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Quando il pornoattivismo incontrò il sorriso di Salvatore Ricciardi

15 maggio 2020 2 commenti

Ho riaperto questo blog, dopo anni di silenzio, proprio per Salvo.
L’ho fatto per le tante tantissime pagine che sento il bisogno di far circolare, pagine scritte da lui, pagine che hanno la sua voce, e pagine scritte per lui.
Salvatore Ricciardi ci ha lasciato il 9 aprile di quest’anno, allo sfiorar dei suoi 80 anni: il più giovane dei compagni, il più fresco dei compagni, il più bello dei compagni.
Senza età, di pianeta altro:

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Quando arrivavo c’era la tua felicità ad aspettarmi

Mai eroe, mai leader, mai capo, Salvatore ha avuto la capacità di essere sempre sè stesso senza mai lontanamente nemmeno immaginare di sovradeterminare qualcuno.
Salvatore, al contrario di tutti ma proprio tutti, è stato sempre lì ad imparare, a studiare, a scandagliare ogni sguardo, ogni slancio, ogni sorriso per vederci dentro la sua rivoluzione.
La rivoluzione di Salvatore, che mica tutte le rivoluzioni sono come le vogliamo: bhé, la rivoluzione di Salvo è LA rivoluzione. La conquista della felicità, dell’autodeterminazione, della liberazione dallo sfruttamento.

E allora, di tutti questi testi, parto dall’ultimo.
Da quello ricevuto solamente ieri, a due mesi da quel giorno infame in cui il ticchettìo del suo cuore ha smesso di far da metronomo alla mia vita, alla nostra vita.
Parto da una sorella, parto dalla mia Slavina, carne mia: perché Slavina racconta ancora un altro Salvatore, quello che sapeva rapportarsi con tutto, anche con il porno-attivismo.
Manchi tanto amore mi’

Qui il link originale dal suo blog Malapecora: LEGGI

 

quanto tempo è giá passato dalla morte di Salvatore Ricciardi, il nostro amico e compagno Salvo?

durante il lockdown il tempo ha assunto una consistenza viscosa, rimaneva appiccicato, non fluiva – e adesso che la vita sembra in qualche modo riprendere il suo corso continuo a non sapere bene che giorno è ma soprattutto a calcolare le distanze.
so che riesco a pensare a Salvatore senza piangere a dirotto, quindi ne posso scrivere abbastanza serenamente e anche con una qualche pretesa di luciditá.
ho scoperto dopo la sua morte che i suoi compagni (brigatisti e no) lo chiamavano “il vecchio” – perché aveva la stessa etá di Curcio, quindi mediamente 10 anni di piú degli altri e le altre.

DSCN0391ma Salvo non era per niente vecchio neanche adesso, anzi credo di non aver mai conosciuto una persona cosí poco vecchia nel senso negativo che si puó attribuire al termine. a 80 anni suonati Salvatore era rimasto un ragazzo per freschezza, curiositá intellettuale e sventatezza.
Salvo fino all’ultimo è rimasto davanti, potremmo dire.
credo che un po’ gli farebbe piacere. gongolerebbe sotto i baffi con quel sorriso sornione ma senza indugiare nel compiacimento – a un certo punto direbbe una cosa come “ma che ce voleva, l’avrebbe fatto chiunque” perché ogni persona misura le possibilitá col metro suo e forse pure per questo Salvo aveva sempre creduto e continuava a credere nei processi rivoluzionari.
a me fa piacere provare a raccontare cosa è stato lui per la mia vita di attivista – una pietra miliare, uno di quelli che Brecht chiama gli imprescindibili.

quando ho saputo della sua esistenza avevo appena cominciato a frequentare Odio il carcere, un collettivo abolizionista romano che successivamente si sarebbe ampliato e trasformato in Liberiamoci dal carcere. la prima azione che facemmo (o forse solo la prima in cui partecipai io, abbiate pazienza se la mia memoria egoriferita fa cilecca ma parliamo degli ultimi anni del secolo scorso e in mezzo c’è stato di tutto) fu proprio per chiedere la liberazione di Salvatore, che aveva giá passato piú di vent’anni in galera ed aveva una cardiopatia grave.

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Slavina

la prima performance della mia vita fu per lui. a pensarlo il cuore un po’ scricchiola.
eravamo una decina persone vestite con delle camicie e magliette bianche che avevamo imbottito di bustine di sangue finto; fuori dal Tribunale a un certo punto inscenammo una apocalisse pulp sputando sangue e aprendoci immaginari squarci in petto e finendo schiattati in terra – perché di carcere si muore, anche se nessuno lo dice e non si vede, stavamo a significare. e Salvatore se rimaneva dentro sarebbe morto, quindi doveva uscire.

lo facemmo un paio di volte questo delirio ematico in strada, poi una compagna avvocata ci disse che dovevamo smettere, che ci avrebbero dato “procurato allarme” come se fosse un capo di imputazione infamissimo e pericoloso e poi dai, ci stanno pure i bambini a quell’ore, magari si spaventano, siete un po’ terroristi, puó diventare controproducente… e allora facemmo pure altre cose e alla fine Salvatore uscí e si uní al collettivo, che anche grazie al suo contributo diventó piú simile a un movimento e riuscí a mobilitare un sacco di realtá diverse e a fare cose che hanno lasciato il segno, nell’immaginario militante di quegli anni – credo non solo romano: le street parade fino a Rebibbia, il Capodanno, la Scarceranda.

in mezzo a queste tante cose, rischio di dimenticare la televisione. una specie di televisione. la nostra televisione.
si chiamava Candida e fu prima di tutto una trasmissione a puntate che andava su una emittente locale laziale, duró 9 settimane appena prima del 2000 – poi fu un sacco di altre cose pure, ma cominció cosí, come un contenitore che volevamo generalista (credevamo nell’intelligenza collettiva, nella nostra e in quella del pubblico – e ci credevamo troppo, poveri noi) ed era ripieno di formati e numeri zero deliranti che parlavano di poesia, tecnologia, droga, musica e tifoserie varie.
e parlavamo anche di carcere, il formato sul carcere lo curavo io proprio insieme a Salvatore, tra gli altri e le altre.

si chiamava Control Alt, aveva una sigla bellissima e nella prima puntata ci sta questa specie di sketch dove mi avvicino troppo al carcere e una voce minacciosa mi chiede i documenti. ecco, la voce minacciosa era di Salvatore – che provó un po’ a negarsi rivendicando un minimo di decenza (Ma che me fate fa la guardia?) ma che alla fine si arrese e si prestó ridendo.

poi finí l’avventura di Candida e finí tutto per me a Roma. il mio ultimo ricordo da resident è il Pink paint party, movimento rosa della frivolezza tattica col quale sperimentammo piú volte la strada come luogo da occupare, significare e rendere vivo attraverso azioni e rappresentazioni – e Salvo sempre lí, eterno fiancheggiatore, curioso delle nuove forme, a volte critico ma mai trombone, mai distante, lui con quella storia di rivolta cruenta e senza mediazioni era sempre capace di avvicinarsi con rispetto e non far pesare mai la differenza a noi che sparavamo solo glitter e al massimo cazzate…

e poi, il momento piú bello nella mia memoria.
quando tornai a Roma da attivista postporno, cominciando a spargere fluidi e verbo – che la sessualitá era un fatto politico e che ci mancavano riflessioni e pratiche su questo punto, come movimento. trovai qualche entusiasmo bello, soprattutto femminile, ma da parte dei compagni soprattutto una strana condiscendenza infastidita, tipo Sí vabbè, ma vai a giocare un po’ piú in lá mentre noi continuiamo a fare le cose serie.

invece, Salvo.

ce l’ho impresso nella memoria, con il suo cappelletto e il suo sorriso. siamo in corteo, dalle parti di via Cavour. io che non lo vedevo da un po’ gli attacco una pippa spiego cos’è sta roba che mi appassiona, gli do qualche riferimento teorico, gli racconto delle robe. e lui contento, mi ascolta con attenzione e poi mi dice Fai bene ad occuparti di questo ambito. Ma lo sai quale fu la prima cosa che fecero i nazisti quando presero il potere? Perseguitarono le libertá sessuali e chi se ne occupava, guardati la storia di Magnus Hirschfeld e l’Istituto di Scienze Sessuali di Berlino.

Salvatore sembrava che sapesse tutto, non aveva mai smesso di studiare e tutto quello che sapeva era capace di metterlo a disposizione senza farlo pesare.
a me questa informazione aprí un mondo. la legittimazione che m’aveva riconosciuto lui fu una sorta di benedizione, che mi è risuonata spesso dentro quando mi sono trovata davanti a boicottaggi o sorrisetti di circostanza.
poi il tempo è passato troppo rapido e io a Salvo non l’ho piú visto e non l’ho salutato e adesso sí che un po’ piango.
peró me lo porto dentro, ma proprio dentro a livello di cellule perché no, non è solo memoria e ricordo, certe persone sono pezzi di vita e pure se l’identitá è un concetto che vorrei superato nella mia ci sta Salvatore il mio amico delle Brigate Rosse

che a una serata stiamo seduti vicini e mi attacca bottone un tipo muscoloso che quando se ne va Salvo commenta ghignando “Adesso va di moda questa cosa dei muscoli tra i compagni… all’epoca mia di muscolo ne avevamo solo uno” e muove l’indice come a premere il grilletto di una pistola immaginaria
e io quando ci penso ancora rido come una cretina.

Grazie di tutto Salvo
hasta la victoria, siempre con un sorriso.

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Noi due, ma anche noi tre, che Salvo è sempre lì, nelle piazze che esplodono di felicità

Colorado springs: ogni religione ha il suo Isis

28 novembre 2015 Lascia un commento

Nessuno che chiede ad intere comunità di “prendere le distanze”.
Nessuno che chiama questo fatto con il suo nome.
Nessuno che azzarda paralleli con le Brigate Rosse.
Un’attenzione e una delicatezza incredibile nello scegliere di non usare mai, mai, le parole terrorismo, fondamentalismo cattolico: non vedo chiari ed espliciti riferimenti ai “pro life”.
I veri esecutori di quello che non si può non definire un massacro,  tentativo di una vera e propria carneficina.

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Una scelta nostra. Una scelta solo nostra.

Immaginate l’odore di pulito, i corridoi luminosi, i camici, le stanze e le salette d’attesa: immaginate infermieri ed utenti, medici e sale operatorie.
Immaginate poi un kalashnikov (sembra che sia questa l’arma utilizzata) e il suo indistinguibile suono, immaginate quel che è un corridoio di una clinica per il controllo delle nascite cosa diventi in pochi secondi.
Tra sangue, cadaveri, urla, fuggi fuggi, altri spari, altri morti e quasi una decina di feriti: il luogo di questo che sembra uno dei soliti deliri americani con spari all’impazzata chiarifica immediatamente la scena.
Il luogo non è stato scelto a caso perchè la Planned Parenthood è una struttura medica per il controllo delle nascite dove si praticano aborti, già presa di mira dai militanti pro-life nel passato.

kkk_2868392bQuindi un chiaro attacco alla donna, all’autodeterminazione, alla libertà di scelta: ma non è un bistrot parigino, il killer è “solo” un appartenente alla destra fondamentalista, vicino al Ku Klux Klan, non un barbuto islamico da cui milioni di persone si trovano costrette a “prender le distanze” solo perché appartenenti allo stesso credo.
8 dipendeneti di cliniche dove si praticano aborti son stati uccisi negli Stati Uniti negli ultimi 30 anni, molte e molte di più son le donne che muoiono per praticare aborti clandestini anche nel nostro paese.
La guerra che le religioni combattono contro il corpo delle donne non ha diverse bandiere ma una sola: quella del patriarcato e quella di oggi è solo un’altra bella pagina di terrorismo cattolico mascherato da raptus.

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Il diritto all’autodeterminazione sulle proprie ovaie e sul modo di curarsi…

26 marzo 2015 1 commento

Posto quest’articolo perché l’ho letto con rabbia ed empatia.
Perché nel mio anno dentro un ospedale pediatrico e in tutti quelli che ancora vivrò entrando ed uscendo da ospedali per lottare insieme a mio figlio per una vita dignitosa, ho imparato tante cose.
Perché in questi anni ho scoperto la malattia in tutti i sensi tranne che sulla pelle mia: ed è una situazione particolare.
Mio figlio pagherà per sempre le conseguenze di un arresto cardiaco e i suoi occhi lo urlano,
mia madre combatte, fa chemio, fa interventi, rifà chemio.
Si impara tanto e cambia tutto. Si impara l’umilità e la lotta quella con le unghie e i denti e le lacrime e i porchiddii.
Si impara, e quando ci si guarda intorno spesso ci si sente soli ma soli tanto,
perché chi ti circonda spesso ancora lo senti dire “aho ma che sei spastico?” e poi guardi la mano di tuo figlio che ogni giorno fa più cose ma ogni giorno è più storta e te ne vorresti tornare a casa.
Soli, perché sulla disabilità spesso si scherza con una cattiveria che appare innocua finchè non si trafigge nel cuore di chi la combatte ogni giorno. E fa male.
Si scherza facile, si giudica con ancora più facilità

La disabilità così come il cancro.
Il maledetto cancro che ci sta sterminando, uno ad uno che pare una guerra vaffanculo.
E allora anche io quando ho letto le battute su Angelina Jolie ho avuto un conato e capisco quanto più grosso del mio sia quello di compagne e amiche che da prima di me lo combattono o subiscono.
Dovremmo imparare a ridere di altro, ecco.
Tutto qui.

Da Le amazzoni Furiose:

Non che voglia in alcun modo paragonarmi a lei, cosi` bella e ricca, pero` forse io e Angelina Jolie qualcosa in comune ce l’avremo presto. In un futuro non troppo lontano, anch’io togliero` le ovaie. Non sono portatrice di una mutazione BRCA come la Jolie, ma mi sono ammalata di cancro al seno a soli 30 anni e il mio e` un carcinoma fortemente ormonoreponsivo. Significa, in parole povere, che la stragrande maggioranza delle mie cellule cancerose utilizzano estrogeni e progesterone per riprodursi. E` per questo che, oltre ad avermi prescritto il tamoxifene per 5 anni, gli oncologi del centro presso cui sono in cura, mi hanno bloccato le ovaie impedendo a queste ultime di produrre estrogeni. Fino al prossimo anno, la soppressione ovarica avverra` mediante l’iniezione di Decapeptyl ogni 28 giorni. Considerando, pero`, che e` mia intenzione proseguire oltre i 5 anni, dal momento che, come rilevato recentemente dall’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM) nel rapporto I tumori in Italia. Prevalenza e guarigione da tumore in Italia, nel caso del cancro al seno occorre aspettare 20 anni prima di raggiungere un’attesa di vita simile a quella della popolazione generale (qui), sto seriamente considerando l’ovariectomia.
E` una decisione non facile e sono molto contenta che la mia oncologa mi abbia rassicurata sul fatto che andremo avanti con la soppressione chimica finche` non mi sentiro` pronta per l’intervento chirurgico. Ha inoltre precisato che una misura di questo tipo non mi garantisce che la malattia non si ripresentera`. “Qui certezze non ce ne sono”, mi ha detto. Allo stesso tempo, pero`, ho intenzione di utilizzare tutti gli strumenti a disposizione per ridurre le probabilita` di recidiva. Lo faccio per me, perche` voglio vivere e a lungo, ma anche per mio marito e per i miei genitori

e poi dal blog di Lorenza:
Basta.
Vi prego, basta con le battute su Angelina Jolie che si fa togliere il cervello, la fica, i piedi.
Basta.
Ve lo chiedo come un favore personale.
Ve lo chiedo perché mia madre è morta di cancro in 11 mesi.
Ve lo chiedo perché mia zia, la mia adoratissima zia, ha combattuto quindici anni prima di morire anche lei.
Ve lo chiedo per le mastectomie delle donne della mia famiglia.
Ve lo chiedo per la mia ecografia annuale, che ogni volta è un momento terrificante.
Non fate ridere.
Dimostrate solo tanta ignoranza e una totale mancanza di empatia e rispetto.
E non per Angelina, ma per lei, per l’Amazzone Furiosa che non ho mai visto dal vivo, ma per la quale bestemmio e spero.

Sai com’è? Apro quello che me pare

23 marzo 2015 3 commenti

prendo dalla pagina Fb di AbbattoImuri questa immagine che circola da ieri per la rete in modo virale.
Non so da dove sia partita, non so a chi possa essere venuta in mente ma ci tengo a pubblicarla su questo blog ormai mezzo abbandonato per mettere nero su bianco quel che penso di tutto ciò.
Apro quello che mi pare: apro le cosce, apro i libri, apro le teste di chi decide quali sono i canoni comportamentali da seguire per una brava donzella. Ho iniziato a farlo che nemmno avevo 14anni, tu pensa se 20anni dopo posso accettare una schifezza simile, con questa donzella dalla gonna sotto al ginocchio e dalle curve in mostra,
che cerca di creare una separazione tra chi legge e chi scopa liberamente: quindi tra cultura e autodeterminazione sessuale.

Una schifezza. Perchè se è vero che la vita è un libro come ci tiene a sottolineare questa immaginetta da democrazia cristiana degli anni ’60, allora va sfogliata, va iniziata e finita, e cambiata, e ricambiata e scoperta, e approfondita, e lanciata al muro.
Se c’è una cosa che ci ha insegnato la lettura è ad avere orgasmi ancora prima che la nostra pelle, cosce, fica o altro venisse sfiorata: ma andate affanculo va!
Apro quello che me pare.

AGGIORNAMENTO:
appena poche ore e la rete ha saputo rispondere a dovere, con questa immagine

e facciamo circolare anche queste righe come suggerito dal blog AbbattoImuri:

Allora se avete voglia di raccontarla in modo diverso, sfatando il mito della ragazza per bene che si dedica agli studi o della gran zoccola che è un’ignorantona, potreste inviare foto, immagini, quel che volete voi, a dire che apriamo quel che ci pare e piace senza che nessuno venga a moraleggiare sulla nostra esistenza, inviatemi pure via messaggio, in privato, su facebook o via mail su abbattoimuri@grrlz.net. Così poi pubblico quel che ne pensiamo di questa storia.

Un racconto di incontri, tra Kathmandu ed Addis Abeba, passando per Dubai

1 marzo 2015 Lascia un commento

Oggi vi faccio un regalo che chissà se vi meritate.
Vi apro un pezzetto della mia porta e vi faccio conoscere una sorella: una di quelle donne che son la fortuna della vita mia. Di quelle che non vedo mai perché chissà dove sono, di quelle con cui però chiacchiero e rido sempre,
di quelle che poi quando finalmente le riesci ad incontrare in qualche angolo di mondo si annullano i mesi e gli anni di lontananza con quegli abbracci urlati che son rari.
Che son vita. Amore puro.

Oggi vi presento una sorella che mi fa il più grande dei regali possibili. Sempre.
Mi porta attaccata, sempre, ad un foulard, ad uno scialle, infilata in un taschino: mi permette di vedere un mondo che non posso vedere perché mi porta con lei, perché basta parlarle un po’ e il mondo che vive mi entra negli occhi e mi permette di fruirne un po’, di sentirne il calore umano.
Grazie alla mia Giovanna ho visto tanti luoghi che chissà se potrò mai vedere,
Grazie alla mia Giovanna mi sento meno reclusa, meno incastrata, meno incapace di deambulare per le polveri della terra come vorrei, come mi rende orgogliosa la mia Giovanna.
E allora oggi la voglio ringraziare così, davanti a tutti voi, e le voglio ancora chiedere un favore:
non ti scordare mai di avvolgermi al tuo collo, di tenermi stretta a te mentre sali su quei bus a chissà quali altitudini, per capire il mondo, per cambiare il mondo. Per amarlo.

Vi lascio con un pezzettino di ciò…

Ricordo il mio primo volo dal Golfo – dal Bahrein, per la precisione – a Kathmandu: ero l’unica donna in mezzo a uno stuolo di giovani uomini nepalesi, stanchi, sporchi, avvolti in coperte e pieni di borse e pacchi dalle forme curiose. Avevo un’idea confusa del paese verso cui stavo andando e solo mesi dopo avrei saputo pienamente apprezzare l’oscuro cartello appeso nella toilette dell’aereo che invitava al corretto uso del WC: NON ACCUCCIATEVI IN PIEDI SULLA TAVOLA MA SEDETEVI SOPRA. Credevo però di sapere a chi appartenessero quei volti giovani e stanchi: ecco gli schiavi degli anni Duemila, mi dicevo, la forza-lavoro globale del capitalismo avanzato, i dannati della terra. Non avevo mai visto il loro paese, ma pensavo all’effetto che i grattacieli e le spaventevoli autostrade a quattro corsie delle capitali del Golfo dovevano avere su chi aveva trascorso la propria vita in zone rurali, e non aveva – per esempio – mai utilizzato un WC.

Anni dopo, lo scorso novembre, raggiungo esausta l’aeroporto Tribuvhan di Kathmandu e mi metto in fila dietro alla ormai solita lunga coda di uomini. I più vecchi hanno trent’anni, ad alcuni sono appena spuntati i primi peli sul viso. Molti sfoggiano una tikā rossa in fronte, unica protezione contro gli ostacoli e i pericoli del viaggio. Un poliziotto si avvicina invitandomi ad attendere seduta. Dopo quasi un’ora ricompare e mi scorta fino al banco, facendomi saltare l’intera fila. Mi vergogno, ma nessuno sembra notarmi. Vorrei chiedere al poliziotto il perché di questo privilegio: non ho un biglietto business, non sono disabile e non ho bambini con me. È perché sono una donna? Perché sono straniera? Khairini (bianca)? Resto codardamente zitta e lo ringrazio.

Raggiungo il mio posto e per la prima volta siedo accanto a una migrante. So bene che esistono, ho lavorato con associazioni di donne migranti in Nepal, conosco le statistiche (sono circa il 13% dei migranti), e un’amica nepalese lavora oggi in una fabbrica alimentare in Malesia. Ho visto Saving Dolma un bel documentario dello scrittore e cineasta nepalese Kesang Tseten su una lavoratrice domestica in Kuwait. Tuttavia, nel pendolarismo tra l’Europa e il Nepal è la prima volta che mi capita di essere seduta accanto a una donna, e lo noto. La guardo da capo a piedi, dal nastro rosso che le raccoglie i capelli, ai sandali dorati. Stringe tra le mani una pochette rossa e dorata – tutto s’intona. Pare vestita a festa e piena di speranze. Deve avere notato il mio sguardo e forse per smorzare l’imbarazzo mi chiede, con un mezzo sorriso “Amrika”? Scuoto la testa e le rispondo nella sua lingua che sono italiana e vivo in Germania. Il viso di Bimala – questo il suo nome – s’illumina. Sembra una ragazzina e, tra le molte domande che mi rivolge, racconta anche di lei. Dice di avere tre figli, di dodici, sei e quattro anni. Da un anno lavora come domestica in Arabia Saudita per poterli mantenere e mandare a scuola. Le chiedo come si trova “bene, molto bene”, risponde raggiante con una punta di orgoglio. “Ti pagano bene?” le domando. Bimala fa una smorfia tra l’imbarazzo e il fastidio, guarda in basso e mormora, “Sì, bene”. Esita perché non la pagano da mesi? La pagano poco? Manda tutti i soldi a casa e non ha controllo sul denaro che guadagna? Vorrei chiederle molte cose ma non so come. Il mio nepalese non mi consente certo di articolare indirettamente le domande o di modularne il tono – e sono troppo stanca. Cambio argomento, e dopo qualche chiacchera pleonastica su quale sia il paese più bello tra Germania, Italia e Nepal, ci addormentiamo entrambe.

Circa cinque ore dopo sono nella saletta di transito a Dubai e aspetto il bus per arrivare al terminale da cui partirà il mio volo per Amburgo. Una giovane donna alta e sinuosa – il suo corpo riemerge da tutte le parti sebbene sia avvolto in una lunga e nera abaya mi porge assertivamente il suo biglietto e mormora “Addis Abeba”. Leggo che si chiama Almaz e il suo volo parte, come il mio, dal Terminale 3. La rassicuro “Aspetti l’autobus giusto, anche io parto da lì”. Lei sorride e incalza “dove vai?” – “Amburgo, Germania”. Mi guarda qualche secondo con sarcastica ammirazione. Non specifico la mia nazionalità, forse per pudore postcoloniale. Almaz ha qualcosa di incredibilmente attraente. Nonostante sembri stanca e provata, non trova pace. Si muove nervosa sulla sedia, getta occhiate interrogative. Mi richiama dal sonno – non riesco a staccarle gli occhi di dosso e mi arrendo quasi subito al desiderio di parlarle.

Prendiamo il bus insieme, Almaz mi siede vicino. All’inizio risponde laconicamente ai miei tentativi di conversazione, anche se sembrano farle piacere. Arrivate al terminale le dico che ho fame e vado a comprare qualcosa, lei preferisce stare seduta. Le lascio la mia valigia e torno con due tè e qualche croissant. Almaz dice che non mangia dolci perché da tempo ha male ai denti, ma è contenta del tè a cui aggiunge tanto latte e tre bustine di zucchero. Apre il suo zaino e mi offre una barretta di cioccolato. Questo piccolo convivio sembra rompere un argine. Almaz inizia a raccontare, in un inglese basilare ma incisivo. Dice di conoscere bene Dubai, dove ha lavorato due anni e mezzo come domestica prima di tornare in Etiopia per qualche mese, per poi ripartire con un nuovo sponsor saudita. I suoi due anni a Riyadh si concludono oggi, nel giorno in cui la incontro. “Dubai è OK – dice – l’Arabia Saudita è diversa, non è aperta”.

Gira il suo tè nervosamente con le dita ingrossate – ha un brutto taglio sul pollice “mi sono fatta male affettando la carne”, spiega. “Ho cucinato troppo” – e indica il suo bel viso che ha qualche macchia chiara. Crede che il fumo della cucina le abbia svaporato il volto, “non riesco a mandarle via con nessuna crema”. Mi descrive la sua routine quotidiana a Riyadh. Verso le 5 di mattina veniva prelevata dalla sua stanza e portata in una scuola dove aveva il compito di pulire i bagni e i pavimenti. Alle 7 tornava a casa, e iniziava l’ininterrotto lavorìo ai fornelli. “Un fratello arriva alle 12 e vuole il pranzo, un altro alle 2, e bisogna cucinare un pasto di suo gusto, e presto, altrimenti sono urla e schiaffi”. Ricorda con orrore la fatica di preparare il pasto serale durante il Ramadan.

In Arabia Saudita, come in vari altri paesi del Golfo e del Medio Oriente, vige il sistema kafala, che può essere tradotto come una sorta di affido (il sistema è, infatti, analogo a quello in vigore per l’affido di un minore i cui genitori naturali siano ancora vivi e rintracciabili). Nel caso dei migranti, il kafil (l’affidatario-datore di lavoro) è necessario affinché il permesso di soggiorno e di lavoro siano validi. I migranti pagano il kafil per l’intero pacchetto e sono a quel punto completamente alla sua mercé, e vulnerabili a qualsiasi forma di sfruttamento.

 

Il kafil di Almaz era la madre della famiglia che la ospitava, la matrigna alla quale si rivolge con il titolo di madame. A madame, Almaz ha versato i 10.000 riyāl (circa 2.300 €) necessari per essere assunta. Madame, a quanto racconta, trascorreva i suoi giorni in poltrona e quando non si lamentava dei suoi malori, sfogava la rabbia su di lei o in interminabili liti con il marito. “Lui era più facile però – dice Almaz – bastava dargli da mangiare”. Lei stirava, puliva, cucinava. E ancora, ad libitum. Non aveva giorno libero e soprattutto non poteva uscire o vedere nessuno. Comincio ad afferrare vagamente il senso di quel “l’Arabia Saudita non è aperta”. Anche a Dubai Almaz aveva un kafil e lavorava come domestica. Ma poteva uscire, aveva degli amici, aveva un po’ di tempo per sé.

Almaz è sempre più concitata e aggiunge orrore a orrore. I ricatti, le notti senza cena. Le molestie del figlio. “Se mi tocchi chiamo tua madre”, gli diceva Almaz. Ma madame era capace di tutto. “Madame ha ucciso”. Provo a chiedere spiegazioni, ma Almaz resta pietrificata per qualche secondo, lo sguardo fisso e vuoto. “Oggi ho comprato un telefono nuovo per mio fratello” mi dice orgogliosa. “Madame era furiosa e allora per renderla ancora più furiosa mi sono comprata questo” e mi mostra un piccolo anello argentato con incisa una calligrafia. Sorride fiera e felice. Libera. “Avevo studiato un po’ l’inglese, e invece ho dovuto imparare l’arabo. All’inizio capivo poco, ci è voluto tempo…”

Come spesso accade, Almaz non è stata pagata per mesi. Ha dovuto lottare all’ambasciata etiope per ottenere i 5.600 riyāl – stipendio di 8 mesi – che madame le rifiutava. Ripercorre le liti con madame: “Non ho paura di te, vuoi chiamare la polizia, chiamala! Mi vuoi picchiare, picchiami!”. Non riesco a fermarla, o a fare domande. Sembra rivivere quelle conversazioni, mi guarda raramente negli occhi, ma recita i dialoghi ed elenca gli abusi come se madame fosse lì davanti a lei. La mia funzione è quella del testimone. Devo solo ascoltare. Madame non voleva lasciarla andare via. L’ha tenuta chiusa per tre giorni in camera, un giorno intero senza cibo e gli altri due con una fetta di pane e un succo di frutta. Madame è nel business dei kafil e voleva incassare 10.000 riyāl da Almaz per rivenderla a un’altra famiglia.

Quella mattina non aveva trovato i suoi abiti ed era andata all’aeroporto indossando ancora il pigiama sotto l’abaya. “Sempre con addosso questo coso” – sbotta, – “appena atterro ad Addis Abeba lo butto nella spazzatura”. Intanto si aggiusta con gesto automatico il velo nero, incastrandolo dietro alle orecchie. “Madame alla fine mi ha accompagnata all’aeroporto, non mi ha dato né pranzo né cena… mi sono comprata io da mangiare, con i miei soldi”.

Tornerai nel Golfo? Le chiedo. Non lo esclude, ma non in Arabia Saudita. Ora tutto quello che vuole è riabbracciare suo fratello ad Addis Abeba, e dimenticare madame. “Se viene in Etiopia… La brucio”.

Un altro stupratore in divisa… Dino Maglio, carabiniere

9 febbraio 2015 1 commento

Il nome di Massimo Pigozzi mi risuona spesso nella testa: il nome di un poliziotto stupratore mi rimane incastrato nei processi neuronali, la rabbia lo blocca tra le sinapsi, così che la memoria possa essere sempre bruciante e viva.
Perchè questi non vanno dimenticati: non vanno dimenticati i nomi dei maschi aguzzini e stupratori,
poi se son uomini di Stato, che calzano a pennello una divisa da tutori dell’ordine bhè…
lì il processo di memoria fa giri pindarici, e non si stacca più dal mio corpo.

Te la ricordi sta foto Ommemerd?? _foto di Baruda_

Oltre al nome di Massimo Picozzi, poliziotto; o di Francesco Tuccia, soldato dell’esercito italiano
possiamo aggiungere quello, ripugnante, di Dino Maglio, che indossava la divisa di Carabinieri e cha ha un storia molto particolare che è riuscita a “guadagnarsi” articoli sul Guardian.

Dino Maglio l’ha costruita bene la sua macchina di stupri seriali: era un internazionalista probabilmente questo playmobil dallo stupro facile perché aveva scelto come tecnica quella del Couchsurfing, parola che a molti sembrerà insulsa ma che rappresenta una piattaforma nata non da molto tempo ma con una fruizione in impennata, che permette ai viaggiatori lowcost di scambiarsi ospitalità, di offrire il proprio divano per una vacanza alternativa.
Lui ne ha ospitate diverse di ragazze, e sempre le drogava e violentava.

Il bello di tutta questa storia è che il fanciullo negli ultimi mesi era ai domiciliari proprio perchè denunciato da una sua ospite australiana di soli sedici anni: lui confessò anche di averla drogata e di aver avuto un rapporto sessuale con lei, minorenne.
Ma d’altronde è un carabiniere: ha continuato ad esserlo anche dopo questa denuncia,
ha continuato ad essere carabiniere anche quando con tutti i domiciliari in atto ha continuato ad adescare fanciulle con la stessa identica tecnica del Couchsurfing.
Il totale è 16 ragazze provenienti dalle più disparate zone del mondo.
Lui è Dino Maglio, 35 anni, Carabiniere.
Aho, tutte belle marcite e putrefatte ste mele di Stato!

Noi impariamo a difenderci, noi impariamo a non farci metter le mani addosso:
una manciata di giorni fa ho saputo che un uomo di merda che ha rovinato la mia vita per anni ha fatto di peggio su un’altra donna, che però è riuscita ad ottenere un allontanamento da lei e dalla sua bimba piccolissima.
Eppure lui è tra noi, nessuno lo è andato a prendere per il collo come sarebbe dovuto essere. Già molto tempo fa.
Anzi, ero matta io. E probabilmente, per quella brava gente che siamo, ora sarà matta lei.

lo schifo totale. Arriverà il giorno, pezzo di merda, arriverà…

LEGGI:
Pigozzi: il poliziotto stupratore
Omini di Stato, stupratori in divisa
Finanzieri che stuprano
Soldati americani e basi in Italia
Mario Placanica, assassino stupratore

 

 

Sveltinelle Vs Sentinelle: sarà una risata che vi seppellirà. Grassa risata.

13 dicembre 2014 1 commento

Ho stima per chi ha fatto questo striscione, infinita,
perchè io davanti a quei cosi dritti in piedi, che fingono di leggere, fingono di protestare e fingono di esistere non riesco a dir nulla, tantomeno di così perfetto, spiritoso, azzeccato, provocatorio.
Me li provo ad immaginare uno ad uno mentre lo leggono,
credo pure che alcuni ci mettano un po’ a capirlo, poracci.
Grazie quindi, a chi l’ha fatto e a Lola che me l’ha fatto scoprire.

Il soldato americano accusato di due stupri, tenta il 3° evadendo dalla caserma di Vicenza

9 dicembre 2014 4 commenti

Stiamo parlando, semplicemente, di uno stupratore seriale.
Uno che ha stuprato una minorenne lo scorso anno e che pochi mesi dopo ha stuprato una donna incinta di sei mesi che dopo lo stupro è stata anche pestata e che ha dato al mondo un bambino con gravi problemi neurologici, che ancora non è provato siano dovuti alla violenza subita ma…

Questo stupratore però, non è un semplice stupratore:
è un soldato americano assegnato alla base militare presente a Vicenza, contro il cui allargamento si è mobilitata l’Italia intera.
Immaginate fosse stato un migrante proveniente da qualunque altro paese, immaginate in quanti secondi l’avrebbero buttato in una cella, con prime pagine allarmate e xenofobe: in questo caso nessuna mobilitazione, nessun Salvini, nessuna caccia allo stupratore straniero, anzi.

Il fanciullo, che in dodici mesi ha collezionato due stupri e un violento pestaggio, è ai domiciliari all’interno della caserma Del Din (ex Dal Molin), domiciliari dai quali a quanto pare si scappa con molta facilità.
E’ di tre notti fa la sua fuga (ed è difficile immaginare che sia stata la prima, sinceramente): un po’ di cuscini dentro la brandina a simulare un corpo addormentato, una corda calata da una finestra e la via della libertà,
che per questa merda umana significa solo: STUPRARE.
E così ci ha riprovato, avvicinando una donna (anch’essa visibilmente incinta) in modo aggressivo chiedendo una prestazione sessuale e una volta vistosi rifiutare ha pensato bene di attraversare la strada, aggredire una seconda donna e poi colpirla al volto con un pugno: il tutto è stato filmato dalle telecamere di sorveglianza e una pattuglia della polizia è arrivata subito.
Davanti si è trovata Jerelle Lamarcus Gray, militare statunitense, ben noto alle forze dell’ordine vicentine: un ragazzo di 22 anni, uno stupratore seriale impunito che ancora non sa se avrà un processo qui in Italia, dove ha ripetutamente stuprato e pestato, o negli Stati Uniti, così come la maggiorparte dei soldati americani colpevoli di reati comuni in paesi terzi.

Lo stupro è un’arma di guerra, da sempre usata dai portatori di anfibi e fucili:
lo stupro fa parte della cultura militare, dell’occupazione dei territori, della dominazione.
Lo stupro di un soldato è manifesto di una cultura da distruggere “col ferro e col fuoco”:

Gettiamo a mare le basi americane!
Ogni stupro è un atto di guerra contro ognuna di noi, e prima o poi lo pagherete caro

Non si abortisce più al Policlinico Umberto I: gli assassini siete VOI!

29 novembre 2014 1 commento

Quando ero bambina sognavo la macchina del tempo, la stessa che non ho smesso di sognare e che ora sogna mio figlio.
La immaginavo in grado di portarmi nel passato per capire e vedere,
per imparare, osservare, viaggiare liberamente, incontrare chi non avrei mai potuto incontrare.

Un sogno che sembra ribaltarsi nel trasformarsi in realtà,
perché in realtà ci viviamo dentro: siamo dentro una arrabbattata macchina del tempo,
che funziona male, a scatti repentini e fastidiosi, senza possibilità alcuna di controllo,
e che ora si è bloccata.
Eh già, siamo bloccati nel Medioevo, lo siamo tutti ma soprattutto tutte.
Siamo incastrati in un paesello della Vandea, siamo al centro della caccia alle streghe, e noi donne,
il nostro corpo, siamo come sempre il primo luogo di conquista, dove impiantare nella carne la bandierina di proprietà.

Bhè,
Al Policlinico dal 17 novembre, e sono già 12 giorni, il Medioevo dilaga,
corre nelle corsie, sale su per il collo dell’utero, si impianta nelle placente e lì sale come un virus,
fino a mangiarci la testa.
Al Policlinico Umberto I della capitale del nostro triste paese non si eseguono più aborti:
c’era un solo medico ormai, il dottor Minnozzi, e il suo andare in pensione lascia abbandonate molte donne.
Non conosco i numeri del Policlinico ma qualunque donna che è passata per un corridoio qualunque di un ospedale d’Italia per cercare di abortire sa di che numeri si parla: numeri che ora hanno un’altra porta in faccia spiaccicata con violenza.

ABORTIAMO GLI OBIETTORI

Abortire anche per urgenti e gravi problemi terapeutici, è un incubo.
Un incubo che può diventare senza uscita grazie agli obiettori,
alla loro assassina, violenta, inaccettabile presenza nei reparti di ginecologia di un paese laico,
che dovrebbe garantire la salute della donna e che invece la mina.
Nella giornata contro la violenza sulle donne gli obiettori dovrebbero star zitti,
perché la loro violenza sui nostri corpi ha fatto male quanto gli stupri e continua a farlo,
alla luce del sole e con un lindo camice bianco addosso.
Che è invece sporco di sangue, loro che si riempiono la bocca di vita,
di vita non sanno proprio niente, perché son portatori di sofferenza, dolore, tanto e tanto sangue…
maledetti, dal primo all’ultimo.

Il Policlinico “dice” che cercheranno di rimediare il prima possibile con l’assunzione di due medici non obiettori per garantire l’apertura del “repartino”: intanto son 11 giorni che già la porta è chiusa.
E le settimane vanno avanti…e quando la pancia cresce, ogni tanto anche malata, le settimane corrono.

Scrivevo pochi giorni fa che ora la pillola del giorno dopo (che altrove funziona per 5 giorni dopo il rapporto e non per 3 come qui) si vende liberamente senza ricetta medica in 23 paesi europei, tra i quali ovviamente non siamo inclusi:
si vede che la loro macchina del tempo funziona meglio della nostra.

LEGGI:
Libera vendita della pillola del giorno dopo in Europa ma non da noi
La pillola del giorno dopo a Roma
LEGGI ANCHE:
Abortire in un cesso
“Stupratele! Tanto poi abortiscono”
Uno sfogo sulla RU486
–  Sul cimitero dei feti
Marcia per la vita: dovete morì tutti
Di preti, mutande e galere mentali

Pillola del giorno dopo senza prescrizione medica in 23 paesi europei: e noi? ahahaha

26 novembre 2014 2 commenti

Esistono due tipi di pillola contraccettiva meglio conosciuta come pillola del giorno dopo:
– quella a base del principio attivo levonorgestrel, efficace fino a 72 ore dopo il rapporto
– quella a base del principio attivo ulipristal ,efficace fino a 120 ore dopo il rapporto (5 giorni pieni).

La notizia è una e non dovrebbe lasciarci basiti, invece sì:
L’EMA (Agenzia europea dei farmaci) ha ufficialmente dichiarato che questo secondo farmaco, più potente e già provato negli ultimi 5 anni è stato usato in più di 70 paesi da un numero di donne che supera i 3 milioni. E’ quindi un farmaco che si può utilizzare in modo sicuro ed efficace “senza prescrizione medica”: questa è la notizia.
In Europa questo farmaco sarà venduto senza prescrizione medica perché, come dichiara esplicitamente l’agenzia e tutti gli esperti di salute della donna e di salute riproduttiva, ”le donne hanno la necessita’ di poter accedere alla contraccezione d’emergenza il prima possibile in modo da avere la migliore opportunita’ di evitare una gravidanza indesiderata; è una questione di salute pubblica”.
Il prima possibile: è una questione di salute pubblica, una questione di civiltà.
Di fuoriuscita dal medioevo: riuscire a prendere la pillola del giorno dopo vuol dire evitare un aborto, ,
vuol dire muovere i propri passi all’interno di una scelta consapevole prima, PRIMA, che ogni possibile formazione cellulare all’interno del nostro corpo possa definirsi già microscopico embrione. Prima.

Ulipristal

Ma noi abitiamo in Italia, quindi il discorso che fa l’Ema non ci appartiene proprio,
perchè per noi è già impossibile accedere alla pillola descritta all’inizio, quella a base del principio attivo levonorgestrel, dall’efficacia temporale molto più corta: un farmaco che da anni si acquista senza alcuna prescrizione medica già da molti anni in ben 23 paesi europei.
Noi no: a braccetto con Croazia, Grecia, Ungheria, Polonia e Liechtestein non possiamo acquistarla.

La prescrizione medica qui non è impresa facile: per il continuo attacco ai consultori, per l’infame epidemia di obiettori di coscienza nei reparti di ospedale.
Gli obiettori sì, quelli che io non farei entrare nemmeno come portantini all’interno di un ospedale pubblico: personaggi in camice pericolosi, che mettono a rischio la salute e la vita di molte donne ogni giorno,
con il sorrisetto sulle labbra e l’aria di chi si sente nel giusto e rimarrà impunito.
Speriamo che così non sia.
Impuniti non dovrebbero restare: per gli obiettori nessuna pietà, nessun rispetto e fosse per me, nessun posto di lavoro nel pubblico. Nessuno.

Vi lascio un po’ di link su cosa vuol dire ottenere una pillola in Italia,
su cosa vuol dire abortire per scelta,
su cosa vuol dire abortire per necessità con un aborto terapeutico:
Abortire in un cesso di un ospedale, sole
La pillola del giorno dopo a Roma
LEGGI ANCHE:
Abortire in un cesso
“Stupratele! Tanto poi abortiscono”
Uno sfogo sulla RU486
–  Sul cimitero dei feti
Marcia per la vita: dovete morì tutti

 

Complice e innamorata de “Io sto con la sposa”

25 maggio 2014 1 commento

Io sto con la sposa!

Se sto con la sposa?
Sono stata con la sposa passetto dopo passetto, frontiera dopo frontiera, onda su onda, appoggiata su ogni binario e striscia d’asfalto percorsa.
E’ una grande emozione la scoperta di questa meravigliosa avventura, un’emozione che possiamo dire “annunciata” se pensiamo alla brillantezza delle idee e del cuore di Gabriele Dal Grande.
Gabriele, blogger di Fortresse Europe ha ideato questa grandiosa e coraggiosa opera insieme ad Antonio Augugliaro (regista televisivo) e a Khaled Soliman al-Nassiry (poeta siro palestinese), un’opera nata con il crowdfunding : insieme rischiano fino a 15 anni di carcere per favoreggiamento all’immigrazione clandestina.
E’ il sogno del movimento libero dei corpi a rischiare fino a 15 anni di carcere : una cosa che dovremmo rischiare tutti quotidianamente, senza tirarci indietro. Sono vostra complice, sono orgogliosa di sentirmi complice di que
Dietro a questo film, dietro a questi volti, dietro a questa storia nata per caso ci son milioni di sorrisi e sguardi, un intero formicaio costante di corpi che non non hanno altra scelta che lanciarsi contro i nostri fili spinati per provare a raggiungere altro.

Un’avventurosa idea per superare confini che ormai son cortine di ferro,
per riuscire a raggiungere la Svezia dopo uno sbarco a Lampedusa, dopo il mare, la vita appesa sul filo dell’onda, l’attraversamento di quel mondo marino che ormai sembra essere solo un cimitero. Un cimitero di persone in fuga dai più grandi orrori, un cimitero di bimbi e pancioni, un cimitero di giovani uomini e donne che non hanno altra strada avanti che quella di tentare a prendere il mare e raggiungere il nostro vecchio, maledetto, blindato continente.
E allora son meravigliose le parole che questi grandi condottieri del nostro presente hanno scelto per parlare del loro progetto: “in ballo c’è molto di più del nostro lavoro. C’è la possibilità di dimostrare che questo amato Mediterraneo non sia soltanto un cimitero, ma che possa ancora essere il mare che ci unisce.”

Buona fortuna, buon viaggio e soprattutto grazie…
Che dieci cento mille spose al giorno varchino le frontiere della loro libertà…

IO STO CON LA SPOSA
Soggetto, regia e produzione di:
Antonio Augugliaro, Gabriele Del Grande e Khaled Soliman Al Nassiry

“Quale poliziotto di frontiera chiederebbe mai i documenti a una sposa?”

La prima volta che ce lo siamo chiesti, era una sera di fine ottobre del 2013. Da quando la guerra ci era entrata in casa, non parlavamo d’altro. Delle migliaia di persone in fuga dalla guerra in Siria che ogni giorno arrivavano a Milano dopo essere sbarcate a Lampedusa. Alcuni capitava di ospitarli direttamente a casa nostra, e di ascoltare i loro racconti sulla guerra e sui naufragi. Ripartivano tutti nel giro di pochi giorni, sempre senza documenti, pagando cifre da capogiro ai contrabbandieri che li portavano in Svezia. Ma l’eco dei loro racconti continuava a risuonare nelle nostre case e nelle nostre teste. Fino a quando abbiamo deciso di fare qualcosa.

L’idea della sposa, all’inizio sembrava più una battuta che altro. Ma poi lentamente ha preso forma. E quando abbiamo conosciuto Abdallah, Manar, Alaa, Mona, Ahmed e Tasnim ci è sembrato che non potevamo non fare quel salto nel vuoto. Per il semplice fatto che quando trovi un complice ai tuoi sogni, non puoi più tirarti indietro.

All’alba del 14 novembre 2013, ci siamo incontrati davanti alla stazione centrale di Milano. Eravamo ventitré tra ragazzi e ragazze. Amici italiani, palestinesi e siriani. Chi coi documenti, chi senza, ma tutti vestiti eleganti come se stessimo davvero andando a un matrimonio.

Da quando la prima volta avevamo parlato della sposa, erano passati esattamente 14 giorni. È difficile spiegare come siamo riusciti in così poco tempo, e senza soldi, a individuare i personaggi del documentario, a scrivere il trattamento del film e a mettere in piedi una troupe cinematografica. E tutto questo mentre nel frattempo ci occupavamo della logistica del viaggio: noleggiare le automobili, stabilire le tappe, cercare ospitalità. E soprattutto mentre attraversavamo Milano in lungo e in largo alla ricerca di un parrucchiere dove tirare al lucido le acconciature dei nostri cinque personaggi sbarcati due settimane prima a Lampedusa, e di un negozio dove poter comprare cravatte, camicie, completi eleganti e soprattutto un vestito da sposa a prezzi stracciati. Anche se poi, più che il vestito, il difficile è stato trovare la sposa.

Le prime due ragazze siriane a cui l’abbiamo chiesto, ci hanno dato buca. Ormai avevamo deciso che Tareq si sarebbe travestito da sposa. E invece alla fine, ci siamo ricordati che Tasnim era in Spagna. L’abbiamo chiamata ed ha accettato entusiasta. E per fortuna, perché era lei la sposa perfetta per questo film!

Ventimila morti in frontiera nel Mediterraneo sono abbastanza per dire basta. Non sono vittime del fato né della burrasca. Ma di leggi alle quali è arrivato il momento di disobbedire. Per questo motivo ci siamo improvvisati trafficanti per una settimana. E abbiamo aiutato cinque palestinesi e siriani in fuga dalla guerra a proseguire il loro viaggio dentro la Fortezza Europa. Al momento dell’uscita del film, potremmo essere condannati fino a 15 anni di carcere per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ma siamo pronti a correre il rischio. Perché abbiamo visto la guerra in Siria con i nostri occhi, e aiutare anche una sola persona ad uscire da quel mare di sangue, ci fa sentire dalla parte del giusto.

È un rischio folle quello che ci stiamo prendendo. Ma vogliamo credere che esista una comunità di persone, in Europa e nel Mediterraneo, che come noi sognano che un giorno questo mare smetta di ingoiare le vite dei suoi viaggiatori e torni ad essere un mare di pace, un mare dove tutti siano liberi di viaggiare, e dove nessuno divida più gli uomini e le donne in legali e illegali.

Quella comunità esiste. È fatta delle persone che ci hanno ospitato durante il nostro viaggio attraverso l’Europa. E di voi che state leggendo questa pagina. Siamo molto più numerosi di quanto pensiamo. E questo è il film che ci mancava. Un film manifesto in cui riconoscersi, noi che crediamo che viaggiare non sia un crimine e che criminale sia invece chiudere gli occhi di fronte ai morti di viaggio sulle nostre spiagge mediterranee e di fronte ai morti nella guerra in Siria.

Questo film è nato dal sogno di tre persone, senza nessun produttore alle spalle. E ora quel sogno, per essere realizzato, ha bisogno del vostro aiuto.
Pre-produzione, produzione e post-produzione del film costano 150mila euro. Dobbiamo raccogliere almeno la metà della cifra entro la fine di giugno per chiudere il film in tempo per iscriverlo al festival di Venezia a settembre ed essere distribuiti in sala dal prossimo autunno.

Non preoccupatevi se non avete grandi risorse. Anche una piccola donazione può fare la differenza. A patto che convinciate almeno un amico a fare altrettanto. In cambio vi offriamo il download del film, un DVD, un libro, un biglietto del cinema, una maglietta, o una proiezione pubblica in anteprima con noi registi.

E guardate che in ballo c’è molto di più del nostro lavoro. C’è la possibilità di dimostrare che questo amato Mediterraneo non sia soltanto un cimitero, ma che possa ancora essere il mare che ci unisce.

La pagina Twitter: QUI
Il sito: QUI

Da Milano a Stoccolma
“L’idea è nata per caso – ci spiega Gabriele Del Grande, giornalista, che insieme con Antonio Augugliaro, regista televisivo, e Khaled Soliman Al Nassiry, poeta palestinese siriano, ha girato il film – Era fine ottobre io e gli altri due registi eravamo in stazione a Milano a prendere un caffè. Ad un certo punto si avvicina un ragazzo e ci chiede se sappiamo dov’è il treno per la Svezia. Arrivava da Lampedusa, era uno dei sopravvissuti al naufragio del 13 ottobre” – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Io-sto-con-la-sposa-un-film-documentario-che-infrange-le-regole-per-un-Europa-piu-coraggiosa-c95d545d-dce5-4a39-9245-adeda011fa3e.html#sthash.9ckIVLDW.dpuf

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“L’idea è nata per caso – ci spiega Gabriele Del Grande, giornalista, che insieme con Antonio Augugliaro, regista televisivo, e Khaled Soliman Al Nassiry, poeta palestinese siriano, ha girato il film – Era fine ottobre io e gli altri due registi eravamo in stazione a Milano a prendere un caffè. Ad un certo punto si avvicina un ragazzo e ci chiede se sappiamo dov’è il treno per la Svezia. Arrivava da Lampedusa, era uno dei sopravvissuti al naufragio del 13 ottobre” – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Io-sto-con-la-sposa-un-film-documentario-che-infrange-le-regole-per-un-Europa-piu-coraggiosa-c95d545d-dce5-4a39-9245-adeda011fa3e.html#sthash.9ckIVLDW.dpuf
Da Milano a Stoccolma
“L’idea è nata per caso – ci spiega Gabriele Del Grande, giornalista, che insieme con Antonio Augugliaro, regista televisivo, e Khaled Soliman Al Nassiry, poeta palestinese siriano, ha girato il film – Era fine ottobre io e gli altri due registi eravamo in stazione a Milano a prendere un caffè. Ad un certo punto si avvicina un ragazzo e ci chiede se sappiamo dov’è il treno per la Svezia. Arrivava da Lampedusa, era uno dei sopravvissuti al naufragio del 13 ottobre” – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Io-sto-con-la-sposa-un-film-documentario-che-infrange-le-regole-per-un-Europa-piu-coraggiosa-c95d545d-dce5-4a39-9245-adeda011fa3e.html#sthash.9ckIVLDW.dpuf

Da Milano a Stoccolma
“L’idea è nata per caso – ci spiega Gabriele Del Grande, giornalista, che insieme con Antonio Augugliaro, regista televisivo, e Khaled Soliman Al Nassiry, poeta palestinese siriano, ha girato il film – Era fine ottobre io e gli altri due registi eravamo in stazione a Milano a prendere un caffè. Ad un certo punto si avvicina un ragazzo e ci chiede se sappiamo dov’è il treno per la Svezia. Arrivava da Lampedusa, era uno dei sopravvissuti al naufragio del 13 ottobre” – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Io-sto-con-la-sposa-un-film-documentario-che-infrange-le-regole-per-un-Europa-piu-coraggiosa-c95d545d-dce5-4a39-9245-adeda011fa3e.html#sthash.9ckIVLDW.dpuf
Da Milano a Stoccolma
“L’idea è nata per caso – ci spiega Gabriele Del Grande, giornalista, che insieme con Antonio Augugliaro, regista televisivo, e Khaled Soliman Al Nassiry, poeta palestinese siriano, ha girato il film – Era fine ottobre io e gli altri due registi eravamo in stazione a Milano a prendere un caffè. Ad un certo punto si avvicina un ragazzo e ci chiede se sappiamo dov’è il treno per la Svezia. Arrivava da Lampedusa, era uno dei sopravvissuti al naufragio del 13 ottobre” – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Io-sto-con-la-sposa-un-film-documentario-che-infrange-le-regole-per-un-Europa-piu-coraggiosa-c95d545d-dce5-4a39-9245-adeda011fa3e.html#sthash.9ckIVLDW.dpuf
Da Milano a Stoccolma
“L’idea è nata per caso – ci spiega Gabriele Del Grande, giornalista, che insieme con Antonio Augugliaro, regista televisivo, e Khaled Soliman Al Nassiry, poeta palestinese siriano, ha girato il film – Era fine ottobre io e gli altri due registi eravamo in stazione a Milano a prendere un caffè. Ad un certo punto si avvicina un ragazzo e ci chiede se sappiamo dov’è il treno per la Svezia. Arrivava da Lampedusa, era uno dei sopravvissuti al naufragio del 13 ottobre” – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Io-sto-con-la-sposa-un-film-documentario-che-infrange-le-regole-per-un-Europa-piu-coraggiosa-c95d545d-dce5-4a39-9245-adeda011fa3e.html#sthash.9ckIVLDW.dpuf

Di preti, mutande, condanne e galere mentali… ( grazie a chi ha murato un cesso al Pertini <3 )

17 marzo 2014 3 commenti

Mi sveglio all’interno di un’ospedale da diverso tempo; mi sveglio – oltretutto – all’interno di un’ospedale cattolico, estraneo al servizio sanitario nazionale: insomma non potrebbe andar peggio, diciamocelo.20140317-154256.jpg
Oltretutto son 48 ore che mi scorno con una compagna di stanza che è già mamma malgrado possa esser anagraficamente mia figlia e sostiene di esser consapevole dall’età di 11 anni che avrebbe avuto un figlio malato, e sapete perché?
“Ero una gran monella, e la notte quando pregavo pensavo sempre -Gesù mi punirà per quel che combino, mi punirà con un figlio malato”.

Giuro son rimasta senza parole, ho provato una pena infinita per questa vita che ho accanto che è fatta di autopunizioni e fioretti : cresciuta in un mondo dove anche solo il compiere una marachella infantile potrebbe significare una condanna a vita come un figlio nelle condizioni del suo.
Senza possibilità di scampo, credono in un Dio che le minaccia di tortura da quando son bambine,
donne private di qualunque libertà mentale,
donne schiave della loro condizioni ed incapaci a vedere altro,
donne giovanissime adagiate su una disperazione che sentono “meritata”, mandata direttamente dal loro dio.
Mi chiedo come si possa credere ad un dio così infame, così vendicativo, così carceriere…
mi chiedo, ma è meglio che non mi chiedo, che dopo questi due giorni a parlar con lei mi son cascate le braccia a terra.
Come insegnare ad una donna che la vita potrebbe sceglierla, anche da minorenne, anche da analfabeta, anche da madre di un figlio disperato ed eternamente condannato al nulla? niente. Vi giuro, niente.
C’è chi la rivoluzione non riesce a farla non solo nelle proprie mutande, ma nemmeno nei pannolini dei propri figli.
Quindi a maggior ragione, oggi, col cuore un sacco pesante,
mi sento di dover dar voce a quest’azione simbolica ottima, che ha fatto svegliare Roma con un pezzo di verità murato sull’asfalto.
Un cesso, un cesso identico a quello dove Valentina ha abortito il suo figlio malato,
un cesso, ritratto meraviglioso e anche troppo profumato di un obiettore di coscienza.
uno qualunque, che equivale a TUTTI.

Grazie compagne!

FUORI GLI OBIETTORI DALLE MUTANDE

“Care compagne, vi chiediamo di darne diffusione.

Stamattina abbiamo cementato un “cesso” davanti l’ingresso dell’ospedale Pertini di Roma.

Con quest’azione abbiamo voluto segnalare l’attacco alla libertà di scelta delle donne da parte dei medici obiettori che lavorano nelle strutture sanitarie pubbliche.
L’ennesima violenza è stata vissuta da una ragazza costretta ad abortire in un bagno del Pertini senza alcun supporto sanitario a causa della sola presenza di medici obiettori.

Se l’aborto è criminalizzato tanto da lasciare sola una donna che interrompe la gravidanza, se non si prescrive la pillola del giorno dopo, se la normalità è avere una media di 17 medici obiettori su 19, se l’intersessualità e la transizione vengono demonizzate come se fossero una malattia, è perché ci sono responsabilità individuali generate e legittimate da una volontà politica volta a sostenere la cultura cattolica più bigotta ed oppressiva.

In Italia il numero di medici obiettori raggiunge l’80%, molti dei quali praticano l’aborto privatamente mettendo la propria carriera professionale al di sopra delle singole vite.

Resistiamo contro un’aggressione pervasiva e costante: la proposta di legge Tarzia, che voleva i movimenti per la vita all’interno dei consultori, privatizzandoli e svuotandoli del loro significato; l’impossibilità di accedere alla RU486, fornendola solo con l’ospedalizzazione di 3 giorni; la costrizione nei confronti delle donne migranti senza documenti in regola a trovare metodi alternativi e a volte letali per interrompere la gravidanza; i tanti, troppi ostacoli per trovare una ricetta e poi una farmacia per comprare la pillola del giorno dopo, farmaco su cui non si può obiettare perché contraccettivo e non abortivo; l’assenza di informazioni sulla pillola dei cinque giorni dopo e la conseguente impossibilità ad usufruirne.

Rifiutiamo l’ingerenza dello Stato e della Chiesa nelle scelte che dobbiamo affrontare nel nostro quotidiano. Vogliamo scegliere se, quando e come essere madri.

E’ con un cesso che vi diciamo che fate cacare:
continuiamo a chiederci in che modo venga gestito un luogo di cura in cui avvengono episodi tanto gravi, in cui, non lo dimentichiamo, è stata permessa e causata l’uccisione di Stefano Cucchi.

Vogliamo stanare ogni obiettore perchè venga rispettata la nostra libertà di scelta
Nessuna è sola se ci uniamo nella lotta,
Fuori i preti dalle mutande!

LEGGI ANCHE:
Abortire in un cesso
“Stupratele! Tanto poi abortiscono”
Uno sfogo sulla RU486
–  Sul cimitero dei feti
Marcia per la vita: dovete morì tutti

Ad abortire sole, magari in un cesso, siamo state troppe: maledetti obiettori assassini

11 marzo 2014 5 commenti

Valentina porta il mio stesso nome, gli ospedali dove abbiamo vissuto un’esperienza simile son diversi, stessa e maledetta è la città, capitale in “grande bellezza” e nel numero degli obiettori.

Foto di Lorenza Valentini…

L’aborto terapeutico sventra nel corpo e nell’anima, qualunque cosa pensate essa sia.
L’aborto terapeutico è una scelta lacerante, che apre ogni tua emozione a partire da quella placenta che già inizia a muoversi, ad avere la forma dell’amore totale; nessuno dovrebbe parlare, nessuno dovrebbe fiatare sull’aborto terapeutico, su una simile scelta che una donna, e nel migliore dei casi una coppia si trova a prendere.
L’aborto teraupetico non è una scelta “libera” come l’aborto volontario nelle 12 settimane: quando decidi di abortire un figlio a cui hanno diagnosticato una malattia non sei libera, sei un condannato a morte, sei uno zombie che cammina per ritrovarsi comunque spalle al muro davanti al grilletto.
L’unica scelta possibile è sparare e si muore tutti, inevitabilmente.

Ognuna di noi, quasi tutte noi, ha dovuto abortire nella solitudine,
in ospedali deserti, in corridoi festanti per le nuove nascite…
Io ricordo di una dottoressa che ebbe pietà di me, alle 3 di notte di una vigilia di capodanno e mi fece salire in sala parto, in quel momento tranquilla…rimanere lì alla 16esima ora di contrazioni, con un indecente pannolone e una mamma accanto che allattava per la seconda volta il suo splendido sano e solare primogenito era troppo anche per lei, che forse combatte con gli obiettori più di noi,
lavorandoci spalla a spalla.
Rimasi sola con quel corpicino perché nessuno mi si filò per un po’,
finchè il profilo di una donna di una certa età non si è avvicinato, ha capito, mi ha lavato, mi ha baciata, ha pianto con me.

Poi di nuovo il reparto, i vagiti felici, le mamme che ti chiedono in che posizione attaccarlo al seno convinte che anche tu sia lì per partorire, invece sei senza luce, al buio, scombussolata da dolori, ormoni, farmaci, morfina, obiettori che poggiano gli occhi su di te…
e passano oltre.
Uno, due… ricordo che le ore passavano e nessuno poggiava gli occhi su di me, apriva la cartella, guardava se era il caso di togliermi i tamponi e mandarmi a casa.
L’ho già raccontato su questo blog quella lunga maledetta mattinata e non mi va di rifarlo perchè la rabbia è la stessa di quel giorno.

Volevo solo chiacchierare tra donne, tra amiche, tra compagne:
BASTA! è veramente ora di farli sparire, di spazzarli via dalla sanità pubblica, di toglierceli dalle mutande, dall’utero, dalla fica.
Fuori, fuori dagli ospedali, fuori di prontosoccorso, fuori dalle ginecologie: non avete diritto di esercitare la professione di medici,
non avete diritto di decidere sulle nostre vite.
Vi auguro la solitudine, in un letto di ospedale, per ogni donna che avete insultato con il vostro sguardo,
Con il vostro rilassato “saltarla” e passare a quella dopo,
malgrado dolori, malgrado emorragie, malgrado si partorisca in un cesso aiutate solo dal proprio compagno.

Dovreste veramente pagarla cara, pagare ogni nostro goccio di sangue non medicato.
ASSASSINI, PERVERSI FOTTUTI MALEDETTI ASSASSINI

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Lo spazio liberato dalle Cagne Sciolte, e la passeggiata collettiva del 2 febbraio

28 gennaio 2014 1 commento

NOIDUE!IMG_7376Mai ho avuto modo di scrivere dello spazio occupato dalle Cagne Sciolte, in via Ostiense 137, una manciata di settimane fa, il 14 dicembre.
Eppure quel luogo è stata la sola fonte di fughe di queste giornate lunghissime, il solo luogo di calore totale e immediato,
quello spazio liberato straordinario,
liberato da compagne che insieme son di una forza e di una bellezza rara.
Non son mai riuscita a ringraziarle se non per le azioni fatte alla loro nascita, prima che quel locale sigillato per loschi giri sui corpi delle donne fosse preso e riaperto ad una comunità che è trascinante e bella, variegata e non ortodossa, liberata e liberante.
Un luogo che ha il sapore della complicità, che ha l’energia e la forza di chi lotta da sempre, in ogni contesto attraversato,
che sento lontano da dinamiche ormai insopportabili che ci portiamo dietro come una zavorra ormai genetica.

E allora non lo faccio nemmeno ora, che son lontana, e mi mancano… non ne scrivo, che tanto basta guardarle un secondo per capire che le parole non servono poi così tanto.
Non lo faccio perché ho voglia di cazzeggiare ballando intorno a quei 4 pali, ho voglia di chiacchierare su quei divanetti e veder mio figlio correre intorno al palco come un pazzo: troppi desideri per poter “scrivere” senza sembrare un po’ scema.
Spero di essere con voi, per le strade di quel quartiere, domenica 2 febbraio…
( qui gli altri articoli sulle Cagne Sciolte : LEGGI )

Le Cagne Sciolte liberano uno spazio a Roma! Daje!!

14 dicembre 2013 Lascia un commento

20131214-113611.jpg

Cagne Sciolte nello spazio

Ci son giornate che iniziano bene.
Giornate che iniziano con pezzi di riappropriazione, giornate che ti fan sentire meno sola,
che senti quella vocina dentro che dice “daje che ancora c’è ossigeno”.
Le “Cagne Sciolte”, nuovo gruppo di donne di cui abbiamo parlato dal primo vagito della loro storia,
hanno liberato un nuovo spazio, a Roma. Uno spazio che sarà immediatamente uno sportello di accoglienza per donne,
uno spazio che… ecco compagne eh, mo arrivoooooo.
Le “cagne sciolte” hanno saputo far parlar di loro dal primo momento,
son state caricate dopo pochi istanti di vita, e hanno fatto rosicare i fascisti come poche…
ora ci donano quattro nuove mura da vivere collettivamente, grazie care.

Buon nuovo inizio, in uno spazio nuovo tutto da vivere, da determinare e costruire insieme.
Ci vediamo a momenti, in via Ostiense 137 … ve vojo abbraccià una ad una

Qui il loro sito: Vedi

Abbiamo liberato uno spazio in Viale Ostiense 137.

Vogliamo farne un punto di riferimento e di incontro per le donne.

Abbiamo avviato questa esperienza in questo territorio perché non ci sono luoghi in cui riprenderci il nostro tempo, incontrarci con le altre e riconoscerci riscoprendo le nostre potenzialità; quelli che invece ci sono nelle città sono troppo pochi o lontani.

Uno dei primi progetti che vogliamo avviare sarà uno spazio di accoglienza per le donne che hanno subito o subiscono violenza, riservando un luogo protetto per le situazioni concrete e personali, dove sarà possibile avere colloqui con operatrici e avvocate, dove si possano trovare tempi e modalità per rielaborare e liberare le proprie vite da ricatti e sensi di colpa.

Ognuna può uscire dall’isolamento e dal senso di impotenza in cui vogliono rinchiuderci attraverso la paura e la diffidenza, i falsi miti sull’individualismo e l’arrivismo.

Non vogliamo essere remissive, siamo battagliere.
Il nostro sogno è vivere felici e vorremmo iniziare da qui.
Lottiamo contro la violenza sulle donne, ma non ci interessa farlo con la retorica della donna buona e onesta che non si tocca neanche con un fiore.

Pensiamo piuttosto che la violenza si inizi a sradicare ogni volta che una donna non vuole stare alle dipendenze di qualcuno, servile e indifesa, in casa o al lavoro…ma per farne una cultura dobbiamo esserne coscienti tutte!

In questo progetto ci mettiamo tutta la voglia e il coraggio di iniziare da capo e imboccare strade inesplorate, convinte di trovare altre sorelle lungo il cammino, perché sentire la solidarietà e la presenza delle altre è sempre qualcosa che cambia le prospettive e apre possibilità che prima neanche si vedevano.

Insieme si moltiplicano le forze: quello che ci sarà è innanzitutto quello che vorrai condividere e contribuire a creare. Sarà uno spazio in cui venire a prendere fiato da una vita che ti soffoca, a comunicare con le altre, in cui proporre e costruire tutti i progetti che desideri, uno spazio in cui confrontarsi su quello che succede intorno e ciò che vorremmo cambiare, in cui sperimentare pratiche per agire, dove trovare una situazione di mutuo aiuto per tutti i problemi che ci rendono la vita una faticata anziché una ficata.

Noi ci mettiamo l’inizio, il seguito lo determina chi vorrà esserci e sostenerci, consapevoli che cerchiamo di abbattere un sistema che disprezziamo, fondato sullo sfruttamento e la sopraffazione: il nostro non sarà un luogo per accumulare denaro, né per avere riconoscimenti sociali, né per farsi forza con le debolezze delle altre. Non ci interessano i contentini e le pacche sulle spalle (o sul culo!).

NESSUNA SARA’ LIBERA FINCHE’ NON LO SARANNO TUTTE LE ALTRE!

CHIAMIAMO TUTTE E TUTTI ALL’ASSEMBLEA PUBBLICA IN
VIALE OSTIENSE 137 ALLE ORE 17.00

20131214-113707.jpg

Il nuovo spazio si trova in Via Ostiense 137, e vi aspetta

Le “cagne sciolte” fanno rosicare i fascisti: scusate se mi scompiscio!

30 novembre 2013 9 commenti

Eheheheh, mi vien da ridere a guardare questa scritta..
tu pensa ‘sti poracci. Me li sono immaginati mentre intingevano la pennellessa nella vernice nera, per le loro lettere geometriche e stantìe,
mentre preparavano la colla, mentre si dirigevano davanti all’istituto Fermi a Monte Mario per attacchinare ‘sto popò di mondezza.
Me li immaginavo ridendo…

stanno bene

niente può far rosicare più al mondo un microbo fascista, un maschio tutta celtica e niente neuroni,
di un gruppo di donne totalmente libere ed emancipate,
liberate e irriverenti, sfacciate e provocatorie. Devono aver rosicato proprio a partire dal midollo osseo flaccido che avranno in corpo,
se le saranno sognate la notte, senza nemmeno aver il coraggio di farcisi una pugnetta,
che anche per quelle bisogna esser capaci.
Poverini, 4 fascisti inutili che ci han fatto fare una sonora risata…

Le “cagne sciolte” giustamente ci fanno sapere che ” i fasci se li magnano”.
Se non facessero veramente schifo, sarebbe da farlo…qui basta scompisciarsi dalle risate me sa…

Leggi:
Caricate le “cagne sciolte ” al Quirinale
Il comunicato

Una lettera dalle Vallette racconta il carcere di oggi. Femminile.

27 novembre 2013 3 commenti

Purtroppo nulla di quel che ho letto in queste righe mi ha stupito.
Chi conosce il pianeta carcere, chi con lui ha la familiarità e l’odio del caso sa perfettamente che quel che raccontano queste righe è normale amministrazione, è il carcere di oggi, quello che azzitta e separa, quello dove non esiste lotta ed organizzazione,
quello dove l’abuso è tra i più squallidi e il controllo farmacologico pane quotidiano.

Carcere di Rebibbia…

Mi piacerebbe lo leggessero tutte coloro che si sono addannate per trovare delle scarpette rosse, due giorni fa.

Stralci di una lettera dalle Vallette.
04/11/2013

(…) Mi trovo tutt’oggi ancora ai Nuovi Giunti. Sono stata trasferita il 22 luglio. Io come altre detenute, siamo al livello di non ritorno dalla quasi pazzia. In teoria nei Nuovi Giunti puoi starci massimo 15 giorni.

Dopo svariati mesi da una petizione siamo riuscite a ottenere uno sgabello per cella, poter fare l’aria a uno stesso orario, e non come pecore da pascolo, o tappa-buchi quando le altre sezioni non scendono. Questo era un disagio non da poco. Una mattina alle 9, il giorno dopo alle 11 come veniva comodo a loro e quell’ora d’aria diventava una corsa per poter essere pronte all’improvviso. Questa situazione è da sempre insostenibile. Due ore d’aria e ventidue chiuse senza la possibilità di fare un’attività ricreativa. C’è una bellissima palestra inagibile. Abbiamo ottenuto di poter usufruire della doccia dalle 9 alle 11, orario in cui devi essere già pronta per la così sospirata ora d’aria. Alle 11 passa il vitto. Bene noi al nostro ritorno dall’aria alle 12 abbiamo nei piatti qualcosa di commestibile, di cui non si capisce la fattispecie, messa a giacere per un’ora fino al nostro ritorno in cella. Prima cosa non mi sembra molto corretto e igienico che io debba avere il vitto per un’ora dentro la cella senza neppur vedere cosa mi ci si mette dentro. Io personalmente ho un piccolo aiuto dall’esterno e vado avanti da più di tre mesi a yogurt e frutta. Ma chi non ha la possibilità di fare quel minimo di spesa si fa coraggio chiude gli occhi e butta giù. Le mie compagne mangiano degli alimenti con corpi estranei all’interno!
Poi c’è il lusso della doccia dalle 13 alle 15. Alle 15 bisogna essere pronte per l’aria. Quindi in una sezione dove ora siamo 25, ma spesso si è in 50, con 2 docce funzionanti e un lavabo bisogna fare coincidere tutto. Voglio puntualizzare che nelle celle non c’è proprio la predisposizione per l’acqua calda a differenza delle docce dove c’è un termostato per la temperatura a piacimento loro. Quello che potrebbe essere un piccolo ritaglio di relax diventa una vera e propria tortura per molte, direi quasi tutte. La temperatura priva di calore rende insostenibile il nostro livello di stabilità. Io personalmente faccio comunque la doccia seppur con la speranza che non mi si geli il cervello. Ma le mie compagne sono tutte comunque di un’età sulla cinquantina anche oltre puoi capire il loro disagio e impossibilità di lavarsi dignitosamente: si prendono a secchiate a vicenda prendendo l’acqua dal lavabo della doccia che è per lo meno tiepida. Potrebbero chiamarsi problematiche sorvolabili invece queste condizioni imposte rendono la nostra permanenza e sopravvivenza insostenibili a un minimo tenore dignitoso. Ho deciso di scrivere questa parte di lettera di sfogo perché vedo crollare la stabilità delle compagne sotto ai miei occhi! E mi sto quasi sentendo impotente a poter solo tendergli la mano.

Ci sono detenute che andrebbero spostate in centri che possano aiutarle e non essere imbottite di terapia per non disturbare la quiete delle lavoranti “agenti-assistenti” con il continuo urlo straziante per il loro malessere psicologico con “invalidità al 100% neurologica”. Sono già state in diverse strutture OPG ma ora giacciono qui nei Nuovi Giunti. Io non mi permetto di chiudere la bocca a nessuno. Così per non sentire queste urla assordanti ho praticamente un  trapianto di cuffie alle orecchie.
Ho preso realmente coscienza che bisogna fare uscire al di fuori da queste mura la realtà vera, cruda delle carceri italiane. Perché lottando sole facciamo solo numero. Così da questa sera a un mese ognuna di noi farà da passaparola per fare girare la voce nelle carceri italiane. Il 4|12 alle ore 16 faremo una battitura. Nel giro di un mese credo che il passaparola sarà arrivato in tutte le carcere e chi ha la possibilità di mandarci giornalisti al di fuori di queste strutture da degrado, aiuterà a fare uscire oltre queste infinite sbarre il nostro grido di aiuto. Se una persona lotta da sola, resta solo un sogno, quando si lotta assieme la realtà cambia. Qualcuno dovrà pure darci ascolto!
Siamo ancora prive di un contatto con il mondo esterno, prive di tv che potrebbe aiutare a distogliere la mente dai nostri pensieri. La posta potrebbe essere un po’ di zucchero per i nostri cuori ma anche lì abbiamo il lusso che ci venga consegnata “dal martedì al venerdì”, forse non avendo contatti con il mondo esterno non siamo a conoscenza che le poste italiane ora lavorano solo quei giorni. Ma non credo sia così. Dopo un mese dal mio trasferimento a questo penitenziario nuova disposizione: tutta la posta deve essere registrata al computer “quando ne hanno tempo”. Altrimenti come oggi seppur lunedì la posta vista da altre detenute non c’è stata consegnata. In prima sezione hanno fatto la battitura, noi nuovi giunti all’aria ci mettiamo sul piede di guerra: minacciamo di non risalire dall’aria. Così per azzittirci la nostra dignitosa ispettrice ci viene a dire che stanno registrando la posta. A chiacchiere: niente posta. Io personalmente una raccomandata l’ho firmata dopo 9 giorni dal suo arrivo!

Non veniamo rifornite di niente: generi di prima necessità per l’igiene persona e quant’altro. Solo al nostro arrivo un rotolo di carta igienica, due piatti e due posate di plastica, uno spazzolino e un dentifricio con saponetta. Poi dopo aver dormito senza lenzuola coperte e cuscino se sei fortunato entro un paio di giorni dal tuo arrivo puoi ottenerle e poi niente più. E, mi ripeto, chi non ha un piccolo aiuto dall’esterno economico è privo di tutto. Non viene rifornito neppure dalla carta igienica. Ma per fortuna c’è la domenica di mezzo. Ci viene data gentilmente in regalo Famiglia Cristiana e molti giornali. E molte hanno trovato rimedio a scopo carta.
Scrivo terra-terra sdrammatizzando ma siamo nel tunnel degli orrori. Prendendo atto di ciò che è accaduto il 31 ottobre ora do il libero sfogo. Abbiamo sollecitato più volte le assistenti di sezione di tenere sotto osservazione una nostra compagna da giorni in uno stato confusionale e, preoccupate per questa visibile instabilità, abbiamo solo richiesto che venisse applicato il loro ruolo: controllarci. Bene se questo fosse stato fatto con i tempi giusti oggi non ci si troverebbe in questa condizione. Bene siamo scese all’aria alle 15  e al nostro ritorno dopo più di un’ora che eravamo rientrate notiamo un’allarmante via vai di assistenti nella cella di questa nostra compagna. L’hanno trovata priva di sensi con entrambe le braccia tagliate da ferite importanti tanto da procurarsi la sutura di 19 punti al braccio sinistro e 24 al quella destro. Ovviamente mentre era in infermeria viene fatto il cambio cella per essere poi piantonata. “Ovviamente”. Tutto ciò poteva essere evitato ascoltando le sue ragioni. Non volevano consegnarle la spesa della sua concellina uscita liberamente, che aveva fatto tanto di domandina per lasciare la sua spesa a lei. Domandina vista da vari assistenti e poi credo cestinata. Questa è stata la goccia che ha interrotto quel filo sottile della sua stabilità già offuscata. Anche qui sarebbe bastato ascoltare e controllare prima che succedesse l’accaduto.
Malgrado piantonata, la stessa notte per la seconda volta ci è andata troppo vicina: si stava soffocando con la sua maglia, e per ritardare l’accesso alla sua cella di piantonamento ha tirato su la branda facendola incastrare nelle sbarre del blindo. Allora tiriamo fuori la realtà, la verità. Non credo che bisogna aspettare che uno sia sottoterra. Questo va ben oltre. Ieri è andata bene, se così si può dire, facciamo qualcosa. Aiutateci. Aiutiamo queste donne, figlie, madri.

Per finire in bellezza la stessa notte una compagna si sente male. Soffre di gastrite nervosa. Mi dirai che non è una patologia così allarmante, sì se solo non soffrisse di problemi cardiocircolatori. Ha già avuto un arresto cardiaco provocato da questi attacchi. Continuano a farle flebo e punture di “Contramal” per alleviare il suo dolore. Ma in sostanza con i problemi che ha aggrava solo le sue condizioni. Portandola tra le mie braccia di peso sino in infermeria è passata più di  un’ora e mezza per fare intervenire la guardia medica.
Bene. Io sono allibita da tutto ciò. Ma non smetterò di combattere per me e le mie compagne, il nostro grido di dolore è assordante ma non ci sente nessuno. La guardasigilli Cancellieri si sta muovendo per noi? Per la popolazione carceraria? Ma deve aiutare noi tutte, detenute dal degrado.
Un grido di aiuto e un affettuoso saluto le detenute seconda sezione Nuovi Giunti.

M.
Seguono le firme di 22 detenute

Il comunicato delle Cagne Sciolte dopo l’aggressione subita ieri dalla polizia

26 novembre 2013 2 commenti

Da poco online il comunicato delle Cagne Sciolte dopo la giornata di ieri, il cui racconto trovate QUI.
La pagina di Stefano con le foto di ieri: Qui
Dispiace, molto, non esser stata con voi.
Alla prossima compagne!

Ieri #25N le CagneSciolte hanno partecipato ad un momento cittadino per protestare contro l’incontro tra Napolitano e Putin al Quirinale. Le forze dell’ordine hanno immediatamente deciso di reprimere la piazza con botte e cariche.

Non ci stupisce questa risposta alla nostra presenza sotto quel palazzo perchè ha chiarito ulteriormente la falsa retorica del 25 Novembre con le istituzioni che rispondo alla violenza sulle donne solo con politiche securitarie.

Siamo ben consapevoli invece che il problema principale è il potere e il suo abuso. E quale esempio migliore di chi stupra nelle caserme, nei C.I.E. e nelle carceri?

I governi parlano di sicurezza e difesa delle donne, ma la giornata di oggi dimostra che ci vogliono solo disciplinate e in silenzio!
Questa giornata è stato il nostro modo per esprimere la nostra rabbia e la nostra audetereminazione.

“Come cagnesciolte siamo una minaccia per le strutture sociali che tengono le donne schiave e i valori che giustificano il mantenimento delle donne al proprio posto”

Noi lo striscione non lo lasciamo!

La più pulita c’ha la rogna
CagneSciolte

La violenza dello Stato è “violenza sulle donne”, oggi l’hanno ribadito: caricate le Cagne Sciolte al Quirinale

25 novembre 2013 3 commenti

Il Campidoglio tinto di rosso, “l’Italia dalle scarpe rosse”, “il governo dichiara guerra al femminicidio”,
le “se non ora quando” tirate a lucido…
oggi la giornata nazionale contro la violenza sulle donne ha avuto la sua dose mielosa e inutile d’ipocrisia.
Ma non solo a quanto pare, non è bastato leggere di armadi smontati per cercare scarpe rosse adatte alla giornata,

hanno voluto ribadire che anche allo Stato piace tanto far violenza sulle donne,
l’hanno voluto ribadire coi manganelli, con le camionette e le cariche, così come a loro piace.
Una serie di attacchinaggi,
l’azione simbolica dentro la basilica di San Lorenzo al Verano in solidarietà alle PussyRiot,
oggi le “cagne sciolte” (qui potete leggere il manifesto)  si son mosse per la città manifestando puntando diversi obiettivi.
Senza peli sulla lingua e senza dimenticarsi nessuno: quindi la caserma di San Basilio, tristemente nota,

L’azione dentro San Lorenzo al Verano. FREE PUSSYRIOT!

gli ospedali dove è sempre più faticoso ottenere l’interruzione volontaria di gravidanza grazie alla lurida presenza degli obiettori di coscienza,
le chiese…
tra l’obiettivi della giornata anche quello di contestare l’arrivo di Putin a Roma, passamontagna colorato alla mano.

L’accoglienza è stata delle migliori al Quirinale: il corteo delle compagne si è trovato davanti 3 camionette e una cinquantina di agenti antisommossa che hanno azionato immediatamente il loro unico neurone manganellatore, a dimostrare come la “giornata contro la violenza sulle donne” è per loro una celebrazione da far svolgere come dicono loro, se dicono loro, con le loro scarpette rosse a far da sfondo per le foto patinate.
Lo Stato fa violenza sulle donne, oggi l’ha semplicemente voluto ribadire, scegliendo la giornata giusta.
SPUTIAM SU PUTIN, SPUTIAMO SULLA POLIZIA.

Solidarietà alle compagne attaccate al Quirinale, solidarietà alle Cagne Sciolte (qui il Blog, qui la pagina Twitter),
solidarietà alle PussyRiot.
IL LORO COMUNICATO sull’aggressione subita: QUI

Sputiamo su Putin
La rivolta è fica

Oggi, 25 Novembre, è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
Le istituzioni incontrano Putin e il papa lo riceve in vaticano.
Noi invece esprimiamo la nostra solidarietà per le pussy riot e tutte le persone perseguitate in Russia per il proprio orientamento sessuale.
Il nostro dissenso per la presenza di Putin a Roma non ci impedisce di denunciare la tendenza delle politiche italiane a vittimizzare le donne e proporre leggi sempre più repressive in loro nome, come dimostrato dalla recente legge sul femminicidio.
La visita di oggi del presidente russo è l’emblema dell’ipocrisia delle cariche istituzionali, che spendono parole di indignazione contro la violenza sulle donne, mentre continuano ad ostacolare la loro reale autodeterminazione.
Non dimentichiamo neanche il ruolo della chiesa nel determinare provvedimenti che limitano la libertà delle donne e delle persone lgbtqi. Siamo per questo convinte che sacra romana chiesa e chiesa ortodossa riusciranno a trovare dei punti d’incontro: un accordo tra patriarchi sui nostri corpi si trova sempre.

Non ci fermeremo finché non cadranno l’ultimo papa, l’ultimo zar e l’ultimo re
Free pussy riot
Liberi tutte!

FreePussyRiot_Roma

Leggi: Free PussyRiot
Inizia il processo
Punk, capitale, complotti e nausea
Dalle PussyRiot alla Siria passando per un coglione
Roma solidale con le PussyRiot
Sulla violenza sulle donne, il “non” diritto all’aborto, la violenza dello Stato e dei suoi apparati: QUI

Stupratore di 4 donne e torturatore a Bolzaneto: è Massimo Pigozzi, poliziotto

1 ottobre 2013 19 commenti

Una sentenza di Cassazione, a conferma dei due precedenti gradi di giudizio, che condanna il poliziotto Massimo Pigozzi a dodici e anni e mezzo di reclusione per lo stupro di ben 4 donne. Stupri che il Picozzi compieva durante l’espletamento delle sue mansioni lavorative, quindi all’interno delle camere di sicurezza della Questura di Genova ai danni di donne in stati di fermo.

Massimo Pigozzi però noi lo conosciamo già, il suo nome, prima degli stupri “in divisa” era già noto alla magistratura,
ma soprattutto a noi che eravamo per quelle strade in quei giorni indimenticabili; non un poliziotto qualunque, un playmobil tra i troppi che ce ne sono…
Massimo Pigozzi -mi piace ripetere il suo nome tipo nenia, così che il tempo lo lasci comunque indelebile nella memoria-  era ben noto come torturatore, e per questo già condannato a tre anni e due mesi, per aver … non so trovare il verbo adatto…  divaricato le dita delle mani di un manifestante fino a spaccargli la mano (dopo Giuseppe Azzolina fu suturato con 25 punti e ha riportato una lesione permanente ) .

Insomma, Massimo Pigozzi è un uomo di Stato e in quanto tale è stato condannato per aver compiuto tortura su un uomo in stato di fermo,
e in quanto tale ha stuprato ben 4 donne dentro una Questura anche loro in stato di fermo, quindi in una condizione di debolezza totale.
La corte di Cassazione ha per questo stabilito che il risarcimento venga pagato dallo Stato, dal Viminale per essere precisi, perchè se stupro c’è stato,
dice senza troppi giri di parola la sentenza depositata oggi – e c’è stato per ben 4 volte- è stato possibile per volere dello Stato, che dopo la condanna per i fatti di Bolzaneto ha pensato bene di mantenere quel personaggio a svolgere il suo lavoro,
avendo oltretutto modo di avvicinare e poter rimanere solo con persone in stato di fermo.

Dopo i giorni di Genova ha continuato a fare il suo mestiere,
Dopo la condanna a tre anni e due mesi per i fatti di Bolzaneto, ha continuato a fare il suo mestiere,
Dopo uno stupro e poi un altro e poi un altro e poi un altro, tutti avvenuti in caserma mentre continuava a fare il suo mestiere.
Oggi il terzo grado di giudizio: il fatto che sia la magistratura a toglier dalle caserme questi personaggi e non il “furor di popolo” mette un po’ di tristezza, ma tant’è.

Son sentenze che però andrebbero lette e rilette in faccia a chi diceva che a Genova in quei giorni c’è stata la “sospensione della democrazia”,
o a chi parla di “mele marce” quando avvengono certi fatti in caserma.

1.3.1.2.
ACAB

Diana uccide gli stupratori: W DIANA!

2 settembre 2013 15 commenti

Iniziamo direttamente dalle sue parole, le parole di Diana La Cazadora de Choferes ( Diana, la vendicatrice di autisti) giunte come rivendicazione delle sue gesta al giornale messicano La Polaka.

“Pensano che poiché siamo donne siamo deboli e abbiamo bisogno di lavorare fino a tarda notte per mantenere le nostre famiglie non possiamo far altro che tacere questi atti che ci riempiono di rabbia; le mie compagne hanno sofferto in silenzio, ma non possiamo tacere di più, siamo state vittime di violenze sessuali da parte dei conducenti che coprono il turno di notte qui a Juárez e nessuno difende o fa nulla per proteggerci, quindi io sono uno strumento per vendicare diverse donne che apparentemente siamo deboli per la società, ma non lo siamo veramente, noi siamo coraggiose e noi ci faremo rispettare per mano nostra. Le donne di Juarez sono forti”.

Diana, questo il nome che si è scelta per firmare le sue azioni , è una donna dai lunghi capelli biondi e dalla gonna scura, questo è quello che sappiamo. E sappiamo che è già definita una “serial killer”, e che si aggira nella città che ha il più alto tasso di stupri e assassinii di donne al mondo (proprio un bel primato): Ciudad Juarez, centro operaio messicano a pochi kilometri dal confine statunitense.
Una cittadina dove appunto le donne sono preda di stupri continui soprattutto durante gli spostamenti per recarsi nei centri industriali, fuori dalla città, e son quindi i camionisti e autisti delle corriere le categorie più accusate delle continue violenze sessuali.
Per ora i morti son due: Roberto Flores Carrera, autista di corriera di 45, morto con un colpo alla testa e
Freddy Zarate, stessa età, stesso mestiere e stesso colpo in testa.

Le poche e chiare righe di Diana ci raccontano le motivazioni di queste due morti,
e ci fanno pensare/sperare che proseguirà nel suo lavoro,
alla faccia del “se non ora quando”.

10, 100, 1000 DIANA!

Sul “femminismo radicale”: righe da leggere assolutamente

9 agosto 2013 5 commenti

Una boccata d’aria, un’articolo che mentre lo leggi senti il corpo rilassarsi,
ti senti a casa, a casa col tuo utero, con le tue eccitazioni ed anche con il resto dei corpi che ti eccitano,
di qualunque forma, colore, pelo, sesso siano (solo crescendo si scopre quanto si può essere molteplici, sessualmente)
Un articolo che vi giuro mi piacerebbe abbracciare chi l’ha scritto perché mi ha donato un sonno tranquillo: grazie quindi al blog Abbattoimuri, perché in queste righe c’ha reso felici in tante:
tante donne che non riescono a stare nei meccanismi bigotti, medievali e da caccia alle streghe che si respirano, vivono e da cui spesso si fugge (che l’aria è da linciaggio) in alcune componenti del movimento femminista:
quella componente totalitaria, maschicida, repressa, probabilmente frigida e un po’ genocidaria.

Non ne ho mail voluto scrivere, malgrado abbia assistito anche a qualche processetto popolare contro “streghe” mandato avanti proprio dalle guru del femminismo radicale, quelle de “la libertà sessuale c’ha portato solo danni”, quelle contro la post pornografia, quelle probabilmente contrarie ai propri umori vaginali,
che le altre vorrebbero godersi tranquille e libere.
Chiudo, non una parola in più che non le voglio a rompermi “il cazzo”… posso?  (forse posso se scrivo lA cazzA) so’ romana e sta parola fa parte di me, OH!
Vi lascio all’articolo, con un enorme GRAZIE

Contro il femminismo radicale (siamo figlie della lotta di piazza!) (link)
Noi siamo figlie della lotta di piazza e non del femminismo da salotto. Perché c’è almeno un decennio (in Italia), se non di più, di lotte in piazza delle donne che altre donne si sono perse. Quando le accademiche scrivevano papiri per spiegarci come fare a stare al mondo noi eravamo in piazza a prendere le botte della polizia, a combattere contro un modello economico che sapevamo già ci avrebbe sconfitti/e tutti/e. Al nostro fianco c’erano compagne, compagni, un altro mondo possibile fatto di persone che pronunciavano la propria lotta riportando il punto su una questione da troppo tempo dimenticata: la lotta di classe.

Dopodiché arrivò la restaurazione e un certo “femminismo”, dopo aver detto che eravamo gggiovani e “violente” (ricordate la manifestazione del 2007 e i commenti delle femministe storiche del giorno dopo?), decise che quelle erano cose da grandi. Sicché dopo che per un ventennio, almeno in Italia, non s’erano proprio viste se non per fare tour di colonizzazione di saperi (oh come erano belle le donne del pci che venivano a spiegare a noi siciliane come si fa femminismo borghese mentre noi avevamo a che fare con la fogna a cielo aperto, la mancanza d’acqua nelle case e la mafia che sparava per le strade…) ringalluzzirono per anestetizzare, normalizzare e riprendersi la scena. Ma andiamo con ordine.

Quando pensi che il femminismo abbia fatto passi avanti in Italia arriva puntuale l’orda di storiche, o per meglio dire, anziane del femminismo radicale, quello della Dworkin e della MacKinnon (Brrrr!) a infliggerti un po’ di ortodossia e ad insegnarti il valore dell’obbedienza al dogma.

In Italia, a partire da Paestum (così leggo) è tutto un riscoprire una corrente che risale ai tempi successivi a quelli delle suffraggette. E’ a loro che dobbiamo il fatto che per le donne la lotta di classe è andata a farsi benedire. Il loro verbo dice che bisogna portare al potere le donne perché donna è meglio e tutto il male arriva da chiunque abbia cromosomi differenti. L’evoluzione/incrocio, se volete, è anche quella del femminismo della differenza, ma intanto è fondamentale capire qual è l’origine di quel pensiero che di moderno non ha assolutamente niente.

Non mi dilungo in dotte citazioni perché da sempre ho comunicato e pratico un femminismo che non è accademico. Quel che sintetizzo è tutto ciò che io, dopo anni di studio, pratica e pensiero critico femminista ho letteralmente preso e messo da parte. Perché il femminismo non è una religione e se perfino il cattolicesimo si è evoluto, negli anni, in qualche modo, anche al femminismo andrebbe data questa possibilità.

Invece siamo ancora qui a dibattere dopo decenni delle stesse noiose questioni di sempre. Per femminismo radicale si intende quella somma di pensieri e azioni che hanno determinato una morale che le donne dovrebbero sposare, fare propria, seguire alla lettera. Come ogni dogma indiscutibile che si rispetti ha proprie sacerdotesse che puoi subito distinguere dal piglio ricattatorio e moralista. Se non la pensi come loro tu sei contro le donne. Se non la pensi come loro tu sei una collaborazionista del patriarcato.

akDividono il mondo in due generi perché per loro il punto chiave sta nella biologia. Le lesbiche ammesse nel loro gruppo sono quelle comunque subordinate al pensiero che “donna è meglio” e quando arriva una trans che mette in discussione lo stesso riduzionismo biologico del termine “donna” sono sostanzialmente transofobe, nella teoria e nella pratica.

Da brave sacerdotesse tuttavia accolgono chiunque al loro cospetto purché abbandonino l’idea che la differenza di classe sia un problema perché l’obiettivo è quello di fermare il patriarcato e pur di fermarlo le avete viste e le vedrete allearsi con le peggiori capitaliste e fasciste sulla faccia della terra. Negli Stati Uniti la lobby femminista è alleata a democratici, repubblicani, a chiunque voti qualcosa che derivi dalle loro proposte.

Sono famose le loro crociate simil/antiabortiste contro la pornografia, contro la regolarizzazione della prostituzione, e sono loro che hanno sostanzialmente (MacKinnon) fornito il costrutto ideologico e anche giuridico per riconoscere alle donne il ruolo di vittime a tutto tondo nei confronti delle quali bisognerebbe parlare riferendosi ai diritti umani. Convenzioni ONU, correnti autoritarie, giustizialiste e proibizioniste che stanno colonizzando l’Europa arrivano da lì.

Da lì arriva la propaganda che disprezza e scredita modelli differenti di approccio alle questioni di genere. La lobby europea impegnata nella lotta abolizionista e proibizionista sulla prostituzione prende spunto dalla Convenzione ONU in cui la MacKinnon e sue pari sono riuscite a mettere sullo stesso piano la tratta e il sex working, ovvero lo sfruttamento per la prostituzione e il sex work per scelta.

imagesLe loro regole che si pronunciano contro la pornografia si sono scagliate contro qualunque immagine ed esibizione del corpo femminile, sovradeterminando sempre le decisioni delle donne le quali sono state perennemente intese come corpo unico, dal pensiero unico, autoritario, liberticida e fascista, con un unico sentire dal quale le donne non potrebbero e dovrebbero prescindere pena la scomunica, la patologizzazione o la criminalizzazione.

Sono donne in guerra (con propaganda d’assalto) alla sconfitta di un patriarcato che vedono quasi dappertutto, sfere magiche e fondi del caffè inclusi, giacché lo vedono pure in mio fratello o nel mio amico, proletari, poverissimi, che non hanno mai torto un capello ad una donna e che pure dovrebbero timidamente chiedere perdono, a me in quanto donna, perché qualcuno dice loro che godono di qualche privilegio.

Il loro approccio circa l’aiuto che vorrebbero fornire alle donne è interventista. Non gliene frega nulla delle vittime collaterali. Non gli interessa il contesto, la complessità, il quadro d’insieme. La loro sintesi è minimale, banale, binaria, dicotomica, semplice, oramai quasi idiota. Glissano sulle intersezioni, genere verrebbe prima di classe, razza, specie, e giustamente sono state cazziate (abbondantemente) da donne di classe differente, essendo loro vecchie, borghesi, supponenti, bianche, in origine, facenti parte del ceto medio, con un pensiero che continua ad attecchire in luoghi simili mentre vengono arruolate soldatine precarie intimidite a suon di “il nemico è il maschio“.

Cazziate da precarie, afroamericane, postcoloniali, femminismi di zone del mondo che sono oggetto di guerra e colonizzazione (in nome della difesa delle donne!), queer, trans, puttane, riot grrlz, guerrilla grrlz, slut walk grrlz, cyberfemministe, anarco femministe, postpornofemministe, transputaqueerfemministe e dalle femministe resistenti dell’america latina che della supremazia della donna bianca nordamericana che va in giro a imporre la propria morale che legittima tutori, sbirri, guerrafondai, ne hanno più che abbastanza.

images7L’approccio alla questione della violenza sulle donne è mistico. La donna è inviolabile. Talmente inviolabile che non può farsi violare neppure per scelta. Retorica vuole che il maschio sia un nemico, la stessa penetrazione sarebbe un atto di guerra ed è così che la sessualità ha subito ulteriori spinte normative entro le quali le donne dovrebbero muoversi affinché sia loro riconosciuto uno status sociale.

La sessualità delle donne è diventata terreno di moralizzazione, così come lo è sempre stata per altre religioni, ragion per cui negli anni si è determinato un pensiero unico che parla di “violenza” dettandone i termini: nel senso che a partire da questa corrente di pensiero tu, donna, dovresti sentirti violentata se vivi un rapporto così e così e così. Quando tu e lui siete a letto finisce che da un lato ti ritrovi il prete e dall’altro ti ritrovi la femminista radicale che ti impone la sua percezione. Entrambi sicuramente alleati e più che d’accordo nel definire la donna come angelica ed inviolabile creatura a quel punto utile giusto per riprodursi e farla partorire ché se ti ecciti in modi non esattamente consoni sicuramente sei schiava del patriarcato e bisogna che tu ti penta per redimerti.

Queste sono solo alcune delle caratteristiche di un femminismo che nel tempo è diventato non “utile” alle donne ma “utile” a disegni guerrafondai, neoliberisti, funzionale, per davvero, a logiche patriarcali, autoritarie, reazionarie, che sono diventate un ulteriore mezzo di controllo (con l’alibi della “tutela”) per schiacciare l’autodeterminazione delle donne.

Ci si chiede sempre come mai in tante si sono disamorate dal femminismo e si parla di colpi di coda del patriarcato, e l’unico colpo di coda, semmai di questo si tratta, è proprio di chi tenta di compiere una restaurazione di modelli che alle donne, per quel che sono oggi, non corrispondono neanche più.

969561_499921003429943_350706513_nDa anni le donne stanno nelle piazze a fare movimento, a combattere il modello neoliberista, da prima di Seattle in poi, che in Italia corrisponderà a Genova G8 del 2001, le vedi in tante assumere una nuova dimensione politica e mai come gregarie. Sono protagoniste di una scena che vede donne, uomini, gay, lesbiche, trans, operai, disoccupati, precari/e, puttane, chiunque, a combattere per ottenere diritti minimi che hanno tutto a che fare con il biocapitalismo, con il capitalismo che continua a sfruttare i corpi ed è questo l’unico sfruttamento dei corpi contro il quale nessuna Convenzione Onu, nessuna bella teoria del femminismo radicale o chi per loro, nessuna circostanziata enciclica in femministese della sacerdotessa tal dei tali, si sono mai espressi.

Quel che io so, adesso, è che non ho bisogno dell’ennesima morale per determinare la mia vita perché sono io che realizzo il mio modello di emancipazione, io a perseguirlo e io, ancora, a dire che non ho bisogno dell’intrusione di donne che tentano di salvarmi quando io non voglio essere salvata.

A margine, in Italia, questo genere di approccio lo trovate nelle proposte di censura (con galera e sanzioni economiche forti) di quelle che oggi vogliono il rogo per una immagine sessista, per una pagina facebook, domani per un blog, dopodomani per un libro, e via di seguito. La loro modalità è quella di fare lobby, allearsi con chiunque consenta loro di realizzare piani che sembrano fantastici, andare a fare ronda moralizzatrice, simil movimento per la vita, presso i blog altrui per dire loro, dal pulpito, cosa sarebbe giusto scrivere e cosa no, ostracizzare, mobbizzare, organizzare raduni per fingere partecipazione dal basso su decisioni, mozioni, già prese dall’alto, partecipare, organizzare, eventi e gruppi che hanno come obiettivo primario la sconfitta dell’etero/maschile e la vittoria dell’etero/femminile.

Dimenticavo: il maternage di ritorno è anche roba loro. Così come il rifiuto della condivisione della cura in casa con uomini disponibili, perché i figli sono della madre e la femmina è la regina del focolare… Che aria di modernità, eh? :D

Ps:  Il femminismo è l’idea rivoluzionaria che io sia una persona. Persona… non gregaria di femminismi neoliberisti che ancora riproducono fobie quasi maccartiste contro chiunque dica cose differenti…

“Come si sente una donna”, un testo dal Brasile (via Slavina)

6 giugno 2013 5 commenti

Ringrazio la mia cara Slavina e il suo blog (che lo avete tra i preferiti sì?) per la traduzione e la diffusione di questo testo.
Lo pubblico, perché fa sempre bene leggere certe cose,
perché è bello.
Quindi grazie a Claudia, e a Slavina; e buona lettura.

Questo articolo è una traduzione dalla versione spagnola del testo ‘Como se sinte uma mulher’ scritto dalla brasiliana Claudia Regina per la rivista virtuale Papo de Homem e pubblicato il 22 maggio scorso.
É un testo semplice e diretto e oltre a me è piaciuto a centinaia di migliaia di persone, per questo ho voluto tradurlo e ringrazio Claudia che mi ha concesso di pubblicarlo qui.
Signore – ma soprattutto signori – godetevelo.

“Do you know what it feels like for a girl?
Do you know what it feels like in this world?”
Madonna
É successo ieri. Esco dall’aeroporto. In una camminata di dieci metri vedo solo uomini. Taxisti fuori dalle macchine parlando. Funzionari in maglietta “Posso aiutarti?”. Un uomo con la cravatta, la sua valigetta e il cellulare in mano. Uomini diversi, sparsi in questi 10 metri di cammino. Andando per questi 10 metri mi sento come una gazzella passeggiando tra i leoni. Sono guardata da tutti. Mi misurano. Mi analizzano. Il mio corpo, i miei glutei, i miei seni, i miei capelli, le mie scarpe, la mia pancia. Tutti mi stanno guardando.
É successo quando avevo 13 anni. Praticavo uno sport tutti i giorni. Uscivo dalla palestra e camminavo per circa due isolati fino alla fermata dell’autobus alle sei di sera. Camminavo sul marciapiede quasi vuoto di una grande via. Di queste camminate mi ricordo due momenti memorabili di questa violenza urbana. Macchine che rallentavano quando si avvicinavano, e dentro si sentiva una voce maschile “Sei bella!”. Uomini soli che attraversavano il marciapiede, si guardavano indietro e dicevano “Che delizia”. Io avevo 13 anni. Portavo pantaloni lunghi, scarpe da tennis e maglietta.Adesso moltiplica questo per tutti i giorni della mia vita.So che per gli uomini è difficile capire come questa possa essere violenza. Noi stesse, donne, ci abituiamo e lasciamo che sia cosí. Ci abituiamo per poter vivere la vita di tutti i giorni.Uno di questi giorni stavo seduta in spiaggia guardando il mare dal quale usciva una giovane. Passó vicino a un tipo che le disse qualcosa. Lei si allontanó e venne camminando verso di me. Le dissi “Buona sera”, lei disse che l’acqua era deliziosa e parlammo un poco. Le domandai se il tipo le avesse detto qualche stupidaggine. Le mi disse “Sí, peró siamo talmente abituate, vero? queste cose le ignoriamo automaticamente”Il privilegio è invisibile. Per un uomo è possibile riconoscere il privilegio solo se c’è empatia. Prova a immaginare un mondo dove, per 5 mila anni, tutti gli uomini fossero stati sottomessi, violentati, assassinati, limitati, controllati. Prova a immaginare un mondo dove per 5 mila anni solo le donne fossero scienziate, fisiche, capi di polizia, matematiche, astronaute, mediche, avvocate, attrici, generali. Prova a immaginare un mondo dove per 5 mila anni nessun rappresentante del tuo genere si sia distinto in teatro, nell’arte, nel cinema, in televisione. A scuola apprenderesti una storia fatta dalle donne, una scienza fatta dalle donne, un mondo fatto dalle donne.
Nel suo testo “Una stanza tutta per se” Virginia Woolf descrive il perché sarebbe stato impossibile per una ipotetica sorella di Shakespeare scrivere come lui. Woolf dice:
“Quando leggiamo di una strega bruciata, di una donna posseduta dal demonio, una saggia donna vendendo erbe […] credo che stiamo vedendo una scrittrice persa, una poetessa annullata”
Dall’inizio del patriarcato, da 5 mila anni, le donne non ebbero sufficiente libertá per essere scienziate o artiste. Woolf spiega:
“La libertá intellettuale dipende da cose materiali. […] E le donne sono sempre state povere, non solo per duecento anni ma dall’inizio dei tempi”
NDT Per un’analisi piú completa Claudia raccomanda un link in portoghese, io vi consiglio direttamente di leggerlo tutto, visto che si trova in qualsiasi biblioteca
… poi magari qualcuno o qualcuna riesce a mettere trovare online il pdf e mette il link nei commenti ;)
Sebbene il mondo stia cambiando, ancora esistono meno opportunitá e riconoscimenti perché le donne e le minoranze esercitino qualsiasi occupazione intellettuale. I lettori di una pagina Facebook sulla scienza ancora suppongono che il suo autore sia un uomo e commentatori televisivi non considerano le manifestazioni culturali che vengono dalle favelas come vera cultura.É vero: oggi la vita è migliore, soprattutto per le donne occidentali come me. Peró, sebbene sia una donna libera e di successo, che vive in una metropoli culturale, ancora sento sulla pelle le conseguenze di questi 5 mila anni di oppressione. E se tu volessi vedere questa oppressione non avresti bisogno di andare ai libri di storia. Devi solo accendere la televisione.Rio de Janeiro, 2013. Una coppia viene sequestrata in un furgone. Le sequestratrici si collocarono uno strap on sporco che puzzava di merda e di muffa, e violentarono il ragazzo. Tutte loro, una per una, mettevano quel dildo enorme nel culo del giovane, senza preservativo ne’ lubrificante. La fidanzata, poverina, cercó di fare qualcosa peró la legarono e la presero a pugni e calci. Al leggere la notizia, ti immedesimi nella vittima (che soffrí una delle peggiori violenze fisiche e psicologiche esistenti) o in chi guarda? Naturalmente i generi sono scambiati, la violenza reale successe alla donna. Di quante violenze sono oggetto solo perché sono una donna?
Nell’infanzia non mi lasciarono essere scout perché non era cosa da bambine. Mi violentarono a otto anni (io e per lo meno due terzi delle donne che conosco che conosci tu hanno subito una violenza di questo tipo e probabilmente non l’hanno raccontato a nessuno). Ho sofferto durante tutta l’adolescenza perché non mi comportavo in maniera “femminile”. Perché non avevo le tette. Perché non avevo capelli lunghi e lisci. Da sempre la mia sessualitá fu repressa dalla famiglia, dalla societá e dai media. Qualsiasi cosa facessi male mi costava l’accusa di sfaticata.
In uno dei miei primi impieghi ascoltai che le donne non lavorano tanto bene perché sono molto emotive e soffrono di sindrome premestruale. In un altro lavoro il mio capo mi disse che avevo dei brutti capelli e mi pagó un parrucchiere perché me li allisciassi per essere piú presentabile per i clienti. Ho deciso di non essere schiava della depilazione e ricevo sguardi schifati quando mi metto i pantaloncini o le magliette senza maniche. Ho usato molto trucco solo perché la televisione e la pubblicitá fanno vedere donne truccate, e per questo è molto facile sentirsi brutte con il viso pulito. Tu, uomo, sai cos’è il trucco? C’è un prodotto per fare la pelle omogenea, uno per nascondere le occhiaie, un altro per nascondere le macchie, uno per colorare le guance, uno per esaltare le sopracciglia, un altro per le ciglia, un altro per colorare le palpebre, un altro per colorare le labbra. Quante volte ti sei messo cosí tanta roba in faccia solo perché il tuo capo o al primo appuntamento ti vedranno brutto con la faccia pulita?Quando sono in metropolitana mi posiziono in un luogo sicuro perché nessuno mi si strusci. Tu lo fai?
Quando vado a riunioni familiari mi chiedono perché sono cosí magra, che ho fatto con i capelli e se ho un fidanzato. A mio cugino chiedono cosa sta studiando e che lavoro fa.
In televisione il 90% delle pubblicitá mi denigrano. Quasi nessun film mi rappresenta o passa il Test di Bechdel. Tutte le donne sono mostrate con vestiti sexy, perfino le eroine che si suppone dovrebbero usare vestiti comodi per le battaglie. Le riviste mi insegnano che il mio obiettivo a letto é piacere a un uomo.Mentre tu, uomo, comparavi il tuo pisello con quello dei tuoi amici, a me, donna, insegnavano che masturbarsi è una cosa molto brutta e che se usavo minigonne non avrei meritato rispetto. Quanto tempo ho tardato a liberarmi della repressione sessuale e a convertirmi in una donna a cui piace scopare? Quanto tempo ho tardato per liberarmi a letto e provare piacere, mentre alcune delle mie compagne continuano a preoccuparsi se il loro partner vede la cellulite o il rotolo di ciccia e per questo non arrivano all’orgasmo? Quanto tempo ho tardato ad avere il coraggio di guardare un cazzo senza scopare a luce spenta? Quante volte ho ascoltato, mentre guidavo, un “ecco vedi, naturalmente era una DONNA”? Quante volte hai tagliato la strada a qualcuno e hai ascoltato un “ecco vedi, proprio un UOMO”?
Tutto questo per, a fine giornata, andare a cena in un ristorante e non ricevere il conto quando lo chiedo, perché da 5 mila anni sono considerata incapace. E tutto questo, CAZZO, per sentirmi dire che sto esagerando, che il maschilismo non esiste piú.Questo è un riassunto di quello che soffro o corro il rischio di soffrire tutti i giorni. Io, donna bianca, eterosessuale, di classe media. Le donne nere soffrono piú di me. Quelle povere soffrono piú di me. Le orientali soffrono piú di me. Peró tutte soffriamo dello stesso male: nessun paese del mondo tratta le donne tanto bene come tratta gli uomini. Nessuno. Ne’ Svezia, ne’ Olanda, nemmeno l’Islanda.
In tutto il mondo civilizzato soffriamo violenze e abbiamo meno accesso all’educazione, al lavoro o alla politica.In tutto il mondo siamo ancora le sorelle di Shakespeare.
**
E tu, lettore uomo, quando ti abbordano in maniera ostile per la strada, pensi “per favore, che non mi tolga il cellulare” o “per favore, che non mi stupri”?
Tutte le foto sono autoritratti di Claudia Regina, fotografa, blogger e viaggiatrice

Sulla morte di Videla da Hebe de Bonafini, madre de Plaza de Mayo

22 maggio 2013 1 commento

Righe da brividi.
In nome di tutti coloro che son morti contro le dittature e il potere, in nome del sangue dei torturati,
in nome delle loro madri che non hanno mai smesso di combattere e ricordare.

È morto Videla. La notizia mi ha paralizzata. Ho pensato subito ai miei figli. Come facevo a pensare ad altro? La testa mi girava, volevo pensare a qualcosa ma niente. Pensavo a loro e alle torture che hanno subito. Vedevo i loro visi che gridavano, mentre mi chiedevano e chiamavano tutti, come hanno fatto tutti nei momenti terribili, quando erano soli, nei momenti di peggior tortura. I media hanno iniziato a chiamarmi ma non avevo niente da dire.
Ho sentito un’angoscia grande, un profondo dolore che mi prendeva tutto il corpo. Non potevo pensare ad altro. Non ero contenta che fosse morto. Non potevo esserne contenta se pensavo a tutto quello che ci aveva fatto. Ho pensato a tutte le «Madres», a tutto il dolore, a tutte le famiglie distrutte. Mi è crollato il mondo e ogni volta che qualcuno chiamava sentivo sempre più l’angoscia perché la maggior parte di quelli che hanno appoggiato la dittatura, i giornali, soprattutto il «Clarín», adesso lo chiamano dittatore, lo denominano genocida, che vergogna! Ma io pensavo ancora a loro, ai nostri figli. Hanno tanto amato questo paese, hanno dato tanto per esso, ed io dovevo ascoltare questi che hanno appoggiato la dittatura, che oggi parlano di genocida? Quanta ipocrisia! Il nostro popolo deve capire che tutta quella ipocrisia ha fatto sì che i nostri figli fossero segnalati come terroristi quando tutti questi, che oggi si levano gli abiti sporchi di dosso, hanno guardato da un’altra parte. Alcuni si sono arricchiti e altri si sono riempiti di obbrobri. Volevo parlare ma non riuscivo. Oggi ho deciso di scrivere qualcosa affinché tutti quelli che erano in attesa della mia voce potessero sapere quello che penso. Sono stata soffocata dal dolore, dall’angoscia, dalla rabbia e dalla tristezza ma di colpo mi è scoppiato il cuore e ho detto: che fortuna aver avuto figli così valorosi! Questa è l’unica felicità che ho provato alla fine: il coraggio dei nostri figli nel dare le loro vite per far vivere altri.

Hebe de Bonafini
presidenta Asociación Madres de Plaza de Mayo

Grazie ad Infoaut che l’ha pubblicata.
LEGGI ANCHE:
Il padiglione delle madri, la prigionia politica in Argentina
Alle donne argentine e ai loro bimbi nati in cattività

Per Giorgiana e per tutte, contro il Medioevo: domenica ORE 9!

10 maggio 2013 2 commenti

Fate circolare il più possibile questo comunicato, riempiamo le strade domenica, malgrado l’ora:
daje, sveglia presto tutte e tutti insieme contro chi marcia sui nostri uteri, sulla nostra libertà, sulle nostre vite e anche sui nostri figli.
Guai a chi ci tocca, guai a chi prova a scegliere per noi!

Siete il marcio della vita! Avete sbajato giorno e epoca

Per due anni la marcia per la vita, indetta dall’oltranzismo cattolico, è stata contestata con azioni dimostrative che rivendicavano l’autodeterminazione di donne e soggettività l.g.b.t.q.i.

Questa volta hanno scelto il giorno sbagliato!

Il 12 maggio Roma ricorda Giorgiana Masi, assassinata nel 1977 a 19 anni, dalle squadre speciali dell’allora ministro dell’Interno Francesco Kossiga durante il corteo che, sfidando il divieto a manifestare, celebrava il terzo anno dalla vittoria referendaria sul divorzio .

Non accettiamo la provocazione di chi usa i bambini e la retorica della famiglia per legittimare politiche, azioni e discorsi che attaccano le nostre libertà e le nostre vite.

Si tratta di bigotti che, nascondendosi dietro i “sani” valori della famiglia appoggiano di fatto la violenza contro chi differisce dal loro modello.

E’ ora che il familismo smetta di essere un modello per le politiche sociali. E’ ora di riconoscere e rivendicare il diritto ad essere persone libere, persone che scelgono con chi avere relazioni, se e quando avere figli/e.

Lo scopo delle nostre vite non è formare l’ipocrita famiglia cattolica: una struttura utile solo a costruire ruoli, egemonie e a far sentire in colpa le donne che vogliono sottrarsi a situazioni di violenza, fino alle estreme conseguenze.

Non autorizzeremo a parlare di vita chi marcia scortato da fascisti, portatori della cultura mortifera della sopraffazione ed esecutori materiali di aggressioni e violente campagne discriminatorie. Rifiutiamo l’iconografia antiabortista imposta del fanatismo cattolico come rifiutiamo i dogmi di qualsiasi fondamentalismo religioso, non siamo asservit* alla loro guerra santa.

La Roma antifascista e antisessista il 12 maggio non permetterà che la memoria di Giorgiana Masi venga calpestata.

La storia non si riscrive. Non torniamo indietro sui diritti conquistati, anzi incalziamo!

Giorgiana è viva, un’idea non muore mai.
Domenica, ore 9, Corteo da Piazza Campo de’ Fiori

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Su Giorgiana Masi:
Giorgiana Masi, testimonianze di quel 12 maggio

Un’intervista a Seda Aktepe, uscita dal carcere di Pisa

10 maggio 2013 Lascia un commento

Da Infoaut:
Dopo 8 giorni di detenzione in regime di isolamento Seda Atkepe è stata rilasciata ieri, 8 maggio, dal carcere Don Bosco di Pisa. Era stata arrestata a Castiglioncello (Li) sulla base di un mandato di cattura internazionale spiccato dal governo turco che l’accusa di militare per l’MLKP (Partito Marxista Leninista Turco), un’organizzazione dissidente dichiarata fuori legge dalle autorità turche.
Nello specifico a Seda viene contestato di aver manifestato il 7 dicembre 2004 contro una legge sull’inasprimento del regime carcerario turco, violando i diritti umani e civili dei detenuti. In quella circostanza venne arrestata con altre 45 persone. In Turchia aveva già scontato 8 mesi di carcere preventivo prima di giungere al giudizio. Nel 2009 insieme ad altre 26 persone è accusata di aver aiutato l’MLKP pur non facendone parte e per questo condannata a 6 anni e 3 mesi di galera. La corte suprema turca ha convalidato questa sentenza. Tra il primo e il secondo grado di giudizio Seda ha avuto modo di riparare in Svizzera dove le è stato riconosciuto lo status di rifugiata politica. La mancata comunicazione del suo status giuridico da parte delle autorità svizzere ai circuiti informatici dell’interpol ha portato alla cattura di Seda in Italia. La pronta attivazione delle reti di solidarietà militanti a Pisa ha fatto sì che il caso di Seda non passasse sotto silenzio, sollecitando sia l’intervento dell’ambasciata svizzera sia costringendo Ankara a ritirare l’istanza di carcerazione per non incorrere nell’ennesimo “scandalo umanitario” capace di fungere da ostacolo al processo di accreditamento turco presso le istituzioni europee.
Ma ciò che più conta è stata la capacità di reagire all’abuso delle autorità turche e italiane e all’uso selvaggio e scarsamente regolamentato dell’Interpol, attivando un pronto supporto legale e il coinvolgimento trasversale e internazionale delle realtà militanti in Italia e Svizzera. Dopo la conferenza stampa di questa mattina presso Exploit a Pisa abbiamo incontrato Seda. Con lei abbiamo affrontato la situazione politica dei movimenti studenteschi turchi, delle loro forme di organizzazione, la questione kurda e l’attivismo politico come rifugiata politica.

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La Questura vieta il ricordo a Giorgiana Masi per proteggere la “marcia per la vita”

8 maggio 2013 3 commenti

Proprio il 12 maggio vengono a provocare nelle nostre strade.
I peggiori, la peggior feccia che la nostra società è stata in grado di mettere al mondo, già “mettere al mondo”:
gli antiabortisti, i marciatori per la vita, quell’esercito di becchini che ama marciare sul corpo delle donne e sulle loro scelte,
in nome degli embrioni, del sange di cui son sporche le mani degli obiettori di coscienza.showimg2-1
Io non ho pietà per questa gente, non ce l’ho come donna, non ce l’ho come donna che ha abortito sia per scelta che per obbligo (come donna che ha conosciuto entrambi quei dolori e sa conviverci ogni suo istante) e come – soprattutto- madre.
Nessuna pietà come loro non l’hanno avuta per me.
Per me e per le mie sorelle, madri e figlie.
Proprio il 12 maggio poi, una data simbolica, dolorosa ed importante per questa città e soprattutto per le donne di questa città:
l’anniversario di un’enorme manifestazione per il divorzio, finita con il corpo di una ragazza a terra,
ammazzata dal piombo di una pistola di Stato: Giorgiana Masi.
Proprio il 12 maggio a loro è permesso “marciare”, mentre la questura vieta il corteo in ricordo di Giorgiana e contro questo scempio medievale che è anche solo la loro esistenza

Comunicato stampa 8/5/2013

La Questura di Roma vieta il corteo in ricordo di Giorgiana Masi e contro il femminicidio.

Foto di Valentina Perniciaro _4 novembre 2007 Manifestazione nazionale di donne per le donne_

Dopo 2 giorni di trattativa con la Questura di Roma, i gruppi e le associazioni di donne, i collettivi autorganizzati e liberi individui, promotori della giornata del 12 maggio in ricordo di Giorgiana Masi, contro il femminicidio e in contestazione alla “Marcia per la vita” convocata dall’oltranzismo cattolico, ricevono il divieto di manifestare in qualsiasi luogo adiacente al percorso della marcia. Si tratta dell’ennesima dimostrazione di come l’operato delle forze dell’ordine sia asservito ai poteri del governo cittadino e allo stato del vaticano, nascondendo una marcia tutta politica sotto le vesti di manifestazione sportiva, e adducendo motivi di ordine pubblico.

Giorgiana Masi come centinaia di persone il 12 maggio del 1977 erano in strada sfidando, anche quella volta, il divieto di manifestare. Oggi come ieri saremo nelle strade del centro di Roma, partendo da Piazza Campo de Fiori fino ad arrivare a Ponte Garibaldi.
Con o senza autorizzazioni noi costruiremo la nostra giornata.
La nostre vite sono autodeterminate e la nostra rabbia non si placa.

Giovedì 9 maggio ore 18 assemblea pubblica a piazza Sonnino

Il 12 maggio tutti e tutte in piazza!

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No all’estradizione di Seda Aktepe!

7 maggio 2013 Lascia un commento

LIBERTA’ PER SEDA!

Un po’ di aggiornamenti presi dal sito Exploit Pisa su Seda Aktepe, rifugiata turca che ha ottenuto l’asilo politico in Svizzera e che è stata arrestata il 30 aprile a Castiglioncello dalle autorità italiane, che vorrebbero estradarla, come richiesto dalla Turchia.
Qui gli aggiornamenti e i link sulle estradizioni da e per l’Italia.
LIBERTA’ PER SEDA, LIBERTA’ PER TUTTI!
NO ALLE ESTRADIZIONI.

(6 Maggio)
Stamattina c’è stata la prima udienza della corte d’appello di Firenze sul “caso Seda”; gli avvocati che abbiamo riunito hanno ufficializzato la richiesta di asilo politico in Italia, che andrebbe ad aggiungersi a quella già riconosciuta dalla Svizzera del Febbraio scorso.
Le misure cautelari saranno decise entro 5 giorni a partire da oggi; aspettiamo e speriamo che Seda possa almeno uscire dal carcere. Purtroppo nonostante il suo fidanzato sia stato ammesso in aula non gli è stato permesso di incontrarla; e dal giorno dell’arresto non gli è stata concessa una visita in carcere.

(6 Maggio)
I sindacati svizzeri, oltre ad aderire all’appello, inviano richieste per la scarcerazione immediata di Seda al Consolato e all’Ambasciata d’Italia in Svizzera. Qui potete leggere il loro comunicato.

[ricordiamoci che questo governo ha appena estradato Lander verso la Spagna]
SedasindacatoLEGGI ANCHE:
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Una lettera di Zainab da una cella del Bahrain: piccola immensa donna

30 aprile 2013 1 commento

di Zainab Alkhawaja  [QUI ALTRO MATERIALE A RIGUARDO: leggi]
dal Carcere femminile di Isa Town (Bahrain)

I grandi leader sono immortali, le loro parole e le loro azioni risuonano attraverso gli anni, i decenni e i secoli. L’eco attraversa gli oceani e confini e diventa un’ispirazione che tocca la vita di tutti coloro che sono disposti ad imparare. Un o di questi grandi leader è Martin Luther King Jr. Mentre leggo le sue parole, immagino che ce le legge da un altro paese, un altro tempo, per darci delle lezioni molto importanti. Ci dice che, non dovremmo mai diventare aggressivi ed abbassarci al livello dei nostri oppressori, che dobbiamo essere disposti a fare grandi sacrifici per la libertà.

Zainab!

Non appena i semi di speranza e resistenza all’oppressione sono fioriti iniziato in tutto il mondo arabo, il popolo del Bahrain ha visto i primi segni di una nuova alba. Un’alba che ha promesso la fine di una lunga notte di dittatura e di oppressione,la fine di un lungo inverno di silenzio e paura, per diffondere la luce e il calore di una nuova era di libertà e democrazia.

Con questa speranza e determinazione, il popolo del Bahrain è sceso in piazza il 14 febbraio 2011 per chiedere pacificamente i loro diritti. Le loro canzoni, poesie, dipinti e canti per la libertà sono stati accolti con proiettili, carri armati,sostanze tossiche, gas lacrimogeni e birdshot. Il brutale regime Al Khalifa era determinato a porre fine alla creatività e alla rivoluzione pacifica ricorrendo alla violenza diffondendo la paura.

Di fronte alla brutalità del regime, il popolo del Bahrein ha mostrato un grande auto controllo. Giorno dopo giorno, i manifestanti hanno stretto fiori di fronte ai soldati e mercenari, che poi avrebbero sparato contro di loro. I manifestanti stavano a petto nudo e con le braccia alzate, gridando: “Pace, pace” [silmiyya, silmiyya] prima di cadere a terra, coperti di sangue. Migliaia di cittadini del Bahrein da allora sono stati arrestati e torturati per reati come “raduno illegale” e “incitamento all’odio contro il regime”.

Il padre di Zainab!

Due anni più tardi, le atrocità del regime del Bahrain continuano. I manifestanti del Bahrein vengono ancora uccisi, arrestati, feriti, e torturati perché chiedono la democrazia. Quando guardo negli occhi di manifestanti del Bahrein, troppe volte vedo che l’ amarezza ha preso il sopravvento sulla speranza. La stessa amarezza che Martin Luther King Jr. ha visto negli occhi dei rivoltosi nei bassifondi di Chicago nel 1966. Le stesse persone che avevano guidato importanti proteste non violente, che hanno rischiato la vita e l’incolumità fisica, senza la voglia di reagire, si sono poi convinti che la violenza è l’unica lingua ad essere capita da tutti nel mondo.

Io, come King, mi rattristo nel trovare gli stessi manifestanti che hanno affrontato a petto nudo e con i fiori carri armati e pistole, chiedersi: “Che cosa significa non- violenza? Che importanza ha la superiorità morale se nessuno ci sta ascoltando? ” Martin Luther King Jr. spiega che questa disperazione è naturale quando le persone che sacrificano tanto non vedono nessun cambiamento e capiscono che i loro sacrifici sono stati vani.

Ironia della sorte, il cambiamento verso la democrazia è stato così lento in Bahrain in quanto molte nazioni occidentali continuano a dare sostegno a questa dittatura. Attraverso la vendita di armi e il sostegno economico e politico, gli Stati Uniti e altri governi occidentali hanno dimostrato alla gente del Bahrain che sostengo la dittatura di Al-Khalifa a sfavore dei movimenti democratici.

Mentre leggevo le parole di Martin Luther King ho desiderato che fosse vivo. Mi sono chiesta che cosa direbbe sul supporto del governo USA ai dittatori del Bahrain. Che cosa avrebbe detto in merito a chiudere un occhio su tutto il sangue che è stato versato a favore della libertà. Tutto quello che dovevo fare era girare una pagina, e questa volta Martin Luther King non ha parlato a me, ma agli americani:

John F. Kennedy ha detto ‘chi rende impossibile una rivoluzione pacifica, rende inevitabile una rivoluzione violenta.’ Sempre più spesso, per scelta o per caso, questo è il ruolo che il nostro Paese ha assunto, il ruolo di chi rende la rivoluzione pacifica impossibile rifiutando di rinunciare ai privilegi e ai piaceri che provengono dagli immensi profitti degli investimenti all’estero. Sono convinta che se vogliamo stare dal lato giusto della rivoluzione mondiale, noi come nazione,dobbiamo innanzitutto rivoluzionare radicalmente i valori. Una vera rivoluzione di valori ben presto ci porterà a mettere in discussione l’equità e la giustizia delle nostre politiche passate e presenti.

Questi sono tempi rivoluzionari. In tutto il globo gli uomini sono in rivolta contro i vecchi sistemi di sfruttamento e nuovi sistemi di giustizia e di uguaglianza, stanno nascendo … Tutti noi dovremmo supportare queste rivoluzioni.
E ‘un fatto triste che a causa del comfort e della compiacenza … e della nostra propensione a regolare le ingiustizie,le nazioni occidentali si sono irritate così tanto da decidere di diventare anti-rivoluzionarie. Dobbiamo trasformare l’indecisione del passato in azione . Dobbiamo trovare nuovi modi per parlare di pace … e si giustizia in tutto il mondo, un mondo che confina con le nostre porte. Se non agiamo, verremo trascinati in corridoi del tempo bui e vergognosi ,riservati a coloro che possiedono il potere senza compassione, potenza senza moralità, e forza senza vista.

L’eco delle parole di Martin Luther King ha viaggiato attraverso gli oceani, attraverso le pareti e le barre di metallo di una prigione del Bahrein, e nella cella sovraffollata e sporca dove vivo, sento le parole di questo grande leader americano, la cui inflessibile dedizione alla moralità e la giustizia ne fecero il grande leader che era. Ammiro la sua saggezza dalla mia cella minuscola,e mi chiedo se anche il popolo degli Stati Uniti sia all’ascolto.

Essendo una prigioniera politico in Bahrain, cerco di trovare un modo per combattere dall’interno la fortezza del nemico, come la descrive Mandela. Non molto tempo dopo che sono stata messa in una cella con quattordici persone, di cui due sono condannate per omicidio, mi è stata consegnata l’uniforme arancione . Sapevo che non avrei potuto indossare l’uniforme, senza dover inghiottire un po ‘della mia dignità. Il rifiuto di indossare gli abiti dei detenuti proviene dal fatto che non ho commesso alcun reato, questa è stata la mia piccola disobbedienza civile. Negare il mio diritto a ricevere visite , e non lasciarmi vedere la mia famiglia e mia figlia di tre anni,è stata la loro risposta. Questo è il motivo per cui sono in sciopero della fame.

Gli amministratori della prigione mi chiedono perché sono in sciopero della fame. Io rispondo: “Perché voglio vedere la mia bambiana.” Essi rispondono, con nonchalance, “Obbedisci e la vedrai.” Ma se io obbedisco, la mia piccola Jude non vedrà sua madre, ma piuttosto una versione rotta di lei.

Ciò che rende difficile il carcere è che si vive con il nemico,a partire dalle cose più elementari. Se vuoi mangiare, ti trovi di fronte a loro con il vassoio di plastica. E ogni giorno, si deve affrontare la possibilità di essere preso in giro, urlato, o umiliato per qualsiasi motivo. Oppure, per nessuna ragione. Ma ho lasciato che le parole di grandi uomini e donne mi aiutassero in questi momenti difficili. Quando lo “specialista” ha minacciato di picchiarmi per aver detto ad una detenuta che ha il diritto di chiamare il suo avvocato, non gli ho gridato contro. Ho ripetuto le parole di King nella mia testa: “Non importa quanto i tuoi avversari siano aggressivi, l’importante è mantenere la calma”.

Finché un giorno, ne avevo avuto abbastanza di persone che mi dicono che godo di tutti i diritti a mia disposizione e rifiuto di prendermi le mie responsabilità . Dopo aver sentito questa frase più e più volte, sono scoppiata. E la cosa peggiore è che mi sentivo così frustrata che non ho potuto evitare di gridargli contro.

Ma poi non era stato un grande uomo a dire che la lotta per la giustizia “non deve diventare amara” e che “non dovremmo mai abbassarci ai livello degli oppressori?”.

Un medico è venuto a visitarmi e mi ha detto ” potrebbe cadere in coma, i suoi organi vitali potrebbero smettere di funzionare, i livelli di zucchero nel sangue sono così bassi, e tutto questo per che cosa … una divisa!”

Ho risposto: “Sono contenta che non eri con Rosa Parks su quel bus, a dire alla donna che ha scatenato il movimento dei diritti civili,” che lo ha fatto solo per una sedia. “Quando il medico mi ha chiesto del movimento afro- americano,gli ho offerto il libro di Martin Luther King. Se mi conoscessi sapresti che sono molto gelosa dei miei libri.

A volte, attraverso le sue parole, Martin Luther King è stato un compagno, un compagno di cella più che un insegnante. Egli dice: “Nessuno può capire il mio conflitto se non ha guardato negli occhi di coloro che ama ama, sapendo che non ha altra alternativa che prendere una posizione che li tormenterà.” Io lo capisco. Ha scritto come se fosse seduto accanto a me . “L’esperienza in prigione … è una vita senza il canto di un uccello, senza la vista del sole, della luna e delle stelle, senza la presenza di aria fresca. In breve, è la vita senza le bellezze della vita, è esistenza nuda, fredda, crudele, che continua a degenerare”.

Mio padre, il mio eroe e il mio amico, è stato condannato all’ergastolo per il suo attivismo a sostegno dei diritti umani, ha come me, rifiutato di indossare l’uniforme grigia . Come al solito, il governo cerca di “farci stare al nostro posto “privandoci di ciò che per noi è più importante. Essi non permetteranno a mio padre di farmi visita e di ricevere visite della sua famiglia. E per schernirlo ulteriormente, per la prima volta, gli hanno detto che avrebbe potuto farmi visita se avesse indossato l’uniforme. La crudeltà è un marchio del regime Al Khalifa, ma mio padre ha un incrollabile coraggio e tanta pazienza. Nessuna pressione emotiva potrà farlo crollare.

La visita della famiglia è l’unica cosa che si aspetta in prigione. Io e mio padre non ci vedremo e non potremo vedere i nostri cari, ma la lotta per i nostri diritti continua. Porteremo nel cuore i nostri cari fino al giorno in cui potremo riabbracciarli.

Ieri mi sono addormentata guardando la porta della mia cella, con le sue sbarre di ferro, e ho sognato. Ma questa volta era un sogno piccolo e semplice, non di democrazia e libertà. Ho visto mia madre sorridente, tenere la mano di mia figlia, in piedi davanti alla porta della mia cella. Le ho viste a piedi attraverso la sbarra di metallo. Mia madre si sedette sul mio letto con me e mia figlia uno accanto all’altro,e la sua testa sul mio grembo. Io solleticavo Jude e lei rideva, e il mio cuore si riempieva di gioia. Improvvisamente sento un’ombra fredda e protettiva avvolgerci,alzo lo sguardo e vedo mio padre in piedi accanto al letto,che ci guarda e sorride. Sogno coloro che amo, è il loro amore che mi dà la forza di lottare per i sogni del nostro paese.

Zainab Alkhawaja
Carcere femminile di Isa Town

Articolo originale: http://www.jadaliyya.com/pages/index/10808/zainab-al-khawaja_letter-from-a-bahraini-prison

Traduzione: Rosaria Monaco

Papi nuovi, torture e dittature antiche

14 marzo 2013 4 commenti

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soy Madre yo también!

Un articolo di molti anni fa: tra i tanti che stanno ricircolando in rete da ieri sera,
quando il nuovo Papa Francesco I si è affacciato sorridente davanti ai suoi fedeli, in Piazza San Pietro.
C’hanno messo 24 ore a scegliere il nuovo Papa, un conclave rapido, che fa immaginare una volontà comune nel scegliere quel nome, senza eccessivi scontri di potere.
Si vede che esser collusi coi colonnelli argentini da punti, che aver presidiato ad interrogatori e torture, aver avallato una delle più sanguinose dittature del sud america rende infinitamente vicini alla gerarchia ecclesiastica dei livelli più elevati.
ma è stato già scritto e detto molto Jorge Maria Bergoglio, quando era ad un passo dalla poltrona più ambita del Vaticano, al precedente Conclave che incoronò Papa Benedetto XVI, quello dalle foto di gioventù a mano tesa.
Insomma, tutto rimane nella tradizione:
Giovanni Paolo II sottobraccio a Pinochet ce lo ricordiamo tutti,
le foto dell’album di famiglia di Ratzinger son complicatissime da dimenticare,
ed ora lui,
decisamente più “attivo” dei suoi predecessori.
Il commento di una delle donne di Plaza De Mayo è chiaro, nel momento in cui le chiedono un commento a riguardo: “Amèn”.

“Le donne sono per natura inette ad esercitare incarichi politici. L’ordine naturale e i fatti ci insegnano che l’uomo é l’essere politico per eccellenza; le scritture ci dimostrano che la donna è sempre l’appoggio dell’uomo che pensa e agisce, ma null’altro che questo”. PAPA FRANCESCO I

FUORI PRETI, PAPI, STATI e TORTURATORI DAI NOSTRI CORPI, DALLE NOSTRE MUTANDE, DALLE NOSTRE VITE!

Qui l’articolo trovabile su PeaceReporter: LINK
Leggi anche Il Papa Nero
In un libro le collusioni dell’arcivescovo di Buenos Aires con la dittatura militare
Papa Giovanni Paolo II con il Cardinal Jorge Mario BergoglioIl cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, presidente dei vescovi argentini, nonché tra i più votati, un anno fa, nel conclave Vaticano che ha scelto il successore di Giovanni Paolo II, è accusato di collusione con la dittatura argentina che sterminò novemila persone. Le prove del ruolo giocato da Bergoglio a partire dal 24 marzo 1976, sono racchiuse nel libro L’isola del Silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, del giornalista argentino Horacio Verbitsky, che da anni studia e indaga sul periodo più tragico del Paese sudamericano, lavorando sulla ricostruzione degli eventi attraverso ricerche serie e attente.
I fatti riferiti da Verbitsky. Nei primi anni Settanta Bergoglio, 36 anni, gesuita, divenne il più giovane Superiore provinciale della Compagnia di Gesù in Argentina. Entrando a capo della congregazione, ereditò molta influenza e molto potere, dato che in quel periodo l’istituzione religiosa ricopriva un ruolo determinante in tutte le comunità ecclesiastiche di base, attive nelle baraccopoli di Buenos Aires. Tutti i sacerdoti gesuiti che operavano nell’area erano sotto le sue dipendenze. Fu così che nel febbraio del ’76, un mese prima del colpo di stato, Bergoglio chiese a due dei gesuiti impegnati nelle comunità di abbandonare il loro lavoro nelle baraccopoli e di andarsene. Erano Orlando Yorio e Francisco Jalics, che si rifiutarono di andarsene. Non se la sentirono di abbandonare tutta quella gente povera che faceva affidamento su di loro.
Cardinal Jorge Mario BergoglioLa svolta. Verbitsky racconta come Bergoglio reagì con due provvedimenti immediati. Innanzitutto li escluse dalla Compagnia di Gesù senza nemmeno informarli, poi fece pressioni all’allora arcivescovo di Buenos Aires per toglier loro l’autorizzazione a dir messa. Pochi giorni dopo il golpe, furono rapiti. Secondo quanto sostenuto dai due sacerdoti, quella revoca fu il segnale per i militari, il via libera ad agire: la protezione della Chiesa era ormai venuta meno. E la colpa fu proprio di Bergoglio, accusato di aver segnalato i due padri alla dittatura come sovversivi. Con l’accezione “sovversivo”, nell’Argentina di quegli anni, venivano qualificate persone di ogni ordine e grado: dai professori universitari simpatizzanti del peronismo a chi cantava canzoni di protesta, dalle donne che osavano indossare le minigonne a chi viaggiava armato fino ai denti, fino ad arrivare a chi era impegnato nel sociale ed educava la gente umile a prendere coscienza di diritti e libertà. Dopo sei mesi di sevizie nella famigerata Scuola di meccanica della marina (Esma), i due religiosi furono rilasciati, grazie alle pressioni del Vaticano.
Escuela de Mecanica de la Armada, teatro delle torture dei desaparecidos argentiniBotta e risposta.  Alle accuse dei padri gesuiti di averli traditi e denunciati, il cardinal Bergoglio si difende spiegando che la richiesta di lasciare la baraccopoli era un modo per metterli in guardia di fronte a un imminente pericolo. Un botta e risposta che è andato avanti per anni e che Verbitsky ha sempre riportato fedelmente, fiutando che la verità fosse nel mezzo. Poi la luce: dagli archivi del ministero degli Esteri sono emersi documenti che confermano la versione dei due sacerdoti, mettendo fine a ogni diatriba. In particolare Verbitsky fa riferimento a un episodio specifico: nel 1979 padre Francisco Jalics si era rifugiato in Germania, da dove chiese il rinnovo del passaporto per evitare di rimetter piede nell’Argentina delle torture. Bergoglio si offrì di fare da intermediario, fingendo di perorare la causa del padre: invece l’istanza fu respinta. Nella nota apposta sulla documentazione dal direttore dell’Ufficio del culto cattolico, allora organismo del ministero degli Esteri, c’è scritto: “Questo prete è un sovversivo. Ha avuto problemi con i suoi superiori ed è stato detenuto nell’Esma”. Poi termina dicendo che la fonte di queste informazioni su Jalics è proprio il Superiore provinciale dei gesuiti padre Bergoglio, che raccomanda che non si dia corso all’istanza.
E non finisce qui. Un altro documento evidenzia ancora più chiaramente il ruolo di Bergoglio: “Nonostante la buona volontà di padre Bergoglio, la Compagnia Argentina non ha fatto pulizia al suo interno. I gesuiti furbi per qualche tempo sono rimasti in disparte, ma adesso con gran sostegno dall’esterno di certi vescovi terzomondisti hanno cominciato una nuova fase”. È il documento classificato Direzione del culto, raccoglitore 9, schedario B2B, Arcivescovado di Buenos Aires, documento 9. Nel libro di Verbitsky sono pubblicati anche i resoconti dell’incontro fra il giornalista argentino e il cardinale, durante i quali quest’ultimo ha cercato di presentare le prove che ridimensionassero il suo ruolo. “Non ebbi mai modo di etichettarli come guerriglieri o comunisti – affermò l’arcivescovo – tra l’altro perché no ho mai creduto che lo fossero”.
Militari argentina accusati di crimini di guerraMa… Ad inchiodarlo c’è anche la testimonianza di padre Orlando Yorio, morto nel 2000 in Uruguay e mai ripresosi pienamente dalle torture, dalla terribile esperienza vissuta chiuso nell’Esma. In un’intervista rilasciata a Verbistky nel 1999 racconta il suo arrivo a Roma dopo la partenza dall’Argentina: “Padre Gavigna, segretario generale dei gesuiti, mi aprì gli occhi – raccontò in quell’occasione – Era un colombiano che aveva vissuto in Argentina e mi conosceva bene. Mi riferì che l’ambasciatore argentino presso la Santa Sede lo aveva informato che secondo il governo eravamo stati catturati dalle Forze armate perché i nostri superiori ecclesiastici lo avevano informato che almeno uno di noi era un guerrigliero. Chiesi a Gavigna di mettermelo per iscritto e lo fece”.
Nel libro, inoltre, Verbistky spiega come Bergoglio, durante la dittatura militare, abbia svolto attività politica nella Guardia di ferro, un’organizzazione della destra peronista, che ha lo stesso nome di una formazione rumena sviluppatasi fra gli anni Venti e i Trenta del Novecento, legata al nazionalsocialismo. Secondo il giornalista, l’attuale arcivescovo di Buenos Aires, quando ricoprì il ruolo di Provinciale della Compagnia di Gesù, decise che l’Università gestita dai gesuiti fosse collegata a un’associazione privata controllata dalla Guardia di ferro. Controllo che terminò proprio quando Bergoglio fu trasferito di ruolo. “Io non conosco casi moderni di vescovi che abbiano avuto una partecipazione politica così esplicita come è stata quella di Bergoglio”, incalza Verbitsky. “Lui agisce con il tipico stile di un politico. È in relazione costante con il mondo politico, ha persino incontri costanti con ministri del governo.
El Silencio, l'ultimo libro di Horacio VerbitskyOggi. Nonostante non abbia mai ammesso le sue colpe, il presidente dei vescovi argentini ha spinto la Chiesa del paese latinoamericano a pubblicare una sorta di mea culpa in occasione del 30esimo anniversario del colpo di Stato, celebratosi lo scorso marzo. “Ricordare il passato per costruire saggiamente il presente” è il titolo della missiva apostolica, dove viene chiesto agli argentini di volgere lo sguardo al passato per ricordare la rottura della vita democratica, la violazione della dignità umana e il disprezzo per la legge e le istituzioni. “Questo, avvenuto in un contesto di grande fragilità istituzionale – hanno scritto i vescovi argentini – e reso possibile dai dirigenti di quel periodo storico, ebbe gravi conseguenze che segnarono negativamente la vita e la convivenza del nostro popolo. Questi fatti del passato che ci parlano di enormi errori contro la vita e del disprezzo per la legge e le istituzioni sono un’occasione propizia affinché come argentini ci pentiamo una volta di più dai nostri errori  per assimilare l’insegnamento della nostra storia nella costruzione del presente”.
Tanti tasselli, quelli raccolti dal giornalista argentino nel suo libro che ci aiutano a vedere un po’ meglio in un mosaico tanto complesso quanto doloroso della storia recente di Santa Romana Chiesa.

Stella Spinelli

Egitto: lo stupro del branco come arma politica

26 febbraio 2013 1 commento

Anche i muri si mobilitano contro le aggressioni sessuali nelle piazze egiziane

Articolo preso da Contropiano a firma di Enrico Campofreda

”Ricordo le mani sopra il mio corpo che mi afferrano e stringono sotto i maglioni. Strappano il reggiseno, cercano i seni. Tante mani sulla schiena, sulle gambe, i miei pantaloni erano stati abbassati. Con tutta la forza provavo a tirarli su. Inutilmente. Poi ho sentito le dita nell’ano e nella vagina, tante penetrazioni davanti e dietro“.

E’ la testimonianza shock di una donna che frequentava piazza Tahrir. Una giovane piena di speranze per se stessa e per l’Egitto che quest’abuso ha allontanato dalla vita pubblica. Si tratta del volto nero della piazza della Rivoluzione, un lato inconfessabile e a lungo inconfessato sebbene qualche episodio allarmante s’era già verificato durante i 18 giorni della lotta anti Mubarak. Il più famoso riguarda la cronista sudafricana Lara Logan che nel corso d’una diretta televisiva venne circondata da una folla di uomini col classico sistema dei cerchi concentrici, allontanata dalla troupe e abusata sessualmente.

Il cerchio infernale

E’ definito così dalle poverette che ne sono state inghiottite. La tattica usata mostra come l’azione sia non solo premeditata in sé ma abbia, e lo  vedremo, ulteriori finalità. Durante più d’una delle adunate ciclopiche ospitate dal grande spazio nel cuore del Cairo è accaduto che una folla di almeno duecento uomini formasse due linee iniziando ad attraversare la piazza. Ondeggiavano, cantavano, ripetevano slogan. Un’accattivante coreografia. Davano l’impressione di partecipazione e tripudio. Individuate le vittime – due o tre donne isolate – si disponevano a U chiudendo il cerchio. Ne nascevano tre concentrici. Gli uomini di quello più interno iniziavano a palpeggiare e spogliare la donna. Chi formava il secondo faceva finta di aiutare le donne impedendo l’avvicinamento a chi volesse davvero soccorrerle. Il terzo cerchio distoglieva la folla estranea da ciò che stava accadendo. Secondo la testimonianza di una vittima “La confusione era assoluta, capivo di essere in pericolo e abusata ma pensavo che quelli dietro mi aiutassero. Fingevano. Tutto era confuso, il cerchio s’ingrandiva e io ero in balìa di cento braccia”.

Un sistema consolidato

Molte donne sono uscite non solo stuprate ma pestate da ginocchiate e seviziate da lame. Taluni attivisti di Tahrir, che in seguito hanno creato strutture contro le molestie sessuali sulle donne, ricordano l’assenza di episodi preoccupanti nella piazza nel corso della rivolta. Dicono che il caso della Logan fu un unicum sebbene il malcostume delle molestie faccia parte dei comportamenti delle fasce maschili egiziane più degradate. Ora i giovani del movimento fanno ammenda, hanno compreso in ritardo d’aver sottovalutato quel pericolo oppure di averlo etichettato politicamente e catalogato come l’altro famoso caso dell’attivista Samira Ibrahim, abusata da medici in divisa all’interno del Museo Egizio della piazza, durante un fermo ai primi di marzo 2011 dopo che Mubarak aveva già lasciato il potere. Insomma si pensava che il machismo sadico fosse opera di poliziotti frustrati, come coloro che mesi dopo picchiarono e spogliarono, sempre a piazza Tahrir, il povero corpo di un’attivista. Non era così.

Tradizione machista

Come in altri angoli del mondo il machismo che mira a fischiare, importunare, toccare le donne che transitano in strada è presente nella sottocultura locale della stessa megalopoli cairota. Episodi rimasti tristemente noti sono narrati anche dallo scrittore Ala Al-Aswani in una  celebre pubblicazione: la gioventù maschile egiziana pratica da sempre molestie sessuali verso il genere femminile. Purtroppo né più né meno del bullismo occidentale, questo non giustifica né l’uno né l’altro e soprattutto diventa inammissibile che un moto di cambiamento sia infestato di simili reati. Le prime a tacere sono state le vittime. Pudore, imbarazzo, sottomissione di ritorno, paura per il futuro le hanno inizialmente bloccate. Gli stessi media locali, che pure avevano raccolto alcune testimonianze,  non hanno insistito come gli attivisti uomini che non volevano infangare il simbolo di Tahrir. Ma proprio quest’ultimi sulla spinta delle manifestanti più coscienti e coraggiose hanno compreso che l’omertà non serve alla causa del nuovo Egitto, oltre ovviamente alla condizione della donna.

Stupro come arma politica

Una teoria elaborata dal novembre scorso e ora apertamente diffusa dai  Socialisti Rivoluzionari è l’ipotesi dell’uso dello stupro quale strumento per allontanare le donne dalla vita pubblica. Un altro volto dei misteri d’Egitto come i baltagheya nella ‘battaglia dei cammelli’, gli agenti infiltrati nelle stragi del Maspero e dello Stadio, l’immagine dell’Egitto mubarakiano che sta sopravvivendo anche per l’immobilismo dell’Egitto attuale. Il dito è puntato sul governo Qandil, sulla gestione islamica che non prende provvedimenti contro gli odiosi crimini, ma anche sulla presunta opposizione di El Baradei-Sabbahi-Moussa. Il cerchio si chiude se si parla delle strutture di sicurezza: polizia, forze armate, intelligence al di là di qualche sostituzione di vertice sono formate dagli stessi uomini di due anni or sono. NOIDUE!Tahrir_puliziegeneraliQuelli che massacravano di botte Khaled Said, abusavano di Samira, picchiavano e spogliavano le attiviste in strada, violentavano anche gli uomini. Non solo praticando torture ai detenuti ma abusando dei cittadini. Una storia diventata di pubblico dominio è quella di un conducente di bus che venne sodomizzato e filmato da due poliziotti, quindi ricattato e umiliato con la diffusione del videotape nel suo quartiere.

I princìpi della violenza

Non stupisce che l’abuso sessuale diventi un’arma politica, assassina come i colpi al cuore che hanno fatto in due anni più di mille martiri. E che si serve degli strati più miserabili per attuare il proprio disegno reazionario. Indagini compiute dai gruppi antistupro individuano le pedine di tale  disegno in una delle aree più degradate di una capitale che conta più di un quarto dell’intera popolazione del Paese. Sono adolescenti e giovani reclutati in località come Nazlet El-Saman, assoldati per molto meno dei picchiatori di mestiere. Ricevono anche un solo dollaro a testa per creare caos, colpire l’immagine della piazza e svuotarla. “La svuotano non solo dalle donne ma della stessa presenza di tanti cittadini disgustati da violenza e viziosità. E’ l’ennesimo livello di boicottaggio di cui si serve il potere dopo aver detto per tutto il 2011 che nella piazza circolava droga” sostengono all’Ong che ha creato l’Harrassmap, iniziativa di lavoro volontario per arginare il turpe fenomeno.

Un’intervista con Manal ci racconta l’Arabia Saudita per le donne

19 febbraio 2013 Lascia un commento

Giorni di silenzio su queste pagine,
giornate intense, passate in una nordica città verso la quale ero molto prevenuta e che mi ha donato emozioni e incontri di una forza incredibile…
giornate che prima o poi vi racconterò, una volta metabolizzate.

Intanto “rubo” dal Corriere Immigrazione quest‘intervista a Manal, donna saudita di cui avevamo già parlato in queste pagine e la cui campagna abbiamo seguito sulla pagina Fb creata qui in Italia… in queste righe ci racconta un po’ di cose…

Manal al Sharif ha 33 anni. È la ragazza saudita che nel 2011 ha lanciato la campagna per il diritto delle donne alla guida. Nel 2012 ha vinto il premio Václav Havel dell’Oslo Freedom Forum. Vive tra Dubai e l’Arabia Saudita.

Lei si considera un’attivista?
«No, sono solo una mamma single che dopo aver combattuto tante battaglie ha iniziato a domandarsi: perché? Ho un alto livello di istruzione, la mia professionalità è riconosciuta, ma sono sempre stata trattata come una minorenne. Ho divorziato, ho un figlio, ho 33 anni, e sono ancora una minorenne. Mio figlio ha 7 anni: tra un decennio, se mio padre dovesse morire, lui diventerebbe il mio guardiano: dovrei chiedergli il permesso per accettare un lavoro o viaggiare. Mi sembra totalmente illogico oltre che ingiusto. Mio padre – mio attuale guardiano – ha fiducia in me, mi permette tutto, ma io devo comunque passare da lui per molte cose: rifare il passaporto, andare in tribunale… ci sono uffici governativi ai quali le donne non hanno accesso, quindi occorre che lui vada per me… e la mia famiglia vive a due ore di volo da dove vivo io! Così, dopo aver passato tutta la vita a lamentarmi per questo stato di cose, ho deciso di agire».

Com’è nata la campagna per il diritto alla guida?
«La storia è questa: io vivo e lavoro in un complesso residenziale all’interno del quale posso guidare l’auto e muovermi a capo scoperto. Se esco di lì però scattano i divieti. Un giorno dovevo andare da un medico in città e ho preso un taxi. All’uscita non ne ho trovato uno che mi riportasse a casa. Mi sono messa a camminare ed è stato un grave errore: erano le nove di sera e non avevo il volto coperto. Sono stata molestata continuamente, un tizio in auto stava quasi per rapirmi, ho dovuto tirargli una pietra per farlo allontanare. Ho iniziato a piangere per la rabbia: perché doveva succedermi una cosa così? Ho la patente e possiedo un’auto! L’indomani ne ho parlato con un collega, il quale mi ha detto che non esiste una legge che vieti alle donne di guidare. È una consuetudine. La maggior parte delle regole che disciplinano la vita delle donne nel mio Paese non sono scritte. Non guidiamo perché la gente non è abituata a vedere una donna che guida. Allora ho pensato: facciamola abituare! Così ho aperto una pagina su Facebook e un account su Twitter e ho scritto: il 17 giugno (del 2011, ndr) ci metteremo a guidare. Le donne avevano tantissima paura, e io volevo dimostrare loro che non avevano niente da temere. Così ho guidato per un’ora in città, filmandomi con una telecamera: nessuno mi ha fermato, né molestato. Poi ho postato il video su Youtube e per questo sono stata messa in prigione. Non per aver guidato, ma per aver usato i social media per “incitare le donne alla guida”. Ho chiesto: quale legge lo vieta? Ho fatto pure causa al governo, ma nessuno mi ha mai risposto…».

Cosa pensano le donne saudite della propria situazione?

«Sono divise. Molte chiedono che venga creata una rete di trasporto pubblico. La prima domanda che una donna si fa, appena trova un lavoro, è: come ci vado? Non esistono autobus, non possiamo guidare, non possiamo andare in bicicletta, non possiamo camminare. Dobbiamo avere un autista o prendere un taxi. E siccome costa molto, chi non se lo può permettere rimane a casa. Un altro aspetto del problema è che le madri spingono i figli maschi a guidare anche se sono minorenni, perché hanno bisogno di uscire e sbrigare le loro faccende. È certificato che la maggior parte degli incidenti automobilistici sono dovuti o ad autisti troppo stanchi (perché dovendo essere sempre a disposizione, lavorano per molte ore, con salari bassi), oppure alla guida da parte di minori. Il mondo cambia, le donne oggi hanno più bisogno di muoversi, ma il governo resta fermo. Allora noi diciamo: ok, va bene, non guidiamo, ma almeno includete nel nostro stipendio un’indennità per il trasporto, oppure forniteci dei mezzi pubblici. Oggi la nostra vita lavorativa è resa impossibile: una mia amica spende due terzi del suo salario per pagare l’autista che la porti avanti e indietro dall’ufficio!».

Non mi pare molto ottimista riguardo al futuro…
«Non lo sono. Abbiamo portato la nostra battaglia avanti per quasi due anni senza ottenere nient’altro che riforme di facciata, varate per accontentare l’opinione pubblica. Il governo non vuole concedere alle donne il diritto alla guida perché non vuole aprire la porta alle vere riforme».

Però nel 2015 le saudite potranno votare: non è una svolta storica?

«E che accade se nel frattempo re Abdallah muore? La sua età ufficiale è di 89 anni, quella ufficiosa di 93. E se chi gli succede cambia idea? Nel mio Paese non esiste ancora un’età minima per il matrimonio: una bambina può essere data in sposa. Se una donna divorzia, il marito si prende i figli. E se lei intenta una causa, che comunque può durare anni, le potrà succedere quello che è accaduto a una ragazza che conosco: l’ha persa perché il giudice ha giudicato negativamente il fatto che lei non avesse il capo coperto. Lo status quo va cambiato. Ma non succederà finché non saranno le donne a farsi motore del cambiamento».

Gabriella Grasso

I quotidiani che rimuovono lo stupro e la condanna a Tuccia

1 febbraio 2013 11 commenti

Sembro una pazza, sfoglio sfoglio questi due quotidiani che ho davanti e rimango basita.
Io trovo infinite difficoltà a scrivere dopo una sentenza di tribunale, avendo un rifiuto totale per l’impianto giudiziario e ancor di più per quello carcerario: non sono capace a commentare la galera altrui,
soprattutto quando ad andarci sono stupratori, a maggior ragione se vestiti di qualche divisa di stato.
Per noi “contro il carcere” sempre e comunque non è mica facile da gestire una pagina di commento su otto anni di carcere ad un militare che ha lasciato una ragazza in fin di vita, sulla neve abruzzese, in piena notte, a morire là (cosa non avvenuta per un soffio)

La cosa che mi lascia sconvolta, e sfoglio sfoglio questi maledetti due giornali, è che a quanto pare anche il Corriere della Sera e Il Messaggero son così libertari e intrisi di pensieri abolizionisti che non reputano doveroso scriverne o non sanno come farlo.
Ieri si è concluso il processo dello stupro di Pizzoli, contro il soldato Francesco Tuccia
processo discusso e da sempre presidiato da donne di tutta italia,
ieri la colpevolezza del bravo soldatino dal faccino pulito è stata sancita dai loro tribunali
eppure tutto tace.
Tutta questa carta e nessuno si è degnato di mettere nemmeno una breve.
Una breve che raccontasse cosa è accaduto, con quale forza e dignità quella ragazza ha deposto e vissuto tutto il processo,
nessuno nella stampa nazionale (parlo di quel che ho davanti ovviamente) si è degnato di raccontarcelo,
di mettere una foto dell’infinita solidarietà attiva fuori da quel tribunale aquilano. Nulla.

“il colloquio con i prof. si fa da casa via Skype” una pagina di questo c’è sul Corriere della Sera..
di spazio da buttare o riempire un po’ a caso ce ne stava tanto quindi..
uno così inizia a pensare che sia proprio una scelta politica, o no?

Abbiamo dei quotidiani illeggibili perchè intrisi di una cronaca becera e poi certe cose si omettono.
Otto anni per uno stupro selvaggio e mostruoso, effettuato da un soldato dell’esercito italiano,
vengono rimossi, almeno dal quotidiano più venduto d’Italia.
Vergognatevi

Pagine di questo blog che ne hanno parlato
Uomini in divisa, stupratori in divisa
Lo stupro di Pizzoli e le donne del PD di L’aquila
Ci riguarda tutte
Si apre il processo

a piazza Tahrir, sul corpo delle donne

29 gennaio 2013 2 commenti

Come dicevo nel precedente post in questi giorni son riuscita solo a seguire da lontano il susseguirsi degli eventi egiziani,
prendo e ripubblico con piacere invece, un articolo comparso su Sguardisuigeneris che analizza a caldo gli stupri avvenuti a tonnellate in piazza Tahrir e nei vicoli circostanti.
Stupri che parlano chiaro.

I corpi della rivoluzione. Appunti sulle violenze di piazza Tahrir

Non è facile prendere parola, con le notizie che arrivano rapide, numerose e confuse. Vogliamo provare a farlo comunque, denunciando sin d’ora la provvisorietà di queste note. Più che un’analisi, forse, si tratta di un segnale di vicinanza alle donne di piazza Tahrir. Donne i cui volti ci sono diventati familiari, soprattutto attraverso la mediatizzazione massiccia della cosiddetta Primavera Araba e di tutto ciò che ne è conseguito sino ad oggi. Volti sui quali, sin dall’inizio, si sono costruiti significati ambigui, sempre ed eternamente eurocentrici. Volti facilmente traducibili in icone pop del cosiddetto “protagonismo femminile” che trasforma la politica in mero civismo. Per noi, quei volti, sono sempre stati qualcosa più di questo. Quei volti, oggi, sono anche quelli di corpi straziati da una repressione che – come sempre – passa prima di tutto sul corpo delle donne.

Le cronache di oggi, ancora incalzanti e parziali, raccontano di stupri di gruppo ad opera dei contro-rivoluzionari egiziani: gruppetti di uomini che accerchiano una donna in piazza, la molestano, aggrediscono, stuprano. Queste violenze non sono effetti collaterali del caos. Queste violenze non colpiscono le donne perché sono più deboli. Queste violenze non nascono dal nulla.

Queste violenze testimoniano, ancora una volta, che il corpo delle donne viene usato/abusato come terreno politico. Testimoniano che “decidere” delle donne e sulle donne è un atto di violenza politica. Può esserlo a vari livelli. A livello fisico e personale con aggressioni e stupri; a livello fisico e generalizzato con norme che violano la libertà delle donne; a livello verbale con ingiurie e insulti; a livello simbolico con immagini e immaginari e così via. La lista è infinita e non fa che definire gli attributi dello spazio politico in cui le donne si muovono. La violenza del patriarcato non esplode come una tempesta, ma si radica nella società, in Egitto come altrove.

Questi stupri sono parte di quella violenza e come tali vanno combattuti al fianco delle donne. Pare che molti uomini si stiano organizzando per far fronte, insieme alle donne, alle aggressioni di gruppo. Non direi che proteggono le donne – come se la rivoluzione fosse una contesa tra uomini giocata, guarda caso, sul corpo delle donne. Direi che continuano la loro rivoluzione, uomini e donne insieme. Dove le donne sono più colpite, perché sul loro ruolo si gioca la tenuta di un sistema sociale vecchio e marcio o la costruzione di uno nuovo. Questo vale a sud e a nord del mediterraneo.

Laboratorio Sguardi Sui Generis

Di seguito riportiamo la traduzione di un comunicato diffuso da alcune donne sul sito ‘The uprising of women in the Arab world‘:

I nostri corpi non sono campi di battaglia

Con le proteste di questi giorni in Egitto contro i Fratelli Musulmani, stiamo assistendo con grande sdegno al fatto che le donne che protestano vengono picchiate e umiliate nelle strade. Lo stesso identico fenomeno avvenne durante le proteste contro Mubarak e contro l’esercito egiziano.
È interessante osservare come nelle fasi di conflitto politico il ruolo della donna venga ridotto da cittadina attiva a ‘corpo femminile’ aggredito dal regime in carica. Il suo corpo diventa campo di battaglia: una testimonianza della brutalità del regime e dello sfruttamento di quanti vogliono rovesciarlo. La retorica suona così: il regime sta attaccando anche i più deboli, dobbiamo proteggerli!

Comunque è altrettanto interessante notare come la maggior parte di quelli che sono shockati dalla brutalità usata contro le donne durante le proteste non sembrino curarsi della violenza fisica, sessuale e psicologica con cui le donne del mondo arabo si ritrovano a fare i conti ogni singolo giorno della loro vita.

Essere scandalizzati per la brutalità di un regime contro i suoi cittadini e cittadine è fondamentale; è irrilevante che la vittima sia un uomo o una donna, dovremmo denunciarla allo stesso modo. Ma dov’è lo stesso sdegno per quanto riguarda le leggi nazionali che tollerano i crimini ‘d’onore’, lo stupro,  le molestie sessuali, la violenza domestica e la mutilazione degli organi genitali femminili?
Queste leggi stanno sopravvivendo ai cambi di regime politico, sono avallate dai precetti religiosi e trascurate da quelli laici.

La secca conclusione è che le donne vengono continuamente sfruttate per le cause politiche ma quando si tratta dei loro diritti vengono lasciate indietro. Stiamo assistendo al ripetersi di questo fenomeno continuamente in tutto il mondo arabo e oltre.

Donne e uomini dovrebbero avere gli stessi diritti e doveri, nel bene e nel male. La lotta per avere più giustizia e più libertà non fa distinzione tra i generi. È tempo per noi donne di prendere in mano il nostro destino, di imporci come cittadine allo stesso modo degli uomini, senza distinzione.
Nessuna distinzione quando si tratta di prendere parte ad una rivoluzione, nessuna distinzione quando si tratta di mettere in pratica i nostri diritti e le nostre libertà pubbliche e private in ogni giorno della nostra vita.

I nostri corpi non sono campi di battaglia.

Perché coprire quei corpi?

18 dicembre 2012 5 commenti

Ringrazio l’articolo che pubblico qui sotto, ringrazio la donna che l’ha scritto perché mi ha messo a conoscenza di una cosa che non conoscevo,
e perché ha usato le mie parole, i miei pensieri,
ha avuto le mie stesse reazioni.
E’, quella raccontata qui, un’azione che non comprendo,
dalla quale con facilità politica, di genere e “a pelle”, prendo le distanze: le prendo con il mio corpo, il mio corpo di donna, nudo anche …soprattutto se la cosa vi infastidisce.
Il mio corpo  sì, quello che vorrei decidere io come usare.
Io.
E così le mie compagne, amiche, sorelle, figlie.
E le parole di questa donna, che ha anche lavorato col suo corpo per tirar su due lire in più, dovrebbero insegnare molto a quei compagni che coprivano con i loro giubotti i corpi  di alcune ragazze “cubiste”.
Ma dove siamo arrivati?
Ma le abbiamo interpellate? o abbiamo deciso che in quanto “oggetti” potevano essere sovradeterminate da qualunque azione?
Poi magari sullo stesso marciapiede polizia o vigili urbani facevano una delle solite retate anti immigrazione, con sequestri di merce e multe da capogiro, e magari anche una vacanza gratuita in Centri di Identificazione ed Espulsione.
Non so, rimango basita.
Dei compagni che coprono le cosce di chi ha scelto di lavorare in una vetrina, senza prendere in considerazione che dietro delle cosce c’erano delle teste,
senza comunicare nulla a loro ma rendendole ancor più OGGETTO.
Brutta, brutta iniziativa.
Ne sarebbero orgogliosi salafiti vari, quelli che le compagne egiziane e tunisine combattono strada per strada: la fratellanza musulmana potrebbe donare dei seggi al Cairo.

Il primo che me copre una coscia lo pisto.
VI INCOLLO IL TESTO E LE IMMAGINI: TRATTE DA abbattoimuri

[LEGGI ANCHE
IL CORPO DELLE DONNE E’ DELLE DONNE
“NON AMO I TUTORI, ANCHE SE COMPAGNI“]

Su Facebook mi segnalano questa nota con relativa discussione e commenti che se volete potete leggere. Da lì viene il comunicato e le immagini che riporto in basso.

C’è un negozio – a Napoli – che vende elettronica e che per farsi pubblicità ha scelto di realizzare una vetrina munita di ragazze/cubo ballereccie che di certo non passano inosservate. Non so se prima si fossero lamentate o abbiano dato segni di rivolta compagne, femministe, ma mi fa specie che un gruppo di ragazzi, compagni, da ciò che leggo, decidano di andare a “salvare” queste donzelle in pericolo anche se non l’avevano chiesto, o almeno non mi pare di leggerlo da nessuna parte, e anche se probabilmente per quel mestiere venivano pagate.

Perché mai questi ragazzi non hanno coinvolto un collettivo femminista per decidere se quella fosse la cosa giusta da fare? Perché mai la protesta scelta è stata di coprire alla vista dei e delle passanti i corpi delle ragazze? Sapete che così avete detto alle ragazze che erano indecorose e moralmente reprensibili? Avete chiesto alle ragazze che ballavano cosa ne pensavano? Ma non si usa più che le battaglie passano per l’autodeterminazione dei soggetti coinvolti? Siamo ai piani salvifici e paternalisti? Alle colonizzazioni? Alle soluzioni imposte?

Ho fatto la ragazza/cubo molti anni fa per campare, come terzo lavoro, e se fosse venuto qualcuno a coprirmi facendomi sentire una specie di svergognata grata per tanta generosa attenzione da parte di un salvatore qualunque io gli avrei dato il tacco con la zeppa in faccia.

Avrete avuto tutte le migliori intenzioni ma vi giuro che mai una iniziativa di compagni mi è sembrata tanto inopportuna e offensiva nei confronti delle donne e se questo genere di iniziative vengono perfino percepite come positive io credo che la deriva scivolosa che sta assumendo questa cosiddetta battaglia moralista rispetto ai corpi delle donne sia arrivata al limite.

Questa azione andava fatta pressappoco così, se si voleva fare.

1] Bisognava coinvolgere le compagne, antisessiste, e le ragazze e chiedere se si sentivano sfruttate, se avevano scelto, se erano pagate poco, male, in nero, con contratto regolare o chi lo sa. Perché è possibile che avessero delle richieste da fare ma forse riguardavano tutt’altro. Magari migliori condizioni contrattuali, per esempio.

2] Avuta notizia della condizione di sfruttamento bisognava che le compagne svolgessero, forse, un presidio disturbante, un volantinaggio, ché se interrompi gli affari di una impresa privata comunque devi saperlo che ti becchi una denuncia, ma non è quello il punto. Il punto è che tutto avreste dovuto fare meno che coprire le cosce di queste ragazze perchè loro non erano la cosa sporca da cancellare dalla vista dei benpensanti.

3] Le compagne avrebbero simbolicamente potuto coprire, per operare un rovesciamento di senso, un subvertising, le televisioni, la merce, perchè giudicata immorale, o avrebbero potuto inscenare un balletto in quel marciapiede per non fare sentire sole le ragazze, mostrando una solidarietà vera e non prurigginosa e paternalista.

E tante altre cose si sarebbero potute fare ma tutte, sempre e comunque, ricordando che non si può salvare qualcun@ che non vuole essere salvat@ o che non sembra essere assolutamente in condizioni di pericolo. Che le lotte si fanno a partire da se’ e che ci si salva da sole se si vuole senza bisogno di “tutori”, inclusi quelli antagonisti.

In questo senso vorrei chiedere chi ha fatto peggio tra il venditore e i compagni perché mi pare che entrambi abbiano usato quei corpi, il primo chiedendo si spogliassero per vendere e i secondi coprendoli e poi facendo caciara in nome della difesa della dignità delle donne.

Il punto è che le donne non sono merce, è vero, ma non lo sono neppure in senso lato, neppure per accreditare azioni che personalmente giudico lesive del diritto all’autodeterminazione di ciascun@ perché vorrei capire dove sta la differenza tra questa azione, in termini simbolici intendo, e un bombardamento in Afghanistan in nome delle donne.

Comunque eccovi il loro comunicato e le immagini e per un aggiornamento leggete QUI.

>>>^^^<<<

VERGOGNA!! Il corpo delle donne non è una merce da mettere in vetrina!

E’ questa l’idea di lavoro che ha in mente per i giovani il noto megastore di elettronica di piazza Quattro Giornate “Dino Galiano”? Erano ormai giorni che passando per piazza Quattro Giornate si assisteva al triste spettacolo di nostre coetanee ridotte a “merce animata”, messe in una vetrina a ballare in abiti corti e provocanti, per far vendere qualche televisore di più. A tutto questo come ragazzi del quartiere riuniti nel collettivo “Zona Collinare in Lotta” abbiamo deciso di dire basta. Intorno alle 19,30 di oggi martedì 14 dicembre, abbiamo messo in scena una protesta.
Con i nostri giubbotti abbiamo oscurato il degradante spettacolo. Da subito si è radunata una piccola folla di passanti che ci ha manifestato tutto il proprio appoggio. Applausi e urla di disapprovazione verso Dino Galiano hanno fatto subito comprendere allo store che la festa era finita. Tutti i clienti sono stati fatti uscire in fretta e furia e le serrande abbassate. Inutile sottolineare come subito dalla vicina caserma si siano precipitati un po’ di carabinieri a dar manforte ai gorilla di Dino Galiano che con modi a dir poco intimidatori cercavano di allontanarci dalla pubblica via.
E’ meglio che Galiano così come tutti gli altri padroni, capiscano che nel nostro quartiere non c’è posto per chi, in nome del profitto, vuole speculare e mercificare sul corpo delle donne!

Zona Collinare in Lotta

Pubblicato anche su Femminismo a Sud.

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