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Da Minneapolis a San Ferdinando: Stato e padroni

3 giugno 2020 Lascia un commento

La scorsa notte il canto “no justice, no peace, no racist police” ha fatto il suo ingresso anche nella Grande Mela, con decine di migliaia di persone ad invadere anche quelle di strade.
L’urlo strozzato di George Floyd si riversa per le strade di tutto il territorio statunitense, con la sua giusta violenza
La rete è invasa di foto di scontri, di foto e video di espropri, devastazione e saccheggio. La rete è invasa di slogan di solidarietà e indignazione, la rete è invasa di persone che si sentono parte della rivolta scoppiata a Minneapolis e poi dilagata in tutti gli Stati Uniti in poche ore.

Il volto di Soumalia Sako

La rete è invasa di tanti di voi, cittadini generosamente indignati che proteggono la vita di un uomo, ammazzatao senza alcun motivo, se non dalla violenza di uno Stato che sempre, in ogni sua azione, deve dimostrare la superiorità su corpo/terra/vita altrui, soprattutto se bianco, se diverso, se non white american.

Non vi ho visto però a San Calogero, eppure non è così lontano, sta nella piana di Gioia Tauro.
Non vi ho visto riversarvi nelle vostre città, ma nemmeno inondare i social, per urlare la rabbia davanti ad un assassinio avvenuto proprio qui vicino, tra i braccianti che permettono alle nostre tavole di riempirsi dei colori e dei sapori delle stagioni.


Non vi ho visti quando il corpo a terra era quello di Soumalia Sako, di 29 anni, uomo dalle braccia forti ma soprattutto dallo sguardo di chi non si tira indietro quando c’è da difendere gli sfruttati, quando c’è da organizzarli e tutelarli da un padrone che li considera nient’altro che roba, come la terra su cui si accampano in baraccopoli che diventano città di lamiere (quella di San Ferdinando conta 3000 abitanti), a fianco dei campi.
Baraccopoli dove si muore, spesso solo per scaldarsi, o a volte colpiti da una fucilata, come su per Soumalia. Non vi ho visto in piazza quando Soumalia ha perso la vita, ammazzato da un colpo di fucile tra i molti sparati quella notte: eppure lui aveva scelto di restare proprio per quelle centinaia di persone, sfruttate come i servi della gleba, sotto il sole cocente d’Europa.
Non poteva non combattere Soumalia,
gli veniva naturale, combattere per una vita dignitosa, combattere per un lavoro dignitoso, combattere in un mondo costruito per bianchi.

Non un passo indietro davanti al razzismo
non un passo indietro davanti allo sfruttamento,
non un passo indietro davanti a chi ci uccide: Stato e Padroni.

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