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Archive for the ‘Lavoro e assassinii’ Category

il 25 aprile e la Italstage

21 aprile 2015 Lascia un commento

È direttamente Paola, mamma di Matteo Armellini, a prendere parola e mettere nero su bianco il malessere per questa notizia, che per molti apparirà una non notizia.

Matteo ha perso la vita lavorando per questa società che gli si è accartocciata addosso, uccidendolo, società che ora in pompa magna sta allestendo il palco per le celebrazioni ufficiali del 70* esimo anniversario della Liberazione.  Liberazione difficile da festeggiare, soprattutto quest’anno che abbiamo visto affogare nei nostri mari decine e decine di Fosse Ardeatine.

Vi lascio con le righe di Paola Armellini… 


Cari firmatari, 

matteo armellini…

la Società Italstage sta contribuendo all’allestimento in Piazza del Quirinale di una struttura per il palco che servirà per la commemorazione del 70° anniversario della Liberazione. L’Italstage è la stessa società che allestì il palco al PalaCalafiore di Reggio Calabria per il concerto di Laura Pausini, quando perse la vita mio figlio Matteo Armellini.


Per quanto accaduto questa società ha patteggiato una penale di 70 mila euro, ma il suo rappresentante legale, Aumenta Pasquale, è stato rinviato a giudizio insieme ad altri sei.

Mi permetto d’indignarmi per la tanta disattenzione, che mostra una sconcertante mancanza di quella moralità che sarebbe invece necessaria per un evento come quello del 25 aprile, previsto nella Piazza del Quirinale: una cerimonia alla quale partecipano il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e numerose autorità dello Stato.

Questo episodio mette in luce la superficialità e la leggerezza di comportamento che purtroppo si riscontra anche in campo lavorativo e che a volte causa danni irreparabili ai lavoratori e alle loro famiglie.

Spero di non essere considerata con tanta leggerezza e, come già fatto, esprimo ancora una volta l’auspicio che la giustizia possa fare il proprio corso. Vorrei che alle vittime venisse restituita la dignità e che ne fosse onorata la memoria con atti responsabili e degni di professionalità.

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Klodian Elezi, morto di Expo.

13 aprile 2015 6 commenti

Solo sul giornle Brescia Today son riuscita a trovare il nome di quest’uomo.
Che poi uomo, quale uomo, aveva 21 anni, un ragazzetto.

Nessuno lo nomina, probabilmente perché albanese.
Però l’11 aprile ha fatto un volo di 5 metri, all’interno del cantiere della Teem, sbattendo la testa e morendo sul colpo, da un ponteggio dove lavorava senza alcuna imbracatura.

Klodian Elezi, questo era il nome di questo giovane ragazzo da anni residente con tutta la famiglia nel bresciano,
che è morto per garantire l’inaugurazione di una una galleria nei pressi del futuro casello di Pessano con Bornago, che va inaugurata per l’Expo, perché sarà la prossima futura tangenziale esterna milanese.
Un morto di Expo, volato giù come una mela senza diritto nemmeno ad avere un nome a quanto pare,
impiegato in un cantiere ora posto sotto sequestro e da cui son subito sbucate molte irregolarità, tra cui in primis l’assenza dell’imbracatura di sicurezza, che avrebbe permesso a Klodian di assaporare questa primavera e tante altre.

4 licenziati per un manichino appeso: la FIAT è quella di una volta ( e noi? )

25 giugno 2014 Lascia un commento

La lettera di licenziamento

Alcune cose un conto è sentirle dire in una rassegna stampa o leggerle riassunte su un articolo di giornale,
un altro è vederle così, nero su bianco, così come 4 dei 500 cassaintegrati dello stabilimento Fiat di Mirafiori lo hanno ricevuto.

E’ una lettera di licenziamento, inviata a 4 persone già in cassaintegrazione:
licenziamento causato dalla partecipazione a due manifestazioni organizzate davanti al polo di Nola il 5 e il 10 giugno, manifestazione che chiedeva il rientro di 300 operai distaccati da 6 anni e in cassa integrazione.
La protesta non è stata gradita dal lingotto: un manichino impiccato con il volto di Marchionne e una finta bara son bastati per un licenziamento per motivi disciplinari.
Ci son suicidi e molti tentati suicidi, ci sono morti sul lavoro e in quella stessa azienda che aumentano: ma la vera violenza per la Fiat era un manichino con una fotografia incollata, “un’intollerabile (sic) incitamento alla violenza” e oltretutto “costituiscono una palese violazione dei più elementari doveri discendenti del rapporto di lavoro”.
E poi è straordinario coma la Fiat, oh la Fiat eh!, riesca a scrivere che una protesta di una manciata di operai abbia “provocato gravissimo nocumento morale all’azienda ed al suo vertice societario”: il nocumento morale poveri assassini sfruttatori balordi.
Invece la cassaintegrazione, la continua richiesta di flessibilità, l’assenza di garanzie e il blocco della trattativa per il rinnovo del contratto (bloccato proprio sull’una tantum di aumento richiesto dai lavoratori).

Oltre alle 4 lettere di licenziamento è stata inviata una lettera di contestazione anche a Mimmo Mignano, che il 17 luglio è in attesa di sentenza al tribunale di Nola per un’altra causa con la Fiat inerente ai licenziamenti di qualche anno fa.
La lettera da lui ricevuta parla chiaro: se anche il giudice dovesse riconoscergli il diritto al reintegro, l’azienda lo lascera comunque fuori dai cancelli,
a causa delle proteste di giugno e di quel manichino. (Ascolta la corrispondenza di RadioOndaD’urto con Mimmo : QUI )

Belli e cari i tempi in cui avevate paura di tornare a casa la sera,
padroni maledetti.

Oggi dalle ore 12 presidio ai cancelli di Mirafiori,
mentre dalle 13 ci saranno due ore di astensione dal lavoro.

Leggi: MIRAFIORI E LA DIALETTICA DEL SANPIETRINO

 

I minatori avevano ragione: lo dicono documenti desecretati e pubblicati dalla BBC. Noi lo sapevamo già!

28 gennaio 2014 2 commenti

Scritto da John Dunn, della campagna Justice for mineworkers

Venerdì 3 gennaio sono stati pubblicati dei documenti, fino ad ora segreti, del governo conservatore riguardanti il Grande Sciopero dei minatori del 1984-85.
Il sito della BBC ha dichiarato “I documenti del governo sul 1984 recentemente desecretati rivelano come il leader sindacale dei minatori Arthur Scargill poteva forse avere ragione rispetto all’esistenza di una lista nera segreta di più di 70 miniere destinate alla chiusura”. (Per ulteriori informazioni sullo sciopero dei minatori si prega di leggere Twenty years on – the lessons of the 1984-85 miners’ strike – in inglese).
Notare il “poteva forse avere ragione”!
Dopo 30 anni la BBC, che notoriamente ha invertito i frames del filmato della carica della polizia di Orgreave al fine di incolpare gli innocenti dimostranti del NUM delle violenze andate poi in onda sugli schermi della TV nazionale, non riescono ancora ad ammettere che Scargill aveva ragione e non “poteva forse” averla! Accendendo la televisione per ascoltare le prime notizie del mattino in attesa di saperne di più sono stato informato che era il centesimo anniversario dei Brownies (le “coccinelle” degli scout)! A onor del vero la nostra BBC locale, Look North, ha riportato la notizia abbastanza dettagliatamente e addirittura ha dichiarato che la Thatcher ha mentito quando ha detto che non esisteva nessuna lista delle miniere da chiudere.

Fuori i segreti

Durante tutto il Grande Sciopero, e nei fatti fino ad oggi, Scargill è stato messo alla gogna e definito un bugiardo; il NUM è stato bollato come “il nemico interno” dalla Thatcher; notiziario dopo notiziario ci hanno etichettati come delinquenti e vandali: ma adesso PARTE della verità è venuta fuori: il governo Thatcher aveva una lista nera con 75 miniere destinate alla chiusura.
Questi documenti governativi rivelano come nel 1983 la Thatcher si stesse segretamente preparando ad affrontare i minatori.
Venne istituito un gruppo di lavoro segreto, nome in codice MISC 57, col compito di definire i passi necessari da compiere nel caso di uno sciopero dei minatori. Più tardi, nel 1984, nel momento dello sciopero, la Thatcher ha costantemente negato qualsiasi coinvolgimento nello scontro, insistendo che la sola preoccupazione del governo fosse quella di garantire il rispetto della legge.

Arthur Scargill davanti alla polizia

Il primo ministro diede la sua personale approvazione ad una lettera che fu recapitata a casa di ciascun minatore a nome del presidente della British Coal Ian MacGregor. In questa lettera il presidente della Coal Board dichiarava di poter dire “categoricamente e solennemente” che l’affermazione di Scargill per cui 70.000 posti di lavoro erano a rischio fosse “assolutamente falsa”.

GIUGNO 1984
È uno sciopero che non avrebbe mai dovuto esserci.
È basato su una davvero grave falsificazione e distorsione dei fatti.
A quale enorme costo economico voi minatori avete sostenuto lo sciopero per quattordici settimane solo perché i vostri leader vi hanno raccontato questo… Che la Coal Board vuole distruggere l’industria del carbone
Che stiamo programmando di eliminare 70.000 posti di lavoro
Che stiamo programmando di chiudere 86 miniere, lasciandone aperte solo 100
Se queste cose fossero vere non incolperei i minatori per il loro essere arrabbiati o profondamente preoccupati.
Ma queste cose sono assolutamente false.
Lo affermo categoricamente e solennemente.
Siete stati deliberatamente ingannati.
Ian MacGregor
Presidente della Coal Board

È chiaro che il governo ha fatto molto, molto più di questo. Sin dall’inizio ha fatto pressioni sulla polizia per “usare il pugno di ferro coi dimostranti”, cosa che hanno fatto con entusiasmo: 11.000 di noi sono stati arrestati e criminalizzati, molti picchiati duramente. I tribunali hanno ricevuto istruzioni di velocizzare i processi a carico di quegli imputati. Fu piazzato un cordone di sicurezza intorno alle aree minerarie per impedire ai picchetti di raggiungere i pozzi di lavoro.
Le macchine venivano fermate agli svincoli autostradali e i dimostranti minacciati d’arresto se non fossero tornati indietro. L’intero patrimonio del NUM fu sequestrato quando il sindacato si rifiutò di pagare 200.000 sterline di multa per “oltraggio”. Una mossa per porre fine al sostegno finanziario del sindacato allo sciopero, parte della guerra di logoramento volta ad affamare i lavoratori per costringerli a tornare al lavoro.
Appunti scritti di proprio pugno dalla Thatcher dimostrano come fosse implicata fin nel più piccolo dettaglio, fino a calcolare quanti carichi di carbone avrebbero dovuto essere spostati per far saltare lo sciopero, insieme ai nomi dei membri “moderati” del sindacato Generale e dei Trasporti che avrebbero potuto essere usati per raffreddare le cose nel caso in cui avesse avuto luogo un’azione di solidarietà.

La storia riscritta

Ovviamente niente di tutto questo è una sorpresa per noi che lì c’eravamo. Era ovvio che ci eravamo rivoltati contro tutte le forze della macchina statale nel suo complesso. Fu a tutti gli effetti lotta di classe nella sua forma più brutale. Accademici e commentatori politici hanno riscritto la nostra storia. Stando a lorsignori, noi saremmo stati trascinati in una battaglia folle, seguendo ciecamente un leader verso una sicura sconfitta quando invece tutta la faccenda avrebbe potuto essere risolta mediante una negoziazione intelligente e il raggiungimento di un compromesso. I documenti pubblicati dipingono un quadro diverso.

Le cariche a cavallo ad Orgreave

Nel luglio 1984 il governo aveva talmente paura di una disfatta che aveva 4500 soldati pronti a portare con la forza il carbone alle centrali elettriche, dove si stava rapidamente esaurendo, e stava prendendo in considerazione l’idea di dichiarare lo stato d’emergenza. Lo sciopero dei lavoratori portuali terrorizzò ancor di più il governo e il capo della polizia, il conservatore John Redwood, che in una nota segreta metteva in guardia la Thatcher sul fatto che l’ ”estrema sinistra” era impegnata in una “strategia rivoluzionaria” per “distruggere” il governo.
Nell’ottobre 1984, sotto la minaccia dell’estensione dello sciopero a quelle miniere che fino a quel momento erano state tenute in funzione dai crumiri, vennero fatti piani per ridurre la settimana lavorativa a tre giorni per conservare le scorte di carbone. Fouture rivelazioni sui documenti desecretati mostreranno in maggiore dettaglio fino a che punto la Thatcher fosse disposta a spingersi per ottenere la vittoria ad ogni costo.

Ricordi personali

Io, come tutti i miei compagni di sciopero, ho sentimenti contrastanti rispetto ai documenti pubblicati. È un bene essere riscattati nella nostra lotta e vedere quanto arrivammo vicini alla vittoria all’epoca, ma la consapevolezza che una tale vittoria ci è stata negata dalla totale defezione dei leader del partito luburista e del TUC, seppur con poche eccezioni degne d’onore, dà a questo giorno un sapore amaro.
I ricordi personali non mi hanno mai abbandonato. Mi basta sentire la cicatrice sulla parte posteriore della mia testa per richiamare il suono e il rumore esplosi nel cranio, rotto da un manganello della polizia il 9 aprile alla miniera di Creswell. Mi ricordo di avere lottato con tute le mie forze per rimanere vigile e in piedi, con la paura che se fossi crollato forse non mi sarei rialzato mai più.
Trascinato in un furgone della polizia mi è stato detto che avrei potuto anche “morire dissanguato in quel momento”, quando mi sono rifiutato di essere portato nell’infermeria della miniera –presidiata dai crumiri- per essere medicato nell’attesa dell’ambulanza.
Ambulanza che mi ha portato al Chesterfield Royal Hospital, accompagnato dal poliziotto che mi aveva colpito, con l’uniforme, il casco e la faccia coperti dal mio sangue, e dove un dottore, circondato da poliziotti, è stato costretto a ricucirmi senza anestesia. Trascorrere la notte in una cella della stazione di polizia di Chesterfield, dove, dopo essere stati avvertiti da un medico del fatto che avevo una seria commozione cerebrale e dovevo essere tenuto sotto costante osservazione, la polizia decise, invece, di limitarsi a svegliarmi ogni 15 minuti “per assicurarsi che fossi ancora vivo”. Dopo essere comparso in tribunale il giorno seguente, quando mi sono state imposte condizioni restrittive che mi impedivano di avvicinarmi a qualsiasi proprietà mineraria inglese nell’intera nazione, i miei due bambini hanno dovuto sopportare la vista del padre che tornava a casa coperto di sangue.
Successivamente sono stato richiamato in tribunale dove, nonostante prove contraddittorie, sono stato riconosciuto colpevole di “comportamento minaccioso” e “uso della violenza”. Non mi pento per queste riflessioni personali.
Questi ricordi sono marchiati a fuoco nella mia coscienza, reali come ogni cicatrice fisica che porto, insieme alla consapevolezza che più di 7.000 miei compagni hanno subito la stessa sorte; anzi, alcuni hanno patito sofferenze ben peggiori delle mie. Due di loro sono stati assassinati: David Jones and Joe Green.
La famigerata e ignobile carica della polizia di Orgreave si è conclusa con 95 dimostranti accusati di sommossa e passibili di ergastolo. Conosco personalmente tre scioperanti, che non hanno mollato fino alla fine, che si sono suicidati dopo lo sciopero. Uno era un mio vecchio amico dei tempi della scuola. Potrei elencare, pagina dopo pagina, le esperienze e le ingiustizie colorate da una rabbia che è ancora tanto forte oggi come 30 anni fa. Nessun documento governativo segreto può dare un’idea di tutto ciò. So che tutti quelli coinvolti in quell’anno memorabile provano le stesse cose.

Eroi della classe operaia

Ma accanto al dolore e alla rabbia ci sono altri sentimenti, la gioia e l’orgoglio che ho sentito fra i miei compagni che hanno combattuto come leoni contro l’impossibile. Sono stati raggiunti da quelle autentiche leonesse delle “Women against pit closures” (Donne contro la chiusura delle miniere) in questa lotta. Le donne sono uscite allo scoperto e hanno combattuto con la stessa determinazione e lo stesso coraggio dei minatori. Intere comunità si sono unite nella battaglia per la loro sopravvivenza. Furono creati comitati di appoggio in tutta la Gran Bretagna. Sono stati raccolti milioni di sterline per sostenere la nostra lotta. Interi gruppi di attivisti in ogni sindacato hanno riempito il vuoto lasciato dai loro dirigenti. Sono state forgiate amicizie che hanno retto alla prova del tempo. Sono orgoglioso di conoscere e di continuare a combattere al fianco di questi eroi, molti dei quali rimarranno anonimi. Alcuni meritano una menzione speciale – li considero veri amici e compagni eccezionali. Anne Scargill e Betty Cook, due donne praticamente inseparabili, che ancora adesso coi loro 70 anni, abbelliscono tutte le manifestazioni e molti picchetti, esempio per persone molto più giovani con la loro energia, il loro umorismo, il loro entusiasmo.
Davy Hopper dei minatori di Durham, un vero gigante del movimento operaio, che insieme al suo compagno, Davy Guy, ha mantenuto viva la festa dei minatori di Durham e l’ha trasformata nella più grande e gioiosa celebrazione dei valori della classe operaia al mondo. Grazie a loro la fiamma dei minatori del Nord Est dell’Inghilterra brucia ancora luminosa. Gli scioperanti del Nottinghamshire che hanno affrontato quotidianamente intimidazioni e violenze, che hanno visto tutto il loro patrimonio sindacale rubato dai crumiri dell’UDM, e che pure rimangono in piedi alti e fieri. Il mio defunto fratello Alan, delegato di settore alla miniera Irlanda nel Derbyshire, venne attaccato dai crumiri in una friggitoria e massacrato con una catena. Mentre era ricoverato in ospedale e sul punto di perdere un occhio, la polizia locale si rifiutò di intervenire, anche quando venne a conoscenza dei nomi degli aggressori forniti da diversi testimoni, dicendo invece “era ora che ti dessero una lezione”. Dopo l’intervento del presidente del comitato di controllo della polizia del Derbyshire, lui stesso minatore in sciopero, sono stati arrestati e condannati, ma solo per essere poi lasciati liberi dietro pagamento di una multa da un giudice che “ha voluto sanare la frattura tra le comunità minerarie”!
Diverso è il caso del compianto Brian Martin, un mio buon amico e consigliere del partito Laburista – l’uomo più gentile che avreste mai potuto incontrare. Fu arrestato, trattenuto e torturato psicologicamente nella stazione di polizia di Chesterfield dove gli ufficiali minacciarono di violentare sua moglie. Fu incarcerato –probabilmente da un giudice che non si peroccupava di “sanare fratture”- poco prima che venissero rilasciati gli aggressori di mio fratello; perse il lavoro e il suo posto in consiglio. Ma tuttavia non perse mai la sua dignità e il suo orgoglio. La sua ultima azione in pigione, (dove gli altri detenuti avevano soprannominato lui e un altro scioperante Scargill e Heathfield!),è stata piantare durante i lavori forzati di giardinaggio un manto di narcisi gialli in modo che fiorendo l’anno successivo, dopo il suo rilascio, formassero la scritta NUM!

La lotta continua

24 ore dopo il colpo dei documenti governativi è cominciato l’oscuramento mediatico. I chiacchieroni sono tornati ai loro caminetti, il nostro momento di gloria è finito. Siamo tornati nella pattumiera della storia. Ma ancora non sono riusciti ad intaccare la nostra determinazione. Forse la nostra industria è andata, le nostre comunità sono state devastate e mandate in rovina, ma abbiamo i ricordi. Abbiamo anche la consapevolezza, ora sostenuta anche da quei documenti governativi ufficiali, di essere arrivati tanto dolorosamente vicini a conquistare una vittoria che avrebbe cambiato la società in meglio. Niente può sostituire quello che abbiamo perso, ma niente può portarci via quello che abbiamo raggiunto e le lezioni che abbiamo imparato.
Abbiamo alzato la testa e lottato come nessun’altra categoria di lavoratori ha mai lottato. Nessuno di noi baratterebbe la memoria di quell’anno con niente al mondo. Quest’anno celebriamo, sì celebriamo, il trentesimo anniversario di quello sciopero e, non piegati, continuiamo a lottare con forza, con la certezza che avevamo ragione! Con le parole di Tony Benn “I minatori, uomini abili e coraggiosi, sono stati trattati come criminali dalla Thatcher. È una storia che non sarà mai dimenticata”. Dobbiamo essere convinti di questo, con o senza documenti segreti del governo.
La nostra lotta continua!

Muore folgorato per rubare rame… ma loro pensano a “cercare il complice”.

11 gennaio 2014 Lascia un commento

Poi si muore anche così…
si muore per rubare fili di rame, si muore per provare a campare, si muore perchè a malapena si sopravvive.
Quando leggo queste notizie, che di solito occupano massimo 5 righe di qualche giornale locale, rimango basita:
la rabbia mi assale totalmente.
Perché non si può morire di lavoro: ne’ di quello che ti vede timbrare un cartellino tutti i giorni, in fabbrica o in un ufficio,
ne’ di quello “clandestino”, del grande mondo dell’illegalità per vivere, per campare, perché sì!

Roberto Sechi, disoccupato di 45 anni (papà di due bimbi) è stato trovato morto sul lungomare di Balai a Porto Torres, in provincia di Sassari: il suo corpo è stato segnalato da una telefonata anonima poco prima della mezzanotte e così è stato ritrovato, sulla pista ciclabile.
Pochi metri lontano, sono stati ritrovati 200 kg di rame, ed altri sarebbero stati se Roberto non fosse stato folgorato da una scarica elettrica impressionante, che l’ha ucciso sul colpo.

Ora la stampa parla di altro però: non di un uomo morto perché per campare rubava rame di notte,
ma perché devono trovare il suo “complice”, che ha fatto la chiamata anonima per segnalare la morte del suo amico.
Ci fanno sapere che l’hanno appena preso, come se a noi ce ne fregasse qualcosa.

Noi salutiamo Roberto, morto anche lui sul lavoro, il suo.

Senza dimenticare che nel DDl fatto in fretta e furiacon la scusa dell’emergenza Femminicidio nel 2013, tanto applaudito,
è stato modificato l’articolo 625 del codice penale, con l’introduzione dell’aggravante del reato di furto (articolo 624) la sottrazione di componenti metalliche e altri materiali da infrastrutture energetiche nonché da infrastrutture di comunicazione e di altri servizi pubblici gestiti, anche da privati, in regime di concessione pubblica.
Ed eccoci qua..

Senza diritto all’ossigeno: i fumi dell’Ilva di Taranto

25 novembre 2013 4 commenti

Era il marzo del 2011 quando misi su questo blog un video di alcune esplosioni notturne provenienti dall’Ilva di Taranto.
Oggi il buongiorno mi è stato nuovamente dato da immagini incommentabili di fumi neri alzarsi in aria, per ricadere sulla vita (sulla morte dovremmo scrivere) di un’intera città, di un intero splendido golfo, di centinaia di migliaia di persone.

In questi due anni, decine di tavoli tecnici, di menzogne, di risate vendoliane al telefono (qui i commenti li lascio a voi che le vie respiratorie si ingolfano di secrezioni improvvise impedendomi la sopravvivenza), di bla bla bla eppure…
ecco Taranto ieri mattina, ecco Taranto anche in questo momento probabilmente.

Ci inquinate da millenni, ci uccidete, ci rendete metastasi impazzite: ma la pagherete, senza ombra di dubbio.

Sciopero selvaggio dei trasporti a Genova, della logistica a Bologna: odor di lotta di classe?

22 novembre 2013 7 commenti

Quando uno sciopero selvaggio va avanti 4 giorni inizia a spaventare.
E’ proprio il concetto di “sciopero selvaggio” che già sbaraglia la realtà padronale, la fa tornare indietro trent’anni,
lascia nell’aria delle città quel profumo di secolo scorso di cui tanto si ha bisogno,
almeno nelle lotte.
I lavoratori del trasporto pubblico della città di Genova ci stanno dando una lezione incredibile nella loro lotta contro la privatizzazione,
ci stanno rispiegando la “lotta di classe”, hanno tolto strati e strati di polvere e ragnatele a parole ormai rimosse, a partire appunto da “sciopero selvaggio” …
per domani è confermato il 5° giorno di sciopero per tutte le 24 ore.
AVANTI COSI!

Da Infoaut:

Una risposta situata e dal basso all’ansia privatizzatrice: una lotta che può vincere!
IV giorno di mobilitazione: oggi verso La Regione, domani  per le vie della città.

La battaglia iniziata a Genova dai dipendenti dell’Amt ha un ché di esemplare: per i nodi politici e sociali che investe, per come polarizza gli attori sociali, per la linea di demarcazione che traccia tra chi sta al di qua e al di là della barricata, per come sbugiarda la politica istituzionale e le sue politiche di cortissimo respiro, per come arriva a porre la questione di un bene comune (il diritto alla mobilità per tutti) in termini concreti e non meramente legislativo-formali. Il tutto non a partire da supposti interessi generali (che sono quelli cui si appella il sindaco in quota Sel Doria) ma dalla difesa di un interesse molto parziale qual è il diritto ad un salario (cioè alla sopravvivenza) dei lavoratori del comparto trasporti pubblici genovesi.
E’ una vicenda in cui sembrano riecheggiare temi e toni dei grandi scioperi francesi dell’autunno-inverno 1995. Come allora la lotta sembra travalicare il confine chiuso della difesa del posto di lavoro per porsi come battaglia più generale per un diritto alla città e all’uso delle sue risorse differente da quella che hanno in mente i gestori istituzionali, uguali nelle loro differenze (qui di nuovo Sel mostra la sua assoluta omologazione col PD) nel mettere sempre di fronte a tutto la necessità di “avere i conti in equilibrio”.
Oggi in piazza, con gli autisti sono scesi anche i lavoratori delle altre partecipate, Aster (azienda di manutenzioni) e Amiu, impegnata nella raccolta rifiuti e molt* cittadin* che sentono questa battaglia come propria. E’ un buon primo passo nel deserto che ci circonda, potremmo dire: una prima risposta al nuovo pacchetto di privatizzazioni messo in campo dal governo di larghe intese.

Ma quello che questa lotta ci insegna è soprattutto che solo uniti e determinati si può tentare di vincere. Non diciamo “si vince!” perché troppa è ancora l’asimmetria tra le forze in campo… ma almeno questa battaglia sta avendo il merito di mostrare come solo vendendo cara la pelle si può pensare di difendere e ottenere qualcosa. I lavoratori dell’Amt non sono andati al tavolo di trattativa fino a quando questa non ha aperto uno spiraglio di possibilità reale: la trattativa l’hanno imposta con un rapporto di forza costato 4 giorni di blocco totale della mobilità cittadina. Solo allora il “benecomunista” Doria è tornato sui suoi passi..
Nelle ultime assemblee i lavoratori hanno ribadito la volontà di proseguire ad oltranza. Ieri il Sindaco Doria aveva confermato la volontà di mantenere l’azienda pubblica nel 2014, paventando però tagli agli stipendi e contratti di solidarietà, per ripianare i bilanci e svendere Amt nel 2015. Oggi si rimangia tutto e apre un tavolo di trattativa in Prefettura alle 17.30.
Vedremo come andrà a finire.
Per domani, intanto, resta per ora confermato un presidio itinerante di solidarietà coi lavoratori in lotta.
Avanti Genova!

Nel frattempo domani anche a Bologna ci sarà una manifestazione che già si percepisce imponente, così come la lotta dei facchini è stata dal primo giorno, in tutto il territorio italiano.
Domani a Bologna i facchini incroceranno le braccia; domani il movimento operaio della logistica si da un appuntamento nazionale…
Vi lascio il comunicato e buon viaggio a chi parteciperà alla manifestazione.

Nei magazzini della Logistica il padrone vuole trattarci come schiavi, vogliono che teniamo la testa bassa e la schiena curva, ma abbiamo detto no a tutto questo!
Abbiamo iniziato le lotte nei magazzini con coraggio e senza paura, per la nostra Dignità, stanchi di essere sfruttati e tante volte abbiamo vinto contro i padroni, guadagnando paghe più alte lavori meno duri e cacciato l’arroganza di capi e padroni!
Tutti insieme, stando uniti, siamo una forza che fa paura e che vince contro il sistema dello sfruttamento rappresentato dalle cooperative, dai padroni della logisitica e dalle centrali sindacali vendute che fanno gli interessi dei padroni.
Ci siamo sollevati ribellandoci a tutto questo e loro hanno avuto paura, perchè picchetto dopo picchetto, sciopero dopo sciopero, in tutta Italia siamo cresciuti come movimento e non siamo mai stati soli nella lotta, perchè la solidarietà è arrivata da molti altri che come noi sono sfruttati.
Qua a Bologna ai picchetti, alle nostre assemblee generali, all’interporto durante gli scioperi gli studenti, gli operai degli altri settori, gli universitari, i lavoratori precari e i compagni del Lab Crash! sono stati a bloccare insieme a noi, perchè tutti sentono lo sfruttamento sulla pelle: subiamo il ricatto di affitti alti, di governi che rubano i nostri soldi per regalarli alle banche o ai mafiosi che vogliono costruire la TAV, invece di darle per le scuole, gli ospedali e le case.
Tutti insieme siamo stati a Roma il #19 ottobre, in 70.000 facchini, precari, studenti ad Assediare i palazzi del potere, contro i ministeri complici della crisi e che fanno gli interessi del padrone.
Oggi vogliono toglierci quello che abbiamo conquistato, oggi i padroni vogliono tornare a schiacciarci nei magazzini con il loro tallone di ferro, per questo in molti magazzini provano a rimangiare gli accordi, per questo i lavoratori della Granarolo non sono ancora stati assunti, per questo vogliono spaventarci con denunce e ci minacciano di non dare il permesso di soggiorno.

Ma noi non abbiamo paura! Le loro minacce sono parole di istituzioni corrotte lontane dalla gente e non valgono nulla per noi!
Mai ci fermeremo, mai verremo sconfitti fino a che rimaniamo uniti e solidali tra noi, fino a quando avremo vinto ottenendo per tutti gli sfruttati e le sfruttate diritti e dignità!
I padroni, le cooperative, le istituzioni vogliono attaccarci, togliendoci quello che abbiamo conquistato, non permettiamoglielo!
Scendiamo tutti in piazza per far vedere che non abbiamo paura, che non lasciamo soli i nostri compagni lottatori della Granarolo, che tutti insieme siamo una forza e vinceremo!
Il Laboratorio Crash convoca tutta la Bologna in lotta contro l’austerità e la crisi e far sentire la sua forza solidale al fianco dei facchini!
Corteo del movimento operaio della logistica, concentramento a Bologna, sabato 23 novembre, ore 15:00 Piazza Maggiore
SI-Cobas – Laboratorio occupato Crash!

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