5 giugno 1975: viene uccisa Mara, Margherita Cagol

4 giugno 2020 Lascia un commento

Nella trasparenza
dell’ultima ora
sudate
si piegano
tutte le stelle
sotto il peso
di pochi
anni di vita:
diluiti
agitati
manipolati
scherniti.
Ma
per un ragazzo
dinnanzi all’ingiustizia,
di fronte al buio,
nella notte: la morte.
Resta pur sempre la morte
la curiosità più grande.
Sante Notarnicola, Palmi 25.9.1980

E invece cercavamo la vita.
La cercava Mara Cagol, anche quel giorno di giugno di 45 anni fa, prima di esser giustiziata -trentenne- nel verde della Cascina Spiotta, ad Arzello.
Mi piacerebbe, ancora una volta, addentrarmi in quella Cascina che quel giorno aveva il cancello aperto, sentire il cuore batter forte per paura di non saper cosa dire a chi mi avrebbe potuto scovare. Eppure nessuno sbucò mentre legavo quei fiori all’albero, quello che che immaginavo più vicino a quel punto, a quel battito, a quel sospiro.
45 anni son passati, quasi mezzo secolo, e ancora non si riesce a far Storia di quella storia, della scelta della lotta armata che fece quella generazione, a migliaia e migliaia: non si riesce a raccontare, a capire, ad analizzare, non si può.

Vi lascio qui una lettera di Mara Cagol ai suoi genitori, dove parla delle sue scelte, della rivolta di San Basilio e dell’assassinio di Fabrizio Ceruso, della bellezza e della forza che aveva nel cuore.


“Cari genitori, vi scrivo per dirvi che non vi dovete preoccupare troppo per me. Ed ora vi spiego perché. […] Ora tocca a me e ai tanti compagni che vogliono combattere questo potere borghese ormai marcio continuare la lotta. Non pensate per favore che io sia incosciente. Grazie a voi sono cresciuta istruita, intelligente e soprattutto forte. E questa forza in questo momento me la sento tutta. E’ giusto e sacrosanto quello che sto facendo, la storia mi dà ragione come l’ha data alla Resistenza nel ’45.

Ma voi direte, sono questi i mezzi da usare? Credetemi non ce ne sono altri. Questo stato di polizia si regge sulla forza delle armi e chi lo vuol combattere si deve mettere sullo stesso piano. In questi giorni hanno ucciso con un colpo di pistola un ragazzo, come se niente fosse, aveva il torto di aver voluto una casa dove abitare con la sua famiglia. Questo è successo a Roma, dove i quartieri dei baraccati costruiti coi cartoni e vecchie latte arrugginite stridono in contrasto alle sfarzose residenze dell’Eur. Non parliamo poi della disoccupazione e delle condizioni di vita delle masse operaie nelle grandi fabbriche delle città. E’ questo il risultato della “ricostruzione” di tanti anni di lavoro dal ’45 ad oggi? Sì è questo: sperpero, parassitismo, lusso sprecato da una parte e incertezze, sfruttamento e miseria dall’altra. Cari genitori, voi avete lavorato una vita, avete conosciuto il fascismo e il postfascismo e queste cose le sapete meglio di me. Oggi, in questa fase di crisi acuta occorre più che mai resistere affinché il fascismo sotto nuove forme “democratiche” non abbia nuovamente il sopravvento.

La rivolta di San Basilio, Roma 1974


Le mie scelte rivoluzionarie dunque, nonostante l’arresto di Renato, rimangono immutate. Vogliatemi bene lo stesso, anche se so che per voi è difficile capirmi. Abbiate fiducia nelle mie capacità e nella mia ormai grossa esperienza. So cavarmela in qualunque situazione e nessuna prospettiva mi impressiona o impaurisce. Vi voglio più bene che mai.
Margherita.


Caro papà, spero che tu ti sia rimesso in salute, dopo questa brutta parentesi. Stai sereno per me, so quello che faccio e non c’è nulla di torbido in tutto questo. Ti sono sempre in ogni momento riconoscente per i sacrifici che so tu hai fatto per me. Oggi sono una donna, cresciuta sana e forte. Grazie papà, ti voglio bene.
Tua figlia

LEGGI:
A Margherita Cagol
Quando portai un fiore alla Spiotta

Da Minneapolis a San Ferdinando: Stato e padroni

3 giugno 2020 Lascia un commento

La scorsa notte il canto “no justice, no peace, no racist police” ha fatto il suo ingresso anche nella Grande Mela, con decine di migliaia di persone ad invadere anche quelle di strade.
L’urlo strozzato di George Floyd si riversa per le strade di tutto il territorio statunitense, con la sua giusta violenza
La rete è invasa di foto di scontri, di foto e video di espropri, devastazione e saccheggio. La rete è invasa di slogan di solidarietà e indignazione, la rete è invasa di persone che si sentono parte della rivolta scoppiata a Minneapolis e poi dilagata in tutti gli Stati Uniti in poche ore.

Il volto di Soumalia Sako

La rete è invasa di tanti di voi, cittadini generosamente indignati che proteggono la vita di un uomo, ammazzatao senza alcun motivo, se non dalla violenza di uno Stato che sempre, in ogni sua azione, deve dimostrare la superiorità su corpo/terra/vita altrui, soprattutto se bianco, se diverso, se non white american.

Non vi ho visto però a San Calogero, eppure non è così lontano, sta nella piana di Gioia Tauro.
Non vi ho visto riversarvi nelle vostre città, ma nemmeno inondare i social, per urlare la rabbia davanti ad un assassinio avvenuto proprio qui vicino, tra i braccianti che permettono alle nostre tavole di riempirsi dei colori e dei sapori delle stagioni.


Non vi ho visti quando il corpo a terra era quello di Soumalia Sako, di 29 anni, uomo dalle braccia forti ma soprattutto dallo sguardo di chi non si tira indietro quando c’è da difendere gli sfruttati, quando c’è da organizzarli e tutelarli da un padrone che li considera nient’altro che roba, come la terra su cui si accampano in baraccopoli che diventano città di lamiere (quella di San Ferdinando conta 3000 abitanti), a fianco dei campi.
Baraccopoli dove si muore, spesso solo per scaldarsi, o a volte colpiti da una fucilata, come su per Soumalia. Non vi ho visto in piazza quando Soumalia ha perso la vita, ammazzato da un colpo di fucile tra i molti sparati quella notte: eppure lui aveva scelto di restare proprio per quelle centinaia di persone, sfruttate come i servi della gleba, sotto il sole cocente d’Europa.
Non poteva non combattere Soumalia,
gli veniva naturale, combattere per una vita dignitosa, combattere per un lavoro dignitoso, combattere in un mondo costruito per bianchi.

Non un passo indietro davanti al razzismo
non un passo indietro davanti allo sfruttamento,
non un passo indietro davanti a chi ci uccide: Stato e Padroni.

40 anni fa, il 20 maggio 1980, arrestavano Salvatore Ricciardi

19 maggio 2020 Lascia un commento

Con l’amaro in bocca guardo il calendario,
perché ricordo quel bicchiere di vino fresco e il tuo desiderio di brindare (quanti anni fa sarà stato quel primo brindisi di 20 maggio? forse 12, forse nessuno, che il tempo trascorso con te è sempre presente), un brindisi alla faccia dello Stato, alla faccia della cattura, del buco nero in cui ti hanno chiuso invano per 16 anni.
Salvatore mio adorato, questo 20 maggio, a cifra tonda dal tuo arresto, avremmo dovuto farci proprio una gran bevuta e fa proprio male al cuore e agli occhi stremati dal piangerti, sapere che lo si farà senza di te.
Alla libertà, alla tua libertà che non è stata mai fermata da nessun ergastolo, da nessun carcere speciale, da nessun braccetto, quella che hai saputo provare a conquistare, quella di cui ci hai fatti innamorare, raccontandocela e provando a farci capire che potevamo trovarla.
Racconti nel tuo Maelstrom, citando De André che crepare di maggio è cosa da troppo coraggiosi “anche essere arrestati di maggio è dura. Immagino che morire sia peggio, ma anche così non è piacevole. Invece degli odori primaverili ti sorbisci le puzze dei luoghi più squallidi costruiti da uomini per distruggere altri uomini e donne: le celle”. Alla fine ci hai lasciato in piena primavera, con aprile che iniziava e i glicini grassi d’amore, mai quanto quello da te ricevuto, e per te provato.
Per sempre grazie

Dal libro Maelstrom, di Salvatore Ricciardi (qui il suo blog: LEGGI)

L’ARRESTO
EW22Yx8WoAIGhZOAll’infermeria di Regina Coeli mi ci avevano portato dopo l’arresto. Era avvenuto in un bar del centro di Toma, con me c’erano una compagna di Roma e un compagno di Milano. Legato come un salame, ammanettato dietro la schiena, testa in un sacco di tela, qualcosa che somiglia a una corda intorno alla vita, sbattuto sul fondo di una pantera dei Carabinieri, pestato da scarponi militari, a sirene spiegate preceduti e seguiti da non so quante macchine. Il suono delle sirene nel segnala parecchie.

Prima tappa, raccattato di peso, senza toccare terra, mi portano in un locale. Incappucciato, vengo spogliano e legato a una sedia. Sento il vento fresco e le voci provenire da un cortile, sono davanti a una finestra. Le mani legate dietro lo schienale della sedia, completamente nudo se non per il cappuccio, comincio a sentire freddo, un venticello entra dalla finestra. Sento passi nervosi che percorrono la stanza, mi sono intorno, forse sono al centro di una stanza grande e vuota perché i passi e le voci rimbombano. Una mano mi strappa il cappuccio, un’altra mi afferra per i capelli e mi tira indietro la testa, strizzo gli occhi per la luce forte e faccio una smorfia, una voce mi chiede: “Come ti chiami? Che ci facevi là?”. E’ una voce roca, ma non vedo da dove proviene, aspetta qualche secondo poi mi cala di nuovo il cappuccio in testa calcandolo forte e dicendo: “Questo è un duro, non parla”. Ha fatto tutto da solo, io non ho avuto nemmeno il tempo di realizzare, lui poi dà gli ordini ai militari: “perquisite bene i vestiti e poi…”. Esce dalla stanza parlando con altri. Dev’essere il comandante, quelli che restano nella stanza lo chiamano così. “Lo ha detto il comandante”, “Vai a riferire al comandante”.

Le spalle cominciano a farmi male, è la posizione delle mani legate dietro lo schienale della sedia, fanno male pure i polsi ma il dolore delle spalle è più forte. Quanto tempo sarà passato?
Non riesco a pensare ad altro che al dolore a una spalla più intenso che all’altra, dovrei cambiare la posizione delle mani per equilibrare lo sforzo delle due spalle, ci provo ma il dolore dei polsi diventa acuto, non appena provo a muovere le mani. E allora non penso a nulla, tanto a che serve. Una rilassatezza innaturale, tra dolori e freddo, si è aggiunto anche un dolore alla schiena che è esposta al vento. Si stanno attenuando tutte le sensazioni, un torpore, quasi una sonnolenza favorita dal silenzio che è seguito alla concitazione di passi e di voci.

Un’ora, forse due, forse più. Arrivano, mi alzano dalla sedia, non riesco a muovermi tanto sono indolenzito, mi infilano la giacca, i pantaloni e le scarpe, niente biancheria né calzini. Di nuovo le mani nei braccialetti, alla stretta del metallo sulla carne maciullata il dolore si riaccende, dolore dei polsi e delle spalle, le mani sono legate dietro la schiena.
Col cappuccio in testo sul fondo di un’auto che parte a tutta velocità, non da sola, a sirene spiegate. Tragitto lungo stavolta, e c’è il traffico, si sentono frenate, motori, clacson delle altre auto che si muovono in città.
Perché mi viene da pensare che ore sono?

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Salvatore Ricciardi, Forte Prenestino, maggio 2007

Quando sono arrivati al bar erano circa le 11 di mattina, stavamo ai tavolini fuori, era una bella giornata e stavamo parlando con calma davanti a un cappuccino. Ce li siamo trovati improvvisamente davanti con le pistole spianate, ma quelli erano solo l’esca, perché poi da dietro le siepi di mortella, o forse di pitosforo, nei grandi vasi che circondavano lo spazio dei tavolini, ne sono sbucati molti altri. Se solo avessimo toccato le armi pensando di potercela giocare con quei tre davanti, quelli dietro le siepi ci avrebbero maciullato. Un errore clamoroso, il loro, perché in caso di conflitto a fuoco, oltre che sparare su di noi, si sarebbero sparati anche tra loro, essendo gli uni di fronte agli altri, ma noi non ne avremmo avuto alcun beneficio, anzi, ci avrebbero accollato anche i colpi tirati tra di loro.
Dunque, erano circa le 11, un paio d’ore, due e mezzo nella prima caserma, dovrebbero essere le 13-13.30, infatti il traffico è quello intenso dell’ora di pranzo. I rumori della città sono sempre gli stessi e ti accompagnano quando vai a lavoro, a zonzo col naso per aria, oppure nell’ultimo posto dove vorresti, quei suoni ti entrano nelle orecchie come a dire: qui tutto continua come prima, anche senza di te, e questa cosa non mi piace.
Quei rumori, quel traffico maledetto mille volte, oggi mi danno un gran sollievo, con loro sento che sto ancora tra la gente. Sedici anni dopo, quando presi il primo permesso breve, qualche ora fuori dal carcere, ritrovare quei rumori, ma che dico, musica celestiale, il traffico, il vociare, i clacson, le frenate, mi fece di nuovo provare un piacere immenso. Per chi è cresciuto nella città quei rumori rappresentano la vita, la libertà. Non se ne abbiano gli ambientalisti, la sgasata di un’auto non sarà corretta, ma dopo sedici anni tombato in un buco è un suono di libertà. 

ALTRE CASERME
Un’altra tappa. Stavolta è uno stanzino al piano terra, luce forte, un flash, una foto, le impronte, ma non solo delle dita, delle mani al completo, e poi altre misurazioni: altezza, peso, circonferenza cranica. Ma che ci dovranno fare?
Tolte le manette, nei polsi vedo un solco blu, toglierle interrompe l’addormentamento elle braccia e il dolore si fa più vivo. Se fosse un film, questo potrebbe essere il luogo della polizia scientifica, dove fanno tutte le rilevazioni chimiche e fisiche per poi scoprire il colpevole. Ma qui non c’è nulla da scoprire, e non è un film. Seguo il trascorrere del tempo sperando di reggere. Passa un’altra ora, poco più, poi di nuovo di corsa, sbattuto dentro la pantera. Ma perché fanno queste operazioni di corsa? Ancora nel traffico, sirene e rumori sembrano aumentati, andiamo verso zone trafficate, verso il centro della città. Sdraiato sul fondo dell’auto sento tutte le buche delle strade romane.
Non passa molto tempo e il corteo di auto dei carabinieri si ferma qualche secondo. Il rumore di una porta carraia che si apre, la macchina entra. Sempre incappucciato mi fanno uscire, gradini in salita, una rampa, una stanza, seduto Sun una sedia, poi tante scale in discesa. Sono in via in Selci, sede del nucleo speciale operativo dei carabinieri, l’ho saputo dopo.

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Salvatore Ricciardi nell’aula bunker di Rebibbia, durante il processo Moro Ter

In quei sotterranei bui trascorsi i miei primi sette giorni di reclusione, giorni in cui fui cancellato dalla realtà. Così avveniva quando ti arrestavano sospettato di far parte di organizzazioni combattenti o associazioni sovversive, ti rinchiudevano da qualche parte e nessuno sa dove. Le leggi speciali, ultraspeciali, glielo consentivano. Certo, il “garantismo” ne usciva malconcio, ma l’unità nazional-patriottica si rafforzava. Era un modo per fare pressioni sull’arrestato in modo che parlasse. Non erano ancora torture, quelle sono iniziate nell’82 e proseguite nell’83, gli anni “argentini”. Su quelle vere e proprie torture è intervenuta anche Amnesty International e c’è stato perfino un processo, alcuni poliziotti sono stati condannati per aver torturato prigionieri.

COSA HAI LASCIATO FUORI?
[…]
Però la prima impressione che hai è quella di essere stato sbattuto su un altro pianeta. Sono su un altro pianeta, cosa ho lasciato fuori? Quali lavori non completati? Le informazioni su quell’ ”inchiesta” le ho lasciate nel posto giusto? Quella cosa che dovevo fare non si potrà più fare, quel documento che stavo scrivendo? Avranno fatti altri arresti?
L’agitazione fa affiorare questi pensieri, non vuoi accettare che là dentro sei escluso dalla lotta e dalla vita. I pensieri aspettano che l’agitazione si plachi e tornano con un carico più pesante, un carico umano. Come la prenderanno la notizia del mio arresto le persone più vicine? Come l’avranno presa mia figlia e la mia compagna? E le sorelle? Dovrò spiegare a mia madre questa mia scelta, e lo farò, ma in queste ore, leggendo sui giornali oppure in tv la notizia, in che stato d’animo saranno? E le compagne e i compagni in ferrovia? E quelli del movimento? Alcuni sapevano o intuivano, ero scomparso da qualche tempo, per altri sarà un fatto inaspettato, un insospettabile, diranno.

Le figure che hai passato in rassegna ci sono tutte, poi, man mano, scolorano. I volti, le voci, le fisionomie si dissolvono dietro una nebbia. E’ questo il potere del carcere: la reclusione non sopporta convivenza con nessun’altra realtà, cancella quelle figure e le sostituisce con altre. Il carcere ridisegna le immagini di quelle persone i cui ricordi ti sono attaccati addosso, il carcere le crea e te le impone. Queste saranno, per te, i ricordi del mondo esterno, creati dal carcere e diversi dall’originale. Tu conserverai il ricordo, l’affetto, l’amicizia di ciascuna di queste persone ridisegnate dal carcere. Una distanza dalla realtà che aumenterà con gli anni della prigionia. Deformante come lo specchio di Alice. Recupererai la realtà quando ti lascerai alle spalle quegli odiati cancelli, e allora piomberai in un altro baratro. Il più delle volte è un trauma devastante. Ti troverai di fronte persone sconosciute, un mondo diverso dalle immagini che ti hanno accompagnato per lunghi anni in carcere e che per te era reale. La realtà sconvolge il tuo reale.

PERCHE’ CI SEI FINITO?
Carcere di Rebibbia N.C. Rebibbia prison.Sei in un angolo buio di una cella, rinchiuso e rannicchiato su una coperta sporca, circondato da mura grigie graffiate da vecchie presenze, sei nel luogo adatto per farti la domanda che non troverà risposta. Perché ci sei finito? Non arrivano risposte, arrivano persone e si dirigono tutti verso di te. Arrivano pure i pensieri. Persone e pensieri, compagni di questo primo isolamento, sette giorni in un tugurio desolato. Come in un film scorrono gli avvenimenti, i giorni e i mesi in cui è maturata la mia scelta.
Era il 1977, un anno esaltato, calunniato, dannato.
Traboccante di giovani con un urlo di rabbia in gola, l’ultimo di quel decennio, e del secolo, con un carattere sovversivo. La loro rabbia si lanciava contro le città ormai in stato d’assedio. Il linguaggio era chiaro, volevano dire che quanto era stato progettato negli anni precedenti andava portato fino in fondo. La rivoluzione, loro, l’avevano presa maledettamente sul serio. Forse intendevano una rivoluzione che non coincideva con quella progettata da noi, chissà. Ma poi, qual era la nostra? Le nostre, casomai. Ne avevamo ideate tante in una follia creativa. […]

SOTTERRANEI
[…] I primi tre giorni senza mangiare, rinchiuso in via in Selci, poi una pietanza al giorno. La notte, credo – ma poi ho perso la cognizione del tempo – alcuni battevano con qualcosa sulla porta di metallo accompagnando la battitura con la promessa di entrare e ridurmi in polpetta se non mi decidevo a dire tutto.  Dai loro bisbigli capivo che mi osservavano continuamente attraverso uno spioncino, commentavano ogni mia mossa. Io passavo quel tempo, senza tempo, facendo ginnastica fino a stancarmi per potermi poi buttare sul tavolaccio e sonnecchiare non so quanto. gli indumenti che indossavo erano gli stessi, un pantalone e la giacca, ovunque scuciti e sfoderati, né biancheria, né camicia, né calzini, se li erano tenuti. […]
Nella cella dei sotterranei non c’era un gabinetto, né ti facevano uscire per alcuna ragione. C’era un secchio di plastica che poteva servire per orinare, nulla di più. Il tavolaccio per dormire era un rialzo di muratura con sopra una coperta e in alto una lampadina schermata sempre accesa. Non c’erano finestre né prese d’aria.
Non era tortura, ma non era piacevole.

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LINK:
Il sito di Salvatore: CONTROMAELSTROM
Avere vent’anni nel luglio ’60: STORIA DI SALVATORE RICCIARDI, qui
Il mio Salvo, QUI
L’omaggio a Salvatore e l’occupazione militare di S.Lorenzo: QUI
La lunga mattinata di Radio Onda Rossa in suo ricordo: QUI
Un ricordo a 4 voci, QUI

Misure anti-coronavirus: cosa fare in caso di multa?

17 maggio 2020 1 commento

Assolutamente da condividere questa breve guida che aiuta a muoversi in questo nuovo mondo di sanzioni, che a migliaia sono state emesse in questi ultimi mesi di decreti e misure d’emergenza per contrastare il Covid-19.
Molti i soprusi, molti gli atteggiamenti provocatori e pretestuosi, che non si son potuti contestare collettivamente: queste pagine vogliono almeno essere un piccolo aiuto.

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L’esplosione di Porto Marghera non è un incidente!

16 maggio 2020 Lascia un commento

E’ una notizia che non merita già la prima pagina, Schermata 2020-05-16 alle 10.00.37
a meno di 24 h dall’esplosione di un serbatoio all’interno di una ditta produttrice di materiali chimici, la 3V Sigma di Porto Marghera, che ha provocato il ferimento gravissimo di due operai, e quello meno grave di altri.
Una tragedia annunciata che coinvolge direttamente la vita dei lavoratori, e anche quella dei cittadini delle aree circostanti, che già nel giorno precedente allo scoppia in migliaia avevano lamentato una puzza chimica pungente, non normale, molto preoccupante.

Non si hanno notizie aggiornate sulla condizione dei due operai rimasti più gravemente feriti: quello che si sa, benissimo, è che questi lavoratori erano scesi in sciopero pochi mesi fa proprio per chiedere, per pretendere, misure di sicurezza adeguate, per denunciare la mancata osservanza dei protocolli di sicurezza, la mancata osservanza delle norme antincendio, quelle che avrebbero potuto salvare la vita di due operai con ustioni gravissime in tutto il corpo, che non è detto usciranno mai dalla terapia intensiva.
Operai costretti a lavorare anche in pieno lockdown, per continuare a produrre solventi e sbiancanti per cementifici.
Un assassinio annunciato, con nomi e cognomi dei mandanti, degli esecutori, di chi ci ha speculato e accumulato capitale sulla pelle degli operai.

Non un incidente, non un incidente.

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Quando il pornoattivismo incontrò il sorriso di Salvatore Ricciardi

15 maggio 2020 2 commenti

Ho riaperto questo blog, dopo anni di silenzio, proprio per Salvo.
L’ho fatto per le tante tantissime pagine che sento il bisogno di far circolare, pagine scritte da lui, pagine che hanno la sua voce, e pagine scritte per lui.
Salvatore Ricciardi ci ha lasciato il 9 aprile di quest’anno, allo sfiorar dei suoi 80 anni: il più giovane dei compagni, il più fresco dei compagni, il più bello dei compagni.
Senza età, di pianeta altro:

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Quando arrivavo c’era la tua felicità ad aspettarmi

Mai eroe, mai leader, mai capo, Salvatore ha avuto la capacità di essere sempre sè stesso senza mai lontanamente nemmeno immaginare di sovradeterminare qualcuno.
Salvatore, al contrario di tutti ma proprio tutti, è stato sempre lì ad imparare, a studiare, a scandagliare ogni sguardo, ogni slancio, ogni sorriso per vederci dentro la sua rivoluzione.
La rivoluzione di Salvatore, che mica tutte le rivoluzioni sono come le vogliamo: bhé, la rivoluzione di Salvo è LA rivoluzione. La conquista della felicità, dell’autodeterminazione, della liberazione dallo sfruttamento.

E allora, di tutti questi testi, parto dall’ultimo.
Da quello ricevuto solamente ieri, a due mesi da quel giorno infame in cui il ticchettìo del suo cuore ha smesso di far da metronomo alla mia vita, alla nostra vita.
Parto da una sorella, parto dalla mia Slavina, carne mia: perché Slavina racconta ancora un altro Salvatore, quello che sapeva rapportarsi con tutto, anche con il porno-attivismo.
Manchi tanto amore mi’

Qui il link originale dal suo blog Malapecora: LEGGI

 

quanto tempo è giá passato dalla morte di Salvatore Ricciardi, il nostro amico e compagno Salvo?

durante il lockdown il tempo ha assunto una consistenza viscosa, rimaneva appiccicato, non fluiva – e adesso che la vita sembra in qualche modo riprendere il suo corso continuo a non sapere bene che giorno è ma soprattutto a calcolare le distanze.
so che riesco a pensare a Salvatore senza piangere a dirotto, quindi ne posso scrivere abbastanza serenamente e anche con una qualche pretesa di luciditá.
ho scoperto dopo la sua morte che i suoi compagni (brigatisti e no) lo chiamavano “il vecchio” – perché aveva la stessa etá di Curcio, quindi mediamente 10 anni di piú degli altri e le altre.

DSCN0391ma Salvo non era per niente vecchio neanche adesso, anzi credo di non aver mai conosciuto una persona cosí poco vecchia nel senso negativo che si puó attribuire al termine. a 80 anni suonati Salvatore era rimasto un ragazzo per freschezza, curiositá intellettuale e sventatezza.
Salvo fino all’ultimo è rimasto davanti, potremmo dire.
credo che un po’ gli farebbe piacere. gongolerebbe sotto i baffi con quel sorriso sornione ma senza indugiare nel compiacimento – a un certo punto direbbe una cosa come “ma che ce voleva, l’avrebbe fatto chiunque” perché ogni persona misura le possibilitá col metro suo e forse pure per questo Salvo aveva sempre creduto e continuava a credere nei processi rivoluzionari.
a me fa piacere provare a raccontare cosa è stato lui per la mia vita di attivista – una pietra miliare, uno di quelli che Brecht chiama gli imprescindibili.

quando ho saputo della sua esistenza avevo appena cominciato a frequentare Odio il carcere, un collettivo abolizionista romano che successivamente si sarebbe ampliato e trasformato in Liberiamoci dal carcere. la prima azione che facemmo (o forse solo la prima in cui partecipai io, abbiate pazienza se la mia memoria egoriferita fa cilecca ma parliamo degli ultimi anni del secolo scorso e in mezzo c’è stato di tutto) fu proprio per chiedere la liberazione di Salvatore, che aveva giá passato piú di vent’anni in galera ed aveva una cardiopatia grave.

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Slavina

la prima performance della mia vita fu per lui. a pensarlo il cuore un po’ scricchiola.
eravamo una decina persone vestite con delle camicie e magliette bianche che avevamo imbottito di bustine di sangue finto; fuori dal Tribunale a un certo punto inscenammo una apocalisse pulp sputando sangue e aprendoci immaginari squarci in petto e finendo schiattati in terra – perché di carcere si muore, anche se nessuno lo dice e non si vede, stavamo a significare. e Salvatore se rimaneva dentro sarebbe morto, quindi doveva uscire.

lo facemmo un paio di volte questo delirio ematico in strada, poi una compagna avvocata ci disse che dovevamo smettere, che ci avrebbero dato “procurato allarme” come se fosse un capo di imputazione infamissimo e pericoloso e poi dai, ci stanno pure i bambini a quell’ore, magari si spaventano, siete un po’ terroristi, puó diventare controproducente… e allora facemmo pure altre cose e alla fine Salvatore uscí e si uní al collettivo, che anche grazie al suo contributo diventó piú simile a un movimento e riuscí a mobilitare un sacco di realtá diverse e a fare cose che hanno lasciato il segno, nell’immaginario militante di quegli anni – credo non solo romano: le street parade fino a Rebibbia, il Capodanno, la Scarceranda.

in mezzo a queste tante cose, rischio di dimenticare la televisione. una specie di televisione. la nostra televisione.
si chiamava Candida e fu prima di tutto una trasmissione a puntate che andava su una emittente locale laziale, duró 9 settimane appena prima del 2000 – poi fu un sacco di altre cose pure, ma cominció cosí, come un contenitore che volevamo generalista (credevamo nell’intelligenza collettiva, nella nostra e in quella del pubblico – e ci credevamo troppo, poveri noi) ed era ripieno di formati e numeri zero deliranti che parlavano di poesia, tecnologia, droga, musica e tifoserie varie.
e parlavamo anche di carcere, il formato sul carcere lo curavo io proprio insieme a Salvatore, tra gli altri e le altre.

si chiamava Control Alt, aveva una sigla bellissima e nella prima puntata ci sta questa specie di sketch dove mi avvicino troppo al carcere e una voce minacciosa mi chiede i documenti. ecco, la voce minacciosa era di Salvatore – che provó un po’ a negarsi rivendicando un minimo di decenza (Ma che me fate fa la guardia?) ma che alla fine si arrese e si prestó ridendo.

poi finí l’avventura di Candida e finí tutto per me a Roma. il mio ultimo ricordo da resident è il Pink paint party, movimento rosa della frivolezza tattica col quale sperimentammo piú volte la strada come luogo da occupare, significare e rendere vivo attraverso azioni e rappresentazioni – e Salvo sempre lí, eterno fiancheggiatore, curioso delle nuove forme, a volte critico ma mai trombone, mai distante, lui con quella storia di rivolta cruenta e senza mediazioni era sempre capace di avvicinarsi con rispetto e non far pesare mai la differenza a noi che sparavamo solo glitter e al massimo cazzate…

e poi, il momento piú bello nella mia memoria.
quando tornai a Roma da attivista postporno, cominciando a spargere fluidi e verbo – che la sessualitá era un fatto politico e che ci mancavano riflessioni e pratiche su questo punto, come movimento. trovai qualche entusiasmo bello, soprattutto femminile, ma da parte dei compagni soprattutto una strana condiscendenza infastidita, tipo Sí vabbè, ma vai a giocare un po’ piú in lá mentre noi continuiamo a fare le cose serie.

invece, Salvo.

ce l’ho impresso nella memoria, con il suo cappelletto e il suo sorriso. siamo in corteo, dalle parti di via Cavour. io che non lo vedevo da un po’ gli attacco una pippa spiego cos’è sta roba che mi appassiona, gli do qualche riferimento teorico, gli racconto delle robe. e lui contento, mi ascolta con attenzione e poi mi dice Fai bene ad occuparti di questo ambito. Ma lo sai quale fu la prima cosa che fecero i nazisti quando presero il potere? Perseguitarono le libertá sessuali e chi se ne occupava, guardati la storia di Magnus Hirschfeld e l’Istituto di Scienze Sessuali di Berlino.

Salvatore sembrava che sapesse tutto, non aveva mai smesso di studiare e tutto quello che sapeva era capace di metterlo a disposizione senza farlo pesare.
a me questa informazione aprí un mondo. la legittimazione che m’aveva riconosciuto lui fu una sorta di benedizione, che mi è risuonata spesso dentro quando mi sono trovata davanti a boicottaggi o sorrisetti di circostanza.
poi il tempo è passato troppo rapido e io a Salvo non l’ho piú visto e non l’ho salutato e adesso sí che un po’ piango.
peró me lo porto dentro, ma proprio dentro a livello di cellule perché no, non è solo memoria e ricordo, certe persone sono pezzi di vita e pure se l’identitá è un concetto che vorrei superato nella mia ci sta Salvatore il mio amico delle Brigate Rosse

che a una serata stiamo seduti vicini e mi attacca bottone un tipo muscoloso che quando se ne va Salvo commenta ghignando “Adesso va di moda questa cosa dei muscoli tra i compagni… all’epoca mia di muscolo ne avevamo solo uno” e muove l’indice come a premere il grilletto di una pistola immaginaria
e io quando ci penso ancora rido come una cretina.

Grazie di tutto Salvo
hasta la victoria, siempre con un sorriso.

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Noi due, ma anche noi tre, che Salvo è sempre lì, nelle piazze che esplodono di felicità

L’arresto di Nicola D’amore: operaio Fiat, brigatista.

13 maggio 2020 3 commenti

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Nicola D’Amore, col megafono in mano, alla testa di un corteo Fiat

Quando ho ricevuto il testo che leggerete, da Nicola D’Amore, sono state subito tante le domande che avrei voluto fargli.
Per una semplice ragione, perché penso sia necessario -ora, nel 2020- raccontare, per comprendere, perché questi ragazzi o addirittura dei padri di famiglia, sceglievano di entrare a far parte di un’organizzazione armata.
Sono stati in migliaia a fare questa scelta, e la domanda che sempre mi son sentita di fare, come quando imparavo da Salvatore era … “da dove provenivi, da che città, che famiglia, che condizione sociale”?

Nicola fa parte di quei compagni che entrano nelle Brigate Rosse dalle linee delle fabbriche, dalle presse, dalle officine: le brigate di fabbrica, nate e cresciute in quel proletariato che ho sempre avuto la curiosità di capire.images
Nicola nelle fabbriche del nord ci arriva da una storia lontana: nasce a Portici, da un padre ferroviere anch’esso figlio di ferroviere. Ma al quinti figlio maschio che viene al mondo decide di costruire una prospettiva diversa ed emigra verso nord, nel 1959. Sei mesi passa in stazione, con la sua famiglia, e i mobili appoggiati, che nessuno affittava casa ai terroni,  che nessuno affittava casa a chi aveva cinque figli. Alla fine casa la trova, ma tre figli rimangono clandestini, perché ne poteva dichiarare solamente due: Nicola vive nascosto per anni, letteralmente nascosto sotto al letto se il padrone di casa era nei paraggi.
Scugnizzi clandestini già nei primi anni di vita, esclusi, celati.
A 16 anni è già un operaio Fiat.

torino 60La vita di Nicola andrebbe raccontata con calma, per capire quegli anni e la forza di quei proletari che tanto in alto hanno puntato e speriamo di farlo al più presto.
Intanto vi lascio col racconto del suo arresto e dei suoi primi mesi di prigionia.

Da circa sei anni ero un militante delle Brigate Rosse, più precisamente delle Brigate di Fabbrica della Fiat di Torino.
Verso il gennaio del 1980 la situazione non era delle migliori; c’era sempre più difficoltà a prendere contatto con l’organizzazione e a trovare il modo di riunirsi, tutto sembrava congelato.
Ricordo quei momenti con smarrimento, un momento di attesa, in cui mi son sentito molto solo, con un vuoto di rapporti attorno a me. 

E’ la metà di gennaio quando si avvicina Lorenzo Betassa, che avevo già conosciuto perché avevamo partecipato insieme ad alcune azioni armate, per dirmi che saremmo dovuti andare ad Asti la settimana successiva per una riunione della direzione strategica.
Perfetto.
Ci diamo appuntamento sul treno proprio la prima settimana di febbraio, e vista la forte sensazione di essere sotto controllo in fabbrica nelle ultime settimane, abbiamo rafforzato di molto le misure di sicurezza. Così quella mattina, salendo sul treno, mi sono accorto subito di una donna che passeggiava facendo l’indifferente, come se nulla fosse. Era una domenica mattina, il treno era quasi vuoto e io e Lorenzo ci trovavamo nella stessa carrozza ma in scompartimenti separati.fiat-1
Alla stazione di Asti arriviamo intorno alle 9 del mattino e subito, una volta scesi, ho chiesto a Lorenzo se aveva notato la tipa e se aveva avuto le mie stesse sensazioni, “Sì”, mi risponde.

Continuiamo a fare dei giri, acquistiamo sicurezza dopo quell’incontro, e andiamo al bar dell’appuntamento.
Ci troviamo Rocco Micaletto che ci spiega la situazione e ci propone il passaggio alla clandestinità, visto che eravamo i più anziani e avevamo già costituito un nucleo in grado di portare avanti le istanze dell’organizzazione.
Io, come responsabile delle brigate delle presse mi sono subito proposto, mentre Lorenzo ha tentato di farmi dissuadere, dicendomi di aspettare, che avrei potuto stare ancora un po’ con mia moglie e mio figlio e casomai entrare il mese successivo.
E così andò, lui partì per primo. Siamo alla fine di febbraio, ed io sono in attesa della partenza.

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Il corpo di Lorenzo Betassa, nell’appartamento di Via Fracchia

Il giorno maledetto arriva, sento la radio, comprendo tutta la drammaticità della situazione, è tremendo pensare che sarei dovuto essere io al posto di Lorenzo Betassa, dentro l’appartamento di Via Fracchia. Il primo impulso è quello di scendere in strada e tirare giù il primo carabiniere che incontro.

L’ARRESTO
Prosegue un periodo tremendo, in cui sono solo e in attesa di un contatto che continua a non arrivare: il 9 aprile alle 4 del mattino sento un rumore sordo alla porta, un brusio di voci.

Apro la porta in mutande e si buttano in tanti dentro casa, armati di mitra.
Non ho il tempo di dire nulla, che già sono ammanettato, al centro di una situazione di confusione totale: siamo in una casa operaia di settanta metri quadri dove si ritrovano improvvisamente una ventina di bisonti armati fino ai denti.
Cerco di ritrovare un secondo di razionalità e rivolgendomi al responsabile dell’operazione chiedo di smettere di fare quel casino, che nell’altra camera ci sono mia moglie e mio figlio Ciro, di sei anni. Proseguono perquisendo la cucina, i balconi, la stanza dove dormivo quando facevo il primo turno, per non svegliare Teresa e Ciro alle cinque del mattino, e poi di dicono di vestirmi per andare, dopo nemmeno dieci minuti, che la perquisizione sarebbe continuata con la sola presenza di mia moglie.
Sarà lei poi a raccontarmi che hanno proseguito per un’altra ora, con modalità decenti.
Appena uscito dall’atrio del portone ho avuto la sensazione che tutto fosse un sogno: il buio delle mattinate torinesi assomigliava a quello delle tante mattine in cui uscivo per andare in fabbrica.
Ma ecco che appena ci avviciniamo ad una macchina, di cui ricordo solo il colore scuro, vengo incappucciato e fatto salire: rimaniamo a bordo circa un’ora.Carcere di Rebibbia N.C. Rebibbia prison.
Tempo dopo ho scoperto che la caserma dove son stato portato è quella di Rivoli, nella periferia della città, a meno di un quarto d’ora da casa mia: chissà quanti giri hanno fatto ! Mi ritrovo così in una stanza completamente vuota e bianca, senza sedie e alcun tipo di suppellettile: appena mi chiudono mi guardo attorno e mi siedo a terra, con una sensazione di debolezza ma anche di tranquillità, come se il pericolo fosse scampato. Quella stanza bianca e vuota sarà la mia cella per circa un mese: ogni tanto le guardie entravano un po’ alticce e con le pistole senza caricatori volevano giocare alla roulette russa.
Capitava a volte che lasciassero socchiusa la porta, con in bella vista le armi sistemate in armeria, anch’essa lasciata appositamente socchiusa: speravano probabilmente in qualche mia cazzata, ti spingevano a far qualche mossa falsa e poi se ci provavi il risultato era prevedibile.

Un mese dopo mi ritrovai di nuovo in viaggio dentro una macchina in borghese, per essere trasferito nei sotterranei del carcere di Chiavari.
Sette celle davanti ad un muro, in un corridoio cieco appositamente ristrutturato per noi: ho trascorso lì dentro più di sei mesi durante i quali ho ricevuto la visita di Caselli due volte. Veniva a ricordarmi che se non avessi collaborato, la sola prospettiva era quella dell’isolamento per il resto della mia vita: un trattamento di meschino terrorismo psicologico.
Ho ricevuto la visita di mia moglie verso settembre: era bello sapere che lei e Ciro stavano bene e trovai stupefacente quando mi raccontò che prima di entrare in carcere per il colloquio, entrando in un bar, gli avevano chiesto se era parente di uno degli arrestati delle Brigate Rosse; alla sua conferma le chiesero di attendere per tornare solo dopo mezzora con una borsa piena di cibo e un risotto alla pescatora buonissimo.
Il messaggio era chiaro: sappiamo che sei lì, e ci siamo.

I PRIMI SEI MESI: L’ISOLAMENTO
I primi mesi di prigionia furono tremendi per me.
Ero terrorizzato dal fatto che potessi parlare, che potessero mettermi qualcosa nel cibo per farmi parlare, proprio a me che nemmeno le mie generalità avevo voluto dire a Caselli.
arton47150Così buttavo la casanza, tutto quello che arrivava, mangiavo solo le bucce della frutta, bevevo l’acqua dello sciacquone con il terrore: starete immaginando che ero pazzo, ma io avevo il terrore di poter dire qualcosa che potesse arrecare danno ai miei compagni e all’organizzazione, non avrei mai potuto accettarlo.
La maggior parte del tempo la passavo con qualche scarafaggio che, malgrado la luce accesa h24, usciva  per cercare cibo ad una certa ora. Uno lo adottai proprio: legato al filo della coperta, lo nutrivo con delle briciole e ingrassava, fortificandosi, col suo fiocchettino rosso.
La prima volta che son riuscito ad ottenere un foglio di giornale ho ricavato delle palline per giocare da solo a bocce, per mantenere attiva la testa e il corpo, vista l’impossibilità di movimento se non per una doccia a settimana, veloce.
Per non impazzire ripetevo poesie a memoria, facevo calcoli, tentavo di pensare il meno possibile e di tenere la mente occupata: questo facevo, questo era. Non se se questo è normalità o tortura, so solo che ogni aspetto di un uomo solo nel ventre del potere è tortura e la sola forza interiore che puoi trovare per sopravvivere è il pensiero dei compagni, della collettività. 

LA FINE DELL’ISOLAMENTO
Passati questi sei mesi, verso metà novembre, faccio conoscenza con il furgone blindato usato per il trasferimento detenuto: Chiavari – Trani, ammanettato in quel piccolo spazio. Ricordo i polsi addormentati per una settimana, grazie ai maledetti schiavettoni chiusi con troppo zelo. Giunti nel carcere speciale di Trani, arriva il maresciallo Campanale e mi spiega che quei rumori che sento sono proprio i compagni, che vogliono sapere in che condizioni sono e chiedono di essere portato in sezione insieme a loro. Penso sia stata la prima volta che ho rivolto parola ad una guardia dopo mesi “cosa aspetta allora a farmi andare?”. “Domani mattina sarà trasferito in sezione, ora non si può. Però scriva un biglietto in cui dice che sta bene, che non è stato toccato e se vuole qualcosa da mangiare”.Lo scrissi e mangiai parecchio di quello che i compagni mi mandarono.
Finalmente il cibo dei compagni.

Non avevo preso nemmeno uno schiaffo in questo lungo periodo di detenzione in solitudine, prima di raggiungere le sezioni: non sapevo cosa volesse dire pestaggio, agguato, squadretta.
Ma non ci fu bisogno di aspettare molto.
Nemmeno un mese dopo il mio arrivo a Trani iniziò “la battaglia”; poi ci furono Palmi, Fossombrone, le Molinette, Le Vallette …

Le file all’alba per andare a lavoro: sfruttamento ai tempi del Covid

13 maggio 2020 1 commento

Il video pubblicato ieri da Fanpage racconta una Roma diversa da quella che conoscevamo fino a qualche mese fa, e sicuramente ancora diversa da quella che realmente vivremo tra qualche settimana, quando ricominceremo tutti a lavorare con le distanze di sicurezza, necessarie ancora per mesi.
p670-2Ingressi contingentati nelle metropolitane: quando lo leggevamo chiusi dentro le nostre case già avevamo una vaga idea di quello che sarebbe stato, vista la condizione drammatica in cui si trova il trasporto pubblico cittadino; ed ora eccoci qui.
Con file silenziose nel buio dell’alba delle periferie davanti ai capolinea della linea della metropolitana, di centinaia di lavoratori, di sfruttati, di subalterni, di precari, che ora per recarsi a lavorare devono anche subire tutto ciò, come fosse normale: alzarsi molto prima che sorga il sole e attendere il proprio turno per chissà quanto, solo per dare inizio alla lunga giornata lavorativa che li aspetta.
Perché sono centinaia di migliaia le persone che non possono permettersi un’alternativa al mezzo pubblico, perché Roma è Roma e le distanze da coprire sono immense e con loro i costi. Perché le persone che sono lì in fila, con silenziosa rabbia, sono facchini, badanti, addetti alle pulizie, i tanti che mandano avanti anche gli ospedali pubblici di cui tanto si riempiono la bocca.
Gli ultimi, i paria, gli esclusi.

E se fosse questo il momento giusto per ricostruire un movimento di lotta, di massa, capace di sognare nuovamente l’abbattimento del capitalismo, di ridettare i tempi, i ritmi, di strappare una ridistribuzione equa e necessaria dei beni, delle risorse, delle terre? Se fosse questo il momento per sovvertire l’ordine, per pretendere una vita altra, condizioni altre, futuro altro,
per crescere una generazione che sia in grado di sognarlo come fecero ormai quasi mezzo secolo fa? Se fosse il Coronavirus e la forzata detenzione del pianeta, il controllo totale ormai interiorizzato, il capitalismo della sorveglianza a farci capire che è giunto il momento di dire basta??
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Giorgiana Masi e quel 12 maggio

11 maggio 2020 Lascia un commento

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Giorgiana Masi, 19 anni, è stata colpita a morte il 12 maggio 1977, al centro del Lungotevere davanti a Ponte Garibaldi, mentre correva verso Piazza Sonnino in seguito ad una carica della polizia. Secondo l’autopsia il proiettile, esploso a un’altezza di 93 centimetri da terra, ha viaggiato con un andamento rettilineo: è entrato nella regione lombare posteriore, proprio sopra l’osso sacro, ha trapassato una vertebra, ed è uscito qualche centimetro sopra l’ombelico.

Ripensare quella giornata, ripercorrere i vicoli dai Baullari fino dall’altra parte del fiume dove Giorgiana è caduta uccisa a terra, fa capire come sia stata una strana fatalità che ci sia stato solo un morto, solo il corpo di Giorgiana a terra senza vita.
Perché dalle centinaia di testimonianze, ricostruzioni, inchieste e fortografie, si capisce chiaramente la mole di fuoco sparata dalla polizia di Cossiga sui manifestanti, con l’intento di uccidere e vendicarsi di un inizio d’anno di fuoco, dove il movimento cresceva e si fortificava.

Vi lascio allora con una prima parte di testimonianze da Piazza della Cancelleria, e poi con quelle di Lungotevere, dove Giorgiana più di un’ora dopo l’inizio dell’utilizzo delle pistole, cadde uccisa.
A questo link potete leggere delle testimonianze pubblicate precedentemente : LEGGI

1° ferito
“Mi stavo recando a Piazza Navona. Verso le 17 mi trovavo a Piazza Farnese, con un gruppo un giovani. Davanti alla trattoria La Carbonara di Piazza Campo de’ Fiori era attestata la polizia con due blindati. Ho visto nel gruppo un giovane vestito con pantaloni lunghi neri ed un giubbotto jeans, camicia gialla, baffi lunghi, capelli di lunghezza media, magro, alto circa 1,70, che stava facendo segno con le mani e

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ore 14. L’accesso a piazza Navona è chiuso dalla polizia.

diceva “attenti” rivolgendosi alla polizia. In quel momento infatti i giovani si stavano dirigendo verso Campo de’ Fiori. Anche altri giovani si sono accorti dello strano comportamento di questa persona, gridando “questo è un poliziotto!”. Questa stessa persona ha gridato, sollevando il giubbotto, “non sono un poliziotto”. Ma la gente si è ugualmente allontanata    da questa persona. Dal gruppo di giovani è uscita un’altra persona urlando “io lo conosco”. A questo punto c’è stato un momento di confusione in seguito al formarsi di un altro gruppo di giovani a Via dei Baullari. Ho visto distintamente questo individuo travestito in maniera grossolana da “autonomo” che avanzava verso la polizia imitando, in maniera forzata con la mano il segno della P38, e rivoltandosi più volte per vedere cosa facevano i giovani. Successivamente l’ho perso di vista. Ho seguito i giovani che avanzavano verso Corso Vittorio fino quasi a metà di Piazza della Cancelleria. Mentre mi trovavo all’imbocco della piazza sul lato destro (opposto a quello di Piazza della Cancelleria) ho udito svariati colpi d’arma da fuoco e sono stato colpito da un proiettile proveniente da Corso Vittorio, al polso e alla spalla. Mi sono recato presso un ambulatorio di vicolo del Gallo dove ho ricevuto le prime cure. Successivamente mi è stato estratto un proiettile dalla spalla.

Marco Tirabovi
Verso le 17.30, mi stavo recando a casa di amici, passando per Piazza della Cancelleria. Ho visto alcuni agenti della polizia attestati su Corso Vittorio. Ad un IMG_0984certo punto ho sentito un colpo di arma da fuoco proveniente da Corso Vittorio ed ho sentito distintamente vibrare una macchina alla quale ero accanto. La macchina era una 127 blu scuro, e si trovava al centro di Piazza della Cancelleria evidentemente spostata da alcuni giovani.
Alcuni hanno aperto la portiera per seguire la traiettoria del colpo che era entrato dalla portiera destra aveva trapassato il sedile anteriore, quello posteriore per fermarsi nel portabagagli.

Renato Cianfarani
Verso le 18,15-18,30 mi trovavo casualmente in via dei Baullari non essendo riuscito ad arrivare a piazza Navona dove si doveva svolgere la festa. HO visto un giovane ferito al polpaccio da un colpo di pistola. Alcuni giovani lo trascinavano verso Piazza Farnese. Hanno fermato una macchina e lo hanno caricato sopra. Subito dopo ho visto far caricare un giovane su un ambulanza: il giovane era visibilmente ferito ad un occhio

Riccardo Galgano
Verso le 18.30 mentre mi trovavo all’angolo fra via dei baullari e piazza Farnese, ho sentito distintamente alcuni colpi di arma da fuoco e il fischio delle pallottole che mi passava accanto ad altezza uomo. MI sono immediatamente riparato dietro l’angolo e ho visto alcuni giovani trascinare un ferito: questo giovane presentava una ferita sulla coscia sinistra, probabilmente da arma da fuoco. Mi sono offerto di trasportare all’ospedale il ferito, ma la mia Bianchina non aveva spazio sufficiente per consentire al ferito di sdraiarsi.

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Ponte Garibaldi

Vincenzo Inghingolo
Mi trovavo con due miei amici su Lungotevere degli Anguillara proveniente dal ponte sull’isola Tiberina, quando ho udito un colpo. Mi sono immediatamente rivolto dalla parte di ponte Garibaldi e ho visto un agente della polizia municipale con un’arma da fuoco in pugno esplodere un colpo verso un gruppo di persone che si trovavano davanti a Ponte Garibaldi, ad altezza uomo. L’agente ha esitato un attimo, poi è montato sulla sua moto e si è allontanato con un suo collega, anch’egli in moto. I due portavano con sè un vigile urbano e una persona in abiti civili. IMG_0985

Simona Galluppi, 11 anni
Sono uscita da scuola di danza in via dell’Orso alle 18,45 e mi sono fermata per dieci minuti con una mia amica. MI sono quindi avviata a piedi a casa perché non passavano gli autobus. HO percorso a piedi il lungotevere fino a quasi a ponte Garibaldi. Prima dell’incrocio con il ponte ho visto un gruppo di manifestanti che stavano spingendo un autobus in mezzo alla strada. Credo che fossero circa le sette e mezzo. Mi sono fermata ad osservarli per alcuni minuti. Una ragazza mi ha detto “vattene, va via, qui è pericoloso!”, io non volevo andarmene e allora questa ragazza mi ha presa per un braccio dicendo “fra poco qui sparano” e mi ha accompagnato fino all’inizio del ponte.

Ho incominciato ad avere paura e mi sono messa a correre. Mentre, sempre di corsa, attraversavo il lungotevere da Ponte Garibaldi, ho visto su lungotevere Anguillara, all’altezza di un portone con una cornice di marmo bianco, due o tre poliziotti con un fucile o un mitragliatore, non so, puntato all’altezza uomo. Dopo un secondo ho sentito tre copi di arma da fuoco. Dietro i poliziotti c’era una macchina della polizia o carabinieri. Sono fuggita a via dell’Olmetto.
Successivamente ho visto un giornale con una fotografia di Giorgiana Masi. Ho riconosciuto in quella foto la ragazza che mi ha accompagnato al ponte.IMG_0990

Baruda.net bloccato su Fb: mi aiutate a capire perchè?

10 maggio 2020 8 commenti

Quasi vent’anni che gestisco un blog.
L’ultimo, quello dove vi trovate ora ha 12 anni e più di tre milioni di accessi, per precisi duemila articoli: un luogo non fisico dove ho messo anima e corpo, e sempre anche la mia faccia, e con lei tutte le responsabilità del caso.IMG_0893
Tanti anni, questi ultimi, è rimasto in silenzio per una serie di ragioni; in silenzio ma sempre presente, perché in migliaia per anni mi avete fatto capire quanto era importante mantenere in rete, sempre fruibili e condivisibili, contenuti che non sarebbe stato facile reperire altrove. In tanti mi avete detto che questo blog è prezioso, è una miniera di informazioni notevole e di cui, sinceramente, spesso perdo memoria: son cambiate tante vite, da quando scrivevo quotidianamente qui sopra, che tante cose quando le ritrovo le riscopro completamente, perché rimosse nei meandri della mia testa.
Tante volte, dal 2014, mi son detta e vi ho detto anche, che sarei tornata a scrivere, a raccontare le cose che mi infiammano le vene, e poi l’ho fatto qualche giorno per risparire: con la morte di Salvatore Ricciardi, di appena un mese fa ho deciso invece che era il caso di esserci ancora e sempre, di tornare a fare il “proprio mestiere” e pubblicare tante cose rimaste nel cassetto in questi anni.
E così, arrancando nel capire come ricominciare, mi sono accorta di essere bannata dal principale social del pianeta: facebook. Ad ogni tentativo di condividere un post sulla mia pagina Baruda, o su quella personale, Fb mi avverte di un blocco sull’url, per qualche violazione mai comunicatami in nessun modo.
Un blocco che in qualche modo aggiro inserendo il link che voglio condividere nella didascalia di una foto, così che il social non se ne accorga (chissà poi perché), ma non è certo la stessa cosa e mi fa venire un notevole rodimento di culo. Non accade su tutti i post, non accade su centinaia di post molto vecchi, ma è invece persistente su tutto ciò che è di nuova produzione o comunque successivo al 2018.

A questo punto sarei curiosa di capire, e chiedo a voi una mano: aiutatemi a chiedere spiegazioni a Zuckerberg, provate anche voi a condividere un post e chiedete poi spiegazioni sul perché è bloccato, magari riusciamo a capirci qualcosa insieme.

ma dimme te… 

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Genova, 20 gennaio 2002, sei mesi dopo

Ben 350.000€ l’anno a vita: il salario del capo del Dap.

7 maggio 2020 Lascia un commento

ma-zio-paperone-era-feliceE’ lo stesso Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziara a far trapelare la notizia, e direi che non è notizia da poco: il Capo di questo dipartimento, che in questo momento ha questo volto qui, ha una retribuzione annua di 350.000 €.
Trecentocinquantamila euro, cifra alquanto imbarazzante, soprattutto se immaginata sulla pelle dei detenuti, tra sovraffollamento e condizioni di vita indecenti.
Ma non è la sola notizia che si scopre, e quindi il valore reale di quella poltrona non è “solo” della cifra appena nominata, perché rimane come vitalizio anche dopo la fine della carica, e lo stesso accade a fini pensionistici. Mecojoni, se direbbe a Roma.

Una ragione in più per voler distruggere e abolire per sempre il carcere,
e con lui i suoi carcerieri, ricchi e poveri che siano.

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Egitto: noto youtuber filma il suo arresto. Lo rivedremo mai?

5 maggio 2020 Lascia un commento

Prosegue costante e quotidiano il lavoro delle squadracce di Al-Sisi, intento a far sparire qualunque voce dissidente, qualunque vita al di fuori degli schemi silenziosi di un regime che vuole costituirsi sul terrore e la tortura.
Raccontavamo solo due giorni fa della morte di Shadi Habash, avvenuta nel carcere di Tora, dove in un’apposita sezione sono detenuti migliaia di “dissidenti”, spesso inconsapevoli di esserlo.
fullsizeoutput_dd70Shadi, e i suoi compagni di prigionia erano in quell’inferno da due anni per la realizzazione di una canzone e un video musicale “Balaha”, che fa ironia su Al-Sisi;
Marwa Arafa, scomparsa dal suo appartamento il 20 aprile è ricomparsa ieri nelle stanze di una procura: cosa che non ci consolerà perché il meccanismo usato è noto.
Udienze a cadenza mensile (per Shadi erano 45 giorni), udienze inutili, dove un giudice a testa bassa riconfermerà -per millemila volte- altri 45 giorni: e così via, in un turbine di udienze e carcere e silenzio e tortura che spesso porta alla morte di questi giovani ragazzi, la miglior gioventù possibile per l’Egitto di ogni epoca.

 

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Il video che invece circola in rete da qualche ora l’ha girato direttamente Mustafa Hady, egiziano anche lui, blogger e youtuber molto noto, nonchè giornalista per alcune testate del paese, che è stato prelevato dalle forze di sicurezza all’interno del suo appartamento ed è riuscito a riprendere gli ultimi secondi della sua vita da uomo libero.
Attivo già dai tempi della rivoluzione di Piazza Tahrir, anche lui uno dei ragazzi del “25 gennaio”, parlava spesso di argomenti non semplici che creavano aspri dibattiti sulle sue pagine, come la libertà sessuale.
Domenica sera, Mustafa riprende ogni cosa, fa sentire le voci che gli chiedono di aprire la porta, la sua tensione che sale, loro che entrano e gli dicono di tacere, di far silenzio e seguirli.
Ancora uno, uno dei tanti che ogni giorni scompaiono, uno dei tanti ammassati come Alaa e migliaia di ragazzi nelle carceri stalla di Tora e del resto del paese: Mustafa era perfettamente consapevole di quel che stava succedendo.
Lo rivedremo mai?

Nel frattempo ieri i familiari in visita ai prigionieri politici nel carcere di Tora hanno tentato di portare medicinali e viveri ai loro congiunti, ma di risposta hanno ottenuto: tornate tra un mese e mezzo.

Ho bisogno di supporto e ho bisogno che ricordiate che io sono ancora in prigione e che il regime si è dimenticato di me. Sto lentamente morendo perché so che sto restando solo di fronte a tutto. So che ho molti amici che mi vogliono bene e hanno paura di scrivermi pensando alla fine che io possa uscire senza il loro aiuto.
Ho bisogno del vostro supporto ora più che mai.
Shadi Habash 26 Ottobre 2019
(morto nel carcere di Tora, maggio 2020)

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L’Egitto delle morti in carcere e delle continue sparizioni

3 maggio 2020 3 commenti

Quello che urla, quando si leggono le parole di Shadi – morto solamente ieri nel famigerato carcere di Tora – è la disperazione davanti all’ingiustizia, la solitudine di chi sa di non aver reali accuse contro, la solitudine di chi sa di stare nel giusto, tra i giusti, nelle mani di un torturatore sadico, in un buco nero dal quale non si uscirà.EXDGztgX0AEiiWX
Raccontava, Shadi, che ogni volta meno  era in grado di sostenere quell’udienza che si ripeteva ogni 45 giorni sempre uguale: non immaginiamo nemmeno come veniva portato in quell’aula per vedere che chi doveva decidere sulla sua vita, e lo faceva senza nemmeno alzare la testa e guardarlo, senza assolutamente aprire nessun fascicolo.
Confermati altri 45 giorni: e poi altri ancora.
Shadi andava avanti così da più di 700 giorni, sempre più devastato psicologicamente e fisicamente, al punto che è morto tra le richieste d’aiuto dei suoi compagni di cella, che nessuno ha ovviamente ascoltato.

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Marwa Arafa e Khouloud Saee

Non sono i soli,
Non sono i soli ad esser stati prelevati dalla propria casa, incappucciati davanti alle loro famiglie e mai più tornati: l’Egitto del post Mubarak è questo, la generazione che ha desiderato e tentato di costruire un altro Egitto, semplicemente sparisce e muore di stenti nelle celle delle carceri.
Shadi ha smesso di combattere ieri, ma non i suoi compagni.
E nemmeno Marwa Arafa (27 anni, di Alessandria, traduttrice) e Khouloud Saee (anche lei traduttrice di Alessandria, 35enne) che son scomparse dalle loro abitazioni il 20 e il 21 aprile, per aver criticato la gestione dell’emergenza coronavirus.
Nessuna notizia di loro, quando i sei uomini incappucciati le son venute a prendere non avevano un mandato di arresto e ancora adesso non si sa dove siano detenute.

RIVOGLIAMO LA LIBERTA’ DI TUTTE E TUTTI,
RIVOGLIAMO MARWA e KHOULOUD, ALAA, PATRICK ZAKY …
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Ucciso nel carcere di Tora l’artista Shadi Habash, regista del video Balaha

2 maggio 2020 2 commenti

Il carcere di Tora è un inferno immenso, i cui meandri son tristemente famosi in tutto il territorio egiziano; una fama che varca i confini quella della prigione di Tora, una fama di luogo di segregazione e tortura che caratterizza ogni racconto, luogo che basta anche solo nominare per veder cambiare lo sguardo di chi hai davanti

La notizia con cui ci svegliamo questa mattina è la morte di Shadi Habash, proprio in una di quelle celle, colpevole di aver dato voce alla sua arte, a quella dei suoi compagni: artista, fotografo e regista, era in carcere da 791 giorni insieme a Galal El-Behari e Mustafa Gamal.
Arrestati a febbraio 2018, dopo la diffusione del video della canzone Balaha (di Ramy Essam, il cantore di Tahrir), una canzone che rivendica il desiderio di libertà dei giovani egiziani, esploso quasi un decennio fa con la rivoluzione, poi sedata e cancellate, di Piazza Tahrir.
Libertà, libertà di espressione,
libertà di vivere, libertà di critica, libertà di poter criticare.

Tante le campagne intraprese per la liberazione di questi tre ragazzi, colpevoli di una canzone che nel suo testo descrive gli scagnozzi del potere e le buie celle dove sono imprigionati tutti coloro che lottano per la libertà: carcerazioni completamente illegali, che proseguono per anni senza che ci sia condanna alcuna.

Le accuse son le solite: accusati di terrorismo e blasfemia, di essere spie e diffondere notizie false: la campagna contro il poeta Essam l’aveva iniziata direttamente il Ministro della Cultura in diretta tv, pochi giorni prima il suo arresto.
Dei tre uno già non ce l’ha fatta.

Alta deve essere l’attenzione su questa generazione,
attiva e forte la solidarietà internazionale per la liberazione dei prigionieri politici.
Leggi tutto sul BALAHA CASE

Pochi giorni fa, il 20 e il 21 aprile, sono scomparse -prelevate da 6 uomini nelle loro case- due traduttrici, ad Alessandria:  LEGGI

Campaign Shady Mustafa

Il 1°Maggio al Forte Prenestino, nel 2020

30 aprile 2020 Lascia un commento

VENERDI 1 MAGGIO 2020

Congiunzioni Ribelli / Forti Connessioni
CSOA Forte Prenestino
34 Anni di Occupazione ed Autogestione
38° Festa del Non Lavoro
Dalle 10 in poi su Radio Forte! http://radio.forteprenestino.net/

Niente è più come è stato
Questo 1° maggio 2020 verrà celebrato in modo singolare multiplo

E’ un primo maggio che vogliamo dedicare a Salvatore Ricciardi e a tutta la lotta

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Salvatore alla Festa del Non Lavoro del Forte Prenestino

all’interno e all’esterno delle carceri. Questa condizione di forzata quarantena ci ha dato un assaggio di cosa voglia dire vivere in una gabbia e ha aggravato enormemente le condizioni di chi in una gabbia già ci vive. Il mondo che si sta preparando è l’apoteosi del patriarcato, del capitalismo, del liberismo e del neocolonialismo che allargano la forbice sociale e fagocitano qualsiasi possibilità di vivere la vita in modo diverso dal modello produci-consuma-crepa.

Oggi non è un opinabilissimo decreto legge che ci impedisce di riunirci, non è la minaccia autoritaria delle forze dell’ordine inclini all’abuso di potere che non ci fa stare vicini, non i droni che ogni giorno da due mesi sorvolano le nostre città. Non è l’adesione a un vuoto senso di responsabilità nazionale che ci ferma dal riunirci insieme.

La nostra scelta è condizionata dalla cura che mettiamo nelle relazioni e nelle pratiche. Dalla necessità di trovare metodi e sistemi per confrontarci e confortarci nel rispetto per chi è più fragile, di chi non è sopravvissuto e nel rispetto del lutto di chi non ha potuto accompagnare i propri cari. Ora è il momento di osservare, di ascoltarci e di inventare modi nuovi per dare voce e significato alle nostre esigenze. E’ il momento di immaginare e costruire un mondo che sia diverso dalla realtà che ci ha portato a questa crisi.
Non dimentichiamo che l’anno scorso eravamo in corteo per le strade di centocelle in migliaia dopo gli attacchi alla Pecora Elettrica. Non vogliamo tornare alla normalità, perchè la normalità era il problema.

95200807_2879883042127677_395736787709853696_oNon vogliamo tornare alla normalità dello sfruttamento degli umani, degli animali e dell’ambiente in nome di un progresso che non ha mai coinciso con un reale benessere per nessuno, mentre questo modello è la risposta che nel bel paese viene data alla crisi sociale economica e esistenziale del COVID-19.

Mentre le persone da un giorno all’altro si sono ritrovate chiuse in casa, senza poter lavorare né avere accesso ad altre forme di reddito, mentre i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze si sono ritrovate da un giorno all’altro senza la scuola, senza la socialità, senza le attività all’aria aperta, mentre nelle case di riposo venivano lasciate a morire centinaia di persone anziane, abbiamo visto sparire anche quello spettro di democrazia in cui credevamo di vivere. Diritti annullati, possibilità di critica 0. Manganellate, arresti arbitrari, rivolte nelle carceri sedate nel sangue. Intanto le catene di montaggio continuavano a funzionare e ad arricchire lobbisti industriali e i media ci trasformavano in delatori incitando la popolazione a subire acriticamente le norme, anche le più assurde e a comportarsi da sceriffi denunciando i vicini. Si è rimessa sulle spalle delle sole famiglie la cura dei minori, dei diversamente abili e delle persone malate.

Vogliamo ripartire da una visione femminista del futuro che metta al centro l’importanza della persona e che veda l’economia come mezzo e non come il centro della vita politica.
Vogliamo ripartire da un mondo che esalti le naturali attitudini e inclinazioni di qualsiasi essere umano.
Vogliamo ripartire in un mondo in cui sia garantita una vita dignitosa a tutte e a tutti, dove sia garantito il diritto per gli ammalati di curarsi adeguatamente, il diritto per i bambini e le bambine di giocare e mescolarsi fra loro.
Vogliamo che le piccole realtà agricole possano crescere rigogliose.
Vogliamo un ripensamento del trasporto pubblico nelle città e investimenti seri e strutturali nella sanità e nella scuola.

Mentre la forbice della disuguaglianza aumenta sempre più, i danni economici sociali e psicologici di questa clausura li pagheranno come sempre i più deboli e più esposti.

Per queste ragioni tutte le cose che facciamo al CSOA Forte Prenestino, dai festeggiamenti del 1° maggio alle attività di ogni giorno, sono pratiche diametralmente opposte al distanziamento sociale, proprio esattamente tutto ciò che in caso di pandemia non si potrebbe fare. Ed è paradossale oggi dover accettare queste condizioni, perché senza mescolarsi e senza contaminarsi non è possibile vivere.

In questo tempo sospeso non siamo stat* ferm*, abbiamo lavorato sottotraccia, sviluppando il progetto Radio Forte e supportando le attività della Libera Assemblea di Centocelle. La LAC, assemblea di quartiere, attraverso il progetto GAM (Gruppo Appoggio Mutuo), si è organizzata per portare un aiuto concreto (cibo, medicine, assistenza psicologica e legale) a chi nel quartiere ne ha bisogno: un intervento, dal basso e autogestito, che ha l’obbiettivo di costruire una comunità resistente basata su legami solidali e di mutuo appoggio affinché nessuno resti indietro.

Oggi per celebrare il 34° compleanno del Forte Prenestino e la 38° Festa del Non Lavoro, per sentirci vicine anche se lontane, per non smettere di essere delle visionarie e di raccontarci le nostre storie…

Dalle 10 in poi sintonizzatevi su Radio Forte per celebrare insieme a noi! http://radio.forteprenestino.net/

Inviate un messaggio vocale a Radio Forte [https://t.me/RadioForte_Primo_Maggio] raccontandoci in non più di 15 secondi il vostro 1° maggio ideale. Raccontateci quello che avreste voluto fare oggi nel mondo che vogliamo costruire: i baci che avreste voluto dare, la musica che vorreste ballare, insomma raccontateci il vostro 1° maggio immaginato!

Perché se immaginiamo tutte e tutti insieme e condividiamo le visioni la nostra immaginazione diventa realtà!

Buon Compleanno CSOA Forte Prenestino!
Buona Festa del Non Lavoro a tutte e tutti!
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RENDERE L’INDISCIPLINA UN VETTORE DI LEGAME SOCIALE, una storia degli anni ’70

30 aprile 2020 Lascia un commento

1969_carceririvolta

Quando partì la protesta, iniziammo subito a battere sulle sbarre con le gavette, partecipando al concerto che si era scatenato in sezione, condito di slogan e urla dalle finestre. Il rumore era assordante. La collera sembrava moltiplicare per mille. Le voci scavalcavano i recinti del carcere. Proprio questo era il punto. Bucare le mura. Giungere alle orecchie della gente libera. Rendere l’indisciplina un vettore di legame sociale.
Ma proprio questo si doveva impedire. Le guardie si presentarono in assetto antisommossa, decise a entrare e a sedare la “rivolta” con un ulteriore e più consistente pestaggio. Noi tre ci barricammo dentro, incastrando davanti alla porta tutte le suppellettili di cui disponevamo. Quando arrivarono, divelsero il cancello con dei palanchini, e usarono prima i lacrimogeni e poi gli idranti per spingerci agli angoli e fare irruzione senza problemi. Ci massacrarono di botte e, non ancora soddisfatti, ci trasferirono in un reparto disabilitato della sezione, dove ci spogliarono nudi, legandoci ai letti di contenzione in tre celle diverse.
Era la fine di febbraio. Sopra i nostri corpi avevano lasciato soltanto una schifosa coperta infeltrita. Tremavamo di freddo, con gli arti immobilizzati da strette fasciature che si raccoglievano in una specie di nodo scorsoio, chiamato in gergo “la fiorentina”, pensato per impedire anche qualsiasi movimento del collo. Restammo così per due giorni. Non portarono cibo. Non portarono acqua. Non vennero nemmeno a controllare se eravamo vivi o morti. Ci avevano legati talmente stretti da bloccare quasi la circolazione del sangue.  L’unico sollievo era pisciarsi addosso, per sentire un po’ di caldo, prima che l’urina defluisse dal buco ricavato nel tavolaccio, andando a finire nel bugliolo sistemato sotto il letto di contenzione.
Sono stato fortunato a subire queste cose da giovane.
Si hanno riserve di energia insospettabili. E l’odio zampilla pulito, robusto, capace di durare per anni.
Quando vennero a slegarci, ci trovarono viola, semi-assiderati e inetti a qualsiasi movimento. Fu una sorpresa essere trascinati nei cortile per venire mostrati ai detenuti, che si erano rifiutati di rientrare nelle celle dopo l’ora d’aria per chiedere la nostra liberazione dai letti di contenzione.
Zoppicavamo e facevamo schifo, ma era bello guardare negli occhi gli altri prigionieri.
La dignità è una cosa strana. 

PASQUALE ABATANGELO “Correvo pensando ad Anna”

Questo testo racconta una delle tante giornate, tutte molto simili, nel carcere delle Murate di Firenze, nel 1970 o comunque appena prima quella grande stagionie di lotte, rivolte, distruzioni di intere carceri, che sovvertirono l’ordinamento penitenziario e i rapporti di forza al suo interno, strappando condizioni di vita decisamente diverse da quelle che esistevano precedentemente all’arrivo di quella generazione di giovani che alzò la testa per tutti. Malgrado quello che costò.
Una pagina di tortura, che altra parola non c’è per definire quel che avete appena letto, su giovani rapinatori, su ragazzi di strada.
Anche la tortura cambiò in quegli anni, seguì l’evoluzione del movimento rivoluzionario, il suo organizzarsi e crescere, la sua forza dirompente che andava sventrata.
La tortura alla fine di quel decennio si strutturò con un apposito apparato centrale (guidato da un funzionario del ministero dell’interno, Nicola Ciocia) intento a metter fine per sempre alle organizzazioni rivoluzionarie armate, che come potete leggere da questo testo di Pasquale Abatangelo era un meccanismo quotidiano che dimostrava il potere assoluto dei carcerieri sui carcerati, sul loro corpo, sulla loro psiche. I carcerieri, i secondini, i portachiavi …  che all’epoca se non chiamavi “Superiore” erano manganellate sui denti e isolamento. bihihihgoiugo8g8o6tgo8

 

Sul carcere in quegli anni:
A mamma Clara
La rivolta delle Murate e l’uccisione di Giancarlo
Le torture su Buonoconto

Per informazioni sulle tecniche di tortura usate contro i militanti della lotta armata, leggi:
* Ecco come mi torturò De Tormentis
* Il pene della Repubblica
* Le torture su Sandro Padula
– La tortura sulle donne, quel pizzico in più di sadismo a sfondo sessuale:
* Le torture su Paola Maturi e Emanuela Frascella
* Cercando Dozier in vagina
* Chi è Oscar Fioriolli

Sull’ergastolo leggi:
L’ergastolo e le farfalle
Un fiore ai 47 corpi
Aboliamo l’ergastolo
Gli stati modificati della/nella reclusione
Il cantore della prigionia
Piccoli passi nel carcere di Santo Stefano, contro l’ergastolo
La lettera scarlatta e la libertà condizionale
Perpetuitè

Libano: si assaltano le banche

29 aprile 2020 Lascia un commento

Per le strade del Libano, tutte, la pandemia non sembra essere il problema principale.
Dall’ottobre dello scorso anno, per più di 100 giorni, il Libano è stato infiammato da una EImVqHnX0AASmVs-1protesta spontanea, trasversale, assolutamente liberata dai meccanismi confessionali che sempre hanno diviso le strade del paese. I soli a scendere contro questo movimento stupendo e anche ricco di tantissime componenti femminili, sono stati gli sciiti di Hezbollah ed Amal, che più volte hanno attaccato le piazze incendiando tutto quello che trovavano, armata manu
Una lotta contro una crisi economica devastante, denominata dalla stampa internazionale la Tax Intifada, che ha fatto cadere in pochi giorni l’inutile governo Hariri e che ora si ritrova in una situazione stagnante e pericolosa,
insostenibile ormai visto l’arrivo della pandemia, e con lei delle misure di contenimento sociale che inevitabilmente piegano definitivamente la sopravvivenza della popolazione subalterna.

E così, nessuno si è lasciato fermare, e con i volti coperti dalle mascherine, oltre che dalle kephie, si è iniziato ad alzare il livello dello scontro per le piazze di Beirut, Tripoli, Saida: dal tappeto di bandiere libanesi sventolate, dalla battaglia con i divani a bloccare la ring road si è passati a tante, tante molotov, e all’attacco diretto alle banche.

La confusione è grande sotto il cielo,
i cuori di chi lotta battono forte.
Per capire le rivendicazioni dei ragazzi e delle ragazze in piazza : QUI

 

La torsione del lutto, di Nicola Valentino

28 aprile 2020 1 commento

UN’EMOZIONE ED UN PIACERE OSPITARE QUEST’OPERA DI NICOLA VALENTINO.
Di Nicola, e con Nicola, c’è molto materiale su questo blog che fareste benissimo ad andarvi a leggere, una boccata di libertà le sue parole, sempre.
Così come quel che costruimmo nell’ergastolo di Santo Stefano, e che speriamo di ricominciare presto a vivere e costruire insieme.
Un diario pittorico scritto in questo periodo di quarantena e dedicato a Salvatore Ricciardi e Gigi Novelli.

Questi stralci provengono da un testo che potete integralmente leggere qui: 
Senza corpo non si può vivere completo

“Senza corpo non si può vivere” è il titolo della serie di opere che ho creato tra i

mesi di marzo e aprile del 2020.

Dal nove marzo mi ritrovo, come la quasi totalità delle persone in Italia, recluso agli arresti domiciliari per ragioni sanitarie collegate all’epidemia Covid-19, senza alcuna possibilità di uscire se non per limitatissime necessità, da dimostrare in caso di controllo delle forze di polizia. Appena questa condizione è stata istituita, nel mio corpo sono affiorate tutte le memorie dell’esperienza di reclusione all’ergastolo. Gli ultimi cinque anni della pena li ho trascorsi infatti in libertà condizionale con misure di libertà vigilata a ben vedere meno restrittive delle attuali. In questa nuova condizione infatti mi ritrovo con tutte le relazioni sociali: lavorative, affettive, amicali, ricreative, occasionali, amputate nella loro dimensione di scambio fra corpi, e un corpo de-socializzato viene ad essere minato nella sua umanità.

Ma oltre a questa reclusione domiciliare desocializzante il dispositivo che la nuova condizione ha maggiormente suscitato dal passato è che ogni decisione sulla mia vita sarà presa dallo Stato, nella forma ancora più ristretta del Governo: è lo Stato che ha deciso questo arresto, sarà lo Stato a determinarne modalità e durata in base a proprie valutazioni di ordine sanitario, politico, di opportunità… senza che né io e né a ben vedere altri milioni di persone in Italia, possiamo avere alcuna voce in capitolo. Questa impossibilità a decidere e ad autodeterminarsi in relazione con l’ambiente

circostante è ciò che è stato definito anche come situazione estrema. 1

Nei giorni tra l’otto e il nove marzo, quando questa decisione istituzionale andava maturando, ho detto a me stesso e alle persone che mi erano allora vicine, che sono entrato nella modalità del giglio. Il giglio è il marchio che mi sono tatuato sul braccio destro quando sono uscito dalla condizione dell’ergastolo per non dimenticare quell’esperienza. Il giglio, simbolo della casa reale francese, veniva impresso a fuoco sul corpo degli ergastolani. Questo marchio, nel mio caso, sicuramente era stato

scavato sotto pelle, per cui tanto valeva renderlo evidente. 2

Prima che essere scrittura sul corpo il tatuaggio (quello non puramente estetico) è segno del corpo, segno di un suo stato, come un rossore emozionato, come un pianto, come una cicatrice, e quindi si fa più nitido o sbiadisce a seconda della condizione che il corpo vive. Il nove marzo, infatti, il giglio del mio braccio destro si era fatto più nitido. Il tatuaggio quindi mi sembra sia in relazione con uno stato di coscienza,

con una memoria del corpo. Contribuisce quindi a creare un’identità.

Quando il mio corpo è entrato nella nuova condizione, è questa identità che ha cominciato ad operare perché sa come fare, cosa guardare, e da cosa guardarsi. Sa come mettersi in guardia in una condizione di assoluta disparità di potere e ha anche memoria delle risorse a cui attingere nell’isolamento fisico. Ho anche pensato che se per me la condizione reclusiva consisteva nell’isolamento, per molte altre persone ristrette in domicilio familiare, che si sono chiamate fra loro un “divieto di incontro”, come si usa dire in galera, la condizione sarebbe potuta diventare anche litigiosa se non letale.

In questa nuova cattività l’unica ampia via d’uscita che l’istituzione mi dà è costituita dall’accasamento nel mondo virtuale. Una via obbligata che quindi dal lato esperienziale avverto come una torsione al virtuale. 3
Al corpo impaurito e dalle misure restrittive pressato, viene offerto un unico sfiato. Che questa condizione anche nel breve non sia salutare è un quesito da meditare. La torsione al virtuale dal punto di vista delle connessioni orizzontali che sulla rete posso istituire non è anticipatrice di alcun prevedibile, progettabile incontro reale con le persone in carne ed ossa e il passato relazionale a cui, in alcuni casi potrei far riferimento, lo avverto con un senso di vuoto, come una mancanza. La torsione al virtuale imponendosi come unica via comunicativa mi sembra generi come una abitudine allucinatoria di tipo negativo del corpo proprio e altrui. Se l’allucinazione positiva vede ciò che non c’è, con quella negativa ci facciamo avvezzi a non vedere ciò che c’è. Questa perdita di ancoraggio ai corpi e alla loro storicità l’avverto come un fastidio quando persone che conosco mi “girano” nella chat del cellulare storie, detti, parole che non si sa chi le abbia mai dette né quando le abbia mai dette, dove le abbia mai pronunciate o scritte. I chi, i come, i quando, svaniscono e le parole girano senza ancoraggi ai corpi e quindi senza responsabilità. Mi riferisco a testi o link che vengono copiati nelle mie chat da persone, miei contatti, che spesso non si sono nemmeno preoccupati di aprire, controllare, verificare che tipo di informazioni vi fossero contenute. Questo particolare fenomeno fastidioso mi porta a pensare che quando ci accasiamo nella rete è come se assumessimo delle identità robotiche, oppure, per dirla più precisamente con il paradigma a me caro della molteplicità identitaria, è come se ci

dissociassimo in una identità robotica che agisce in base ad automatismi. 4

[…]

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Opera Sesta, Nicola Valentino

L’opera sesta nasce in accogliemento di due notizie luttuose.

Il due aprile ricevo un messaggio che mi informa della morte di Gigi Novelli. Durante la comune esperienza carceraria Gigi lavorò per un periodo nell’officina fabbri del penitenziario di Rebibbia e sapendo che avevo cominciato a dipingere con materiali strani, mi portò in cella una manciata di piombaggine, trafugandola a suo rischio dall’officina. La piombaggine è grafite polverizzata buona per lucidare il ferro

ed è diventata una delle materie che maggiormente utilizzo.

Il nove aprile mi arriva la comunicazione che anche Salvatore Ricciardi ha finito i suoi giorni. Con Salvatore ho condiviso alcuni anni di carcerazione, ma con lui non

mi sono poi mai perso di vista e ci siamo di frequente ritrovati in iniziative politiche e culturali contro l’ergastolo e ogni forma reclusiva. Chi l’avrebbe mai detto che dopo un ergastolo scontato mi sarei ancora trovato recluso e impossibilitato a testimoniare il mio lutto. l’undici aprile apprendo radiofonicamente la notizia che per Salvatore è stata possibile una camera ardente al policlinico e che quando la bara ha attraversato il quartiere San Lorenzo i compagni della radio con cui Salvatore lavorava e altri sono scesi per accompagnarlo – lo hanno fatto anche rispettando le misure previste di distanziamento – il quartiere è stato circondato dalla polizia in assetto anti sommossa e tutti i partecipanti a questo momento di lutto sono stati identificati e il corteo

funebre si è dovuto sciogliere.

Può essere un dipinto una forma di lutto quando il lutto viene impedito?

Mi sono ricordato di un amico come me all’ergastolo che quando gli fu negato per motivi di sicurezza l’atto umano di dare un saluto al proprio genitore morto, si chiuse in cella e in un sovrappensiero di ricordi tracciò su un foglio come un ricamo di segni che si cercavano fra passato e presente. Uno scarabocchio come personale cerimonia funebre. L’opera sesta, in ricordo di Gigi e Salvatore, fatta con sabbie di Cuba e del Vietnam, nasce nell’inquietudine di questi momenti e nel riaffiorare di una esperienza

estrema che l’estremo che ora tutti viviamo ha disseppellito.

Gigi e Salvatore non ci hanno lasciato a causa dell’ infezione da Covid-19 ma sono morti in un momento di generale dissacramento dell’esperienza della morte, di sua de

umanizzazione e di negazione del diritto al lutto.

Una persona cara mi invia un messaggio: “ciò che più mi spaventa, per come questa

epidemia è gestita, è che qualora ne morissi lo farei in solitudine”.

In questi mesi migliaia di persone muoiono da sole. Molti corpi sono stati cremati senza la possibilità per i loro cari di una cerimonia funebre. Altri vengono sepolti

nelle fosse dei dimenticati.

Una donna per alcune settimana non ha saputo dove fosse la salma del padre portata fuori regione su carri militari. Lo ha scoperto da una fattura con cui le è stato addebitato il costo della cremazione. Dichiarerà in una intervista che sono tantissime le persone con la sua stessa storia e con vicende anche peggiori: urne cinerarie perse, bare irrintracciabili che sono state trovate dopo una, due settimane di ricerche,

congiunti che si chiedono se veramente in quella bara sigillata ci sia il loro defunto.7

A New York, per liberarsi dei corpi sempre più in fretta, è stata ridotta da 64 a 14 la tolleranza verso le salme che alla morgue non reclama nessuno. In una situazione così non c’è altra scelta: seppellire i senza nome, i senza famiglia, i senza soldi nelle fosse comuni di Hart Island. Se siano vittime del coronavirus nessuno lo sa, se sono morti in casa, da soli, è probabile: ma non viene fatto loro il tampone. Di sicuro “si tratta di

persone per le quali in due settimane nessuno si è fatto avanti, accollandosi le spese

del funerale” 8

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Opera Quarta, Nicola Valentino

Una analoga torsione dell’esperienza della morte e del lutto l’ho incontrata promuovendo una esperienza anche molto cara a Salvatore Ricciardi che l’ha divulgata attraverso la sua trasmissione a radio Onda rossa. Per cinque anni tra il 2011 e il 2016 alcune centinaia di persone hanno partecipato all’iniziativa: “Porta un fiore per l’abolizione dell’ergastolo”.

Nell’isolotto di Santo Stefano di fronte a Ventotene, c’è un carcere secolare chiuso nel 1962 che ha funzionato come ergastolo dal 1700. Non molto lontano dal penitenziario si può incontrare un piccolo cimitero dove venivano sepolti i reclusi che vi morivano dimenticati. Esclusi quindi dal consorzio umano anche dopo morti. Per incuria istituzionale negli anni di chiusura del penitenziario quel cimitero è stato seppellito dai rovi e i defunti hanno perso i loro nomi. Il gruppo di persone che con me per vari anni ha portato i fiori sulle loro tombe è riuscito anche a ridare i nomi ad alcuni di quei defunti. Si è verificato anche che il nipote di uno di quei prigionieri morti abbia ritrovato finalmente suo nonno. L’istituzione non aveva mai informato la famiglia di dove fosse sepolto. Dopo ben sessantuno anni ha ricevuto un certificato

di morte del nonno ed è riuscito a dire una preghiera sulla sua tomba. 9

Nel 10000 a. C. come i loro predecessori del Paleolitico i Natufiani erano cacciatori alti un metro e mezzo circa, spesso abitavano all’imboccatura di caverne e disegnavano animali altrettanto bene degli artisti di Lascaux. “Nel 9000 a.C. seppellivano i loro morti in tombe cerimoniali e stavano adottando uno stile di vita più sedentario. Quest’ultimo fatto è indicato dai primi segni di edificazione di strutture, come la selciatura e la recinzione di piattaforme con muri e di cimiteri talvolta grandi abbastanza da contenere ottantasette tombe… (…) siamo all’epoca dei nomi propri di persona con tutto ciò che questo implica. E’ l’insediamento natufiano all’aperto di Eynan a presentare questo mutamento nel modo più vistoso. Scoperto nel 1959 , questo sito molto studiato si trova a una ventina di chilometri a nord del lago di Tiberiade. (…) A questo punto della storia si verifica un mutamento molto significativo negli affari umani. Anzicchè una tribù nomade di una ventina di cacciatori che vivono all’imboccatura di caverne, abbiamo una città con una

popolazione di 200 persone”. 10

Julian Jeynes prosegue la sua narrazione osservando che la tomba e la cerimonia funebre sono state fondamentali affinché gli umani potessero continuare ad ascoltare la voce dei loro morti che, divenuti antenati autorevoli e poi dei, consentivano alla comunità di procedere in modo integrato nella vita associata. In poche parole il racconto di Jeynes ci sembra dire che istituendo un legame con i corpi che se ne

vanno si genera il legame fra i corpi di quelli che restano.

Ho ripescato questa antica storia per dare una profondità temporale allo smarrimento del momento: quando 11020 anni dopo le tombe di Eynan una autorità qualunque impedisce il diritto al commiato e ad una sepoltura rituale, si viola una profonda acquisizione antropologica attraverso cui l’umano si è generato come corpo

comunitario seppur differenziato nei culti e nelle culture.

Che la cultura del lutto sia così costitutiva dell’umano lo si può evincere anche da alcuni esempi che hanno mostrato come la torsione del lutto che si è verificata nelle epidemie e nelle guerre sia poi sfociata in una contro reazione culturale e sociale. Un

esempio in tal senso è costituito da un luogo che mi è molto caro.

 

1 Bruno Bettelheim, La fortezza vuota, Garzanti 1987

2 Nicola Valentino, L’ergastolo, Sensibili alle foglie, 2009; Nicola Valentino, Le istituzioni dell’agonia, Ergastolo e pena di morte, Sensibili alle foglie 2017
3 Sul concetto di torsione: Renato Curcio, Stefano Petrelli, Nicola Valentino,Nel Bosco di Bistorco, Sensibili alle foglie, III edizione 2015.
4 Sul concetto di molteplicità identitaria vedi Renato Curcio, Nicola Valentino, La città di Erech, Sensibili alle foglie 2001, scaricabile gratuitamente sul sito della libreria http://www.libreriasensibiliallefoglie.com.  / In riferimento alle metamorfosi identitarie nella Società digitale, Renato Curcio, L’algoritmo sovrano, Sensibili alle foglie 2018
7 Rai News 23 aprile 2020 intervista di Giuseppe La Venia
8 Anna Lombardi 10 aprile 2020 La Repubblica, Troppi Morti a New York: si torna a seppellire nell’isola dei disperati.
9 Nicola Valentino (a cura di), Liberi dall’ergastolo
10 Julian Jeynes, Crollo della mente bicamerale e nascita della coscienza, Adelphi, 1984

 

 

 

L’Italia del Covid: il paese dei “congiunti”

27 aprile 2020 7 commenti

Stupidamente ieri sera abbiamo atteso il discorso di Conte, sperando che potesse minimamente cambiare la condizioni di noi tutt*,
invece è stato uno strano cortometraggio di un monologo pieno di parole che rigiravano costantemente una frittata priva di contenuti, priva di comunicazioni su come realmente si contrasta e si contrasterà questo fottuto virus nei prossimi mesi ma soprattutto priva totalmente di minime linee guida per capire di che morte secondo loro dovremmo silenziosamente perire.images
Che da ieri si può anche avere un funerale con 15 partecipanti eh ( o forse 14 se si conta il defunto, non c’è un comma che specifichi!), morire si può!
Tra le tante cose che vorrei dire e che per buon gusto non dirò, soprattutto per quanto riguarda l’assassinio quotidiano perpetrato da Confindustria in questi mesi o i bambini e i minorenni tutti, ancora una volta esclusi ed innominati, costretti al nulla, la cosa che più ha stonato alle mie orecchie ieri sera era una parola che costantemente rimbombava nelle parole del Presidente del Consiglio e con orrore ho ritrovato sul Decreto: I CONGIUNTI.
Ma chi sono i congiunti? Parenti di primo grado? Parenti tutti?
Questo decreto ci dà la possibilità di uscire perché riconosce come “necessari gli spostamenti per incontrare congiunti”: ma chi sono?
Perché io ad esempio ho un solo congiunto di primo grado nel pianeta, fuori dal nucleo familiare con cui vivo. Ma ho delle relazioni sociali che vorrei mantenere, con tutte le necessarie distanze e sicurezze: il congiunto può essere la mia amica?
Il congiunto è una fidanzata che abita dall’altra parte della città e che non incontro già da mesi? Si può scopare in questo paese o possiamo solo incontrare nonno, mamma, sorella e fratello? O esiste solo la famiglia tradizionale, riconosciuta?
Non è dato sapere.
O forse basta andare sul dizionario e scoprire alla lettera che cosa vuol dir “congiunto”, l’avranno fatto cazzarola prima di scrivere il decreto no?
Me sa di no perché ecco quel che dice il dizionario Zanichelli:
congiunto
/con·giùn·to/
aggettivo e sostantivo maschile Legato da parentela, amicizia, ecc.
????
Qualcuno ci spieghi meglio eh!!
Qui uno dei punti del decreto: Sull’intero territorio nazionale sono consentiti solo gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità o per motivi di salute, e si considerano necessari gli spostamenti per incontrare congiunti purché venga rispettato il divieto di assembramento e il distanziamento interpersonale di almeno un metro e vengano utilizzate protezioni delle vie respiratorie; in ogni caso, è fatto divieto a tutte le persone fisiche di trasferirsi o spostarsi, con mezzi di trasporto pubblici o privati, in una regione diversa rispetto a quella in cui attualmente si trovano, salvo che per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute; è in ogni caso consentito il rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza.
immagini.quotidiano.net

Sui riti commemorativi del 25 aprile e 1 maggio: un testo di Salvatore Ricciardi

26 aprile 2020 Lascia un commento

Salvatore Ricciardi ci ha lasciato pochi giorni fa, il 9 aprile.
Mi fa piacere riportare una sua riflessione, scritta appeno un anno fa proprio in questa settimana che va dal 25 aprile al 1 maggio.
Giornate di ricorrenze, di commemorazioni, quest’anno anche modificate ed enfatizzate dalla condizione generalizzata di prigionia domiciliare che da 50 giorni viviamo nel paese a causa dell’emergenza Coronavirus e quindi dei decreti emergenziali che ne sono susseguiti.
Manca una riflessione come quella che fece lo scorso anno dalle pagine del suo blog manca soprattutto dopo aver visto ieri sfrecciare le Frecce tricolore  per il 25 Aprile,
Mancano le sue parole e quindi eccole:

pipasalvo2007

La pipa di Salvo

la storia è già stata riscritta e revisionata

Tante le parole usate in questi riti commemorativi. Io mi ritrovo con chi ha difficoltà ad accettare tali rituali. D’accordo, lo sappiamo, i riti hanno svolto un ruolo importante nella costruzione dell’identità di chi popola le nazioni contemporanee, però…!
Abbiamo ascoltato parole consumate dagli anni e parole nuove fatte con materiali ordinari, scadenti, ma anche parole impetuose come “Quando i popoli barattano la propria libertà in cambio di promesse di ordine e di tutela, gli avvenimenti prendono sempre una piega tragica e distruttiva”; parole dette dal capo dello stato il 25 aprile, e poi, di seguito, solide parole di monito volte a condannare “interessate riscritture della storia”.

Partiamo da qui, parole di ammonimento e di esortazione; ma c’è un fatto: la storia è stata già riscritta, ci sono già state profonde e “interessate riscritture storiche” che hanno smantellato l’impianto storico su cui si reggeva la nuova repubblica, secondo gli intendimenti di chi ha fatto la resistenza e di chi ha scritto la Carta Costituzionale e che dovevano definire la nostra identità collettiva.

Non possiamo far finta di niente, sottovaluteremo la propagazione odierna di linguaggi, di atteggiamenti e di culture che stanno intensificando comportamenti razzisti. E li vediamo chiaramente! Abbiamo il dovere di precisare il periodo e gli artefici di questa riscrittura, analizzare le cause del revisionismo storico, quello che c’è stato e che si è diffuso ovunque, dalla scuola, ai media, alla comunicazione, al linguaggio, alla cultura, ecc. Dobbiamo individuarne gli artefici, i complici, ma anche chi li ha lasciati fare, chi ha chiuso un occhio e anche tutti e due. Da questa conoscenza iniziare a combattere tutto ciò per sconfiggerlo. Altrimenti è inutile mettere in fila belle parole cui è stato sottratto il senso originale e resistente.

Provo a dare qualche contributo, nella convinzione che altre e altri riprendano e amplino la ricerca per arrivare, in poco tempo, a fare chiarezza e a farla finita con l’oscurantismo capitalista.

* l’assedio revisionista è iniziato quando ha preso piede quella cultura un po’ citrulla che si è prodotta negli anni Ottanta, ben definibile da una amabile vignetta Altan: “Dopo il freddo degli anni piombo, godiamoci il calduccio di questi anni di merda“.

*oltre alla privatizzazione dei servizi, alla drastica riduzione del welfare, c’è stato anche una privatizzazione della memoria, talmente forte che quella collettiva è stata travolta dal groviglio di memorie particolaristiche.

*La pervasività dei media, quelli conosciuti come grandi costruttori di identità e di verità e quelli “minori” che si sono affiancati: i social network. Questi ultimi si sono ritagliati il ruolo attuale dimesso e vago proprio perché hanno preso piede in un periodo in cui regnava il misero ritorno ai triti e ritriti sentimenti familisti e individualisti sospinti alla banalizzazione di aspetti complessi della realtà. Questo intreccio di fattori ha piegato anche le complesse ricostruzioni storiche, fino ad allora garantite, fino a sbianchettarle, farle scomparire. Così si è prodotto un coacervo di ricostruzioni commisurate più al convenzionale e banale senso comune, alle mode propagandate dai media, agli stereotipi e luoghi comuni che non al senso dell’appartenenza collettiva. Un linguaggio qualunquistico si è dunque affermato, più simile al fanatismo sportivo, che è andato di pari passo all’affermazione di ideologie politiche altrettanto banali. Una sorta di dittatura delle banalità, un tempo patrimonio dei bar degli avvinazzati.

*La nuova moda revisionista fatta di stereotipi ha cercato prima di far velo alla ricerca storica, complessa e laboriosa per poi sostituire del tutto le ricostruzioni storiche degli avvenimenti, anche di quelli che avevano un portato tragico. Il giudizio storico è stato progressivamente soppiantato da un paradigma vittimario che si è sovrapposto al dibattito storico, anche acceso e polemico intorno a fenomeni complessi, per confezionare una strana e per certi versi imbarazzante e confusa competizione tra le vittime alla ricerca di quelle che potevano attribuirsi, con giravolte ardite, un grado di sofferenza superiore alla altre. Un garbuglio che fa titolare allo storico Giovanni De Luna un libro che mette bene in chiaro questi passaggi: “la repubblica del dolore”.

*È stato, ed è in corso, il trionfo della memorialista e il calo delle riflessioni storiche con conseguente diminuzione, fino alla loro scomparsa, delle responsabilità di governi, istituzioni, partiti e di strategie politiche per la non riproduzione della banalità del male.

*L’ideologia vittimaria ha prodotto la moltiplicazione delle associazioni dei parenti delle vittime, di tutte le vittime. Da quelle della seconda guerra mondiale con al centro la tragedia della shoah, passando per le stragi degli anni Settanta, fino ai fenomeni più recenti.

Granatieri_a_Porta_san_Paolo_1943-1024x444Tutto si tiene con questa ideologia: la totale assenza di un qualsiasi rapporto col passato dei grandi partiti che da allora governano questo paese (ma non solo), il partito di Berlusconi che ha iniziato il processo revisionista inserendo personaggi reazionari nei media e nelle istituzioni, il partito democratico che ha seguito pedissequamente e il movimento 5stelle che… lo vedete da voi, fino alla Lega che per inventarsi un passato ha dovuto fare un salto indietro di quasi 900 anni; alla fine è arrivata la galoppata frenetica del legislatore per istituire “giornate della memoria” o “del ricordo” di questi o di quelli:

* 27 gennaio “giorno della memoria” per le vittime della Shoah e deportazione; 10 febbraio “giorno del ricordo” per le vittime delle foibe, ribaltando la conoscenza storica faticosamente elaborata nell’immediato dopoguerra grazie alla collaborazione di chi era presente e agente, combattente e civile, in quel periodo; 9 novembre “giorno della libertà” per festeggiare l’abbattimento del muro di Berlino, dimenticando che da allora i muri si sono moltiplicati ed estesi; 9 maggio giorno delle vittime del terrorismo, senza individuare quale terrorismo, né precisare il senso di questa parola e a chi attribuirla; 12 novembre “ricordo delle vittime” militari e civili delle missioni internazionali per la pace, ma erano veramente per la pace?; 4 ottobre “giornata della pace, della fraternità e del dialogo tra appartenenti a culture e religioni diverse”, che entra clamorosamente in contrasto con quella di prima; il 2 ottobre “festa dei nonni” forse per equilibrare il “giorno della mamma” e “del papà”; e ancora la giornata delle “vittime della criminalità”; così come a quelle “della mafia”, fino alle “vittime del dovere”; non potevano mancare le “vittime dei gulag sovietici”; ma anche le “vittime del comunismo”; e perché no le “vittime dell’incuria dell’uomo e delle calamità naturali”; e ancora le “vittime della libertà religiosa” e tante altre che non ricordo, ma potranno essere aggiunte da chi ne conserva memoria. Non si è riuscito a istituire il “giorno della memoria in ricordo delle vittime africane dell’occupazione coloniale italiana”, queste no!, nemmeno in questo prosperare di giornate delle vittime, quelle del colonialismo italiano continuano a non avere voce… e così sia!

Questo è solo l’inizio di un lungo ragionamento, che spero si diffonda e interessi la gran parte delle giovani generazioni, in modo che possano affrancarsi dalla sudditanza a una evidente omologazione dei consumi e degli stili di vita, decisi da altri.

di Salvatore Ricciardi

Leggete e diffondete il suo blog: CONTROMAELSTROM

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Introduzione alla vita non fascista

26 aprile 2020 Lascia un commento

Nella Prefazione all’edizione americana de L’Anti-Edipo di Gilles Deleuze e Félix Guattari, Michel Foucault scriveva:

• liberate l’azione politica da ogni forma di paranoia unitaria e
totalizzante;

• fate crescere l’azione, il pensiero e i desideri per proliferazione,
giustapposizione e disgiunzione, anziché per suddivisione e gerarchizzazione piramidale;

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Foto di Valentina Perniciaro _Il pugno di Spartaco, Salvatore Ricciardi

• affrancatevi dalle vecchie categorie del Negativo (la legge,
il limite, la castrazione, la mancanza, la lacuna), che il pensiero
occidentale ha così a lungo sacralizzato come forma di potere e modo di accesso alla realtà. Preferite ciò che è positivo e multiplo, la differenza all’uniforme, il flusso alle unità, i dispositivi mobili ai sistemi. Tenete presente che ciò che è produttivo non è
sedentario, ma nomade;

• non crediate che si debba esser tristi per essere dei militanti,
anche quando la cosa che si combatte è abominevole. È ciò
che lega il desiderio alla realtà (e non la sua fuga nelle forme
della rappresentazione) a possedere una forza rivoluzionaria;

• non utilizzate il pensiero per dare un valore di verità ad una
pratica politica, né l’azione politica per discreditare un pensiero
come se fosse una pura speculazione. Utilizzate la pratica politica come un intensificatore del pensiero, e l’analisi come un
moltiplicatore delle forme e dei domini d’intervento dell’azione politica;

• non pretendiate dalla politica che ristabilisca i «diritti» dell’individuo per come li ha definiti la filosofia. L’individuo è il prodotto del potere. Occorre invece «disindividualizzare»
attraverso la moltiplicazione e la dislocazione dei diversi dispositivi.
Il gruppo non deve essere il legame organico che unisce
gli individui gerarchizzati, ma un costante generatore di «disindividualizzazione»;

• non innamoratevi del potere

(Michel Foucault, Introduzione alla vita non fascista)

Brutali violenze poliziesche a Milano, il 25 aprile

25 aprile 2020 1 commento

Il video che potete vedere andando su questo link, QUI, non lascia poi senza parole e non ci stupisce nemmeno così tanto ma certo non va taciuto. E’ stato girato poco prima di mezzogiorno da una finestra di una via milanese, proprio oggi, 25 aprile 2020, 75° anniversario della liberazione dal nazifascismo.
Un 25 aprile diverso da sempre, vista l’impossibilità di muoversi a causa dei decreti emergenziali per il Coronavirus, un 25 aprile che ci toglie via dalle piazze, dalla collettività, dal calpestare insieme le strade e riempirle del rosso delle bandiere e degli ideali di libertà. Sempre e comunque.

Appello-per-il-25-aprile1-scaledMa anche un 25 aprile dove si era deciso di iniziare a violare le misure, di farlo insieme, con tutte le cautele del caso, ma farlo, per commemorare i partigiani ma anche per riprendersi una prima boccata di vita.
Perché se è ovvio che dovevamo tutelare la comunità e rimanere a casa, se è ovvio che non c’era probabilmente altro modo per frenare una crescita esponenziale dei contagi … non è certo ovvio ritrovarsi con le strade svuotate dalla vita e riempite solo da pattuglie, repressione, controllo totale.
Quello a cui abbiamo assistito in questi giorni, il costante abuso di potere perpetrato in ogni strada ed in ogni contesto non può certo continuare a proseguire.
Bisogna rimetterli al loro posto,
bisogna riprendersi le strade per vivere, per stare insieme, e non solo per gli interessi di Confindustria che invece ci manda sereni sereni a morire ammazzati sui posti di lavoro.

Le immagini di Milano di questa mattina si susseguono a quelle di Torino di qualche giorno fa : dobbiamo fare in modo che questo non riaccada. Imparare a riprenderci le strade in massima sicurezza, tentare di riappropriarsi della vita malgrado i prossimi mesi complicati con l’inevitabile “distanziamento sociale”.

Bisogna fargli capire che non si è disposti a vivere così,
mandati al macello per gli interessi dei padroni,
detenuti in casa con i droni a controllarci
e in fila silenziosi davanti ai supermercati.

Qui i link : VEDI IL VIDEO
poi  Milano Via Padova

QUI invece potete ascoltare da Radio Cane il racconto della giornata : ASCOLTA

Mura senza bavaglio: fotoracconto da San Lorenzo

24 aprile 2020 2 commenti

Un fotoracconto da San Lorenzo ai tempi del Covid-19, 
di quel che un muro riesce a raccontare nell’arco di pochi giorni.
Un muro che parla, che racconta la sua storia e che quando tentano di ammutolirlo, 
bhé, parla ancora. E poi ancora. E poi ride anche.
Via di Porta Labicana, all’incrocio con Via dei Volsci, 11 aprile 2020
Lo stesso muro, il 21 Aprile 2020
Ancora lì, oggi, 24 Aprile 2020

QUI un racconto della mattinata dell’11 aprile a San Lorenzo: LEGGI 

Un ricordo a 4 voci: omaggio a Salvatore Ricciardi

24 aprile 2020 4 commenti

IMG_0400Mi fa piacere ospitare su questa mia pagine il link di questo saluto virtuale che i compagni del CPA di Firenze hanno deciso di organizzare comunque a pochi giorni dalla morte di Salvatore Ricciardi, malgrado l’impossibilità di stare realmente insieme a causa della quarantena.
Un ricordo a 4 voci che ha provato a raccontare Salvatore in modi diversi, e dove io mi sono ritrovata a vestire il ruolo della “giovane”, di quella che poteva raccontare il Salvo del dopo carcerazione ( o meglio il salvo semilibero, in condizionale, e poi, solamente poi il Salvo libero). Che poi Salvo libero è stato sempre, anche da detenuto e mai, anche da uomo libero, perché non poteva certo sentirsi libero immaginando qualcun altro in carcere, al posto suo.
Io ho provato a raccontare il Salvatore che ha conosciuto la mia generazione, quello che ci accoglieva in radio, quello che ci portava per mano a capire il carcere, il movimento rivoluzionario, la ricerca costante dell’impegno e della felicità,
la facilità con cui ci insegnava il suo linguaggio e imparava il nostro,
l’incredibile capacità di non sentirsi reduce, eroe.
Tante le cose che volevo raccontare e poi non l’ho fatto, faremo in modo di farlo insieme su queste pagine nei prossimi giorni.
Erano con me Francesco Piccioni, che con lui ha condiviso l’organizzazione armata, le Brigate Rosse; Pasquale Abatangelo, che con lui ha vissuto le privazioni ma soprattutto le rivolte carcerarie e Paolo Persichetti, conosciuto solo più tardi, fuori da quegli anni e quelle celle,  con cui condivideva il lavoro di ricerca e ricostruzione di quegli anni.
Buon ascolto e a presto

 

Il mio Salvatore Ricciardi

24 aprile 2020 8 commenti

Provo a riaprire queste pagine dopo anni, secoli, ere geologiche.
E lo faccio solo per una persona, per quello che mi ha aiutato ad essere quella che ero, la Baruda di questo blog, di quegli anni, delle tante righe, urla, della militanza, del rigore e della follia; e quella che sono, la Baruda di oggi, che combatte con forza simile nemici diversi, enormi, che non prevedono la stupefacenza della collettività, dei compagni.

Lo faccio per Salvatore Ricciardi, il mio Salvatore Ricciardi,

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La tua risata, in un mio scatto del 2008

quello che dall’istante in cui è entrato nella mia vita niente è più stato come prima, quello che mi ha insegnato chi ero e cosa volevo, quello che mi ha insegnato a prendermelo ciò che volevo, a strapparlo via con forza se fosse stato necessario, quello che mi ha insegnato il significato di felicità, di rispetto:  quello che ha dato corpo alla parola “compagno” come mai nessuno e nessuna prima. Come mai nessuno e nessuna mai.
Lui, Spartaco, quello che anche quando metteva “lo zuccotto” in testa lo faceva perché lottava, lottava ancora contro il gelo delle carceri speciali che gli aveva fatto venir la sinusite; quello che faceva anelli con gli ossi di pesca; quello che aveva vent’anni sempre e sempre e ti insegnava che avresti potuto averli anche te vent’anni per sempre, bastava rompere la gabbia.
Quante gabbie ho distrutto sottobraccio a te, quante!
Sapere che c’eri nella mia vita mi rendeva forte, lucida, presente.

Ora non riesco nemmeno a scrivere righe che abbiano un senso, che siano in grado di ricostruire i nostri pochi anni insieme e i tuoi millemila per le strade di questa città, per le strade del movimento rivoluzionario tutte quelle in cui esso si è trasformato e continuerà a farlo.
E allora ti prometto che “Polvere da sparo” si prenderà quest’impegno, vecchio mio…
mi metto qui, buona buona, a distruggere la mia nuova gabbia,
quella che non mi fa aprire queste pagine da anni.
Lo faccio perché son troppe le tue cose che non posson rimanere solo mie, son troppe le cose scritte in tuo ricordo che non possono perdersi nei meandri della rete
e ti ringrazio anche di questo, ancora una volta, non certo l’ultima.

Che dicevi tu? “Sempre con te, che non mi senti nella tasca?”
Ti sento. E sempre ti sentirò.

LINK:
Il sito di Salvatore: CONTROMAELSTROM
Avere vent’anni nel luglio ’60: STORIA DI SALVATORE RICCIARDI, qui
L’omaggio a Salvatore e l’occupazione militare di S.Lorenzo: QUI
La lunga mattinata di Radio Onda Rossa in suo ricordo: QUI

Questo pugno che sale / questo canto che va
è l'Internazionale/ un'altra umanità.
Questa lotta che uguale / l'uomo all'uomo farà,
è l'Internazionale./ Fu vinta e vincerà!

Sirio, dalla morte in culla alla rinascita

18 aprile 2019 Lascia un commento

 

Dall’entrata nel mondo dei social del piccolo Sirio e i Tetrabondi  si son create centinaia di interessanti connessioni.
Vi lascio allora il link al video articolo di Valentina Baldisseri uscito sul Corriere della Sera, che potete trovare QUI e il salto oltre confine fatto con l’agenzia Caters Media Group con quest’articolo QUI e il montaggio da brividi, visualizzato da più di due milioni di persone, che trovate QUI

Siamo ancora molto emozionati per tutte le parole ricevute.
Voi seguite la pagina dei Tetrabondi, venite a farvi due risate (Instragram  – Twitter –  YouTube)

L’articolo di Valentina Baldisseri per il Corriere della Sera:

«Quando è venuto al mondo il mio Sirio era solo due grandi occhi e una manina che si muoveva». E’ nato prematuro Sirio, pesava appena due chili quando ha visto per la IMG_1903prima volta la luce a Roma il 15 agosto 2013 . Ma stava bene. Stava così bene che dopo un periodo di terapia intensiva, il Bambin Gesù di Roma decide di dimetterlo un mese prima la data di nascita presunta. Torna con mamma e papà a casa, seguono 8 giorni di poppate regolari, di pianti per la fame e anche di belle dormite. Ma una mattina qualcosa va storto. Sirio è nella sua culla quando mamma Valentina si accorge che non si muove più, non respira. Cerca di scuoterlo, di svegliarlo, ma il piccolino non si muove è inerme. «Non sapevo cosa fare, urlavo a mio marito: «È morto, è morto». L’incubo inizia ufficialmente qui.

Dalla morte in culla allo stato vegetativo

La corsa disperata in ospedale con quel corpicino tra le braccia, i volti terrei dei medici, le ore passate in rianimazione, la testa che «macina» mille pensieri, tutti negativi. Poi, dopo giorni di coma, la vita che torna in Sirio ma con essa una diagnosi spietata: «Stato vegetativo, Sirio sarà costretto a vita a stare attaccato ad una macchina». Pugno nello stomaco, il mondo che crolla, le lacrime, la rabbia, la disperazione. «Giorni che non voglio ricordare – dice Valentina esile come un fuscello ma forte come una quercia. «La forza te la dà lui, che ogni giorno fa un piccolo progresso, che ci dà gioia, che riempie la nostra vita».

Sirio oggi (nonostante tutto) cammina

Da Stato vegetativo si passa ad una diagnosi sempre grave ma con qualche margine di speranza: «tetraparesi spastica da danno ipossico ischemico». Significa comunque che Sirio non potrà camminare. Cosi dicono i medici. E invece a volte anche una sentenza che sembra incontrovertibile, può trasformarsi in speranza se c’è ostinazione, volontà, voglia di vivere. La notizia è che Sirio oggi ha cinque anni e cammina, certo con qualche difficoltà, ma cammina. E comunica, a suo modo ma comunica. E poi impugna penne e matite, scrive e disegna. E dietro questo vero e proprio miracolo c’è un lavoro enorme, la riabilitazione in ospedale e a casa, le infermiere che si prendono cura di lui , i genitori che lo amano alla follia, il fratello più grande che è un punto di riferimento imprescindibile. «Mio figlio è tetraplegico ma io non voglio nascondere la sua malattia. Al contrario, voglio diffondere un messaggio di speranza perché quella di Sirio è una storia positiva pur nella sua drammaticità -spiega la mamma -. Sono tante le famiglie che vivono casi di disabilità grave nella solitudine, nell’abbandono, chiudendosi nel proprio dolore e nelle proprie case. E invece non bisogna mai vergognarsi degli sguardi della gente, bisogna saperli affrontare»

Battaglie e cure costose

52872325_387905165337966_7014410347238916096_o.jpg«I nostri cinque anni di vita con Sirio sono stati anni di battaglie e di conquiste. Battaglie con le istituzioni per ottenere le 10 ore di assistenza giornaliera con due infermiere senza le quali il nostro bimbo, per esempio, non potrebbe andare a scuola. Battaglia per ottenere sostegni economici. Le disabilità di questi bambini e le loro cure costano. La pensione di accompagnamento (di 700 euro circa ndr) non basta. Per un anno il Comune di Roma ci ha dato un sussidio sperimentale per il «caregiver », la persona che si dedica 24 ore su 24 al disabile. Nella fattispecie è mio marito che non lavora per dedicarsi a Sirio. In Europa questa figura è riconosciuta, qui da noi non ancora. L’assegno al momento è sospeso e dovremo aspettare un altro anno per riaverlo. L’appello che rivolgiamo alle istituzioni è di far presto e di stabilizzare una misura economica necessaria»

Sirio sui social

«Da qualche mese anche Sirio è social. Abbiamo aperto una pagina Facebook (Sirio e i tetrabondi) in cui raccontiamo la quotidianità di un bimbo disabile, le cose che gli succedono con ironia e con spensieratezza. È una pagina molto seguita e sono in tanti a scriverci per chiedere consigli o semplicemente per darci coraggio, per complimentarsi per i progressi di nostro figlio»

Il futuro e quelle paure

Valentina Perniciaro è una donna risoluta e poco incline al vittimismo. Lo vedi da come parla dei problemi di Sirio davanti a lui, senza menzogne, senza ipocrisie. E gli occhietti furbi del piccolo recepiscono tutto. Anche le paure. Quelle per il futuro sono le uniche capaci di turbare la serenità di questa mamma. «Vivo col terrore che squilli il telefono e ti dicano: le dieci ore di assistenza diventano tre. Noi senza assistenza non potremmo certo andare avanti. Di sicuro mi spaventa invecchiare, mi spaventa pensare al giorno in cui non ce la farò più a prenderlo in braccio. Sì il futuro mi spaventa». Ma c’è un oggi a cui pensare e il velo di tristezza dura solo un attimo. Sirio le sfiora il viso col suo nasino e la bacia. E basta quello per scacciare i cattivi pensieri.

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Mare Mostrum

14 giugno 2018 1 commento

Era il mare nostrum ma non può esserlo più.
Era il mare nostrum ed ora invece è un cimitero deciso a tavolino.
Era il mare nostrum e invece ora si lanciano cadaveri in mare per assenza di celle frigorifere.
Era il mare nostrum ed ora è una distesa di vergogna.
Era il mare nostrum ed è iniziata l’estate e ci tufferemo, nuoteremo, prenderemo una bella tintarella.
Era il mare nostrum ma che ce frega, siamo una società impegnata a difendere gli embrioni che pure se affoga qualcuno…

era il mare nostrum, ed è bastata una consonante a cambiar tutto.

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Lo sciopero che non c’è, la vergogna del sindacato

4 giugno 2018 3 commenti

Quando ammazzano un ragazzo a colpi di fucile i suoi assassini dovrebbero essere chiamati tali.004247583-39561043-d943-4175-99cf-d77c7a8534e1
Quando ammazzano un ragazzo a colpi di fucile dicendo “stava rubando”, chi è abituato alla ricerca della verità dovrebbe metterci poco a capire.

ma c’è una cosa più grave di tutte però, più del sangue a terra di Soumaila (29 anni, maliano), una cosa che lascia basiti, che farà pensare ai giovani ai bambinetti che tutto ciò è normale.

Non c’è niente di normale invece: perché quando ammazzano un sindacalista a colpi di fucile il lavoro si ferma. Quando ammazzano un sindacalista i lavoratori incrociano le braccia e bloccano la produzione e questo nemmeno dovrebbe esser dichiarato, tanto è naturale.
Soumaila era un sindacalista dell’USB, lottava per i diritti dei braccianti nella piana di Gioia Tauro, i servi della gleba della nostra Europa ed è stato ucciso a fucilate.
Oggi il suo sindacato avrebbe dovuto dichiarare uno sciopero generale: oggi TUTTI gli iscritti USB si sarebbero dovuti fermare, incrociare le braccia, urlare la rabbia, bloccare la produzione. Il tranviere, il postino, l’insegnante: oggi tutti avrebbero dovuto urlare il nome di Soumaila.

E invece no.
L’USB ha dichiarato lo sciopero DEI BRACCIANTI.
I servi della gleba oggi si fermeranno. Quando dovrebbero, invece, marciare sulla testa del sindacato, acciaccandola e acciaccandola ancora

 

Amatrice e il nulla

27 maggio 2018 Lascia un commento

Silenzio e rispetto.

Aria sospesa e polvere.

Quando ero bambina avevo paura del Nulla che avanzava e si portava via tutto, un Nulla che poi ho incontrato tante volte.

Un Nulla che a volte è entrato nel mio sguardo e poi ho ricacciato.

Oggi per l’ennesima volta questo Nulla mi si è messo davanti.

Non è vero che avanza e mangia, non sempre.

Qualche volta sta.

Sta fermo e immobile e rosicchia lento.

Mia amata conca, in qualche modo da queste macerie ti rialzerai, sotto il capezzolo di Pizzo, sotto l’abbraccio morbido di Cima Lepri e gli spigoli brulli del Gorzano.

Non ti ho lasciato un secondo in quei mesi di guerra e macerie e trincee tra la neve, e ogni volta che torno a te, che dormo immersa nel verde delle tue frazioni più alte, incastonate nei canaloni, capisco che ho un legame raro con te.

E in qualche modo so, l’ho imparato, che anche chi non sa camminare prima o poi lo fa. Che anche chi non sa camminare prima o poi si alza: deve prima imparare a mettersi in ginocchio, poi a cavalier servente e poi finalmente quel quadricipite troverà la forza muscolare di rialzarsi.

Foto di Valentina Perniciaro

(foto di Valentina Perniciaro)

Categorie:Uncategorized

Il nostro bandito è volato via: CIAO EZIO BARBIERI!

18 maggio 2018 Lascia un commento

Il bandito dell’isola, che dall’Isola di  Milano ha poi scelto l’isola siciliana per vivere gli ultimi (tanti) suoi anni, dopo i gloriosi nella ligera (malavita milanese).

la porta di Ezio

Come ci accolse _ Foto di Valentina Perniciaro_

Quando ci accolse per un’intervista sul carcere di Santo Stefano e sulla sua permanenza lì, lo fece con un vecchio fucile, per sorridere con noi: era un giocherellone notevole Ezio,  malgrado avesse già pi di 90 anni. Era nato nel 1922.

Sembrava non vedesse l’ora di raccontare ancora una volta la sua storia: aveva poca voglia di parlare di carcere e bastonate, torture legacci e letti di contenzione.
Ezio voleva parlare di rapine e pistole, di donne bellissime e complici, di fughe e sparatorie, di ferite e rinascite. Di evasioni e ancora evasioni, di carceri in rivolta: oh se li hai fatti uscir pazzi, caro Ezio!
Di rapine sì, ma anche di ridistribuzione alla gente: così aveva iniziato la sua incredibile carriera di rapinatore buono Ezio Barbieri.

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Ezio Barbieri mentre ci racconta la sua vita. _Foto di Valentina Perniciaro_

Tante volte io e Melania ci siamo ripromesse di lavorare bene quell’intervista, di darle il giusto valore e risalto, di farla fruire a tutti.
Intanto vi consiglio un libro che leggerete tutto d’un fiato, scritto da Nicola Erba, grazie al quale ho avuto la possibilità di conoscere e incontrare Ezio. “Il bandito dell’isola” tenterà di raccontarvi una vita che non è facile mettere su carta, non è facile raccontare. Vite che non esistono più, di secoli altri e di cuori grandi, di coraggio e spavalderia.
Di una follia rara che ti ha permesso di sfiorare i 100 anni malgrado le decine di colpi di pistola ben visibili sul tuo corpo magro, che ci mostravi tronfio.
Buon viaggio bandito del nostro cuor,
la terra per te sarà una botta di adrenalina.

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L’accoglienza ! Ezio Barbieri indimenticabile _ Foto di Valentina Perniciaro_

Sulle pagine di questo blog tanto materiale sul carcere, l’ergastolo e le battaglie per la sua abolizione.

Qualche link sull’ergastolo e su Santo Stefano:
Adotta il logo contro l’ergastolo!!
L’ergastolo e le farfalle
Un fiore ai 47 corpi
Aboliamo l’ergastolo
Gli stati modificati della/nella reclusione
Il cantore della prigionia
Piccoli passi nel carcere di Santo Stefano, contro l’ergastolo
La lettera scarlatta e la libertà condizionale
Perpetuitè
Il 41 bis: se questo è un uomo

Quando incontri tre bimbe rom/2 : il giorno dopo

17 maggio 2018 1 commento

Ieri vi ho raccontato dell’incontro con le tre bambine rom, che potete leggere qui e che mi ha lasciato un pesante amaro in bocca.
A nemmeno 24 ore , oggi esco dalla Conad e sento “signora capelli rosa!”

Mi giro, e mi trovo il ragazzone che spesso chiede cibo o soldi fuori al supermercato e con cui avevo sempre scambiato solo un veloce saluto o un passaggio di qualche panino. “Tu ieri hai portato al campo tre bambine?”
“Sì, ero io”
“Grazie. La famiglia di quelle bambine non si comporta bene, le lascia abbandonate per strada e non è giusto. Anche io vivo al campo ma quando i miei genitori sono a lavorare e non possono controllare i piccoli ci rimango io coi miei fratelli. Grazie signora, che chissà chi poteva prendersele.
Sai, l’altro giorno mia zia a quella fermata cosa ha vissuto? Era stata tutto il giorno a lavorare, mica a rubare, e alla fermata un tipo si è fermato dopo una sgommata, si è calato i pantaloni e le ha pisciato quasi addosso. Scusa se ho detto questa parolaccia.
Grazie ancora ragazza dai capelli rosa”
“Mi chiamo Valentina”.

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quando incontri tre bimbette rom sulla tua strada…

16 maggio 2018 1 commento

Un incontro inaspettato, bello e doloroso. Come ogni mercoledì abbiamo passato la mattinata in day hospital al Bambin Gesù Palidoro. Poi io Jenny e Sirio torniamo verso casa su strade di campagna, che si inseriscono a Roma nel quadrante portuense-corviale, dove la città ha le sue pecore, i suoi campi e luoghi strani.
Al ponticello dopo Ponte Galeria (a pochi passi da dove venne uccisa e bruciata viva quella ragazza poco tempo fa), vedo dall’altra parte della strada tre bimbette rom che si sbracciavano chiedendo un passaggio ad un autista di un autobus, che ovviamente NON si è fermato. czrofhwwkaevfwc
Ho fatto inversione a U senza pensarci un secondo e mi sono accostata accanto a loro chiedendo di cosa avessero bisogno.
La più grande, che avrà avuto 8 anni a dir tanto ci è venuta subito al finestrino chiedendoci un passaggio a casa.
“Salite tutte e tre, vi mettete dietro con Sirio”
“Davvero signora bella porta tutte a casa al campo?”
“Certo piccolè, salite su”
“No sesso signora eh, solo a casa!”
Gelo.
Non riuscivo più a proferire parola.
Tre bambine tra i 5 e gli 8 anni che chiedono aiuto sperando di non ricevere come risposta la richiesta di un pompino.
Quel brivido lo porto ancora dentro, malgrado la gioia di portarle al campo, e di vederle sporgersi dal finestrino della mia macchina urlando FELICI e chiamando tutte le loro amiche per vantarsi di quell’arrivo in grande stile

Un orrore che non passa:
la bellezza di quegli occhi che non mi lascia, e l’idea tremenda di quel che avranno già visto.

 

QUESTA STORIA HA UN SECONDO CAPITOLO: Il giorno dopo. 

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Le lettere del tuo nome… e quel famoso rianimatore…

8 febbraio 2018 2 commenti

Abbiamo incontrato il primario del Dea del Bambin Gesù precisamente quattro anni dopo. Dopo che cosa?, ti starai chiedendo tu!

Era fine dicembre del 2013 quando lui e la sua equipe ti condannarono all’ergastolo con aria dura e sommessa: “il bambino non sarà mai svezzato dalla ventilazione meccanica, non prenderà mai coscienza di sè e dello spazio intorno a lui, ma sarà comunque una vita che voi dovrete accogliere”. Fine pena mai, per te e per tutti noi, compreso il tuo fratellino che ti aspettava da tempo ormai, fuori quella porta e non sapeva se mai ti saresti svegliato da quel sonno eterno che per te era stabilito, con tanto di carezza del Signore.

Lo abbiamo rincontrato dopo 4 anni al bar della sede di Palidoro di quello stesso ospedale: tu cercavi di conquistare ogni discesa in velocità sulla tua sedia e ci sfuggivi di mano continuamente. Lui ti ricordava bene, ricordava me che tanto implorai loro di non accanirsi sul tuo corpo avendo di risposta solo sguardi di commiserazione e risposte del tipo “ogni vita donata dal Signore merita di essere vissuta”. Tante parole che pensavo di aver dimenticato e invece sono arrivate tutte come un fiume a battermi nelle tempie dentro quell’affollato bar. Ogni tanto anche la mia voce e i miei occhi tremano.

Anche l’annientamento della sua sentenza davanti ai suoi occhi, che eri tu sfrecciante e autonomo sulla tua sedia, ha trovato sostegno nel “Signore”. È solo merito del signore, ha detto forse dieci volte in tre minuti, se tu Sirio sei così

E invece manco per il cazzo!!! Se sei uscito dallo stato vegetativo non è grazie al signore ma grazie a decine di colleghi di quell’uomo che fortunatamente credono che la vita sia altro e che si possa provare a conquistare, se sei quello che sei così da lasciarlo a bocca aperta è grazie a te, grazie alla scienza, grazie al sudore di decine di persone che investono su di te, grazie ad un enorme mondo che le rianimazioni NON conoscono e invece dovrebbero.

Dovrebbero eccome, prima di regalare ergastoli, prima di costringerci ad implorare morte.

Ti ringrazio Sirio, perché a quell’uomo l’altro giorno hai insegnato a tacere. Anche se per poco, anche se con le sue risposte celesti in tasca, l’hai ammutolito.

Come fai ogni giorno con noi.

W la rivoluzione, #inculoallostatovegetativo

Al mio partigiano, che ha scacciato il freddo

6 febbraio 2018 Lascia un commento

Mi sono appena arrivati questi due video da scuola.

La mia reazione, da romantica rivoluzionaria, è stata abbassare il capo e alzare il pugno.

Come davanti ai chi ha dato la vita,

Come davanti al sangue rosso di chi ha fatto per la lotta per la libertà il suo tutto.

Amore mio,

Erano anni che non sentivo bruciare in me questo fervor rivoluzionario.

Sei la più bella e la più pura delle rivoluzioni, sei il mio partigiano.

“E ti amo. E fra freddo”, ho citato tanto volte per te, invece ti amo e non fa più il freddo di prima

Mi chiamo Sirio, parlo con il tablet…

4 dicembre 2017 1 commento

Forse il modo migliore per presentare Sirio e il suo viaggio verso la libertà è quello di dare a lui la parola.

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