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Archive for the ‘resistenza’ Category

Sui riti commemorativi del 25 aprile e 1 maggio: un testo di Salvatore Ricciardi

26 aprile 2020 Lascia un commento

Salvatore Ricciardi ci ha lasciato pochi giorni fa, il 9 aprile.
Mi fa piacere riportare una sua riflessione, scritta appeno un anno fa proprio in questa settimana che va dal 25 aprile al 1 maggio.
Giornate di ricorrenze, di commemorazioni, quest’anno anche modificate ed enfatizzate dalla condizione generalizzata di prigionia domiciliare che da 50 giorni viviamo nel paese a causa dell’emergenza Coronavirus e quindi dei decreti emergenziali che ne sono susseguiti.
Manca una riflessione come quella che fece lo scorso anno dalle pagine del suo blog manca soprattutto dopo aver visto ieri sfrecciare le Frecce tricolore  per il 25 Aprile,
Mancano le sue parole e quindi eccole:

pipasalvo2007

La pipa di Salvo

la storia è già stata riscritta e revisionata

Tante le parole usate in questi riti commemorativi. Io mi ritrovo con chi ha difficoltà ad accettare tali rituali. D’accordo, lo sappiamo, i riti hanno svolto un ruolo importante nella costruzione dell’identità di chi popola le nazioni contemporanee, però…!
Abbiamo ascoltato parole consumate dagli anni e parole nuove fatte con materiali ordinari, scadenti, ma anche parole impetuose come “Quando i popoli barattano la propria libertà in cambio di promesse di ordine e di tutela, gli avvenimenti prendono sempre una piega tragica e distruttiva”; parole dette dal capo dello stato il 25 aprile, e poi, di seguito, solide parole di monito volte a condannare “interessate riscritture della storia”.

Partiamo da qui, parole di ammonimento e di esortazione; ma c’è un fatto: la storia è stata già riscritta, ci sono già state profonde e “interessate riscritture storiche” che hanno smantellato l’impianto storico su cui si reggeva la nuova repubblica, secondo gli intendimenti di chi ha fatto la resistenza e di chi ha scritto la Carta Costituzionale e che dovevano definire la nostra identità collettiva.

Non possiamo far finta di niente, sottovaluteremo la propagazione odierna di linguaggi, di atteggiamenti e di culture che stanno intensificando comportamenti razzisti. E li vediamo chiaramente! Abbiamo il dovere di precisare il periodo e gli artefici di questa riscrittura, analizzare le cause del revisionismo storico, quello che c’è stato e che si è diffuso ovunque, dalla scuola, ai media, alla comunicazione, al linguaggio, alla cultura, ecc. Dobbiamo individuarne gli artefici, i complici, ma anche chi li ha lasciati fare, chi ha chiuso un occhio e anche tutti e due. Da questa conoscenza iniziare a combattere tutto ciò per sconfiggerlo. Altrimenti è inutile mettere in fila belle parole cui è stato sottratto il senso originale e resistente.

Provo a dare qualche contributo, nella convinzione che altre e altri riprendano e amplino la ricerca per arrivare, in poco tempo, a fare chiarezza e a farla finita con l’oscurantismo capitalista.

* l’assedio revisionista è iniziato quando ha preso piede quella cultura un po’ citrulla che si è prodotta negli anni Ottanta, ben definibile da una amabile vignetta Altan: “Dopo il freddo degli anni piombo, godiamoci il calduccio di questi anni di merda“.

*oltre alla privatizzazione dei servizi, alla drastica riduzione del welfare, c’è stato anche una privatizzazione della memoria, talmente forte che quella collettiva è stata travolta dal groviglio di memorie particolaristiche.

*La pervasività dei media, quelli conosciuti come grandi costruttori di identità e di verità e quelli “minori” che si sono affiancati: i social network. Questi ultimi si sono ritagliati il ruolo attuale dimesso e vago proprio perché hanno preso piede in un periodo in cui regnava il misero ritorno ai triti e ritriti sentimenti familisti e individualisti sospinti alla banalizzazione di aspetti complessi della realtà. Questo intreccio di fattori ha piegato anche le complesse ricostruzioni storiche, fino ad allora garantite, fino a sbianchettarle, farle scomparire. Così si è prodotto un coacervo di ricostruzioni commisurate più al convenzionale e banale senso comune, alle mode propagandate dai media, agli stereotipi e luoghi comuni che non al senso dell’appartenenza collettiva. Un linguaggio qualunquistico si è dunque affermato, più simile al fanatismo sportivo, che è andato di pari passo all’affermazione di ideologie politiche altrettanto banali. Una sorta di dittatura delle banalità, un tempo patrimonio dei bar degli avvinazzati.

*La nuova moda revisionista fatta di stereotipi ha cercato prima di far velo alla ricerca storica, complessa e laboriosa per poi sostituire del tutto le ricostruzioni storiche degli avvenimenti, anche di quelli che avevano un portato tragico. Il giudizio storico è stato progressivamente soppiantato da un paradigma vittimario che si è sovrapposto al dibattito storico, anche acceso e polemico intorno a fenomeni complessi, per confezionare una strana e per certi versi imbarazzante e confusa competizione tra le vittime alla ricerca di quelle che potevano attribuirsi, con giravolte ardite, un grado di sofferenza superiore alla altre. Un garbuglio che fa titolare allo storico Giovanni De Luna un libro che mette bene in chiaro questi passaggi: “la repubblica del dolore”.

*È stato, ed è in corso, il trionfo della memorialista e il calo delle riflessioni storiche con conseguente diminuzione, fino alla loro scomparsa, delle responsabilità di governi, istituzioni, partiti e di strategie politiche per la non riproduzione della banalità del male.

*L’ideologia vittimaria ha prodotto la moltiplicazione delle associazioni dei parenti delle vittime, di tutte le vittime. Da quelle della seconda guerra mondiale con al centro la tragedia della shoah, passando per le stragi degli anni Settanta, fino ai fenomeni più recenti.

Granatieri_a_Porta_san_Paolo_1943-1024x444Tutto si tiene con questa ideologia: la totale assenza di un qualsiasi rapporto col passato dei grandi partiti che da allora governano questo paese (ma non solo), il partito di Berlusconi che ha iniziato il processo revisionista inserendo personaggi reazionari nei media e nelle istituzioni, il partito democratico che ha seguito pedissequamente e il movimento 5stelle che… lo vedete da voi, fino alla Lega che per inventarsi un passato ha dovuto fare un salto indietro di quasi 900 anni; alla fine è arrivata la galoppata frenetica del legislatore per istituire “giornate della memoria” o “del ricordo” di questi o di quelli:

* 27 gennaio “giorno della memoria” per le vittime della Shoah e deportazione; 10 febbraio “giorno del ricordo” per le vittime delle foibe, ribaltando la conoscenza storica faticosamente elaborata nell’immediato dopoguerra grazie alla collaborazione di chi era presente e agente, combattente e civile, in quel periodo; 9 novembre “giorno della libertà” per festeggiare l’abbattimento del muro di Berlino, dimenticando che da allora i muri si sono moltiplicati ed estesi; 9 maggio giorno delle vittime del terrorismo, senza individuare quale terrorismo, né precisare il senso di questa parola e a chi attribuirla; 12 novembre “ricordo delle vittime” militari e civili delle missioni internazionali per la pace, ma erano veramente per la pace?; 4 ottobre “giornata della pace, della fraternità e del dialogo tra appartenenti a culture e religioni diverse”, che entra clamorosamente in contrasto con quella di prima; il 2 ottobre “festa dei nonni” forse per equilibrare il “giorno della mamma” e “del papà”; e ancora la giornata delle “vittime della criminalità”; così come a quelle “della mafia”, fino alle “vittime del dovere”; non potevano mancare le “vittime dei gulag sovietici”; ma anche le “vittime del comunismo”; e perché no le “vittime dell’incuria dell’uomo e delle calamità naturali”; e ancora le “vittime della libertà religiosa” e tante altre che non ricordo, ma potranno essere aggiunte da chi ne conserva memoria. Non si è riuscito a istituire il “giorno della memoria in ricordo delle vittime africane dell’occupazione coloniale italiana”, queste no!, nemmeno in questo prosperare di giornate delle vittime, quelle del colonialismo italiano continuano a non avere voce… e così sia!

Questo è solo l’inizio di un lungo ragionamento, che spero si diffonda e interessi la gran parte delle giovani generazioni, in modo che possano affrancarsi dalla sudditanza a una evidente omologazione dei consumi e degli stili di vita, decisi da altri.

di Salvatore Ricciardi

Leggete e diffondete il suo blog: CONTROMAELSTROM

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Brutali violenze poliziesche a Milano, il 25 aprile

25 aprile 2020 1 commento

Il video che potete vedere andando su questo link, QUI, non lascia poi senza parole e non ci stupisce nemmeno così tanto ma certo non va taciuto. E’ stato girato poco prima di mezzogiorno da una finestra di una via milanese, proprio oggi, 25 aprile 2020, 75° anniversario della liberazione dal nazifascismo.
Un 25 aprile diverso da sempre, vista l’impossibilità di muoversi a causa dei decreti emergenziali per il Coronavirus, un 25 aprile che ci toglie via dalle piazze, dalla collettività, dal calpestare insieme le strade e riempirle del rosso delle bandiere e degli ideali di libertà. Sempre e comunque.

Appello-per-il-25-aprile1-scaledMa anche un 25 aprile dove si era deciso di iniziare a violare le misure, di farlo insieme, con tutte le cautele del caso, ma farlo, per commemorare i partigiani ma anche per riprendersi una prima boccata di vita.
Perché se è ovvio che dovevamo tutelare la comunità e rimanere a casa, se è ovvio che non c’era probabilmente altro modo per frenare una crescita esponenziale dei contagi … non è certo ovvio ritrovarsi con le strade svuotate dalla vita e riempite solo da pattuglie, repressione, controllo totale.
Quello a cui abbiamo assistito in questi giorni, il costante abuso di potere perpetrato in ogni strada ed in ogni contesto non può certo continuare a proseguire.
Bisogna rimetterli al loro posto,
bisogna riprendersi le strade per vivere, per stare insieme, e non solo per gli interessi di Confindustria che invece ci manda sereni sereni a morire ammazzati sui posti di lavoro.

Le immagini di Milano di questa mattina si susseguono a quelle di Torino di qualche giorno fa : dobbiamo fare in modo che questo non riaccada. Imparare a riprenderci le strade in massima sicurezza, tentare di riappropriarsi della vita malgrado i prossimi mesi complicati con l’inevitabile “distanziamento sociale”.

Bisogna fargli capire che non si è disposti a vivere così,
mandati al macello per gli interessi dei padroni,
detenuti in casa con i droni a controllarci
e in fila silenziosi davanti ai supermercati.

Qui i link : VEDI IL VIDEO
poi  Milano Via Padova

QUI invece potete ascoltare da Radio Cane il racconto della giornata : ASCOLTA

Rojava: le case delle donne

25 novembre 2014 2 commenti

Quest’articolo apparentemente breve raccoglie un mondo grandissimo, che ho in parte sfiorato.
Sono righe che fanno percepire all’istante l’empatia, la familiarità, la vicinanza umana e politica che si sente pulsare dentro nei confronti di queste donne, le combattenti kurde di Kobane,
così come le tante e tante altre, siriane, che da anni resistono ad una guerra dai mille fronti ormai.

Quest’articolo ci palesa un processo di liberazione ed emancipazione, femminile innanzitutto, che non riuscirà ad esser fermato da nessun califfato tagliagole o esercito marciante: queste donne e il faticoso percorso portato avanti negli anni non saranno facili da fermare e non possiamo non sostenerle con ogni sforzo possibile.
Oltre a quest’articolo potete leggere gli altri sul blog di Zeropregi e sulla sua pagina twitter: porta un nostro bacio a quella terra.

LE CASE DELLE DONNE NEL ROJAVA
Prima di tutto abbiamo dovuto inse­gnare cos’è libertà. Abbiamo dovuto ini­ziare a fare for­ma­zione per far capire cos’è la libertà per­ché c’era gente che non sapeva cosa fosse” dice così New­roz Kobane, 25 anni, dal nome impro­ba­bile ma che lei dice essere il suo, spie­gan­doci cos’è “il modello Rojava” e il lavoro fatto negli ultimi anni su quel ter­ri­to­rio deva­stato dalla guerra. Ci guarda fisso negli occhi e ci rac­conta per oltre un’ora com’era la sua vita a pochi km da qui, nella Kobane ora tea­tro dello scon­tro con l’Isis. Siamo nella tenda di uno dei campi pro­fu­ghi alla peri­fe­ria di Soruc dove New­roz è una delle respon­sa­bili, ci rac­conta di quando hanno aperto la casa delle donne o di quando hanno creato le scuole per le stesse donne a cui fino ad allora era impe­dito andarci.
“Ma non ci siamo limi­tate a farlo a Kobane, siamo andati vil­lag­gio per vil­lag­gio a spie­gare e a inse­gnare cos’è la libertà e cos’è la libertà delle donne”. Mi fermo a pen­sare a ciò che sono “le case delle donne” dalle nostre parti e dell’attacco che subi­scono quo­ti­dia­na­mente men­tre lei ci spiega il lavoro (enorme aggiungo io) che hanno fatto negli ultimi anni. “Per prima cosa abbiamo dovuto ridurre la pres­sione degli uomini sulle donne. Difen­de­vamo i diritti delle donne quando una di loro scap­pava di casa o veniva cac­ciata. Le acco­glie­vamo per­ché vole­vamo evi­tare che le donne subis­sero vio­lenze. Abbiamo fatto for­ma­zione con le donne su quali erano i loro diritti ma allo stesso tempo insieme ai tri­bu­nali e alle donne stesse deci­de­vamo le cause di sepa­ra­zione. Il nostro obiet­tivo erano i diritti delle donne ed era­vamo così rico­no­sciute che nei casi di vio­lenze o stu­pri era­vamo noi ad andare a pren­dere gli uomini per por­tarli in tri­bu­nale”.
A Kobane ogni quar­tiere aveva la sua casa delle donne ed erano tante coloro che ci lavo­ra­vano. Mi imba­razzo se penso che a Roma a stento ogni muni­ci­pio abbia un con­sul­to­rio. Ma penso anche che se oggi New­roz e le altre donne nei campi abbiano un ruolo e una impor­tanza è soprat­tutto gra­zie a que­sta rivo­lu­zione cul­tu­rale messa in atto da loro stesse.
“Abbiamo fatto anche for­ma­zione per gli uomini, cer­ta­mente. Ed è pro­ba­bile che la nostra deter­mi­na­zione gli abbia impe­dito di rea­gire con vio­lenza ai cam­bia­menti tanto che alla fine sono stati costretti ad accet­tarli”.
È una donna fiera della sua iden­tità e del suo essere musul­mana. Non da nes­suna dignità poli­tica e reli­giosa all’esercito isla­mico, lo liquida con un “sono disu­mani e non sono dei musul­mani”.
E mi imba­razzo di nuovo visto l’immaginario costruito nel mio paese dell’universo musul­mano. Per que­sto pro­ba­bile che loro vin­cano e che dalle mie parti invece giorno dopo giorno si perda un pezzo dei diritti con­qui­stati con anni di lotte.
Foto, video e report della Staf­fetta Romana per Kobane https://m.facebook.com/profile.php?id=635796289863470

Italiani, brutta gente: l’archivio segreto fascista scoperto a Rodi

9 dicembre 2013 Lascia un commento

E’ da ieri che volevo mettere l’articolo di Marco Clementi, con le foto dell’archivio fascista di Rodi, da lui scoperto pochi giorni fa.
E’ riemerso però da un lungo silenzio anche il blog di Paolo, quindi prendo direttamente da lì la notizia,
rubandogli anche l’introduzione. (qui invece molte foto: GUARDA)
Son pigra. E li adoro.

[Su e di Marco Clementi su questo blog: QUI]

Dalla Cirenaica a Nassiriya le proiezioni italiane all’estero sono state sempre accompagnate dalla litania degli italiani “brava gente”. La scoperta di un archivio dei Carabinieri Reali – Ufficio speciale (una sorta di Ros attuale) di stanza a Rodi durante la dominazione italiana dell’arcipelago del Dodecaneso, rimasto segreto fino ad oggi, porta l’ennesimo colpo a questa retorica del “colonialismo buono”. Un controllo capillare e oppressivo, un abitante su quattro schedato; erano queste le basi del consenso e le forme di civiltà che la “grande proletaria”, evocata da Pascoli, dispensava nelle sue colonie.
Lo storico Marco Clementi, che ha contribuito a riportare alla luce queste carte segrete, ci racconta quel che ha potuto leggere fino ad ora

Marco Clementi
L’Huffington Post
  8 dicembre 2013

archivio dodecaneso italiano

Le immagini dell’archivio, Marco Clementi _ Rodi 2013 _

Rodi, Gruppo Carabinieri Reali – Ufficio Centrale Speciale. Dietro questa sigla si nascose per più di dieci anni, dal 1932 fino alla fine della seconda guerra mondiale, l’ufficio politico italiano di pubblica sicurezza, che riuscì a mettere sotto controllo praticamente l’intero Dodecaneso.
Su una popolazione di 130.000 abitanti furono raccolti circa 90.000 dossier, conservati oggi in un archivio unico e per il momento non accessibile agli studiosi, ma che si spera in un paio d’anni potrà fornire materiale in grado di aiutare a rileggere la presenza italiana nel Dodecaneso (1912-1947) e offrire nuovi spunti per la comprensione del fascismo.
Eirini Toliou, la direttrice del locale Archivio di Stato che ha acquisito i fascicoli, sostiene che fu Mussolini a volere questo stretto controllo. Probabilmente, nonostante un governo non disprezzabile, l’Italia non era stata in grado di ottenere la piena fiducia dei dodecanesini. Il luogo, inoltre, meta turistica di prestigio, si prestava allo spionaggio di stranieri residenti o di passaggio, provenienti dal Levante o dall’Europa, alleati o possibili nemici.
Scheda del nominato: così era chiamata la cartella contenente cognome e nome della persona controllata, paternità e maternità, data e luogo di nascita e residenza. In basso il numero di pratica, ossia il dossier, con l’indicazione dell’anno in cui era stato creato. Da quel momento, tutte le successive informazioni venivano allegate nella cartella originale. Persone normali si è detto, come Nichitas Zavolas, nato a Pigadia il 15 marzo 1897, o Teorodo Costantinidi fu Costantino, medico condotto, sul quale il 17 febbraio 1939 i carabinieri scrivono: “In passato fu un fervente irredentista ed era tenuto in molta considerazione dalla popolazione per l’opera che svolgeva a favore dell’unione di queste Isole alla Grecia”. Da diversi anni però (siamo nel 1939) “si disinteressa di politica ed affianca le autorità italiane dando a vedere di essere un leale collaboratore […]. Non è di razza ebraica”.
Cambiano i tempi. Siamo dopo la promulgazione delle leggi razziali in Italia. A Rodi è governatore Cesare Maria de Vecchi conte di Val Cismon, uno dei quadrumviri della marcia su Roma. Moderato verso gli ebrei, mantiene il Collegio rabbinico ma deve comunque gestire il formale controllo razziale. Ai cittadini viene fornito un questionario dove specificare, cancellando con un tratto di penna le indicazioni che non interessano, se si appartiene alla razza ebraica (padre o madre), se si è iscritti alla comunità israelitica o se ne professi la religione.
Gli ebrei e gli irredentisti sono tenuti sotto controllo. Si capisce. Ma anche gli amici, come il maggiore della polizia tedesca Rodolfo Kaufmann, numero di protocollo 1229 categoria 2=10=15=1938, o il presidente della compagnia di bandiera “Ala Littoria”, Umberto Klinger, l’onorevole Klinger, che partecipò all’impresa di Fiume e durante la seconda guerra mondiale diresse il 114º Gruppo Autonomo di Bombardamento, protocollo 4950 categoria 2.11.1698-1937. Con lui, i passeggeri dei voli per Rodi, tutti regolarmente segnalati.
Poi i nemici, certo, come Kermeth Arthur Noel Anderson, maggiore comandante le truppe inglesi in Palestina, protocollo 6880 categ. 2.10.41=1933, o il deputato “irakiano” Yassin Taymore (167:1.1-102:1939) e la certissima “agente servizio informazioni cecoslovacco” Margaret Kis, agganciata nel 1936.
Scoppia la guerra e il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, la cui giurisdizione non era stata estesa alle Isole Egee, diventa a Rodi il “Tribunale speciale per la difesa del Possedimento”, e condanna all’ergastolo Giorgio Chirmicali per aver “portato armi contro lo Stato italiano”. Prigioniero a Taranto, non può neanche ricevere un pacco dal padre Elias. Sono i Carabinieri dell’Ufficio Centrale Speciale a sconsigliarlo il 29 gennaio 1943, considerando il detenuto “non meritevole di alcuna agevolazione” a causa della gravità del crimine commesso.
L’epoca è complessa. Migliaia di ebrei fuggono dall’Europa, ma milioni restano. Alcuni vanno in Francia, altri negli Stati Uniti. Quelli cosiddetti “revisionisti”, convinti che la terra promessa sia la Palestina, si imbarcano come possono diretti verso Haifa. Le navi inglesi bloccano le rotte, affondano navi e carrette del mare entrano nelle acque del Dodecaneso, fanno naufragio. Il Possedimento accoglie i naufraghi. Alcuni ripartono subito, ma altri restano più a lungo, in improvvisati campi profughi. E sono messi sotto controllo. Nel frattempo l’Italia ha occupato la Grecia. I carabinieri collaborano con l’ufficio informazioni del Comando superiore delle Forze Armate dell’Egeo, si passano notizie e dati. Rosa Spiegel, di Bratislava, così come Eugene Reimann, non riceveranno mai alcune lettere inviate dalla loro città natale. Interviene la censura militare, blocca la corrispondenza, traduce e gira ai carabinieri, che aprono nuovi fascicoli. Sono decisi, fermi, ma alla fine trattano bene i profughi. Che nel 1942 vengono trasferiti in Italia, a Ferramonti, in Calabria, e il 16 settembre 1943 saranno i primi ebrei europei ad essere liberati dagli Alleati.
Qualche settimana fa lavoravo al “Titolario”, il vecchio indice dell’archivio amministrativo che fecero gli italiani nel 1942. Tra le tante voci, mi restava come sospesa la classe G del titolo IV: “tipografia, macchine tipografiche, gestione”. Una classe per la tipografia? Che senso ha, quando cose apparentemente più importanti come la costruzione di acquedotti o caserme sono una sottoclasse? Solo osservando le “schede del nominato”, ho capito l’importanza e la necessità di una voce separata dalle altre spese. La tipografia stampava le schede, a Rodi, in segreto. Gestire il potere, allora, osservare senza essere visti, significava avere anche il controllo totale di quelle macchine.

Dal blog dell’autore
Ansa med nel Dodecaneso
U
ntold story italian regime spied
Il Corriere della sera e cefalonia

il 7 aprile, una data tutta da leggere

7 aprile 2013 Lascia un commento

disegno_graffiti_baloonCi son date in cui la memoria si accavalla, con stratificazioni di anni e di capitoli importanti della storia del movimento operaio e rivoluzionario, come della resistenza romana.
Il 7 aprile è una data che dal 1944, con l’eccidio delle donne di Ponte di Ferro,
al 1976  quando l’agente penitenziario Velluto uccise Mario Salvi, compagno del Comitato Proletario di Primavalle,
al 1979 con l’ondata di arresti causati dalla delirante inchiesta Calogero, dal suo “teorema”.
E allora non faccio altro che mettervi una carrellata di link di materiale già presente in questo blog,
perché la memoria, tutta, sia un arma di formazione e approfondimento, e non uno sterile e trasversale delirio commemorativo e vittimistico.

 7 aprile 1944:
Le donne di Ponte di Ferro
7 aprile 1976:
A Mario Salvi, ucciso da un agente penitenziario
7 aprile 1979:
Processo all’autonomia
Franco Fortini sul 7 aprile
Quando lo Stato si scatenò contro i movimenti
Il 7 aprile 30 anni dopo
Scalzone risponde a Gasparri sul 7 aprile

Categorie:ANNI '70 / MEMORIA, L'Italia e il movimento, Per i compagni uccisi..., resistenza Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Un comunicato dal liceo Tasso: è questo il vostro antifascismo?

30 ottobre 2012 9 commenti

Sarò antipatica e impopolare, vi avverto.
Ma leggo questo comunicato di un liceo romano, dove ho passato anche un pezzetto della mia esperienza liceale e
rimango basita: ma come si fa a scrivere una cosa del genere? “Riteniamo inoltre inammissibile che si permetta il verificarsi di tutto ciò in un paese in cui esisterebbe come reato l’apologia del fascismo. Invitiamo tutti a riflettere sull’evidente mancanza di controllo, sempre più estesa.”

Il problema quindi è tutto LEGALITARIO: c’è una legge che vieta l’apologia del fascismo e la legge va rispettata.
E i tutori della legge devono CONTROLLARE che la legge venga rispettata.
Punto.
Io leggo solo questo in queste righe e non posso che rimaner basita, non posso che discostarmene con tutta la forza possibile.
Non mi pare una difesa della libertà, non mi pare una difesa degli ideali che hanno mosso la resistenza al nazi-fascismo,  non mi pare certo un mezzo di comunicazione che di dice “I FASCISTI QUI NON PASSERANNO”.
Nulla.
E’ un invito a “riflettere sulla mancanza di controllo, sempre più estesa”.
Vi giuro, giovanissimi compagni, m’avete donato un brivido d’orrore.

Se mi son sbagliata, se ho capito male, sarei felice di venirne a conoscenza, mi passerebbe sto senso di pesantezza alla testa….

COMUNICATO DEL COLLETTIVO LICEO TASSO SULL’AGGRESSIONE FASCISTA AVVENUTA IL 29/10/2012 ALL’INTERNO DEI LOCALI SCOLASTICI

Oggi 29/10/2012 alle ore 14.15 un ragazzo esterno al Liceo Ginnasio Statale T. Tasso, tale G. O., si è intrufolato nei locali scolastici per aggredire e minacciare uno studente della scuola. Il ragazzo ha subito una forte manata in faccia ed è stato minacciato di morte insieme alla sua famiglia. Anche un altro studente è stato minacciato. G. O., noto squadrista vicino a Controtempo, da tempo si faceva vedere intorno al Liceo Tasso con fare provocatorio. Il motivo dell’aggressione è probabilmente da ricondurre al fermo e netto rifiuto da parte del Collettivo del Tasso ad aderire ad un’ignobile alleanza rosso-bruna e “nazi-comunista”. Sottolineiamo inoltre l’enorme gravità di un’aggressione avvenuta all’interno dell’istituto, ennesimo esempio di incursione fascista all’interno di una scuola pubblica, in questo caso aggravato ulteriormente dall’aggressione fisica.
Condanniamo ogni violenza di questo genere, violenza imposta sempre più frequentemente all’interno delle stesse scuole, come i recenti blitz al Giulio Cesare, Mameli, Galilei, Azzarita e Alberti dimostrano. Riteniamo inoltre inammissibile che si permetta il verificarsi di tutto ciò in un paese in cui esisterebbe come reato l’apologia del fascismo. Invitiamo tutti a riflettere sull’evidente mancanza di controllo, sempre più estesa.
Ribadiamo la nostra orgogliosa diversità e opposizione al fascismo e continuiamo per la nostra strada senza indegne unioni; la loro violenza non ci piegherà!
No pasaran!

Vietnam : una poesia che non ha tempo e luogo.

15 marzo 2012 5 commenti

Donna, come ti chiami? – Non lo so.
Quando sei nata, da dove vieni? – Non lo so.
Perchè ti sei scavata una tana sottoterra? – Non lo so.
Da quando ti nascondi qui? – Non lo so.
Perché mi hai morso la mano? – Non lo so.
Sai che non ti faremo del male? – Non lo so.
Da che parte stai? – Non lo so.
Ora c’è la guerra civile, devi scegliere. – Non lo so.
Il tuo villaggio esiste ancora? – Non lo so.
Questi sono i tuoi figli? – Sì.

Wislawa Szymborska

una foto di Tina Modotti

Ogni volta che leggo questi versi penso alle tante donne del medioriente che ho incontrato,
alle donne profughe, alle donne cacciate via,
alle donne esiliate che costruiscono il loro ritorno,
che allattano il loro ritorno,
alle donne che piangono i loro figli uccisi,
alle donne che orgogliose ti raccontano dei figli dati alla terra e di quelli che la solcano col sudore,
alle donne che mi hanno insegnato tanto della maternità,
della resistenza,
dell’amore,
delle armi.
Ancora e per sempre grazie, sorelle, mamme, amiche, compagne.

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