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Archive for the ‘letteratura/citazioni’ Category

Niente osa varcare il silenzio di lava (Goliarda Sapienza)

6 marzo 2015 Lascia un commento

In questi mesi ho letto spesso queste righe. Poche, taglientissime.
E passo passo son riuscita a leggerle veramente, a sentire “l’ansia cessata” che poi a volte riappare e toglie il fiato nel sonno.
Vivo appoggiata sulla lava che Goliarda sa far vedere nitida senza perder parole nel descriverla.
Ancora una volta ringrazio le lettere graffiate con l’inchiostro, di questa sorella che è fatta di carne ancor prima che di carta.
Non vi disturbo ancora che basta lei…

E’ compiuto. E’ concluso. E’ terminato.
E’ consumato l’incendio. S’è fermato.
S’è chiuso il cerchio pietrificato.
Il tempo s’è fermato. E’ consumato
il delitto. S’è bruciato
il ricordo. L’ansia è cessata.
Una coltre di lava ha sigillato
ogni cranio ogni orbita svuotata.
Ogni bocca nel grido ha sigillato.

S’è chiuso il cerchio. Niente osa varcare
il silenzio di lava. Le formiche
girano intorno al rogo spento impazzite.

-Goliarda Sapienza-

Goliarda Sapienza

LEGGI:
La guerra vista da Goliarda
Parole barbare

Cos’è il carcere, di Salvatore Ricciardi

17 febbraio 2015 1 commento

Io da Salvatore ho imparato tante cose.
Con Salvo ho passato giornate, mattinate, pomeriggi, nottate a parlare e analizzare alcune cose di questo nostro mondo.
Con Salvo tante volte, tante volte, mi son fermata a parlare o scrivere del tempo, di quanto conti poco, come possa cambiare il suo scorrere a seconda della nostra condizione.
lui mi ha insegnato, insieme a pochi altri nella mia vita, cosa è veramente il tempo,
di quante piccole cose è composta la libertà, e quanto nella loro nucleare piccolezza sono splendide e importanti tutte,
tutte quelle piccole cose che possono costruire la libertà di un qualcuno,
e di una classe.

Salvo mi ha insegnato a guardare i miei polpastrelli in altro modo, a distinguere e apprezzare cio’ su cui le nostre mani poggiano,
Salvo è stato il primo ergastolano che mi ha insegnato che si sconfigge tutto, anche l’ergastolo stesso e mai come ora ho bisogno di crederci.
E’ uno di quelli che nella mia faticosa quotidianità mi vengono in mente sempre,
perché il suo sorriso, innato e fanciullo, dimostra in ogni istante che è fatto per esser libero,
e per raccontare la libertà a chi non sa di averla, e non sa quant’è bella.

Ma bando alle ciance..
dopo “Maelstrom”, libro con dentro due decenni che esplodono di lotta e prigionia, Salvatore Ricciardi ha scritto finalmente un libro sul carcere. Mi permetto di dire finalmente, perché sono decenni e decenni che tutti leggiamo il suo libro sul carcere ascoltandolo,
ed era ora che potessimo averlo anche tra gli scaffali, nero su bianco.
Un libro che io ho iniziato a leggere ieri, di cui quindi qui non parlo…
Ma vi lascio un’altra recensione “de core e de panza” di Davide Steccanella, amico e compagno comune

 

Cos’è il carcere di Salvatore Ricciardi, 2015, DeriveApprodi, euro 12

Quando alcuni anni fa lessi Maelstrom trovai talmente “figo” uno scrittore che riusciva a risultare simpatico e in certi punti persino divertente nel momento in cui si cimentava in una sorta di gigantesco affresco collettivo di trent’anni di lotte proletarie del novecento italiano e mondiale che volli verificare se quel Salvatore Ricciardi fosse così anche di persona.
Andai dunque da solo una sera al Conchetta, sui grigi navigli milanesi, perché avevo letto che era prevista una presentazione di Maelstrom con l’autore, presentazione cui peraltro partecipava anche il mio amico, nonché grande avvocato, Giuliano Spazzali.
Ricciardi arrivò con quell’aria, acutamente in seguito definita da una compagna di militanza romana che ben lo conosce, da “scusate sono capitato qui per caso”, prese posto, disse la sua dopo le varie presentazioni altrui, ed al termine della serata ci fermammo un po’ a chiacchierare, quindi saluti e baci, e festa finita. Mi colpì moltissimo il suo sguardo, quegli occhi capitati per caso quando ti fissano diventano scurissimi, hai l’impressione di essere messo a fuoco dall’obiettivo di una macchina fotografica, leggendo Cos’è il carcere ho capito benissimo perché quel

Il pugno di Salvo 😉

malavitoso dal cortile della galera ad un certo punto se la squaglia.
In seguito l’ho rivisto poche volte, dice perché odia il freddo del nord quindi o Roma o ciccia, una volta mi ha portato al suo bar al Pigneto lo Yeti, ma ogni tanto ci scambiamo messaggi, così senza criterio, quando mi va di commentare qualcosa con lui gli scrivo e lui mi risponde.
Confermo, di persona Ricciardi è esattamente come scrive, quando deve dirti una cosa lo fa in modo paziente ma diretto, rispetta l’interlocutore anche se non gli fa sconti, tratta tutti allo stesso modo e se dicono minchiate gliele ribatte ma se dicono cose che ritiene interessanti le valorizza, alterna risate a pensieri più che seri, analisi profonde a battute cazzare, impegno costante in difesa di chi soccombe a bevute al bar, insomma vive, lotta, si diverte e si incazza.
Questa premessa, che a molti risulterà di totale disinteresse, mi serve invece per parlare del suo secondo libro appena uscito che dovrebbe essere, sulla carta, una specie di vademecum per il carcerato scritto da chi in carcere ci ha passato larga parte della sua vita, e così pure lo intende Erri De Luca nella sua, come sempre intensissima, prefazione, e invece no, per me non è stato così.
Cos’è il carcere per me è stata una bella e lunga conversazione con Salvatore che, come sempre, quando decide di essere serio e quindi di raccontarti un qualcosa che ritiene necessario “trasmettere” bene al suo interlocutore, si arma di pazienza e ti conduce proprio fisicamente, quasi per mano mi verrebbe da dire, all’interno, nel cuore di quello che ti vuole descrivere.
E poi una volta entrati ti accompagna per tutto il percorso, non ti lascia neppure per un attimo per andare a fare delle altre cose, no, lui resta lì con te, a disposizione per spiegarti tutto quello che a quel punto avrai voglia di chiedergli. E lo fa in modo totale ma mai arrogante, sapiente ma mai saccente, esaustivo ma mai invadente, e il suo vissuto, come sempre, non te lo fa pesare ma condividere, così come la sua cultura politica non te la fa “imparare” ma applicare all’esempio concreto.
Alla fine del libro insomma non ho avuto la sensazione di avere letto ma di avere vissuto una esperienza diretta, mi è parso quasi di avere passato un periodo di galera con uno che mi ha fornito sin da subito, e coi modi e coi tempi giusti, tutti gli strumenti per sopportarla.
Come nel precedente Maelstrom le frasi del libro che meriterebbero di essere citate si sprecano, ne scelgo due per far capire, anche nella loro valenza di attualità, “come” scrive Ricciardi, il resto fate il santo piacere di leggervelo voi acquistando il libro.  La prima è questa: “Uscito dal carcere dopo tanto tempo, rientrando nella società mi sono accorto di un cambiamento avvenuto nel linguaggio di quelli che erano diventati, di nuovo, miei concittadini. Il passare del tempo aveva prodotto l’uso di aggettivi forti, superlativi: ‘assolutamente, pazzesco, agghiacciante, spaventoso’, per compensare pensieri e passioni sempre più deboli”, e la seconda è questa: “La cultura dominante ha ridotto al silenzio…. Non si sente il grido dei desideri negati, le urla dell’animosità e della sofferenza imposta. Si preferiscono gli analgesici. Ve ne è una vasta gamma: da quelli chimici, legali e illegali, a quelli sociali, come lo status, la carriera, il lavoro importante e poi casa, famiglia, macchina, vacanze e “conoscenze””.
Diciamo che a me piace talmente tanto il “modo” con cui scrive che nel caso di Salvatore conta anche fino ad un certo punto il “cosa”, se però la domanda un po’ scema dovesse essere a cosa serve questo libro ? posso cavarmela dicendo che serve a tutti quei giustizialisti d’accatto che sotto la falsa egida della legalità quotidianamente sproloquiano su quanto siano pochi gli anni di carcere affibbiati a qualcuno, magari all’indomani di qualche sentenza mediatica.
Salvatore Ricciardi ti fa capire in poche pagine perché il nostro carcere sia un luogo del tutto inutile, prima ancora che disumano.
davide steccanella

Una chiacchiera tra mamme (alla mamma di Chiara,colpevole di resistere)

16 giugno 2014 Lascia un commento

Le prime righe che ho letto oggi son quelle della mamma di Chiara, una dei 4 arrestati a dicembre scorso, accusati di un assalto al cantiere dell’Alta Velocità a Chiomonte, in Val di Susa. Il carcere a loro riservato è il più duro possibile, il trattamento a loro riservato ha un accanimento privo di precedenti nella storia della lotta in Val Susa contro la Tav malgrado, oltretutto, l’azione di cui son accusati non abbia prodotto alcun ferito, ma il danneggiamento di un fottuto compressore.
Eppure si è arrivati a negare i colloqui con i conviventi, alla censura della posta,  all’Alta Sicurezza 2.
Oggi arrivano poche righe della mamma di Chiara e son belle che voglio condividerle con voi; alcune son prese in prestito da Saramago e dicono una grande verità sull’esser genitori.

Volevo ringraziare Maria Teresa allora, darle un bacio da mamma a mamma: lei ha una figlia in regime di Alta Sicurezza e quindi può abbracciare le parole di Saramago in pieno, può sentirsi in toto dentro delle righe, sentirne il calore.
Io questa catena l’ho spezzata, ho scoperto che non vale per tutti i figli, per il mio secondo figlio non valgono:
la disabilità di un figlio spezza la naturalità meravigliosa del “prestito”. Volevo un esserino in prestito per un pochino, per vederlo crescere e poi volar via libero come mi auguro che i figli di noi tutti possano fare: e invece la disabilità rende impossibile spiccare il volo ad ali aperte,
rende noi genitori compagni di vita contro natura, senza la possibilità di vivere la dolorosa gioia di “perderli” perchè alla conquista del loro mondo.
Il corso intensivo per imparare ad amare una vita diversa dalla nostra, quando c’è l’impossibilità all’autosufficienza, è estremamente diverso dal precedente: è un amore straziante e dolce, capace di fare grandi rivoluzioni e di spaccare in due il cuore, tutti i giorni, minuto per minuto.

Scrivo un accavallarsi di parole senza senso, ma volevo che arrivasse un po’ del mio calore a questa mamma la cui figlia combatte per la libertà in una cella,
un po’ del mio calore stanco, mentre cerco strumenti per imparare la mia nuova forma di amore,
e la ricerca di una libertà per mio figlio che forse sarà impossibile, ma che proverò comunque a costruire.
Un abbraccio a te grande mamma, e a tua figlia che combatte con tutte e tutti noi al suo fianco.

Sono la mamma di Chiara. Voglio ringraziare tutte le persone che ho conosciuto in Val Susa per la emozionante accoglienza. Fino ad ora non ho scritto niente da quel terribile nove dicembre. So di aver vissuto questo periodo chiedendomi tanti perché sulle scelte difficili di questa speciale e coraggiosa figlia. La risposta a queste mie domande mi è arrivata da questa poesia di Josè Saramago: “Un figlio è un essere che ci è stato prestato per un corso intensivo per imparare come si ama una persona diversa da noi stessi, cambiando i nostri peggiori difetti per dare i migliori esempi e imparare ad avere coraggio. Proprio così! Essere un genitore è il più grande atto di coraggio che si può fare, perché significa esporsi a tutti i tipi di dolore, in particolare, l’incertezza di agire correttamente e la paura di perdere qualcosa di così caro. Perdere? Come? Non è nostro, ricordi? Era solo un prestito!”
Un forte abbraccio a tutte le mamme e a tutti voi.

Maria Teresa Brazzelli

“Testimone a Gezi Park” sbarca a Roma

12 dicembre 2013 Lascia un commento

Luca Tincalla per me era @workingclasshero,
poi è arrivata la rivolta di Gezi Park ed è più amichevolmente diventato “il turco”,
fanciullo misterioso che narrava le vicende che accadevano intorno a lui, con occhio curioso e parole apparentemente distratte.
Ho immediatamente pubblicato i suoi testi,
me li mandava dalle periferie anatoliche e non esitavo un secondo a metterli sul blog.
Mi piaceva il suo modo di scrivere, sembrava un passante spaesato che voleva solo capire quell’effervescenza virale ed improvvisa: poi l’ho visto come per magia arrivare a Testaccio, in piena estate, con la sua bicicletta malgrado un caldo raro.
I suoi scritti hanno subito preso forma, ancor prima di in un aperitivo tra scivoli, altalene e pancioni scalcianti: lui scrive precisamente come pedala, parcheggia, cammina per il mondo. Luca e le sue parole si assomigliano come si mormora dei cani con i loro compagni umani.

Ora quelle pagine son diventate un libro autoprodotto ed anche il nostro aperitivo è diventato letteratura 😉
quindi sabato 14 venite a farvi due chiacchiere con lui e chi vuole saperne ancora dei suoi racconti da un parco che voleva resistere,
del mondo che intorno a quegli alberi è nato, in quel paese e nella vita del nostro ciclista stanco ma tenace.
A sabato e … buona lettura.

Sabato 14 Dicembre alle ore 19
presso la Libreria Antigone in via degli Ausoni 48,  Roma
Testimone a Gezi Park
di Luca Tincalla
(Sarà presente l’autore)

a fine presentazione Aperitivo solidale a sottoscrizione per la Libreria Antigone
A Istanbul, un uomo in cerca di se stesso si ritrova – volente o nolente – a essere testimone di quello che succede a Gezi Park. Gezi Park è un fazzoletto verde, un parco, nei pressi della piazza di Taksim, teatro storico delle principali manifestazioni in città e nel Paese. Perché degli abusivi (degli attivisti) stanno occupando il suolo pubblico? Per cosa manifestano? E contro chi? Mentre l’uomo, che è a Gezi Park per caso, si pone queste domande, un poliziotto si avvicina e con un idrante lo annaffia dalla testa ai piedi. Pian piano, andando avanti, l’uomo comincia a perdere la sua innocenza e ad acquisire consapevolezza. Ma è pur sempre un emarginato, un pazzo, un çapulcu; non sarà facile per lui capire e, infatti, il “processo di consapevolezza” sarà un po’ il leitmotiv del libro.

Testimone a Gezi Park è stato pubblicato su giap di Wu Ming (con il loro articolo sulla rivolta in Turchia), qui: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=13550

La luna non è dei carcerieri!

25 luglio 2013 1 commento

Come te la racconto la luna?
E le stelle che cadono? Quanti anni sono che non ne vedi una?
Abbiamo conquistato la notte, l’abbiamo conquistata a morsi senza aver nemmeno il tempo di respirare,
ed ora che riusciamo minimamente a guardarci indietro scopriamo un passato lungo,
stretto stretto anche se diviso,

Dalle pagine di Walter Siti, fotografate da Maysa

che c’ha permesso di non dimenticarla, di viverla insieme comunque, anche se lo Stato non voleva.

E non vuole ancora. Fa di tutto per convincerci che non esiste più, che è proprietà dei vincitori, che loro ne dispongono la luce e la vista.

Perchè le nuvole che corrono al buio, le stelle che si rincorrono nei cieli estivi, i temporali che improvvisamente spazzano via tutto: ancora niente di tutto ciò ci è concesso.
Così la luna rimane là, ci osserva sorniona senza potersi far abbracciare, ci guarda malinconica sapendo che arriveremo,
ci aiuta ogni notte a spernacchiare uno Stato che pensa di vendicarsi così,
tenendo fino all’ultimo il tuo corpo per sè, cercando di appropriarsene, invano.

Ma poveracci i tuoi carcerieri,
i magistrati, i secondini, i direttori di sbarre: pensa a quante lune hanno avuto, libere, a disposizione,
nel tronfio esser convinti che lei stia lì per loro.
Non sanno che lei ha un cuore immenso ma libertario, non sanno che la luna è dalla parte di chi strappa la vita alle sbarre, non sanno che è nostra, che ogni notte in tutti questi anni ha dormito accanto a te e ai tuoi compagni.

Che quella che vediamo è come il cuscino sotto al lenzuolo che cerca di fingersi corpo,
mentre il corpo è scappato altrove:
quella che vedono i carcerieri non è una luna, è una grande pernacchia, è la finzione di se stessa,
perchè non vi vuole.
LA LUNA E’ CON NOI, CON CHI LA LIBERTA’ L’HA DENTRO,
CON CHI EVADE, CON CHI NON CREDE AI CONFINI, CON CHI SA AMARE.

_Foto di Valentina Perniciaro_ Tortuosa e in salita, ma meravigliosa.

_Foto di Valentina Perniciaro_
Tortuosa e in salita, ma meravigliosa.

Testi sul carcere: QUI
Adotta il logo per l’abolizione dell’ergastolo: QUI
Testi sull’ergastolo: QUI
Il manifesto per l’amnistia sociale: LEGGI e spamma
L’accanimento su Paolo Persichetti: QUI

“la madre di Cecilia” e il suo perpetuo dolore

1 luglio 2013 6 commenti

Sono le poche righe di quel mattone dei “Promessi Sposi” che ho nel cuore da quando avevo l’età di Cecilia,
che uccisa dalla peste veniva trasportata da sua madre, “col petto appoggiato al petto”.
Chissà perché, poco più di una bambina, mi son fatta scavar dentro da queste righe, con l’empatia di madre, più che di bimba uccisa.
Adesso quasi non riesco a leggerle più, sarà colpa di questo splendido pancione scalciante.
Adesso rivedo questa scena mille volte, in mille strade del medioriente e del resto del mondo: in strade sconosciute come in molte di cui ho assaggiato la polvere, le emozioni, i giochi dei bambini, le chiacchiere delle ragazze; le stesse ragazze che ora seppelliscono i propri figli. Uno ad uno.
Penso a te che m’hai aperto quel cortile tante volte, che su tre ne hai seppelliti tre, uno dopo l’altro, nella stessa amata terra rossa.

Non so perché stamattina ho ricercato queste righe,
delle volte la letteratura ha la capacità di accompagnarti come nessuno amico sa fare.
E di pugnalarti anche, ripetutamente.

[ringrazio Davide, che nel commentare mi ha rimesso in testa le righe successive, che mia madre per qualche strambo gioco della memoria ricordava a memoria e mi ripeteva quando bofonchiavo nello studiare Manzoni. Nel commento di Davide, sotto al post, trovate dettagli letterari importanti ed affascinanti.]

Fatima Bitar e la sua mamma

“Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere su un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento. Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, «no!» disse: «non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete».1012351_10151556787928429_1168377740_n Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: «promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo e di metterla sotto terra così». Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affacendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come su un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: «addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri». Poi, voltatasi di nuovo al monatto, «voi», disse, «passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola». Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato

[…]
“Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori….”. Alessandro Manzoni

La guerra e le bombe, visti con gli occhi di Goliarda Sapienza

19 maggio 2013 Lascia un commento

Mi viene sempre da chiamarti per nome, da parlarti come fossi un’amica, cara Goliarda Sapienza.
Mi son precipitata su questo nuovo prezioso libro uscito, “Ancestrale”, dove ti mostri in versi, graffiante e calda come sempre, capace di far bruciare le immagini nella carne di chi ti legge.
L’ho letto tutto d’un fiato, perdendomi nel tuo dialetto di fichi d’india e picciriddi, per poi tornare sempre su queste righe, continuamente.

Periferia di Aleppo, 19 febbraio 2013

Son giorni, mesi, ormai due anni in cui la guerra e le bombe, le fosse, i profughi, gli orfani e la polverizzazione dei secoli sono entrati in casa proprio come un’esplosione. Qualche amico lasciato per strada, dilaniato sotto uno dei tanti ciechi e costanti bombardamenti, troppi altri esuli forse per sempre, alcuni a resistere alla fame e ai fuochi incrociati.
La quotidianità, anche dentro me, è scandita dai colpi di mortaio che cadono a pioggia sulla casa più calda mai avuta dopo la pancia che m’ha nutrito e scaldato.
E allora Goliarda, baaaam, le tue parole come al solito sbaragliano tutto, entrano, scavano, si scelgono il loro posto tra le lacrime e il cuore e rimangono attaccate con i loro artigli di donna mai doma. Ma dilaniata.
Grazie ancora una volta, che con le parole sai dipingere proprio con i colori che sceglierei io.

Dedico queste tue righe al mio fratello esule, ai nostri amici che sopravvivono nel basalto,
a Tamer e a tutti quelli come lui che son morti sotto i bombardamenti.
Le bombe, quelle sotto cui si muore senza sapere assolutamente perchè

E non ci furono più giorni né notti
solo un liso sudario, sbigottite
della luce schiacciata contro i muri
rari muri come denti cariati
fra le labbra convulse della terra.

E non ci furono più alberi o tramonti
solo uccelli sciallati con mammelle
nel fuoco dei motori.

Aida, dopo il bombardamento di Idlib in cui ha perso il marito e due bambini _Rodrigo Abd/Ap_

E non ci furono più alberi, ombre
né vecchio né carusi né picciotti
solo corpi snudati senza testa
fra la pioggia di cenere e grida.

E non ci furono più strade, palazzi
solo piazze, deserti, dune fumanti
fosse chiuse sui vivi e sui morenti.

E si videro topi inferociti
mordicchiare frenetici le mani
d’un soldato seduto addormentato
contro il palo divelto del lampione
che un tempo tu giravi
per entrare nel basso profumato
di minestra bollente e di liscivia.
Ti turbava l’odore di quel basso
mi dicesti sommessa dietro il banco
non sapevi quell’altro dolce di sangue
che travolse i tuoi sensi quella sera
quell’odore di fumo e calcinaccio
quell’odore di carne macellata
che t’uccise ancor prima dello schianto
che vibrò per i muri e il cortile.

C’inseguiva l’urlo dissennato

Quartiere di Wadi al Sayeh, Homs _Yazan Homsy/Reuters_

di sirena d’allarme, senza tregua
c’incitava a fuggire. Non ti vidi
varcare quella soglia, solo il moto
danzante delle trecce sulle spalle
tue esili e il balenio
dei quaderni sbattuti sul selciato.

E non ci furono più giorni né notti
né voci né silenzi, solo il latrare
di cani e di motori
fra l’accendersi d’odio dei bengala.

E nel lucore oscillante di quell’ira
si videro donne mute scarmigliate
con le palpebre enfiate senza ciglia
avanzare tenendosi per mano.
Caldo sangue scorreva sulle guance
calde lacrime rosse tatuate.

A NICA, MORTA NEL BOMBARDAMENTO DI CATANIA DELL’APRILE 1942

Al telefono con Anna Frank
Comprendere l’esilio
Bosra , beduini e innamoramenti
Ciliegie e nostalgia
ma buon anno ddddechè
Ode al dolore
Le bombe in casa nostra
Ode a Damasco

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