Archivio

Posts Tagged ‘Centri di Identificazione ed Espulsione’

Ponte Galeria: quando l’autolesionismo è il mezzo per bloccare le deportazioni.

13 aprile 2015 1 commento

Dal blog Hurriya:

cie-ponte-galeria-17Ieri 11 aprile, un gruppo di solidali si è riunito in presidio di fronte alle mura del CIE di Ponte Galeria per sostenere le persone recluse, dopo le notizie degli ultimi giorni che raccontano l’ennesimo episodio di resistenza e repressione nel centro: di fronte ad un tentativo di deportazione in Tunisia alle 4 del mattino, un prigioniero, Mohammed, ha tentato di opporre resistenza tagliandosi le vene e ingerendo una lametta. Un gesto estremo, che ha messo a rischio la sua vita, per evitare di essere riportato con la forza nel paese dove lo aspetta il carcere e per protestare contro la macchina delle espulsioni che schiaccia le volontà dei singoli con la connivenza delle autorità implicate, italiane e dei paesi di origine dei reclusi (basti pensare che in questo caso era stata avanzata una richiesta di protezione internazionale).

Dopo essere stato lasciato per alcune ore senza alcuna forma di assistenza, disteso nel suo stesso sangue, finalmente qualcuno si è degnato di trasportarlo al pronto soccorso dell’ospedale San Camillo. Non per un atto di umanità ovviamente, ma solo grazie alla solidarietà degli altri reclusi che hanno spinto il personale del CIE ad intervenire e che, a seguito dell’episodio, hanno iniziato uno sciopero della fame. Mohammed è stato riportato dall’ospedale di nuovo al CIE ancora con la lametta nello stomaco e poi nuovamente al pronto soccorso dove ha subito un’operazione, mentre un piantone delle guardie non gli permetteva alcuna forma di comunicazione. Dubitiamo, ovviamente, della qualità dell’assistenza che ha ricevuto in un ospedale i cui medici non si sono fatti scrupoli a riconsegnarlo velocemente nelle gabbie del CIE senza preoccuparsi della sua salute. Ospedale, il San Camillo, tristemente noto per la sua collaborazione con la direzione del CIE con cui, evidentemente, collabora sulla pelle dei reclusi che vengono rimandati in fretta e furia al CIE senza le cure necessarie.

Proprio in queste ore Mohammed è stato riportato al CIE di Ponte Galeria e lo sciopero della fame dei reclusi sembra essere concluso.

La rabbia dei compagni di Mohammed è forte e ce l’hanno dimostrata durante il presidio, facendoci sentire urla e battiture, dando senso e forza alla nostra presenza lì, in un posto generalmente isolato dalla città ma, in occasione di una fiera commerciale, pieno di persone completamente indifferenti a quanto stava succedendo. Rabbia, la loro e la nostra, diventata ancor più forte dopo la notizia, arrivata dai reclusi, che due deportazioni verso la Tunisia erano effettivamente avvenute, con lo stesso volo su cui sarebbe dovuto salire Mohammed e che uno dei ragazzi deportati, una volta arrivato in Tunisia, è finito in ospedale dopo essere stato ferocemente picchiato dalla polizia italiana e tunisina. Rabbia, la loro, che ha anche spinto uno dei reclusi a cucirsi le labbra con il fil di ferro, come già accaduto in passato ad altri reclusi.

Solidarietà con i prigionieri e le prigioniere di Ponte Galeria
Contro tutti i CIE e contro tutte le frontiere

LEGGI: Sangue a Ponte Galeria

Il festival di Sanremo abbraccia i morti di Lampedusa: ce lo potevano risparmiare

12 febbraio 2015 2 commenti

Stiamo parlando dell’ennesima strage che ha inghiottito nel mare blu qualche centinaio di persone.
Il tutto a poche ore dall’inizio dell’ennesimo Festival della canzone italiana di Sanremo: festival che è approdato nel nuovo millennio e nel mondo dei social network con una pagina twitter che probabilmente ha lo stesso ufficio stampa che gestisce l’Expo (quello che due giorni fa ha attribuito il David di Michelangelo a Donatello, come se niente fosse).
Quindi senza ulteriori inutili, sprecate, parole
ecco a voi il tweet che commenta 300 cadaveri ancora non galleggianti di persone senza colpa se non quella di provare a vivere.
Magari liberi. Magari schiavi. Ma vivi.

mi fate schifo.

Due gommoni alla deriva, in mezzo ad un mare di vergogna

11 febbraio 2015 1 commento

Due gommoni vuoti in mezzo al mare.
Due gommoni vuoti in balia delle onde, in pieno inverno.
Due gommoni senza vita, quando invece la vita sopra ci si era accalcata per trovare posto e respiro durante la traversata.
Traversata impossibile, traversata che l’Europa ha deciso di trasformare in una morte quasi certa.

Un’altra strage in mare, un’altra strage di vite che non interessano a nessuno ma che son vite,
son occhi e sorrisi, son fotografie nelle tasche, indirizzi scritti sulla pelle, son soldi nelle mutande, son figli attaccati ai capezzoli, son bambini che han lasciato a terra sorelle o madri,
son persone sì, persone con in tasca il futuro e davanti una morte annunciata, decisa a tavolino, già bella che scritta.
Una morte che non interessa a nessuno, di cui nessuno parlerà, su cui qualcuno speculerà.
Che qualcuno dovrebbe vendicare.

I racconti parlano di un gommone con 200 persone a bordo.
Il gommone galleggia vuoto.
In mezzo al mare, in mezzo ad un mare di vergogna e di complici.

LEGGI:
Morire di freddo
La resistenza di Kobane morirà nel mare?
Altri 500
Siamo tutti ASSASSINI
Mare nostrum: un cimitero liquido
Il mare della morte
La strage di Catania
I corpi sugli scogli
Eurosur e la Fortezza Europa

Quando si assassina col freddo e col gelo

9 febbraio 2015 2 commenti

Mentre tutti postate fotografie di come la neve imbianca il vostro quartiere, si muore di freddo.
Si muore di freddo bambini, si muore di freddo donne, si muore di freddo in gravidanza,
in un battello galleggiante in mezzo al nulla.
In mezzo ad un universo di acqua in cui si confida al punto di chiamarlo futuro.

I morti di oggi, assiderati durante una traversata, dopo ore di difficoltà di navigazione a largo di Lampedusa sono stati deliberatamente assassinati dalle scelte europee sui profughi e i richiedenti asilo che salpano dal nord Africa per arrivare in Europa, in questo grande vergognoso lager che è l’Europa.
I 29 morti di oggi non son morti di freddo, ma assassinati dalla scelta di sospendere anche Mare Nostrum,
che almeno le vite le salvava, anche se poi le immetteva in meccanismi repressivi e di privazione di libertà di movimento.

Si muore di freddo, nemmeno affogati, ma di freddo.
Bastava nulla per salvare quelle vite: nulla. Solamente 7 dei 29 son stati trovati morti a bordo quando i soccorsi sono arrivati: gli altri son morti mentre arrivavano verso terra.
Bastava nulla per salvare quelle vite.
Nulla.

LEGGI:
La resistenza di Kobane morirà nel mare?
Altri 500
Siamo tutti ASSASSINI
Mare nostrum: un cimitero liquido
Il mare della morte
La strage di Catania
I corpi sugli scogli
Eurosur e la Fortezza Europa

Li abbiamo fatti annegare senza intervenire, “per prudenza”

8 dicembre 2014 3 commenti

La notizia che riporta Eunews è di quelle che fa aumentare la frequenza cardiaca:
a me ad esempio avviene proprio che tutto il sangue del corpo mi sale in testa e non riesco a darmi pace.
Non ci riesco.
E questo avviene sempre, ogni qual volta si parla di migranti e mare, di speranze che affogano, di braccia conserte lì ad osservare.
Questa volta non ci serve nemmeno immaginarlo, perché la Guardia Civil non si vergogna a raccontarlo,
nel dettaglio, quel che accadde la mattina del 6 febbraio nello specchio di mare del confine spagnolo a Ceuta.
Ci raccontano che ” per prudenza”, per scampare un “pericolo di collisione con loro”.
Provano a lavarsi le mani raccontando che la pattuglia aveva un mezzo che non consentiva un simile avvicinamento, e quel che ancora fa più male è che al loro arrivo “quasi nessun migrante era ancora in acqua”.
Quella mattina i mezzi usati sono stati proiettili di gomma e lacrimogeni, ma nessun mezzo adatto al salvataggio di vite umane, nessuna chiamata è stata fatta ad altra struttura organizzativa per recuperare le persone in acqua
… “a causa del gran numero di persone che stavano nuotando si valutò che qualsiasi tipo di manovra andava realizzata con la massima prudenza, restando a una certa distanza da loro che continuavano ad entrare in acqua”. “nessuno è stato visto chiedere aiuto”.
Una voglia pazza di vedere voi chiedere aiuto.

Altri 500 corpi a picco nel Mar Mediterrano, uccisi da noi

15 settembre 2014 7 commenti

Il Guardian è il solo giornale che leggo volentieri,
il solo giornale che reputo faccia giornalismo, in tutto il suolo europeo.
Quest’articolo del Guardian oggi lascia senza parole, senza voce, con quella stretta d’odio che dall’aorta si fa tutto il sistema venoso, prima centrale e poi periferico.
Sì mi scorre odio in ogni piccola venuzza quando guardo il nostro mare, son cresciuta guardando le coste della mia terra come un luogo agognato di approdo,
son stufa di veder raccogliere corpi e corpicini, e di sapere che la maggior parte volano a picco verso il fondo,
per non comparire mai più.
Non son mai riuscita a veder quei corpi come corpi annegati, come cadaveri, mai una sola volta.
Ogni fottuta volta ho visto persone, storie, sguardi pieni di parole che avrei voluto ascoltare,
ogni volta ho visto la vita, la speranza di chi scappa senza nulla.

Di quei corpi mi son sempre sentita responsabile,
delle vite colate a picco di quelle persone -migliaia e migliaia di persone- vi reputo responsabili.
Ogni fottuta maledetta volta.
E questa volta il Guardian che, ripeto, non è un giornale qualunque,
ci racconta che queste 500 vite umane son state ammazzate deliberatamente...e chissà quante altre volte è successo.
Sono almeno mille dollari a persona, mille dollari a persona per 500 persone che mai arriveranno:
pagare la propria morte, di propria mano, pagarla cara, pagare con tutto quel che si possiede, con molto di più di tutto quel che si possiede.
Parlo a vanvera, sono l’antigiornalismo in persona perchè manco i fatti riesco a raccontare,
mi son stufata di farlo. Andatevelo a leggere da soli.
Voglio solo urlare, voglio abbracciare uno di quei bambini che parte sottobraccio alla mamma e la vede affogare,
vorrei dirgli qualche parola nella sua lingua, aprirgli la mia casa e la mia vita.
Vorrei poter far qualcosa, vorrei poter far qualcosa…
vorrei prosciugarlo questo maledetto mare per poter far qualcosa per voi…
voi che il mondo non saprà mai che avete un nome,
un luogo di nascita, un colore preferito, un cibo che vi disgusta e uno che vi ricorda l’infanzia.
Vorrei poter far qualcosa e poi leggo queste righe di Nawal e capisco che non posso

Ieri…
Un padre e’ venuto dalla Svezia…
Attendevo l’arrivo del figlio partito dall’Egitto…
Mi seguiva ovunque….
Mi faceva le liste delle persone che dovevano partire in treno…
Ci guardavamo come se lui fosse mio padre e io fossi in una barca forse affondata….
Gli ho detto tuo figlio arrivera’… Era una bugia…
sapevo gia’ che la barca affondata era quella egiziana e non libica….
Sono arrivati i rifugiati che hanno conosciuto i due superstiti ed hanno raccontato tutto….
Io mi sono allontanata..
Le lacrime erano acqua…..
Lui era seduto a terra….
Io avevo ancora 100 biglietti da fare….
Volevo solo scomparire….
Non potevo star vicino…
Dovevo andare……

LEGGI:
Siamo tutti ASSASSINI
Mare nostrum: un cimitero liquido
Il mare della morte
La strage di Catania
I corpi sugli scogli
Eurosur e la Fortezza Europa

Maurice, rifugiato politico, deportato in Nigeria … uno dei troppi.

13 marzo 2014 Lascia un commento

Una deportazione dietro l’altra,
non solo di neo sbarcati, che dopo mesi a far muffa in qualche Cara e poi Cie vengono fatti salire a bordo di aerei (spesso di linea e carichi di festanti viaggiatori –LEGGI-), ma anche di chi in questo paese aveva ricostruito la sua vita, aveva trovato compagni di vita e di lotta…
Continuo a pensare che questo debba essere il punto primo di ogni nostra battaglia,
quello a fianco dei nostri compagni migranti.
Vi lascio con la storia di Maurice, uno di noi: che da due giorni è stato rimandato nel paese da cui era fuggito, la Nigeria.
La dovreste proprio paga’ cara…in primis tutte le giunte di sinistra, i piddini -tanto democratici- responsabili di deportazioni e tortura.

Dal sito: hurriya.noblog.org
Maurice Amaribe, un compagno di origini nigeriane che si era battuto fin dai primi giorni dell’occupazione Casa de Nialtri ad Ancona (sgomberata ad inizio febbraio), è stato deportato nel suo paese di origine.

Maurice era stato prelevato la mattina del 6 marzo e da quel momento non si avevano sue notizie. Secondo quanto appurato dalla delegazione di Casa de Nialtri presso la questura di Ancona è stato rimpatriato il giorno successivo.

Nel comunicato diffuso (qui) Maurice viene descritto così:
Sempre gentile, rispettoso nei confronti di tutti, felice di dare quotidianamente il suo contributo ad un’esperienza che lo aveva da subito coinvolto. Maurice era da alcuni anni ad Ancona. Gli era stato riconosciuto lo status di rifugiato politico. Ma i documenti gli erano scaduti e non ha fatto in tempo a rinnovarli

Nello stesso comunicato si ribadiscono anche le responsabilità della giunta e (aggiungiamo) del sindaco (PD) Mancinelli che all’inizio di febbraio avevano sgomberato, mandando un piccolo esercito di sbirri, l’ex scuola in cui era sorta l’occupazione abitativa Casa de Nialtri.

Continua la barbara pratica della deportazione degli immigrati nei loro paesi d’origine per la sola accusa di non avere documenti, pratica che sempre più spesso riguarda i migranti che lottano e si espongono in prima persona.

Non va infine dimenticato che ad Ancona, secondo l’unione inquilini, ci sono 1300 richieste di assegnazione di case popolari a fronte di 100 posti disponibili e 110 sfratti ogni anno e la scuola sgomberata più di un mese fa è ancora vuota (in attesa che partano i lavori urgenti), ma le persone che si autorganizzano continuano ad essere avversate e criminalizzate.

Mistral Air: le deportazioni assicurate di Poste Italiane

27 gennaio 2014 Lascia un commento

Forse è perché oltretutto sono dipendente di Poste Italiane, ma a me ‘sta cosa che Mistral Air (compagnia aerea del gruppo Poste Italiane ) fosse estremamente attiva nella deportazione di essere umani mi ha fatto sempre incazzare non poco.
Ho avuto a che fare, per caso, durante una visita medica, anche con alcune persone che lavoravano direttamente per la compagnia, che difendevano schifosamente l’operato con frasi tipo “tanto se non lo facciamo noi lo fa un altro”, “ma sono direttive di Stato”, “ma signora, non si tratta di deportazioni”.

Si tratta proprio di deportazioni, le parole sono tante, hanno varie sfaccettature: qui la parola adatta è “deportazione”, che piaccia o no.
Perché non piace eh, se incontri i fanciullini tutti cravatta e scarpe a punta, che lavorano per società simili, determinate parole non piacciono, danno fastidio, costringono ad allentare un po’ il nodo della cravatta.
Iniziative importanti, mentre nei CIE divampa la protesta : da 3 giorni va avanti un determinato sciopero della fame e della sete nel Cie di Ponte Galeria, che ha bisogno della solidarietà attiva di tutti noi.
Questoinvece  quel che è accaduto oggi, attraverso il sito Macerie (ma lo seguite sì?)davanti a tre uffici postali di Milano.
Qui un vecchio post a riguardo: LEGGI
Sempre dal sito Macerie invece, vi consiglio di leggere il post “Sì, fuoco ai CIE”, perché sì. Punto.

Questa mattina un gruppo di solidali con le lotte dei reclusi del Cie ha dato vita a tre presidi-lampo di fronte ad altrettanti uffici postali di Porta Palazzo e della Barriera di Milano. Manifesti sulle vetrine, volantini e interventi al megafono per segnalare a clienti e impiegati che PosteItaliane, attraverso la loro controllata MistralAir, collaborano con le deportazioni dei senza-documenti. Una piccola contestazione, che però ha fatto andare in confusione gli impiegati di Porta Palazzo, che si sono barricati nell’ufficio lasciando fuori alcuni clienti e che hanno riaperto solo all’arrivo di una volante della polizia – rimasta poi di piantone fino all’orario di chiusura.
macerie @ Gennaio 27, 2014

Eurosur: la nuova “fortezza Europa” con droni, satelliti, muri… altro che Grande Fratello!

3 dicembre 2013 5 commenti

Nessun in questo paese sembra accorgersi di certe notizie,
non hanno spazio nemmeno minimo, non creano nè indignazione nè tantomeno un minimo di dibattito,
non arrivo a pensare ad una rivolta o sommossa popolare.

Centro di controllo Eurosur a Varsavia

E’ il silenzio che mi sconcerta, l’incapacità di capire (e siamo i primi, compà!) che il grimaldello è l’immigrazione.
Sono i confini, la segregazione di corpi colpevoli di movimento, la xenofobia che latente e nemmeno troppo silenziosa si intrifula nella nostra quotidianità.
Vivo da 4 mesi in un reparto molto delicato del Bambin Gesù, vi assicuro che nemmeno lì, nemmeno tra mamme si è esenti dal vedere segregazione e xenofobia: la solitudine che vivono le “mamme” straniere, da tutti (DA TUTTI, soprattutto quelli dai santini ovunque e dal pregare senza sosta) isolate, impossibilitate ad avere un aiuto, una traduzione, un sorriso.
Niente: nemmeno lì,
nemmeno in una terapia intensiva neonatale le sovrastrutture anti “diverso” perdono terra sotto i piedi, anzi, si incancreniscono in modo osceno.

Vi lascio quindi con la notizia, in questo articolo di Michele Vollaro, che ringrazio.

Sembra banale e ripetitivo, ma la “Fortezza Europa” si avvicina sempre più a quella società distopica con a capo un Grande Fratello, immaginata da George Orwell in 1984. L’ultimo sviluppo in questo senso è l’entrata in funzione ieri 2 dicembre, primo lunedì del mese, di Eurosur, un sistema che grazie a satelliti, elicotteri e ovviamente droni senza pilota consentirà di ampliare le capacità di monitoraggio delle frontiere dell’Unione Europea da parte dell’attuale Frontex, l’Agenzia incaricata della gestione della cooperazione internazionale lungo i confini esterni degli stati membri dell’UE.
Nei documenti ufficiali, fra gli obiettivi dell’Eurosur viene indicata la riduzione del flusso dei migranti irregolari, oltre alla diminuzione, grazie a delle più vaste operazioni di salvataggio, del numero delle vittime fra chi cerca di giungere in Europa attraversando il Mediterraneo. Altra finalità sarebbe poi quella di consolidare la sicurezza all’interno dell’UE con una sinergia nel constrasto alla criminalità transnazionale, al traffico della droga e delle persone. Come ottenere tutto ciò? Grazie ad un budget iniziale di 244 milioni di euro da utilizzare tra il 2014 ed il 2020, anche se non è escluso che lo stanziamento finanziario venga aumentato in caso di necessità. In ogni caso una cifra di tutto rispetto considerando che è quattro volte le spese sostenute negli ultimi sei anni per tutti i programmi Frontex nel mar Mediterraneo.

un giorno la guerrà finirà ed io tornerò alla mia poesia (di Eva Ziedan)

Ieri il sistema Eurosur è entrato in funzione in Bulgaria, Estonia, Grecia, Spagna, Francia, Croazia, Italia, Cipro, Lettonia, Lituania, Ungheria, Malta, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Slovacchia e Finlandia, cioè intanto in quei paesi le cui frontiere rappresentano il confine “esterno” dell’UE. Gli altri stati membri seguiranno soltanto a partire dal dicembre del prossimo anno, quasi come a dire un regalo di Natale alla volta.

Nonostante sui media italiani – almeno sui principali, i cosiddetti main-stream – non vi sia praticamente traccia della notizia, che invece occupa ampio spazio in Germania e Francia, le critiche al nuovo programma sono state aspre e numerose. Su tutte credo basti il commento di Human Right Watch, che in un comunicato diffuso dal suo ufficio di Berlino ha semplicemente scritto “Eurosur rafforza soltanto il ruolo di Grande Fratello che l’agenzia Frontex porta avanti nella regione del Mediterraneo, sigillando la ‘fortress Europe’ ancora più di quel che già è”.

Un ruolo, quello del grande fratello, che i funzionari di Frontex non rigettano, anche se giustamente (da parte loro) preferiscono mettere l’accento sull’impossibilità di monitorare le frontiere esterne dell’UE nella loro interezza, a meno dell’utilizzo della tenologia più moderna. Lo stesso coordinatore del progetto, Michael Juritsch, ha ammesso che la scelta del nome Eurosur possa essere stata leggermente infortunata: dall’inglese “European surveillance”, il nome ufficiale in italiano è “sistema europeo di sorveglianza delle frontiere”.

“In realtà Eurosur è giusto un quadro normativo – ci tiene a specificare Juritsch all’emittente radiofonica tedesca Deutsche Welle – per rendere disponibili agli stati membri nuovi e differenti strumenti e garantire lo scambio delle informazioni”. 244 milioni di euro in sei anni per garantire l’istituzione di un quadro normativo…
E’ significativo leggere nel regolamento istitutivo di Eurosur, approvato dal Parlamento europeo lo scorso 10 ottobre e poi dodici giorni più tardi dal Consiglio UE, che il compito di Eurosur oltre a “prevenire e combattere l’immigrazione clandestina” sia anche quello di “garantire la protezione e la salvezza della vita dei migranti”.

mare nostrum

Questa frasetta che chiude il primo articolo del regolamento istitutivo di Eurosur illumina infatti ciò che sta succedendo al di là di queste frontiere esterne della nostra cara UE, anche se prima di uscirne vorrei segnalare un altro interessante programma finanziato da Bruxelles, questa volta con poco meno di una ventina di milioni di euro in sette anni.
Traduco soltanto la prima frase della didascalia al video presente sul sito dello Spiegel e le parole del responsabile per progetto ‘Talos’, David Gutierrez Gonzales, al minuto 2:20, più o meno: “Potrebbe portare alla protezione ottimale delle frontiere esterne dell’UE contro fastidiosi flussi di migranti” e “Nella fase di sviluppo del progetto avevamo pensato di aggiungere anche delle armi non-letali, ma l’UE ha detto che in questa fase non è necessario”.

Bene! Le nostre frontiere esterne da ieri quindi sono più sicure grazie alla videosorveglianza con satelliti, droni e robot. Ma ricordiamoci che tutto ciò è stato fatto per salvaguardare la vita dei migranti… Infatti è per questo motivo che in Turchia stanno costruendo un muro lungo il confine con la Siria (e qui bisognerebbe aprire anche una lunga parentesi, perché poco si parla dei negoziati tra Turchia ed Unione Europea riguardo all’armonizzazione delle politiche sull’immigrazione in vista di un futuro ingresso tra gli stati membri o dei finanziamenti europei ad Ankara per costruire in territorio turco nuovi centri di identificazione ed espulsione dei migranti, per evitare che questi arrivino in Europa e possano essere espulsi direttamente prima). Ma torniamo al muro in Turchia, ufficialmente in via di costruzione per evitare che i militanti jihadisti che combattono in Siria contro il regime di Assad possano infiltrarsi nel territorio turco, ma costruito evidentemente per impedire ai cittadini della Siria di fuggire da un conflitto che va avanti da oltre due anni e che avrà ripercussioni negative anche nel dialogo con il popolo curdo, disperso tra i vari paesi che compongono oggi la Mesopotomia.

Ma evidentemente quella dei muri è una tendenza recente, una moda a cui stati e governi ai margini della fortezza Europa sembrano guardare interessati in questa stagione autunno-inverno. Dopo le prime notizie a metà ottobre sul muro turco, infatti, qualche settimana fa si è saputo che lungo la linea di demarcazione tra le enclaves spagnole di Ceuta e di Melilla e il Marocco le autorità di Madrid avevano eretto di nuovo la barriera di filo spinato che era stata tolta una prima volta nel 2007, dopo le proteste per le profonde lesioni che questo filo spinato provocava ai migranti che tentavano la traversata. Come si è saputo? Ah beh, un migrante che cercava di raggiungere Melilla è morto lo scorso 5 novembre dopo aver provato a scavalcare la rete… Una prova evidente che il sistema funziona ed è quindi per questo motivo che ora è il turno del Marocco, che avrebbe intenzione di alzare una rete di filo spinato lunga 450 chilometri lungo la sua frontiera settentrionale con l’Algeria, proprio allo scopo di evitare che i migranti possano provare poi a raggiungere Ceuta e Melilla.

Che altro dire? Videosorveglianze e fili spinati per salvaguardare la vita dei migranti, almeno finché l’Unione Europea non riterrà necessario cominciare a piazzare anche un paio di armi su quei droni e quei robot teleguidati che pattugliano i nostri sacri confini. Poi forse sarà il caso di togliere quella frasetta su “garantire la protezione e la salvezza della vita dei migranti”…

Michele Vollaro

LEGGI:
Siamo tutti ASSASSINI
Mare nostrum: un cimitero liquido
Il mare della morte
La strage di Catania
I corpi sugli scogli

Catania: un lungomare di corpi morti, uccisi dalle frontiere d’Europa

10 agosto 2013 7 commenti

10.000 morti in 10 anni: e aumentano di giorno in giorno.
Una guerra combattuta per mare, dove flotte di navi militari incrociano barchini bucherellati stracarichi di persone:
quello è il nemico per la Fortezza Europa in cui viviamo da detenuti e allo stesso tempo da consapevoli carcerieri / guardie di frontiera.

Catania, lungomare La Plaia, questa mattina: 6 morti

Quando muoiono compaiono piccoli trafiletti sulla stampa asservita al filo spinato:
se poi muore una donna incinta o un bimbo, il trafiletto si fa più patetico, ma tanto il titolone della pagina più importante è sempre ridondante di “nuova legge per l’immigrazione clandestina” “giro di vite contro la clandestinità”
“aumenta la detenzione nei CIE per chi è trovato nel territorio senza permesso di soggiorno”
“espellere i clandestini” … questo è.
Questo il lessico e il panorama culturale in cui viviamo e cresciamo i nostri figli,
questi i titoli dei giornali che leggevano i bagnanti questa mattina a Catania,
mentre si recavano a trastullarsi sul Lungomare La Plaia, uno dei punti più affollati della città marina,
prima che si ritrovassero davanti ad una fila di cadaveri.
Sei morti, tutti sotto i trent’anni: giovani sognatori, dal passo lungo verso un altro futuro. Morti a pochi metri dalla riva, cercando di salvarsi.

Cadaveri,
cadaveri che a quanto pare puzzano meno dei nostri,
cadaveri che non hanno diritto a nome, che non sconvolgono, che una volta coperti dal lenzuolo vengono rimossi dalla corteccia celebrale e dalla coscienza. Come se fosse normale, come se fossero che ne so rondini o uccelli migratori:
le cinque anatre di Guccini che ne arriva solo una ma “bisognava volare”.
Peccato che son corpi, persone, uomini e donne e non metafore di qualche cantautore:
ma scusate eh, non vorrei rovinarvi bagni, tuffi e “morto e galla” in questo agosto afoso.

Continuate pure così,
continuate a sguazzare in un Mediterraneo fatto di muri, filo spinato, frontiere assassine e tanti tanti corpi da scansare in acqua.

LEGGI:
Lampedusa: l’ultima strage tra le tante
Il cimitero liquido
Il Mediterraneo ci restituisce i corpi, che lasciamo là
Il mare della morte

Lampedusa: l’ennesima strage della Fortezza Europa

28 luglio 2013 2 commenti

Mi piacerebbe sentire cosa dicono tutti quelli che, entusiasti, commentavano la visita del Papa a Lampedusa, ormai lager d’Italia e non certo “porta” d’Europa.

Immagine d’archivio, 2008 Photo: AFP / GETTY

Mi piacerebbe sapere se la loro estiva domenica mattina è stata sventrata da questa notizia, maledettamente l’ennesima, che si ripete sulle coste remote di quest’Italia carceriera, in mezzo ai mari delle nostre vacanze.

Quattrocentocinquanta persone all’incirca sono arrivate in meno di una giornata: 450 persone che verranno immediatamente schedate e poi ammassate con una bottiglia d’acqua al giorno nel “centro d’accoglienza”… per poi chissà in quale CIE finire.

31 persone invece sono morte.
Si aggiungono alle migliaia disperse nel “cimitero liquido” mediterraneo, nel silenzio, nell’assenza di memoria, come se fosse routine, come se per TUTTI i cittadini europei fosse, che ne so, un gioco di statistiche…
un po’ arrivano, un po’ muoiono, che vuoi che sia.
Un gommone rovesciato che trasportava 53 persone (provenienti da Nigeria, Benin, Gambia e Senegal): meno della metà son riuscite a salvarsi dal ribaltamento in acqua. Sono in 22 a raccontare l’incubo, le ore a mollo sperando di non morire, gli altri 31 che son morti davanti ai loro occhi.
La Fortezza Europa ha commesso la sua ennesima strage, la battuta di caccia per oggi è terminata.
E ne siamo un po’ tutti e tutte responsabili.

LEGGI:
Il cimitero liquido
Il Mediterraneo ci restituisce i corpi, che lasciamo là
Il mare della morte
“Non è spuntato ancora un Omero per cantare le imprese colossali e desolate dei migratori che traversano il mondo a piedi e salgono sulle onde ammucchiati in zattere. Non si è affacciato un poeta cieco e perciò visionario a raccontare il mare spalancato, la deriva e il naufragio. Non c’è un Omero e neanche lo straccio di un nocchiero, di un Miseno, nella ciurma di Ulissi senza governo, tra Eolo re dei venti e Posidone signore delle terre emerse.”
Erri De Luca,
“Odissea di morte”

CHIUDERE I C.I.E.: LAGER D’EUROPA!

Foto d’archivio di FortressEurope

Migranti in rivolta nei CIE di tutta Italia: buona libertà a chi è riuscito a fuggire

24 luglio 2013 Lascia un commento

Una detenzione non giustificabile, quella dei migranti all’interno dei Centri di Identificazione ed Espulsione:
corpi prigionieri senza aver commesso reato alcuno.
Corpi privati della libertà perché hanno osato muoversi, scavalcare frontiere, varcare mari spesso letali.
Nessun reato gli è contestato se non quello di esistere in quanto fantasmi del pianeta, considerati dalla legislazione internazionale meno di un numero di matricola, privi anche di quei diritti minimi che hanno conquistato a fatica i detenuti reclusi nelle normali carceri italiane.
Nessun reato: ma un presente e un futuro non breve in un lager, che altro modo di definire i CIE non esiste.

Dannati della terra che si ribellano, dannati della terra che spesso son stati qui decenni, che hanno messo al mondo figli nati qui, che hanno lavorato, sono stati sfruttati dal primo all’ultimo giorno in posti di lavoro che non sembrano aver fretta di adeguarsi alla “legalità” di cui tanto si riempiono la bocca.
Nelle ultime ore è stata una rivolta dietro l’altra: il desiderio di riconquistare una libertà smarrita senza nemmeno capirne il motivo permette focolai di rivolta continui.
Torino, Trapani, Caltanissetta, Modena: il grido di libertà alza la testa.
A Trapani sono 4 i reclusi che son riusciti a darsi alla macchia, riabbracciando la libertà,
con la gioia di chi la strappa a morsi, senza nulla da perdere e con tutto da conquistare.

Che la vostra fuga non abbia fine.
CHIUDERE I C.I.E.
ORA!

[per altro materiale sui CIE: qui]

Sciopero della fame nel lager di Ponte Galeria

2 maggio 2013 1 commento

I reclusi del CIE di Ponte Galeria entrano in sciopero della fame, con questo programma di richieste.
Prima di iniziare a leggere, ricordate, tenete a mente, non dimenticate MAI, che i CIE non sono diversi dai lager, dai campi di concentramento:
vengono recluse persone, uomini e donne, fino a 18 mesi, SENZA AVER COMMESSO ALCUN REATO, sottoposto anche ad un controllo chimico con farmaci.
Così, solo per il fatto di esistere, di aver mosso piede in un’Europa che deve rimanere fortezza inespugnabile,
luogo di sfruttamento a numero chiuso.

LIBERTA’ PER TUTTI E TUTTE.
CHIUDIAMO I LAGER NELLE NOSTRE CITTA’!
Ecco il comunicato dei prigionieri di Ponte Galeria, un campo di concentramento a pochi passi da Roma

Noi tutti di questo centro abbiamo deciso di dare inizio ad una protesta pacifica iniziando il rifiuto del cibo che ci viene consegnato per tutto il tempo necessario finchè non vengano esaudite le nostre richieste sotto indicate:

1. Chiediamo che le procedure siano molto più rapide

2. Che il servizio sanitario sia molto più efficiente

3. Che non venga più usata violenza, fisica o psichica, contro di noi (giorni fa è stata somministrata una puntura di psicofarmaci ad un ospite, contro la sua volontà, che ha avuto una reazione dannosa alla salute provocandogli gravi danni. Ancora oggi non può parlare e ha la faccia gonfia)

4. Che venga accolta la richiesta di chi chiede l’espatrio il prima possibile senza trattenimenti di lungo periodo

5. Che le notifiche vengano tradotte nella lingua di origine

6. Che le visite dall’esterno vengano facilitate senza tanta burocrazia

7. Che i tossicodipendenti vengano accolti in un’altra struttura adatta alle loro esigenze di recupero

8. Che chiunque abbia uno o più carichi pendenti possa presenziare al suo processo in modo che non venga condannato in contumacia

9. Per queste e molte altre motivazioni i centri come questo di Ponte Galeria schiacciano la dignità delle persone e andrebbero chiusi per sempre

Noi motiviamo il nostro sciopero della fame,
ora voi motivateci il perchè dobbiamo espiare una pena senza aver commesso un reato.

Sui tetti di Ponte Galeria

 

Presidio solidale a Ponte Galeria: perché tutti i CIE diventino MACERIE

16 aprile 2013 1 commento

E’ sempre lì, alle porte di Roma, interrato per renderlo invisibile e vicino l’aeroporto di Fiumicino comodo per le deportazioni forzate.
E’ il CIE (Centro di Identificazione ed Espulsione) di Ponte Galeria, il campo d’internamento per migranti in attesa d’espulsione dall’Europa.

Gabbie, recinzioni e muri sorvegliati da apparecchi tecnologici, forze dell’ordine e militari dell’Esercito Italiano, gestiti per tre anni dalla Cooperativa sociale Auxilium.
Muri, recinzioni e gabbie che secondo il bando di gara per l’assegnazione del prossimo mandato, vedranno candidarsi alla gestione gli enti che accetteranno una gara al ribasso, partendo da 30 euro pro-capite al giorno.

Oggi il CIE di Ponte Galeria è in gran parte un cumulo di macerie, la sua capienza totale di 360 posti è stata notevolmente ridotta da una rivolta nata dalla resistenza ad una deportazione coatta verso la Nigeria il 18 febbraio.
Oggi in quelle celle sono rinchiusi 66 uomini e 44 donne e, secondo la legge, potrebbero rimanervi fino a 18 mesi prima di essere deportati in paesi dove hanno scelto di non vivere.

Il sistema delle gare d’appalto al ribasso diminuisce il bottino che cooperative, fondazioni, multinazionali e la Croce Rossa Italiana hanno sempre raccolto con la gestione dei lager per migranti.
Da una media di 55 euro per ogni persona rinchiusa, si passa ad una media di 25 euro con la quale gli enti gestori dovrebbero garantire pasti, pulizie, servizi igienici e pagare il personale. E’ chiaro che chi ha sempre lucrato sull’esistenza di questi lager si stia facendo i conti in tasca. E’ così che a marzo chiude il CIE di Bologna, ritenuto non conforme alla dignità umana perchè in una condizione di degrado totale.

Dopo anni di silenzio, giornalisti e media compilano veri e propri bollettini delle disgrazie altrui, denunciando con dossier fotografici ed interviste la brutalità dei CIE.
C’è chi invoca l’esigenza di un regolamento interno valido per tutti i centri, finora a discrezione dell’ente gestore, e la diminuzione dei tempi di prigionia ad un massimo di 12 mesi.
Ma non è una riforma quella che vogliamo, non è un restauro.

L’unica tutela della dignità umana che si è espressa in tutti questi anni, incessantemente, a volte in maniera coordinata tra reclusi e recluse di diversi centri, si è esplicitata attraverso le numerose evasioni, di massa e individuali, i gesti di ribellione alla reclusione, la resistenza alle deportazioni e le rivolte che hanno carbonizzato intere sezioni, a volte portando alla chiusura totale dei centri stessi.

Anche a Ponte Galeria, molte tra le persone internate sono state disposte a rischiare tutto per la propria libertà, distruggendo gran parte dei sistemi di video sorveglianza ed intere sezioni.
Dopo tre anni l’Auxilium finisce il mandato di gestione e sono ancora ignote le informazioni relative al prossimo aguzzino di turno.
Dentro, come fuori, sabotiamo la macchina delle espulsioni, distruggiamo i lager della democrazia.

Domenica 21 aprile saremo davanti le mura del CIE di Ponte Galeria per esprimere la nostra solidarietà con le persone lì rinchiuse e ribadire che non vogliamo nessun lager, né qui né altrove.
Per andare insieme, appuntamento alle 9.00 a Stazione Ostiense per prendere il trenino fino alla fermata Fiera di Roma.
Dalle 10, microfono aperto.

Compagne e compagni
21 Aprile

Abbattiamo le carceri, a partire da quelle per minori! 14 aprile TUTT@ A CASAL DEL MARMO

18 marzo 2013 3 commenti

Un’iniziativa importantissima, bella, che mi rende felice.
Perché anche chi si occupa di carcere, chi si adopera per organizzare iniziative fuori le maledette mura che privano della libertà donne e uomini, spesso ci si dimentica delle carceri minorili,
come degli altri centri di privazione di libertà che possono essere i CIE, gli ospedali psichiatrici giudiziari e certi tipi di “case di cura”.
Istituzioni totali, già: quelle che ci abituano a pensare “sempre esistite”, quando non è così,
quelle che nell’immaginario che ci costruiscono davanti e dentro dalla nascita sembrano immutabili ed eterne,  ma che in realtà hanno una storia breve, che possiamo collegare alla proprietà privata dei mezzi di produzione, e alla successiva necessità di mostrificare, denigrare e quindi internare alcune figure sociali davanti ad un cambiamento della struttura economica della società.

Ora viviamo nella società della “sicurezza”, del panpenalismo che tutto fagocita, soprattutto la capacità di molti di comprendere i meccanismi dell’abolizionismo, quelli capaci di minare il dispositivo dell’internamento, del controllo, quindi del concetto di “sicurezza” e “rieducazione”.
Penso sempre all’isolotto di Santo Stefano, primo vero carcere d’Italia costruito dai Borboni nel lontano 1796 e in funzione fino al vicinissimo 1965. Ci penso perchè scesi alla Marinella, da barchini traballanti, appena iniziata la salita verso l’ergastulum, i detenuti si trovavano davanti questa scritta scolpita su roccia:
“Fintanto che la santa giustizia tiene tanti mostri di scelleratezza in catene sta salda la tua proprietà, rimane protetta la tua casa”
… erano avanti, il mito della sicurezza, effimero carceriere del presente, si faceva largo, tra i rumori di catene e cancelli e il canto dei gabbiani che osservavano liberi.

CIE: banane ed evasioni …

11 dicembre 2012 2 commenti

La mattina dopo stiracchiamenti vari,  cappuccino,  e  necessari passaggi igienico-sanitari consiglio a tutte e tutti coloro che mi leggono,
di aprire il sito Macerie,
occhio attento e vigile sull’universo dei lager della nostra splendida, democraticissima, civile società: i Centri di Identificazione ed Espulsione.
Un occhio vigile sopratutto su chi riesce a fuggire, evadere, riappropriarsi della propria libertà…
per quello ve lo consiglio,
perché non c’è cosa più bella di “una bella” , quindi diffondiamone la voce, quando accade…

O quando ci si prova…
W le lime, W la libertà,
W i complici di ogni evasione.
Il post che leggerete qui sotto è tratto da QUI

Un bel cesto di Banane. Banane di Porta Palazzo, s’intende, banane ripiene di lime. Non un lime nel senso di frutto tropicale, ma proprio cinque seghetti da ferro, di quelli buoni per segare le sbarre. Le banane in questione erano in un pacco che un anarchico di Torino ha portato mercoledì pomeriggio all’ingresso del Cie di corso Brunelleschi, ma purtroppo le lime sono state beccate.

«Che faccia tosta! – esclama la guardia dopo la scoperta – immaginare che a consegnare nelle mani di un prigioniero gli strumenti per riguadagnarsi la libertà fosse proprio un ignaro poliziotto.» «Questo ha letto troppi fumetti!» ridacchiano in questura e nelle redazioni dei giornali. «Che ingenuo! – sentenzia il saggio – non sa che esistono i metal detector?» «E che stolto! – gli fa eco il prudente – non poteva farle portare da qualcuno meno in vista che passasse inosservato?»

Se a poliziotti e giornalisti è buona usanza non rispondere, a tutti gli altri vale forse la pena di dir qualcosa. Ai saggi, basta ricordare tutte le volte che nel recente passato i prigionieri del Cie di Torino (e non solo) le sbarre le han segate per davvero, e che quindi dei seghetti in qualche modo saranno pur entrati, anche se chi sia riuscito a gabbare i controlli, e in che modo, non è dato sapere. Ai prudenti, diciamo semplicemente che non si può aspettare che un altro faccia quel che va fatto, che non si può delegare agli altri quel che la coscienza detta di fare.

Forse le banane non sono il posto migliore per imboscarle, ma l’unica domanda da porsi riguardo alle lime da ferro, dunque, non è tanto se sia possibile farle entrare o chi possa farlo, ma per l’appunto il come riuscirci. Per scoprirlo, occorrerà semplicemente provarci e riprovarci ancora, e sempre, o fino a quando non ci saranno più sbarre da segare.

Un anno e mezzo di lime (senza banane)

Nell’aprile 2011 una ventina di reclusi tentano di evadere dal Cie di Bologna. Si sono aperti un varco tagliando una sbarra di ferro e poi hanno scavalcato la seconda recinzione: in quindici guadagnano la libertà, altri vengono fermati dalla polizia. Soltanto il giorno dopo, durante una perqusizione, verranno ritrovati alcuni seghetti artigianali usati per l’evasione.

Nel settembre 2011, in due differenti evasioni, più di trenta reclusi scappano dal Cie di Torino. Il 9 settembre ce la fanno in dodici: lavorando con dei seghetti da ferro per più di un mese, i reclusi dell’area viola si erano preparti un varco nella rete e si erano costruiti pezzi di metallo affilati per tenere lontane le guardie durante la fuga. Durante le perquisizioni effettuate nei giorni successivi, la polizia non troverà traccia dei seghetti, rimasti forse ben nascosti in qualche angolo segreto del Centro. Non passano neanche due settimane e il 22 settembre scoppia una sommossa nel Centro. Le serrature delle gabbie, danneggiate di nascosto nei giorni precedenti, vengono scardinate e si aprono nuovi varchi nelle reti. La polizia riesce a fermare e arrestare dieci fuggitivi, ma in ventidue riescondo ad evadere.

Nel dicembre 2011, sempre dal Cie di Torino, evadono ventisei reclusi. La notte di Natale, approfittando della carenza di personale e del mancato intervento del fabbro per riparare i danni alle gabbie, i reclusi di tutte le sezioni maschili inziano una sommossa. Quasi contemporaneamente escono dalle gabbie, attraverso varchi aperti nelle reti o forzando le porte. Molti vengono fermati, ma in ventuno riescono ad evadere. Nei giorni successivi la Polizia alza il livello di guardia e in una delle tante perquisizioni viene ritrovato un seghetto. I reclusi non si perdono d’animo e la notte di Capodanno ci riprovano. Nonostante la Questura avesse riempito il centro di carabinieri in antisommossa, i ragazzi dell’area blu escono dopo aver forzato la porta, si scontrano con le guardie, e iniziano a scavalcare il muro di cinta. Le volanti che controllavano il perimetro esterno del Centro riescono a catturare un solo evaso, altri cinque invece sono liberi.

Nel maggio 2012 è il turno dei reclusi del Cie di Modena. Il 12 la Questura ordina una perquisizione a sorpresa nel blocco 6 e scoppia una sommossa. Poliziotti e militari vengono aggrediti da una sessantina di reclusi armati di sbarre di ferro e sono costretti a rimandare la perquisizione. Aluni giorni dopo gli agenti riescono a fare irruzione nel blocco e trovano dieci metri di lenzuola di carta annodate e quattro seghetti nascosti in un bocchettone dell’impianto di aerazione. La Polizia, forse convinta di aver sventato il piano dell’evasione, abbassa la guardia e canta vittoria sui giornali. Evidentemente i seghetti avevano già fatto il loro lavoro, e infatti un paio di giorni dopo una dozzina di reclusi riesce ad evadere dal Centro.

macerie @ Dicembre 9, 2012

Il mare ci restituisce i corpi, ma il grande carcere Europa li lascia marcire sugli scogli

15 settembre 2012 13 commenti

Foto di Youreporternews.it.
Linosa, 14 settembre 2012

Ho messo pochi giorni fa due foto di corpi galleggianti, tutti corpi di miganti,
corpi di uomini, donne, bambini…corpi di persone in viaggio con una sola valigia fatta di sguardi pieni di speranza,
che spesso annaspano fino a morire affogati, nel confine invisibile ma brutale come un cecchino,
che è ormai il mar mediterraneo.
Oggi quest’altra foto mi lascia senza parola alcuna: è un’isola che raccontano meravigliosa,
Linosa, uno degli ultimi scogli dalle sembianze italiane, in acque che hanno già i venti che cantano lingue lontane.
Linosa ha un cadavere tra gli scogli da più di 24 ore, ma a nessuno interessa.
A Linosa, isola italiana, oltretutto in piena stagione estiva, c’è il corpo di un ragazzo morto affogato, che da chissà quanto sembra meritare solo gli schiaffi del mare, gli scogli a grattare la sua pelle.
Chissà per quale fottuto motivo a nessuno vien voglia di tirarlo su, chissà per quale cazzo di motivo nessuno chiude le sue palpebre, nessuno sente il bisogno di togliere quel corpo da lì, di donargli un saluto dignitoso,
di capire se in tasca ha dei documenti, per chiamarlo l’ultima volta per nome.

Mi fa schifo. Mi fa schifo tutto ciò, che vorrei essere io, vorrei trascinarlo fuori da quell’acqua,
vorrei dire alla sua mamma che il viaggio è finito male, ma che suo figlio almeno da morto ha trovato qualcuno che gli mettesse vesti pulite ed asciutte, vorrei guardarvi uno ad uno, voi che avete visto quel corpo e siete andati avanti,
magari a farvi un bagno.

Qui l’articolo che ne parla.

Il mare della morte

10 settembre 2012 9 commenti

Partiti da Sfax, con la speranza negli occhi, e morti a decine a pochi metri dallo scoglio di Lampione…
Senza che il mondo abbia nemmeno il coraggio di piangerli, senza che voce alcuna metta in discussione la nostra fortezza Europa, il nostro luccicante ed inaccessibile carcere, che uccide alle sue frontiere chiunque provi ad avvicinarsi senza esser benvoluto, invitato, desiderato. NO BORDER, NO JAIL!

Sempre Mediterraneo, in acque turche…dove più di 60 corpi tra siriani e palestinesi in fuga dalla Siria, son stati raccolti …
inizio ad odiarlo questo mare, cimitero di fuggiaschi e profughi…

Sul cimitero liquido…

 

Nei CIE ci si rivolta: la libertà chiama!

28 maggio 2012 Lascia un commento

Son riusciti ad attraversare il cimitero liquido che è ormai il nostro Mar Mediterraneo,
son riusciti da mille martoriati punti di questa terra ad arrivare in quest’illusione europea di una vita diversa,
o comunque di una fonte di reddito che potesse magari sfamarla tutta, la casa da dove si è partiti.

Foto di “Medici per i Diritti Umani”

Sanno bene quindi, i giovani migranti che arrivano a colorare questo paese delle loro storie, cosa sia la libertà,
e quanto sia costosa, faticosa, pericolosa, spesso irraggiungibile.
I meccanismi infernali dei CIE, i centri di identificazione ed espulsione per i migranti irregolari che si azzardano a calpestare suolo italico, li abbiamo raccontati tante volte; lo scempio di finire tra delle maledette recinzioni solo per aver osato tentare,
solo per aver camminato senza un documento in un’Europa che difende i suoi confini come oro (forse perché gli è rimasto solo quello) è una delle pagine più vergognose di questa sventolante bandiera blu dalle tante stelline.

Pensavo l’altro giorno a come sarà bello spiegar la geografia a mio figlio, spiegargli i fiumi e i monti, i mari e i laghi come confini naturali tra popoli e lingue, usanze e sapori… poi? Come gliela spiego la terra dov’è nato?
Poi bho, sapessi disegnare farei una prigione, tutta circondata da filo spinato, muri, telecamere, barriere, soldati, radar …
Altro che il ponte levatoio, i coccodrilli, gli arcieri sulle torri, è tutto un po’ meno romantico, tutto surreale e di una violenza incalcolabile.
Deliro, lo so…ma la lucidità in queste settimane vola via appena accenno anche solo da lontano a qualcosa che abbia a che fare con la privazione di libertà.

Il sito Macerie ci racconta la sommossa e la fuga dal Cie di Modena, ci racconta come bastoni alla mano alcune decine di persone hanno provato a riprendere la via della propria fuga, pochi giorni fa.
Solo da poco si viene a sapere che più o meno nelle stesse ore, nel CIE di Ponte Galeria c’è stata una rivolta di grossa portata, tanto che il “povero” Maurizio Improta (capo dell’ufficio immigrazione della questura di roma) s’è dovuto svegliare alle 4 del mattino per andare a trattare e cercar di far tornare la calma. Tutto questo dopo un tentativo di evasione che, ci raccontano, è partito spranghe alla mano, e con l’uso di 27 lacrimogeni da parte della polizia di Stato, che per ore ha ricacciato nelle gabbie tutti coloro che tentavano di scappare.
Al contrario di Modena, nessuno è riuscito a fuggire e non si contano nemmeno feriti.

Lascia un po’ sconcertati la dichiarazione consigliere comunale del Pd Maurizio Dori dopo la rivolta nel lager per migranti di Modena: “E’ un episodio gravissimo, la vita di chi è deputato al controllo del Cie è stata messa a rischio. Questi uomini, tra l’altro, eseguono i loro compiti senza essere armati.
Questo brav’uomo vorrebbe le pistole nei reparti dei CIE e delle prigioni addosso a polizia e secondini?
Io inviterei il signor Maurizio Dori a una settimanella di camera di sicurezza, un soggiorno brevissimo in 41 bis…
poi, dopo, ne riparliamo eh!?!

NOCIE
NOJAIL
TUTT@LIBER@ 

Le voci degli evasi: belle!

13 gennaio 2012 2 commenti

Questa mattina su RADIO BLACKOUT 105.250FM, durante la trasmissione _Macerie (su Macerie)_ in onda tutti i giovedì dalle 10.30 alle 12.30, sono state mandate in onda due interviste a tre evasi dal Cie di Torino a Natale, e ad un altro evaso a Capodanno.

A passo di danza, al di là del muro!

Registrate in momenti e luoghi _top-secret_, queste testimonianze raccontano la rabbia e i conflitti quotidiani che si sviluppano ogni giorno dentro al Cie (come prende un caffè un poliziotto?), aneddoti divertenti accaduti durante le evasioni (garitte spostate, militari innaffiati, dentifrici rubati),  _alcuni_ aspetti organizzativi (come si discute tra reclusi? ci sono capi? come si fa con i confidenti della polizia?), le differenze tra l’evasione di Natale e quella di Capodanno, e altro ancora.

Per una volta, lasciamo da parte miseria, sofferenza, disperazione. Per una volta, gustiamoci la rivincita e assaporiamo la libertà, riconquistata con intelligenza, coraggio e altruismo. Buon ascolto, davvero.

1) Corrispondenza con uno degli evasi a Natale: ASCOLTA
2) Corrispondenza con un altro evaso a Natale : ASCOLTA
3) Corrispondenza con uno degli evasi di Capodanno: ASCOLTA

La storia di Nadia, tra violenza in famiglia e detenzione in un CIE

12 gennaio 2012 2 commenti

Con Nadia e le altre, contro la violenza maschile e contro tutti i Cie!

Nadia è una ragazza di 19 anni che è detenuta da due mesi nel Cie di Ponte Galeria, il lager alle porte di Roma in cui lo stato italiano rinchiude le persone immigrate senza il permesso di soggiorno.
Ma Nadia in realtà non è “propriamente” un’immigrata: è un’italiana che vive sotto il ricatto del permesso di soggiorno. Lo stato la considera una straniera, da rinchiudere ed espellere, perché è nata in Italia da genitori marocchini.
Una doppia violenza, che si aggiunge a quella patriarcale subita all’interno delle mura domestiche.

GUAI A CHI CI TOCCA!!

Nadia e sua sorella, infatti, avevano denunciato il padre per violenza. E dal carcere il padre le ha “espunte” entrambe, per vendetta, dal rinnovo del permesso di soggiorno.
Inizialmente affidata a una casa-famiglia, Nadia è fuggita per costruirsi autonomamente la vita che desiderava, ma si è ritrovata senza documenti ed è stata rinchiusa nel Cie.
Dopo aver subito la violenza maschile, ora Nadia subisce anche quella dello stato che le nega la libertà personale e rischia di essere deportata in Marocco, il paese di origine dei suoi genitori, in cui in realtà lei non è mai stata.

Non solo Nadia, ma tutte le donne rinchiuse nel Cie di Ponte Galeria sono vittime di una doppia violenza, patriarcale e statale, proprio come lei.
La maggioranza delle detenute sono infatti vittime di tratta, che hanno trovato nella prostituzione forzata l’unica via di accesso a un percorso migratorio. Mentre le altre spesso sono rinchiuse nel Cie perché – come Nadia, Adama, Faith e le altre di cui non sapremo mai nulla – sono state così “ingenue” da chiamare la polizia per denunciare uno stupro o un tentato stupro: si aspettavano di essere sostenute e invece hanno trovato solo gabbie e recinti, ulteriori violenze e la prospettiva di una deportazione forzata.

In questi ultimi tempi il dibattito politico italiano si è concentrato spesso sulla possibilità di attribuire i diritti di cittadinanza ai figli e alle figlie dell’immigrazione. Paradossalmente, ne ha parlato anche il presidente Napolitano, tristemente noto per aver dato il nome alla legge che ha istituito gli ex Cpt, oggi Cie (la legge Turco-Napolitano del 1998). Ma negli interventi che abbiamo ascoltato i diritti sembrano riservati solo a chi si comporta come un “bravo cittadino integrato”, che aderisce acriticamente ai valori dell’italianità, senza mettere in discussione il potere esercitato dallo stato capitalista. Tutti gli altri sono considerati clandestini da sfruttare, rinchiudere e deportare.

Anche i casi di violenza domestica e di femminicidio che hanno coinvolto le comunità migranti sono stati spesso al centro dell’attenzione mediatica, proprio allo scopo di rinforzare la retorica dello scontro di civiltà, che serve a giustificare le politiche islamofobe, xenofobe e securitarie. Gli uomini immigrati sono rappresentati come stupratori che minacciano il corpo delle donne italiane, mentre le donne immigrate (specie se musulmane) come vittime di padri violenti e famiglie retrograde. Ma il movimento femminista ha saputo smascherare la strumentalizzazione e l’etnicizzazione dello stupro, affermando con decisione che il patriarcato è universale e che la violenza domestica non ha confini e non dipende dal passaporto.

Nadia è una giovane donna che ha avviato un percorso di autodeterminazione, ribellandosi sia alla violenza maschile che a quella dello stato.
Nadia – così come tutte le altre donne recluse che subiscono la violenza statale e patriarcale – non deve passare un minuto di più nel lager di Ponte Galeria!
Mentre scriviamo ci arriva proprio da Nadia la notizia che oggi pomeriggio uscirà dal Cie.
Condividiamo la sua gioia per l’imminente liberazione ma continuiamo a lottare al fianco di tutte le altre donne recluse nei lager di stato.

Nadia libera!
Libere tutte! Liberi tutti!
Chiudere tutti i Cie! Abbattere le frontiere!

Silenzio Assordante (Radio Onda Rossa)

Capodanno di suicidi in carcere…che il 2012 sia l’anno dell’AMNISTIA !

1 gennaio 2012 2 commenti

Foto di Valentina Perniciaro _AMNISTIA_

Due suicidi in carcere in queste ore…a cavallo tra i due anni, uno a Trani (che ha il doppio dei detenuti previsti) e l’altro -in attesa di giudizio- alle Vallette di Torino (un terzo a Vigevano è stato sventato per un soffio).
I primi due dell’anno, o forse gli ultimi dei tantissimi di quello appena concluso:
chi muore in carcere, anche coloro che si tolgono la vita, sono assassinati dallo stato, omicidi compiuti giorno dopo giorno da chi continua a legittimare questo stato di cose e queste condizioni di detenzione.
Quasi ogni istituto italiano ospita un po’ più del doppio dei detenuti possibili: vuol dire 22 ore in branda, vuol dire che per poter stare in piedi in cella devi fare i turni, vuol dire assenza di cure, vuol dire condizioni igieniche intollerabili, vuol dire tortura a casa mia.
Il sistema carcere, non reintegra, non cura, non rispetta i minimi diritti umani; eppure tiene quasi 70.000 persone, di cui 30.000 in attesa di giudizio.
Per non parlare dei migliaia tossicodipendenti, che invece di esser curati vengono lasciati su una branda sudicia, a terminare la propria devastazione.
E così…con gli ultimi della terra apriamo le pagine di questo blog nel nuovo anno:
lo iniziamo come l’abbiamo finito. Davanti ad un carcere, a portare solidarietà a chi è recluso,  invocando non il cambiamento del carcere ma la sua abolizione. Perché l’unico carcere, CIE, ospedale psichiatrico  che dovremmo accettare è quello ridotto in macerie.

Qui il volantino distribuito ieri da Radio Onda Rossa, davanti al carcere di Rebibbia, nel presidio che ogni anno vien fatto il 31 dicembre,
per cercar di portare un po’ di musica e colori a chi è rinchiuso in una cella.

SE NON TI OCCUPI DI CARCERE È IL CARCERE CHE SI OCCUPA DI TE

Non voltarti dall’altra parte quando ascolti delle brutture del carcere!
Non far finta di nulla!
Il carcere è lì, e ti insegue nella tua vita quotidiana.
Non puoi sottrarti. La forme di controllo, le istituzioni totali si moltiplicano.
Alcuni anni fa il carcere ha partorito i Cie (Centri di Identificazione ed Espulsioni), per controllare e sottomettere la forza lavoro migrante.

Ogni comportamento è sottoposto a controllo e sanzione, e così, dopo 33 anni dalla chiusura dei manicomi, si attua sempre più il Trattamento Sanitario Obbligatorio(Tso), con effetti devastanti, spesso omicidi, come il caso di Franco Mastrogiovanni, ucciso il 4 agosto 2009 dopo aver trascorso 90 ore legato al letto del reparto psichiatria  all’ospedale San Luca a Vallo della Lucania.

foto di Valentina Perniciaro _la garitta di Rebibbia_

Negli Opg (Ospedali Pscichiatrici Giudiziari) vi sono rinchiuse oltre 1500 persone ancora oggi, nonostante il gridare allo scandalo dei benpensanti, dopo che la TV ha mostrato le sevizie e i trattamenti degradanti cui sono sottoposte le persone incatenate in quei lager.
Si intensificano i controlli per chi lavora attraverso normative restrittive sullo scioperodisciplina interna; mentre per chi non lavora oltre al controllo “economico”, dovuto alla necessità, vengono predisposti controlli da parte delle agenzie interinali.
I controllo su chi va allo stadio si moltiplicano, è stato introdotto il Daspo (Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive) e la “tessera del tifoso”; controlli per chi va in discoteca e per chi viaggia sulle strade; divieto di bere una birra dopo una certa ora in alcuni quartieri delle città.
Lo stesso carcere, ormai vecchio di 4 secoli, si rinnova differenziandosi sempre più per colpire comportamenti diversi. Oltre ai reparti a Elevato indice di Vigilanza (Eiv) e quelli strettissimi del 41 bis, fino all’ergastolo ostativo (obbligo di restare in carcere fino alle ultime ore di vita), una vera e propria condanna morte differita e altre differenziazioni vengono predisposte.
Nella scuola e nella famiglia il controllo e la disciplina assumono la forma di un bieco moralismo. Perfino nel momento della morte, lo Stato si arroga il diritto di decidere i tempi e le modalità di ogni intervento sul morente.

Restrizioni e controlli all’insegna dell’“emergenza” e della “sicurezza”. Capisaldi dell’ideologia dominante con cui si cerca di azzerare i problemi sociali, riducendoli a problemi di ordine pubblico. Isolando ogni volontà di lotta per farla passare come fatto patologico, malattia, malanno, disturbo, morbo, da curare e isolare perché può infettare.
Quindi “emarginazione” ed “espulsione” dal consesso sociale sono le azioni di controllo sociale verso tutti quei soggetti portatori di un qualsiasi problema: che sia una manifestazione di piazza, lo sbarco di persone senza documenti, l’opposizione alla costruzione di una nuova discarica e dell’Alta Velocità, l’occupazione di uno stabile da parte di chi non ha una casa, la lotta contro la disoccupazione, ecc.

Occuparci di carcere, oggi non è un optional, è una necessità per ciascuna e ciascuno di noi, se vogliamo liberare la nostra vita e non diventare passive propaggini di un sistema di potere sempre più totale.

PROSSIMI ANNI SENZA GALERE !!!                                            RadiOndaRossa

Il più bel regalo di Natale: fuga di massa dal CIE

27 dicembre 2011 2 commenti

DAL SITO MACERIE

È la notte di Natale, e dentro al Centro si riaccende la battaglia che era rimasta sopita da qualche settimana.
Intorno all’una di notte, probabilmente in seguito ad un tentativo di fuga, la polizia ha attaccato i reclusi dell’area rossa con gli idranti e ne ha picchiati duramente almeno tre. Non sappiamo al momento quale sia la situazione nelle altre aree. A presto dettagli e aggiornamenti.

Aggiornamento 25 dicembre. Sono le nove e mezza di sera e parte un’evasione di massa. Non si sa quante aree abbia coinvolto, né quanta gente sia riuscita a scavalcare le recinzioni. Dopo un’oretta i reclusi ripresi sembra siano due.

Aggiornamento 26 dicembre.  Iniziano a circolare i primi dettagli della grande evasione di Natale dal Cie di Torino. Approfittando delle festività natalizie (molti dei militari, poliziotti e crocerossini di stanza al Centro erano alle prese col panettone, e nessun fabbro era intervenuto per riparare le serrature scassate la notte della vigilia) i reclusi di diverse aree sono usciti dalle sezioni e si sono dispersi lungo il perimetro delle recinzioni. Le poche guardie presenti, per paura della massa, si sono rifugiate negli sgabbiotti in attesa di rinforzi. Nel frattempo i reclusi hanno cominciato a scavalcare reti e muri contemporaneamente da ogni lato, sbucando su corso Brunelleschi e su via Mazzarello. Alcuni per scavalcare meglio si sono perfino serviti di una garitta dei militari spostata di peso a ridosso del muro. Almeno un fuggitivo si è ferito nella caduta ed è stato subito catturato. Altri tre sono stati presi all’interno di un capannone nei pressi del Centro, in cui si erano rifugiati. Pare che la loro cattura sia stata favorita dalla segnalazione di un residente e dalla collaborazione attiva dei Vigili del Fuoco. In tutto, avrebbero partecipato all’evasione una sessantina di reclusi. Il numero esatto dei fuggitivi riacciuffati al momento non è noto, mentre quelli che sicuramente ce l’hanno fatta sono almeno una ventina. Questa mattina, la polizia sta effettuando la conta dei reclusi per capire il numero degli evasi.

Le immagini di un'evasione in Tunisia

Mentre il primo comunicato ufficiale della Questura parla di 21 evasi, continuano ad emergere altri dettagli sulla fuga di Natale. Innanzitutto, al tentativo di fuga hanno partecipato tutti gli uomini rinchiusi nel centro. Alcuni di loro hanno cercato di aprire le sezioni femminili per far scappare anche le donne, ma purtroppo le serrature hanno resistito agli sforzi. Inoltre, quando la polizia è intervenuta per bloccare i fuggiaschi ha utilizzato anche lacrimogeni (con tiri tesi e ad altezza d’uomo, “alla valsusina”) e idranti, ma un recluso è riuscito a strapparne uno di mano alle guardie, e ha inondato la guardiola in cui si trovava un militare. Infine, un recluso che cadendo dall’altra parte del muro si è fratturato entrambe le gambe, e che era stato riacciuffato, oggi verrà rilasciato dal Centro con un foglio di via. Pare che però i feriti, per le cadute e anche per le botte delle forze dell’ordine, siano diversi, alcuni anche gravi.

Aggiornamento 26 dicembre, ore 16,45. Arriva la vendetta dei militari e dei poliziotti, dopo i fatti della nottata.In questo momento stanno entrando nelle gabbie, con intenzioni minacciose. Non si sa se si tratta di una perquisizione o di un pestaggio.

Aggiornamento 26 dicembre, ore 18,44. Alla fine, l’irruzione della polizia nelle aree era finalizzata a riparare i buchi nelle reti. Ovviamente, gli agenti ne hanno approfittato per pigliarsi qualche soddisfazione sulla pelle di alcuni dei reclusi dando un po’ di botte a destra e a manca.

Ascolta una delle tante dirette con i reclusi del Cie di Torino, dai microfoni di Radio Blackout 105.250 Fm

Leggi la rassegna stampa a riguardo

Ismael riesce a scendere dall’aereo: la lotta paga! Ora lo vogliamo libero, lui e TUTT@

28 settembre 2011 Lascia un commento

Sempre dal sito di Gabriele Dal Grande prendo questo breve testo che ci racconta come sta proseguendo la storia di Ysmael che avevamo raccontato nel posto intitolato “tutti gli Ismael del mondo“: la storia di uno dei tanti detenuti nei Centri di Identificazione ed Espulsione, che però ha dalla sua parte una grande comunità di amici e parenti che stanno lottando per dimostrargli tutta la solidarietà possibile.
Non è solo come molti lo sono, nelle sue stesse condizioni, magari perché arrivati da pochissimo nel nostro paese che per loro è solo sbarre, pestaggi e privazione di praticamente tutto.
Ismaele è stato imbarcato su un aereo per la sua deportazione, che qui hanno l’uso di chiamare “rimpatrio”, ma è riuscito a ribellarsi e a scendere da quell’aereo su suolo ancora italiano, per essere di nuovo rinchiuso nel Cie: questa la sua storia.
Grazie a Gabriele che ce le racconta, e grazie anche al pilota di quel volo!

Ricordate la storia di Ysmael e il presidio dei peruviani sotto il Cie di Torino? Ieri sulla pagina facebook del circolo José Carlos Mariátegui di Torino e’ comparsa la locandina che vedete qua sopra “Lo hanno portato all’aeroporto di Milano come un pacco, ma il pacco ha alzato la voce ribelle e ora e’ di nuovo recluso nelle celle del Cie di Torino“. Gli amici, la sorella e i compagni di partito di Ysmael continuano a manifestargli la loro solidarieta’. Sono le uniche voci, al telefono, a tenergli compagnia nel reparto di isolamento dove e’ ritornato l’altro ieri dopo aver perso l’aereo. Si’ perche’ doveva essere espulso lunedi’ su un volo di linea da Milano a Lima. Ma appena l’hanno caricato sull’aereo ha iniziato a gridare e a dimenarsi nonostante il tentativo di immobilizzarlo degli agenti della scorta. La situazione e’ degenerata al punto che il pilota dell’aereo e’ dovuto intervenire personalmente. Ha chiesto a Ysmael se volesse partire o meno. E alla sua risposta negativa ha ordinato ai poliziotti, come in suo potere, di farlo scendere immediatamente. Adesso Ysmael e’ di nuovo al Cie di Torino, in isolamento. Pronto a fare di tutto per non tornare in Peru’. Perche’ a Torino ha una casa, una sorella e un lavoro onesto. Un lavoro da cui dipende il mantenimento del figlio di sette anni in Peru’ e della ex moglie. Estamos contigo.

Ponte Galeria: migranti ed evasioni

26 settembre 2011 4 commenti

PRENDO DA MACERIE, come spesso faccio, per poco tempo purtroppo di seguire tutto e per la totale fiducia in questo sito.
Ai link a fine articolo le due corrispondenze di Radio Onda Rossa di cui si parla qui.

Ma quanta gente è fuggita, in questi mesi, da Ponte Galeria? Noi, che come sa chi ci legge di queste contabilità ne abbiamo tenute spesso, e che tante volte fughe e rivolte le abbiamo seguite da vicino… abbiamo perso il conto. Dopo l’ultima grossa evasione di quindici giorni fa e le proteste della settimana passata, questo pomeriggio un altro gruppone di prigionieri del Cie romano ha tentato la fuga, in massa. Alcuni sono stati bloccati subito, altri ripresi a Fiumicino nelle ore successive e molti altri, invece, sono “uccel di bosco”: non sappiamo precisarvi, per ora, le proporzioni esatte, ma sembra che a varcare i cancelli siano stati almeno in settanta. Sappiamo dirvi, purtroppo, cosa è successo a chi non ce l’ha fatta a scappare: un bel pestaggio collettivo, con feriti e gambe rotte e gente all’ospedale. Prima ancora di ascoltare le due testimonianze raccolte da Radio Onda Rossa che descrivono più nei dettagli la fuga e la repressione, vi invitiamo a riflettere sulla domanda che facevamo all’inizio, ma formulata in un senso più ampio: solo da agosto ad oggi l’esperienza pratica dell’evasione da un Centro – con o senza battaglia con la polizia, con pazienti lavori di seghetto o con la furia della determinazione e del numero – è stata vissuta da centinaia di persone, persone che poi si sono sparpagliate per le nostre città o al di là di qualche altra frontiera europea a rimpolpare le schiere dei senza-documenti a fianco ai quali viviamo ogni giorno. Cosa può succere, allora, quando l’esperienza di essersi ripresi con la lotta la libertà negata diventa un fatto comune e diffuso, sedimentato nei ricordi di un pezzo sempre meno piccolo di città? In che modo questi pezzi di vita, vissuta e raccontata, potranno saldarsi con le rabbie e le lotte a venire? Belle domande che mai avremmo potuto immaginare di formulare prima, alle quali ovviamente non abbiamo risposta.
ASCOLTA LE CORRISPONDENZE DI RADIO ONDA ROSSA: 12

TUTTI GLI ISMAEL DEL MONDO!

16 settembre 2011 1 commento

DA MACERIE, sito che vi consiglio di seguire quotidianamente

Poco più di una settimana fa Ismael è incappato in un controllo di polizia e, come succede a tanti altri senza-documenti qui in città, si è ritrovato nel giro di un paio d’ore prigioniero dentro le gabbie del Cie di corso Brunelleschi. Ora è chiuso là dentro, in balìa dell’umore di crocerossini-in-mimetica e di militari, ad aspettare decisioni e contro-decisioni di un qualche giudice di pace affamato di carte. Dalla sua ha la propria determinazione alla resistenza e la compattezza che, grazie anche alle lotte e ai sussulti di queste ultime settimane, si sta creando dietro le sbarre: la grande evasione della settimana passata, proprio per le sue modalità organizzative, dà conto del clima e della complicità che c’è tra i prigionieri.

Ma Ismael, dalla sua parte, ha anche la solidarietà dei suoi vecchi amici e compagni di fuori. Già, perché Ismael è molto conosciuto nei circoli più politicizzati dell’emigrazione peruviana a Torino. E così, i suoi compagni si sono messi in movimento ed han voluto trasformare in cosa pubblica e di lotta un evento che, per tanti altri amici e parenti e vicini di casa dei vari prigionieri di corso Brunelleschi, troppo spesso è vissuto come una sventura privata della quale quasi vergognarsi. «A volte la stessa vita ci fa imparare, più di quello che impariamo per vivere. La lotta ci fa imparare e adesso è il momento di lottare», ha spiegato uno di loro ai microfoni di Radio Blackout, «per i diritti di tutti gli Ismael del mondo». L’imprigionamento di un amico e compagno è l’illuminarsi della realtà che improvvisamente ti fa imparare che quello non è solo il caso suo, ma di tanti altri come lui, reclusi come lui. Un esempio bello e raro di come dovrebbero andare sempre le cose quando la polizia impacchetta e trasporta qualcuno, chiunque, dentro le gabbie per senza-documenti.

E così, per questo sabato 17 settembre, dalle 17,30 in poi, gli amici e i compagni di Ismael organizzano un presidio sotto le mura del Centro, per chiedere la liberazione sua e di tutti gli altri prigionieri.

È la prima volta, a memoria nostra, che una iniziativa davanti a corso Brunelleschi parte direttamente da gente toccata dalla detenzione di un proprio caro e non dalle differenti alleanze di militanti politici italiani o dalle varie generazioni di nemici delle espulsioni (noi compresi, ovviamente) che si sono susseguite in questi anni in città. Non che la lotta contro i Cie abbia visto come protagonisti solo “gli italiani”, al contrario: come sa benissimo chi ci legge tutti i giorni, quando la macchina delle espulsioni ha perso davvero qualche pezzo è stato sempre per la determinazione all’incendio e alla fuga dei reclusi. Il problema è il fuori dei Centri, il “cosa possiamo fare” di chi rischia di finirci o ci è appena uscito: è lì che si determina lo spazio vuoto abitualmente occupato dai militanti italiani o dai nemici dei Cie. Non che niente si sia mosso in questi mesi, anzi: per tutti, la grinta degli egiziani in corso Vinzaglio di giugno scorso, che hanno trasformato le lamentazioni in sommossa, facendo fuggire a gambe levate i militanti politici e lasciando noi piacevolmente stupiti, ma anche spiazzati. Sullo sfondo, la resistenza invisibile di alcuni pezzi di quartieri, coi fischi quando arriva la volante e i portoni che si aprono, o la gente che si mette in mezzo quando i numeri e la situazione lo consentono, o anche solo il ragazzo del mercato che regala la frutta per i senza-documenti prigionieri. Ma là davanti, dove si vede tanto bene cosa può voler dire dipendere da un pezzo di carta, alla fine ci va sempre chi il pezzo di carta, garantito a vita, in tasca ce l’ha.

Una bella novità, dunque, quella di sabato, che aspettavamo di potervi raccontare da molto tempo. E vedremo assieme se sarà feconda e che strada prenderà: quella delle mille mediazioni con i rappresentanti consolari, delle alleanze con i partiti-che-hanno-aperto-i-Centri e ora si nascondono dietro un dito, della ricerca spasmodica di una presa di posizione da parte di chi ha le mani sulle leve del potere, qui o sulle Ande; oppure quella della compliticità fattiva con chi lotta dentro, del mettersi in mezzo quando escono le camionette dei deportati, del provare a stoppare i voli dei rimpatri, del bloccare pezzi pur piccoli di città per costringerla a guardare cosa succede dentro a quelle maledette gabbie.

macerie @ Settembre 15, 2011

La deportazione di Sonia, mamma di 4 figli … che non la seguiranno

14 settembre 2011 1 commento

Vite in bilico (foto Reuters)

Ascoltate questa corrispondenza effettuata stamattina da Radio Onda Rossa, e se potete correte con quanta più fretta potete verso l’Aereoporto di Fiumicino, dove sul prossimo volo per la Tunisia verrà effettuata una deportazione.
Una di quelle 150 deportazioni che il nostro paese, attraverso l’agenzia Frontex (i voli sono spesso della MistralAir società di proprietà di Poste italiane, ne abbiamo già parlato) effettua ogni settimana tra Tunisia, Egitto ed altro…
la storia di Sonia è straziante.
E’ scappata da un marito di merda che la maltrattava e da un paese dove non voleva stare: s’è presa i suoi bambini ed è approdata, chissà come peraltro, nel nostro paese. Ventiquattro anni.
Ventiquattro anni a Roma, dove son cresciuti i suoi 4 figli, dove ha lavorato, dove ha stretto amicizie e relazioni, dove ha parlato con le maestre dei suoi bambini, ha dondolato sulle altalene giocando con i suoi cuccioli, ha tessuto la sua vita così come l’aveva voluta autodeterminare.
Lontana dai vincoli matrimoniali, religiosi o anche solo geografici, a cui era costretta.

Poi sai, nella loro condizione basta un secondo.
Basta perdere un lavoro, basta per un attimo non avere il rinnovo del permesso di soggiorno che l’inferno dei Centri di Identificazione ed Espulsione si materializza. I sei mesi di detenzione motivati solo da una posizione di irregolarità amministrativa (?!) e non dall’aver commesso un reato, son diventati diciotto, 18, DICIOTTO, con il nuovo emendamento.
E questa è la storia di Sonia come di centinaia di altre donne e uomini, chiusi nei nostri lager di Stato.
Storie di chi nel nostro paese ha tutto, storie di chi come lei oggi sarà deportato nel paese di nascita, senza i propri figli.
LE PAROLE NON CI SONO.
DOVREMMO SOLO FERMARLI

ASCOLTA LA CORRISPONDENZA di questa mattina da PONTE GALERIA

AGGIORNAMENTI DA MACERIE: Così, all’alba di oggi un gruppo di compagni si è ritrovato davanti ai cancelli del Centro. Troppo pochi per intralciare i mezzi nei quali la polizia aveva caricato Sonia e gli altri due ragazzi da deportare, i compagni si sono spostati all’aeroporto per cercare di parlare con il comandante dell’aereo che avrebbe dovuto portare i tre in Tunisia. Ma l’aereo è dell’Alitalia, e il comandante ovviamente irraggiungibile. A metà mattinata l’aereo è partito, non sappiamo ancora se con Sonia e gli altri sopra. Nell’attesa di sapere come è andata a finire, i compagni di Roma invitano tutti a martellare Ponte Galeria di telefonate, almeno per tutta la giornata di oggi: 06 65854224.

ECCO COME E’ ANDATA A FINIRE..PRENDIAMO TUTTO DALLE AGENZIE:

VOLI BLOCCATI CON POLIZIOTTI E TUNISINI DUE AEREI FERMI A PALERMO E 
 TUNISI PER QUESTIONI BUROCRATICHE (ANSA) - PALERMO, 14 SET - «Aerei per 
 i rimpatri degli immigrati fermi da ore con decine di poliziotti a bordo 
 e costi che salgono alle stelle». Lo denuncia il sindacato di polizia 
 Coisp che segnala il caso di due voli che oggi avrebbero dovuto 
 riportare in patria, in Tunisia, circa 100 migranti giunti in Italia. Il 
 primo è partito da Milano alle 2 della scorsa notte con a bordo 90 
 poliziotti di scorta, ed è giunto a Lampedusa, dove ha caricato 49 
 clandestini, per poi fare una prima tappa a Palermo e una seconda a 
 Tunisi, dove però solo 30 immigrati sono potuti scendere. «Secondo 
 quanto sostenuto dalle autorità locali - scrive il Coisp in una nota - 
 non più di tanti clandestini al giorno possono fare sbarco sul 
 territorio, e così 19 africani sono rimasti assieme ai 90 agenti 
 sull'aereo, tuttora bloccato in pista in attesa che la situazione possa 
 sbloccarsi». Una sorte non troppo diversa, secondo il sindacato, è 
 toccata a un secondo volo, partito oggi da Roma con a bordo circa 80 
 poliziotti, atterrato a Lampedusa dove sono saliti a bordo 50 migranti, 
 e di seguito a Palermo, dove però è ancora bloccato, in attesa 
 dell'autorizzazione a viaggiare verso Tunisi che non arriva. «Enormi i 
 disagi, non solo per tutte le persone coinvolte nell'incredibile vicenda 
 - accusa il sindacato di polizia - ma anche per le due linee aeree che 
 sono state private della disponibilità dei due mezzi da destinare ad 
 altri servizi». Per Franco Maccari, segretario generale del Coisp, «sono 
 situazioni cui si stenta a credere e che si traducono in costi 
 esorbitanti per i cittadini e disagi indicibili per i colleghi e per 
 tutti gli altri malcapitati protagonisti».
 
 AGENTI FERMI A TUNISI TORNERANNO DOMANI (V. 'IMMIGRAZIONE: COISP, VOLI 
 BLOCCATI CON...' DELLE 20.59) (ANSA) - ROMA, 14 SET - Si è sbloccata la 
 situazione dei poliziotti e dei migranti bloccati nell' aereoporto di 
 Tunisi perchè le autorità del Paese si erano rifiutate di accogliere un 
 numero di extracomunitari superiore rispetto a quanto previsto dagli 
 accordi. A tarda sera, fanno sapere dal Dipartimento della Pubblica 
 sicurezza, il governo di Tunisi ha acconsentito a riprendersi i migranti 
 sbarcati a Lampedusa mentre i poliziotti passeranno la notte nel Paese e 
 domani torneranno in Italia.
 
 DISORDINI IN CPA LAMPEDUSA, AGENTE FERITO (ANSA) - PALERMO, 14 SET - Un 
 poliziotto ferito da una pietra e alcuni tunisini contusi è il bilancio 
 di una rivolta scoppiata nel pomeriggio nel centro di accoglienza a 
 Lampedusa. I tunisini hanno cominciato a protestare dopo avere appreso 
 che 49 loro connazionali stamattina erano stati rimpatriati e altri 50 
 caricati su un secondo volo diretto a Palermo e poi a Tunisi. La polizia 
 è riuscita a riportare la calma, ma nel centro la tensione rimane alta 
 tant'è che sono stati rafforzati i controlli davanti il Cpa, con l'invio 
 di ulteriori cento agenti. Altri 110 tunisini nel pomeriggio sono stati 
 imbarcati sulla nave Moby diretta a Palermo, dove giungerà domattina. 
 Nel centro di Lampedusa al momento ci sono circa 800 migranti, cento 
 minori sono stati trasferiti nell'ex base Loran.

Quarta evasione da Ponte Galeria in pochi giorni: GIOIA INFINITA!

9 settembre 2011 3 commenti

In pochi giorni è già la quarta evasione da Ponte Galeria.
Altre 21 persone sono riuscite ad evadere dal Centro di Identificazione ed Espulsione alle porte di Roma, che potete leggere sul sito Macerie (seguitelose volete info sui CIE, i migranti reclusi ma soprattutto sulle lotte che intorno a questi lager ruotano) sono prese da Repubblica.
Ma ci basta la cronaca, i dettagli non ci interessano e son pure pericolosi.

EVASIONE!

La cosa più importante è sapere che 21 persone si sono riappropriate della propria libertà: è che sono fuori, liberi.
Ci dicono che son fuggiti durante un normale trasferimento interno di detenuti: la cosa che però sembra sempre più chiara è che i CIE stanno scoppiando e tutte queste evasioni ne sono la dimostrazione.
Con l’innalzamento da sei a diciotto mesi di reclusione per i fermati senza documenti di soggiorno, l’affollamento di questi lager di stato inizia a diventare insostenibile e la rabbia dentro sta esplodendo giorno dopo giorno.
Chi è recluso già da tempo ed aspettava, contando i giorni, il momento di uscire (le mamme rinchiuse nei CIE emiliani hanno fatto una rivolta, e son poi state pestate, proprio perché sapevano che stavano tornando dai loro figli) ha visto slittare di un anno la possibilità di riabbracciare la loro famiglia e la loro libertà.
La rabbia e tanta e fortunatamente lo sono anche le fughe.

Niente di più bello di una bella!
W la libertà e chi se la conquista

Liberi dopo 30 anni: per gli scimpanzè commozione, per gli uomini gogna!

6 settembre 2011 2 commenti

Liberi dopo 30 anni: questo video mette i brividi.
Liberi dopo una vita prigionieri, liberi senza aver mai sentito prima la pioggia che scende sulla pelle:
liberi (si fa per dire eh), dopo esser stati infettati dei peggiori mali, dopo esser stati osservati per decenni da bipedi in camice bianco.
Mi ha messo i brividi questo video, soprattutto nel leggere i commenti delle persone qua e là, tra corriere della sera e blog vari:

tutti sconvolti, tutti emozionati e commossi.
Poi voglio proprio vedere quanti di loro sono contro l’ergastolo,
a quanti di loro inchioda il sangue nelle vene quando sentono parlare di privazione di libertà.
Quanti di loro sanno che le migliaia di corpi che ammassiamo nei CIE non hanno nemmeno commesso un reato…
Ma vaffanculo!   TUTT@ LIBER@!

Lettera da Lampedusa, da un bimbo recluso alla sua mamma

4 agosto 2011 5 commenti

Lampedusa, 24 luglio 2011

Foto di Economopoulos _ i campi somali in Yemen_

L’amore di un bambino per la sua mamma. Scrivo questa lettera per dirti che ti amo. Da quando ci siamo separati ti penso giorno e notte, la notte è molto lunga per me lontano da te . Tu sei la più bella donna del mondo, tutti i bambini sognano di averti sulla terra, tu sei la miglior madre che io abbia mai potuto pensare. Un giorno mi sono separato da te mamma. Sai, se fossi un fiore io ti pianterei nel mio cuore, ti innaffierei con le mie mani. Quando ti penso le lacrime cominciano a scendere. Se oggi sono qui senza di te io mi sento solo al mondo e non c’è niente da fare tu sei la persona che conta di più per me, la più cara del mondo. Io sogno per me un giorno di ritrovarti sana e salva, le tue piccole filastrocche canzoni, mi fanno salire il morale, e mi danno la speranza di essere un bambino amato da sua madre. Io vorrei essere il più felice al mondo come gli altri bambini della terra, vorrei gioire della tua presenza, ti prometto che combatterò come posso con tutte le mie forze per ritrovarti. Io so che sei viva e mi pensi, io sarò sempre concentrato in tutto quello che faccio a pregare Dio misericordioso il più misericordioso, io so che Tu mi ascolti, senza sonno né sonnolenza, Tu sei presente nel tuo trono. Tra tutti i bambini aiuta me a ritrovare la mia famiglia, vorrei essere il più felice del mondo e sarebbe un giorno indimenticabile della mia vita.

Mi aiuti a farmi uscire da questa griglia?

Said Islam Yacoub
Riceviamo e pubblichiamo questa lettera da Lampedusa. A scrivere è un ragazzino di 14 anni. Si chiama Said Islam Yacoub, è nato in Camerun il 17 settembre del 1997, e non riesce più a trovare sua mamma Kadijatou. Suo papà è morto, e con la mamma hanno passato gli ultimi quattro anni a Sebha, in Libia. Ormai non la vede dallo scorso 17 marzo. Quel giorno lei non è rientrata a casa. E dopo qualche giorno, le milizie di Gheddafi sono venuti a prendere Said Islam e l’hanno portato via, caricato con la forza insieme a centinaia di altri africani deportati verso nord, nei porti sul Mediterraneo da dove salpano le barche dirette a Lampedusa. A quattro mesi di distanza da quel viaggio, Said ha deciso di scrivere una lettera alla mamma. Vuole che lei sappia quanto lui la ama e quanto ha bisogno di lei. Vuole che lei sappia che è vivo e che la cerca sempre. Nessuno sa dove lei possa trovarsi. Ma Said è convinto che sia ancora viva. Potrebbe essere ancora a Sebha, nei campi profughi di Choucha, in Niger o in qualche centro di accoglienza in Italia. Ovunque lei sia, aiutateci a diffondere la lettera di Said e a cercarla.

grazie, come sempre, a Gabriele Dal Grande, che permette a tutto questo materiale di circolare ed esser fruibile.

Ancora pestaggi al CIE di Ponte Galeria, e scoppia la rivolta

1 agosto 2011 4 commenti

DA FORTRESSEUROPE

È da poco passata la mezzanotte al centro di identificazione e espulsione (Cie) di Roma. Tre detenuti tentano la fuga. La polizia li trova. E li massacra di botte agli ordini di una ispettrice che ha deciso di fare la dura. Qualcuno però assiste alla scena. E indignato, sparge la voce tra i reclusi dell’area maschile. Scoppia la rivolta. I detenuti rifiutano di rientrare nelle camerate, la polizia in tenuta antisommossa fuori dalla gabbia minaccia di sfondare. Dentro si armano di pietre per difendersi e danno alle fiamme alcuni materassi. Intanto noi, da fuori, grazie a fonti fidate all’interno del Cie, seguiamo per tutta la notte gli sviluppi della rivolta. Leggete come è andata a finire. E se anche a voi sembra che non sia una roba normale, chiamate il centralino di Ponte Galeria allo 06.65854224. Facciamogli sentire che hanno gli occhi addosso.

Ore 00:47
La polizia sta picchiando 4 algerini al centro di identificazione e espulsione (Cie) di Roma. Li hanno presi un’ora fa mentre tentavano di scappare. Secondo alcuni testimoni li avrebbero pestati malamente. Gli altri reclusi del settore maschile stanno protestando fuori dalle camerate, si sono disposti davanti all’entrata della gabbia e impediscono l’ingresso della polizia che a quest’ora di solito li chiude a chiave nelle sezioni. Rifiutano di rientrare nelle camerate fino a quando non avranno visto in che condizioni hanno ridotto i quattro, che si trovano ancora isolati nella stanza dove sarebbero stati picchiati.

Ore 01:17
I reclusi continuano a rifiutare di rientrare nelle camerate e rimangono concentrati di fronte al cancello della gabbia. Di là dalla rete sono schierate le forze dell’ordine in tenuta antisommossa. Una ventina di militari e una trentina di agenti tra polizia e finanza, pronti a intervenire per far rientrare la protesta. I quattro algerini sono ancora rinchiusi nella stanza dove sarebbero stati picchiati. Si tratta di quattro algerini sbarcati a Lampedusa nelle settimane scorse e provenienti dalla Libia. Alla protesta partecipano anche gli egiziani presi dalla polizia durante la retata del 27 luglio ai mercati generali agroalimentari di Roma, a Guidonia-Montecelio, che ha portato alla reclusione di 16 lavoratori egiziani senza contratto. Non partecipano invece, per evidenti ragioni, i due reclusi ancora rinchiusi in isolamento, ormai da più di un mese, uno dei quali in sciopero della fame dal 22 luglio scorso.

Ore 01:33
Spunta un testimone oculare. I quattro fuggitivi sono stati bloccati in due posti diversi. Tre di loro sono stati immobilizzati davanti alla gabbia dell’area femminile. Secondo il racconto della nostra fonte, inizialmente gli agenti li hanno immobilizzati a terra e gli hanno ammanettato i polsi dietro la schiena. Fin lì tutto tranquillo, poi è arrivata sul posto un’ispettrice di polizia, che ha iniziato a prenderli a calci mentre erano già immobilizzati a terra, per poi schiacciargli la faccia al suolo sotto le suole degli stivali. A quel punto le detenute hanno iniziato a gridare e l’ispettrice ha dato ordine ai suoi uomini di portare via i tre, all’interno degli uffici.

Ore 01:54
Si prepara la rivolta. La polizia ha portato davanti al cancello i quattro algerini per farli rientrare nelle sezioni e ha chiesto ai reclusi di spostarsi dal cancello per lasciarli entrare e poterli rinchiudere nelle aree. Ma la reazione alla vista dei quattro è stata fortissima. Secondo testimoni oculari i quattro algerini sarebbero in brutte condizioni dopo il pestaggio subito. Dentro la gabbia si prepara la rivolta. Un gruppo di reclusi è riuscito a rompere due ferri della gabbia e ad aprirsi un varco per raggiungere un terreno vicino al muro di cinta dove prendere delle pietre con cui armarsi per difendersi nel caso in cui i trenta agenti in tenuta antisommossa dovessero entrare con la forza e picchiare i reclusi. Intanto uno dei detenuti si è tagliato con un ferro il braccio e la caviglia.

Ore 02:07
Secondo una nostra fonte, alla base della rivolta in corso al Cie di Roma, oltre al pestaggio dei quattro algerini di stasera, ci sarebbe una violenta espulsione avvenuta questa mattina. Si tratta di un cittadino tunisino, Monji, residente a Milano da 20 anni, con la moglie e due bambini, preso di forza dal letto mentre ancora dormiva questa mattina all’alba e portato via legato con lo scotch dopo che opponeva resistenza. Il signore in questione aveva già scontato nel Cie di Roma 5 mesi e 25 giorni di reclusione e sarebbe dovuto uscire dopo cinque giorni. La moglie, da Milano, gli aveva già inviato i soldi con Western Union per comprare il biglietto del treno per ritornare dalla sua famiglia in Lombardia. Secondo la nostre fonte questa sarebbe stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, in un momento in cui tutti i reclusi si sentono spaventati dalla nuova legge in discussione al Senato, che porta a 18 mesi il limite massimo di detenzione nei Cie

Ore 02:28
I reclusi continuano a gridare e a sbattere contro i ferri della gabbia. Gli agenti, in tenuta antisommossa non sono ancora entrati, anche perchè in inferiorità numerica. I reclusi infatti sono più di un centinaio e armati di pietre per difendersi. Nel cortile centrale della gabbia, sono stati dati alle fiamme 7 materassi per evitare l’avanzamento delle forze dell’ordine. Alla protesta partecipano anche sei albanesi, stranamente reclusi da ormai 40 giorni, pur essendo regolarmente entrati in Italia con il nuovo passaporto biometrico, che dal dicembre scorso consente la libera circolazione dei cittadini albanesi nell’Unione europea senza bisogno di visto. Chiedono di essere rilasciati, in Italia o in Albania, senza passare un solo giorno di più in detenzione. Intanto una ventina di reclusi sono saliti per protesta sul tetto delle celle.

Ore 02:55
Grazie all’utilizzo di un idrante, la squadra di agenti in tenuta antisommossa è riuscita a disperdere le decine di reclusi davanti il cancello e a entrare nella gabbia. A forza di manganellate, e proteggendosi con gli scudi dal lancio di pietre, gli agenti sono riusciti a costringere parte dei reclusi a rientare nelle celle, e hanno poi chiuso le gabbie con delle catene con il lucchetto, dal momento che nelle due ore precedenti, i reclusi avevano manomesso le serrature. Secondo una delle nostre fonti ci sarebbero almeno otto feriti tra i detenuti. Un gruppetto di reclusi è ancora fuori dalle celle e cerca di difendersi dal pestaggio lanciando sassi e altri oggetti.

Ore 03:16
Tutti i reclusi, compresi i quattro algerini picchiati tre ore fa, sono stati adesso ricondotti e rinchiusi dentro le celle. Al momento sembra essere tornata la calma. La polizia è uscita all’esterno della gabbia. Dentro però la rabbia è ancora alta. E va di pari passo con l’apprensione per la nuova legge sui sei mesi. Intanto sono emersi nuovi dettagli sull’espulsione di Monji di questa mattina. Testimoni oculari hanno descritto la sua espulsione come molto violenta. Intorno alle sei del mattino, una decina di poliziotti si sono presentati nella sua cella e mentre lui ancora dormiva, tre di loro gli si sono buttati addosso di peso per immobilizzarlo. A quel punto, svegliato di soprassalto, è stato costretto con la forza a inginocchiarsi e quindi è stato ammanettato con i polsi dietro la schiena e trascinato via di forza. I reclusi che hanno assistito alla scena si dicono scioccati. Si tratta del secondo caso di un tunisino espulso allo scadere dei sei mesi. Martedì scorso infatti, nel gruppo di 16 tunisini espulsi c’era anche un certo Mohamed, lavoratore presso il mercato del pesce di Bari e da più di dieci anni in Italia, a cui rimanevano soltanto quattro giorni per compiere i sei mesi di detenzione e uscire.

Ore 04:30
Perquisizione nelle celle. Una squadra di 8 agenti conta i reclusi, cella per cella. All’appello mancano tre persone che durante il caos degli scontri sono riusciti a nascondersi sui tetti. Si tratta di tre algerini.

Ore 7:00
Dei tre algerini che mancavano all’appello, due sono stati ritrovati e ricondotti in cella, apparentemente senza violenza. Il terzo invece è riuscito a fuggire dalla gabbia ed è di nuovo in libertà. Per capire di chi si tratti, la polizia fa una seconda conta, cella per cella, stavolta però con i registri e le foto.

Ore 7:30
Un gruppo di agenti in borghese fotografano i danni della struttura. Un pannello di plexiglass sfondanto all’ingresso della gabbia, 7 materassi bruciati, 2 telecamere distrutte e due ferri spezzati sul retro della gabbia, che vengono prontamente saldati, sotto la sorveglianza di tre agenti di polizia. Nessuno invece fotografa i detenuti feriti.

Ore 9:30
Per punizione, le celle sono ancora chiuse con le catene e i reclusi non possono uscire nel cortile della gabbia grande. Per tutta la notte, la direzione del Cie ha tenuto accese le luci nelle celle per impedire ai reclusi di riposare.

Ore 10:30
Il personale dell’ente gestore Auxilium porta la colazione, ma i reclusi rifiutano di essere serviti attraverso la gabbia, come se fossero animali, costretti a rimanere rinchiusi nelle celle. E proclamano lo sciopero della fame.

Ore 12:00
Per ritorsione, anche lo spaccio delle sigarette resta chiuso oggi.

Ore 13:30
Una ventina di agenti tra polizia e guardia di finanza entrano nella gabbia. Cella per cella, una squadra di otto composta da quattro poliziotti, due finanzieri e due agenti in borghese, armati di manganelli, prelevano alcuni reclusi. Finora dalle prime tre celle hanno prelevato 8 persone. Gli ultimi due erano egiziani del gruppo di lavoratori dei mercati generali agroalimentari di Roma presi nella retata di tre giorni fa. Ancora non si capisce se si tratti dei reclusi che saranno arrestati per la rivolta o se invece si tratti di un’espulsione collettiva in corso.

Ore 14:47
La questura diffonde la versione ufficiale, prontamente rilanciata dalle agenzie di stampa. La censura sulle ragioni della protesta e sulle violenze della polizia è totale.

FIAMME E LANCIO OGGETTI IN CIE PONTE GALERIA, ALCUNI TENTANO FUGA 
Roma, 30 lug. – (Adnkronos) – Protesta la notte scorsa al Cie di Ponte Galeria, in provincia di Roma. Alcuni immigrati hanno dato fuoco a materassi e coperte, mentre cinque persone hanno scavalcato la recinzione per fuggire. Sul posto sono intervenute le volanti della polizia che hanno bloccato gli immigrati in fuga. Contro gli agenti sono state poi lanciate bottiglie e altri oggetti. La protesta è scoppiata ieri sera poco prima di mezzanotte. La situazione è stata riportata alla normalità dalla polizia dopo un paio d’ore. Alcuni agenti sono rimasti feriti. Sul posto sono intervenuti anche i vigili del fuoco per spegnere i focolai.

AL CIE PONTE GALERIA SCONTRI ED INCENDI DOPO TENTATIVO FUGA
(ANSA) – ROMA, 30 LUG – Quattro persone la scorsa notte hanno tentato la fuga dal Cie di Ponte Galeria a Roma, ma sono state riprese dalla polizia ed una volta all’interno hanno distrutto alcune stanze, dato fuoco a materassi e coperte e lanciato oggetti con gli agenti. La «rivolta» è durata circa tre ore. A quanto si appreso, poco prima della mezzanotte quattro immigrati algerini, sono riusciti ad oltrepassare il varco del Cie. È subito scattato l’allarme ed è intervenuto il Reparto Mobile della Questura di Roma che è riuscito a riprendere i fuggitivi. Ma una volta riportati dentro si è scatenata una rivolta: gli immigrati hanno lanciato con gli agenti, bottiglie, sassi e tubi dei bagni sradicati dai muri. Altri extracomunitari hanno dato foco a coperte e materassi e sono dovuti intervenire i vigili del fuoco per domare le fiamme. La calma nel centro è tornata soltanto verso le 3. Otto poliziotti sono rimasti feriti, mentre due stanze sono state chiuse perchè dichiarate inagibili.

Ore 15:00
A Ponte Galeria è arrivato il deputato Andrea Sarubbi (Pd) per una visita ispettiva. Sarubbi aveva già visitato il Cie romano durante la mobilitazione nazionalelasciateCIEntrare, lo scorso 25 luglio.

Ore 15:13
Touadi e Gaudio (Pd) inviano un comunicato stampa sulla rivolta di Roma e sui fatti di Lampedusa, chiedendo la chiusura dei Cie

GAUDIO E TOUADI (PD), CHIUDERE DEFINITIVAMENTE I CIE
Roma, 30 lug. – (Adnkronos) – «Le notizie che giungono in queste ore, circa soprusi, pestaggi e violenti scontri, all’interno del Cie di Ponte Galeria, se confermati, rendono ancora una volta l’idea della necessità di una chiusura definitiva del modo in cui sono concepiti i Cie». È quanto dichiarano in una nota congiunta il deputato del Pd, Jean Leonard Touadi e Sergio Gaudio, responsabile del forum immigrazione del Pd di Roma. «Allo stesso modo, continuano a giungerci notizie della presenza di minori – continua – per esempio in quello di Lampedusa, in promiscuità con gli adulti e trattati esattemente con gli stessi metodi, senza alcun riguardo e senza alcun rispetto per la loro giovane età e per la loro condizione. Nulla in termini di garanzie sembra loro fornito»«Ci sembra incredibile – conclude – che situazioni di questo genere possano perdurare, in un paese civile quale l’Italia è. Il centrodestra continua in una campagna che sta facendo scivolare il nostro paese verso una deriva di intolleranza e di limitazione di diritti inviolabili che non è più accettabile»

Ore 16:30
Il deputato Andrea Sarubbi (Pd) esce dal Cie dopo aver parlato con le forze dell’ordine e con i detenuti. Sostanzialmente, le forze dell’ordine negano di avere fatto ricorso alla violenza e anzi lamentano di essere state oggetto del lancio di pietre. I reclusi invece confermano di essere stati malmenati. Grazie all’intermediazione di Sarubbi, la direzione del centro ha finalmente autorizzato la riapertura dei cancelli delle celle e la distribuzione di acqua e cibo nella mensa.

Ore 18,30
Il deputato Andrea Sarubbi pubblica sul suo blog un post in cui ricostruisce la rivolta di stanotte al Cie di Ponte Galeria.

Ore 24:00
La notizia della tentata fuga degli algerini e della rivolta viene diffusa in Algeria dal quotidiano nazionale El Watan, che cita Fortress Europe per la ricostruzione dei fatti

Ecco le testimonianza diretta, dai migranti detenuti a Ponte Galeria

17 luglio 2011 1 commento

Dal sempre più necessario ed insostituibile blog: FortressEurope, di Gabriele Del Grande
L’ultima volta sono entrati una settimana fa. Alle sei del mattino. Una ventina di agenti in tutto, tra quelli in divisa coi manganelli in mano e i civili. Ridha dormiva ancora, sotto gli effetti degli psicofarmaci che prendeva ogni sera per scacciare i cattivi pensieri. Era arrivato a Lampedusa un paio di mesi prima. E dell’Italia aveva visto soltanto le gabbie. Prima quella del centro di accoglienza di Lampedusa, poi quella di Ponte Galeria, il centro di identificazione e espulsione (Cie) di Roma.

Foto di Valentina Perniciaro _sbarre e privazione di libertà_

Ha aperto gli occhi soltanto dopo che lo hanno alzato di peso dal materasso, tirandolo su per le braccia. E allora ha cominciato a sbraitare. Nella camerata si sono svegliati tutti, tranne il libanese ustionato. Ma prima che qualcuno dicesse niente la polizia ha ordinato di rimanersene a letto. Venti contro sei, manganelli contro mani nude, nessuno se l’è sentita di dire niente. E sono rimasti a guardare, con gli agenti che portavano via il povero Ridha così come lo aveva trovano a letto: in pantaloncini corti e a torso nudo. Senza lasciarlo nemmeno andare in bagno per sciacquarsi il viso e fare i suoi bisogni. Il resto della scena i suoi compagni di cella l’hanno vista dalle finestre, nel cortile. “L’hanno legato come un pollo”, racconta oggi Brahim. Con una corda: alle gambe e ai polsi, con le braccia piegate dietro la schiena. E per non farlo gridare, gli hanno stretto una fascia sulla bocca e l’hanno portato via. Funziona così al Cie di Roma, e non solo. La destinazione è a pochi chilometri. Aeroporto di Fiumicino. I voli sono quelli di linea, prima fanno salire i passeggeri e poi all’ultimo minuto monta la polizia con i reclusi da espellere. Quel giorno erano in 20. Tutti tunisini. Destinazione Palermo, per le operazioni di identificazione che svolge abitualmente il Consolato tunisino, direttamente in aeroporto. E da lì il volo per Tunisi. Brahim la scena la ricorda bene. E di quando in quando se la sogna pure la notte.

“Facciamo tutti sogni brutti, viviamo nella paura. Di essere rimpatriati e di non conoscere il nostro destino”. In questo momento dentro il Cie romano ci sono circa 200 detenuti e una cinquantina di detenute. Una sessantina almeno sono tunisini, compresa qualche donna. Quasi tutti sbarcati nei mesi scorsi a Lampedusa. Tra loro c’è chi vorrebbe essere rimpatriato prima possibile pur di tornare in libertà, e chi invece non vuole essere rimpatriato a nessun costo. Entrambi però credono che sia profondamente ingiusto perdere 6 mesi della propria libertà rinchiusi in una gabbia, senza aver commesso nessun reato. Soprattutto quelli che di tempo della propria vita alle galere ne hanno già dato anche troppo.

Brahim è uno di loro. Ha un precedente penale per spaccio di droga. Pagato con tre anni e sei mesi di carcere. L’hanno rilasciato un mese fa, ma all’uscita del carcere l’aspettavano con le manette per trasferirlo in un’altra prigione, dove si finisce senza condanne penali, ma soltanto per avere dei documenti scaduti. E adesso sono altri sei mesi, che se passa al Senato la legge sui rimpatri diventeranno 18. Per essere identificato e espulso. Lui che in Italia ci vive ormai da 8 anni. In carcere ha preso tre diplomi di formazione professionale e ha lavorato durante tutto il periodo di detenzione. Era pronto a rifarsi una vita, ma adesso si trova a scontare una pena accessoria. “In carcere paghi per un reato che hai fatto – dice -. È normale, è giusto così. Chi sbaglia paga. Ma qui siamo tutti innocenti, non c’è nessuno che ha commesso un reato, perché non ci lasciano andare?”.

Foto di Mark Wilson

Foto di Mark Wilson

Lui che ha provato sia il carcere che il Cie, di dubbi non ne ha. Mille volte meglio la galera. “In carcere abbiamo il lavoro, la scuola, la biblioteca, il medico, l’assistente sociale. Qui non c’è niente. Siamo in gabbia dalla mattina alla sera. E siamo trattati senza rispetto. Operatori e polizia neanche ti rispondono se li saluti. Devi fare la fila per mangiare, se arrivi tardi non ti lasciano neanche la colazione. Se alzi la voce ti prendono da parte e ti danno una manganellata. È come se per loro fossimo il nemico”.
Mentre mi parla al telefono, nel letto a fianco al suo il libanese continua a dormire. Non gli è rimasto altro da fare. Ha metà del corpo ricoperto da ustioni. Ogni mattina si sveglia pieno di dolori, va in infermeria, ritorna con gli occhi a spillo e la voce impastata di psicofarmaci e antidolorifici, e si rimette a dormire. Si sveglia solo di notte, quando fa gli incubi e si sogna di nuovo il fuoco sui vestiti, oppure quando si fa la pipì addosso. Avrebbe bisogno di cure adeguate, ma in ospedale non ce lo portano. Probabilmente stanno soltanto aspettando che si riprenda per poi espellere anche lui. Lui è un altro che in Italia ci vive da una vita.

Al Cie di Roma c’era arrivato lo scorso gennaio, per un banale controllo di documenti, per strada. Quando lo chiamarono per fargli le impronte digitali si rifiutò categoricamente. Un colpo di testa che gli costò caro. Prima le minacce, poi le botte, la sua reazione, il pestaggio e l’arresto. Nonostante gli ematomi, il giudice che lo ha processato per direttissima lo ha condannato a sei mesi di carcere. Perché i medici del centro non avevano rilasciato nessun certificato che indicasse che le ferite erano state subite durante un’aggressione. A Ponte Galeria ci è ritornato soltanto un mese e mezzo fa, dopo aver scontato quattro mesi di galera. Era l’inizio di giugno. È diventato l’inizio di un nuovo dramma.
È successo tutto la sera del 18 giugno. La tensione era alle stelle. La sezione maschile era insorta e i detenuti stavano devastando il centro, spaccando tutto quello che c’era da rompere e appiccando il fuoco a materassi, lenzuola e tutto quando fosse infiammabile. In quel frangente un operatore dell’ente gestore Auxilium avvicinò dalle sbarre della gabbia il libanese, per chiedergli se gli riportava la borsa che alcuni reclusi in rivolta gli avevano rubato. In buona fede e con un pizzico di ingenuità, il libanese acconsentì di fargli il piacere, ma quando gli altri reclusi insorti lo videro parlare con operatori e polizia pensarono al tradimento e gli si scagliarono addosso buttandogli contro un materasso incendiato. È stato così che si è bruciato metà del corpo. A salvarlo quella sera furono Brahim e un altro tunisino della sezione, che spensero le fiamme e lo portarono in infermeria.

La fidanzata non l’ha ancora visto nelle condizioni in cui si è ridotto. È un’algerina con la cittadinanza spagnola. È venuta a trovarlo al centro una sola volta, più di un mese fa. È il suo unico legame con il fuori e con la vita che fu. Una vita ormai rovinata dalla dipendenza dagli psicofarmaci, dai pestaggi della polizia, dalle ustioni che l’hanno sfigurato, dalle quotidiane umiliazioni, e prima ancora, prima di tutto, da un banale controllo di documenti nel gennaio scorso.
Brahim, il libanese, Ridha. Le loro storie non riescono a bucare lo schermo. Un po’ perché il Viminale ha vietato l’accesso della stampa nei Cie dal primo aprile scorso. Un po’ perché la società tutta ha coscientemente rimosso il problema. Al punto che dentro i Cie si sentono tutti dannatamente soli.

E alla domanda perché non protestate rispondono: “L’abbiamo fatto, ma è tutto inutile. Da quando sono dentro io, abbiamo fatto uno sciopero della fame di tre giorni, e non ne ha parlato nessuno. Abbiamo bruciato il centro, e non ne ha parlato nessuno. Siamo saliti sui tetti con le lenzuola e gli striscioni, e non ne ha parlato nessuno, a parte radio onda rossa. A che serve allora?” Allora forse, il prossimo 25 luglio potrebbe essere una data per ricominciare. Quel giornoun gruppo di parlamentari visiterà diversi Cie di tutta Italia. Con l’obiettivo di rompere il silenzio sui centri di identificazione e espulsione. Quel giorno, non lasciamoli da soli. Giornalisti, associazioni e liberi cittadini, unitevi alla nostra campagna sui Cie.LasciateCIEntrare!

PS: Per motivi di privacy e di sicurezza, abbiamo usato nomi di fantasia per i protagonisti di questa storia, raccolta grazie a un’intervista telefonica con uno dei reclusi del Cie di Roma, registrata il 15 luglio 2011

Lettera aperta dal Cie di Ponte Galeria

15 luglio 2011 3 commenti

Da Rainews24.it

Gli immigrati detenuti nel centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria a Roma, in una lettera aperta denunciano le condizioni in cui sono costretti a vivere. Reclusi senza aver commesso alcuno reato (a parte quello di essere fuggiti da guerra o povertà) denunciano la  mancanza di beni di prima necessità, la sporcizia e il sovraffollamento, oltre alla brutalità con cui vengono effettuati i rimpatri forzati.
Ecco un estratto della loro lettera e la voce di uno di loro che  abbiamo raggiunto al telefono

http://www.rainews24.rai.it/it/video.php?id=23701

Qualche news da chi lotta in difesa dei migranti, da Santa Maria Capua Vetere alla Questura di Torino

10 giugno 2011 2 commenti


Testimonianza telefonica dei profughi rinchiusi nel CIE Andolfato di Santa Maria Capua Vetere durante le cariche della polizia coi lacrimogeni e l’incendio del CIE stesso nella notte tra martedi e mercoledì

La questura di Corso Verona, sede dell’ufficio immigrazione della polizia torinese, ha chiamato oggi pomeriggio una quarantina di egiziani e li ha invitati a presentarsi per completare le pratiche in vista dell’ottenimento del permesso di soggiorno. Pronta per loro, però, c’era un’espulsione. Sono stati quindi caricati di peso sui mezzi della Polizia e trasferiti nella Questura centrale di Via Grattoni. Se in Corso Verona non c’erano che tre o quattro solidali e una decina di familiari, il passaparola dev’essere stato efficace e tempestivo, perché nel giro di poco tempo si è formato un assembramento che, tra solidali accorsi e amici e parenti, contava una sessantina di persone. Al di là dello schieramento dei Reparti Mobili di Polizia e Carabinieri a protezione dell’ingresso della Questura, si è intravisto un volto noto della direzione del Cie di Corso Brunelleschi e più di un funzionario della Digos piuttosto nervoso: il presidio volante era determinato a stare lì, e questo nonostante qualche militante cercasse di rasserenare gli animi, paventando azioni legali, incontri con il Questore e telefonate con i giornalisti.
È questione di attimi, le forze dell’ordine in assetto anti sommossa cercano di bloccare prima un lato, poi un altro della strada. È chiaro che stanno cercando di trasferire i bus carichi di clandestini per portarli via, ma a nessuno sta bene di farsi soffiare da sotto il naso un amico, o un fratello. Alle urla di “libertà, libertà” che i solidali gridano da fuori, si sentono i ragazzi egiziani all’interno rispondere, e vien da sé fare un giro un po’ più largo, evitare il blocco imposto dalla celere, raggiungere corso Vinzaglio, e cercare di impedire ai bus di deportare gli amici che sono all’interno. Ci si divide in due gruppi per coprire ogni possibile direzione.
La città sa regalare strumenti buoni all’occhio di chi li cerca, e in men che non si dica i cassonetti vengono rovesciati lungo due vie, e i rifiuti all’interno volano in direzione di Polizia e Carabinieri, che vogliono allontanare i manifestanti. I tubi innocenti dei cantieri, parte della pavimentazione stradale, altri cassonetti ancora. Tutto serve per fronteggiare i poliziotti e rallentare traffico, che si paralizza in qualche minuto, rendendo difficili gli spostamenti delle camionette in ausilio ai bus dei deportati. Il gruppetto di militanti italiani che in precedenza sperava di risolvere la situazione con una chiacchierata col Questore si volatilizza in un baleno, mentre su corso Matteotti i manifestanti se la cavano con un lacrimogeno e l’altro gruppo, su Corso Bolzano, sarà costretto a qualche corpo a corpo con gli agenti inferociti. Quando però si sparge la notizia che i pullman sono riusciti a partire, il fremito di sommossa si raffredda; qualcuno andrà in aeroporto a cercare di vedere i partenti, qualcun altro si dilegua per non incappare in brutti incontri. C’è qualche ferito tra i manifestanti, tra gli agenti non si sa.
Ha poco da scaldarsi la Digos. Quando, nel giro di un’ora, un tuo zio, cugino, cognato, fratello ti viene portato via, e per di più con l’inganno, la cosa più naturale è arrabbiarsi, e cercare di impedirlo. La cosa più bella è farlo insieme, in strada. E riuscirci, magari, per davvero.

macerie @ Giugno 10, 2011

Mistral Air, del gruppo Poste Italiane: deportiamo carne umana!

21 maggio 2011 10 commenti

PUBBLICO QUESTA NOTIZIA CON UN CONATO DI VOMITO.
UN CONATO DI VOMITO CHE MI SALE OGNI VOLTA CHE PARLIAMO DI SEGREGAZIONE E DEPORTAZIONE, OGNI VOLTA CHE SI PARLA DI MIGRANTI E DI QUELLA CASTA CHE SIAMO NOI AVENTI DIRITTI AD ESSER “CITTADINI”.
UN CONATO DI VOMITO PERCHE’ QUESTA COMPAGNIA AEREA, COMPLICE DELLA DEPORTAZIONE DI PERSONE CHE HANNO COMMESSO SOLAMENTE IL REATO DI MUOVERE IL LORO CORPO AL DI FUORI DELLA LORO TERRA NATALE, E’ PARTE DEL GRUPPO POSTEITALIANE, CHE CONOSCO FIN TROPPO BENE. 

Prima un pacco prioritario, poi un imbolsito cardinale, un poliziotto di guardia, poi un plico di raccomandate o un gruppo di fedeli che cantano inni oppure ancora un tunisino in via di rimpatrio imbarcato con l’inganno e guardato a vista. Su e giù intorno all’Europa e al Mediterraneo tra Lampedusa, Fiumicino, Linate, Lourdes e, ovviamente, Tunisi. Miracoli della tecnica e della faccia tosta.

Vi stiamo parlando dei voli della Mistral Air, compagnia fondata trent’anni fa da Bud Spencer e ora parte integrante del gruppo Poste Italiane. Se di notte gli aerei della compagnia si occupano soprattutto di trasportar cassoni di corrispondenza, di giorno ai cassoni vengono sostituiti i sedili e le stesse aeromobili vengono dedicate al trasporto passeggeri (volenti o nolenti). Salita agli onori delle cronache per aver incassato qualche anno fa un succulento accordo con l’Opera Romana Pellegrinaggi, la multinazionale vaticana dedicata al turismo religioso, ora la Mistral Air si è aggiudicata dal ministero degli Interni la maggior parte dei trasporti di senza-documenti tunisini da Lampedusa ai Cie della penisola e poi dai Cie a Tunisi (quando a Tunisi li fanno atterrare, perché ultimamente c’è di nuovo il coprifuoco e qualche aereo ha dovuto tornarsene indietro). Insomma, la compagnia aerea delle Poste Italiane si occupa (insieme alla ceca Travel Service) delle deportazioni di massa decise da Maroni per bilanciare la concessione dei permessi temporanei che hanno svuotato Cie e Cai all’inizio del mese passato. E giacché mistral airl’affitto di un aereo della Mistral Air costa al Ministero seimila euro all’ora, il gran via-vai degli ultimi mesi ci permette di dire che le Poste hanno scalato talmente veloci la lista dell’infamia di chi lucra sull’imprigionamento dei senza-documenti da essere già fianco a fianco della Croce Rossa e di Sodexo, della Misericordia e di Connecting People, i campioni di sempre.

macerie @ Maggio 14, 2011

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: