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Archive for the ‘francia’ Category

Il mappamondo tragico, triste realtà

17 novembre 2015 Lascia un commento

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un’immagine che parla da sola (link)

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Facebook e il Safety Check pe’ cchi ce pare a noiCacciati xenofobi fascisti dalle piazze francesi

Facebook e il Safety Check “pe’ cchi ce pare a noi”

16 novembre 2015 1 commento

E’ un’idea grandiosa per chi come me ha amici sparpagliati in ogni latitudine del pianeta, Medioriente in primis.
Un semplice click su un messaggino permette in un istante di dire a tutti i tuoi contatti che stai bene, che il disastro avvenute nelle tue vicinanze non ti ha toccato.
Non ti costringe a prender parola, a commentare, a trovare il tempo di scrivere uno status nel trambusto del momento: un semplice click e anche il parente americano di sei generazioni fa sa che stai bene.
Una semplce notifica che arriva a tutti i cellulari presenti nella zona del disastro, un semplice OK da cliccare: quanta genialità.

In quella lunga serata di parigi, che si è trasformata in una notte in bianco per molti e soprattutto per chi come noi in quella città ha vissuto tanto, è stato utile: non c’era bisogno di chiamare e cercare tutti, qualcuno appariva da solo, con un “sto bene”.

Peccato che io ho un sacco di amici a Beirut, a Damasco, al Cairo: TANTI.
E mai questi social network mi son stati utili per cercare qualche amico: eppure anche a Beirut ci son teatri e caffè, anche e soprattutto a Beirut si muore per la strada perché salta in aria una macchina, un pacco o uomo bomba, arriva un missile.
Il Safety Check Botton sarebbe proprio interessante in quelle latitudine, ma niente.

L’ipocrisia che ci avvolge ogni tanto è talmente ridicola che si fa fatica a commentarla.
Chissà quanto poco ci vuole per i programmatori per inserire anche la zona mediorientale, o keniota, o nigeriana in questo simpatico programmino. Pensate agli studenti universitari kenioti, falciati a centinaia in una sola mattinata quanto sarebbe stato utile per ritrovare amici, fratelli, figli.
Non mancano le risorse nè probabilmente tempo e voglia. Manca proprio il pensiero, manca completamente l’empatia e la solidarietà, lo sgomento e l’indignazione quando i morti sono al di là del mare,
o dentro, nel suo profondo ventre.

Parigi: “la beautè est dans la rue”. La xenofobia non ha terreno.

16 novembre 2015 Lascia un commento

Ancora una volta possiamo dire che queste parola rappresentano la Francia,
non il suo governo, non il suo stato d’emergenza, non la chiusura delle frontiere, non i bombardamenti.
Ma la bellezza per le strade.

La città di Parigi ha subito un attacco pesante, simultaneo, militare: si è trasformata in pochi secondi nella capitale del terrore occidentale. Pensate se fosse stata Roma, o Milano, Verona, Torino, Bari.
Provate ad immaginare se fossero entrati all’Olimpico, e magari contemporaneamente avessero falciato tutti quelli seduti ai tavolini del Marani, o del bar dello sport di qualche quartiere, uno a caso tra i tanti.
Immaginate le reazioni, le prime pagine (che già a distanza abbiamo dato il massimo),
immaginate la fuoriuscita dei nazisti dell’Illinois, della xenofobia,
immaginate i titoli oltre alle sirene, le ambulanze, le perquisizioni, i posti di blocco, gli elicotteri bassi, l’assedio. Non c’è cosa che più rappresenta il “terrore”.

Io se penso a Roma protagonista di una cosa simile immagino solo il terrore del giorno dopo,
il terrore che solo la fascistizzazione di un intero popolo può mettere, altro che i Kalashnikov.

Pensate alla prima pagina di Libero, pensate agli interlocutori in televisione, pensate a quante volte avete sentito dire la parola Islam nei nostri telegiornali, articoli, editoriali, blablabla vari: qui parliamo della Fallaci, e altre parole non servono.
Date un occhiate, oltre che al sangue sui marciapiedi, a come i francesi e la stampa descrivono la situazione: cerchiamo di imparare almeno a parlare da un popolo che mai si è fatto fregare nella quotidianeità delle sue strade, alla faccia delle decisioni dei suoi governi.

E per dimostrare questo basta questo piccolo video,
basta vedere quattro fascistelli xenofobi come son stati trattati dalla piazza:

la beautè est dans la rue, si urlava nel ’68 lanciando sampietrini.
Questo video dimostra che ce ne è rimasta un po’ di quella bellezza: questa è la sola risposta possibile e non certo la polverizzazione della centrale elettrica di Raqqa. Spazzare via dalle nostre strade l’esclusione, la xenofobia, i fascismi vecchi e nuovi.
Proteggere i rifugiati, il loro diritto al cammino, abbattere le frontiere, distruggere i centri di detenzione.

Quando Israele volò fino a Londra per sparare ad un vignettista…

10 gennaio 2015 38 commenti

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E’ il quotidiano israeliano Haaretz a comunicarci che domani in piazza, a Parigi, alla mastodontica manifestazione “per la libertà di espressione e la democrazia” sarà presente anche Benyamin Netanyahu.
Sotto il drappo nero e la scritta “Je suis Charlie” abbiamo visto scorrere, in queste giornate, tra le più terrificanti immagini di questi tempi e sicuramente domani, sull’asfalto parigino, assisteremo alla sagra della mostruosità.
Charlie Hebdo era irriverenza e blasfemia, lotta con qualunque arma all’oscurantismo: i caduti di quel giorno son gente nostra, son compagni, sono anarchici, sono blasfemi cazzari che hanno sempre odiato quel che questa gente è. Una rivista nata sull’antimilitarismo, sull’abbattimento del bigottismo e dell’oscurantismo, sulla presa per il culo di qualunque tipo di religione (che ci piaccia o no): chi riempirà le strade domani sarà proprio il nemico di quelle matite spezzate.

Leggi tutto…

Note a margine per i blateratori di jihad… soprattutto di Repubblica

9 gennaio 2015 1 commento

Piccola nota a margine in tutto questo blaterare di Islam.
Mi auguro che soprattutto la redazione de La Repubblica cada in queste 3 sole parole.

Jihad: sostantivo maschile.
Le ripeto che magari come diceva mi zia “siete duri de comprendonio”
Jihad: sostantivo MASCHILE ( il che tradotto in giornalistichese vuole dire che dovete scrivere IL jihad).
Buona giornata eh.

Leggi: Il massacro di Charlie Hebdo e l’islamofobia

Il massacro di Charlie Hebdo e il triste delirio islamofobo

7 gennaio 2015 29 commenti

vignetta di @joepbertrams

Questa vignetta è genialità: perché la satira è questo, e quindi non muore. Anche se gli si taglia la testa.

A me rode più il culo che a tanti.
Perchè quel che è accaduto oggi a Parigi fa male dentro, perchè uomini come Wolinski non possono essere uccisi, da nessuno, tantomeno da qualche barbuto che già ha fatto in modo di sventrare tanto (troppo per chi ama visceralmente certi luoghi, storia, sguardi, sapori, sorrisi).
Oggi è un giorno triste ma anche agghiacciante: perché non si parla di 3 uomini armati di kalashnikov per le strade di parigi andati ad assassinare la satira in nome di Maometto.
No, non si parla di quei tre, non si sente discutere su chi sono, chi li avrà mandati, dove si sono addestrati, come sono arrivati e andati via dal luogo del massacro. NIENTE. Si parla di Islam, si chiede all’ “Islam moderato” di prendere le distanze da questa azione e da Daesh. Islam moderato? Prendere le distanze?

Ce mancava questo sui campi profughi…

Un po’ più di un miliardo di persone dovrebbero prendere le distanze da quel che è accaduto oggi, quello scempio intriso di barbarie che oggi quei kalashnikov hanno fatto.
Hanno urlato “Allah Akbar” e la nostra illuminata Euriopa vuole che gli islamici prendano le distanze da ciò: gli islamici in Qatar, i contadini yemeniti, una marea di Indonesiani quindi, qualche minoranza cinese, le comunità nei paesi slavi, quelle di casa nostra, anche un alieno se ha velleità islamiche è pregato oggi di fare un gesto forte per prendere le distanze da tutto ciò.
Se odio questi tre, oltre per la barbarie compiuta -incommentabile- è perchè la vostra islamofobia ignorante ed inascoltabile diromperà e con lei Daesh, o lo Stato Islamico così come voi lo chiamate.
Se odio quei tre è perché sembrano mandati più da un Salvini che da un commando jihadista del cazzo,
se odio quei tre è perché se già non ci si barcamenava nel medioevo delle vostre parole sul mondo arabo, sull’Islam, sugli arabi in generale anche se non islamici, o sugli islamici in generale anche se non arabi…
Da oggi sappiamo che sarà peggio, domani lo sarà ancora di più e io non riesco a sostenerlo.
Io, da arabista mancata, da folle e disperata amante per il Medioriente, le sue mescolanze, i suoi popoli e i suoi minareti che battagliavano con le campane delle chiese in buona parte del paese: io oggi soffro ancora di più.
Mentre la neve ricopre Yarmouk e ve ne fottete, mentre la Siria ha 9 milioni di profughi (sotto la neve oltretutto) e ve ne fottete,
mentre il mediterraneo si prosciuga per i troppi cadaveri caduti a picco, voi chiedete di prender le distanze, di fare gesti importanti e visibili al mondo tutto.

Non vi si può ascoltare.

Voi non difendete Charlie Hebdo con quel che dite e scrivete,
voi non fermate lo stato islamico ma gli date un grandissimo potere,
voi alimentate l’odio e delirate e io non so manco più come leggervi.

Non ho sentito nessuno parlare di quei tre, nessuno. Continuate a riempirvi la bocca con deliri, continuate a infilare caricatori nei kalashnikov sotto cui altri moriranno.
Scusate lo sfogo inutile dopo mesi di silenzio.

Tutta la mia solidarietà a quel che è rimasto di quella redazione, alla satira tutta perché è intoccabile e sacra come per qualcuno la parola di Dio: mi piace pensare che tutti quei disegnatori ora farebbero di tutto per fermare il delirio che si sta dicendo, ora ironizzerebbero e colpirebbero il loro nemico con armi sottili e straordinarie…
loro, compagni di Naji al Ali e di Ali Ferzat e di chiunque con un sorriso ha provato ad abbattere i re, i padroni, gli occupanti e pure Dio.

Chiude una prigione, distruggiamo tutte le altre!

23 novembre 2014 1 commento

Ci sono alcuni prigioni che mi son diventate familiari in questa mia strana vita, che le sbarre se le è sempre andate a cercare nella sua ricerca di abbatterle.
Ci son prigioni che son diventate care, come quella -dismessa- dell’ergastolo di Santo Stefano, sullo scoglio difronte l’isola di Ventotene, ormai da diversi anni, meta di un pellegrinaggio annuale di un variopinto gruppo di libertari di cui faccio parte,

Maison d’arrêt de la santé, rue de la santé, Bd Arago (Paris, France) Le mur d’enceinte de la prison.

che l’hanno scelta come simbolo di un percorso di liberazione dalla pena eterna dell’ergastolo e dalla prigionia in generale.
Poi mi è diventato familiare il carcere di Rebibbia, dove sono andata in una visita a fianco di alcuni parlamentari che ha cambiato per sempre la mia vita: l’ha completamente scombussolata. Lì ho incontrato l’uomo con cui ho diviso poi ogni mia gioia e tanti dolori,
lì non sono stata più ammessa per dei colloqui con lui, lì ho sempre potuto solo rimanere fuori ad aspettare, fuori ad urlare, fuori a piangere, fuori a ridere alla faccia loro, con quella forza che solo l’amore ti può dare, davanti a quelle maledette mura.
Con Paolo e con i compagni che ho conosciuto,
molte prigioni sono diventate familiari, di molte ho saputo racconti, aneddoti, fughe rocambolesche, rivolte violentissime, pomiciate clandestine: alcune mi sembra di averle viste per tutte le storie che so, mi sembra di aver condiviso quelle storie, di aver respirato quell’aria stracarica di voglia di libertà che mi è stata trasmessa dalle parole e dai tanti sguardi prigionieri incontrati,
primo tra tutti il suo.

La Santè è una di quelle.
De la Santè conosco gli scarafaggi, tonnellate e tonnellate di scarafaggi dai grandissimi poteri di climber.
Conosco l’umidità, conosco l’emozione dei lacrimogeni tirati ad un corteo che entravano delle celle,
lacrimogeni che entravano nei polmoni e uscivano dagli occhi riempiendo il corpo di vita, di un passato libero fatto di marciapiedi condivisi a migliaia.
Un po’ nella Santè mi sembra di esserci stata,
mi sembra di aver sentito i passi della bella infermiera giunta a medicare una brutta ferita,
mi sembra di sentire i prigionieri politici di mezza europa chiacchierare, mi sembra di conoscerne i ritmi, perché per molti mesi ha tenuto prigioniero il corpo del mio amore.
La Santè per la prima volta in 147 anni, qualche mese fa, ha chiuso i battenti: il silenzio è calato tra le celle che si affacciano sui ballatoi e così sarà per qualche mese, in attesa di un parziale abbattimento e di un restauro che la vedrà ritornare prigione per 700 persone. Per ora solo i semiliberi continuano ad abitare quelle mura, che noi vorremmo solo che vedere abbattute, come quelle di ogni carcere esistente.
L’articolo che trovate qui sotto ne ricostruisce a grandi linee la storia, seguendo un articolo uscito ad agosto su Le Monde,

(Claudius DORENROF / Flickr Creative Commons)

(Claudius DORENROF / Flickr Creative Commons)

 Al 42 di rue de la Santé, nel XIV arrondissement di Parigi, poco dopo aver superato l’antico ospedale psichiatrico Saint’Anne e incrociato il boulevard Saint-Jacques che risale fino alla Place Denfert-Rochereau, sorge un mastodontico edificio dalla forma trapezoidale e dalle altissime e possenti mura, sormontato da torrette di avvistamento, filo spinato e alti lampioni che proiettano una luce giallognola. Nelle notti d’inverno, quando la nebbia avvolge quello che da lontano sembra essere un maniero abbandonato ed i rami spogli declinano verso le mura, il luogo assume un’aria spettrale. È la Prison della Santé, l’ultima prigione intra muros di Parigi, la più famosa, che a Luglio scorso ha chiuso per sempre i battenti perché troppo vetusta. Tra le sue mura furono rinchiusi anarchici, comunisti, capi storici del Front de Libération National (FLN) algerino, un ex presidente della repubblica d’Algeria, partigiani che lottarono contro il regime di Vichy durante l’invasione tedesca, golpisti francesi, collaborazionisti, politici di primo piano, poeti e scrittori. Al centro del suo cortile fino al 1972 sorgeva l’ultima ghigliottina di Francia.

 

Dal Terrore allo splendore

Costruita tra il 1861 ed il 1867 dall’architetto Joseph Auguste Émile Vaudremer, l’antica prigione della Santé sorge su quello che anticamente era noto come il Marché aux Charbons (Mercato dei Carboni) per rimpiazzare la Prigione delle Madelonettes, un ex convento già utilizzato fino al 1790 per redimere le prostitute e trasformato in prigione per detenuti politici nel 1793, durante la Rivoluzione. Dal 1795 in poi nella Prigione delle Madelonettes furono richiuse donne accusate di diversi delitti e tale fu la sua destinazione fino al 1830 quando divenne prima una prigione per bambini e poi anche per adulti e fino a quando non fu definitivamente abbattuta tra il 1865 ed il 1867 per far posto alla nuova rue de Turbigo. I seicento detenuti che vi erano imprigionati furono dunque trasferiti in una nuova prigione, la Prigione de la Santé, che fu eretta sul luogo dove in passato sorgeva una ‘Maison de la Santé’ costruita per ordine di Anna d’Austria e trasferita nel 1651 a quello che è l’attuale ospedale psichiatrico Saint’Anne, nel XIII arrondissement di Parigi.

Parigi

Esterno della Prison de la Santé (Claudius DORENROF / Flickr Creative Commons)

L’idea di Vaudremer era quella di creare due prigioni in una. La parte inferiore della prigione, che dà sulla rue de la Santé, venne ribattezzata “quartiere basso” e includeva, oltre gli edifici amministrativi, il famoso “cortile d’onore” dove venne montata la terribile ed efficiente macchina per decapitare inventata dal medico Joseph Ignace Guillotin e che sarà posizionata in bella posa in un angolo del cortile della prigione fino alle ultime due esecuzioni avvenute nel 1972, quelle di Claude Buffet et Roger Bontems, ultimi ghigliottinati di Francia. La parte alta era composta da edifici, corridoi e celle che si moltiplicavano come in un labirinto di Borges. Per la prima volta nella storia carceraria si vedevano cellule luminose, vasti atelier, un sistema fognario all’avanguardia tanto che deputati e politici, all’inaugurazione, definiranno la Prigione della Santé “la prigione più bella del mondo”. In realtà la particolarità della prigione era il fatto che i detenuti (fino al 2000) vengono ripartiti per origine geografica ed etnica, disseminati cioè in quattro blocchi: Europa Occidentale, Africa nera, Maghreb e Resto del Mondo. Insomma un microcosmo con una propria geografia carceraria e propri confini etnico-geografici interni. Nella prigione sorgeva anche il quartiere Vip, destinato ad accogliere detenuti eccellenti.

 

Il poeta Apollinaire trafficante d’arte ed il furto della Gioconda

Nel 1911 il quotidiano Le Gil Blas parla di un arresto eccezionale, un giovane e promettente  scrittore dal nome altisonante: Guillaume Apollinaire. Le autorità setacciavano infatti tutte le piste possibili per ritrovare la perduta Gioconda di Leonardo, rubata nell’Agosto di quell’anno. In realtà l’accusa era infondata in quanto il colpevole del furto era l’italiano Vincenzo Peruggia, già fuggito in Italia con la preziosa refurtiva. Guillaume Apollinaire fu denunciato per le sue amicizie con un certo Gery Pieret, avventuriere belga, disertore dalla personalità eclettica, ladro di statuette, gingilli e ninnoli preziosi che poi apparivano misteriosamente nelle case di nobili e scrittori. Ed infatti nella casa di Apollinaire apparve fugacemente una statuetta rubata nel 1911 e poi prontamente rivenduta. Il poeta venne accusato di traffico di opere d’arte, condannato e trasferito alla Prigione della Santé per una settimana intera, periodo durante il quale scriverà sei poemi riuniti in una raccolta dal titolo emblematico: “Alla Santé”.

Quanto mi annoio tra queste mura tutte nude
E dipinte con colori pallidi
Una mosca sul foglio dai passi minuti
Percorre le mie righe ineguali (…)

Ascolto i rumori della città
Prigioniero senza orizzonte
Non vedo altro che un cielo ostile
E le mura nude della mia prigione

Comunisti, anarchici, golpisti e terroristi

Il 23 Agosto del 1939 venne firmato il patto di non aggressione Molotov-Von Ribbentropp ed il Partito Comunista francese viene dissolto. Nella notte tra il 7 e l’8 Ottobre 1939 vengono arrestati diversi responsabili del partito, membri e simpatizzanti. Alla fine del 1940 almeno 3.400 comunisti vengono imprigionati nella Prison de la Santé. Nel 1944, alla liberazione, scoppia un ammutinamento tra i prigionieri che presero il controllo della prigione mettendosi, secondo le cronache locali, a ballare con lenzuola e cuscini al centro del cortile. Un evento che passò alla storia come il “Ballo della Santé”; un ballo, certo, macabro perché all’alba furono fucilati tutti i capi dell’ammutinamento (34 persone). Tra il 1937 ed il 1943 il poeta, scrittore e drammaturgo Jean Genet viene arrestato e condannato più volte per furto di libri, vagabondaggio e per aver viaggiato senza biglietto.

Parigi

(Rémi Bridot / Flickr Creative Commons)

Nel 1943 viene rinchiuso nella Prigione della Santé. Dalla prigione scrive poemi come “Il Condannato a morte”, romanzi come “Notre-Dame-des-Fleurs” o “Il Miracolo della Rosa” e lettere ad André Gide e Jean Cocteau. Verrà liberato solo grazie ai buoni uffici di Jean Cocteau. Negli anni ’60 tra le mura della Santé finirono diversi golpisti tra cui il luogotenente Jean-Marie Bastien-Tiry, autore dell’attentato contro il presidente De Gaulle nel 1962 e Mauriche Challe che si mise a capo di un pugno di generali per tentare un colpo di Stato contro il generale de Gaulle. Negli anni ’90 furono incarcerati irredentisti còrsi come Yvan Colonna (per l’assassinio del prefetto Claude Erignac), Ahmed Ben Bella, ex presidente della repubblica d’Algeria e tra i fondatori storici del Front de Libératon National algerino, il collaborazionista Maurice Papon (condannato per crimini contro l’umanità durante il suo mandato come prefetto sotto l’occupazione tedesca), il terrorista marxista-leninista venezuelano Carlos (noto come Comandante Carlos o Carlos Lo Sciacallo) ed anche il figlio del presidente francese François Mitterand, Jean-Cristophe.

Evasioni celebri e fittizie: da Jacques Mesrine a Arsenio Lupin

Sin dalla sua inaugurazione la Prigione della Santé è diventata anche teatro di evasioni eccellenti (solo tre in realtà in 147 anni di storia) tra le quali, la più spettacolare resta quella di Jacques Mesrine, maestro nell’arte del travestimento e della fuga, condannato nel 1977 a vent’anni di prigione, la cui storia è stata immortalata anche in un film con Vincent Cassel. L’8 Maggio del 1978 il “nemico pubblico numero uno della Francia”, Jacques Mesrine, parla con il suo avvocato. Chiede al secondino di andare a recuperare una cartella nella cella del suo amico François Besse. Nel momento della consegna del documento Besse lancia un lacrimogeno contro il secondino. Intanto Mesrine sale sul tavolo e recupera dal soffitto armi ed una corda. Il guardiano viene rinchiuso nella cella ed i due detenuti, ai quali si aggiunge poi un terzo, un certo Carman Rives, evadono dalla prigione scavalcando le mura della Prigione della Santé grazie a delle scale lasciate nel cortile da alcuni operai. Mentre scavalcano l’alto muro di cinta però scoppia uno scontro a fuoco con i gendarmi. Carman Rives viene colpito e muore. Mesrine e Besse riescono a scavalvare il muro, sequestrano un’auto all’uscita, una Renault 20, e fuggono via facendo perdere le tracce. Mesrine sarà abbattuto più tardi, nel 1979, alla Porte de Clignancourt.

Non solo personaggi reali ma anche fittizi popolarono le mura di questa leggendaria prigione. Nella Prigione della Santé fu rinchiuso infatti anche il ladro-gentiluomo Arsenio Lupin, personaggio fittizio nato dalla penna di Maurice Leblanc, del quale si dice: “Per Arsenio Lupin, esistono forse delle porte, delle mura? A che servono gli ostacoli meglio congegnati, le precauzioni più abili se Arsenio Lupin decide di raggiungere il suo obbiettivo?” Anche Arsenio Lupin, come si temeva, riuscì ad evadere dalla prigione.
di Marco Cesario

 

Categorie:CARCERE, francia
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