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40 anni fa, il 20 maggio 1980, arrestavano Salvatore Ricciardi

19 maggio 2020 Lascia un commento

Con l’amaro in bocca guardo il calendario,
perché ricordo quel bicchiere di vino fresco e il tuo desiderio di brindare (quanti anni fa sarà stato quel primo brindisi di 20 maggio? forse 12, forse nessuno, che il tempo trascorso con te è sempre presente), un brindisi alla faccia dello Stato, alla faccia della cattura, del buco nero in cui ti hanno chiuso invano per 16 anni.
Salvatore mio adorato, questo 20 maggio, a cifra tonda dal tuo arresto, avremmo dovuto farci proprio una gran bevuta e fa proprio male al cuore e agli occhi stremati dal piangerti, sapere che lo si farà senza di te.
Alla libertà, alla tua libertà che non è stata mai fermata da nessun ergastolo, da nessun carcere speciale, da nessun braccetto, quella che hai saputo provare a conquistare, quella di cui ci hai fatti innamorare, raccontandocela e provando a farci capire che potevamo trovarla.
Racconti nel tuo Maelstrom, citando De André che crepare di maggio è cosa da troppo coraggiosi “anche essere arrestati di maggio è dura. Immagino che morire sia peggio, ma anche così non è piacevole. Invece degli odori primaverili ti sorbisci le puzze dei luoghi più squallidi costruiti da uomini per distruggere altri uomini e donne: le celle”. Alla fine ci hai lasciato in piena primavera, con aprile che iniziava e i glicini grassi d’amore, mai quanto quello da te ricevuto, e per te provato.
Per sempre grazie

Dal libro Maelstrom, di Salvatore Ricciardi (qui il suo blog: LEGGI)

L’ARRESTO
EW22Yx8WoAIGhZOAll’infermeria di Regina Coeli mi ci avevano portato dopo l’arresto. Era avvenuto in un bar del centro di Toma, con me c’erano una compagna di Roma e un compagno di Milano. Legato come un salame, ammanettato dietro la schiena, testa in un sacco di tela, qualcosa che somiglia a una corda intorno alla vita, sbattuto sul fondo di una pantera dei Carabinieri, pestato da scarponi militari, a sirene spiegate preceduti e seguiti da non so quante macchine. Il suono delle sirene nel segnala parecchie.

Prima tappa, raccattato di peso, senza toccare terra, mi portano in un locale. Incappucciato, vengo spogliano e legato a una sedia. Sento il vento fresco e le voci provenire da un cortile, sono davanti a una finestra. Le mani legate dietro lo schienale della sedia, completamente nudo se non per il cappuccio, comincio a sentire freddo, un venticello entra dalla finestra. Sento passi nervosi che percorrono la stanza, mi sono intorno, forse sono al centro di una stanza grande e vuota perché i passi e le voci rimbombano. Una mano mi strappa il cappuccio, un’altra mi afferra per i capelli e mi tira indietro la testa, strizzo gli occhi per la luce forte e faccio una smorfia, una voce mi chiede: “Come ti chiami? Che ci facevi là?”. E’ una voce roca, ma non vedo da dove proviene, aspetta qualche secondo poi mi cala di nuovo il cappuccio in testa calcandolo forte e dicendo: “Questo è un duro, non parla”. Ha fatto tutto da solo, io non ho avuto nemmeno il tempo di realizzare, lui poi dà gli ordini ai militari: “perquisite bene i vestiti e poi…”. Esce dalla stanza parlando con altri. Dev’essere il comandante, quelli che restano nella stanza lo chiamano così. “Lo ha detto il comandante”, “Vai a riferire al comandante”.

Le spalle cominciano a farmi male, è la posizione delle mani legate dietro lo schienale della sedia, fanno male pure i polsi ma il dolore delle spalle è più forte. Quanto tempo sarà passato?
Non riesco a pensare ad altro che al dolore a una spalla più intenso che all’altra, dovrei cambiare la posizione delle mani per equilibrare lo sforzo delle due spalle, ci provo ma il dolore dei polsi diventa acuto, non appena provo a muovere le mani. E allora non penso a nulla, tanto a che serve. Una rilassatezza innaturale, tra dolori e freddo, si è aggiunto anche un dolore alla schiena che è esposta al vento. Si stanno attenuando tutte le sensazioni, un torpore, quasi una sonnolenza favorita dal silenzio che è seguito alla concitazione di passi e di voci.

Un’ora, forse due, forse più. Arrivano, mi alzano dalla sedia, non riesco a muovermi tanto sono indolenzito, mi infilano la giacca, i pantaloni e le scarpe, niente biancheria né calzini. Di nuovo le mani nei braccialetti, alla stretta del metallo sulla carne maciullata il dolore si riaccende, dolore dei polsi e delle spalle, le mani sono legate dietro la schiena.
Col cappuccio in testo sul fondo di un’auto che parte a tutta velocità, non da sola, a sirene spiegate. Tragitto lungo stavolta, e c’è il traffico, si sentono frenate, motori, clacson delle altre auto che si muovono in città.
Perché mi viene da pensare che ore sono?

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Salvatore Ricciardi, Forte Prenestino, maggio 2007

Quando sono arrivati al bar erano circa le 11 di mattina, stavamo ai tavolini fuori, era una bella giornata e stavamo parlando con calma davanti a un cappuccino. Ce li siamo trovati improvvisamente davanti con le pistole spianate, ma quelli erano solo l’esca, perché poi da dietro le siepi di mortella, o forse di pitosforo, nei grandi vasi che circondavano lo spazio dei tavolini, ne sono sbucati molti altri. Se solo avessimo toccato le armi pensando di potercela giocare con quei tre davanti, quelli dietro le siepi ci avrebbero maciullato. Un errore clamoroso, il loro, perché in caso di conflitto a fuoco, oltre che sparare su di noi, si sarebbero sparati anche tra loro, essendo gli uni di fronte agli altri, ma noi non ne avremmo avuto alcun beneficio, anzi, ci avrebbero accollato anche i colpi tirati tra di loro.
Dunque, erano circa le 11, un paio d’ore, due e mezzo nella prima caserma, dovrebbero essere le 13-13.30, infatti il traffico è quello intenso dell’ora di pranzo. I rumori della città sono sempre gli stessi e ti accompagnano quando vai a lavoro, a zonzo col naso per aria, oppure nell’ultimo posto dove vorresti, quei suoni ti entrano nelle orecchie come a dire: qui tutto continua come prima, anche senza di te, e questa cosa non mi piace.
Quei rumori, quel traffico maledetto mille volte, oggi mi danno un gran sollievo, con loro sento che sto ancora tra la gente. Sedici anni dopo, quando presi il primo permesso breve, qualche ora fuori dal carcere, ritrovare quei rumori, ma che dico, musica celestiale, il traffico, il vociare, i clacson, le frenate, mi fece di nuovo provare un piacere immenso. Per chi è cresciuto nella città quei rumori rappresentano la vita, la libertà. Non se ne abbiano gli ambientalisti, la sgasata di un’auto non sarà corretta, ma dopo sedici anni tombato in un buco è un suono di libertà. 

ALTRE CASERME
Un’altra tappa. Stavolta è uno stanzino al piano terra, luce forte, un flash, una foto, le impronte, ma non solo delle dita, delle mani al completo, e poi altre misurazioni: altezza, peso, circonferenza cranica. Ma che ci dovranno fare?
Tolte le manette, nei polsi vedo un solco blu, toglierle interrompe l’addormentamento elle braccia e il dolore si fa più vivo. Se fosse un film, questo potrebbe essere il luogo della polizia scientifica, dove fanno tutte le rilevazioni chimiche e fisiche per poi scoprire il colpevole. Ma qui non c’è nulla da scoprire, e non è un film. Seguo il trascorrere del tempo sperando di reggere. Passa un’altra ora, poco più, poi di nuovo di corsa, sbattuto dentro la pantera. Ma perché fanno queste operazioni di corsa? Ancora nel traffico, sirene e rumori sembrano aumentati, andiamo verso zone trafficate, verso il centro della città. Sdraiato sul fondo dell’auto sento tutte le buche delle strade romane.
Non passa molto tempo e il corteo di auto dei carabinieri si ferma qualche secondo. Il rumore di una porta carraia che si apre, la macchina entra. Sempre incappucciato mi fanno uscire, gradini in salita, una rampa, una stanza, seduto Sun una sedia, poi tante scale in discesa. Sono in via in Selci, sede del nucleo speciale operativo dei carabinieri, l’ho saputo dopo.

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Salvatore Ricciardi nell’aula bunker di Rebibbia, durante il processo Moro Ter

In quei sotterranei bui trascorsi i miei primi sette giorni di reclusione, giorni in cui fui cancellato dalla realtà. Così avveniva quando ti arrestavano sospettato di far parte di organizzazioni combattenti o associazioni sovversive, ti rinchiudevano da qualche parte e nessuno sa dove. Le leggi speciali, ultraspeciali, glielo consentivano. Certo, il “garantismo” ne usciva malconcio, ma l’unità nazional-patriottica si rafforzava. Era un modo per fare pressioni sull’arrestato in modo che parlasse. Non erano ancora torture, quelle sono iniziate nell’82 e proseguite nell’83, gli anni “argentini”. Su quelle vere e proprie torture è intervenuta anche Amnesty International e c’è stato perfino un processo, alcuni poliziotti sono stati condannati per aver torturato prigionieri.

COSA HAI LASCIATO FUORI?
[…]
Però la prima impressione che hai è quella di essere stato sbattuto su un altro pianeta. Sono su un altro pianeta, cosa ho lasciato fuori? Quali lavori non completati? Le informazioni su quell’ ”inchiesta” le ho lasciate nel posto giusto? Quella cosa che dovevo fare non si potrà più fare, quel documento che stavo scrivendo? Avranno fatti altri arresti?
L’agitazione fa affiorare questi pensieri, non vuoi accettare che là dentro sei escluso dalla lotta e dalla vita. I pensieri aspettano che l’agitazione si plachi e tornano con un carico più pesante, un carico umano. Come la prenderanno la notizia del mio arresto le persone più vicine? Come l’avranno presa mia figlia e la mia compagna? E le sorelle? Dovrò spiegare a mia madre questa mia scelta, e lo farò, ma in queste ore, leggendo sui giornali oppure in tv la notizia, in che stato d’animo saranno? E le compagne e i compagni in ferrovia? E quelli del movimento? Alcuni sapevano o intuivano, ero scomparso da qualche tempo, per altri sarà un fatto inaspettato, un insospettabile, diranno.

Le figure che hai passato in rassegna ci sono tutte, poi, man mano, scolorano. I volti, le voci, le fisionomie si dissolvono dietro una nebbia. E’ questo il potere del carcere: la reclusione non sopporta convivenza con nessun’altra realtà, cancella quelle figure e le sostituisce con altre. Il carcere ridisegna le immagini di quelle persone i cui ricordi ti sono attaccati addosso, il carcere le crea e te le impone. Queste saranno, per te, i ricordi del mondo esterno, creati dal carcere e diversi dall’originale. Tu conserverai il ricordo, l’affetto, l’amicizia di ciascuna di queste persone ridisegnate dal carcere. Una distanza dalla realtà che aumenterà con gli anni della prigionia. Deformante come lo specchio di Alice. Recupererai la realtà quando ti lascerai alle spalle quegli odiati cancelli, e allora piomberai in un altro baratro. Il più delle volte è un trauma devastante. Ti troverai di fronte persone sconosciute, un mondo diverso dalle immagini che ti hanno accompagnato per lunghi anni in carcere e che per te era reale. La realtà sconvolge il tuo reale.

PERCHE’ CI SEI FINITO?
Carcere di Rebibbia N.C. Rebibbia prison.Sei in un angolo buio di una cella, rinchiuso e rannicchiato su una coperta sporca, circondato da mura grigie graffiate da vecchie presenze, sei nel luogo adatto per farti la domanda che non troverà risposta. Perché ci sei finito? Non arrivano risposte, arrivano persone e si dirigono tutti verso di te. Arrivano pure i pensieri. Persone e pensieri, compagni di questo primo isolamento, sette giorni in un tugurio desolato. Come in un film scorrono gli avvenimenti, i giorni e i mesi in cui è maturata la mia scelta.
Era il 1977, un anno esaltato, calunniato, dannato.
Traboccante di giovani con un urlo di rabbia in gola, l’ultimo di quel decennio, e del secolo, con un carattere sovversivo. La loro rabbia si lanciava contro le città ormai in stato d’assedio. Il linguaggio era chiaro, volevano dire che quanto era stato progettato negli anni precedenti andava portato fino in fondo. La rivoluzione, loro, l’avevano presa maledettamente sul serio. Forse intendevano una rivoluzione che non coincideva con quella progettata da noi, chissà. Ma poi, qual era la nostra? Le nostre, casomai. Ne avevamo ideate tante in una follia creativa. […]

SOTTERRANEI
[…] I primi tre giorni senza mangiare, rinchiuso in via in Selci, poi una pietanza al giorno. La notte, credo – ma poi ho perso la cognizione del tempo – alcuni battevano con qualcosa sulla porta di metallo accompagnando la battitura con la promessa di entrare e ridurmi in polpetta se non mi decidevo a dire tutto.  Dai loro bisbigli capivo che mi osservavano continuamente attraverso uno spioncino, commentavano ogni mia mossa. Io passavo quel tempo, senza tempo, facendo ginnastica fino a stancarmi per potermi poi buttare sul tavolaccio e sonnecchiare non so quanto. gli indumenti che indossavo erano gli stessi, un pantalone e la giacca, ovunque scuciti e sfoderati, né biancheria, né camicia, né calzini, se li erano tenuti. […]
Nella cella dei sotterranei non c’era un gabinetto, né ti facevano uscire per alcuna ragione. C’era un secchio di plastica che poteva servire per orinare, nulla di più. Il tavolaccio per dormire era un rialzo di muratura con sopra una coperta e in alto una lampadina schermata sempre accesa. Non c’erano finestre né prese d’aria.
Non era tortura, ma non era piacevole.

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LINK:
Il sito di Salvatore: CONTROMAELSTROM
Avere vent’anni nel luglio ’60: STORIA DI SALVATORE RICCIARDI, qui
Il mio Salvo, QUI
L’omaggio a Salvatore e l’occupazione militare di S.Lorenzo: QUI
La lunga mattinata di Radio Onda Rossa in suo ricordo: QUI
Un ricordo a 4 voci, QUI

Ben 350.000€ l’anno a vita: il salario del capo del Dap.

7 maggio 2020 Lascia un commento

ma-zio-paperone-era-feliceE’ lo stesso Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziara a far trapelare la notizia, e direi che non è notizia da poco: il Capo di questo dipartimento, che in questo momento ha questo volto qui, ha una retribuzione annua di 350.000 €.
Trecentocinquantamila euro, cifra alquanto imbarazzante, soprattutto se immaginata sulla pelle dei detenuti, tra sovraffollamento e condizioni di vita indecenti.
Ma non è la sola notizia che si scopre, e quindi il valore reale di quella poltrona non è “solo” della cifra appena nominata, perché rimane come vitalizio anche dopo la fine della carica, e lo stesso accade a fini pensionistici. Mecojoni, se direbbe a Roma.

Una ragione in più per voler distruggere e abolire per sempre il carcere,
e con lui i suoi carcerieri, ricchi e poveri che siano.

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Il 1°Maggio al Forte Prenestino, nel 2020

30 aprile 2020 Lascia un commento

VENERDI 1 MAGGIO 2020

Congiunzioni Ribelli / Forti Connessioni
CSOA Forte Prenestino
34 Anni di Occupazione ed Autogestione
38° Festa del Non Lavoro
Dalle 10 in poi su Radio Forte! http://radio.forteprenestino.net/

Niente è più come è stato
Questo 1° maggio 2020 verrà celebrato in modo singolare multiplo

E’ un primo maggio che vogliamo dedicare a Salvatore Ricciardi e a tutta la lotta

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Salvatore alla Festa del Non Lavoro del Forte Prenestino

all’interno e all’esterno delle carceri. Questa condizione di forzata quarantena ci ha dato un assaggio di cosa voglia dire vivere in una gabbia e ha aggravato enormemente le condizioni di chi in una gabbia già ci vive. Il mondo che si sta preparando è l’apoteosi del patriarcato, del capitalismo, del liberismo e del neocolonialismo che allargano la forbice sociale e fagocitano qualsiasi possibilità di vivere la vita in modo diverso dal modello produci-consuma-crepa.

Oggi non è un opinabilissimo decreto legge che ci impedisce di riunirci, non è la minaccia autoritaria delle forze dell’ordine inclini all’abuso di potere che non ci fa stare vicini, non i droni che ogni giorno da due mesi sorvolano le nostre città. Non è l’adesione a un vuoto senso di responsabilità nazionale che ci ferma dal riunirci insieme.

La nostra scelta è condizionata dalla cura che mettiamo nelle relazioni e nelle pratiche. Dalla necessità di trovare metodi e sistemi per confrontarci e confortarci nel rispetto per chi è più fragile, di chi non è sopravvissuto e nel rispetto del lutto di chi non ha potuto accompagnare i propri cari. Ora è il momento di osservare, di ascoltarci e di inventare modi nuovi per dare voce e significato alle nostre esigenze. E’ il momento di immaginare e costruire un mondo che sia diverso dalla realtà che ci ha portato a questa crisi.
Non dimentichiamo che l’anno scorso eravamo in corteo per le strade di centocelle in migliaia dopo gli attacchi alla Pecora Elettrica. Non vogliamo tornare alla normalità, perchè la normalità era il problema.

95200807_2879883042127677_395736787709853696_oNon vogliamo tornare alla normalità dello sfruttamento degli umani, degli animali e dell’ambiente in nome di un progresso che non ha mai coinciso con un reale benessere per nessuno, mentre questo modello è la risposta che nel bel paese viene data alla crisi sociale economica e esistenziale del COVID-19.

Mentre le persone da un giorno all’altro si sono ritrovate chiuse in casa, senza poter lavorare né avere accesso ad altre forme di reddito, mentre i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze si sono ritrovate da un giorno all’altro senza la scuola, senza la socialità, senza le attività all’aria aperta, mentre nelle case di riposo venivano lasciate a morire centinaia di persone anziane, abbiamo visto sparire anche quello spettro di democrazia in cui credevamo di vivere. Diritti annullati, possibilità di critica 0. Manganellate, arresti arbitrari, rivolte nelle carceri sedate nel sangue. Intanto le catene di montaggio continuavano a funzionare e ad arricchire lobbisti industriali e i media ci trasformavano in delatori incitando la popolazione a subire acriticamente le norme, anche le più assurde e a comportarsi da sceriffi denunciando i vicini. Si è rimessa sulle spalle delle sole famiglie la cura dei minori, dei diversamente abili e delle persone malate.

Vogliamo ripartire da una visione femminista del futuro che metta al centro l’importanza della persona e che veda l’economia come mezzo e non come il centro della vita politica.
Vogliamo ripartire da un mondo che esalti le naturali attitudini e inclinazioni di qualsiasi essere umano.
Vogliamo ripartire in un mondo in cui sia garantita una vita dignitosa a tutte e a tutti, dove sia garantito il diritto per gli ammalati di curarsi adeguatamente, il diritto per i bambini e le bambine di giocare e mescolarsi fra loro.
Vogliamo che le piccole realtà agricole possano crescere rigogliose.
Vogliamo un ripensamento del trasporto pubblico nelle città e investimenti seri e strutturali nella sanità e nella scuola.

Mentre la forbice della disuguaglianza aumenta sempre più, i danni economici sociali e psicologici di questa clausura li pagheranno come sempre i più deboli e più esposti.

Per queste ragioni tutte le cose che facciamo al CSOA Forte Prenestino, dai festeggiamenti del 1° maggio alle attività di ogni giorno, sono pratiche diametralmente opposte al distanziamento sociale, proprio esattamente tutto ciò che in caso di pandemia non si potrebbe fare. Ed è paradossale oggi dover accettare queste condizioni, perché senza mescolarsi e senza contaminarsi non è possibile vivere.

In questo tempo sospeso non siamo stat* ferm*, abbiamo lavorato sottotraccia, sviluppando il progetto Radio Forte e supportando le attività della Libera Assemblea di Centocelle. La LAC, assemblea di quartiere, attraverso il progetto GAM (Gruppo Appoggio Mutuo), si è organizzata per portare un aiuto concreto (cibo, medicine, assistenza psicologica e legale) a chi nel quartiere ne ha bisogno: un intervento, dal basso e autogestito, che ha l’obbiettivo di costruire una comunità resistente basata su legami solidali e di mutuo appoggio affinché nessuno resti indietro.

Oggi per celebrare il 34° compleanno del Forte Prenestino e la 38° Festa del Non Lavoro, per sentirci vicine anche se lontane, per non smettere di essere delle visionarie e di raccontarci le nostre storie…

Dalle 10 in poi sintonizzatevi su Radio Forte per celebrare insieme a noi! http://radio.forteprenestino.net/

Inviate un messaggio vocale a Radio Forte [https://t.me/RadioForte_Primo_Maggio] raccontandoci in non più di 15 secondi il vostro 1° maggio ideale. Raccontateci quello che avreste voluto fare oggi nel mondo che vogliamo costruire: i baci che avreste voluto dare, la musica che vorreste ballare, insomma raccontateci il vostro 1° maggio immaginato!

Perché se immaginiamo tutte e tutti insieme e condividiamo le visioni la nostra immaginazione diventa realtà!

Buon Compleanno CSOA Forte Prenestino!
Buona Festa del Non Lavoro a tutte e tutti!
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RENDERE L’INDISCIPLINA UN VETTORE DI LEGAME SOCIALE, una storia degli anni ’70

30 aprile 2020 Lascia un commento

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Quando partì la protesta, iniziammo subito a battere sulle sbarre con le gavette, partecipando al concerto che si era scatenato in sezione, condito di slogan e urla dalle finestre. Il rumore era assordante. La collera sembrava moltiplicare per mille. Le voci scavalcavano i recinti del carcere. Proprio questo era il punto. Bucare le mura. Giungere alle orecchie della gente libera. Rendere l’indisciplina un vettore di legame sociale.
Ma proprio questo si doveva impedire. Le guardie si presentarono in assetto antisommossa, decise a entrare e a sedare la “rivolta” con un ulteriore e più consistente pestaggio. Noi tre ci barricammo dentro, incastrando davanti alla porta tutte le suppellettili di cui disponevamo. Quando arrivarono, divelsero il cancello con dei palanchini, e usarono prima i lacrimogeni e poi gli idranti per spingerci agli angoli e fare irruzione senza problemi. Ci massacrarono di botte e, non ancora soddisfatti, ci trasferirono in un reparto disabilitato della sezione, dove ci spogliarono nudi, legandoci ai letti di contenzione in tre celle diverse.
Era la fine di febbraio. Sopra i nostri corpi avevano lasciato soltanto una schifosa coperta infeltrita. Tremavamo di freddo, con gli arti immobilizzati da strette fasciature che si raccoglievano in una specie di nodo scorsoio, chiamato in gergo “la fiorentina”, pensato per impedire anche qualsiasi movimento del collo. Restammo così per due giorni. Non portarono cibo. Non portarono acqua. Non vennero nemmeno a controllare se eravamo vivi o morti. Ci avevano legati talmente stretti da bloccare quasi la circolazione del sangue.  L’unico sollievo era pisciarsi addosso, per sentire un po’ di caldo, prima che l’urina defluisse dal buco ricavato nel tavolaccio, andando a finire nel bugliolo sistemato sotto il letto di contenzione.
Sono stato fortunato a subire queste cose da giovane.
Si hanno riserve di energia insospettabili. E l’odio zampilla pulito, robusto, capace di durare per anni.
Quando vennero a slegarci, ci trovarono viola, semi-assiderati e inetti a qualsiasi movimento. Fu una sorpresa essere trascinati nei cortile per venire mostrati ai detenuti, che si erano rifiutati di rientrare nelle celle dopo l’ora d’aria per chiedere la nostra liberazione dai letti di contenzione.
Zoppicavamo e facevamo schifo, ma era bello guardare negli occhi gli altri prigionieri.
La dignità è una cosa strana. 

PASQUALE ABATANGELO “Correvo pensando ad Anna”

Questo testo racconta una delle tante giornate, tutte molto simili, nel carcere delle Murate di Firenze, nel 1970 o comunque appena prima quella grande stagionie di lotte, rivolte, distruzioni di intere carceri, che sovvertirono l’ordinamento penitenziario e i rapporti di forza al suo interno, strappando condizioni di vita decisamente diverse da quelle che esistevano precedentemente all’arrivo di quella generazione di giovani che alzò la testa per tutti. Malgrado quello che costò.
Una pagina di tortura, che altra parola non c’è per definire quel che avete appena letto, su giovani rapinatori, su ragazzi di strada.
Anche la tortura cambiò in quegli anni, seguì l’evoluzione del movimento rivoluzionario, il suo organizzarsi e crescere, la sua forza dirompente che andava sventrata.
La tortura alla fine di quel decennio si strutturò con un apposito apparato centrale (guidato da un funzionario del ministero dell’interno, Nicola Ciocia) intento a metter fine per sempre alle organizzazioni rivoluzionarie armate, che come potete leggere da questo testo di Pasquale Abatangelo era un meccanismo quotidiano che dimostrava il potere assoluto dei carcerieri sui carcerati, sul loro corpo, sulla loro psiche. I carcerieri, i secondini, i portachiavi …  che all’epoca se non chiamavi “Superiore” erano manganellate sui denti e isolamento. bihihihgoiugo8g8o6tgo8

 

Sul carcere in quegli anni:
A mamma Clara
La rivolta delle Murate e l’uccisione di Giancarlo
Le torture su Buonoconto

Per informazioni sulle tecniche di tortura usate contro i militanti della lotta armata, leggi:
* Ecco come mi torturò De Tormentis
* Il pene della Repubblica
* Le torture su Sandro Padula
– La tortura sulle donne, quel pizzico in più di sadismo a sfondo sessuale:
* Le torture su Paola Maturi e Emanuela Frascella
* Cercando Dozier in vagina
* Chi è Oscar Fioriolli

Sull’ergastolo leggi:
L’ergastolo e le farfalle
Un fiore ai 47 corpi
Aboliamo l’ergastolo
Gli stati modificati della/nella reclusione
Il cantore della prigionia
Piccoli passi nel carcere di Santo Stefano, contro l’ergastolo
La lettera scarlatta e la libertà condizionale
Perpetuitè

La torsione del lutto, di Nicola Valentino

28 aprile 2020 1 commento

UN’EMOZIONE ED UN PIACERE OSPITARE QUEST’OPERA DI NICOLA VALENTINO.
Di Nicola, e con Nicola, c’è molto materiale su questo blog che fareste benissimo ad andarvi a leggere, una boccata di libertà le sue parole, sempre.
Così come quel che costruimmo nell’ergastolo di Santo Stefano, e che speriamo di ricominciare presto a vivere e costruire insieme.
Un diario pittorico scritto in questo periodo di quarantena e dedicato a Salvatore Ricciardi e Gigi Novelli.

Questi stralci provengono da un testo che potete integralmente leggere qui: 
Senza corpo non si può vivere completo

“Senza corpo non si può vivere” è il titolo della serie di opere che ho creato tra i

mesi di marzo e aprile del 2020.

Dal nove marzo mi ritrovo, come la quasi totalità delle persone in Italia, recluso agli arresti domiciliari per ragioni sanitarie collegate all’epidemia Covid-19, senza alcuna possibilità di uscire se non per limitatissime necessità, da dimostrare in caso di controllo delle forze di polizia. Appena questa condizione è stata istituita, nel mio corpo sono affiorate tutte le memorie dell’esperienza di reclusione all’ergastolo. Gli ultimi cinque anni della pena li ho trascorsi infatti in libertà condizionale con misure di libertà vigilata a ben vedere meno restrittive delle attuali. In questa nuova condizione infatti mi ritrovo con tutte le relazioni sociali: lavorative, affettive, amicali, ricreative, occasionali, amputate nella loro dimensione di scambio fra corpi, e un corpo de-socializzato viene ad essere minato nella sua umanità.

Ma oltre a questa reclusione domiciliare desocializzante il dispositivo che la nuova condizione ha maggiormente suscitato dal passato è che ogni decisione sulla mia vita sarà presa dallo Stato, nella forma ancora più ristretta del Governo: è lo Stato che ha deciso questo arresto, sarà lo Stato a determinarne modalità e durata in base a proprie valutazioni di ordine sanitario, politico, di opportunità… senza che né io e né a ben vedere altri milioni di persone in Italia, possiamo avere alcuna voce in capitolo. Questa impossibilità a decidere e ad autodeterminarsi in relazione con l’ambiente

circostante è ciò che è stato definito anche come situazione estrema. 1

Nei giorni tra l’otto e il nove marzo, quando questa decisione istituzionale andava maturando, ho detto a me stesso e alle persone che mi erano allora vicine, che sono entrato nella modalità del giglio. Il giglio è il marchio che mi sono tatuato sul braccio destro quando sono uscito dalla condizione dell’ergastolo per non dimenticare quell’esperienza. Il giglio, simbolo della casa reale francese, veniva impresso a fuoco sul corpo degli ergastolani. Questo marchio, nel mio caso, sicuramente era stato

scavato sotto pelle, per cui tanto valeva renderlo evidente. 2

Prima che essere scrittura sul corpo il tatuaggio (quello non puramente estetico) è segno del corpo, segno di un suo stato, come un rossore emozionato, come un pianto, come una cicatrice, e quindi si fa più nitido o sbiadisce a seconda della condizione che il corpo vive. Il nove marzo, infatti, il giglio del mio braccio destro si era fatto più nitido. Il tatuaggio quindi mi sembra sia in relazione con uno stato di coscienza,

con una memoria del corpo. Contribuisce quindi a creare un’identità.

Quando il mio corpo è entrato nella nuova condizione, è questa identità che ha cominciato ad operare perché sa come fare, cosa guardare, e da cosa guardarsi. Sa come mettersi in guardia in una condizione di assoluta disparità di potere e ha anche memoria delle risorse a cui attingere nell’isolamento fisico. Ho anche pensato che se per me la condizione reclusiva consisteva nell’isolamento, per molte altre persone ristrette in domicilio familiare, che si sono chiamate fra loro un “divieto di incontro”, come si usa dire in galera, la condizione sarebbe potuta diventare anche litigiosa se non letale.

In questa nuova cattività l’unica ampia via d’uscita che l’istituzione mi dà è costituita dall’accasamento nel mondo virtuale. Una via obbligata che quindi dal lato esperienziale avverto come una torsione al virtuale. 3
Al corpo impaurito e dalle misure restrittive pressato, viene offerto un unico sfiato. Che questa condizione anche nel breve non sia salutare è un quesito da meditare. La torsione al virtuale dal punto di vista delle connessioni orizzontali che sulla rete posso istituire non è anticipatrice di alcun prevedibile, progettabile incontro reale con le persone in carne ed ossa e il passato relazionale a cui, in alcuni casi potrei far riferimento, lo avverto con un senso di vuoto, come una mancanza. La torsione al virtuale imponendosi come unica via comunicativa mi sembra generi come una abitudine allucinatoria di tipo negativo del corpo proprio e altrui. Se l’allucinazione positiva vede ciò che non c’è, con quella negativa ci facciamo avvezzi a non vedere ciò che c’è. Questa perdita di ancoraggio ai corpi e alla loro storicità l’avverto come un fastidio quando persone che conosco mi “girano” nella chat del cellulare storie, detti, parole che non si sa chi le abbia mai dette né quando le abbia mai dette, dove le abbia mai pronunciate o scritte. I chi, i come, i quando, svaniscono e le parole girano senza ancoraggi ai corpi e quindi senza responsabilità. Mi riferisco a testi o link che vengono copiati nelle mie chat da persone, miei contatti, che spesso non si sono nemmeno preoccupati di aprire, controllare, verificare che tipo di informazioni vi fossero contenute. Questo particolare fenomeno fastidioso mi porta a pensare che quando ci accasiamo nella rete è come se assumessimo delle identità robotiche, oppure, per dirla più precisamente con il paradigma a me caro della molteplicità identitaria, è come se ci

dissociassimo in una identità robotica che agisce in base ad automatismi. 4

[…]

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Opera Sesta, Nicola Valentino

L’opera sesta nasce in accogliemento di due notizie luttuose.

Il due aprile ricevo un messaggio che mi informa della morte di Gigi Novelli. Durante la comune esperienza carceraria Gigi lavorò per un periodo nell’officina fabbri del penitenziario di Rebibbia e sapendo che avevo cominciato a dipingere con materiali strani, mi portò in cella una manciata di piombaggine, trafugandola a suo rischio dall’officina. La piombaggine è grafite polverizzata buona per lucidare il ferro

ed è diventata una delle materie che maggiormente utilizzo.

Il nove aprile mi arriva la comunicazione che anche Salvatore Ricciardi ha finito i suoi giorni. Con Salvatore ho condiviso alcuni anni di carcerazione, ma con lui non

mi sono poi mai perso di vista e ci siamo di frequente ritrovati in iniziative politiche e culturali contro l’ergastolo e ogni forma reclusiva. Chi l’avrebbe mai detto che dopo un ergastolo scontato mi sarei ancora trovato recluso e impossibilitato a testimoniare il mio lutto. l’undici aprile apprendo radiofonicamente la notizia che per Salvatore è stata possibile una camera ardente al policlinico e che quando la bara ha attraversato il quartiere San Lorenzo i compagni della radio con cui Salvatore lavorava e altri sono scesi per accompagnarlo – lo hanno fatto anche rispettando le misure previste di distanziamento – il quartiere è stato circondato dalla polizia in assetto anti sommossa e tutti i partecipanti a questo momento di lutto sono stati identificati e il corteo

funebre si è dovuto sciogliere.

Può essere un dipinto una forma di lutto quando il lutto viene impedito?

Mi sono ricordato di un amico come me all’ergastolo che quando gli fu negato per motivi di sicurezza l’atto umano di dare un saluto al proprio genitore morto, si chiuse in cella e in un sovrappensiero di ricordi tracciò su un foglio come un ricamo di segni che si cercavano fra passato e presente. Uno scarabocchio come personale cerimonia funebre. L’opera sesta, in ricordo di Gigi e Salvatore, fatta con sabbie di Cuba e del Vietnam, nasce nell’inquietudine di questi momenti e nel riaffiorare di una esperienza

estrema che l’estremo che ora tutti viviamo ha disseppellito.

Gigi e Salvatore non ci hanno lasciato a causa dell’ infezione da Covid-19 ma sono morti in un momento di generale dissacramento dell’esperienza della morte, di sua de

umanizzazione e di negazione del diritto al lutto.

Una persona cara mi invia un messaggio: “ciò che più mi spaventa, per come questa

epidemia è gestita, è che qualora ne morissi lo farei in solitudine”.

In questi mesi migliaia di persone muoiono da sole. Molti corpi sono stati cremati senza la possibilità per i loro cari di una cerimonia funebre. Altri vengono sepolti

nelle fosse dei dimenticati.

Una donna per alcune settimana non ha saputo dove fosse la salma del padre portata fuori regione su carri militari. Lo ha scoperto da una fattura con cui le è stato addebitato il costo della cremazione. Dichiarerà in una intervista che sono tantissime le persone con la sua stessa storia e con vicende anche peggiori: urne cinerarie perse, bare irrintracciabili che sono state trovate dopo una, due settimane di ricerche,

congiunti che si chiedono se veramente in quella bara sigillata ci sia il loro defunto.7

A New York, per liberarsi dei corpi sempre più in fretta, è stata ridotta da 64 a 14 la tolleranza verso le salme che alla morgue non reclama nessuno. In una situazione così non c’è altra scelta: seppellire i senza nome, i senza famiglia, i senza soldi nelle fosse comuni di Hart Island. Se siano vittime del coronavirus nessuno lo sa, se sono morti in casa, da soli, è probabile: ma non viene fatto loro il tampone. Di sicuro “si tratta di

persone per le quali in due settimane nessuno si è fatto avanti, accollandosi le spese

del funerale” 8

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Opera Quarta, Nicola Valentino

Una analoga torsione dell’esperienza della morte e del lutto l’ho incontrata promuovendo una esperienza anche molto cara a Salvatore Ricciardi che l’ha divulgata attraverso la sua trasmissione a radio Onda rossa. Per cinque anni tra il 2011 e il 2016 alcune centinaia di persone hanno partecipato all’iniziativa: “Porta un fiore per l’abolizione dell’ergastolo”.

Nell’isolotto di Santo Stefano di fronte a Ventotene, c’è un carcere secolare chiuso nel 1962 che ha funzionato come ergastolo dal 1700. Non molto lontano dal penitenziario si può incontrare un piccolo cimitero dove venivano sepolti i reclusi che vi morivano dimenticati. Esclusi quindi dal consorzio umano anche dopo morti. Per incuria istituzionale negli anni di chiusura del penitenziario quel cimitero è stato seppellito dai rovi e i defunti hanno perso i loro nomi. Il gruppo di persone che con me per vari anni ha portato i fiori sulle loro tombe è riuscito anche a ridare i nomi ad alcuni di quei defunti. Si è verificato anche che il nipote di uno di quei prigionieri morti abbia ritrovato finalmente suo nonno. L’istituzione non aveva mai informato la famiglia di dove fosse sepolto. Dopo ben sessantuno anni ha ricevuto un certificato

di morte del nonno ed è riuscito a dire una preghiera sulla sua tomba. 9

Nel 10000 a. C. come i loro predecessori del Paleolitico i Natufiani erano cacciatori alti un metro e mezzo circa, spesso abitavano all’imboccatura di caverne e disegnavano animali altrettanto bene degli artisti di Lascaux. “Nel 9000 a.C. seppellivano i loro morti in tombe cerimoniali e stavano adottando uno stile di vita più sedentario. Quest’ultimo fatto è indicato dai primi segni di edificazione di strutture, come la selciatura e la recinzione di piattaforme con muri e di cimiteri talvolta grandi abbastanza da contenere ottantasette tombe… (…) siamo all’epoca dei nomi propri di persona con tutto ciò che questo implica. E’ l’insediamento natufiano all’aperto di Eynan a presentare questo mutamento nel modo più vistoso. Scoperto nel 1959 , questo sito molto studiato si trova a una ventina di chilometri a nord del lago di Tiberiade. (…) A questo punto della storia si verifica un mutamento molto significativo negli affari umani. Anzicchè una tribù nomade di una ventina di cacciatori che vivono all’imboccatura di caverne, abbiamo una città con una

popolazione di 200 persone”. 10

Julian Jeynes prosegue la sua narrazione osservando che la tomba e la cerimonia funebre sono state fondamentali affinché gli umani potessero continuare ad ascoltare la voce dei loro morti che, divenuti antenati autorevoli e poi dei, consentivano alla comunità di procedere in modo integrato nella vita associata. In poche parole il racconto di Jeynes ci sembra dire che istituendo un legame con i corpi che se ne

vanno si genera il legame fra i corpi di quelli che restano.

Ho ripescato questa antica storia per dare una profondità temporale allo smarrimento del momento: quando 11020 anni dopo le tombe di Eynan una autorità qualunque impedisce il diritto al commiato e ad una sepoltura rituale, si viola una profonda acquisizione antropologica attraverso cui l’umano si è generato come corpo

comunitario seppur differenziato nei culti e nelle culture.

Che la cultura del lutto sia così costitutiva dell’umano lo si può evincere anche da alcuni esempi che hanno mostrato come la torsione del lutto che si è verificata nelle epidemie e nelle guerre sia poi sfociata in una contro reazione culturale e sociale. Un

esempio in tal senso è costituito da un luogo che mi è molto caro.

 

1 Bruno Bettelheim, La fortezza vuota, Garzanti 1987

2 Nicola Valentino, L’ergastolo, Sensibili alle foglie, 2009; Nicola Valentino, Le istituzioni dell’agonia, Ergastolo e pena di morte, Sensibili alle foglie 2017
3 Sul concetto di torsione: Renato Curcio, Stefano Petrelli, Nicola Valentino,Nel Bosco di Bistorco, Sensibili alle foglie, III edizione 2015.
4 Sul concetto di molteplicità identitaria vedi Renato Curcio, Nicola Valentino, La città di Erech, Sensibili alle foglie 2001, scaricabile gratuitamente sul sito della libreria http://www.libreriasensibiliallefoglie.com.  / In riferimento alle metamorfosi identitarie nella Società digitale, Renato Curcio, L’algoritmo sovrano, Sensibili alle foglie 2018
7 Rai News 23 aprile 2020 intervista di Giuseppe La Venia
8 Anna Lombardi 10 aprile 2020 La Repubblica, Troppi Morti a New York: si torna a seppellire nell’isola dei disperati.
9 Nicola Valentino (a cura di), Liberi dall’ergastolo
10 Julian Jeynes, Crollo della mente bicamerale e nascita della coscienza, Adelphi, 1984

 

 

 

Il nostro bandito è volato via: CIAO EZIO BARBIERI!

18 maggio 2018 Lascia un commento

Il bandito dell’isola, che dall’Isola di  Milano ha poi scelto l’isola siciliana per vivere gli ultimi (tanti) suoi anni, dopo i gloriosi nella ligera (malavita milanese).

la porta di Ezio

Come ci accolse _ Foto di Valentina Perniciaro_

Quando ci accolse per un’intervista sul carcere di Santo Stefano e sulla sua permanenza lì, lo fece con un vecchio fucile, per sorridere con noi: era un giocherellone notevole Ezio,  malgrado avesse già pi di 90 anni. Era nato nel 1922.

Sembrava non vedesse l’ora di raccontare ancora una volta la sua storia: aveva poca voglia di parlare di carcere e bastonate, torture legacci e letti di contenzione.
Ezio voleva parlare di rapine e pistole, di donne bellissime e complici, di fughe e sparatorie, di ferite e rinascite. Di evasioni e ancora evasioni, di carceri in rivolta: oh se li hai fatti uscir pazzi, caro Ezio!
Di rapine sì, ma anche di ridistribuzione alla gente: così aveva iniziato la sua incredibile carriera di rapinatore buono Ezio Barbieri.

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Ezio Barbieri mentre ci racconta la sua vita. _Foto di Valentina Perniciaro_

Tante volte io e Melania ci siamo ripromesse di lavorare bene quell’intervista, di darle il giusto valore e risalto, di farla fruire a tutti.
Intanto vi consiglio un libro che leggerete tutto d’un fiato, scritto da Nicola Erba, grazie al quale ho avuto la possibilità di conoscere e incontrare Ezio. “Il bandito dell’isola” tenterà di raccontarvi una vita che non è facile mettere su carta, non è facile raccontare. Vite che non esistono più, di secoli altri e di cuori grandi, di coraggio e spavalderia.
Di una follia rara che ti ha permesso di sfiorare i 100 anni malgrado le decine di colpi di pistola ben visibili sul tuo corpo magro, che ci mostravi tronfio.
Buon viaggio bandito del nostro cuor,
la terra per te sarà una botta di adrenalina.

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L’accoglienza ! Ezio Barbieri indimenticabile _ Foto di Valentina Perniciaro_

Sulle pagine di questo blog tanto materiale sul carcere, l’ergastolo e le battaglie per la sua abolizione.

Qualche link sull’ergastolo e su Santo Stefano:
Adotta il logo contro l’ergastolo!!
L’ergastolo e le farfalle
Un fiore ai 47 corpi
Aboliamo l’ergastolo
Gli stati modificati della/nella reclusione
Il cantore della prigionia
Piccoli passi nel carcere di Santo Stefano, contro l’ergastolo
La lettera scarlatta e la libertà condizionale
Perpetuitè
Il 41 bis: se questo è un uomo

15 ottobre 2011: chiesto risarcimento per ingiusta detenzione!

17 novembre 2015 2 commenti

Vi ricordate gli scontri del 15 ottobre 2011 penso.
Quella giornata bella e dolorosa che ha cambiato un po’ di carte in tavola, almeno dentro qualcuno di noi, per sempre.
Gli scontri del corteo del 15 ottobre videro i Cobas schierarsi, e lo fecero sia con il loro atteggiamento in piazza e la loro richiesta alla polizia di intervenire contro chi si iniziava a muovere in modo non consono alla piattaforma prestabilita per quella giornata, che con i comunicati nelle ore successivi, dalle parole indimenticabili.
Pesanti macigni.

Ma ora non parliamo di quei macigni, anche se non riesco ad evitare di rimembrarli se si parla di quelle giornate. Parliamo di uno dei tanti processi che son seguiti,
il solo per ora conclusosi con un’assoluzione.2981014407_2a5e02ced3

6 anni in primo grado, assolto poi sia in appello che in Cassazione.
Peccato però che Mirco Tomassetti, della provincia di Teramo abbia scontato ben 653 giorni di arresti domiciliari, abbia perso il suo posto di lavoro (ha 35 anni), e subito danni fisici e psicologici.
Ora vuole i soldi e ha ragione!
La scorsa settimana è stata depositata in tribunale la pratica di risarcimento: Mirco vuole indietro dallo Stato 360mila euro per ingiusta detenzione.

Su quelle giornate e la repressione che ne è seguita:
Il comunicato su Giovanni Caputi
Pin va al 15 ottobre
Ecco la prima condanna
Cobas contro Cobas
Un commento di Oreste Scalzone
Presidio a Regina Coeli
Infoaut risponde al comunicato dei Cobas
I “terroristi urbani”

i testi caldi 🙂  son qui:
Delazione e rimozione della propria storia
Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti

Per approfondimenti sui processi: Rete Evasioni

 

Mumia lotta per la vita in terapia intensiva! FreeMumia!!

2 aprile 2015 4 commenti

Mumia Abu Jamal è nel braccio della morte da quando sono nata. Son 33 anni, e il suo processo è una farsa surreale ben nota, che però nessuna grande mobilitazione è riuscita a far stracciare.

Mumia il 30 marzo è stato trasferito al reparto di Terapia Intensiva dell’ospedale di Pottsville, dopo una traduzione dal carcere SCI Majanoy di Frackville, per valori di glicemia altissimi nel sangue, senza che nemmeno un famigliare o avvocato venisse avvertito. 779 di glicemia, ad un passo dal coma dal coma diabetico che viene diagnosticato quando il valore raggiunge 800.
Lo ha scoperto il suo caro amico Johanna Fernández solo recandosi, lunedì mattina, al carcere per un colloquio, proprio perché molto preoccupato per le sue condizioni di salute che peggioravano da giorni, anche con visibili eczemi: erano più di tre mesi che le condizioni di Mumia erano visibilmente critiche, come racconta anche il fratello e i parenti più stretti a cui son state negate le visite fino alla tarda mattinata del 1 aprile,
mattinata in cui ha potuto avere un colloquio di 3o minuti con la moglie e il fratello.
Malgrado i tre mesi in cui ha provato ad accedere a tutte le cure possibili per la sua situazione dermatologica, e ha fatto anche tre prelievi di sangue, mai si erano presentate diagnosi di diabete, quindi è ancora tutta da capire la situazione medica del prigioniero Mumia:
per di più a causa delle sue condizioni di salute a gennaio era stato punito con 2 settimane di privazione di colloqui e aria perchè non si era sveglilato al momento della conta, ma era rimasto in un sonno profondo.
Ora combatte in terapia intensiva, senza la possibilità di vedere la sua famiglia, che rimane fuori della terapia intensiva senza riuscire ad avere accesso se non per qualche minuto.

Seguite intanto il sito PrisonRadio per aggiornamenti!
Speriamo si possa scendere per le strade per far sentir Mumia meno solo, per lottare per la sua libertà, e per sputare in faccia a 33 anni di ingiusta condanna.
FREE MUMIA! FREE ALL PRISONERS!

La sezione femminile del carcere di L’Aquila

23 marzo 2015 4 commenti

Giulio Petrilli conosce bene il carcere. E quando è lui a parlarne, o chi come lui, che il carcere se ne è fatto tanto tanto per poi essere pure assolto, bisognerebbe fare un secondo di silenzio e ascoltare.
Giulio Petrilli quando ti racconta la sua città e magari te la mostra tra le sue rovine, indecentemente e rovinosamente rimaste al suolo, non riesce a non parlarti di un pezzo di città che nessuno nota mai: il carcere.Asinara_caiennaitaliana
Era un po’ che non lo faceva, ma ora non ce l’ha fatta più, e ha ricominciato.

(Qui se volete leggere un suo comunicato di anni fa sulla Blefari Melazzi e le condizioni di detenzione che subiva, che l’hanno poi portata a scegliere il suicidio: LEGGI)

Purtroppo la mia città de L’Aquila, ha un triste primato nel mondo: quello di avere un carcere femminile peggiore di Guantanamo e di Alcatraz.
Nella sezione speciale femminile del carcere Le Costarelle de L’Aquila, le condizioni di vita delle detenute sono simili se non peggiori del famigerato carcere americano e peggiore anche di Alcatraz.
Isolamento totale, perquisizioni corporali quando si esce dalla cella nell’unica ora quotidiana.
Totale divieto di comunicare tra detenute.
Un bunker nemmeno paragonabile a Guantanamo come spazi, con celle due metri per due.
Spazio per l’aria, tre metri per tre senza mai sole.
Il sole non esiste piu’.
Due libri al mese, due soli quaderni per poter scrivere.
Corrispondenza con l’esterno praticamente inesistente, visto la forte censura.
Condizioni che ledono completamente i diritti umani.
Ma le donne democratiche della mia citta’ dove sono?
Ma non solo loro, anche gli uomini e non solo nella mia citta’ perche’ e’ un problema nazionale.
Tutto tace, tutti girano la testa dall’altra parte.
La sezione femminile del carcere speciale de L’Aquila, ha condizioni di gran lunga peggiori delle sezioni a 41bis e credo che questo dimostri che e’ l’unico carcere femminile al mondo cosi’ duro.
Non e’ una esagerazione, purtroppo e’ la realta’.
La tortura di per sé è un fenomeno incredibile, ma applicato nella detenzione delle donne, nel silenzio quasi totale, ha dell’incredibile.
Io racconto queste cose a ragion veduta, perché ho visitato diverse volte questa sezione speciale e leggo di denunce sulla situazione descritta, che non hanno visibilità.

Torno a riaffrontare questo tema dopo otto anni, quando dopo per aver partecipato a una manifestazione proprio a L’Aquila contro il 41 bis ho avuto conseguenze dure e difficili.

18.03.15 Giulio Petrilli

Arrivano 25 condanne ai compagni in Egitto. Maledetti!

24 febbraio 2015 1 commento

Bisogna sperare che venga accettata l’apertura del terzo grado di giudizio.

i volti dei condannati…

Bisogna sperare che la libertà avvolga ancora la vita di questi compagni, che tanto hanno fatto per l’Egitto e per la vittoria della libertà sul silenzio, nelle lotte di Tahrir e in quelle successive che hanno investito il Cairo, come tutta la zona del Delta, come anche il resto del paese.

I condannati di ieri sono 25 (tutte le condanne oscillano tra i 3 e i 15 anni, con il pagamento di 13.000$ a testa), i condannati di ieri sono tutti compagni che hanno sfidato il primo giorno di nuova legge sulle manifestazioni, nel novembre del 2013 e uno di loro, Alaa Abd El Fattah è un blogger ormai di fama mondiale, che dal primo giorno delle rivolte del gennaio 2011 nella grande piazza Tahrir si è esposto a livello internazionale per far conoscere e allargare la grande rivolta popolare che buttò giù Mubarak, per poi essere spazzata via dalle violenze dello Scaf, dal governo Morsi e dall’attuale al-Sisi, che ha confermato la sua vigliaccheria e infamia con le sentenze di ieri. Alaa è stato ripetutamente arrestato in questi anni, sotto ognuno dei leader egiziani che si sono avvicendati dalla caduta di Mubarak.
In primo grado erano stati condannati a 15 anni, ieri almeno 10 di questi ( ma non per tutti) son stati buttati nella spazzatura, ma la condanna è arrivata. Pesante. Un macigno di carcere e isolamento.
Tre condanne rimangono a 15 anni: 15 anni.
Di 25 condannati ben 24 parteciparono attivamente alla manifestazione autorizzata, consapevoli del rischio d’arresto,
consapevoli di poter perdere un occhio (era lo sport preferito dello Scaf quello di centrare bulbi oculari), consapevoli di rischiare la vita e quei brandelli di libertà conquistati.
Uno di loro no.
Uno di loro non era in piazza. Non aveva nemmeno scelto di essere in piazza quel giorno, ma quando ha visto il pestaggio di una donna da parte di agenti in borghese non è potuto rimanere con le mani in mano.

Mohammed Abdel-Rahman Noubi : ecco uno dei 25 processati nello “ShuraTrial”. Lui quel giorno non potè non tentare di salvare una ragazza da un pestaggio effettuato da un poliziotto in borghese. Mohammed nell’assistere ad un pestaggio non riuscì a non intervenire per cercare di salvarla. La sua condanna ammonta a 3 anni di carcere e 13.000 $ di spese.

Lui è il più giovane dei condannati e per i compagni porta il nome di Mohammed Yassin. Il suo nome completo è Mahmoud Mohamed Abdelaziz ed è uno studente. Almeno lo era. Visto che quando è stato arrestato aveva 17 anni, visto il pesante isolamento subito nel carcere di Tora e Athbs. E’ stato dal primo giorno della rivoluzione in piazza, da tutti conosciuto e amato.

Di Alaa abbiamo molto materiale su questo blog e tanto altro ancora si trova in rete.. (LEGGI)
materiale che consiglio di leggere ed approfondire per poter comprendere quanto questi compagni siano nostri compagni,
sangue nostro. Che va tirato fuori da quelle prigioni, che va fatto tornare libero,
Che deve continuare a lottare per abbattere l’oppressione.

TUTTI LIBERI.
SOLIDARIETA’ TOTALE AI CONDANNATI.
Mubarak, Morsi, Sisi: una faccia, una feccia.

Cos’è il carcere, di Salvatore Ricciardi

17 febbraio 2015 2 commenti

Io da Salvatore ho imparato tante cose.
Con Salvo ho passato giornate, mattinate, pomeriggi, nottate a parlare e analizzare alcune cose di questo nostro mondo.
Con Salvo tante volte, tante volte, mi son fermata a parlare o scrivere del tempo, di quanto conti poco, come possa cambiare il suo scorrere a seconda della nostra condizione.
lui mi ha insegnato, insieme a pochi altri nella mia vita, cosa è veramente il tempo,
di quante piccole cose è composta la libertà, e quanto nella loro nucleare piccolezza sono splendide e importanti tutte,
tutte quelle piccole cose che possono costruire la libertà di un qualcuno,
e di una classe.

Salvo mi ha insegnato a guardare i miei polpastrelli in altro modo, a distinguere e apprezzare cio’ su cui le nostre mani poggiano,
Salvo è stato il primo ergastolano che mi ha insegnato che si sconfigge tutto, anche l’ergastolo stesso e mai come ora ho bisogno di crederci.
E’ uno di quelli che nella mia faticosa quotidianità mi vengono in mente sempre,
perché il suo sorriso, innato e fanciullo, dimostra in ogni istante che è fatto per esser libero,
e per raccontare la libertà a chi non sa di averla, e non sa quant’è bella.

Ma bando alle ciance..
dopo “Maelstrom”, libro con dentro due decenni che esplodono di lotta e prigionia, Salvatore Ricciardi ha scritto finalmente un libro sul carcere. Mi permetto di dire finalmente, perché sono decenni e decenni che tutti leggiamo il suo libro sul carcere ascoltandolo,
ed era ora che potessimo averlo anche tra gli scaffali, nero su bianco.
Un libro che io ho iniziato a leggere ieri, di cui quindi qui non parlo…
Ma vi lascio un’altra recensione “de core e de panza” di Davide Steccanella, amico e compagno comune

 

Cos’è il carcere di Salvatore Ricciardi, 2015, DeriveApprodi, euro 12

Quando alcuni anni fa lessi Maelstrom trovai talmente “figo” uno scrittore che riusciva a risultare simpatico e in certi punti persino divertente nel momento in cui si cimentava in una sorta di gigantesco affresco collettivo di trent’anni di lotte proletarie del novecento italiano e mondiale che volli verificare se quel Salvatore Ricciardi fosse così anche di persona.
Andai dunque da solo una sera al Conchetta, sui grigi navigli milanesi, perché avevo letto che era prevista una presentazione di Maelstrom con l’autore, presentazione cui peraltro partecipava anche il mio amico, nonché grande avvocato, Giuliano Spazzali.
Ricciardi arrivò con quell’aria, acutamente in seguito definita da una compagna di militanza romana che ben lo conosce, da “scusate sono capitato qui per caso”, prese posto, disse la sua dopo le varie presentazioni altrui, ed al termine della serata ci fermammo un po’ a chiacchierare, quindi saluti e baci, e festa finita. Mi colpì moltissimo il suo sguardo, quegli occhi capitati per caso quando ti fissano diventano scurissimi, hai l’impressione di essere messo a fuoco dall’obiettivo di una macchina fotografica, leggendo Cos’è il carcere ho capito benissimo perché quel

Il pugno di Salvo 😉

malavitoso dal cortile della galera ad un certo punto se la squaglia.
In seguito l’ho rivisto poche volte, dice perché odia il freddo del nord quindi o Roma o ciccia, una volta mi ha portato al suo bar al Pigneto lo Yeti, ma ogni tanto ci scambiamo messaggi, così senza criterio, quando mi va di commentare qualcosa con lui gli scrivo e lui mi risponde.
Confermo, di persona Ricciardi è esattamente come scrive, quando deve dirti una cosa lo fa in modo paziente ma diretto, rispetta l’interlocutore anche se non gli fa sconti, tratta tutti allo stesso modo e se dicono minchiate gliele ribatte ma se dicono cose che ritiene interessanti le valorizza, alterna risate a pensieri più che seri, analisi profonde a battute cazzare, impegno costante in difesa di chi soccombe a bevute al bar, insomma vive, lotta, si diverte e si incazza.
Questa premessa, che a molti risulterà di totale disinteresse, mi serve invece per parlare del suo secondo libro appena uscito che dovrebbe essere, sulla carta, una specie di vademecum per il carcerato scritto da chi in carcere ci ha passato larga parte della sua vita, e così pure lo intende Erri De Luca nella sua, come sempre intensissima, prefazione, e invece no, per me non è stato così.
Cos’è il carcere per me è stata una bella e lunga conversazione con Salvatore che, come sempre, quando decide di essere serio e quindi di raccontarti un qualcosa che ritiene necessario “trasmettere” bene al suo interlocutore, si arma di pazienza e ti conduce proprio fisicamente, quasi per mano mi verrebbe da dire, all’interno, nel cuore di quello che ti vuole descrivere.
E poi una volta entrati ti accompagna per tutto il percorso, non ti lascia neppure per un attimo per andare a fare delle altre cose, no, lui resta lì con te, a disposizione per spiegarti tutto quello che a quel punto avrai voglia di chiedergli. E lo fa in modo totale ma mai arrogante, sapiente ma mai saccente, esaustivo ma mai invadente, e il suo vissuto, come sempre, non te lo fa pesare ma condividere, così come la sua cultura politica non te la fa “imparare” ma applicare all’esempio concreto.
Alla fine del libro insomma non ho avuto la sensazione di avere letto ma di avere vissuto una esperienza diretta, mi è parso quasi di avere passato un periodo di galera con uno che mi ha fornito sin da subito, e coi modi e coi tempi giusti, tutti gli strumenti per sopportarla.
Come nel precedente Maelstrom le frasi del libro che meriterebbero di essere citate si sprecano, ne scelgo due per far capire, anche nella loro valenza di attualità, “come” scrive Ricciardi, il resto fate il santo piacere di leggervelo voi acquistando il libro.  La prima è questa: “Uscito dal carcere dopo tanto tempo, rientrando nella società mi sono accorto di un cambiamento avvenuto nel linguaggio di quelli che erano diventati, di nuovo, miei concittadini. Il passare del tempo aveva prodotto l’uso di aggettivi forti, superlativi: ‘assolutamente, pazzesco, agghiacciante, spaventoso’, per compensare pensieri e passioni sempre più deboli”, e la seconda è questa: “La cultura dominante ha ridotto al silenzio…. Non si sente il grido dei desideri negati, le urla dell’animosità e della sofferenza imposta. Si preferiscono gli analgesici. Ve ne è una vasta gamma: da quelli chimici, legali e illegali, a quelli sociali, come lo status, la carriera, il lavoro importante e poi casa, famiglia, macchina, vacanze e “conoscenze””.
Diciamo che a me piace talmente tanto il “modo” con cui scrive che nel caso di Salvatore conta anche fino ad un certo punto il “cosa”, se però la domanda un po’ scema dovesse essere a cosa serve questo libro ? posso cavarmela dicendo che serve a tutti quei giustizialisti d’accatto che sotto la falsa egida della legalità quotidianamente sproloquiano su quanto siano pochi gli anni di carcere affibbiati a qualcuno, magari all’indomani di qualche sentenza mediatica.
Salvatore Ricciardi ti fa capire in poche pagine perché il nostro carcere sia un luogo del tutto inutile, prima ancora che disumano.
davide steccanella

A Gianfranco Faina, sangue nostro

11 febbraio 2015 Lascia un commento

-Gianfranco Faina nasce a Genova il 6 Agosto 1935
-milita nel PCI dal 1953 al 1961
-dal 1961 lavora come assistente volontario nell’Istituto di Storia moderna all’università di Genova dove nel 1967 diventa assistente ordinario
-dal 1970 lavora come professore incaricato di “Storia dei Partiti Politici”
-ha due figli
-milita in Azione Rivoluzionaria dal 1977
– viene arrestato a Bologna il 10 giugno 1979
-in carcere i medici gli riscontrano un “carcinoma polmonare con metastasi osse diffusa” e viene ricoverato a Milano
-l’8 dicembre 1980 gli viene concessa la libertà provvisoria
-muore nella sua casa l’11 febbraio 1981

“Il compagno Gianfranco Faina è morto.
Lo hanno accompagnato fino in fondo la violenza e la disumanità dei suoi nemici, dei nostri nemici: le forze dello Stato e di coloro che aspirano a farsi Stato.
Ma noi compagni che abbiamo condiviso con lui lotte politiche e passioni rivoluzionarie riconosciamo la sua vita, la sua storia come patrimonio delle vittorie e degli errori della lotta rivoluzionaria per la libertà”

 

11 febbraio 1981: 10994067_10204646157567456_8691359575217599224_n-1
muore per una grave forma tumorale nella abitazione di Pontremoli dove si trovava in libertà provvisoria da 2 mesi, il Prof. Gianfranco Faina, la cui liberazione era stata richiesta nel corso della rivolta del carcere di Trani di due mesi prima. Professore di lettere alla università di Genova, era stato lui a presentare al collega Prof. Enrico Fenzi il dirigente della colonna genovese delle BR Micaletto ed era stato tra i fondatori di Azione Rivoluzionaria, definita da Mario Moretti «organizzazione vicina a posizioni anarchiche e contraria a tutte le ideologie», e per la quale verranno inquisite 86 persone. La storia di AR inizia nel 1977 quando alcuni militanti dell’area anarco-libertaria, prendendo atto dei “caratteri di forza” espressi in particolare dal Movimento del ’77 e facendo riferimento alle elaborazioni culturali del situazionismo e della Rote Armee Fraktion (RAF), danno vita all’organizzazione armata Azione Rivoluzionaria. Le tesi politiche generali di questo raggruppamento sono esposte in “Primo documento teorico”, gennaio 1978.
L’impostazione organizzativa fondante di Azione Rivoluzionaria è quella dei “gruppi di affinità”: “dove i legami tradizionali sono rimpiazzati da rapporti profondamente simpatetici, contraddistinti da un massimo di intimità, conoscenza, fiducia reciproca fra i loro membri”. In tale impostazione s’inquadra anche la costituzione di “gruppi d’affinità femministi”, con una propria produzione teorica ed una propria autonomia operativa. Uno dei primi interventi di Azione Rivoluzionaria è il ferimento del medico del carcere di Pisa, Alberto Mammoli (Pisa 30-3-77), ritenuto colpevole della morte a Pisa dell’anarchico Franco Serantini (Pisa 5-5-72) a seguito delle percosse subite in Questura al momento dell’arresto e non curate dai dirigenti sanitari del carcere.
Tra marzo e settembre del 1977 Azione Rivoluzionaria sviluppa la sua presenza in Lombardia, Piemonte, Toscana e Liguria. Con un ordigno esplosivo contro la sede torinese del quotidiano La Stampa (17-9-77) ed il ferimento intenzionale di Nino Ferrero, giornalista del quotidiano L’Unità (18 9-77), Azione Rivoluzionaria dà avvio ad una campagna nazionale contro “le tecniche di manipolazione finalizzate al consenso” messe in atto dai grandi media. In particolare il quotidiano La Stampa viene colpito per la gestione che ha fatto delle notizie relative alla morte, avvenuta a Torino il 4 agosto 1977, di Aldo Marin Pinones ed Attilio Di Napoli, due militanti dell’organizzazione. Questa campagna prosegue nel 1978 con l’attentato agli uffici amministrativi del Corriere della Sera (Milano 24-2-78) e alla redazione di Aosta della Gazzetta dei Popolo (Aosta 29-7-78). Il 19 ottobre 1977, a Livorno, un gruppo di Azione Rivoluzionaria tenta di sequestrare l’armatore Tito Neri. Il sequestro fallisce e i militanti vengono arrestati. Nell’aprile del 1978 AR fa la sua comparsa anche a Roma, collocando tre ordigni esplosivi contro la sede del Banco di Roma, il concessionario della Ferrari e un autosalone di via Togliatti.Nel giugno del 1978 Azione Rivoluzionaria firma, ad Aosta, un attentato contro la sede della Democrazia Cristiana. Nella rivendicazione essa chiede che venga “revocato il permesso concesso al Movimento Sociale Italiano di continuare a parlare nella piazza di Aosta” (18 e 19-6-78). Le tesi generali di AR vengono ampiamente esposte nel documento “Appunti per una discussione interna ed esterna”, redatto nell’estate del 1978. Al processo che si tiene a Livorno fra il giugno del 1979 ed il luglio del 1981 alcuni militanti di Azione Rivoluzionaria presentano un documento in cui viene ufficialmente annunciato l’autodissolvimento della loro organizzazione. Il 4 ottobre 1979, nel corso di un processo a Torino era stato ricordano in un documento il militante di AR Salvatore Cinieri, ucciso nel carcere di Torino il 27 del mese precedente da quel detenuto Fugueras che nell’ 81 presso il carcere di Cuneo aggredirà a coltellate Moretti e Fenzi.
( di Davide Steccanella)

Bahrain: l’incredibile accanimento contro la famiglia Al-khawaja

10 dicembre 2014 Lascia un commento

Diverse volte su questo blog ho parlato della famiglia al-khawaja,

Le sorelle Al-Khawaja

il padre Abdulhadi e le due figlie, Zainab (conosciuta come @angryarabiya) e Maryam
che con ogni forza e davanti ad ogni genere di repressione si son battuti e si battono per i diritti umani in Bahrain.
Più volte abbiamo raccontato le sentenze assurde di quest’uomo e le mobilitazioni della popolazione in sua solidarietà, e delle figlie, che son riuscite a far risuonare le urla di rabbia e rivolta delle strade di Manama e dintorni,
per tutto il mondo.

L’accanimento contro di loro però è senza fine:

il carcere o l’esilio sembra essere la sola possibilità per i componenti di questa famiglia tenace e determinata.
Più che il carcere l’ergastolo, perche Abdulladi Al-Khawaja ha il carcere a vita come condanna.
Zainab è stata ripetutamente arrestata in questi anni, senza che questo la facesse desistere mai un secondo.
A partire dal 4 dicembre, arrivando ad oggi, una carrellata di condanne l’ha accolta all’uscita dalla sua seconda gravidanza, a meno di una settimana dal parto: 3 anni per insulto al re (e 6500 dollari), per aver strappato una foto dell’emiro proprio durante un’udienza ad ottobre: udienza per l’insulto di un agente di polizia mentre era in cella, per cui oggi è stata condannata ad altri 16 mesi, come ci racconta da twitter sua sorella. 4 anni e 4 mesi in tutto.

La sorella Maryam è attualmente in esilio invece.
In esilio sì, un doloroso esilio visto che non può vedere padre e sorella in carcere, per una condanna ricevuta il 1° dicembre per aggressione a pubblico ufficiale mentre si trovava all’estero.
Leggi:
Sulla famiglia Al-Khawaja
Sulla lotta in Bahrain

Nikos ha vinto: SOLO LA LOTTA PAGA

10 dicembre 2014 5 commenti

Sono emozionata nello scrivere queste righe perchè sinceramente la vedevo nera, lo ammetto, soprattutto dopo le parole della corte suprema di ieri che rigettava l’appello presentato dal suo avvocato:

Il piantonamento di questi giorni davanti alla sua stanza d’ospedale

non mi sembrava una situazione con una semplice possibilità di uscirne vittoriosi, quindi vivi.
Nikos Romanos ha fatto capire la sua enorme determinazione dal primo istante e il governo greco sembrava fottersene totalmente e spudoratamente, senza lasciare a lui altra opzione che un proseguimento dello sciopero della fame e poi della seta ormai ai limiti della sopravvivenza.

Nikos invece ha vinto, ha ottenuto i permessi studio con un emendamento votato in extremis oggi dal parlamento greco: 6 mesi di e-learning e poi braccialetto elettronico per poter seguire i corsi all’università.
Una vittoria per lui, e per tutti i detenuti che vogliono accedere ai permessi studio: grazie Nikos, per la tua determinazione, per averci palesato ancora una volta che solo la lotta paga e paga anche bene!Ci racconta Petros Damianos (l’insegnante di Romanòs presso il carcere minorile di Avlonas)”Sono appena uscito dall’ospedale. La sua prima frase dopo la felicità. Signore Petros, che contattiamo la Facoltà, così non perdo il semestre”

Noi ti vorremmo libero,
fuori dal carcere, come tutti e tutte i compagni di prigionia!

Sapere che il tuo sciopero della fame è finito e che il tuo corpo potrà riprendersi rende il nostro cuore più leggero,
e il mio lo emoziona: hai strappato con ogni grammo del tuo corpo un pezzo della tua libertà e di quella di tutti i prigionieri!
Fino alla vittoria, Nikos…

LEGGI:
Solidarietà a Nikos
La corte suprema condanna a morte Nikos Romanos

P.S.: Vorrei ricordare a chi legge questo post che qui in Italia non sarebbe minimamente possibile ottenere quello che ha ottenuto Nikos. Per reati armati e politici che son quelli per cui lui è arrestato si sta in regimi di alta sorveglianza dove solitamente non sono ammessi più di 2 libri per volta. Figuriamoci recarsi in facoltà con un braccialetto elettronico: cose di altri mondi, comunque

La corte suprema condanna a morte Nikos

9 dicembre 2014 7 commenti

La Suprema Corte ha sentenziato la condanna a morte di un ragazzo di soli 21 anni,
che oggi è entrato nel trentesimo giorno di sciopero della fame e lei cui condizioni sono critiche in modo sempre più allarmante.
Una condanna a morte, perché Nikos Romanos, militante anarchico condannato a 16 anni per una rapina a mano armata, ha fatto capire che non smetterà la sua lotta,
anche dovesse esser l’ultima.

FUORI I COMPAGNI DALLE GALERE. LIBERTA’ PER NIKOS

A Nikos spirò un caro amico tra le braccia: e avevano solo 16 anni.
A Nikos lo stato greco uccise un amico con un proiettile regalato e immotivato e da quel giorno la sua vita cambiò per sempre:
fino a quell’arresto ridicolo, fino alla tortura, ai pestaggi, alla condanna grandissima
e ora a questo sciopero della fame solo per accedere ad un suo diritto:
lo studio.

Il suo avvocato, Frangiskos Ragousis, già parlava di poche speranze di successo con la Corte suprema e in effetti così è stato:
Nikos ha superato gli esami di ammissione all’università di Atene, come detenuto,
ma non potrà accedere allo studio e per ottenerlo sta andando incontro alla morte.

Tutta la solidarietà possibile a questo ragazzo,
la cui vita è stata distrutta dallo stato greco già nel 2008 con l’assassinio di Alexis,
Tutta la solidarietà a questo giovane combattente, perchè possa sentirla a tonnellate,
perché possa resistere. Resistere e ancora resistere.

DOLOFONOI!

AGGIORNAMENTI:
LA VITTORIA DI NIKOS

Alexis Grigoropoulous : 15 anni
Piccolo reportage da Atene
Non sparate sui nostri sogni
Un Natale asfissiante
Il sangue scorre e chiede vendetta
Contro Stato, Chiesa, esercito, polizia e democrazia
Merry crisis and a happy new fear
Atene, un anno dopo
Il suicidio di Savas
A Nikos

 

 

 

A Nikos, al martire che non deve diventare!

8 dicembre 2014 2 commenti

Ne è passato di tempo dall’assassinio di Alexis,
tanto che mi sembra impossibile sia volato così.

Foto di ORESTIS PANAGIOTOU: lo striscione recita ASSASSINI

Foto di ORESTIS PANAGIOTOU: lo striscione recita ASSASSINI

Perchè il mio ricordo ancora brucia in modo strano, sento ancora l’odore acre di lacrimogeni che mai avevo sentito prima,
sento ancora le palpitazioni per delle corse senza meta, in una città che non conoscevo e che mi accoglieva in modo schizofrenico:
facoltà, quartier, spazi e compagni che sembravamo conoscerci da sempre,
opliti, gas, fumi gialli e blu, camionette, manganelli, tanto tanto odio dalla parte opposta.

Quando mi ripenso nelle strade di Atene in battaglia penso a quella signora,
tutta pelliccia e pacchettini natalizi davanti alla carcassa del suo macchinone incendiato:
lei mi spiazzò più della pioggia di molotov che per giorni avevo davanti agli occhi e a cui non ero abituata.
Lei guardava la sua macchina dicendo “d’altronde, hanno ragione, quel ragazzo aveva solo 15anni”.
Già.
Solo 15 anni.

Accanto a lui, quando fu ucciso a freddo in quella simpatica piazzetta di Exarchia, senza alcuna ragione,
c’era Nikos, suo coetaneo, anche lui un giovane anarchico.
Lui ha visto morire Alexis davanti ai suoi occhi, un suo amico, un suo compagno,
uno che da quel giorno ha capito che indietro non si tornava più dopo quell’esperienza.
Probabilmente la sua vita sarebbe stata molto diversa senza quel 6dicembre: quel proiettile poteva centrare in pieno lui e invece prese il suo amico, che spirò immediatamente e tra le sue braccia.
Erano poco più che bambini, ma davanti a quel sangue, chi sopravvisse, non potè che iniziare un percorso rivoluzionario e contro lo Stato.

Il suo arresto, nel febbraio del 2013,  fu incredibile e indimenticabile, ne scrissi a riguardo un post quasi basito e silenzioso,
pubblicando il video di un’operazione di polizia che sembrava rivolta ad una cellula terroristica micidiale e invece portava in prigione un pugno di ragazzi appena maggiorenni.
Uno di loro era proprio Nikos, poi ripetutamente torturato e condannato a 16anni per una rapina in banca.
Il regime carcerario a cui è stato sottoposto dal primo istante è tra i più duri immaginabili

Nikos ora sta portando avanti una battaglia incredibile, dalla sua cella:
Una battaglia per il diritto allo studio, da prigionieri, a lui costantemente negato, malgrado abbia superato con successo i test d’ingresso all’università.

E’ in sciopero della fame dal 10 novembre: tra due giorni è un mese..
Già ricoverato da un po’ nel repartino detentivo dell’ospedale di Gennimatàs, le sue condizioni stanno velocemente peggiorando e rischiano di diventare irreversibili: lo sciopero della fame ti mangia dentro e nemmeno troppo lentamente.
Si rischia, anche prima del mese, un blocco renale e quindi un successivo blocco cardiocircolatorio: la situazione di Nikos è gravissima, il suo corpo di 21enne prigioniero sta iniziando ad arrancare in questa battaglia.
Però andrà avanti, questo è chiaro a tutti: anche a chi da giorni sta affrontando lo stato greco e i suoi armamenti per portare tra le strade tutta la solidarietà possibile, per fare in modo che arrivi fino al terzo piano di quell’ospedale.
Per fargli capire che non vogliamo martiri,
Che c’è bisogno di lui, che deve resistere, che deve rimaner vivo per poter continuare a lottare con noi,
nel ricordo del suo amico,
Alexis, compagno di tutti noi.

Resisti Nikos, ti vogliamo vivo,
ti vogliamo fuori,
ti vogliamo ancora a masticare asfalto in faccia allo Stato.
Nessun martire, nessun eroe: tutti e tutte, gomito a gomito, passo dopo passo.

Un messaggio da una manciata di mamme per te, Nikos
Caro Nikos, siamo con te. Resisti.
Non regalargli la tua vita. E’ quello che vogliono. Possono cancellarla un attimo dopo.
Non temono la tua morte. Temono che tu resti in vita a testimoniare.
Resisti, Nikos
La madre di Dax, ucciso da fascisti a Milano il 16 marzo 2003
La madre di Renato, ucciso da fascisti a Roma il 27 agosto 2006
La madre di Carlo, ucciso dallo Stato italiano a Genova il 20 luglio 2001
Le figlie di Pino Pinelli, ucciso dallo Stato italiano a Milano il 15 dicembre 1969
La sorella di Iaio, ucciso insieme a Fausto da ignoti (fascisti + servizi deviati) a Milano il 18 marzo 1978.
Cristina, mamma di Mattia, No Tav, incarcerato per terrorismo

Alexis Grigoropoulous : 15 anni
Piccolo reportage da Atene
Non sparate sui nostri sogni
Un Natale asfissiante
Il sangue scorre e chiede vendetta
Contro Stato, Chiesa, esercito, polizia e democrazia
Merry crisis and a happy new fear
Atene, un anno dopo

200 anni di carcere ai NoTav: siam tutti colpevoli quindi ora TUTTI LIBERI

7 ottobre 2014 Lascia un commento

«La vera occupazione della valle è stata compiuta dalla Libera Repubblica della Maddalena, sottraendo una porzione di territorio allo Stato», il PM Manuela Pedrotta è stato in grado di pronunciare anche queste parole, prima di comminare circa 200 anni di carcere a 53 imputati al maxiprocesso NoTav.
Perché uno le parole nemmeno riesce a trovarle davanti a cotante condanne, poi leggi quel che riescono a pronunciare queste persone,

Foto di Valentina Perniciaro

e allora la rabbia prende tutto. «Spesso in quest’aula ho sentito parlare di “gesto simbolico”, ma di solito i gesti simbolici sono rivolti verso se stessi, non verso gli altri: Jan Palach si diede fuoco in piazza San Venceslao per protesta, mica diede fuoco alle truppe russe schierate”: la PM Nicoletta Quaglino a quanto pare è affascinata dai kamikaze, ma il problema è tutto suo.
La Libera Repubblica della Maddalena non è stata sottratta proprio a nessuno, come dice la PM, perché era la casa di tutti noi;
la Libera Repubblica della Maddalena non è dello Stato ma dei suoi abitanti, dei suoi alberi, delle sue grandi rocce: gli usurpatori, gli occupanti, quelli che sono arrivati con gli anfibi lucidati e i cingoli sono gli altri, siete voi, è lo Stato,
che oggi ha dimostrato la sua paura.

Perché il movimento NoTav non è facilmente affossabile,
non lo è stato in tanti anni. Non ha avuto paura delle cariche, dei lacrimogeni, dei pestaggi, delle irruzioni notturne nelle tende e nei presidi, delle perquisizioni, degli arresti, delle accuse ridicole e ancora di una violenza capillare, bellica, spropositata e -non mi stanco di ripeterlo- occupante.
Occupante in quanto non voluta, occupante in quanto devastatrice, occupante in quanto speculatrice,
occupante in quanto enorme macchina di repressione: un vero e proprio laboratorio.

200 anni di condanne per due giornate dove c’eravamo tutti:
ci son 53 imputati condannati dai 6 mesi ai 6 anni (!) per un qualcosa a cui abbiamo partecipato in migliaia,
in migliaia abbiam difeso quella terra, in migliaia abbiamo circondato il cantiere e cercato di ostacolare il vostro lavoro in ogni modo.
C’eravamo tutti il 27 giugno, c’eravamo tutti il 3 luglio: c0ntinueremo ad esserci, non è la vostra galera a far paura, non le accuse ridicole di terrorismo, non il terrore che cercate di incutere con le vostre belve vestite da playmobil.
Siete senza vergogna.

Tutti Colpevoli, Tutti liberi!

Leggi: Ma quali BlackBloc

 

“tanti anni come quelli dei dinosauri”

13 settembre 2014 3 commenti

Mi chiedo spesso come farò a spiegare il mondo a mio figlio, 4 anni.
Mi chiedo come potrò spiegargli cose che lui invece sta capendo da solo, osservando il mondo e la nostra vita sgangherata.
Mi chiedevo come spiegargli cosa è stato il carcere del padre, l’accanimento sul padre, le notti da soli, la prigionia politica… che finalmente abbiamo alle spalle…

poi è arrivata la malattia e lì le parole si son perse per tutti.
Invece, il mio figlio più grande, il mondo lo sta provando a capire con i suoi strumenti e a quanto pare ha una strumentazione molto più efficiente della mia, perchè passo passo sembra capire,
è diventato un piccolo neuropsicomotricista, si muove intorno alla tetraparesi del suo fratellino con leggerezza e impegno,
è capace di mutare la sua disperazione di fratello amputato in impegno,
e l’impegno si trasforma facile in un futuro sereno, nella sua testa: che invidia.

Mio figlio parla con chiunque, ferma le persone per strada “ehi aspetta, devo dirti una cosa” e inizia con le sue teorie,
i suoi viaggi mentali, le sue scoperte, il suo stupore meraviglioso.

Pochi giorni fa eravamo su un treno, un viaggio solo per noi due, lontani da Roma, dalla routine,
da questa casa-ospedale che è ormai la vita nostra.
Accanto a me una bella bionda, ballerina, distratta e curiosa di noi… Nilo era affascinato dalla tipa,
se ne era uscito con un “wow, hai proprio un bel vestito” che ci aveva fatto sorridere tutti e poi, all’improvviso…


“Ehi! Lo sai che in prigione mica ci vanno solo i ladri come i Dalton! Proprio no!
Perché il mio papà e tutti i suoi amici ci son stati tanti anni come quelli dei dinosauri, ma solo perché il mondo andava cambiato”
Bionda basita: “ma il mondo è bello, non ce n’è bisogno”
Nilo: “il tuo forse, quello dove siamo noi è un casino”

forse sarà lui che mi spiegherà la malattia,
Forse solo lui sarà in grado di donar leggerezza a tutto ciò,
perchè al carcere ridiamo proprio in faccia, impararemo a ridere in faccia anche a chi guarda il nostro fratellino come un alieno.
La nostra disabilità imparerà la libertà, in un modo o nell’altro…

A dieci anni dalla morte di Veronelli

5 settembre 2014 Lascia un commento

Con piacere pubblico quest’appello de La Terra Trema,
collettivo con cui da anni costruiamo il nostro pellegrinaggio contro l’ergastolo al carcere di Santo Stefano.
Vi invito a leggere tutto il materiale a riguardo: perchè su quello scoglio c’è un mondo intero e Veronelli l’aveva capito.
Un mondo intero da scoprire, un mondo intero: libertario

Adotta il logo contro l’ergastolo!!
L’ergastolo e le farfalle
Un fiore ai 47 corpi
Aboliamo l’ergastolo
Gli stati modificati della/nella reclusione
Il cantore della prigionia
Piccoli passi nel carcere di Santo Stefano, contro l’ergastolo
La lettera scarlatta e la libertà condizionale
Perpetuitè
Il cerchio e la linea retta
Con gli occhi di Luigi Settembrini

La Terra Trema anno 2014 a dieci anni dalla morte di Gino Veronelli ch’accadde il 29 Novembre 2004.

10 anni.

Incontrare Veronelli Gino, uah, leggerlo, ascoltarlo, studiarlo, valutarne le opinioni, le scelte, riguardare alla sua storia, ai suoi viaggi è stato per noi stendersi sotto il globo celeste di un planetario e cominciare a osservarle le rappresentazioni del cielo e scoprire d’un colpo una parte di universo grande. Fame di conoscenza che chiamava altra fame ci animava, ingorda e spudorata. Fame di conoscenza ci anima ancora.

Gli anni sono volati. 10 sono moltissimi. Nel bene e nel male siamo andati avanti, sulle nostre gambe abbiamo percorso le strade e il tempo e Gino l’abbiamo incontrato ancora numerose volte, nelle contraddizioni, nel piatto, nella bottiglia, a Santo Stefano, nella pacciada, nei sorsi d’olio. Con lui altri, certo.

Ora ripensando alla nuova edizione ritorniamo a quel giorno distesi sul pavimento a pensare di stelle. All’inizio. Al nostro big bang. BANG! Alla seduzione dello sguardo a quella volta stellata che fu varcare una soglia, a caderci nelle storie enormi di donne e di uomini che lì dentro si svolgevano. Un lavoro di ricerca e analisi elevato a potenza che ogni volta s’apriva a nuovi passaggi. A voi.

Vignaiole e vignaioli che l’avete conosciuto e frequentato, contadine/i, amiche/i che l’avete amato, sgridato, sfidato; cuori infranti, occhi e papille, vi chiediamo: mettete mano alla penna, dita alla tastiera, buttate giù di stomaco, di panza, il vostro pensiero al Big Bang Gino se lo è stato, se no, scriveteci un ricordo, non un tributo, parole, considerazioni sulla vostra storia e Lui. Il (G)astronomo.

È un invito da condividere, se riterrete, è un invito a scrivere di Gino ma principalmente è un invito a tornare alle riflessioni ai temi di Gino, alle strade che si sono aperte, che abbiamo aperto insieme in questi 10 anni, senza di lui, un invito a ribadire che altre vorrebbero chiuderli certi passaggi. È un invito a parlare di agricoltura, di vitico(u)ltura, di T/terra, di semi della terra e di resistenza territoriale, di agricoltori e di agricoltrici, di vini e i di vignaioli/e; di resistenze, cibo, cucina, saperi e i sapori condivisi, di economia e di devastazione (ambientale, economica, sociale) fuori/dentro questo cielo stellato. Stassentire.

La Terra Trema
www.laterratrema.org

È un invito aperto a chiunque abbia desiderio di mandare il proprio contributo (a info@laterratrema.org nel caso si voglia).

 Le narrazioni su Gino (e man mano pubblicheremo le altre pervenuteci):

R.Esistenza Bustrenghiana | di Daniele Marziali
Un alfiere della biodiversità | di Teodoro Margarita

Lotta armata: quell’ “oltrepassamento” mai avvenuto. Una lettura interessante, tristemente attuale

28 luglio 2014 5 commenti

Ho trovato queste righe incredibili. Le avevo già lette ma rileggerle oggi mi ha riempito di tristezza.
Sono righe sacrosante ma vecchie di 27 anni: son righe di detenuti dell’area BR e son state scritte nel carcere di Rebibbia nel lontano 1987.
Avevo cinque anni.

Mario Moretti durante un processo (foto di Stefano Montesi)

Mario Moretti durante un processo (foto di Stefano Montesi)

Parlano di un oltrepassamento che non è mai avvenuto, parlano di un movimento di liberazione dei prigionieri, e quindi di tutti, che mai ha preso piede come sarebbe dovuto essere. Per capirlo basta pensare che la dissociazione (di cui qui si parla) ha creato le basi per avere ancora detenuti politici in carcere (anche tra quelli che firmarono queste righe) dopo più di tre decenni; per capirlo basterebbe guardarsi intorno, calcolatrice alla mano, e farsi due conti.
Li abbiamo lasciati soli tre decenni.
Senza che ci fosse un reale movimento di liberazione. Non l’abbiamo mai fatto, forse ci abbiamo provato, ma non l’abbiamo mai realmente fatto.
Abbiamo compagni, questi compagni, in carcere da trentanni eppure ci ritroviamo a leggere migliaia di pagine (alimentate anche da tanta compagneria) che parlano di complotti, di inflitrazioni internazionali, di Peppo e Peppa su un Honda che sappiamo benissimo quando e perché è passata lì.
Siamo in piena era del complottismo: a leggervi erano tutti busta paga CIA.. eppure sono in cella,
ancora in cella, ancora in cella, ancora in cella, ancora in cella. Anche i torturati: sono ancora lì. E gli esuli di chi si chiede il rientro in queste righe, anche loro, ancora braccati.

Se ancora possono riempirsi la bocca con il complottismo è perché Storia non si è mai potuta fare.
Finchè l’ipoteca penale sarà aperta, finchè saranno ancora in migliaia a rischiar la galera (quel che mi piace chiamare “indotto BR”, vastissimo e mai raccontato) sarà difficile poter raccontare veramente la storia di quei tempi.
Mai si parla delle reti Sip che saltavano perché “c’erano i compagni”, mai si parla della brigata ospedalieri che si occupava dei feriti: la vera storia delle BR è offuscata dall’ipoteca penale e dai deliri complottisti.
E la colpa è tutta nostra.

Avevo 5 anni, ora li ha mio figlio: queste righe bruciano. Bruciano dentro me, dovrebbero bruciare dentro tanti
Buona lettura…

Sulla lotta armata: QUI Sugli anni ’70: QUI
Sulle estradizioni riuscite e tentate: QUI

– Per informazioni sulle tecniche di tortura usate contro i militanti della lotta armata, leggi:
* Ecco come mi torturò De Tormentis
* Il pene della Repubblica
* Le torture su Sandro Padula
– La tortura sulle donne, quel pizzico in più di sadismo a sfondo sessuale:
* Le torture su Paola Maturi e Emanuela Frascella
* Cercando Dozier in vagina
* Chi è Oscar Fioriolli

P.B., R.C., M.I., M.M. (area BR)
“Lettera aperta per un oltrepassamento” Rebibbia, Roma, Primavera 1987

“Compagni, negli ultimi tempi sono venuti a maturazione alcuni problemi ai quali occorre dare un seguito ed una risposta. Lasciarli inghiottire dal silenzio equivarrebbe a rafforzare la posizione di coloro che sono attivamente impegnati a mantenere uno status-quo poggiato sulla rimozione delle lotte degli anni ’70, dei soggetti sociali e politici che le hanno fatte vivere, dei nodi irrisolti che esse hanno portato al pettine.
C’è una tesi precisa: è di interesse generale, ma in modo specificio della sinistra di classe, promuovere uno sbocco politico e sociale di quel ciclo di lotte la cui consistenza sociale e politica non è qui da dimostrare.

Alcuni militanti delle BR durante un processo

Alcuni militanti delle BR durante un processo

Ciclo che ha ormai esaurito il suo corso, ma che si potrà dire realmente concluso solo quando tutti i compagni che vi hanno dato impulso saranno usciti di prigione. Che vuol dire sbocco politico e sociale?
Oltrepassamento, anzitutto.
E diciamo oltrepassamento proprio per fissare una demarcazione netta con qualsiasi forma di rinnegamento o abiura.
Per rimarcare il discrimine che ci separa da tutti coloro che hanno promosso e praticato il terreno regressivo della dissociazione. Rispetto alla quale non ci si può limitare ad una critica di superficie, essendo necessario rilevare il principio oscurantista su cui esso si fonda.
Vale a dire il rinnegamento sacrificale della propria storia e dalla propria identità in funzione della legittimazione del preteso vincitore.
Senonché nessuno ha mai vinto del tutto e nessuno ha mai perso del tutto in una società come la nostra, in cui, pur essendosi prodotte, anche a seguito delle nostre lotte, radicali trasformazioni, le contraddizioni sociali non sono certo scomparse ed anzi, per una che si smorza molte altre covano sotto la cenere.
Quando non prendono fuoco.
In nome di quale presente, dunque, ci si dovrebbe dissociare dal passato? In nome di quale vincitore?
Oltrepassare vuol dire prendere atto dell’irripetibilità dell’esperienza compiuta. Vale a dire della particolarità del contesto internazionale in cui è maturata, dell’irreversibilità dei suoi presupposti di classe, della specificità delle sue dinamiche, delle modalità singolari in cui si è prodotta.
Vuol dire, insomma, riconoscere una discontinuità tra quella esperienza ed il nostro presente. Ostinarsi ad immaginare il presente come immutabile ripetizione del passato, del resto, non è che un sintomo di sclerosi metafisica assai preoccupante per chi non intende rinunciare a battersi per la trasformazione delle attuali forme di relazione sociale, per il comunismo.
C’è un pericolo, abbiamo detto; che un’esperienza così ricca e polivalente come quella da tutti noi compiuta finisca dispersa nel silenzio o perda ogni contatto con le sensibilità del presente. Affinchè ciò appunto non accada appare necessario affermare con assoluta chiarezza una condizione basilare: la liberazione da ogni ipoteca giudiziaria della nostra e dell’altrui parola. 209_A
Bisogna averlo chiaro: ostaggio dei tribunali, essa non può aprirsi ad alcun confronto. Si può davvero credere che la storia degli anni ’70 possa venir ridotta a qualche interrogatorio addomesticato nelle aule di giustizia? No di certo! E per molte ragioni.
Una delle quali è sotto gli occhi di tutti: il più ampio e profondo rivolgimento sociale della storia recente di questo paese eccede di fatto l’istituzione giuridica e non si lascia comprimere negli articoli del codice penale senza obbligarli a una grottesca ed ipertrofica “emergenza”.
Emergenza dalla quale -almeno negli ultimi tempi- perfino le più alte cariche dello Stato dicono di volersi sbarazzare. Voler tradurre in termini di reato le pratiche di lotta, anche armate, degli ultimi ventanni è solo l’estremo tentativo di sottrarsi, ancora una volta, alla sfida della complessità.
Piccola vigliaccheria di chi vorrebbe da noi pentimenti, dissociazioni, autocritiche, solo per dare corpo ai suoi fantasmi e non dover guardare in faccia ciò che è davvero successo, oltre che se stesso in ciò che è davvero successo.
Ma l’Italia degli anni ’70 non è stato un paese in cui tutti, eccezion fatta di noi, mangiavano babà. Men che meno è stata un cogliere fiori la profonda ristrutturazione che a partire dalla metà del decennio, ha sconvolto e radicalmente mutato i processi dell’accumulazione capitalistica. E’ accaduto invece che un sistema politico arcaico, rigido, isterilito da eredità fasciste mai abbandonate, non essendo in grado di far fronte alle spinte innovatrici e di potere di cui furono soggetti ad ondate successive gli studenti, gli operai, i carcerati, i movimenti giovanili in genere e quelli femministi, ha provato a sbarrar loro la strada con ogni mezzo. […] La nostra storia è tutta interna alla critica pratica di quello stato di cose che vastissimi e variegati strati di classe hanno sviluppato in mille forme. E poco serio ci pare il tentativo di utilizzare la storia della guerriglia di questi anni come un attaccapanni su cui tutti possono appendere il risultato dei loro fallimenti ed insuccesi. Troppo comodo a questo punto è anche separare i “buoni” dai “cattivi”, attribuendo a noi il ruolo dei secondi. Casomai con qualche giochetto di parole per intorbidire le acque. Chiamandoci “terroristi” ad esempio. E poi insistere a dividere buoni e cattivi anche al nostro interno: quelli che non hanno commesso reati di sangue da quelli che li hanno commessi.
Come se non si fosse detto mille volte che le responsabilità son state politiche e collettive. Comodo e truffaldoni. Si stratta allora di aver chiaro che, per tutti, noi rappresentiamo una sfida. La sfida ad interrogarsi prima ancora che a interrogare. E comunque a sbloccare la situazione creando le condizioni per una effettiva ripresa di parola. Condizioni politiche naturalmente. Il che vuol dire: giungere alla liberazione degli anni ’70 liberando i prigionieri senza richiedere abiure o giuramenti, e senza discriminare tra loro i “buoni” dai “cattivi”; riaprire agli esuli le frontiere; disinnescare le infinite trappole legislative che in molti modi minacciano decine di migliaia di compagni.
Si tratta anche, infine, di riprendere un discorso unitario con tutte quelle forze che sappiano rispettare le differenze e vogliano promuovere un movimento consapevole delle sue discriminanti -la dissociazione e le forze politiche a cui essa si associa- e dei suoi scopi.
Un movimento ad ampio spettro, entro il quale nessuno cerchi di imporre qualche forma di legittimazione della sua pratica passata o voglia mettere in vetrina il suo attuale operato. Un movimento che impari a far giocare la ricchezza delle sue differenze nella prospettiva della liberazione di tutti i prigionieri e della libertà di tutti.

 

 

 

 

Un’intervista che ci racconta il carcere di Santo Stefano degli anni ’50

19 giugno 2014 Lascia un commento

Il panoptico di Santo Stefano dall’alto in una foto abbastanza recente

Quella che leggerete è l’intervista ad un maestro, Stefano di Filippo, che per un paio di mesi della sua vita si trovò sullo scoglio di Santo Stefano, ad insegnare ai detenuti dell’ergastolo che dal periodo borbonico, rimase aperto e stracolmo fino all’aprile del 1965.
L’intervista è di Melania Del Santo, compagna di Liberi dall’ergastolo, che lo scorso anno è venuta con me in Sicilia ad intervistare chi quel carcere l’aveva fatto ai ferri, il mitico bandito dell’Isola di Milano, Ezio Barbieri
da qualunque parte lo si racconti quel carcere si sente lo stesso odore di zuppa di piselli o fave, da qualunque parte lo si guardi, non si può non sentire la violenza della segregazione in un luogo mangiato dai mari e dai venti.
Un luogo che noi abbiamo scelto come simbolo per parlare dell’indecenza della segregazione e dell’aberrazione del Fine Pena Mai.
Anche quest’anno, il 14 giugno, siamo salpati: 60 persone da ogni dove, per raggiungere quel carcere e quel cimitero degli ergastolani.
Ancora una volta un’esperienza grande, ricca e infinitamente eterogenea: ancora una volta abbiamo portato i nostri fiori, le nostre voci, i nostri sorrisi sulla tomba di Gaetano Bresci e dei suoi 46 compagni di riposo.

CONTRO OGNI CARCERE.

M.: Professo’, raccontatemi un poco di questa esperienza. Quanto tempo siete stato a Santo Stefano?

Pr.: Ci stetti solo 3 mesi a S. Stefano, da ottobre a dicembre, fino alle vacanze di Natale.Gli ultimi giorni in carcere mi ammalai di tifo. Mi venne la

L'interno del panoptico, prima della costruzione del cordolo di cemento al terzo piano. (Che proteggeva i detenuti del terzo anello dal sole, ma che sta ora distruggendo col suo peso le arcate sottostanti)

L’interno del panoptico, prima della costruzione del cordolo di cemento al terzo piano. (Che proteggeva i detenuti del terzo anello dal sole, ma che sta ora distruggendo col suo peso le arcate sottostanti)

febbre alta, a 41 C.Mi ricordo quando avevo la febbre che sono stato chiuso un po’ di giorni nella cella… una notte mi sono alzato che mi mancava l’aria perché la cella era piccola e si era consumato l’ossigeno.Aspettavo ogni giorno il “vapore” (la barca) che non veniva da qualche giorno perché c’era il mare agitato. Ad un certo punto venne un carcerato: <<Professo’, professo’, la barca. La barca è arrivata!>>. E così finalmente me ne andai a Ventotene dove c’era mia moglie che abitava là perché insegnava nella scuola elementare di Ventotene. Il comune aveva messo a disposizione una barca che faceva servizio per chi lavorava al carcere. C’era un barcaiolo che lavorava per il comune che la guidava. Dopo qualche anno morì perché prese il tetano a causa di un chiodo arrugginito con il quale si ferì proprio mentre puliva la barca.A Ventotene a quel tempo non si stava bene. Era come andare ai lavori forzati per i maestri, come per mia moglie. Era una sede troppo disagiata.Quando il mare era mosso era pericoloso attraccare a Santo Stefano. Dalla barca bisognava fare un salto, tant’è vero che qualcuno era pure caduto in acqua… qualche guardia (ride).A volte anche per 4 o 5 giorni non arrivava la barca. Come quella volta che ebbi la febbre io. Tant’è vero che non attraccammo neanche al porto di Ventotene quando mi portarono via, ma dietro.

M.: Quanti maestri eravate?

Pr.: Nel carcere eravamo due insegnanti, io e un collega di Gaeta perché c’erano 2 sezioni. Si faceva scuola dal lunedì al venerdì, dalle 7.30 alle 11. La barca che faceva servizio da Ventotene a Santo Stefano arrivava tutti i giorni alle 7.30 per portare le guardie carcerarie. Ma poi alle 9 andava via e quindi dopo le 11 non c’era più il servizio del “vapore” che ci poteva riportare indietro. Allora io e il collega di Gaeta stavamo là tutta la settimana, come i carcerati, ma solo dal lunedì al venerdì.

M.: Professore, dove dormivate?

Pr.: Nella cella. Nel carcere c’erano gli appartamenti per il direttore e per gli impiegati della direzione. Alcune guardie carcerarie, quelle che avevano famiglia, vivevano là, sempre negli appartamenti. Invece i giovani scapoli che lavoravano nel carcere dormivano nelle celle vuote, adibite ad alloggi per i lavoratori più giovani. Come noi.

M.: Quanti erano i carcerati a quel tempo?

Pr.: Un centinaio, o forse meno.

M.: Che tipo di lezioni facevate?

Pr.: Facevamo lezioni di italiano, matematica, storia e geografia. Nella mia classe c’erano 3 o 4 di quelli della banda Giuliano. Il vice di Giuliano, si chiamava Terranova, e poi ‘On Pisciotta (ndr. Don Pisciotta. Da un po’ di ricerche fatte poteva essere Salvatore, padre di Gaspare il quale nel ’57 era già morto). Poi c’erano diversi altri detenuti che avevano fatto varie cose, dall’omicidio alla… strage di persone! Questi della banda Giuliani erano ben istruiti, preparati, “scafati”. Con loro si potevano fare discussioni più alte rispetto agli altri detenuti. Anche quelli che sapevano leggere e scrivere, venivano lo stesso a scuola, per perdere un po’ di tempo. Parlavamo anche di argomenti di attualità, ragionavamo di cose come lo sbarco sulla Luna che in quel periodo era un dibattito molto acceso (ndr: Sputnik 1, sovietico, 4 ottobre 1957; Sputnik 2, 3 Novembre 1957). Ti ricordi il cane Laika? Soprattutto i siciliani erano assai interessati. Avevamo materiale didattico. Si facevano compiti scritti, ma anche dibattiti su argomenti che leggevamo sul giornale. Era bello.

M.: C’erano le guardie in classe?

Pr.: Quando insegnavo c’era sempre una guardia di piantone per difendermi, ma non ce n’è stato mai bisogno. Era un ambiente tranquillo.

M.: E di pomeriggio che facevate?

Come appariva l'ingresso del cimitero degli ergastolani prima che il carcere fosse dismesso e poi abbandonato

Come appariva l’ingresso del cimitero degli ergastolani prima che il carcere fosse dismesso e poi abbandonato

Pr.: Anche di pomeriggio continuavamo le discussioni iniziate in classe, oppure andavamo a parlare in direzione o col ragioniere. Parlavamo sempre nella piazzetta quando c’era il sole, chi diceva una cosa, chi un’altra, era un ambiente non pericoloso. Ognuno aveva i propri compiti e là dentro erano liberi. Mo’ ti racconto un aneddoto. Quando stavamo liberi (fuori dall’orario scolastico) passeggiavamo per il cortile circolare con qualcuno di questi della banda Giuliani. Quando incontravamo una guardia, il detenuto la chiamava con un soprannome che era uno storpiamento del cognome. Io chiedevo, ma se tu sai il cognome, perché la chiami così? E loro dicevano: noi abbiamo la matricola, veniamo chiamati con un numero, allora per dispetto cambiamo il nome pure noi alle guardie. Però erano “contranomi” senza cattiveria.

M.: Che facevano i carcerati durante la giornata?

Prof.: Alcuni lavoravano in un laboratorio, un bel laboratorio di tessitura. Cotone, seta… stava al piano terra. L’attività principale era proprio nel laboratorio tessile, ma questi prodotti erano gestiti dalla direzione. Altri facevano i muratori e altri erano addetti alla manutenzione del carcere. Alcuni detenuti poi lavoravano alla casa colonica che stava fuori. In questa casa abitava una famiglia di affittuari o mezzadri. Coltivavano le lenticchie che erano prodotti locali, nella fattoria che stava fuori. I prodotti però là (nel carcere) non arrivavano. Quelli che lavoravano la terra fuori percepivano la mercede.

M.: Come era tenuto il carcere a quel tempo?

Prof.: Il carcere era tenuto bene, i detenuti lavoravano per tenerlo pulito e facevano tanti lavoretti di manutenzione.

M.: Come era organizzato logisticamente?

Prof.: A piano terra, vicino al cortile, c’era la direzione e un vano che era un centro di commercio dove venivano gli ambulanti che portavano scarpe, pantaloni ecc. per i detenuti. Alcuni detenuti lavoravano l’uncinetto, facevano cose tipo sciarpe, centrini mantelline che vendevano in questo centro agli ambulanti per fare un po’ di soldi da mandare alle famiglie.

M.: I detenuti percepivano una paga?

Prof.: Sì, i detenuti percepivano la mercede, uno stipendio dato dallo stato per i lavori che facevano. Una parte di questi soldi li mandavano alle famiglie, una parte invece serviva a loro.

M.: Professore, si ricorda di qualche detenuto?

Prof.: Prima di prendere servizio a Santo Stefano io non avevo mai visto un detenuto. Quando arrivai il primo giorno fui accolto da un signore vestito a righe. Questo era un ergastolano che faceva il segretario, l’uomo di fiducia del direttore. Era lui che riceveva quando il direttore non c’era.

M.: Si ricorda chi era questo signore?

Prof.: Era un alunno d’ordine delle ferrovie. Una notte mentre era di servizio con il capostazione cercò di scassinare la cassaforte per prendere i soldi. Mentre stava facendo questa operazione arrivò il capostazione e allora lui… lo ammazzò (sussurrato). Era un bel giovanotto. Poi c’era un altro, il nipote del ministro Spadaro. Prima era stato un ufficiale dell’aeronautica ed aveva un’amante, una signora ricca, più anziana. Una notte la ammazzò per prendersi tutti i gioielli. Questo ragazzo faceva l’operatore della televisione perché ne capiva. Infatti nella mensa c’era la televisione.

Un fiore contro il Fine Pena Mai, Santo Stefano 2014

M.: C’erano detenuti politici?

Prof.: Quando stavo io non c’erano detenuti politici, ma prima, soprattutto durante il fascismo erano tutti antifascisti. Mi hanno raccontato che c’era stato Settembrini. Lo sai che all’inizio del Novecento c’erano i briganti che vivevano a Ventotene nelle grotte?

M.: Avevate dei rapporti migliori con alcuni detenuti piuttosto che con altri?

Prof.: Non c’erano detenuti preferiti per noi, ma sicuramente c’erano detenuti più colti, alcuni erano ingegneri. Quelli più importanti erano quelli della banda Giuliano. Gli altri detenuti li chiamavano “i nobili”. Quindi le differenze tra i detenuti erano evidenziate da loro stessi. Riconoscevano quelli della banda Giuliano, diciamo, come intellettuali va.

M.: Dove mangiavate?

Prof.: C’era il refettorio e la cucina dove cucinavano stesso i detenuti. Però il cibo buono non c’era.

M.: Che mangiavate?

Prof.: Per esempio pasta e polvere di piselli. Pasta e polvere di fave. Roba secca. Mangiavamo tutti insieme: guardie, detenuti e maestri, sia a mezzogiorno che la sera. Qualche guardia qualche volta si portava cibo da Ventotene e se lo faceva preparare. Allo spaccio però cibo buono non ne arrivava.

M.: Quindi i detenuti non erano rinchiusi .

Pr.: No no, i detenuti, erano “liberi”, non stavano chiusi nelle celle. Invece le famiglie delle guardie stavano sempre chiuse dentro casa perché, soprattutto i detenuti muratori che spesso stavano in giro, era facile che andassero a bussare alle porte delle mogli delle guardie per… (ride). Mi ricordo un muratore che stava sempre arrabbiato, stizzoso.

M.: I parenti dei detenuti venivano?

Pr.: I parenti dei detenuti non venivano mai, erano come dimenticati. Le guardie ci dicevano che non dovevamo fidarci dei detenuti perché se ne potevano approfittare per far uscire delle lettere fuori dal carcere. C’era la censura, la posta non poteva uscire. Alcuni ci tenevano a farsi ben volere da noi per poter far uscire fuori le lettere indirizzate ai parenti. Il capo reparto del laboratorio tessile stava sempre vicino a me, mentre le guardie (o il direttore) mi dicevano di stare attento. Usavano la tattica di avvicinarsi e raccontare la loro storia, dicendo <<sì abbiamo sbagliato>>, ammettendo il loro errore, però sempre giustificando la causa e dando una spiegazione a quello che avevano fatto. Avevano un’arte nel farsi ben volere.

M.: Ma voi sapevate i loro reati?

Pr.: In direzione c’erano le schede con i reati dei detenuti, ma erano riservate. A volte qualcuno ci diceva qualcosa, ma noi non le potevamo leggere. I detenuti non ci parlavano mai di quello che avevano fatto gli altri. Il detenuto che ne parlava, al massimo parlava del suo reato, ma soprattutto per giustificarsi. Per dire “je nun so’ malament’. Nun so’ cattivo”. Voleva dimostrare che era una brava persona, e quello che avevano fatto aveva una spiegazione, che c’era una ragione alla causa, diciamo così. Invece quelli di Giuliani non ne parlavano mai di quello che avevano fatto, del perché stavano là dentro. Erano quelli “più spiccioli” che ne parlavano.

M.: Si ricorda del cimitero?

Pr.: Quando facevamo le passeggiate, in un certo punto, prima del cimitero, c’era un’immagine che chiamavano l’incompiuta, vicino al muro. L’avevano fatta un paio di detenuti che chiesero al direttore il permesso di dipingere questa immagine. Lo scopo però era quello di scappare. Un giorno che andarono a dipingere si tuffarono e scapparono a nuoto fino a Ventotene. Presero una barca per scappare a Ischia, però poi furono presi. E quindi l’immagine rimase incompiuta. Il cimitero era chiuso, non si poteva entrare. C’erano due colonne con la scritta: “Qui finisce la giustizia umana, qui comincia la giustizia divina”.Ci sono andato una sola volta. Poi non ci sono mai più tornato.

M.: E al carcere ci è mai più tornato?

Prof.: Dopo le vacanze natalizie tornai là per dare le consegne e andai a salutare i ragazzi dicendo che mi dispiaceva, ma che me ne dovevo andare. Proprio quelli della banda di Giuliani mi dissero: “Professore, ci dispiace che ve ne andate perché siete una brava persona, però siamo contenti che ve ne andate da questo luogo schifoso che non è per voi”. Alla fine posso dire che si stava bene comunque là, anche il mio collega di Gaeta lo diceva, e lui stava da due anni. Se non mi fosse venuta la febbre sarei rimasto. E poi era conveniente stare nella scuola carceraria, venivamo pagati dallo Stato, dal Ministero di grazia e giustizia e dal provveditorato. Nei confronti del maestro c’era un gran rispetto. E l’ambiente era gioioso perché si discuteva molto. Nella vita mi è piaciuta questa esperienza che ho fatto. E’ stata breve a causa di quella febbre, però bella.

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Una chiacchiera tra mamme (alla mamma di Chiara,colpevole di resistere)

16 giugno 2014 Lascia un commento

Le prime righe che ho letto oggi son quelle della mamma di Chiara, una dei 4 arrestati a dicembre scorso, accusati di un assalto al cantiere dell’Alta Velocità a Chiomonte, in Val di Susa. Il carcere a loro riservato è il più duro possibile, il trattamento a loro riservato ha un accanimento privo di precedenti nella storia della lotta in Val Susa contro la Tav malgrado, oltretutto, l’azione di cui son accusati non abbia prodotto alcun ferito, ma il danneggiamento di un fottuto compressore.
Eppure si è arrivati a negare i colloqui con i conviventi, alla censura della posta,  all’Alta Sicurezza 2.
Oggi arrivano poche righe della mamma di Chiara e son belle che voglio condividerle con voi; alcune son prese in prestito da Saramago e dicono una grande verità sull’esser genitori.

Volevo ringraziare Maria Teresa allora, darle un bacio da mamma a mamma: lei ha una figlia in regime di Alta Sicurezza e quindi può abbracciare le parole di Saramago in pieno, può sentirsi in toto dentro delle righe, sentirne il calore.
Io questa catena l’ho spezzata, ho scoperto che non vale per tutti i figli, per il mio secondo figlio non valgono:
la disabilità di un figlio spezza la naturalità meravigliosa del “prestito”. Volevo un esserino in prestito per un pochino, per vederlo crescere e poi volar via libero come mi auguro che i figli di noi tutti possano fare: e invece la disabilità rende impossibile spiccare il volo ad ali aperte,
rende noi genitori compagni di vita contro natura, senza la possibilità di vivere la dolorosa gioia di “perderli” perchè alla conquista del loro mondo.
Il corso intensivo per imparare ad amare una vita diversa dalla nostra, quando c’è l’impossibilità all’autosufficienza, è estremamente diverso dal precedente: è un amore straziante e dolce, capace di fare grandi rivoluzioni e di spaccare in due il cuore, tutti i giorni, minuto per minuto.

Scrivo un accavallarsi di parole senza senso, ma volevo che arrivasse un po’ del mio calore a questa mamma la cui figlia combatte per la libertà in una cella,
un po’ del mio calore stanco, mentre cerco strumenti per imparare la mia nuova forma di amore,
e la ricerca di una libertà per mio figlio che forse sarà impossibile, ma che proverò comunque a costruire.
Un abbraccio a te grande mamma, e a tua figlia che combatte con tutte e tutti noi al suo fianco.

Sono la mamma di Chiara. Voglio ringraziare tutte le persone che ho conosciuto in Val Susa per la emozionante accoglienza. Fino ad ora non ho scritto niente da quel terribile nove dicembre. So di aver vissuto questo periodo chiedendomi tanti perché sulle scelte difficili di questa speciale e coraggiosa figlia. La risposta a queste mie domande mi è arrivata da questa poesia di Josè Saramago: “Un figlio è un essere che ci è stato prestato per un corso intensivo per imparare come si ama una persona diversa da noi stessi, cambiando i nostri peggiori difetti per dare i migliori esempi e imparare ad avere coraggio. Proprio così! Essere un genitore è il più grande atto di coraggio che si può fare, perché significa esporsi a tutti i tipi di dolore, in particolare, l’incertezza di agire correttamente e la paura di perdere qualcosa di così caro. Perdere? Come? Non è nostro, ricordi? Era solo un prestito!”
Un forte abbraccio a tutte le mamme e a tutti voi.

Maria Teresa Brazzelli

La Marina fa campagna per arruolamento: e c’è chi scrive la verità ;)

13 giugno 2014 1 commento

AMO!

La Marina Militare pensa bene di fare un po’ di pubblicità delle loro “grandi opere”
e la campagna di arruolamento quest’anno è dirompente e invade le nostre strade e città con cartelloni immensi:
VIENI IN MARINA, è scritto a caratteri cubitali sotto due fotografie.
Due volti, uno in divisa da cerimonia col classico berretto bianco e la baionetta ben in vista,
l’altra in versione da “missione”, con il volto mimetico e lo sguardo da marine!
D’altronde devono apparire belli e bravi, per tentar di riportare in “patria” i due Maro’ detenuti in India per l’assassinio gratuito di due pescatori…
devono salvare la faccia e dimostrare al mondo  quanto so’ bbbelli.

Queste mie righe solo per ringraziare chi ha messo nero su bianco il pensiero di molti nel guardare questi enormi invadenti cartelloni
Vieni in Marina è mutato in “VIENI IN INDIA A SPARARE AI PESCATORI”.
Si legge ben visibile nella zona di San Paolo, a Roma… e non potevo non condividere con voi la gioia nel vedere queste immagini!

Leggi anche:
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Marò: latitanza autorizzata

Ancora, con il nostro pellegrinaggio libertario verso Santo Stefano

13 giugno 2014 Lascia un commento

Anche quest’anno parteciperò al nostro annuale pellegrinaggio libertario,
anche quest’anno, tra una manciata di ore, attraverserò quel tratto di mare che ci ha rubato il cuore e che ha fatto nascere l’affiatato gruppo di “Liberi dall’ergastolo”, ormai una grande famiglia a cui è sconosciuto il concetto di privazioni.

Foto di Valentina Perniciaro _ i gironi di Santo Stefano_

Dovrei usare altre forme verbali però, visto la vita che strada ha preso dopo che ho lasciato quello scoglio, ormai un anno fa.

E’ cambiato tutto,
tutto è cambiato dentro me e attorno a me,
ora con l’ergastolo ho una dimestichezza nuova, ora l’ergastolo mi è entrato nella vita,
un ergastolo che ha conosciuto altre sbarre ed altre istituzioni, ma senza liberarsi della sua violenza.
Ho conosciuto l’ergastolo della malattia, della disabilità, ho conosciuto quell’ergastolo che segue quando sbeffeggi la morte e rimani in vita malgrado tutto:
ho conosciuto un dolore nuovo e lacerante, che toglie il respiro come le scudisciate che risuonavano nel cortile di Santo Stefano quando il detenuto da punire veniva messo al centro,
così che tutti potessero vedere e sentire con i propri organi la lacerazione della pelle, le urla del dolore, la rabbia della dominazione.
Al centro di quel panoptico, sotto le cinghie dei carcerieri ci son stata, ci sono ancora,
ci sto costruendo la vita di mio figlio, sto cercando di insegnargli (in realtà è lui che lo insegna a me) come conquistare e costruire una libertà in ogni piccolo movimento muscolare… quest’anno a Santo Stefano vestirò la casacca del carcerato,
ma proverò a farlo con un sorriso, con lo stesso sorriso che quel posto mi ha sempre donato.

ADOTTA IL LOGO CONTRO L’ERGASTOLO

Vengo a trovarti nuovamente Gaetano Bresci, e mai come questa volta voglio che mi insegni ad “uccidere un principio” più che un re!
Mi devi insegnare come hai fatto, mi devi dar la tua forza e la mano ferma per affrontar questo futuro privo di arti per correre leggeri,
da te quest’anno vengo per imparare, non solo per portarti il profumo dei fiori freschi.
Quest’anno per me sarà come la prima volta: poggerò il cuore in quelle 99 celle, sulla ruggine e il cemento che cade pezzo pezzo,
lo poggerò su quelle tombe, sulla terra che smuoverò per piantare nuove vite in un luogo che volevano di morte e redenzione.

SI SALPA SABATO 14 GIUGNO,
alle ore 12 dal porticciolo di Ventotene. Alcuni gommoni ci porteranno verso la Marunnell, selvaggio approdo di un’isola che volevano solo intrisa di dolore, ma che noi vogliamo terra di libertà, libertà contagiosa.
Contro l’ergastolo, come ogni anno,
porta un fiore al cimitero degli ergastolani.

Vi lascio i molti link prodotti in questi anni di “pellegrinaggio” in quel magico luogo:

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Note (dal carcere) sul processo in videoconferenza

28 maggio 2014 Lascia un commento

Mi sarebbe piaciuto dir la mia nelle precedenti settimane, in cui questi processi in videoconferenza son comparsi anche tra noi,
e non solo per i detenuti sottoposti al regime di 41bis, ma ero anche io immersa in un altro tipo di reclusione, sempre totale, sempre maledetta.
Si sa, si sa che tutto quel che l’antimafia ha creato ha alzato il livello di totalità della già totale istituzione carcere: il 41 bis, come l’ergastolo, alzano la pena per tutti, aumentano la reclusione, l’isolamento e la sofferenza a tutto l’universo detenuto, anche a chi non ne è sottoposto,
anche alle “categorie” estranee alla criminalità organizzata.
Si sa, difendere ergastolo e 41bis “per i mafioso” è avallare tutto questo per chiunque: categoria dopo categoria ecco che il meccanismo si allarga. I “terroristi islamici” prima, gli anarchici poi (o sempre) e così via..
dobbiamo abbattere il carcere a partire dai suoi meccanismi più perversi, fino ad arrivare ad abbattere l’intera società penale.

Questo testo è evaso, è fuggito da una cella per arrivare qui,
è uscito da una prigione, è stato scritto da un prigioniero, uno di noi, uno di quelli che rivogliamo immediatamente tra le strade,
sopra le barricate, a calpestar l’asfalto verso la libertà di tutti:
buona lettura (tratto da Macerie)

Note sul processo in videoconferenza

La catena dei forzati e lo sguardo pubblico
Fino al 1836 in Francia sopravviveva la tradizione di far marciare in catene i condannati alla prigione. I futuri galeotti venivano incatenati tra loro con collari di ferro e costretti a marciare sulla pubblica via trascinando i segni della propria condanna e mostrando al popolo, che accorreva numeroso, le conseguenze pronte ad abbattersi su chi violava la legge.
Il cammino verso la reclusione, l’ultimo viaggio prima di sparire dietro l’opacità segreta delle prigioni, avveniva dunque sotto gli occhi di tutti, in un cerimoniale pubblico di forte impatto visivo in grado di sprigionare sentimenti contrastanti. La partenza di queste catene umane richiamava il popolo in massa, esibiva il condannato alla folla, alle ingiurie, agli sputi, ma anche alla commozione, alla simpatia, alla complicità; lo esponeva allo sguardo pubblico e mostrava il suo sguardo al pubblico, in un rituale complesso il cui esito non era scontato.
“In tutte le città dove passava, la catena portava con sé la sua festa”. Non solo collari di ferro e catene, segni obbligati della punizione, adornavano i forzati in marcia, ma anche nastri di paglia e di fiori intrecciati, stracci di tessuti colorati, rammendati dagli stessi forzati su strambi copricapo e berretti sfoggiati per l’occasione. Un tocco colorato e irriverente di follia gioiosa, di scherno arlecchino e cenciaiolo, poteva trasformare questa marcia lugubre in una “fiera ambulante del crimine”, una sorta di tribù nomade e galeotta che irrideva i ferri a cui era stata ridotta, malediceva i giudici e ne ingiuriava i tormenti.
E poi quei canti, i canti dei forzati. Canti di marcia intonati collettivamente che tanto impressionavano la plebe e presto diventavano celebri passando di bocca in bocca. Canti che spesso “eccitavano più la fierezza di fronte al castigo” di quanto “non lamentassero il rimorso di fronte al crimine commesso”.
Tutto questo concorreva a incrinare un cerimoniale di giustizia inscenato dal potere come rituale della colpa e del pentimento, lo rendeva socialmente pericoloso perché capace di rovesciare i segni del potere, di mutarne l’ordine del discorso, di soverchiarne il codice morale.
Così scrive la «Gazette des tribunaux» il 19 luglio 1836: “non fa parte del nostro costume il condurre così degli uomini; bisogna evitare di dare, nelle città che il convoglio attraversa, uno spettacolo così orrendo, che d’altronde non è di alcun insegnamento per le popolazioni”. Di lì a poco il trasporto dei condannati verso le prigioni non sarebbe più avvenuto attraverso riti pubblici. Una mutazione tecnica interverrà a ripulire le pubbliche vie di un tale contraddittorio spettacolo: la vettura cellulare.

La vettura cellulare e lo sguardo panoptico
Michel Foucault, attento studioso della nascita della prigione e dei suoi dispositivi accessori, scrive che “l’imprigionare, che assicura la privazione, ha sempre comportato un progetto tecnico” e che “la sostituzione nel 1837 della catena dei forzati con la vettura cellulare” è “sintomo e riassunto” di una mutazione tecnica, di un “passaggio da un’arte di punire a un’altra”.
La vettura cellulare non è da intendersi nei fatti semplicemente come un carro coperto adibito al trasporto dei condannati che prima venivano sottoposti al castigo supplementare della ferratura pubblica; è piuttosto da considerarsi come un’innovazione tecnica che segna un cambio di paradigma. Questa vettura era concepita come una prigione su ruote foderata di latta.
Impenetrabile allo sguardo esterno, sfila triste per le vie senza rivelare nulla di quanto contiene. Gli sventurati che vi montano, siano essi già condannati o in attesa di giudizio, viaggiano sempre in catene, ma ora in piccole celle singole che impediscono non solo di guardare verso l’esterno, ma anche di incontrare lo sguardo degli altri “passeggeri”. Un corridoio centrale permette invece alle guardie di controllare a vista tutti i trasportati attraverso uno sportello.
Così la «Gazette des tribunaux» descrive questo meccanismo di controllo interno: “l’apertura e la direzione obliqua degli sportelli sono combinate in modo che i guardiani tengano incessantemente gli occhi sui prigionieri, ascoltano le minime parole, senza che quelli possano riuscire a vedersi o a sentirsi tra loro”.
Non un semplice carro coperto, dunque, ma un dispositivo tecnico elaborato con obiettivi precisi: nascondere il condannato allo sguardo pubblico, impedire al condannato lo sguardo verso il mondo di fuori, negare lo sguardo complice tra forzati, perfezionare lo sguardo sorvegliante. Non una semplice scatola mobile di latta, ma una “vettura panoptica”, una prigione degli sguardi che annulla i fasti sbeffeggianti delle catene dei forzati e li rende ciechi, silenziosi, invisibili e controllabili.
L’opacità segreta delle prigioni si estende e anticipa il suo arrivo; la sua ombra ingloba il condannato e lo sottrae alla vista prima ancora che lui metta piede nella prigione stessa. Il pudore borghese delle riforme trasporta senza più mostrare come castiga, senza più dare spettacolo. Niente più gioco di sguardi tra popolo e criminale, l’unico sguardo tollerato è quello del guardiano sul penitente recluso.

La videoconferenza e lo sguardo disincarnato
Veniamo all’oggi e all’Italia. L’ultima frontiera nel campo dei “trasporti per motivi di giustizia” è il processo per videoconferenza, dove il trasporto semplicemente non avviene, se non in forma immateriale.
L’imputato di un processo che si trovi già in carcere per precedenti condanne, o che sia sottoposto a carcerazione preventiva, può essere processato a distanza, senza che debba abbandonare il carcere in cui è ristretto. Accompagnato in una sala attrezzata all’interno del carcere, segue il dibattimento su un apposito schermo, sotto l’occhio vigile delle guardie penitenziarie e quello tecnologico di una telecamera disposta a catturare la sua immagine e a ritrasmetterla nell’aula dove si celebra il processo che lo vede imputato.
Come il passaggio dalle “catene” alla “vettura cellulare”, l’introduzione della videoconferenza segna un passaggio che riassume in sé un cambio di paradigma. La videoconferenza è infatti un dispositivo tecnologico e come tale non è neutrale, ma al contrario la sua mediazione comporta mutazioni profonde che affondano nella viva carne di chi ha sfidato la legge.
Ne I miserabili, Victor Hugo descrive così il dispositivo punitivo per eccellenza, il patibolo: “il patibolo è visione. Il patibolo non è una struttura, il congegno inerte fatto di legno, di ferro e di corde. Sembra una specie di essere dotato di non so quale tetra iniziativa; sembra che quella struttura veda, che quella macchina oda, che quel meccanismo comprenda, che quel legno, quel ferro, quelle corde vogliano. Nella spaventosa fantasticheria che la sua presenza suscita nell’anima, il patibolo appare terribile a partecipe di ciò che fa. Il patibolo è complice del carnefice; divora, mangia la carne, beve il sangue. Il patibolo è una specie di mostro fabbricato dal giudice e dal falegname, uno spettro che sembra vivere una sorta di spaventevole vita fatta di tutta la morte che ha dato”.
La videoconferenza, a differenza del patibolo, non è un dispositivo che esegue una pena già comminata, tanto meno quella di morte che non è più prevista nel codice penale, ma ancor più del patibolo, articolata com’è di microfoni e telecamere, è una “struttura” che “vede”, una “macchina” che “ode”. Certo, non “mangia” la “carne”, ma a suo modo “disincarna” l’imputato, smaterializza il suo corpo, lo riduce a un insieme di bit producendo un impatto visivo e di senso all’interno di un processo che non è da sottovalutare: per suo tramite la presenza dell’imputato, ancorché lontana, diviene spettrale, il suo corpo viene trattato come una interferenza video cui la parola può essere concessa o sottratta con semplice “clic”. Trionfo del pudore riformatore che già ripulì le strade dalle catene umane dei forzati e che ora, attraverso le nuove tecnologie, “libera” le aule di giustizia da quella presenza incomoda e stridente perché vi appaia indisturbata l’astrazione del diritto. Negato è anche l’abbraccio tra coimputati che neppure in quella circostanza possono rivedersi. Nessuno scambio affettivo neppure con il pubblico, che neanche appare sullo schermo. Nessuno sguardo complice, nessun saluto ai propri familiari e amici. Una volta entrati in carcere, seppure in via preventiva, non se ne esce più, neppure per il processo. Intombati, cementati. La giuria stessa è portata a considerarti così pericoloso da non poter essere tradotto al suo cospetto. In qualche modo la tua colpevolezza è già implicitamente designata nei modi di quella tua “presenza”.
In tutto questo, l’imputato ridotto a spettatore passivo. Osserva il suo processo su uno schermo come fosse una puntata di “Forum” o di “Quarto grado”. Unico suo diritto, come da tradizione televisiva, telefonare al suo avvocato durante l’udienza. Eppure è della sua vita che si sta parlando. Suo il corpo eventualmente destinato alla reclusione. Sua la vista amputata dell’orizzonte. Suo il tatto privato della stretta dei suoi cari. Suo l’olfatto orfano della primavera. Suo, infine, lo sguardo, abbattuto o fiero, che affronta il “castigo”, preventivo o definitivo, giorno dopo giorno. La videoconferenza è l’alleata tecnologica che perfeziona la prigione degli sguardi. Codarda, moltiplica gli occhi che scrutano chi ha offeso il confine della legge, ma non trova più il coraggio di guardarlo dritto negli occhi. Metafora cibernetica di una giustizia bendata che si dota di protesi oculari meccaniche, ma rimane sempre cieca.

Conclusioni decantanti
Introdotta in Italia per i detenuti sottoposti a regime di 41bis, la videoconferenza applicata ai processi sta ora rapidamente prendendo piede per tutti i detenuti meritevoli, dal punto di vista della giustizia, di un “occhio” di riguardo. È il caso di Maurizio Alfieri, rapinatore riottoso non incline alla domesticazione carceraria; è il caso di Gianluca e Adriano, anarchici accusati di diverse azioni dirette contro l’Eni, magnati dei rifiuti e altri consorzi veleniferi; potrebbe essere, quantomeno già lo è nella volontà della procura di Torino, il caso di Claudio, Chiara, Niccolò e dello scrivente, accusati di un atto di sabotaggio contro il cantiere dell’Alta velocità di Chiomonte. Una deroga speciale al “diritto di difesa”, che prevede la presenza fisica dell’imputato accanto al difensore durante il processo, giustificata con il solito pretesto della “sicurezza” e dell’”ordine pubblico”. Una novità pericolosa, quella della videoconferenza destinata ad attecchire e a estendersi rapidamente se non subitamente estirpata, dacché, si sa, è l’eccezione di oggi a forgiare la norma di domani. Il paradigma che sottende a questa nuova “mutazione tecnica” è complesso, ed è difficile qui e ora computarne e sviscerarne tutte le declinazioni. Sicuramente il tipo di dibattimento processuale che va delineandosi vede una progressiva scomparsa dell’imputato, un crescente condizionamento a priori della giuria e lo strapotere inquisitorio dei pubblici ministeri. Quella che ho cercato di fare qui è di evidenziare alcune ricadute di questa mutazione tecnica concentrandomi sulla questione dello “sguardo”, cioè sullo scambio visivo tra occhio galeotto, occhio giudicante e occhio pubblico. Molte altre considerazioni altrettanto e anche più pregnanti potrebbero essere fatte. Ad esempio su come la videoconferenza impedisca al difensore di confrontarsi con il proprio assistito durante l’udienza; o ancora come nella spettacolarizzazione dei processi gli effetti speciali e le illusioni ottiche siano spesso più determinanti dei fatti concreti di cui si discute. Ma la mia fede nel diritto è talmente scarsa che non sto a entrare nel merito di certi particolari. Preferisco concludere queste note approssimative attorno al processo in videoconferenza citando alcune vecchie canzoni galeotte, di quelle cantate nelle strade dalle catene dei forzati. Parole schiette che da sole dicono quasi tutto.

“Avidi di infelicità, i vostri sguardi cercano di incontrare tra noi una razza infame che piange e si umilia. Ma i nostri sguardi sono fieri.” “Addio, perché noi sfidiamo e i vostri ferri e le vostre leggi”.

Mattia Zanotti
dalla sezione di Alta Sorveglianza del carcere di Alessandria,
fine aprile 2014

macerie @ Maggio 26, 2014

La TUA libertà. A Paolo Persichetti

2 aprile 2014 4 commenti

Aula Bunker di Rebibbia

Aula Bunker di Rebibbia

La prima immagine che ho di te sono le tue mani, poggiate all’incrocio delle sbarre.
Ora sei Libero.
Sei libero pensa! Proprio ora, che fra un po’ son trent’anni da quella mattina del tuo primo arresto, proprio ora che non sappiamo cosa farcene perché molto più grande è la battaglia che oscura il nostro cielo. Sei libero e non sai, né tantomeno sappiamo, cosa voglia dire, libero e nemmeno quattro passi un po’ brilli ci siamo potuti fare.
Sa un po’ di beffa, ma così è… mica siam gente che si arrende!
Più volte in questi giorni, volendo so anche il numero preciso, che mica ho smesso di contarli – ancora- i giorni,
ho pensato ai tuoi riccioli neri, che ora son quasi bianchi.
Avevi 25 anni e un casco di ricci neri quando ti son saltati addosso mentre aprivi quel cancello,
avevano 25 anni i tuoi capelli ribelli, i tuoi polsi stretti nelle manette, i tuoi occhi sempre bagnati e caldi,
aveva 25 anni il tuo corpo che io ho conosciuto molto dopo, sempre prigioniero.
Da quel momento la libertà non l’hai mai avuta anche se hai fatto di tutto per strappargliela via:
il carcere, le traduzioni, i processi, le privazioni e poi la fuga. Il tuo esilio non è mai stato ‘libertà’, malgrado tutto quel che sei riuscito a costruire.
La fuga per te è stata un gran lavorìo di mattoncini messi e ruspe che buttavano giù,
mattoni, conquiste e di nuovo galera.
E di nuovo, ancora, senza sosta , con i pochi compagni sempre stretti accanto, con i letti che -per molti anni- non facevano in tempo ad assaporare il tuo odore che già era un nuovo luogo, un nuovo anfratto, un nuovo tentativo di costruire la vita,
malgrado loro.
Mattoni, rivincite e ancora, di nuovo, manette: il rapimento, l’arrivo in Italia, il buco nero di Viterbo, la difesa solitaria da accuse nuove e ridicole.
Prima di arrivare alla tua cella di Rebibbia, dove i nostri sguardi si sono incrociati la prima volta, ce n’è voluto di tempo e dolore. E isolamento.

Ma quelli non li voglio più contare di anni,

Libero!!

Libero!!

gli anni murato al Mammagialla, intrappolato tra le grinfie di un magistrato che ti negava i permessi per i libri che scrivevi e aveva anche il coraggio di metterlo nero su bianco.. tanto non è andata meglio nemmeno dopo, con i magistrati.
Saresti potuto uscire già da un po’, ma anche la buona condotta hanno provato a negarti fino all’ultimo e solo la bravura e la testardaggine di Francesco Romeo ti ha permesso di avere la scarcerazione, appena poche settimane prima del fine pena.
Niente, mai un solo sospiro ti è stato concesso, hanno sempre provato invano a piegarti, hai sempre preferito pagarla fino all’ultimo istante piuttosto che dargliela vinta, nessuna “lettera scarlatta” per ottenere la condizionale è stata scritta da te..

La prima immagine che ho di te son le tue mani, grandissime e belle, poggiate all’incrocio delle sbarre della tua cella: poi è tutto un enorme caos di sorrisi, di stupore, di meraviglia e di lotte. Abbiamo combattuto dal primo istante per conquistare pezzi di questa libertà ed ora che è arrivata tutta intera, scritta su un foglio, timbrata e vidimata, ora non sappiamo cosa farcene. Ora abbiamo imparato insieme che c’è qualcosa di ancora più enorme della libertà, che cresce combattendo grazie all’ossigeno che la tua bocca gli ha donato, innamorata e disperata in una maledetta mattina di inizio autunno.
La tua libertà ora vola nei reparti degli ospedali pediatrici, la tua libertà ha il nome di una stella, due occhi dolcissimi e una capacità di sorprendere tutti, si poggia sulle onde della saturazione,
la tua libertà è la forza che mi hai dato quando il blackout era totale, quando la morte ci ballava intorno beffeggiandoci.
L’abbiamo vinta, abbiamo vinto anche lei insieme… e prima o poi impareremo a dirla nuovamente, lettera dopo lettera: Libertà.
“Ci sei, e ci sono” ci scrivevamo tra le sbarre. Eccoci.
Io ho vissuto con te solo gli ultimi anni di questa tua lunga vita prigioniera, ma voglio ringraziare Francesco, avvocato dalla voce sottile, dal cuore enorme e puntiglioso,
voglio ringraziare il calore di quella banda piena di anni, acciacchi, sbarre e buon vino che oltre ad averti/ci coccolato mi hanno insegnato tante di quelle cose della vita che non ho mai nemmeno iniziato a ringraziarli,
voglio ringraziare i tanti, non certo tantissimi, che abbiamo incontrato insieme in questi anni, compagni di quelli che bruciano l’aria che li circonda e il cuore di chi li ama.
E volevo ringraziare Oreste, che finalmente ha il suo Paolo in libertà,
che finalmente ti ha stretto libero in un abbraccio che ancora mi mette i brividi. Ce l’abbiamo fatta TonTon, dolce nonno dei miei cuccioli;
il tuo (tu lo chiami “il nostro”) Paolo è pronto per una bella passeggiata sotto braccio a te, a confabular tra le strade parigine.

Buona libertà a te mio grande amore, braccia calde, papà meraviglioso …
ai tuoi riccioli ribelli, quelli sì mai stati prigionieri a cui spero un giorno di poter donare il mondo intero.

qualche link sulle vicende giudiziarie di Paolo Persichetti:
Sanzioni e sbarre, ancora…
Una tranquilla giornata di semilibertà
– La domandina: quando il carcere ti educa a chiedere di poter chiedere
– Dovrò spiegare il carcere a mio figlio
– Il carcere e il suo pervadere i corpi
-Paolo Granzotto, il funzionario del carcere e la moralità
Sans toi ni loi
altro
Il suo blog: INSORGENZE

Una sentenza ricostruisce la tortura di Stato sui detenuti della lotta armata: era ora

19 gennaio 2014 2 commenti

Una sentenza coraggiosa, e mica siamo gente che ci piaccion le sentenze e i tribunali.
Ma va riconosciuto, cavolo se va riconosciuto, che il colleggio della corte di appello di Peruggia hanno scritto un pezzo di storia (che potete leggere interamente QUI) :
hanno avuto il buon gusto di leggere ed ascoltare, hanno avuto il coraggio di non tirarsi indietro e di scrivere un gran bel capitolo di verità, a cui in tanti abbiamo contribuito nel lavorare per tirare fuori il nome di Nicola Ciocia, torturatore di Stato che rischiava di esser ricordato come un uomo misterioso, dallo pseudonomico sadico, Professor De Tormentis.
Per ora non ho tempo di scrivere tutto quello che vorrei su questa sentenza, sul lavoro eccellente di Francesco Romeo, avvocato del Foro di Roma che ha aiutato Enrico Triaca a togliersi da dosso anche la condannia per calunnia per il suo coraggioso gesto di aver accusato immediatamente i suoi torturatori, trent’anni fa.
Vi lascio con un articolo di Davide Steccanela, avvocato penalista, amico che risiede nel cuore, e autore del libro “Gli anni della lotta armata”…
torneremo ancora su questo argomento,
è un po’ un vizio, non si fa altro da anni ed anni.

Enrico Triaca, torturato da Nicola Ciocia

Sotto l’articolo troverete una carrellata di link, poi questo blog ha un’intera categoria dedicata alla tortura di Stato di quegli anni, al waterboarding, ai manganelli infilati nelle vagine, ai peni bruciati con gli elettrodi: insomma, ci avevano raccontato per anni che la lotta armata era stata sconfitta dallo stato di diritto.
Ora è scritto su carta dagli stessi tribunali di questo Stato: la lotta armata è stata vinta, “con i ferri e con i vetri con i fili con il gas con gli strumenti più segreti” come cantava Fango…

Un assordante silenzio dei vari media (con ben rare eccezioni) sembra accompagnare l’avvenuto deposito delle motivazioni di una recente Sentenza di revisione della Corte di Appello di Perugia, la n. 1130/13 siglata dai Magistrati Ricciarelli, Venarucci e Falfari.

Si dirà che in fondo è un fatto vecchio che non fa più “notizia” posto che si trattava della condanna a suo tempo inflitta per calunnia ad Enrico Triaca, un oscuro “tipografo” romano arrestato il 15 maggio 1978 in occasione delle indagini sul sequestro Moro.

Costui aveva a suo tempo denunciato all’allora Giudice Istruttore di Roma, Gallucci, lo stesso Magistrato che nel 1979 attribuirà al veneto Toni Negri la diretta paternità della celebre telefonata fatta dal marchigiano Mario Moretti alla signora Moro, di avere subito pesanti torture nella notte tra il 17 ed il 18 maggio presso il Commissariato romano di Castro Pretorio, prima di rendere il proprio interrogatorio il   18 maggio. Per tali affermazioni Enrico Triaca fu puntualmente condannato per calunnia dal Tribunale di Roma il 7 novembre 1978 scontando interamente la propria pena.

Dopo 35 anni la Corte di Appello di Perugia ha accolto l’ istanza di revisione di Enrico Triaca “revocando”, per quel che ormai può servire, quella condanna per il semplice motivo che quanto a suo tempo dichiarato dall’imputato era vero. Si legge infatti nella sentenza che a seguito della diretta escussione di alcuni testi indicati dal richiedente, tra cui l’ex Commissario di polizia Salvatore Genova “all’epoca del sequestro Dozier chiamato a comporre con i colleghi Fioriolli e Di Gregorio un gruppo operativo di stanza a Verona guidato dall’allora vice-questore Umberto Improta e creato su ordine del prefetto De Francisci” è emerso “l’uso di pratiche particolari in danno di soggetti arrestati e volte a farli parlare da parte di un funzionario dell’UCIGOS che era conosciuto nell’ambiente con il soprannome di Prof. De Tormentis e che si avvaleva di un gruppo denominato i cinque dell’ave Maria”.

E ancora si legge che “sulla base di quanto i testi escussi avevano appreso dal diretto protagonista”, identificato nell’ex funzionario UCIGOS Nicola Ciocia, successivamente iscritto all’albo degli avvocati di Napoli, “può dirsi acclarato che lo stesso funzionario, conosciuto con ilnomignolo evocativo di Prof. De Tormentis (a quanto pare affibbiato dal Vice-Questore Improta) fu chiamato a sottoporre alla pratica del waterboarding anche Enrico Triaca, che del resto il 19 giugno aveva narrato di essere stato sottoposto ad un trattamento esattamente corrispondente a quel tipo di pratica speciale, a base di acqua e sale, con naso tappato”.

Insomma, a distanza di 35 anni, una sentenza resa “in nome del popolo italiano” attesta che in Italia si è fatto più volte uso della tortura da parte di alcuni funzionari di Stato per indurre alcuni arrestati a parlare, ed i nomi che si leggono sono pure altisonanti, visto che si parla di calibri qualiImprota, De Francisci, e persino di quell’Oscar Fioriolli, solo qualche annetto fa incaricato solennemente di dirigere la nuova scuola di addestramento della polizia di Stato, in risposta ai gravi fatti di Genova 2001.

Ricordo che all’epoca Leonardo Sciascia ed i radicali fecero di tutto per ottenere chiarimenti dall’allora Ministro Virginio Rognoni per sentirsi rispondere con aria sdegnata che lo Stato aveva sempre agito secondo legge e che anche il solo metterlo in dubbio suonava come un fiancheggiamento del terrorismo.
Che sia questo il motivo per il quale meno se ne parla di questa sentenza e meglio è?

(avvocato Davide Steccanella, autore del libro “Gli anni della lotta armata”)

Per dettagli sulla revisione del processo Triaca: LEGGI
– Per informazioni sulla figura di De Tormentis leggi:
*Chi è De Tormentis?
* Il segreto di Pulcinella sull’identità del torturatore
– Per informazioni sulle tecniche di tortura usate contro i militanti della lotta armata, leggi:
* Ecco come mi torturò De Tormentis
* Il pene della Repubblica
* Le torture su Sandro Padula
– La tortura sulle donne, quel pizzico in più di sadismo a sfondo sessuale:
* Le torture su Paola Maturi e Emanuela Frascella
* Cercando Dozier in vagina
* Chi è Oscar Fioriolli

Prospero Gallinari, un anno fa

13 gennaio 2014 5 commenti

Prospero ci ha lasciati il 14 gennaio dello scorso anno,

Foto di Valentina Perniciaro : i funerali di Prospero Gallinari, Coviolo 2013

si è accasciato poco dopo esser uscito di casa e se ne è andato, quel rivoluzionario di altri tempi, di altri luoghi, di storie di cui la memoria collettiva sembra scordarsi, se non quando qualche deriva dietrologica o giustizialista li trascina fuori.
Non ci si ricorda della “brigata ospedaliera” che di lui si prese cura, non ci si ricorda di tante cose…

Prospero Gallinari, rivoluzionario, uomo del 900, contadino, uomo più unico che raro,
che come ultimo regalo ci ha donato i suoi funerali, che per ognuno di noi sono stati una grande emozione.
Chiunque ha calpestato quella neve, in quella fredda giornata di un gennaio emiliano, porta dentro di sè un calore raro,
il calore della “generazione più felice e più cara“, che noi abbiamo avuto solo modo di sfiorare,
di aspettar fuori dalle galere, di osservare invecchiare ed ora lentamente morire.
In un oblio che fa tanta rabbia.
Prospero ci ha fatti stare tutti insieme quel giorno, ha permesso un funerale non solo suo, ma anche di tutti gli altri, di tutti quelli che non hanno potuto ricevere lo stesso saluto, di quelli caduti sull’asfalto o lasciatisi morire penzoloni in una cella.
Quel giorno, tra i nostri canti stonati, li abbiamo urlati tutti i nomi di quelli che non avevamo mai potuto seppellire così, tutti insieme, cantando piangendo e ridendo: quel giorno abbiamo seppellito Mara e Walter, quel giorno Annamaria, come Riccardo o Ennio, come tanti e tanti altri sono stati seppelliti nel calore dei loro compagni, della loro storia.

Altri nomi sono stati urlati poi… i nomi degli assenti;
di tutti coloro che ancora scontano quegli anni sulla propria pelle e non possono spostarsi.
I detenuti come gli esuli, quel giorno eravamo tutti insieme.
Chi si è fatto fino all’ultimo giorno di carcere,  chi ha rosicchiato libertà usufruendo della clemenza di Stato: quel giorno per un po’ si è stati tutti insieme, e la neve s’è sciolta d’emozione.
E allora grazie, che mi hai regalato un pezzettino di voi, anche a me, che vengo da un mondo altro.
Che fa pure un po’ schifo.

Un funerale che ha dato fastidio, almeno alla Procura di Bologna, forse a corto di lavoro interessante: ben 4 son le persone indagate per “istigazione a delinquere in concorso” per aver partecipato al funerale.
Un funerale, scambiato per terrorismo … pensa che risata ti sarai fatto.

CIAO GALLO!

Voglio lasciarvi con una carrellata di link, con i racconti di quei giorni, con del materiale su Prospero Gallinari…
tutte cose che ogni tanto fa bene rileggere…

Link
A Prospero Gallinari volato via troppo presto
Ciao Prospero
Fine di UNA storia, LA storia continua
Chi era Prospero Gallinari
Mai alcuna confessione di innocenza, Prospero
In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone
Su Prospero Gallinari di Salvatore Ricciardi
Prospero Gallinari, un uomo del 900
Gallinari è morto in esecuzione pena. Dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
Gli avvoltoi s’avventano sulla memoria di Prospero Gallinari
Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
“Eravamo le Brigate rosse”, l’ultima intervista di Prospero Gallinari

Gallinari e Caselli, il confronto tra cattivi maestri e bravi bidelli
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili
Scalzone: Gallinari come Prospero di Shakespeare, “la vita è fatta della stessa sostanza dei sogni”

“Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni”. Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari
Perché sono andato ai funerali di Prospero Gallianari by Stecca
Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara

Ridateci Cecilia: ORA!

7 dicembre 2013 1 commento

Acciuffare una donna come Cecilia non è cosa facile.
Infatti in forze son giunti sul suo corpo per privarlo della sua dirompente e contagiosa libertà.

Gli scagnozzi di Stato, sempre pronti a difendere sventolatori di celtiche, son riusciti ad arrestarla e in questo momento si starà dirigendo, in traduzione, verso il suo processo per direttissima, di cui dopo daremo aggiornamenti.
Certa che il tuo sorriso sarà tale anche in quella cella in cui sei sola,
certa che i tuoi diretti colpiranno con forza la privazione di libertà.

1.3.1.2.

DA INFOAUT:
A 48 ore dall’arresto non abbiamo ancora ricevuto aggiornamento sulla situazione penale di Cecilia.
L’avvocato Claudio Novaro ha potuto visitarla questa mattina: Cecilia sta bene, è in cella da sola. L’udienza sarà domani mattina e per sabato sera o domenica a pranzo dovremmo avere l’esito.
Di prassi il giudice per le indagini preliminari (gip) ha 96 ore di tempo per confermare o meno l’arresto. Non sappiamo se il sipario di silenzio che circonda il suo arresto prefigura una volontà punitiva di farla sostare il più a lungo possibile nelle patrie galere in assenza di prove considerevoli (mera e vigliacca vendetta della digos torinese e dei suoi Pm!).
Quel che è certo è che Cecilia rappresenta per la Questura torinese un bottino troppo ambito, ed è scoperta la volontà di farle pagare la sua determinazione e generosità in tutti gli appuntamenti di lotta – come mostrano bene alcuni passaggi del video di RepubblicaTorino che ri-postiamo qui sotto, deve si vedono ben 4 digos e un celerino avventarsi su di lei per assicurarne l’arresto!

Intanto, per chi volesse scriverle e comunicarle la solidarietà di cui ha bisogno in questo momento, questo è l’indirizzo:

Cecilia Stella
Casa circondariale di Torino Lorusso e Cotugno
Via Adelaide Aglietta, 35
10151 Torino (TO)

 

Il comunicato di solidarietà delle Cagne Sciolte:
Nella giornata di ieri, ancora una volta, lo stato ha aizzato le forze dell’ordine per difendere gli squadristi fascisti.

Questa volta è toccato alle studentesse e agli studenti dell’Università di Torino difendere il territorio che vivono nel quotidiano dalla retrograda e insulsa proaganda del fuan (so’ finiti gli anni ’70!!!).
Numerose le cariche della celere sulle centinaia di studentesse e studenti che a Palazzo Nuovo protestavano contro la presenza dei fascisti. Cariche che si sono tramutate in vera e propria caccia alle persone, fin dentro le aule universitarie. Diversi i feriti, due sono in ospedale per le gravi ferite riportate.
Durante una delle cariche un compagno, Carlos, e una compagna, Cecilia, sono stat* fermati, portati in questura, tramutando poi  il fermo in arresto per Cecilia.
Alcune di noi lottano a fianco di Cecilia nelle numerose battaglie per una vita degna e libera, riconoscendo in lei la determinazione e il coraggio di ognuna di noi.

Massima solidarietà a Cecilia e a tutte le detenute del carcere torinese delle Vallette, che proprio ieri hanno annunciato una giornata di protesta contro il sistema carcerario.

Cecilia libera subito!
Nessuno spazio ai fascisti in divisa e non.
Tutte libere
Tutti liberi
Delle galere solo macerie!

Cagne Sciolte.

« J’accuse : torture d’Etat », un video reportage sulle tortura ad Enrico Triaca

30 novembre 2013 Lascia un commento

Un video reportage interessante e toccante, quello che il giornalista Enrico Porsia (ex militante delle Brigate Rosse rifugiato in Francia) ha girato poche settimane fa per le strade di Roma, chiacchierando con Enrico Triaca, ex militante delle Brigate Rosse, torturato con varie tecniche (tra cui il waterboarding) dalla squadra di Nicola Ciocia, alias “professor De Tormentis“, uomini di Stato.
La denuncia delle torture di Stato, diretta e raccontata da uno dei tanti corpi caduti nell’ingranaggio più infame della guerra che lo Stato ha combatutto contro i rivoluzionari di una manciata di decenni fa.
Qui è difficile che se ne riesca a parlare: il 15 ottobre la condanna per calunnia che avevano dato ad Enrico Triaca nel momento in cui denunciò i suoi torturatori è stata annullata, a prova del fatto che la tortura c’è stata… ma nessuno ne ha parlato.
Dobbiamo andare oltre confine per veder proiettata un po’ di verità in spazi pubblici, per veder dibattito e ricerca di verità storica.
Qui l’oblio, o peggio: qui si denuncia anche chi va a salutare i proprio morti.
I 4 indagati per i funerali di Prospero Gallinari (leggi qui) ne son la ridicola prova

Terre Corse
Une saison de rencontres-débats
Terre Corse inaugure « Une saison de rencontres-débats » dans le nouvel Espace d’éducation populaire Albert Stefanini 11 rue César Campinchi (1er étage)
Jeudi 12 décembre 18 heures 30

« J’accuse : torture d’Etat » un video-reportage de Enrico Porsia

Enrico Triaca, ancien militant des brigades rouges dénonce des tortures pratiquées par des fonctionnaires de la police italienne. Ce témoignage « J’accuse : torture d’Etat » a été recueilli par le journaliste Enrico Porsia qui participera à un débat à l’issue de cette projection.

Per dettagli sulla revisione del processo Triaca: LEGGI
– Per informazioni sulla figura di De Tormentis leggi:
*Chi è De Tormentis?
* Il segreto di Pulcinella sull’identità del torturatore
– Per informazioni sulle tecniche di tortura usate contro i militanti della lotta armata, leggi:
* Ecco come mi torturò De Tormentis
* Il pene della Repubblica
* Le torture su Sandro Padula
– La tortura sulle donne, quel pizzico in più di sadismo a sfondo sessuale:
* Le torture su Paola Maturi e Emanuela Frascella
* Cercando Dozier in vagina
* Chi è Oscar Fioriolli

Prospero Gallinari: quando un funerale diventa “terrorismo” per la procura di Bologna

30 novembre 2013 8 commenti

La cerimonia di saluto
Il funerale che andava fatto!
Tutti a Coviolo per salutare Prospero Gallinari la cerimonia si terrà domani 19 gennaio alle-14-30
Ciao Prospero
In diretta da Coviolo immagini e parole della cerimonia di saluto a Prospero Gallinari/1
In diretta da Coviolo in migliaia per salutare Prospero Gallinari/2
La diretta twitter dai funerali
Ciao Prospero
Gli assenti
Scalzone: Gallinari come Prospero di Shakespeare, “la vita è fatta della stessa sostanza dei sogni”
Fine di UNA storia, LA storia continua
Mai alcuna confessione di innocenza, Prospero

Testimonianze
In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone
Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara
Su Prospero Gallinari
Gallinari e il funerale che andava fatto anche per gli altri

La storia
Quadruppani – Mort d’un combattant
Bianconi – I parenti delle vittime convocati via posta per perdonare Gallinari
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili
“Eravamo le Brigate rosse”, l’ultima intervista di Prospero Gallinari
Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
Gli avvoltoi s’avventano sulla memoria di Prospero Gallinari
Gallinari è morto in esecuzione pena dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
Prospero Gallinari un uomo del 900
Chi era Prospero Gallinari?
Gallinari e Caselli, il confronto tra cattivi maestri e bravi bidelli
Gallinari, Gotor e le lettere di Moro
Caselli Prospero Gallinari e i cattivi maestri
In risposta a Caselli su Gallinari

Stavolta i link li metto in apertura, invece che a fine post.
Per far capire alla procura di Bologna che se ha intenzione di andare avanti con questa ridicola pantomima allora da lavorare avrà veramente tanto.
Quel giorno a salutare Prospero Gallinari eravamo un migliaio, sotto la neve fitta, dopo che i treni da tutta la penisola ci avevano fatto ritrovare a Coviolo, in provincia di Reggio Emilia.
Un saluto struggente, non retorico, dolce e combattivo quello che in tanti abbiamo portato ad un uomo che non ha mai scambiato la sua dignità per un po’ di libertà, che non ha aperto un conto di cambiali con lo Stato per riappropriarsi della sua vita come in troppi hanno fatto,
che è morto detenuto, fino all’ultimo battito del cuore.
Un uomo tutto intero, con la sua storia in tasca e nello sguardo: un uomo il cui funerale andava proprio fatto così,
nel calore di tanti, tra i canti e le bandiere, tra i sorrisi e quei bicchieri di vino a farci sentire tutti una cosa sola.
Prospero quel giorno ce ne ha fatti tanti di regali,
Prospero quel giorno ha riso con noi, circondato da quella banda di vecchi amici che l’hanno salutato a pugno chiuso e sorriso sul volto,
così come un rivoluzionario va salutato.

Ora … non so che paura possano farvi…
non so come facciate ad aver paura di una generazione ormai anziana, che avete martoriato con ergastoli, isolamento e tortura…
ma che non avete completamente piegato, anzi.
Di che avete paura? Del fatto che ancora siamo vivi, che ancora cantiamo, che il fischio che scaldava le piazze e poi le celle, e poi i tavolacci delle torture, ancora scalda i cuori e scioglie la neve?
Se avete paura di questo allora inquisiteci tutti, questa “istigazione a delinquere in concorso” non è solo per Sante, Tonino, Salvatore (che oltretutto non ha preso parola) e Davide… eravamo mille.
Tutti e mille ci abbiamo messo cuore e faccia… che la procura di Bologna bussi pure,
se ha paura dei morti e del ricordo che portiamo dentro, faccia pure….

Una lettera dalle Vallette racconta il carcere di oggi. Femminile.

27 novembre 2013 3 commenti

Purtroppo nulla di quel che ho letto in queste righe mi ha stupito.
Chi conosce il pianeta carcere, chi con lui ha la familiarità e l’odio del caso sa perfettamente che quel che raccontano queste righe è normale amministrazione, è il carcere di oggi, quello che azzitta e separa, quello dove non esiste lotta ed organizzazione,
quello dove l’abuso è tra i più squallidi e il controllo farmacologico pane quotidiano.

Carcere di Rebibbia…

Mi piacerebbe lo leggessero tutte coloro che si sono addannate per trovare delle scarpette rosse, due giorni fa.

Stralci di una lettera dalle Vallette.
04/11/2013

(…) Mi trovo tutt’oggi ancora ai Nuovi Giunti. Sono stata trasferita il 22 luglio. Io come altre detenute, siamo al livello di non ritorno dalla quasi pazzia. In teoria nei Nuovi Giunti puoi starci massimo 15 giorni.

Dopo svariati mesi da una petizione siamo riuscite a ottenere uno sgabello per cella, poter fare l’aria a uno stesso orario, e non come pecore da pascolo, o tappa-buchi quando le altre sezioni non scendono. Questo era un disagio non da poco. Una mattina alle 9, il giorno dopo alle 11 come veniva comodo a loro e quell’ora d’aria diventava una corsa per poter essere pronte all’improvviso. Questa situazione è da sempre insostenibile. Due ore d’aria e ventidue chiuse senza la possibilità di fare un’attività ricreativa. C’è una bellissima palestra inagibile. Abbiamo ottenuto di poter usufruire della doccia dalle 9 alle 11, orario in cui devi essere già pronta per la così sospirata ora d’aria. Alle 11 passa il vitto. Bene noi al nostro ritorno dall’aria alle 12 abbiamo nei piatti qualcosa di commestibile, di cui non si capisce la fattispecie, messa a giacere per un’ora fino al nostro ritorno in cella. Prima cosa non mi sembra molto corretto e igienico che io debba avere il vitto per un’ora dentro la cella senza neppur vedere cosa mi ci si mette dentro. Io personalmente ho un piccolo aiuto dall’esterno e vado avanti da più di tre mesi a yogurt e frutta. Ma chi non ha la possibilità di fare quel minimo di spesa si fa coraggio chiude gli occhi e butta giù. Le mie compagne mangiano degli alimenti con corpi estranei all’interno!
Poi c’è il lusso della doccia dalle 13 alle 15. Alle 15 bisogna essere pronte per l’aria. Quindi in una sezione dove ora siamo 25, ma spesso si è in 50, con 2 docce funzionanti e un lavabo bisogna fare coincidere tutto. Voglio puntualizzare che nelle celle non c’è proprio la predisposizione per l’acqua calda a differenza delle docce dove c’è un termostato per la temperatura a piacimento loro. Quello che potrebbe essere un piccolo ritaglio di relax diventa una vera e propria tortura per molte, direi quasi tutte. La temperatura priva di calore rende insostenibile il nostro livello di stabilità. Io personalmente faccio comunque la doccia seppur con la speranza che non mi si geli il cervello. Ma le mie compagne sono tutte comunque di un’età sulla cinquantina anche oltre puoi capire il loro disagio e impossibilità di lavarsi dignitosamente: si prendono a secchiate a vicenda prendendo l’acqua dal lavabo della doccia che è per lo meno tiepida. Potrebbero chiamarsi problematiche sorvolabili invece queste condizioni imposte rendono la nostra permanenza e sopravvivenza insostenibili a un minimo tenore dignitoso. Ho deciso di scrivere questa parte di lettera di sfogo perché vedo crollare la stabilità delle compagne sotto ai miei occhi! E mi sto quasi sentendo impotente a poter solo tendergli la mano.

Ci sono detenute che andrebbero spostate in centri che possano aiutarle e non essere imbottite di terapia per non disturbare la quiete delle lavoranti “agenti-assistenti” con il continuo urlo straziante per il loro malessere psicologico con “invalidità al 100% neurologica”. Sono già state in diverse strutture OPG ma ora giacciono qui nei Nuovi Giunti. Io non mi permetto di chiudere la bocca a nessuno. Così per non sentire queste urla assordanti ho praticamente un  trapianto di cuffie alle orecchie.
Ho preso realmente coscienza che bisogna fare uscire al di fuori da queste mura la realtà vera, cruda delle carceri italiane. Perché lottando sole facciamo solo numero. Così da questa sera a un mese ognuna di noi farà da passaparola per fare girare la voce nelle carceri italiane. Il 4|12 alle ore 16 faremo una battitura. Nel giro di un mese credo che il passaparola sarà arrivato in tutte le carcere e chi ha la possibilità di mandarci giornalisti al di fuori di queste strutture da degrado, aiuterà a fare uscire oltre queste infinite sbarre il nostro grido di aiuto. Se una persona lotta da sola, resta solo un sogno, quando si lotta assieme la realtà cambia. Qualcuno dovrà pure darci ascolto!
Siamo ancora prive di un contatto con il mondo esterno, prive di tv che potrebbe aiutare a distogliere la mente dai nostri pensieri. La posta potrebbe essere un po’ di zucchero per i nostri cuori ma anche lì abbiamo il lusso che ci venga consegnata “dal martedì al venerdì”, forse non avendo contatti con il mondo esterno non siamo a conoscenza che le poste italiane ora lavorano solo quei giorni. Ma non credo sia così. Dopo un mese dal mio trasferimento a questo penitenziario nuova disposizione: tutta la posta deve essere registrata al computer “quando ne hanno tempo”. Altrimenti come oggi seppur lunedì la posta vista da altre detenute non c’è stata consegnata. In prima sezione hanno fatto la battitura, noi nuovi giunti all’aria ci mettiamo sul piede di guerra: minacciamo di non risalire dall’aria. Così per azzittirci la nostra dignitosa ispettrice ci viene a dire che stanno registrando la posta. A chiacchiere: niente posta. Io personalmente una raccomandata l’ho firmata dopo 9 giorni dal suo arrivo!

Non veniamo rifornite di niente: generi di prima necessità per l’igiene persona e quant’altro. Solo al nostro arrivo un rotolo di carta igienica, due piatti e due posate di plastica, uno spazzolino e un dentifricio con saponetta. Poi dopo aver dormito senza lenzuola coperte e cuscino se sei fortunato entro un paio di giorni dal tuo arrivo puoi ottenerle e poi niente più. E, mi ripeto, chi non ha un piccolo aiuto dall’esterno economico è privo di tutto. Non viene rifornito neppure dalla carta igienica. Ma per fortuna c’è la domenica di mezzo. Ci viene data gentilmente in regalo Famiglia Cristiana e molti giornali. E molte hanno trovato rimedio a scopo carta.
Scrivo terra-terra sdrammatizzando ma siamo nel tunnel degli orrori. Prendendo atto di ciò che è accaduto il 31 ottobre ora do il libero sfogo. Abbiamo sollecitato più volte le assistenti di sezione di tenere sotto osservazione una nostra compagna da giorni in uno stato confusionale e, preoccupate per questa visibile instabilità, abbiamo solo richiesto che venisse applicato il loro ruolo: controllarci. Bene se questo fosse stato fatto con i tempi giusti oggi non ci si troverebbe in questa condizione. Bene siamo scese all’aria alle 15  e al nostro ritorno dopo più di un’ora che eravamo rientrate notiamo un’allarmante via vai di assistenti nella cella di questa nostra compagna. L’hanno trovata priva di sensi con entrambe le braccia tagliate da ferite importanti tanto da procurarsi la sutura di 19 punti al braccio sinistro e 24 al quella destro. Ovviamente mentre era in infermeria viene fatto il cambio cella per essere poi piantonata. “Ovviamente”. Tutto ciò poteva essere evitato ascoltando le sue ragioni. Non volevano consegnarle la spesa della sua concellina uscita liberamente, che aveva fatto tanto di domandina per lasciare la sua spesa a lei. Domandina vista da vari assistenti e poi credo cestinata. Questa è stata la goccia che ha interrotto quel filo sottile della sua stabilità già offuscata. Anche qui sarebbe bastato ascoltare e controllare prima che succedesse l’accaduto.
Malgrado piantonata, la stessa notte per la seconda volta ci è andata troppo vicina: si stava soffocando con la sua maglia, e per ritardare l’accesso alla sua cella di piantonamento ha tirato su la branda facendola incastrare nelle sbarre del blindo. Allora tiriamo fuori la realtà, la verità. Non credo che bisogna aspettare che uno sia sottoterra. Questo va ben oltre. Ieri è andata bene, se così si può dire, facciamo qualcosa. Aiutateci. Aiutiamo queste donne, figlie, madri.

Per finire in bellezza la stessa notte una compagna si sente male. Soffre di gastrite nervosa. Mi dirai che non è una patologia così allarmante, sì se solo non soffrisse di problemi cardiocircolatori. Ha già avuto un arresto cardiaco provocato da questi attacchi. Continuano a farle flebo e punture di “Contramal” per alleviare il suo dolore. Ma in sostanza con i problemi che ha aggrava solo le sue condizioni. Portandola tra le mie braccia di peso sino in infermeria è passata più di  un’ora e mezza per fare intervenire la guardia medica.
Bene. Io sono allibita da tutto ciò. Ma non smetterò di combattere per me e le mie compagne, il nostro grido di dolore è assordante ma non ci sente nessuno. La guardasigilli Cancellieri si sta muovendo per noi? Per la popolazione carceraria? Ma deve aiutare noi tutte, detenute dal degrado.
Un grido di aiuto e un affettuoso saluto le detenute seconda sezione Nuovi Giunti.

M.
Seguono le firme di 22 detenute

Sonja Suder e la libertà, FINALMENTE!

14 novembre 2013 2 commenti

Una bella notizia dopo settimane di gelo.
Assaporo un po’ di libertà, ormai lontana sconosciuta, attraverso le foto del tuo volto finalmente libero.
Sono felice Sonja,

Splendida! Sonja Suder, 12 novembre 2013

Grazie a quelle immagini viste quasi per caso; nella mia nuova vita fuori dal mondo, dove lo schermo del computer è mutato in altro tipo di monitor,
dove il wi-fi è stato sostituito da milioni di cavi e tubi e fili e cavi, che circondano corpi per legarli a monitor, macchine, aghi (corpi piccolissimi)…
grazie a quelle tue rughe impegnate in un sorriso ho vissuto qualche istante di felicità intensa.

SEI LIBERA!
Posso pensare che a breve sentirò il tuo abbraccio, fortissimo e vibrante che tanto mi aveva colpito.
Mi hai parlato subito come una sorella, hai pianto tra le mie braccia chiedendomi di portare la carrellata di emozioni che mi passavi al di là del confine, sulle labbra di un uomo che aveva finito il suo esilio tra le sbarre, nuovamente.
E’ toccato a te poco dopo, in un arresto surreale che ci ha lasciati tutti basiti, non solo per la follia giudiziaria ma anche per la tua età (ora sono 81), e quella di Christian.

Tra i tuoi compagni…

Sei libera cavolo, la montatura si è sbriciolata, la libertà è di nuovo infilata tra le pieghe del tuo viso.
Qui, anche se la felicità non sappiamo più da che lettere è composta, sentiamo il brivido di chi sa che tra un po’ ci si riabbraccia tutti.
Alla faccia dei confini, delle galere, dei tribunali …

Qui un po’ di link sulla  storia:
Due estradizioni annunciate
Erri De Luca su Sonja e Christian
Una loro intervista
Estradati Sonja e Christian
Oreste Scalzone commenta l’estradizione

La tortura è di Stato, rompiamo il silenzio: il video

3 ottobre 2013 1 commento

Un video per lanciare una campagna nazionale contro la Repressione a cura del Comitato La tortura è di Stato: Rompiamo il Silenzio
all’interno del video la testimonianza di Enrico Triaca, “tipografo” delle Brigate Rosse torturato dai Cinque dell’Ave Maria di DeTormentis (nient’altro che il funzionario di polizia Nicola Ciocia),  le interviste a Paolo Persichetti e all’avvocato Francesco Romeo.

Questo anche per ricordare l’importanza dell’ottenimento della revisione del processo Triaca, che fu condannato per calunnia quando denunciò i suoi aguzzini, che si svolgerà nel Tribunale di Perugia il 15 ottobre prossimo.
Una battaglia già vinta quella dell’ottenimento della revisione, molto raro nei nostri tribunali, che ci permetterà di ristabilire la verità sulla tortura di Stato a partire dalla vicenda Triaca. Sperando di ottenere anche Nicola Ciocia… lo vogliamo proprio lì, davanti ai nostri occhi e a quelli di Enrico.

Qui l’appello e come aderire: LEGGI
Per dettagli sulla revisione del processo Triaca: LEGGI
– Per informazioni sulla figura di De Tormentis leggi:
*Chi è De Tormentis?
* Il segreto di Pulcinella sull’identità del torturatore
– Per informazioni sulle tecniche di tortura usate contro i militanti della lotta armata, leggi:
* Ecco come mi torturò De Tormentis
* Il pene della Repubblica
* Le torture su Sandro Padula
– La tortura sulle donne, quel pizzico in più di sadismo a sfondo sessuale:
* Le torture su Paola Maturi e Emanuela Frascella
* Cercando Dozier in vagina
* Chi è Oscar Fioriolli

Categorie:ANNI '70 / MEMORIA, L'Italia e il movimento, Lotta Armata, Torture in Italia Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Herman Wallace e gli Angola3: oltre 40 anni di segregazione

3 ottobre 2013 1 commento

Herman Wallace

Immaginare l’isolamento per 40 anni non è facile.
Conosco lo sguardo di chi ha vissuto la detenzione per oltre 30anni, conosco lo sguardo di chi, una volta caduto nelle mani dello Stato, è stato ripetutamente torturato per strappare dalla bocca parole utili ad altri arresti. Parole che spesso sono uscite, altre volte no.
La tortura è complicata da immaginare, ma quando senti raccontarla molte volte inizia ad aver tratti familiari, vista la sua scientificità: la tortura si può immaginare, arrivi a sentirla nello stomaco, a sognarla la notte, a sentirne i rumori.

L’isolamento è diverso: immaginare 40 anni di isolamento è molto più difficile secondo me. Quarant’anni, già quelli non so come son fatti, figuriamoci se posso aver a che fare con l’immagine di circa 14.965 giorni passati da solo, in una cella, per 23 ore al giorno.
Pensate a “fa’ la stecca” a 344.195 ore di solitudine e non mi dite che riuscite a vederli, a creare un’immagine palpabile, che non ci credo.

Herman Wallace il 1 ottobre 2013, durante la scarcerazione Photograph: Lauren McGaughy/AP

I giornali ci parlano della “libertà” di Herman Wallace, ottenuta ieri dopo quasi 41 anni e  dopo aver tristemente conquistato il record dell’uomo che ha vissuto in isolamento per più tempo nella storia degli Stati Uniti d’America, è uscito.
Malato terminale di un cancro al fegato, su una barella, senza nemmeno la forza di proferire una parola: ma parlano di libertà, loro.
Passerà gli ultimi giorni della sua vita ricoverato in ospedale, invece che nella sua cella: proprio gli ultimi, le sue condizioni sono tali da aver fatto già sospendere la terapia. Sta solo aspettando la morte.
Herman Wallace, nero, in carcere per una rapina e , è uno dei tre che composero gli Angola Three (insieme a Robert King, libero dal 2001 e Albert Woodfox, ancora detenuto), che presero il nome dalla più grande prigione americana chiamata appunto Angola (perché costruita su 18.000 acri di un’ex piantagione di schiavi) in cui erano detenuti e di cui denunciavano gli abusi tremendi e la pesante segregazione.
Scioperi della fame e del lavoro, i tre detenuti catturarono l’attenzione dei boia della Louisiana e da quel momento iniziò la loro segregazione, terminata solamente ieri per Herman, con la montatura dell’omicidio di una guardia penitenziaria, bianca ( non esistevano secondini neri nell’America di quegli anni). Una maledetta storia, che è riuscita a diventar lunga 40anni grazie all’accanimento statunitense, che li ha murati vivi in una cella sperando che finissero i loro giorni nell’oblio
cosa che non è.
Mentre i suoi avvocati cercano ancora di mandare avanti la battaglia per la riapertura del processo a loro carico,
sappiamo che la sola cosa che può esser utile, oltre la memoria e la solidarietà, è la lotta per l’abbattimento del carcere a partire dai suoi punti più alti: ergastolo, segregazione e tortura, fino ad arrivare ad aprire ogni blindato.
Per la libertà dei prigionieri,
per la libertà di tutti e tutte.

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