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Niente osa varcare il silenzio di lava (Goliarda Sapienza)

6 marzo 2015 Lascia un commento

In questi mesi ho letto spesso queste righe. Poche, taglientissime.
E passo passo son riuscita a leggerle veramente, a sentire “l’ansia cessata” che poi a volte riappare e toglie il fiato nel sonno.
Vivo appoggiata sulla lava che Goliarda sa far vedere nitida senza perder parole nel descriverla.
Ancora una volta ringrazio le lettere graffiate con l’inchiostro, di questa sorella che è fatta di carne ancor prima che di carta.
Non vi disturbo ancora che basta lei…

E’ compiuto. E’ concluso. E’ terminato.
E’ consumato l’incendio. S’è fermato.
S’è chiuso il cerchio pietrificato.
Il tempo s’è fermato. E’ consumato
il delitto. S’è bruciato
il ricordo. L’ansia è cessata.
Una coltre di lava ha sigillato
ogni cranio ogni orbita svuotata.
Ogni bocca nel grido ha sigillato.

S’è chiuso il cerchio. Niente osa varcare
il silenzio di lava. Le formiche
girano intorno al rogo spento impazzite.

-Goliarda Sapienza-

Goliarda Sapienza

LEGGI:
La guerra vista da Goliarda
Parole barbare

“tanti anni come quelli dei dinosauri”

13 settembre 2014 3 commenti

Mi chiedo spesso come farò a spiegare il mondo a mio figlio, 4 anni.
Mi chiedo come potrò spiegargli cose che lui invece sta capendo da solo, osservando il mondo e la nostra vita sgangherata.
Mi chiedevo come spiegargli cosa è stato il carcere del padre, l’accanimento sul padre, le notti da soli, la prigionia politica… che finalmente abbiamo alle spalle…

poi è arrivata la malattia e lì le parole si son perse per tutti.
Invece, il mio figlio più grande, il mondo lo sta provando a capire con i suoi strumenti e a quanto pare ha una strumentazione molto più efficiente della mia, perchè passo passo sembra capire,
è diventato un piccolo neuropsicomotricista, si muove intorno alla tetraparesi del suo fratellino con leggerezza e impegno,
è capace di mutare la sua disperazione di fratello amputato in impegno,
e l’impegno si trasforma facile in un futuro sereno, nella sua testa: che invidia.

Mio figlio parla con chiunque, ferma le persone per strada “ehi aspetta, devo dirti una cosa” e inizia con le sue teorie,
i suoi viaggi mentali, le sue scoperte, il suo stupore meraviglioso.

Pochi giorni fa eravamo su un treno, un viaggio solo per noi due, lontani da Roma, dalla routine,
da questa casa-ospedale che è ormai la vita nostra.
Accanto a me una bella bionda, ballerina, distratta e curiosa di noi… Nilo era affascinato dalla tipa,
se ne era uscito con un “wow, hai proprio un bel vestito” che ci aveva fatto sorridere tutti e poi, all’improvviso…


“Ehi! Lo sai che in prigione mica ci vanno solo i ladri come i Dalton! Proprio no!
Perché il mio papà e tutti i suoi amici ci son stati tanti anni come quelli dei dinosauri, ma solo perché il mondo andava cambiato”
Bionda basita: “ma il mondo è bello, non ce n’è bisogno”
Nilo: “il tuo forse, quello dove siamo noi è un casino”

forse sarà lui che mi spiegherà la malattia,
Forse solo lui sarà in grado di donar leggerezza a tutto ciò,
perchè al carcere ridiamo proprio in faccia, impararemo a ridere in faccia anche a chi guarda il nostro fratellino come un alieno.
La nostra disabilità imparerà la libertà, in un modo o nell’altro…

Mi insegnerai la pazienza di contare?

6 settembre 2014 Lascia un commento

“Edmund Hillary è morto l’11 gennaio.
Nello stesso giorno mio figlio ha percorso trecentocinquantanove passi.
Scalare il monte Everest, cme fece Edmund Hillary, può sembrare un’impresa un pochino più significativa rispetto a percorrere trecentocinquantanove passi, come ha fatto mio figlio.
Per chi ha una paralisi celebrale come lui, però, percorrere trecentocinquantanove passi di seguito, senza aiuto, senza cadere, senza spezzarsi i denti, è un evento epico, perlomeno nella nostra mitologia familiare. Se mio figlio è Edmund Hillary, io posso essere solo il suo sherpa, Tenzing Norgay.
Lui barcolla da un lato all’altro, con la sua andatura incerta, procedendo lentamente metro dopo metro,
io mi mantengo in retroguardia, indicandogli il cammino meno accidentato e preservandolo dalle cadute.
I trecentocinquantanove passi di mio figlio sono stati fatti durante le vacanze, a Venezia.
Stiamo già pianificando le nostre prossime sfide. Per prima cosa, faremo trecentocinquantanove passi sul Corcovado.
Poi, trecentocinquantanove passi sull’Acropoli.
Poi, trecentocinquantanove passi sulla Grande Muraglia.
Poi, trecentocinquantanove passi nel deserto del Sahara.
Poi, trecentocinquantanove passi sul monte Everest.
Mio figlio e io faremo il giro del mondo a piedi, di trecentocinquantanove passi in trecentocinquantanove passi.”
– Diogo Mainardi-
(tratto da “La caduta. Ricordi di un padre in 424 passi”)

Io non so se muoverai i tuoi passi e chissà come buffi saranno.
Io non so se saprai mai pronunciare il tuo nome, piccolo combattente nato appena un anno fa,
Con la fortuna contraria e lo sguardo dolce.
Il mondo in un anno è tutto nuovo e diverso, un mondo che chissà se saprò mai accettare, ma che sto provando a comprendere.
Sai son tante le volte che spaccherei tutto, che tutto crolla in frantumi, si sbriciola, mi affoga.
Devo imparare nuovamente a camminare anche io, devo imparare a guardare il mondo,
devo imparare ad esser madre in modo totalmente nuovo, devo imparare la disabilità, devo imparare a respirare e contare fino a cento e poi a mille e poi a bho. Devo imparare a contare sai?
Che se conto fino a cinque ora il tuo braccio mi accarezza il viso, prima dovevo contare fino a 28: e 28 secondi per una come me sembrano durare ore.
Devo imparare contare, che magari piano piano sti numeri si accorciano: tu hai una voglia pazza di essere un po’ schizzoide e rapido,
cromosomicamente simile a me e a tuo fratello, non potresti avere altro desiderio e ti si legge in quegli occhietti furbi che intercettano tutto.
Peccato che tu, prima di compiere qualunque cosa, ogni volta, devi sollevare il mondo tutto, noi invece solo alzare un braccio.

Non son riuscita a farti nemmeno gli auguri per il tuo compleanno,
perchè sei il solo al mondo che delle parole ha fatto un frullato, le hai spazzate via tutte, son scomparse:
Ora, come i tuoi neuroni, stanno provando a riorganizzarsi, ma arrancano, inciampano. E’ dura ritrovarle. La rabbia spesso non lo permette, non permette nemmeno di immaginarlo.

Dopo che il tuo cuore si è fermato ci hanno detto saresti stato una vita senza vita, inconsapevole del mondo e del tuo corpo.
Ora quasi sei seduto solo, osservi tuo fratello giocare ed è chiaro il tuo desiderio, è palese la fatica che già fai per avverare i tuoi desideri.
Tutto, tutto sposterò, tutto distruggerò, tutto proverò a costruire per veder la tua rivoluzione, la più inaspettata di tutte, il più grande sovvertimento possibile sotto il nostro cielo.
L’Everest è lì che ci aspetta, piccola stella che illumina il giorno.

 

Le bombe invisibili di Jobar

6 settembre 2014 2 commenti

Siamo a 2 km dalla città vecchia di Damasco, a Jobar, quartiere appena a nord dal millenario centro città.
I bombardamenti che vedete sono di ieri, in un quartiere ad altissima densità,

Jobar, Damasco…

dove non ci sono i tagliatori di gole dell’ISIS: proprio no.
Non è certo quello l’obiettivo di Bashar… figuriamoci…

Son bombe diverse da quelle che qualche giorno fa tiravano giù i palazzi di Gaza a quanto pare:
Son diverse perché colpiscono quartieri con palazzoni alti e stracolmi di persone,
ma nel silenzio più totale. Bombe non certo intelligenti ma sicuramente invisibili, silenziose:
nessuno, ma proprio nessuno se ne accorge.

Abbiamo lasciato che la rivolta di un popolo venisse fagocitata dalle barbarie,
Abbiamo, avete fatto in modo che un popolo intero venisse lasciato solo,
a tentar di non rimanere affogati nel mar mediterraneo, a tentar di sopravvivere a centinaia di migliaia nella polvere dei campi profughi.
Avete lanciato merda per anni contro chi alzava finalmente la testa, li avete lasciati soli a barcamenarsi tra i bombardamenti di regime, gli Scud e i barbari tagliagole che dal mondo iniziavano ad arrivare per fagocitare il tutto: l’abbiamo lasciato fare.

Vi siete seduti dalla parte di chi urlava e urla “Ya l-Assad, ya nuhriq el balad” ( O Assad o ridurremo in cenere il paese),
E ora che c’è solo la cenere, siete qui in attesa di un cacciabombardiere che vi piaccia.

Peccato che le macerie son della terra che mi è stata madre,
peccato che le macerie sono i brandelli di carne di un popolo che ho conosciuto
e che non vi merita.
Che non meritava il regime di Assad, i tagliagole barbuti, ma soprattutto la vostra collusa indifferenza

Leggi anche:
Un urlo di dolore da Bosra
Le bombe in casa nostra / 2
Alla bimba di Bosra
Dalla Siria, per la Siria
L’inizio
Basalto, beduini e innamoramenti
Al telefono con Anna Frank
Comprendere l’esilio
Ciliegie e nostalgia
ma buon anno ddddechè
Ode al dolore

Verso il ritorno …

17 maggio 2014 9 commenti

Le dita di una sola mano;
abbiamo iniziato a scalare quelle io e Nilo, poi sarà di nuovo casa, dopo più di nove mesi.
Sarà di nuovo noi, sarà di nuovo letto, profumo di lenzuola, coccole e moka sul fuoco,

Le chiavi del ritorno, simbolo della nakba palestinese… foto di Ammar Awwad

sarà doccia di casa, telefono che squilla,  postino odioso, bar di vecchi bestemmiatori misogeni,  sarà due figli sotto uno stesso tetto, sarà noi quattro, che non sappiamo nemmeno che cosa vuol dire.

Sarà tutto nuovo, sarà una vita nuova che mai purtroppo tornerà sui precedenti binari che non avevan mai meta,
ma sarà comunque la nostra di vita, finalmente lontana dai meandri di un ospedale, anche se non per sempre, anche se magari non per molto.
Ti porto a casa figlio mio, chicco di grano,
ti porto a casa come fosse la prima volta perché l’altra la voglio scordare (maledetti voi tutti),
ti porto tra mura che saran solo tue, che saran lontane da tutte quelle storie di dolore e resistenza che per sempre ormai vivranno con noi.
Ti porto tra colori e profumi di quel che si mette a tavola, ti porto dove c’è la musica, dove il buongiorno è un  “tolassssione” squillante di tuo fratello e un’esplosione di sole che esce dal suo sguardo appena sveglio, ti porto tra la nostra gente, ti porto tra quelli che saranno i volti che piano piano diventeranno casa. Ti porto nel nostro mondo sconclusionato e sognatore, che forse una rivoluzione come la tua non l’aveva manco mai immaginata. Che pensiamo di volar alti, ma non ti pensare sa!
Una quotidianità ormai rimossa diventerà finalmente tua e nostra, di noi quattro che mai siam stati insieme.

Ti porto a casa, ti porto a casa tra pochi giorni, che iniziamo a scalare le dita di una mano sola,
ti porto a casa con il tuo autotreno di materiali, presidi, ausili, volti nuovi  e tanti camici che poi saran corpi fluttuanti per casa: una nuova grande rumorosa famiglia che girerà intorno a te, per te, per costruire insieme una strada che per te sia percorribile.
Ti porto a casa e quindi nel mondo, piano piano,
un passetto di formica alla volta e sarà gioia e tanto dolore: perchè il mondo è cattivo per quelli belli e forti, quindi chissà quanto sarà cattivo per te, più silenzioso e delicato di un ciclamino sotto burrasca, per noi che scopriremo tutto dall’inizio, come non avessimo vissuto prima un sol secondo.
Speriamo di aver spalle abbastanza larghe per poter proteggere il tuo sguardo dolce e curioso… speriamo di aver la forza per comprendere questa vita dove tutti torniam neonati per ricominciare a conoscer la vita.
Ma intanto benvenuto stella mia,
benvenuto tra noi, nel tuo mondo tutto da scoprire,
tra tutti quelli che da mesi e mesi ti stanno aspettando.

 

A partire dalla prossima settimana proverò anche a riaprire questo blog.
Anche queste pagine saranno totalmente diverse da prima, come ogni mio respiro d’altronde, ma non posso negare che ne ho nostalgia.
Ho nostalgia delle parole, ho nostalgie delle scintille rivoltose, ho nostalgia del vento sulle montagne,
ho nostalgia di tanto…
a tra poco

La TUA libertà. A Paolo Persichetti

2 aprile 2014 4 commenti

Aula Bunker di Rebibbia

Aula Bunker di Rebibbia

La prima immagine che ho di te sono le tue mani, poggiate all’incrocio delle sbarre.
Ora sei Libero.
Sei libero pensa! Proprio ora, che fra un po’ son trent’anni da quella mattina del tuo primo arresto, proprio ora che non sappiamo cosa farcene perché molto più grande è la battaglia che oscura il nostro cielo. Sei libero e non sai, né tantomeno sappiamo, cosa voglia dire, libero e nemmeno quattro passi un po’ brilli ci siamo potuti fare.
Sa un po’ di beffa, ma così è… mica siam gente che si arrende!
Più volte in questi giorni, volendo so anche il numero preciso, che mica ho smesso di contarli – ancora- i giorni,
ho pensato ai tuoi riccioli neri, che ora son quasi bianchi.
Avevi 25 anni e un casco di ricci neri quando ti son saltati addosso mentre aprivi quel cancello,
avevano 25 anni i tuoi capelli ribelli, i tuoi polsi stretti nelle manette, i tuoi occhi sempre bagnati e caldi,
aveva 25 anni il tuo corpo che io ho conosciuto molto dopo, sempre prigioniero.
Da quel momento la libertà non l’hai mai avuta anche se hai fatto di tutto per strappargliela via:
il carcere, le traduzioni, i processi, le privazioni e poi la fuga. Il tuo esilio non è mai stato ‘libertà’, malgrado tutto quel che sei riuscito a costruire.
La fuga per te è stata un gran lavorìo di mattoncini messi e ruspe che buttavano giù,
mattoni, conquiste e di nuovo galera.
E di nuovo, ancora, senza sosta , con i pochi compagni sempre stretti accanto, con i letti che -per molti anni- non facevano in tempo ad assaporare il tuo odore che già era un nuovo luogo, un nuovo anfratto, un nuovo tentativo di costruire la vita,
malgrado loro.
Mattoni, rivincite e ancora, di nuovo, manette: il rapimento, l’arrivo in Italia, il buco nero di Viterbo, la difesa solitaria da accuse nuove e ridicole.
Prima di arrivare alla tua cella di Rebibbia, dove i nostri sguardi si sono incrociati la prima volta, ce n’è voluto di tempo e dolore. E isolamento.

Ma quelli non li voglio più contare di anni,

Libero!!

Libero!!

gli anni murato al Mammagialla, intrappolato tra le grinfie di un magistrato che ti negava i permessi per i libri che scrivevi e aveva anche il coraggio di metterlo nero su bianco.. tanto non è andata meglio nemmeno dopo, con i magistrati.
Saresti potuto uscire già da un po’, ma anche la buona condotta hanno provato a negarti fino all’ultimo e solo la bravura e la testardaggine di Francesco Romeo ti ha permesso di avere la scarcerazione, appena poche settimane prima del fine pena.
Niente, mai un solo sospiro ti è stato concesso, hanno sempre provato invano a piegarti, hai sempre preferito pagarla fino all’ultimo istante piuttosto che dargliela vinta, nessuna “lettera scarlatta” per ottenere la condizionale è stata scritta da te..

La prima immagine che ho di te son le tue mani, grandissime e belle, poggiate all’incrocio delle sbarre della tua cella: poi è tutto un enorme caos di sorrisi, di stupore, di meraviglia e di lotte. Abbiamo combattuto dal primo istante per conquistare pezzi di questa libertà ed ora che è arrivata tutta intera, scritta su un foglio, timbrata e vidimata, ora non sappiamo cosa farcene. Ora abbiamo imparato insieme che c’è qualcosa di ancora più enorme della libertà, che cresce combattendo grazie all’ossigeno che la tua bocca gli ha donato, innamorata e disperata in una maledetta mattina di inizio autunno.
La tua libertà ora vola nei reparti degli ospedali pediatrici, la tua libertà ha il nome di una stella, due occhi dolcissimi e una capacità di sorprendere tutti, si poggia sulle onde della saturazione,
la tua libertà è la forza che mi hai dato quando il blackout era totale, quando la morte ci ballava intorno beffeggiandoci.
L’abbiamo vinta, abbiamo vinto anche lei insieme… e prima o poi impareremo a dirla nuovamente, lettera dopo lettera: Libertà.
“Ci sei, e ci sono” ci scrivevamo tra le sbarre. Eccoci.
Io ho vissuto con te solo gli ultimi anni di questa tua lunga vita prigioniera, ma voglio ringraziare Francesco, avvocato dalla voce sottile, dal cuore enorme e puntiglioso,
voglio ringraziare il calore di quella banda piena di anni, acciacchi, sbarre e buon vino che oltre ad averti/ci coccolato mi hanno insegnato tante di quelle cose della vita che non ho mai nemmeno iniziato a ringraziarli,
voglio ringraziare i tanti, non certo tantissimi, che abbiamo incontrato insieme in questi anni, compagni di quelli che bruciano l’aria che li circonda e il cuore di chi li ama.
E volevo ringraziare Oreste, che finalmente ha il suo Paolo in libertà,
che finalmente ti ha stretto libero in un abbraccio che ancora mi mette i brividi. Ce l’abbiamo fatta TonTon, dolce nonno dei miei cuccioli;
il tuo (tu lo chiami “il nostro”) Paolo è pronto per una bella passeggiata sotto braccio a te, a confabular tra le strade parigine.

Buona libertà a te mio grande amore, braccia calde, papà meraviglioso …
ai tuoi riccioli ribelli, quelli sì mai stati prigionieri a cui spero un giorno di poter donare il mondo intero.

qualche link sulle vicende giudiziarie di Paolo Persichetti:
Sanzioni e sbarre, ancora…
Una tranquilla giornata di semilibertà
– La domandina: quando il carcere ti educa a chiedere di poter chiedere
– Dovrò spiegare il carcere a mio figlio
– Il carcere e il suo pervadere i corpi
-Paolo Granzotto, il funzionario del carcere e la moralità
Sans toi ni loi
altro
Il suo blog: INSORGENZE

Gianicolo: desideri davanti al tramonto

13 dicembre 2013 Lascia un commento

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Mi piacerebbe farti vedere questo panorama che sfiori da quando sei nato,
Mi piacerebbe donarti quest’aria fredda e questi colori caldissimi,
Insegnarti a distinguere il dolore dalla vita,
Dare ai tuoi occhietti curiosi e da combattente, un orizzonte lontanissimo e profumato.
Mi piacerebbe, piccolo uomo dal nome di una stella, prenderti per mano e camminare scalzi sulla sabbia, sulla terra, sull’erba bagnata; inserire i tuoi polpastrelli nelle fessure di una falesia, vederti sorridere e poi ridere e poi ancora ridere.

Vorrei donarti il mondo tutto, questa luna timida,
queste lucette che si illudono di trasformare questo presente di amputazioni in “festività”..
Vorrei vederti felice, innamorato, ubriaco, arrabbiato… Vorrei milioni di piccole cose, e come una cretina le vorrei ora, le vorrei subito, le vorrei capaci di lenire tutto ciò.
Sei la più bella delle stelle cadute in terra, sei di una forza sovrumana, che spero saprai insegnarmi.
Sei la vita mia, e malgrado tutto, riesci a renderla bellissima…

Pillole neurologiche:
Il monitor
Il pianto neurologico
La caduta degli angeli
Gianicolo e desideri
Verso il ritorno
Calabroni in neuroriabilitazione
La mozzarella che strappò i sorrisi
Imparare a contare

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