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il solo modo di raccontare…


Stamattina per caso i miei occhi son caduti su queste righe che raccontano bene il silenzio di questo blog in questi giorni, ormai potrei dire settimane.
Mai son stata così silente in questi molti anni di rete, non sono una che sa star zitta e sono oltretutto malata di una grave forma di grafomania.
La sola vera comitiva, er muretto, che sia riuscita ad aver nella mia vita in modo passionale e duraturo è composto di carta, inchiostro,
rullini, tasti che scolpiscono lettere: il dover raccontare. Sempre e comunque.Bitch+I+m+Fabulous_a4ae8b_3413462

Un giorno che chiesero ad un Rabbi di raccontare una storia, egli rispose: “Una storia deve essere raccontata in modo che essa sia attiva e d’aiuto”. E si mise a raccontare: “Mio nonno era paralitico. Poiché gli avevano chiesto di raccontare qualcosa del suo Maestro, cominciò a parlare di come il Baal-Shem, quando pregava, saltellava e danzava. E per mostrare come si comportava il Maestro, si alzò in piedi saltellando e danzando anche lui. A partire da quel momento guarì.
Ecco, è questo il modo di raccontare.”  *

Ecco, già.
E’ proprio questo il modo di raccontare, non ce n’è mai stato altro nella mia vita. Se racconto è perché mi sono alzata in piedi, è perché sto ballando, è perché ho il cuore dilaniato, non c’è altro modo di raccontare. Sono parole perfette, malgrado il misticismo e la superstizione tipiche della scrittura ebraica, che grazie alle letture di Spinoza di questi ultimi mesi son definitivamente spazzate via dal panorama mentale, ora in modo un po’ più scientifico. Se non si balla non è la mia rivoluzione no? E allora se non ho la forza di alzarmi, da paralitica, e ballare raccontando, preferisco star silenziosa (anche se mai, mai realmente stata zitta io)
Deliro, ne son consapevole. E dopo giorni riprovo a farlo qui.
Sono un po’ preoccupata del mio non desiderio di raccontare: è come se il barile di polvere da sparo sia stato sommerso da una valanga d’acqua.
Lasciamo si asciughi un po’, poi vediamo se tornerà a fare il suo lavoro di sempre.
Per ora…sotto al sole ad asciugare. Che è meglio.

Magari ci si vede il 31 mattina, all’incrocio tra Via Bartolo Longo e Via Raffaele Majetti,
sotto la garitta del carcere più grande d’Europa, a portare un po’ di musica e parole, colori e sapori
contro il Carcere, per chi dentro vi è rinchiuso.
Per la libertà, quella cara vecchia amica dispersa, di cui ho infinita nostalgia.
Un modo per darci l’augurio di un anno, sperando sia caratterizzato da un po’ meno sbarre di quello che sta per finire.
Maledetto.
ODIO IL CARCERE

“A volte mi chiedo che senso ha la mia vita,
chiuso tra queste quattro mura, con un ergastolo da scontare. In altri momenti invece,
sento che non finirò i miei giorni in prigione.
Prima o poi in qualche modo uscirò e mi riconcilierò con l’esistenza.
Vivere, vale comunque la pena: sentire l’aria entrare nei polmoni, il cuore battere, il sangue scorrere nelle vene.
Percepire il passare del tempo.
Come si può condannare qualcuno alla prigione a vita, a una pena infinita.
Si vuole scolpire la sua colpa nella memoria perché vi resti in eterno.
Ma questo per fortuna è impossibile, è inumano.
L’oblio arriva, cancella la memoria, la modifica. Del mio passato conservo solo gli episodi migliori,
i volti che tra mito e realtà mi accompagneranno sempre.”
Roberto Silvi, morto il 1° aprile 2008 a Parigi, ucciso da una malattia balorda. Per anni rifugiato in Francia a causa di “un passato che non ho mai voluto modificare, e tanto meno rinnegare, con letture posteriori”.

*Martin Buber

 

 

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  1. 29 dicembre 2012 alle 14:26

    Ritorno tradurre “Sanzioni disciplinari e sbarre + Staccanella” dopo il bicchiere di ossigeno di questo bello raconto…

  2. icittadiniprimaditutto
    29 dicembre 2012 alle 19:38

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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