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Posts Tagged ‘casa circondariale’

bhè, questo non posso non metterlo… ;-)

28 aprile 2009 Lascia un commento

Roma: quando la “musica solidale” entra anche a Regina Coeli
 di Sandro Podda Liberazione, 27 aprile 2009

“No, lei signorina non può entrare”. Con un accento del sud e un po’ di imbarazzo, la guardia carceraria comunica alla ragazza che è venuta con me per fare le foto che all’ultimo minuto le è stato negato l’accesso. Siamo all’accettazione del carcere di Regina Coeli e da dietro un vetro la guardia carceraria che ci parla è l’unica a darci un po’ retta e qualche risposta dialogante. Il suo non è l’unico accento meridionale. Quasi tutti gli agenti nel gabbiotto si scambiano battute in marcati accenti del sud d’Italia. Alcuni hanno uno sguardo vagamente ostile, diffidente.

Foto di Valentina Perniciaro _cella del San Michele_

Foto di Valentina Perniciaro _cella del San Michele_

  Un po’ come quello dei tanti Padre Pio appesi quasi sopra a due timidi Cristi in croce. Altri, i più anziani, sembrano invece rassegnati alle lungaggini burocratiche e al fatto che dietro a quello che c’è scritto in quelle mille carte spesso non ci sia alcuna ragione di “sicurezza”, ma un accenno neanche tanto velato all’idea di “punizione”. In carcere niente è o deve essere semplice sembrano dire quelle carte. Neanche venire, come abbiamo fatto noi – a questo punto solo io – a vedere uno spettacolo fatto dai detenuti per i detenuti e per i “liberi”, quelli che stanno fuori, a cui magari non è mai capitato di vedere cosa ci sia oltre quelle mura che si trovano un livello più in basso del Lungotevere in uno dei posti più cantati dalla tradizione popolare trasteverina e romana: Regina Coeli.

 

“La signorina ha delle segnalazioni e quindi le è stato revocato il permesso di entrare”. “Segnalazioni? Ma non doveva essere tutto cancellato? Come fa a risultarvi una cosa che non dovrebbe esserci e che tra l’altro risale a dieci anni fa?”. Tant’è che invece risulta, che non è stata cancellata e che non può entrare. Anzi, la macchina fotografica può, perché è stata autorizzata. La fotografa, no.
E neanche il mio registratore portatile che deve restare insieme al cellulare dentro un armadietto. Senza la cortesia di Dino Centonze che fotografa e riprende questi spettacoli da tempo non avremmo avuto immagini. L’agente mi fa entrare e mi scorta lungo un corridoio bianco sul quale si affacciano diversi quadri che raccontano la lunga tradizione delle guardie carcerarie attraverso una storia delle loro divise. Arriviamo ad un cancellone in ferro battuto dipinto di nero dove altri agenti formano un piccolo capannello. Il mio accompagnatore fa un cenno e un’altra guardia che fa scivolare una grossa chiave nella serratura aprendo la sala. Mi vengono incontro Angelo Litti e Antonio Pappadà. Sono i due ragazzi (qualcosa di più anagraficamente, ma non nello spirito) che una ventina di giorni fa sono venuti in redazione a raccontare quello che fanno da qualche anno. Vengono dal Salento, hanno una passione coltivata per la pizzica, il teatro e le tradizioni popolari. Nel 2004 hanno iniziato un’esperienza nella Casa Circondariale di Perugia tramite “Ora

Foto di Valentina Perniciaro _Le sbarre del San Michele_

Foto di Valentina Perniciaro _Le sbarre del San Michele_

d’aria” dell’Arci per “attivare uno scambio alla pari”, come dice Angelo e da allora hanno tenacemente dato seguito a quella idea di mettere in comunicazione l’”esterno” e l’”interno” attraverso la musica e il teatro. “Noi portiamo la nostra musica, loro quello che hanno da mettere a disposizione. Canzoni, scritti, idee. Dopo sei al massimo sette incontri si mette in scena uno spettacolo con dodici-quindici detenuti per gli altri detenuti e qualche persona che riusciamo a fare entrare come pubblico. Tra le difficoltà di chi magari esce, chi invece viene trasferito o chi si vede alla fine rifiutato il permesso di partecipare”. Hanno chiamato questa piccola creatura “Canto Libero, scambio di vite in corso d’opera”. Dopo Perugia sono stati nelle carceri di Orvieto, Bolzano e due volte a Spoleto e infine, mercoledì scorso, a Regina Coeli.
Ciascuna di queste situazioni presenta delle differenze, a seconda del tipo di carcere, e delle analogie. La più profonda di queste è l’effetto immortalato nelle foto di un libro che Angelo e Antonio mi mostrano. L’effetto prima e dopo, si potrebbe chiamare. Le facce lunghe dei primi incontri e la gioia che ogni tanto esplode nei visi durante gli spettacoli o nelle prove. Libera. Dal peso della memoria di trovarsi dentro un carcere. Per un momento, per un paio d’ore, anche se guardati a vista, anche se per la durata di una canzone o poco più da cantare come se si fosse all’aperto, tra amici e affetti. Hanno deciso di chiamare questo spettacolo a Regina Coeli “La carrozza”, per sottolineare la natura itinerante di questo progetto che intendono proseguire. Dopo essermi venuti incontro corrono a prepararsi.
Una responsabile li rimbrotta: “Sbrigatevi che sennò sforiamo”. E ricorda a tutti che, finito lo spettacolo, si torna tutti dentro. E qualcuno fuori, con il sapore che a volte è stato solo il caso o la vita a scegliere diversi destini e che sempre il caso o la vita potrebbero un giorno portare chiunque a vivere la negazione fisica e psicologica della libertà. La prima delle sensazioni con cui impatto è questa. I visi, gli scherzi, le battute, le persone sono le stesse con cui sei cresciuto. Sono te. E sono gli stessi degli agenti che girano intorno alla sala. Nessun segno di vera differenza. Tranne il ruolo da cui è difficilissimo uscire: “la guardia”, “il ladro”, “l’operatore”, “il visitatore”. La sala in cui si svolge tutto è la “Prima Rotonda”, un ampio dodecagono su cui si affacciano i cancelloni neri di quattro bracci e quello del corridoio. Tre piani con buie porte dalle finestre oscurate corrono verso il soffitto a cupola interrotti da altri cancelloni attraverso cui non si può vedere nient’altro che ombre a causa di alcuni fogli di cellophane messi tra le sbarre. Su una di queste piccole porticine si legge “Biblioteca”. Nella Rotonda il clima è sinceramente piacevole e più sereno di quello respirato all’ingresso. Su un piccolo palco gli attori si preparano, ripassano la parte, i tempi. Ad assistere siamo in una cinquantina, tra detenuti e un piccolo gruppetto di “visitatori”, più operatori e operatrici e una decina di guardie. Seduti su sedioline da scuola, sulla mia destra quattro ragazzi si scambiano abbracci e piccoli gesti di confidenza.

Foto di Valentina Perniciaro _Regina Coeli_

Foto di Valentina Perniciaro _Regina Coeli_

Scherzano, ridono, si danno dei buffetti e si raccontano piccoli episodi della vita fuori. Più in là c’è un ragazzo che sembra un po’ più grande per i capelli bianchi che stridono con un volto ancora giovane. Sembra più malinconico. Le guardie e qualcuno affianco lo chiamo “Er poeta”. Non è difficile capire come si sia guadagnato il soprannome. Mentre aspettiamo l’inizio dello spettacolo, chiama l’agente che gli ronza dietro e attacca: “Senti, questa mi è venuta su così, de panza come se dice a Roma: Vedo tutta sta gente che se riunisce/ e un pensiero me sortisce/ Tutto me possono levà/ Tranne che la libertà de pensà”. Qualcuno grida “I cantanti li stamo ad aspettà dall’ottavo”. Penso che sia l’inizio di una serie di lazzi e battute che prenderanno di mira i poveretti che si trovano sul palco. Invece il loro ingresso è salutato con un caldo applauso che scalda tutti. Il palco e il pubblico sono tutt’uno. Anche i più pensierosi si lasciano andare a un gesto di partecipazione che via via si fa più coinvolgente. Alla mia sinistra due ragazzetti nordafricani che erano un po’ meno coinvolti non si trattengono e scattano in piedi quando Omar, un ragazzo brasiliano, e Marco, un ragazzo rumeno, mettono in scena un’ottima capoeira. Canti corali con “Lella” – specialmente nella parte “nun lo dì a nessuno, tiettelo pè te” – interpretata dal gemello mancato di Claudio Amendola, Alberto, sul palco grazie a un miracolo visto che all’inizio aveva un “divieto d’incontro”. Lo djembé suonato da Mohammed ed Abdelleh e le percussioni di Marian rimbombano nella sala e sembrano lacerare le pareti. È un’illusione, alla quale in pochi resistono e un momento in cui anche i più “duri” si lasciano andare al ritmo battendo sulle gambe. Un attore nato, Alessandro, sottolinea alcuni passaggi nascosto dietro le quinte con balletti e movimenti che strappano risate a chi lo vede. Canterà due stornelli della storia dei romani e di Regina Coeli: quello che elargisce la patente di romanità ad una condizione – “A Reggina Coeli ce sta ‘no scalino,chi nun salisce quelo nun è romano, manco ‘n trasteverino” – il celebre “Le mantellate”. Anche la sua è una storia particolare. Poteva essere fuori in permesso, ma ha deciso di restare per partecipare allo spettacolo.

Regina Coeli, nel ventre del mostro

Regina Coeli, nel ventre del mostro

I canti popolari salentini portati da Angelo e Antonio riscuotono successo e una pizzica sorretta dalla sola voce di Angelo (veramente una bellissima voce) diventa spunto per un improvvisato e apprezzato ballo tra Antonio e una ragazza riccia venuta con loro. Nonostante si tratti di un carcere maschile, nessuno fa commenti sull’avvenenza della ragazza omaggiata solo da una standing ovation per il bel momento offerto. Perché sembra di trovarsi ad una festa, se il termine non stridesse così tanto con il luogo. Con la chitarra di Mauro che canta accompagnato da tutti nel coro “Cuccurucucu Paloma”. Con il suo cappello di paglia e l’abbigliamento di chi ha trovato il suo buen retiro in un paese sudamericano. Qualcuno legge i suoi pensieri e tocca le corde di molti quando accenna agli affetti lasciati oltre quelle sbarre. Ad un certo punto parte un base rap e la curiosità si fa stupore. Sul palco c’è uno del Truceklan, Armando, che tutti fuori conoscono con il suo soprannome. I più giovani lo riconoscono, gli altri, in molti, si fermano ad ascoltare quelle liriche cantate con rara determinazione. Ma qual è il brano che riscuote più successo attraversando le generazioni, le nazionalità di provenienza e i gusti personali? Neanche a dirlo, il ponte tra tutti è Robert Nesta Marley, Bob. Quando l’afro-californiano Michael attacca “No woman no cry” tutti si uniscono nel ritornello a dar man forte ad una interpretazione penalizzata all’inizio da un po’ di emozione. Solo “Porta Portese” di Baglioni aveva scaldato così tanto la parte più “romana de Roma”. Ma Bob abbatte anche l’ultima forma di separazione. Lo spettacolo si allarga e si stringe e al di là della sua funzione sociale come si dice in questi casi ha anche un suo deciso valore artistico. Difficile distinguere tra chi sta sul palco e chi siede come “pubblico”. Il risveglio arriva brutale alla fine, quando una guardia carceraria mi dice “Lei è un giornalista no? Venga da parte che li facciamo rientrare”. Mi indicano di stare all’angolo mentre gli altri tornano dentro scambiandosi ancora qualche battuta. Solo allora vedo i lunghi bracci delle sezioni quando i cancelli si aprono per fare rientrare i detenuti. Angelo, Antonio e i loro amici raccolgono le loro cose e si scattano qualche foto. Un agente mi accompagna fuori, mentre una guardia li osserva e commenta: “Sono comunisti o qualcosa di simile. Si divertono così…”.

Suicidi in carcere ed etica della responsabilità

23 aprile 2009 Lascia un commento

La metto così: il carcere è, e in sostanza è sempre stato, una questione totale: cioè, una questione in ogni suo aspetto, un continuum di criticità, che si tengono tutte fra loro. La questione dei suicidi in carcere, a mio avviso, va letta così. Nel contesto del carcere, per dire una cosa ovvia, tutto quello che dovrebbe rilevare sul nostro tema è la sua vivibilità o la sua invivibilità. Il discorso potrebbe allora svilupparsi nella ricostruzione di tutti i fattori e dinamiche di invivibilità, non pochi e non leggeri. Poi, bisognerebbe attuare una strategia dell’attenzione nei confronti di coloro che soffrono in modo speciale la invivibilità.
Ma c’è, indubbiamente, a monte di questi aspetti, un primo punto che non può essere ignorato: ed è quella che potrebbe essere chiamato la «vivibilità dell’arresto», che ha un proprio rilievo, provato dal dato statistico (ricavato dal libro di Baccaro e Morelli: «Il carcere: del suicidio e di altre fughe», letto in bozza) che il 28% dei suicidi in carcere si verificano entro i primi dieci giorni e il 34% entro il primo mese. Sotto questo profilo del «tintinnio delle manette», il carcere fa solo da cornice al precipitare di vicende individuali, rispetto alle quali un sistema di attenzione degli operatori non è facile, specie in presenza di certe strategie processuali. Naturalmente, c’è chi dirà: «Non vorrai mica che il carcere non faccia paura?». 
Ma veniamo ai fattori di invivibilità del carcere, subìti e sofferti da tutti e da alcuni fino a rinunciare alla vita. Il primo è quello legato al sovraffollamento, che ha due aspetti a cominciare dal fatto di vivere a ridosso immediato di altre vite, il levarsi reciprocamente l’aria, il che non è affatto poco (gli esperimenti per le scimmie dicono che diventano nervose: e gli uomini?). Ma poi, in una struttura sovraffollata, inevitabilmente le disfunzioni sono infinite. Si lotta per sopravvivere a livelli minimi. 
Il Comitato per la Prevenzione della Tortura del Consiglio di Europa (Cpt), ha considerato la situazione di sovraffollamento in carcere, come «trattamento inumano e degradante». Tanto maggiore sarà la invivibilità quanto più si accompagnerà alle lunghe permanenze in cella, a fare della cella il luogo di una vita invivibile. E la normalità, in situazioni del genere, è che dalla cella si esce solo per brevi periodi «d’aria», ma non per lavorare o per altre attività né, per molti dei detenuti (stranieri, persone sbandate per le ragioni più varie, etc.), per avere colloqui con i familiari. E’ possibile costruire prospettive di uscita da queste situazioni? Lo impediscono: la povertà delle risorse organizzative del carcere su questo versante, le risposte sempre più difficili e spesso negative della magistratura, lo stesso ridursi delle possibilità o la mancanza di queste per la fascia sempre più numerosa degli stranieri, che attendono solo l’espulsione (nei grandi carceri metropolitani sono ormai ben oltre il 50%, ma anche la media nazionale si avvicina al 40%). C’era una volta un Ordinamento penitenziario che dava delle speranze di permessi di uscita, di misure alternative, ma anche questi spazi si sono sempre più ristretti – per leggi forcaiole e per magistrati condizionati dal clima sociale che le produce – e le speranze si sono trasformate in delusioni. 
D’altronde, il suicidio non è l’unico prodotto della invivibilità delle carceri: lo sono anche i tentati suicidi, come pure, spesso difficili da distinguere dai primi, i gesti autolesionistici. Tutto insieme, si arriva vicini all’inferno. C’è, comunque, una campagna della amministrazione penitenziaria per individuare e agire a sostegno dei soggetti più a rischio. Ma non si può sperare che questo serva quando gli sforzi necessari sono limitati da poche risorse, destinati a durare per poco tempo, come accaduto in passato, affidati ad un sistema di sorveglianza psicologica e psichiatrica mai costruito adeguatamente: il tutto sempre dentro quelle condizioni di invivibilità che si mantengono e si concorre anzi ad aggravare, come dimostra l’accelerazione delle dinamiche di sovraffollamento. Tento una conclusione. Sentire, tutti, la responsabilità di questi morti e del carcere che li produce è una scelta etica desueta.

____Sandro Margara: Il Manifesto del 22 Aprile 2009____

L’ennesimo morto tra le sbarre

17 novembre 2008 1 commento

PER ORA SOLO UN COPIA-INCOLLA DELL’AGENZIA BATTUTA POCO FA.
L’ENNESIMO MORTO IN CARCERE…  

«Ancora un morto nelle carceri del Lazio. Ancora un decesso senza motivi apparenti. user_17_mammagiallapQuella di venerdì scorso all’interno del carcere di Viterbo è la vittima numero 17 nelle carceri della nostra regione dall’inizio dell’anno. Una vera e propria strage che si consuma nel silenzio di quanti, piuttosto, preferiscono puntare l’attenzione su inasprimento delle condizioni di detenzione e certezza della pena». È quanto dichiara, in una nota, il Garante Regionale dei diritti dei Detenuti Angiolo Marroni commentando la notizia della morte, avvenuta venerdì scorso, di un detenuto di 35 anni nel carcere «Mammagialla» di Viterbo. Sulle cause del decesso di Emiliano L., questo il nome del detenuto, la Procura avrebbe aperto un fascicolo contro ignoti. «Secondo l’Ufficio del Garante dei detenuti – si legge ancora nella nota – Emiliano è il diciassettesimo morto accertato (16 detenuti e un agente di polizia penitenziaria) nelle carceri del Lazio dall’inizio del 2008 contro gli 11 del 2007 e i dieci del 2006. Quelli deceduti quest’anno sono tutti uomini: sei sono stati i suicidi (compreso l’agente di polizia penitenziaria), quattro i decessi per malattia, sette quelli da accertare o non accertati. I decessi sono avvenuti a Regina Coeli (cinque), Rebibbia (cinque), Viterbo (quattro), Velletri e Frosinone». «In due mesi, dal 13 settembre ad oggi, abbiamo registrato sei decessi, cinque dei quali per cause da accertare – ha aggiunto il Garante dei detenuti – La drammatica conferma che la sicurezza dei cittadini è solo uno dei lati della medaglia: dall’altra parte ci sono, infatti, le precarie condizioni di vita nelle carceri e il

Foto di Valerio Bispuri

Foto di Valerio Bispuri

sovraffollamento, che impediscono in recupero sociale dei detenuti. Non possiamo più nasconderci: non basta più parlare di nuove strutture o inventare leggi che creano più carcere, come la recente norma che prevede la detenzione per chi abbandona i rifiuti. Serve invece coraggio per immaginare un nuovo sistema che preveda, per i reati meno gravi, il ricorso a pene alternative e forse più dissuasive»

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