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Archive for the ‘ATTUALITA’’ Category

Colorado springs: ogni religione ha il suo Isis

28 novembre 2015 Lascia un commento

Nessuno che chiede ad intere comunità di “prendere le distanze”.
Nessuno che chiama questo fatto con il suo nome.
Nessuno che azzarda paralleli con le Brigate Rosse.
Un’attenzione e una delicatezza incredibile nello scegliere di non usare mai, mai, le parole terrorismo, fondamentalismo cattolico: non vedo chiari ed espliciti riferimenti ai “pro life”.
I veri esecutori di quello che non si può non definire un massacro,  tentativo di una vera e propria carneficina.

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Una scelta nostra. Una scelta solo nostra.

Immaginate l’odore di pulito, i corridoi luminosi, i camici, le stanze e le salette d’attesa: immaginate infermieri ed utenti, medici e sale operatorie.
Immaginate poi un kalashnikov (sembra che sia questa l’arma utilizzata) e il suo indistinguibile suono, immaginate quel che è un corridoio di una clinica per il controllo delle nascite cosa diventi in pochi secondi.
Tra sangue, cadaveri, urla, fuggi fuggi, altri spari, altri morti e quasi una decina di feriti: il luogo di questo che sembra uno dei soliti deliri americani con spari all’impazzata chiarifica immediatamente la scena.
Il luogo non è stato scelto a caso perchè la Planned Parenthood è una struttura medica per il controllo delle nascite dove si praticano aborti, già presa di mira dai militanti pro-life nel passato.

kkk_2868392bQuindi un chiaro attacco alla donna, all’autodeterminazione, alla libertà di scelta: ma non è un bistrot parigino, il killer è “solo” un appartenente alla destra fondamentalista, vicino al Ku Klux Klan, non un barbuto islamico da cui milioni di persone si trovano costrette a “prender le distanze” solo perché appartenenti allo stesso credo.
8 dipendeneti di cliniche dove si praticano aborti son stati uccisi negli Stati Uniti negli ultimi 30 anni, molte e molte di più son le donne che muoiono per praticare aborti clandestini anche nel nostro paese.
La guerra che le religioni combattono contro il corpo delle donne non ha diverse bandiere ma una sola: quella del patriarcato e quella di oggi è solo un’altra bella pagina di terrorismo cattolico mascherato da raptus.

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Treviso SmartCity? Giammai, che poi si riempie di “africani pericolosi”

25 novembre 2015 Lascia un commento

Ci son sempre notizie che lasciano basiti e fanno un po’ vergognare di essere parte di un paese, poi se capita di leggerle di ritorno dalla prima esperienza in una città come Berlino le parole fanno proprio fatica ad uscire.
Treviso diventa Smart City: wi-fi gratuito in molte piazze, che andrà ad allargarsi velocemente a tutta la città. Un passo avanti, una città m0derna, europea e come si suol dire “smart”. L’assessore della città ha festosamente dichiarato che l’estensione della connessione anche ad altre piazze è per “dare a quanti più cittadini possibile la possibilità di accedere a internet, che significa metterli nelle condizioni di accedere più facilmente al sapere”.

Peccato che l’esser Smart passi obbligatoriamente per l’evoluzione, quella celebrale, neurologica, umana, sociale.
Senza un minimo di intelligenza ci si fa poco col wi-fi libero: diciamo che senza un minimo di intelligenza è impossibile capire il concetto principale di tutta questa operazione: la libertà.

La libertà non piace ai fascisti,
la libertà non piace ai razzisti, agli xenofobi, a quelli che sentono di far parte di qualcosa di superiore, di “eletto”.
E così Treviso una mattina si sveglia e oltre a un po’ di “libero” elettromagnetismo si ritrova tappezzata di foglietti anonimi di cui vi allego l’immagine: il Wi-Fi non piace ai cittadini e il motivo è più che chiaro.
Ne usufruiscono gli “Africani”.

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ditemi se ci son parole…

Le scale delle chiese, le panchine, i parchi pubblici ora vedono la presenza di esseri umani, per di più con pelle nera, che osano usare i propri smartphone per comunicare, sentire musica, fare i cazzi propri.
E questo non va bene: navigare liberamente in internet è, per questi ceffi il modo per trasformare la piazza in un “ritrovo di persone pericolose per la nostra sicurezza”.
L’appello è chiaro ed esplicito: le reti vanno chiuse, disabilitate, SI DEVE INSERIRE UNA PASSWORD.

Mi viene in mente quel cartone che spesso ho visto con mio figlio e descrive il tentativo di una famiglia preistorica di sopravvivere: i cari Croods son popolo mooooolto più intelligente e smart di questi illustri cittadini della municipalità di Treviso,
che bramano ardentemente un rapido ritorno al Medioevo.
Ce li farei tornà volentieri, col tortore proprio!
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il 25 aprile e la Italstage

21 aprile 2015 Lascia un commento

È direttamente Paola, mamma di Matteo Armellini, a prendere parola e mettere nero su bianco il malessere per questa notizia, che per molti apparirà una non notizia.

Matteo ha perso la vita lavorando per questa società che gli si è accartocciata addosso, uccidendolo, società che ora in pompa magna sta allestendo il palco per le celebrazioni ufficiali del 70* esimo anniversario della Liberazione.  Liberazione difficile da festeggiare, soprattutto quest’anno che abbiamo visto affogare nei nostri mari decine e decine di Fosse Ardeatine.

Vi lascio con le righe di Paola Armellini… 


Cari firmatari, 

matteo armellini…

 

la Società Italstage sta contribuendo all’allestimento in Piazza del Quirinale di una struttura per il palco che servirà per la commemorazione del 70° anniversario della Liberazione. L’Italstage è la stessa società che allestì il palco al PalaCalafiore di Reggio Calabria per il concerto di Laura Pausini, quando perse la vita mio figlio Matteo Armellini.


Per quanto accaduto questa società ha patteggiato una penale di 70 mila euro, ma il suo rappresentante legale, Aumenta Pasquale, è stato rinviato a giudizio insieme ad altri sei.

Mi permetto d’indignarmi per la tanta disattenzione, che mostra una sconcertante mancanza di quella moralità che sarebbe invece necessaria per un evento come quello del 25 aprile, previsto nella Piazza del Quirinale: una cerimonia alla quale partecipano il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e numerose autorità dello Stato.

Questo episodio mette in luce la superficialità e la leggerezza di comportamento che purtroppo si riscontra anche in campo lavorativo e che a volte causa danni irreparabili ai lavoratori e alle loro famiglie.

Spero di non essere considerata con tanta leggerezza e, come già fatto, esprimo ancora una volta l’auspicio che la giustizia possa fare il proprio corso. Vorrei che alle vittime venisse restituita la dignità e che ne fosse onorata la memoria con atti responsabili e degni di professionalità.

Klodian Elezi, morto di Expo.

13 aprile 2015 6 commenti

Solo sul giornle Brescia Today son riuscita a trovare il nome di quest’uomo.
Che poi uomo, quale uomo, aveva 21 anni, un ragazzetto.

Nessuno lo nomina, probabilmente perché albanese.
Però l’11 aprile ha fatto un volo di 5 metri, all’interno del cantiere della Teem, sbattendo la testa e morendo sul colpo, da un ponteggio dove lavorava senza alcuna imbracatura.

Klodian Elezi, questo era il nome di questo giovane ragazzo da anni residente con tutta la famiglia nel bresciano,
che è morto per garantire l’inaugurazione di una una galleria nei pressi del futuro casello di Pessano con Bornago, che va inaugurata per l’Expo, perché sarà la prossima futura tangenziale esterna milanese.
Un morto di Expo, volato giù come una mela senza diritto nemmeno ad avere un nome a quanto pare,
impiegato in un cantiere ora posto sotto sequestro e da cui son subito sbucate molte irregolarità, tra cui in primis l’assenza dell’imbracatura di sicurezza, che avrebbe permesso a Klodian di assaporare questa primavera e tante altre.

Il diritto all’autodeterminazione sulle proprie ovaie e sul modo di curarsi…

26 marzo 2015 1 commento

Posto quest’articolo perché l’ho letto con rabbia ed empatia.
Perché nel mio anno dentro un ospedale pediatrico e in tutti quelli che ancora vivrò entrando ed uscendo da ospedali per lottare insieme a mio figlio per una vita dignitosa, ho imparato tante cose.
Perché in questi anni ho scoperto la malattia in tutti i sensi tranne che sulla pelle mia: ed è una situazione particolare.
Mio figlio pagherà per sempre le conseguenze di un arresto cardiaco e i suoi occhi lo urlano,
mia madre combatte, fa chemio, fa interventi, rifà chemio.
Si impara tanto e cambia tutto. Si impara l’umilità e la lotta quella con le unghie e i denti e le lacrime e i porchiddii.
Si impara, e quando ci si guarda intorno spesso ci si sente soli ma soli tanto,
perché chi ti circonda spesso ancora lo senti dire “aho ma che sei spastico?” e poi guardi la mano di tuo figlio che ogni giorno fa più cose ma ogni giorno è più storta e te ne vorresti tornare a casa.
Soli, perché sulla disabilità spesso si scherza con una cattiveria che appare innocua finchè non si trafigge nel cuore di chi la combatte ogni giorno. E fa male.
Si scherza facile, si giudica con ancora più facilità

La disabilità così come il cancro.
Il maledetto cancro che ci sta sterminando, uno ad uno che pare una guerra vaffanculo.
E allora anche io quando ho letto le battute su Angelina Jolie ho avuto un conato e capisco quanto più grosso del mio sia quello di compagne e amiche che da prima di me lo combattono o subiscono.
Dovremmo imparare a ridere di altro, ecco.
Tutto qui.

Da Le amazzoni Furiose:

Non che voglia in alcun modo paragonarmi a lei, cosi` bella e ricca, pero` forse io e Angelina Jolie qualcosa in comune ce l’avremo presto. In un futuro non troppo lontano, anch’io togliero` le ovaie. Non sono portatrice di una mutazione BRCA come la Jolie, ma mi sono ammalata di cancro al seno a soli 30 anni e il mio e` un carcinoma fortemente ormonoreponsivo. Significa, in parole povere, che la stragrande maggioranza delle mie cellule cancerose utilizzano estrogeni e progesterone per riprodursi. E` per questo che, oltre ad avermi prescritto il tamoxifene per 5 anni, gli oncologi del centro presso cui sono in cura, mi hanno bloccato le ovaie impedendo a queste ultime di produrre estrogeni. Fino al prossimo anno, la soppressione ovarica avverra` mediante l’iniezione di Decapeptyl ogni 28 giorni. Considerando, pero`, che e` mia intenzione proseguire oltre i 5 anni, dal momento che, come rilevato recentemente dall’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM) nel rapporto I tumori in Italia. Prevalenza e guarigione da tumore in Italia, nel caso del cancro al seno occorre aspettare 20 anni prima di raggiungere un’attesa di vita simile a quella della popolazione generale (qui), sto seriamente considerando l’ovariectomia.
E` una decisione non facile e sono molto contenta che la mia oncologa mi abbia rassicurata sul fatto che andremo avanti con la soppressione chimica finche` non mi sentiro` pronta per l’intervento chirurgico. Ha inoltre precisato che una misura di questo tipo non mi garantisce che la malattia non si ripresentera`. “Qui certezze non ce ne sono”, mi ha detto. Allo stesso tempo, pero`, ho intenzione di utilizzare tutti gli strumenti a disposizione per ridurre le probabilita` di recidiva. Lo faccio per me, perche` voglio vivere e a lungo, ma anche per mio marito e per i miei genitori

e poi dal blog di Lorenza:
Basta.
Vi prego, basta con le battute su Angelina Jolie che si fa togliere il cervello, la fica, i piedi.
Basta.
Ve lo chiedo come un favore personale.
Ve lo chiedo perché mia madre è morta di cancro in 11 mesi.
Ve lo chiedo perché mia zia, la mia adoratissima zia, ha combattuto quindici anni prima di morire anche lei.
Ve lo chiedo per le mastectomie delle donne della mia famiglia.
Ve lo chiedo per la mia ecografia annuale, che ogni volta è un momento terrificante.
Non fate ridere.
Dimostrate solo tanta ignoranza e una totale mancanza di empatia e rispetto.
E non per Angelina, ma per lei, per l’Amazzone Furiosa che non ho mai visto dal vivo, ma per la quale bestemmio e spero.

Sai com’è? Apro quello che me pare

23 marzo 2015 1 commento

prendo dalla pagina Fb di AbbattoImuri questa immagine che circola da ieri per la rete in modo virale.
Non so da dove sia partita, non so a chi possa essere venuta in mente ma ci tengo a pubblicarla su questo blog ormai mezzo abbandonato per mettere nero su bianco quel che penso di tutto ciò.
Apro quello che mi pare: apro le cosce, apro i libri, apro le teste di chi decide quali sono i canoni comportamentali da seguire per una brava donzella. Ho iniziato a farlo che nemmno avevo 14anni, tu pensa se 20anni dopo posso accettare una schifezza simile, con questa donzella dalla gonna sotto al ginocchio e dalle curve in mostra,
che cerca di creare una separazione tra chi legge e chi scopa liberamente: quindi tra cultura e autodeterminazione sessuale.

Una schifezza. Perchè se è vero che la vita è un libro come ci tiene a sottolineare questa immaginetta da democrazia cristiana degli anni ’60, allora va sfogliata, va iniziata e finita, e cambiata, e ricambiata e scoperta, e approfondita, e lanciata al muro.
Se c’è una cosa che ci ha insegnato la lettura è ad avere orgasmi ancora prima che la nostra pelle, cosce, fica o altro venisse sfiorata: ma andate affanculo va!
Apro quello che me pare.

AGGIORNAMENTO:
appena poche ore e la rete ha saputo rispondere a dovere, con questa immagine

e facciamo circolare anche queste righe come suggerito dal blog AbbattoImuri:

Allora se avete voglia di raccontarla in modo diverso, sfatando il mito della ragazza per bene che si dedica agli studi o della gran zoccola che è un’ignorantona, potreste inviare foto, immagini, quel che volete voi, a dire che apriamo quel che ci pare e piace senza che nessuno venga a moraleggiare sulla nostra esistenza, inviatemi pure via messaggio, in privato, su facebook o via mail su abbattoimuri@grrlz.net. Così poi pubblico quel che ne pensiamo di questa storia.

Un racconto di incontri, tra Kathmandu ed Addis Abeba, passando per Dubai

1 marzo 2015 Lascia un commento

Oggi vi faccio un regalo che chissà se vi meritate.
Vi apro un pezzetto della mia porta e vi faccio conoscere una sorella: una di quelle donne che son la fortuna della vita mia. Di quelle che non vedo mai perché chissà dove sono, di quelle con cui però chiacchiero e rido sempre,
di quelle che poi quando finalmente le riesci ad incontrare in qualche angolo di mondo si annullano i mesi e gli anni di lontananza con quegli abbracci urlati che son rari.
Che son vita. Amore puro.

Oggi vi presento una sorella che mi fa il più grande dei regali possibili. Sempre.
Mi porta attaccata, sempre, ad un foulard, ad uno scialle, infilata in un taschino: mi permette di vedere un mondo che non posso vedere perché mi porta con lei, perché basta parlarle un po’ e il mondo che vive mi entra negli occhi e mi permette di fruirne un po’, di sentirne il calore umano.
Grazie alla mia Giovanna ho visto tanti luoghi che chissà se potrò mai vedere,
Grazie alla mia Giovanna mi sento meno reclusa, meno incastrata, meno incapace di deambulare per le polveri della terra come vorrei, come mi rende orgogliosa la mia Giovanna.
E allora oggi la voglio ringraziare così, davanti a tutti voi, e le voglio ancora chiedere un favore:
non ti scordare mai di avvolgermi al tuo collo, di tenermi stretta a te mentre sali su quei bus a chissà quali altitudini, per capire il mondo, per cambiare il mondo. Per amarlo.

Vi lascio con un pezzettino di ciò…

Ricordo il mio primo volo dal Golfo – dal Bahrein, per la precisione – a Kathmandu: ero l’unica donna in mezzo a uno stuolo di giovani uomini nepalesi, stanchi, sporchi, avvolti in coperte e pieni di borse e pacchi dalle forme curiose. Avevo un’idea confusa del paese verso cui stavo andando e solo mesi dopo avrei saputo pienamente apprezzare l’oscuro cartello appeso nella toilette dell’aereo che invitava al corretto uso del WC: NON ACCUCCIATEVI IN PIEDI SULLA TAVOLA MA SEDETEVI SOPRA. Credevo però di sapere a chi appartenessero quei volti giovani e stanchi: ecco gli schiavi degli anni Duemila, mi dicevo, la forza-lavoro globale del capitalismo avanzato, i dannati della terra. Non avevo mai visto il loro paese, ma pensavo all’effetto che i grattacieli e le spaventevoli autostrade a quattro corsie delle capitali del Golfo dovevano avere su chi aveva trascorso la propria vita in zone rurali, e non aveva – per esempio – mai utilizzato un WC.

Anni dopo, lo scorso novembre, raggiungo esausta l’aeroporto Tribuvhan di Kathmandu e mi metto in fila dietro alla ormai solita lunga coda di uomini. I più vecchi hanno trent’anni, ad alcuni sono appena spuntati i primi peli sul viso. Molti sfoggiano una tikā rossa in fronte, unica protezione contro gli ostacoli e i pericoli del viaggio. Un poliziotto si avvicina invitandomi ad attendere seduta. Dopo quasi un’ora ricompare e mi scorta fino al banco, facendomi saltare l’intera fila. Mi vergogno, ma nessuno sembra notarmi. Vorrei chiedere al poliziotto il perché di questo privilegio: non ho un biglietto business, non sono disabile e non ho bambini con me. È perché sono una donna? Perché sono straniera? Khairini (bianca)? Resto codardamente zitta e lo ringrazio.

Raggiungo il mio posto e per la prima volta siedo accanto a una migrante. So bene che esistono, ho lavorato con associazioni di donne migranti in Nepal, conosco le statistiche (sono circa il 13% dei migranti), e un’amica nepalese lavora oggi in una fabbrica alimentare in Malesia. Ho visto Saving Dolma un bel documentario dello scrittore e cineasta nepalese Kesang Tseten su una lavoratrice domestica in Kuwait. Tuttavia, nel pendolarismo tra l’Europa e il Nepal è la prima volta che mi capita di essere seduta accanto a una donna, e lo noto. La guardo da capo a piedi, dal nastro rosso che le raccoglie i capelli, ai sandali dorati. Stringe tra le mani una pochette rossa e dorata – tutto s’intona. Pare vestita a festa e piena di speranze. Deve avere notato il mio sguardo e forse per smorzare l’imbarazzo mi chiede, con un mezzo sorriso “Amrika”? Scuoto la testa e le rispondo nella sua lingua che sono italiana e vivo in Germania. Il viso di Bimala – questo il suo nome – s’illumina. Sembra una ragazzina e, tra le molte domande che mi rivolge, racconta anche di lei. Dice di avere tre figli, di dodici, sei e quattro anni. Da un anno lavora come domestica in Arabia Saudita per poterli mantenere e mandare a scuola. Le chiedo come si trova “bene, molto bene”, risponde raggiante con una punta di orgoglio. “Ti pagano bene?” le domando. Bimala fa una smorfia tra l’imbarazzo e il fastidio, guarda in basso e mormora, “Sì, bene”. Esita perché non la pagano da mesi? La pagano poco? Manda tutti i soldi a casa e non ha controllo sul denaro che guadagna? Vorrei chiederle molte cose ma non so come. Il mio nepalese non mi consente certo di articolare indirettamente le domande o di modularne il tono – e sono troppo stanca. Cambio argomento, e dopo qualche chiacchera pleonastica su quale sia il paese più bello tra Germania, Italia e Nepal, ci addormentiamo entrambe.

Circa cinque ore dopo sono nella saletta di transito a Dubai e aspetto il bus per arrivare al terminale da cui partirà il mio volo per Amburgo. Una giovane donna alta e sinuosa – il suo corpo riemerge da tutte le parti sebbene sia avvolto in una lunga e nera abaya mi porge assertivamente il suo biglietto e mormora “Addis Abeba”. Leggo che si chiama Almaz e il suo volo parte, come il mio, dal Terminale 3. La rassicuro “Aspetti l’autobus giusto, anche io parto da lì”. Lei sorride e incalza “dove vai?” – “Amburgo, Germania”. Mi guarda qualche secondo con sarcastica ammirazione. Non specifico la mia nazionalità, forse per pudore postcoloniale. Almaz ha qualcosa di incredibilmente attraente. Nonostante sembri stanca e provata, non trova pace. Si muove nervosa sulla sedia, getta occhiate interrogative. Mi richiama dal sonno – non riesco a staccarle gli occhi di dosso e mi arrendo quasi subito al desiderio di parlarle.

Prendiamo il bus insieme, Almaz mi siede vicino. All’inizio risponde laconicamente ai miei tentativi di conversazione, anche se sembrano farle piacere. Arrivate al terminale le dico che ho fame e vado a comprare qualcosa, lei preferisce stare seduta. Le lascio la mia valigia e torno con due tè e qualche croissant. Almaz dice che non mangia dolci perché da tempo ha male ai denti, ma è contenta del tè a cui aggiunge tanto latte e tre bustine di zucchero. Apre il suo zaino e mi offre una barretta di cioccolato. Questo piccolo convivio sembra rompere un argine. Almaz inizia a raccontare, in un inglese basilare ma incisivo. Dice di conoscere bene Dubai, dove ha lavorato due anni e mezzo come domestica prima di tornare in Etiopia per qualche mese, per poi ripartire con un nuovo sponsor saudita. I suoi due anni a Riyadh si concludono oggi, nel giorno in cui la incontro. “Dubai è OK – dice – l’Arabia Saudita è diversa, non è aperta”.

Gira il suo tè nervosamente con le dita ingrossate – ha un brutto taglio sul pollice “mi sono fatta male affettando la carne”, spiega. “Ho cucinato troppo” – e indica il suo bel viso che ha qualche macchia chiara. Crede che il fumo della cucina le abbia svaporato il volto, “non riesco a mandarle via con nessuna crema”. Mi descrive la sua routine quotidiana a Riyadh. Verso le 5 di mattina veniva prelevata dalla sua stanza e portata in una scuola dove aveva il compito di pulire i bagni e i pavimenti. Alle 7 tornava a casa, e iniziava l’ininterrotto lavorìo ai fornelli. “Un fratello arriva alle 12 e vuole il pranzo, un altro alle 2, e bisogna cucinare un pasto di suo gusto, e presto, altrimenti sono urla e schiaffi”. Ricorda con orrore la fatica di preparare il pasto serale durante il Ramadan.

In Arabia Saudita, come in vari altri paesi del Golfo e del Medio Oriente, vige il sistema kafala, che può essere tradotto come una sorta di affido (il sistema è, infatti, analogo a quello in vigore per l’affido di un minore i cui genitori naturali siano ancora vivi e rintracciabili). Nel caso dei migranti, il kafil (l’affidatario-datore di lavoro) è necessario affinché il permesso di soggiorno e di lavoro siano validi. I migranti pagano il kafil per l’intero pacchetto e sono a quel punto completamente alla sua mercé, e vulnerabili a qualsiasi forma di sfruttamento.

 

Il kafil di Almaz era la madre della famiglia che la ospitava, la matrigna alla quale si rivolge con il titolo di madame. A madame, Almaz ha versato i 10.000 riyāl (circa 2.300 €) necessari per essere assunta. Madame, a quanto racconta, trascorreva i suoi giorni in poltrona e quando non si lamentava dei suoi malori, sfogava la rabbia su di lei o in interminabili liti con il marito. “Lui era più facile però – dice Almaz – bastava dargli da mangiare”. Lei stirava, puliva, cucinava. E ancora, ad libitum. Non aveva giorno libero e soprattutto non poteva uscire o vedere nessuno. Comincio ad afferrare vagamente il senso di quel “l’Arabia Saudita non è aperta”. Anche a Dubai Almaz aveva un kafil e lavorava come domestica. Ma poteva uscire, aveva degli amici, aveva un po’ di tempo per sé.

Almaz è sempre più concitata e aggiunge orrore a orrore. I ricatti, le notti senza cena. Le molestie del figlio. “Se mi tocchi chiamo tua madre”, gli diceva Almaz. Ma madame era capace di tutto. “Madame ha ucciso”. Provo a chiedere spiegazioni, ma Almaz resta pietrificata per qualche secondo, lo sguardo fisso e vuoto. “Oggi ho comprato un telefono nuovo per mio fratello” mi dice orgogliosa. “Madame era furiosa e allora per renderla ancora più furiosa mi sono comprata questo” e mi mostra un piccolo anello argentato con incisa una calligrafia. Sorride fiera e felice. Libera. “Avevo studiato un po’ l’inglese, e invece ho dovuto imparare l’arabo. All’inizio capivo poco, ci è voluto tempo…”

Come spesso accade, Almaz non è stata pagata per mesi. Ha dovuto lottare all’ambasciata etiope per ottenere i 5.600 riyāl – stipendio di 8 mesi – che madame le rifiutava. Ripercorre le liti con madame: “Non ho paura di te, vuoi chiamare la polizia, chiamala! Mi vuoi picchiare, picchiami!”. Non riesco a fermarla, o a fare domande. Sembra rivivere quelle conversazioni, mi guarda raramente negli occhi, ma recita i dialoghi ed elenca gli abusi come se madame fosse lì davanti a lei. La mia funzione è quella del testimone. Devo solo ascoltare. Madame non voleva lasciarla andare via. L’ha tenuta chiusa per tre giorni in camera, un giorno intero senza cibo e gli altri due con una fetta di pane e un succo di frutta. Madame è nel business dei kafil e voleva incassare 10.000 riyāl da Almaz per rivenderla a un’altra famiglia.

Quella mattina non aveva trovato i suoi abiti ed era andata all’aeroporto indossando ancora il pigiama sotto l’abaya. “Sempre con addosso questo coso” – sbotta, – “appena atterro ad Addis Abeba lo butto nella spazzatura”. Intanto si aggiusta con gesto automatico il velo nero, incastrandolo dietro alle orecchie. “Madame alla fine mi ha accompagnata all’aeroporto, non mi ha dato né pranzo né cena… mi sono comprata io da mangiare, con i miei soldi”.

Tornerai nel Golfo? Le chiedo. Non lo esclude, ma non in Arabia Saudita. Ora tutto quello che vuole è riabbracciare suo fratello ad Addis Abeba, e dimenticare madame. “Se viene in Etiopia… La brucio”.

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