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Gli “aspri castighi” sulla pelle degli ergastolani di Santo Stefano

3 agosto 2013 1 commento

“Qui si vive a discrezione de’ venti e del mare, divisi dall’universo, e soffrendo tutti i dolori che l’universo racchiude.

Le pagine che Luigi Settembrini ha scritto durante la sua detenzione nell’ergastolo di Santo Stefano sono di carne viva, le sue parole descrivono nel dettaglio tutto quel che i suoi occhi vedono e vorrebbero scordare, i giorni che si accavallano tra le urla delle sevizie praticamente quotidiane,

Il carcere di Santo Stefano, prima della costruzione del cordolo in cemento al terzo piano

Il carcere di Santo Stefano, prima della costruzione del cordolo in cemento al terzo piano

i ferri trascinati a forza, la tortura come pane quotidiano oltre a quelle fave da cucinare in cella, ognuno accanto al suo posto, creando così un’aria totalmente irrespirabile. Tanti piccoli dettagli ci dona, capaci di ricostruire la quotidianeità di decenni di storia di quel carcere che son diventati secoli.
Secoli di prigionia politica, che da subito quel carcere si modella su quel tipo di detenzione, oltre che su chi è condannato ai ferri o alla pena dell’ergastolo per reati comuni.

Vi lascio ancora un po’ di righe di Settembrini ( in QUESTA PAGINA invece tutta la descrizione del suo arrivo) , che condannato a morte si vide commutare la pena in ergastolo e fu spedito su quello scoglio che come pochi sa descriverci, e che qui ci scrive la punizione corporale imposta a chiunque fosse colto “nei più lievi falli ed i più gravi”.

Sembra un’isola grandissima Ventotene quando in fondo compare lo scoglio di Santo Stefano

“Per impedire questi orrori non basta il senno e la vigilanza de’ comandanti, non le battiture, il puntale, le traverse, le manette che sono gli aspri castighi che si dànno ogni giorno a chi commette i più lievi falli ed i più gravi. Il colpevole è disteso bocconi sopra uno scanno in mezzo al cortile, e da due agozzini con due grosse funi impiastrate di catrame ed immollate nell’acqua, è battuto fieramente su le natiche, e su i fianchi ancora e sui femori.
Il comandante prescrive il numero dei colpi, ed è presente col medico e col prete: i soldati stanno su la loggia con l’arme al braccio: i condannati debbono riguardare: il battuto urlando chiama la Vergine ed i Santi che poc’anzi bestemmiava: alcuno soffre muto, e levatosi dallo scanno con orgogliosa impudenza si scuote i calzoni e le battiture. Dopo le battiture è incatenato ad un piede, e messo al puntale, cioè l’altro capo della catena, è fisso ad un grosso anello di ferro che sorge dal pavimento d’una segreta, o è fisso ad un cancello d’una finestra: e così sta assai giorni e mesi. Talvolta gli si mettono ancora le traverse, che sono due semicerchi di ferro messi ai piedi e fermati da un grossissimo perno che pesa su i talloni e rende difficile e doloroso stendere un passo. Questi castighi sono continui, le battiture quasi ogni giorno: alcuni in varie volte ne hanno ricevuto oltre due mila, e ne muoiono consunti da tisi, ma non domati.
Dopo l’omicidio s’incomincia il processo… “

_____ LUIGI SETTEMBRINI: L’ergastolo di Santo Stefano_____

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