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Posts Tagged ‘CARCERE’

15 ottobre 2011: chiesto risarcimento per ingiusta detenzione!

17 novembre 2015 2 commenti

Vi ricordate gli scontri del 15 ottobre 2011 penso.
Quella giornata bella e dolorosa che ha cambiato un po’ di carte in tavola, almeno dentro qualcuno di noi, per sempre.
Gli scontri del corteo del 15 ottobre videro i Cobas schierarsi, e lo fecero sia con il loro atteggiamento in piazza e la loro richiesta alla polizia di intervenire contro chi si iniziava a muovere in modo non consono alla piattaforma prestabilita per quella giornata, che con i comunicati nelle ore successivi, dalle parole indimenticabili.
Pesanti macigni.

Ma ora non parliamo di quei macigni, anche se non riesco ad evitare di rimembrarli se si parla di quelle giornate. Parliamo di uno dei tanti processi che son seguiti,
il solo per ora conclusosi con un’assoluzione.2981014407_2a5e02ced3

6 anni in primo grado, assolto poi sia in appello che in Cassazione.
Peccato però che Mirco Tomassetti, della provincia di Teramo abbia scontato ben 653 giorni di arresti domiciliari, abbia perso il suo posto di lavoro (ha 35 anni), e subito danni fisici e psicologici.
Ora vuole i soldi e ha ragione!
La scorsa settimana è stata depositata in tribunale la pratica di risarcimento: Mirco vuole indietro dallo Stato 360mila euro per ingiusta detenzione.

Su quelle giornate e la repressione che ne è seguita:
Il comunicato su Giovanni Caputi
Pin va al 15 ottobre
Ecco la prima condanna
Cobas contro Cobas
Un commento di Oreste Scalzone
Presidio a Regina Coeli
Infoaut risponde al comunicato dei Cobas
I “terroristi urbani”

i testi caldi 🙂  son qui:
Delazione e rimozione della propria storia
Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti

Per approfondimenti sui processi: Rete Evasioni

 

Mumia lotta per la vita in terapia intensiva! FreeMumia!!

2 aprile 2015 1 commento

Mumia Abu Jamal è nel braccio della morte da quando sono nata. Son 33 anni, e il suo processo è una farsa surreale ben nota, che però nessuna grande mobilitazione è riuscita a far stracciare.

Mumia il 30 marzo è stato trasferito al reparto di Terapia Intensiva dell’ospedale di Pottsville, dopo una traduzione dal carcere SCI Majanoy di Frackville, per valori di glicemia altissimi nel sangue, senza che nemmeno un famigliare o avvocato venisse avvertito. 779 di glicemia, ad un passo dal coma dal coma diabetico che viene diagnosticato quando il valore raggiunge 800.
Lo ha scoperto il suo caro amico Johanna Fernández solo recandosi, lunedì mattina, al carcere per un colloquio, proprio perché molto preoccupato per le sue condizioni di salute che peggioravano da giorni, anche con visibili eczemi: erano più di tre mesi che le condizioni di Mumia erano visibilmente critiche, come racconta anche il fratello e i parenti più stretti a cui son state negate le visite fino alla tarda mattinata del 1 aprile,
mattinata in cui ha potuto avere un colloquio di 3o minuti con la moglie e il fratello.
Malgrado i tre mesi in cui ha provato ad accedere a tutte le cure possibili per la sua situazione dermatologica, e ha fatto anche tre prelievi di sangue, mai si erano presentate diagnosi di diabete, quindi è ancora tutta da capire la situazione medica del prigioniero Mumia:
per di più a causa delle sue condizioni di salute a gennaio era stato punito con 2 settimane di privazione di colloqui e aria perchè non si era sveglilato al momento della conta, ma era rimasto in un sonno profondo.
Ora combatte in terapia intensiva, senza la possibilità di vedere la sua famiglia, che rimane fuori della terapia intensiva senza riuscire ad avere accesso se non per qualche minuto.

Seguite intanto il sito PrisonRadio per aggiornamenti!
Speriamo si possa scendere per le strade per far sentir Mumia meno solo, per lottare per la sua libertà, e per sputare in faccia a 33 anni di ingiusta condanna.
FREE MUMIA! FREE ALL PRISONERS!

La sezione femminile del carcere di L’Aquila

23 marzo 2015 3 commenti

Giulio Petrilli conosce bene il carcere. E quando è lui a parlarne, o chi come lui, che il carcere se ne è fatto tanto tanto per poi essere pure assolto, bisognerebbe fare un secondo di silenzio e ascoltare.
Giulio Petrilli quando ti racconta la sua città e magari te la mostra tra le sue rovine, indecentemente e rovinosamente rimaste al suolo, non riesce a non parlarti di un pezzo di città che nessuno nota mai: il carcere.Asinara_caiennaitaliana
Era un po’ che non lo faceva, ma ora non ce l’ha fatta più, e ha ricominciato.

(Qui se volete leggere un suo comunicato di anni fa sulla Blefari Melazzi e le condizioni di detenzione che subiva, che l’hanno poi portata a scegliere il suicidio: LEGGI)

Purtroppo la mia città de L’Aquila, ha un triste primato nel mondo: quello di avere un carcere femminile peggiore di Guantanamo e di Alcatraz.
Nella sezione speciale femminile del carcere Le Costarelle de L’Aquila, le condizioni di vita delle detenute sono simili se non peggiori del famigerato carcere americano e peggiore anche di Alcatraz.
Isolamento totale, perquisizioni corporali quando si esce dalla cella nell’unica ora quotidiana.
Totale divieto di comunicare tra detenute.
Un bunker nemmeno paragonabile a Guantanamo come spazi, con celle due metri per due.
Spazio per l’aria, tre metri per tre senza mai sole.
Il sole non esiste piu’.
Due libri al mese, due soli quaderni per poter scrivere.
Corrispondenza con l’esterno praticamente inesistente, visto la forte censura.
Condizioni che ledono completamente i diritti umani.
Ma le donne democratiche della mia citta’ dove sono?
Ma non solo loro, anche gli uomini e non solo nella mia citta’ perche’ e’ un problema nazionale.
Tutto tace, tutti girano la testa dall’altra parte.
La sezione femminile del carcere speciale de L’Aquila, ha condizioni di gran lunga peggiori delle sezioni a 41bis e credo che questo dimostri che e’ l’unico carcere femminile al mondo cosi’ duro.
Non e’ una esagerazione, purtroppo e’ la realta’.
La tortura di per sé è un fenomeno incredibile, ma applicato nella detenzione delle donne, nel silenzio quasi totale, ha dell’incredibile.
Io racconto queste cose a ragion veduta, perché ho visitato diverse volte questa sezione speciale e leggo di denunce sulla situazione descritta, che non hanno visibilità.

Torno a riaffrontare questo tema dopo otto anni, quando dopo per aver partecipato a una manifestazione proprio a L’Aquila contro il 41 bis ho avuto conseguenze dure e difficili.

18.03.15 Giulio Petrilli

Arrivano 25 condanne ai compagni in Egitto. Maledetti!

24 febbraio 2015 1 commento

Bisogna sperare che venga accettata l’apertura del terzo grado di giudizio.

i volti dei condannati…

Bisogna sperare che la libertà avvolga ancora la vita di questi compagni, che tanto hanno fatto per l’Egitto e per la vittoria della libertà sul silenzio, nelle lotte di Tahrir e in quelle successive che hanno investito il Cairo, come tutta la zona del Delta, come anche il resto del paese.

I condannati di ieri sono 25 (tutte le condanne oscillano tra i 3 e i 15 anni, con il pagamento di 13.000$ a testa), i condannati di ieri sono tutti compagni che hanno sfidato il primo giorno di nuova legge sulle manifestazioni, nel novembre del 2013 e uno di loro, Alaa Abd El Fattah è un blogger ormai di fama mondiale, che dal primo giorno delle rivolte del gennaio 2011 nella grande piazza Tahrir si è esposto a livello internazionale per far conoscere e allargare la grande rivolta popolare che buttò giù Mubarak, per poi essere spazzata via dalle violenze dello Scaf, dal governo Morsi e dall’attuale al-Sisi, che ha confermato la sua vigliaccheria e infamia con le sentenze di ieri. Alaa è stato ripetutamente arrestato in questi anni, sotto ognuno dei leader egiziani che si sono avvicendati dalla caduta di Mubarak.
In primo grado erano stati condannati a 15 anni, ieri almeno 10 di questi ( ma non per tutti) son stati buttati nella spazzatura, ma la condanna è arrivata. Pesante. Un macigno di carcere e isolamento.
Tre condanne rimangono a 15 anni: 15 anni.
Di 25 condannati ben 24 parteciparono attivamente alla manifestazione autorizzata, consapevoli del rischio d’arresto,
consapevoli di poter perdere un occhio (era lo sport preferito dello Scaf quello di centrare bulbi oculari), consapevoli di rischiare la vita e quei brandelli di libertà conquistati.
Uno di loro no.
Uno di loro non era in piazza. Non aveva nemmeno scelto di essere in piazza quel giorno, ma quando ha visto il pestaggio di una donna da parte di agenti in borghese non è potuto rimanere con le mani in mano.

Mohammed Abdel-Rahman Noubi : ecco uno dei 25 processati nello “ShuraTrial”. Lui quel giorno non potè non tentare di salvare una ragazza da un pestaggio effettuato da un poliziotto in borghese. Mohammed nell’assistere ad un pestaggio non riuscì a non intervenire per cercare di salvarla. La sua condanna ammonta a 3 anni di carcere e 13.000 $ di spese.

Lui è il più giovane dei condannati e per i compagni porta il nome di Mohammed Yassin. Il suo nome completo è Mahmoud Mohamed Abdelaziz ed è uno studente. Almeno lo era. Visto che quando è stato arrestato aveva 17 anni, visto il pesante isolamento subito nel carcere di Tora e Athbs. E’ stato dal primo giorno della rivoluzione in piazza, da tutti conosciuto e amato.

Di Alaa abbiamo molto materiale su questo blog e tanto altro ancora si trova in rete.. (LEGGI)
materiale che consiglio di leggere ed approfondire per poter comprendere quanto questi compagni siano nostri compagni,
sangue nostro. Che va tirato fuori da quelle prigioni, che va fatto tornare libero,
Che deve continuare a lottare per abbattere l’oppressione.

TUTTI LIBERI.
SOLIDARIETA’ TOTALE AI CONDANNATI.
Mubarak, Morsi, Sisi: una faccia, una feccia.

Cos’è il carcere, di Salvatore Ricciardi

17 febbraio 2015 1 commento

Io da Salvatore ho imparato tante cose.
Con Salvo ho passato giornate, mattinate, pomeriggi, nottate a parlare e analizzare alcune cose di questo nostro mondo.
Con Salvo tante volte, tante volte, mi son fermata a parlare o scrivere del tempo, di quanto conti poco, come possa cambiare il suo scorrere a seconda della nostra condizione.
lui mi ha insegnato, insieme a pochi altri nella mia vita, cosa è veramente il tempo,
di quante piccole cose è composta la libertà, e quanto nella loro nucleare piccolezza sono splendide e importanti tutte,
tutte quelle piccole cose che possono costruire la libertà di un qualcuno,
e di una classe.

Salvo mi ha insegnato a guardare i miei polpastrelli in altro modo, a distinguere e apprezzare cio’ su cui le nostre mani poggiano,
Salvo è stato il primo ergastolano che mi ha insegnato che si sconfigge tutto, anche l’ergastolo stesso e mai come ora ho bisogno di crederci.
E’ uno di quelli che nella mia faticosa quotidianità mi vengono in mente sempre,
perché il suo sorriso, innato e fanciullo, dimostra in ogni istante che è fatto per esser libero,
e per raccontare la libertà a chi non sa di averla, e non sa quant’è bella.

Ma bando alle ciance..
dopo “Maelstrom”, libro con dentro due decenni che esplodono di lotta e prigionia, Salvatore Ricciardi ha scritto finalmente un libro sul carcere. Mi permetto di dire finalmente, perché sono decenni e decenni che tutti leggiamo il suo libro sul carcere ascoltandolo,
ed era ora che potessimo averlo anche tra gli scaffali, nero su bianco.
Un libro che io ho iniziato a leggere ieri, di cui quindi qui non parlo…
Ma vi lascio un’altra recensione “de core e de panza” di Davide Steccanella, amico e compagno comune

 

Cos’è il carcere di Salvatore Ricciardi, 2015, DeriveApprodi, euro 12

Quando alcuni anni fa lessi Maelstrom trovai talmente “figo” uno scrittore che riusciva a risultare simpatico e in certi punti persino divertente nel momento in cui si cimentava in una sorta di gigantesco affresco collettivo di trent’anni di lotte proletarie del novecento italiano e mondiale che volli verificare se quel Salvatore Ricciardi fosse così anche di persona.
Andai dunque da solo una sera al Conchetta, sui grigi navigli milanesi, perché avevo letto che era prevista una presentazione di Maelstrom con l’autore, presentazione cui peraltro partecipava anche il mio amico, nonché grande avvocato, Giuliano Spazzali.
Ricciardi arrivò con quell’aria, acutamente in seguito definita da una compagna di militanza romana che ben lo conosce, da “scusate sono capitato qui per caso”, prese posto, disse la sua dopo le varie presentazioni altrui, ed al termine della serata ci fermammo un po’ a chiacchierare, quindi saluti e baci, e festa finita. Mi colpì moltissimo il suo sguardo, quegli occhi capitati per caso quando ti fissano diventano scurissimi, hai l’impressione di essere messo a fuoco dall’obiettivo di una macchina fotografica, leggendo Cos’è il carcere ho capito benissimo perché quel

Il pugno di Salvo 😉

malavitoso dal cortile della galera ad un certo punto se la squaglia.
In seguito l’ho rivisto poche volte, dice perché odia il freddo del nord quindi o Roma o ciccia, una volta mi ha portato al suo bar al Pigneto lo Yeti, ma ogni tanto ci scambiamo messaggi, così senza criterio, quando mi va di commentare qualcosa con lui gli scrivo e lui mi risponde.
Confermo, di persona Ricciardi è esattamente come scrive, quando deve dirti una cosa lo fa in modo paziente ma diretto, rispetta l’interlocutore anche se non gli fa sconti, tratta tutti allo stesso modo e se dicono minchiate gliele ribatte ma se dicono cose che ritiene interessanti le valorizza, alterna risate a pensieri più che seri, analisi profonde a battute cazzare, impegno costante in difesa di chi soccombe a bevute al bar, insomma vive, lotta, si diverte e si incazza.
Questa premessa, che a molti risulterà di totale disinteresse, mi serve invece per parlare del suo secondo libro appena uscito che dovrebbe essere, sulla carta, una specie di vademecum per il carcerato scritto da chi in carcere ci ha passato larga parte della sua vita, e così pure lo intende Erri De Luca nella sua, come sempre intensissima, prefazione, e invece no, per me non è stato così.
Cos’è il carcere per me è stata una bella e lunga conversazione con Salvatore che, come sempre, quando decide di essere serio e quindi di raccontarti un qualcosa che ritiene necessario “trasmettere” bene al suo interlocutore, si arma di pazienza e ti conduce proprio fisicamente, quasi per mano mi verrebbe da dire, all’interno, nel cuore di quello che ti vuole descrivere.
E poi una volta entrati ti accompagna per tutto il percorso, non ti lascia neppure per un attimo per andare a fare delle altre cose, no, lui resta lì con te, a disposizione per spiegarti tutto quello che a quel punto avrai voglia di chiedergli. E lo fa in modo totale ma mai arrogante, sapiente ma mai saccente, esaustivo ma mai invadente, e il suo vissuto, come sempre, non te lo fa pesare ma condividere, così come la sua cultura politica non te la fa “imparare” ma applicare all’esempio concreto.
Alla fine del libro insomma non ho avuto la sensazione di avere letto ma di avere vissuto una esperienza diretta, mi è parso quasi di avere passato un periodo di galera con uno che mi ha fornito sin da subito, e coi modi e coi tempi giusti, tutti gli strumenti per sopportarla.
Come nel precedente Maelstrom le frasi del libro che meriterebbero di essere citate si sprecano, ne scelgo due per far capire, anche nella loro valenza di attualità, “come” scrive Ricciardi, il resto fate il santo piacere di leggervelo voi acquistando il libro.  La prima è questa: “Uscito dal carcere dopo tanto tempo, rientrando nella società mi sono accorto di un cambiamento avvenuto nel linguaggio di quelli che erano diventati, di nuovo, miei concittadini. Il passare del tempo aveva prodotto l’uso di aggettivi forti, superlativi: ‘assolutamente, pazzesco, agghiacciante, spaventoso’, per compensare pensieri e passioni sempre più deboli”, e la seconda è questa: “La cultura dominante ha ridotto al silenzio…. Non si sente il grido dei desideri negati, le urla dell’animosità e della sofferenza imposta. Si preferiscono gli analgesici. Ve ne è una vasta gamma: da quelli chimici, legali e illegali, a quelli sociali, come lo status, la carriera, il lavoro importante e poi casa, famiglia, macchina, vacanze e “conoscenze””.
Diciamo che a me piace talmente tanto il “modo” con cui scrive che nel caso di Salvatore conta anche fino ad un certo punto il “cosa”, se però la domanda un po’ scema dovesse essere a cosa serve questo libro ? posso cavarmela dicendo che serve a tutti quei giustizialisti d’accatto che sotto la falsa egida della legalità quotidianamente sproloquiano su quanto siano pochi gli anni di carcere affibbiati a qualcuno, magari all’indomani di qualche sentenza mediatica.
Salvatore Ricciardi ti fa capire in poche pagine perché il nostro carcere sia un luogo del tutto inutile, prima ancora che disumano.
davide steccanella

A Gianfranco Faina, sangue nostro

11 febbraio 2015 Lascia un commento

-Gianfranco Faina nasce a Genova il 6 Agosto 1935
-milita nel PCI dal 1953 al 1961
-dal 1961 lavora come assistente volontario nell’Istituto di Storia moderna all’università di Genova dove nel 1967 diventa assistente ordinario
-dal 1970 lavora come professore incaricato di “Storia dei Partiti Politici”
-ha due figli
-milita in Azione Rivoluzionaria dal 1977
– viene arrestato a Bologna il 10 giugno 1979
-in carcere i medici gli riscontrano un “carcinoma polmonare con metastasi osse diffusa” e viene ricoverato a Milano
-l’8 dicembre 1980 gli viene concessa la libertà provvisoria
-muore nella sua casa l’11 febbraio 1981

“Il compagno Gianfranco Faina è morto.
Lo hanno accompagnato fino in fondo la violenza e la disumanità dei suoi nemici, dei nostri nemici: le forze dello Stato e di coloro che aspirano a farsi Stato.
Ma noi compagni che abbiamo condiviso con lui lotte politiche e passioni rivoluzionarie riconosciamo la sua vita, la sua storia come patrimonio delle vittorie e degli errori della lotta rivoluzionaria per la libertà”

 

11 febbraio 1981: 10994067_10204646157567456_8691359575217599224_n-1
muore per una grave forma tumorale nella abitazione di Pontremoli dove si trovava in libertà provvisoria da 2 mesi, il Prof. Gianfranco Faina, la cui liberazione era stata richiesta nel corso della rivolta del carcere di Trani di due mesi prima. Professore di lettere alla università di Genova, era stato lui a presentare al collega Prof. Enrico Fenzi il dirigente della colonna genovese delle BR Micaletto ed era stato tra i fondatori di Azione Rivoluzionaria, definita da Mario Moretti «organizzazione vicina a posizioni anarchiche e contraria a tutte le ideologie», e per la quale verranno inquisite 86 persone. La storia di AR inizia nel 1977 quando alcuni militanti dell’area anarco-libertaria, prendendo atto dei “caratteri di forza” espressi in particolare dal Movimento del ’77 e facendo riferimento alle elaborazioni culturali del situazionismo e della Rote Armee Fraktion (RAF), danno vita all’organizzazione armata Azione Rivoluzionaria. Le tesi politiche generali di questo raggruppamento sono esposte in “Primo documento teorico”, gennaio 1978.
L’impostazione organizzativa fondante di Azione Rivoluzionaria è quella dei “gruppi di affinità”: “dove i legami tradizionali sono rimpiazzati da rapporti profondamente simpatetici, contraddistinti da un massimo di intimità, conoscenza, fiducia reciproca fra i loro membri”. In tale impostazione s’inquadra anche la costituzione di “gruppi d’affinità femministi”, con una propria produzione teorica ed una propria autonomia operativa. Uno dei primi interventi di Azione Rivoluzionaria è il ferimento del medico del carcere di Pisa, Alberto Mammoli (Pisa 30-3-77), ritenuto colpevole della morte a Pisa dell’anarchico Franco Serantini (Pisa 5-5-72) a seguito delle percosse subite in Questura al momento dell’arresto e non curate dai dirigenti sanitari del carcere.
Tra marzo e settembre del 1977 Azione Rivoluzionaria sviluppa la sua presenza in Lombardia, Piemonte, Toscana e Liguria. Con un ordigno esplosivo contro la sede torinese del quotidiano La Stampa (17-9-77) ed il ferimento intenzionale di Nino Ferrero, giornalista del quotidiano L’Unità (18 9-77), Azione Rivoluzionaria dà avvio ad una campagna nazionale contro “le tecniche di manipolazione finalizzate al consenso” messe in atto dai grandi media. In particolare il quotidiano La Stampa viene colpito per la gestione che ha fatto delle notizie relative alla morte, avvenuta a Torino il 4 agosto 1977, di Aldo Marin Pinones ed Attilio Di Napoli, due militanti dell’organizzazione. Questa campagna prosegue nel 1978 con l’attentato agli uffici amministrativi del Corriere della Sera (Milano 24-2-78) e alla redazione di Aosta della Gazzetta dei Popolo (Aosta 29-7-78). Il 19 ottobre 1977, a Livorno, un gruppo di Azione Rivoluzionaria tenta di sequestrare l’armatore Tito Neri. Il sequestro fallisce e i militanti vengono arrestati. Nell’aprile del 1978 AR fa la sua comparsa anche a Roma, collocando tre ordigni esplosivi contro la sede del Banco di Roma, il concessionario della Ferrari e un autosalone di via Togliatti.Nel giugno del 1978 Azione Rivoluzionaria firma, ad Aosta, un attentato contro la sede della Democrazia Cristiana. Nella rivendicazione essa chiede che venga “revocato il permesso concesso al Movimento Sociale Italiano di continuare a parlare nella piazza di Aosta” (18 e 19-6-78). Le tesi generali di AR vengono ampiamente esposte nel documento “Appunti per una discussione interna ed esterna”, redatto nell’estate del 1978. Al processo che si tiene a Livorno fra il giugno del 1979 ed il luglio del 1981 alcuni militanti di Azione Rivoluzionaria presentano un documento in cui viene ufficialmente annunciato l’autodissolvimento della loro organizzazione. Il 4 ottobre 1979, nel corso di un processo a Torino era stato ricordano in un documento il militante di AR Salvatore Cinieri, ucciso nel carcere di Torino il 27 del mese precedente da quel detenuto Fugueras che nell’ 81 presso il carcere di Cuneo aggredirà a coltellate Moretti e Fenzi.
( di Davide Steccanella)

Bahrain: l’incredibile accanimento contro la famiglia Al-khawaja

10 dicembre 2014 Lascia un commento

Diverse volte su questo blog ho parlato della famiglia al-khawaja,

Le sorelle Al-Khawaja

il padre Abdulhadi e le due figlie, Zainab (conosciuta come @angryarabiya) e Maryam
che con ogni forza e davanti ad ogni genere di repressione si son battuti e si battono per i diritti umani in Bahrain.
Più volte abbiamo raccontato le sentenze assurde di quest’uomo e le mobilitazioni della popolazione in sua solidarietà, e delle figlie, che son riuscite a far risuonare le urla di rabbia e rivolta delle strade di Manama e dintorni,
per tutto il mondo.

L’accanimento contro di loro però è senza fine:

il carcere o l’esilio sembra essere la sola possibilità per i componenti di questa famiglia tenace e determinata.
Più che il carcere l’ergastolo, perche Abdulladi Al-Khawaja ha il carcere a vita come condanna.
Zainab è stata ripetutamente arrestata in questi anni, senza che questo la facesse desistere mai un secondo.
A partire dal 4 dicembre, arrivando ad oggi, una carrellata di condanne l’ha accolta all’uscita dalla sua seconda gravidanza, a meno di una settimana dal parto: 3 anni per insulto al re (e 6500 dollari), per aver strappato una foto dell’emiro proprio durante un’udienza ad ottobre: udienza per l’insulto di un agente di polizia mentre era in cella, per cui oggi è stata condannata ad altri 16 mesi, come ci racconta da twitter sua sorella. 4 anni e 4 mesi in tutto.

La sorella Maryam è attualmente in esilio invece.
In esilio sì, un doloroso esilio visto che non può vedere padre e sorella in carcere, per una condanna ricevuta il 1° dicembre per aggressione a pubblico ufficiale mentre si trovava all’estero.
Leggi:
Sulla famiglia Al-Khawaja
Sulla lotta in Bahrain

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