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Archive for the ‘Libano’ Category

Libano: si assaltano le banche

29 aprile 2020 Lascia un commento

Per le strade del Libano, tutte, la pandemia non sembra essere il problema principale.
Dall’ottobre dello scorso anno, per più di 100 giorni, il Libano è stato infiammato da una EImVqHnX0AASmVs-1protesta spontanea, trasversale, assolutamente liberata dai meccanismi confessionali che sempre hanno diviso le strade del paese. I soli a scendere contro questo movimento stupendo e anche ricco di tantissime componenti femminili, sono stati gli sciiti di Hezbollah ed Amal, che più volte hanno attaccato le piazze incendiando tutto quello che trovavano, armata manu
Una lotta contro una crisi economica devastante, denominata dalla stampa internazionale la Tax Intifada, che ha fatto cadere in pochi giorni l’inutile governo Hariri e che ora si ritrova in una situazione stagnante e pericolosa,
insostenibile ormai visto l’arrivo della pandemia, e con lei delle misure di contenimento sociale che inevitabilmente piegano definitivamente la sopravvivenza della popolazione subalterna.

E così, nessuno si è lasciato fermare, e con i volti coperti dalle mascherine, oltre che dalle kephie, si è iniziato ad alzare il livello dello scontro per le piazze di Beirut, Tripoli, Saida: dal tappeto di bandiere libanesi sventolate, dalla battaglia con i divani a bloccare la ring road si è passati a tante, tante molotov, e all’attacco diretto alle banche.

La confusione è grande sotto il cielo,
i cuori di chi lotta battono forte.
Per capire le rivendicazioni dei ragazzi e delle ragazze in piazza : QUI

 

Flaubert e l’Odio dei borghesi

19 ottobre 2011 2 commenti

Sono andato in visibilio, otto giorni fa, davanti ad un accampamento di Bohémiens che si erano stabiliti a Rouen. È la terza volta che li vedo, e ogni volta con piacere nuovo. La cosa incredibile è che eccitano l’Odio dei borghesi, benché siano inoffensivi come agnelli. Mi sono fatto molto malvolere dalla folla dando loro qualche soldo. E ho sentito parole gentili alla Prudhomme. Questo odio risale a qualcosa di molto profondo e complesso. Lo si ritrova in tutte le persone perbene. È l’odio che si porta al Beduino, all’Eretico, al Filosofo, al solitario e al poeta. E in esso si annida la paura. Io, che sono sempre per le minoranze, ne sono esasperato.
E’ vero che son molte le cose che mi esasperano.
Il giorno in cui non sarò più indignato, cadrò a terra, come un manichino a cui han tolto il sostegno.

Gustave Flaubert, Lettre à George Sand. Croisset, mercredi soir, 12 juin 1867 ( in Flaubert Correspondance. Pléiade. Tome 3)

Foto di Valentina Perniciaro _Libano e campi profughi_

Guerra in Libano: già son passati 5 anni

12 luglio 2011 3 commenti

Foto di Valentina Perniciaro _Beirut: quartiere sciita di Haret Hreik_

Caspita.
Cinque anni.
Ricordo perfettamente il momento della notizia della prima bomba su Beirut.
Ricordo che mi sono guardata intorno, in quel call center merdoso dove vivevo da precaria (ora da “assunta” è merdoso lo stesso)…tempo cinque minuti e la decisione è stata presa: io parto.
E così è stato, anche se per attraversare il confine Siria-Libano poi ho impiegato qualche giorno…arrivando a Beirut che i fuochi dei bombardamenti fumavano ancora, ma il frastuono delle deflagrazione era terminato appena.
Passeggiare per un paese conosciuto in piena ricostruzione pochi mesi prima, per ritrovarlo avvolto dalla polvere, sotterrato dalle macerie, stuprato dai bombardamenti che dal mare e dal cielo hanno tempestato tutti i “punti critici” per Israele: ovvero i quartieri sciiti, le cosiddette roccaforti Hezbollah…nient’altro che quartieri e villaggi abitati da migliaia di persone.
Vi ho bombardato di foto in questi anni di quelle mie “passeggiate” di morte…
ma penso che smettere di farlo sia sbagliato.

Qui i due articoli che ho pubblicato nel secondo anniversario di quel massacro sionista, l’ennesimo: 12
MENTRE QUI LA GALLERIA FOTOGRAFICA

Golan: terra di altoparlanti e ora di abbracci

17 maggio 2011 1 commento

Foto di Valentina Perniciaro _Golan, la terra degli altoparlanti_

I melograni e i fichi più buoni che io abbia mai assaggiato venivano da quella terra.
Il Golan è un pezzetto di medioriente che racchiude in se tante tragedie e meraviglie, una terra che non può essere ospitale perché in parte porta il bollino di “no man’s and” e per l’altra grand parte vive sotto occupazione militare israeliana.
Per poter attraversare quella terra e vedere la sua quotidianità di zona fantasma del pianeta ( mi riferisco ovviamente al lato siriano ) bisogna chiedere autorizzazioni alle U.N. e fondamentalmente esser scortati quasi passo passo da quei contingenti inutili, in stallo lì da quasi 4 decenni.
Interi villaggi sono stati strappati alla Siria, intere famiglie sono separate dalle tre reti che formano quel confine illegale: lo stratagemma, il solo, per poter comunicare sono degli enormi altoparlanti, istallati nei punti più alti, da dove potersi urlare le novità, i matrimoni, le nascite, il raccolto o un funerale.
O solo la rabbia di non potersi riabbracciare.
Da quei megafoni enormi istallati su quelle torrette un po’ sbilenche escono conversazioni tra figli e vecchi genitori, tra nonni e nipoti che non si sono mai incontrati, tra sconosciuti innamorati solo per la distanza ridicola ma infinita che li divide.
Da quei megafoni passa una quantità di vita che sorprende, che scalda il cuore, che fa salire quella rabbia interiore che solo un sopruso come l’occupazione militare di una terra e l’annientamento di un popolo può far provare. Sentire le voci provenire dalla collina di fronte, filtrate dal vento che dalla Palestina arriva violentissimo e orgoglioso è stata un’emozione che mai abbandonerà il mio sangue.

Due giorni fa, 15 maggio, data della Catastrofe del popolo palestinese, quei confini hanno preso un altro colore. Per la prima volta.
Per la prima volta centinaia di persone, centinaia di profughi palestinesi vittime della Nakba e dell’eterno non-ritorno hanno trovato il coraggio di far quello che ancora non era stato mai tentato.
Scavalcare.
Tornare a casa.
Con quelle chiavi enormi che non troveranno più porta, con i colori della loro bella bandiera…e con la sola intenzione di realizzare il sogno scritto nel sangue, quello di tornare a casa, di assaggiare le arance del proprio giardino sconosciuto.
Ci sono stati dei morti: a Majed ash-Shams i cordoni israeliani hanno reagito con i loro soliti metodi, uccidendo due ragazzi.
Che almeno son morti in terra di Palestina, come dicono i loro parenti e amici.

Questo video invece lascia senza parole…
tutte quelle persone che dal confine siriano puntano le reti… i loro familiari e “compaesani” sotto occupazione israeliana che urlano prima d’emozione e poi di terrore… convinti che tra la prima e la seconda barriera il terreno fosse minato.
Si sentono solo urla di non fare altri passi, che è troppo pericoloso, ma la voglia di entrare in Palestina, di metter piede finalmente su quella terra è troppo forte e nessuno bada al pericolo di poter saltare in aria.
Nessuna mina.
Altra rete.
Sono nella Palestina Occupata, nel Golan, abbracciati alla loro gente e alla loro terra…la terra degli altoparlanti per una volta sente il calore della pelle che si tocca, delle labbra che si baciano.

Una giornata tutta nuova, una giornata indimenticabile, una giornata che vedrà crescere i suoi frutti, un nuovo fronte popolare arabo e palestinese che vuole marciare unito verso l’autodeterminazione.

Foto di Valentina Perniciaro _Le strade di Quneitra, Golan_

Pubblicato su Peacereporter

63 anni di Nakba: non ne possiamo più, ora si deve tornare a casa

15 maggio 2011 7 commenti

Oggi sono 63 gli anni dal dramma, dalla tragedia del popolo palestinese.
Non un anniversario, perchè il dramma della Nakba è pane quotidiano per milioni di palestinesi: lo è per chi ha valicato quei confini nel ’48 e da quel momento fa la muffa in qualche sbilenco campo profughi di Siria, Libano o Giordania
e lo è per chi è all’interno della Palestina Occupata, in qualunque punto di essa si trovi, se ha sangue arabo.
Oggi però è stata una Nakba un po’ diversa…che ha fatto impazzire di “twittate” tutto il mondo telematico, che ha spalancato un nuovo orizzonte di conflitto, conflitto di massa.
Da tutti i confini oggi lo Stato d’Israele è stato contestato.
Gaza con il suo valico di Eretz, e poi ancora il King Hussein Bridge in Giordania, il Golan siriano,il confine libanese:
calcolare i numeri è quasi impossibile, ma a dozzine di centinaia si sono riversati ai border israeliani tentando di accedere o comunque di far pressione…accedere a quella terra sotto occupazione militare da 63 anni, la terra della segregazione razziale, la terra laboratorio di violenza e soprusi, il grande carcere del pianeta, dove si sperimentano tecniche di concentrazione umana come spesso armi non convenzionali.
Oggi per la prima volta lo stato d’israele che festeggia la sua nascita è stato “attaccato” da migliaia di persone che urlavano gioiose “Gerusalemme stiamo arrivando”, ” Stiamo tornando finalmente a casa”.
Morti ce ne sono stati…il Convoglio Restiamo Umani, all’interno della striscia di Gaza ha raccontato dell’uccisione di un 14enne con due colpi d’arma, uno al cuore e l’altro in testa…ma si parla, solo a Gaza, di un’ottantina di feriti.
Poi la repressione ha preso un po’ tutte le bandiere e divise: le forze di sicurezza e il Mukhabarat giordano, come quello libanese hanno fatto di tutto per impedire che la popolazione si avvicinasse troppo al confine. La repressione è stata pesante, ma penso lo sia più il terrore dello Stato d’Israele, che con le sue dimostrazioni di forza con metodologie da terzo Reich, s’è ritrovato oggi con tutti i suoi confini circondati da migliaia di persone urlanti.
Cavolo.
Che meraviglia.
Avrei solo voluto essere lì con voi, in Golan come sul Litani, a Gaza come in quel deserto giordano che separa la grande scatola di sabbia dalla fertile palestina…
63 anni di segregazione e pulizia etnica, questà è la Nakba, questo è Israele.

LEGGI STORIA DI UNA PULIZIA ETNICA
 Questo video invece è girato in Golan, e fa venir la pelle d’oca!

Rivolta in Siria: Hezbollah si schiera con i carriarmati

28 aprile 2011 6 commenti

Hassan Nasrallah, carismatico e geniale leader del partito armato sciita Hezbollah, ha taciuto per molti giorni mentre piazza Tahrir con la sua determinazione cacciava a calci in culo Hosni Mubarak dopo trentanni di indiscusso potere. C’ha messo tanto, Nasrallah, a prender parola, lui che della parola è esperto maestro: ha impiegato molto tempo ed ha avuto anche diversi problemi nello spiegare il motivo di tutta questa attesa.
Le masse islamiche partecipanti alle piazze rivoluzionarie lo hanno atteso per molto, con infinita aspettativa; volevano la sua legittimazione, volevano che strizzasse l’occhiolino a loro, lui che tante volte era riuscito a far tremare addirittura l’invincibile esercito israeliano. Ha atteso ma alla fine s’è schierato, con un certo imbarazzo ma alla fine ha detto faccia alle telecamere che desiderava anche lui, per le masse di giovani arabi musulmani e non, uno slancio democratico che cacciasse via i vecchi mostri torturatori detentori del potere.
L’ha fatto per la Tunisia, ma solo dopo che i fatti egiziano travolgessero il presente. Ora, con la Siria e i suoi carriarmati schierati; ora che è Bashar al-Assad a sparare sulla gente e tenere le redini del potere, ora che sono i siriani a provare ad alzare la testa e riappropriarsi di un po’ di libertà, il “partito di Dio” corre a stringersi a coorte.
Sostegno totale al partito Baath, sostegno totale alle forze di sicurezza siriane, sostegno a chi spara e assedia le città: la televisione al-Manar oggi è riuscita anche a dichiarare che l’esercito e i cingolati sono arrivati su esplicita richiesta della popolazione nelle mani di frange estremiste che gestiscono la rivolta. Un delirio.

Per quanto riguarda le strade siriane.. i morti non si contano ormai più e le notizie sono sempre più allarmanti da diversi punti del paese, soprattutto in vista di domani, un venerdì che sarà l’ennesimo bagno di sangue. I confini con Giordania e Libano son serrati. A Daraa, la città in stato d’assedio da giorni, il quarto reggimento arrivato in tutta fretta da Damasco ha iniziato uno scontro a fuoco contro il quinto reggimento, in cui molti nei giorni scorsi hanno disobbedito all’ordine di sparare sulla popolazione. 

Nevi e bufere mediorientali!!

13 dicembre 2010 1 commento

Il generale inverno (che dio solo sa quanto posso odiare da sempre, anche per questi suoi gradi militari) ha bussato, e lo sta violentemente facendo da ieri su tutto il mio amatissimo medioriente!

Siria: NEVE E DESERTO

Iniziamo con le zone di casa, quelle di cui passo passo si conoscono i vicoli e le finestrelle socchiuse: Damasco è sotto un’ondata di freddo eccezionale, probabilmente tra poche ore il cappello del Qassiun si colorerà di bianco, le stufette sbilenche delle case del centro staranno faticando e lottando contro un freddo a loro sconosciuto. Le alture del Golan occupate e non, sono sotto molta neve e ghiaccio (poveri melograni!!) e un fortissimo vento inseguito dall’alluvione si è abbattuto su tutto il territorio libanese, facendo registrare anche un morto.
La Giordania ha paura che l’alluvione di questa notte possa non fermarsi: non sono territori capaci a reagire all’acqua.
L’Egitto è piegato da quest’ondata di maltempo e la quantità di vittime già registrate è purtroppo soggetta a escalation numeriche: il vento spira oltre i cento kilometri, accolto da tempeste di sabbia e grandinate molto violente che hanno fatto crollare una fabbrica tessile vicino ad Alessandria. Al momento del crollo si trovavano 30 lavoratori: per ora risultano 3 morti e 5 feriti gravi.
Poi ci son 7 morti per incidenti stradali capitati a causa dell’incredibile maltempo, soprattutto ad Asiut (nella penisola del Sinai).
Il canale di Suez è estremamente trafficato: 26 navi provenienti dal Mediterraneo e altre 29 dal Mar Rosso sono in attesa di passare!

Uomini che uccidono le donne: Medioriente e Sudest asiatico

10 novembre 2010 Lascia un commento

UN ARTICOLO DA LEGGERE ASSOLUTAMENTE!
QUELLO CHE SI PUO’ DEFINIRE GIORNALISMO…COMPLIMENTI A ROBERT FISK, COME SEMPRE.
QUESTO LUNGO ARTICOLO E’ VERAMENTE INTERESSANTE

Uomini che uccidono le donne
di Robert Fisk The Independent, 7 settembre 2010

Una tragedia, un orrore, un crimine contro l’umanità. I particolari degli omicidi – donne decapitate, bruciate, lapidate, pugnalate, folgorate, strangolate e seppellite vive per lavare “l’onore di famiglia” – sono terrificanti. Le ultime statistiche mondiali pubblicate dall’Onu nel 2007 parlano di circa cinquemila morti all’anno, ma in Medio Oriente e nel sudest asiatico molte associazioni di donne sospettano che le vittime siano al meno quattro volte di più.

Foto di Valentina Perniciaro _Bismillaaaaaaah_

L’Independentha condotto un’indagine durata dieci mesi in Giordania, Pakistan, Egitto, Gaza e Cisgiordania per rac contare questi crimini, che riguardano soprattutto donne giovanissime, spesso adolescenti. Tra le vittime ci sono anche degli uomini e, sebbene i giornalisti la descriva no come un’usanza prevalentemente musulmana, i delitti d’onore avvengono anche nelle comunità cristiane e indù.

Il concetto di “onore” (ird in arabo ) – l’onore della famiglia e della comunità -va al di là della religione e trascende la pietà umana. Le volontarie che lavorano nelle organizzazioni peri diritti umani, ad Amnesty International, nelle associazioni delle donne, e negli archivi dei mezzi d’informazione, ci dicono che la strage delle innocenti accusate di aver disonorato la famiglia si aggrava ogni anno che passa.
I delitti d’onore sono frequenti soprattutto tra i kurdi dell’Iraq, tra i palestinesi della Giordania, in Pakistan, e in Turchia. Forse però questa sproporzione dipende dal fatto che in alcuni Paesi la stampa è più libera di denunciare e compensa la segre tezza che circonda gli stessi delitti in Egitto, dove il governo nega che esistano, e in altri Paesi del Golfo e del Medio Oriente. Da molto tempo i delitti d’onore sono aumen tati anche in Occidente: in Gran Bretagna, in Belgio, in Russia, in Canada. In molti Pa esi del Medio Oriente, le autorità sono complici dì questi crimini, e riducono o addirittura annullano le condanne degli assassini se le donne fanno parte della famiglia, oppure classificano gli omicidi come suicidi per evitare i processi.

E’ difficile mantenere la calma di fronte all’elenco sterminato dei delitti d’onore. Come si deve reagire davanti a un uomo che violenta la figlia e poi, siccome è rimasta incinta, la uccide per salvare l’onore della famiglia, come è successo in Egitto?

Medine Mehmi, una ragazza turca di sedici anni della provincia dì Adiyaman, a febbraio è stata sepolta viva sotto un pollaio dal padre e dal nonno perché “aveva amici maschi”.
Aisha Ibrahim Duhulow aveva 13 anni nel 2008 quando, dopo esser stata accusata di adulterio, è stata trascina ta in una buca scavata nel terreno, sepolta fino al collo, e lapidata da cinquanta uomini. Il suo crimine? Essere stata violentata da tre uomini.

A Daharki, in Pakistan, una ragazza è stata uccisa dai familiari mentre partoriva il suo secondo figlio. Prima di essere massacrata con un’ascia, le hanno tagliato il naso, le orecchie, e le labbra. Il primo bambino, ancora piccolo, è stato trovato morto tra i suoi vestiti. La testa del neonato spuntava appena, mentre il torso era ancora nell’utero. I tre cadaveri erano in stato avanzato di decomposizione. Alcune donne volevano seppellirli, ma un religioso musulmano si è rifiutato di pronunciare una preghiera per loro perché trattandosi di una “donna maledetta e dei suoi figli illegittimi” sarebbe stato un atto empio.
Nell’agosto del 2008, in Belucistan, cinque donne sono state sepolte vive per aver commesso reati contro l’onore delle fami glie. Hamida, Rahima, e Fauzia erano adolescenti. Degli uomini le hanno picchiate, gli hanno sparato, e le hanno gettate ancora vive in una fossa dove le hanno coperte di pietre e di terra. Altre due donne, di 45 e di 38 anni, hanno fatto la stessa fine per aver protestato. Le più giovani erano colpevoli di aver voluto sposare uomini non scelti dalle loro famiglie. Un parlamentare pachistano, Israrullah Zehri, ha dichiarato in aula che quegli omicidi facevano parte “di una tradizione secolare che bisogna continuare a difendere”.

Foto di Valentina Perniciaro _maternità sciita_

Nel dicembre del 2003 Multan, ancora in Pakistan, una ragazza di 13 anni, Afsheen, è stata assassinata dal padre perché, dopo un infelice matrimonio combinato, era fuggita con un altro uomo, Hassan. Afsheen veniva da una famiglia istruita di ingegneri e avvocati, “Le ho messo dei sonniferi nel tè e poi l’ho strangolata col dupatta (una lunga sciarpa che fa parte del costume tradizionale delle pachistane) “, ha confessato il padre alla polizia. “L’onore è l’unica cosa che conta per un uomo. Era la mia figlia preferita. Sento ancora le sue grida e avrei voglia di tagliarmi le mani e di farla finita”. I parenti avevano trovato Afsheen a Rawalpindi in compagnia di Hassan, e le avevano promesso che se fosse tornata a casa non le avrebbero fatto nulla. Mentivano.


Giovanissime

In Pakistan in base alle leggi del qisas(il ter mine arabo con cui si definisce la legge del taglione) i parenti della vittima possono decidere di perdonare il suo assassino. Nel giugno del 2002, a Bara Kau, Zakir Hussain Shah ha tagliato la gola alla figlia diciottenne Sabiha perché aveva “disonorato” la famiglia. Poi la madre e il fratello di Sabiha lo hanno perdonato ed è stato scarcerato.

Più di dieci anni fa, la commissione pachistana per i diritti umani registrava mille delitti d’onore all’anno. La seconda in classifica dietro il Pakistan è la Turchia, anche se si deve tener conto del fatto che le autorità degli altri Paesi mentono quando di chiarano che da loro queste cose non succedono. La polizia turca ha dichiarato che tra il 2000 e il 2006 sono state uccise per motivi di onore 480 donne, un quinto delle quali fra i 19 e i 25 anni di età. Da altre statistiche rese pubbliche cinque anni fa in Tur chia da alcune associazioni per la difesa dei diritti delle donne risulta che ogni anno vengono sacrificate in nome dell’onore almeno 200 vittime. Ma ormai queste cifre sono superate e sono molto inferiori alla realtà.

Buona parte dei delitti d’onore sono commessi nelle regioni a maggioranza kurda. Secondo un sondaggio, il 37 per cento dei cittadini di Diyarbakir nel Kurdistan turco approva l’uccisione delle donne colpevoli di avere relazioni extraconiugali. Nel 2006 le autorità della zona kurda dell’Anatolia sudorientale registravano almeno una volta al mese il caso di una donna che tentava il suicidio per ordine della famiglia.

Derya, una ragazza di diciassette anni che si era innamorata di un compagno di scuola, ha ricevuto sul cellulare un sms del lo zio che diceva: “Hai infangato il nome della nostra famiglia. Per lavare l’onta, ucciditi, prima che ci pensiamo noi”. Anche la zia di Derya era stata uccisa dal nonno per gli stessi motivi. Cosi la ragazza ha cercato di eseguire l’ordine dei parenti: si è gettata nel Tigri, ha cercato di impiccarsi, e si è tagliata i polsi, ma è sopravvissuta. A quel punto si è rifugiata in una casa di accoglienza per donne scappate dalla famiglia.

Il giornalista turco Mehmet Farac, nel suo libro dal titolo Women in the Grip of Tribal Customs, (Donne nella morsa delle usanze tribali), ricorda l’omicidio di cinque ragazze avvenuto nella provincia di Sanliurfa alla fine degli anni Novanta. Due di loro (una aveva appena dodici anni) erano state sgozzate sulla pubblica piazza, altre due erano state schiacciate da un trattore, e alla quinta aveva sparato il fratello minore. Una di quelle sgozzate si chiamava Sevda Gok: mentre il cugino adolescente le tagliava la gola, i fratelli la tenevano ferma.

Uccidere le donne per difendere l’onore è una prassi diffusa nelle zone rurali del Paese, ma non è una prerogativa esclusiva dei kurdi. Nel 2001 Sait Kina ha pugnalato a morte la figlia tredicenne perché aveva parlato con dei ragazzi per la strada. L’ha assalita nel bagno con un’ascia e un coltello da cucina. I poliziotti che hanno ritrovato il cadavere hanno notato delle ferite talmente profonde che per tenere insieme il corpo della ragazza hanno dovuto avvolgere il suo corpo con una sciarpa. Alla polizia, Sait Kina ha dichiarato:”Ho fatto il mio dovere”. Sempre nel 2001 un tribunale di Istanbul ha ridotto l’ergastolo a cui erano stati condannati tre fratelli che avevano gettato la sorella da un ponte dopo averla accusata di essersi prostituita. La corte ha infatti concluso che l’omicidio era stato “provocato” dal comportamento di lei.


Incidenti domestici

Aso Kamal,un kurdo-britannico impegnato in campagne di sensibilizzazione dei kurdi iracheni per conto della rete antiviolenze Doaa, sostiene che tra il 1991 e il 2007, solo nelle tre province kurde dell’Iraq, sono state assassinate 12.500 donne, di cui 350 nei primi sette mesi del 2007. Il dato più sconcertante è che solo cinque assassini sono stati condannati. Molte donne ricevono dai familiari l’ordine di suicidarsi ustionandosi con l’olio da cucina. Nel 2007, nell’ospedale di Sulaimaniyah, i medici hanno curato molte donne per ustioni gravissime che mai avrebbero potuto essere state provocate da incidenti domestici, come invece sostenevano le vittime.

Foto di Valentina Perniciaro _NO!_

Sirwa Hassan è morta per aver riportato ustioni sull’86 per cento del corpo. Era kurda, madre di 3 figli, e abitava in un villaggio vicino al confine con l’Iran. Nel 2008 un funzionario sanitario di Sulamaniyah ha dichiarato all’agenzia stampa AFP che nel mese di maggio, nel giro di 10 giorni, 14 giovani donne erano state uccise per motivi d’onore. Nel 2000 le autorità kurde di Sulaimaniyah avevano decretato che “il pretesto di lavare un’onta non può costituire una circostanza attenuante nei casi di omicidio o maltrattamento delle donne”. Perciò è stato deciso che i tribunali non potevano più applicare la vecchia legge del 1969 che consentiva degli sconti di pena per i colpevoli. Ma la nuova legge non ha cambiato le cose.

In Iraq i delitti d’onore non riguardano solo i kurdi. Nel 2008 la polizia di Bassora segnalava 15 casi al mese di donne uccise per aver “violato le usanze islamiche in ma teria di abbigliamento”. Due anni fa una diciassettenne, Rand Abdel Qader, è stata ammazzata di botte dal padre perché si era presa una cotta per un soldato britannico. Un’altra ragazza, Shawbo Ali Rauf, 19 anni, è stata uccisa dai familiari con sette colpì di pistola durante un picnic a Dokan: nel suo cellulare era stato trovato il numero di uno sconosciuto.


Comportarsi bene

Secondo alcune organizzazioni giordane impegnate nella difesa dei diritti delle don ne, i delitti d’onore sono più frequenti nelle comunità cristiane che nelle comunità mu­sulmane. Spesso le vittime sono proprio delle donne cristiane che vogliono sposare dei musulmani. La comunità cristiana, però, rifiuta di parlare dell’argomento e quindi la maggior parte dei casi noti riguardano omicidi commessi da uomini musulmani. Nel 1999 un tizio di nome Sirhan si è vantato della bravura con cui ha ucciso sua sorella Suzanne di sedici anni: le ha sparato quattro colpi alla testa tre giorni dopo che la ragazza ha denunciato alla polizia di essere stata violentata. “Ha sbagliato, anche se non era colpa sua”, ha dichiarato il fratello, “in ogni caso meglio che muoia una persona sola, piuttosto che tutta la famiglia per la vergogna”. Da allora si è rotto il silenzio sui delitti d’onore. La famiglia reale giordana li ha condannati e il governo ha cominciato lentamente a combatterli inasprendo le pene.

Fino a poco tempo fa i tribunali giordani si mostravano ancora molto clementi con i responsabili dei delitti d’onore. Nel marzo del 2008 il tribunale penale di Amman ha condannato a 6 e 3 mesi di carcere due uomini che in un raptus d’ira avevano ucciso rispettivamente la moglie e la sorella. Nel primo caso, il marito aveva trovato sua moglie in casa in compagnia di un uomo e sospettava che i due avessero una relazione. Nel secondo caso, il colpevole aveva sparato alla sorella di 29 anni perché era uscita dì casa senza chiedere il permesso del marito. Ad agosto, invece, il tribunale penale dì Amman ha condannato a dieci anni di carcere un uomo che aveva ucciso la sorella. La difesa costruita sulle ragioni d’onore è stata respinta, ma solo perché non c’erano testimoni che confermassero l’accusa di adulterio mossa dall’assassino nei confronti della vittima.

Nei territori palestinesi, Human Rights Watch accusa il sistema giudiziario di non fare abbastanza per proteggere le donne di Gaza e della Cisgiordania dagli omicidi d’onore. Nel 2009 a Gaza un uomo è stato arrestato per aver picchiato a morte la figlia con una catena di ferro dopo aver scoperto che la ragazza possedeva un cellulare. L’uomo temeva che la figlia lo usasse per parlare con uomini estranei alla famiglia. Poco dopo, però, nonostante l’omicidio, il padre è stato rilasciato.

Anche in Paesi liberali come il Libano ogni tanto ci sono dei delitti d’onore. Il caso più clamoroso è quello di Mona Kaham, 31 anni, sgozzata dal padre nella sua camera da letto perché aveva scoperto che il cugino l’aveva messa incinta. Il padre omicida si è costituito al commissariato di Roueiss, alla periferia sud di Beirut, con il coltello ancora in mano e ha detto ai poliziotti: “Ho la coscienza pulita”. Da un sondaggio d’opinione è emerso che il 90,7 per cento dei li banesi è contrario ai delitti d’onore e, tra i pochi favorevoli, c’è chi pensa che questo tipo di omicidio possa essere utile per limitare il numero dei matrimoni misti. La situazione della Siria somiglia a quella del Libano. Ci sono gruppi di attivisti dei diritti civili che invocano l’inasprimento della legislazione nei confronti di chi uccide una donna per motivi d’onore, ma il governo si è limitato a portare a due anni di carcere la pena per l’uomo che uccide la moglie adultera.

Foto di Valentina Perniciaro _tesori mediorientali_

In Iran e in Afghanistan gli omicidi per motivi d’onore sono spesso provocati dalle faide tribali. In Iran, per esempio, un funzionario della provincia di Khuzestan, abitata da una consistente minoranza araba, ha dichiarato nel 2003 che in due mesi 45 donne erano state uccise per onore e che nessuno dei colpevoli era stato punito. Tutte le vittime avevano rifiutato matrimoni combinati o erano sospettate di avere avuto contatti con uomini estranei alle loro famiglie. In India una coppia di fidanzati indù, Yogesh Kumar e Asha Saini, è stata assassinata dalla famiglia della futura sposa perché il suo promesso sposo era di una casta inferiore – i due sono stati legati e uccisi con una potente scossa elettrica.

In Cecenia, Ramzan Kadirov, il presidente scelto dai russi, da tempo incoraggia attivamente gli uomini a uccidere per questioni d’onore.Quando a Grozny sono state trovate uccise sette donne, assassinate con colpi d’arma da fuoco nella testa e nel petto, Kadirov ha dichiarato che erano state uccise perché conducevano “una vita immorale”. Nel commentare la notizia di una giovane che aveva chiamato la polizia per lamentarsi degli abusi del padre, il presidente ceceno ha suggerito che l’uomo avrebbe dovuto uccidere la figlia: “Se non la fa fuori, che razza d’uomo è?”.
Ma veniamo all’Occidente. Qui a volte le famiglie immigrate si portano dietro, insieme ai bagagli, le tradizioni crudeli dei loro villaggi. A San Pietroburgo un immigrato azero è stato accusato di aver assoldato dei sicari per uccidere la figlia perché “non rispettava le tradizioni nazionali” e portava la minigonna. Nella periferia di Toronto, Kamikar Kaur Dhillon ha tagliato la gola alla nuora Amandeep perché voleva lasciare suo figlio, forse per un altro uomo. Il suocero omicida ha dichiarato alla polizia canadese che una separazione avrebbe attirato la vergogna sulla famiglia. A Londra una sikh del Punjab, Surjit Athwal, è stata uccisa per volontà della suocera perché aveva tentato di fuggire da un marito violento. Tulay Goren, una quindicenne kurda di origine turca che abitava nel nord di Londra, è stata torturata e uccisa dal padre, musulmano sciita, perché voleva sposare un sunnita. Scotland Yard ha ammesso molto tempo fa che avrebbe dovuto riaprire le indagini su oltre cento casi (alcuni risalgono a più di dieci anni fa) di donne che hanno avuto una morte violenta. Oggi si pensa che siano state vittime di delitti d’onore.


In cassaforte

Alcuni anni fa in Pakistan, in quella che all’epoca si chiamava la provincia della Frontiera di Nordovest, un anziano capo locale mise due banconote sul tavolo che ci separava, una da cinquanta rupie e l’altra da cento. “Ora mi dica”, chiese Rahat Gul, “quale delle due ha più valore?”. Poi perse la pazienza e prese la banconota da cento rupie. “Venga con me”. Si alzò e mi guidò lungo uno stretto corridoio fino a una piccola stanza da letto. C’era una branda, una radio militare e, in fondo, una gigantesca cassaforte inglese. Trafficò con la combinazione, aprì la porta di ferro, mise dentro la banconota e la richiuse. “È come una donna”, disse. “Dev’essere protetta, perché è più preziosa di noi”.

Secondo lui sarei dovuto rimanere colpito dall’importanza che attribuiva alle donne. Quello che mi aveva colpito, invece, era il fatto che il valore che attribuiva alle donne era solo di tipo economico, e questo potrebbe essere uno dei motivi della misoginia che scatena i delitti d’onore.

“Quando scriverai dei delitti d’onore succederanno due cose”, mi ha detto un vecchio amico egiziano ad Alessandria. “Prima diranno che te la prendi con i musulmani, anche se tutto questo non ha niente a che vedere con l’Islam. E poi ti accuseranno di aver attaccato l’Egitto, la Giordania, il Pakistan, o la Turchia”. Staremo a vedere.

Nell’ufficio di Ahmed Najdawi, un anziano avvocato giordano, le pareti sono decorate con le fotografie del suo eroe, Saddam Hussein. C’è perfino una foto di Saddam che gli stringe la mano. Ad Amman l’ex leader iracheno è ancora un eroe per molti. Ahmed Najdawi spesso difende in tribunale i responsabili dei delitti d’onore, uomini che hanno ucciso la moglie, una figlia o una sorella. È convinto che a questo problema sia stata data troppa importanza per motivi politici, perché “i musulmani sono un bersaglio facile”. Succede in tutto il mondo, dice, soprattutto nelle culture orientali. Mi parla dell’impero Ottomano, che ha formulato “leggi primitive per difendere usanze primitive”, e dice che “le usanze sono più forti delle leggi”.

So già cosa mi dirà. In passato non trattavamo così le donne anche noi occidentali? “In Europa mandavano al rogo le adultere”. Sì, è vero. E fino a non molto tempo fa in Gran Bretagna le donne nubili che rimanevano incinte venivano rinchiuse in manicomio. Tornato a Beirut, apro la mia vecchia copia delle opere di Shakespeare alla più cruenta delle sue tragedie, Tito Andronico. Lavinia, la figlia del protagonista, è stata violentata e mutilata, e Andronico sta pensando di ucciderla per riscattare il suo onore.

Tito: “Fece bene l’impetuoso Virginio quando uccise la figlia con la propria destra perché era stata violentata, insozzata e deflorata?”.
Saturnino: “Fece bene, Andronico. La fanciulla non doveva sopravvivere alla vergogna e con la sua presenza rinnovare il dolore di lui. Quindi il destino di Lavinia è segnato”.

Foto di Valentina Perniciaro MENO FAMIGLIA!

Tito: “Muori, muori, Lavinia, che la tua vergogna muoia con te, e con la tua vergogna il dolore del padre tuo!”.

Ma il dolore del padre muore? “Resta il rimorso”, dice Najdawi. “Questi delitti so no istigati dalle convenzioni sociali. Ma con il passare del tempo gli uomini provano ri morso. Nessuno uccide la moglie, la sorella o la figlia senza poi provare rimorso”.

Niente si avvicina di più alla tragedia di Tito Andronico delle storie degli stupri di gruppo commessi dai militari statunitensi ad Abu Ghraib. Le ho sentite ripetere tante volte ad Amman, e una mia fonte molto affidabile di Washington mi ha assicurato che sono vere. È per questo, dice, che Barack Obama ha rinunciato all’idea di rendere pubbliche le fotografie che George Bush si era rifiutato di mettere in circolazione. Quelle che abbiamo visto sono già abbastanza vergognose. Ma quelle che non ab biamo visto mostrano i soldati americani che violentano le donne irachene.

Lima Nabil, una giornalista che oggi dirige un centro di accoglienza per ragazze costrette a fuggire di casa, dice che ad Abu Ghraib le donne sono state torturate molto più degli uomini. In prigione, quasi tutte le donne sono state violentate. Alcune quando sono uscite erano incinte e le loro famiglie le hanno uccise per cancellare la vergogna. Lima ha scritto molti articoli sui delitti d’onore in Giordania e come altri giornali sti ha ricevuto delle minacce.

“La legge è appena stata emendata, adesso prevede l’uguaglianza tra uomini e donne nelle questioni d’onore. Dice che la donna deve essere trattata nello stesso mo do se uccide il marito”, spiega l’avvocato Najdawi. “Se un marito uccide la moglie, in ogni caso è considerato omicidio intenzionale e non possono dargli meno di dieci anni. Nonostante le attenuanti rimane un omicidio intenzionale”. Per questo i tribunali giordani stanno comminando pene di 14 anni agli uomini che uccidono per onore, chiedendo che scontino la condanna per intero.

Lima Nabil mi racconta una storia che ho sentito anche da altri tre giornalisti e da alcune ong di Amman. Nella città di Madabad una donna ha lasciato il marito per l’amante e sono andati insieme dal capo della tribù per impedire che la famiglia in vocasse il delitto d’onore, “II capo ha concesso il divorzio al marito e ha ordinato alla donna di sposare l’amante”, dice. “Poi per compensare ha ordinato alla sorella dell’amante di sposare il marito abbandonato”. Così la legge tribale ha evitato un omicidio, ma perché la povera sorella ha dovuto sposare il marito tradito?

Una delle donne più dure con cui ho parlato è Frazana Bari. Insegna all’università Quaid al-Azam di Islamabad, appare spesso in televisione, e con le sue idee liber tarie riesce a far arrabbiare alcuni dei suoi studenti, una cosa che in Pakistan potrebbe essere pericolosa. Bari è un personaggio necessario nel suo Paese, una voce solitaria che canta fuori dal coro.

“Per gli uomini l’onore è legato al comportamento delle donne perché le vedono come proprietà della famiglia e della comunità”, dice. “Le donne non hanno un’iden tità autonoma, non sono esseri umani indi pendenti. Gli uomini pensano anche che le donne siano una loro estensione. Quando violano le regole si sentono colpiti nella lo ro stessa identità. Di conseguenza le donne devono inculcare questi principi anche nei loro figli. Se i tuoi figli non rispettano le regole, come madre hai fallito”.

Dopo non molto, nella nostra conversazione fa capolino la parola feudale. “L’Islam diventa uno strumento di violenza solo quando esiste un certo sistema feudale. Bi sogna inserire il problema nel suo contesto sociale. In Pakistan si commettono più delitti d’onore che in India perché in Pakistan non è stata fatta nessuna riforma agraria, le terre tribali non sono controllate dal gover no centrale. È un sistema feudale. Questo tipo di barbarie è esistito anche in Europa, e oggi alcune regioni del Pakistan sono co me l’Europa di molti secoli fa”. A questo punto Bari scuote la testa. “Qualche tempo fa, una donna incinta è stata sospettata di avere una relazione extraconiugale e la fa miglia l’ha fatta sbranare dai cani. È un modo brutale di uccidere le persone. Ho difficoltà a spiegare una cosa del genere”. Non sono riuscito a trovare nessuno che fosse in grado di spiegarmi l’origine di tanto sadismo.

Molti delitti d’onore, in particolare tra i palestinesi, sembrano essere causati da questioni di denaro e di eredità. Naima al Rawagh, che a Gaza dirige il Programma di responsabilizzazione delle donne, sostiene che si non tratta di un problema religioso, ma culturale. Sto cominciando a stancarmi di sentir parlare di “cultura” e di “usanze tribali”. Ma Naima va avanti: “I motivi reli giosi non valgono per i casi di Gaza. Negli ultimi anni abbiamo notato che molte don ne sono state uccise per denaro. Un fratello uccide la sorella per avere tutta l’eredità e poi dice che lei aveva disonorato la fami glia”.

Tariq Rahman, un collega di Frazana Bari all’università di Islamabad, professore di storia dell’Asia meridionale, mi ha detto la stessa cosa e senza saperlo ha citato un esempio simile a quello della cassaforte fatto dal vecchio pachistano. “Dato che una donna è una specie di tesoro o una cassaforte in cui è conservato l’onore dell’uomo, in pratica è una sua proprietà. Deve essere custodita, naturalmente, ma come si custo disce uno scrigno, non per se stesso ma per quello che contiene”.


Religione e cultura

Naima al Rawagh sospira. “Mi creda, 1.400 anni fa era meglio di oggi”, dice con un sorriso triste. Questo mi confonde quasi quanto le spiegazioni sulle origini del delitto d’onore. I giordani mi hanno detto che è un’usanza palestinese indotta: uomini che un tempo possedevano ville e fattorie e ora vivono in dieci in una stanza nei campi profughi. Altri mi hanno detto che l’usanza è nata in Egitto, ma naturalmente gli egiziani negano e attribuiscono questa tradizione all’Arabia Saudita.

Naima al Rawagh dice di non conoscere nessun uomo palestinese che sia stato ucciso per onore, anche se mi racconta la storia terrificante di uno che cinque anni fa vole va risposarsi. “Sua moglie lavorava, era indipendente economicamente e spendeva tutto per lui. Lo aveva mandato in Egitto per comprare alcuni prodotti, ma lui aveva usato i soldi per comprarsi un’altra moglie. Quando tornò, lei non lo uccise. Gli versò un sonnifero nel tè e poi gli tagliò il pene. Lei è finita in prigione. Lui è morto in ospedale”. Anche se questa storia sembra la trama di un film noir, Naima dice che gli uomini di Gaza sono veramente terrorizzati.

“C’è una ragazza che si era innamorata di un suo cugino. Lui se l’è portata a letto e poi lo ha raccontato agli altri cugini. Così quelli sono andati da lei e l’hanno minacciata: ‘Se non vieni a letto con noi, lo diciamo a tutti’. La ragazza è stata violentata da diversi cugini ed è rimasta incinta. Il padre era molto malato e lei non voleva che gli venisse un infarto. Così si è sposata con uno dei cugini. Ma lui vuole chiedere il divorzio perché non sa se il bambino è suo. Una per sona della famiglia è venuta a consultarsi con me. Noi però non diamo consigli, cerchiamo solo di aprire gli occhi alle persone, poi sono loro a dover decidere qual è la cosa giusta da fare. Io non ero favorevole a questo matrimonio, ma la ragazza ha pensato che così avrebbe salvato la sua reputazione”.

Dovrei aggiungere che Naima ha 38 anni e si è appena sposata. Suo marito è d’accordo con lei, c’è troppa violenza nei con fronti delle donne, ma pensa che sia colpa loro “perché non rispettano la famiglia”. Dice che le ha consigliato di aprire un centro per gli uomini vittime della violenza. Lei si è laureata in politiche sanitarie internazionali e pianificazione alla Brandeis University in Massachusetts. Suo marito ha un negozio di alimentari.

Tutto questo mi lascia perplesso. Inda gare sui delitti d’onore fa nascere in me interrogativi inquietanti sui miei sentimenti nei confronti del mondo arabo e musulma no nel quale vivo da 34 anni. Ho scoperto molte cose di questa civiltà che fanno impallidire il nostro Occidente “civilizzato”. Non posso non essere colpito dal rispetto e dalla cura che i figli dedicano ai loro genitori. Nessun parente anziano viene abbando nato in una casa di riposo. Quando invec chiano, le madri e i padri vengono curati in casa e muoiono nel loro letto con tutta la famiglia intorno. Sono spontaneamente cordiali con gli stranieri, anche con quelli dagli occhi azzurri come me, che vengono subito invitati a pranzo e a cena nelle loro case da famiglie che avrebbero tutti i motivi per odiare i Paesi da cui provengono.

Ma vedo anche gli aspetti meno affascinanti di questa società. Nei campi palestinesi, le notti sono spesso popolate dalle urla di rabbia di genitori e figli, perché esse re profughi significa vivere in famiglie numerose senza casa né futuro, affollate in due stanze, caldo, zanzare, umiliazione. Allora succede che molti padri picchiano i figli. Lo sento dire in continuazione e a volte, purtroppo, lo vedo con i miei occhi.

Di solito evito le domande e le risposte stupide. Ma perché qui, quando discutono, uomini e donne urlano così tanto? Perché usano tanta energia in un modo così inutile? Najdawi ha cercato di spiegarmelo senza che glielo chiedessi, mentre parlavamo di onore. “Non difendo i delitti d’onore”, ha detto. “Ma questa società funziona così. Noi siamo molto emotivi, lo siamo sempre stati”.


Cromwell come i taliban

La sua spiegazione non mi è piaciuta. Tutti siamo emotivi. E certo, anche in Occidente c’è chi uccide il marito, la moglie, e perfino i figli. Ma qui c’è un sistema: i delitti d’onore hanno dei precedenti, rientrano nella tra dizione. Si basano su un ragionamento di storto e falsato. “I capi religiosi sono molto importanti da questo punto di vista”, dice Najdawi. “Con la rivoluzione francese, l’Europa si è liberata del potere che il clero esercitava sulla società. Purtroppo qui non ci siamo riusciti, e l’Occidente ha addirittura rafforzato il potere dei nostri fanatici religiosi, perché siete stati voi a creare i taliban in posti come l’Afghanistan”.

Come Najdawi, molte delle donne decise a denunciare i delitti d’onore come crimini contro l’umanità ricordano agli occidentali che non è solo un fenomeno musul mano e che non dovrebbe essere usato a scopi politici accusando una religione. Ra na Husseini, che ha parlato di molti casi sui giornali ed è autrice di un libro coraggioso e sconvolgente, Murder in the Name of Honour(Omicidio in nome dell’onore), fa no tare che le donne “sono sempre state uccise in molti Paesi, da musulmani, cristiani, yazidi, indù, e sikh”. E la maggior parte delle donne con le quali ne ho discusso in tutto il Medio Oriente ha parlato di tradizioni tribali più che religiose.Ma la verità è che noi occidentali non possiamo cambiare lo stato delle cose, non possiamo convincere gli anziani dei villaggi afgani ad accettare l’uguaglianza tra i sessi e mettere fine ai delitti d’onore. Sarebbe stato come voler persuadere Enrico VIII dei vantaggi della democrazia parlamentare o Cromwell di quelli delle convenzioni di guerra.


Una lettera per Asma

L’assurdità di questa pretesa è stata messa in evidenza da una dichiarazione recente di Navi Pillay, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Pillay ha af fermato che “le violenze commesse in no me dell’onore sono crimini che vìolano il diritto alla vita, alla libertà, all’integrità fisica, il divieto della tortura e di qualsiasi trattamento degradante, disumano o crudele, la proibizione della schiavitù, il diritto alla libertà da qualsiasi discriminazione di genere, dalla violenza e dallo sfruttamento sessuale, il diritto alla privacy, l’obbligo di denunciare leggi discriminatorie e pratiche di violenza nei confronti delle donne”. Immagino come stiano tremando dalla paura nella provincia afgana di Helmand e in Belucistan.

Sono seduto nella sala d’attesa di uno studio legale ad Amman, e una donna di mezza età con l’aria preoccupata mi passa davanti camminando lentamente a testa bassa, con gli occhi fissi sul pavimento. C’è qualche problema d’onore anche in questo posto? Forse ho davanti a me un’altra po tenziale vittima? Intuito giornalistico, penso. Ma l’ufficio di Asma Khodr è pieno di luce. E proprio dietro alla porta c’è una vecchia macchina da scrivere appoggiata su uno scaffale con il nastro rosso e nero dell’inchiostro ancora avvolto sulla bobina. Apparteneva a Emily Bicharat, la prima donna avvocato di Amman, la prima presidente del Sindacato delle donne giordane, morta quattro anni fa. Asma Khodr è orgogliosa di questo pezzo d’antiquariato e del ruolo svolto da Bicharat nella lotta per i diritti delle donne in una società dominata dai maschi. Suo padre deve aver pensato la stessa cosa della figlia, perché sulla sua scrivania c’è una lettera incorniciata datata 20 dicembre 1972. È stata scritta ad Asma dal padre quando lei era più giovane e stava per entrare nel mondo della legge.

In caratteri arabi sottili c’è scritto: “Immagino che diventerai un avvocato che difende i diritti umani, che capisce i problemi e si schiera dalla parte delle vittime. Servi rai la nostra patria con la mente aperta e saprai persuadere gli altri ad accettare le loro responsabilità con i tuoi discorsi pieni di convinzione”.

Niente male per essere la lettera scritta da un padre, le dico, e Asma ride. “Quella donna che ha appena visto uscire dal mio studio”, dice, “è stata sposata per vent’anni. Ha avuto un pessimo rap porto con il marito e ha subito tanta violen za. Ma non può lasciarlo o scappare di casa perché lui potrebbe denunciarla e anche ucciderla. La legge è stata cambiata perché questo non possa più succedere, ma la gente ancora non ci crede”. Quindi il mio intu ito aveva ragione.

Ma è cambiata così tanto la legge? Quella donna è davvero al sicuro? Non sono convinto della risposta di Khodr. “Non si può cambiare la legge da un giorno all’altro quando la società non è ancora pronta”, di ce. “Il passaggio deve essere graduale. Ep pure non possiamo ignorare il fatto che dei cambiamenti ci sono stati. Secondo le nostre nuove leggi, il 95 per cento dei delitti d’onore viene punito con un minimo di die ci anni. La legislazione araba si basa essenzialmente su quella francese, che è patriar cale. Il Corano non parla di delitti d’onore, solo di frustate in caso di adulterio. Storica mente, la lapidazione era un’usanza ebrai ca, in seguito è stata adottata dai musulmani più conservatori. Era una pratica patriarcale, perciò si è diffusa facilmente. Ma in Europa durante il Medioevo le donne non venivano forse mandate al rogo per strego neria? La Chiesa a quei tempi svolgeva lo stesso ruolo patriarcale”.

Parliamo fino a pomeriggio inoltrato del sindacato delle donne, dell’Egitto, di povertà e religione. “Il modo migliore per responsabilizzare le donne (ammetto che quest’espressione non mi è mai piaciuta) è dare loro più op portunità economiche”, dice Asma. “Ci vuole giustizia sociale e sviluppo per libe rarsi dal patriarcato. Non si può contare solo sulla legge. Nessun potere istituzionale o statale può fare tutto da solo. La gente che vuole conservare a tutti i costi questo sistema patriarcale fa ricorso a qualunque cosa, perfino a Dio”.

A questo punto Asma Khodr dice una cosa che suona strana sulla bocca di un avvocato: “Credo nella purezza degli esseri umani. Il crimine è un prodotto della comunità ed è questo che va cambiato. Le donne e gli uomini sono vittime di questa situazione”. Secondo me è troppo gentile con gli uomini. Certo, anche loro sono vittime, ma chiaramente non provano tutto quel rimorso o quel dolore dei quali Najdawi parla in modo così accorato.

Uscendo dallo studio di Khodr compro un giornale. Mi cade l’occhio su un titolo: “Uomo condannato a dieci anni per l’omicidio della sorella”. All’inizio, per aver ucciso la sorella quindicenne con una pietra dopo averla accoltellata 33 volte, gliene avevano dati quindici, ma la pena è stata abbassata quando il padre della vittima, che è anche suo padre, ha ritirato la denuncia. Il motivo dell’omicidio? A 15 anni, la ragazza era già sposata e divorziata. L’articolo, scritto dall’infaticabile Rana Husseini, sembra un compendio di tutte le trage die legate ai delitti d’onore. Il matrimonio prematuro, il suo fallimento, la furia del fratello quando una sera la vede “guardare un altro uomo”, il tribunale che accetta il perdono del padre. I suoi tre giudici – Nayef Samarat, Talal Aqrabi e Hani Subeiha sono i nomi di questi veri eroi – si sono rifiutati di considerarlo un delitto d’onore. In fondo dieci anni sono sempre dieci anni, valgono più di cento rupie.


Robert Fisk
è un giornalista britannico. Vive a Beirut ed è corrispondente dal Medio Oriente per l’Independent. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è “II martirio di una nazione. Il Libano in guerra” (II Saggiatore 2010).

SABRA E CHATILA: PER NON DIMENTICARE MAI!

15 settembre 2010 1 commento

Le strade dei campi palestinesi di Sabra e Chatila quando , due giorni dopo, i primi internazionali sono potuti entrare

Le strade dei campi palestinesi di Sabra e Chatila quando , due giorni dopo, i primi internazionali sono potuti entrare

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La terra dei campi è stata bagnata dal sangue di quasi 2000 cadaveri

La terra dei campi è stata bagnata dal sangue di quasi 2000 cadaveri

Con quei campi sempre nel cuore, con quei vicoletti che non hanno mai smesso di percorrere anche le vene del mio corpo…
mai dimenticheremo lo stupro di quei tre giorni, mai dimenticheremo i nomi dei responsabili, mai perdoneremo lo scempio sui vostri corpi innocenti.
Per una breve ricostruzione del massacro, questo link
Per un ricordo a Stefano Chiarini, quest’altro.

E’ caduta la testa del boia: SHARON E’ MORTO!

4 agosto 2010 8 commenti

PARE CHE SHARON SIA MORTO.
SU TWITTER LA NOTIZIA VIAGGIA DA QUASI UN’ORA…
NON HO PAROLE PER COMMENTARE QUESTA NOTIZIA.
TOCCHERA’ UBRIACARSI ALLE DUE DEL POMERIGGIO!!!

VORREI CREDERE NELL’INFERNO OGGI, NON SAI QUANTO BRUTTO MACELLAIO ASSASSINO!

Israele sconfina in Libano: scontri e morti.

3 agosto 2010 3 commenti

Me ne sono accorta con un’oretta di ritardo e la lettura di queste tonnellate di agenzie mi lascia sconcertata, anche se ovviamente non stupita.
Israele ha sempre “sconfinato”, Israele ha sempre ritenuto quel territorio un luogo dove poter agire come e quando vuole, e non è l’unico, come ben sappiamo.
Di nuovo Libano, di nuovo la terra dei cedri scossa dalle bombe d’Israele, o meglio -stavolta- dai suoi corpi di mortaio.

Foto di Valentina Perniciaro _le bombe su Beirut 2006_

Un giornalista ucciso (reporter di Al-Akhbar, quotidiano filo-sciita) e tre soldati libanesi morti nei dintorni del villaggio di Adaysseh. Un elicottero da combattimento israeliano è apparso sui cieli di Adeisseh intorno alle 14. Il giornalista Assaf Abu Rahhal è stato ucciso mentre riprendeva il loro arrivo.
Erano entrati per abbattere degli alberi: vizio che oltre a Gaza e ai Territori Occupati hanno anche nelle (siriane) alture del Golan e nel meridione libanese. Si parla di un ufficiale israeliano ucciso, ma ovviamente non ci sono conferme da Tel Aviv e potrebbero non essercene mai.
Le ultime notizie parlano però di una richiesta dell’esercito israeliano a quello libanese di sospendere gli scontri per poter recuperare i loro soldati feriti: un cessate il fuoco chiedono, surreale. Secondo la tv degli Hezbollah, Al-Manar (più volte bombardata durante i 35 giorni di guerra del 2006) l’ufficiale israeliano sarebbe stato ucciso da un colpo sparato da un cecchino libanese.
Sul fronte della politica internazionale siamo alle solite: Hariri e un po’ tutta la classe dirigente chiedono alle Nazioni Unite (la missione dell’Unifil è ancora in corso e i combattimenti stanno avvenendo in piena linea blu)  che intervengano davanti alla palese violazione israeliana della risoluzione 1701 del 2006.
Tanto per cambiare.
Nel frattempo si spara, proprio in questi momenti. (Le truppe italiane per ora non sono state coinvolte ma operano proprio in quella zona)
Ed Hezbollah non ha ancora preso “parola”.

ORE 15.20: arriva uno straccio di comunicato dall’esercito israeliano. Ridicolo e provocatorio.
Ci risiamo: come nel 2006. Entrano, attaccano e alla prima risposta si rigirano la frittata per passare da vittime e poi iniziare una guerra.
Ci risiamo, leggete qui e ditemi se non l’avete già visto:
«Israele ritiene il governo libanese responsabile del serio incidente e minaccia ripercussioni se queste violazioni continueranno; Israele considera l’attacco alle forze IDF che agiscono in coordinamento con l’Unifil lungo la regione di confine come una violazione della Risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza» delle Nazioni Unite, prosegue il comunicato. Si tratta, ritiene Israele, di «una di una lunga serie di violazioni, prima delle quali è il massiccio rifornimento di armi a Hezbollah nel sud del Libano»
CI RISIAMO ECCOME.
Io lo sapevo che stavano per ricominciare le danze in Libano, lo sapevo.
E’ arrivato agosto: ci risiamo

Droni israeliani sorvolano, libanesi aprono il fuoco

21 novembre 2009 Lascia un commento

Drone israeliano

Che l’esercito libanese apra il fuoco contro velivoli israeliani che entrano nello spazio aereo nazionale è cosa molta rara: i droni israeliani compiono incursioni quasi quotidiane sui cieli libanesi, violando la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, risoluzione che pose fine ai 34 giorni di guerra di Israele contro i combattenti sciiti del partito Hezbollah, nell’agosto 2006. 
Oggi invece unità dell’esercito libanese hanno aperto il fuoco di contraerea verso un drone con bandiera israeliana, nel sud del paese: è l’agenzia ufficiale Nna a renderlo noto citando un comunicato ufficiale dell’esercito. Il velivolo si sarebbe allontanato immediatamente dalla zona, che sembrerebbe essere  quella di Bint Jbeil, tra le più colpite durante i bombardamenti e le incursioni del 2006, roccaforte del partito di Dio ( Hezbollah) guidato da Hassan Nasrallah.
Le tensioni sul confine negli ultimi mesi sono in continuo aumento, soprattutto dopo la grande giornata di esercitazione militare interforze avvenuta a largo e sui cieli di Haifa e del confine con il paese dei cedri.  L’arrivo di una nuova ondata di bombardamenti è sempre più nell’aria.

Israele distrugge i suoi congegni spia nel sud del Libano…

20 ottobre 2009 Lascia un commento

PRENDO QUESTA NOTIZIA DA PEACEREPORTER…
Una notizia che non mi lascia certo sconvolta, una notizia che mi fa quasi sorridere per la sua banalità…ma è meglio far circolare certe cose.
Visto quanti sono al mondo ancora a dire che quella è una democrazia, per giunta l’unica dell’area Mediorientale.
E allora ecco la democrazia…quella che spia, bombarda, uccide, stermina, inquina, distrugge.
La democrazia che stupra terre e popoli: lo stato ebraico d’Israele.

war1Le forze di pace delle Nazioni Unite hanno scoperto dei dispositivi di spionaggio sotterrati nel suolo del sud del Libano dall’esercito israeliano durante la guerra con Hezbollah nel 2006. La scoperta è stata fatta ieri dopo che Israele ha fatto brillare i congegni spia grazie ad un radiocomando a distanza. Dure le reazioni del primo ministro libanese Fouad Siniora che ha accusato il governo di Gerusalemme di aver violato palesemente la risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che ha portato alla fine dei combattimenti.
L’incidente è avvenuto in un periodo di particolare tensione fra i due Stati dopo che all’inizio del mese l’esercito israeliano ha mostrato un video nel quale si commenta la rimozione, da parte di Hezbollah, di munizioni nei pressi della città di Tiro. L’episodio ha creato uno scontro diplomatico dal momento che la stessa risoluzione del Consiglio di Sicurezza ha imposto che nessuno, ad eccezione dell’esercito regolare libanese e dei caschi blu, può possedere armi a sud del fiume Litani. Per difendersi dall’accusa Hezbollah ha successivamente diffuso un video con il quale ha smentito le accuse e rilanciato sulla presunta violazione della risoluzione da parte di Israele che, afferma hezbollah, continua a sorvolare il territorio con aerei spia. 

Pietre sull’Unifil

19 luglio 2009 Lascia un commento

sassimanoTre soldati italiani e undici francesi sono rimasti lievemente contusi dopo essere stati presi di mira in una sassaiola nel villaggio di Beir Salasel, nel sud del Libano. Lo ha riferito all’Agi il portavoce militare della missione Unifil, il tenente colonnello Diego Fulco. L’episodio e’ avvenuto “durante le attivita’ di investigazione congiunta dell’Unifil e delle Forze armate libanesi in seguito all’esplosione di un deposito d’armi avvenuta martedi’ scorso”, ha spiegato Fulco. “Un centinaio di persone ha tentato di ostacolare l’attivita’ con il lancio di pietre”, ha aggiunto. A quel punto, “Unifil e Laf (le forze armate libanesi) hanno aumentato il personale sul terreno per evitare che la situazione degenerasse”. Mentre i soldati stavano lasciando la zona, “alcune persone hanno bloccato uno dei blindati” e i militari “sono stati costretti a sparare alcuni colpi in aria” per potersi ritirare.

Questa l’agenzia…facile capire come ormai a distanza di anni le direttive della missione Unifil siano un po’ cambiate, e che le loro normali “attività di investigazione” vadano a ricercare con sempre più insistenza di destabilizzare la presenza Hezbollah.
Ancor più facile, a questo punto, capire la sassaiola, visto il territorio in cui è avvenuta.

Libano: Israele consegna all’Onu le mappe delle bombe cluster lanciate durante la guerra del 2006

13 maggio 2009 1 commento

Ci son voluti tre lunghi anni per ottenere dall’esercito israeliano le mappe delle zone in cui sono state utilizzate le famigerate (nonché vietate da tutte le convenzioni internazionali) cluster bomb, le bombe a grappolo. Anni in cui molti bambini, contadini e persone che andavano a ricostruire le proprie case hanno perso la vita o sono rimasti gravemente mutilati dalle esplosioni di ordigni inesplosi, che disseminano tutto il sud del paese dei Cedri, il Libano.
Sono state consegnate solamente ieri sera nelle mani del generale Claudio Graziano, comandante dell’Unifil, la forza delle Nazioni Unite dispiegata nel sud del paese.

Foto di Valentina Perniciaro _Beirut e i bombardamenti israeliani, agosto 2006_

Foto di Valentina Perniciaro _Beirut e i bombardamenti israeliani, agosto 2006_

Il premier libanese Fuad Siniora ha dichiarato l’importanza del gesto ma ha tenuto a sottolineare il pesante ritardo d’Israele che avrebbe dovuto fornire le mappe immediatamente dopo la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dell’agosto 2006, in cui si sanciva la fine dei bombardamenti e del confitto che ha martoriato la popolazione libanese per 34 giorni.
La sesta guerra libanese fu caratterizzata da giorni e notti di bombardamenti a tappeto sui quartieri meridionali di Beirut, sulla valle del Beka’a e su tutto il territorio meridionale del paese, uscito dall’occupazione militare israeliana solamente nel 2000: tutte le zone bombardate erano roccaforti, e lo sono tuttora, del partito armato sciita Hezbollah che ha inflitto pesanti perdite ai reparti speciali israeliani che si erano assestati non senza difficoltà fino al fiume Litani.

 

Rapporti tra Hezbollah e Hamas

Proprio ieri, in un’intervista al quotidiano Financial Times, il numero due del partito sciita Hezbollah guidato da Hasan Nasrallah ha dichiarato che il partito fornisce “ogni genere di supporto” alle milizie di Hamas, al governo nella striscia di Gaza. Senza entrare nel dettaglio del genere di aiuto fornito, non specifica se si tratti di fornitura di armi o solo di preparazione militare, la sua è stata comunque la prima dichiarazione ufficiale di rapporti e scambi tra le due formazione islamiche, unite dallo stesso obiettivo: quello di muovere “guerra eterna allo stato ebraico d’Israele, almeno fino alla liberazione dei territori palestinesi sulla linea di confine del 1967”. La scorsa settimana il leader di Hamas in esilio a Damasco aveva infatti dichiarato: ”Prometto all’amministrazione americana e alla comunità internazionale che siamo disposti ad una soluzione; siamo favorevoli ai confini del 1967, basati su un lungo periodo di tregua. Questo comprende Gerusalemme est, lo smantellamento delle colonie e il diritto dei palestinesi rifugiati a tornare”.

di Valentina Perniciaro da Internationalia

Durban 2: la polemica sul nulla

22 aprile 2009 Lascia un commento

Durban II: Conferenza sul razzismo, una polemica misteriosa
Pubblicato in Internazionale

Sedici pagine, cinque sezioni e 143 punti, ma nessun elemento polemico al suo interno nei confronti di alcun governo o gruppo particolare, ma solo, una burocratica e, volendo, anche noiosa sequenza formale di passi presi, da prendere e da mettere a punto per combattere il razzismo in tutte le sue forme. È questo quello che emerge da un’analisi approfondita della versione integrale della bozza del documento finale approvato venerdì scorso e che dovrà essere ratificato nella ‘Conferenza contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e le intolleranze connesse’ apertasi oggi nella sede Onu di Ginevra.un-logo-copy Dopo aver passato in rassegna tutti i 143 punti in cui è articolato il documento, non è stato possibile trovare traccia di alcun passaggio che potesse risultare offensivo nei confronti di alcun governo particolare o di alcun gruppo etnico, religioso preciso.
Seppur frutto di una revisione, il documento preso in esame integralmente questa mattina sembra (visti i toni formali e diplomatici che lo caratterizzano) difficilmente aver potuto lasciare spazio ad attacchi particolari. Nella versione approvata venerdì comunque (prima quindi che molti paesi occidentali confermassero la loro volontà di boicottare l’appuntamento) gli unici riferimenti precisi e degni di nota a qualche gruppo in particolare si trovano nella sezione più ampia (la quinta e ultima) e sono relativi ai migranti e ai richiedenti asilo, ai Rom-Sinti ai Gitani, alle popolazioni indigene di Asia e America Latina, ai discendenti degli schiavi africani, alle donne (discriminazione di genere), ai portatori di handicap o ai malati di Sindrome da immunodeficienza acquisita (Sida/Aids).

Sulla base della lettura effettuata, alcuni dei passaggi del documento politicamente più rilevanti e in una certa misura critici sono quelli in cui si ricorda agli Stati di “assicurarsi che qualsiasi misura presa nella lotta contro il terrorismo venga portata avanti nel pieno rispetto dei diritti umani, in particolare del principio di non discriminazione…” o, riguardo i migranti, l’invito a “prendere misure per combattere il persistere di comportamenti xenofobi o stereotipizzazioni negative dei non cittadini (ovvero migranti e richiedenti asilo, ndr) , anche da parte di politici, forze di sicurezza, funzionari dell’immigrazione e responsabili dei media, che hanno portato a violenze xenofobe, omicidi e attacchi a migranti, rifugiati e richiedenti asilo”.
Sempre sul fronte migranti – l’unico dove forse è possibile trovare passaggi che potrebbero aver irritato alcuni governi europei ed occidentali – il documento chiede un “approccio bilanciato e generale alle migrazioni”, invitando al dialogo internazionale e ad accordi di partnership tra paesi, oltre a “rinnovare la richiesta agli Stati di rivedere e, se necessario, modificare le politiche migratorie che risultano incompatibili con gli obblighi posti dal diritto umanitario internazionale”.

Riguardo alle polemiche relative a presunti passaggi antisemiti o anti-israeliani nel documento, dall’analisi effettuata non è stato possibile trovarne traccia.
Anzi, nella relazione al punto 12 si denuncia “l’aumento del numero di incidenti legati a violenza o intolleranza razziale o religiosa e che include islamofobia, anti-Semitismo, Cristianofobia, e anti-Arabismo”, mentre al punto 60 di chiede “con urgenza agli Stati di punire le attività violente, razziste e xenofobiche di gruppi fondati su principi neo-Nazisti o neo-fascisti e altre ideologie violente” mentre al punto 66 si “ricorda che l’Olocausto non deve mai essere dimenticato, e in questo contesto chiede agli stati membri di adottare le risoluzioni dell’Assemblea Generale 60/7 e 61/225”.
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Una donna incinta? Un colpo, due morti!! Tsahal si fa le magliette nuove

22 marzo 2009 15 commenti

468blau2L’obiettivo al centro del mirino sembra aver cambiato aspetto o, per meglio dire, divisa. L’esercito più preparato e equipaggiato del pianeta, Tsahal, Esercito di difesa dello Stato ebraico di Israele, è al centro di aspre polemiche dopo la pubblicazione  di alcuni reportage che hanno gelato l’opinione pubblica internazionale e anche alcune poltrone dei comandi militari israeliani. Di pari passo alle prime denunce al Tribunale internazionale dei diritti umani contro l’IDF riguardanti, tutte, il recente attacco ai danni della popolazione della Striscia di Gaza (l’Operazione “Piombo Fuso: 1342 morti di cui 904 civili accertati in tre settimane di bombardamenti e incursioni) coraggiosi giornalisti di Hareetz stanno martellando quotidianamente i loro lettori -cartacei e telematici- di servizi sulle aberr-azioni degli eroi in divisa di quella che si vanta d’essere la sola democrazia del Medioriente. Probabilmente i vertici militari stanno affannosamente cercando di capire chi tra i loro soldati abbia rilasciato tutte quelle dichiariazioni sul comportamento e sulle regole di ingaggio di quelle recenti settimane di massacri, ma nessuno è voluto uscire dall’anonimato e, dalla quantità di materiale che inizia a circolare,  sarà difficile far abbassare il polverone che si sta alzando.

m020031019Oltre alle tante dichiarazioni dei soldati, ai racconti di come venivano uccise intere famiglie, dell’incredibile permissività delle regole di ingaggio, la notizia che ha fatto più scalpore, rimbalzando sulle testate e sui blog del mondo intero, è quella di un’enorme fornitura di magliette arrivata a diversi battaglioni e brigate dell’esercito per celebrare la conclusione di alcuni corsi d’addestramento. Magliette che hanno fatto la fortuna, in poche settimana, dell’azienda tessile Adiv, di Tel-Aviv, specializzata nel rifornire i vari corpi dell’esercito di berretti, t-shirt e pantaloni.
Un’ordinazione “non ufficiale”, a quel che scriveva Uri Blau pochi giorni fa sulle pagine del suo quotidiano, effettuata attraverso un processo collettivo interno ai reparti, con la supervisione di alcuni sotto-ufficiali; tanto che, appena le immagini delle t-shirts hanno iniziato ad apparire in rete, l’esercito è accorso a fare mblau_soldier2dichiarazioni ufficiali di condanna che potessero placare un’eventuale bufera. “Non sono conformi ai valori delle forze di difesa israeliane e sono semplicemente prive di qualunque gust. Questo genere di umorismo è disdicevole e dovrebbe essere condannato”, si legge in un comunicato  dell’esercito di ieri. Aggiunge anche che i soldati che verranno trovati ad indossarle, saranno immediatamente puniti con un provvedimento disciplinare.

Una breve descrizione di quello che indossano orgogliosi questi soldati è sufficiente per capire la gravità dell’accaduto.

“Un colpo, due morti”: il disegno è un mirino di un cecchino, che punta su una donna completamente velata, sul suo pancione.
“Usa il preservativo”: questa volta l’immagine è diversa ma l’obiettivo è sempre lo stesso: una mamma ed il suo bambino, che questa volta tiene in braccio, morto.
Un’altra maglietta, richiesta dal battaglione Lavi, ha un fumetto con un bambino palestinese, che nel crescere diventa prima un giovane lanciatore di pietre, poi un miliziano armato; la didascalia dice “Non importa come inizia, siamo noi a decidere quando finisce la partita”.
“Ogni madre araba deve sapere che il destino del proprio figlio è nelle mie mani”: questa, su richiesta della Brigata d’elite Givati.
E purtroppo la lista potrebbe continuare. Già due anni fa era scoppiata una polemica perchè, tra i soldati di uno dei reparti d’elite dell’Israel Defence Force, circolava una t-shirt con disegnato un mirino che puntava un bimbo arabo e la scritta che recitava “Più è piccolo, più è difficile”, e nessuno era stato punito per questo.picphp

Oltre all’uso spietato di fosforo bianco, a quello massiccio dei nuovi armamenti composti dalle micidiali bombe DIME, all’aver colpito rifugi per profughi segnalati dalle Nazione Unite, all’aver impedito che stampa e soccorsi entrassero nell’intera Striscia di Gaza per settimane, oltre ad aver ucciso più di 1300 persone in una Guerra che non ha portato alcun risultato , il popolo palestinese deve subire anche lo scempio di queste magliette e il sorriso di chi le indossa.
Niente poi fa ben sperare dopo le elezioni di febbraio che hanno visto l’asse della politica israeliana spostarsi radicalmente a destra: la coalizione con a capo il leader del Likud, Benyamin Netanyahu appoggiato dai partiti confessionali e da quelli dell’estrema destra radicale, si prepara alla gestione del nuovo governo israeliano.   

Tutto ciò è ripugnante.
Non possiamo dire che l’esercito di Israele è peggio dei nazisti? Nessun problema.
Diremo solo che siete spietati assassini, che mirate ai bambini, che spesso i vostri cecchini si divertono solo a mutilarli colpendoli alle ginocchia, che se siete costretti ad usare le pallottole di gomma in situazioni particolari le puntate agli occhi in modo da causare lo stesso effetto. Che demolite casa, che sterminate intere famiglie, che colpite ospedali e scuole, che rubate acqua, terra, risorse e vita ad un intero popolo. E che per di più ne andate fieri. Vi stampate un genocidio sulle magliette e lo indossate con la vostra arroganza da occupanti.
Calpestando una terra rubata e stuprata con i vostri anfibi.    ______baruda_______

Inizia la ricostruzione di Nahr al-Bared

10 marzo 2009 Lascia un commento

Sono stati inaugurati con una cerimonia ufficiale i lavori di ricostruzione del campo profughi palestinese di Nahr al-Bared, nel nord del Libano, completamente raso al suolo durante la battaglia dell’estate 2007, tra miliziani di Fatah al-Islam, formazione islamica sconosciuta fino a quel momento, ed esercito libanese. Combattimenti ch durarono per quattro mesi causando la morte di circa 500 persone e costringendo alla fuga più di 30.000 profughi palestinesi.
Profughi che in pochi torneranno, malgrado la grande cerimonia di inaugurazione presieduta da diversi rappresentanti del governo libanese, dell’agenzia Onu per i rifugiati (Unrwa) e dell’autorità palestinese: ci vorrà almeno un anno a costruire il primo di otto settori del campo, che ospiterà solo cinquemila persone.
I lavori di ricostruzione ammonteranno ad una cifra che ruota intorno ai 200 milioni di dollari, di cui solo 52 donati dalla comunità internazionale, mentre il saldo dovrebbe avvenire per mano di finanziatori del Golfo e di altri paesi arabi.

Incredibile come procedano a rilento le ricostruzioni gestite dalle autorità ufficiali e dal governo libanese, al contrario di quelle dei quartieri sciiti della capitale e dei villaggi del sud del paese che, completamente gestite dal partito armato Hezbollah, sono state ricostruite con un’incredibile velocità, dal giorno dopo la fine dei bombardamenti della sesta guerra.  

Accordi tra Siria e Libano per fermare l’avanzata di sabbia

27 febbraio 2009 Lascia un commento

Contro il deserto che avanza, accordo tra Siria e Libano

di Baruda (Valentina Perniciaro) su Internationalia.net

Un accordo di cooperazione nel campo della lotta alla desertificazione è stato siglato da Siria e Libano.

Foto di Valentina Perniciaro _Beirut settembre 2006: Il cedro in crescita, manifesti per la ricostruzione

Foto di Valentina Perniciaro _Beirut settembre 2006: Il cedro in crescita, manifesti per la ricostruzione

Da sempre impegnata contro la progressiva desertificazione del suo territorio, la Siria ha raggiunto su questo fronte un’intesa con il vicino Libano.
Sullo sfondo della prima Conferenza araba per lo sviluppo agricolo e la ricerca scientifica, tenutasi a Damasco, la Commissione generale per la ricerca agricola della Siria e la sua controparte libanese hanno siglato un accordo, che prevede diversi progetti bilaterali e l’incremento dell’opera di rimboschimento già iniziata lungo la fascia di confine.
Gli accordi di cooperazione includono anche alcuni progetti in materia di allevamento e lo scambio di capacità ed esperienze per lo sviluppo del settore e la protezione dei capi di bestiame dalle malattie.
Entrambi i firmatari dell’accordo, Waleed Al-Taweel, rappresentante della delegazione siriana, e Michael Antwan Afram, il suo collega libanese, l’hanno definito un primo passo molto importante e un esempio da seguire nel campo della cooperazione e dello scambio di esperienze, al fine di lanciare nuovi progetti di sviluppo, scambio e integrazione tra Siria e Libano, iniziando dal settore agricolo.

Un saluto a Stefano Chiarini

3 febbraio 2009 2 commenti

Sono due anni che c’hai lasciato ed è ancora dura “perdonartela”.
Perchè era necessario il tuo coraggio, la tua penna, il tuo sorriso sornione e allo stesso tempo capace di essere sempre in prima linea, presente in ogni vicolo sporco dei campi profughi del medioriente e soprattutto del tuo amato Libanostefano_libano-2006
Per ricordarti non scelgo parole tue, ma il breve saluto che ti scrisse il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina.
Per ricordarti non c’è modo migliore che portare avanti il ricordo, la testimonianza, la memoria e la lotta.
L’ultima volta che i nostri sorrisi si sono incontrati c’erano i campi a farci da panorama, i bambini a circondarci, lo zaater ad insaporire le nostre colazioni
Ciao Stefano…..PALESTINA LIBERA

Alla famiglia di Stefano Chiarini 
Ai suoi amici e compagni 
Ai membri del Comitato (Per non dimenticare Sabra e Chatila)
 

Vogliamo essere vicini a Voi e vicino a Stefano che ha vissuto nelle viuzze dei campi profughi palestinesi e nel campo di Chatila e per tutta la dimensione della causa palestinese. 
Stefano non era un testimone ma ha messo la penna di fronte ai proiettili, contro la morte e per tenere viva la memoria dei nostri caduti contro il dimenticatoio ed il silenzio. 
Abbiamo conosciuto Stefano che è stato sempre vicino a noi, nei momenti di grande paura anche di disperazione ma soprattutto nella nostra lunga attesa di incontrare un sogno in comune che è la libertà. Stefano è un italiano con un cuore palestinese, ha combattuto sul fronte della memoria 6624per non dimenticare il genocidio, la patria e la resistenza. 
Alla sua famiglia vogliamo dire che Stefano ha voluto appartenere ad una grande famiglia che è l’umanità ed ha avuto un’identità che è la coscienza che non muore mai e noi saremo la continuazione dello spirito col quale lavorava Stefano, per non dimenticare chi non ha dimenticato i nostri caduti. 
Stefano,tu rimarrai vivo nella nostra memoria per sempre. 
Permettici si salutarti come facciamo con tutti i nostri cari avvolgendoti con una kefia che per noi è il simbolo di orgoglio e dignità per tutti gli uomini come te che hanno lottato per un’umanità libera e giusta. 
Tu hai sempre avuto un grande cuore, hai voluto abbandonarci presto, soprattutto in un momento in cui abbiamo molto bisogno di te perché la nostra strada è lunga. Sarai sempre con noi il 17 settembre di ogni anno, diremo a tutti che tu sei presente, che tu sei un fiore nel cuore di tutti i palestinesi. 
Stefano ci hai insegnato una lezione che non dimenticheremo e che trasmetteremo alle future generazioni: quando i cuori sono grandi come il tuo, scompaiono le frontiere e si costruiscono i ponti per mano di uomini semplici come te perché in fondo noi siamo fatti di valori e posizioni coraggiose come le tue. 
Ti salutiamo e ti promettiamo di continuare sulla tua strada per sconfiggere i nemici dell’umanità e per realizzare la nostra libertà. 

A te la gloria e alla nostra causa la vittoria. 

                                                                                                                    04 febbraio 2007 – Beirut
Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina 

I figli dei campi profughi nel Libano 

Willy Pete a Gaza, il FOSFORO BIANCO!

5 gennaio 2009 9 commenti

5/1/2009 12.25 STRANE FERITE SUI CORPI, FOSFORO BIANCO?

Diverse fonti riprese dalla stampa internazionale riferiscono che Israele sta usando fosforo bianco nella sua offensiva nella Striscia di Gaza. Il fosforo bianco, impiegato nelle ore notturne a scopo di illuminazione, in base al Trattato di Ginevra del 1980 non può essere usato su aree civili perché a contatto con la pelle causa bruciature letali. “Si crede che Israele stia usando il controverso fosforo bianco – ha scritto il giornale inglese ‘Times’ –

Vittima del fosforo bianco

Vittima del fosforo bianco

 per favorire la sua avanzata a Gaza, una regione densamente popolata. L’arma, già usata da inglesi e americani in Iraq, può causare bruciature terrificanti anche se non è considerata illegale se usata a scopo di illuminazione. Israele ha negato l’uso di fosforo – ha aggiunto il ‘Times’ – ma si è rifiutata di dire cosa sta usando”. Fonti sanitarie di Gaza sentite dalla MISNA hanno confermato che molte persone presentano ferite mai riscontrate prima nella Striscia; il personale medico straniero attivo nell’ospedale di Shifa (il maggiore della Striscia), che vanta anche esperienze in Afghanistan e in Iraq, ha detto che si tratta delle stesse ferite riscontrate in passato in questi paesi in seguito ad attacchi degli eserciti americano e inglese. Israele aveva ammesso di aver usato fosforo bianco nel 2006 durante la guerra con il Libano.

Altre fonti sentite dalla MISNA, sotto anonimato per motivi di sicurezza, hanno intanto riferito che quelli delle ultime ore sono stati i bombardamenti più pesanti dall’inizio dell’offensiva, lo scorso 27 dicembre. I militari israeliani entrati nella Striscia, dopo aver occupato posizioni periferiche, stanno avanzando in direzione dei centri abitati e sono già molti i civili, bambini e donne compresi, che in queste ore hanno perso la vita. L’ultimo bilancio è di 512 morti e 2500 feriti circa; a questi bisogna aggiungere vittime indirette dei bombardamenti, come due bambini che hanno perso la vita a causa di infarti dovuti alle esplosioni.

SOLAMENTE OGGI SONO STATI UCCISI 15 BAMBINI!

Tsahal compie il suo dovere: il GENOCIDIO di un popolo

4 gennaio 2009 Lascia un commento

Sono 4 le brigate israeliane ad essere entrate nella Striscia di Gaza, su 4 diverse direttive. in questo modo sono state isolate le due arterie di accesso a Gaza City ed è stato creato un vuoto centrale, all’altezza dell’ex colonia ebraica di Netzarim (Nusseirat, in arabo). Difficile fare un resoconto della prima notte di incursione di terra dell’Israel Defence Force; difficile perchè manca la lucidità per affrontare il genocidio di un popolo; difficile perchè il silenzio è assordante e mi toglie la forza; difficile perchè sento di appartenere a quella terra, con il dolore che provo.PALESTINIANS-ISRAEL/
La Striscia da lontano appare frastagliata da lunghe colonne di fumo nero e dagli echi della battaglia che è proseguita per tutta la notta soprattutto nella zona di Beit Lahiya e Sajaiya, dove fonti mediche parlano di diversi morti, soprattutto dopo le cannonate sul quartiere commerciale di Gaza City.
L’esercito si è apportato a centinaia di metri dal confine, soprattutto nelle zone di di Beit Hanun, Beit Lahiya e Jabaliya, spesso usate dai lanciatori di razzi Qassam per colpire il Neghev. 
Non c’è corrente elettrica da ieri sera,  ed è quasi impossibile riuscire ad usare le linee telefoniche. Le notizie che arrivano sono poche e confuse: l’esercito israeliano parla di un soldato caduto e di almeno 30 feriti in modo preoccupante, mentre la Tv di Hamas amplia il numero dei soldati dello Tsahal caduti portandoli a 5. Una cinquantina di combattenti miliziani di Hamas sembrerebbero rimasti uccisi durante i combattimenti nel corso della notte, come riferisce la testata israeliana Yediot Ahronot. 
Notizie sul numero reale di morti e feriti non ci sono. Le televisioni e le radio militari si divertono ambo lati nella guerra psicologica di numeri, di notizie di falsi rapimenti e così via: capire veramente la situazione non è facile nemmeno dalle agenzie estere. Le strutture ospedaliere sono piene e senza elettricità, qualunque spostamento nella Striscia è praticamente proibito, quindi i medici sono in totale difficoltà non riuscendo a raggiungere le zone dei combattimenti. L’Operazione “Piombo Fuso” prosegue nella sua scia di sangue, il conto ufficiale è di 500 morti. Altre migliaia di riservisti sono stati richiamati…
Il fronte nord? Il premier Ehud Barak ha fatto sapere di non essere assolutamente interessato all’apertura di un secondo fronte (quello libanese), ma resta

Beirut_manifestazione Hezbollah_

Beirut_manifestazione Hezbollah_

pronto a qualunque evenienza ed ha mobilitato migliaia di soldati anche a ridosso dei confini (illegali) con il territorio libanese e con la zona controllata da Hezbollah. Il Libano sta vivendo momenti di tensione soprattutto nella sua capitale, dove tre diversi cortei spontanei sono partiti questa mattina da Tariq Gdide, Burj el-Barajne e dalle zone adiacenti all’aeroporto internazionale per confluire in un unico corteo. Parallelamente si registrano i primi scontri davanti all’ambasciata statunitense, sita nella zona settentrionale della città.
QUESTA PAGINA VERRA’ AGGIORNATA QUASI OGNI ORA SULLA SITUAZIONE

POCHI MINUTI FA, ore 13.00: La cattura dei due soldati israeliani annunciata da Hamas sarebbe avvenuta, secondo quanto ha comunicato la tv satellitare del Qatar ‘Al Jazirà, presso il villaggio di Jabal el Kashef, a est di Jabaliya. Sull’episodio non sono stati forniti altri particolari. Il notiziario della tv qatariota ha anche dato notizia di palestinesi feriti quando uno dei missili israeliani ha colpito un’autoambulanza a nord di Gaza, mentre le Brigate Qassam hanno affermato di aver annientato due blindati israeliani. La formazione palestinese Saraya Al Qods ha invece informato di aver distrutto un carro armato dell’esercito israeliano. Combattimenti molto violenti, infine, sarebbero in corso – sempre secondo la tv – vicino all’abitato di Shojaya.

In Cisgiordania invece, un ragazzo di 22 anni, Mufid Saleh Walwil,  è stato ucciso durante una manifestazione di protesta a Qalqiliya dopo una fitta sassaiola contro l’esercito.

Ore 15.35. Un carrarmato appostato nell’ex colonia ebraica di Netzarim ha centrato in pieno un auto con a bordo un’intera famiglia: sono morti tutti e 5 i passeggeri, compresa una bimba di appena 14 anni. Una mamma e i suoi 4 bambini sono invece rimasti uccisi dopo che la loro abitazione è stata centrata da una cannonata sparata dall’esercito con la stella di Davide a At-Toufah, nei pressi di Gaza City.afp146857622812132708_big
Siamo a 510 morti dall’inizio dell’operazione.

UNA TESTIMONIANZA:  «Da otto giorni eravamo senza acqua e senza corrente elettrica. Avevamo un pozzo, ma è stato colpito da un F-16 e messo fuori uso». L’ultima notte, trascorsa in una stanza, nell’oscurità, è stata un incubo. «Per sapere cosa succedeva, potevamo ricorrere solo alle nostre orecchie. Come quantità di esplosioni sembrava appunto di essere in Afghanistan. Erano in azione l’artiglieria e la aviazione. Poi sono arrivati anche i blindati, e sembrava di averli dentro casa. Ogni tanto strisciavano accanto ai muri anche i miliziani, sentivamo i loro walkie-talkie. C’erano anche i continui ululati delle sirene delle ambulanze, in cerca di feriti da soccorrere. Un vero inferno». Ma a Gaza, dieci chilometri più a sud, Abu Anas non ha trovato una situazione molto migliore. Anche nel suo nuovo riparo non ci sono acqua nè energia elettrica. Tuttavia c’è la possibilità di fare la spesa, e anche questo conta. Nella tarda mattinata in cucina sono comparsi un sacco di riso, un pò di ceci, perfino lo zucchero che negli ultimi tempi scarseggiava. Un negoziante ha spiegato di aver messo a disposizione della popolazione, visto lo stato di emergenza, gli ultimi viveri fatti arrivare dall’Egitto attraverso i tunnel di Rafah. Da giorni l’aviazione israeliana li colpisce, per impedire l’ingresso di armi, e nuovi ansa146913542912161211_bigrifornimenti non sembrano probabili. Nel suo negozio è stato anche possibile acquistare fazzoletti di carta: una vera rarità, a Gaza City. Il bisogno, di certo, aguzza l’ingegno. Per ricaricare le pile dei telefoni cellulari molti abitanti vanno a pregare in moschea. Là – essendo un luogo di culto – l’energia elettrica non manca, ci sono generatori autonomi. Ma le spine sono limitate e non bastano per tutti i fedeli: solo i più mattinieri riescono a tornare a casa con un telefono ricaricato. Anche chi non ha energia elettrica in casa, segue comunque gli eventi bellici affacciandosi alla finestra.

17.06: Un raid aereo israeliano è stato compiuto oggi all’esterno di una moschea nel nord della Striscia di Gaza. Lo hanno reso noto fonti mediche, secondo le quali cinque palestinesi sono stati uccisi ed erano tutti civili.

Sull’operazione militare a Gaza è intervenuto il presidente israeliano Shimon Peres il quale, in un’intervista al programma «This Week» della tv statunitense Abc, ha respinto la possibilità di un cessate il fuoco ma ha ribadito che Israele non intende occupare Gaza. «Non abbiamo intenzione di occupare Gaza nè di annientare Hamas, ma di annientare il terrore. Hamas ha bisogno di una lezione seria e noi gliela stiamo dando», ha detto il capo di Stato israeliano il quale ha anche liquidato l’eventualità che il cessate il fuoco possa fermare i combattimenti. «Non possiamo accettare l’idea che Hamas continui a sparare mentre noi dichiariamo il cessate il fuoco. Non ha alcun senso», ha concluso Peres.

19.30: La compagnia telefonica palestinese ha comunicato che la Striscia di Gaza rischia di perdere ogni contatto con il resto del mondo, visto che i raid aerei e l’incursione israeliana hanno danneggiato la rete telefonica. Secondo il gruppo Paltel, il 90 per cento della rete di telefonia mobile è fuori servizio come numerose linee terrestri, a causa delle frequenti interruzioni dell’elettricità e dell’impossibilità dei tecnici di raggiungere le sedi di lavoro. Paltel ha anche comunicato che tre tecnici sono stati uccisi e molti altri feriti nei combattimenti.

PIOMBO FUSO: aggiornamenti da Gaza e da Beirut

29 dicembre 2008 Lascia un commento

In questo momento decine di migliaia di persone si stanno radunando nella periferia meridionale di Beirut, convocate ieri da Hassan Nasrallah per esprimere solidarietà verso la popolazione di Gaza e condannare “l’atteggiamento di alcuni regimi arabi”. La zona adiacente al Malaab ar-Raya, lo Stadio del Vessillo si sta riempiendo per seguire dai maxischermi il discorso del leader sciita.

AP Photo/Hussein Malla _gli scontri di Beirut, ieri pomeriggio_

AP Photo/Hussein Malla _gli scontri di Beirut, ieri pomeriggio_

La situazione nel paese dei Cedri è sempre più tesa da quando è iniziata questa nuova massiccia operazione all’interno della Striscia di Gaza: il movimento armato ha già mobilitato i suoi combattenti nella zona meridionale del paese, quella confinante con lo stato d’Israele, violentemente colpita dai bombardamenti israeliani del 2006, e da poco prima liberatasi dall’occupazione militare.

AP Photo/Hussein Malla

AP Photo/Hussein Malla

Anche ieri a Beirut ci sono state diverse manifestazioni: una in particolare, convocata dalle organizzazioni di sinistra e dall’enorme comunità palestinese,  ha assediato l’ambasciata egiziana per diverse ore. Dopo poco sono iniziati scontri con la polizia: i manifestanti hanno attaccato con il lancio di pietre e la polizia ha risposto con numerosi lacrimogeni.

Nel frattempo Gaza e tutta la Striscia sono al loro terzo giorno di inferno: i raid aerei proseguono regolari e il bilancio è ormai agghiacciante.

Solo in una famiglia sono rimaste uccise 7 sorelline, mentre dormivano nei loro letti, un istituto per la formazione al lavoro ha visto morire 20 ragazzi di 16 anni che andavano lì per imparare un mestiere. L’attacco indiscriminato, nei kilometri quadri col più alto tasso di densità del mondo, sto portando il suo ovvio risultato: un brutto, ulteriore, capitolo del libro sul genocidio del popolo palestinese.
Tra poco l’attacco cambierà forma: agli F-16 si affiancheranno le truppe di terra che da due giorni sono pronte nelle basi alle porte di Gaza. Questa notte -ci riferisce il sito di intelligence israeliano Debka) ci sono state le prime incursioni di piccole unità di commando israeliane in alcune zone intorno a Gaza. Il compito di queste unità scelte, afferma Debka, è duplice: marcare obiettivi chiave per successivi attacchi aerei e spianare la strada a una prossima vasta incursione di mezzi blindati.
Quando entreranno i tanks sappiamo bene quale sarà lo scenario e come si muoveranno, sappiamo come quelle truppe uccideranno e distruggeranno.
Lo sappiamo eccome, eppure non facciamo nulla.

“Piombo fuso” a Gaza (3)

28 dicembre 2008 1 commento

Grossa ressa a Rafah, valico tra la Striscia di Gaza e il Sinai egiziano.

il bantustan di Hamas sotto attacco

Preso da Limes: il bantustan di Hamas sotto attacco

La popolazione in fuga e in cerca di farmaci e viveri è riuscita a rompere una breccia nel muro di confine e in centinaia sono riusciti a passare. Molte centinaia di persone sono invece ammassate lì vicino, circondate dalle forze di sicurezza egiziane ed israeliane.
Per ora l’operazione “Piombo Fuso” (nome, Oferet Yezukà in ebraico, preso da una celebre filastrocca ebraica scritta per la festa delle luci, l’Hanukà, che ricorreva pochi giorni fa) è limitata all’aviazione, ma diverse decine di tank e blindati si stanno ammassando alle porte della striscia. Il ministro degli Esteri dichiara di non voler occupare Gaza (?!) ma solo di voler proseguire la missione fin quando sarà necessario: l’ufficiale guerra contro Hamas è un attacco trasversale contro l’intera popolazione di Gaza, che ormai conta quasi 400 morti.
Nel frattempo, durante le giornate  di ieri e di oggi, sono stati violati anche i cieli libanesi, con voli di ricognizione dell’aviazione israeliana che hanno immediatamente surriscaldato l’atmosfera anche nel paese dei cedri, ancora in ricostruzione dopo la sesta guerra contro lo Stato ebraico d’Israele dell’estate 2006. Oggi è stato assediata l’ambasciata egiziana a Beirut, ma Nasrallah, leader degli Hezbollah, la formazione sciita che ha portato avanti la resistenza durante l’ultimo attacco,  ha convocato un “grande raduno in solidarietà con Gaza e in segno di lutto per i martiri” palestinesi.
 La manifestazione convocata da Hezbollah si terrà domani a partire dalle 15.00 locali (le 14.00 in Italia) al Malaab ar-Raya «Stadio del Vessillo»,a pochi passi da Haret Hreik , il quartiere sciita completamente raso al suolo due anni fa dai bombardamenti israeliani.
Nel frattempo il movimento armato sciita ha mobilitato i suoi combattenti nel sud del paese.

Seguiranno aggiornamenti

Il peggiore dei massacri, Sabra e Chatila

16 settembre 2008 17 commenti

Liberazione di oggi, pagina 20

Liberazione di oggi, pagina 20

 DIARIO DI UN MASSACRO, di Valentina Perniciaro
LIBERAZIONE, 16 SETTEMBRE 2008, retrocopertina (rm1609-att01-202)

«Il problema che ci poniamo: come iniziare, stuprando o uccidendo? Se i palestinesi hanno un po’ di buonsenso, devono cercare di lasciare Beirut. Voi non avete idea della carneficina che toccherà ai palestinesi, civili o terroristi, che resteranno in città. Il loro tentativo di confondersi con la popolazione sarà inutile. La spada e il fucile dei combattenti cristiani li seguirà dappertutto e li sterminerà, una volta per tutte». Il settimanale Bamaneh , organo ufficiale dell’esercito israeliano, due settimane prima del massacro di Sabra e Chatila, riporta le parole di un ufficiale delle Falangi cristiano-maronite.
Ma proseguiamo con ordine.

Martedì 14 settembre ’82
Un’esplosione devasta la sede di Kataeb (partito delle Falangi cristiane) durante una riunione di quadri. Tra i 24 corpi anche quello di Bashir Gemayel, presidente della Repubblica libanese da appena tre settimane. E’ un colpo pesante per Israele: muore il nemico numero uno dei palestinesi in Libano, l’uomo che li aveva definiti «il popolo di troppo», ricordato come «il presidente sostenuto dalle baionette israeliane». La sua elezione era la prima grande vittoria di Sharon: le sue milizie erano state aiutate militarmente, addestrate in campi speciali, garantite di servizi di intelligence e organizzazione. Il generale Eytan, capo di stato maggiore israeliano, poco dopo l’attentato dichiarerà: «Era uno dei nostri».
Il giorno prima, il 13 settembre, gli ultimi 850 paracadutisti e fanti della forza di pace internazionale (per lo più francesi, italiani e americani) lasciano il paese. Non sono nemmeno le 18 quando parte l’operazione “Cervello di Ferro”: inizia un fitto ponte aereo israeliano, uomini e carri armati arrivano all’aereoporto internazionale di Beirut e il generale Eytan dichiara: «Stiamo per ripulire Beirut-Ovest, raccogliere tutte le armi, arrestare i terroristi, esattamente come abbiamo fatto a Sidone e a Tiro e dappertutto in Libano. Ritroveremo tutti i terroristi e i loro capi. Ciò che c’è da distruggere lo distruggeremo».

Mercoledì 15 settembre
Prima dell’alba si tiene una riunione decisiva al quartier generale delle milizie unificate della destra cristiana: per Israele sono presenti i generali Eytan e Druri, per le milizie falangiste il comandante in capo Efram e il responsabile dei servizi di informazione Hobeika. Si discute un piano d’entrata delle falangi nei campi profughi palestinesi di Beirut; un capo militare alla fine della riunione dichiarerà: «Da anni aspettiamo questo momento». Durante tutto il giorno le strade che vanno verso i campi vengono riempite con la vernice di enormi frecce che indicano la direttrice di penetrazione, Sabra e Chatila devono essere facilmente raggiungibili da chi non conosce la città. Dalle 5 in poi lo Tsahal (l’esercito israeliano ndr ) avanza su cinque direttrici, circondando completamente Beirut-Ovest: Sharon arriva sul posto a dirigere le operazioni alle 9 del mattino, sul tetto di un enorme edificio, al settimo piano, da dove può osservare benissimo i campi. Il primo ministro Menahim Begin dirà poche ore dopo che il loro «ingresso in città è solamente per mantenere l’ordine ed evitare dei possibili pogrom, dopo la situazione creatasi con l’assassinio di Gemayel».
Dalle 12 i campi di Sabra e Chatila sono circondati dai tank israeliani: la popolazione si chiude in casa. Tutti i combattenti sono partiti pochi giorni prima, nelle viuzze strette sono rimasti solamente bambini, donne e anziani.

Giovedì 16 settembre 
Bastano 30 ore per completare la missione: è la prima volta che Israele conquista una capitale araba. Per tutta la mattinata è un formicaio di bande armate, munite anche di asce e coltelli, che percorrono le strade a bordo di jeep dello Tsahal; alle 15 il generale Druri chiama Sharon: « I nostri amici avanzano nei campi. Abbiamo coordinato la loro entrata». La risposta è secca: «Felicitazioni».
Il tempo a Sabra e Chatila si fermerà alle 17 per ricominciare a scorrere 40 ore più tardi, alle 10 del sabato successivo. Gli israeliani seguono le operazioni dal tetto del loro quartier generale, forniscono in aiuto razzi illuminanti sparati con una frequenza di due al minuto: non calerà mai la notte sopra i campi. Le falangi cristiano-maronite non si limitano a sterminare la popolazione; il loro accanimento, soprattutto verso i bambini, ha pochi precedenti nella storia, la loro crudeltà supera ogni aspettativa. Sfondano le porte delle case e liquidano intere famiglie ancora nei letti o a tavola, tagliano le membra delle loro vittime prima di ucciderle, stuprano ripetutamente donne e bambine, evirano, assassinano a colpi d’ascia. Solitamente lasciano viva una bimba per famiglia che, dopo ripetuti stupri, ha il solo compito di raccontare e far scappare chi resiste. Una donna al nono mese di gravidanza verrà ritrovata con il ventre aperto, uccisa con il feto messogli tra le braccia. Le teste dei neonati vengono schiacciate sulle pareti. I miliziani saccheggiano tutto: si troveranno molte mani di donne tagliate ai polsi per impadronirsi dei gioielli.

Venerdì 17 settembre
Il venerdì nero. Il tenente Avi Grabowski dirà davanti alla commissione d’inchiesta «Ho visto falangisti uccidere civili…Uno di loro mi ha detto: dalle donne incinte nasceranno dei terroristi». Ma i soldati israeliani ricevono ancora l’ordine di non intervenire su ciò che sta accadendo, di non entrare nei campi; il loro compito rimane quello di sorvegliare gli accessi per rispedire dentro chi prova a fuggire e illuminare l’area, al calar della notte. Sono le milizie di Haddad quelle che incutono più terrore, quelle che legano i feriti alle jeep e li trascinano fino alla morte, quelle intente a torturare e a non lasciare nessuno in vita; i metodi si fanno più rapidi rispetto all’inizio del massacro, ora si spara a bruciapelo e spesso si incide una croce sul petto dei cadaveri. Più di 1500 persone spariranno salendo sui loro camion: non si è più saputo niente di loro. Entrano anche nell’ospedale di Akka e di Gaza, medici e infermieri palestinesi sono giustiziati, così come i feriti. Al confine del campo gli uomini delle milizie cristiane sono euforiche, non si vergognano di urlare in faccia ai giornalisti che iniziano ad arrivare: «Andiamo ad ammazzarli, ci inculeremo le loro madri e le loro sorelle». Sharon è l’unico invece che continua a dichiarare, mentre sovrasta il massacro, «l’entrata di Tsahal a Beirut porta pace e sicurezza ed impedisce un massacro della popolazioni palestinesi. Stiamo impedendo una catastrofe».

Sabato 18 settembre 
Il massacro continua; la puzza di cadaveri, sotto il caldo sole di Beirut, inizia a superare i confini dei campi palestinesi. E’ il momento dell’ultima trappola: le milizie dalle 6 del mattino girano sulle jeep urlando alla popolazione di arrendersi, di uscire di casa. Più di un migliaio saranno uccisi sulla strada Abu Hassan Salmeh, principale arteria di Chatila. Chi viene arrestato e portato nello stadio sarà ritrovato morto ancora ammanettato, spesso buttato in piscina. Gli ultimi abitanti vengono portati via sui camion.
Alle 10 cala il silenzio su Sabra e Chatila. Le milizie sono uscite; non si scorge anima viva nel fetore di quelle strade. Solo qualche ora dopo i sopravvissuti inizieranno ad uscire dai rifugi, e il dolore si trasformerà in grida, mentre osservano più di 2000 cadaveri mutilati, dilaniati, stuprati, lasciati marcire al sole. I riconoscimenti avverranno solo in parte, visto che molti erano stati già gettati in fosse comuni. C’è una donna che urla… ha intorno a se i cadaveri dei suoi 7 bambini, tiene tra le braccia il corpo dilaniato della più piccola, di soli 4 mesi. Si tira la terra in testa, urla, «E ora? Dove andrò? E ora?».
Sulle mura delle poche case rimaste in piedi si leggono gli slogan della Falange “Kataeb”: «Dio, Patria, Famiglia».
«Quali assassinii di donne? Si fa una storia per niente. Da anni uccido palestinesi e non ho ancora finito. Li odio. Non mi considero affatto un assassino. Ne verranno ancora assassinati migliaia, ed altri creperanno di fame», le parole di Hobeika saranno difficili da dimenticare. Neanche per il popolo israeliano è facile accettare l’idea di essere corresponsabili di una simile azione, l’indignazione popolare è profonda. Un corteo di 400mila persone invaderà Tel Aviv con slogan diretti contro il governo e Sharon.
Il 20 settembre, Amos Kennan sulla più importante testata israeliana, Yedioth Ahronot , scriverà: «In un sol colpo, signor Begin, lei ha perduto il milione di bambini ebrei che costituivano tutto il suo bene sulla terra. Il milione di bambini di Auschwitz non è più suo. Li ha venduti senza utile».
Oggi ci sarà ancora una commemorazione, sulla piazza della fossa comune, all’ingresso di Chatila. La popolazione dei campi andrà a salutare, a portare avanti il ricordo di quei giorni neri in cui si è cercato casa per casa il più innocente per trucidarlo, in cui si è perpetrato uno sterminio scientifico e atteso da molto tempo. Il giorno più bello per le falangi cristiano-maronite, l’ennesima nakba (tragedia) per i palestinesi che malgrado tutto continuano a lottare, a sperare in un ritorno, ad esistere.
Come diceva Mahmud Darwish, grande poeta palestinese da poco scomparso, «Il mio popolo ha sette vite. Ogni volta che muore rinasce più giovane e bello». Basta passeggiare per le vie dei campi profughi del medioriente per capire che grande verità è questa.
Nel 2002, il tribunale dell’Aja prova ad accusare Sharon di crimini contro l’umanità per le evidenti responsabilità durante il massacro. Il processo nasceva dalle accuse del comandante Hobeika, che aveva deciso di far luce sui fatti. Avrebbe dovuto farlo i primi di febbraio,testimoniando in aula. Ma non ha fatto in tempo: è saltato in aria il 24 gennaio 2002.
La verità su Sabra e Chatila, comunque, non ha bisogno di tribunali per essere sancita. E’ chiara, scritta, visibile ancora oggi ad occhio nudo.

Tutte le citazioni sono tratte dal libro “Sabra e Chatila Inchiesta su un massacro” di Amnon Kapeliouk (Editions du Seuil, 1982)

Foto di Valentina Perniciaro -Il mercato di Sabra-

Foto di Valentina Perniciaro -Il mercato di Sabra-

Ciliegie e nostalgia

23 agosto 2008 6 commenti

Mi manchi.
Mi mancano le ciliegie, mi manca quell’odore al risveglio che ogni mattina sembrava provenire da un diverso pianeta, mi manca quel canto antico e immutato, le urla degli ambulanti, la solitudine di quei vicoli e di me, che all’improvviso non avevo più nessuno al mondo.
E a coccolarmi non c’erano altro che i miei sensi, a coccolarmi c’era la curiosità, la diversità, il nuovo che prendeva a cazzotti tutto quello che avevo visto fino a quel momento.
Mi manca Baramke con il suo caos insopportabile e quelle spremute d’arancia che ti rimettevano al mondo, con quel ghiaccio ambiguo e sempre sicuro. Mi mancano le ore a camminare a temperature proibitive, chiacchierando con sconosciuti, costruendo il proprio presente sul nulla, sul caso, sulla scoperta.

Bosra, Siria. Una bimba e la sua colonna

Bosra, Siria. Una bimba e la sua colonna

 Mi manca quella sensazione di casa, di antico, di smarrito e ritrovato.Quella sensazione di aver fottuto il tempo, il progresso e il futuro…semplicemente fermandosi, assaporando, respirando a pieni polmoni un’aria priva di frenesia, di desiderio di potere.Mi manca quel cielo stellato, quel silenzio improvviso che fermava la città, mi manca il non capirci nulla, il vagare senza meta se non quella decisa dai rullini, dalla fame, dagli sguardi vogliosi di un mondo che ero solo io. Che non aveva amore, non aveva sesso, non aveva impegni…un mondo che non aveva nulla se non di guardare oltre, di catturare tutto per non lasciarlo andare mai più via.

 

Ed è quello l’unico bagaglio che mi son portata, l’unico che non mi hanno potuto strappare via.
Il ricordo di quel mondo che era tutto mio, che era giusto, che era nuovo.
Il ricordo che mi trasmette energia…la sensazione di pace che mi da il pensare che infondo è tutto lì,
che basta ricominciare il viaggio da dove lo si era interrotto.
Che basta ripartire da quel goccio d’olio, da quel confine violato, da quel dolore rabbioso.

Sei il mio pensiero felice, sei la mia forza, sei la mia energia. 
Se non torno a te è solo perchè mi hai insegnato a sognare, mi hai insegnato a mettere delle priorità, mi hai insegnato a guardare in un altro modo…quindi ci devo provare.

” ‘na dissenteria di bombe”

19 agosto 2008 2 commenti

L’estate del ’43 gli eserciti spediti sulla neve di Russia, 
nella sabbia di Egitto, sbandavano all’indietro.
La guerra dei fascismi andava alla malora,
ma una pace: lontana. “Finché non bombardano Roma”,
“Finché non bombardano Roma”, la frase girava a bassa voce,
pericoloso dirla per intero, la milizia aveva cento orecchie,
qualcuna di meno ultimamente, che la guerra falliva.

Finché non bombardano Roma, non finisce.
Strano vaccino per l’epidemia, che razza di siero antiguerra.
Si era ficcato in testa per le città d’Italia
bombardate a martello, prima solo di notte,
poi pure a mezzogiorno, e a Roma niente. 
“Ce sta ‘o papa, nun ponno mena’ bbombe ‘ncopp’ o papa”.
A Napoli spiegavano così la malasorte,
la più bersagliata dall’alto dei cieli, e Roma niente.
“‘O papa, ce sta ‘o papa, nun le ponno fa’ niente, sta San Pietro.”

Nel luglio del ’43 il cielo sopra Napoli era un campo di croci con le ali,
altissime passavano e sganciavano,
sopra obiettivo libero, a terra senza allarme,
senza sirena in mezzo alla città.
Sono più avvelenate di terrore le bombe a mezzogiorno.
Di notte è già normale correre al rifugio,m dentro il buio
a ripararsi, ma di giorno è peggio. “Quanno fernesce? Mai?
E il caldo, ‘o calore, d’o mese ‘e luglio d’o ’43”.

 Mia madre teneva diciottanni, legati stretti
per non farseli scippare, passava per la piazza
della posta centrale dopo una delle scariche,
e s’accorse che non c’erano le mosche,
erano morte pure quelle per lo spostamento dell’aria.
“Sui corpi scamazzati, scarognati, nun ce steva ‘na mosca.
Nun era manco nu bumbardamento,
ma ‘na dissenteria di bombe, ci cacavano ‘n capa.
E a Roma c’era il cinema, la guerra la sentivano per radio,
la gente la sera usciva, ieva a teatro,
nun le mancava niente. Tenevo diciottanni,
due fratelli nascosti,
i tedeschi fucilavano i guagliuni che non si presentavano”.

“No, ma’, questo è successo dopo, nel settembre,
quando gli americani ancora non entravano
e i tedeschi mettevano le mine in mezzo al golfo.
Stavamo ricordando ‘o mese ‘e luglio”.
“Senza pute’ durmi’ manco ‘na notte,
a sirena sonava doie, tre vote,
andavamo a durmi’ coi panni ‘ncuollo,
manco le scarpe mi toglievo, pronta pe’ n’ ata corsa,
giù per le scale, ‘a sirena int’e rrecchie
che m’afferrava i nervi, spìcciati, presto, curre,
le posate d’argento nella borsa, la ricchezza nostra,
mammà che mi sttrillava dietro: “Piglia i posti buoni”.
C’erano i posti buoni e quelli malamente, comm’a teatro”.

“Finché nun bumbardano Roma, ‘sta guerra fetente nun fernesce.
La milizia mo’ sente e fa finta ‘e nun senti’,
o’ ssape che è fernuta ‘a zezzenella
(lo sa che è finita la pacchia).
‘O fascismo per me è stato ‘a guerra. Tenevo quindicianni,
‘a meglio età, quanno ‘o fascismo s’affacciaie ‘o balcone:
vincere e vinceremo. Se credeva di fa’ ‘na guapparia,
quattro mosse dietro ai tedeschi e subito vinceva.
In capo a qualche giorno a Napoli sentéttemo  ‘a sirena,
‘a primma sirena d’allarme. Ancora me la sogno la sirena.
Dentro ai sogni nun m’arricordo ‘e bbombe, ma ‘a sirena.
Tenevo quindicianni all’inizio d’a guerra, ‘a meglio età.
‘O fascismo me l’ha inguaiata fino a diciottanni.

Niente sapevo, niente m’importava, d’a politica,
io vulevo fa’ ammore, uscire colle amiche mie,
ballare, andare al mare. Si m’o ffaceva fa’,
si ‘ o fascismo me faceva campa’, bene per lui e bene pure a me.
Invece niente, s’è arrubbat’a giuventù,
ha mandato a muri’ ‘i meglio guagliuni pe’ na guerra fetente,
se ne futteva ‘e me, ‘e Napule, ‘e l’Italia. Stava a Roma
arriparato sotto ‘a tonaca d’o papa,
a Roma non gli succedeva niente.”

“E com’è stato lo strillo, la voce che hai sentito
all’uscita del ricovero, quel giorno?”
“Sarà stato mezzogiorno, o primo pomeriggio,
nun saccio di’, ce stava ‘o sole, da due ore
schiattavamo ‘e calore int’o ricovero.
Sunaie ‘a sirena di cessato allarme, ascèttemo all’aperto,
tossivo per la polvere alzata dalle bombe,
m’abbruciavano gli occhi per la luce potente dopo il buio,
mezzo stordita m’arrivaie ‘nu strillo: “Roma!
Hanno colpito Roma! Hanno menato ‘e bbombe
             ‘ncopp’ o papa”.
E doppo ‘ o strillo ne venette n’ato: “E’ ‘m mumento,
fernesce ‘a guerra, mo’ fernesce ‘a guerra”.
La gente usciva dai ricoveri scunfusa, stupetiata,
e tutt’insieme dietro a quello strillo
s’abbracciava, chiagneva, alzava ‘e manne ‘o cielo.
“Fernesce ‘a guerra” e : “Roma bombardata” erano ‘o stesso strillo.
E a me, che manco me pareva overo che puteva fini’,
si gelò il sangue a vedere quella festa
perché Roma era stata bombardata.
Noi che sapevamo che malora era,
ce mettevamo a fa’ chell’ammuìna?
Che t’aggia di’, ‘a guerra è ‘na carogna
e ‘o fascismo ci aveva incarogniti.
Poi uscì la milizia e tutti quanti ce ne tornammo a casa
a senti’ ‘a radio: Roma era stata bombardata
la mattina, da ‘e pparti d’a stazione, no a san Pietro.

E così fu che cadett’ o fascismo.
o’ rre fece arrestare Mussolini
e ‘a ggente se credeva che ferneva tutte cose,
‘a guerra, ‘a carestia, tornava il pane bianco, veneva ‘a libbertà.
Fuie ‘na fantasia, nun era tiempo.
A Napoli finì due mesi dopo, a fine settembre,
‘o popolo s’arrevutaie isso sulo contro i tedeschi,
quattro giorni e tre nottate sane,
al buio in mezzo agli spari, pieni di volontà,
quattro giornate per levarsi gli schiaffi dalla faccia.
Finché non se ne uscirono i tedeschi,
entrarono i guagliuni americani, figli ‘e napoletani d’oltremare.
Cominciò quel po’ di gioventù che mi avanzava.
Mi so’ sposata nel ’46, perciò la gioventù durò tre anni.

E di tutto il fascismo mi rimane il peggio di quell’ora
di festa per Roma bombardata.
Anche se in quella polvere di luglio, ‘ calore, ‘o sudore,
non mi sono abbracciata con nessuno,
è per la gente mia che mi dispiace.
Allora fu normale, perciò chist’è ‘o fascismo pe’ mme,
la fetenzia che ci ha portato a quello, di applaudire.
Ti parlo de ‘sti ccose addolorate pecché tu saie senti’,
ma nun pozzo permettere a nisciuno di voi venuti dopo
di giudicare Napoli in quell’ora, 
pecché ‘o fascismo vuie nun ‘o ssapite”.

                             L’Estate del ’43.   ERRI DE LUCA, “L’ospite incallito”  -Einaudi Editore-

Haret Hreik_Beirut_settembre 2006

Beirut, Libano. Quartiere sciita di Haret Hreik, dopo i bombardamenti israeliani Settembre 2006. Foto di Valentina Perniciaro

Napoli, primavera 2006 Foto di Valentina Perniciaro

Napoli, passeggiando nei vicoli del centro. Foto di Valentina Perniciaro

“Sono un poeta, e mio volantino è la terra”

15 agosto 2008 Lascia un commento

Tu sei come la rivoluzione, come la vittoria: solo tu riesci a dissetarmi, a riempirmi, a sfamarmi.
“AVVICINATI UN PO’ 
TI CONFESSERO’ CHE
HO SPARSO TUTTI I NARCISI PER TE.”

“TU CHE HAI LASCIATO FIGLI E CASOLARE
E LA DOLCEZZA, IL CALORE, LA LUCE,
PORTAMI CON TE NEL FUOCO DI AL-ASSIFA
A MORIRE CANTANDO!
PORTAMI CON TE.

PORTAMI CON TE COMPAGNO
TU CHE MI HAI INDICATO GIA’ LA STRADA!
HO SETE DI AURORA COME TE
E SOLO LA VITTORIA POTRA’ DISSETARMI.
PORTAMI CON TE.

PORTAMI CON TE, HO ASPETTATO FIN TROPPO
E I MIEI CAPELLI SONO DIVENTATI BIANCHI,
IL MIO CUORE HA TROPPO SOFFERTO,
MA ECCO CHE SENTO FREMERE SOTTO LE DITA
LA MIA GIOVINEZZA, DA QUANDO TI HO INCONTRATO
E TI HO DETTO: ECCOMI,
PORTAMI CON TE.
———Anonimo Palestinese——  

Scendendo dal monte Amaro. Foto di Valentina Perniciaro

L’altra metà dell’arancia

12 agosto 2008 2 commenti

ORA MAHMOUD DARWISH PUO’ TORNARE ALLA SUA TERRA

di Valentina Perniciaro
DA LIBERAZIONE DI OGGI, 12 AGOSTO 2008
Mahmud Darwish, il poeta della resistenza palestinese, è morto sabato scorso a Houston, negli Stati Uniti. Aveva 67 anni e il suo cuore non ha retto all’ultimo delicato intervento subìto.
La sua vita è il manifesto della sua terra, storia marcata dalla Nakba , il dramma che colpì la Palestina nel 1948, anno della fuga e dell’esilio mai terminati.
Nasce nel 1941 ad al-Barweh, un villaggio della Galilea poche miglia a est di Acri, in quel momento sotto mandato britannico. E’ lui stesso a raccontare la notte in cui la sua vita smise di essere quella di un bambino, quando fu costretto a fuggire sotto braccio alla sua famiglia verso il confine libanese.
«A 7 anni smisi di giocare e ricordo bene come e perché: in una notte d’estate, quando si usava dormire sui tetti a terrazza delle case, fui improvvisamente svegliato da mia madre e mi trovai a correre con centinaia di contadini in mezzo ai boschi, inseguito dalle pallottole. Quella notte ho messo fine alla mia infanzia. Non chiedevo più nulla, ero diventato improvvisamente adulto[…]. In Libano ho imparato – mai lo dimenticherò – che cosa significa la parola “patria”. Là ho imparato parole nuove che hanno aperto davanti a me una finestra su un mondo nuovo: guerra, notizie dalla patria, profughi, esercito, confini, TERRA».
Non ha mai tralasciato un dettaglio nel racconto di quei giorni e di quell’anno passato nei campi profughi gestiti dall’Unrwa; con la sua penna ha permesso al mondo di capire la rabbia di un bambino di 7 anni in fila per la sua razione di cibo, l’odiata fetta di formaggio giallo. Dopo solo un anno la sua famiglia tenta il ritorno; della notte prima della partenza lui ricorderà:
«Tornare a casa significava per me la fine del formaggio giallo, la fine della provocazione continua dei ragazzi libanesi che mi insultavano con l’epiteto “profugo”». Pensava di tornare a casa mentre superava il confine con il petto che strisciava a terra, ma il villaggio dov’era nato non c’era più: come altri 600 era stato fatto saltare in aria e tutto era stato confiscato dalle autorità del nuovo Stato. La loro identità volatilizzata, così come la terra e il diritto di cittadinanza. «Non capivo nulla. Non capivo come avesse potuto essere distrutto un villaggio intero. Non capivo come fosse accaduto che l’intero mio mondo fosse sparito, né chi fossero quelli che lo avevano annientato».
Si stabilirono poco lontano, nel villaggio di Der al-Asad e lui iniziò a crescere come un “profugo nella sua patria”, destino comune a tutti coloro che non erano scappati o che erano riusciti a rientrare in Israele. Così, al suo vocabolario esistenziale imparato da piccolo profugo, si aggiunsero altre parole: iniziò a frequentare la seconda elementare da “infiltrato”. Il direttore infatti, lo chiudeva in uno sgabuzzino ogni volta che passavano i controlli dell’ispettore.
«Anche a casa ogni tanto mi dovevano nascondere. Mi era proibito vivere nel mio proprio paese e per ottenere la carta d’identità israeliana imparai a dire che ero vissuto con le tribù beduine a nord del paese, e non in Libano».
Iniziò a scrivere liriche che era appena un ragazzo, a cantare la sua identità legata in modo viscerale alla terra, ad un luogo unico e costante che nei suoi testi rimane sempre astratto ed espresso solamente attraverso alcuni, ripetuti, simboli come l’ulivo, le arance, il gelsomino, il timo, il pozzo. Dalle sue prime poesie il filo conduttore è sempre quel legame indissolubile, quella nostalgia eterna, quell’orgoglio di resistente che coltiva quotidianamente la memoria e l’amore per le radici estirpate.
Dal 1961 la sua voce inizia ad infastidire, per questo viene continuamente controllato, imprigionato cinque volte con la sola accusa di scrivere poesie e muoversi senza permesso all’interno dello stato d’Israele. Motivo per il quale non riuscirà nemmeno a conseguire la laurea. Dopo l’ennesimo periodo di detenzione decide per l’esilio volontario, partendo alla volta del Cairo dove inizia a collaborare con il prestigioso quotidiano al-Ahram . Partirà poi per raggiungere l’Olp a Beirut e lavorare al Centro di ricerca palestinese fino al 1982 quando, con migliaia di altri militanti approda a Tunisi. La sua firma appare tra i redattori del testo della Dichiarazione d’Indipendenza dello Stato Palestinese, documento promulgato nel 1988 e riconosciuto da diversi stati. Il suo esilio durerà 26 anni quando, nel 1996, riceverà un permesso per poter visitare i suoi famigliari in Israele.
La sua casa ormai era a Ramallah, finchè la malattia che da sempre tormentava il suo cuore non l’ha costretto a partire per gli Stati Uniti, dove è deceduto.
La sua patria non era altro che la sua poesia, la sua terra era fatta di parole e profumo di gelsomino, la sua vita era un’arancia spaccata a metà che non è mai riuscita a ritrovare il sapore dell’altra parte. Edward Said, altro grande intellettuale palestinese da poco scomparso e anche lui figlio della Nakba , diceva che la poesia di Darwish «non era un rifugio lontano dall’esistenza consueta, ma una battaglia tra la poesia stessa e la memoria collettiva, dove una preme sull’altra». Fin dal suo esordio nel panorama della poesia araba, amava assimilare il testo ad una “partitura musicale” che lui molto spesso recitava pubblicamente. La sua voce carismatica e le sue parole sono state un ripetuto appuntamento che ha richiamato migliaia di persone in tutto il Medioriente e non solo.
«Quando l’uomo perde tutto, proprio tutto, persino l’esilio in cui annientarsi, resta il canto che si ripeterà e s’innalzerà fino agli abissi dei mari. E’ un altro miracolo nel racconto a episodi della storia del popolo palestinese. Niente esilio, niente patria. Ma c’è una cosa di cui nessuno mi può privare: la poesia e il canto».
La sua bibliografia è composta da quindici spessi volumi di poesie e cinque di opere in prosa scritti quasi completamente in lingua araba e tradotti ormai in 20 lingue. Purtroppo i lettori italiani non sono così fortunati. Sono solamente tre i libri disponibili nelle nostre librerie: Oltre l’ultimo cielo (Edizioni Epoché, 2007, 14€), Una memoria per l’oblio (Edizioni Jouvance, Roma 2002, 15€) e Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine? (Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova 2001, 18€). Fortunatamente molte sue poesie e prose sono state tradotte e inserite nelle più importanti antologie di letteratura araba palestinese.
Mahmoud Darwish scriveva per dimostrare la sua esistenza, per urlarla in faccia ad un nemico che voleva privarlo proprio di quella. Era il cantore della libertà e delle catene spezzate, del pane preparato dalle mani materne, dell’ulivo e dei frutti della sua infanzia. La Palestina piange il suo più dolce poeta. Che il suolo della sua terra gli sia lieve come una carezza.

12/08/2008

E’ morto Mahmud Darwish.

9 agosto 2008 Lascia un commento

LEGGI: L’altra metà dell’arancia
Scrivo per mostrare la mia esistenza

Potete legarmi mani e piedi

Togliermi il quaderno e le sigarette

Riempirmi la bocca di terra:

La poesia e’ sangue del mio cuore vivo

sale del mio pane, luce nei miei occhi.

Sara’ scritta con le unghie, lo sguardo e il ferro,

la cantero’ nella cella della mia prigione,

al bagno,

nella stalla,

sotto la sferza,

tra I ceppi

nello spasimo delle catene.

Ho dentro di me un milione d’usignoli

Per cantare la mia canzone di lotta.

E’ morto il poeta Mahmud Darwish. E’ morto poco fa, a Ramallah, un uomo che aveva il potere di far profumare i versi di gelsomino e resistenza. Un resistente, un dolce poeta, un uomo innamorato della sua terra, grande cantore, ultimo romantico di quella striscia di terra fertile e dilaniata. Nato ad Akka nel 1941, pochi anni prima la Nakba, pochi anni prima che la grande tragedia si abbattesse sulla Terra delle arance e degli ulivi.

Allah ma’ek usthad … addio grande maestro, che il suolo di Palestina ti sia dolce letto.
Che almeno ora tu possa rimangiare quelle arance…
PALESTINA LIBERA! PALESTINA ROSSA!

Palestina, Betlemme,Campo profughi di Dheishe -Marzo 2002- Funerale di un ragazzo morto a causa delle ustioni causate da un missile che ha colpito la macchina dove viaggiava.Foto di Valentina Perniciaro 

Ho scritto sulla mia agenda:

amo l’arancio e odio il porto,

 ho aggiunto sulla mia agenda:

al porto mi fermai 

la vita aveva occhi d’inverno,

avevamo le bucce dell’arancio 

e dietro di me la sabbia era infinita!

 

Giuro, tesserò per te

un fazzoletto di ciglia

scolpirò poesie per i tuoi occhi

con parole più dolce del miele

scriverò “sei palestinese e lo rimarrai”

 

Palestinesi sono i tuoi occhi,

il tuo tatuaggio

Palestinesi sono il tuo nome,

i tuoi sogni

i tuoi pensieri e il tuo fazzoletto.

 Palestinesi sono i tuoi piedi,

la tua forma

le tue parole e la tua voce.

                                                  Palestinese   vivi,   palestinese   morirai.

Anche su LIBERAZIONE!

13 luglio 2008 2 commenti

Beirut, i giorni dopo la tempesta tra macerie e odore di morte

 di Valentina Perniciaro

Due anni. Sono passati due anni dall’ultimo attacco al Libano, sesta guerra arabo-israeliana in 60 anni, terzo conflitto israelo-libanese.
Non sapremo facilmente quanto tempo prima era stato pianificato dall’esercito israeliano, quello che sappiamo è l’evento usato per legittimare l’inizio dell’Operazione “Giusta Retribuzione”. Il 12 luglio 2006 miliziani di Hezbollah colpiscono due pattuglie israeliane sulla linea di confine uccidendo tre soldati dell’Idf e facendone prigionieri altri due, Ehud Goldwasser e Eldad Regev, durante un’operazione che il leader del Partito di Dio, Hasan Nasrallah, denominerà “Operazione Giusta Ricompensa”. Territorio dell’attacco è proprio la linea di confine tra Israele e Libano, nella zona di sicurezza tra i due stati che Israele aveva occupato dal 1978 per 23 anni.
«Se i soldati non saranno riconsegnati riporteremo il Libano indietro di 20 anni», da questa dichiarazione del Capo di Stato Maggiore israeliano alla scientifica realizzazione di questo piano passano meno di 24 ore. Il 13 luglio, alle prime ore dell’alba iniziano i bombardamenti dell’aviazione dell’Israel Defence Force che puntano a colpire le principali infrastrutture. In poche ore viene imposto il blocco aereo e navale, bombardato l’aereoporto internazionale, distrutta l’autostrada che collega Beirut con la vicina Damasco, in Siria.
La sesta Guerra durerà poco più di un mese; cesserà ufficialmente il 14 agosto anche se le operazioni nelle zone più calde termineranno realmente l’8 settembre (le truppe israeliane lasceranno completamente il paese solo a dicembre).
Un conflitto che in 32 giorni uccide 1200 civili, di cui il 30% sotto i 13 anni ed ha completamente devastato un paese che aveva iniziato da poco a ricostruirsi dopo vent’anni di Guerra civile e d’occupazione militare.
I numeri sono impressionanti: l’Idf ha sparato più di centomila colpi, distruggendo 600 kilometri di strade, 73 ponti, aereoporti, impianti di depurazione dell’acqua, centrali elettriche, 350 scuole, 2 ospedali e più di 130.000 case. Per 32 giorni i caccia di Tel Aviv non hanno mai cessato di colpire, polverizzando la quasi totalità dei villaggi dell’estremo meridione del paese, quella fertile striscia di terra tra il fiume Litani e il confine israeliano. Ma è stata anche la zona della resistenza, l’area che ha bloccato l’avanzata delle truppe di terra, distruggendo decine di Merkava (gli “invincibili” tank dello Tsahal) e uccidendo molti uomini delle truppe speciali d’assalto. Le milizie di Hezbollah hanno resistito in modo inaspettato, sfruttando decine di chilometri di cunicoli e avanzata tecnologia, colpendo di sorpresa i preparatissimi soldati israeliani che per diverse settimane si sono impantanati attorno ai villaggi di Bint Jbeil e Marun al-Ras.
Il cessate il fuoco viene dichiarato, con l’intermediazione delle Nazioni Unite, il 14 agosto 2006. Le truppe di Tel Aviv tornano a casa, per la prima volta senza la vittoria in pugno, mentre Hezbollah ordina a tutti i profughi di tornare rapidamente per riscostruire il paese e festeggiare la «divina vittoria»: il Libano è completamente distrutto, le perdite umane ed economiche sono incalcolabili. 
Il confine tra Siria e Libano a pochi giorni dall’inizio della tregua, appare come un’infinita colonna di camion, carichi di scorte alimentari, che da quasi 40 giorni attendevano un lasciapassare, sotto il cocente sole dell’antilibano. Un confine totalmente mutato da centinaia di famiglie che tentano di tornare a casa con il loro carico di materassi, figli, dolore e speranza di trovare ancora pezzi del proprio passato in vita. I ponti lungo il percorso sembrano adagiati al suolo da mani enormi e macabre, quasi fossero precipitati intatti, addormentati a terra come lingue d’asfalto senza senso. La vecchia Pontiac che deve portarci in città percorre solamente strade secondarie; le autostrade (modernissime rispetto al resto del Medioriente) sono fantasmi che accompagnano il percorso da lontano, inagibili, spezzate da crateri non aggirabili. Beirut appare sempre dall’alto, insieme al mare. Solo da lontano sembra la città di sempre. Anche prima di quest’ultimo delirio bellico era la città delle contraddizioni, con una ricostruzione opulenta e occidentale che affiancava i nuovi grattacieli agli scheletri delle case crivellate, accavallava il lusso ostentato dei padroni della speculazione edilizia a campi profughi sovraffollati e periferie poverissime.
A poche ore dal cessate il fuoco il centro città ostenta la tranquillità immutata, l’illeso potere d’acquisto delle classi dirigenti, degli speculatori della ricostruzione, la bellezza disarmante di corpi femminili esposti sul lungo mare come una Miami mediterranea. Ma basta fare poca strada su un taxi collettivo per scontrarsi faccia a faccia con quella tempesta d’odio cieco appena terminata, con le donne d’un altro colore.
La strada per l’aereoporto internazionale è sempre stata manifesto di questo contrasto: si lasciano i luminosi grattaceli costeggiare gli accessi ai campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila, tristemente noti per il massacro del 1982.
Ora è la strada della polvere, dell’odore insopportabile, la strada percorsa da chi smuove macerie e tenta di ricominciare, la strada perlustrata da chi vuole vedere realmente cosa è successo, cosa è stato l’ultimo attacco.
Riattraversare le minuscole viuzze del campo non è molto diverso dall’ultima volta, se non per uno stupore maggiore negli occhi di chi ci vede arrivare; quei vicoli hanno sempre vissuto nella distruzione, a causa di una ricostruzione mai permessa, da quel settembre di 24 anni prima. 
Raida, la giovane donna drusa che anni prima ci aveva portato a visitare molti campi del sud del paese è stata difficile da trovare, ma sapevo che i bimbi di Chatila me l’avrebbero fatta raggiungere. Arrivo al termine di una lezione di formazione al lavoro per giovani disoccupate del campo. E’ un abbraccio che trasmette tutta la guerra; il suo volto inevitabilmente cambiato, provato. «Il terrore dei bombardamenti non ci lascia e non lascia nessuno. I bambini, ma non solo, non riescono ancora a dormire; ricominciare questa volta sembra più faticoso del solito. Anche se ci siamo abituati. Tutto è stato colpito, dal cielo e dal mare; sono stati usati armamenti sconosciuti, bombe di ogni genere. Non potrò mai dimenticare quel bombardamento silenzioso, quelle bombe che esplodevano enormi senza fare alcun rumore, se non quello del cemento che si frantumava». La strada dai campi al quartiere sciita di Haret Hreik, roccaforte Hizballah, è breve. Il ponte che separa le due zone è abbattuto. Arrivare ad Haret Hreik ha volatilizzato la capacità di parlare, la lucidità, anche la capacità di respirare perché l’aria non era più definibile tale. 
E’ polvere, polvere irrespirabile: le bombe hanno colpito il quartiere a tappeto, ci si trova davanti a palazzi di dieci piani completamente distrutti, a strade, piazze, negozi, scuole colpite da ogni tipo di armamento.
Un quartiere avvolto da un’atmosfera silenziosa, malgrado il formicaio di persone che lavorano incessantemente per rimuovere le macerie e tentare l’inizio della ricostruzione. Un silenzio inaspettato, al centro dell’inferno.
Guardando i palazzi dalla strada si entra in quella che era la vita di migliaia di famiglie, si viola con lo sguardo ognuna di quelle stanze con ancora armadi aperti e cornici appese: l’ennesima violenza perpetrata contro la dignità e l’intimità di quelle persone. 
Un negozio di vestiti da sposa non si piega alla polvere e alla devastazione e mostra il vestito più bello. La sposa di Haret Hreik cattura lo sguardo, immobile ed elegante; insegna a sopportare quell’orrore. Guarda orgogliosa davanti a sé: monito d’eleganza e resistenza. E’ il simbolo di quello che ho davanti e che non so descrivere né spiegare. Lei sembra conoscere la strada per riprendere un respiro normale, lei sembra sorridere a quella polvere maleodorante: è lì a dimostrare che si può ancora ricominciare.

Libano: riattraversare un confine

12 luglio 2008 2 commenti

Libano – 10.7.2008
Riattraversare un confine
Due anni dopo l’attacco israeliano, Beirut racconta le sue ferite
 

foto e testo di
Valentina Perniciaro
Non è facile riattraversare un confine di un paese che ti è entrato nell’anima, sapendolo polverizzato. Già dalla frontiera tra Siria e Libano, malgrado la guerra fosse finita da una ventina di giorni, si capiva che aveva mutato ogni profilo: colonne di camion carichi di scorte alimentari, fermi da settimane sotto il caldo sole di un’estate mediorientale; famiglie incolonnate che rientravano nel paese dei cedri dopo essere state rifugiate a Damasco per settimane.
Varcare il confine è stato scoprire la polvere. Scoprire come è facile trasformare infrastrutture, palazzi, strade e piste di atterraggio in polvere e come è impossibile far la stessa cosa con un popolo intenzionato a resistere. Strade sconosciute mi hanno portato a Beirut, parallele alle già percorse autostrade ora bombardate, ai ponti che giacevano al suolo, quasi intatti, come se ci fossero stati poggiati da enormi mani.
Beirut, come sempre, appare all’improvviso, quando abbandoni le montagne per scendere verso il mare… appare elegante, avvolta nella sua umidità e nella sua nuova nuvola di polvere. Una polvere irrespirabile, sottile, capace di insinuarsi e lacerare ogni respiro, di affaticare il passo, di infastidire lo sguardo. Beirut è una città di contraddizioni lancinanti e poco velate. Beirut è una città dalle tante facce, occidentale, ricca, laica…la città delle belle donne, delle macchine di lusso, dei locali sul lungomare, delle enormi piscine, dell’ostentazione del lusso: Beirut in alcuni punti ha il sapore della Florida con gli odori d’Oriente. Ma Beirut è anche case distrutte da vent’anni di guerra civile, è una città estremamente religiosa, divisa, sofferente; una città dove le periferie si incastrano ai campi profughi palestinesi, dove l’odio può esplodere letale in ogni momento.
Dopo la sua sesta guerra Beirut appare ancora più avvolta dalle sue contraddizioni, che scompaiono rapide quando il panorama si fa avvolgere da quella polvere dal sapore di morte. Appena si scende verso Chatila, sulla martoriata strada per l’aeroporto internazionale e si arriva ai quartieri sciiti, ci si dimentica subito della lussuosa downtown. Haret Hreik, quartiere sciita e roccaforta Hizballah dona un benvenuto struggente. Un quartiere di periferia dagli enormi palazzi, ridotti in polvere. Tutto è in movimento, la ricostruzione gestita dal “Partito di Dio”è inarrestabile. Cumuli di macerie vengono spostati verso il mare, mura vengono definitivamente abbattute e velocemente ricostruite, la popolazione è tutta a lavoro o a far andare avanti le attività lavorative come se nulla fosse passato sui loro cieli. Tra le strade di questa periferia dalle donne nere, si inizia a respirare la forza della resistenza, più potente di quella polvere letale che invano ha provato a coprire, a piegare, a sciogliere.
La sposa di Beirut mi ha insegnato a sopportare quell’odore, quell’orrore.
Sospeso tra l’esser donna immago e resistente, quel manichino mi è apparso il simbolo di quello che avevo davanti e che non sapevo descrivere nè spiegarmi. Lei sembrava conoscere la strada per riprendere un respiro normale, lei sembrava sorridere a quella polvere puzzolente: era lì a dirci che non solo si doveva andare avanti, ma bisognava farlo con la sua eleganza, con quella bellezza che malgrado tutto riusciva a trasmettere solo serenità. La sposa di Beirut, sembrava coronare il suo amore su quel cemento sbriciolato, la sposa di Beirut appariva capace di coprire quei rumori con un canto di lotta e d’amore, di insegnare a quelle donne velate la bellezza del suo viso scoperto, di reagire allo stupro di quella terra. Sapeva di speranza, di ribellione, di poetica ed immortale bellezza. Mentre la ricca Beirut beveva cocktail in riva al mare, mentre faceva jogging per tenersi in forma, i quartieri sciiti urlavano di dolore e d’odio. Muovono macerie, allattano bambini, sorridono e faticano sapendo che non sarà l’ultima volta, che dovranno insegnare la stessa cosa ai loro bei bimbi.
A ricostruire continuamente, a non arrendersi, ad amare la propria terra e i rifugiati che in essa sono ospitati da decenni, ad odiare quello che cade dal cielo, quelle bombe cieche sporche sempre dello stesso sangue.

 

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I cani del Sinai

18 giugno 2008 3 commenti

Fare il cane del Sinai pare sia stata una locuzione dialettale dei nomadi che un tempo percorsero il deserto altopiano di El Tih, a nord del monte Sinai. Variamente interpretata dagli studiosi, il suo significato oscilla tra correre in aiuto del vincitore,stare dalla parte dei padroni, esibire nobili sentimenti.
Sul Sinai non ci sono cani.

Dalla fine della guerra portavo, di mio padre ebreo e del mio segno di circonciso, una interpretazione che oggi comincio a intendere peggio che parziale, pigra come lo schema fascismo-antifascismo in cui si era disposta. I casi personali erano stati bruciati dall’enormità  della vicenda d’allora. 
In pratica -nella pratica della pigrizia- avevo accettato l’assurda idea che ebraismo, antifascismo, resistenza, socialismo fossero realtà contigue. Come ci si può ingannare! 

Era accaduto che l’ebraismo fosse inseparabile da una persecuzione immensa e non ancora del tutto esplorata: testa di Medusa per chiunque. Era parsa riassumere qualsiasi altra persecuzione, qualsiasi altro strazio e quindi di perdere la sua specificità.
I difensori del pensiero democratico-razionalista avevano visto negli ebrei un universale, incarnazione di quanto l’uomo potesse avere di più caro, la tolleranza, la non violenza, l’amore della tradizione, la razionalità. Questo errore non era innocente.

[…]
Quanto più la piccola borghesia tradizionale s’è venuta identificando con gli addetti al Terziario e ha incluso larga parte della classe operaia, l’Uomo Ad Una Dimensione ha dovuto crearsi di necessità passioni, nazioni, devozioni, lealtà fittizie. L’antisemitismo sparisce moltiplicandosi. La frase “si è sempre l’ebreo di qualcuno” diventa vera alla lettera. Più che naturale che gli Israeliani – o meglio: coloro che ne controllano l’opinione- abbiano fatto ricorso all’onore della persecuzione storica come elemento potente di passioni ed orgogli patriottici: non solo nel nostro inno nazionale si dice popoli, per secoli, calpesti e derisi. 

Altrettanto naturale ma molto più grave che – a quanto capita di udire e leggere- l’unione sacra tra i partiti si compia di necessità oscurando la rilevanza dei legami internazionali di Israele, insomma il compito politico che Stati Uniti ed Inghilterra sembrano aver assegnato a quel paese. 
Quella oscurità , quella mancanza di chiarezza, peggio, quella chiarezza respinta e rimossa da un sacro egoismo (quante volte torna il sacro nella lingua morta del nazionalismo) in una non necessaria penombra, radicherà forse nella cultura israeliana un male peggiore (perchè difensivo, giustificatorio) di quello delle euforie militaresche e guerriere.

Molti ebrei-europei e molti italiani-europei amici degli ebrei si sono lasciati sorprendere nel sonno del loro vecchio antifascismo. Dovranno ripensare alla propria giovinezza e giudicarla. Il limite e lo scandalo sono sorti dall’incontro con le masse immense che non possono nè vogliono assimilarsi nè arruolarsi fra i tirailleurs sénégalais, i gurka, i rangers dei petrolieri o della Cia.

___FRANCO FORTINI: I Cani del Sinai___

Questi alcuni tratti di un capolavoro contro quanti amano correre in soccorso dei vincitori.
Il più grande intellettuale italiano contemporaneo, ebreo, analizza lo Stato ebraico di Israele pochi giorni dopo la fine della Guerra dei 6 Giorni,
iniziata il 6 giugno 1967 

Dheishe, prima notte di coprifuoco 

 

Dheishe_ il risveglio

Foto di Valentina Perniciaro:
Campo Profughi di Dheishe, Betlemme, West Bank, Palestina.
Marzo 2002. Un piccolo spaccato di guerra permanente, di guerra
d'occupazione, di apartheid.
Foto 1: Prima notte di coprifuoco
Foto 2: Il risveglio e la devastazione  

ya Beirut!

16 giugno 2008 Lascia un commento

Scrivere di te mi viene naturale e lacerante allo stesso tempo.
Di te, che ti parlo come fossi una persona, come avessi uno sguardo.
Scrivere dello stupro della terra libanese assomiglia al parlare con un amore astratto.

 

Ma quella polvere mi è entrata nei polmoni e non riesce più ad uscirne,
quell’odore disperato m’è entrato nell’anima e accresce l’odio innato.
Mi piacerebbe passeggiare tra i tuoi sguardi, mi piacerebbe assaggiare ancora
i tuoi sapori…stringendo a me quelle mani sublimi, che mi fanno sognare.

Si, mi piacerebbe passeggiare con te per le terre che m’han rapito gli occhi.
Mi piacerebbe insegnarti quei suoni come stai facendo tu con me.
Mi piacerebbe poter volare via, poter avere il nulla sotto i piedi
e non questo cemento, queste strade, queste mura.
Mi piacerebbe tornare nei posti che ho amato, mi piacerebbe scoprirne milioni.

 

“ti amo come se sorvolassi il mare per la prima volta”  -N.Hikmet-

Foto di Valentina Perniciaro.
Settembre 2006. Beirut, Libano.
Quartiere sciita di haret Hreik, roccaforte Hizballah
raso al suolo dai bombardamenti israeliani 

 

_In coda_

3 giugno 2008 1 commento

“Ho chiesto un po’ di sole
e il poliziotto ha risposto:
Signore, mettiti in coda!
Ho chiesto inchiostro per scrivere il mio nome
E mi è stato detto : L’inchiostro scarseggia
devi attendere in coda il tuo turno.
Ho chiesto un libro da leggere
e una divisa kaki ha strepitato:
Chi vuole il sapere
deve leggere le pubblicazioni del partito
e gli articoli della costituzione.
Ho chiesto il permesso di incontrare la mia donna
e mi è stato risposto: E’ cosa ardua incontrare le donna
e l’innamorato deve
sopportare una lunga coda.
Ho chiesto l’autorizzazione
a mettere al mondo un figlio,
ma un ispettore, scoppiando a ridere, mi ha detto:
La prole è molto importante
ma aspetta in coda ancora un anno.
Ho chiesto di vedere il volto di Dio
ma un rappresentante di Dio ha urlato:
Perché?
Ho risposto: Perchè sono un uomo sconfitto.
Allora mi ha segnato a dito
ed ho compreso che anche gli sconfitti
stanno in coda.

Mio Signore:
desidero incontrarti, ma non lasciarmi
in coda come un cane randagio..
Da quando sono nato
sono in coda, immobile.
Mi si sono ghiacciati i piedi
simile alla carta straccia è la mia anima.
Spiagge calde e … uccelli.
Non so come recitare i miei versi
perché ovunque mi incalza la mannaia.
I fogli sono presi al laccio
le penne al laccio
al laccio i seni.
Il letto d’amore
vuole un permesso di transito.
Mio Signore:
l’orizzonte è sempre più sottile
e questo paese è rannicchiato tra le acque
triste come una spada spezzata.
Se rifiutiamo la canfora
ancora più canfora ci porterebbero.

Mio Signore:
l’orizzonte è grigi
ed io mi struggo per un raggio di luce.
Se solo volessi aiutarmi
mio Signore … mi muteresti in un passerotto.

____Nizar Qabbani___

Tra le macerie di Beirut, nel quartiere di Haret Hreik, il desiderio di mutarsi in un passerotto è lo stesso che nella cella di una prigione. L’aria puzzolente e irrespirabile, polverosa e pesante.

Foto di Valentina Perniciaro  -Beirut: settembre 2006-
Quartiere sciita di Haret Hreik, dopo i bombardamenti israeliani
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