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Diario haitiano (3) : si approda a Cap Haitien!

15 dicembre 2010 Lascia un commento

Da tre giorni piove su Haiti. Piove sulla capitale Port-au-Prince e sulle altre città del paese. Minacciose nuvole nere scendono dalle montagne che sovrastano Cap Haitien, la città sull’oceano Atlantico che fu capitale durante la colonizzazione francese, dove a metà novembre sono cominciati gli scontri con i caschi blu accusati di aver diffuso il colera nel paese.
La pioggia a dicembre non è la norma ad Haiti. Alcune voci dicono che il presidente Preval avrebbe usato il voodoo per far arrivare il brutto tempo e diminuire così la rabbia degli haitiani che manifestavano per i risultati elettorali. Voci… Télédjol, per usare il termine creolo. Intanto, nonostante le piogge, un milione e mezzo di persone continua a vivere sotto le tende nella capitale affetta dal terremoto dello scorso 12 gennaio e non si arresta l’epidemia di colera.

Per descrivere la situazione politica, il principale quotidiano di Haiti, ‘Le Nouvelliste’, ha usato una parola in italiano, “Imbroglio”. ‘Alimba’ in creolo. Dei 18 candidati alle elezioni presidenziali, nessuno ha accettato di partecipare alla commissione che si dovrebbe occupare di ricontare i voti, contestandone l’efficacia. La costituzionalista Mirlande Manigat, arrivata in testa con il 30% delle preferenze, ha denunciato la poca chiarezza dei tempi e della procedura e si è perciò chiamata fuori. Il cantante Michel Martelly, escluso dal ballottaggio per 6000 voti a favore del candidato del potere Jude Celestin e divenuto l’immagine del cambiamento per il suo essere del tutto estraneo al mondo politico, ha definito il riconteggio una “trappola”. Lo stesso Celestin ha contestato i risultati provvisori annunciati lo scorso 7 dicembre e ha dichiarato di aver vinto al primo turno con una percentuale del 52% dei voti. Tutti gli altri candidati chiedono l’annullamento totale delle elezioni, affermando che tanto le presidenziali quanto le legislative sono state caratterizzate da brogli e perciò sarebbe tutto da rifare. E mentre domani scade il termine per presentare le contestazioni alla Commissione elettorale provvisoria, Martelly ha proposto per la data prevista del ballottaggio, il 16 gennaio, di effettuare un secondo turno aperto a tutti e 18 i candidati.

Imbroglio, impasse, alimba… Non è facile descrivere una situazione in continua evoluzione, in cui sono molti gli attori in campo. Gli haitiani, per molti dei quali Martelly è già il presidente, nonostante l’inesperienza politica e una dubbia reputazione. Alcune voci parlano di un suo possibile coinvolgimento nei traffici di droga con gli Stati Uniti, altri lo accusano di aver appoggiato esplicitamente il regime dei militari negli anni Ottanta, altri ancora di aver fatto pubbliche dichiarazioni a favore dell’ex dittatore Duvalier. Ma per molti haitiani, soprattutto tra i più emarginati, tutto ciò ha poca importanza. “Lui è ricco – dice Duval, che va a vendere braccialetti e collanine ai turisti che scendono dalle navi da crociera a Labadee, una spiaggia vicino Cap Haitien – È uno che dice le cose come stanno: con lui la nostra vita cambierà. È il nostro presidente”. Non c’è un’alternativa: alla domanda cosa succederà se non venisse eletto, la risposta è sempre la stessa: “Martelly è il presidente, lui non ci abbandonerà”. È già una realtà, nella testa di molti haitiani, anche di chi non l’ha votato. E il modo in cui ha gestito la crisi post-elettorale lo ha senza dubbio rafforzato ulteriormente. Usando sapientemente la piazza nel momento dell’annuncio dei risultati elettorali e chiamando i suoi sostenitori alla responsabilità quando proseguire nello scontro avrebbe significato far precipitare il paese nel disastro.

(Photo by Spencer Platt/Getty Images)

Ma in queste elezioni presidenziali non ci sono soltanto gli haitiani. A influenzare il dibattito politico, e senza alcun dubbio anche una sua soluzione, ci sono le Nazioni Unite presenti con 9000 caschi blu e 4000 poliziotti di diverse nazionalità attraverso la Minustah, la missione di stabilizzazione. “Molti qui ad Haiti, la chiamano missione di destabilizzazione – dice un giornalista haitiano, che chiede di restare anonimo – perché non è ben chiaro cosa stiano facendo, cosa siano venuti a fare: nella risoluzione dell’Onu ci sono scritte tante belle cose, ma in realtà non fanno nulla. Possono ben essere paragonate a truppe d’occupazione, con la differenza che un esercito che occupa un altro paese lo fa con uno scopo: qui non c’è, o almeno non a prima vista”. Le Nazioni Unite, il cui mandato della Minustah scade a febbraio – quando dovrebbe entrare in carica il nuovo presidente – sono l’organizzazione che di più ha insistito per evidenziare la regolarità del voto di novembre. “Se a febbraio, dopo sette anni di presenza, l’Onu se ne va da Haiti – prosegue il nostro interlocutore – e la situazione è peggiore di quando è arrivata, sarebbe un gran bel problema, il fallimento più totale”. Accanto all’Onu, l’altro attore fondamentale in questo confuso scenario politico sono gli Stati Uniti d’America, che da un secolo si intromettono nella politica estera di questo piccolo paese, ma che in questo caso temono la crisi haitiana a causa della vicinanza: “Se ad Haiti dovesse mai scoppiare una guerra civile, dove scapperebbero tutti? In Florida, ovviamente. E l’attuale amministrazione Usa non si può permettere una simile emergenza, con la crisi economica in corso e i problemi in Arizona e in Texas con i migranti: un afflusso improvviso e massiccio di immigrati sarebbe devastante per l’immagine di Obama in questo momento”.
E inoltre c’è la questione della ricostruzione post-terremoto. La comunità internazionale ha stanziato ben 11 miliardi di dollari, che saranno gestiti attraverso la Commissione ad interim per la ricostruzione di Haiti (Cirh), un’organizzazione piuttosto ambigua per la sua composizione. Metà di coloro che vi partecipano sono rappresentanti dello Stato haitiano (dalla maggior parte degli abitanti di Haiti accusati, come gran parte della classe politica nazionale, di pensare soltanto ad arricchirsi), mentre l’altra metà è composta da esponenti della comunità internazionale, paesi ‘amici’ e istituzioni finanziarie internazionali. Alla testa di questa chimera, l’ex presidente Usa Bill Clinton e il primo ministro di Haiti Jean-Max Bellerive. Nei sette mesi dalla sua istituzione, la Cirh ha svolto finora tre riunioni; mentre su due miliardi arrivati finora soltanto 400 milioni di dollari sono stati utilizzati effettivamente per la ricostruzione, il resto è stato usato per gli stipendi, le spese di rappresentanza e simili. Come per esempio il contratto da cinque milioni di dollari al mese per curare l’immagine della Cirh assegnato a una società dell’Arkansas considerata vicina all’ex presidente Clinton.
Accanto al fallimento dello Stato, ad Haiti si sta così realizzando anche il fallimento della comunità internazionale. Al posto dello Stato si sono sostituite le organizzazioni non governative internazionali, che spesso però hanno aiutato a rendere la popolazione haitiana ancora più dipendente dall’estero di quanto non fosse già. E ricostruire la fiducia in se stessi, nelle proprie forze e nella capacità di sapersi organizzare diventa ogni giorno più difficile. Ma ciò nonostante, e nonostante la corruzione e gli attacchi che ha subito negli ultimi decenni (o forse proprio a causa di tutto questo) un movimento popolare, formato soprattutto da contadini, operai e attivisti per i diritti umani sta vivendo una fase di ricomposizione. E soprattutto questo è l’obiettivo della Piattaforma per il sostegno di uno sviluppo alternativo (Papda), una coalizione che riunisce organizzazioni sociali e cooperative di piccoli contadini per cercare di ricostruire la rete di economia solidaria che esisteva nelle zone rurali. Decine di esperimenti in tutto il paese, che cercheremo di raccontare per mostrare come costruire un paese nuovo a partire dalla creatività e dall’ingegno del suo popolo.

DA HAITI
MICHELE VOLLARO

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