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Cos’è il carcere, di Salvatore Ricciardi

17 febbraio 2015 1 commento

Io da Salvatore ho imparato tante cose.
Con Salvo ho passato giornate, mattinate, pomeriggi, nottate a parlare e analizzare alcune cose di questo nostro mondo.
Con Salvo tante volte, tante volte, mi son fermata a parlare o scrivere del tempo, di quanto conti poco, come possa cambiare il suo scorrere a seconda della nostra condizione.
lui mi ha insegnato, insieme a pochi altri nella mia vita, cosa è veramente il tempo,
di quante piccole cose è composta la libertà, e quanto nella loro nucleare piccolezza sono splendide e importanti tutte,
tutte quelle piccole cose che possono costruire la libertà di un qualcuno,
e di una classe.

Salvo mi ha insegnato a guardare i miei polpastrelli in altro modo, a distinguere e apprezzare cio’ su cui le nostre mani poggiano,
Salvo è stato il primo ergastolano che mi ha insegnato che si sconfigge tutto, anche l’ergastolo stesso e mai come ora ho bisogno di crederci.
E’ uno di quelli che nella mia faticosa quotidianità mi vengono in mente sempre,
perché il suo sorriso, innato e fanciullo, dimostra in ogni istante che è fatto per esser libero,
e per raccontare la libertà a chi non sa di averla, e non sa quant’è bella.

Ma bando alle ciance..
dopo “Maelstrom”, libro con dentro due decenni che esplodono di lotta e prigionia, Salvatore Ricciardi ha scritto finalmente un libro sul carcere. Mi permetto di dire finalmente, perché sono decenni e decenni che tutti leggiamo il suo libro sul carcere ascoltandolo,
ed era ora che potessimo averlo anche tra gli scaffali, nero su bianco.
Un libro che io ho iniziato a leggere ieri, di cui quindi qui non parlo…
Ma vi lascio un’altra recensione “de core e de panza” di Davide Steccanella, amico e compagno comune

 

Cos’è il carcere di Salvatore Ricciardi, 2015, DeriveApprodi, euro 12

Quando alcuni anni fa lessi Maelstrom trovai talmente “figo” uno scrittore che riusciva a risultare simpatico e in certi punti persino divertente nel momento in cui si cimentava in una sorta di gigantesco affresco collettivo di trent’anni di lotte proletarie del novecento italiano e mondiale che volli verificare se quel Salvatore Ricciardi fosse così anche di persona.
Andai dunque da solo una sera al Conchetta, sui grigi navigli milanesi, perché avevo letto che era prevista una presentazione di Maelstrom con l’autore, presentazione cui peraltro partecipava anche il mio amico, nonché grande avvocato, Giuliano Spazzali.
Ricciardi arrivò con quell’aria, acutamente in seguito definita da una compagna di militanza romana che ben lo conosce, da “scusate sono capitato qui per caso”, prese posto, disse la sua dopo le varie presentazioni altrui, ed al termine della serata ci fermammo un po’ a chiacchierare, quindi saluti e baci, e festa finita. Mi colpì moltissimo il suo sguardo, quegli occhi capitati per caso quando ti fissano diventano scurissimi, hai l’impressione di essere messo a fuoco dall’obiettivo di una macchina fotografica, leggendo Cos’è il carcere ho capito benissimo perché quel

Il pugno di Salvo 😉

malavitoso dal cortile della galera ad un certo punto se la squaglia.
In seguito l’ho rivisto poche volte, dice perché odia il freddo del nord quindi o Roma o ciccia, una volta mi ha portato al suo bar al Pigneto lo Yeti, ma ogni tanto ci scambiamo messaggi, così senza criterio, quando mi va di commentare qualcosa con lui gli scrivo e lui mi risponde.
Confermo, di persona Ricciardi è esattamente come scrive, quando deve dirti una cosa lo fa in modo paziente ma diretto, rispetta l’interlocutore anche se non gli fa sconti, tratta tutti allo stesso modo e se dicono minchiate gliele ribatte ma se dicono cose che ritiene interessanti le valorizza, alterna risate a pensieri più che seri, analisi profonde a battute cazzare, impegno costante in difesa di chi soccombe a bevute al bar, insomma vive, lotta, si diverte e si incazza.
Questa premessa, che a molti risulterà di totale disinteresse, mi serve invece per parlare del suo secondo libro appena uscito che dovrebbe essere, sulla carta, una specie di vademecum per il carcerato scritto da chi in carcere ci ha passato larga parte della sua vita, e così pure lo intende Erri De Luca nella sua, come sempre intensissima, prefazione, e invece no, per me non è stato così.
Cos’è il carcere per me è stata una bella e lunga conversazione con Salvatore che, come sempre, quando decide di essere serio e quindi di raccontarti un qualcosa che ritiene necessario “trasmettere” bene al suo interlocutore, si arma di pazienza e ti conduce proprio fisicamente, quasi per mano mi verrebbe da dire, all’interno, nel cuore di quello che ti vuole descrivere.
E poi una volta entrati ti accompagna per tutto il percorso, non ti lascia neppure per un attimo per andare a fare delle altre cose, no, lui resta lì con te, a disposizione per spiegarti tutto quello che a quel punto avrai voglia di chiedergli. E lo fa in modo totale ma mai arrogante, sapiente ma mai saccente, esaustivo ma mai invadente, e il suo vissuto, come sempre, non te lo fa pesare ma condividere, così come la sua cultura politica non te la fa “imparare” ma applicare all’esempio concreto.
Alla fine del libro insomma non ho avuto la sensazione di avere letto ma di avere vissuto una esperienza diretta, mi è parso quasi di avere passato un periodo di galera con uno che mi ha fornito sin da subito, e coi modi e coi tempi giusti, tutti gli strumenti per sopportarla.
Come nel precedente Maelstrom le frasi del libro che meriterebbero di essere citate si sprecano, ne scelgo due per far capire, anche nella loro valenza di attualità, “come” scrive Ricciardi, il resto fate il santo piacere di leggervelo voi acquistando il libro.  La prima è questa: “Uscito dal carcere dopo tanto tempo, rientrando nella società mi sono accorto di un cambiamento avvenuto nel linguaggio di quelli che erano diventati, di nuovo, miei concittadini. Il passare del tempo aveva prodotto l’uso di aggettivi forti, superlativi: ‘assolutamente, pazzesco, agghiacciante, spaventoso’, per compensare pensieri e passioni sempre più deboli”, e la seconda è questa: “La cultura dominante ha ridotto al silenzio…. Non si sente il grido dei desideri negati, le urla dell’animosità e della sofferenza imposta. Si preferiscono gli analgesici. Ve ne è una vasta gamma: da quelli chimici, legali e illegali, a quelli sociali, come lo status, la carriera, il lavoro importante e poi casa, famiglia, macchina, vacanze e “conoscenze””.
Diciamo che a me piace talmente tanto il “modo” con cui scrive che nel caso di Salvatore conta anche fino ad un certo punto il “cosa”, se però la domanda un po’ scema dovesse essere a cosa serve questo libro ? posso cavarmela dicendo che serve a tutti quei giustizialisti d’accatto che sotto la falsa egida della legalità quotidianamente sproloquiano su quanto siano pochi gli anni di carcere affibbiati a qualcuno, magari all’indomani di qualche sentenza mediatica.
Salvatore Ricciardi ti fa capire in poche pagine perché il nostro carcere sia un luogo del tutto inutile, prima ancora che disumano.
davide steccanella

Herman Wallace e gli Angola3: oltre 40 anni di segregazione

3 ottobre 2013 1 commento

Herman Wallace

Immaginare l’isolamento per 40 anni non è facile.
Conosco lo sguardo di chi ha vissuto la detenzione per oltre 30anni, conosco lo sguardo di chi, una volta caduto nelle mani dello Stato, è stato ripetutamente torturato per strappare dalla bocca parole utili ad altri arresti. Parole che spesso sono uscite, altre volte no.
La tortura è complicata da immaginare, ma quando senti raccontarla molte volte inizia ad aver tratti familiari, vista la sua scientificità: la tortura si può immaginare, arrivi a sentirla nello stomaco, a sognarla la notte, a sentirne i rumori.

L’isolamento è diverso: immaginare 40 anni di isolamento è molto più difficile secondo me. Quarant’anni, già quelli non so come son fatti, figuriamoci se posso aver a che fare con l’immagine di circa 14.965 giorni passati da solo, in una cella, per 23 ore al giorno.
Pensate a “fa’ la stecca” a 344.195 ore di solitudine e non mi dite che riuscite a vederli, a creare un’immagine palpabile, che non ci credo.

Herman Wallace il 1 ottobre 2013, durante la scarcerazione Photograph: Lauren McGaughy/AP

I giornali ci parlano della “libertà” di Herman Wallace, ottenuta ieri dopo quasi 41 anni e  dopo aver tristemente conquistato il record dell’uomo che ha vissuto in isolamento per più tempo nella storia degli Stati Uniti d’America, è uscito.
Malato terminale di un cancro al fegato, su una barella, senza nemmeno la forza di proferire una parola: ma parlano di libertà, loro.
Passerà gli ultimi giorni della sua vita ricoverato in ospedale, invece che nella sua cella: proprio gli ultimi, le sue condizioni sono tali da aver fatto già sospendere la terapia. Sta solo aspettando la morte.
Herman Wallace, nero, in carcere per una rapina e , è uno dei tre che composero gli Angola Three (insieme a Robert King, libero dal 2001 e Albert Woodfox, ancora detenuto), che presero il nome dalla più grande prigione americana chiamata appunto Angola (perché costruita su 18.000 acri di un’ex piantagione di schiavi) in cui erano detenuti e di cui denunciavano gli abusi tremendi e la pesante segregazione.
Scioperi della fame e del lavoro, i tre detenuti catturarono l’attenzione dei boia della Louisiana e da quel momento iniziò la loro segregazione, terminata solamente ieri per Herman, con la montatura dell’omicidio di una guardia penitenziaria, bianca ( non esistevano secondini neri nell’America di quegli anni). Una maledetta storia, che è riuscita a diventar lunga 40anni grazie all’accanimento statunitense, che li ha murati vivi in una cella sperando che finissero i loro giorni nell’oblio
cosa che non è.
Mentre i suoi avvocati cercano ancora di mandare avanti la battaglia per la riapertura del processo a loro carico,
sappiamo che la sola cosa che può esser utile, oltre la memoria e la solidarietà, è la lotta per l’abbattimento del carcere a partire dai suoi punti più alti: ergastolo, segregazione e tortura, fino ad arrivare ad aprire ogni blindato.
Per la libertà dei prigionieri,
per la libertà di tutti e tutte.

Gli “aspri castighi” sulla pelle degli ergastolani di Santo Stefano

3 agosto 2013 1 commento

“Qui si vive a discrezione de’ venti e del mare, divisi dall’universo, e soffrendo tutti i dolori che l’universo racchiude.

Le pagine che Luigi Settembrini ha scritto durante la sua detenzione nell’ergastolo di Santo Stefano sono di carne viva, le sue parole descrivono nel dettaglio tutto quel che i suoi occhi vedono e vorrebbero scordare, i giorni che si accavallano tra le urla delle sevizie praticamente quotidiane,

Il carcere di Santo Stefano, prima della costruzione del cordolo in cemento al terzo piano

Il carcere di Santo Stefano, prima della costruzione del cordolo in cemento al terzo piano

i ferri trascinati a forza, la tortura come pane quotidiano oltre a quelle fave da cucinare in cella, ognuno accanto al suo posto, creando così un’aria totalmente irrespirabile. Tanti piccoli dettagli ci dona, capaci di ricostruire la quotidianeità di decenni di storia di quel carcere che son diventati secoli.
Secoli di prigionia politica, che da subito quel carcere si modella su quel tipo di detenzione, oltre che su chi è condannato ai ferri o alla pena dell’ergastolo per reati comuni.

Vi lascio ancora un po’ di righe di Settembrini ( in QUESTA PAGINA invece tutta la descrizione del suo arrivo) , che condannato a morte si vide commutare la pena in ergastolo e fu spedito su quello scoglio che come pochi sa descriverci, e che qui ci scrive la punizione corporale imposta a chiunque fosse colto “nei più lievi falli ed i più gravi”.

Sembra un’isola grandissima Ventotene quando in fondo compare lo scoglio di Santo Stefano

“Per impedire questi orrori non basta il senno e la vigilanza de’ comandanti, non le battiture, il puntale, le traverse, le manette che sono gli aspri castighi che si dànno ogni giorno a chi commette i più lievi falli ed i più gravi. Il colpevole è disteso bocconi sopra uno scanno in mezzo al cortile, e da due agozzini con due grosse funi impiastrate di catrame ed immollate nell’acqua, è battuto fieramente su le natiche, e su i fianchi ancora e sui femori.
Il comandante prescrive il numero dei colpi, ed è presente col medico e col prete: i soldati stanno su la loggia con l’arme al braccio: i condannati debbono riguardare: il battuto urlando chiama la Vergine ed i Santi che poc’anzi bestemmiava: alcuno soffre muto, e levatosi dallo scanno con orgogliosa impudenza si scuote i calzoni e le battiture. Dopo le battiture è incatenato ad un piede, e messo al puntale, cioè l’altro capo della catena, è fisso ad un grosso anello di ferro che sorge dal pavimento d’una segreta, o è fisso ad un cancello d’una finestra: e così sta assai giorni e mesi. Talvolta gli si mettono ancora le traverse, che sono due semicerchi di ferro messi ai piedi e fermati da un grossissimo perno che pesa su i talloni e rende difficile e doloroso stendere un passo. Questi castighi sono continui, le battiture quasi ogni giorno: alcuni in varie volte ne hanno ricevuto oltre due mila, e ne muoiono consunti da tisi, ma non domati.
Dopo l’omicidio s’incomincia il processo… “

_____ LUIGI SETTEMBRINI: L’ergastolo di Santo Stefano_____

Di ritorno da un viaggio che non vuol finire… contro l’ergastolo e la società penale, per la libertà!

1 luglio 2013 Lascia un commento

Era molto tempo che questo blog non rimaneva fermo per così tanto.
Forse in tutti questi anni non era mai successo, ma fa bene: soprattutto quando la pausa è “causata” da un viaggio non lungo temporalmente ma infinitamente ricco di incontri, ancora tutti da metabolizzare e interiorizzare.

Foto di Valentina Perniciaro _Ergastulum di Santo Stefano_

Foto di Valentina Perniciaro
_Ergastulum di Santo Stefano_

Anche quest’anno il carcere di Santo Stefano: e come ogni volta il viaggio è stato diverso,
diversa l’accoglienza degli isolani, diverso il rapporto con il panoptico e il cimitero dove invece di stare le solite due ore siam stati una giornata intera visitando luoghi rimasti al buio per più di un decennio anche allo stesso custode.
Ogni volta quei due scogli in mezzo al mare, uno di catene e l’altro di confino, c’hanno donato delle emozioni forti, tessendo rapporti e progetti che sembrano aver già radici profondissime.
Difficile trovar le parole per descrivere il nostro viaggio, continuamente in costruzione, sempre e dico sempre vissuto con gli occhi emozionati e il sangue nelle vene che pulsa con prepotenza: devo ancora aspettare un po’ per riuscirvi a raccontare …

il viaggio, il lungo viaggio intrapreso due anni fa tra i chiavistelli di quell’ergastulum è stato molto più lungo…
l’obiettivo era scavare ancora nella storia di quel carcere, anche nello sguardo di chi c’ha vissuto.
E così fino a Barcellona Pozzo di Gotto, luogo di lager e terrazza struggente sull’arcipelago delle Eolie: ci aspettava ( e sembrava più emozionato di noi) un vecchio banditone meraviglioso, dalla storia fitta e incredibile,
che da “l’Isola” di Milano, dalle razzie ai gerarchi, dalla goliardìa contro gli sbirri e i fascisti, e le grandi rapine (con successiva

fantastico, Ezio Barbieri

redistribuzione di parte del bottino tra i poveri del quartiere), è finito ad essere l’uomo più temuto nelle carceri italiane dell’immediato dopo guerra.
Quello della “pasqua rossa” di San Vittore e poi delle celle d’isolamento di Santo Stefano, dei mesi di letto di contenzione di Porto Longone…e  poi della Sicilia, dove le sue altre mille vite hanno preso inizio.

Un incontro stupefacente, quasi bambino: i 91 anni di Ezio Barbieri, malgrado le lastre che svelano decine e decine di pallini, malgrado le tante torture subite e l’internamento coatto sono 91 anni allegri e giocosi, ricchi di memoria, lucidi.
La sua accoglienza non la dimenticherò mai… quei bigliettini messi a costruirci un percorso perfetto dal vicolo di campagna fino alla porta del suo salone con scritto “Benvenuta Valentina e compagni” hanno aperto le porte ad un incontro fortissimo,
e ci hanno fatto capire ancora di più come Santo Stefano possa essere un ponte per ricostruire una memoria perduta,
e per essere simbolicamente il luogo perfetto per una battaglia contro l’ergastolo e l’istituzione carcere.

E quindi grazie,
grazie a Salvatore che oltre alle chiavi di quel carcere, di quelle storie e di quei mari ci sta donando molto altro,
grazie a Ezio, che a 91 anni potrebbe aprire una scuola dell’esser bambino alla faccia di tutti i suoi carcerieri,
grazie a Liberidallergastolo, che è esperienza sempre più emozionante e costruttiva,
grazie a Melania, al suo modo di muoversi leggera nelle celle come tra le sue stelle,
aho, grazie pure allo zappatore!

A presto per i racconti di tutto ciò …

Per vedere la versione integrale del lavoro dello scorso anno fatto dai compagni del Folletto : QUI

Link sull’ergastolo e su Santo Stefano:
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Piccoli passi nel carcere di Santo Stefano, contro l’ergastolo
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Il 41 bis: se questo è un uomo

Verso l’ergastolo di Santo Stefano per l’ennesimo fiore ed urlo contro il “fine pena MAI”: yalla, se vi va

2 giugno 2013 2 commenti

Luigi Veronelli, enologo anarchico, voleva trasformare Santo Stefano e il suo cimitero nella sua Mecca,
un luogo simbolico dove far pellegrinaggio ogni anno, per compiere un passo in più verso la consapevolezza dell’ergastolo e quindi la sua abolizione. Bitch+I+m+Fabulous_a4ae8b_3413462
Noi ci stiamo provando, e quest’anno andremo a Ventotene e poi allo scoglio prigionieri di Santo Stefano per spolverare quella prigione, per curare un po’ le tombe rimaste in quel cimitero del Fine Pena Mai,
dove siamo riusciti a riposizionare qualche nome, sulle tombe semi distrutte, presenti in quel piccolo cimitero sull’isola.
Tombe scavate, costruite, curate per anni dagli stessi detenuti, consapevoli che proprio quella stessa terra li avrebbe ricoperti da morti, loro che morti già lo erano su carta.

E allora partiamo, saltiamo su un gommone, con i nostri fiori e la voglia di abbattere la tortura della prigionia eterna,
a salutare Bresci e i suoi compagni di prigionia e morte, a smuovere ancora quella terra che tiene segreta una sofferenza che riusciamo a malapena ad immaginare.
In nome dei 1500 ergastolani del nostro paese, 1000 dei quali destinati a crepare in cella perchè accanto ad ergastolo hanno ricevuto in dono anche la parola “ostativo”: perché anche loro abbiano il diritto ai numeri,
al conto alla rovescia verso il loro fine pena.

693d5-the_santo_stefano_bQui sotto l’appello per il viaggio di quest’anno con un po’ di istruzioni,
poi una carrellata di link sull’ergastolo e sulla nostra bella avventura di Liberidallergastolo,
che prosegue (dopo la splendida iniziativa al cinema Mexico di Milano) e vi aspetta.

Potete scrivere anche qui o al mio indirizzo mail baruda@hotmail.it per comunicarci la vostra presenza ( gli altri contatti son presenti a fine comunicato)

PORTA UN FIORE PER L’ABOLIZIONE DELL’ERGASTOLO
22 GIUGNO 2013
Viaggio al cimitero degli ergastolani nell’isola di S. Stefano (Ventotene)

Il 22 giugno 2013, in occasione della  giornata mondiale dell’ONU contro la tortura, ritorneremo al cimitero degli ergastolani dell’isola di Santo Stefano (Ventotene), attiguo al vecchio carcere borbonico. Un luogo simbolico da vedere e far vedere  perché racconta in modo emblematico, con le sue 47 tombe, non solo la spietatezza dell’esclusione degli ergastolani dal consorzio umano anche dopo morti, ma soprattutto ciò che oggi è l’ergastolo.
La mattina del 22 attraverseremo il mare che separa Ventotene dall’isola di Santo Stefano per visitare il carcere guidati da Salvatore dell’associazione Terra Maris che ce ne illustrerà la storia.

Adotta il logo contro l’ergastolo sul tuo sito/ bacheca / blog / negozio / cruscotto / bar preferito / vicolo / banco di scuola etc etc

Cammineremo poi verso il cimitero per ricordare, portando dei fiori, l’appartenenza alla comunità umana  delle persone che lì sono sepolte, e di tutti coloro che si spengono socialmente e muoiono fisicamente all’ergastolo.
Per il pomeriggio sera stiamo cercando di organizzare altri due momenti da poter condividere:
Una visita alle Cisterne romane di Ventotene dette “dei carcerati”, dove vissero reclusi per volere di  Ferdinando IV di Borbone, cento forzati, che lavoravano sull’isola e che intervennero con pitture murali, disegni e graffiti sulle pareti di queste particolarissime celle.
Un incontro aperto alla cittadinanza (nella piazzetta antistante le Cisterne)  per proiettare i filmati che documentano il viaggio del 2012. Illustrare il progetto “liberi dall’ergastolo”. E raccogliere riflessioni, idee sull’esperienza in corso e l’immaginario che essa ci apre.

Istruzioni per organizzare in autonomia il viaggio:
Per arrivare a Ventotene si parte da Formia o con traghetto o con aliscafo.
Alcuni di noi saranno a Ventotene già venerdì 21 giungo.
Chi decide di arrivare direttamente sabato mattina può prendere il traghetto da Formia delle ore 9,15. L’appuntamento per tutti è all’arrivo di questo traghetto al porticciolo di Ventotene alle ore 11,15. Per prenotare il pernottamento bisogna rivolgersi alle varie agenzie di Ventotene, lo scorso anno abbiamo utilizzato l’agenzia Bentilem 0771 85365. Per comunicare la propria adesione e per informazioni scrivere a:
assliberarsi@tiscali.it;
nicovalentino@tiscali.it;
baruda@hotmail.it.
Per informazioni e immagini sui precedenti viaggi e sul progetto “liberi dall’ergastolo”:    liberidallergastolo.wordpress.com 

 

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Il 41 bis: se questo è un uomo

 

Quando si lotta contro 41 bis e fine pena mai …con un comunicato da Parma

1 giugno 2013 Lascia un commento

Lo scorso fine settimana si è svolto a Parma, davanti alle mura del suo carcere speciale,
una manifestazione contro il 41 bis, la differenziazione e l’isolamento.

Il manifesto del corteo di Parma dello scorso 25 maggio

Una manifestazione di solidarietà verso tutti i detenuti, in particolar modo verso coloro che subiscono l’accanimento delle restrizioni speciali all’interno delle nostre prigioni.
Pochi giorni fa, anche grazie alla comparsa delle immagini del colloquio tra Provenzano e la sua famiglia (qualcosa di veramente inguardabile) avevamo pubblicato del materiale sulla deprivazione sensoriale assoluta, sull’aberrazione del 41bis, la sua stravagante storia, e sulla scientifica metodologia di tortura e annientamento che viene fatta nel nostro paese in nome della sicurezza, massima sicurezza. (Leggi: Se questo è un uomo)
La battaglia contro il 41bis, come quella contro l’ergastolo, non possono non entrare nella quotidianità di chiunque sente di far parte di quello spicchio di mondo contro la pena di morte, la tortura, il controllo chimico e tutto quello che è sottinteso in queste forme di prigionia.

Il comunicato che vi giro, preso dal sito Parmantifascista, racconta come la città è stata costretta a vivere quella giornata, come lo Stato e i suoi organi dediti alla tutela dell’ordine pubblico hanno pensato di preparare strade e popolazione a quella che era una manifestazione di solidarietà.
Una vergogna, che certo non stupisce.
Lottare per la libertà, per l’abbattimento della prigionia, è una cosa che a quanto pare irrita non poco l’ordine costituito.

NO AL 41BIS, NO AL FINE PENA MAI!
Qui il materiale della campagna Liberidallergastolo: LEGGI

IN MERITO AL CORTEO CONTRO IL CARCERE
Come gruppi cittadini che hanno partecipato al corteo contro carcere, differenziazione e 41bis, intendiamo intervenire in merito a quanto riportato sulle testate locali e al clima che queste hanno contribuito a creare in città prima della giornata di sabato 25 maggio.

Non è la prima volta che a Parma si organizzano mobilitazioni o presidi sotto le mura del carcere, ma questa volta tutta la città ha assistito a un’enorme e dispendiosa esercitazione di polizia e subito i suoi effetti; riteniamo spropositato l’uso di così tanti uomini e mezzi, compresi due elicotteri (!), per un corteo il cui obiettivo era quello di portare solidarietà ai detenuti di via Burla, che si dimenticano essere degli esseri umani.

Adotta il logo contro l’ergastolo!

Da tale umanità i giornalisti sono sembrati essere avulsi: le ragioni di quel corteo hanno lasciato il posto a una descrizione della mobilitazione come quella dell’arrivo di un’orda di teppisti, per giunta supporters dei mafiosi.

La ragione reale per cui abbiamo manifestato insieme all’assemblea Uniti contro la repressione, è quella che in questa città ci si ricordi che esiste un carcere di massima sicurezza, non per niente costruito lontano dagli occhi e dal cuore; una prigione altamente punitiva e non “riabilitativa”, in cui vige un regime di carcere duro, non solo applicato nel 41bis ma che, data l’esistenza di questo settore, viene esteso a tutta la popolazione detenuta. Non si tratta di un’ipotesi: questo ci viene raccontato da detenuti, ex detenuti e loro familiari ormai da molti anni. A questo regime si aggiunga che nel carcere di via Burla, si soffrono anche le condizioni che affliggono tutte le prigioni dello Stato, come il sovraffollamento. Carceri sovraffollate da persone che, in genere, hanno commesso reati minori, da proletari. Carceri in cui vige una “pena di morte-di fatto”, prodotto delle condizioni terribili della detenzione, delle cure mediche assenti o insufficienti, di induzioni al suicidio, ecc.

Per questo si intendeva ancora una volta cercare di dare voce a chi non può essere sentito, e farsi sentire da chi non può sentire. Noi sogniamo un mondo, una società, in cui ci si possa liberare della necessità del carcere, che possa affrontare le contraddizioni esistenti e le problematiche sociali, economiche, psichiatriche, senza la privazione totale della libertà e l’utilizzo di pratiche di tortura inumane e degradanti, quale è quella del 41bis e per la quale l’Italia è stata condannata dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura. In queste sezioni, ci sono anche detenuti che non sono capi mafiosi; un terzo di essi è in attesa di un giudizio definitivo e molti di coloro che sono stati condannati in via definitiva hanno già scontato la pena per il reato “ostativo” alla concessione dei benefici penitenziari, che ha motivato l’applicazione del 41 bis.

Parma e l’accoglienza della Polizia di Stato

Ebbene, queste ragioni erano scritte nero su bianco nei comunicati e nei manifesti di indizione del corteo, ma ciò che campeggiava sulle testate è stata la sola “questione di ordine pubblico” e i presunti rischi che avrebbero subito i cittadini dal passaggio di un corteo di qualche centinaia di persone. Ma anche dopo il corteo, è stata completamente ignorata dalla stampa la risposta calorosa da parte dei detenuti che ci aspettavano aggrappati alle sbarre e che, come hanno potuto, ci hanno fatto sentire le loro grida, vedere le loro mani.

Chiediamo: chi ha scelto e deciso di spendere tutti questi soldi in una esercitazione militare per il corteo di sabato? Chi ha deciso persino di rimuovere le bici (!) dei residenti? Di vietare il parcheggio agli abitanti? Chi ha bloccato tutti gli ingressi al quartiere e addirittura fatto chiudere anticipatamente le scuole e i negozi? Secondo quale logica dovrebbero essere imputati questi sprechi e queste misure ai manifestanti, visto che il corteo era autorizzato? Chi ha deciso che tutto questo fosse realmente necessario, fino ad utilizzare addirittura le squadre dell’Unità Artificieri? Soprattutto, con questa operazione, quale immenso pericolo è stato sventato?

Lo spostamento d’asse dalle ragioni delle mobilitazioni all’inutilità di cortei e lotte in quanto “dispendiosi per la collettività”, o “pericolosi” e “ideologici” è figlio dei tempi che viviamo e della gestione corrente della pubblica opinione, dei conflitti, delle problematiche sociali ed economiche. Non solo a Parma, la gestione delle lotte nell’ambito del lavoro o dei diritti è considerata questione di ordine pubblico, da dare in pasto a celerini e magistrati. Come è successo proprio in questi giorni a Bologna con gli studenti, o durante le lotte degli operai della logistica, non lontano da noi. Questa gestione governativa nazionale e locale, si estremizza nei periodi di crisi. Così, operai, studenti, sfrattati diventano mera carne da macello quando si mobilitano o rivendicano i propri diritti negati. La stampa diventa complice di questa gestione nel momento in cui presta il fianco alla criminalizzazione, “creando il vuoto” attorno a chi protesta o si mobilita, fornendo una “spettacolare” e virtuale visione delle rivendicazioni, come se non si trattasse della vita reale di uomini e donne in carne ed ossa.

In questo contesto, constatiamo il completo avallo del Movimento 5stelle a questo dispendio di forze, anche economiche, in una totale mancanza di autonomia politica rispetto al diritto a manifestare, delegando la gestione della città intera alla questura, accettando la blindatura di quartieri, strade, uscite della tangenziale, e senza chiedersi se effettivamente fosse il caso di mettere in scena questa enorme rappresentazione da giorno del Giudizio, una vera e propria esercitazione per possibili scenari d’intervento repressivo. In ultimo a loro, che credono che “il carcere debba essere non solo punitivo ma anche riabilitativo”, chiediamo se sia riabilitazione o tortura vivere in isolamento totale, 22 ore chiusi in cella, con il blocco della posta, delle visite, in stanze senza finestre e senza poter accedere ad alcuna attività, tantomeno corsi scolastici, e se questo, per loro che credono nella “cittadinanza civile”, non rappresenti invece il rischio di degrado del senso di umanità, del diritto e del rispetto della persona umana.

Collettivo Insurgent City
Rete Diritti in Casa
Gruppo anarchico A. Cieri – FAI
Spazio Popolare Autogestito Sovescio
Compagni e compagne contro il carcere

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41Bis, Ergastolo e Tortura: allora? vogliamo fare qualcosa???

25 maggio 2013 7 commenti

Pochi giorni fa, con la morte di Giuseppe Ciulla, Paolo ci raccontava l’inutilità dell’ergastolo attraverso quella vita, quasi interamente scontata in giro per prigioni e finita così, nella solitudine dell’ergastolo.
Ci raccontava di un uomo entrato in carcere giovanissimo, che ha scontato per intero un omicidio e che una volta uscito vi è rientrato, per sempre. Una vita di carcere, una vita con un ergastolo che dimostra l’inutilità del primo e del secondo: il risultato è stata una vita reclusa e di risentimento, mai “rieducata”, mai “reinserita”, mai niente di tutte le menzogne dette,
e poi rese anche ridicole dalla parola “Ergastolo”.

Quasi con un piede su un treno: dopodomani a Milano il progetto “Liberi dall’ergastolo” prenderà una forma diversa da quella avuta fino ad ora. All’interno del cinema Mexico, lunedì 27 Maggio, vi mostreremo il racconto del nostro viaggio verso l’abbattimento dell’ergastolo, con immagini e parole che hanno il solo desiderio di minare alla base la privazione di libertà tutta, l’istituzione totalizzante e annullante.
L’ergastolo, come simbolo: l’ergastolo come punta massima del nostro sistema penale, la vetta del “Fine pena mai” che alza la posta di tutto il resto. Abbattere quella vuol dire poter iniziare una battaglia reale per l’abbattimento della prigionia:
ma per abbattere l’ergastolo dobbiamo partire da noi, dobbiamo partire dallo sventrare il concetto del MAI,
di un tribunale che possa stabilire che la tua testa va tagliata alla base e senza possibilità di ritorno,
ma anche senza sangue, che siamo una società democratica oh!
Quindi la testa te la lasciano attaccata, nessuno spargimento di sangue: morirai in un silenzio cimiteriale.

Quando si parla di tortura, quando vi chiedono la firmetta di turno, non vi dimenticate nè dell’ergastolo (quella ghigliottina priva di schizzi di sangue) e nemmeno del 41bis, che malgrado sembra scritto diversamente e con altri caratteri è TORTURA!
Nient’altro che tortura.

Sul 41Bis, per la cancellazione del quale si dovrebbe combattere violentemente, lascio la parola a Paolo Persichetti (che nel carcere di Ascoli l’ha anche rischiato, appena estradato) che ci racconta cos’è attraverso le immagini trasmesse da Servizio Pubblico di un colloquio tra Provenzano e i suoi familiari.
Io non ci sono riuscita: passo le giornate a mandar giù tonnellate di girato in Siria, dove il sangue è più ampio del cielo,
ma questo colloquio no, non sono riuscita a guardarlo per più di venti secondi.
Voi invece FATELO, ve lo chiedo perfavore.

E’ una battaglia che va fatta, va fatta anche per i politici costretti a questo regime da più di 10 anni: se carcere deve essere che sia con gli altri, che non sia 41 bis, che non sia possibile star settimane senza parlare con nessuno.

SE QUESTO E’ UN UOMO:
Il filmato qui sotto mostra Bernardo Provenzano ripreso dalle telecamere di sorveglianza della sala colloqui 41 bis del carcere di Parma durante l’unica ora mensile di colloquio ammessa con i propri familiari. Le immagini venute in possesso della trasmissione televisiva Servizio Pubblico risalgono al 15 dicembre 2012.
Provenzano è stato arrestato nell’aprile del 2006. Sei anni di 41 bis lo hanno ridotto in questo stato. L’uomo ormai ottantenne appare poco presente a se stesso, incapace di intendere. I suoi movimenti sono rallentati, il suo stato è poco vigile, non riesce ad impugnare correttamente la cornetta del citofono che permette di parlare con i familiari al di là del vetro. Per ogni gesto deve essere sollecitato più volte dal figlio. Ricurvo su se stesso porta un vistoso berretto di lana sul capo perché – dice – «fa freddo». Il figlio si accorge della presenza di un cerotto e gli chiede prima cosa sia successo e poi di togliersi il copricapo. Sulla testa appare il segno evidente di una ferita. Alla richiesta di cosa sia accaduto, Provenzano, articolando le parole con molta difficoltà, risponde di aver preso «Lignate, sì. Dietro i reni». Il figlio gli chiede se sia caduto, Provenzano risponde di sì in modo confuso. Due giorni dopo queste immagini, forse a seguito di una caduta, l’anziano detenuto è rimasto colpito da un’emorragia celebrale. Ricoverato d’urgenza è stato operato. Da allora sembra che abbia molte difficoltà a parlare e sia quasi incapace di intendere e di volere, tanto che per questo è stato escluso da un processo.

Di fronte a queste immagini c’è forse ancora qualcuno che può ancora negare come il 41 bis sia un particolare forma di tortura esercitata attraverso lo strumento della deprivazione sensoriale assoluta?
Attualmente 673 persone (rilevamento del 2011) subiscono questo tratamento di restrizione assoluta, ulteriormente aggravata per quelli tra di loro che si trovano nelle “aree riservate” (circa una ventina).

Nelle scorse settimane il legale della famiglia Provenzano, l’avvocato Rosalba Di Gregorio, ha chiesto la revoca del 41 bis per il suo assitito e la sospensione dell’esecuzione della pena per motivi di salute, ma l’istanza è stata respinta. Dopo l’apparizione di un articolo su Repubblica del 21 maggio, nel quale si faceva riferimento alle presunte percose subite da Provenzano, il ministro della Giustizia a chiesto al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di svolgere delle verifiche.

Attorno alle condizioni di salute di Provenzano si è accesa una singolare polemica che, omettendo completamente ogni interrogativo sul senso di un tale regime carcerario praticato su un uomo ridotto ormai ai minimi termini, solleva al contrario sospetti che dietro le innumerevoli cadute registrate in cella nel corso dell’ultimo anno, in particolare l’ultima che l’ha ridotto in coma, vi sia dell’altro.
Che cosa? L’eventuale tentativo – si lascia intendere – di esercitare pressioni fisiche per impedire ad un Porvenzano ormai allo stremo di collaborare con la giustizia. E’ la tesi in particolare dell’eurodeputata Sonia Alfano, appartenente all’ormai dissolta Italia dei Valori, che nel corso dell’ultimo anno ha realizzato diverse visite al prigioniero. Secondo la parlamentare il peggioramento delle condizioni di salute di Provenzano potrebbe essere collegato al fatto che l’ex boss aveva mostrato interesse per un’eventuale collaborazione con la giustizia, che gli avrebbe permesso di ottenere un regime carcerario più morbido del 41bis. Secondo Alfano, Provenzano sarebbe stato “neutralizzato”, ovvero sarebbe stato picchiato fino rendere impossibile una sua collaborazione. In ragione di ciò, si sostiene in un comunicato diffuso da Servizio Pubblico, «la procura di Palermo ha aperto un’indagine per fare luce sui tanti misteri che ancora una volta avvolgono il super boss dei corleonesi».

Sul corpo di Provenzano si sta giocando uno scontro senza mezzi termini tra chi mostra di utilizzare il 41 bis cone una sorta di anticipazione della morte del detenuto, seppellito nei cimiteri per vivi che sono questi particolari reparti carcerari, affinché l’ex capo mafioso porti nella tomba tutti i suoi segreti, e chi utilizza questo regime detentivo come mezzo per estorcere dichiarazioni da utilizzare contro i propri avversari politici. Una belle contesa insomma.

Il 41 bis
Questo regime detentivo prevede la sospensione di tutte le regole ordinarie previste nell’ordinamento penitenziario. Può essere applicato anche a chi è in attesa di giudizio.
I detenuti in 41 bis possono fare una sola ora di colloquio al mese con parenti strettissimi attarverso un vetro divisiorio e con i citofoni. Non potendo cumulare le ore come nelle carceri normali, molti di loro senza mezzi economici finiscono col fare pochissime ore di colloquio nell’arco dell’anno. La telefonata di 10 minuti ai familiari (alternativa al colloquio) è registrata e il familiare deve recarsi, per poterla ricevere, nel carcere più vicino al luogo di residenza. Le ore d’aria sono solo due mentre la socialità è limitata ad un massimo di tre persone individuate dalla DIrezione dell’istituto senza possibilità di alcuno scambio tra detenuti (cibo, vestiti, libri…). La corrispondenzaè  limitata alle persone con cui si fanno i colloqui e sottoposta a censura. Non si possono tenere più di tre libri in cella. Recentemente il ministro della Giustizia Severino con una circolare ha disposto che il numero di tre libri dovesse ritenersi complessivo. In esso andavano inclusi anche quelli lasciati in magazzino, vietando al contempo la possibilità di ricevere giornali, riviste e libri dai familiari e per posta e autorizzando unicamente l’acquisto tramite la ditta che gestisce il sopravvitto e che offre una scelta ridottissima (settimana enigmistica, sorrisi e canzoni ecc. Niente riviste culturali, politiche, di letteratura, scientifiche o specialistiche).
Nelle sezioni con regime 41 bis opera un corpo speciale di polizia penitenziaria – il Gom (Gruppo operativo mobile) – che può stabilire norme particolari per questotipo tipo di sezioni. Alla sospensione dei diritti voluta dal Ministero si possono perciò aggiungere divieti particolari e specifici come la possibilità di avere con sé solo un numero limitatissimo di indumenti, calzini, fogli di carta, biro, ecc.

Gli imputati rinchiusi in regime di 41 bis sono esclusi dai processi. Non vengono più condotti nelle apposite gabbie predisposte nelle aule bunker dei tribunali ma portati in stanze, ricavate all’interno delle carceri, collegate in videoconferenza con i tribunali dove sono presenti soltanto giudici e avvocati. Viene così azzerato il diritto alla difesa.

Le aree riservate
Nelle carceri di Parma, Ascoli Piceno, Terni, Tolmezzo, Novara, Viterbo, L’Aquila e Spoleto, sono state allestite delle aree riservate, un 41 bis ancora più ristrettivo.

Attualmente tre prigionieri politici sono sottoposti a questo regime detentivo:
Nadia Desdemona Lioce (a L’Aquila)
Marco Mezzasalma (a Parma)
Roberto Morandi (a Terni)

Oggi a Parma si terrà una corteo nazionale contro il carcere e il 41 bis

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