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Archive for the ‘tortura’ Category

« J’accuse : torture d’Etat », un video reportage sulle tortura ad Enrico Triaca

30 novembre 2013 Lascia un commento

Un video reportage interessante e toccante, quello che il giornalista Enrico Porsia (ex militante delle Brigate Rosse rifugiato in Francia) ha girato poche settimane fa per le strade di Roma, chiacchierando con Enrico Triaca, ex militante delle Brigate Rosse, torturato con varie tecniche (tra cui il waterboarding) dalla squadra di Nicola Ciocia, alias “professor De Tormentis“, uomini di Stato.
La denuncia delle torture di Stato, diretta e raccontata da uno dei tanti corpi caduti nell’ingranaggio più infame della guerra che lo Stato ha combatutto contro i rivoluzionari di una manciata di decenni fa.
Qui è difficile che se ne riesca a parlare: il 15 ottobre la condanna per calunnia che avevano dato ad Enrico Triaca nel momento in cui denunciò i suoi torturatori è stata annullata, a prova del fatto che la tortura c’è stata… ma nessuno ne ha parlato.
Dobbiamo andare oltre confine per veder proiettata un po’ di verità in spazi pubblici, per veder dibattito e ricerca di verità storica.
Qui l’oblio, o peggio: qui si denuncia anche chi va a salutare i proprio morti.
I 4 indagati per i funerali di Prospero Gallinari (leggi qui) ne son la ridicola prova

Terre Corse
Une saison de rencontres-débats
Terre Corse inaugure « Une saison de rencontres-débats » dans le nouvel Espace d’éducation populaire Albert Stefanini 11 rue César Campinchi (1er étage)
Jeudi 12 décembre 18 heures 30

« J’accuse : torture d’Etat » un video-reportage de Enrico Porsia

Enrico Triaca, ancien militant des brigades rouges dénonce des tortures pratiquées par des fonctionnaires de la police italienne. Ce témoignage « J’accuse : torture d’Etat » a été recueilli par le journaliste Enrico Porsia qui participera à un débat à l’issue de cette projection.

Per dettagli sulla revisione del processo Triaca: LEGGI
– Per informazioni sulla figura di De Tormentis leggi:
*Chi è De Tormentis?
* Il segreto di Pulcinella sull’identità del torturatore
– Per informazioni sulle tecniche di tortura usate contro i militanti della lotta armata, leggi:
* Ecco come mi torturò De Tormentis
* Il pene della Repubblica
* Le torture su Sandro Padula
– La tortura sulle donne, quel pizzico in più di sadismo a sfondo sessuale:
* Le torture su Paola Maturi e Emanuela Frascella
* Cercando Dozier in vagina
* Chi è Oscar Fioriolli

Herman Wallace e gli Angola3: oltre 40 anni di segregazione

3 ottobre 2013 1 commento

Herman Wallace

Immaginare l’isolamento per 40 anni non è facile.
Conosco lo sguardo di chi ha vissuto la detenzione per oltre 30anni, conosco lo sguardo di chi, una volta caduto nelle mani dello Stato, è stato ripetutamente torturato per strappare dalla bocca parole utili ad altri arresti. Parole che spesso sono uscite, altre volte no.
La tortura è complicata da immaginare, ma quando senti raccontarla molte volte inizia ad aver tratti familiari, vista la sua scientificità: la tortura si può immaginare, arrivi a sentirla nello stomaco, a sognarla la notte, a sentirne i rumori.

L’isolamento è diverso: immaginare 40 anni di isolamento è molto più difficile secondo me. Quarant’anni, già quelli non so come son fatti, figuriamoci se posso aver a che fare con l’immagine di circa 14.965 giorni passati da solo, in una cella, per 23 ore al giorno.
Pensate a “fa’ la stecca” a 344.195 ore di solitudine e non mi dite che riuscite a vederli, a creare un’immagine palpabile, che non ci credo.

Herman Wallace il 1 ottobre 2013, durante la scarcerazione Photograph: Lauren McGaughy/AP

I giornali ci parlano della “libertà” di Herman Wallace, ottenuta ieri dopo quasi 41 anni e  dopo aver tristemente conquistato il record dell’uomo che ha vissuto in isolamento per più tempo nella storia degli Stati Uniti d’America, è uscito.
Malato terminale di un cancro al fegato, su una barella, senza nemmeno la forza di proferire una parola: ma parlano di libertà, loro.
Passerà gli ultimi giorni della sua vita ricoverato in ospedale, invece che nella sua cella: proprio gli ultimi, le sue condizioni sono tali da aver fatto già sospendere la terapia. Sta solo aspettando la morte.
Herman Wallace, nero, in carcere per una rapina e , è uno dei tre che composero gli Angola Three (insieme a Robert King, libero dal 2001 e Albert Woodfox, ancora detenuto), che presero il nome dalla più grande prigione americana chiamata appunto Angola (perché costruita su 18.000 acri di un’ex piantagione di schiavi) in cui erano detenuti e di cui denunciavano gli abusi tremendi e la pesante segregazione.
Scioperi della fame e del lavoro, i tre detenuti catturarono l’attenzione dei boia della Louisiana e da quel momento iniziò la loro segregazione, terminata solamente ieri per Herman, con la montatura dell’omicidio di una guardia penitenziaria, bianca ( non esistevano secondini neri nell’America di quegli anni). Una maledetta storia, che è riuscita a diventar lunga 40anni grazie all’accanimento statunitense, che li ha murati vivi in una cella sperando che finissero i loro giorni nell’oblio
cosa che non è.
Mentre i suoi avvocati cercano ancora di mandare avanti la battaglia per la riapertura del processo a loro carico,
sappiamo che la sola cosa che può esser utile, oltre la memoria e la solidarietà, è la lotta per l’abbattimento del carcere a partire dai suoi punti più alti: ergastolo, segregazione e tortura, fino ad arrivare ad aprire ogni blindato.
Per la libertà dei prigionieri,
per la libertà di tutti e tutte.

Torture alla sbarra : accolta la richiesta di revisione del processo Triaca.

18 giugno 2013 11 commenti

Una giornata importantissima quella di oggi, dentro la Corte d’appello di Perugia.
Si è tornati a casa con un sorriso quasi incredulo e una grande vittoria in tasca, perché anche solo l’aver ottenuto la revisione di questo processo è una vittoria, enorme ottenuta grazie al gran lavoro di chi c’ha creduto dal primo momento,
e  quello degli avvocati Francesco Romeo e Claudio Giangiacomo

il waterboarding: tecnica in cui eccelleva Nicola Ciocia, alias Professor De Tormentis

Sto parlando (su queste pagine lo si fa da tempo) del processo nei confronti di Enrico Triaca, arrestato nel 1978 durante il sequestro Moro perché “tipografo” delle Brigate Rosse, e torturato dal professor De Tormentis, che da qualche tempo a questa parte ha iniziato a raccontare beffardamente le sue gesta in diverse occasioni, senza mai manifestare il suo nome.
Nome (Nicola Ciocia) che abbiamo svelato sui blog poco dopo l’uscita del libro di Nicola Rao, contente le soddisfatte malefatte di De Tormentis, che anche su quelle magine rimane senza nome.
Ex funzionario di polizia, poi avvocato del foro di Napoli, Nicola Ciocia è ormai alle strette, malgrado i 35 anni trascorsi da quando girava l’Italia come “mastro torturatore” e grande esperto della tecnica di tortura dell’acqua e sale (nota come waterboarding):
non sarà tra i tre testi ammessi e convocati per l’udienza del 15 ottobre prossimo (Nicola Rao, Salvatore Genova e Matteo Indice: qui info su di loro, oltre che in tutti i link a riguardo che trovate a fine articolo) proprio per la sua ambigua posizione, che probabilmente sarà convocato successivamente come testimone assistito, perché le dichiarazioni dei precedenti testi potrebbero risultare “indizianti”.

Ma vi lascio alle parole del dispositivo letto oggi in aula, con una grande gioia nel cuore

Corte d’appello di Perugia

Presidente Giancarlo Massei
Relatore Massimo Ricciarelli
Procuratore generale Massimo Cosucci

La Corte d’appello di Perugia,
letta l’istanza di revisione presentata nell’interesse di Triaca Enrico, valutati gli elementi di prova addotti, letta la lista dei testi depositata nelle more,
rilevato che in relazione alle fonti e ai temi di prova indicati si impone l’ammissione in qualità di testi di Nicola Rao, Salvatore Rino Genova e Matteo Indice, dovendosi invece formulare una riserva con riguardo alla posizione di Nicola Ciocia da rivalutarsi alla luce delle dichiarazioni che saranno rese dagli altri testi potendosi allo stato profilare elementi indizianti tali da determinare incompatibilità alla testimonianza richiesta.
Ritenuto inoltre di ammettere tutte le prove documentali prodotte, per questi motivi ammette le prove documentali prodotte e ammette altresì in qualità di testi Nicola Rao, Salvatore Rino Genova, Matteo Indice, con la riserva in ordine della posizione di Nicola Ciocia.
Dispone che la citazione dei testi avvenga a cura della difesa e rinvia la causa per l’audizione dei testi all’udienza del 15 ottobre 2013 ore 9 invitando le parti a comparire senza ulteriori avvisi.

Perugia 18 giugno 2013

– Per informazioni sulla figura di De Tormentis leggi:
*Chi è De Tormentis?
* Il segreto di Pulcinella sull’identità del torturatore
– Per informazioni sulle tecniche di tortura usate contro i militanti della lotta armata, leggi:
* Ecco come mi torturò De Tormentis
* Il pene della Repubblica
* Le torture su Sandro Padula
– La tortura sulle donne, quel pizzico in più di sadismo a sfondo sessuale:
* Le torture su Paola Maturi e Emanuela Frascella
* Cercando Dozier in vagina
* Chi è Oscar Fioriolli

La corte d’appello di Perugia si pronuncia domani: aprirà il “processo alle torture”?

17 giugno 2013 2 commenti

Siamo arrivati: domani, 18 giugno 2013, si terrà la prima udienza in corte d’appello di Perugia, che dovrà pronunciarsi sulla legittimità delle nuove prove presentate per la richiesta di revisione della condanna per calunnia pronunciata contro Enrico Triaca, dopo la denuncia delle torture subite nel 1978.

Una tappa importantissima quindi quella di domani, perchè se la corte accoglierà l’istanza presentata dagli avvocati di Triaca, si aprirà un dibattimento che vedrà per la prima volta comparire il “mastro torturatore” Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, insieme ad altri testimoni (colleghi e non di De Tormentis, ex funzionario Ucigos) per rispondere di quelle sedute di tortura.
Due anni di carcere dovette scontare per aver denunciato i suoi torturatori: ed è quello che vogliamo cancellare dalla storia.

– Per informazioni sulla figura di De Tormentis leggi:
*Chi è De Tormentis?
* Il segreto di Pulcinella sull’identità del torturatore
– Per informazioni sulle tecniche di tortura usate contro i militanti della lotta armata, leggi:
* Ecco come mi torturò De Tormentis
* Il pene della Repubblica
* Le torture su Sandro Padula
– La tortura sulle donne, quel pizzico in più di sadismo a sfondo sessuale:
* Le torture su Paola Maturi e Emanuela Frascella
* Cercando Dozier in vagina
* Chi è Oscar Fioriolli

Dagli anni 70 a Bolzaneto, la continuità trentennale d’apparati, metodi e in certi casi anche di uomini nel ricorso alla tortura
di Paolo Persichetti

«Ciò che qualifica la tortura – scrive Patrizio Gonnella in, La tortura in Italia. Parole, luoghi e pratiche della violenza pubblica, DeriveApprodi – non è la crudeltà oggettiva del torturatore, ma lo scopo della violenza». Una violenza che può avere due obiettivi: uno giudiziario ed uno politico-simbolico. Nel primo caso si tratta di estorcere informazioni da utilizzare per lo sviluppo successivo delle indagini o da impiegare in sede processuale come dichiarazioni accusatorie; nel secondo il fine è quello di esaltare il potere punitivo dello Stato. I due scopi spesso si sovrappongono: la tortura giudiziaria contiene sempre quella punitiva, mentre la tortura punitiva non sempre contiene la ricerca d’informazioni.
Le torture praticate contro i militanti rivoluzionari accusati di appartenere a gruppi armati tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80 erano un classico modello di tortura investigativa. Operate dalle forze di polizia, contenevano entrambi gli obiettivi: estorcere informazioni e disintegrare l’identità politico-personale del militante. La deprivazione sensoriale assoluta, introdotta negli anni 90 attraverso l’isolamento detentivo previsto con il regime carcerario del 41 bis, è invece la forma più avanzata di tortura giudiziaria. Congeniata per sostituire la tortura investigativa, ha rappresentato una ulteriore tappa del processo di maturazione dell’emergenza italiana che ha visto la progressiva giudiziarizzazione delle forme di stato di eccezione, non più controllate dall’esecutivo ma dalla magistratura.
I pestaggi che avvengono nelle carceri o nelle camere di sicurezza delle forze di polizia appartengono invece al genere della tortura punitiva, ispirata dal sopravanzare di visioni etico-morali dello Stato: correggere comportamenti ritenuti fuori norma riaffermando la gerarchia del comando. Così è avvenuto nel carcere di Asti tra il 2004 e il 2005, dove una sentenza della magistratura ha registrato le violenze imposte ai detenuti per ribadire e legittimare i rapporti di potere all’interno dell’istituto di pena.
Una situazione analoga si è verificata nella tragica vicenda che ha portato alla morte di Stefano Cucchi, anche se in questo caso sussistono fondati sospetti che la violenza punitiva ricevuta nelle camere di sicurezza del tribunale, gestite dalla polizia penitenziaria, sia stata preceduta da violenze subite nella fase investigativa prima dell’ingresso in carcere.
In linea generale le violenze poliziesche hanno un carattere «informe», non ha caso Walter Benjamin ne coglieva l’aspetto «spettrale, inafferrabile e diffuso in ogni dove nella vita degli Stati civilizzati», al punto da costituire una delle tipicità proprie dell’antropologia statuale. Queste violenze variano d’intensità, d’episodicità ed estensione con il mutare dei rapporti sociali e il modificarsi della costituzione materiale di un Paese. Ci sono poi momenti storici in cui questa violenza si condensa, assumendo una forma sistematica che si avvale dell’azione d’apparati specializzati. Quella che è una caratteristica permanente degli Stati dittatoriali denota anche il funzionamento delle cosiddette democrazie quando entrano in situazioni d’eccezione. Nell’Italia repubblicana è avvenuto almeno due volte: nel 1982, quando il governo presieduto dal repubblicano Spadolini diede il via libera all’impiego della tortura per contrastare l’azione delle formazioni della sinistra armata e nel 2001, durante le giornate del G8 genovese.
Se nel primo caso si è fatto ampio ricorso alla tortura investigativa e ad un inasprimento del regime carcerario speciale, già in corso da tempo, con una estensione dell’articolo 90 e la sperimentazione di quel che sarà poi il regime del 41 bis, con i pestaggi dei manifestanti, il massacro all’interno della scuola Diaz e le sevizie praticate nella caserma di Bolzaneto durante il G8 genovese si è dato vita ad una gigantesca operazione di tortura punitiva e intimidatoria nei confronti di una intera generazione.
In entrambe le circostanze vi è stato un input centrale dell’esecutivo, la presenza di una decisione politica, la creazione di un apparato preposto alle torture e l’individuazione di luoghi appositi, di fatto extra jure, oltre all’atteggiamento connivente delle procure. Se nel 1982 – fatta eccezione per un solo caso – queste insabbiarono tutte le denunce, nel 2001 hanno facilitato la riuscita del dispositivo Bolzaneto, come dimostra il provvedimento fotocopia predisposto prima dei fermi in vista delle retate di massa. Adottato per ciascuna delle persone arrestate, prevedeva in palese contrasto con la legge il divieto di incontrare gli avvocati. Un modo per garantire l’impenetrabilità dei luoghi dove avvenivano le sevizie che restarono così protetti da occhi e orecchie indiscrete per diversi giorni.
Nonostante tanta familiarità con la storia del nostro Paese, la tortura non è un reato previsto dal codice penale e ciò in aperta violazione degli impegni internazionali assunti dall’Italia, l’ultimo nel 1984. Se la giuridicità ha un senso, il suo divieto andrebbe integrato nella costituzione al pari del rifiuto della pena di morte. La sua condanna, infatti, attiene alla sfera delle norme fondatrici, alla concezione dei rapporti sociali, ai limiti da imporre alla sfera statale. Non è una semplice questione di legalità, la cui asticella può essere innalzata o abbassata a seconda delle circostanze storiche.
In ogni caso introdurre questo capo d’imputazione ha senso solo se prefigurato come “reato proprio”. «La tortura – spiega Eligio Resta – è crimine di Stato, perpetrato odiosamente da funzionari pubblici: vive all’ombra dello Stato», come ha sancito la Convenzione Onu del 1984. Nella scorsa legislatura, invece, il Parlamento italiano aveva elaborato una bozza che qualificava la tortura come reato semplice, un espediente che lungi dal limitare l’uso abusivo della forza statale ne potenziava ulteriormente l’arsenale repressivo alimentando il senso d’impunità profondo dei suoi funzionari.
Ancora nel marzo del 2012, l’allora sottosegretario agli Interni, prefetto Carlo De Stefano, rispondendo ad una interpellanza parlamentare della deputata radicale Rita Bernardini era riuscito ad affermare che almeno fino al 1984 in alcuni trattati internazionali sottoscritti anche dall’Italia erano presenti «limitazioni» di «non di poco conto, (morale e in caso di ordine pubblico e di tutela del benessere generale di una società democratica)», al divieto di fare ricorso all’uso della tortura. Un modo per mettere le mani avanti e richiamare una inesistente protezione giuridica alle torture praticate in Italia fino a quel momento.
D’altronde fu lo stesso Presidente della Repubblica Sandro Pertini che nel 1982, per rimarcare la distanza che avrebbe separato l’Italia dalla feroce repressione che i generali golpisti stavano praticando in Argentina, affermò: «In Italia abbiamo sconfitto il terrorismo nelle aule di giustizia e non negli stadi». Di lui, ebbe a dire una volta lo storico dirigente della sinistra socialista Riccardo Lombardi, «ha un coraggio da leone e un cervello da gallina».
In Italia le torture c’erano, anche se in quei primi mesi del 1982 non vennero inferte negli spogliatoi degli stadi ma in un villino, un residence tra Cisano e Bardolino, vicino al lago di Garda, di proprietà del parente di un poliziotto (lo ha rivelato al quotidiano L’Arena l’ex ispettore capo della Digos di Verona, Giordano Fainelli e lo ha confermato anche Salvatore Genova, allora commissario Digos). Si torturava anche all’ultimo piano della questura di Verona, requisita dalla struttura speciale coordinata da Umberto Improta, diretta dall’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci su mandato del capo della Polizia Giovanni Coronas che rispondeva al ministro dell’Interno Virginio Rognoni.
Sulle gesta realizzate da questo apparato parallelo sono emersi negli ultimi tempi fatti nuovi, circostanze, testimonianze, ammissioni. Il prossimo 18 giugno la corte d’appello di Perugia si riunirà per decidere se riaprire uno dei pochi processi in cui l’imputato denunciò di avere subito torture. Il seviziatore di Enrico Triaca, conosciuto con lo pseudonimo di professor De Tormentis, ha ammesso in un libro di avergli praticato il waterboarding nel maggio del 1978, in quello che fu un assaggio di quanto avvenne quattro anni dopo. Il suo nome è Nicola Ciocia, oggi ex questore in pensione, ieri funzionario dell’Ucigos. Cosa farà la magistratura?
Vorrà ribadire ancora una volta che l’Italia ha sconfitto il terrorismo nelle aule di giustizia e non negli stadi?

Quando si lotta contro 41 bis e fine pena mai …con un comunicato da Parma

1 giugno 2013 Lascia un commento

Lo scorso fine settimana si è svolto a Parma, davanti alle mura del suo carcere speciale,
una manifestazione contro il 41 bis, la differenziazione e l’isolamento.

Il manifesto del corteo di Parma dello scorso 25 maggio

Una manifestazione di solidarietà verso tutti i detenuti, in particolar modo verso coloro che subiscono l’accanimento delle restrizioni speciali all’interno delle nostre prigioni.
Pochi giorni fa, anche grazie alla comparsa delle immagini del colloquio tra Provenzano e la sua famiglia (qualcosa di veramente inguardabile) avevamo pubblicato del materiale sulla deprivazione sensoriale assoluta, sull’aberrazione del 41bis, la sua stravagante storia, e sulla scientifica metodologia di tortura e annientamento che viene fatta nel nostro paese in nome della sicurezza, massima sicurezza. (Leggi: Se questo è un uomo)
La battaglia contro il 41bis, come quella contro l’ergastolo, non possono non entrare nella quotidianità di chiunque sente di far parte di quello spicchio di mondo contro la pena di morte, la tortura, il controllo chimico e tutto quello che è sottinteso in queste forme di prigionia.

Il comunicato che vi giro, preso dal sito Parmantifascista, racconta come la città è stata costretta a vivere quella giornata, come lo Stato e i suoi organi dediti alla tutela dell’ordine pubblico hanno pensato di preparare strade e popolazione a quella che era una manifestazione di solidarietà.
Una vergogna, che certo non stupisce.
Lottare per la libertà, per l’abbattimento della prigionia, è una cosa che a quanto pare irrita non poco l’ordine costituito.

NO AL 41BIS, NO AL FINE PENA MAI!
Qui il materiale della campagna Liberidallergastolo: LEGGI

IN MERITO AL CORTEO CONTRO IL CARCERE
Come gruppi cittadini che hanno partecipato al corteo contro carcere, differenziazione e 41bis, intendiamo intervenire in merito a quanto riportato sulle testate locali e al clima che queste hanno contribuito a creare in città prima della giornata di sabato 25 maggio.

Non è la prima volta che a Parma si organizzano mobilitazioni o presidi sotto le mura del carcere, ma questa volta tutta la città ha assistito a un’enorme e dispendiosa esercitazione di polizia e subito i suoi effetti; riteniamo spropositato l’uso di così tanti uomini e mezzi, compresi due elicotteri (!), per un corteo il cui obiettivo era quello di portare solidarietà ai detenuti di via Burla, che si dimenticano essere degli esseri umani.

Adotta il logo contro l’ergastolo!

Da tale umanità i giornalisti sono sembrati essere avulsi: le ragioni di quel corteo hanno lasciato il posto a una descrizione della mobilitazione come quella dell’arrivo di un’orda di teppisti, per giunta supporters dei mafiosi.

La ragione reale per cui abbiamo manifestato insieme all’assemblea Uniti contro la repressione, è quella che in questa città ci si ricordi che esiste un carcere di massima sicurezza, non per niente costruito lontano dagli occhi e dal cuore; una prigione altamente punitiva e non “riabilitativa”, in cui vige un regime di carcere duro, non solo applicato nel 41bis ma che, data l’esistenza di questo settore, viene esteso a tutta la popolazione detenuta. Non si tratta di un’ipotesi: questo ci viene raccontato da detenuti, ex detenuti e loro familiari ormai da molti anni. A questo regime si aggiunga che nel carcere di via Burla, si soffrono anche le condizioni che affliggono tutte le prigioni dello Stato, come il sovraffollamento. Carceri sovraffollate da persone che, in genere, hanno commesso reati minori, da proletari. Carceri in cui vige una “pena di morte-di fatto”, prodotto delle condizioni terribili della detenzione, delle cure mediche assenti o insufficienti, di induzioni al suicidio, ecc.

Per questo si intendeva ancora una volta cercare di dare voce a chi non può essere sentito, e farsi sentire da chi non può sentire. Noi sogniamo un mondo, una società, in cui ci si possa liberare della necessità del carcere, che possa affrontare le contraddizioni esistenti e le problematiche sociali, economiche, psichiatriche, senza la privazione totale della libertà e l’utilizzo di pratiche di tortura inumane e degradanti, quale è quella del 41bis e per la quale l’Italia è stata condannata dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura. In queste sezioni, ci sono anche detenuti che non sono capi mafiosi; un terzo di essi è in attesa di un giudizio definitivo e molti di coloro che sono stati condannati in via definitiva hanno già scontato la pena per il reato “ostativo” alla concessione dei benefici penitenziari, che ha motivato l’applicazione del 41 bis.

Parma e l’accoglienza della Polizia di Stato

Ebbene, queste ragioni erano scritte nero su bianco nei comunicati e nei manifesti di indizione del corteo, ma ciò che campeggiava sulle testate è stata la sola “questione di ordine pubblico” e i presunti rischi che avrebbero subito i cittadini dal passaggio di un corteo di qualche centinaia di persone. Ma anche dopo il corteo, è stata completamente ignorata dalla stampa la risposta calorosa da parte dei detenuti che ci aspettavano aggrappati alle sbarre e che, come hanno potuto, ci hanno fatto sentire le loro grida, vedere le loro mani.

Chiediamo: chi ha scelto e deciso di spendere tutti questi soldi in una esercitazione militare per il corteo di sabato? Chi ha deciso persino di rimuovere le bici (!) dei residenti? Di vietare il parcheggio agli abitanti? Chi ha bloccato tutti gli ingressi al quartiere e addirittura fatto chiudere anticipatamente le scuole e i negozi? Secondo quale logica dovrebbero essere imputati questi sprechi e queste misure ai manifestanti, visto che il corteo era autorizzato? Chi ha deciso che tutto questo fosse realmente necessario, fino ad utilizzare addirittura le squadre dell’Unità Artificieri? Soprattutto, con questa operazione, quale immenso pericolo è stato sventato?

Lo spostamento d’asse dalle ragioni delle mobilitazioni all’inutilità di cortei e lotte in quanto “dispendiosi per la collettività”, o “pericolosi” e “ideologici” è figlio dei tempi che viviamo e della gestione corrente della pubblica opinione, dei conflitti, delle problematiche sociali ed economiche. Non solo a Parma, la gestione delle lotte nell’ambito del lavoro o dei diritti è considerata questione di ordine pubblico, da dare in pasto a celerini e magistrati. Come è successo proprio in questi giorni a Bologna con gli studenti, o durante le lotte degli operai della logistica, non lontano da noi. Questa gestione governativa nazionale e locale, si estremizza nei periodi di crisi. Così, operai, studenti, sfrattati diventano mera carne da macello quando si mobilitano o rivendicano i propri diritti negati. La stampa diventa complice di questa gestione nel momento in cui presta il fianco alla criminalizzazione, “creando il vuoto” attorno a chi protesta o si mobilita, fornendo una “spettacolare” e virtuale visione delle rivendicazioni, come se non si trattasse della vita reale di uomini e donne in carne ed ossa.

In questo contesto, constatiamo il completo avallo del Movimento 5stelle a questo dispendio di forze, anche economiche, in una totale mancanza di autonomia politica rispetto al diritto a manifestare, delegando la gestione della città intera alla questura, accettando la blindatura di quartieri, strade, uscite della tangenziale, e senza chiedersi se effettivamente fosse il caso di mettere in scena questa enorme rappresentazione da giorno del Giudizio, una vera e propria esercitazione per possibili scenari d’intervento repressivo. In ultimo a loro, che credono che “il carcere debba essere non solo punitivo ma anche riabilitativo”, chiediamo se sia riabilitazione o tortura vivere in isolamento totale, 22 ore chiusi in cella, con il blocco della posta, delle visite, in stanze senza finestre e senza poter accedere ad alcuna attività, tantomeno corsi scolastici, e se questo, per loro che credono nella “cittadinanza civile”, non rappresenti invece il rischio di degrado del senso di umanità, del diritto e del rispetto della persona umana.

Collettivo Insurgent City
Rete Diritti in Casa
Gruppo anarchico A. Cieri – FAI
Spazio Popolare Autogestito Sovescio
Compagni e compagne contro il carcere

Sull’ergastolo leggi:
Adotta il logo contro l’ergastolo!!
L’ergastolo e le farfalle
Un fiore ai 47 corpi
Aboliamo l’ergastolo
Gli stati modificati della/nella reclusione
Il cantore della prigionia
Piccoli passi nel carcere di Santo Stefano, contro l’ergastolo
La lettera scarlatta e la libertà condizionale
Perpetuitè

41Bis, Ergastolo e Tortura: allora? vogliamo fare qualcosa???

25 maggio 2013 9 commenti

Pochi giorni fa, con la morte di Giuseppe Ciulla, Paolo ci raccontava l’inutilità dell’ergastolo attraverso quella vita, quasi interamente scontata in giro per prigioni e finita così, nella solitudine dell’ergastolo.
Ci raccontava di un uomo entrato in carcere giovanissimo, che ha scontato per intero un omicidio e che una volta uscito vi è rientrato, per sempre. Una vita di carcere, una vita con un ergastolo che dimostra l’inutilità del primo e del secondo: il risultato è stata una vita reclusa e di risentimento, mai “rieducata”, mai “reinserita”, mai niente di tutte le menzogne dette,
e poi rese anche ridicole dalla parola “Ergastolo”.

Quasi con un piede su un treno: dopodomani a Milano il progetto “Liberi dall’ergastolo” prenderà una forma diversa da quella avuta fino ad ora. All’interno del cinema Mexico, lunedì 27 Maggio, vi mostreremo il racconto del nostro viaggio verso l’abbattimento dell’ergastolo, con immagini e parole che hanno il solo desiderio di minare alla base la privazione di libertà tutta, l’istituzione totalizzante e annullante.
L’ergastolo, come simbolo: l’ergastolo come punta massima del nostro sistema penale, la vetta del “Fine pena mai” che alza la posta di tutto il resto. Abbattere quella vuol dire poter iniziare una battaglia reale per l’abbattimento della prigionia:
ma per abbattere l’ergastolo dobbiamo partire da noi, dobbiamo partire dallo sventrare il concetto del MAI,
di un tribunale che possa stabilire che la tua testa va tagliata alla base e senza possibilità di ritorno,
ma anche senza sangue, che siamo una società democratica oh!
Quindi la testa te la lasciano attaccata, nessuno spargimento di sangue: morirai in un silenzio cimiteriale.

Quando si parla di tortura, quando vi chiedono la firmetta di turno, non vi dimenticate nè dell’ergastolo (quella ghigliottina priva di schizzi di sangue) e nemmeno del 41bis, che malgrado sembra scritto diversamente e con altri caratteri è TORTURA!
Nient’altro che tortura.

Sul 41Bis, per la cancellazione del quale si dovrebbe combattere violentemente, lascio la parola a Paolo Persichetti (che nel carcere di Ascoli l’ha anche rischiato, appena estradato) che ci racconta cos’è attraverso le immagini trasmesse da Servizio Pubblico di un colloquio tra Provenzano e i suoi familiari.
Io non ci sono riuscita: passo le giornate a mandar giù tonnellate di girato in Siria, dove il sangue è più ampio del cielo,
ma questo colloquio no, non sono riuscita a guardarlo per più di venti secondi.
Voi invece FATELO, ve lo chiedo perfavore.

E’ una battaglia che va fatta, va fatta anche per i politici costretti a questo regime da più di 10 anni: se carcere deve essere che sia con gli altri, che non sia 41 bis, che non sia possibile star settimane senza parlare con nessuno.

SE QUESTO E’ UN UOMO:
Il filmato qui sotto mostra Bernardo Provenzano ripreso dalle telecamere di sorveglianza della sala colloqui 41 bis del carcere di Parma durante l’unica ora mensile di colloquio ammessa con i propri familiari. Le immagini venute in possesso della trasmissione televisiva Servizio Pubblico risalgono al 15 dicembre 2012.
Provenzano è stato arrestato nell’aprile del 2006. Sei anni di 41 bis lo hanno ridotto in questo stato. L’uomo ormai ottantenne appare poco presente a se stesso, incapace di intendere. I suoi movimenti sono rallentati, il suo stato è poco vigile, non riesce ad impugnare correttamente la cornetta del citofono che permette di parlare con i familiari al di là del vetro. Per ogni gesto deve essere sollecitato più volte dal figlio. Ricurvo su se stesso porta un vistoso berretto di lana sul capo perché – dice – «fa freddo». Il figlio si accorge della presenza di un cerotto e gli chiede prima cosa sia successo e poi di togliersi il copricapo. Sulla testa appare il segno evidente di una ferita. Alla richiesta di cosa sia accaduto, Provenzano, articolando le parole con molta difficoltà, risponde di aver preso «Lignate, sì. Dietro i reni». Il figlio gli chiede se sia caduto, Provenzano risponde di sì in modo confuso. Due giorni dopo queste immagini, forse a seguito di una caduta, l’anziano detenuto è rimasto colpito da un’emorragia celebrale. Ricoverato d’urgenza è stato operato. Da allora sembra che abbia molte difficoltà a parlare e sia quasi incapace di intendere e di volere, tanto che per questo è stato escluso da un processo.

Di fronte a queste immagini c’è forse ancora qualcuno che può ancora negare come il 41 bis sia un particolare forma di tortura esercitata attraverso lo strumento della deprivazione sensoriale assoluta?
Attualmente 673 persone (rilevamento del 2011) subiscono questo tratamento di restrizione assoluta, ulteriormente aggravata per quelli tra di loro che si trovano nelle “aree riservate” (circa una ventina).

Nelle scorse settimane il legale della famiglia Provenzano, l’avvocato Rosalba Di Gregorio, ha chiesto la revoca del 41 bis per il suo assitito e la sospensione dell’esecuzione della pena per motivi di salute, ma l’istanza è stata respinta. Dopo l’apparizione di un articolo su Repubblica del 21 maggio, nel quale si faceva riferimento alle presunte percose subite da Provenzano, il ministro della Giustizia a chiesto al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di svolgere delle verifiche.

Attorno alle condizioni di salute di Provenzano si è accesa una singolare polemica che, omettendo completamente ogni interrogativo sul senso di un tale regime carcerario praticato su un uomo ridotto ormai ai minimi termini, solleva al contrario sospetti che dietro le innumerevoli cadute registrate in cella nel corso dell’ultimo anno, in particolare l’ultima che l’ha ridotto in coma, vi sia dell’altro.
Che cosa? L’eventuale tentativo – si lascia intendere – di esercitare pressioni fisiche per impedire ad un Porvenzano ormai allo stremo di collaborare con la giustizia. E’ la tesi in particolare dell’eurodeputata Sonia Alfano, appartenente all’ormai dissolta Italia dei Valori, che nel corso dell’ultimo anno ha realizzato diverse visite al prigioniero. Secondo la parlamentare il peggioramento delle condizioni di salute di Provenzano potrebbe essere collegato al fatto che l’ex boss aveva mostrato interesse per un’eventuale collaborazione con la giustizia, che gli avrebbe permesso di ottenere un regime carcerario più morbido del 41bis. Secondo Alfano, Provenzano sarebbe stato “neutralizzato”, ovvero sarebbe stato picchiato fino rendere impossibile una sua collaborazione. In ragione di ciò, si sostiene in un comunicato diffuso da Servizio Pubblico, «la procura di Palermo ha aperto un’indagine per fare luce sui tanti misteri che ancora una volta avvolgono il super boss dei corleonesi».

Sul corpo di Provenzano si sta giocando uno scontro senza mezzi termini tra chi mostra di utilizzare il 41 bis cone una sorta di anticipazione della morte del detenuto, seppellito nei cimiteri per vivi che sono questi particolari reparti carcerari, affinché l’ex capo mafioso porti nella tomba tutti i suoi segreti, e chi utilizza questo regime detentivo come mezzo per estorcere dichiarazioni da utilizzare contro i propri avversari politici. Una belle contesa insomma.

Il 41 bis
Questo regime detentivo prevede la sospensione di tutte le regole ordinarie previste nell’ordinamento penitenziario. Può essere applicato anche a chi è in attesa di giudizio.
I detenuti in 41 bis possono fare una sola ora di colloquio al mese con parenti strettissimi attarverso un vetro divisiorio e con i citofoni. Non potendo cumulare le ore come nelle carceri normali, molti di loro senza mezzi economici finiscono col fare pochissime ore di colloquio nell’arco dell’anno. La telefonata di 10 minuti ai familiari (alternativa al colloquio) è registrata e il familiare deve recarsi, per poterla ricevere, nel carcere più vicino al luogo di residenza. Le ore d’aria sono solo due mentre la socialità è limitata ad un massimo di tre persone individuate dalla DIrezione dell’istituto senza possibilità di alcuno scambio tra detenuti (cibo, vestiti, libri…). La corrispondenzaè  limitata alle persone con cui si fanno i colloqui e sottoposta a censura. Non si possono tenere più di tre libri in cella. Recentemente il ministro della Giustizia Severino con una circolare ha disposto che il numero di tre libri dovesse ritenersi complessivo. In esso andavano inclusi anche quelli lasciati in magazzino, vietando al contempo la possibilità di ricevere giornali, riviste e libri dai familiari e per posta e autorizzando unicamente l’acquisto tramite la ditta che gestisce il sopravvitto e che offre una scelta ridottissima (settimana enigmistica, sorrisi e canzoni ecc. Niente riviste culturali, politiche, di letteratura, scientifiche o specialistiche).
Nelle sezioni con regime 41 bis opera un corpo speciale di polizia penitenziaria – il Gom (Gruppo operativo mobile) – che può stabilire norme particolari per questotipo tipo di sezioni. Alla sospensione dei diritti voluta dal Ministero si possono perciò aggiungere divieti particolari e specifici come la possibilità di avere con sé solo un numero limitatissimo di indumenti, calzini, fogli di carta, biro, ecc.

Gli imputati rinchiusi in regime di 41 bis sono esclusi dai processi. Non vengono più condotti nelle apposite gabbie predisposte nelle aule bunker dei tribunali ma portati in stanze, ricavate all’interno delle carceri, collegate in videoconferenza con i tribunali dove sono presenti soltanto giudici e avvocati. Viene così azzerato il diritto alla difesa.

Le aree riservate
Nelle carceri di Parma, Ascoli Piceno, Terni, Tolmezzo, Novara, Viterbo, L’Aquila e Spoleto, sono state allestite delle aree riservate, un 41 bis ancora più ristrettivo.

Attualmente tre prigionieri politici sono sottoposti a questo regime detentivo:
Nadia Desdemona Lioce (a L’Aquila)
Marco Mezzasalma (a Parma)
Roberto Morandi (a Terni)

Oggi a Parma si terrà una corteo nazionale contro il carcere e il 41 bis

Sull’ergastolo leggi:
Adotta il logo contro l’ergastolo!!
L’ergastolo e le farfalle
Un fiore ai 47 corpi
Aboliamo l’ergastolo
Gli stati modificati della/nella reclusione
Il cantore della prigionia
Piccoli passi nel carcere di Santo Stefano, contro l’ergastolo
La lettera scarlatta e la libertà condizionale
Perpetuitè

Sulla morte di Videla da Hebe de Bonafini, madre de Plaza de Mayo

22 maggio 2013 1 commento

Righe da brividi.
In nome di tutti coloro che son morti contro le dittature e il potere, in nome del sangue dei torturati,
in nome delle loro madri che non hanno mai smesso di combattere e ricordare.

È morto Videla. La notizia mi ha paralizzata. Ho pensato subito ai miei figli. Come facevo a pensare ad altro? La testa mi girava, volevo pensare a qualcosa ma niente. Pensavo a loro e alle torture che hanno subito. Vedevo i loro visi che gridavano, mentre mi chiedevano e chiamavano tutti, come hanno fatto tutti nei momenti terribili, quando erano soli, nei momenti di peggior tortura. I media hanno iniziato a chiamarmi ma non avevo niente da dire.
Ho sentito un’angoscia grande, un profondo dolore che mi prendeva tutto il corpo. Non potevo pensare ad altro. Non ero contenta che fosse morto. Non potevo esserne contenta se pensavo a tutto quello che ci aveva fatto. Ho pensato a tutte le «Madres», a tutto il dolore, a tutte le famiglie distrutte. Mi è crollato il mondo e ogni volta che qualcuno chiamava sentivo sempre più l’angoscia perché la maggior parte di quelli che hanno appoggiato la dittatura, i giornali, soprattutto il «Clarín», adesso lo chiamano dittatore, lo denominano genocida, che vergogna! Ma io pensavo ancora a loro, ai nostri figli. Hanno tanto amato questo paese, hanno dato tanto per esso, ed io dovevo ascoltare questi che hanno appoggiato la dittatura, che oggi parlano di genocida? Quanta ipocrisia! Il nostro popolo deve capire che tutta quella ipocrisia ha fatto sì che i nostri figli fossero segnalati come terroristi quando tutti questi, che oggi si levano gli abiti sporchi di dosso, hanno guardato da un’altra parte. Alcuni si sono arricchiti e altri si sono riempiti di obbrobri. Volevo parlare ma non riuscivo. Oggi ho deciso di scrivere qualcosa affinché tutti quelli che erano in attesa della mia voce potessero sapere quello che penso. Sono stata soffocata dal dolore, dall’angoscia, dalla rabbia e dalla tristezza ma di colpo mi è scoppiato il cuore e ho detto: che fortuna aver avuto figli così valorosi! Questa è l’unica felicità che ho provato alla fine: il coraggio dei nostri figli nel dare le loro vite per far vivere altri.

Hebe de Bonafini
presidenta Asociación Madres de Plaza de Mayo

Grazie ad Infoaut che l’ha pubblicata.
LEGGI ANCHE:
Il padiglione delle madri, la prigionia politica in Argentina
Alle donne argentine e ai loro bimbi nati in cattività

Fuori i torturati dalle galere: ORA!

22 febbraio 2013 8 commenti

Se c’è un motivo per cui da anni scrivo, leggo, ricerco materiale sulla tortura,
è perchè sento la necessità viscerale di buttarli fuori.
In Italia la tortura s’è mossa con mano pesante sui corpi dei militanti della lotta armata, dalla fine degli anni ’70 al 1982, maledetto anno cileno:
elettrodi attaccati al pene, manganelli nelle vagine, capezzoli tirati con pinze, la scientifica e ripetuta tortura dell’acqua e sale,
denominata dagli statunitensi waterboarding, finte esecuzioni e tanto altro…
questo è stato il nosto paese, che ha costruito un apparato specializzato, che correva qua e là per lo stivale ad improntare sale di tortura, tavolacci da boia, preordinati e decisi dai più alti apparati di Stato.
Nomi ormai noti, nomi che hanno fatto la loro splendida e medagliata carriera, fino a giungere, come Oscar Fioriolli a dirigere la Scuola di Formazione per la Tutela dell’Ordine Pubblico: quasi una barzelletta della storia (proprio colui che si occupò di “quel manganello”)

Dicevo,
se c’è un motivo che in tutti questi anni ha alimentato il mio bisogno di inchiestare i loro elettrodi e la catena di quei nomi,
è che ci son dei compagni, dei corpi di uomini e donne,
che vivono ancora reclusi (alcuni senza aver nemmeno mai fruito di un permesso).
Parliamo di una carcerazione iniziata così, con i trattamenti più atroci che l’essere umano possa immaginare, e MAI TERMINATA.
Da più, molto più di trent’anni ormai.

Ho letto molti testi,  incontrato medici,
imparato quanto lavoro si deve fare sulle menti e i corpi di chi ha subito la tortura per riuscirsi a riappropriare di sè stessi,
di un minimo di tranquillità nel toccare il proprio corpo,
o nell’abbandonarsi al sonno.

Tonnellate di studi, di pagine, di centri internazionali di riabilitazione per torturati, per uomini e donne che hanno il diritto di riprender la propria esistenza nelle mani, dai più minimi gesti.
NOI IN ITALIA SIAMO ALTRO A QUANTO PARE.
Noi i nostri torturati li teniamo in cella.
Noi i nostri torturati non li curiamo.
Noi non li facciamo accedere a nessun percorso riabilitativo, liberatorio, collettivo.
No.
Li teniamo chiusi, a scontare l’eternità del carcere e di corpi abusati.

Per quello penso sia NECESSARIO parlare di tortura,
conoscere i racconti di chi ha subito il waterboarding dalla voce stessa, rotta, da chi l’ha subito,
per quello dobbiamo seguire puntando tutti i fari a disposizione il tentativo che alcuni avvocati stanno facendo per “riaprire il processo Triaca” che altro non significa che eliminare la condanna (da lui totalmente scontata) per calunnia, datagli quando accusò lo Stato delle torture.
Annullare una condanna, e fare in modo che quei nomi siano scritti nero su bianco.
Nero su bianco, torturatore per torturatore.

Dal blog CONTROMAELSTROM
A Copenhagen, a pochi minuti dal centro città, è in funzione il Rehabilitation Centre far Torture Victims, dove si cerca di ricomporre l’unità corpo-mente in chi ha avuto l’esperienza della tortura. Un centinaio di fisio e psicoterapeuti cerca di restituire innanzitutto un corpo ai propri pazienti:
«Quasi sempre le vittime, per sopportare il dolore, hanno dovuto negare l’esistenza del proprio corpo».
Tort-1Alcuni pazienti, alla richiesta di rilassare i muscoli, reagiscono sopprimendo completamente ogni capacità di avvertire sensazioni fisiche. Si tratta dello stesso espediente che avevano già adottato in carcere per resistere agli aguzzini, espediente che nel Centro di riabilitazione finisce per ostacolare ogni terapia:
«È stato molto difficile restituire a quegli uomini il senso di possedere un corpo. Di volerlo toccare. Di volerne sentire le reazioni».
Non deve suonare strambo se un capitolo sugli effetti del carcere viene concluso con alcuni cenni sulla tortura. Quest’ultima non ha come semplice oggetto il corpo, ma usa il corpo come tramite materiale che conduce alla distruzione della psiche. Non ha come obiettivo quello di costringere il detenuto alla confessione, ma quello di annichilirlo, negarne sensibilità e qualità umane.

La tortura rappresenta una forma di antiterapia: mira a spezzare l’unità della persona. Ma come mai non suscita poi tanta indignazione? Forse perché viene avvertita come una pratica ortodossa in un mondo dove manipolazione, correzionalità di massa e terapia per normali costituiscono prassi quotidiana. Non viviamo nell’era che ha sostituito il maquillage con la protesi, nell’era della chirurgia estetica, della manipolazione dell’aspetto, dell’intelligenza, dei geni? Distruzione e manipolazione stanno a tortura e carcere come in una equazione a variabili incrociate.

Il carcere, nella migliore delle ipotesi è chirurgia morale che, nelle parole di Nietzsche, non può migliorare l’uomo, può ammansirlo; ci sarebbe da temere se rendesse vendicativi, malvagi, «ma fortunatamente il più delle volte rende stupidi».
Lévi-Strauss, nel classificare i diversi principi ispiratori della sanzione, considera da un lato le società che ingeriscono il corpo del deviante, dall’altro quelle che lo espellono, lo vomitano. Nel nostro contesto non vi è né antropofagia né il suo contrario, antropoemia, ma ortopedia, correzione del corpo e della mente attraverso la loro separazione. Gli operatori dell’istituto di Copenhagen ne sono consapevoli: compiono un lavoro di restauro, cercando di riunire con la dolcezza le due entità separate dall’afflizione.

Da Il carcere immateriale di Ermanno Gallo e Vincenzo Ruggiero, Edizioni Sonda, 1989, pagg. 103-137.

LINK:
breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
Arresto del giornalista Buffa
Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
Il pene della Repubblica
Ma chi è il professor “De Tormentis”?
Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
Le torture su Alberto Buonoconto
La sentenza esistente
Le torture su Sandro Padula
Intervista a Pier Vittorio Buffa
Enrico Triaca: così mi ha torturato De Tormentis

Grecia: se secondo voi è normale tutto ciò

8 febbraio 2013 10 commenti

A guardare queste immagini ci si immagina l’arresto del secolo,
il Provenzano dell’Ellade, un’enorme operazione contro la criminalità organizzata o che ne so,
contro una “cellula” pronta a colpire qualche luogo sensibile della capitale greca.

Le immagini dell’arresto di uno dei 4 ragazzi torturati

Le immagini di questi arresti sono incapaci di raccontare la verità dei fatti,
la falsano, permetteno a chi le guarda di dar spago all’immaginazione costruita in anni di polizieschi o film sull’ “antiterrosismo”.
Invece sono dei ragazzi.
Dei ragazzi la cui colpa è quella di aver partecipato a delle manifestazioni,
dei ragazzi anarchici colpevoli di muoversi contro uno Stato che ha affamato e sventrato la società greca in pochi cinici maledetti passaggi.
un esempio calzante si può prendere da quel che è accaduto ieri ad Atene, dove un gruppo di agricoltori ha iniziato a distribuire frutta e verdura gratuitamente davanti al ministero dell’Agricoltura: 50 tonnellate di alimenti distribuiti in meno di tre ore.
Le interviste rilasciate da chi era in fila per un broccolo o mezzo kg di pomodori lasciano attoniti.

Per non parlare delle notizie, che putroppo poco ci stupiscono, sui quattro ragazzi torturati: già, proprio torturati, perché accusati di una rapina in una banca di Kozani.

Per tornare al video che vi linko qui sotto;
leggo che uno di loro era molto amico di Alexis, ucciso a 16 anni da un proiettile di Stato senza alcuna ragione:
era accanto a lui quand’è caduto a terra morto. Aveva 16 anni, Alexis e da quella serata, da quella piazzetta di Exarchia sporca del suo sangue niente è tornato più come prima.
In tutta la Grecia.
La pagherete prima o poi!
Solidarietà agli arrestati, solidarietà a tutti quelli colpiti dalla repressione, solidarietà per chi ha la carne lacerata dalla loro tortura.
Fuoco alle carceri!
[Leggi: Chi sono i teppisti?]

Oscar Fioriolli, stupratore e torturatore di Stato ai domiciliari: ma per corruzione

8 gennaio 2013 4 commenti

Aprendo il Corriere della Sera online, di nascosto, dalla mia postazione a lavoro leggo: APPALTI PER LA POLIZIA, 8 ARRESTI…
nel leggere le pochissime righe che ci raccontanto quest’operazione anti corruzione si legge ancora:

IL PREFETTO FIOROLLI – Tra i destinatari delle ordinanze di custodia cautelare c’è anche l’ex direttore delle specialità della polizia, il prefetto Oscar Fiorolli, direttore Centrale Risorse Umane del dipartimento Pubblica Sicurezza. Nei confronti del quale sono stati disposti gli arresti domiciliari

Basta una rapida ricerca su Google per capire che forse c’è un errore di battitura, visto che di Oscar Fiorolli in polizia non se ne trovano, mentre si trova facilmente il PREFETTO OSCAR FIORIOLLI. (quello con una “i” in più)
TORTURATORE DI STATO,  colui che interrogò Elisabetta Arcangeli con un manganello nella vagina e tirandole i capezzoli con una pinza, nella stanza accanto a quella in cui torturavano il suo compagno,
che sentite quelle urla ha parlato, dicendo dove si trovava Dozier.
Proprio un brav’uomo di Stato: uno stupratore in divisa, torturatore patentato.
Ora ai domiciliari per corruzione…
ma ricordatevi che grazie all’Avvocato Francesco Romeo è stata chiesta la revisione del processo Triaca, che se verrà accoltà riaprirà a livello giudiziario una delle pagine più buie della storia d’Italia.

Quando vi dicevo “ricordatevi il nome di Fioriolli” eh!

CHI E’ OSCAR FIORIOLLI: LEGGI la BIOGRAFIA DI UN TORTURATORE
Richiesta revisione del processo : LEGGI
LEGGI: Cercando Dozier dentro una vagina

Basta: Triaca,torturato da “De Tormentis”, richiede la revisione del processo. Ora non possono più far finta di niente

12 dicembre 2012 3 commenti

Dal blog Insorgenze

Dopo le ammissioni di Nicola Ciocia, il funzionario di polizia che lo torturò, e la testimonianza dell’allora commissario Salvatore Genova, Enrico Triaca chiede la revisione del processo che portò alla sua condanna per calunnia. L’istanza depositata dagli avvocati Francesco Romeo e Claudio Giangiacomo davanti alla corte d’appello di Perugia non mira soltanto all’annullamento del processo farsa che finì con una condanna per calunnia ad un anno e quattro mesi di carcere, che si aggiunse a quella per appartenenza alle Brigate rosse ed in un primo momento anche per il sequestro Moro. L’obiettivo è quello di fare luce sull’esistenza di un apparato di polizia parallelo che con il mandato del governo venne messo in piedi per condurre le indagini sulle organizzazioni rivoluzionarie armate ricorrendo alla tortura

di Marco Grasso e Matteo Indice
Il Secolo XIX 12 dicembre 2012

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Per piegare il terrorismo lo Stato italiano fece ricorso alla tortura. Un’accusa che allora, quando a lanciarla era Enrico Triaca, tipografo delle Br coinvolto nel sequestro Moro, finì con una condanna per calunnia. Era il 1978. Oggi, a trentaquattro anni di distanza, l’ex brigatista chiede la revisione del processo: «Era tutto vero». Un atto che potrebbe riaprire una delle pagine più oscure degli anni di Piombo: l’attività di alcuni corpi speciali, che agivano sotto copertura, conosciuti come “I cinque dell’Ave Maria” e “I vendicatori della notte”.
A confermare l’esistenza di un nucleo “parallelo” all’interno della polizia, nel corso degli anni, sono stati alcuni ex funzionari. Ne parlò Salvatore Genova, superinvestigatore che nel gennaio del 1982 liberò il generale americano James Lee Dozier, prigioniero delle Brigate Rosse. Poi anche Nicola Ciocia, anche lui ex poliziotto, che in quelle missioni speciali si celava dietro allo pseudonimo “Professor De Tormentis”. Ciocia, convinto che il fine giustificasse in mezzi («era per il bene dell’Italia»), raccontò la sua verità in un’intervista al Secolo XIX. Tra le rivelazioni anche quella di aver praticato ciò che allora veniva chiamato il «trattamento dell’acqua e sale». Una forma di interrogatorio divenuta famosa in tutto il mondo dopo la guerra in Iraq come waterboarding, tortura che simula l’annegamento del detenuto.
Quelli che fino a ieri erano frammenti sconnessi, adesso sono i pezzi di un mosaico coerente. A rimetterli insieme è una corposa indagine difensiva condotta da Francesco Romeo e Claudio Giangiacomo, avvocati di Triaca, e presentata alla Corte d’Appello di Perugia. In gioco non c’è solo l’annullamento di un processo, finito con una condanna a un anno e quattro mesi di carcere, arrivata dopo quella per banda armata.
L’obiettivo dichiarato del ricorso è quello di far luce su una delle pagine più oscure del dopoguerra italiano: «È molto facile indignarsi e criticare la tortura quando viene praticata in altri paesi – spiegano – È molto facile zittire con una condanna per calunnia, chi ha denunciato di essere torturato. È difficile, anzi, impossibile, affrontare la propria cattiva coscienza anche se appartiene al passato».
A descrivere il waterboarding è lo stesso Triaca, al blog Insorgenze, punto di riferimento della sinistra più estrema: «Fui prelevato dalla questura, bendato e caricato su un furgone. Mi introdussero in una stanza, mi spogliarono e mi legarono alle quattro estremità di un tavolo, con la testa fuori. Qui, accesa la radio al massimo, iniziò il “trattamento”. L’istinto è quello di agitarti nel tentativo di prendere aria, ma riesco solo a ingoiare acqua. “De Tormentis” dava gli ordini. Dopo un po’ che tieni la testa a penzoloni i muscoli cominciano a farti male e a ogni movimento ti sembra che il primo tratto della spina dorsale ti venga strappato dalla carne».
L’esistenza di una «struttura organizzata» emerse già in un’inchiesta della Procura di Padova degli anni Ottanta, che indagò sulle sevizie commesse ad alcuni membri delle Br, senza riuscire a individuarne gli autori. A colmare quel vuoto, nel 2007, è il capo della squadra, Nicola Ciocia: «I metodi forti sono stati usati, in emergenza e sempre dopo aver avuto la certezza oggettiva di trovarsi davanti il reo, le cui rivelazioni sarebbero state decisive per salvare delle vite. Ammesso, e assolutamente non concesso, che ci si debba arrivare, la tortura – se così si può definire – è l’unico modo in alcuni casi».
La vicenda è stata anche oggetto di un’interpellanza parlamentare, presentata dalla deputata radicale Rita Bernardini. A rispondere a nome del governo, notano però i difensori di Triaca, si è presentato Carlo De Stefano, sottosegretario agli Interni, all’epoca dei fatti «uno dei poliziotti che parteciparono al suo arresto».

Per più informazioni a riguardo (su De Tormentis ed Enrico Triaca), da questo blog:
–  Il pene della Repubblica
Ma chi è il professor “De Tormentis”?
Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
– De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
– Una lettera all’albo degli avvocati di Napoli
Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
La sentenza esistente
Seconda parte del testo di Triaca
– L’interrogazione parlamentare presentata da Rita Bernardini
– 
” Chi l’ha visto? ” cerca De Tormentis, alias Nicola Ciocia
– 
Mauro Palma, sulle pagine de Il Manifesto
–  L’interrogazione parlamentare cade nel vuoto

 

La tortura in Grecia: pane quotidiano

4 dicembre 2012 2 commenti

Il testo che segue contiene estratti registrati di una conversazione con uno dei compagni arrestati alla manifestazione antifascista in moto che si è tenuta il 30 settembre 2012. Una pausa deliberata sulle torture subite dentro la stazione di polizia, che lo Stato ha tentato in tutti i modi di nascondere, fino agli estremi più assurdi. Sappiamo molto bene che ciò che è successo non costituisce una devianza. Questa rivelazione ha l’obiettivo di diffondere l’esperienza dei compagni rompendo il silenzio che ne permette la ripetizione. Tutto quello che è successo è diventato un motivo per rivelare l’ovvio, anche se sistematicamente passato sotto silenzio: che i pogrom fascisti non possono continuare senza l’aiuto della polizia, che incita a sua volta all’assalto verso chi nella società erige barriere contro le attività naziste. Che lo stato non è “neutrale” verso i “gruppi di estremisti”, come sono sovente chiamati dalla propaganda, comparando persone che combattono la brutalità del capitalismo a banditi fascisti che servono i loro capi, assaltando gli attivisti e i gruppi sociali e di classe più vulnerabili. D’altro canto, le armi del terrore e della repressione, utilizzate nello scontro da un sistema politico ormai marcio, non sono abbastanza appuntite per sopprimere la dignità, la resistenza e la solidarietà. Perché lo svelamento di questa brutalità non è una ragione a favore della subordinazione, ma un’occasione di risveglio e di ripresa di coscienza.
In questa pagina tutti gli articoli sulla Grecia
dei 5 anni di vita di questo blog:
LEGGI
Sulla Tortura invece, tantissimo materiale: QUI
D: Potresti iniziare descrivendo gli eventi della marcia in motocicletta?
R: La domenica del 30 settembre c’è stata la terza antifascista marcia in motocicletta. Ve ne erano state altre due in settembre. La prima a Metaxouryio, Ayio Pavlo e Omonia [quartieri di Atene], e la seconda a Monastiraki, Ermou e Thisìo. Quella notte siamo partiti da Exarchìa intorno alle 8 di sera, guidando verso Piazza Amerikis e le strade intorno. L’obiettivo del corteo era di portare sostegno ai migranti alcuni giorni dopo i pogrom razzisti. C’era un’emozione ed un’eccitazione incredibile tra la gente del quartiere. Alzavano i pugni, applaudendo, facendo il segno della vittoria, dicevano “grazie”. Questo fino a qualche minuto prima di essere attaccati. E’ l’ultima immagine che ho prima dell’attacco della polizia.
D: In quel momento c’erano circa 80 motociclette?tortura-2
R: Sì, due persone su quasi tutte le moto, intorno alle 150 persone in tutto.
D: E la polizia?
R: Non potevamo vedere molto bene, perché era notte e le luci delle loro moto erano puntate su di noi. Quando siamo arrivati nella zona dove il pogrom fascista aveva devastato i negozi dei migranti c’erano un sacco di poliziotti della Delta. Abbiamo fatto una tappa a Filis e urlato qualche slogan. Non so esattamente come tutto sia iniziato, perché il volume del corteo era molto alto e la strada piccola, le moto sparse lungo tutta la via. Dal fondo della manifestazione ho sentito dei “bang-bang” e dei lampi di armi che sparavano una dopo l’altra. La polizia seguiva la marcia, ed era posizionata in coda rispetto ad essa. Ed è lì che è iniziato l’attacco. Ha prevalso il caos. Il fumo che usciva dai loro proiettili era ovunque, non riuscivamo a vederci l’un l’altro. La polizia picchiava i manifestanti con i bastoni. Le macchine erano parcheggiate ai nostri lati, molte moto erano bloccate, altre non riuscivano a proseguire a causa della grandezza del corteo. Tutto ciò è durato diversi minuti. In qualche modo siamo riusciti a procedere evitando ulteriori feriti. Io sono stata fermata, insieme al guidatore della moto su cui stavamo viaggiando, da una volante poco più in giù sulla strada. Siamo stati tradotti alla caserma della polizia. Al nostro arrivo ho visto altre 13 persone, tutte vittime di pestaggio, in gravi condizioni fisiche. Alcuni sanguinavano dalla testa, altri dalle braccia o dalle gambe. C’era un sacco di sangue. Alcuni non riuscivano a camminare.
D: Dove sei stata portata, esattamente?
R: Eravamo al 6* piano, nel corridoio fuori dagli uffici. C’erano due panchine. Alcuni erano stati ammanettati e stavano sanguinando. Abbiamo chiesto dei fazzoletti, per interrompere le perdite di sangue, ma non ci hanno dato nulla. Per caso ne avevo un pacchetto con me e ho cercato di aiutare, cioè di pulire un poco il sangue. Ma il pacchetto non era abbastanza, non c’era solo un ferito ma molti. Quando gli abbiamo chiesto della carta, la polizia ha risposto: “voi non avrete niente, resterete come state!”. Altri poliziotti della Delta arrivavano man mano che il tempo passava. C’era un piccolo tavolo all’altro capo di una delle panchine dov’erano riuniti. Ci chiamarono per nome segnando su un foglio che vestiti portavamo e una descrizione sommaria di ognuno. E’ così che si sono svolte le cosiddette “identificazioni”, per dargli il tempo di preparare le loro dichiarazioni su luogo e circostanze degli arresti. Capimmo tutto ciò solo un poco dopo, una volta viste le accuse a nostro carico. Sono delle bugie colossali. A parte i luoghi degli arresti sbagliati, hanno persino toppato sulle descrizioni. Neanche quello sono stati capaci di fare!
D: Ok, è ovvio che le accuse sono ingiustificate. Hanno ricevuto l’ordine di abbattere la manifestazione e arrestare chiunque potessero mentre la gente scappava, anche a grande distanza. Il “crimine” è essenzialmente quello di aver partecipato ad una marcia anarchica antifascista.
R: Quello era il loro obiettivo: fermare il corteo, in particolare nel luogo dove prima si era svolto il pogrom. Le accuse che si sono inventati, assieme a tutta una serie di crimini, non possono rimanere in piedi. Al contrario, tutti quanti erano feriti piuttosto seriamente su diverse parti del corpo, come per esempio nel caso di un giovane che è stato aggredito con un taser. Glielo hanno messo nella schiena durante il suo arresto. Ci ha detto che in quel momento si è sentito completamente paralizzato ed è crollato a terra. L’abbiamo poi visto alla caserma di polizia, adesso ha un buco nella schiena, una profonda ferita da taser. In ogni caso, abbiamo passato un sacco di tempo ad aspettare su quelle panchine. Non avevamo acqua. Non avevamo niente, ci avevano preso tutti gli oggetti personali. Ci hanno negato persino l’acqua. Nella spazzatura avevamo trovato una bottiglietta, e un’altra sotto la panchina. Le riempivamo quando uno di noi riusciva ad ottenere di andare al bagno, ossia quando un poliziotto accettava di accompagnarci – perché, con un insieme di scuse, riuscivano a rifiutarci pure quello. Bevevamo così, un sorso a testa tra 15 ogni 2-3 ore. C’era una porta a fianco in cui entravano quelli della Delta, uno alla volta, per depositare la propria testimonianza. Erano circa una trentina, seduti attorno al tavolino di cui dicevo prima, dall’altro lato rispetto a noi. Ce ne dicevano di tutti i colori. E’ difficile da ricordare. Minacce come “vedrete contro chi vi siete messi” e “lo vedrete, se mai farete un’altra manifestazione antifascista”, “vi siete messi contro Alba d’Oro e vedrete. Noi pure siamo di Alba d’Oro”, “morirete come i vostri nonni a Grammo e Vitsi [eccidi di partigiani della guerra civile greca nel 1949]”. Facevano commenti sessisti verso di noi, le ragazze, con un linguaggio estremamente volgare, cose che non senti da nessuna parte, neanche per strada.
D: In quante ragazze eravate?
R: Eravamo in due. Hanno puntato la loro furia su di noi. Si sono occupati solo di noi per diverse ore, insultando e minacciando. In seguito avrebbero fatto riferimento a combattenti morti come Lambros Fountas, Alexandros  Grigoropoulos, Christoforos Marinos, dicendo che il resto di noi li avrebbe presto raggiunti. Nel mezzo di tutto ciò c’era uno della Delta, uno alto, che teneva il suo braccio sinistro ben alzato. Potevamo distinguere quelli della Delta dalle uniformi. Quello veniva in mezzo a noi, pestandoci i piedi con gli stivali, fumando e tirandoci addosso la cenere della sigaretta. Poi ha preso il telefono cominciando a filmarci. Ha scattato delle foto di noi dicendo che “noi abbiamo i vostri indirizzi, i vostri nomi, le vostre facce, ora Alba d’Oro avrà tutto”. Se una di noi cercava di resistere anche solo verbalmente, quello interveniva picchiando con calci e pugni.
D: Questo poliziotto in particolare?
https://i1.wp.com/blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/files/2012/09/484502_3711582380850_932014066_n-300x215.jpgR: Principalmente era lui a picchiare, e gli altri lo accompagnavano. Insultavano, vagando sulle nostre teste, prendendole a pugni o sbattendole contro il muro. La tortura non sono solo le botte, ci sono pure le minacce, i tentativi di umiliazione. Sono tutte forme di torture. Ma c’erano anche gli assalti fisici. Non riuscivo a guardare mentre coloro che già sanguinavano subivano altri pestaggi. Il più grave era uno a cui avevano sbattuto la testa e che perdeva sangue da diverse ore. Era continuamente dolorante, chiamava un dottore e appena ricominciava a parlare ricominciavano a picchiarlo. Quando chiedeva qualcosa lo aggredivano con schiaffi e pugni. Per di più, visto che erano passate diverse ore – eravamo riusciti a salvaguardare un orologio per tenere il tempo – cercavamo di chiudere gli occhi e riposare per qualche minuto. Eravamo esausti, specialmente quelli di noi feriti. Ad un certo punto, il giovane che sanguinava dalla testa ha chiuso gli occhi sdraiandosi. Non glielo hanno lasciato fare. Urlavano “alzati, non dormire, alzati”. Un altro che era stato picchiato in faccia sanguinava dal naso e dal braccio. Altri ancora erano stati menati nella schiena coi bastoni, di cui portavano gli sfregi. Durante l’arresto erano stati buttati per terra e immobilizzati, poi pestati. E mentre stavano per terra la polizia cercava di rimuovere furiosamente i caschetti da motociclista, col rischio di soffocarli, strappando la cinghia che lega l’elmetto al collo. C’erano ferite da manganello su tutte le parti del corpo: schiena, pancia, gambe, braccia. Per via dell’orientamento della panchina tenevo le gambe piegate e la testa piegata, in modo da evitare che mi fotografassero con i telefoni. Quel poliziotto della Delta è venuto a tirarmi i capelli per alzarmi la faccia e farmi una foto. La prima volta che è successo uno degli arrestati seduto al mio fianco ha protestato. E’ stato aggredito per questo. La seconda volta ho protestato io, e sono stata colpita. Siccome avevo messo le braccia davanti alla faccia e tenevo i gomiti alti, mi ha colpita sul collo. Mi picchiava tirandomi i capelli, prendendomi a schiaffi.
D: Quel poliziotto in particolare? Lo stesso che diceva di prendere fotografie da mandare ad Alba d’Oro?
R: Sì, me lo ricordo perché aveva il braccio legato. Poi hanno iniziato a registrare un video. La terza volta che è venuto verso di me, minacciandomi che ormai conosceva casa mia e il posto dove vivevo. Siccome ancora non alzavo la testa, ha ricominciato a picchiarmi. E’ stato a quel punto che sono esplosa. L’ho spinto via e ho cominciato ad urlare di lasciarci stare, che eravamo stati arrestati e non aveva alcun diritto di farci questo. Durante tutto questo caos non riesco a ricordare cosa ho detto esattamente, ma urlavo molto forte. A causa delle mie urla qualcuno in borghese è comparso nel corridoio, forse l’ufficiale di servizio, che teneva a distanza il poliziotto della Delta, impedendogli di aggredirmi ancora, e dicendo a quelli della Delta che avevano già depositato la loro testimonianza che dovevano andare via. La maggior parte di loro aveva testimoniato ore prima. Questo significa che erano rimasti solo per continuare a fare tutto questo. In quel momento anche quello che mi aveva picchiata se ne è andato. Ho dimenticato di menzionare che non era l’unico a fare foto e video. Aveva la presa migliore perché camminava in mezzo a noi, mentre i colleghi seduti al banco lo riprendevano. Le aggressioni si fermarono, ma tutto il resto continuò imperterrito. Avevano un laser a raggio rosso che ci puntavano negli occhi non appena li chiudevamo per riposarci un poco. Ogni tanto spegnevano la luce nel corridoio, accendevano una torcia elettrica e ce la puntavano dicendo: “questo è il modo in cui si porta avanti un interrogatorio”, oppure “adesso ti faccio vedere come si fa”. E nuovamente uno di loro veniva verso di noi con la pila mentre le luci erano spente. Giocavano anche con l’aria condizionata, facendoci gelare dal freddo o morire dal caldo. Smisi di chiedere di andare al bagno perché ogni volta che passavo in quel tratto di corridoio i poliziotti in borghese e quelli della Delta si profondevano in commenti orribili. Esternazioni sessiste, insulti, minacce, tutto. E c’era sempre qualcuno pronto a fotografarmi col telefono mentre passavo.http://t1.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcTEy64jhPelc4U-e63lyEY8YwMqO2eWR__Y2zaeJKNprzrB0-B1mA
D: Quando è finito tutto ciò?
R: Intorno alle 7 del mattino, quando quelli Delta se ne sono andati. Eravamo stati arrestati intorno alle 9 della sera prima. Per tutto questo tempo non abbiamo avuto alcun contatto con un avvocato. I primi di loro sono arrivati solamente dopo le 3 del pomeriggio di lunedì. Erano circa 19 ore che stavamo al sesto piano della caserma. Il compagno ferito è stato portato all’ospedale il lunedì mattina. Aveva dei punti sulla testa e una fasciatura, e un braccio rotto. Il resto dei feriti non è stato visitato da alcun dottore. Martedì sono stati portati direttamente dal medico legale. Dimenticavo: mentre eravamo al sesto piano, ci è stato chiesto di entrare in un ufficio uno per volta, per essere perquisiti. Cioè, di subire una perquisizione corporale, di spogliarci. Una perquisizione di tal fatta era già stata fatta la notte di domenica (la notte dell’arresto). Poi siamo stati portati negli uffici del Procuratore. Lui ci ha detto che saremmo stati trattenuti sino a martedì. Quando siamo ritornati in caserma, ci hanno portati al settimo piano, dove stanno le celle. Ci hanno chiamato di nuovo uno per volta, per le perquisizioni. Io protestai dicendo che non c’era alcuna motivazione per un’ulteriore perquisizione visto che venivamo accompagnati continuamente dalla polizia. La donna poliziotto disse che questi erano i regolamenti, portandomi in un ufficio adiacente alle celle, una stanza simile ad un piccolo magazzino. Entro, aspettando che la porta si chiuda. Lei si volta e mi dice che quella porta non si chiude, e che mi avrebbe perquisito così, con la porta aperta. Io dico: “ma di che stai parlando? Mi perquisisci con la porta aperta?” Esattamente dall’altro lato c’era un tavolino con un poliziotto che vi stava lavorando, ed altri andavano e venivano tra gli uffici e le celle. Esattamente dall’altro lato, non c’era alcuna divisione, ero davanti ad una porta aperta.
D:Racconti molto simili sono stati fatti da coloro che sono stati trattenuti e arrestati lunedì, durante l’attacco della polizia antisommossa ad un raduno di solidarietà dentro a Evelpidon.
R: Sì, 25 persone sono state trattenute e quattro arrestate. Una era una giovane donna che hanno portato nelle celle insieme a noi. Vorrei dire qualcosa che per noi è molto importante, cioè che sin dal primo giorno in cui ci hanno portati dal Procuratore, martedì e venerdì – dopo 20 ore di corte finalmente siamo stati liberati su cauzione e sotto misure cautelative -, in tutti questi giorni la solidarietà che abbiamo ricevuto dalle persone ci ha dato una forza incredibile. Guadagnavamo forze vedendo i nostri compagni intonare cori per noi. Senza solidarietà, davvero non saprei se avremmo potuto continuare ad essere così forti come siamo ora. Per ultimo, vorrei far notare che non è per renderci vittime che denunciamo le torture della polizia. Lo stato ha sempre cercato di terrorizzare, in tutti i modi e con ogni mezzo disponibile. La nostra prospettiva è di evidenziare gli eventi, è attraverso ciò che diventiamo più coscienti e accorti, più forti nella lotta contro la brutalità che ci stanno imponendo.

*Nota: il 27 ottobre, una quarta marcia antifascista in motocicletta ha attraversato le strade centrali di Atene con bandiere rosse e nere e intonando slogan.

Pugni chiusi per Victor Jara!

16 settembre 2012 2 commenti

Chissà quelle mani quanto ancora avrebbero suonato, fatto innamorare e arrabbiare.
Ho sempre pensato alla tua lucidità dentro lo stadio di Santiago del Chile,
Lucido e consapevole della tua morte, della morte di tutti coloro che ti circondavano.

Tu non hai avuto diritto a morire, la tua morte è stata portata dalla tortura, dallo scempio del tuo corpo, dalla tua lingua tagliata perchè non cantasse, dalle tue mani mozzate perché morissi consapevole che non avresti più sfiorato il corpo caldo di una chitarra.

La tua voce, al contrario della loro, risuona ancora ovunque e riscalda i cuori di chi crede sempre e ancora nella rivoluzione.
A pugno chiuso, Victor Jara

A Carlo Giuliani: sul suo assassino stupratore, e sui pestaggi di Milano

4 luglio 2012 19 commenti

T’hanno trafitto il volto con il loro piombo incandescente,
Trafitto volto e gioventù sparandoti un colpo da una pistola d’ordinanza,
che dritto dritto è arrivato sul tuo viso.
Quante volte t’ho scritto nel corso di questi anni, undici lunghi anni, Carlo caro…
Tante volte t’ho scritto e parlato, molte altre t’ho urlato col sangue bollente e la voce forte,
Tra migliaia di altri, come avessimo la forza di farti tornare.
Di marciare ancora con te, almeno una volta.
Oggi ti scrivo di nuovo, scrivo di nuovo a te, uno di noi,
Quello che ha pagato più di tutti, quello che è rimasto per terra, destinato a rimanerci.
Ti scrivo perché tra pochi giorni 10 tra i trecentomila che eravamo probabilmente varcheranno la soglia di un carcere:
ti scrivo perché è inimmaginabile pensare che possano far finire Genova e la sua triste storia già vecchia di più di un decennio, tra le sbarre, dentro una cella, per un malloppo d’anni che fa paura anche solo pensarlo.

Ma ti scrivo anche perché sul tuo assassino se ne scoprono sempre di nuove,
su di lui, e su tantissimi suoi colleghi:
una lista di abusi, soprusi, torture e stupri perpetrati continuamente da uomini in divisa,
a busta paga dello Stato, lo stesso che poi carcera noi.

Il tuo assassino, Mario Placanica, ha visto la sbarra di un tribunale uscendone pulito,
il tuo sangue rossissimo non ha sporcato di molto la sua fedina penale..
ma ora è nuovamente alla sbarra.
Per stupro però, per violenza sessuale su una bambina di 11 anni: la denuncia è stata fatta dalla mamma della piccola, ex compagna di Mario Placanica, carabiniere in congedo, assassino di Stato.
Insomma Carlè, la mano che t’ha strappato la vita non è solo quella di un Carabiniere , “fedele nei secoli”,
è anche quella di uno stupratore.
Di uno stupratore di una bimba.

Nient’altro che uno stupratore.
Lo schifo che provo è troppo, alla vigilia della sentenza Diaz e ad una settimana da quella del processo per “devastazione e saccheggio” …
così ti scrivevo così, per sfogo, per rabbia e per amore.
Amore verso chi lotta,
amore verso chi si ribellerà a quelle catene,
amore verso il tuo corpo ucciso,
che mai abbiamo vendicato.

Da Milano invece un’ altra notizia: questa volta la divisa non è color scarafaggio ma puffo,
questa volta la divisa non era indossata, ma i due vigliacchi pestatori di anziani sono uomini di Stato.
Come te sbagli?
Due poliziotti in uscita libera, Davide Sunseri e Federico Spallino, entrambi 24enni, che per divertirsi pestano a sangue un anziano signore,Luigi Vittorino Morneghini, mandandolo all’ospedale con il “volto fracassato” ed una denuncia per resistenza a pubblico ufficiale. Sulla sua cartella clinica si legge di «un impressionante numero di fratture», tra cui diverse lesioni allo zigomo, al setto nasale, al bulbo oculare e alla mascella, che hanno comportato un «fracasso di faccia» con una «deformazione permanente del viso».

NON PARLATECI DI MELE MARCE,
QUI SON PROPRIO LE RADICI DELL’ALBERO AD ESSERE MARCITE:
ASSASSINI, TORTURATORI E STUPRATORI.
NIENT’ALTRO CHE QUESTO, NELLE STRADE, NELLE CARCERI E NEI CIE,
LA POLIZIA UCCIDE E STUPRA.

Qui il servizio di La7 in cui si vede il pestaggio:

SEGUI IL SITO 10×100.it GENOVA NON E’ FINITA!

A poche ore dalle sentenze….LEGGI

La seconda parte del racconto di Enrico Triaca, tappezziere tipografo torturato

1 febbraio 2012 1 commento

Prosegue (dal blog Insorgenze) la testimonianza di Enrico Triaca dopo il racconto delle torture subite nel maggio 1978 da parte di una squadra speciale della polizia diretta da un funzionario dell’Ucigos conosciuto con l’eteronimo “De Tormentis”. «Lo avevamo fatto anche prima… con Triaca», aveva ammesso lo stesso “De Tormentis” nella testimonianza concessa a Nicola Rao, apparsa in, Colpo al cuore: dai pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Sperling&Kupfer 2011.

Di Enrico Triaca

«Sono ancora vivo bastardi»
Steve McQueen nel film Papillon

Le manovre per fare di me un pentito
Continuai a restare in isolamento a Rebibbia per altri due, forse tre mesi, dopodiché sono stato messo in socialità con i miei coimputati ma tempo qualche settimana fui nuovamente trasferito a Volterra, sempre in socialità.
Il 27 dicembre del 1979 su La Nazione di Firenze esce un articolo con tanto di foto che, facendo riferimento a «indiscrezioni non smentite provenienti dal palazzo di giustizia», mi attribuisce confessioni fatte ad Achille Gallucci, con tutta una serie di fatti e circostanze che avevano portato la polizia ad arrestare molti militanti delle Brigate Rosse. Il tutto, secondo il giornale, sarebbe avvenuto nel carcere di Fossombrone nel quale, in realtà, non ero mai stato.
Dopo questo articolo venni impacchettato e trasferito. Appena fuori da Volterra il blindato si fermò. Salì un carabiniere in borghese che fece scendere i due militi di scorta e mi tolse gli schiavettoni. Cominciò una tiritera per convincermi a collaborare con i metodi classici dell’intimidazione: «abbiamo saputo che a Volterra volevano ucciderti», mi disse. Gli risposi che non avevo nessuna intenzione di collaborare e che se mi riportavano a Volterra mi facevano un favore. Replicò che mi avrebbero portato in un carcere tranquillo dove non c’erano altri prigionieri politici, così potevo pensare con calma alla proposta che m aveva fatto. Il segnale sarebbe stato la revoca del mandato ai miei avvocati. Lui avrebbe capito e sarebbe venuto subito. Me lo dovetti cibare per tutto il viaggio. Come provavo a tirare fuori le sigarette, lui pronto mi infilava in bocca una delle sue malboro e l’accendeva…….. non ho mai avuto un compagno di viaggio così premuroso. Finalmente arrivammo a Sulmona, dove prima di entrare nel carcere mi salutò facendo risalire sul furgone i due carabinieri della scorta. Finii nuovamente in isolamento. Dopo due, forse tre mesi e varie proteste mie e degli avvocati, fui trasferito in una sezione dove era possibile la socialità, non prima di subire i soliti avvertimenti: «guarda che qui ti ammazzano. Non è uno Speciale, qui la sorveglianza è scarsa, qui non girano coltelli ma spade», e via dicendo. Tempo un mese, mi trasferirono nel carcere speciale di Trani. Pensai che finalmente si erano decisi a mollarmi, ma mi spagliavo di grosso. Dopo due-tre settimane mi trasferirono di nuovo.

Termini Imerese
A Termini Imerese mi ritrovai di nuovo in isolamento. C’erano pochissimi detenuti, il carcere era in ristrutturazione dopo che era stato semidistrutto da una rivolta. Ai miei avvocati dissero che dovevo stare isolato perché ero pericoloso. Secondo loro a Volterra stavo preparando la fuga. In seguito dissero che era per il mio bene perché volevano uccidermi. Capii che qui sarebbe stata lunga, infatti rimasi fino al processo: 2 anni. Volevano farmi arrivare in aula distrutto fisicamente e psicologicamente. Smisi di fumare e cominciai a fare yoga. Dovevo resistere, non dovevo farmi distruggere. Cominciai a pensare che comunque andasse avevo sempre un’ultima arma per sottrarmi all’abuso, alla sopraffazione: il suicidio, ma solo come ultima ratio.
I primi tempi compravo il giornale e lo leggevo tutto, compresi gli annunci mortuari, i numeri di pagina. Poi lentamente non ci riuscivo più, leggevo la prima riga e quando passavo alla seconda non ricordavo più cosa c’era scritto nella prima. Così mi limitavo a leggere i titoli finché alla fine non lo comprai più. Ho cominciato a dormire di giorno e vegliare la notte; l’unico svago era litigare e provocare i secondini. Una volta diedi dello stronzo a un secondino (che si era comportato male) e per dispetto mi lasciavano la luce accesa anche la notte. Tutte le notti mi arrampicavo sugli stipetti e allungando la scopa appiccicavo un pezzo di carta che spalmavo con il dentifricio sulla plafoniera. Il soffitto era alto 5 metri. Le guardie tutte le mattine passavano con la scala e lo toglievano, ed io la notte successiva lo rimettevo…… una goduria.
Dopo un annetto mi chiamò a colloquio un assistente sociale: decisi di andarci per sgranchirmi le gambe e fare un po’ di ginnastica con la lingua. Cominciammo a parlare del più e del meno, poi mi chiese se volevo stare ancora in isolamento. Gli spiegai che non volevo assolutamente starci. Le avevano detto che l’isolamento era una mia scelta, allora le chiesi come mai mi avesse chiamato a colloquio, visto che normalmente non succedeva mai. All’inizio mi diede delle risposte vaghe, poi si sfogò dicendomi che non poteva in così poco tempo capire le persone. Mi confessò quindi che l’avevano mandata per testare la mia diponibilità a parlare con i giudici; gli dissi di riferire che se volevano togliermi dall’isolamento andava bene, altrimenti in quel posto potevo anche morirci e non avevo intenzione di parlare con nessuno di loro, poi tornai in cella.
Per passare il tempo feci una stella a cinque punte sul muro e delle scritte, il giorno dopo ci fu una sfilata di secondini tutti ad ammirare i miei graffiti: guardavano e confabulavano nonostante io abbia una pessima calligrafia. Mi cambiarono di cella e si trattennero dal libretto i soldi per la riverniciatura delle pareti. Nella nuova cella feci la stessa cosa. Questa volta mi chiamò il maresciallo che mi rimprovero dicendo che non si facevano quelle cose perché «le stanze erano tutte pulite e così dovevano restare per gli altri». «Quali stanze?» – risposi, facendogli notare che stavamo in un carcere e non in albergo e che quelle si chiamavano celle. Il maresciallo iniziò a sfogarsi dicendomi che aveva sempre fatto servizio in carceri minorili, che era stato spedito a Termini Imerese per punizione e che non sapeva nulla di queste cose. Pensai che fare da psicologo a un maresciallo frustrato era troppo; inforcai la porta e tentai di andarmene ma davanti c’era un appuntato che cerco di bloccarmi. Mi voltai a guardare il maresciallo che gli disse di riportarmi in cella. Intanto il tempo passava, finalmente fui trasferito di nuovo a Rebibbia per il processo, ma sempre rigorosamente in isolamento.

L’aula bunker
Il primo giorno di udienza mi ritrovo nella gabbia dei pentiti, ma ben distante dagli altri e tenuto per la catena dai carabinieri.
Quando entrò la corte cominciai a protestare chiedendo di essere messo con i compagni. Il giudice acconsentì e un carabiniere mi disse: «quelli ti tagliano la testa». Gli risposi di preoccuparsi della sua di testa.
Restava il nodo dell’isolamento, così continuai a protestare con la corte. Dopo un po’ di tempo i giudici accolsero la mia richiesta, visto che oramai il tentativo era fallito. Dal terzo piano del G12, dove ero rinchiuso, scesi al secondo dove c’erano quelli del 7 aprile e alcuni autonomi. Qui la scena fu divertente: quando arrivai davanti al cancello della sezione scoprii che questi detenuti erano tutti liberi nel corridoio, con le celle aperte (condizione di privilegio), ma quando entrai si rintanarono tutti. Fui portato nella cella di Giuliano Naria. Ci salutammo e mi sedetti sul letto, lui mi disse di disfare la zampogna. Gli risposi che era meglio aspettare, infatti dopo 5 minuti arrivò Emilio Vesce a chiamarlo. Dopo un quarto d’ora si presentarono i secondini a dirmi che si erano sbagliati e che dovevo tornare sù. Al terzo piano, dopo un’altro po’ d’isolamento mi misero in cella con altri due compagnucci freschi d’arresto.
Sospeso il processo per il periodo estivo, mi rispedirono a Termini Imerese (sempre rigorosamente in isolamento). Chiamai il direttore e gliene chiesi il motivo e quello mi rispose di stare tranquillo perché aveva già scritto al ministero che in quel carcere non ero gradito. L’isolamento continuò fino alla ripresa del processo, dove protestai di nuovo con la corte. Finalmente mi declassificarono portandomi al secondo piano del G12, dove non c’erano più i signorini del 7 aprile che già facevano gli omogeneizzati nell’apposita area [il riferimento è alla creazione di apposite sezioni carcerarie declassificate, denominate “aree omogenee per la dissociazione dal/del terrorismo” Ndr]. Venni poi a sapere che erano stati loro a pretendere il mio allontanamento dalla sezione perché c’era il rischio che li ammazzassi – sostenevano – in quanto «irriducibile».

Ancora vivo nonostante tutto
Qui finiscono le torture e inizia il tempo della elaborazione degli avvenimenti, lungo il quale finalmente ripercorro gesti e azioni, fino a rendermi conto di aver oltrepassato la linea della pazzia, di aver fatto cose che razionalmente non si farebbero mai per chiedermi come fossi arrivato ad uscirne. Non ho una risposta, l’unica cosa che posso pensare è la forte convizione di ciò che ero e mi consideravo: un militante comunista prigioniero di uno Stato bugiardo e vigliacco che ha ancora paura di affrontare i propri fantasmi, che tenta di giustificarsi parlando di «mele marce».
La consapevolezza che i miei compagni mi credevano e non hanno avuto dubbi.
Ma io so delle torture degli anni 70 e 80,
io so della mattanza di Bolzaneto,
io so dei morti ammazzati nelle caserme e durante l’arresto.
Io so di poliziotti che passeggiano sulla testa di ragazzini alle manifestazioni.
Di tutto ciò, ci sono le prove.
Allora ti volti indietro e ti accorgi che non si tratta di “mele marce” ma che è l’intero frutteto ad essere marcio.
Per questo ancora oggi mi dichiaro prigioniero politico, non più di un potere giudiziario, carcerario, ma di una verità nascosta, insabbiata, di uno Stato che senza merito si fregia del titolo di democratico, di uno Stato reticente, connivente.

2/fine

1) Introduzione al libro di Alleg di Jean-Paul Sartre
2) breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
 3) Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
4)  Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
5) Arresto del giornalista Buffa
6) Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
7) Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
8 ) Il pene della Repubblica
9) Ma chi è il professor “De Tormentis”?
10) Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
11) De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
12) Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
13) Le torture su Alberto Buonoconto 1975
14) La sentenza esistente
15) Le torture su Sandro Padula, 1982
16) La prima parte del testo di Triaca

La sentenza di condanna sulle torture a Di Lenardo… un pezzo di NON storia da non perdere

17 gennaio 2012 5 commenti

Ancora sulla tortura…in questo post la sentenza contro alcuni torturatori, quelli che De Tormentis, nel libro di Nicola Rao liquida come “poco esperti” al punto che hanno lasciato segni e lesioni che hanno portato a dei procedimenti penali..
lui era più bravo.

“Durante l’ultima guerra mondiale, in Albania accadeva che tanti soldati italiani finivano in infermeria o venivano rimpatriati perché dichiaravano di essere stati azzannati da cani idrofobi. Il fenomeno era così diffuso che ad un certo punto le gerarchie militari vollero vederci chiaro. I segni del morso erano ben visibili sui polpacci dei soldati. Tuttavia nella zona non c’erano torme di cani idrofobi.
Il rebus fu spiegato quando venne trovata la riproduzione anatomica, in legno, di una mandibola canina. Il soldato che aveva fabbricato lo strumento, dotandolo di una “dentatura di chiodi” lo affittava ai commilitoni. I quali, con i segni delle “zanne” sulla pelle venivano subito ricoverati.
La messinscena aveva un inconveniente: ai militari che denunciavano di essere stati morsi veniva praticata una puntura al fegato. Ma per quanto l’iniezione fosse dolorosa, lo era sempre meno di una pallottola in combattimento.”
Con questo aneddoto, tratto dai ricordi paterni, il sostituto procuratore Domenico Sica risponde a chi gli chiede se in Italia i terroristi vengono seviziati dalla polizia.
L’aneddoto è in realtà un apologo: i soldati sono i brigatisti, l’inesistente cane idrofobo la tortura, i segni del morso, le ecchimosi e gli ematomi che vengono mostrati a riprova delle sevizie. Sica non crede alle torture, così come non ci credono i magistrati …
(Tratto da un articolo de Il Paese Sera, 18 marzo 1982, a firma di Guido Rampoldi)

Sentenza n. 743/86 Reg. Sent. – N. 1065/83 R.G. – N. 2816/83 P.M. Depositata il 5 novembre 1986, Tribunale Penale di Padova, sez I°
causa penale a procedimento formale contro Genova Salvatore, (…)

Una foto che racconta tutto: il torturato Di Lenardo è tra le sbarre, i suoi aguzzini senza alcuna privazione, con strane barbe e occhiali scuri

[…]
A) del reato di cui agli artt. 110, 112 nn. 1 e 2, 605/1°2° co. n 2 CP e 61 n. 2 CP
 per aver illecitamente privato Di Lenardo Cesare della libertà personale, perché in concorso con Amore Danilo, Di Janni Carmelo, Laurenzi Fabio e Aralla Giancarlo prelevavano il Di Lenardo dai locali dell’Ispettorato di Zona 2° Reparto Celere, dov’era legittimamente detenuto in seguito all’arresto avvenuto il 28.1.1982, sottraendolo a coloro che erano investiti della custodia, lo caricava con mani e piedi legati e con gli occhi bendati nel bagagliaio di una autovettura e lo trasportavano in una località sconosciuta, dove il Di Lenardo veniva fatto scendere e sottoposto alle percosse e minacce descritte nel capo seguente;
indi lo trasportava nuovamente (sempre nel bagagliaio dell’autovettura) nell’area del 2° Reparto Celere e lo conduceva in un sotterraneo, nel quale il Di Lenardo era sottoposto alle percosse e alle violenze descritte nel capo seguente, al termine delle quali veniva riportato nei locali di legittima detenzione; con le aggravanti di aver commesso il fatto abusando dei poteri inerenti alle funzioni di pubblico ufficiale, in numero non inferiore a cinque persone ed al fine di commettere il reato di cui al capo seguente;
di aver promosso e organizzato la cooperazione nel reato, nonché di aver diretto l’attività delle persone che vi sono concorse.
B)  del reato di cui agli artt. 56, 81 cpv, 110, 112 n. 2, 61 n.9, 610/1°e 2° co. CP in relazione all’art. 339 CP, per aver in concorso con Amore Danilo, Di Janni Carmelo, Laurenzi Fabio, Aralla Giancarlo e con altri con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso mediante violenza, consistita in percosse in diverse parti del corpo, e minaccia, consistita nell’esplosione di un colpo d’arma da fuoco e successivamente mediante violenza, consistita nel legarlo su di un tavolo, sul quale era  stato steso, facendogli inghiottire sale grosso, di cui gli era stata riempita la vocca, e, permanendo lo stato di costrizione sul tavolo, venendogli inoltre impedito di respirare col naso, facendogli ingoiare una grande quantità d’acqua che veniva in continuazione versata nella sua bocca […]
[…]
LETTI GLI ATTI; VISTA A RICHIESTA DEL PM
ritenuto che Genova Salvatore, tratto a giudizio dinanzi al Tribunale di Padova per rispondere dei reati riportati in rubrica, prima che si celebrasse il dibattimento nei suoi confronti viene eletto deputato;
che fu disposta la separazione del procedimento a suo carico;
che nei confronti del Genova venne richiesta alla Camera dei Deputati l’autorizzazione a procedere prescritta dall’art. 68 Cost;
che come risulta dalla comunicazione in atti, la Camera dei Deputati, nella sua seduta del 5.6.1986, ha negato l’autorizzazione a procedere;
che pertanto, mancando la condizione di procedibilità necessaria per proseguire l’azione penale deve dichiararsi non doversi procedere nei confronti dell’imputato, con sentenza da emettersi (anche d’ufficio) in ogni stato e grado del procedimento;
                                           P.Q.M.
Dichiara non doversi procedere nei confronti di Genova Salvatore in ordine ai reati a lui ascritti, perché l’azione penale non può essere proseguita per mancanza dell’autorizzazione a procedere della Camera dei Deputati

ELENCO DEI LINK:
1) Introduzione al libro di Alleg di Jean-Paul Sartre
2) breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
 3) Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
4)  Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
5) Arresto del giornalista Buffa
6) Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
7) Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
8 ) Il pene della Repubblica
9) Ma chi è il professor “De Tormentis”?
10) Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
11) De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
12) Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
13) Le torture su Alberto Buonoconto

Torture in Italia, atto I : quando si torturavano i tipografi…

5 dicembre 2011 25 commenti

AGGIORNAMENTO 18 GIUGNO 2013: LA CORTE DI APPELLO DI PERUGIA DICHIARA AMMISSIBILE LA RICHIESTA DI REVISIONE DEL PROCESSO TRIACA.
IL 15 OTTOBRE 2013 LE TORTURA ANDRANNO ALLA SBARRA E LA VERITA’ VERRA’ RISTABILITA.
LEGGI QUI LE NOVITA’, OTTIME: LEGGI

L’anno delle torture argentine nelle celle di sicurezza e nei furgoni bianchi, compiute sui corpi dei prigionieri politici italiani è il 1982.
Abbiamo parlato spesso di quell’anno nero della nostra storia recentissima: anno in cui i “5 dell’Ave Maria”, guidati dal loro Dott. De Tormentis (di cui ci piacerebbe tanto scoprire il nome…ma siamo nel paese dei maniaci del “mistero”… siamo certi che un Lucarelli, un Fasanella, e compagnia bella si faranno in quattro per metter luce su questo NON mistero facilmente scoperchiabile) torturavano con tecniche precise e meticolosamente studiate i brigatisti catturati.

La storia che leggerete poche righe più sotto è un po’ l’apri pista delle torture, del waterboarding e di tutte le privazione compiute successivamente:
Enrico Triaca viene arrestato molto prima dell’anno argentino, nel maggio del 1978, ed oltretutto non è un uomo sospettato di esser parte di un “gruppo di fuoco”, è un tipografo e quella è la funzione che svolge all’interno dell’organizzazione armata.
Il tipografo.
Che può “vantare” d’esser stato il primo torturato delle Brigate Rosse…oltretutto denunciato e condannato per calunnia quando ha avuto il coraggio di raccontare quel che il suo corpo aveva subito. (Mi piace specificare la parola “corpo”, perché in questi anni di studi, racconti e letture sulla tortura la sola cosa che ho capito è che la testa non la torturano, che quella è capace di resistere… che è anche in grado di contare, per razionalizzare ciò che avviene sul proprio corpo, per discostarsene, per gaurdarsi da lontano, per dare un tempo a quel che accade e sapere che poi la sessione di tortura finirà, come quella precedente.La tortura ti vuole vivo, la tortura non vuole ucciderti: c’è chi è stato più forte di lei, chi ce l’ha fatta, chi neanche in quel modo ha aperto la sua bocca…per quello parlo di corpi…solo di corpi…solo quello è torturabile).
Ma ora…facciamo parlare Enrico Triaca, tipografo torturato

RICOSTRUZIONE GIORNALISTICA DELL’ESPERIENZA DI ENRICO TRIACA, Il Manifesto, 20 maggio 1982

“Esiste la tortura in Italia? Credo purtroppo che bisogna rispondere positivamente e non da oggi. Un caso, estremamente interessante, anche perché può essere ricostruito nei dettagli, essendo ormai gli atti tutti pubblici, è quello di Enrico Triaca, il tipografo delle BR che il 7 Novembre 1982 è stato condannato dalla 8° sezione del Tribunale di Roma, quale responsabile del delitto di calunnia “perché nell’interrogatorio reso al consigliere istruttore presso il tribunale di Roma il 19 Giugno 1982 quale imputato di partecipazione a banda armata e di altri reati, incolpava ufficiali e agenti di polizia giudiziaria di PS, sapendoli innocenti, di averlo costretto con torture fisiche a rendere dichiarazioni ammissione di responsabilità proprie ed altrui, il 17-18 maggio 1978”.
Triaca venne arrestato il 17 Maggio 1978 nella tipografia di Pio Foà a Roma. Nominò immediatamente l’avvocato Alfonso Cascone.
Dagli atti risulta:
1) che il Triaca venne interrogato il 17 maggio ore 17,50 nei locali della Digos da due ufficiali di Pg. Il verbale consta di sei facciate dattiloscritte a spazio uno. In esso non vi è alcun cenno al fatto che il Triaca è imputato, né al suo difensore.
2) che in data 18 maggio 1978 Triaca ha rilasciato “spontaneamente e personalmente ” una dichiarazione dattiloscritta davanti ad altro ufficiale di polizia giudiziaria, connettente affermazioni accusatorie nei confronti di terzi;
3) che in pari data il Triaca rilasciò altra dichiarazione accusatoria
4) che alle ore 22 di quello stesso giorno Triaca fu interrogato nel palazzo di giustizia dal consigliere istruttore su mandato di cattura dello stesso, in presenza del difensore Luigi De Cervo, del foro di Roma, nominato d’ufficio. Presente in quanto il Triaca revoca quello da lui nominato in precedenza
5) che il 19 maggio negli uffici della questura di Roma (non è indicata l’ora) Triaca viene interrogato da altro GI, in assenza di qualsiasi difensore. Dal verbale risulta avv. Maria Caurasano con revoca di ogni altra nomina.
Ma la Causarano non risulta presente, né vi è alcuna annotazione riguardante la urgenza di procedere senza aver avvisato il difensore. A questo punto, secondo i difensori attuali, del Triaca si perdono le tracce: né loro, né i parenti del detenuto riescono a sapere alcunché, sino a quando il 9 giugno nel carcere di Rebibbia il consigliere istruttore interroga il Triaca in presenza dell’avv. Cascone, suo difensore originario di fiducia. Nel verbale risulta che Triaca a domanda risponde di aver scritto una dichiarazione dettagliata da una persona della Questura, il cui contenuto però corrispondeva alle sue dichiarazioni.
In un successivo interrogatorio del 19 giugno, Triaca puntualizza: “Ritratto tutto quello che ho detto perché mi è stato estorto con la tortura”.
Domandato risponde: “Potevano essere le 23 e 30 quando fui portato giù e fatto salire su un furgone ove si trovavano due uomini con casco e giubbotto antiproiettile. Fui bendato e steso per terra. Il furgone partì. Ad un certo punto fui fatto scendere e sempre bendato salii dei gradini. Sempre bendato venni legato su un tavolaccio. Qualcuno mi tappò il naso con le mani e mi versò dell’acqua in bocca.
Ritengo che mi versò l’acqua in bocca per non farmi respirare. Inoltre per due volti qualcuno mi gettò in bocca della polverina.
Non so indicare il sapore di questa polverina. Rimasi legato per circa 30 minuti, mentre le persone che mi erano accanto che io non vedevo, perché ero bendato, mi incitavano a parlare. Quindi fui slegato, fui massaggiato e venni rivestito (infatti prima di legarmi mi avevano denudato). Fui portato fuori sempre bendato.
In questura mi tolsero le bende, dico meglio, dentro il furgone mi tolsero le bende, e mi consegnarono in questura, a due agenti che mi portarono in camera di sicurezza. il giorno dopo mi portarono in un ufficio della questura e mi fecero scrivere a macchina una dichiarazione in due fogli. Preciso che la prima dichiarazione la battei a macchina da me la mattina, e l’altra dichiarazione su altro foglio fu scritta da me a macchina in pomeriggio”.
L’imputato ha appena finito di rendere le sue dichiarazioni che il consigliere istruttore  gli contesta di essere indiziato del delitto di calunnia.

Il 4 luglio 1978 il Pm ordina la cattura per calunnia. Triaca, interrogato il girno dopo dichiara: “Confermo quanto ho dichiarato il 19 giugno 1978 al consigliere istruttore Gallucci; preciso che non ho visto particolarmente in faccia, nella semioscurità del furgone, i due agenti che mi ci fecero salire, il cui viso era oltretutto occultato dal casco. Non ho nemmeno badato ai connotati degli agenti che in questura mi portarono in camera di sicurezza, dopo la tortura, né a quelli che, dopo avermi tolto le bende, mi consegnarono ai suddetti agenti. Il fatto che io nei giorni successivi abbia confermato ai magistrati inquirenti tutto quanto avevo in precedenza dichiarato, fornendo anche ulteriori particolari, si spiega col fatto che per vari giorni ho agito nella sfera di intimidazione derivante dalla tortura subita, anche quando mi trovavo in ambiente del tutto estraneo a quello della questura.”

Gli ufficiali o agenti di PG che presero in consegna il 17 maggio Enrico Triaca, dopo che fu interrogato dai due funzionari di PS, non sono mai stati individuati. Durante il processo, celebrato col rito direttissimo, lo stesso Spinella dirigente della Digos, dichiarava che era impossibile identificare gli agenti che erano addetti alla camera di sicurezza sulla scorta di appositi registri.
Senonché, avendo il tribunale disposto che i registri venissero esibiti in visione, la questura rispondeva che non esistevano. Il tribunale, subito acquietato, emetteva la sentenza di condanna ad anni 1 e mesi 4 di reclusione.
Nella motivazione sostiene che non ci sono state torture in quanto già nell’interrogatorio regolarmente verbalizzato il 17 maggio (il primo) l’imputato aveva parlato.
Perciò non vi era ragione perché gli agenti gli usassero violenza. Dimentica però il tribunale che in un caso Triaca aveva parlato di sue responsabilità e nell’altro di responsabilità di terzi (il che per un appartenente ad un’organizzazione non è cosa di poco conto).
[…]
I metodi usati per Triaca (emarginare e se possibile far revocare i difensori scomodi – custodire gli arrestati in luoghi speciali, difficilmente controllabili) pare siano serviti poi da modello per i pentiti o per ottenere i pentimenti.

Risvolto di poco rilievo dell’uso distorto delle procedure e poi l’acquiescenza quasi generale degli organi di informazione.
L‘Unità dell’8 novembre 1978 per esempio arrivò a pubblicare la notizia della sentenza di condanna con commenti di questo genere: “il caso Triaca, dunque, è chiuso, anche perché persino uno dei difensori, ieri ha lasciato capire che il truculento racconto del brigatista è stato un bluff“.
Gli avvocati difensori hanno proposto querela per diffamazione, ma la querela è già stata archiviata.

I LINK SULLA TORTURA
breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
Arresto del giornalista Buffa
Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
Il pene della Repubblica
Ma chi è il professor “De Tormentis”?
Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
Le torture su Alberto Buonoconto
La sentenza esistente
Le torture su Sandro Padula
Intervista a Pier Vittorio Buffa
Enrico Triaca: così mi ha torturato De Tormentis

Moriremo democristiani, massoni e difensori di boia: una dedica alla Guardasigilli

16 novembre 2011 35 commenti

Eccolo!
Rompete l’anima da una vita che nemmeno ricordo più quanto, ora siete contenti?
Da oggi c’è un nuovo governo, un governo che sembra più un golpe della massoneria, di quella democrazia cristiana stretta a braccetto col vaticano che quasi c’eravamo dimenticati: insomma non c’è nessuna aria di nuovo in questo governo.

Gilberto Caldarozzi, "illustre" assistito del neo ministro della giustizia, noto torturatore (ah NO! scusate: non è un torturatore eh! Solamente uno che ha assistito a tutto il pestaggio della Diaz, ai denti saltati, alle ossa spaccate a bastonate e calci e poi ha pensato bene di far tutto quel che era in suo potere per occultare i fatti. Non un torturatore quindi, fate voi)

Avevo 12 anni quando Berlusconi è salito al potere, pensare che ci son voluti 17 anni per finire peggio di prima è quasi divertente, se non fosse realmente una tragedia.

Oggi c’era un orgasmo multiplo nella rete, soprattutto femminile.
Tutte felici ed eccitate, soddisfatte ed appagate da 3, TRE, tre donne ministro: fino a poche settimane fa erano addirittura 5, ma se glielo dici ti rispondono che noooooo, quelle son puttane (proprio così, che solo la parola vomito), queste invece sono donne che stanno lì per meritocrazia, per la strada che hanno percorso, per i titoli, per la bravura, per non so che altro.
Bhè, quelle facce vorrei tanto fossero di perfetti e magari illustri sconosciuti, ed invece non è così.
Perché alcuni di questi personaggi si conoscono eccome, soprattutto una donna, una che per il fatto di esser donna trasmette fiducia e speranza nel gentil sesso italiota di cui farei parte anche io.
Parlo del neo ministro della giustizia.
Parlo di lei perché non mi interessa ora mettermi a fare l’elenco dei “titoli” degli altri ministri, mi basta notare che nessuno s’è laureato ad un’università statale, ma vengono tutti da Cattolica, Bocconi, Luiss e così via.

Ma lei, parliamo di lei. Del primo ministro della giustizia donna, nella storia di questo paese.
La donna che ha difeso l’indifendibile nell’arco di TUTTA la sua carriera, una donna che dovrebbe farci vergognare di esser donne come lei, visto che boia è e quanti ne ha protetti, tutelati, difesi.
Paola Severino, è il vicedirettore dell’Università Luiss “Guido Carli”, ha difeso Cesare Geronzi, quel buon uomo di Caltagirone ma anche quell’altro brav’uomo di Salvatore Buscemi, capofamiglia mafioso di Passo di Rignano,condannato all’ergastolo nel processo per la strage di Capaci, e poi ancora nel processo sui fondi per la gestione della tenuta di Castel Poziano, in quello Cirio, in quello Imi-Sir.

Le pareti della scuola Diaz, dopo l'arrivo di quelli che il nostro ministro della Giustizia ha difeso strenuamente in aula

Non c’è processo italiano dell’ultimo ventennio dove la nostra nuova guardasigilli non ha difeso i peggiori elementi.
Però non abbiamo finito: titolare di cattedra di diritto penale nella scuola ufficiali Carabinieri e per 4 anni vicepresidente del Consiglio Superiore della magistratura militare ( è durante quest’incarico che “vince” la classifica dei menager pubblici più ricchi: nel ’98, poverina, ha dichiarato un reddito di 3 miliardi e passa delle vecchie lire, briciole probabilmente rispetto al suo attuale reddito).
Ma siamo tutti felici, è donna.

Era donna anche quando ha difeso Gilberto Caldarozzi, ex vice capo dello SCO (Servizio Centrale Operativo) che nella notte del 21 luglio era all’interno della scuola Diaz, quella passata alle cronache come la macelleria messicana di Genova, nell’ultima giornata delle mobilitazioni contro il vertice del G8, nel capoluogo ligure.
Lei lo ha difeso, ha difeso uno degli uomini che hanno massacrato, o dato l’ordine di massacrare, decine di ragazzi che dormivano all’interno della scuola: spesso i denti, le mandibole, le parti di ossa craniche, son saltate proprio senza che riuscissero nemmeno ad uscire dai sacchi a pelo in cui l’hanno trovati.
Gilberto Caldarozzi, per quel massacro schifoso è stato condannato a 3 anni ed 8 mesi: lei, il nostro nuovo ministro della giustizia, lo difendeva.

Ma e’ donna, è preparata, quindi starete gioendo un po’ tutti no?
Che paese a rotoli, non c’è neanche più la capacità di capire che questo governo ci farà piangere lacrime e sangue, che sarà dura, sarà lunga, sarà senza pietà…anche grazie a queste tre donne, scelte con il lanternino, per il loro esser parte di un sistema infame composto da banchieri, massoni, ciellini, democristiani e anche difensori di torturatori e quant’altro.
Sono tanti quelli che si sentono tranquillizzati dalla presenza femminile così dotta e preparata: io vi auguro mille signore Tatcher, mille Golda Meir…perché ve le meritate.

Auguri Italia, stiamo nella merda!

“Non possiamo che esprimere apprezzamento per il livello professionale e intellettuale
dei ministri che entreranno a far parte del governo Monti” (Oliviero Diliberto)

Tortura in carcere: è il turno di Asti

26 ottobre 2011 4 commenti

Avete i capelli lunghi al punto di poterli legare per un codino?
Provate a immaginarvelo, il vostro amato codino, mentre rimane in mano ad un agente della polizia penitenziaria perché ve lo tira talmente forte da strapparvelo di netto, tutto in un colpo.
Provate ad immaginare il freddo che può fare in pieno inverno a 5 km dal centro di Asti: e allora immaginatevi nudi, in una cella sporca, con una rete priva di materasso ed un finestrone con sbarre ma senza finestre, aperto.
Immaginatevi PER GIORNI, completamente nudi, senza un posto dove poggiarvi perché avete solo delle coperte lerce da stendere a terra, e se provate ad accostarvi all’unica fonte di calore presente, un termosifone, venite immediatamente pestati, da una squadretta di sette otto ceffi, anfibi ai piedi e frustrazioni da sfogare.
Ovviamente non c’è solo quello; c’è mancanza di acqua corrente e di un bagno agibile, c’è il pestaggio almeno tre  volte al giorno, c’è il freddo cane che rosicchia le ossa nude, c’è la privazione del sonno, perché appena le palpebre crollano lo spioncino si apre e se ti dice bene sono urla e insulti, altrimenti si ricominciano le danze…e riparte il pestaggio, i calci, le posizioni che ti inventi per salvarti il viso, e i coglioni.

Però non stiamo parlando dell’Asinara o di Palmi negli anni più bui della storia d’Italia.
Parliamo di ieri, di oggi, di questo momento, di sempre.
In questo caso sappiamo qualcosa in più, in questo caso le vittime sono due italiani che hanno un nome e un cognome: Andrea Cirino ha 33 anni e le sue parole non sono facili da ascoltare.
«Non mi facevano dormire.Faceva così freddo che ero costretto a stare tutta la notte per terra, attaccato a un piccolo termosifone. Non appena mi addormentavo, alzano lo spioncino e gridavano: “Stai sveglio, bastardo!”. Poi arrivavano i passi con gli anfibi e allora capivo: mi rannicchiavo. Loro entravano in sette od otto nella stanza e partivano calci, pugni, schiaffi. Speravo solo che la raffica finisse, ma non finiva mai».
Claudio Renne di anni ne ha 37 e non ha più il suo codino oltre ad avere su di se e dentro di se i chiari segni di una tortura. Perché le celle lisce dove sono stati chiusi, affamati, pestati, ghiacciati questi due detenuti (pare avessero aggredito un agente giorni prima) sono un palese simbolo di quello che è la gestione in Italia dei corpi prigionieri.

Sono fatti del 2004, usciti fuori a pochi mesi dalla prescrizioni attraverso l’indagine di due sostituti procuratori che hanno ottenuto il processo contro 5 agenti, mentre setti sono stati prosciolti lo scorso luglio.
L’articolo uscito su La Stampa ci dice di incontrovertibili prove: dalle testimonianze dei detenuti a quelle di ex agenti della Polizia penitenziaria, oltre ad alcune intercettazioni telefoniche.

IN QUESTO PAESE LA TORTURA E’ SEMPRE ESISTITA,
E CONTINUA AD ESSER PRESENTE NELLE NOSTRE CASERME, CARCERI, LAGER DI STATO.
TUTTI COLORO CHE RIEMPIONO LA PROPRIA BOCCA DI GRANDI DISCORSI SULLA NON VIOLENZA DAVANTI ALLA RABBIA DI CHI FRONTEGGIA LA POLIZIA PRENDESSE PAROLA A RIGUARDO,
RIEMPISSE FIUMI E FIUMI DI PAROLE CONTRO LA VIOLENZA DELLO STATO CHE OGNI GIORNO SI COMPIE SUI CORPI DEI PIU’ DEBOLI E DEGLI SFRUTTATI.

L’articolo sul Manifesto con l’intervista ad uno dei due detenuti: LEGGI

“I ricchi hanno Dio e la Polizia, i poveri stelle e poeti” …da una cella di Palestina

18 ottobre 2011 8 commenti

La cella m’ha insegnato a viaggiare verso spazi lontani, e a scrivere anche verso spazi lontani.
Il carcerato, sempre, viaggia con la mano nell’acqua e tenta di scrivere con la voce. Tre mesi, durante i quali non leggemmo nè un giornale, nè un libro.
Uno dei carcerati per alleviare la paura della tortura chiese un Corano: gli portarono una Bibbia!
– La cella è impura – dissero – il Corano non entra nella cella.

Foto di Valentina Perniciaro _sempre lo stesso muro_

Così ci imposero, a noi reclusi palestinesi nella prigione militare, le divinità d’Israele. Così, di nuovo, tornò Sansone l’Israeliano: l’avevamo lasciato a Gaza, un mucchio di pietre sopra il quale c’è una cupoletta, tuttora esistente nei pressi della scuola statale.
Adesso ce lo riportavano come carceriere nella prigione militare

* * * * * *

In cella non vuoi un gallo che canti, ma una nave che viaggi.
Jawhari voleva viaggiare di notte; di giorno doveva menarci per cento terzi, di notte cantava per contro suo. Il secondino era innamorato.
– Dicono che scrivi canti.
Ti prende la gioia perchè quando il tuo carceriere si ricorda ch’un giorno avevi una penna in mano, c’è caso che per qualche minuto si dimentichi della frusta che è nella sua.
– Scrivi!
– Scrivo che?
– Scrivi un canto per me.
E scrissi il mio primo canto in cambio d’una sigaretta.
La seconda settimana il secondino recapitò la mia prima lettera; mi aveva dato penna e carta e io scrissi la mia prima lettera che spedii per suo tramite.
Era per la mia fidanzata Vittoria, e fu il primo progetto di nozze palestino-egiziane ad entrare nel carcere militare.
Così il carceriere diventò un solerte postino nel carcere militare

* * * * * *

Foto di Valentina Perniciaro _lune e prigioni_

La pioggia è la mia migliore amica. Quando la pioggia cade, s’infila nella serratura della cella, la apre e tu esci. La nave è sempre lì, davanti alla porta della cella, ad aspettarmi. Ora viaggi nel grano.
Quando si mescolano due colori ne esce fuori un terzo, ma cosa succede al recluso quando il carceriere mischia la sua frusta con centinaia di grida?
La tortura arriva sempre dall’esterno della cella. Quando cominciano a torturare quello della cella accanto, cominciano a torturare anche te, te che aspetti il tuo turno: sanno d’allungarti la tortura con l’attesa. Forse il tuo turno non è questa notte eppure lingue di fuoco hanno già preso a bruciarti le ossa. Ogni urlo che t’arriva dall’esterno della cella è una lingua di fuoco. Il fumo del fuoco filtra dal corpo del tuo vicino: lo sgozzano col fuoco e ti soffocano col fumo. Il fumo filtra nella cella, aghi, chiodi: ti conficcano il fumo nelle ossa come fossero aghi, chiodi. E’ un’esperienza alla quale t’hanno già abituato e sta a te ricordarti di qualche cosa che ti faccia resistere.
Le voci entrano nella tua cella tutte mescolate come urla d’un’anatra selvatica caduta in trappola.

Il carceriere strofina la sua mano sul muro della mia cella: sulle sue dita c’è il sangue di Farid.
Hamza Basyuni, direttore del carcere, giunge adesso, giunge al momento opportuno. Dall’esterno arrivano urla mentre lui all’interno grida:
– Scrivi soltanto che non sei comunista!
Adesso ti danno la penna, quelli che t’hanno spezzato le dita. Adesso ti danno la carta, quelli che t’hanno spogliato dei tuoi vestiti; quelli che non conoscono altre penne che le zanne dei cani poliziotto. Volevano che tu scrivessi. E allora ti ricordi degli occhi di tua madre, del mare di Gaza nel quale hai imparato a nuotare a sette anni. E tu allora vedi con chiarezza il viso di Fakhri Murqa, il sergente della centrale di polizia che mise tutti i fucili della centrale nel bagagliaio della sua auto e scappò per raggiungere la brigata dello shaykh Hasan Salama.
Da bambino andai a trovare Fakhri Murqa nella prigione di Acca: era stato condannato alla pena di morte, poi tramutata in ergastolo. Fuggì dalla prigione e arrivò a Gaza nel 1957.
Lo amai molto, soleva ripetermi:
“I RICCHI HANNO DIO E LA POLIZIA. I POVERI HANNO LE STELLE E I POETI”

tratto da “Dafatir filastiniyya” _Quaderni Palestinesi_ di Mu’in Bsisu
Traduzione di Angelo Arioli

Aggiornamenti dalle carceri israeliane: DIFFONDIAMOLI

7 ottobre 2011 3 commenti

Il 27 settembre è iniziato uno sciopero della fame dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, per chiedere la fine delle condizioni di detenzione che in migliaia vivono, per chiedere la fine dell’isolamento per Ahmad Sa’adat e la fine delle politiche repressive nei confronti dei familiari e dei visitatori dei prigionieri, costretti a subire costanti vessazioni che spesso rendono impossibile anche solo un’ora di colloquio al mese con i propri cari in regime di detenzione, nelle carceri di un paese occupante.
Chiedono la fine degli abusi durante le traduzioni da un carcere all’altro e molto altro, oltre che la solidarietà internazionale e la diffusione delle notizie sulla lotta che stanno portando avanti, sul proprio corpo, l’unica cosa a loro disposizione.

Ovviamente le autorità israeliane e i funzionari del dipartimento che gestisce le carceri nel paese dell’Apartheid hanno risposto aumentando la violenza psicologica e le condizioni dei detenuti: dal carcere di Nafha i detenuti politici palestinesi raccontano delle minaccie subite sulla negazione dei colloqui con i familiari. Per ogni giorno di partecipazione allo sciopero della fame ci sarà un mese di divieto di incontro con i propri cari. In molti sono stati trasferiti in altri carceri, di cui ancora non si riesce a conoscere il nome.
I membri del F.P.L.P hanno subito tutti il trasferimento in celle di isolamento e la confisca di tutti i loro beni personali, compresi i propri vestiti.
Durante una visita con le famiglia le autorità delle prigioni dell’occupante israeliano hanno sequestrato i documenti di identità di tutti i loro familiari dando come motivazione proprio la partecipazione allo sciopero della fame, che li precluderà per mesi a qualunque incontro, compreso quello con il proprio avvocato.
Nella prigione di Asqelan infatti è stato vietato l’accesso ad un’avvocato che doveva visitare i prigionieri Ahed Abu Ghoulmeh, Allam Al-Kaabi e Shadi Sharafa: gli è stato comunicato che in quanto partecipanti all aprotesta, non potranno incontrare i loro avvocati, non si sa fino a quando.

Oltre ai prigionieri militanti del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, che hanno iniziato questa mobilitazione in nome del loro rappresentante Ahmad Sa’adat (detenuto a Gerico) si stanno unendo molti altri prigionieri, come alcuni componenti di Fatah, tra cui quelli che hanno il triste primato di essere da più tempo in regime di detenzione: Fakhri Barghouti entrato nelle carceri israeliane 34 anni fa, ed Akram Mansour,malato di cancro, detenuto da 33 anni.
Anche molte donne prigioniere stanno partecipando alla lotta: Sumoud Kharajeh, Linan Abu Ghoulmeh, Duaa Jayyousi e Wuroud Kassem sono state trasferite in isolamento totale mentre Linan Abu Ghoulmeh è stata messa in regime di detenzione amministrativa in modo totalmente arbitrario.

PER SEGUIRE GLI AGGIORNAMENTI: The Campaign to Free Ahmad Sa’adat

DIFFONDIAMO QUESTA NOTIZIA, CREIAMO SOLIDARIETA’ ANCHE PER I PRIGIONIERI PALESTINESI, PROPRIO ALLA LUCE DELLE DISCUSSIONI SULLO STATO PALESTINESE.
NON PUO’ ESSERCI STATO SENZA LA LIBERAZIONE DI TUTTI I PRIGIONERI,
SENZA IL DIRITTO AL RITORNO DI TUTTI I PROFUGHI,
SENZA LA FINE TOTALE E DEFINITIVA DEL REGIME DI APARTHEID,
SENZA LA CANCELLAZIONE DELL’OCCUPAZIONE MILITARE E L’ABBATTIMENTO DEL MURO DI SEPARAZIONE E DEGLI INSEDIAMENTI.
PALESTINA LIBERA.

Esercito israeliano: magliette e foto ricordo di un genocidio

11 settembre 2011 3 commenti

The New Abu Ghraib

Aprite questo link, ma apritelo con calma.
Sappiate che vedrete una pagina che fa male, dalla prima all’ultima foto.

il certosino lavoro dei soldati israeliani: puntare agli occhi e alle ginocchia dei bambini...li addestrano così

In questo blog avevamo già parlato delle magliette ordinate e poi orgogliosamente indossate da un paio di reparti dell’Israel Defence Force ( il titolo del post parla da solo: “Una donna incinta? con un colpo DUE morti!“) , magliette che nemmeno le S.S. avrebbero ostentato con tanta soddisfazione.
Nel link che invece vi ho lanciato oggi, che in pochi secondi potrebbe rovinare la vostra domenica, ce ne sono delle altre: nuovi modelli, slogan simili.
Ma anche una collezione di immagini “ricordo” scattate dai soldati israeliani durante le loro incursioni nei Territori Occupati come a Gaza,
sono foto scattate dentro gli appartamenti rastrellati, sopra i cadaveri di persone e bestiame.
Dei massacri dei precedenti secoli non abbiamo immagini, lo Stato di Israele ci “dona” la possibilità di averle comunque davanti agli occhi.
E ogni tanto, per quanto male faccia, bisogna ricordarlo.

Più son piccoli, più è complicato

difficile anche solo pensare ad una didascalia...

per le altre immagini potete andare sul link ad inizio pagina.
A me la rabbia e la nausea non mi permettono di più … però le metto anche come commento a tutti quelli che in rete dicono che l’assalto all’ambasciata israeliana al Cairo è stato un atto INCIVILE. Fatela finita, abbiate il buon gusto di non parlare di civiltà.

Cina: una riforma per instaurare lo Stato di Polizia

4 settembre 2011 2 commenti

La Cina avanza a passo spedito verso il capitalismo del nuovo millennio e si conferma tra i portabandiera del massacro delle libertà individuali.

La proposta di legge fa rabbrividire ma, malgrado la notizia abbia una decina di giorni, sembra essere completamente sfuggita ai nostri eccelsi giornalisti; nessuno ne ha parlato da queste parti.
Il governo cinese vuole dare nuovi poteri alla sua polizia alla luce delle oltre 80.000 proteste l’anno -sedate con la più becera repressione- che si accavallano nello sterminato paese, mosse da minoranze che da intere comunità e categorie in lotta, di cui noi ignoriamo praticamente tutto.
Nuovi poteri per acciuffare e tenere in stato di detenzione i sospettati: un arresto “occulto” che può durare fino a sei mesi.
Praticamente è la legalizzazione del rapimento di stato: basta un sospetto e rischi fino a 6 mesi di scomparsa: ti acchiappano senza comunicare nulla alla tua famiglia, alla stampa, al mondo. Sparisci nel nulla, per lunghi sei mesi, detenuto in un luogo che non esiste.
Sarebbe una variazione della “sorveglianza domiciliare” che permetteva ad alcuni sospetti (in questi mesi c’è stata un’escalation di arresti di attivisti, dissidenti e avvocati), un sistema di controllo più leggero del carcere. Così la comunicazione alle famiglie doveva esser data entro 24 ore (anche perché l’arresto era domiciliare) e un procuratore doveva confermare lo stato di privazione di libertà entro un mese.
Modificando tutto ciò il potere repressivo nelle mani della polizia diventerebbe preoccupante: nessuna comunicazione alle famiglie “perché potrebbero ostacolare le indagini”, detenzione in luoghi completamente sconosciuti all’opinione pubblica, prolungamento a sei mesi per la convalida del fermo.
Quasi da rimpiangere la Lettre de Cachet delle monarchie francesi, in cui bastava il timbro del re per finire in gattabuia: almeno si finiva in gattabuia, qui si sparisce nel nulla …

Tortura e leggi speciali: botta e risposta con Miguel Gotor

31 agosto 2011 36 commenti

AGGIORNAMENTO 18 GIUGNO 2013: LA CORTE DI APPELLO DI PERUGIA DICHIARA AMMISSIBILE LA RICHIESTA DI REVISIONE DEL PROCESSO TRIACA.
IL 15 OTTOBRE 2013 LE TORTURA ANDRANNO ALLA SBARRA E LA VERITA’ VERRA’ RISTABILITA.
LEGGI QUI LE NOVITA’, OTTIME: LEGGI

Da uno storico avrei accettato del cinismo, un commento come “infondo facevate la guerra allo Stato e quello non poteva far altro che usare i mezzi che solitamente gli Stati usano per combattere i propri nemici: tortura, galera e morte.

Il pene di Cesare Di Lenardo

Invece no, qui siamo al negazionismo più totale sulla storia recente del nostro paese: Miguel Gotor ha pubblicato un libro sulle Brigate Rosse che pesa qualche kg, ed ha il pedigree dello storico al contrario di tutti quelli che invece riempiono gli scaffali delle nostre boutique di carta stampata.
Da uno storico ci si aspetta che si faccia storia, punto.
Invece nell’articolo di risposta a Cesare Battisti, comparso sulle pagine di Repubblica il 29 agosto, compie un vero e proprio atto di negazionismo.
Nel negare che ci son state delle torture sui corpi dei prigionieri politici (quasi tutti membri delle Brigate Rosse o di Prima Linea) si fa una bieca operazione, sporca, irrispettosa verso la storia, verso quei corpi e verso i tribunali che hanno anche sentenziato a riguardo.
Negare che il pene di Cesare Di Lenardo è stato torturato, è impossibile, perché lo dicono delle fotografie e delle carte processuali:
nessuno ha scontato il carcere per le torture sul suo corpo perché i reati erano prescritti e perché siamo un paese che malgrado condanni anche i ladri di mele, non ha mai preso in considerazione la tortura.
Negare che i capezzoli e le vagine di Emanuela Frascella e Paola Maturi siano stati torturati è una vergogna.
Negare che il giovane giornalista Pier Vittorio Buffa abbia fatto il carcere perché ha provato a tirar fuori le torture padovane, è impossibile e vergognoso.
Uno storico non può farlo, se non vuole fare del negazionismo.
Uno storico non deve farlo se di mestiere non fa il servo.
Questo blog ha una sezione intera dedicata alla tortura in Italia, una sezione che dovrebbe e potrebbe essere molto più ricca di materiale, quindi, leggete e diffondete, ma soprattutto, cercate altro materiale e fatelo circolare.
CORRISPONDENZA di commento su Radio Onda Rossa:
una chiacchierata insieme a Paolo Persichetti, ex esponente della lotta armata e attualmente in regime di semilibertà ( il suo blog è Insorgenze), sulla tortura e lo stato d’emergenza in Italia durante quegli anni, fino allo stato d’emergenza permanente.
ASCOLTA LA CORRISPONDENZA 
QUI SOTTO LA RISPOSTA DI GOTOR A QUESTA PAGINA E A QUELLO CHE CI SIAMO DETTI IN RADIO…
sperando che il dibattito prosegua
I LINK SULLA TORTURA
1) Introduzione al libro di Alleg di Jean-Paul Sartre
2) 
breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
 3) Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
4)  
Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
5) 
Arresto del giornalista Buffa
6) 
Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
7) 
Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
8 ) 
Il pene della Repubblica
9) 
Ma chi è il professor “De Tormentis”?
10)
 Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
11) 
De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
12) Una lettera all’albo degli avvocati di Napoli
13) Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
14) Le torture su Alberto Buonoconto 1975
15) La sentenza esistente
16) Le torture su Sandro Padula, 1982
17) 
La prima parte del testo di Enrico Triaca
18) Seconda parte del testo di Triaca
19) L’interrogazione parlamentare presentata da Rita Bernardini
20) 
” Chi l’ha visto? ” cerca De Tormentis, alias Nicola Ciocia
21) 
Due firme importanti: Adriano Sofri e Pier Vittorio Buffa
22) Mauro Palma, sulle pagine de Il Manifesto
23) L’interrogazione parlamentare cade nel vuoto
24) L’intervista mia e di Paolo Persichetti a Pier Vittorio Buffa
25) Cercavano Dozier nella vagina di una brigatista 

Arresti, pestaggi, sevizie e torture: Grecia 2011

22 luglio 2011 1 commento

Alle barbarie rispondiamo con la solidarietà

Alba di sabato 9/7, Eksarxeia. Ancora un caso “isolato” di violenza poliziesca: X.K, 22 anni, uscendo da un concerto per la raccolta fondi
a favore degli arrestati durante i scioperi del 28-29 giugno al politecnico di Atene, ha subito un barbaro attacco dai “guardiani della  democrazia” in divisa. Fratture al cranio, alle braccia, alla spalla, alle gambe e danni ai reni sono i risultati delle pratiche dei servitori
del “ministero della protezione del cittadino”.
X.K non solo non ha avuto le cure mediche immediate di cui aveva bisogno ma e’ stato trattenuto a GADA (la centrale della polizia ad Atene) dove ha avuto “un speciale trattamento”, i torturatori versavano dell’acool etilico sul suo corpo. Affronta delle accuse pesanti per reati che comportano anche l’arresto immediato.
Denunciamo gli organi del mantenimento dell’ordine i quali, in maniera sistematica, usano la violenza e fabbricano delle accuse senza  fondamento. Denunciamo il comportamento del pubblico ministero che non ha rilevato nessuna violazione del diritto della legalità borghese anche nel caso di una persona insanguinata e barbaramente picchiata.
Denunciamo il governo che si sta servendo di pratiche totalitarie. Nella Grecia dei memorandum 1 e 2 la sola risposta dello stato alla rabbia
sociale e alla solidarietà sociale è la barbarie. Esigiamo dal potere giudiziario di svolgere il suo ruolo da potere indipendente e a valutare le responsabilità oggettive.
Ritiro immediato delle accuse a carico di X.K.
Solidarietà agli arrestati dei due giorni di sciopero.

Assemblea popolare Xolargos-Papagou (quartieri periferici di Atene, n.d.t.)

Lettera del ragazzo di 22 anni, che è stato ricoverato in ospedale dopo essere stato arrestato con violenza da una squadra di polizia, mentre lasciava il concerto auto-organizzato dalla stazione radio libera 98 FM al Politecnico di Atene Venerdì, 8 luglio (dopo mezzanotte).

Il 14 luglio un giudice istruttore ha visitato l’ospedale di Erithros Stavros [Croce Rossa], dove C.K. è stato ricoverato, dopo esser stato ferocemente picchiato dai poliziotti il Venerdì, appena fuori dal Politecnico. Il giudice istruttore ha dichiarato che C.K. è “pericoloso per la sicurezza pubblica” e ha emesso la decisione per la sua carcerazione cautelare. Quando ha visto le gravi ferite di C.K., ha avuto l’audacia di dire che “i poliziotti non fanno queste cose” e non si è preoccupata di prendere ulteriori informazioni per quanto riguarda l’incidente.
C.K. è accusato di reato a causa della testimonianza di un poliziotto contro di lui. Noi chiediamo a tutti coloro che erano presenti durante il momento dell’arresto e il pestaggio, un’aiuto per testimoniare in questo caso.

“All’alba di Sabato, 9 luglio, mentre stavo lasciando il concerto al Politecnico (Atene) all’altezza di via Bouboulinas, sono stato improvvisamente attaccato da una squadra di polizia anti-sommossa (MAT), che si trovava in un vicolo vicino. Una decina di uomini dell’unità di polizia anti-sommossa mi ha attaccato picchiandomi violentemente con i manganelli d’ordinanza, ma anche con pugni e calci. Mi picchiavano per lo più sulla testa e sulle costole con grande furia, molti di loro usando i manganelli dal lato di metallo e allo stesso tempo usavano frasi ingiuriose irripetibili.
Dopo pochi minuti, mentre ero sanguinante e in stato di semi-incoscienza mi hanno trascinato sul loro piu’ vicino furgone dove mi hanno lavato con acqua, etilene, alcol e qualsiasi tipo di liquido gli capitasse di avere intorno. Intorno alle 03.45 dopo mezzanotte, sono stato trasferito al quartier generale della polizia. Anche se la mia situazione era davvero brutta, nessuno mi prestava attenzione. Chiedevo un medico, dicendo loro che avevo dolori ma mi hanno risposto che prima dovevano portare a termine le procedure. Mi hanno lasciato sanguinante in un corridoio con indifferenza, nella situazione sanitaria in cui mi trovavo, anche quando ho perso i sensi.
La mattina dopo mi hanno annunciato che ero stato arrestato con l’accusa che… avevo lanciato una Molotov contro la squadra di polizia.
Anche se ho avuto un trauma profondo e una ferita profonda alcuni centimetri al centro del cranio e emorragie in diverse parti del corpo, mi è stato rifiutato il trasferimento in un ospedale adducendo che prima sarei dovuto comparire davanti al procuratore. Dopo mi hanno trasferito al tribunale dove sono stato formalmente accusato di due crimini e due infrazioni (attentato, possesso di esplosivi, disturbo della quiete pubblica e insulti). Poi sono stato trasferito in ospedale.
Dal mio incontro con le forze di ‘sicurezza’, a parte le accuse e il rischio immediato di essere incarcerato temporaneamente, ho ricevuto in ‘dono gratuito’ una serie di lesioni fisiche. Più in particolare, ho subito una frattura al centro del cranio, un profondo taglio in testa che ha avuto bisogno di 9 punti di sutura, un dente rotto, tagli sulla pelle del viso e delle orecchie, la fratturea del gomito e della spalla, una profonda ferita alla gamba che ha avuto bisogno di 10 punti, lussazione del ginocchio, ferite multiple provocate dai forti colpi dei manganelli alle costole e alla schiena, che mi hanno causato un’insufficienza renale.
Sono ricoverati in ospedale sorvegliato da poliziotti che cercano di rendere il mio ricovero ancora più difficile. Sono arrivati al punto di vietare di spegnere l’illuminazione della stanza, richiedendo me e gli altri pazienti di dormire con la luce accesa.
Lo scandalo più grande è che nel documento legale che è stato creato, a parte le false accuse contro di me, non si fà un minimo accenno agli abusi che ho subito. C’è solo la dichiarazione di un poliziotto (nessuno del resto della squadra di polizia vuol mettersi nei guai testimoniando o perché non hanno notato nulla o perchè hanno paura di assumersi la propria responsabilità). L’unica cosa che questo poliziotto ha notato sono stato io mentre lanciavo una molotov e poi che venivo arrestato (tutto secondo la legalità).
Non so ancora se ci sono danni permanenti per la mia salute. Ciò che so per certo, è che volevano uccidermi.
Ecco alcune foto, del risultato del mio incontro con la polizia, chiedo a tutti coloro che hanno assistito all’attacco contro di me o ha qualche materiale fotografico di contattarmi al seguente indirizzo e-mail: solidarity_xk@yahoo.gr.

X.K.”

Sri Lanka, crimini impuniti

16 giugno 2011 1 commento

Io ho impiegato più di tre ore a vedere questo video, malgrado duri cinquanta minuti.
Perché non è sopportabile. Perché troppo spesso manca il respiro e la resistenza.
E’ stato pubblicato da Peacerporter, che ringrazio infinitamente perché dona spazio ad un pezzo di mondo dilaniato che a nessuno interessa.
Perché non si può non far circolare questo documentario.

DA PEACEREPORTER
I cinquanta minuti del documentario di Channel 4 intitolato ‘Sri Lanka’s Killing Fields’, frutto di due anni di lavoro, mostrano video, foto e testimonianze inedite di combattenti e civili tamil sistematicamente giustiziati dai soldati singalesi con un colpo alla testa, molti dopo essere stati torturati e, nel caso delle donne, stuprate. Cadaveri sparsi o allineati a terra, denudati e oltraggiati dai militari, poi lanciati e accatastati sui cassoni dei camion dell’esercito, tra lo scherno e le battute a sfondo sessuale di giovani soldati trasformati in bestie.
Immagini impressionanti e disumane, la cui autenticità – come già capitato in precedenza – è stata contestata dal ministero della Difesa dello Sri Lanka, ma certificata dagli esperti del Consiglio per i diritti umani dell’Onu di Ginevra.

Dopo aver visionato il video in anteprima, il relatore speciale dell’Onu per le esecuzioni extragiudiziali, Christof Heyns, ha dichiarato che esso ”contiene le prove definitive deicrimini” commessi dal governo di Mahinda Rakapaksa.
”Sono rimasto scioccato da queste scene orribili – ha affermato il ministro degli Esteri britannico, Alistair Burt – che costituiscono una prova evidente delle violazioni dei diritti umani su cui il governo dello Sri Lanka deve indagare, se non vuole affrontare un’azione internazionale”.
Oltre alle immagini delle esecuzioni sommarie (che iniziano dal 33esimo minuto del filmato), il documentario ripercorre le ultime drammatiche settimane di guerra (gennaio-maggio 2009), durante le quali almeno 40 mila civili tamil sono stati uccisi dalle forze singalesi comandate da Mahinda Rakapaksa e da suo fratello Gotabhaya, capo della Difesa. Gordon Weiss e Benjamin Dix, responsabili della missione Onu in Sri Lanka, raccontano alle telecamere di Channel 4 la frustrazione e la rabbia che provarono quando furono costretti dal governo di Colombo a lasciare la zona di conflitto alla vigilia dell’offensiva finale, ricordando la disperazione della popolazione che li supplicava di non abbandonarli a morte certa.
Vengono poi raccontati, con immagini e testimonianze inedite, i sistematici bombardamenti dell’esercito sulle ‘No Fire Zone’ in cui il governo aveva intrappolato centinaia di migliaia di civili tamil sfollati: bombe sulle tendopoli, bombe sugli ospedali strapieni di donne, vecchi e bambini feriti, bombe sulle colonne di profughi in fuga, bombe sulle linee dirifornimento umanitarie.
Una carneficina frutto non di errori balistici, ma di criminale pianificazione. Testimoni raccontano come le coordinate degli ospedali temporanei che la Croce Rossa Internazionale forniva ai generali singalesi per evitare che li bombardassero per errore, venivano invece usate per prendere meglio la mira: 65 granate in poche settimane, quasi ogni giorno, e quasi sempre sparate a distanza di pochi minuti, così da uccidere anche i soccorritori.
‘Sri Lanka’s Killing Fields’ – che non manca di denunciare i crimini dei guerriglieri tamil, accusati di aver usato i profughi civili come ‘scudi umani’ sparando contro chi cercava di fuggire – racconta infine il destino dei civili tamil superstiti, internati in campi militari senza cibo e cure mediche e sottoposti a torture e stupri, e l’occupazione militare cui ancora oggi sono sottoposte le regioni del nord, con notizie di abusi e soprusi di ogni genere.
”Due anni fa – è la conclusione del documentario – la popolazione civile tamil implorava la comunità internazionale di non abbandonarla ed è stata tradita. Oggi i sopravvissuti chiedono alla comunità internazionale di avere giustizia: saranno ancora abbandonati?”.
La risposta sembra contenuta nelle parole di Steve Crawshaw, dirigente di Amnesty International, anch’egli intervistato nel filmato: ”Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha votato all’unanimità per deferire alla corte internazionale dell’Aja il regime libico: il contrasto tra questo e l’assoluto silenzio e la totale inazione di fronte a decine di migliaia di morti in Sri Lanka è impressionante, inspiegabile e moralmente indifendibile”.

Enrico Piovesana

Grecia sotto attacco dalla comunità europea: carceri e Cie come lager!

17 marzo 2011 Lascia un commento

Sapete che esiste un Comitato per la prevenzione della tortura nel consiglio d’Europa?
Pare che esista si, proprio così, ma il fatto che come nome si sia scelto Cpt non fa ben sperare visto che a casa nostra erano i Centri di permanenza temporanea, poi trasformati negli attuali Centri di identificazione ed espulsione. Lager dedicati a persone che non hanno commesso alcun reato, se non quello di non avere documenti nelle proprie tasche. Questo Cpt, quello europeo, per la prima volta nella sua vita (è nato nel 1989) ha proferito parola attaccando un paese membro della comunità europea, la Grecia.

Il paese viene attaccato per la gestione delle sue carceri, per la condizione che vivono i detenuti: le prigioni greche, è scritto, sono “depositi di carcerati” dove non è garantita una condizione minimamente umana di vita dall’amministrazione penitenziaria che, racconta il documento, in alcuni casi ha completamente lasciato allo sbaraglio e quasi all’autogestione alcuni penitenziari. L’attenzione di questa denuncia pubblica focalizza l’attenzione anche e soprattutto sui centri di detenzione dedicati ai migranti. Un paio di mesi fa una delegazione del Cpt è entrata nel centro di Soufli e per accedere hanno dovuto camminare sulle persone sdraiate a terra, stipati come bestie: 146 persone private della propria libertà in 110 metri quadri, con un solo bagno e una sola doccia…in molti sono rimasti in questa condizione per più di 4 mesi. Ancora i racconti provenienti da Filakio raccontano condizioni similari, riservate a centinaia di adolescenti, famiglie, bambini che non possono uscire dalla loro maledetta gabbia nemmeno per una manciata di minuti al giorno.
Un disastro umanitario indegno, non diverso dal nostro.

 

La tortura in Egitto, ecco una sfilza di corpi

8 marzo 2011 Lascia un commento

Amnesty International dopo aver preso visione di queste immagini ha immediatamente avvertito e sollecitato le autorità egiziane perchè si avvii immediatamente un’indagine su scatti che mostrano decine di corpi di detenuti del carcere di al-Fayoum (nel deserto egiziano, ad un centinaio di kilometri da Il Cairo) apparentemente morti dopo tortura. I video sono stati girati tutti e tre nell’obitorio di Zenhoum l’8 febbraio di quest’anno, a rivoluzione in corso, da Malek Tamer, fratello di uno di quei corpi torturati e poi uccisi. Amnesty racconta dalle pagine del suo sito che Malek si era recato in obitorio perché avvertito da un amico, che aveva riconosciuto il fratello tra quei corpi, tutti con il nome attaccato sulla fronte con un pezzo di carta. Le immagini testimoniano, attraverso le ferite presenti sui cadaveri, delle torture subite prima di essere uccisi ed ora le autorità egiziane dovranno aprire un’inchiesta per stabilire le circostanze della morte di tutti e 68.
Questo numero è quello riportato nella lista presente nell’obitorio di Al-Fayoum, uno dei penitenziari più grandi del paese. La maggior parte delle ferite visibili sono su testa, bocca ed occhi, alcuni hanno bruciature o colpi di arma da fuoco ed alcuni le dita delle mani amputate e quelle dei piedi prive di unghie..

Malek Tamer, all’interno dell’obitorio era con Mohamed Ibrahim Eldesouy, il cui fratello è stato ritrovato lì: entrambi sono stati visti l’ultima volta il 30 gennaio, quando sono stati trattenuti dall’esercito in stato. La comunicazione data alle famiglie era per entrambi la stessa: avrete informazioni sul luogo di detenzione del vostro familiare entro due giorni presso il dipartimento penitenziario gestito dal ministero dell’interno. Una settimana dopo eccoli spuntare morti all’obitorio: il certificato di morte parla di soffocamento per uno e di cause da accertare per l’altro.
Delle quasi ventiduemila persone evase o fuggite durante i giorni della rivoluzione, più della metà sarebbe stato riarrestato o si sarebbe ricostituito, stando alle notizie di Amnesty International

 

Egitto: finalmente si assalta la polizia segreta e i corpi di sicurezza dello stato! Yalla!

6 marzo 2011 1 commento

Al-jazeera ci racconta passo passo, rincorrendo gli eventi, quello che sta accadendo per le strade d’Egitto da ieri sera.
Dicevo appena l’altro giorno come “la pulizia” sia lenta in questa rivoluzione egiziana, ma da ieri sembra aver accelerato i tempi.
Migliaia di persone stanno assaltando diverse sedi, al Cairo come in altre città del paese, numerose sedi dell’ Amn el-Dawla, corpo della Sicurezza dello Stato, la polizia segreta e quella investigativa. Quella che chiamiamo, come il popolo egiziano, la Baltagheyya: le squadracce di Mubarak che in questi trent’anni di regime hanno monitorato, controllato, rinchiuso, torturato e ucciso.

Foto di Valentina Perniciaro _Il Cairo, piazza Tahrir e i suoi martiri_

Quello che sembra avvenga in queste ultime ore in queste sedi è un “doppio” attacco: da una parte i manifestanti che assaltano per rabbia le sedi dei loro aguzzini, dall’altra anche il tentativo di bloccare tutti quei poliziotti che qua e là stavano tentando di far sparire col fuoco molta documentazione compromettente sui loro abusi, perpetrati per decenni ( ci sono stati arresti decennali mai notificati alle famiglie, torture, morti mai segnalate, sparizioni …molte cose legittimate dalle leggi speciali, prima cosa che il nuovo popolo d’Egitto ha chiesto di abbattere!)
L’emittente al-jazeera, attraverso le parole di Lubna Darwish, attivista e testimone degli ultimi eventi, ci racconta quello che sta accadendo nel quartiere di Nasr City, nel nord della capitale, dove sono stati assaltati sei palazzi, incluso il quartier generale dei servizi segreti.
“In ogni ufficio abbiamo trovato centinaia di fogli e fascicoli strappati e pronti al macero; allo stesso tempo nel perlustrare gli edifici abbiamo trovato un piano sotterraneo contenente

Foto di Valentina Perniciaro _Il Cairo e le fiamme allo Stato_

venti celle di sicurezza.
Sullo stesso piano abbiamo trovato uno stanzone contenente faldoni e documentazione su praticamente tutti gli attivisti del paese. Sono stati in molti a trovare la propria foto.”
Tutte le notizie confermano che l’esercito ha provato a bloccare i manifestanti ma non ha mai usato la forza: in un episodio hanno salvato un ufficiale della Sicurezza di stato che era stato preso dalla folla infuriata e che è stato chiuso all’interno di un tank per evitare un linciaggio.
Sono molti i manifestanti a dichiarare che malgrado la vittoria schiacciante del popolo di piazza Tahrir contro Mubarak e le sue squadracce, gli uffici della polizia investigativa e dei servizi segreti funzionavano ancora a pieno regime: un’altra pagina della rivoluzione -necessaria- è iniziata solo ieri.

Nel frattempo, in nottata, è stato nominato come nuovo ministro degli Interni il generale Mansur al-Essawy. Ha preso il posto di Mahmud Wagdy, di cui tutti chiedevano le dimissioni, designato da Mubarak già durante i giorni di rivolta, nel rimpasto tentato sotto pressione della piazza per cercare di rimanere al potere.

Altre notizie e racconti dal popolo di Piazza Tahrir: QUI

Srebrenica-Israele: a ciascuno il suo Eichmann

19 gennaio 2011 3 commenti

A ciascuno il suo Eichmann
Uno degli assassini di Srebrenica arrestato in Israele, dove viveva dal 2006

Ormai pensava di averla fatta franca. Quindici anni dopo la strage di Srebrenica lo zelante soldato Aleksander, il boia Aleksander, pensava di potersi godere la sua nuova vita, con moglie e figli, quando il governo israeliano aveva concesso la cittadinanza israeliana. Adesso è stato arrestato, a Gerusalemme, in attesa di estradizione verso la Bosnia – Erzegovina. Ha sbagliato i suoi calcoli, però. Perché il governo di Sarajevo, come il vecchio Simon Wiesenthal faceva con i nazisti, non ha mai smesso di dare la caccia ai criminali di guerra. Aleksander Cvetkovic é uno di loro. Tra gli esecutori materiali del massacro più grande della storia recente d’Europa. Miliziano delle formazioni serbo-bosniache durante la guerra in Bosnia, nel 1995 era tra coloro che massacrarono in poco più di ventiquattro ore almeno ottomila civili musulmani dell’enclave di Srebrenica e dintorni. Alla fine della guerra, nel 1995, ha fatto perdere le sue tracce, come tanti altri. Molti, in questi anni, sono stati catturati.
Lo stesso Radovan Karadzic, leader politico dei serbi di Bosnia, langue nel carcere dell’Aja in attesa che il Tribunale Internazionale per la ex Jugoslavia emetta la sua sentenza. Manca all’appello ancora il generale Ratko Mladic, comandante militare dei serbo-bosniaci, ma si spera che arriverà presto il suo turno. Cvetkovic, oggi, ha 43 anni. Ha sposato una donna ebrea e, in base alla Legge sul Ritorno israeliana, che permette a ogni ebreo del mondo di chiedere e ottenere la cittadinanza d’Israele se si trasferisce a vivere nel Paese, ha ottenuto anche lui la regolarizzazione. Il mandato di cattura della magistratura bosniaca è stato recepito da quella israeliana e sarà una corte distrettuale di Gerusalemme a stabilire, nei prossimi giorni, se il fermo di polizia possa tramutarsi in estradizione.
Un problema non da poco, per Israele. In quanto cittadino israeliano, infatti, le accuse di Cvetkovic potrebbero non rientrare nella fattispecie dei crimini riconosciuti da Israele per l’estradizione. Tel Aviv, infatti, non ha mai ratificato i tribunali internazionali. Temendo di vedere, un giorno, i suoi militari o i suoi politici inquisiti per gli stessi crimini. Uno strano senso del diritto, questo. Nel 1960, a Buenos Aires, un commando del Mossad (servizio segreto israeliano) sequestrò Adolf Eichmann, gerarca nazista e ufficiale delle SS, con un ruolo di primo piano nello sterminio degli ebrei durante la Seconda Guerra mondiale, che si era rifugiato nell’America Latina dopo la guerra. Eichmann, senza che il governo argentino venisse coinvolto, venne trascinato in Israele, giudicato e condannato a morte. Lo spirito di quell’iniziativa era lampante. Non deve esistere nessun posto sicuro, al mondo, per chi si è macchiato di un crimine orrendo come quello della Shoah. Non è da meno il massacro di Srebrenica e lascia per lo meno esterrefatti che un Paese come Israele, noto per le sue procedure di sicurezza, non sapesse chi era Aleksander Cvetkovic quando questi ha richiesto la cittadinanza israeliana. Lascia ancora più perplessi, però, il mancato riconoscimento dei tribunali internazionali che proprio da quello di Norimberga presero la loro legittimazione etica e giuridica.
di Christian Elia, Peacereporter

Tortura in Grecia

17 novembre 2010 1 commento

Malgrado i 7000 agenti, malgrado l’allarme mutato ieri da arancione a rosso, malgrado le tonnellate di carta sprecata dietro a due ordigni artigianali che hanno rotto qualche vetro, l’imponente manifestazione prevista per oggi, anniversario della rivolta studentesca contro il regime dei Colonnelli del 1973, è andata benissimo.Solo piccoli incidenti di poco conto nella piazza finale del percorso, sotto l’ambasciata americana, dove ogni anno si usa terminare questa manifestazione: il terrorismo dei media di stato non è servito a criminalizzare questa giornata, solo a blindarla.

Quello che mi interessa molto sottolineare però, sempre dalla Grecia è una notizia venuta alla luce oggi, ma che noi denunciamo da molto tempo.
Parliamo di TORTURA ai danni di prigionieri, migranti e non.
Parliamo di condizioni di detenzione inaccettabili, di membri degli apparati di stato e forze dell’ordine che violano la dignità e il corpo delle persone arrestate.
Settanta pagine, infondo non ne servono tantissime, di accuse pesantissime dal CPT -Comitato per la Prevenzione della Tortura del Consiglio d’Europa- verso la Grecia. L’ultimo rapporto va solamente a rafforzare e se è possibile a peggiorare i tre precedenti redatti in questi anni a partire dal 2001: è un atto d’accusa molto grave contro le autorità greche e la loro ignavia davanti alla segnalazione di abusi così gravi. 
Alcuni esempi riportati nelle settanta pagine ci lasciano sgomenti: un uomo in stato d’arresto che viene minacciato di stupro e una volta portato in caserma viene spogliato e tenuto completamente nudo a braccia e gambe aperte piegato su un lavatoio mentre uno sbirro simula una penetrazione anale dietro di lui. E qui parliamo di uno stato di fermo in un carcere normale, in una caserma: figuratevi cosa può succedere in quei luoghi dove nessun occhio entra a guardare, dove solo i migranti vengono chiusi, in condizioni di sovraffollamento cronico e in condizioni igienico sanitarie lontane anni luce dall’esser accettabili.
In più, a conclusione del report, il Cpt chiede fermamente di porre fine alla pratica più che usata delle ispezioni vaginali ai danni delle detenute: è scritto che possono esser condotte in casi assolutamente eccezionali e comunque n condizioni che rispettino l’integrità fisica e la dignità umana della persona ( mi piacerebbe saper come).

 

Le “donne” dei prigionieri e la storia rimossa, la nostra storia

1 settembre 2010 20 commenti

AGGIORNAMENTO 18 GIUGNO 2013: LA CORTE DI APPELLO DI PERUGIA DICHIARA AMMISSIBILE LA RICHIESTA DI REVISIONE DEL PROCESSO TRIACA.
IL 15 OTTOBRE 2013 LE TORTURA ANDRANNO ALLA SBARRA E LA VERITA’ VERRA’ RISTABILITA.
LEGGI QUI LE NOVITA’, OTTIME: LEGGI

Quest’articolo lo lessi che ero poco più di una bambina, a tredici anni, riportato tra le note di un libro che cambiò la mia vita (regalatomi da una mano completamente inconsapevole):
Dall’altra parte”  – l’odissea quotidiana delle donne dei detenuti politici- di Prospero Gallinari e Linda Santilli.
Un articolo, un “reportage”, una testimonianza scossa di una giornata passata con le “donne dei detenuti” br e non, reclusi nel carcere speciale di Trani dopo appena un mese dalla rivolta. Le compagne di uomini fatti a pezzettini dai GIS, uomini con dita denti schiene e costole spezzate: detenuti politici che avevano messo a ferro e fuoco un carcere e che ora scontavano sulla loro pelle e quella dei loro cari la repressione dello stato.
Uno stato che doveva dimostrare la sua forza: uno stato che aveva mandato i GIS a sedare la rivolta …e c’era riuscito, ovvio!, peccato che al rientro dell’operazione – nei festeggiamenti per il capodanno- il generale che aveva guidato il masssacro è stato ucciso sul pianerottolo di casa.
Quest’articolo racconta il mai raccontato, quello vissuto da chi ha avuto la vita sventrata dal carcere, dalle leggi speciali, dall’ergastolo solo perchè madre, figlio, amore di un compagno prigioniero.

La tradotta di Trani ferma a Barletta. Per Trani si cambia.
Sul marciapiede, alle sette di mattina si riversano i familiari. Perlopiù sono donne, madri, compagne, sorelle. Nei venti minuti d’attesa prima che arrivi il Roma-Bari che bisognerà prendere al volo, di corsa dal giornalaio a raccattare quotidiani, di corsa al gabinetto, di corsa al bar a buttar giù un caffè; poi dieci minuti ancora , questa volta in piedi contro gli sportelli del treno, e giù di nuovo su un altro marciapiede, quello della stazione di Trani.
Qui il femminismo non avrebbe ragione d’esistere.
Le donne dei prigionieri sono forti, gestiscono le loro azioni con autorevolezza, a tratti perfino con allegria. Di fronte al procuratore capo De Marinis, ogni sabato, da quando c’è stata la rivolta, la dignità la chiarezza la determinazione sono loro […].
Il primo sabato: le visite e i pacchi sono sospesi. Il secondo, ancora niente visite e niente pacchi.  Le donne si organizzano, attuano il blocco dei cancelli, aspettano dieci ore, circondate dai carabinieri minacciosi, e commettono un peccato d’onestà: credono all’ufficiale che promette un colloquio con il direttore se il blocco viene tolto. Naturalmente l’ufficiale non rispetta la parola. Però i pacchi passano.
Il terzo sabato, ancora visite distanziate, ancora il ritrovarsi davanti al secondo cancello. Per ogni nome chiamato passa un’ora. I colloqui dovranno essere con i vetri. NO, prigionieri e donne dicono no. […]

Si decide di nuovo il blocco dei cancelli. […]
Da tutte le parti piovono autoblindo, e carabinieri, a nugoli come le mosche. Arriva anche un funzionario in borghese, forse Digos. Dice che le manifestazioni sono proibite, dice che bisogna sgombrare se no ci pensa lui, e infatti ci pensa.
I carabinieri si schierano a pochi passi dalle donne, faccia a faccia. Rigidi e neri che sembrano lì come per un film. Comparse che non conoscono tutta la trama, ma solo il povero ruolo che le riguarda. E caricano duro.
Piovono le botte e gli spintoni, ma il funzionario capisce che la loro è solo forza fisica.[…]
Le notizie che filtrano dall’interno sono come sassi in faccia e perdono ordine e priorità, trasformandosi in una sorta di onda d’urto che spinge le donne ad agire. Guardie incappucciate, da Ku Klux Klan, chiamano per nome i detenuti, e a mano a mano che uno viene crocifisso dalla luce dei fari, giù botte. Quindici prigionieri vengono trascinati sul tetto: le guardie che li tengono chiedono alle altre, in basso, se ci sono morti o feriti tra i loro colleghi. Sono pronte, a una risposta affermativa, a buttar giù i detenuti.
Il policlinico di Bari si lascia portari via dai carabinieri i feriti gravi. Ma questo è avvenuto subito dopo la rivolta. Le donne si sono già battute per organizzare una fitta rete di controinformazione, ma tranne le trasmissioni di poche radio libere e qualche stralcio di notizia censurata dagli stessi giornalisti che la passano, all’opinione pubblica non arriva niente.
Altre notizie, sassi in faccia. I prigionieri sono ammassati in cameroni e come unica forma di protesta possibile attuano la “guerra batteriologica”, buttano escrementi e immondizie nei corridoi e dalle finestre. I feriti curati alla bell’e meglio subito dopo la rivolta peggiorano. I punti vanno in suppurazione, alcuni hanno la febbre alta e non si reggono in piedi, altri hanno le ossa rotte, le mani le caviglie, le costole.
Falco il medico della prigione, che nome meglio di così non poteva avere, non si fa vivo. Neanche il Giudice di sorveglianza. […]
Quando vengono concessi i colloqui, le donne e i prigionieri li rifiutano: si vorrebbe ancora farli parlare attraverso vetri e citofoni. Vengono pestati e trascinati all’isolamento, ma non si illudano i carcerieri che questo possa spingere i detenuti o i loro familiari alla rinuncia della propria dignità umana. Le donne stendono una denuncia. La firmano nominalmente, la portano alla procura, la presentano come legge vuole,  anche se si immaginano che finirà in un cassetto. Trasmettono altri comunicati attraverso l’Ansa, ma anche su questi cala la nebbia.
Notte e nebbia. Nacht und Nebel sulle carceri speciali.
Notte e nebbia sulle coscienze. Nel paese delle interrogazioni parlamentari non si alza una sola voce, fosse anche semplicemente per chiedere. Ma di quello che accade o che potrebbe accadere nei lager di questa repubblica qualcuno dovrà pur rispondere.

Laura Grimaldi
Il Manifesto

29 Gennaio 1981

[A mamma Clara, a suo figlio Bruno]

I LINK SULLA TORTURA
breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
Arresto del giornalista Buffa
Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
Il pene della Repubblica
Ma chi è il professor “De Tormentis”?
Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
Le torture su Alberto Buonoconto
La sentenza esistente
Le torture su Sandro Padula
Intervista a Pier Vittorio Buffa
Enrico Triaca: così mi ha torturato De Tormentis

Kurdistan turco: armi chimiche contro i combattenti del PKK

25 agosto 2010 3 commenti

PER ORA NON PUBBLICO LE FOTO DI CUI SI PARLA: sono raccapriccianti
Armi chimiche contro i guerriglieri curdi? Fotografie diffuse da attivisti per i diritti umani accusano l’esercito turco
di Michele Vollaro

Sono foto raccapriccianti e sconcertanti, quelle che dimostrerebbero l’utilizzo di armi chimiche da parte della Turchia contro i guerriglieri curdi. Una serie di immagini che raffigurano i corpi di otto membri del Partito curdo dei lavoratori (Pkk), uccisi lo scorso settembre durante un attacco dell’esercito turco e poi gettati in un lago per tentare di nasconderne le prove.

REUTERS/Osman Orsal (TURKEY)

REUTERS/Osman Orsal (TURKEY) Soldati turchi nella provincia di Sirnak

I resti resi irriconoscibili da strane ustioni e mutilazioni causate dalle sostanze sprigionate. A denunciarlo per primi lo scorso 12 agosto il quotidiano tedesco Taz e il settimanale Der Spiegel, che hanno ricevuto le fotografie da una delegazione di attivisti, avvocati e medici tedeschi in visita in Kurdistan prima a marzo. I partecipanti alla delegazione, le immagini sono state consegnate loro da un’associazione curda per la difesa dei diritti umani, che per motivi di sicurezza non è possibile citare. Trentuno immagini che mostrano il ritrovamento dei cadaveri dei guerriglieri del Pkk, l’organizzazione armata fondata negli anni Ottanta da Abdullah Ocalan per opporsi al centralismo del governo turco, rivendicando autonomia politica e culturale a favore della minoranza curda nel paese. Le fotografie sono state poi consegnate ai media tedeschi nel mese di luglio, mentre nello stesso periodo un’altra delegazione composta da giuristi internazionali si è recata nella regione sud-orientale e ha ricevuto altre immagini che testimonierebbero crudeli violazioni sui cadaveri dei combattenti curdi e il probabile uso di armi chimiche.
In base al racconto dei membri dell’associazione per i diritti umani curda, i guerriglieri sono stati uccisi durante un attacco dell’esercito turco nei pressi del villaggio di Çukurca, vicino il confine con l’Iraq. Lo scorso 8 settembre, lo stato maggiore turco diede la notizia di un agguato in quel villaggio costato la vita a un soldato turco. E del conseguente invio in loco di elicotteri e di unità di rinforzo dell’esercito per combattere la ribellione. Quasi una routine in una zona considerata roccaforte della guerriglia curda, che – secondo informazioni diffuse da loro stessi – conterebbe attualmente circa 7.000 combattenti ben armati e addestrati, nascosti sulle montagne. Più volte le organizzazioni per i diritti umani, sia turco-curde sia internazionali, hanno denunciato violazioni da parte della Turchia delle convenzioni che regolano il diritto bellico, in questo conflitto che dura da oltre vent’anni. Denuncie che questa volta sono corroborate da una testimonianza e fotografie che non lasciano abito a dubbi.
Un residente del villaggio avrebbe osservato il combattimento: gli otto combattenti curdi si erano nascosti in una grotta per sfuggire ai soldati che avanzano. Questi, dopo averli scoperti, avrebbero sparato una granata nell’antro; poi, attesa una decina di minuti, i militari sarebbero entrati nella grotta per prelevare gli otto corpi senza vita e si sarebbero accaniti su di essi, sparandogli contro e passandoci sopra con i blindati. Prima di pubblicare la denuncia, Der Spiegel ha fatto controllare l’autenticità di queste immagini ad Hans Baumann, esperto tedesco di falsi fotografici, il quale ha attestato che le fotografie sono autentiche e che non sono state ritoccate. A supporto della tesi che i turchi avrebbero usato armi chimiche c’è anche il rapporto del medico forense Jan Sperhanke del Policlinico universitario di Amburgo-Eppendorf, contattato dalla Taz, il quale conferma che “è molto probabile che gli otto curdi siano morti a causa dell’uso di armi chimiche”.

Combattenti PKK in addestramento, AFP PHOTO/MUSTAFA OZER

Inoltre le fotografie mostrano i segni di quello che potrebbe essere stato un espianto, compiuto probabilmente, secondo Sperhanke, per asportare quegli organi che avrebbero potuto dimostrare come le morti siano state causate da agenti chimici vietati. Secondo Murat Karayilan, il presidente del Consiglio esecutivo del Congresso del popolo del Kurdistan (Kck, l’istanza collegiale che dirige le azioni del Pkk dai monti del Qandil, nel nord dell’Iraq), l’utilizzo di armi chimiche si protrae da oltre 16 anni.
“Non è una novità”, ha affermato in un’intervista all’agenzia di stampa curda FiratNews. “Lo Stato turco utilizza armi chimiche contro i nostri guerriglieri sin dal 1994 quando si trovò in grossa difficoltà. Ancora nella Primavera del 1999, credo in maggio, 20 dei nostri guerriglieri, sotto il comando del compagno Hamza, furono massacrati da gas chimici nei pressi di Sirnak. Dico questo perché, dopo gli scontri, i nostri compagni trovarono un proiettile chimico che era stato sparato nel luogo degli scontri. Quel proiettile fu inviato in Europa, dove all’epoca mi trovavo anche io. Ho potuto seguire personalmente le analisi presso un laboratorio di Monaco di Baviera che dichiarò che quel proiettile aveva contenuto sostanze chimiche capaci di avvelenare una certa porzione di territorio”. Un’accusa che, se confermata, proverebbe che la Turchia ha violato la Convenzione sulle armi chimiche, siglata a Parigi nel 1993 e ratificata dal paese oggi guidato da Recep Tayyip Erdogan nel giugno 1997. Immediata la reazione del governo di Ankara. Secondo il portavoce del primo ministro Erdogan, sarebbe tutto frutto di una campagna diffamatoria messa in piedi dal Pkk con l’aiuto di organizzazioni internazionali ostili al suo governo. Sulla stessa linea il ministero degli Esteri turco che respinge le accuse affermando che la Turchia rispetta rigorosamente la Convenzione di Parigi. La denuncia pubblicata dei due media tedeschi, intanto, ha portato il Partito socialdemocratico (Spd) e i Verdi (Grünen) a chiedere l’apertura di un’inchiesta internazionale. “La Turchia deve urgentemente fornire spiegazioni”, ha dichiarato in merito alla vicenda la co-presidente dei Grünen Claudia Roth.
Secondo l’esponente politica tedesca, infatti, i dati raccolti duranti gli ultimi mesi e le molte segnalazioni sospette, compreso il fatto che le autopsie degli otto membri del Pkk ripresi nelle foto siano state secretate dalle autorità turche, rendono necessario che la vicenda venga verificata dall’esterno. Ma, stranamente, Ankara rifiuta di sottoporsi a qualsiasi inchiesta internazionale sostenendo che si tratta di una “chiara intrusione in faccende interne alla Turchia”. In questi giorni, mentre stiamo scrivendo, altri esperti incaricati da Der Spiegel e da altri quotidiani internazionali stanno verificando nuove fotografie che riguarderebbero altri guerriglieri del Pkk e alcune autopsie eseguite da medici turchi su sei vittime curde che si sospetta siano state uccise da armi chimiche. Queste nuove fotografie sono state consegnate alle delegazioni internazionali durante la loro ultima visita in Kurdistan, a fine luglio, dalla stessa organizzazione curda per i diritti umani che aveva consegnato le prime fotografie.

Poliziotti assassini a freddo, si permettono di querelare la mamma del ragazzo ucciso!

18 maggio 2010 5 commenti

Melma, liquame puzzolente, merda secca, un “nuddu mischiato a niente”,
degli assassini, uomini e donne toturatori, bastardi. Assassini a sangue freddo di uno scricciolo di pochi kg e ancora meno anni.
Hanno querelato la mamma di Aldro,
quei 4 merdosi assassini, quei 4 che hanno ucciso a calci e pugni,
quei 4 che hanno ucciso montando sopra e soffocando un ragazzetto ammanettato e colpevole di nulla,
quei 4 vili assassini in divisa, quelle 4 MERDE assassine si sono permesse di denunciare Patrizia.
PATRIZIA SIAMO CON TE!

I 4 assassini, che indossano la divisa da tutori dell’ordine di questo Stato merdoso, si chiamano ENZO PONTANI, MONICA SEGATTO, LUCA POLLASTRI e PAOLO FORLANI.
L’ultimo si è astenuto dal firmare la querela.
Spero sappiano, questi 4, che nessuno ha mai dimenticato i loro nomi e che MAI avverrà.

QUI LE PAROLE DEL PADRE DI ALDRO, dal suo blog:

Questa mattina sono andato a prendere in posta un atto giudiziario…..indirizzato a Patrizia, mia moglie, la mamma di Federico, la madre di mio figlio ucciso il 25 settembre 2005 da 4 individui in divisa, come da sentenza del 6 luglio 2009. Credevo a una violazione magari al codice della strada, è facile sbagliare in questi tempi così caotici e frenetici per tutti.
Quel documento è invece una fissazione di udienza per il 18 giugno 2010 presso il Tribunale di Mantova dove Patrizia con altre due persone (due responsabili di testate giornalistice quali la Nuova Ferrara e l’ANSA) sono state citate a comparire per rispondere di non so quale reato o reati in quanto sul documento non vengono citati. Presumo io per frasi o parole ritenute diffamatorie o calunniose, chissà, visto che fra i citati ci sono due giornalisti.
Io di pazienza ne ho avuta tanta, forse troppa, ma quello che mi fa più male è il fatto che il Pubblico Ministero aveva richiesto l’archiviazione per questo fatto specifico, ma Pontani Enzo, Segatto Monica e Pollastri Luca (manca Forlani Paolo) coloro che sono stati ritenuti responsabili della morte di Federico, hanno pensato bene di non accettarla e di avvalersi del rito dell’opposizione. Il particolare che vorrei evidenziare è la data della richiesta di opposizione, 15 marzo 2010, e cioè alla luce di due sentenze chiare e ed inequivocabili, rispettivamente del 6 luglio 2009 e 5 marzo 2010

Qui
http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/federico_aldrovandi/2009/10/05/motivazioni-della-sentenza/

e qui
http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/federico_aldrovandi/2010/04/

Federico è morto di morte  violenta senza alcun motivo e se non avesse incontrato Pontani Enzo, Pollastri Luca, Forlani Paolo e Segatto Monica sarebbe ancora vivo e non lo dico io lo dice lo Stato attraverso i suoi organismi preposti (Procura e Tribunale).
Avrei sperato e lo spero ancora, nonostante queste assurdità di violenze che continuano a soffocare e a bastonare Noi e chi ci è vicino, che questo orrore, questa arroganza, questo disequilibrio, questa cattiveria, presto abbiano una fine. Vorrei riuscire finalmente a sussurrare in pace, davanti a quel marmo che mi divide da quel corpo o da quello che resta di uno dei beni miei più preziosi, parole d’amore, quelle che con Federico ci siamo dette e scambiate, anche con gli sguardi, durante 18 anni fantastici e magnifici che nessuno potrà mai infangare e uccidere.
Come dovrei definirla sig. Pontani Enzo per quello che ha fatto quella mattina a mio figlio, per non incorrere in una querela?
Come dovrei definirla sig. Pollastri Luca per quello che ha fatto quella mattina a mio figlio, per non incorrere in una querela?
Come dovrei definirla sig.ra Segatto Monica per quello che ha fatto quella mattina a mio figlio, per non incorrere in una querela?
Come dovrei definirla sig. Forlani Paolo per quello che ha fatto quella mattina a mio figlio, per non incorrere in una querela?

Nessun problema, ci ha già pensato un Giudice al di sopra delle parti a descrivere perfettamente chi siete e non abbiamo bisogno insieme a chi ci è vicino (30 querelati), per il momento, di dire altro.
Purtroppo, per il momento, sono costretto a pagarvi anche lo stipendio e di conseguenza le vostre querele di fronte alla morte, ma non sarà all’infinito, anche se cautelativamente vi avrei visto a casa  dal lavoro alla luce di orrori ed errori emersi palesemente.
Fino in fondo e oltre.
Lino

P.S. cliccando sotto, questo l’articolo per cui Patrizia è stata querelata ai sensi dell’art. 495 c.p. per diffamazione per quello da lei affermato nelle ultime due righe http://ricerca.gelocal.it/lanuovaferrara/archivio/lanuovaferrara/2008/07/05/UC4PO_UC404.html

Orbene, io Lino Aldrovandi mi chiedo cosa devo pensare e che terminologie utilizzare nei confronti di questi 4 individui, quando un Giudice in uno dei suoi innumerovoli illuminanti passaggi nella sentenza  del 6 luglio 2009, arriva ad affermare che “l’aspetto che colpisce nella deposizione del dr. Marino (condannato anche questo signore, della polizia di indagine…,  il 5 marzo 2010), nella parte in cui riporta in modo pedissequo e quasi pedante il decorso degli avvenimenti nel racconto dei suoi uomini, è come lo stesso non abbia rivolto agli stessi nessuna domanda, non abbia rilevato contraddizioni, incongruenze, omissioni, assurdità che invece si colgono a piene mani nel racconto degli agenti”. Qui un altro passaggio del Giudice tanto per intenderci nel concetto della morte violenta (cap. 4) “MORTE  VIOLENTA  ascrivibile a più forte ragione all’azione violenta, improvvida ed illegale degli agenti, lasciandosi peraltro aperti dubbi e ipotesi su una diversa, inquietante, realtà fattuale”

PUNTO

Il “padiglione delle madri”: prigioniere politiche in Argentina

17 maggio 2010 4 commenti

Era molto tempo che volevo mettere queste righe.
Ma per mettermi qui a riscrivere queste due paginette ho dovuto trovare un po’ di coraggio.
Da quando sono diventata mamma non sopporto, ancor meno di prima, certi soprusi, certi abusi su donne, mamme e bambini.
Si diventa più sensibili, forse è vero. O è solo un fatto di “appartenenza”… dopo che hai sentito dentro di te tutto ciò niente è più come prima.
Quando diventi mamma il modo di amare cambia profondamente: e con quello, parallelamente, anche gli altri sentimenti prendono forma in altro modo, esplodono in altro modo. La rabbia che m’ha fatto provare questa testimomianza è rara.
QUESTE RIGHE agghiaccianti sono tratte da un libro MEMORIA DEL BUIO estremamente interessante, di cui ho già pubblicato un piccolo brano .  E’ un libro documento, un racconto corale di 112 donne argentine che hanno vissuto insieme l’esperienza della prigionia nelle carceri argentine durante la dittatura, fra il 1974 e il 1983.

Non mi è facile scrivere del “Padiglione delle madri”, dove entrai nel febbraio 1974. La memoria mi tradisce e, per quanto mi sforzi, molti frammenti restano sfocati.
Tentare di ricordare sarà allora una prova, una sfida con me stessa.
Mi colpì la sporcizia, lo squallore del luogo. Si chiusero le sbarre. Sarei rimasta lì dentro per anni. A poco a poco, la gabbia si animò delle nostre voci di ragazze, dei nostri ricordi, e più tradi dei nostri FIGLI. Per l’esattezza, mio figlio, Eduardo Adolfo, nacque il 14 luglio.
Quando mi arrestarono ero incinta di tre mesi. Sembravo un’ “oliva”, secondo mio fratello. Non c’erano specchi in carcere, perciò non sono in grado di smentirlo. Quando venne l’ora di partorire, mi ricoverarono nel reparto maternità del Sardà. Ero sotto la custodia di agenti del Servizio penitenziario federale che, oltre alla porta della mia stanza, sorvegliavano i corridoi e le scale dell’ospedale. Una pattuglia di pliziotti piantonava la strada sotto le mie finestre.
Quando iniziò il travaglio, i medici decisero di farmi il cesareo. Mi portarono in sala operatoria incatenata alla barella. Il dottore cercò di convincere gli agenti di custodia ad aspettare fuori. Per tutta risposta, uno di loro indossò camice e mascherina chirurgica e non si mosse più. Appena mi sfilarono le manette, sibilai: “Lavatemi di torno il piedipiati”. Ma capii che era inutile, e allora dissi a me stessa: Concentrati sulla cosa più importante, la nascita del tuo primogenito. In quella gelida sala operatoria, l’umanità del personale medico mi dette coraggio. Tutti i mieri pensieri si rivolsero alla mia PICCOLA GRANDE VITTORIA: STAVA PER NASCERE MIO FIGLIO.
E venner al mondo, bello come il sole. Niente e nessuno poterono più cenusare i miei sentimenti, le mie emozioni, la mia tremenda allegria che provai nel sentirlo piangere.
Passavano i mesi, Guarito cresceva. Nel gennaio 1975 il padiglione si era andato ormai affollando di prigioniere politiche. La maggior parte erano state picchiate e torturate. Non avevano risparmiato nemmeno quelle incinte.
A fine anno la repressione si acuì, e le carceri, di conseguenza, si affollarono. Fu in quel periodo che il grosso delle compagne venne smistato nei padiglioni della Sezione 6. Nel 49 restarono solo madri e puerpere, e da allora fu chiamato “Padiglione delle madri”. Durante quel periodo nacquero almeno 17 bambini. Ci organizzammo in modo da seguire i piccoli, mandare avanti le faccende quotidiane e contemporaneamente dedicarci all’attività politica. Mentre un gruppo cucinava, un altro faceva le pulizie, e un terzo studiava e discuteva la situazione argentina e mondiale, nonostante le scarse informazioni che ci arrivavano dai parenti.
Dopo il golpe, il Potere Esecutivo Nazionale promulgò un decreto di base al quale i figli potevano restare con le madri solo fino al compimento del sesto mese d’età. Così la maggior parte dei bambini che viveva con noi fu consegnato ai parenti. Per molti anni non ebbi più nessun contatto fisico con mio figlio. Ecco come è andata col mio Guarito.
Quando venne il momento di separarmi da lui, avrei voluto gridare: “lasciatemi andare con mio figlio, il mio Guarito”, ma soffocai la disperazione. Per dignità, o forse per “intellettualizzazione”. Dentro però, ero a pezzi. Guardai una compagna che stava consegnando suo figlio ai nonni. Soffriva anche lei come me. Ci abbracciammo, piangemmo, li maledicemmo insieme. Ci avevano costrette a dare via i nostri figli. Ci avevano tolto il sacro diritto alla maternità.
I nostri due piccoli se ne andarono insieme, e il cancello del Padiglione delle madri si chiuse alle loro spalle. Non sapevano che non ci avrebbero più rivisto per anni. Quel pomeriggio, nell’ameno cortile del carcere, circondato da alti muri coronati da una triplice barriera di filo spinato, nacquero quei versi:
“Che ti succede figlio mio lontano
che ti succede figlio mio strappato
via da queste braccia che ti hanno cullato.
E’ una rabbia infondo al petto
che si gonfia nel silenzio…”
La memoria non mi assiste, non riesco a ricordare quei versi carichi d’amore e di dolore. Per questo ho provato a scrivere i frammenti della mia storia, perchè non voglio che “memoria” resti solo una bella parola.

Padiglione delle Madri
“LA PETY” GRISELDA VARELA VEIGA

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