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Posts Tagged ‘Territori Occupati’

Dalla Palestina: La strada verso la liberazione

1 dicembre 2012 5 commenti

Pubblico volentieri questo comunicato del movimento dei giovani palestinesi, di cui vi consiglio di seguire il sito (QUI), di commento al riconoscimento della Palestina come stato osservatore, non membro.
Ieri, a caldo, il mio solo commento è stata la pubblicazione di una foto, che trovo geniale, su quello che è la Palestina, anche secondo le Nazioni Unite.
Un arcipelago.
Un arcipelago in mezzo alla terra.https://baruda.files.wordpress.com/2012/11/405531_10150501961987134_471720244_n.jpg?w=595
Un ammasso di piccole isolette prive anche solo della speranza di una continuità territoriale, di autodeterminazione, di libertà di movimento e di poter far rientrare A CASA 7 milioni di profughi,
che non attendono altro dal 1948 o ’67.
Solo quella sarà la Palestina:
quella dove potranno tutti far ritorno,
quella senza muri e colonie,
quella liberata dalla farsa della diplomazia.

Ieri la Palestina è stata riconosciuta dalle Nazioni Unite come Stato osservatore, non membro, alcune voci palestinesi ci ricordano che questa “vittoria” ha più che altro il sapore amaro della sconfitta.

L’iniziativa per la richiesta di riconoscimento dello “stato di Palestina” è stata una imposizione che ha deliberatamente ignorato tutte le critiche interne che ha ricevuto. E’ stata accolta come un nuovo passo nella lunga marcia del nostro popolo verso la realizzazione delle nostre ambizioni politiche. Tuttavia, dobbiamo fermarci e chiederci, quali sono queste ambizioni?
E in che modo questo passo servirà il nostro progetto nazionale?

In un clima politico in cui vi è una mancanza di obiettivi chiaramente definiti, e che è caratterizzato da forte divisione politica, diventa possibile per chiunque autoproclamarsi sedicente portavoce della nostra causa.
Questi autoproclamatisi portavoce hanno approfittato di questo clima politico per screditare tutte le voci di dissenso, arrivando anche ad etichettarli come traditori. In una tale situazione, chi può richiamare questa gente alle proprie responsabilità?

http://t3.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcTdbHPK1gdXDtrsIuS8mTS9V7xiK0H-mhYYRa2RtKfj-rcQJWeWE’ evidente che queste voci di dissenso, che sono estremamente critiche rispetto all’iniziativa di riconoscimento dello stato, sono state ignorate, scompaginate e frammentate. Ma questo non è dovuto all’irrilevanza delle opposizioni che sono state mosse, piuttosto, è dovuto alla mancanza di opzioni alternative che siano degne degli sforzi di coloro che si sono sacrificati con il loro sangue per la lotta. Ogni battaglia che il nostro popolo ha combattuto è costata un prezzo molto alto, e per questo, la responsabilità ricade su di noi per assicurare che la nostra lotta non sia stata mandata avanti invano e certamente non in favore di una leadership debole e corrotta
La nostra liberazione non sarà mai ottenuta sulla base di normalizzazione con il regime coloniale sionista, piuttosto sarà conquistata con il percorso che è stato scritto con il sangue dei nostri martiri. Riaffermiamo che l’unica strada che ci interessa è il percorso che si dirige in modo esplicito verso la liberazione della nostra terra e il ritorno del nostro popolo in Palestina … Tutta la Palestina.

FINO AL RITORNO E ALLA LIBERAZIONE

Palestinian Youth Movement

Leggi:
– Ma di che stato parlate?
– Comunicato dei giovani palestinesi contro la creazione dello Stato di Palestina
Stato osservatore non membro, o arcipelago?

Da Nena News: Niente da festeggiare

Palestina: “stato osservatore non membro” o arcipelago?

30 novembre 2012 3 commenti

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L’ARCIPELAGO ORIENTALE DELLA PALESTINA
e poco altro da dire.
Continuando a puntare sul “due popoli due stati” questo è il massimo per cui possiamo festeggiare.
Lo stato deve essere uno, per tutti.
Sono impopolare ma è la sola cosa per cui si potrà festeggiare, e per cui dovremmo combattere.

E non può bastare:
GIU’ IL MURO DELL’APARTHEID
PALESTINA LIBERA
Leggi:
– Ma di che stato parlate?
– Comunicato dei giovani palestinesi contro la creazione dello Stato di Palestina

Ovviamente Israele per far capire l’inutilità di tutto ciò ha dato il via libera a 3000 nuovi alloggi illegali nella Palestina Occupata.
L’apartheid, l’occupazione, la distruzione della continuità territoriale non si vincono con le poltroncine simboliche.

La Palestina è con voi! Messaggio agli studenti e alle studentesse in lotta

23 novembre 2012 1 commento

Dal sito FreePalestineRoma, che vi consiglio di aggiungere ai vostri preferiti…

In nome di tutte/i le studentesse e gli studenti palestinesi, in particolare gli studenti di Gaza, salutiamo profondamente la vostra lotta in difesa dei legittimi diritti vi informiamo che siamo con voi e le vostre giuste richieste. Siamo certi che riuscirete a raggiungere i vostri nobili obiettivi.

Care compagne e cari compagni,

Crediamo che ogni lotta/mobilitazione studentesca ovunque sia giovi a favore degli studenti nel mondo e riteniamo che gli studenti siano una forza principale per il cambiamento delle nostre società. Per questo motivo i cacciabombardieri sionisti colpiscono in ogni aggressione le scuole e le università delle città palestinesi come sta succedendo in questi giorni a Gaza.
I sionisti pensano che colpire i giovani ed i ragazzi delle scuole e università possa intimorire le generazioni del futuro. Però, noi abbiamo giurato per noi stessi e per gli studenti caduti rinnovando anche a voi in lotta la nostra promessa di non arrenderci o piegarci di fronte alla micidiale macchina repressiva dell’occupante.

Noi, dalla terra della resistenza Palestina, vi chiediamo di resistere e continuare la vostra lotta per:

boicottare la cooperazione accademica tra le vostre università e quelle dello stato d’apartheid israeliano.

* esigere dal vostro governo di fermare lo spreco di danaro pubblico della cooperazione scientifico militare con lo stato d’apartheid israeliano; tali soldi devono andare a favore della scuola pubblica, dell’università e della ricerca.

* creare mezzi d’informazione alternativa nelle scuole e università capaci di informare correttamente sui diritti del movimento studentesco internazionale incluso quel palestinese per smascherare le informazioni mediatiche del potere costituito.

Le vostre ed i vostri compagne/i studenti palestinesi.

23.11.2012
Il fronte d’azione studentesco progressista

Boicotta i prodotti israeliani! Non finanziare l’apartheid e le bombe su Gaza

21 novembre 2012 11 commenti

 

Qualcosa si può fare.
Qualcosa nel nostro piccolo possiamo sempre fare: e son piccoli gesti che dobbiamo trasmettere ai nostri figli, ai nostri amici, ai nostri familiari.
Boicottare i prodotti israeliani è ora più che mai un dovere vero e proprio;
deve diventare un gesto automatico e quotidiano, da collettivizzare e diffondere in ogni luogo,
supermercato, negozio d’abbigliamento, aula universitaria, farmacia.

E’ difficile trovare un elenco di prodotti soddisfacente per costruire una lista completa,
Ma almeno alcune cose impariamole a riconoscere al volo,
come il loro codice a barre, che inizia con 729.
Iniziando a chiedere la provenienza di certi prodotti, a pretendere che il supermercato dove siamo soliti rifornirci non li acquisti proprio.
Si può fare tanto per boicottare l’economia israeliana ed è ora di farlo.
Tutte e tutti,
boicottare in primis tutti i prodotti provenienti dalle colonie (vedi il sito BDS Italia),
tutti quelli con questo codice a barre,
tutte quelle aziende e multinazionali colluse con l’industria israeliana.
E quindi con la loro guerra permanente.
Non finanziate le bombe su Gaza, non finanziate il cemento del Muro dell’Apartheid,
non finanziate le loro divise, i loro anfibi, le pallottole dei loro cecchini,
i cingoli dei loro carriarmati.
BOICOTTA ISRAELE, IN OGNI TUO GESTO.

Da Gaza e Betlemme… aggiornamenti

21 novembre 2012 1 commento

Al settimo giorno di guerra sulla popolazione palestinese,
quando l’elenco dei nomi degli uccisi inizia ad essere insostenibile all’occhio umano e a qualunque stomaco non assassino, vi metto il link della corrispondenza che ho fatto stamattina dai microfoni di Radio Onda Rossa con Gaza.
Sul sito della radio potete trovare anche tutte le altre corrispondenze effettuate nei giorni precedenti con gli altri attivisti, poi costretti ad uscire daalla Striscia di Gaza.
Una breve chiacchierata, che ci racconta l’ultima pesante notte,
dove dal cielo e dal mare Israele ha rovesciato i suoi armamenti.
ASCOLTA

Poi, perché è una cronaca necessaria,
facciamo una zoomata anche sul resto della Palestina, sui Territori Occupati che da giorni sono per le strade a lottare contro l’occupazione militare in solidarietà con le sorelle e i fratelli gazawi: ieri sera erano già tre gli uccisi tra Tulkarem, Nabi Saleh e la zona di Betlemme. Decine e decine gli arresti.
Vi copio il dettagliato resoconto arrivato all’alba da Khaled, un caro compagno di Betlemme

[Leggi anche: Dizionario degli armamenti]

Questa è stata una notte da ‘corri e fuggi’ molto intensa, quindi ecco a voi gli aggiornamenti delle ultime 16 ore di Betlemme:

11:32
Iniziano duri scontri alla Tomba di Rachele tra ragazzi dei campi profughi di Betlemme e forze militari sioniste.

12:17
Gli scontri nella zona della Tomba di Rachele aumentano e le scuole mandano a casa gli studenti.

12:51
Un gruppo di forze speciali sioniste in borghese vestiti con Kefieh rosse provano ad infiltrarsi tra i ragazzi che fronteggiano i soldati sionisti vicino al campo profughi Aida senza successo.

13:13
Un gruppo di forze speciali sioniste in borghese prova ad infiltrarsi tra i ragazzi che si scontrano con l’esercito sionista nella zona del cimitero vicino alla Tomba di Rachele.

14:08
Gli scontri alla Tomba di Rachele aumentano di violenza e l’esercito israeliano ricorre all’uso di pallottole rivestite di gomma contro i ragazzi che li fronteggiano.

14:16
La resistenza palestinese colpisce con un razzo la base militare della colonia di Etzion a sud di Betlemme.

14:20
La resistenza palestinese colpisce con un razzo la colonia di Gilo a nord di Betlemme.

16:09
Le forze sioniste arrestano Ahmad Zawahre dalla zona della Tomba di Rachele.

17:36
Le forze sioniste arrestano 3 ragazzi durante gli scontri alla Tomba di Rachele.

19:49
Gli scontri alla Tomba di Rachele aumentano di intensità dopo la notizia dell’uccisione di un sionista da un razzo della resistenza palestinese caduto nell’insediamento di Ashkol.

20:24
Le forze sioniste arrestano Hamze Shoke durante gli scontri alla Tomba di Rachele.

20:29
Gli scontri alla Tomba di Rachele aumentano di intensità dopo la notizia dell’uccisione di altro sionista da un razzo della resistenza palestinese caduto nell’insediamento di Ashkol.

20:36
La resistenza palestinese apre il fuoco contro un veicolo sionista nella zona di Husan a sud di Betlemme ferendo un colono.

20:38
La resistenza palestinese apre il fuoco contro un veicolo sionista nella zona della colonia di Etzion a sud di Betlemme ferendo dei coloni.

20:48
Le Brigate dei Martiri Al-Aqsa e le Brigate Ahmad Abu El-Rish di Betlemme rivendicano l’operazione contro i veicoli sionisti nelle zone di Husan e Etzion.

20:51
Le forze militari sioniste setacciano la strada 60 a sud di Betlemme.

21:00
Avvistate nella zona di Husan 4 ambulanze, il nemico sionista ammette l’uccisione di una colona, testimoni oculari invece affermano che il numero di morti é superiore.

21:03
Scontri tra ragazzi palestinesi ed un gruppo di soldati sionisti nella zona di Beit Sahour.

21:05
Ferita una colona sionista vicino alla zona di Husan.

21:37
Avvistato un grande numero di pattuglie sioniste ai confini della zona di Husan.

23:00
Le prime notizia di movimenti dell’esercito israeliano nella zona di Betlemme.

23:15
Avvistate 6 pattuglie del nemico sionista davanti al Checkpoint risiedente nella zona di Al-Nashah vicino al campo profughi Dheisheh e al villaggio Al-Khader.

23:16
Avvistate 7 pattuglie del nemico sionista vicino alla zona di Al-E’ebedieh.

23:51
Avvistate 15 pattuglie dell’esercito sionista nella zona di Al-Radi dirette verso il campo profughi Dheisheh.

23:52
La resistenza palestinese a Betlemme rivendica il ferimento di 4 coloni.

24:05
Avvistato un veicolo della polizia israeliana accompagnato da una camionetta militare sionista vicino alla moschea della zona di Al-Khader.

24:58
Avvistato un grande numero di soldati sionisti nella zona di Al-Balua’a e lancio di bombe illuminanti.

00:00
Avvistato l’esercito israeliano nella zona di Al-Doha.

00:01
Avvistate delle pattuglie sioniste che entravano nella zona di Betlemme dalla zona della Tomba di Rachele.

00:02
Notizie sull’apertura di fuoco da parte della resistenza palestinese verso la colonia sionista Gilo dalla zona di Beit Jala.

00:14
Avvistate forze sioniste nel campo profughi Aida.

01:00
La resistenza palestinese apre il fuoco contro un gruppo di sionisti nella zona Al-Doha.

01:07
L’esercito israeliano setaccia la zona Al-Doha con bombe illuminanti in cerca dei combattenti della resistenza palestinese.

01:32
Rumori di esplosioni nella zona ovest di Betlemme.

02:01
Arresti e colpi di arma da fuoco nella zona di Beit Jala.

02:27
Rumori di bombe assordanti nella zona di Al-Radi.

03:00
L’esercito sionista arresta Murad Al-Khatib dal campo profughi Aida.

03:13
Avvistate delle forze sioniste al campo profughi Dheisheh nella zona del centro Ibdaa e nel vicinato Al-Walajieh.

03:18
Le forze sioniste lanciano bombe stordenti al campo profughi Dheisheh nella zona della moschea grande.

03:19
Un grande numero di forze speciali sioniste fanno irruzione nel campo profughi Aida.

03:22
Le forze sioniste fanno irruzione nella casa dell’ex prigioniero Mohannad Al-Khmour.

03:24
L’esercito sionista fa irruzione nel campo profughi Dheisheh.

03:26
Le forze sioniste si diffondono al campo profughi Dheisheh nel vicinato di Al-Walajieh.

03:28
Scoppiano violenti scontri tra ragazzi del campo profughi Dheisheh e forze militari sioniste.

03:33
Le forze sioniste arrestano Ahmad Al-Shobban nel campo profughi Dheisheh e arrivano rinforzi all’esercito.

03:36
Le forze sioniste arrestano Imad Abedrabbo nel campo profughi Dheisheh nel vicinato di Al-Muntazah.

03:40
Forze sioniste fanno irruzione in una casa nel Doha vicino alla moschea.

03:44
Le forze sioniste arrestano Fadi Ayyad nel campo profughi Dheisheh.

03:48
L’esercito israeliano fa irruzione nella casa di Saleh Abu Aker nel campo profughi Aida.

03:52
Avvistate forze sioniste nella zona di Al-Doha.

03:53
Le forze sioniste arrestano Karam Nasri nel campo profughi Dheisheh.

03:59
Avvistato un gruppo di forze speciali sioniste nella zona di Al-Doha.

04:00
Le forze sioniste arrestano Khalil Abu Aker dal campo profughi Aida.

04:01
L’esercito sionista si ritira dalla zona della moschea di Al-Doha.

04:16
Avvistate forze sioniste al campo profughi Aida.

04:20
Avvistate forze sioniste vicino al cimitero dei bambini di fronte al campo profughi Azzeh e vicino alla zona del palazzo Murra.

04:21
Le forze sioniste arrestano Ahmad Ewes dal campo profughi Aida.

04:26
Le forze sioniste arrestano Fadi Abu Wasfi dal campo profughi Aida.

04:49
Le forze sioniste arrestano Yahya Sa’adah dalla zona di Jabal Al-Mawaleh.

Dum Dum, Dime, Fosforo Bianco: dizionario minimo delle armi israeliane

20 novembre 2012 8 commenti

“Fratello, io credo nel mio popolo errante, carico di catene.
Ho preso le armi perchè un giorno I nostri figli prendano la falce.
Il sangue delle mie ferite irriga le nostre valli;
Esso ha dei diritti su di te, è il debito che non può più aspettare” – Jalal al-din –

Da pochi minuti Al-Jazeera ha rinominato il Willy Pete, nient’altro che il nome di battaglia usato dagli americani per descrivere il Fosforo Bianco. Ne abbiamo parlato tanto durante l’operazione Piombo Fuso che si è abbattuta su Gaza, prima di questa.
Abbiamo parlato molto degli armamenti usati in quella guerra,
e siamo costretti a farlo nuovamente visto che nulla si è mosso.

Fosforo Bianco su Gaza, 2009

Nulla si è mosso nemmeno a livello internazionale per mettere al bando le micidiali Bombe DIME,
che Israele usa a più non posso.
E allora non riesco a scrivervi nuovamente quali sono gli effetti di queste bombe che scoppiano a qualche centimetro dal suolo e che ti segano in due, spesso lasciandoti vivo, con schegge di materiale altamente cancerogeno che mai potranno esser tolte dalla tua carne.
Difficile descrivere a parole mie tutto ciò, quindi vi chiedo di approfondire,
di aprire le pagine che vi linko qui sotto e leggere.
leggere cosa producono certi armamenti, leggere CHI produce certi armamenti, chi non vieta certi armamenti,
chi si addestra con loro, con questi armamenti.
insomma, la guerra a Gaza la possiamo fermare solamente combattendo le loro menzogne,
facendo circolare la verità su quel che accade,
su cosa è la macchina bellica ISRAELE,
cosa è il sionismo,
quali sono i veri obiettivi di questi maledetti assassini.

Carbone e Fosforo per i bimbi di Gaza
I nuovi armamenti su Gaza
Il fosforo Bianco
Le bombe DIME
Il rapporto GoldStone
Esercitazioni militari Italia-Israele
Vittorio, sulle munizioni DUM DUM
Il figlio di Sharon vuole Hiroshima
Incinta? Bene! Un colpo, due morti

Per la liberazione di Mahmoud Sarsak, calciatore palestinese, da 83 giorni in sciopero della fame

15 giugno 2012 5 commenti


Eric Cantona chiede la liberazione del calciatore palestinese Mahmoud Sarsak e si pronuncia contro lo svolgimento della coppa europea di calcio under 21 in Israele, nel marzo 2013.
“Siamo scioccati nel vedere che certi politici ed istituzioni sportive che si sono preoccupati per lo svolgimento degli Europei in Ucraina, in ragione delle violazioni dei diritti umani, tacciono quando è Israele ad essere scelto per accogliere la coppa europea di calcio under 21 nel 2013.
Il razzismo, le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale sono moneta corrente in quel Paese. Il governo israeliano lascia anche che la sua popolazione attacchi gli immigrati africani, che definiscono “infiltrati” e che vogliono imprigionare in campi militari. Nelle prigioni israeliane ci sono più di 4000 prigionieri politici palestinesi, dei quali più di 300 “detenuti amministrativi”, incarcerate senza processo né accuse. Fra questi, il calciatore di Gaza Mahmoud Sarsak, 25 anni, imprigionato da più di tre anni. Disperato, è sceso in sciopero della fame da più di 80 giorni ed ora è in agonia.
Chiediamo di sostenerlo, così come tutte le vittime dei soprusi israeliani.
E’ tempo di mettere termine all’impunità israeliana e di esigere da questo Stato il rispetto delle stesse leggi che gli altri Paesi rispettano”
Eric Cantona, attore ed ex calciatore
Noam Chomsky, Professore del MIT, USA
John Dugard, ex Relatore Speciale dell’ONU per la Palestina, Sud Africa
Trevor Griffiths, scrittore, UK
Paul Laverty, sceneggiatore, UK
Ken Loach, regista, UK
Michael Mansfield, avvocato, UK
Miriam Margolyes, attrice, UK
John Pilger, giornalista e scrittore, Australia
Show Racism the Red Card
Ahdaf Soueif, scrittore, UK

Ad Aqil Srour, morto per difendere la sua terra e il diritto ad esistere

11 giugno 2012 2 commenti

GRAZIE AL SITO FREEPALESTINE.NOBLOGS.ORG

Dal sito del villaggio di Ni’lin

In memoria di un eroe: 5.06.2012 il terzo anniversario dall’assassinio di Aqil Srour

Aqil Srour, un eroe uguale a migliaia di altri, nasce il 24 aprile 1972 e cresce in West Bank nel villaggio di Ni’lin. Sua madre muore quando lui ha solo un anno e sia lui che i suoi 3 fratelli e le sue 2 sorelle crescono con il padre. Durante la prima Intifada, nel 1994, Aqil viene arrestato e condotto in una prigione militare sionista. Il padre morì senza poterlo mai più rincontrare.

Aqil, l’eroe, ha dedicato l’intera vita alla lotta per liberare la Palestina dall’occupazione israeliana, alla sua gente, venendo arrestato in 5 occasioni dalle forze d’occupazione israeliane. La prima volta viene arrestato durante la Prima Intifada e questo arresto l’ha costretto a passare 4 anni in una prigione militare israeliana.  Il suo ultimo arresto è stato durante la lotta contro la costruzione della barriera di segregazione a Ni’lin, iniziata nel 2008, e questa volta ha passato 4 mesi e mezzo in prigione ed stato costretto a pagare una sanzione di 2000 $, una somma enorme per qualsiasi palestinese. Nella sua vita ha trascorso più di 6 anni in prigioni militari come Majeddo, Jalbou, Negeve e Ofer dove è stato soggetto di molteplici brutalità durante gli interrogatori. E’ stato inoltre internato in cella d’isolamento sotto terra nella prigione di Almasqubya, vicino Gerusalemme.

Dopo la Seconda Intifada si è sposato e ha avuto 4 bambin*, la più piccola di loro ha 3 anni e si chiama Ramees.

Mentre il muro di segregazione era in costruzione sulle terre del suo villaggio, la casa di Aqil ha subito diverse brutali incursioni da parte delle forze d’occupazione israeliane.  Suo fratello maggiore con problemi mentali è stato colpito nell’occhio sinistro con un proiettile rivestito di gomma sa non più di 15 metri di distanza il 30 ottobre 2008, mentre i soldati israeliani invadevano il villaggio di Ni’lin. Il comandante dell’esercito israeliano ha ordinato di sparare al fratello di Aqil a distanza ravvicinata mentre lui stava gridando ai soldati chiedendo le motivazioni dell’arresto di Aqil.

Aqil Srour è stato costantemente preso di mira dalle forze occupanti dal primo momento in cui è iniziata la lotta contro la costruzione della barriera a Ni’lin. Gli hanno più volte sparato addosso durante le manifestazioni pacifiche. Solo due settimane prima di essere assassinato aveva riportato ferite dopo essere stato colpito in faccia da un candelotto di lacrimogeno.

Il 5 giugno 2009, Aqil è stato colpito al cuore con un proiettile calibro 0.22, un tipo di munizione considerata illegale dal diritto internazionale, mentre stava soccorrendo un ragazzo di 16 anni di nome Muhammed Mousa. Muhammed era stato colpito nello stomaco dallo stesso tipo di munizione e quando Aqil ha raggiunto il ragazzo è stato colpito da un cecchino della polizia di frontiera israeliana (Israeli border police). Aqil è morto prima di raggiungere l’ospedale, poco più di due mesi dopo il suo rilascio dalla prigione militare di Ofer. La sua figlia più piccola, Ramees, doveva ancora venire alla luce e lui non l’ha mai potuta conoscere.

Il martire Aqil Srour non ha mai accettato l’umiliazione di vivere sotto la costante occupazione, non è il futuro che voleva per i suoi figli. Uccidendo Aqil le forze di occupazione israeliane hanno anche lasciato crescere dei bambini senza l’amore del padre.

Aqil è sempre stato amato dalla popolazione di Ni’lin ed è sempre stato disposto ad aiutare chi ne aveva bisogno. Vive nella mente e nel cuore dei suoi amici e nella memoria collettiva dell’intero villaggio di Ni’lin. Aqil non verrà mai dimenticato e la sua memoria vivrà a lungo dopo la caduta dell’occupazione.

L’occupazione israeliana pagherà per l’uccisione di innocenti e pacifici manifestanti come Ahmad Mousa, Yousef Amireh, Muhammed Khawaja e Arafat Kawaja che sono stati brutalmente uccisi durante manifestazioni pacifiche a Ni’lin in poco più di un anno. Questi omicidi rafforzeranno la determinazione della popolazione di Ni’lin. La lotta continuerà finchè il muro di segregazione non cadrà e l’occupazione non terminerà.

La quotidianità della nakba … e la vittoria dei prigionieri palestinesi

15 maggio 2012 1 commento

Odio ogni anno fare il calcolo di quanti sono: quanti sono gli anni che ci separano dalla Nakba, il “dramma” palestinese, l’inizio della sistematica pulizia etnica in terra di Palestina, che da queste pagine abbiamo ricordato più volte. 64. Sessantaquattro.
La Nakba non è solo il 1948, la Nakba non è solo oggi, data scelta perché coincide con la nascita dello stato ebraico d’Israele:
era iniziata molto prima e non è mai terminata.
Anzi, forse è peggiorata in tutte queste decine di anni, giorno dopo giorno, con la costruzione scientifica di un’architettura dell’occupazione fatta di muri di separazione, di barriere, di checkpoint , “aree sterili”, “zone di sicurezza speciale” come “aree precluse ai civili” e così via…
i Territori Occupati sono il disegno perverso di un carceriere impazzito,
di tanti carcerieri impazziti che si sono susseguiti nella storia di Israele.

In questo post, che a me fa venire i brividi ogni volta che lo leggo, una piccola carrellata di citazioni del 1947 mettono chiaramente in evidenza i punti centrali si cui si fonda lo stato di Israele e quindi l’inizio del dramma palestinese: sulla pulizia etnica, nient’altro che l’espulsione del popolo presente, per insediarsi manu militari su una tabula rasa.
Ben Gurion, eroe e fondatore dello stato di Israele, è la mente della strategia genocitaria che segna i primi anni di vita d’Israele e basta leggere le sue parole per capirlo:
   –    “OGNI ATTACCO DOVRA’ TERMINARE CON L’OCCUPAZIONE, LA DISTRUZIONE E L’ESPULSIONE
–    “Durante l’operazione non c’è alcun bisogno di distinguere tra chi è colpevole e chi non lo è” 
Ma non è mai finita.
Di allievi eccellenti Ben Gurion ne ha avuti tanti, ed ognuno ha aggiunto del sadico nell’occupazione militare,
fino ad Ariel Sharon, il generale che crea l’ossatura della colonizzazione dei Territori Occupati ( e non solo ), a partire dall’istituzione del commando speciale Unità 101, che aveva come attività principale il massacro di civili nei villaggi e nei campi profughi e che faceva scempio del concetto di frontiera, al suo primo piano di difesa post 1967 che tra avamposti, costruzione della rete stradale, e installazioni militari non fu altro che una prima fase di addomesticamento dei Territori, appunto l’ossatura per la colonizzazione che ormai conosciamo benissimo.
Fino al muro, monumento atroce all’apartheid mediterraneo.

“Gli arabi dovrebbero essere in grado di vedere ogni notte luci ebraiche a 500 metri di distanza”
Ariel Sharon

Da Infoaut però vi allego le righe che ci parlano della più bella delle vittorie, quella dei prigionieri palestinesi che a centinaia erano in sciopero della fame nelle carceri israeliane, alcuni da 77 giorni. La loro protesta, la forza incredibile del loro sciopero e la solidarietà fuori le mura delle prigioni ha portato una grande vittoria, finalmente.

E’ stato raggiunto un accordo con i prigionieri palestinesi in sciopero della fame da settimane per porre fine alla loro protesta. L’accordo accoglie tutte le loro richiesta – tutte! In più le autorità sioniste e carcerarie hanno accettato di liberare 5 detenuti amministrativi tra i più gravi.
La determinazione dei detenuti ha piegato l’arroganza e la prepotenza dei sionisti. Ciò è stato possibile anche grazie alla grandissima mobilitazione che ha invaso la Palestina. Manifestazioni, presidi, dibattiti e tende di solidarietà sono comparse ovunque.

Certo, questa grande mobilitazione ha sconvolto piani e calcoli del carcerieri sionista perché si è fatta un’eventualità reale una terza intifada in Palestina e nei paesi limitrofi. Di fronte a quest’eventualità e per la grande pressione esercitata dall’opinione publica mondiale, le cancellerie ocidentali hanno pressato a loro volta l’entità sionista e per accoglier le istanze dei sequestrati palestinesi nei campi di prigionia sionisti.

L’accordo, raggiunto ieri in extremis, mette fine allo sciopero della fame di oltre 1600 detenuti palestinesi. Lo hanno reso noto i mediatori Egitto e Anp) secondo cui l’intesa – raggiunta alla vigilia del giorno della ‘Nakba’ in cui il popolo palestinese ricorda la ‘catastrofe’ della nascita di Israele, il 15 maggio 1948 – consentirà di sospendere la manifestazione non-violenta di migliaia di palestinesi, alcuni dei quali in sciopero da 77 giorni.

Pur nell’indifferenza della grande stampa internazionale – poche notizie sullo sciopero delle migliaia di detenuti sono apparse sui quotidiani italiani ed esteri – l’iniziativa aveva assunto dimensioni imponenti, al punto da far temere un’ondata di violenze nei Territori palestinesi se qualcuno dei detenuti in condizioni di salute precarie fosse deceduto.

Palestina : la giornata della terra, immersa nella repressione

30 marzo 2012 4 commenti

Ali,durante la sua scalata del muro della vergogna

Il 30 marzo son più di 40 anni che si festeggia la Giornata della Terra, nella martoriata e occupata terra di Palestina: 42 per la precisione, a ricordare quei sei manifestanti uccisi dalle forze dell’ordine dello Stato ebraico di Israele durante un corteo contro l’esproprio delle terre in Galilea.
Ogni anno da molti punti dei Territori si tenta una marcia verso Gerusalemme che mai avviene,
ogni anno aumenta la partecipazione e allo stesso tempo il livello di repressione della polizia israeliana, quando non si aggiunge anche quella palestinese,
come oggi al checkpoint di Betlemme, dove ero io dieci anni fa.
Manifestazioni in tutta la Palestina, che solo a Qalandia, villaggio simbolo dell’assedio di cemento ed Apartheid che è il muro di separazione voluto da Ariel Sharon, hanno visto più di cento feriti negli scontri con le forze di sicurezza e l’esercito israeliano: tra i trasportati con urgenza all’ospedale di Ramallah c’è anche Mustafa Barghouti, colpito alla testa da un candelotto lacrimogeno.
Proprio dal campo profughi di Dheisheh, quello che ha ospitato me nella mia ormai lontanissima avventura palestinese, s’è spostato Ali Arafa che potete vedere in questa foto, mentre con la bandiera palestinese sfida il muro che dieci anni fa non esisteva e che nemmeno riesco ad immaginare.
Ali orgogliosamente ha continuato a scalare il muro, che chissà da quanto sognava di farlo,
portando il vessillo della sua terra meravigliosa, occupata ma resistente ed orgogliosa.

Poco dopo è stato colpito alla testa ed ora le sue condizioni sono gravi.
Era di Gaza invece Mahmut Zakut, di soli 20anni, ed è rimasto ucciso in una manifestazione a Beit Hanun, nella zona settentrionale della Striscia.
Scontri si sono registrati anche al valico di Eretz, con un pesante lancio di gas lacrimogeni e qualche colpo d’arma da fuoco che ha ferito gravemente un altro ragazzo.
Anche alla porta di Damasco della città vecchia di Gerusalemme un tentativo di manifestazione è stato immediatamente sedato, anche con alcuni arresti.

TANTO NON CI SI ARRENDERA’ MAI.
LA PALESTINA RESITE.
IL SIONISMO NON PASSERA’.

Israele e i suoi ultras: se li chiamiamo “nazisti” ci dicono pure che siamo “antisemiti”…vabbhé

25 marzo 2012 5 commenti

A poche ore dalla strage avvenuta a Tolosa fanno ancora più rabbrividire queste immagini.
Perché anche chi sa bene cos’è il sionismo, anche chi ha visto con i propri occhi questo tipo di violenza,
non riesce mai ad abituarsi.
Non ho paura a dirlo, non ho paura a dire che quando i miei occhi in Palestina (tondi tondi 10 anni fa) leggevano sui muri dei Territori Occupati “Gas the arab” “death to all arabs” o cose simili ho avuto quella chiara sensazione di vivere in prima persona qualcosa che pensavo parte della storia.
I rastrellamenti di Nablus o di Gaza sono molto simili a quelli di Varsavia, ma se lo dici sei tacciato di antisemitismo.

Non si parla di altro e non c’è accusa più sterile e facile da lanciare contro chi ha a cuore il popolo palestinese (come qualunque altro sotto occupazione militare, apartheid  e costretto a 60 anni di fuga e diaspora), contro chi lotta per l’autodeterminazione di un popolo che vive in uno stato di detenzione e soprusi costanti, inimmaginabili.
Ma la violenza sionista non è solo fatta di coprifuoco, di muri che crescono e mangiano terre, villaggi, campi e fonti d’acqua,
la violenza sionista non è solo bombardamenti, tank e cecchini,
non è solo fosforo bianco e uranio impoverito,
non è solo la morte, l’assenza di possibilità di curarsi, tumori e malformazioni dovuti agli armamenti usati,
Israele non è solo quello.

Il sionismo è quello che ieri ha portato 85 ulivi alla morte solo nell’area di Betlemme, estirpati da ruspe scortate da coloni armati e sorridenti,
il sionismo è quello di questi ragazzi, tutti tifosi della più antica squadra di calcio israeliana,il Beitar,
che entrati in un grande magazzino, usano la loro goliardìa da ultras deficienti, non per rubare qualche panino o maglietta,
ma per una becera, nazista, incommentabile “caccia all’arabo palestinese”.

Ed io non ho parole per descrivere queste cose,
perché vedo gli occhi di mia nonna che mi raccontano degli anfibi tedeschi che marciavano,
perché vedo il sorriso spaventato di qualche anziano abruzzese, a cui hanno minato la porta di casa e un pezzo di vita per rappresaglia,
vedo quelle migliaia di bimbi polverosi cresciuti nei campi profughi nei paese adiacenti alla loro terra,
bambini che crescono con il solo desiderio di poter un giorno cogliere le olive o le arance dei loro nonni.
Spesso ignari che non ne esiste più traccia, e che al posto loro troverebbero i parchi divertimenti dei loro aguzzini.
Israele è tante cose,
è il miglior libro aperto di storia per capire il nazismo.

Contro segregazione ed Apartheid: ecco i Freedom Riders in Palestina, come negli USA degli anni ’60

15 novembre 2011 2 commenti

I Freedom Riders, nell'America degli anni '60, contro la segregazione razziale

Oggi è toccato ai coloni.
La peggior faccia d’Israele, la più violenta, quella genocidaria e assetata di sangue,
quella che estirpa ulivi, alimenta la devastazione e l’Apartheid, oltre ad uccidere spesso per gioco.

Oggi hanno vissuto una giornata da “palestinesi” almeno per quanto riguarda la libertà di movimento.
Siamo in West Bank, quella che io ho sempre chiamato Territori Occupati, Palestina Occupata: quella terra che a macchia di leopardo vede le metastasi dell’occupazione rosicchiare pezzo pezzo i suoi confini, il suo interno, le sue fonti, i suoi punti fertili.
La terra più triste, più martoriata, più abituata all’Apartheid, ai checkpoint che non permettono spostamenti se non dopo deliranti e incomprensibili ore in attesa di qualche permesso, spesso negato.
La libertà di movimento, nella terra che Israele (quello vero) ha “lasciato” ai Palestinesi, è un diritto dei coloni: loro hanno le loro strade, le loro ferrovie, i loro bus, i loro taxi. Tutto il resto si muove se la mano dell’occupante lascia passare, altrimenti può morire così, ai tornelli metallici che chiudono in gabbie tutti gli incroci di Palestina.

Oggi alcuni attivisti hanno, anzi lo stanno facendo proprio in questi minuti, tentato di usare, occupare, fruire, rallentare la normale circolazione dei bus utilizzati normalmente dai coloni per sportarsi: sono mezzi di trasporto vietati agli arabi, come nei peggiori racconti sud-africani. NO ARAB. Poca differenza col NO BLACKS.

In questi secondi in molti sono ancora su quei mezzi, malgrado i coloni siano scesi velocemente e scomparsi nel nulla lasciando che i bus venissero circondati dalla polizia militare israeliana e dall’esercito: nessuno ha intenzione di scendere.
L’obiettivo è arrivare a Gerusalemme:
qui potete seguire la diretta video,
altrimenti seguite su twitter l’hashtag #FreedomRides
Spero di aver modo di aggiornare tra poco..

STOP APARTHEID – END COLONIZATION – BOICOTT ISRAEL
FREEPALESTINE!

AGGIORNAMENTI: I soldati hanno preso uno dei bus, pieno di attivisti, e lo sta facendo dirigere verso il checkpoint di Hizmeh.
Verranno probabilmente arrestati da un momento all’altro.
Nel frattempo il livestream è saltato, purtroppo
ORE 16.15: Uno ad uno, vengono arrestati dall’esercito israeliano. L’accusa è l’ingresso illegale nello stato d’Israele: un manifesto all’Apartheid!

Accordo su Shalit tra Hamas e Israele: ma in quanti torneranno a casa propria?

14 ottobre 2011 1 commento

Forse gli unici ad uscirne vittoriosi, da quest’accordo così poco eccezionale tra Hamas e Netanyahu, saranno proprio i vertici dell’organizzazione islamica palestinese che detiene il potere sulla Striscia di Gaza da qualche anno. Una bella batosta per Abu Mazen, a poche settimane dal discorso alle Nazioni Unite, e per tutta l’Autorità Palestinese.

L'elenco dei prigionieri

Un bel colpo per Khaled Meshaal, leader di Hamas, rifugiato chissà ancora per quanto in quel di Damasco (ma si mormora da mesi un trasloco dell’organizzazione in Egitto, forse immediatamente dopo la fine di quest’accordo).

Ma parliamo di fatti, di numeri, di quante persone torneranno veramente a casa.
Sicuramente Gilad Shalit, catturato 5 anni fa durante una delle migliaia di illegali incursioni israeliane all’interno dei confini di Gaza e da quel momento scomparso nel nulla, nelle mani di Hamas. Cinque lunghi anni per lui, non lo mettiamo in dubbio. Un incubo per lui e la sua famiglia che probabilmente terminerà tra mercoledì e giovedì della prossima settimana.
Ma ci interessa poco.
Mi interessa poco la vita e la libertà di UNA persona, chiunque sia, se sull’altro piatto della bilancia ci son diecimila prigionieri, una guerra di 33 giorni per cercarlo che ha fatto 1500 morti e ha inquinato con armi chimiche e fosforo bianco i corpi e la terra della Striscia di Gaza, se c’è l’assedio, gli assassinii indiscriminati, la chiusura dei valichi, la morte e ancora la morte per un popolo intero.
Uno contro un regime di Apartheid è ridicolo, fastidioso, irritante, indisponente.

Intanto in tutta la Palestina è una grande festa: nessuno sembra esser stato dimenticato nell’accordo, dalla Striscia di Gaza, alla Cisgiordania, a Gerusalemme Est, ai profughi del ’48 … un po’ tutti rientrano in quest’accordo.
Ma non tutti torneranno a casa propria, e questa è la cosa che fa più male.
Del primo blocco di 400 persone che dovrebbero esser rilasciate a giorni, già si parla di 203 che andranno in esilio in Paesi ancora da definire del mondo arabo circostante, tra cui anche le 27 donne che rientrano nell’accordo.
Liberi, ma profughi per l’ennesima volta.
Nulla cambia in regime di Apartheid, nulla si può accordare con i propri carcerieri: tutto rimarrà intriso di dolore e repressione, di esilio e lontananza.
Fino alla liberazione

NEL FRATTEMPO RICORDIAMOCI DELLE DECINE E CENTINAIA DI PRIGIONIERI POLITICI PALESTINESI E DELLA LORO LOTTA INIZIATA TRE SETTIMANE FA PER RICHIEDERE CONDIZIONI MIGLIORI, LA FINE DELL’ISOLAMENTO E LA FINE DEGLI ABUSI SUI FAMILIARI E GLI AVVOCATI CHE TENTATO DI ACCEDERE AI COLLOQUI.
UNO SCIOPERO DELLA FAME PER LA FINE DELL’ISOLAMENTO DI AHMED SAADAT, LEADER DEL FPLP.
QUI INFO A RIGUARDO: LEGGI 12

Della scherma e del boicottaggio allo Stato d’Israele: Sarra Besbes

11 ottobre 2011 7 commenti

Sarra Besbes è una giovane donna tunisina, una delle migliori spadiste africane;
ieri in pedana ai mondiali di scherma di Catania contro un’ avversaria israeliana di nome Noam Mills.
Ha scelto di non gareggiare, ma non di ritirarsi.
Ha deciso volutamente di rimanere ferma e di subire le cinque stoccate che valgono per la sconfitta, perché certo di vittoria non si può parlare.
Una forma di boicottaggio allo stato di Israele, lo stesso che persevera scientificamente nella pulizia etnica della terra di Palestina e nel mantenimento di un regime di Apartheid all’interno dei suoi confini, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.
Una forma di boicottaggio che deve essere costata molto ad una donna che ha costruito una vita per combattere su quella pedana, e che immobile ha deciso di  lasciare la vittoria a chi, da più di 60 anni, è abituato a vivere in uno Stato che abitualmente infierisce su un corpo disarmato per poi chiamarla vittoria.
على راسي

Aggiornamenti dalle carceri israeliane: DIFFONDIAMOLI

7 ottobre 2011 3 commenti

Il 27 settembre è iniziato uno sciopero della fame dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, per chiedere la fine delle condizioni di detenzione che in migliaia vivono, per chiedere la fine dell’isolamento per Ahmad Sa’adat e la fine delle politiche repressive nei confronti dei familiari e dei visitatori dei prigionieri, costretti a subire costanti vessazioni che spesso rendono impossibile anche solo un’ora di colloquio al mese con i propri cari in regime di detenzione, nelle carceri di un paese occupante.
Chiedono la fine degli abusi durante le traduzioni da un carcere all’altro e molto altro, oltre che la solidarietà internazionale e la diffusione delle notizie sulla lotta che stanno portando avanti, sul proprio corpo, l’unica cosa a loro disposizione.

Ovviamente le autorità israeliane e i funzionari del dipartimento che gestisce le carceri nel paese dell’Apartheid hanno risposto aumentando la violenza psicologica e le condizioni dei detenuti: dal carcere di Nafha i detenuti politici palestinesi raccontano delle minaccie subite sulla negazione dei colloqui con i familiari. Per ogni giorno di partecipazione allo sciopero della fame ci sarà un mese di divieto di incontro con i propri cari. In molti sono stati trasferiti in altri carceri, di cui ancora non si riesce a conoscere il nome.
I membri del F.P.L.P hanno subito tutti il trasferimento in celle di isolamento e la confisca di tutti i loro beni personali, compresi i propri vestiti.
Durante una visita con le famiglia le autorità delle prigioni dell’occupante israeliano hanno sequestrato i documenti di identità di tutti i loro familiari dando come motivazione proprio la partecipazione allo sciopero della fame, che li precluderà per mesi a qualunque incontro, compreso quello con il proprio avvocato.
Nella prigione di Asqelan infatti è stato vietato l’accesso ad un’avvocato che doveva visitare i prigionieri Ahed Abu Ghoulmeh, Allam Al-Kaabi e Shadi Sharafa: gli è stato comunicato che in quanto partecipanti all aprotesta, non potranno incontrare i loro avvocati, non si sa fino a quando.

Oltre ai prigionieri militanti del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, che hanno iniziato questa mobilitazione in nome del loro rappresentante Ahmad Sa’adat (detenuto a Gerico) si stanno unendo molti altri prigionieri, come alcuni componenti di Fatah, tra cui quelli che hanno il triste primato di essere da più tempo in regime di detenzione: Fakhri Barghouti entrato nelle carceri israeliane 34 anni fa, ed Akram Mansour,malato di cancro, detenuto da 33 anni.
Anche molte donne prigioniere stanno partecipando alla lotta: Sumoud Kharajeh, Linan Abu Ghoulmeh, Duaa Jayyousi e Wuroud Kassem sono state trasferite in isolamento totale mentre Linan Abu Ghoulmeh è stata messa in regime di detenzione amministrativa in modo totalmente arbitrario.

PER SEGUIRE GLI AGGIORNAMENTI: The Campaign to Free Ahmad Sa’adat

DIFFONDIAMO QUESTA NOTIZIA, CREIAMO SOLIDARIETA’ ANCHE PER I PRIGIONIERI PALESTINESI, PROPRIO ALLA LUCE DELLE DISCUSSIONI SULLO STATO PALESTINESE.
NON PUO’ ESSERCI STATO SENZA LA LIBERAZIONE DI TUTTI I PRIGIONERI,
SENZA IL DIRITTO AL RITORNO DI TUTTI I PROFUGHI,
SENZA LA FINE TOTALE E DEFINITIVA DEL REGIME DI APARTHEID,
SENZA LA CANCELLAZIONE DELL’OCCUPAZIONE MILITARE E L’ABBATTIMENTO DEL MURO DI SEPARAZIONE E DEGLI INSEDIAMENTI.
PALESTINA LIBERA.

I prigionieri palestinesi in sciopero della fame chiedono solidarietà

26 settembre 2011 2 commenti

SOLIDARIETA’ AI PRIGIONIERI PALESTINESI IN SCIOPERO DELLA FAME

Domani, marted’ 27 settembre 2011 inizierà uno sciopero della fame dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, per chiedere la fine del regime di isolamento per Ahmad Sa’adat, la fine dell’isolamento per tutti i prigionieri politici palestinesi, la fine delle politiche di repressione e umiliazione nei confronti dei parenti e dei visitatori dei prigionieri, incluso la fine del blocco ai colloqui con i familiari, cercata ed impedita già ai checkpoint israeliani.
I prigionieri chiedono anche la fine degli abusi e delle umiliazioni ai prigionieri durante le traduzioni tra carceri.
La campagna per la liberazione di Ahmed Sa’adat è solidale con tutti i prigionieri palestinesi in sciopero della fame e chiede alle persone di tutto il mondo di partecipare a questa campagna per i prigionieri.
Sotto il flyer che racconta la situazione dei prigioneri e poi quella specifica di Sa’adat.

Ahmed Sa’adat, il detenuto segretario generale del Fronte popolare di liberazione della Palestina , è stato catturato dalle forze d’occupazione israeliane il 13 marzo del 2006 e dall’attacco israeliano alla Striscia di Gaza dell’inverno del 2009, quando chiamò alla resistenza popolare, vive in regime di isolamento. Ha una condanna a 30 anni.
Ma è solamente uno dei circa 10.000 prigionieri politici nelle mani di Israele, tra cui ci sono molti minorenni, donne e leader delle organizzazioni politiche.

IL SITO DELLA CAMPAGNA PER LA LIBERAZIONE DI SA’ADAT

Palestina: ma di che Stato parlate?

21 settembre 2011 8 commenti

Oggi il discorso di Obama faceva un po’ ridere i polli: un uomo bipolare, che ha nominato al-qaeda e Bin Laden tante volte quante Bush nel 2001, che ha parlato della prossima probabile dichiarazione di uno stato palestinese con una superficialità spaventosa e il solito gioco a far sembrare Israele a vivere da 63 anni sotto occupazione.
Era corretto il trend che batteva la rete con #Obamablabla, esploso tra chi digita sulla tastiera dalle terre mediorientali; d’altronde, gli ha detto “volete la pace, allora andate dai vostri assassini, dategli la mano, lasciategli anche tutto il braccio e chiedete scusa”…
Io non sono assolutamente favorevole alla creazione di quella sedia blu con attaccata la bandiera della Palestina: non lo sono perché è ridicolo, perché è il sancire definitivamente una sconfitta. Non credo nella soluzione dei “2 popoli 2 stati” perché non è attuabile in uno stato di occupazione militare, perché non risolve il problema principale del popolo palestinese e della sua storia di lotta, di autodeterminazione e di speranza: il diritto al ritorno dei profughi.
Il diritto al ritorno alle proprie case, ai propri aranceti, al sapore del proprio olio nella cui leggenda son cresciute generazioni su generazioni, nei polverosi campi profughi della Cisgiordania, di Gaza e poi ancora in Giordania, Libano, Siria.
Il diritto al ritorno di tutti coloro che fuggirono di corsa dalle proprie case con le chiavi di casa in tasca, convinti, assolutamente convinti (visto che erano passati per secoli di occupazioni, crociate e quant’altro) che avrebbero riaperto quella porta molto presto.
Io credo che se non vogliamo prenderci per il culo dopo sessant’anni, tutti quei bambini che ho conosciuto per i campi di mezzo medioriente hanno il sacrosanto diritto di sapere, finalmente, qual è il sapore delle arance di casa loro.
Riconoscere uno stato di Palestina all’interno dei confini del 1967 non vuol dire sancire il diritto di Israele ad esistere come stato (non mi sembra ci sia ulteriore bisogno di farlo) ma far passare alla storia che ciò che si occupa militarmente per 63 anni è proprio, che la pulizia etnica e la continua pianificazione dell’assassinio di un popolo sono le basi possibili per la creazione di un’entità nazionale.
E poi: i coloni? dove li mettiamo? soprattutto alla luce dell’ondata di violenze di questi giorni in West Bank… che ci facciamo con coloni e insediamenti??
Non sarò mai favorevole a due popoli per due stati: lo stato deve essere uno, per tutti.

LEGGI  IL COMUNICATO DEL MOVIMENTO DEI GIOVANI PALESTINESI CONTRO LA CREAZIONE DELLO STATO DI PALESTINA

Dai giovani palestinesi, contro uno Stato palestinese come quello proposto: PER IL DIRITTO AL RITORNO E LA LIBERAZIONE

18 settembre 2011 10 commenti

Ottimo, importante, coraggioso, pienamente condivisibile.
Contrari a questo ridicolo riconoscimento dello Stato Palestinese che a breve sbarcherà alle Nazioni Uniti, i giovani palestinesi chiedono a gran voce la fine dell’occupazione, il ritorno dei profughi, chiedono di dimenticare la parola Nakba, di mutarla con Hurriyya (libertà).

NOI, DEL MOVIMENTO GIOVANILE PALESTINESE (PYM), SIAMO FERMAMENTE CONTRARI ALLA PROPOSTA DI RICONOSCIMENTO DI UNO STATO PALESTINESE BASATO SUI CONFINI DEL 1967 CHE DEVE ESSERE PRESENTATA ALLE NAZIONI UNITE QUESTO SETTEMBRE DA PARTE DELLA LEADERSHIP PALESTINESE UFFICIALE.

Un manifesto del Fronte popolare, sul diritto al ritorno!


NOI CREDIAMO E AFFERMIAMO CHE LA DICHIARAZIONE DELLA STATALITA’ VUOLE ESSERE SOLO IL COMPLETAMENTO DEL PROCESSO DI NORMALIZZAZIONE, CHE INIZIO’ CON I PROBLEMATICI ACCORDI DI PACE.

L’INIZIATIVA NON RICONOSCE IL FATTO CHE NEL NOSTRO PAESE LE PERSONE CONTINUANO A VIVERE IN UN REGIME COLONIALE BASATO SULLA PULIZIA ETNICA DELLA NOSTRA TERRA, SULLA SUBORDINAZIONE E SULLO SFRUTTAMENTO DELLA NOSTRA GENTE.

Questa dichiarazione serve come meccanismo per salvaguardare il falso quadro del processo di pace e depoliticizzare la lotta per la Palestina rimuovendo la lotta dal suo contesto storico coloniale. I tentativi di imporre una falsa pace con la normalizzazione del regime coloniale ha solo portato a cedere quantità crescenti della nostra terra, i diritti del nostro popolo e le nostre aspirazioni, delegittimando ed emarginando la lotta del nostro popolo, rendendo sempre più intensa la frammentazione e la divisione tra la nostra gente.

Questa dichiarazione mette in pericolo i diritti e le aspirazioni di oltre due terzi delle persone palestinesi che vivono come rifugiati in esilio in altri paesi, che dalla Nakba  del 1948 (Catastrofe) aspettano per tornare alle loro case da cui sono state sfollate.
Si compromette così anche la posizione dei/delle palestinesi che risiedono nei territori occupati nel 1948, che continuano a resistere dall’interno quotidianamente contro la pulizia etnica e le pratiche razziali del regime coloniale. Inoltre, rafforza e potenzia i/le palestinesi e i partener arabi ad agire come i portinai dell’occupazione e della colonizzazione nella regione, all’interno di un quadro neo-coloniale.

Il fondamento di questo processo serve niente di più che ad assicurare la continuità dei negoziati, la normalizzazione economica e sociale e la cooperazione per la sicurezza. La dichiarazione dello Stato solidificherà solo falsi confini su un frammento della storica Palestina e continua a non affrontare le questioni fondamentali: Gerusalemme, gli insediamenti, i/le rifugiati/e, i/le prigionieri/e politici/che, l’occupazione, le frontiere e il controllo delle risorse. Crediamo che una tale dichiarazione di Stato non garantisce né promuovere la giustizia e la libertà per i/le palestinesi, il che significa di per sé che non ci sarà pace duratura nella regione.

Inoltre, l’iniziativa di dichiarazione di uno Stato viene presentata alle Nazioni Unite da una leadership palestinese che è illegittima e che non è stata eletta per essere in grado di rappresentare la popolazione palestinese nella sua totalità, attraverso tutti i mezzi democratici per la sua gente. Questa proposta è un prodotto politico progettato da loro per nascondersi dietro la l’incapacità di rappresentare i bisogni e i desideri della propria popolazione. Affermando di compiere la volontà palestinese di autodeterminazione, questa leadership sta abusando e sfruttando la resistenza e i sacrifici del popolo palestinese, in particolare  dei nostri fratelli e sorelle a Gaza,  dirottando inoltre la base di lavoro di solidarietà internazionale, come il  Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni e gli sforzi e le iniziative della flottiglia. Questa proposta serve solo a sperperare tutti gli sforzi fatti per isolare il regime coloniale e renderlo responsabile.

Se la proposta per il riconoscimento statale è stata accettata o no, chiediamo ai/alle palestinesi all’interno del nostro paese sotto occupazione e in paesi di rifugio e di esilio, a mantenere l’impegno e la convinzione della dignità della nostra lotta e, ispirati dai loro diritti e responsabilità, a difenderla.
Facciamo appello al popolo libero del mondo e agli/alle alleati/e della popolazione palestinese, di praticare veramente la solidarietà con i/le palestinesi in una lotta anti-coloniale, quindi di non prendere una posizione sulla dichiarazione dello Stato, ma piuttosto di continuare a ritenere Israele responsabile per mezzo del Boicottaggio in tutte le forme economiche, accademiche e culturali, del Disinvestimento e delle Sanzioni.

Fino al Ritorno e alla Liberazione
International Central Council
Palestinian Youth Movement

RINGRAZIO IL SITO FREEPALESTINE.NOBLOGS.ORG PER LA TRADUZIONE E DIFFUSIONE DI QUESTO TESTO, SECONDO ME IMPORTANTISSIMO.
PER CHI VOLESSE LEGGERLO IN LINGUA ORIGINALE O IN INGLESE ECCO I LINK: arabicenglish

Jenin: il teatro del dopo Juliano

3 giugno 2011 1 commento

Il Freedom Theatre senza Juliano

29.05.2011 Francesc Cabré Sánchez
Dopo alcune settimane dall’omicidio dell’attore e attivista politico Juliano Mer-Khamis, i membri del teatro del campo profughi di Jenin sono convinti della possibilità di far sopravvivere il progetto, sul cammino tracciato da Mer-Khamis, e di accrescere l’importanza dell’arte come arma contro l’occupazione.

Sono passati quasi due mesi dal 4 aprile 2011, giorno dell’assassinio di Juliano Mer-Khamis, direttore e fondatore del Freedom Theatre. Creato nel 2006 nel cuore del campo profughi di Jenin, nel Nord della Cisgiordania, il progetto teatrale sopravvivrà alla morte di Mer-Khamis e seguirà il sentiero da lui tracciato. Così dice Eyad Hurani, un giovane di Ramallah che ha trascorso gli ultimi tre anni a Jenin, studiando teatro e trascorrendo il suo tempo con Juliano.

“Quando è morto, ho pensato che non era possibile, che era troppo presto. Ora so che il suo corpo se n’è andato, ma che le sue idee e il suo messaggio resteranno sempre dentro di me”, ha continuato Hurani, che non è tornato a Jenin da quel terribile 4 aprile. “Il campo profughi non è sicuro in questo momento. Sto diventando un attore e voglio lavorare in Palestina e nel Freedom Theatre, ma per adesso non riesco ad andare là, forse per paura”.

L’aiuto regista Adnan Naghnaghiye, che ha lavorato al Freedom Theatre per cinque anni, spalla a spalla con Mer-Khamis, ha spiegato come la scomparsa dell’amico ha colpito il teatro duramente, ma che tutti proveranno a ridargli il prestigio guadagnato negli anni. Naghnaghiye, che vive nel campo profughi, è andato avanti sottolineando che se le attività teatrali sono ferme dal 4 aprile, spera che il Freedom Theatre possa riaprire nei prossimi mesi.
L’opposizione nel campo profughi
“Nessuno può piacere a tutti. E questo è successo anche a Juliano”, ha detto Adnan spiegando l’omicidio di Mer-Khamis e l’opposizione all’interno dello stesso campo profughi al Freedom Theatre. La mamma ebrea di Juliano ha portato il cosiddetto “ vento dell’Ovest” nel teatro e il suo lavoro congiunto tra ragazzi e ragazze non era ben visto da alcuni. Il teatro è stato attaccato alcuni anni fa con delle molotov e alcuni suoi membri hanno ricevuto minacce.
“La cultura chiede tempo e penso che ci sono persone che hanno bisogno di più tempo per capire il significato e l’importanza del teatro”, ha detto ancora Hurani, ricordando che per dieci anni non c’era stato nulla di simile nel campo profughi di Jenin perché tutto era rimasto chiuso dopo che l’esercito israeliano aveva distrutto il centro, iniziato da Arna Mer, la madre di Juliano.

L’arte come arma
“Dobbiamo insistere con il nostro messaggio, non possiamo fermarci se vogliamo cambiare la mentalità della gente”, ha continuato il giovane attore. È convinto che il progetto del Freedom Theatre sia prezioso per il campo profughi perché permette ai bambini di avere “un luogo aperto, sicuro, dove possano esprimere se stessi e quello che vogliono, senza limiti. Il teatro, come forma d’arte, è un’arma potente per inviare il proprio messaggio e uno strumento fondamentale per combattere l’occupazione”. “Ci sono persone – continua Adnan – che ancora credono che la sola via per opporsi ad Israele sia la pistola”.
Eyad Hurani ha concluso spiegando come Juliano gli abbia insegnato a usare l’arte per diventare un attivista politico. “Dobbiamo prenderci il palcoscenico per spiegare e mostrare la nostra situazione. È un’incredibile mezzo di propaganda – ha detto –. L’occupazione israeliana non significa solo guerra, carri armati e prigione. È anche mentale e l’arte ci aiuta a liberare le nostre menti. Non penso che possiamo liberare la nostra patria se prima non liberiamo noi stessi”.

PALESTINA: l’obiettivo deve essere il diritto al ritorno

1 giugno 2011 3 commenti

Nel campo profughi più grande di Betlemme, nel cuore della West Bank, ci si prepara alla commemorazione della Naksa. “Una casa a Deisha è come una tenda in Libano”, dicono i rifugiati del 1948. L’obiettivo è scuotere la leadership palestinese e riportare il diritto al ritorno al centro della lotta.

DI EMMA MANCINI, Nena News

Deisha Camp (Betlemme), 1 giugno 2011, Nena News – “Erano anni che la Nakba non veniva celebrata con un tale movimento di popolo. Il 5 giugno, anniversario dellaNaksa, faremo lo stesso”. L’annuncio di nuove marce e manifestazioni per il diritto al ritorno arriva dalle parole di Mohend, giovane del campo profughi di Deisha, a Betlemme. Nel cuore della Cisgiordania, come in Libano e Siria, i rifugiati palestinesi si preparano ad una nuova mobilitazione.

Se a Nord sono previste marce simili a quelle dello scorso 15 maggio, in West Bank pare tirare la stessa aria. La voce corre tra i 15mila profughi di Deisha, che promettono di fare la loro parte: “Sappiamo che il 5 giugno 2011 non torneremo nelle nostre case – dice Khalil, 23enne nato e cresciuto tra le strade strette di Deisha – ma è l’inizio della nostra lotta. Non libereremo la Palestina con qualche manifestazione, ma potremo ritrovare l’unità perduta. I morti alla frontiera hanno rappresentato tutto questo: la ritrovata voglia di lottare insieme, dentro e fuori la Palestina storica. Si tratta di atti puramente simbolici, ma di una forza estrema: dimostriamo al mondo che i palestinesi che lottano per la liberazione non sono solo quattro milioni e mezzo. Sono quattordici milioni”.

Foto di Valentina Perniciaro _nei dintorni del camp profughi di Dheishe_

Per  domenica si attendono marce verso i confini del 1967 ed oltre, la Linea Verde è l’obiettivo. Da Qalandiya ad Al Walaje, i comitati popolari stanno raccogliendo adesioni via web e durante incontri pubblici. In mancanza di una leadership forte, il popolo si “arrangia” e manda messaggi chiari al governo di Ramallah: il diritto al ritorno è il cuore del conflitto. “I danni peggiori alla causa palestinese sono stati inferti dalla debolezza della nostra leadership – attacca Khalil –. Troppe fazioni, troppa divisione e l’incapacità di capire i bisogni della gente. La maggiorparte dei membri dell’Autorità Palestinese hanno studiato all’estero per anni, alcuni hanno un’altra cittadinanza. Nessuno di loro è un rifugiato. Non ci rappresentano più”.
Difatti, alcune statistiche ufficiose danno al 50% la quota di palestinesi che ormai non si riconosce in alcun partito politico. “Nella Prima Intifada c’erano dei leader locali rispettati e carismatici – riprende Mohend – mentre oggi i leader della PA sono lontanissimi dai sentimenti popolari. E il problema è anche la mancanza di una strategia a lungo termine che includa il diritto al ritorno”.

Il campo profughi di Deisha

Un diritto che pare vivere della stessa speranza sia in Libano, Siria e Giordania che nei campi profughi della West Bank. Un anziano seduto fuori da una minuscola drogheria dice che una casa a Deisha è uguale ad una tenda in Libano, nessuna differenza. Quello che manca è la patria, una patria spesso sognata, immaginata, idealizzata all’estremo e concretizzata nella chiave della vecchia casa in Palestina. II sentimento è tanto forte, ci spiegano, anche perché all’estero è impossibile vivere una vita normale, integrarsi in un’altra società araba. “Qualche tempo fa sono stato in Libano – racconta Moeaed – in un campo profughi palestinese. Assomigliava moltissimo a Deisha, con le sue case ammassate e le strade strettissime. Ma le case sono di legno e alluminio e non c’è alcuna integrazione con la popolazione libanese. I palestinesi non possono sposare donne arabe, non possono uscire con la propria auto dal campo e per legge non possono svolgere 83 professioni, come l’avvocato o l’insegnante. Possono fare solo i muratori, o poco più”.

Foto di Valentina Perniciaro _gli sguardi di Dheishe_

Stesso dicasi per la Giordania: i palestinesi, oltre il 60% della popolazione, non possono servire nell’esercito né svolgere incarichi nella pubblica amministrazione. Ma le rivoluzioni del mondo arabo e l’accordo di unità nazionale tra Hamas e Fatah ha ridato qualche speranza alla gente di Deisha: “Se è caduto Mubarak, se è caduto Ben Ali, significa che c’è una possibilità anche per i rifugiati – sorride Samer –. È stato emozionante vederne qualcuno passare la frontiera con il Libano. Un’immagine che ha dato più forza di andare avanti di qualsiasi negoziato o processo di pace. Ma che razza di negoziato può essere quello tra PA e Israele? È una resa e infatti non si parla mai di rifugiati. E intanto, noi a Deisha affrontiamo quotidianamente gli stessi problemi: acqua, elettricità, mancanza di scuole, di spazio per vivere una vita normale, per parcheggiare l’auto o piantare un albero”.
Una leadership lontana anni luce dalla quotidianità della gente come spiega Naji Owdah, direttore del Phoenix Center di Deisha, centro che regala a uomini, donne e bambini del campo progetti teatrali, laboratori di pittura e musica, libri, film, workshop. “Quello che temo di più non è tanto la reazione dell’esercito israeliano – spiega Owdah – quanto il tentativo dell’Autorità Palestinese di bloccare le manifestazioni sul nascere. È successo spesso negli ultimi tempi: i militari palestinesi sono stati mandati a fermare le marce pacifiche dei giovani verso il checkpoint. Sicuramente accadrà ancora”. A guidare la mano della PA è la paura di perdere il poco consenso rimasto o il controllo di simili manifestazioni di volontà popolare. “Il nostro nemico è Israele, non la PA, non Hamas o Fatah – continua Naji – I nostri leader devono capire che il popolo non cerca il conflitto con loro, ma vuole solo sostegno alle proprie battaglie. Ma se la PA continuerà a ostacolare le nostre azioni, arriveremo davvero alla rottura”.

Sarà difficile per i rifugiati che dopo anni sono scesi di nuovo in strada accettare una nuova resa: “Come popolo non abbiamo un’agenda politica – conclude – ma una cosa è certa: la Palestina non accetterà mai la soluzione dei due Stati, perché significherebbe abbandonare la lotta per il ritorno dei rifugiati. Marceremo ancora per fare pressione sulla nostra leadership”.

Nuova pubblicazione di nomi e passaporti di attivisti ISM. L’ultima volta era stato Vittorio…

26 maggio 2011 5 commenti

Quello che riporto qui, senza tradurlo perché non riesco ad averne la minima voglia, è quello che ora è visibile sul sito stoptheism   di cui più volte abbiamo parlato. Sulle pagine di questo sito erano già comparsi nomi e fotografie di alcuni attivisti dell’International Solidarity Movement: un macabro elenco di persone di cui si richiedeva nemmeno la cattura ma l’uccisione immediata, perché nemici dello stato d’Israele e vicino alle formazioni armate estremiste palestinesi. Il primo volto, il primo nome e cognome di cui si auguravano la morte quella volta era proprio Vittorio Arrigoni, di cui ora non possiamo leggere i commenti del suo blog, purtoppo. Quella volta le polemiche che sorsero in rete dopo la loro pubblicazione li portò a cancellare quell’elenco…
ma eccoci di nuovo.
Questa volta niente foto, ma l’elenco che appare sotto il testo che vi metto qui, è inquietante e vergognoso.
Decine di nomi e cognomi, date di nascita e numero di passaporto: quelli che loro definiscono “coloro che hanno interferito con le attività anti-terroristiche dell’esercito israeliano in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.Un appello a segnalare queste persone ovunque si trovino alla polizia locale o all’FBI. Fatico anche a mettere questa parte del loro testo, ma non essendo possibile linkarla (è possibile mettere solo il link dell’homepage del sito)è meglio farlo, visto che magari sparirà tra qualche giorno come accadde quella volta con la foto di Vittorio e degli altri.  (Sotto l’ignobile lista è riportato un articolo su Vittorio pubblicato da Il Giornale a firma di Fiamma Nirenstein)
The following names and passport numbers are members of the ISM who have interfered with anti-terrorism activities of the Israel Defense Forces in the West Bank and Gaza. If you want to make a real effort for peace in the world, note these names and individuals. In the US or UK, if you recognize them as from your area or neighborhood, contact your local law enforcement, local police, FBI and Homeland Security and advise them that these people have functioned as human shields for Hamas in Judea and Samaria or in Gaza and should be regarded as  national security risks at home. If they are foreign nationals from Germany or Sweden, notify your local FBI. Write your local newspapers and tell them about these people. These are not “peace activists”, not “human rights” workers. These are people who want terrorist organizations to succeed in their efforts to destroy the democracies of Israel, the UK and the Untied States. Today they operate in the shadows, but let their families, their associates and local law enforcement know who they are and where they can be found. Alert the TSA if they attempt to fly. Contact the US Diplomatic Security Service in your US city to void their passports for assisting as human shields the terrorists in Hamas and Fatah. If they attend your college, alert the administration. The deaths of Osama Bin Laden and Vittorio Arrigoni show how evil will eventually be conquered by good people. Both Hamas and Fatah have expressed grief at the demise of Bin Laden and the ISM also has said nothing about the killing of the murderer of thousands of Americans and Israelis because they support the terrorists who supported and worshipped Bin Laden. Arrigoni will not be the only ISM idiot taken out by Hamas or Fatah. These people below function as a fifth column within our democracies to help the allies of Bin Laden and Hamas. Together, we can all STOP THE ISM!!! If you have information of value to US, British or Israeli law enforcement, feel free to email us details at StoptheISM@att.net  or info@StoptheISM.com .

Israele e le maschere grossolane

22 maggio 2011 Lascia un commento

Reuters/Baz Ratner

Reuters/Baz Ratner

Nuove divise della polizia militare israeliana? Questo è il campo profughi di Shuafat, nei Territori Occupati

Territori occupati palestinesi: retate e arresti a Silwan, incursioni di coloni a Hawara

3 maggio 2011 2 commenti

L’occupazione militare israeliana non si arresta mai nei suoi meccanismi multipli di repressione: da un lato le infinite ed noni presenti operazioni militari o gli arresti della polizia militare israeliana (come anche palestinese purtroppo), da un lato le azioni dei coloni, il lato più facinoroso, xenofobo e genocitario della società israeliana.Solo nelle ultime ore i Territori Occupati sono stati colpiti su diversi fronti, mentre Hamas e Fatah siglavano il loro accordo al Cairo e il mondo parla dell’ennesima e forse definitiva morte del n.1 della mostruosità planetaria (! bella battaglia ultimamente!) Silwan, quartiere arabo di Gerusalemme vedeva l’ennesima incursione dell’esercito. Sei arresti da quel che si dice per ora, cinque ragazzi e Suad al-Shoukhi, una ragazza di 24 anni, portata via dagli ufficiali israeliani “per un interrogatorio”. Suad è stata rilasciata due anni da da un’interrogatorio durato 18 mesi di detenzione amministrativa, per gli scontri avvenuti in quella zona tra abitanti palestinesi e le formazioni israeliane di estrema destra che hanno focalizzato le loro azioni in quel quartiere, prossimo alla città vecchia.

Altra bella notizia del giorno viene da poco distante, nella cittadina palestinese di Hawara, che questa mattina ha trovato il villaggio cosparso di scritte xenofobe contro arabi e musulmani e una moschea interna ad una scuola data alle fiamme.
Il villaggio di Hawara si trova nella zona meridionale della provincia di Nablus, circondata da 39 insediamenti.

Juliano Mer Khamis, ucciso a Jenin

5 aprile 2011 2 commenti

L’attore e attivista israeliano Juliano Mer Khamis (جوليانو مير خميس), direttore della scuola di teatro Freedom Theatre a Jenin, è stato ucciso oggi da un uomo armato con il volto coperto che l’ha atteso all’ingresso del campo profughi e lo ha freddato con diversi colpi di arma da fuoco. Juliano era figlio di Arna, ebrea israeliana, iniziatrice e fondatrice di una scuola di teatro nel campo profughi palestinese di Jenin e di un palestinese di Haifa Saliba Khamis.
Nel 2003 aveva prodotto e diretto il suo primo documentario, “I bambini di Arna”, sul lavoro di sua madre volto a creare laboratori di teatro per bambini palestinesi nel campo profughi, durante gli anni ’80. Nel 2006, Juliano, aveva aperto una scuola di teatro per ragazzi e adulti, nel campo profughi di Jenin, chiamato il “Freedom Theatre”.
Quando Mer-Khamis e’ stato assassinato era in auto con la tata che si prende cura del figlio, che è rimasta ferita. Il governatore di Jenin ha immediatamente condannato l’accaduto e provveduto a far arrivare il corpo di Juliano alle autorità israeliane, presso il checkpoint più vicino. Zakariya Zubeidi, l’ ex comandante locale delle Brigate dei martiri di Al Aqsa, che con Juliano aveva aperto il Teatro della Liberta’ha ipotizzato il coivolgimento di una “grossa organizzazione” dietro l’assassinio. Nena News

Qui anche un articolo di Hareetz, giornale israeliano, sull’assassinio avvenuto ieri

 

La detenzione interminabile: storie di donne di Palestina

3 aprile 2011 1 commento

Le autorità giudiziarie israeliane hanno deciso di prorogare la detenzione amministrativa (senz’accusa e rinnovabile ad oltranza) per la prigioniera palestinese Hana Yahya Saber ash-Shalabi, proveniente da Jenin. Per Hana non è il primo episodio di questo tipo: la donna è stata arrestata il 14/09/2009 e, da allora, le autorità israeliane hanno proceduto allo stesso modo. Puntualmente, alla scadenza dei sei mesi, hanno esteso la detenzione amministrativa nei suoi confronti. Attualmente, le prigioniere palestinesi in detenzione amministrativa sono tre: Hana, Kifah ‘Awni Qatash, ‘Aliya’ al-Ja’bari. Decisioni come l’ultima ai danni dei diritti di Hana ash-Shalabi rientrano tra quelle pratiche “legali” di Israele che le prigioniere palestinesi hanno annunciato di voler denunciare attraverso forme di protesta. L’appello è stato lanciato dalle prigioni israeliane di Hasharon e Damon e le azioni si svolgeranno nei prossimi mesi.

Riportiamo dal sito Infopal:

Di fronte al caso di Hana e per ribadire la loro protesta per il rispetto di propri diritti, le detenute palestinesi hanno scritto al ministero palestinese dei Prigionieri chiedendo di intervenire affinché le autorità d’occupazione israeliane sulle quali ricade la competenza per gli affari carcerari garantiscano le visite mediche e forniscano le cure richieste necessarie e permettano alle prigioniere i cui coniugi sono a loro volta detenuti da Israele di incontrarsi. Inoltre richiedono di consentire  alle prigioniere palestinesi di proseguire all’interno delle carceri gli studi universitari, di svolgere gli esami e ricevere regolarmente i libri di testo. Le prigioniere palestinesi chiedono anche il rispetto e una maggiore attenzione per esigenze personali come quella di avere i ricambi di vestiario e calzature. Le richieste continuano per porre fine ai divieti sulle visite dei loro familiari e per pretendere che i militari non assaltino regolarmente le loro celle con ispezioni umilianti. Infine, le prigioniere hanno chiesto al proprio ministero di seguire con particolare attenzione il caso delle compagne detenute nella sezione “Nahshon”, dove le aggressioni da parte degli ufficiali carcerari israeliani e i metodi di umiliazione sono frequenti e si consumano in vari contesti, anche durante il loro trasferimento verso i tribunali.

Fabrizia Falcione,dirigente dei progetti di Unifem, agenzia Onu per i diritti delle donne, intervistata da Infopal racconta che…
La situazione di donne e minori palestinesi nei centri di detenzione israeliani è davvero critica, in termini numerici, perché di fronte alle centinaia di migliaia di prigionieri politici palestinesi maschi, sembrano inesistenti. Tuttavia, la condizione delle prigioniere è peggiore degli uomini: la situazione delle violazioni nei loro confronti, infatti, va affrontata nel complesso e in una prospettiva di genere. Sebbene inferiori numericamente, donne e ragazze continuano ad essere arrestate, tra necessità ignorate e diritti violati.
Sia ex le detenute che sono rimaste incarcerate in quelle strutture sia i familiari di quanti restano in prigione, hanno raccontato di celle infestate da insetti, scarafaggi e ratti.
Le detenute incinte vengono ammanettate durante il parto e lasciate così nel periodo successivo. C’è una assoluta assenza di cure e trattamenti, in particolare nel periodo di gravidanza. Una volta compiuti due anni, i bambini vengono allontanati dalle madri.

Le donne patiscono oltraggi e offese al proprio retaggio culturale e ai diritti religiosi. Un’ex detenuta ha raccontato: “Mi hanno privata del velo dandomi un’uniforme di colore marrone, a maniche corte e quando ho chiesto di avere una maglia a maniche lunghe da poter indossare di sotto, me l’hanno negata. Costretta a spostarmi tra le celle tra gli occhi di guardie uomini…mi sono sentita umiliata e sono stata insultata”.

La privacy nei confronti delle donne è violata anche nel corso delle perquisizioni all’interno delle celle, condotte da guardie uomini. Non viene preso in considerazione alcun rispetto per l’aspetto religioso. Ogni giorno, anche al mattino presto, si fa la conta delle detenute e, tra le forme di punizione vi è anche quella svegliare bruscamente le detenute che, dal sonno, non rispondono al momento. Inoltre, a prigioniere e detenute palestinesi vengono vietati la detenzione e l’utilizzo di oggetti come le penne: non possono leggere e non viene loro riconosciuto il diritto ad alcuna pausa ricreativa.

Ayyat, una storia di Palestina scolpita nel mio cuore

27 marzo 2011 5 commenti

La piccola Ayyat

Poco dopo aver messo piede in Palestina, nel marzo del 2002, che ancora non avevo vent’anni ho imparato a pronunciare il tuo nome.
Una bella faticata percorrere quei 14 km che ci dividevano: non avevo mai percorso un tragitto in quella martoriata terra di Palestina e non pensavo ancora, senza averlo provato sulla mia pelle, cosa significa superare i check point israeliani…per noi fu una passeggiata. Ricordo che i soldati israeliani ci sorrisero, ricordo ancora quel “Italian? Hi friend”…e il mio/nostro silenzio.
Ricordo che un secondo dopo nacque in me una rabbia che non mi ha mai lasciato…quando quello stesso soldato parlò con i due ragazzi dietro di me,
che ancora li immagino lì, in perenne attesa di poter tornare al proprio villaggio, città, o campo profughi.
Noi dovevamo solo raggiungere la periferia di Betlemme da Gerusalemme…una cosa veramente breve, in teoria…anche perchè ancora non esisteva lo scempio per eccellenza: il maledetto muro dell’Apartheid che circonda e spezza il territorio palestinese, quello che ne è rimasto.

Arrivati nel campo profughi di Dheishe dimenticammo subito tutti i check point, i tank, il confine con la Giordania (passare quello non è proprio piacevole). L’accoglienza di quelle persone fu indimenticabile … circondati da centinaia di bambini curiosi, ancora ignari di quel che sarebbe accaduto poche ore dopo.
Che tempismo noi nell’arrivare nei Territori Occupati: nemmeno 24 ore dopo sarebbe scoppiato tutto, la seconda Intifada (quella in larga parte caratterizzata dagli uomini/donne bomba) sarebbe arrivata al culmine e con lei la rappresaglia israeliana, che poco dopo ci tagliò fuori dal mondo, circondando la basilica della natività e poi, compiendo (tra i tanti) il massacro di Jenin, una pagina di genocidio. Ma ora voglio parlare di altro; scrivo queste righe solo per ricordare Ayyat, la diciottenne del campo profughi di Dheishe, proprio quello che ci ospitava.


La prima donna nella storia dei kamikaze che si fece saltare in aria, che oltre a quello porta un altro triste primato: la più giovane.
Aveva solo diciottanni la bella Ayyat e, ferita dall’assassinio del suo futuro marito (ucciso sul colpo da un missile israeliano che colpì la macchina dove viaggiava, un paio di settimane prima). Il giorno successivo al nostro arrivo ci fu il funerale di Jihad, il ragazzo che era a bordo con lui, che per due settimane aveva lottato contro ferite ed ustioni, invano (ci son diverse foto in questo blog del suo funerale).

Ayyat, poco prima di morire

Ayyat non resse a tutto ciò, il suo amore, giovane ingegnere del campo, era stato strappato a lei con la più infame delle azioni, lei non voleva esser da meno. Per noi fu un esperienza incredibile…io la sua famiglia non la dimenticherò mai, così come non dimenticherò mai il corteo a cui partecipò tutto il campo, pochi minuti dopo la notizia della sua morte. Tutto il campo, sparando in aria, andò ad omaggiarla…tutti noi andammo sotto casa sua.
E molti di noi ci rimasero a dormire dentro, noi internazionali, per evitare che la sua casa fosse immediatamente bombardata e rasa al suolo dall’aviazione israeliana, com’è tradizione: non accadde infatti.
Ma solo 18 ore dopo iniziò l’assedio di Dheishe, con noi dentro…e furono solo tank e cecchini, coprifuoco e isolamento…
Questo solo per ricordare te, piccola Ayyat, di cui abbiamo anche una foto da bimba…che è un’altra lunga storia.

Israele e la vendetta del cemento dopo la strage di Itamar

13 marzo 2011 1 commento

Lo stato di Israele, se volesse bene al suo popolo prenderebbe altre misure, e invece…
ieri nell’insediamento israeliano di Itamar, situato nei territori occupati vicino Nablus, cinque persone sono state uccise, di cui tre bambini, da un uomo (ora si parla di due) che è riuscito ad infiltrarsi nella colonia e poi nella loro abitazione, per dileguarsi dopo aver pugnalato a morte cinque degli otto membri della famiglia Fogel. Un gesto efferato, che ha lanciato nel panico i coloni: i peggiori elementi presenti sul pianeta terra, assassini matricolati, integralisti dell’occupazione militare e del genocidio del diverso, l’arabo palestinese in questo caso.

Davanti ad una simile strage, dove la vittima più piccola ha appena tre mesi di vita, anch’essa pugnalata nel sonno in piena notte, si dovrebbe parlare di smantellamento delle colonie illegali, di fine dell’occupazione della Cisgiordania… di tanto dovrebbe parlare il governo israeliano e invece: stamattina alle 7 è partita l’autorizzazione per la costruzione di 500 nuove unità abitative.Un’intera notte in riunione straordinaria per i vertici politici e militari d’Israele della Commissione interministeriale per la politica di iinsediamento: «Il consiglio ministeriale con delega per gli insediamenti ha deciso ieri di autorizzare la costruzione di alcune centinaia di unità abitative a Gush Etzion, Maale Adumin, Ariel e Kyriat Sefer», è stato il verdetto finale. La vendetta è stuprare ancora quel territorio, riempirlo di case spesso sfitte per secoli o abitate da maledetti coloni armati fino ai denti, spesso milizie organizzati delle tante organizzazioni xenofobe  che teorizzano l’eliminazione del popolo palestinese.

 

GAZA: pubblicato il rapporto Goldstone in italiano

11 marzo 2011 4 commenti

Le parole “missione d’inchiesta” come anche “nazioni unite” sanno di ridicolo ormai, a maggior ragione se parliamo di Medioriente o di qualunque cosa abbia a che fare con lo stato d’Israele… ma insomma… questa è la traduzione in italiano del rapporto Goldstone, redatto dopo la guerra mossa dallo Stato ebraico contro la Striscia di Gaza tra dicembre 2008 e il gennaio successivo, quella detta dall’esercito israeliano “Operazione piombo fuso“. Di quell’operazione non possiamo dimenticare l’uso costante di armi vietate dalle convenzioni internazionali come il fosforo bianco, le bombe a frammentazione, le munizioni Dum Dum, le bombe D.I.M.E e tanto altro, che hanno portato alla morte di più di 1400 persone e che avvelenano il suolo di Gaza e tutti coloro che lo popolano.
Grazie ai traduttori, che ci rendono più facile la lettura

Israele e le sue scuole di “genocidio”

23 febbraio 2011 1 commento

SCONCERTANTE! NON SI FINISCE MAI DI IMPARARE E RIMANERE SENZA PAROLE!!!
Come penetrare in un territorio arabo, i briefing con Mossad e Shin Bet..una settimana a contatto con l’apartheid, dalla parte dei carnefici. Ecco quello che produce Israele, la cosiddetta democrazia del medioriente.
Qui il programma della settimana, tranquilli: tutto cibo kosher!
Maledetti.

An Israeli Adventure of a Lifetime
The Ultimate Mission to Israel
May 16-23, 2011

“A military, humanitarian, historical, judicial, religious, and political reality check.” Experience a dynamic and intensive week exploration of Israel’s struggle for survival and security in the Middle East today:

 

 

Inside Tour of the IAF Unit Who Carries Out Targeted Killings
 

Visit to the Military Court
Watch Hamas Terrorist Trial
 

ATVs Tour on the Syrian Border
 

Israel From the Air:
Small Airplanes Flight
 

Visit to Erez Crossing
on the Gaza Border
 

Visit to Forward Position on the Lebanees Border
 

Shabbat in the Western Wall

 

  • Briefings by Mossad officials and commanders of the Shin Bet.
  • Briefing by officers in the IDF Intelligence and Operations branches.
  • Inside tour of the IAF unit who carries out targeted killings.
  • Live exhibition of penetration raids in Arab territory.
  • Observe a trial of Hamas terrorists in an IDF military court.
  • First hand tours of the Lebanese front-line military positions and the Gaza border check-points.
  • Inside tour of the controversial Security Fence and secret intelligence bases.
  • Meeting Israel’s Arab agents who infiltrate the terrorist groups and provide real-time intelligence.
  • Briefing by Israel’s war heros who saved the country.
  • Meetings with senior Cabinet Ministers and other key policymakers.
  • Small airplane tour of the Galilee, Jeep rides in the Golan heights, water activities on Lake Kinneret, a cook-out barbecue and a Shabbat enjoying the rich religious and historic wonders of Jerusalem’s Old City.

For Full Itinerary.

“I now understand why the Mission is called “The Ultimate Mission”. It is indeed the ultimate mission, the name is not just marketing. The Mission has exceeded ALL my expectations in every possible area. The speakers were amazing and, even though they are very busy people, they actually showed that they found it important to be with us. The sites we saw were impressive, what an excellent choice!” .

Geraldo Lima Filho, Sao Paulo, June 2010.

First Class Accommodation:

  • Five-star accommodations at the Leonardo Plaza (formerly Sheraton) Jerusalem (Glatt Kosher);
  • Three meals a day (all Kosher);
  • Luxury bus transportation and knowledgeable tour guide;
  • A dedicated Executive Communications Center at the hotel;
  • Personal cell phone for each participant.


I have visited Israel about 15 times (since 1968). I have joined Shurat Hadin on three missions. Before my first mission, I checked references. One of the references happened to be a friend who has traveled to Israel 25 times. She told me it was the best trip she ever had, and she was repeating it also. The trip promises many interesting experiences, and delivers in spades. I would recommend this to anyone, especially someone who has visited Israel before. Outstanding program, I guarantee you won’t be disappointed!”


Howard Feldman, Del Mar, CA, June 2009

 

Costs:


Cost of the Mission is US $2,835 per person.

  • Not including air fare.
  • Based on double occupancy.
  • A mandatory donation of $500 – $5,000 per person is required. Donations are needed to assist in the funding of the terror victim litigation against the Palestinian terrorist organizations, their leaders and financial patrons. The donations will permit the survivors of the hundreds of killed and injured to seek justice and compensation through the court systems around the world. All donations in the US are tax-deductible.Shurat HaDin – Israel Law Center is a fully independent non-profit organization, unaffiliated with any political party or governmental body. Shurat HaDin’s budget relies entirely on the generosity of donors.


Contact Us:

US Phone: 212-591-9347
Israel Phone: 972-3-7514175
Israel Fax: 972-3-7514174
email: mission@israellawcenter.org

Ucciso nel suo letto ad Hebron e altre storie quotidiane della terra di Palestina

20 gennaio 2011 3 commenti

Il letto di Amr Qawasme

Ucciso nel suo letto, nella sua camera da letto, senza avere vicino a lui alcuna arma da fuoco. Si chiamava Amr Qawasme, aveva 65 anni e risiedeva ad Hebron, fino alla sua morte, due settimane fa. Oggi un’agenzia ci racconta che il suo assassino, soldato dell’esercito israeliano è stato espulso dal corpo, malgrado abbia espresso il suo profondo rammarico per quello che aveva compiuto.
Avrebbe dovuto compiere un arresto in una casa, dentro la città palestinese di Hebron di cinque presunti membri di Hamas: “per errore” il soldato (di cui non ci viene fornito nessun dato) sarebbe entrato nell’abitazione di Qawasme (un piano sopra all’appartamento sospetto) uccidendolo dopo pochi secondi per una “mossa sospetta”, però non confermata dall’esercito, che infatti ha chiesto la sua espulsione.

Diverso il comportamento del Ministero dell’interno in un caso simile avvenuto a giugno dello scorso anno, a Gerusalemme Est.
Qui la vittima, ovviamente palestinese, Ziad Jilani è stata uccisa malgrado fosse già ferita e a terra: il ministero ha ammesso che la morte è avvenuta quando il sospettato era già a terra, ma giustifica il comportamento della polizia perchè gli agenti temevano di essere obiettivo di un attacco terroristico. Tutto normale insomma.

Da Jenin invece ci riferiscono oggi dell’uccisione di un palestinese che avrebbe aperto il fuoco contro un check point nei pressi dell’insediamento di Mevo Dotan. Sarebbe avvenuto intorno alle 11 di questa mattina: i colpi partiti da un soldato del Battaglione Netzah Yehuda, tristemente noto per aver reclutato un gran numero di giovani ortodossi e di coloni.
La “crema” di quel paese.

 

Intervista ad un militante del FPLP, detenuto per 18 anni in Israele

17 gennaio 2011 Lascia un commento

Intervista a Khaled Shahrour, militante del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, detenuto per 18 anni nelle carceri sioniste
tratto da rebelión.org
traduzione a cura del Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli

Ci puoi raccontare le cause della tua detenzione, le accuse in base alle quali ti incarcerarono?
In realtà le accuse furono tre. In primo luogo mi accusarono di cercare di infiltrarmi armato all’interno dello stato di Israele; in secondo luogo, di eliminare collaborazionisti e la terza accusa fu di appartenere, in Giordania, ad un gruppo illegale, l’FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina).

Ci sono tre tipi diversi di detenzione in Israele. C’è quella amministrativa, quella per precauzione o preventiva e una terza, dovuta alla appartenenza ad un gruppo terrorista. Noi fummo detenuti in base a questo terzo tipo di accusa.
Era la prima tappa della lotta palestinese nel 1967, la guerra dei 6 giorni: nella mia unità eravamo 19 persone capeggiate da Abu Ali Mustafa, che più tardi sarebbe diventato segretario generale dell’FPLP per essere poi assassinato nel 2002. Tutti gli appartenenti al nostro gruppo morirono; rimanemmo in quattro e fummo arrestati mentre cercavamo di dirigerci verso la Giordania. Eravamo in una fase di preparazione e immagazzinamento di munizioni. Torniamo al tema in questione. Fummo detenuti in quanto legati ad un gruppo terrorista, per cui fummo interrogati e sottoposti ad una tortura che assunse mille forme diverse. Sono torture che hanno l’obiettivo di estorcere un riconoscimento di colpevolezza, cercano di strapparti dichiarazioni che permetta loro di accusarti e farti condannare dai tribunali israeliani in maniera quasi automatica. Ci torturano fisicamente e psicologicamente in diversi momenti per estorcerci le confessioni che gli servivano. Una volta ottenuto ciò che è sufficiente per poterti accusare, anche se non hai fatto nulla di ciò che dichiari, ti accusano e danno per scontata la tua colpevolezza.

– Avevate qualche tipo di consulenza legale? Qualche tipi di garanzia? In che condizioni avvenne il processo?
In quei momenti la situazione era molto particolare. Ci sottoposero ad un tribunale militare e nominarono un avvocato d’ufficio. Rifiutammo l’avvocato: se lo avessimo accettato avremmo riconosciuto implicitamente il tribunale che ci giudicava. Obbligarono un avvocato arabo ad assumere la nostra difesa ma noi ci rifiutammo di farci difendere, gli dicemmo che eravamo combattenti per la libertà contro le forze d’occupazione e che quindi non riconoscevamo un tribunale delle forze dell’occupazione, né gli avvocati che avrebbero nominato. Noi, gli dicemmo, non ci pentivamo di nulla e avremmo continuato a lottare se ci avessero rimesso in libertà.
Israele ritiene importanti due criteri: la sicurezza, dalla sua ottica, e gli effetti politici. Quando c’è un picco nella lotta dei palestinesi, moltiplicano gli arresti e aumentano le condanne per dissuadere e demoralizzare. Quando invece la situazione è più calma, allora ci sono meno arresti e lo stesso vale per le condanne.
Rimasi in carcere per 18 anni, dall’8 dicembre del 1967 all’8 maggio del 1985.

– Come fu la liberazione? Perché ti scarcerarono? Intervennero organismi internazionali?
Fui parte di uno scambio tra Israele e l’FPLP – Comando Generale per liberare prigionieri israeliani detenuti dalla suddetta organizzazione, in cambio di prigionieri palestinesi.

– Ma questo in realtà non è un riconoscimento di uno stato di guerra, non di terrorismo, come dicono gli israeliani?
Sì, Israele non lo riconosce ufficialmente ma implicitamente riconosce di essere in uno stato di guerra. Solo dinanzi alla forza si vedono costretti a scambiare prigionieri e riconoscono in maniera indiretta l’occupazione. Invece, quando negozi con loro in una situazione di pace, non sono capaci di riconoscere nulla né di metterti in libertà.

Qual è stata la tua attività da quando ti rimisero in libertà?
Ora sono impegnato in una lotta su diversi fronti. Da una parte, come militante dell’FPLP, sono giornalista e scrittore. Sono anche presidente della commissione dei prigionieri nelle carceri israeliane e sono membro del comitato disciplinare dell’FPLP. Sono attivo anche come padre, a casa, con i miei figli.

– Quali sono i problemi più importanti dei prigionieri palestinesi in questo momento?
Israele ha due obiettivi in relazione ai prigionieri. Come essere umano, vuole trasformarti in un problema per la tua famiglia, per la società, vale a dire, renderti invalido fisicamente e psicologicamente. Noi in carcere vogliamo superare questa situazione cerchiamo di formarci, di trasformarci in una scuola di costruzione e coscientizzazione e di far fallire così questa strategia. Allo stesso tempo, non dobbiamo dimenticare la ragione per la quale veniamo incarcerati: mettere fine alla causa di liberazione della Palestina; per cui il nostro scopo è continuare questa lotta dovunque ci troviamo.
Però dovresti chiedermi del nostro apprendistato in carcere, le cose che abbiamo imparato e che ci aiutano a sopravvivere e a mantenere viva la causa.

– Va bene, allora parlami di questo apprendistato…
Uno degli strumenti della lotta che abbiamo sviluppato nelle carceri e che si è dimostrato molto efficace è lo sciopero per il miglioramento delle condizioni di vita, dato che consente di contrastare gli effetti dell’isolamento e della tortura. Lottare per il miglioramento delle condizioni fisiche e psichiche dei prigionieri è una delle armi più pericolose per preservare la nostra mente e il nostro corpo, per poter continuare la nostra lotta in futuro. Israele vuole trasformarci in cadaveri, vivi ma cadaveri; vuole annichilirci in vita, affinché non possiamo servire né alle nostre famiglie né alla nostra società, per renderci un peso per loro e per la nostra stessa causa.
– Che tipo di attività svolgi con i prigionieri che continuano ad essere in carcere?
Lo sciopero come forma di lotta ha diverse varianti. Una strada è rifiutarci di prestare servizi come la rasatura; un’altra è non accettare colloqui con la direzione delle carceri, rifiutare le mediazioni delle persone giuridiche che vogliono offrirsi come mediatori. C’è anche lo sciopero della fame, ed anche la ribellione contro i carcerieri. A volte abbiamo perso compagni perché l’esercito ha lanciato elicotteri contro le carceri. La lotta dei prigionieri è coordinata e ha un appoggio logistico dall’esterno per poter influenzare l’amministrazione e per poter negoziare, per obbligare gli uffici penitenziari a negoziare. Si tratta di una lotta che dipende da noi perché tutto ciò che facciamo qui parte dalla coscienza dei prigionieri, se non lo facciamo in questo modo non serve a nulla. Ciò che facciamo fuori per quelli che sono dentro deve essere il riflesso di quello che fanno loro.

– Che importanza dai a questo Forum arabo in appoggio ai prigionieri?
È una cerimonia, come una piccola luce che finirà per spegnersi, non mi pare che sia il metodo ottimale per lottare. Bisogna comprendere bene la fase di lotta in cui ci si trova.
Bisogna tenere in conto che il corpo della resistenza nel suo insieme sono i prigionieri, tanto quelli che stanno dentro come quelli che stanno fuori: sono loro il corpo della resistenza dal 1965. Siamo un tutto, con un’entità propria al margine delle organizzazioni cui apparteniamo e siamo la garanzia della continuità della lotta.
In primo luogo bisogna considerare le diverse tappe che ha attraversato la lotta palestinese. Nella prima la lotta era generica, si trattava di una causa nazionale che era al di sopra di tutto e indipendente dalle organizzazioni; a livello di coscienza superava le differenziazioni tra partiti, per tutti era una lotta di resistenza contro un nemico occupante. Poi c’erano le diverse categorie di prigionieri secondo il carcere in cui erano rinchiusi, poiché il grado di implicazione nella resistenza era differente. Il carcere in cui ero rinchiuso io era emblematico, il carcere di Ascalon. Avevamo le condanne più lunghe perché eravamo guerriglieri, rappresentavamo la lotta armata, l’avanguardia che, in qualche modo, forniva l’esempio agli altri prigionieri delle carceri israeliane. Eravamo in un momento precedente a quello delle militanza politica. Se non si fosse dato questo tipo di resistenza, la lotta dei prigionieri avrebbe finito per fallire.
Questa è la prima tappa, dal 1965 al 1973. La seconda tappa è quella in cui le contraddizioni della militanza politica, quelle relazionate all’età biologica, quelle che derivano dall’appartenenza all’uno o all’altro gruppo, si ripercuotono sui prigionieri. In quel momento Israele moltiplica l’utilizzo di collaborazionisti, offre privilegi agli uni contro gli altri per suscitare scontri all’interno del fronte palestinese. È una tappa molto negativa quella tra il 1973 e il 1976. Ti riassumo molto quello che è successo. La terza tappa è quella in cui cominciamo nuovamente a spostare le contraddizioni nel campo del nemico, contro Israele.
Queste tappe riassumono il nostro apprendistato. Abbiamo imparato nelle carceri a risolvere le differenze interne tramite il dialogo democratico e ad anteporre l’interesse generale dei palestinesi, la causa nazionale, la lotta contro il nemico, alle discrepanze tra di noi. Questo è quello che ha conseguito il movimento dei prigionieri.
A differenza di ciò che accade tra i palestinesi al di fuori, dove prevalgono le differenze, nelle carceri non avviene. La terza tappa di cui ti parlo è quella del superamento delle contraddizioni. Questo non vuol dire che non ci siano state divergenze arrivate dall’esterno: per esempio, gli accordi di Oslo generarono gravi tensioni tra i prigionieri, ma la linea prevalente è stata quella di raggiungere una maggior presa di coscienza politica, un maggior coordinamento e un dialogo democratico per contribuire alla causa. Da lì nacque il documento dei prigionieri che è stato tanto importante per definire la loro posizione e per chiedere l’unità nella lotta. Questo documento fu un’iniziativa dei prigionieri, non delle organizzazioni politiche. Venuto alla luce nel 2005, è conosciuto come il documento dei prigionieri e in esso si fa prevalere l’unità nella lotta contro l’occupazione su qualsiasi divergenza politica.
Oggi, dopo gli accordi di Oslo del 1993, siamo davanti ad una situazione molto difficile: ci sono 350 prigionieri arrestati prima di questi accordi e che non sono stati presi in considerazione. Israele ha separato i prigionieri di Fatah da quelli di Hamas, questi da quelli dell’FPLP, questi da quelli del 1948, gli arabi dai palestinesi…, e questo è un riflesso della realtà esterna, della frammentazione della resistenza. Si è prodotta una profonda ferita nello stato d’animo dei prigionieri. In questo senso, l’unità diventa un’arma fondamentale per poter superare questa situazione, affinché la lotta dei prigionieri continui e affinché non si arrivi ad una depoliticizzazione. Non si può consentire la separazione dei prigionieri della Cisgiordania da quelli di Gaza, di quelli di Fatah da quelli di Hamas e dal resto…

Che succede con i giovani? Anche i giovani palestinesi incarcerati mantengono quest’impegno?
Ci sono due generazioni in carcere. C’è la generazione della resistenza armata e ci sono i bambini dell’intifada. Mentre la coscienza della prima generazione è nazionalista globale e integrale, quella dei giovani dell’intifada ha una maggiore tendenza verso il particolare, verso il proprio gruppo, verso la propria forma di portare avanti concretamente la lotta. Noi apparteniamo ad una tappa che si vuole eliminare. Il sionismo si è applicato per cercare di aprire questa spaccatura generazionale. Viviamo una situazione simile a quella del Titanic: colui che è sulla nave affonda e colui che si getta in mare muore. È in atto un chiaro tentativo accelerato di liquidare la tappa rivoluzionaria palestinese. Purtroppo le nuove generazioni che sono incluse negli accordi di Dayton non sono coscienti di questa situazione si cerca di separarli dai ‘vecchi’ per evitare che abbiano una visione d’insieme della lotta.
L’altro giorno è accaduto un fatto utile a capire questa situazione. C’era un concentramento contro il processo di negoziazioni dirette e i giovani palestinesi hanno pestato i membri dell’esecutivo dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). Quando abbiamo chiesto loro se conoscessero i dirigenti palestinesi che avevano attaccato, se conoscessero i loro nomi, non conoscevano nessuno, lo stesso Arafat sembra un ricordo lontano. Manifestavano contro i negoziati diretti e quando uscirono i membri del comitato esecutivo li hanno picchiati senza conoscerli. Manca la comprensione del significato storico della lotta palestinese.

Quali credi siano i passi da fare, tanto per le organizzazioni che sono fuori quanto per quelle di appoggio ai prigionieri?
Non è facile dire quale sia la tappa in cui ci troviamo e quale debba essere la strategia da seguire. Credo che si debba seguire la massima di Gramsci quando parlava di pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà. Ci troviamo in un villaggio globalizzato e tutto è strettamente legato. La lotta non è tanto semplice da poter sapere in anticipo che una strada è migliore di un’altra, ma la cosa certa è che bisognerebbe iniziare ad agire e che questa situazione dovrebbe sboccare nella creazione di una serie di forze che sappiano cogliere il momento storico e tracciare una linea strategica determinata per una via di uscita globale, non solo in relazione alla questione palestinese. Dalla preistoria allo spazio c’è un lungo percorso che non è paino, ma in salita. Io continuo a credere che ci sia una via d’uscita. È come per le navi, bisogna procedere a zig-zag ma senza perdere d’occhio la meta.

– Che pensi di Hezbollah? Credi possa assolvere un ruolo nel processo di unità del mondo arabo e nella causa palestinese?
Gli Stati Uniti continuano ad essere un impero e vogliono farla finita con Hezbollah perché vogliono farla finita con la Siria, il Libano… Gli USA non cesseranno di impegnarsi per colpirli. Ma all’impero rimangono al massimo 25 anni per cercare di distruggere tutte le resistenze. Finché Hezbollah è parte dell’asse costituito dalla resistenza del mondo arabo sarà un alleato fondamentale contro l’occupazione; ha una grande influenza in tutto il mondo arabo ma non possiamo sapere quale sarà la sua evoluzione. L’assenza delle forze della sinistra laica aggrava molto le cose. Siamo intrappolati tra una destra collaborazionista e una sinistra incapace. Abbiamo molti anni di lotta alle spalle e non abbiamo raggiunto obiettivi concreti e questo ha portato al disincanto tra le masse che si sono rifugiate nella religione. Quando fallì la rivoluzione del 1905 molti appartenenti ai settori popolari russi si rifugiarono nella religione, esattamente come accade ora. Dovremmo studiare come superare questa situazione.

Quest’intervista è stata realizzata il 5 dicembre 2010 nel Forum arabo internazionale in sostegno ai prigionieri detenuti nelle carceri dell’occupazione, che si è tenuto ad Algeri.

 

Palestine: diario per immagini da Freepalestine

16 gennaio 2011 Lascia un commento

Per capodanno una delegazione di Freepalestine si è recata nei Territori occupati dall’esercito israeliano.
Questo un racconto-diario.

Siamo partit* in quattro di Free Palestine Roma ma all’aereoporto di Tel Aviv due di noi sono stati fermati e successivamente rimpatriati con un’espulsione per 5 anni. L’arbitrarietà e l’arroganza con cui questo è avvenuto sono tipici di Israele. La motivazione è stata che una dei due era stata già stata espulsa in aprile (cosa non vera perchè era stata fermata a casa di una signora sotto sgombero, ma aveva ricevuto solo un’ammonizione a stare fuori da quella zona per una settimana ma non un’espulsione) e per lui perchè viaggiavano insieme.

Con una buona dose di incazzatura siamo arrivate nella casa rimasta tagliata fuori dal muro che in quel punto separa la zona di Betlemme da quella di Gerusalemme, tutta la vita degli abitanto di questa casa la famiglia, il lavoro, sono al di là del check point. Questo chech point in 10 gg l’abbiamo passato tantissime volte, mettendoci ore o minuti a discrezione del soldato di guardia. Da una parte si esce a piedi e da una parte in macchina.

Dopo le 10 di sera, dalla parte pedonale, quasi sempre la guardia fa finta di non esserci, così aspetti un’ora chiamando inutilmente prima che qualcuno decida di premere il pulsante che apre il primo tornello e da’ accesso alla zona del metal detector, dove perdi almeno altri 10 minuti perchè continua a suonare e tu non sai più che cazzo devi toglierti .. I palestinesi devono infilare la mano in una gabietta e compare la loro faccia sul monitor della guardia, a noi basta mostrare il passaporto, ci rivestiamo bestemmiando e usciamo dall’altra parte.

Il centro Amal al Mustakbal di Aida Camp funziona bene, la mattina c’è la scuola per i bambini fino a tre anni, il pomeriggio i corsi di dabka (la danza tradizionale che si balla a tutte le età) e inglese per quelli più grandi. Con i soldi raccolti in italia si stanno facendo molti lavori di ristrutturazione e messa a norma, si pagano le bollette, si cerca di dare un rimborso alle volontarie che ci lavorano. Insieme ai bambini facciamo 2 murales

Radio Voce Unita è nata da pochi mesi a Deisheh Camp. Ci lavorano compagni con tanti anni di prigione alle spalle. La loro idea è fare una radio di tutti, lontana dalle influenze dei partiti, ma vicina ai bisogni dei palestinesi. E che dia un apporto culturale alla Palestina di oggi che invece vede sempre più nella religione le uniche risposte alle tante domande disattese. Tutti i venerdì in molti villaggi della Palestina i comitati di resistenza non violenta organizzano manifestazioni e azioni contro il muro che li isola e frammenta. Bil’in, 800 persone, un pezzo di terra rossa e ulivi, pietre, una rete lunga come l’orizzonte, dietro a questa una strada sterrata su cui passano solo mezzi militari, qualche altro centinaio di metri e il muro vero e proprio. Poi dietro ancora, in cima a una cava la colonia di Kiryat Sefer.

Venerdì 31 dicembre è anche il 6° anniversario del comitato del villaggio di Bil’in, la manifestazione si prevede più partecipata, i compagni sono organizzati per tagliare la rete con delle tronchesi. Sulla strada che congiunge Ramallah a Bil’in e altri villaggi, spunta un posto di blocco, un check point volante con tanto di spunzoni in mezzo alla strada per impedire il passaggio. Il nostro taxi viene fermato. Siamo 3 italiane un basco e un palestinese col documento verde (cioè che si può muovere abbastanza liberamente nei territori). Un ventenne con mitra molto più grosso di lui dice che la zona è chiusa per 2 o 3 ore. Non da spiegazioni e non sente ragioni. Proviamo l’altra strada, stessa scena. Niente corteo per noi. .

La manifestazione si è fatta però, con 800 persone, la rete è stata tagliata in alcuni punti. L’esercito ha reagito con lacrimogeni, bombe sonore e gas. A causa delle inalazioni due giorni dopo morirà Jawaher Abu Rahmah, sorella di Bassem, diventato un po’ il simbolo della resistenza di Bil’in, ucciso 2 anni fa da un lacrimogeno ad altà velocità. Siamo state a Bil’in qualche giorno dopo a portare la nostra solidarietà e abbiamo deciso di tornarci per il corteo del venerdì successivo

Il campo profughi di Balata è sempre particolarmente sofferente e segnato dalle numerose incursioni militari che ci sono state negli anni, ha un gran numero di morti ammazzati per mano israeliana di cui molti bambini. Abbiamo incontrato i volontari dell’Happy child wood club e con loro abbiamo immaginato la possibilità di tornare. Nablus rimane una delle città più belle e più accoglienti della Palestina. Consigliamo sempre una visita in questa città resistente circondata dall’alto da sempre più colonie. Sulla strada tra Balata e Nablus l’Autorità Palestinese sta costruendo uno dei più grossi carceri che la storia della Palestina ricorsi. Questo per rendervi l’idea di cosa si respira oggi in quella terra repressa anche da questo. Silwan è un quartiere palestinese di Gerusalemme Est dove ogni giorno ci sono sgomberi e demolizioni per insediare nuove famiglie di israeliani, poi costrette a vivere sotto scorta sotto lo sguardo giustamente ostile dei residenti. Abbiamo incontrato il comitato, che tra i molti problemi ha denunciato una fortissima repressione soprattutto verso i ragazzini che cercano di contrastare l’occupazione.

Abbiamo deciso di tornare a Bil’in il primo venerdi del nuovo anno. La comunità è molto piccola e ruota intorno a due famiglie. Sono tutti molto ospitali e gentili. E sorridono e scherzano nonostante la brutalità esistenziale a cui sono costretti. Cantiamo bella ciao, balliamo, mangiamo i felafel più buoni di tutto il viaggio. Al corteo c’è un sacco di gente, ci sono i comitati delle donne di diversi vilaggi e città. Si arriva come sempre fino alla rete che viene tagliata in alcuni punti. Poi i lacrimogeni, le bombe assordanti, delle palle di ferro che piovono dal cielo cambiando direzione grosse come un pugno che sprigionano gas, e un idrante tutto bianco che spara per centinaia di metri un liquido nauseabondo che fa immediatamente vomitare, liquido che poi si è rivelato essere acqua di fogna addizionato con agenti chimici. Un venerdì come tutti gli altri negli ultimi 6 anni a Bil’in.

A Mario, dai muri della terra di Palestina

9 gennaio 2011 Lascia un commento

I muri della Palestina sanno cos’è la prigionia…
I muri della terra di Palestina sanno guardare al di là di quello che rinchiudono…
I muri della Palestina stringono con calore tutti i reclusi, tutti i combattenti per la libertà…
I muri della Palestina questa volta salutano Mario…
e i compagni lasciati dall’altra parte della frontiera.

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Territori Occupati: Israele demolisce pozzi e cisterne d’acqua

20 dicembre 2010 Lascia un commento

QUESTO VIDEO E’ FATTO DA UN GRUPPO DI PACIFISTI CATTOLICI.

MERCOLEDI 14 dicembre.

Khashem ad-daraj-hathaleen, colline a sud di Hebron, nei Territori Palestinesi Occupati.

L’esercito israeliano demolisce tre cisterne d’acquq e due pozzi nei villaggi beduini della zona.
I villaggi in questione si trovano in Area C, dove, secondo gli accordi di Oslo, Israele ha il totale controllo militare e civile.
Tra le strutture abbattute ci sono anche due pozzi, costruiti una 70ina di anni fa, colmati di terra dai bulldozer israeliani: trattandosi di strutture costruite prima dell’occupazione israeliana dei Territori del 1967. La loro demolizione risulta una palese violazione del diritto internazionale e della stessa legge militare israeliana riguardante la salvaguardia delle proprietà nei Territori Palestinesi Occupati.
L’impatto sulla comunità palestinese a sud di hebron e la sua sopravvivenza della distruzione di pozzi e cisterne è enorme.
La politica portata avanti da israele in Area C è quella di impedire lo sviluppo delle comunità palestinesi, negando ogni permesso di costruzione e demolendo ogni struttura considerata “illegale”.
Allo stesso tempo, gli insediamenti ed avamposti israeliani presenti nella stessa area, pur essendo illegali secondo il diritto internazionale, continuano ad espandersi senza sosta, mentre i coloni continuano ad attaccare impunemente la popolazione autoctona.
Questa politica di restrizioni, chiusure, demolizioni, evacuazioni e soprusi, unita alle continue violenze da parte dei coloni israeliani presenti nell’area, nega di fatto i diritti umani dei palestinesi, ostacolando la possibilità di vivere nei propri villaggi e coltivare le proprie terre, impedendo lo sviluppo delle comunità locali.

Nuove costruzioni a Gerusalemme Est, soliti uccisi a Gaza

2 dicembre 2010 Lascia un commento

coloni israeliani

Coloni israeliani

E’ di questa mattina la notizia, passata alla radio israeliana, dell’autorizzazione data alla costruzione di ben 625 nuove unità abitative nell’insediamento di Pisgat Zèev, a Gerusalemme Est. Ci specificano che il ministero degli interni ha finalmente dato il via libera definitivo: che la danza del cemento e dell’occupazione abbia di nuovo inizio, senza che si sia mai fermata.
Tutto fermo, i negoziati iniziati il 2 settembre e miseramente falliti nemmeno tre settimane dopo, per non dire già prima di partire, si sono arenati proprio sulla richiesta di congelamento delle nuove costruzioni di colonie in Cisgiordania.
Cosa che Israele non può accettare.
Figuriamoci qualunque tipo di moratoria sulle costruzioni a Gerusalemme Est, impensabile!
Quella è la sua natura: demolire, distruggere, eliminare ogni traccia, occupare, cancellare.

Nel frattempo nella Striscia di Gaza sono stati uccisi due palestinesi dal fuoco dei soldati israeliani, mentre tentavano di infiltrarsi in Israele la comunicazione è arrivata dal sito di Hamas e poi è stata confermata anche da fonti militari israeliane che specificano di aver trovato sui corpi armi leggere e materiale esplosivo.
Diversi tank israeliani e mezzi blindati sostano nella zona del cimitero di al-Shuhada, ad est di Gaza.

 

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