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Paralleli Isis-Br sulla stampa italiana: un commento di Barbara Balzerani


Senza aggiungere parola alcuna, perche’ sarebbe inutile e ridondante, vi lascio con un testo di Barbara Balzerani.
Un commento a uno dei tanti articoli di merda usciti dopo gli attentati del 13 novembre a Parigi

[QUI un commento di Enrico Porsia, ex militante Br della colonna genovese]

In questi ultimi giorni, dopo gli attentati di Parigi, abbiamo dovuto misurare il livello raggiunto dai media, dai commentatori, dai politici, nella gara di mistificazione dello stato di salute delle “relazioni internazionali”. Naturalmente i nostri illustri maître à penser non si sono lasciati scappare l’occasione per sbandierare il parallelo tra l’Isis e le Brigate Rosse, con relativo pannicello caldo dei rimedi democratici già sperimentati negli anni ’70. Tra i tanti spicca un articolo comparso su Il Secolo XIX a firma Marco Peschiera. Qui si passa di livello e l’attenzione si accentra sul fenotipo del terrorista: dal brigatista Dura ad Abaaoud, il terrore fa rima con kalashnikov, recita il titolo dell’articolo.11146616_863831070373438_5944984602612390121_n
Ho dovuto aspettare prima di poterlo commentare per non farmi travolgere dalla furia e dalla tentazione di difendere la memoria di Roberto, perché Marco Peschiera non è all’altezza di un nemico e perché Roberto non ha bisogno di essere difeso. La miseria che ha guidato tanta penna è difficilmente raggiungibile, dalla sottolineatura lombrosiana della somiglianza fisica, gli occhi, la barbetta, il sorriso, dei due psicopatici serial killer, fino a informarci di altre strabilianti similitudini: stessa età e stessa ora in cui sono stati ammazzati. Il giornalista ci dice che Riccardo Dura è stato un bambino abbandonato dal padre, cresciuto da una madre con cui aveva un rapporto difficile. Un disadattato cresciuto in una periferia di emarginati. Fino ad incontrare le Brigate Rosse. E’ vero, Roberto non è venuto fuori da una famigliola con la gallina e il mulino bianco, faceva parte di una generazione che ha buttato all’aria convenzioni e istituzioni, come la famiglia, ma ha trovato il modo di ricostruirsene una, facendosi amare dai compagni che l’hanno conosciuto e farsi “adottare” da nonna Caterina, la cui altezza mette ancora più in evidenza l’evidente nanismo del signor Peschiera. E’ vero Roberto non si era adattato, e che difetto sarebbe? Roberto non era un borghese, più o meno piccolo, adattato al sistema più ingiusto nella storia dell’umanità e neanche un emarginato conformato agli ingranaggi dell’esclusione delle nostre periferie. Roberto era un comunista, un rivoluzionario ed era in numerosa compagnia nella sua disaffezione ad adattarsi. Non ancora pago l’articolista ci dice che, nonostante i suoi titoli da killer esperto, non aveva partecipato al sequestro di Aldo Moro perché neanche Mario Moretti, “l’enigmatico capo delle Br ricco di contatti con ambienti massonici e di spionaggio”, si fidava di lui, nonostante l’avesse “usato” anche per i rifornimenti in medio oriente di carichi di armi, soprattutto i famosi Kalashnikov. Armi usate non solo dall’Isis ma soprattutto a via Fani! E qui la professionalità del signor Peschiera raggiunge il culmine, visto che ormai anche i bambini sanno la marca e l’efficienza dei mitra usati quel 16 marzo. Ma non è certo la corrispondenza ai fatti che preoccupa il giornalista. Gli basta il fango per esporre le sue tesi.

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Il cadavere di Riccardo Dura, giustiziato dallo Stato nel sonno.

Siamo alla fine del racconto. Roberto muore ammazzato insieme agli altri compagni “crivellato di colpi in un covo, in mutande e maglietta” con “tre buchi nella testa”. E’ vero Roberto era in mutande e non solo perché stava dormendo ma anche perché i comunisti come lui, per straordinaria simbologia, non hanno tasche, né conti all’estero. Disadatti al grande affare della politica. A Roberto hanno sparato in testa Sono entrati di notte, mentre dormiva e non con l’intenzione di neutralizzarlo. Come è stato per altri e altre. A quei tempi sarebbe stato strano il contrario. E allora perché non si dice invece di straparlare di sistemi democratici per combatterci? Ma è giusto così, perché con gli strumenti della democrazia un pugno di potenti ha saccheggiato, compiuto assassinii e genocidi, affamato e depredato risorse, scatenato guerre, comprato e corrotto…

Di recente sono andata sulla tomba di Roberto, a Staglieno. Ho carezzato la lapide, la foto, la dedica dei suoi compagni, ho risentito per intero lo stesso dolore. Se ne faccia una ragione signor Peschiera. Per tanti non adatti Roberto è stato un fratello, un compagno fidato, amato, rispettato, mai dimenticato. Si auguri di meritare la stessa fortuna.

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  1. 25 novembre 2015 alle 11:00

    Uno come “peschiera”, di Barbara non avrebbe meritato neanche la risposta

  2. LornzoGabutti
    25 novembre 2015 alle 15:21

    I principali argomenti effettivi di questo scritto delirante sembrano essere (a) che Dura aveva degli ideali per i quali lottava; e (b) che era amato dai suoi compagni di lotta: due caratteristiche, queste, che, ben lungi dal distinguerlo, certamente lo accomunano ai terroristi islamici… Quanto al commento di “carlocurtical”, vorre dire che siamo noi ce “di Barbara non avremmo meritato neanche la risposta”: e invece ancora ci tocca sentir rivendicare una storia che, per chi l’ha vissuta (e inflitta al Paese), dovrebbe essere solo motivo di vergogna.

  3. davide steccanella
    25 novembre 2015 alle 18:05

    Mi scusi signor LornzoGabu ma 1) è stato il sig. Peschiera e non la sig.ra Balzerani ha costruire su un giornale un improbabile accostamento, 2) è sacrosanto diritto di chi è stato amico e compagno di Riccardo Dura esercitare il proprio diritto di replica a siffatto improbabile accostamento fatto da chi invece Riccardo Dura non lo ha mai incontrato, 3) l’avere 40 anni fa militato, come migliaia di altre persone peraltro e in una epoca storica ben precisa del nostro paese e del resto del mondo, nella guerriglia armata non toglie il diritto di parola a chi per tale militanza ha interamente scontato la pena. Se Lei ritiene che siccome le Brigate Rosse sono state una “vergogna” questo legittimi chiunque a sparare pubblicamente le più gigantesche cazzate (mi perdoni il francesismo) su chiunque e addirittura che a questo non si possa neppure replicare, è Lei a non meritare non solo risposta, ma neppure, col senno di poi…lettura.

  4. Aldebaran
    25 novembre 2015 alle 22:23

    Nemmeno Guido Rossa era venuto fuori da una famigliola del mulino bianco, era comunista e, a suo modo, rivoluzionario.

  5. Pierpaolo
    25 novembre 2015 alle 22:28

    uhm … sorvolando su tutto il pippone della compagna di merende una analagia fra isis e br c’è, a volerla vedere, e sopratutto riconoscere: l’uso dei bambini soldato.

    l’unico che lo ha fatto è stato curcio, nel suo libro ‘la mappa perduta’, a proposito di ‘orecchino’, coinvolto con prospero gallinari nel tentativo di farlo evadere dall’asinara.

    per il resto … silenzio totale …

  6. Gian Mario Bitti
    26 novembre 2015 alle 10:15

    Sig. Aldebaran: Guido Rossa non era un comunista né un rivoluzionario. Era una lurida spia, e ogni tanto, purtroppo non troppo spesso, alle spie capita di dover saldare il conto per le proprie malefatte. Ha distrutto la vita di operai, suoi pari, colpevoli solo di aver diffuso in fabbrica volantini di una organizzazione rivoluzionaria. Si è fatto vigliaccamente complice della politica di delazione generalizzata contro la sinistra di classe promossa da Berlinguer e Pecchioli, partita dal consegnare a Cossiga (come ministro dell’interno) le liste di tutti i militanti del PCI che non rinnovavano la tessera, additati come potenziali “terroristi”, alla diffusione di moduli prestampati per la delazione nelle fabbriche, passando per l’istituzione delle carceri speciali e per il largo uso della tortura e dell’omicidio politico, alla maniera dei sionisti. Prima di aprire bocca e scrivere castronerie bisogna pensare.

  7. Pierpaolo
    26 novembre 2015 alle 13:29

  8. 26 novembre 2015 alle 13:52

    A prescindere da ogni giudizio di merito sull’opportunità della strategia della lotta armata nell’Italia anni ’70, senza entrare nel merito e sfornare un altro giudizio sul personaggio in questione, mi permetto di pensare che, sconfitte militarmente le BR, e allontanato il pericolo che nelle masse proletarie potessero crearsi sacche di resistenza sufficientemente forti e organizzate disposte a qualunque livello di scontro, oggi la vita del proletariato italiano si è fatta più difficile. Le tutele del lavoro sono ridotte al lumicino, i giovani proletari che non dispongano delle opportune conoscenze sono parcheggiati nelle periferie elemosinando lavori da schiavitù al nero, senza alcuna tutela ne possibilità di emergere dalla loro condizione, i lavoratori vengono precarizzati, cassintegrati, licenziati (anche senza giusta causa, le opportunità di studio a liveli dottorali con efficace ricaduta in termini di benessere e di crescita economico sociale sono esclusive degli appartenenti alle classi medio-alte, le tutele verso i lavoratori anziani per godere di una pensione senza per forza essere decrepiti sono scomparse. Permangono invece e si rafforzano le aree di influenza delle mafie e del malaffare saldamente colluso con un mondo politico ebbro di privilegi di casta vergognosi, che fa della difesa della democrazia contro i pericoli del terrorismo l’alibi per continuare a pretendere di stare in sella a praticare i suoi loschi traffici. Sarà solo un caso ?

  9. 26 novembre 2015 alle 19:07

    Se qualcuno avesse seguito un pò i vari cinegiornali di regime di questi giorni, avrebbe visto che è stato un fiorire di analisi fatte dai soliti individui stipendiati come propagandisti in veste di “giornalisti” o esperti a vario titolo, dalla cultura mediocre, l’eloquio dozzinale , e l’incapacità di elaborazione di concetti appena sopra la chiacchiera da rotocalco. Fra tutti spicca in televisione l’inneffabile Mughini, che con orbite roteanti, ossute mani inanellate e chioma da intellettuale alternativo, ha tracciato un parallelo sorprendentemente simile in modi, tempi e conclusioni a quello prodotto dal Peschiera.
    Delle due l’una: o si leggono nel pensiero o è arrivata una comune velina a entrambe.
    Ma la domanda che dovrebbe incuriosire ognuno di noi è un’altra: per quale motivo il Sistema ha bisogno di ribadire un improbabile parallelo fra una storia vecchia di quasi quarant’anni fa con il mondo attuale ? Poi, con questo costrutto grossolano, con queste argomentazioni storicamente inconsistenti ? Forse una delle cause può essere trovata nel constatare che il sistema di potere è lo stesso di allora nonostante mezzo secolo di storia. C’è un altro aspetto ancora più interessante, ed è il comportamento del Potere che schiera le sue “corrazzate” per bombardare mediaticamente le teste della massa con questo mantra. Forse in questo c’è la constatazione di una debolezza del sistema che in questi anni è venuta fuori. La consapevolezza che oggi la gente non è più disposta a credere al Potere ai Partiti come allora. Oggi le masse non credono più alle parole d’ordine del PD come allora erano disposti a credere a quelle del PCI e del sindacato. Oggi sono soli. C’è un’altra cosa: oggi le condizioni di sfruttamento nel paese (aumentate per forma ed estensione) possono creare aree di disagio e di conseguente contrasto difficilmente controllabili come avvenne allora.

  10. Riccardo
    27 novembre 2015 alle 18:50

    Non ho capito: Riccardo e Roberto sono la stessa persona?

  11. 27 novembre 2015 alle 18:51

    Certo. Roberto è il suo nome di battaglia

  12. Riccardo
    27 novembre 2015 alle 18:52

    Non lo sapevo. Grazie!

  1. 25 novembre 2015 alle 11:00
  2. 28 novembre 2015 alle 17:47
  3. 3 dicembre 2015 alle 16:24

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