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La quotidianità della nakba … e la vittoria dei prigionieri palestinesi

15 maggio 2012 1 commento

Odio ogni anno fare il calcolo di quanti sono: quanti sono gli anni che ci separano dalla Nakba, il “dramma” palestinese, l’inizio della sistematica pulizia etnica in terra di Palestina, che da queste pagine abbiamo ricordato più volte. 64. Sessantaquattro.
La Nakba non è solo il 1948, la Nakba non è solo oggi, data scelta perché coincide con la nascita dello stato ebraico d’Israele:
era iniziata molto prima e non è mai terminata.
Anzi, forse è peggiorata in tutte queste decine di anni, giorno dopo giorno, con la costruzione scientifica di un’architettura dell’occupazione fatta di muri di separazione, di barriere, di checkpoint , “aree sterili”, “zone di sicurezza speciale” come “aree precluse ai civili” e così via…
i Territori Occupati sono il disegno perverso di un carceriere impazzito,
di tanti carcerieri impazziti che si sono susseguiti nella storia di Israele.

In questo post, che a me fa venire i brividi ogni volta che lo leggo, una piccola carrellata di citazioni del 1947 mettono chiaramente in evidenza i punti centrali si cui si fonda lo stato di Israele e quindi l’inizio del dramma palestinese: sulla pulizia etnica, nient’altro che l’espulsione del popolo presente, per insediarsi manu militari su una tabula rasa.
Ben Gurion, eroe e fondatore dello stato di Israele, è la mente della strategia genocitaria che segna i primi anni di vita d’Israele e basta leggere le sue parole per capirlo:
   –    “OGNI ATTACCO DOVRA’ TERMINARE CON L’OCCUPAZIONE, LA DISTRUZIONE E L’ESPULSIONE
–    “Durante l’operazione non c’è alcun bisogno di distinguere tra chi è colpevole e chi non lo è” 
Ma non è mai finita.
Di allievi eccellenti Ben Gurion ne ha avuti tanti, ed ognuno ha aggiunto del sadico nell’occupazione militare,
fino ad Ariel Sharon, il generale che crea l’ossatura della colonizzazione dei Territori Occupati ( e non solo ), a partire dall’istituzione del commando speciale Unità 101, che aveva come attività principale il massacro di civili nei villaggi e nei campi profughi e che faceva scempio del concetto di frontiera, al suo primo piano di difesa post 1967 che tra avamposti, costruzione della rete stradale, e installazioni militari non fu altro che una prima fase di addomesticamento dei Territori, appunto l’ossatura per la colonizzazione che ormai conosciamo benissimo.
Fino al muro, monumento atroce all’apartheid mediterraneo.

“Gli arabi dovrebbero essere in grado di vedere ogni notte luci ebraiche a 500 metri di distanza”
Ariel Sharon

Da Infoaut però vi allego le righe che ci parlano della più bella delle vittorie, quella dei prigionieri palestinesi che a centinaia erano in sciopero della fame nelle carceri israeliane, alcuni da 77 giorni. La loro protesta, la forza incredibile del loro sciopero e la solidarietà fuori le mura delle prigioni ha portato una grande vittoria, finalmente.

E’ stato raggiunto un accordo con i prigionieri palestinesi in sciopero della fame da settimane per porre fine alla loro protesta. L’accordo accoglie tutte le loro richiesta – tutte! In più le autorità sioniste e carcerarie hanno accettato di liberare 5 detenuti amministrativi tra i più gravi.
La determinazione dei detenuti ha piegato l’arroganza e la prepotenza dei sionisti. Ciò è stato possibile anche grazie alla grandissima mobilitazione che ha invaso la Palestina. Manifestazioni, presidi, dibattiti e tende di solidarietà sono comparse ovunque.

Certo, questa grande mobilitazione ha sconvolto piani e calcoli del carcerieri sionista perché si è fatta un’eventualità reale una terza intifada in Palestina e nei paesi limitrofi. Di fronte a quest’eventualità e per la grande pressione esercitata dall’opinione publica mondiale, le cancellerie ocidentali hanno pressato a loro volta l’entità sionista e per accoglier le istanze dei sequestrati palestinesi nei campi di prigionia sionisti.

L’accordo, raggiunto ieri in extremis, mette fine allo sciopero della fame di oltre 1600 detenuti palestinesi. Lo hanno reso noto i mediatori Egitto e Anp) secondo cui l’intesa – raggiunta alla vigilia del giorno della ‘Nakba’ in cui il popolo palestinese ricorda la ‘catastrofe’ della nascita di Israele, il 15 maggio 1948 – consentirà di sospendere la manifestazione non-violenta di migliaia di palestinesi, alcuni dei quali in sciopero da 77 giorni.

Pur nell’indifferenza della grande stampa internazionale – poche notizie sullo sciopero delle migliaia di detenuti sono apparse sui quotidiani italiani ed esteri – l’iniziativa aveva assunto dimensioni imponenti, al punto da far temere un’ondata di violenze nei Territori palestinesi se qualcuno dei detenuti in condizioni di salute precarie fosse deceduto.

Della scherma e del boicottaggio allo Stato d’Israele: Sarra Besbes

11 ottobre 2011 6 commenti

Sarra Besbes è una giovane donna tunisina, una delle migliori spadiste africane;
ieri in pedana ai mondiali di scherma di Catania contro un’ avversaria israeliana di nome Noam Mills.
Ha scelto di non gareggiare, ma non di ritirarsi.
Ha deciso volutamente di rimanere ferma e di subire le cinque stoccate che valgono per la sconfitta, perché certo di vittoria non si può parlare.
Una forma di boicottaggio allo stato di Israele, lo stesso che persevera scientificamente nella pulizia etnica della terra di Palestina e nel mantenimento di un regime di Apartheid all’interno dei suoi confini, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.
Una forma di boicottaggio che deve essere costata molto ad una donna che ha costruito una vita per combattere su quella pedana, e che immobile ha deciso di  lasciare la vittoria a chi, da più di 60 anni, è abituato a vivere in uno Stato che abitualmente infierisce su un corpo disarmato per poi chiamarla vittoria.
على راسي

Golan: terra di altoparlanti e ora di abbracci

17 maggio 2011 1 commento

Foto di Valentina Perniciaro _Golan, la terra degli altoparlanti_

I melograni e i fichi più buoni che io abbia mai assaggiato venivano da quella terra.
Il Golan è un pezzetto di medioriente che racchiude in se tante tragedie e meraviglie, una terra che non può essere ospitale perché in parte porta il bollino di “no man’s and” e per l’altra grand parte vive sotto occupazione militare israeliana.
Per poter attraversare quella terra e vedere la sua quotidianità di zona fantasma del pianeta ( mi riferisco ovviamente al lato siriano ) bisogna chiedere autorizzazioni alle U.N. e fondamentalmente esser scortati quasi passo passo da quei contingenti inutili, in stallo lì da quasi 4 decenni.
Interi villaggi sono stati strappati alla Siria, intere famiglie sono separate dalle tre reti che formano quel confine illegale: lo stratagemma, il solo, per poter comunicare sono degli enormi altoparlanti, istallati nei punti più alti, da dove potersi urlare le novità, i matrimoni, le nascite, il raccolto o un funerale.
O solo la rabbia di non potersi riabbracciare.
Da quei megafoni enormi istallati su quelle torrette un po’ sbilenche escono conversazioni tra figli e vecchi genitori, tra nonni e nipoti che non si sono mai incontrati, tra sconosciuti innamorati solo per la distanza ridicola ma infinita che li divide.
Da quei megafoni passa una quantità di vita che sorprende, che scalda il cuore, che fa salire quella rabbia interiore che solo un sopruso come l’occupazione militare di una terra e l’annientamento di un popolo può far provare. Sentire le voci provenire dalla collina di fronte, filtrate dal vento che dalla Palestina arriva violentissimo e orgoglioso è stata un’emozione che mai abbandonerà il mio sangue.

Due giorni fa, 15 maggio, data della Catastrofe del popolo palestinese, quei confini hanno preso un altro colore. Per la prima volta.
Per la prima volta centinaia di persone, centinaia di profughi palestinesi vittime della Nakba e dell’eterno non-ritorno hanno trovato il coraggio di far quello che ancora non era stato mai tentato.
Scavalcare.
Tornare a casa.
Con quelle chiavi enormi che non troveranno più porta, con i colori della loro bella bandiera…e con la sola intenzione di realizzare il sogno scritto nel sangue, quello di tornare a casa, di assaggiare le arance del proprio giardino sconosciuto.
Ci sono stati dei morti: a Majed ash-Shams i cordoni israeliani hanno reagito con i loro soliti metodi, uccidendo due ragazzi.
Che almeno son morti in terra di Palestina, come dicono i loro parenti e amici.

Questo video invece lascia senza parole…
tutte quelle persone che dal confine siriano puntano le reti… i loro familiari e “compaesani” sotto occupazione israeliana che urlano prima d’emozione e poi di terrore… convinti che tra la prima e la seconda barriera il terreno fosse minato.
Si sentono solo urla di non fare altri passi, che è troppo pericoloso, ma la voglia di entrare in Palestina, di metter piede finalmente su quella terra è troppo forte e nessuno bada al pericolo di poter saltare in aria.
Nessuna mina.
Altra rete.
Sono nella Palestina Occupata, nel Golan, abbracciati alla loro gente e alla loro terra…la terra degli altoparlanti per una volta sente il calore della pelle che si tocca, delle labbra che si baciano.

Una giornata tutta nuova, una giornata indimenticabile, una giornata che vedrà crescere i suoi frutti, un nuovo fronte popolare arabo e palestinese che vuole marciare unito verso l’autodeterminazione.

Foto di Valentina Perniciaro _Le strade di Quneitra, Golan_

Pubblicato su Peacereporter

63 anni di Nakba: non ne possiamo più, ora si deve tornare a casa

15 maggio 2011 7 commenti

Oggi sono 63 gli anni dal dramma, dalla tragedia del popolo palestinese.
Non un anniversario, perchè il dramma della Nakba è pane quotidiano per milioni di palestinesi: lo è per chi ha valicato quei confini nel ’48 e da quel momento fa la muffa in qualche sbilenco campo profughi di Siria, Libano o Giordania
e lo è per chi è all’interno della Palestina Occupata, in qualunque punto di essa si trovi, se ha sangue arabo.
Oggi però è stata una Nakba un po’ diversa…che ha fatto impazzire di “twittate” tutto il mondo telematico, che ha spalancato un nuovo orizzonte di conflitto, conflitto di massa.
Da tutti i confini oggi lo Stato d’Israele è stato contestato.
Gaza con il suo valico di Eretz, e poi ancora il King Hussein Bridge in Giordania, il Golan siriano,il confine libanese:
calcolare i numeri è quasi impossibile, ma a dozzine di centinaia si sono riversati ai border israeliani tentando di accedere o comunque di far pressione…accedere a quella terra sotto occupazione militare da 63 anni, la terra della segregazione razziale, la terra laboratorio di violenza e soprusi, il grande carcere del pianeta, dove si sperimentano tecniche di concentrazione umana come spesso armi non convenzionali.
Oggi per la prima volta lo stato d’israele che festeggia la sua nascita è stato “attaccato” da migliaia di persone che urlavano gioiose “Gerusalemme stiamo arrivando”, ” Stiamo tornando finalmente a casa”.
Morti ce ne sono stati…il Convoglio Restiamo Umani, all’interno della striscia di Gaza ha raccontato dell’uccisione di un 14enne con due colpi d’arma, uno al cuore e l’altro in testa…ma si parla, solo a Gaza, di un’ottantina di feriti.
Poi la repressione ha preso un po’ tutte le bandiere e divise: le forze di sicurezza e il Mukhabarat giordano, come quello libanese hanno fatto di tutto per impedire che la popolazione si avvicinasse troppo al confine. La repressione è stata pesante, ma penso lo sia più il terrore dello Stato d’Israele, che con le sue dimostrazioni di forza con metodologie da terzo Reich, s’è ritrovato oggi con tutti i suoi confini circondati da migliaia di persone urlanti.
Cavolo.
Che meraviglia.
Avrei solo voluto essere lì con voi, in Golan come sul Litani, a Gaza come in quel deserto giordano che separa la grande scatola di sabbia dalla fertile palestina…
63 anni di segregazione e pulizia etnica, questà è la Nakba, questo è Israele.

LEGGI STORIA DI UNA PULIZIA ETNICA
 Questo video invece è girato in Golan, e fa venir la pelle d’oca!

PALESTINA: Storia di una pulizia etnica (3). Guerre biologiche e i villaggi di Cesarea.

18 novembre 2010 4 commenti

C’è bisogno ora di una reazione forte e brutale. Dobbiamo essere precisi nei tempi, nei luoghi e nei bersagli. Se accusiamo una famiglia, dobbiamo colpire tutti senza pietà, comprese le donne e i bambini. Altrimenti non sarà una reazione efficace. Durante l’operazione non c’è alcun bisogno di distinguere tra chi è colpevole e chi non lo è.”
_Ben Gurion, 1 gennaio 1948_

Furono proprio i nuovi acquisti di armi che permisero alle forze di terra nel febbraio 1948 di estendere le loro operazioni e di agire con maggior efficacia nell’entroterra palestinese. A seguito della disponibilità di queste nuove armi, sopratutto dei nuovi mortai, i villaggi e i quartieri ad alta densità di popolazione furono sottoposti a pesanti bombardamenti. Si può intuire con quanta sicurezza i militari stavano agendo dal fatto che ora l’esercito ebraico poteva produrre le proprie armi di distruzione.
Ben Gurion seguì personalmente l’acquisto di una di queste, particolarmente letale, che sarebbe poi stata usata per appiccare il fuoco ai campi e alle case dei palestinesi: un lanciafiamme.
Un professore di chimica anglo-ebreo, Sasha Goldberg, fu a capo del progetto per l’acquisto e poi per la produzione di quest’arma, prima in un laboratorio di Londra e in seguito a Rehovot, a sud di Tel Aviv, in quello che sarebbe poi diventato l’Istituto Weizmann negli anni Cinquanta. La storia orale della Nakba è piena di prove che testimoniano i terribili effetti di quest’arma sulle persone e sulle cose.
Il progetto lancia-fiamme era parte di un disegno più ampio di sviluppo della guerra biologica diretto dal chimico e fisico Ephram Katzir (divenuto presidente di Israele negli anni Ottanta, per un lapsus rivelò al mondo che lo Stato ebraico era in possesso di armi nucleari).
L’unità biologica che egli diresse insieme al fratello Aharon, cominciò a lavorare seriamente a febbraio. Scopo principale era quello di creare un’arma che accecasse le vittime. Katzir riferì a Ben Gurion: “Stiamo sperimentando sugli animali. I nostri ricercatori indossano maschere anti-gas e attrezzature protettive. Buoni risultati. Gli animali non sono morti (sono stati solo accecati). Possiamo produrre 20 kg al giorno di questa roba.”A giugno, Katzir propose di usarla contro gli esseri umani.

Le operazioni di febbraio, attentamente pianificate dalla Consulta, erano diverse da quelle di dicembre: non erano più sporadiche ma facevano parte di un primo tentativo di collegare la pulizia etnica dei villaggi all’idea di linee di trasporto ebraiche senza ostacoli lungo le principali arterie stradali della Palestina. Tuttavia, a differenza di quanto sarebbe poi accaduto il mese successivo, quando le operazioni avrebbero avuto un nome in codice con obiettivi e territori ben definiti, le direttive rimanevano ora alquanto vaghe.
I primi obiettivi furono tre villaggi nelle vicinanze dell’antica città romana di Cesarea, una città con una storia che risaliva ai Fenici. […]
I tre villaggi furono scelti perché erano una facile preda: non avevano nessuna forma di difesa, né interna né esterna. Il 5 febbraio arrivò l’ordine di occuparli, evacuarli e distruggerli.

QISARYA fu il primo villaggio a essere completamente sgombrato il 5 febbraio 1948. L’espulsione richiese poche ore e fu eseguita in modo così sistematico che le truppe ebraiche condussero la stessa operazione in altri quattro villaggi nello stesso giorno, sempre sotto l’occhio attento delle truppe britanniche che erano appostate nelle vicine stazioni di polizia.
• Il secondo villaggio fu BARRAT QISARYA, con circa 1000 abitanti.

Barrat Qisarya

Ci sono molte foto degli anni Trenta che ritraggono questo pittoresco villaggio su una spiaggia di sabbia presso le rovine della città romana. Fu cancellato in febbraio in un attacco così improvviso e così feroce che gli storici, sia israeliani che palestinesi, usano il termine “misterioso” per indicarne la scomparsa. Oggi una nuova città ebrea, Or Akiva, occupa ogni metro quadrato di questo villaggio distrutto. Alcune case erano ancora in piedi negli anni Settanta, ma furono demolite in tutta fretta quando un’equipe di ricercatori palestinesi cercò di documentare la loro presenza nell’ambito di un più esteso tentativo di ricostruzione del patrimonio palestinese in questa parte del paese.
• Esistono vaghe informazioni anche per il vicino villaggio di KHIRBAT AL-BURJ. Era più piccolo degli altri due e se ne possono ancora intravedere i resti quando si viaggia nella zona a est del vecchio insediamento ebraico di Binyamina L’edificio principale era una taverna degli ottomani, un caravanserraglio, l’unico ad essere ancora in piedi. Chiamato “Burj” -la targa indica che una volta questo era un castello storico-, non c’è menzione del villaggio. Oggi è un noto centro israeliano per mostre, fiere e feste familiari.
• A febbraio le truppe ebraiche arrivarono anche al villaggio di DALIYAT AL-RAWHA, sulla pianura sovrastante la vallata Milq, che collega la costa con Marj Ibn Amir nella Palestina nord-orientale. In arabo, il nome indica “vigneto profumato”, testimonianza degli aromi e delle belle vedute che ancora si godono in questa parte del paese. L’iniziativa dell’attacco venne da Yossef Weitz, che voleva impiegare la nuova fase delle operazioni per liberarsi del villaggio. Aveva puntato gli occhi su quella terra ricca, con abbondanza di fonti d’acqua naturale che alimentavano i fertili campi e vigneti.

“Dobbiamo provare a noi stessi che siamo in grado di prendere l’iniziativa. Dovete far esplodere venti case e uccidere il maggior numero di abitanti possibile” _Yigal Allon, comandante delle Palmach nel Nord del Paese_

Pulizia etnica: Espulsione forzata volta a omogenizzare una popolazione etnicamente mista in una particolare regione o territorio. Scopo dell’espulsione è causare l’allontanamento del maggior numero possibile di residenti, con tutti i mezzi a disposizione, inclusi quelli non violenti.
_Dizionario Hutchinson_

TUTTO E’ TRATTO DA “LA PULIZIA ETNICA DELLA PALESTINA”, Ilan Pappe, Fazi Editore 2008
QUESTA SERIE PROSEGUIRA’, PURTROPPO PER MOLTO TEMPO, PERCHE’ IL MATERIALE DA PUBBLICARE ABBONDA!

PALESTINA: Storia di una pulizia etnica (2). I primi villaggi e quartieri urbani

23 ottobre 2010 7 commenti

Pulizia etnica: Espulsione forzata volta a omogenizzare una popolazione etnicamente mista in una particolare regione o territorio. Scopo dell’espulsione è causare l’allontanamento del maggior numero possibile di residenti, con tutti i mezzi a disposizione, inclusi quelli non violenti.
_Dizionario Hutchinson_

KHISAS era un piccolo villaggio abitato da alcune centinaia di musulmani e da cento cristiani, che convivevano pacificamente in una posizione topografica unica nella parte settentrionale della pianura di Hula, su un terrazzamento naturale ampio circa cento metri. Questa terrazza si era formata nel corso di migliaia di anni a causa del ritiro graduale del lago Hula. I viaggiatori stranieri sceglievano questo villaggio per la bellezza naturale della sua posizione sulle rive del lago e nelle vicinanze del fiume Hasbani. Il 18 dicembre 1947 i soldati ebrei attaccarono il villaggio e nel pieno della notte cominciarono a far saltare in aria delle abitazioni a caso, mentre gli inquilini dormivano. Nell’attacco furono uccise 15 persone tra le quali 5 bambini. L’incidente scosse il corrispondente del New York Times che seguiva da vicino lo sviluppo degli avvenimenti. Andò a chiedere spiegazioni all’Haganà, che all’inizio negò l’operazione. Ma quando il reporter insistette con le domande, alla fine dovette ammetterla. Ben Gurion rilasciò pubbliche scuse in modo teatrale, affermando che l’azione non era stata autorizzata, ma alcuni mesi dopo, in aprile, la incluse in una lista di operazioni riuscite. [New York Times, 20 dicembre 1947 _ Ben Gurion all’esecutivo sionista, 6 aprile 1948]

Membri dell’Haganà “scortano” la popolazione palestinese, fuori dalla città

La nuova politica prendeva di mira anche gli spazi urbani della Palestina, e HAIFA fu scelta come primo obiettivo. E’ interessante che questa città venga individuata dagli storici israeliani tradizionali e dallo storico revisionista Benny Morris come un esempio di genuina buona volontà sionista verso la popolazione locale. Alla fine del 1947 la realtà era già molto diversa. A partire dalla mattina successiva all’adozione della Risoluzione di spartizione, i 75.000 palestinesi della città furono sottoposti a una campagna di terrore istigata congiuntamente dall’Irgun e dall’Haganà. Arrivati soltanto da pochi decenni, i coloni ebrei avevano costruito le loro case più in alto sulla montagna. Quindi abitavano sopra i quartieri arabi e da lì potevano con facilità bombardarli e fare i cecchini. Avevano cominciato a farlo di frequente fin dai primi di dicembre. Usavano anche altri sistemi di intimidazione: i soldati ebrei rotolavano barili pieni di esplosivo ed enormi palle d’acciaio giù nelle aree residenziali arabe e versavano lungo le strade olio misto a carburante, al quale poi davano fuoco. Appena i palestinesi, presi dal panico, correvano fuori di casa per cercare di spegnere qui fiumi di fuoco, venivano colpiti dal fuoco delle mitragliatrici. Nelle aree dove le due comunità intrattenevano ancora delle relazioni, l’Haganà portava a riparare le automobili nei garage palestinesi, le riempivano di esplosivi e detonatori, e così seminavano caos e morte.
Dietro questo genere di assalto c’era un’unità speciale dell’Haganà composta di mistarvim – letteralmente in ebraico ‘diventare arabo’ -, cioè di quegli ebrei che si travestivano da palestinesi. La mente direttiva di queste operazioni era un certo Dani Agmon, che comandava le unità Hashahar. Sul suo sito internet lo storico ufficiale delle Palmach ammise: “I palestinesi di Haifa subirono l’assedio e l’intimidazione da diecembre in avanti”. M il peggio doveva ancora venire. […]

BALAD AL-SHAYKH: luogo di sepoltura dello shaykh Izz al-Din al-Qassam, uno dei leader più venerati e carismatici degli anni trenta, ucciso dagli inglesi nel 1935. La sua tomba è uno dei pochi resti di quel villaggio a circa 10km ad est di Haifa, che esiste ancora oggi.
A un comandante locale, Haim Avinoam, venne ordinato di “circondare il villaggio, uccidere il maggior numero possibile di uomini e danneggiare le proprietà, ma di astenersi dal colpire donne e bambini”. L’attacco ebbe luogo il 31 dicembre e durò tre ore. Si concluse con la morte di oltre 60 palestinesi, non tutti erano uomini. Ma notate bene che in questo caso si faceva ancora distinzione tra uomini e donne: nell’incontro successivo la Consulta decise che per le operazioni future questa distinzione era una complicazione inutile.
Nel momento in cui veniva attaccato Balad al-Shaykh, le unità dell’Haganà di HAIFA testarono il campo con un’azione molto più drastica: entrarono in un quartiere arabo della città, WADI RUSHMIYYA, espulsero gli abitanti e fecero saltare in aria le case. Si può considerare questo come l’inizio ufficiale delle operazioni di pulizia etnica nelle città palestinesi.

“NON BASTA! Non è giunta l’ora di liberarcene? Perché continuare a tenere tra noi quelle spine nel fianco se costituiscono una minaccia?”
_Yossef Weitz, allora capo del Dipartimento per gli insediamenti del Fondo Nazionale Ebraico, come riporta Ben Gurion nel suo diario,
il 31 dicembre 1947_

[“Il trasferimento non serve solo a ridurre la popolazione araba, ma anche a un ulteriore scopo che non è affatto meno importante, e cioè sgomberare la terra che attualmente viene coltivata dagli arabi e liberarla per gli insediamenti ebraici. L’unica soluzione è quella di trasferire gli arabi da qui ai paesi limitrofi. Non deve essere risparmiato un solo villaggio o una sola tribù”. Questo è sempre Yossef Weitz,pochi anni prima nel 1940. ]

OGNI ATTACCO DOVRA’ TERMINARE CON L’OCCUPAZIONE, LA DISTRUZIONE E L’ESPULSIONE
_Ben Gurion, citato da Danin, testimonianza per Bar-Zohar, pag.680_

TUTTO E’ TRATTO DA “LA PULIZIA ETNICA DELLA PALESTINA”, Ilan Pappe, Fazi Editore 2008

QUESTA SERIE PROSEGUIRA’, PURTROPPO PER MOLTO TEMPO, PERCHE’ IL MATERIALE DA PUBBLICARE ABBONDA!

PALESTINA: storia di una pulizia etnica (1). Un po’ di citazioni, per iniziare a capire

12 ottobre 2010 8 commenti

“Il nostro pensiero è che la colonizzazione della Palestina debba avvenire in due direzioni: l’insediamento ebraico di Eretz Israel e la ricollocazione degli arabi di Eretz Israel in aree oltre confine. Il trasferimento di così tanti arabi può all’inizio sembrare economicamente inaccettabile, ma ciò non di meno è pratico. Insediare un villaggio palestinese su un’altra terra, non richiede troppo denaro.” _Leo Motzkin (pensatore liberale del movimento sionista) 1917_

“Uccidere la dirigenza politica palestinese.
Uccidere gli istigatori palestinesi e i loro finanziatori.
Uccidere i palestinesi che agivano contro gli ebrei.
Uccidere gli ufficiali e i funzionari palestinesi [ del sistema mandatario ]
Danneggiare i trasporti palestinesi.
Danneggiare le fonti di sussistenza palestinesi: pozzi d’acqua, mulini, etc
Attaccare i villaggi palestinesi vicini che avrebbero potuto partecipare ad attacchi futuri.
Attaccare i club, i caffè, i ritrovi palestinesi etc.”
_Piano C “Gimel” 1947_

“Possiamo far morire di fame gli arabi di Haifa e Giaffa se vogliamo farlo” _Ben Gurion, carteggio con Sharrett, dicembre 1947_

“C’è il 40% di non ebrei nell’area assegnata allo Stato ebraico. Questa composizione non è una base solida per uno Stato ebraico. E dobbiamo affrontare questa nuova realtà con rigore e chiarezza. Tale equilibrio demografico mette in questione la nostra capacità di mantenere la sovranità ebraica… Soltanto uno Stato con almeno l’80% di ebrei è uno Stato stabile e sostenibile”  _Ben Gurion, 3 dicembre 1947

“Si possono effettuare queste operazioni nella maniera seguente: distruggere i villaggi (dandogli fuoco, facendoli saltare in aria e minandone le macerie) e specialmente quei centri popolati difficili da controllare con continuità; oppure attraverso operazioni di rastrellamento e controllo, con le seguenti linee guida: circondare i villaggi e fare retate all’interno. In caso di resistenza si devono eliminare le forze armate e la popolazione deve essere espulsa fuori dai confini dello Stato” _Piano D “Dalet”, 10 marzo 1948_

TUTTE LE CITAZIONI SONO TRATTE DA “La pulizia etnica della Palestina” Ilan Pappe. Fazi Editore 2008

CONTINUA: 12

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