è sempre la mano straniera, è tutto molto semplice.
Intanto guardate il volto di questa fanciulla, attivista del Cairo, colpita al volto come molte altre persone intorno a lei,

Il volto di @Salmasaid

mentre manifestava nei pressi del Ministero.
Colpita con pallini da caccia, che tentano di mirare agli occhi, spesso riuscendoci.
A @Salmasaid questa volta è andata bene, perfortuna.

Del muro abbattuto dalla furia l’altro giorno è rimasto poco, tanto che lo SCAF ha predisposto la costruzione di ben 4 muri al posto di quello…
ma le ultime informazioni dalla piazza ci raccontano che dopo le ultime cariche, i blindati sono arretrati di qualche centinaia di metri.
La voglia di buttarli giù tutti è palese: è un desiderio che vuole spazzar via i palazzi del potere e tutti coloro che scaldano quelle sedie.
Stavolta è così, il gioco l’hanno capito: stavolta vogliono le teste e affronteranno i loro fucili,
il gas nervino nei lacrimogeni come a novembre,
perderanno altri occhi e altre vite…
ma vi spazzeranno via.

IRHAL IRHAL YA TANTAWI!
Ora aspettiamo di vedere che giornata sarà l’11 febbraio, in cui è stato programmato uno sciopero generale nazionale contro l’esercito.

Nel frattempo, in Syria, il massacro avanza e ruota tutto intorno alla città di Homs, già pesantemente colpita nei giorni scorsi.
Il quartiere di Khalidiya l’altro ieri e quello di Bab Amro da una 30ina di ore, vivono uno stato di guerra guerreggiata.
Circondati dai carri armati, imprigionati in un assedio impenetrabile, vengono bombardati da ore.
Dei 337 morti della prima notte non abbiamo saputo molto altro; non sappiamo da quel momento a che cifra siamo arrivati, ma cambia poco.
E’ un vero e proprio bombardamento: i racconti parlano di interi palazzi ridotti in briciole, con famiglie intere rimaste là, prive della possibilità di chiedere soccorso o portarlo.
Una storia irraccontabile.
Che mi spezza l’anima.

Quattro chiacchiere con Hossam el-Hamalawy, con l’Egitto nel cuore

5 ottobre 2011 1 commento

Foto di Hossam el-Hamalawy

Foto di Hossam el-Hamalawy

Hossam El-Hamalawi non ha iniziato la sua attività di blogger nelle giornata di piazza Tahrir, così come la sua militanza nel movimento socialista rivoluzionario in Egitto. Ed è proprio quello che è venuto a raccontarci in una splendida serata al CSOA Ex Snia di Roma, il 4 ottobre.
Se avesse avuto davanti una platea di persone che non sapevano nemmeno dove collocare l’Egitto geograficamente, è cosa certa che tutti si sarebbero alzati con una consapevolezza profonda di quel che sono i mutamenti che sta vivendo quell’enorme paese, immenso nella sua storia e nel suo territorio.
Una rivoluzione appena iniziata, certamente non terminata con la caduta di Hosni Mubarak.
La prima cosa che ha voluto sottolineare, con quella durezza e chiarezza che caratterizzano il suo modo di parlare, è stato proprio il grande superficiale errore di denominare le rivolte della primavera araba come le “rivoluzioni dei social network”. Erano ironici ma anche furiosi i suoi occhi mentre sciorinava le definizioni multimediali che sono state affibbiate al movimento egiziano che ha portato milioni di persone in piazza, fino alla caduta di Hosni Mubarak, ma non del suo regime.
E’ venuto a raccontarci una rivoluzione che non è nata il 25 gennaio 2011, che non è stata un evento su Facebook, che non è stata trascinata dietro dalle rivolte tunisine e la caduta di Ben Ali: è stato lì, con un timbro di voce forte e orgoglioso, a spiegarci la lunga strada della rivoluzione egiziana, gli anni e le lotte che hanno portato a quell’improvvisa e per tutti inaspettata folla rabbiosa, che ha sfidato tutto e tutti per ottenere almeno il primo pezzo delle propria libertà.
Il lavoro di Hossam, sul suo blog, si concentra soprattutto sulle lotte e gli scioperi dei lavoratori egiziani: dal Delta del Nilo dove le industrie tessili impiegano decine di migliaia di operai e operaie, al Sinai del Canale di Suez, dei gasdotti, dei grandi porti.
I primi scioperi degli anni 90 e l’ondata di repressione che ha caratterizzato quel decennio: sparizioni , carcere, tortura sono sempre stati all’ordine del giorno per chiunque provava solo a reclamare qualche pound in più sul proprio salario.
L’enorme macchina di controllo e sicurezza di Hosni Mubarak e dei suoi scagnozzi non permetteva nemmeno di sussurrare il suo nome, nemmeno in aperto deserto.

Foto di Valentina Perniciaro _Mahalla al-Kubra: la serrata delle fabbriche_

Poi l’anno della svolta, il 2000, quando anche grazie al fervore della seconda intifada palestinese, il panorama nei posti di lavoro e dentro le facoltà universitarie è iniziato a cambiare, anche se ancora nessuno aveva il coraggio di uscire per la strada, di manifestare nelle piazza, di cantare slogan contro il potere, il regime, gli abusi, la mancanza totale di libertà, i salari da fame.
Tahrir inizia ad esser “presa” da piccoli gruppi di manifestanti a partire dal 2003, con l’invasione statunitense dell’Iraq  e la nascita del movimento Kifaya (“basta” in arabo), che poi verrà definitivamente sventrato, nell’estate del 2006, dal regime.
Ma è proprio nel dicembre 2006, ci racconta Hossam, che gli scioperi di Mahalla portano per le strade 27.000 operai a braccia incrociate, e 3000 donne: proprio loro sono state a trascinare le industrie tessili nei quattro storici giorni di sciopero. Sono state loro ad entrare per prime in sciopero, le operaie, e a trascinare per il bavero i loro uomini, padri mariti e figli verso un nuovo livello di scontro.
Da Mahalla al-Kubra è un attimo, e tutte le fabbriche del Delta del Nilo incrociano le braccia, fino ad arrivare ad Alessandria e al Sinai: per la prima volta il regime trema, le basi di piazza Tahrir iniziano a costruirsi, la gente inizia a trovare il coraggio non solo di nominare il rais, ma di inventare e cantare slogan contro di lui.
Insomma, Hossam non lascia spazio a fraintendimenti su questo: la rivoluzione di piazza Tahrir di gennaio nasce molti anni prima, negli scioperi sempre più consistenti e nelle richieste della classe operaia, nasce a Suez, nasce nelle zone dei campi di cotone, nasce nell’indotto del Canale da Port Said al Mar Rosso, nelle richieste tutte politiche di chi scende in piazza sfidando le forze di sicurezza, il loro piombo e le loro retate.

Poi, il 25 gennaio.
L’inaspettato. Per tutti. Nessun egiziano, e questo me l’hanno raccontato tutti per le strade di quella città e di quei villaggi, si sarebbe mai aspettato quel che è accaduto: nessuno immaginava di arrivare in quella piazza in decine di cortei spontanei che si spostavano da ogni quartiere. Nessuno avrebbe mai pensato che quel giorno tutti, di ogni strato sociale d’Egitto, stavano riempiendo le strade urlando una sola cosa: IL POPOLO VUOLE LA CADUTA DEL REGIME.
La Fratellanza Musulmana, che non aveva aderito immediatamente alle mobilitazioni s’è vista costretta a farlo perché tutti i suoi giovani erano in piazza.
I copti, malgrado il terrore iniziale ( per decenni il regime li ha convinti che la loro sopravvivenza dipendeva dalle forze di sicurezza di Mubarak) hanno iniziato a scendere in piazza: nessuno è rimasto a casa.
E non li hanno fermati i cecchini sui tetti, non li hanno fermati la baltagheyya e la battaglia dei cammelli: nessuno ha potuto fermare quella marea umana che avanzava verso l’inizio di un nuovo Egitto, faccia alta e mani vuote.
Hossam ci ha raccontato di Tahrir ma anche di come nulla sarebbe cambiato se non fossero state tutte le altre città a rivoltarsi, in alcune zone anche con livelli di scontro estremamente pesanti, come a Suez: non è stata piazza Tahrir a far cadere il regime, ma gli scioperi di massa che dopo pochi giorni dalle prime mobilitazioni hanno inchiodato il paese tutto.

Foto di Valentina Perniciaro _Bye bye Mubarak_

Ha sottolineato però, che la controrivoluzione sta avanzando: c’ha raccontato come il Consiglio Supremo delle Forze Armate sta reprimendo le mobilitazioni e tentando di eliminare la possibilità di scioperare per i lavoratori, c’ha raccontato con nomi e cognomi come ancora gran parte dell’apparato di regime sia al suo posto, seduto comodamente sulla sua poltrona, c’ha raccontato di quanto ancora deve avanzare questa rivoluzione e del grande circo che saranno le elezioni del prossimo novembre. I socialisti e tutti i gruppi della sinistra rivoluzionaria le boicotteranno.

Difficile raccontare tutto quello che è uscito dalla bella chiacchierata di ieri sera.
Quando gli è stato chiesto della partecipazione femminile c’ha detto: “ma come, se v’ho detto che son state le donne a prender i lavoratori per il collo e a farli scioperare urlando che eran dei codardi!”. Con tono molto critico ha detto di come sia sterile la lotta di alcuni movimenti femministi della borghesia egiziana che si stanno mobilitando solamente per le quote rosa e per la possibilità di muoversi con il passaporto senza il lasciapassare di un uomo della propria famiglia. Importantissime istanze -ovviamente- ma, dice Hossam, ora dobbiamo preoccuparci delle priorità delle donne egiziane, delle lavoratrici, delle donne dei villaggi e dei piccoli centri che non sanno neanche cosa sia un passaporto. Per Hossam, e mi trova d’accordo, il processo di liberazione femminile in Egitto -essenziale e prioritario per il cambiamento del paese- non passa certo per le quote rose, ma casa per casa nella quotidianeità di ogni donna, ogni ragazza, ogni bambina.

Si è parlato ovviamente di Siria, dell’infinita solidarietà verso chi si sta ribellando al regime di Bashar al-Assad e del partito Baath, sopportando una repressione che non s’era ancora vista in questa stagione di rivolte mediorientali e nordafricane. Spazzato via in quattro chiare parole qualunque discorso su deliri complottistici e ingerenze occidentali o sioniste in Siria, il caro Hossam el-Hamalawy ha conquistato la mia più profonda stima.
Saremmo stati per ore a parlare e fargli domande, ma la stanchezza di queste giornate italiane a raccontare la sua esperienza era più che leggibile nel suo sguardo:un ragazzo che a trent’anni ha conosciuto la tortura e il carcere, che ha passato la sua vita a seguire sciopero per sciopero i lavoratori in lotta,
un giovane rivoluzionario che c’ha dato un po’ di grandi piccole lezioni in poche ore insieme.
C’ha raccontato di una rivoluzione reale, che sta passando sul corpo delle donne, dei lavoratori, degli studenti d’Egitto; una rivoluzione che non vuole fermarsi nè farsi ingannare, che sa riconoscere i suoi nemici, che cerca la solidarietà di ogni pezzetto di mondo e che ha l’orgoglio di voler ispirare il mondo che la circonda.
Grazie ad Hossam, alle sue parole chiare, al suo immenso lavoro, al suo essere per la strada giorno dopo giorno.
Fino alla vittoria.

Foto di Valentina Perniciaro

APPENA SARA’ POSSIBILE LINKERO’ L’AUDIO DELLA SERATA.

QUI IL BLOG DI HOSSAM: 3ARABAWY

Al-Aswani ci racconta quest’Egitto della controrivoluzione …

3 aprile 2011 3 commenti

Un articolo interessante, comparso pochi giorni fa sulle pagine del giornale indipendente egiziano Al-Masry al-youm, a firma del noto scrittore Alaa al-Aswani, noto anche per essere uno tra i fondatori del partito Kifaya (“basta!”), “movimento egiziano per il cambiamento”, nato nel 2004. NOn per sposare ogni sua parola, ma per dare un ulteriore elemento per capire quello che sta accadendo lungo le sponde del Nilo, da qualche mese a questa parte…

Foto di Valentina Perniciaro _Il Cairo del post Mubarak_

Parlavamo già un po’ di tempo fa del rischio che sta correndo il popolo di piazza Tahrir, che per un attimo e forse troppo ingenuamente, ha sentito la rivoluzione tra le dita delle mani. L’abbiamo raccontata col più sincero degli entusiasmi, ma allo stesso col terrore che possa essere, come dice in questa pagina al-Aswani, un’occasione sprecata. Una panoramica, che fa trapelare la rabbia per come l’esercito ha gestito l’arrivo ai referendum, il volta faccia dei Fratelli Musulmani, l’attesa popolare per un’incriminazione di Mubarak che continua a non arrivare…

Dopo la riuscita rivoluzione del 1919, e dopo che le forze d’occupazione britanniche ebbero ceduto alla volontà del popolo egiziano, re Faruq istituì una commissione incaricata di redigere una nuova costituzione. Essa venne nominata anziché eletta. Il leader nazionalista Saad Zaghloul si oppose, chiedendo che venisse eletta un’assemblea costituente per garantire che la costituzione rispecchiasse la volontà del popolo. Ma re Faruq insistette sulla sua posizione. La commissione nominata redasse la costituzione del 1923, che diede al re il diritto di sciogliere il parlamento in qualsiasi momento. Questa grave carenza costituzionale guastò la vita politica trasformando il parlamento in uno strumento nelle mani del re. Il partito Wafd di Zaghloul, che aveva la maggioranza dei seggi in parlamento, prese il potere una sola volta nel corso dei successivi 30 anni.
Stranamente, Zaghloul accettò la costituzione del 1923, nonostante i suoi difetti. In qualità di leader incontrastato dell’Egitto in quel momento, egli avrebbe potuto invitare gli egiziani a insistere sul loro diritto a una costituzione giusta e democratica. Ma l’occasione andò persa.

Foto di Valentina Perniciaro _Mahalla al-kubra e la sua vita quotidiana_

Dopo la rivoluzione del 1952, l’Egitto sprecò un’altra occasione di democratizzazione. La corrente antidemocratica presente all’interno degli Ufficiali Liberi dominò la rivoluzione, e il 16 gennaio 1953 emanò la decisione di sciogliere tutti i partiti politici e di confiscare il loro denaro e i loro uffici. Il partito Wafd era il partito di maggioranza all’epoca, ed era in grado di mobilitare l’opinione pubblica contro la dittatura, nel qual caso gli Ufficiali Liberi avrebbero ritirato la propria decisione e il sistema democratico in Egitto sarebbe stato preservato. Ma il partito Wafd non sollevò obiezioni. Fu un’altra occasione sprecata per l’Egitto. Invece, il paese rimase sotto il dominio autoritario per i successivi 60 anni.
Purtroppo, la storia dell’Egitto è piena di opportunità di democratizzazione sprecate. Ora abbiamo un’altra opportunità, che mi auguro non venga persa. La rivoluzione del 25 gennaio ha costretto Hosni Mubarak a dimettersi. Centinaia di egiziani hanno sacrificato la loro vita per amore della libertà. Fin dai suoi inizi, tuttavia, la rivoluzione si è trovata di fronte a una feroce controrivoluzione – sia all’interno dell’Egitto che all’estero.
Pochi giorni fa, il quotidiano kuwaitiano ‘Al-Dar’ ha riferito che le autorità egiziane stanno subendo enormi pressioni da parte dei governanti arabi, in particolare dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti, affinché Mubarak non venga processato. Secondo il giornale, questi Stati arabi hanno apertamente minacciato di congelare tutti i rapporti con il Cairo, di tagliare tutti gli aiuti finanziari, e di ritirare i loro investimenti dall’Egitto. Tali regimi si sono spinti addirittura a minacciare di licenziare i 5 milioni di egiziani che lavorano nei loro paesi, se Mubarak dovesse essere processato.

Da parte sua, Israele ha sempre difeso Hosni Mubarak, uno dei suoi migliori alleati. La stampa israeliana non nasconde le sue preoccupazioni di fronte al significativo cambiamento democratico in Egitto. L’amministrazione americana ha una posizione simile. Sia i funzionari americani che quelli israeliani riconoscono il potenziale dell’Egitto e sanno che diventerebbe una potenza regionale nel giro di pochi anni, se diventasse una democrazia.

Foto di Valentina Perniciaro _Preghiera serala a Port Said_

Sul quotidiano britannico ‘Guardian’, il noto intellettuale americano Noam Chomsky ha sostenuto che gli Stati Uniti appoggiano l’autoritarismo in Egitto, non perché temono l’estremismo islamico, come solitamente affermano, ma perché temono un Egitto indipendente che non faccia affidamento sul sostegno americano. L’amministrazione USA si impegnerà a fondo – Chomsky ha aggiunto – per garantire che il prossimo presidente dell’Egitto resti fedele agli interessi americani.

Oltre alle minacce internazionali contro la rivoluzione in Egitto, ci sono anche seri problemi interni. Le basi del regime di Mubarak sono ancora intatte. L’ex Partito Nazionale Democratico (NDP) rimane radicato in tutto l’Egitto. Centinaia di migliaia di membri dell’NDP faranno del loro meglio per riconquistare il potere, sia pure sotto una nuova denominazione. Centinaia di agenti della sicurezza statale, che hanno perso i loro posti di lavoro, sono ora liberi di provocare devastazioni. Decine di migliaia di consiglieri comunali, governatori, rettori e presidi di università (nominati dall’apparato di sicurezza), oltre a esponenti dei media, leader d’impresa e di falsi sindacati, stanno ora cospirando contro la rivoluzione.
Quali sono gli obiettivi della controrivoluzione? Le dichiarazioni di Mubarak alla stampa internazionale, prima che egli si dimettesse, sono particolarmente significative.
“Voglio farmi da parte, ma temo il caos in Egitto … ho paura che i Fratelli Musulmani possano arrivare al potere”.
La controrivoluzione sta ora implementando un piano per trasformare in realtà le paure di Mubarak al fine di mostrare che l’ex presidente aveva ragione. Questo piano comprende:

Foto di Valentina Perniciaro _bevendo l'indimenticabile kassab_

1. Fomentare il caos e terrorizzare gli egiziani per farli sentire insicuri. Ciò serve a farli stancare della rivoluzione e a spingerli ad accettare le mezze soluzioni per motivi di stabilità. Questo piano ha avuto inizio con il ritiro delle forze di polizia in tutto l’Egitto e con la liberazione di 40.000 criminali dal carcere, che sono stati armati e hanno ricevuto istruzioni di attaccare la popolazione civile. Il piano è rimasto in vigore durante il mandato di Ahmed Shafiq come primo ministro. Quando Essam Sharaf ha preso il suo posto, hanno avuto luogo diversi episodi di vandalismo e di tensioni settarie, umiliando in tal modo il governo post-rivoluzionario. Nonostante i grandi sforzi intrapresi dal nuovo ministro degli interni, Mansur Al-Issawi, la polizia rimane in gran parte assente. Il rifiuto della polizia di proteggere questa nazione costituisce un tradimento. Gli agenti di polizia possono astenersi dal compiere il proprio lavoro solo se gli viene dato un ordine in tal senso. E’ chiaro che coloro che ordinano agli agenti di polizia di non compiere il proprio dovere sono ancora più influenti dello stesso ministro degli interni.

Gli episodi di criminalità e di teppismo in Egitto non sono casuali. Sono per lo più pianificati e mirati. Ad esempio, il personale di sicurezza di fronte al seggio di Moqatam non è intervenuto quando il sostenitore delle riforme Mohammad ElBaradei è stato attaccato dai sostenitori dell’NDP il giorno del referendum. Nel quartiere di Shubra, nei due giorni precedenti il referendum, alcuni teppisti sono stati autorizzati a bloccare le strade, a terrorizzare la gente e a sparare a casaccio colpi di arma da fuoco, causando diversi morti. Non un singolo funzionario di polizia o soldato dell’esercito è intervenuto per proteggere i cittadini. Il fatto che molti copti vivano a Shubra e che i leader copti avessero annunciato la loro opposizione agli emendamenti costituzionali non ha nulla a che fare con questi attacchi? Gli attacchi erano forse mirati a terrorizzare i copti per costringerli ad accettare gli emendamenti, o avevano l’obiettivo di punirli per aver insistito sul diritto degli egiziani ad avere una nuova costituzione?

2. Celebrare processi selettivi, la maggior parte dei quali si svolge sotto i riflettori dei media. I media statali (che erano anch’essi sotto il controllo dell’apparato di sicurezza dello Stato) si sono precipitati a fotografare gli ex-membri dell’NDP Ahmed Ezz, Zoheir Garana, e Ahmed Maghrabi nelle loro uniformi da detenuti, durante le indagini nei loro confronti. Lasciando da parte il fatto che ciò è andato contro tutti gli standard professionali, lo scopo era quello di assorbire la rabbia degli egiziani e convincerli che si stava facendo giustizia. Con tutto il rispetto per il procuratore generale, ci sono molte domande senza risposta a questo proposito.

Foto di Valentina Perniciaro _Il Cairo e la città dei morti strabordante di vivi_

Perché Mubarak e i suoi familiari non sono stati indagati? Perché gli ex-leader dell’NDP Zakaria Azmi, Fathi Sorour e Safwat al-Sherif non sono stati messi sotto processo? Perché il procuratore generale non ha indagato a proposito delle 24 denunce presentate dai lavoratori dell’aviazione civile contro Ahmed Shafiq, accusato di sprecare il denaro pubblico? Durante il mandato di Ahmed Shafiq come primo ministro, perché il procuratore generale non ha compiuto alcuna indagine sugli agenti di polizia accusati di aver ucciso i manifestanti? Dopo che Shafiq ha presentato le dimissioni, perché la procura ha rilasciato gli agenti accusati di omicidio? Il loro rilascio non permetterà loro di nascondere le prove che potrebbero essere usate per incriminarli? Qual è lo scopo di processare funzionari corrotti e assassini in maniera selettiva?

3. Agli egiziani non è stato permesso di eleggere un’assemblea costituente in grado di redigere una nuova costituzione che rifletta la volontà del popolo e che porti l’Egitto verso un’era di democrazia. Invece, il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha sorprendentemente adottato la proposta di Mubarak di compiere limitati emendamenti costituzionali. Il processo di elaborazione e di approvazione degli emendamenti è stato afflitto da una serie di mancanze. In primo luogo, i membri della commissione incaricata di formulare gli emendamenti non sono stati selezionati sulla base di criteri chiari. In secondo luogo, il referendum si è svolto in tutta fretta dopo l’annuncio delle modifiche proposte, rendendo difficile per i cittadini comprendere appieno le problematiche coinvolte. Terzo, i cittadini potevano solo accettare o respingere l’intero pacchetto degli emendamenti, e non votarli singolarmente. In quarto luogo, la Fratellanza Musulmana e l’NDP si sono ritrovati uniti per la prima volta nell’appoggiare l’approvazione degli emendamenti. I Fratelli Musulmani hanno dimostrato di essere pronti a modificare la loro posizione a seconda dei propri interessi. Dopo aver raccolto le firme per mesi per sostenere la campagna di riforma di ElBaradei, essi hanno voltato le spalle a tutto questo e si sono alleati con l’NDP.
I principi dell’Islam sembrano essere sospesi per i Fratelli Musulmani durante la stagione elettorale, in quanto essi sembrano essere pronti a tutto pur di ottenere il potere. La Fratellanza Musulmana ha accusato i suoi oppositori di essere agenti stranieri. Ha distribuito zucchero e olio ad alcuni elettori, ha terrorizzato altri, e addirittura si è spinta a definire alcuni di loro ‘apostati’. La dimostrazione di forza della Fratellanza, anche se non è del tutto indicativa della sua influenza in tutto l’Egitto, sta servendo gli obiettivi della

Foto di Valentina Perniciaro _Il Cairo, tutti "ar gabbio"_

controrivoluzione. Da un lato, il movimento sta polarizzando gli egiziani sulla base della religione. Sta minando l’unità nazionale che la rivoluzione aveva invece alimentato. Dall’altro, esso dimostra ai simpatizzanti della rivoluzione in Occidente che Hosni Mubarak era davvero l’ultimo baluardo contro gli estremisti. Coloro che sono rimasti frustrati dalla calda accoglienza che i media hanno riservato al leader e assassino della Jihad Islamica Abud al-Zumur, dopo la sua liberazione dal carcere la scorsa settimana, devono riconoscere che queste immagini offrono un sostegno alla controrivoluzione. Al-Zumur, la cui lunga barba ricorda quella di Osama bin Laden, ha annunciato in televisione che uccidere in nome della religione è legittimo. Quest’affermazione ha terrorizzato milioni di occidentali che simpatizzavano con la rivoluzione egiziana, ma che ora sono pronti ad accettare il ritorno del vecchio regime in nome dell’esigenza di proteggere l’Egitto dagli estremisti.

Coloro che erano a favore degli emendamenti costituzionali hanno vinto il referendum. Pur rallegrandomi per la grande affluenza alle urne e rivolgendo il mio rispetto agli elettori, è mio dovere affermare che portare avanti il processo di transizione con un ritmo così rapido è contro gli interessi dell’Egitto e della rivoluzione.
Se coloro che sono al potere vogliono veramente sostenere il cambiamento democratico, il nostro sistema elettorale incentrato sui candidati deve essere cambiato. Questo sistema permetterà all’NDP e ai Fratelli Musulmani di aggiudicarsi la maggior parte dei seggi alle prossime elezioni. Che siano costoro a ricevere l’incarico di redigere la nuova costituzione egiziana è inaccettabile. La maggior parte dei giuristi ha sostenuto che una costituzione redatta da un parlamento eletto attraverso il sistema attuale non rappresenterebbe la volontà del popolo egiziano. Il loro ammonimento deve essere preso sul serio. La grande rivoluzione egiziana non diventerà un’altra occasione sprecata. Se il processo di transizione ci riporterà indietro, nessuno potrà impedire al popolo egiziano, che ha costretto Hosni Mubarak a dimettersi, di ottenere da sé la propria libertà.
La democrazia è la soluzione.
Tradotto da Medarabnews

Il Cairo, strade piene di cortei, prive di polizia…

25 febbraio 2011 1 commento

Foto di Valentina Perniciaro, Il Cairo ... cristiani e musulmani uniti

Oggi, ad un mese esatto da quel 25 gennaio che ha segnato la storia d’Egitto, piazza Tahrir è tornata ad esplodere di volti e bandiere, richieste e slogan.Un mese fa si sarebbe dovuta festeggiare la festa della polizia, come ogni 25 gennaio degli ultimi anni: la solita dimostrazione di forza di un corpo maledetto e detestato nel suo paese.
La festa je l’hanno fatta, non c’è che dire: non una caserma è rimasta in piedi, al Cairo come a Suez, ad Iskyndria come a Port Said.L’odio per la polizia e la Baltagheyya aspettava solo di poter esplodere, così la festa della polizia s’è trasformata nella sua scomparsa. Non c’è un poliziotto per le strade del Cairo: le caserme son vuote e bruciate.

Nei primi giorni di normalità qualcuno in divisa s’è anche visto… qualcuno ha provato a tornare alla solita caffetteria con i tavolini sul marciapiede per un thè zuccherato e una fumata, ma non  ha ricevuto buon’accoglienza.

Foto di Valentina Perniciaro _Il nuovo Egitto passa notte e giorno per la strada_

I bar strabordano di giovani, di militanti, di neo attivisti; i piccoli sbilenchi tavolinetti da due, tre persone si trasformano facilmente in tavolate dove si parla e si discute, ci si prepara per le assemblee o i volantinaggi. L’atmosfera di quei tipici luoghi del Cairo è mutata rapidamente e completamente.
E’ pieno di donne poi, cosa rara su quelle sedie tra una shisha e un caffè arabo fino a poco fa. Bhè, se un poliziotto in divisa prova a sedersi si crea il vuoto in un attimo: in tanti mi hanno raccontato di queste scene, nel centro del Cairo. Intere strade che si svuotano, per creare un buco di silenzio intorno a quei pochi che hanno ancora il coraggio di vestire quella divisa. E’ divertente parlare della scomparsa della polizia dalle strade con un egiziano: Ma fi, Qalas! Non ci sono, è finita!
Non devono farsi vedere!
Poi in realtà riposizionare i topi nelle rispettive fogne non è lavoro poi tanto semplice, in Egitto come altrove. L’altro ieri sono anche scesi in piazza per chiedere la riammissione in servizio dopo tre settimane di nulla: la manifestazione s’è conclusa davanti al ministero dell’Interno, attaccato anche con bottiglie molotov a quanto pare. Notizie di spari dall’interno, nessun ferito e tutto tornato come prima, almeno leggendo le agenzie…

Foto di Valentina Perniciaro, Mahalla al-kubra

Ed oggi piazza Tahrir, e quindi tutte le piazza Tahrir d’Egitto (ogni città ora ha la sua!) è tornata ad urlare la sua voglia di cambiamento: è caduto il regime di Mubarak ma con lui ancora c’è molto da far cadere e la lotta vuole andare avanti, urlano i manifestanti. Le piazze non si svuotano come messaggio chiaro al Consiglio Supremo delle Forze Armate che ha il potere nelle mani e deve garantire l’arrivo alle elezioni, c’è la pressione costante di milioni di manifestanti! Le nuove organizzazioni politiche, i fratelli musulmani, i copti, tutti vogliono che cadino le teste dei ministri di Difesa, Giustizia, Interni ed Esteri: la vecchia guardia deve sparire subito, non dopo le elezioni preventivate per settembre. E poi chiedono ancora il rilascio di TUTTI i detenuti politici, le dimissioni dell’attuale primo ministro Shafiq e un processo rapido per il vecchio rais, nascosto tra le sue mura a Sharm el-Sheikh.

Buona manifestazione, popolo di Tahrir (che nostalgia!)

Foto di Valentina Perniciaro _The Gang, in piazza Tahrir, al Cairo_

Egitto: lo stupro del branco come arma politica

26 febbraio 2013 1 commento

Anche i muri si mobilitano contro le aggressioni sessuali nelle piazze egiziane

Articolo preso da Contropiano a firma di Enrico Campofreda

”Ricordo le mani sopra il mio corpo che mi afferrano e stringono sotto i maglioni. Strappano il reggiseno, cercano i seni. Tante mani sulla schiena, sulle gambe, i miei pantaloni erano stati abbassati. Con tutta la forza provavo a tirarli su. Inutilmente. Poi ho sentito le dita nell’ano e nella vagina, tante penetrazioni davanti e dietro“.

E’ la testimonianza shock di una donna che frequentava piazza Tahrir. Una giovane piena di speranze per se stessa e per l’Egitto che quest’abuso ha allontanato dalla vita pubblica. Si tratta del volto nero della piazza della Rivoluzione, un lato inconfessabile e a lungo inconfessato sebbene qualche episodio allarmante s’era già verificato durante i 18 giorni della lotta anti Mubarak. Il più famoso riguarda la cronista sudafricana Lara Logan che nel corso d’una diretta televisiva venne circondata da una folla di uomini col classico sistema dei cerchi concentrici, allontanata dalla troupe e abusata sessualmente.

Il cerchio infernale

E’ definito così dalle poverette che ne sono state inghiottite. La tattica usata mostra come l’azione sia non solo premeditata in sé ma abbia, e lo  vedremo, ulteriori finalità. Durante più d’una delle adunate ciclopiche ospitate dal grande spazio nel cuore del Cairo è accaduto che una folla di almeno duecento uomini formasse due linee iniziando ad attraversare la piazza. Ondeggiavano, cantavano, ripetevano slogan. Un’accattivante coreografia. Davano l’impressione di partecipazione e tripudio. Individuate le vittime – due o tre donne isolate – si disponevano a U chiudendo il cerchio. Ne nascevano tre concentrici. Gli uomini di quello più interno iniziavano a palpeggiare e spogliare la donna. Chi formava il secondo faceva finta di aiutare le donne impedendo l’avvicinamento a chi volesse davvero soccorrerle. Il terzo cerchio distoglieva la folla estranea da ciò che stava accadendo. Secondo la testimonianza di una vittima “La confusione era assoluta, capivo di essere in pericolo e abusata ma pensavo che quelli dietro mi aiutassero. Fingevano. Tutto era confuso, il cerchio s’ingrandiva e io ero in balìa di cento braccia”.

Un sistema consolidato

Molte donne sono uscite non solo stuprate ma pestate da ginocchiate e seviziate da lame. Taluni attivisti di Tahrir, che in seguito hanno creato strutture contro le molestie sessuali sulle donne, ricordano l’assenza di episodi preoccupanti nella piazza nel corso della rivolta. Dicono che il caso della Logan fu un unicum sebbene il malcostume delle molestie faccia parte dei comportamenti delle fasce maschili egiziane più degradate. Ora i giovani del movimento fanno ammenda, hanno compreso in ritardo d’aver sottovalutato quel pericolo oppure di averlo etichettato politicamente e catalogato come l’altro famoso caso dell’attivista Samira Ibrahim, abusata da medici in divisa all’interno del Museo Egizio della piazza, durante un fermo ai primi di marzo 2011 dopo che Mubarak aveva già lasciato il potere. Insomma si pensava che il machismo sadico fosse opera di poliziotti frustrati, come coloro che mesi dopo picchiarono e spogliarono, sempre a piazza Tahrir, il povero corpo di un’attivista. Non era così.

Tradizione machista

Come in altri angoli del mondo il machismo che mira a fischiare, importunare, toccare le donne che transitano in strada è presente nella sottocultura locale della stessa megalopoli cairota. Episodi rimasti tristemente noti sono narrati anche dallo scrittore Ala Al-Aswani in una  celebre pubblicazione: la gioventù maschile egiziana pratica da sempre molestie sessuali verso il genere femminile. Purtroppo né più né meno del bullismo occidentale, questo non giustifica né l’uno né l’altro e soprattutto diventa inammissibile che un moto di cambiamento sia infestato di simili reati. Le prime a tacere sono state le vittime. Pudore, imbarazzo, sottomissione di ritorno, paura per il futuro le hanno inizialmente bloccate. Gli stessi media locali, che pure avevano raccolto alcune testimonianze,  non hanno insistito come gli attivisti uomini che non volevano infangare il simbolo di Tahrir. Ma proprio quest’ultimi sulla spinta delle manifestanti più coscienti e coraggiose hanno compreso che l’omertà non serve alla causa del nuovo Egitto, oltre ovviamente alla condizione della donna.

Stupro come arma politica

Una teoria elaborata dal novembre scorso e ora apertamente diffusa dai  Socialisti Rivoluzionari è l’ipotesi dell’uso dello stupro quale strumento per allontanare le donne dalla vita pubblica. Un altro volto dei misteri d’Egitto come i baltagheya nella ‘battaglia dei cammelli’, gli agenti infiltrati nelle stragi del Maspero e dello Stadio, l’immagine dell’Egitto mubarakiano che sta sopravvivendo anche per l’immobilismo dell’Egitto attuale. Il dito è puntato sul governo Qandil, sulla gestione islamica che non prende provvedimenti contro gli odiosi crimini, ma anche sulla presunta opposizione di El Baradei-Sabbahi-Moussa. Il cerchio si chiude se si parla delle strutture di sicurezza: polizia, forze armate, intelligence al di là di qualche sostituzione di vertice sono formate dagli stessi uomini di due anni or sono. NOIDUE!Tahrir_puliziegeneraliQuelli che massacravano di botte Khaled Said, abusavano di Samira, picchiavano e spogliavano le attiviste in strada, violentavano anche gli uomini. Non solo praticando torture ai detenuti ma abusando dei cittadini. Una storia diventata di pubblico dominio è quella di un conducente di bus che venne sodomizzato e filmato da due poliziotti, quindi ricattato e umiliato con la diffusione del videotape nel suo quartiere.

I princìpi della violenza

Non stupisce che l’abuso sessuale diventi un’arma politica, assassina come i colpi al cuore che hanno fatto in due anni più di mille martiri. E che si serve degli strati più miserabili per attuare il proprio disegno reazionario. Indagini compiute dai gruppi antistupro individuano le pedine di tale  disegno in una delle aree più degradate di una capitale che conta più di un quarto dell’intera popolazione del Paese. Sono adolescenti e giovani reclutati in località come Nazlet El-Saman, assoldati per molto meno dei picchiatori di mestiere. Ricevono anche un solo dollaro a testa per creare caos, colpire l’immagine della piazza e svuotarla. “La svuotano non solo dalle donne ma della stessa presenza di tanti cittadini disgustati da violenza e viziosità. E’ l’ennesimo livello di boicottaggio di cui si serve il potere dopo aver detto per tutto il 2011 che nella piazza circolava droga” sostengono all’Ong che ha creato l’Harrassmap, iniziativa di lavoro volontario per arginare il turpe fenomeno.

La rabbia che si riappropria delle strade d’Egitto: yalla!

23 novembre 2012 2 commenti

L’Egitto torna in piazza urlando al nuovo faraone che la rabbia è tanta,
non meno di quella che lo scorso anno ha portato ai feroci scontri che per giorni sono avvenuti in via  Mohammad Mahmoud, verso il Ministero dell’Interno.
Caddero corpi come mosche sotto i colpi delle armi dello SCAF, il Consiglio Supremo delle Forze Armate che doveva garantire la transizione dall’era Mubarak alle elezioni.

Molti altri persero la vista, colpiti con scientifica intenzione, agli occhi.
Non è la prima volta che l’Egitto ci riprova, non è la prima volta che diverse componenti della società egiziana, progressiste o anarchiche, organizzazioni giovanili e gruppi ultras,  rivolgono  la loro rabbia alla Fratellanza Musulmana, che dopo l’accordo di tregua tra Hamas e Israele ha assunto un ruolo internazionale non da poco.
Non è la prima volta che le strade dicono la loro sulla Fratellanza Musulmana.
La piazza non crede a nessuna delle promesse fatte, il proletariato egiziano non credo certo alle promesse di liberazione della Palestina del proprio Rais Morsi,
e insorge.
La piazza insorge contro un decreto che appare più come un colpo di stato.
Da ore la piazza è stracolma e gli scontri si succedono su Qasr al Aini, con un fitto lancio di gas lacrimogeni e già molti feriti che vengono trasportati venrso Tahrir,
tra poco gli ospedali da campo probabilmente torneranno a sbucare qua e là,
per le strade di una città che ha la capacità ormai di trasformarsi in un fitto campo di battaglia, spesso ben organizzato.

Bandiere rosso nere dal quartier generale dei Fratelli Musulmani, oggi

Molte le sedi politiche prese d’assalto e incendiate dalla folla,
anche la sede di Al-Jazeera ha avuto lo stesso trattamento
Una bandiera rosso-nera sventola dal quartier generale di Morsi,
le frange progressiste, come quelle anarchiche, hanno voglia di dire la loro.
E noi siamo al loro fianco.

W L’EGITTO CHE RESISTE!

LEGGI ANCHE da INFOAUT: QUI

Per altro materiale sull’Egitto: QUI

Damasco,sobborghi e campi profughi: di massacro in massacro..

2 settembre 2012 7 commenti

Al-Kadam è uno dei quartieri della periferia meridionale di Damasco,
il suo cimitero coincide con il confine di Yarmouk, il più grande dei campi profughi palestinesi all’interno della cinta periferica della capitale siriana. Una zona povera e polverosa, solo poco più vicina al centro rispetto a Daraya,
ultimamente diventata famosa per il più grosso dei massacri da quando questo conflitto è inziato.
Una zona particolare della città, come particolare è la compagine di Yarmouk, zone da sempre pullulanti di comitati di quartiere, di organizzazioni laiche, di donne,
dove le anime più progressiste riuscivano  ad emergere dai meccanismi della dittatura militare baathista,
costruendo un minimo di tessuto sociale che non fosse “Allah, Suriya, Assad wa Bass” (Allah, Syria, Assad e basta),
il “Dio, Patria, Famiglia” slogan numero uno della società siriana per decenni
ed ora di chi la difende, anche qui.

Sono infatti le zone che la stanno pagando più cara, a Damasco.
Il campo palestinese di Yarmouk  da subito è sceso in piazza contro il regime e già dal 15 maggio (anniversario della Nakba palestinese) dello scorso anno ha chiaramente fatto capire che non si sarebbe sottomesso allo sporco gioco di strumentalizzazione portato avanti dalle truppe di Assad.

maggio 2012, un funerale a Daraya

Dopo troppi funerali e sventramenti, ha accolto le truppe dell’esercito libero con le braccia aperte, per trovarsi poi a combattere qualche ducetto salafita, non certo ben visto tra i vicoli polverosi di Yarmouk.
E non si respira un’aria che possa definirsi respirabile.

Daraya, tutto il quartiere di Daraya, è sceso in piazza dal primo istante e non ha mai smesso di farlo:
Si è sempre distinto, fino all’ultimo suo respiro, per dei cortei fitti fitti, stracolmi di tutti gli abitanti di quelle strade,
cortei autorganizzati e liberi, mossi dai comitati di quartiere, mossi dai giovanissimi e da tante donne.
Daraya non s’è sottomesso alla militarizzazione del conflitto,  ha sempre scelto di muoversi senza armi,
testa alta e coraggio da vendere,
ed ora non resta che un lago di sangue.
L’elenco dei morti, che non ricordo se si aggira tra i trecento e i quattrocento, è facilmente reperibile in rete…
si accavallano nomi e cognomi, luoghi e date di nascita,
di un eccidio che lascia un amaro in bocca difficile da mandar giù.
L’orrore, l’orrore quello inimmaginabile, è stato tirato contro chi ha sempre scelto da che parte stare,
contro chi ha cercato di dimostrare dal primo istante la genuinità di questa ribellione,
poi facilmente svenduta alla militarizzazione e ai giochi internazionali.
Da che parte stare però appare chiaro,

Il campo profughi Al-zatary in territorio giordano…
nel nulla totale

perché son centinaia di migliaia i siriani che vogliono abbattere la dittatura militare che li ha piegati e resi muti fino ad ora,
senza passare per quella religiosa,
sono in migliaia a non voler scambiare una regime per un altro,

è proprio la sinistra siriana, la sinistra palestinese prigioniera dei campi,
chi ha sempre provato ad autorganizzarsi..
sono loro a passare il momento più buio, loro ad aver il cappio intorno al collo più stretto di altri.
Mi piacerebbe pensare che non siano abbandonati a loro stessi,
accusati anche di esser servi di giochi geopolitici che vi stanno mangiando la materia grigia.

C’è molto da leggere sul massacro di Daraya,
gli stessi comitati cittadini, quel poco di loro che è rimasto dopo quella strage fatta porta per porta,
hanno risposto all’articolo di Robert Fisk apparso pochi giorni fa e che in pochi secondi ha fatto il giro del mondo…
uno scivolone commentato da molti, che poteva risparmiarsi visto che poi scrive di suo pugno che non può muoversi senza “militari alle calcagna”…
sui commenti al suo articolo è facile reperire tonnellate di carta,
mentre vi allego integralmente la risposta dei comitati cittadini (QUI IN ARABO) :

On Wednesday 29 August 2012, Mr. Robert Fisk of The Independent wrote a report on the Daraya Massacre that was perpetrated only 4 days earlier. Mr. Fisk is a world-famous journalist known for his balanced opinion pieces and ground-breaking reports especially from the Middle East. The people of Syria especially remember Fisk for being the first foreign reporter to enter the city of Hama after the 1982 massacre and relate to the world the horrors he saw there. Thus, we were absolutely astonished by the above-mentioned report and would like to make sure that certain points in it are not left uncorrected. We do this out of respect to the fallen heroes and to make sure the voice of the victims is heard.

Daraya


Anyone who watched the infamous and insolent report made by the state-favored Addounia TV, would notice the obvious similarities between the two reports.
One major concern that would invalidate any statement taken from the victims is the presence of army personnel as admitted by Mr. Fisk himself. Anyone with the slightest knowledge of the Syrian regime would know the degree of intimidation this would incur in the hearts and minds of witnesses. The army does not need to spoon-feed the statements to the witnesses as fear is more than enough to make them repeat the narrative propagated by the government about armed militias and radical Islamists.

Moreover, the article is headlined and predicated on the government’s unbelievable prisoner-swap story. The question that begs to be asked is the following: Even if there was a prisoner exchange and it failed, does the Assad regime have any grounds at all for this level of retaliation? Were there similar failed rounds of negotiation before the massacres of Muaddamiya, Saqba etc. In fact, what has been happening in the towns of the Damascus Countryside Governorate, and indeed all of Syria, follows a similar scenario that begins with shelling and ends with massacres of civilians.
A seemingly strong point in Mr. Fisk’s report is his mentioning of real names of people telling their real stories. However, the Coordination Committee of Daraya has been in touch with some of these people and the following corrections need to be made.

1- The story of Hamdi Khreitem’s parents. The witness must have been too intimidated to identify his parents’ killers. Our reliable sources from the field hospital of Daraya confirm that both of them were targeted by a sniper (from the Assad army of course).

2- The story of Khaled Yahya Zukari. The witness was actually in a car with his brother and their wives and children. They were shot at by government forces and his wife and daughter (Leen) were hit. The baby girl’s head was almost split in half and a bullet penetrated the mother’s chest. The mother became hysterical as a result of the shock. Later she died as the field hospital had to be evacuated prior to an army raid. The Assad army told the people that the FSA raped and killed the woman.

The fear and intimidation of witnesses is reflected sometimes in their refusal to name a guilty side. Moreover, Mr. Fisk should know better than reporting conjecture such as this: ‘Another man said that, although he had not seen the dead in the graveyard, he believed that most were related to the government’s army and included several off-duty conscripts.’ The implicit accusation is of course directed against the FSA and this method of reporting resembles Syrian state propaganda par excellence, something that we wish Mr. Fisk had not done.
The revolution committee would finally like to stress also that Mr. Fisk did not meet any member of the opposition in Daraya and that he merely depended on the narrative of his ‘tour guides’ in reporting on such a horrific massacre, the ugliest Syria has seen in the 17 months of the revolution.

E vi lascio con il volto di Wissam Ali, nato e cresciuto non molto lontano da lì, nel quartiere di KafrBatna.
Lui è stato ucciso sulla porta di casa, giustiziato davanti alla sua famiglia.
Sul suo volto è chiara la scritta ASSAD E NESSUN ALTRO.
Basta questo penso…

Wissam Ali, Damascus
Sul suo viso la scritta “Assad e nessun altro”

Egitto: scoppiati ora pesanti scontri davanti al ministero dell’interno. “Taglieremo le vostre teste con le nostre mani, non con mani straniere” si legge nel volantino degli Ultras in piazza

2 febbraio 2012 3 commenti

La rabbia e il desiderio di vendetta dopo i morti di ieri a PortSaid si son riappropriate delle strade del Cairo,
sempre le stesse, in un deja vu di mobilitazioni che vedono incrementare vertiginosamente il livello di scontro.
Poi oggi è 2 febbraio, l’anniversario della battaglia dei cammelli raccontata dalle televisioni di tutto il mondo,
la giornata storica in cui tutta la città, da giorni in piazza, s’è vista un esercito di servi di regime attaccarli con ogni mezzo a loro disposizione. Un anniversario di decine di morti, molti uccisi a coltellate da chi, in borghese e senza una divisa da indossare andava a difendere gli interessi di un regime immobile mannaia alla mano.
L’anniversario della battaglia dei cammelli ha visto scendere in piazza la rabbia Ultras, ma non solo.
non certo solamente le tifoserie delle squadre di Al-Ahly e dello Zamalek, ma tutti coloro che in quest’anno non hanno mai smesso di ribellarsi,
Contro Mubarak e i suoi apparati di sicurezza,
contro la baltagheyya e le sue lame infami,

Foto di Valentina Perniciaro _le fiamme di Tahrir_

contro l’esercito e la sua finta transizione fatta di tribunali e prigioni militari.
tutti sono ora in piazza, da mezzora (18 ora italiana ) sotto i continui lanci di gas lacrimogeni,
che sappiamo che effetti producono su chi li respira: i nuovi acquisti, a partire da novembre hanno fatto diverse vittime,
tra le convulsioni e i polmoni ustionati.
Le componenti ultras si sono immediatamente lanciate sul muro costruito dallo SCAF su Mohammed Mahmoud, la strada che porta alla sede del Ministero dell’Interno, terreno di battaglia e purtroppo di decine di cadaveri, appena due mesi fa.
AL secondo mattone caduto, tra uno slogan e l’altro che chiedevano la caduta di Tantawi e l’abbattimento del Consiglio Supremo delle Forze Armate, c’è stato il primo attacco, tutt’ora in corso.
I blindati cercano di avanzare per ributtare tutti verso Tahrir, mentre due ospedali da campo già lavorano a pieno regime,
uno in Midan Falaki e l’altro in Bostan Street, parallela alla via del Ministero dell’Interno.
Sarà una notte lunghissima.
Lunga vita alla rivoluzione,
che la terria sia lieve a tutti coloro rimasti uccisi ieri e in quest’anno di orgogliosa rivoluzione.
Cercate di tornare TUTTI a casa: non vogliamo altri morti, shabab!

LEGGI IL VOLANTINO DEGLI ULTRAS AL-AHLY, tradotto dalla redazione di InfoAut

Si! Sono martiri, sono diventati martiri i compagni insieme ai quali, per 5 anni, abbiamo condiviso gioia e dolore.
Oggi il maresciallo e i suoi complici hanno voluto mandare un chiaro messaggio, vogliono punirci e condannarci a morte perché ci uniamo alla rivoluzione, perché lottiamo contro l’oppressione e i crimini, come quelli di oggi.
Signori, questa è una nuova serie delle tante serie di crimini della repressione del regime, repressione che vuole uccidere la rivoluzione dei giovani egiziani e aumentare il numero dei martiri.
E non sapevi che ogni goccia di sangue versata, avrebbe riacceso la nostra rivoluzione, e avrebbe riacceso le nostre urla che chiederanno la tua testa, caro maresciallo traditore?

E avete creduto che l’Egitto e il suo popolo potessero fare un passo indietro?
Non si sono presentati né il governatore, né il capo della sicurezza, non trovammo né la polizia militare né la sicurezza centrale.
Per la prima volta nella storia degli incontri di entrambe le squadre, la polizia s’è ritirata.
Sì, il vostro piano è chiaro.
D’ora in poi inizieremo una nuova guerra per difendere la nostra rivoluzione e i diritti dei nostri martiri, e ci prepareremo a ricordare il 28 gennaio.

Vi faremo riassaporare i momenti in cui, chi come voi appoggiava il precedete governo si dovette fermare e si dovette arrendere mentre osservava i rivoluzionari egiziani, di cui noi facciamo parte, seminare la propria libertà.
Sapete benissimo cosa significa affrontarci e sapete pure che noi fummo la rivoluzione, ancora prima che essa avvenisse.
La vostra repressione non ci spaventa e non ci è nuova.
Numerose sono state le iniziative per risolvere le divergenze tre Ultras delle squadre egiziane; questo non vi è bastato e avete iniziato a mettere in atto la vostra strategia.
Per questo vi comunichiamo che anche noi abbiamo una nostra “strategia”, ed è quella di tagliare le vostre teste con le nostre mani, e non con mani straniere.

Non aspetteremo che ci opprimiate volta per volta: difenderemo la nostra rivoluzione, difenderemo e ricorderemo i nostri martiri con tutti i mezzi possibili.
Si, il vostro messaggio ci è arrivato. La nostra risposta arriverà presto.

Memoria e gloria per i nostri martiri.

Ultras Tahrir Squares

Egitto: J25 e le mobilitazioni di solidarietà dall’Italia

24 gennaio 2012 2 commenti

A quest’ora, lo scorso anno, anche e soprattutto coloro che sapevano di scendere in piazza il giorno dopo,
al Cairo, non avrebbero mai pensato che non sarebbero più tornati a casa.
Io pochi giorni dopo mi son precipitata in quell’immensa piazza Tahrir, ed erano ancora tutti là, dopo più di dieci giorni.
Tutti al Cairo, tutti a Mahalla al-kubra, tutti a Bur Said … nei luoghi dell’Egitto in rivolta che m’hanno accolto,
la sola cosa che risuonava immensa ed unanime era IRHAL (vattene) e A CASA NON TORNIAMO, FINCHE’ TUTTO NON SARA’ CAMBIATO.
A casa poi sono inevitabilmente tornati, e non tutto era cambiato, anzi, pochissimo.

L’affidare nelle mani di un esercito colluso e braccio armato del regime da quarant’anni non è stato certo il gesto più lungimirante,
ed è per questo che domani sarà solo una data, una tappa importante per ricominciare dagli stessi marciapiedi che non si pensava mai di calpestare così in tanti, diversi, tutti insieme.
E domani quella piazza sarà di nuovo piena, e non sarà solo lì a festeggiare il suo nuovo presidente… anzi.
La piazza probabilmente lì rimarrà, finchè l’esercito non tenterà per l’ennesima volta di spazzarla via.

Ed io sono con loro: con gli egiziani che sanno di essere solo all’inizio, con gli egiziani più orgogliosi e incazzati dello scorso anno,
e più belli, perchè son stati 365 giorni di consapevolezza, di scioperi, di crescita, di collettivizzazione, di lotta…

Anche Roma e il resto dell’Italia avranno diverse piazze organizzate per portare una rumorosa solidarietà al popolo egiziano,
non contento del suo primo pezzo di rivoluzione, non soddisfatto.
A Roma, dalle ore 17, un presidio sarà presente a Piramide, di cui potete leggere QUI il volantino.
Mentre domani mattina su Radio 3 potrete ascoltare direttamente le voci di Piazza Tahrir, registrate negli ultimi mesi e soprattutto nelle mobilitazioni di novembre, represse nel sangue dal Consiglio Supremo delle Forze Armate che domani gestirà l’organizzazione dei festeggiamenti serali. “I volti di tahrir” è un lavoro eccellente di Marco Pasquini, che vi consiglio di ascoltare, che trasmette la rabbia di chi aveva creduto di avercela fatta,  la rabbia di chi non si aspettava di nuovo carcere e tortura,
di chi pensava di aver smesso di seppellire i propri compagni uccisi dal piombo di stato.

Venerdì pomeriggio invece ci si incontra alla SNIA per questa splendida iniziativa:
UN ANNO DI RIVOLTE NEL MONDO ARABO: LE PIAZZE, I MOVIMENTI, LA STORIA.

Gennaio 2011: milioni di persone si mettono in movimento, scioperano, occupano le strade, tengono la piazza. Cade Ben Ali. Cade Mubarak. Il Mediterraneo si accende.

La gioia delle popolazioni arabe per le enormi prospettive di cambiamento e liberazione dall’oppressione dopo pochi mesi viene strozzata. Mentre si concludono processi elettorali che vogliono comunicare al mondo che ora c’è la democrazia, il controllo asfissiante e la dura repressione non cessano. Intanto le bombe della NATO hanno chiarito che l’Occidente non è intenzionato a cedere di un passo nella tutela dei sui interessi economici.

Come e chi ha seminato il germe della protesta generalizzata? Come e chi ha tentato e tenta ancora di bloccare il processo di emancipazione esploso solo pochi mesi fa? Chi è ancora sulle barricate e chi vuole tornare in piazza?

Venerdì 27 gennaio presso il CSOA eXSnia apriamo un ciclo di incontri partendo dall’Egitto.
Proiezioni, riflessioni e testimonianze dei protagonisti delle lotte, con collegamenti da Il Cairo, la piazza Tahrir che per l’anniversario del 25 gennaio ricorda i suoi “martiri” e rilancia la sfida alle forze contro-rivoluzionarie.
Dal vivo le rime del rapper egiziano MC DEEB, in tour in Europa, una delle voci della rivolta egiziana.

PROGRAMMA

Ore 18:00 – dibattito

introduzione e moderazione: Africheinmovimento (RadiOndarossa)
Il ruolo del movimento operaio in Egitto con Ilaria Lolini
Voci dal campo con Marco Pasquini dal Cairo e alcuni protagonisti del conflitto
La rivolta…Le rivolte. Il mondo arabo in movimento con Wasim Dahmash

Dalle 20:30 Cena araba
Ore 21:00 proiezione del film “Tahrir – Liberation square” di Stefano Savona, 2011 – 90′
Cairo, febbraio 2011. Tahrir è un film scritto con i volti, con le mani, con le voci di chi stava in piazza. La prima cronaca in tempo reale della rivoluzione, a fianco dei suoi protagonisti.

22:00 Arabic Hip Hop live (sot. 3 €)
da Il Cairo per la prima volta in Italia
MC DEEB
presenta Cairofornia EP

QUI il resto del materiale sull’Egitto pubblicato e prodotto da questo blog.

Urgent appeal to OWS about Roberto Saviano – please circulate, share, twit‏

19 novembre 2011 19 commenti

Dear sisters and brothers in Zuccotti Park;
it is with deep dismay that we learn of today’s appearance on your stage of Roberto Saviano, best selling author of Silvio Berlusconi’s editorial group Mondadori. We are ashamed of having such an impostor to be the first Italian to represent us in this day. And yet we are not surprised, because misinformation – or hijacking truths – is the first weapon of oppression we have to fight against. That misinformation about Saviano still tricking so many well-meaning Italians thanks to a mediatic empire, Berlusconi’s owning pretty much all mainstream information channels, from tv to right and left wing
press, is now apparently trying to sneak onto your stage. We expect it to be for need of self-advertisement on behalf of Saviano; we cannot understand what this man might have in common with the fight against that 1% he himself is part of. It’s years we fight against a corrupted government and its speculators, an organized crime stronger than ever, a piloted media, a growing oppression of freedoms; and in this struggle, we always found Saviano to be on the other side of the barricade, stressing our differences, judging us from his columns on
repubblica while enjoying the millions he made out of a book far less courageous than hundreds of others – but backed by Berlusconi’s editorial group, and therefore sold in all his supermarkets.

Freedom of speech is paramount, and never we would ask to prevent anyone from saying anything, let alone from stepping in Zuccotti park. Censorship is a weapon of those powers we are all trying to fight, no doubt. But still, we ask you all to listen to his words today with
double care. Don’t let the usual Saviano circus deceive you. Don’t let his mask trick you.
 
When today he will jump on your stage, beware of his words about oppression. For these are the words of a self-declared supporter of neo-fascism (april 2010), who always distanced himself by the culture of the Left praising the deeds of Almirante – frontman of a neo-fascist party which did not hesitate to arm its own ranks, in the 70ies, in order to shoot and beat those 99% who would go down in the streets during protests. And when we would go down in the streets these years to fight against the government, austerity, and corruption, finding ourselves beated and tear-gassed by the police; it would be Saviano who would lead the trashing campaign against us, defending law and order to the point of calling us criminals. Ourculture, he said, (especially after the anti-government riots of December 2010. You can check http://www.repubblica.it), does not belong to him. Well, his culture does not belong to us. For we fight againstoppression, we struggle to feed our families and keep our job, we fight against organized crime, we fight against that 1% he represents.
When today’s he will advertise his editorial empire on your stage, beware of his words about crime. Because crime does not just come from thievery and corruption. Crime comes also from murder. Always on the side of the most powerful, Saviano has been defending more than once the work of the Israeli aviation against Gaza after Operation Cast Lead, which killed 1400 palestinians, mostly civilians, 314 of them children, to avenge the death of 9 Israeli soldiers (another 4 Israeli casualties came from friendly fire). Saviano called this disproportion
“democracy”, tagging palestinians in the Occupied Territories as “terrorists”. This, at a time when Israeli intellectuals are the first ones to raise the alarm of racism and authoritarianism in their country. But there are no midways in Saviano’s system of thought, no questions. Your movement bears the support of Chomsky and Zizek – we do not deserve to be represented by Saviano.
When today he will advertise his editorial empire on your stage, beware of his words on Power. For that Roberto Saviano is part of that 1% of bankers and financial hawks who keep deciding of us 99%. One week ago his editorial protector, Silvio Berlusconi, stepped down under the pressure of yet another financial crisis. Our country has then been handled to a lobby of bankers, CEOs, and a list of doubtable people who have already been tried for corruption and fraud, and questioned for conflicts of interests of all sorts. The main Italian banking groups will now directly rule our country through this cabinet. We are now a de-facto protectorate of our banks. In all this, Saviano was quick to decide which side he’s take: he’s a regular guest at the house of Corrado Passera, CEO of Intesa banking group, and now promoted to the post of minister of development (development of his
own business, we can suppose).
When today he will advertise his editorial empire on stage, beware of his words on freedom of speech. Because that is the same Roberto Saviano who tried to secure the exclusive copyright of being the only hero who fights organized crime. At the cost of turning his lawyers against no-profit local grassroot organizations like the Peppino Impastato center in Sicily (October 2010); a local reality, the Center, exposed day-to-day to the real threat of a murderous criminality which spared millionaire stars like Saviano and his bodyguards, but does not hesitate to target activists and journalists who live and fight daily on the frontline. Saviano was not the first one to speak against organized crime and we know for a fact (since investigations completed in 2009) that his death threats were mediatic fabrications Thousands struggle against organized crime each day, without bodyguards – Saviano can afford them, they can’t – and tv
appearances. They write and enquire and speak as loud as they can,
they walk out of their house every day, they fear for their children at school, they pay out of their own thin savings all those trials for defamation moved against them by Camorra leaders, mafia politicians, or people like Saviano. You never heard of them, cause they are not
part of that 1% which chose to sell and promote him instead – an author ready to all sorts of compromises and columns against his own people for the sake of keeping his wealth and fame.

Because this is what organized crime does to our life, in the land of what Saviano calls Gomorra, or further down where ‘Ndrangheta and Mafia rule, or up north, where politics and financial speculators strike deals. It buys people like Roberto, and uses them to shut us.
It tells us that either you’re part of that 1%, like Saviano, and ready to defend your privileges; or else, breaking your silence will not make you rich – it will make you unemployed, broke, or dead.
Had your movement been in Italy, he would have called you “hoolingas of chaos”, as he did with us when we were teargassed by the police. To him, here, we do not even have the right to look into facts, to raise the question of state violence, to occupy or disobey.
When he will jump on your stage selling himself as an occupier like you,
think about it.

The 99% of Italy

Lettera da Lampedusa, da un bimbo recluso alla sua mamma

4 agosto 2011 5 commenti

Lampedusa, 24 luglio 2011

Foto di Economopoulos _ i campi somali in Yemen_

L’amore di un bambino per la sua mamma. Scrivo questa lettera per dirti che ti amo. Da quando ci siamo separati ti penso giorno e notte, la notte è molto lunga per me lontano da te . Tu sei la più bella donna del mondo, tutti i bambini sognano di averti sulla terra, tu sei la miglior madre che io abbia mai potuto pensare. Un giorno mi sono separato da te mamma. Sai, se fossi un fiore io ti pianterei nel mio cuore, ti innaffierei con le mie mani. Quando ti penso le lacrime cominciano a scendere. Se oggi sono qui senza di te io mi sento solo al mondo e non c’è niente da fare tu sei la persona che conta di più per me, la più cara del mondo. Io sogno per me un giorno di ritrovarti sana e salva, le tue piccole filastrocche canzoni, mi fanno salire il morale, e mi danno la speranza di essere un bambino amato da sua madre. Io vorrei essere il più felice al mondo come gli altri bambini della terra, vorrei gioire della tua presenza, ti prometto che combatterò come posso con tutte le mie forze per ritrovarti. Io so che sei viva e mi pensi, io sarò sempre concentrato in tutto quello che faccio a pregare Dio misericordioso il più misericordioso, io so che Tu mi ascolti, senza sonno né sonnolenza, Tu sei presente nel tuo trono. Tra tutti i bambini aiuta me a ritrovare la mia famiglia, vorrei essere il più felice del mondo e sarebbe un giorno indimenticabile della mia vita.

Mi aiuti a farmi uscire da questa griglia?

Said Islam Yacoub
Riceviamo e pubblichiamo questa lettera da Lampedusa. A scrivere è un ragazzino di 14 anni. Si chiama Said Islam Yacoub, è nato in Camerun il 17 settembre del 1997, e non riesce più a trovare sua mamma Kadijatou. Suo papà è morto, e con la mamma hanno passato gli ultimi quattro anni a Sebha, in Libia. Ormai non la vede dallo scorso 17 marzo. Quel giorno lei non è rientrata a casa. E dopo qualche giorno, le milizie di Gheddafi sono venuti a prendere Said Islam e l’hanno portato via, caricato con la forza insieme a centinaia di altri africani deportati verso nord, nei porti sul Mediterraneo da dove salpano le barche dirette a Lampedusa. A quattro mesi di distanza da quel viaggio, Said ha deciso di scrivere una lettera alla mamma. Vuole che lei sappia quanto lui la ama e quanto ha bisogno di lei. Vuole che lei sappia che è vivo e che la cerca sempre. Nessuno sa dove lei possa trovarsi. Ma Said è convinto che sia ancora viva. Potrebbe essere ancora a Sebha, nei campi profughi di Choucha, in Niger o in qualche centro di accoglienza in Italia. Ovunque lei sia, aiutateci a diffondere la lettera di Said e a cercarla.

grazie, come sempre, a Gabriele Dal Grande, che permette a tutto questo materiale di circolare ed esser fruibile.

Passeggiando per una strana rivoluzione

15 febbraio 2011 1 commento

Veramente complicato aggiornare queste pagine da qui.
Siamo al-Cairo, una citta’ in pieno giubilo, una citta’ che vive per la strada da settimane e che sembra abbia vinto i mondiali, piu’ che una rivoluzione.

Il Cairo, 15 febbraio 2011 _Foto di Valentina Perniciaro_

Tutti a vendere bandiere dell’Egitto, cordoncini da legare in fronte con scritto ‘Io amo l’Egitto’ o ‘L’Egitto e’ al di sopra di tutto’…
i giovani, soprattutto, sono ora impegnati strenuamente nel ripulire la zona della citta’ che si e’ vissuta le lunghe giornate di Piazza Tahrir.
Secchi di vernice bianchi e neri rivestono i marciapiedi di nuova luce, le ringhiere degli spartitraffico ora puzzano e appiccicano di fresca vernice verde, le scope vengono quasi litigate dai bimbi, che spostano la polvere da un punto all’altro.
Una situazione un po’ surreale: forse sono io un po’ antica, ma avevo un altro concetto di rivoluzione, estremamente diverso.
Ma tant’e’…questo e’ quello che abbiamo davanti agli occhi in queste ore..la gente dei ‘giorni della collera’ sembra voler solo festeggiare e occupare le strade, le donne urlano slogan da sotto i loro veli coloratissimi, i bimbi si disegnano la bandiera sul volto e chiedono senza timidezza di salire sui tank, che sorvegliano quasi ogni strada.
Oggi poi, giornata di festa: e’ il compleanno di Maometto e la citta’ si sta preparando ai festeggiamenti di Said Zeinab, questa sera.
Domani proviamo a lasciare la citta’…o per il Delta e Alessandria, o per Suez, idea piu’ allentante. Il livello edllo scontro in quella citta’ e’ stato radicale: gli attacchi alla polizia e ai commisariati inarrestabili finche’ l’ultima fiammata s’e’ portata via tutto…
poi ci sono i lavoratori, a tonnellate e vorrei poter capire cosa accade da quelle parti.
Nel frattempo l’ex rais, Hosni Mubarak, sembra sia in fin di vita e che rifiuti anche le cure…pare sia questione di momenti!
Il popolo d’Egitto aspetta, affidandosi completamente al suo esercito tanto amato (proprio cosi’), soddisfatti e orgogliosi di non aver piu’ un poliziotto per le stade.
”Barra, Qalas! Fuori, e’ finita. Ora siamo liberi, puoi fotografare quello che vuoi, e’ finita”
Penso che per parlare di ‘rivoluzione’ ce ne voglia ancora…ma almeno, si stanno riappropriano giorno dopo giorno della possibilita’ di parlare, muoversi e ridere senza dover rendere conto.
Che gioia vedere questa loro gioia.

Il Cairo, 15 febbraio _Foto di Valentina Perniciaro

Tunisia…siamo arrivati a 66 morti

13 gennaio 2011 5 commenti

Ci sono 58 nomi e cognomi, quindi almeno questo numero purtroppo si può confermare. Cinquantotto morti ammazzati dalle pallottole e dalla repressione del governo, della polizia e dell’esercito tunisino, dall’inizio dei tumulti contro il carovita, iniziati il 17 dicembre scorso.
E’ al-Arabiya che, citando fonti di alcune organizzazioni per i diritti umani tunisine, ci racconta nome per nome gli ultimi minuti di questi giovanissimi uccisi. E’ lo stesso Souhayr Belhassen, presidente del FIDH (Federazione internazionale delle leghe dei diritti dell’uomo) a dirci che a questo bilancio vanno aggiunti altri otto nomi, di persone uccise nel corso della lunga notte precedente, nella periferia di Tunisi.
Oggi ci sono stati diversi momenti di scontri finchè l’esercito non ha deciso di battere in ritirata lasciando nel centro città la gestione alle poche camionette di polizia posizionate nei punti nevralgici: poco fa è ricominciato un finto lancio di lacrimogeni intorno a Rue de Rome dove centinaia di manifestanti stavano tentando di arrivare ad Avenue Bourguiba. La situazione più critica stamattina sembra essere a Biserta, città vicino a Tunisi dove l’esercito è schierato per le strade da ieri sera in modo massiccio: le agenzie di tutto il mondo non fanno altro che battere notizie sui saccheggi che sono avvenuti nella cittadina appena la polizia s’è ritirata per lasciare mano libera all’esercito, che non sta ancora intervenendo.
Poco dopo però (lo riferisce l’Ansa) alcune decine di giovani hanno formato un corteo spontaneo per tentare di fermare i saccheggi e la distruzione dei negozi: molti tra la popolazione sostengono che siano stati organizzati e pianificati dalla polizia, «Non vogliamo saccheggi, la polizia è andata via perchè qualcuno li potesse fare. Noi non vogliamo saccheggi, sono atti premeditati». Non fanno altro che ripetere questo.
Sousse invece, terza città del paese, posizionata sulla costa mediterranea, sta vivendo un partecipato sciopero generale, indetto dai sindacati di Ugtt a sostegno del movimento di protesta che sta infiammando la Tunisia: domani a Tunisi sono previste due ore di sciopero generale. La rivolta sta avvolgendo anche località famose perchè importanti centri turistici: ieri anche ad Hammamet si sono registrati due morti, mentre a La Marsa e Sidi Bou Said la situazione sta rapidamente precipitando. Forse con questi nomi e queste località in fiamme il mondo si accorgerà di qualcosa.
Yalla Shabab, non vi lasciamo soli

AGGIORNAMENTI QUI

Munizioni DUM DUM, adolescenti e barriere illegali: Arrigoni da Gaza

3 ottobre 2010 2 commenti

Ha lottato tutta la notte in un letto d’ospedale in bilico fra la vita e la morte, ma alla fine pare averla scampata Sliman, lo studente palestinese di vent’anni colpito ieri al confine da un cecchino israeliano.

terrorism by israel L’ultima vittima civile di un confine a Est della Striscia di Gaza che pressoché quotidianamente s’inghiotte vite umane, tramite le torri di sorveglianza munite di mitragliatrici dal grilletto facile, i carri armati, le jeep, i droni, gli elicotteri Apache, i caccia F16. Saliman Abu Hanza di Abbasan Jadida è stato centrato da un tiratore scelto durante le manifestazioni che ieri mattina hanno visto riversarsi dinnanzi al reticolo di filo spinato centinaia di palestinesi accompagnati da alcuni giornalisti e dagli attivisti dell’International Solidarity Movement, per chiedere a gran voce la fine dell’assedio criminale, lo stop al proliferare delle colonie israeliane illegali in West Bank, e per rivendicare il diritto a calpestare la loro legittima terra dinnanzi al confine.

Le manifestazioni non violente si sono svolte in contemporanea alle 11 in tre diverse aree della Striscia: a Nord-Est a Beith Hanoun, e nel centro-Est ad Al Maghazi, i militari israeliani hanno sparato a in direzione dei dimostranti fortunatamente senza ferirne  alcuno, mentre ad Faraheen vicino a Khan Younis i cecchini entravano in azione. Kamal, un amico di Sliman, descrive l’accaduto: “Ero con Sliman e stavamo camminano assieme verso la linea di confine con in mano le nostre bandiere. Quando  le jeep sono accorse i soldati israeliani hanno iniziato immediatamente a spararci addosso e io sono fuggito indietro cercando un riparo. All’improvviso ho visto il mio amico cadere  colpito allo stomaco. E’ stato un colpo singolo, chiaramente mirato, partito dal fucile di precisione di un cecchino.”

3 OTTOBRE: AGGIORNAMENTI. SLIMAN HA RIPRESO CONOSCENZA E COMBATTE PER LA SUA VITA

Con altri ragazzi Kamal si è preso in spalle il corpo dell’amico ferito che perdeva copiosamente sangue e per 500 metri lo hanno trascinato fino ad un motocarro, sul quale Sliman è stato trasportato fino all’ospedale Europa di Khan Younis. Entrato in sala operatoria verteva in una situazione critica: “Seri danni interni al suo addome, tre lesioni all’ intestino, alla vena iliaca sinistra e al retto. Ha subito giù  una serie di operazioni chirurgiche e molte  trasfusioni di sangue, le prossime 24 ore sono cruciali.”  A detta del dottore che lo ha preso in cura. Come avvenne perl’omicidio di Ahmed Deeb, il 28 aprile scorso sempre durante una manifestazione non violenta al confine, anche contro Sliman Abu Hanza. Il cecchino israeliano ha utilizzato un particolare tipo di proiettile, comunemente detto “dum dum”, che si frantuma al momento dell’impatto producendo gravissime  lesioni interne e causando spesso la morte della vittima. L’uso dei dum dum è stato vietato dalle Convenzioni di Ginevra dopo la prima guerra mondiale, così come il fosforo bianco, le bombe dime e le “flechettes”, armi illegali che l’esercito israeliano non lesina di adoperare contro la popolazione civile di Gaza, come dimostrato ampiamente dalle maggiori organizzazioni per i diritti umani.

Interpellato questa mattina un dottore dell’ospedale Europa mi ha confermato che Sliman è in cura intensiva e le sue condizioni sono stabili.
Sliman è la soltanto l’ultima vittima  dell’esercito israeliano dal 2 settembre, data che se da un lato ha visto la ripresa dei colloqui fra Netanyahu e Abu Mazen, qui Gaza è coincisa con una escalation di violenza contro  la popolazione civile. Sono sette morti ammazzati dai soldati israeliani dall’inizio di questo mese nella sola Striscia. Venerdì, il giorno dopo il verdetto con cui la  Commissione per i Diritti Umani dell’ONU condanna Israele per “omicidio e  tortura” in riferimento al massacro della Freedom Flotilla, un giovane pescatore, Mohamed Bakri, è stato assassinato dalla marina di Tel Aviv mentre con la sua minuscola imbarcazione stava pescando poco distante dalla costa.
Una ulteriore riprova di ciò che andava affermando il compianto Edward Said: “I negoziati di pace sono i primi ostacoli alla pace“. Dopo oltre 15 anni di colloqui farsa, che hanno sortito come unico risultato meno  terra e meno diritti per i palestinesi e il proliferare delle colonie illegali israeliane, non è più riposta molta fiducia nella comunità internazionale e nei giochi politici.
Semmai i palestinesi guardano con più speranza verso le mobilitazioni della società civile mondiale in loro sostegno, alla campagna di boicottaggio del BDS Movement, alle  missioni umanitarie che cercando il modo con cui spezzare l’assedio riportano la tragedia di Gaza in auge sui media occidentali, come il convoglio Viva Palestina attualmente in viaggio, e l‘Irene, l’imbarcazione di pacifisti ebrei in navigazione in queste ore verso Gaza.

Restiamo Umani.
Vittorio Arrigoni da Gaza city

Comunicato del braccio militare del FPLP

14 gennaio 2009 Lascia un commento

Il braccio militare del FPLP: la Resistenza è impegnata in una dura battaglia in tutta Gaza

Tratto da: http://www.pflp.ps/english/

Il 10 gennaio 2009, le Brigate Abu Ali Mustafa (AAMB), il braccio armato del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, hanno affermato che, l’intera Resistenza palestinese è impegnata in duri scontri in tutta Gaza, sottolineando le forze d’occupazione hanno usato quasi tutto il loro imponente arsenale militare contro il nostro popolo, ma ancora falliscono miserabilmente di fronte alla fermezza della nostra gente e alla nostra Resistenza.
Le AAMB hanno affermato anche che l’attivo coordinamento tra i vari bracci armati della resistenza deve svilupparsi al fine di costituire un comitato per le azioni congiunte in grado di continuare la battaglia contro l’occupante e capace di impattare il più possibile con le forze nemiche.fplpcorteo
Le AAMB hanno affermato inoltre che la Risoluzione 1860 del Consiglio di Sicurezza ONU tenta di porre sullo stesso piano i carnefici e le loro vittime, e che il nostro popolo ha il diritto di resistere e di rispondere all’aggressione, in quanto non ha altre alternative se non la continuazione della resistenza fino alla fine dell’aggressione.
Le AAMB hanno riportato gli avanzamenti della resistenza, sottolineando che, sabato 10 gennaio, i combattenti delle Brigate sono stati impegnati in duri scontri con le forze occupanti a Jabal al-Rais con 3 pesanti esplosioni, effettuate utilizzando un tunnel nella serata del 10 Gennaio, attaccando i mezzi militari degli occupanti col risultato di danneggiarli gravemente.
In più, le AAMB hanno annunciato che hanno sparato colpi di mortaio a Azata e due missili Grad a Bir Saba nella prima parte del giorno, oltre ai 32 missili che la resistenza palestinese ha diretto verso il cuore dell’occupazione. Le forze della Resistenza palestinese hanno sottolineato inoltre che i loro missili sono arrivati a colpire una delle principali basi aeree israeliane a 45 km di distanza, il punto più lontano raggiunto dai missili della Resistenza. Imboscate e attacchi contro i soldati israeliani e feroci scontri con le forze occupanti si stanno tenendo in tutta Gaza da parte di tutte le forze della Resistenza, comprese le Brigate al-Qassam, Saraya al-Quds, Brigate Al-Aqsa, Brigate della Resistenza Nazionale, Brigate Nasser Salah ad-Din, i Comitati di Resistenza Popolare e tutte le forze.

Verso la vittoria!
 

 

Il compagno Taher: la strada dei “negoziati” è chiusa, quella aperta è l’unità basata su resistenza e diritti

Tratto da: http://www.pflp.ps/english/

Il 15 gennaio 2009, il compagno Maher Taher, membro dell’Ufficio Politico del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e leader della sua sezione in esilio, ha dichiarato, in un’intervista con Al-Jazeera, che “Israele può assassinare i martiri di Gaza, uccidere donne e bambini, distruggere i nostri edifici pietra per pietra con gli aerei e le bombe statunitensi, ma non è e non sarà mai capace di distruggere la nostra volontà di combattere, la nostra resistenza e la nostra vita.”
Il compagno Taher ha proseguito: “Dico ai martiri che ciò che l’occupante vuole da questa battaglia è condurci sulla via della capitolazione – farci accettare la Road Map, Annapolis e le decisioni del Quartetto, costringere il popolo palestinese su questa strada con concessioni politiche. La nostra risposta è l’unità nazionale palestinese su basi reali e solide, non sulle basi di Oslo, Annapolis, e con gli U.S.A. e l’amministrazione Bush come riferimento. Questa strada è chiusa. Quella aperta è la via dell’unità nazionale sulla base della resistenza, della tenacia e del sostegno ai pieni diritti del nostro popolo.”
A nome del FPLP ha fatto appello per un comando nazionale unificato che comprenda tutte le organizzazioni palestinesi, da costruire sulla forza di Hamas, Fatah, FPLP, Jihad islamica e di tutte le organizzazioni del nostro popolo, affermando che quanti hanno fiducia in accordi politici con gli assassini e i criminali sionisti dovranno rivedere le proprie politiche. Ha sostenuto che il popolo palestinese non tollererà ancora a lungo questi massacri e questi crimini.
Il compagno Taher ha avvertito che la cooperazione con l’occupante in materia di sicurezza deve cessare subito e che altrettanto deve accadere con le detenzioni politiche. Ha chiesto la fine immediata degli arresti dei figli della resistenza in Cisgiordania, ribadendo che una simile cooperazione col nemico è assolutamente inaccettabile. Invece, ha sostenuto, una leadership nazionale unificata ed un chiaro programma politico possono consolidare l’energia del nostro popolo che non ha alzato bandiera bianca anche dopo 20 giorni di massacri a Gaza, né lo farà in futuro.
fplpIl compagno Taher ha poi affermato che l’assassinio di Said Siyam non permetterà all’occupante di raggiungere il suo obiettivo criminale, e che il suo sangue è insieme a quello di Yasser Arafat, Abu Ali Mustafa, Ahmad Yassin, Ghassan Kanafani, Fathi Shikaki, Khalil al-Wazir e a quello di molti altri martiri del nostro popolo e di tutti i nostri coraggiosi martiri – bambini, uomini, donne, vecchi – che hanno reso l’estremo sacrificio per la libertà della nostra gente. Ha ribadito che la nostra risposta ai massacri e agli assassini sono la resistenza e la fermezza e che il sangue dei martiri non sarà versato per nulla. Ha avvertito che quello israeliano è uno sforzo per costringere il popolo a concessioni politiche, e alla rinuncia ai nostri diritti nazionali all’indipendenza, al ritorno, alla sovranità, all’autodeterminazione, ad uno stato palestinese con Gerusalemme capitale; ma accadrà l’esatto opposto: l’unità di tutte le organizzazioni sulla base di salde convinzioni politiche e l’appoggio ai diritti nazionali del nostro popolo.
Discutendo sulla natura dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), il compagno Taher ha asserito che i membri del Consiglio Legislativo ed il governo non possono lasciare la Palestina senza l’assenso di Israele e che la pratica dei “negoziati” dell’ANP ha solo danneggiato la causa palestinese. Ha invece fatto appello all’unità, basata sul documento dei prigionieri per una riconciliazione nazionale, che sostenga il diritto alla resistenza, i principi nazionali palestinesi e che ricostruisca l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) con la partecipazione di tutte le forze nazionali ed islamiche.

Infine, il compagno Taher ha dichiarato, parlando a proposito dell’iniziativa egiziana: “Noi vogliamo fermare l’aggressione e questi massacri; dopo il ritiro da Gaza, l’apertura dei confini e la fine dell’assedio potremo discutere di qualsiasi questione, ma non possiamo rinunciare e non rinunceremo al nostro diritto a resistere”. L’occupante crede, ha sottolineato, che attraverso il terrore e gli omicidi può annichilire la nostra resistenza, ma il nostro popolo non si arrenderà: ha combattuto per oltre 60 anni e continuerà a stringersi saldamente alla nostra resistenza e così farà fino alla vittoria.

Traduzione a cura del Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli

coll.autorg.universitario@gmail.com
http://cau.noblogs.org

L’altra metà dell’arancia

12 agosto 2008 2 commenti

ORA MAHMOUD DARWISH PUO’ TORNARE ALLA SUA TERRA

di Valentina Perniciaro
DA LIBERAZIONE DI OGGI, 12 AGOSTO 2008
Mahmud Darwish, il poeta della resistenza palestinese, è morto sabato scorso a Houston, negli Stati Uniti. Aveva 67 anni e il suo cuore non ha retto all’ultimo delicato intervento subìto.
La sua vita è il manifesto della sua terra, storia marcata dalla Nakba , il dramma che colpì la Palestina nel 1948, anno della fuga e dell’esilio mai terminati.
Nasce nel 1941 ad al-Barweh, un villaggio della Galilea poche miglia a est di Acri, in quel momento sotto mandato britannico. E’ lui stesso a raccontare la notte in cui la sua vita smise di essere quella di un bambino, quando fu costretto a fuggire sotto braccio alla sua famiglia verso il confine libanese.
«A 7 anni smisi di giocare e ricordo bene come e perché: in una notte d’estate, quando si usava dormire sui tetti a terrazza delle case, fui improvvisamente svegliato da mia madre e mi trovai a correre con centinaia di contadini in mezzo ai boschi, inseguito dalle pallottole. Quella notte ho messo fine alla mia infanzia. Non chiedevo più nulla, ero diventato improvvisamente adulto[…]. In Libano ho imparato – mai lo dimenticherò – che cosa significa la parola “patria”. Là ho imparato parole nuove che hanno aperto davanti a me una finestra su un mondo nuovo: guerra, notizie dalla patria, profughi, esercito, confini, TERRA».
Non ha mai tralasciato un dettaglio nel racconto di quei giorni e di quell’anno passato nei campi profughi gestiti dall’Unrwa; con la sua penna ha permesso al mondo di capire la rabbia di un bambino di 7 anni in fila per la sua razione di cibo, l’odiata fetta di formaggio giallo. Dopo solo un anno la sua famiglia tenta il ritorno; della notte prima della partenza lui ricorderà:
«Tornare a casa significava per me la fine del formaggio giallo, la fine della provocazione continua dei ragazzi libanesi che mi insultavano con l’epiteto “profugo”». Pensava di tornare a casa mentre superava il confine con il petto che strisciava a terra, ma il villaggio dov’era nato non c’era più: come altri 600 era stato fatto saltare in aria e tutto era stato confiscato dalle autorità del nuovo Stato. La loro identità volatilizzata, così come la terra e il diritto di cittadinanza. «Non capivo nulla. Non capivo come avesse potuto essere distrutto un villaggio intero. Non capivo come fosse accaduto che l’intero mio mondo fosse sparito, né chi fossero quelli che lo avevano annientato».
Si stabilirono poco lontano, nel villaggio di Der al-Asad e lui iniziò a crescere come un “profugo nella sua patria”, destino comune a tutti coloro che non erano scappati o che erano riusciti a rientrare in Israele. Così, al suo vocabolario esistenziale imparato da piccolo profugo, si aggiunsero altre parole: iniziò a frequentare la seconda elementare da “infiltrato”. Il direttore infatti, lo chiudeva in uno sgabuzzino ogni volta che passavano i controlli dell’ispettore.
«Anche a casa ogni tanto mi dovevano nascondere. Mi era proibito vivere nel mio proprio paese e per ottenere la carta d’identità israeliana imparai a dire che ero vissuto con le tribù beduine a nord del paese, e non in Libano».
Iniziò a scrivere liriche che era appena un ragazzo, a cantare la sua identità legata in modo viscerale alla terra, ad un luogo unico e costante che nei suoi testi rimane sempre astratto ed espresso solamente attraverso alcuni, ripetuti, simboli come l’ulivo, le arance, il gelsomino, il timo, il pozzo. Dalle sue prime poesie il filo conduttore è sempre quel legame indissolubile, quella nostalgia eterna, quell’orgoglio di resistente che coltiva quotidianamente la memoria e l’amore per le radici estirpate.
Dal 1961 la sua voce inizia ad infastidire, per questo viene continuamente controllato, imprigionato cinque volte con la sola accusa di scrivere poesie e muoversi senza permesso all’interno dello stato d’Israele. Motivo per il quale non riuscirà nemmeno a conseguire la laurea. Dopo l’ennesimo periodo di detenzione decide per l’esilio volontario, partendo alla volta del Cairo dove inizia a collaborare con il prestigioso quotidiano al-Ahram . Partirà poi per raggiungere l’Olp a Beirut e lavorare al Centro di ricerca palestinese fino al 1982 quando, con migliaia di altri militanti approda a Tunisi. La sua firma appare tra i redattori del testo della Dichiarazione d’Indipendenza dello Stato Palestinese, documento promulgato nel 1988 e riconosciuto da diversi stati. Il suo esilio durerà 26 anni quando, nel 1996, riceverà un permesso per poter visitare i suoi famigliari in Israele.
La sua casa ormai era a Ramallah, finchè la malattia che da sempre tormentava il suo cuore non l’ha costretto a partire per gli Stati Uniti, dove è deceduto.
La sua patria non era altro che la sua poesia, la sua terra era fatta di parole e profumo di gelsomino, la sua vita era un’arancia spaccata a metà che non è mai riuscita a ritrovare il sapore dell’altra parte. Edward Said, altro grande intellettuale palestinese da poco scomparso e anche lui figlio della Nakba , diceva che la poesia di Darwish «non era un rifugio lontano dall’esistenza consueta, ma una battaglia tra la poesia stessa e la memoria collettiva, dove una preme sull’altra». Fin dal suo esordio nel panorama della poesia araba, amava assimilare il testo ad una “partitura musicale” che lui molto spesso recitava pubblicamente. La sua voce carismatica e le sue parole sono state un ripetuto appuntamento che ha richiamato migliaia di persone in tutto il Medioriente e non solo.
«Quando l’uomo perde tutto, proprio tutto, persino l’esilio in cui annientarsi, resta il canto che si ripeterà e s’innalzerà fino agli abissi dei mari. E’ un altro miracolo nel racconto a episodi della storia del popolo palestinese. Niente esilio, niente patria. Ma c’è una cosa di cui nessuno mi può privare: la poesia e il canto».
La sua bibliografia è composta da quindici spessi volumi di poesie e cinque di opere in prosa scritti quasi completamente in lingua araba e tradotti ormai in 20 lingue. Purtroppo i lettori italiani non sono così fortunati. Sono solamente tre i libri disponibili nelle nostre librerie: Oltre l’ultimo cielo (Edizioni Epoché, 2007, 14€), Una memoria per l’oblio (Edizioni Jouvance, Roma 2002, 15€) e Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine? (Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova 2001, 18€). Fortunatamente molte sue poesie e prose sono state tradotte e inserite nelle più importanti antologie di letteratura araba palestinese.
Mahmoud Darwish scriveva per dimostrare la sua esistenza, per urlarla in faccia ad un nemico che voleva privarlo proprio di quella. Era il cantore della libertà e delle catene spezzate, del pane preparato dalle mani materne, dell’ulivo e dei frutti della sua infanzia. La Palestina piange il suo più dolce poeta. Che il suolo della sua terra gli sia lieve come una carezza.

12/08/2008

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