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Paralleli Isis-Br sulla stampa italiana \2 : un commento di Enrico Porsia

26 novembre 2015 3 commenti

Dopo il commento di Barbara Balzerani pubblico con piacere un secondo intervento come risposta al ridicolo articolo uscito sul Secolo XIX, tutto intenzionato a costruire un parallelo tra Isis e Br, con uno specifico riferimento ad un militante ucciso nella lunga notte dell’eccidio di Via Fracchia.
Enrico Porsia, ex militante della colonna genovese delle Brigate Rosse, mi ha inviato queste sue righe a riguardo, che vi giro immediatamente,
senza perdere occasione di salutare Roberto e tutti coloro che sono ancora in grado, con gli occhi vibranti di emozione, di descriverlo e di farlo amare come fosse ancora tra noi.
 [ Per il testo di Barbara Balzerani: QUI ]
« Di recente sono andata sulla tomba di Roberto, a Staglieno.
Ho carezzato la lapide, la foto, la dedica dei suoi compagni,
ho risentito per intero lo stesso dolore.
Se ne faccia una ragione signor Peschiera.
Per tanti non adatti Roberto è stato un fratello,
un compagno fidato, amato, rispettato,
mai dimenticato. Si auguri di meritare la stessa fortuna. »
Barbara Balzerani, in reazione a un articolo comparso su Il Secolo XIX a firma Marco Peschiera :
«  Dal brigatista Dura ad Abaaoud, il terrore fa rima con kalashnikov »

Bellissime e profonde, le ultime frasi del testo, denso, di Barbara.

Guardate pero’ la difficoltà :

Il signor Peschiera, può’ permettersi di sottolineare con impassibile disumanità la… lombrosiana somiglianza fisica, gli occhi, la barbetta, il sorriso …
e questo, senza smettere d’ affermarsi giornalista…che dico, quello é caporedattore ( il capo di Andrea Casazza, l’ autore d’un libro che criminalizzava , già, Roberto).

Mica uno scherzo, redattore capo, quello é pagato per « informare » e verificare le informazioni dei « suoi » giornalisti.

Quello scrive una trentina di righe dettate dall’odio e sono talmente colme di violenza che ci sfregiano il cervello.
Quello pubblica una sua pisciata, con l’ausilio della malafede compila un testo concepito per infangare la memoria di un uomo e attraverso
di lui proseguire a criminalizzare, a negare all’infinito la verità d’una proposta rivoluzionaria collocata dentro lo scontro sociale violento che percorse il Paese.
Marco Peschiera, lo fa in poche righe e per rispondere a queste poche righe, che pero’ si ripetono,
in diverse declinazioni e nel tempo, che bisogna fare ?
Rispiegare tutto ogni volta, sottolineare le falsità palesi che, con gli anni proliferano, in breve,
siamo di fronte ad una situazione asimmetrica.
Quello, quelli, possono ruttare qualunque insulto gli passi per la testa, vomitarlo su un giornale  ed affermarlo come verità e noi,
per smentirli, quanti sforzi dobbiamo compiere?
Come rispondere alla facilità vigliacca d’uno sputo che t’arriva, con aria sadica e compiaciuta, da uno che si sporge
dal piano di sopra ? Al riparo lui e allo scoperto tu.
Su Roberto, a Genova ( ma non solo)c’é poi proprio una fissa.
Vogliono crocifiggerlo nel ruolo del male assoluto.
Il talebano, sanguinario e spietato e psicopatico.
Visibilmente ne hanno bisogno.
Visibilmente la tomba di Roberto mai abbandonata, fiorita e accarezzata costituisce, per loro, un simbolo insopportabile.
Perché?
Il Peschiera era all’epoca un capetto della Fgci in cerca di carriera.
Da buon suddito del potere inizio’ a fare il giornalista proprio quando la stampa era embedded con Dalla Chiesa.
Marco Peschiera e via Fracchia… una vecchia storia !
Peschiera era uno dei giornalisti sul posto.
Uno di quelli che avrebbe dovuto fare il suo lavoro, testimoniare.
Testimone d’un quadruplo assassinio. Uccisi nel sonno. Non lo nega neppure lui, oggi.
Oggi… si permette addirittura di fare una battuta sul fatto che quando Roberto é stato ucciso, non era vestito, ma in mutande.
Peschiera sottolinea, meticolosamente, questo particolare, come lo trovasse divertente, deridere un morto.
Immondo.
Lo stesso Peschiera, all’epoca, diceva, in coro coi caramba, che i nostri compagni avevano reagito, sparato, sganciato bombe a mano e quant’altro.
E’ singolare, sapendo proprio che il Marco Peschiera, che é stato fisicamente testimone , che era li’, sul posto, il 28 marzo 1980, in via Fracchia,
possa ancora oggi non solo proseguire a diffondere menzogne per mezzo stampa, ma anche continuare a gioire, a deliziarsi, della morte dei nostri compagni.
Tanti anni dopo ha ancora bisogno di  continuare a danzare sui cadaveri, d’accanirsi su di loro.
Odio infinito, ma anche forma d’ irrequieta impotenza.
Perché se no insistere talmente, infierire senza sosta, perché farlo se fosse certo, convinto, della sua
inverosimile realtà ?
Resta dunque l’esorcismo. Rito perpetuo e diffuso, a Zena.
In tanti ambienti, forse, in tutti.
Una città fatta d’intrecci, di caste e di rapporti ben perversi,  il PCI, in tutte le sue varianti e la borghesia genovese, uniti dalla stessa ipocrisia, come dalle stesse mangiatoie.
Una città, divenuta un incubo di sottomissione, che ha paura di vivere ancora, con terrore, il ricordo d’una brezza di novità, di ribellione.
Una storia fatta di uomini e donne che vissero e proposero attimi di sincera libertà. Attimi, visibilmente infiniti.
Enrico Porsia, ex militante della colonna genovese delle Brigate Rosse
RiccardoLapide

Foto di Enrico Porsia

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Paralleli Isis-Br sulla stampa italiana: un commento di Barbara Balzerani

25 novembre 2015 15 commenti

Senza aggiungere parola alcuna, perche’ sarebbe inutile e ridondante, vi lascio con un testo di Barbara Balzerani.
Un commento a uno dei tanti articoli di merda usciti dopo gli attentati del 13 novembre a Parigi

[QUI un commento di Enrico Porsia, ex militante Br della colonna genovese]

In questi ultimi giorni, dopo gli attentati di Parigi, abbiamo dovuto misurare il livello raggiunto dai media, dai commentatori, dai politici, nella gara di mistificazione dello stato di salute delle “relazioni internazionali”. Naturalmente i nostri illustri maître à penser non si sono lasciati scappare l’occasione per sbandierare il parallelo tra l’Isis e le Brigate Rosse, con relativo pannicello caldo dei rimedi democratici già sperimentati negli anni ’70. Tra i tanti spicca un articolo comparso su Il Secolo XIX a firma Marco Peschiera. Qui si passa di livello e l’attenzione si accentra sul fenotipo del terrorista: dal brigatista Dura ad Abaaoud, il terrore fa rima con kalashnikov, recita il titolo dell’articolo.11146616_863831070373438_5944984602612390121_n
Ho dovuto aspettare prima di poterlo commentare per non farmi travolgere dalla furia e dalla tentazione di difendere la memoria di Roberto, perché Marco Peschiera non è all’altezza di un nemico e perché Roberto non ha bisogno di essere difeso. La miseria che ha guidato tanta penna è difficilmente raggiungibile, dalla sottolineatura lombrosiana della somiglianza fisica, gli occhi, la barbetta, il sorriso, dei due psicopatici serial killer, fino a informarci di altre strabilianti similitudini: stessa età e stessa ora in cui sono stati ammazzati. Il giornalista ci dice che Riccardo Dura è stato un bambino abbandonato dal padre, cresciuto da una madre con cui aveva un rapporto difficile. Un disadattato cresciuto in una periferia di emarginati. Fino ad incontrare le Brigate Rosse. E’ vero, Roberto non è venuto fuori da una famigliola con la gallina e il mulino bianco, faceva parte di una generazione che ha buttato all’aria convenzioni e istituzioni, come la famiglia, ma ha trovato il modo di ricostruirsene una, facendosi amare dai compagni che l’hanno conosciuto e farsi “adottare” da nonna Caterina, la cui altezza mette ancora più in evidenza l’evidente nanismo del signor Peschiera. E’ vero Roberto non si era adattato, e che difetto sarebbe? Roberto non era un borghese, più o meno piccolo, adattato al sistema più ingiusto nella storia dell’umanità e neanche un emarginato conformato agli ingranaggi dell’esclusione delle nostre periferie. Roberto era un comunista, un rivoluzionario ed era in numerosa compagnia nella sua disaffezione ad adattarsi. Non ancora pago l’articolista ci dice che, nonostante i suoi titoli da killer esperto, non aveva partecipato al sequestro di Aldo Moro perché neanche Mario Moretti, “l’enigmatico capo delle Br ricco di contatti con ambienti massonici e di spionaggio”, si fidava di lui, nonostante l’avesse “usato” anche per i rifornimenti in medio oriente di carichi di armi, soprattutto i famosi Kalashnikov. Armi usate non solo dall’Isis ma soprattutto a via Fani! E qui la professionalità del signor Peschiera raggiunge il culmine, visto che ormai anche i bambini sanno la marca e l’efficienza dei mitra usati quel 16 marzo. Ma non è certo la corrispondenza ai fatti che preoccupa il giornalista. Gli basta il fango per esporre le sue tesi.

28mar3

Il cadavere di Riccardo Dura, giustiziato dallo Stato nel sonno.

Siamo alla fine del racconto. Roberto muore ammazzato insieme agli altri compagni “crivellato di colpi in un covo, in mutande e maglietta” con “tre buchi nella testa”. E’ vero Roberto era in mutande e non solo perché stava dormendo ma anche perché i comunisti come lui, per straordinaria simbologia, non hanno tasche, né conti all’estero. Disadatti al grande affare della politica. A Roberto hanno sparato in testa Sono entrati di notte, mentre dormiva e non con l’intenzione di neutralizzarlo. Come è stato per altri e altre. A quei tempi sarebbe stato strano il contrario. E allora perché non si dice invece di straparlare di sistemi democratici per combatterci? Ma è giusto così, perché con gli strumenti della democrazia un pugno di potenti ha saccheggiato, compiuto assassinii e genocidi, affamato e depredato risorse, scatenato guerre, comprato e corrotto…

Di recente sono andata sulla tomba di Roberto, a Staglieno. Ho carezzato la lapide, la foto, la dedica dei suoi compagni, ho risentito per intero lo stesso dolore. Se ne faccia una ragione signor Peschiera. Per tanti non adatti Roberto è stato un fratello, un compagno fidato, amato, rispettato, mai dimenticato. Si auguri di meritare la stessa fortuna.

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Quando sento parlare di Carlo Alberto Dalla Chiesa…

3 settembre 2012 55 commenti

Quando sento parlare di Carlo Alberto Dalla Chiesa penso ad un corridoio stretto.
Quando sento parlare di Carlo Alberto Dalla Chiesa penso a 4 cadaveri in fila.

Via Fracchia, 28 marzo 1980

Giustiziati.
Ogni volta che sento parlare di Carlo Alberto Dalla Chiesa sento decine di colpi d’arma da fuoco ad interrompere il sonno di 4 persone.
Ogni volta che sento parlare dell’eroe di Stato Carlo Alberto Dalla Chiesa penso a come si dorme profondamente alle 2.42 di notte, anche da clandestini.

E penso ad Annamaria Ludmann, 32 anni , a Lorenzo Betassa, 28 anni, a Piero Panciarelli, 25 anni,  a Riccardo Dura di 30 anni,
il cui sorriso e simpatia sono arrivati ai giorni nostri dai racconti di TUTTI quelli che hanno diviso con lui anche solo un caffè…

Quando penso a Carlo Alberto Dalla Chiesa sento un brivido lungo come quel corridoio e il silenzio piombato su una strage palese.
Quando sento parlare di Carlo Alberto Dalla Chiesa vorrei tanto, perdio se lo vorrei, sentir parlare dell’eccidio di Via Fracchia, in quella triste notte genovese del 28 marzo 1980.
Quando sento il nome di Dalla Chiesa penso a Giancarlo Del Padrone, morto nel carcere delle Murate, durante la rivolta, da lui sedata.
Quando sento il nome di Dalla Chiesa penso alla rivolta nel carcere di Alessandria del 1974, sedata a colpi di fucile, con 5 morti a terra.

Annamaria, Riccardo, Lorenzo, Piero: A PUGNO CHIUSO

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