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Posts Tagged ‘Il Manifesto’

il 7 aprile, una data tutta da leggere

7 aprile 2013 Lascia un commento

disegno_graffiti_baloonCi son date in cui la memoria si accavalla, con stratificazioni di anni e di capitoli importanti della storia del movimento operaio e rivoluzionario, come della resistenza romana.
Il 7 aprile è una data che dal 1944, con l’eccidio delle donne di Ponte di Ferro,
al 1976  quando l’agente penitenziario Velluto uccise Mario Salvi, compagno del Comitato Proletario di Primavalle,
al 1979 con l’ondata di arresti causati dalla delirante inchiesta Calogero, dal suo “teorema”.
E allora non faccio altro che mettervi una carrellata di link di materiale già presente in questo blog,
perché la memoria, tutta, sia un arma di formazione e approfondimento, e non uno sterile e trasversale delirio commemorativo e vittimistico.

 7 aprile 1944:
Le donne di Ponte di Ferro
7 aprile 1976:
A Mario Salvi, ucciso da un agente penitenziario
7 aprile 1979:
Processo all’autonomia
Franco Fortini sul 7 aprile
Quando lo Stato si scatenò contro i movimenti
Il 7 aprile 30 anni dopo
Scalzone risponde a Gasparri sul 7 aprile

Categorie:ANNI '70 / MEMORIA, L'Italia e il movimento, Per i compagni uccisi..., resistenza Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

A Vauro da un detenuto.

4 ottobre 2012 26 commenti

Il testo che leggerete qui sotto è scritto da Paolo Persichetti, matricola penale n. EE010201071,
detenuto nella Casa di Reclusione di Rebibbia, Sezione Semiliberi, Terzo piano, cella 17,
blog Insorgenze.
Scrive a Vauro, che ultimamente degenera di giorno in giorno, e che oggi ha inaugurato la sua collaborazione con il FattoQuotidiano, superando in squallore le precedenti uscite su Il Manifesto
[per leggere altro sulle vignette di Vauro: QUI]

Guardare e vedere a volte sono cose diverse. Tutti noi guardiamo ma non sempre vediamo la stessa cosa. Per esempio questa vignetta di Vauro Senesi che ha inaugurato stamani la sua collaborazione con il Fatto quotidiano, l’organo del partito giustizalista italiano, i manettari per farla breve, dopo aver lasciato di corsa il manifesto come i topi che fuggono dalla nave che affonda.
Vauro ora è nel suo ambiente naturale, come già lo era con Anno zero; da anni le sue vignette grondano questo tipo di risentimento da sotterraneo di questura.
Cosa vedete voi in questa vignetta?
Intanto non vedo la porta. Sarà che in cella ci rientro ogni sera e dunque ho l’occhio abituato. Mi chiedo perché le celle di Vauro non hanno quasi mai il blindo. L’ho notato spesso nei suoi disegni sul carcere. Chi vi è dentro e murato. Si trata di interni claustrofobici.
So che qualcuno potrebbe obiettare che la porta è dal lato del disegnatore che da lì ci rappresenta quel che accade dentro. Però c’è un fatto, le finestre sono situate di fronte alla porta blindata per consentire alla custodia di controllare con un semplice sguardo gettato dallo spioncino che le sbarre siano integre. Come vedete nelle celle di Vauro c’è il mura.

Osservate la differenza con la vignetta che ha fatto eri di Giannelli. La porta c’è, si tratta del cancello che è addirittura socchiuso.

Che altro vedete poi? Io vedo due brutti ceffi, la parodia del detenuto, il luogo comune più abietto sulla popolazione carcerata che possa esistere. Mi si dirà: ma come non vedi Fiorito, quel pappone, quel ciccione di merda, l’emblema della casta famelica? Sapete che c’è, che Fiorito stava in piazza Navona – come lui ha dichiarato – a tirare le monetine a Craxi che usciva dal Raphael. La sua vicenda mi sembra che chiuda il cerchio di quella buffonata che è stata Tangentopoli, la “rivoluzione di velluto”,“ Mani pulite”. Non c’è peggior impostore di un moralista, diceva qualcuno. I Fiorito sono gli homines novi della catarsi rigeneratrice dell’etica che agitava il cappio in parlamento. Gli amichetti di Travaglio, insomma. Perché dovrebbe allora scandalizzarmi o stupirmi? Suvvia qualche chiarimento ce lo dovrebbero dare tutti quelli che hanno agitato per più decenni la via giudiziaria e penale come soluzione di tutti i probemi. Ecco il risultato.

Dunque dicevo che vedo la rappresnetazione più abietta del detenuto, l’inculatore di cella che sta aspettando un paio di chiappe fresche. C’era bisogno di una rappresentazione del genere per esprimere il disprezzo umano, politico e civile nei confronti di uno come Fiorito? A me sembra che nella sua vignetta ad essere disprezzato e umiliato è il popolo rinchiuso, rappresentato come una massa di strupratori. Io faccio parte di quel popolo. Vivo nel carcere non mi ricordo pià da quanti anni, 13 o 14 ora nonvado a guardare, non ho tempo. Me ne sono fatti 11 di esilio. Ho 50 anni, ne avevo 25 quando tutto è cominciato.
Vauro non è nuovo ad imprese del genere. Due anni fa se ne uscì con una vignetta che descriveva i manifestanti del 14 ottobre come una truppa di infiltrati (QUI).
Non so cosa pensate voi, ma una cosa del genere ad un tipo così non la permetto.
Dico solo una cosa, speriamo di incontrarci in piazza, quando potrò andarci liberamente, o la mattina davanti a Rebibbia…

Del Pride,di Israele,di apartheid e di gente senza vergogna

26 giugno 2012 2 commenti

Paro paro riporto quest’articolo dal blog FreePalestine,
perchè ne ero ignata, impegnata nel viaggio contro l’ergastolo al carcere di Santo Stefano (che tra poco cercherò di raccontarvi, ma che ancora non riesco a metabolizzare).
Ignara della polemica, non dei cartelli,
ignara delle parole scritte a riguardo
non ignara dello schifo di paese dove abito.
Siete veramente una vergogna,
e ringrazio la rete che anima il FreePalestine, per queste righe chiare.
BOICOTTA ISRAELE, LIBERA LA PALESTINA.
DISTRUGGI IL SIONISMO, DISTRUGGI IL MURO DI SEPARAZIONE, DISTRUGGI L’APARTHEID!

Portare 2 cartelli al Pride costa un po’ e non parliamo di denaro.

Prima devi fare la scritta e aspettare che la vernice si asciughi, poi devi fare i contorni scegliendo il colore che rende tutto più leggibile.

Il lavoro non è finito, tocca armarsi di cantinelle, sparapunti e cacciavite (se l’avvitatore è scomparso dal magazzino), devi prendere bene le misure e costruire una struttura che possa essere utile per portarli entrambi e agile da trasportare… alla fine bisogna provare ad alzare il tutto: “Oddio regà, è storto, non entra in macchina e con il vento si spacca e vola via!” Si parte verso il concentramento del Pride con quel “coso” che esce dalla macchina, content* comunque di portarcelo dietro.

“Enjoy Stonewall, Smash the Apartheid Wall” – “Boicotta il turismo in Israele” è un cartello fronte/retro che costa più delle scenografie dei mega Tir del Pride e ancora una volta non parliamo di soldi… è un cartello che ci racconta, conferma la nostra scelta di non finanziare l’economia di Israele con il suo progetto coloniale in Palestina e di combattere la propaganda che cercano di costruire anche con il turismo.
Quel cartello è un piccolo strumento di “verità” che sei dispost* a portare lungo tutto il corteo ma che fortunatamente viene “ospitato” dall’unico carro di compagni e compagne presente al Pride già pieno di contenuti: “La nostra identità non è nazionale” e “Genova 2001 non è finita” a sostegno della campagna 10X100.

Non useremo in maniera strumentale le dichiarazioni di Anastassia Michaeli, membro del Parlamento israeliano, che due giorni fa ha dichiarato che l’aborto rende le donne lesbiche, in Italia abbiamo centinaia di “Anastassie” di questo tipo.
Non faremo neanche facile ironia sulla gamba di Netanyahu rotta durante una partita organizzata per sponsorizzare il turismo in Israele, mentre lo stesso Stato imprigiona da 3 anni un calciatore della nazionale palestinese senza alcuna accusa, senza alcun processo e senza la possibilità di avere una difesa legale.
Non abbiamo mai detto che Tel Aviv è una città dove gay, lesbiche, trans e queer israeliani vengono perseguitat* o assaltati come nelle strade di Roma, vi abbiamo però raccontato cosa c’è dietro quel “velo pink” che decanta diritti basati sul privilegio, cercando di nascondere le brutalità del progetto coloniale e l’apartheid.

Dal giorno del Pride di Tel Aviv continua a circolare la frase “Fieri di essere gay, anche in uniforme” che accompagna la celebre foto di due militari israeliani che si stringono la mano camminando. Il “fascino della divisa” è sempre stato un orgoglio nazionale e non si tratta di gusti quando in noi suscita il totale disprezzo.
Ci occupiamo da tempo di documentare tutte le violenze disumane dell’esercito sionista, combattiamo la militarizzazione dei nostri territori e il controllo sulle nostre vite, disprezziamo l’ordine gerarchico di qualsiasi bandiera. Come possiamo parlare di una grande conquista di diritti se, come ormai noto, in Israele il servizio militare è obbligatorio per tutt* e chi non è fiero di quella divisa e rifiuta con dignità di fare il servizio militare per uno Stato assassino viene incarcerat*?

Non amiamo rispondere ad accuse infamanti che si basano su profonda ignoranza (che vorremmo tanto fosse involontaria) ma, se il cartello portato al Pride ha costretto celebri difensori del colonialismo di Israele a prendere parola, vorremmo almeno dare qualche suggerimento per la prossima volta:

– La campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) non è contro le persone o la popolazione ma contro responsabili e complici del colonialismo sionista e dell’apartheid. Possibile che leggete solo i manuali di propaganda e non vi accorgete che ci sono israeliani che portano avanti la campagna vivendo in Israele?

– La prossima volta che vi troverete a difendere lo Stato di Israele farneticando o sarete costrett* a sponsorizzare il turismo, vi consigliamo un tour molto “friendly” a Gush Etzion (complesso coloniale di Israele) : qui potrete imparare nel vero spirito sionista ad ammazzare la gente in sole 2 ore di corso aperte anche ai più piccini… ovviamente se preferite utilizzare il fosforo bianco e uccidere 1443 persone (di cui 430 bambin*) e ferirne altre 5000 in soli 22 giorni, quando pagherete il corso verrà applicato uno sconto!

Ai pennivendoli che sono andati appositamente a cercare le dichiarazioni infamanti e false resta solo il ruolo di sciacalli. Avete dimenticato di riportare “Enjoy Stonewall” perchè quando vogliamo tutto, noi non chiediamo niente, lottiamo per prendercelo. Le spiegazioni potevate chiederle a noi, abbiamo una lunga lista di motivi per boicottare Israele e un trafiletto al giorno per 10 anni di seguito non basterebbe.

Content* che i 2 cartelli abbiano retto bene fino in fondo…
La nostra identità non è nazionale!
Boicottiamo Israele e rifiutiamo l’Apartheid!
La “linea” del vostro Pride NON E’ IN NOSTRO NOME! NON USATE I NOSTRI CORPI!

Stop occupation, FREE PALESTINE!

Anche il Manifesto, quasi per ultimo, si accorge della tortura. Un articolo di Mauro Palma

18 febbraio 2012 8 commenti

Ci volevano le righe di Sofri per mobilitare un po’ di penne..una cosa che mette tristezza, vista la fatica fatta su questo argomento,
ma ben venga tutto sulla Tortura..anche dopo trent’anni, tutto contribuisce a togliere dall’oblio un pezzo di storia d’Italia la cui rimozione è palese e collettiva.
Oggi finalmente se ne accorge il Manifesto,che ha fatto in modo di non farlo fino a questo momento …
lo dico così,per pignoleria! L’articolo è firmato da Mauro Palma, ex presidende del comitato europeo contro la tortura, e ve lo posto qui sotto…

Mauro Palma*
il manifesto, 18 Febbraio 2012

Quando nell’aprile 2005 le Nazioni unite decisero di istituire uno speciale Rapporteur con il compito di proteggere i diritti umani nella lotta contro il terrorismo internazionale, gli stati europei salutarono positivamente un elemento ulteriore di analisi che si affiancava agli strumenti di controllo già da tempo in vigore, in particolare attraverso l’azione del Comitato per la prevenzione della tortura. Si riaffermò così il principio che nessuna situazione d’eccezione può far derogare dal divieto assoluto di ricorrere alla tortura: inaccettabile sul piano della comune percezione di civiltà giuridica, inammissibile nella simmetria che stabiliscono tra azione dello stato di diritto e pratiche delle organizzazioni criminali, foriera di gravi distorsioni dell’azione di giustizia, tale è la forza verso l’adesione a qualsiasi ipotesi dell’accusa che la sofferenza determina.
Il divieto assoluto era già del resto in convenzioni e patti internazionali su cui i paesi democratici hanno ricostruito la propria legalità ordinamentale dopo le tragedie della prima metà del secolo scorso. L’Italia, spesso inadempiente sul piano degli impegni conseguenti, quali per esempio la previsione dello specifico reato di tortura, ha sempre dichiarato la sua ferma adesione ai principi in essi contenuti. Eppure, solo negli ultimi quindici giorni sono emersi ben tre casi – diversi nel tempo e nella specificità dei corpi di forze dell’ordine che hanno operato – che fanno capire tale distanza.

Asti, 2012
Ad Asti, il tribunale ha emesso il 30 gennaio una sentenza in cui, qualificando i maltrattamenti inferti da agenti della polizia penitenziaria nei confronti di due detenuti come «abuso di autorità contro arrestati e detenuti» ha dichiarato prescritto il reato. L’esito non stupisce perché non è il primo in tale direzione; colpisce però la chiarezza con cui il giudice scrive nella sentenza che «i fatti in esame potrebbero agevolmente essere qualificati come tortura» (risparmio ai lettori la descrizione puntuale dei maltrattamenti subiti dai detenuti), ma che il reato non è previsto nel codice e, quindi, il tribunale non può che far ricorso ad altre inadeguate tipologie di reato. Nessun dubbio, quindi, sugli atti commessi e provati in processo, peraltro confermati da intercettazioni di chiacchierate telefoniche tra gli imputati. Ad Asti la tortura è avvenuta, ma non è perseguibile adeguatamente

Calabria, 1976
Dall’altro capo della penisola, in Calabria, la Corte d’Appello tre giorni fa ha assolto, in un processo di revisione, Giuseppe Gulotta dopo ventidue anni di carcere, trascorsi sulla base di un processo centrato sulla testimonianza di un presunto correo, che aveva portato all’incriminazione anche di altri due giovani. Il fatto era del lontano gennaio 1976, Gulotta aveva allora 18 anni, e il processo ha avuto la revisione solo perché un ex brigadiere dei carabinieri, all’epoca in servizio al reparto antiterrorismo di Napoli, ha raccontato quattro anni fa che la testimonianza era stata estorta con tortura. E con torture erano state estorte anche le confessioni dello stesso Gulotta: il sistema doveva essere stato ben convincente (lo stesso ex brigadiere li definisce «metodi persuasivi eccessivi») ed era maturato all’interno dell’Arma nel tentativo d’incastrare esponenti della sinistra – si diceva allora extraparlamentare – nella morte di due carabinieri. La vicenda ha avuto anche un altro esito inquietante: perché il presunto correo, che aveva poi cercato di scagionare gli accusati, venne trovato impiccato in cella in una situazione che definire opaca vuol dire eufemizzare; gli altri due accusati nel frattempo erano riusciti a riparare in Brasile.

Il caso «De Tormentis», 1978
Mercoledì scorso, la ricerca di scavare in casi non risolti che viene condotta da Chi l’ha visto? ha portato nella calma atmosfera serale delle famiglie la drammatica e torbida vicenda di gruppi speciali che operavano gli interrogatori verso la fine degli anni Settanta di appartenenti o simpatizzanti della lotta armata. Enrico Triaca ha raccontato la sua storia e le torture subite nel maggio 1978, dopo il suo arresto in una tipografia romana come fiancheggiatore delle Br: le torture vennero inflitte non da un agitato poliziotto a cui la situazione sfuggì di controllo ma da un gruppetto all’uopo predisposto, coordinato da questo signore delle tenebre che veniva nominato con il nickname «De tormentis», osceno come il suo operare.
Triaca, sparito per una ventina di giorni dopo il suo arresto, aveva denunciato immediatamente le torture subite, ma il giorno successivo alla denuncia aveva ricevuto il mandato di cattura per calunnia – l’allora capo dell’ufficio istruzione Achille Gallucci era un tipo veloce – e la conseguente condanna. Sarebbe una bella occasione la riapertura del processo per calunnia, ora che si sa chi si cela dietro quel nickname. Si sa che questi si definisce un nobile servo dello stato, che non nega ma inserisce il tutto in una sorta di necessitata situazione. Egli, sia pure con qualche successivo passo indietro, conferma. Così come già qualche anno fa un altro superpoliziotto, Salvatore Genova, in un’intervista al Secolo XIX, aveva confermato che torture erano state inflitte alle persone arrestate nell’ambito dell’indagine sul sequestro Dozier, operato in Veneto dalle Br qualche anno dopo. Allora Genova era stato indicato come oggetto di calunnia, qualcuno (il Partito Socialdemocratico, strano esito dei nomi) gli aveva dato l’immediato salvacondotto della candidatura in Parlamento, e anche se in quel caso un’inchiesta aveva, contrariamente al solito, accertato fatti e responsabilità, nessuno aveva pagato; anche perché il reato che non c’è oggi non c’era ovviamente neppure allora. Ma, il tutto era stato sempre riportato al caso isolato, alla sbavatura in un contesto in cui si affermava e si ripeteva che la lotta armata era stata affrontata e sconfitta senza mai debordare dal binario del rigoroso rispetto della legalità.
Questo riandare indietro di qualche anno, dal caso Dozier al caso Moro, e ritrovare stesse pratiche, stessi nomi, un gruppetto all’uopo utilizzato – «prestato» alla bisogna da Napoli al nord – ben noto a chi aveva allora alte responsabilità, dà un’altra luce al tutto.

La tortura è una pratica «sistemica»
Del resto i tre fatti riportati, proprio perché hanno diverse determinazioni di territorio, di tempi in cui sono avvenute, di corpi che hanno operato, forniscono uno scenario inquietante nel rapporto che il nostro paese ha con la tortura: chi ha pratica di ricerca scientifica o sociale sa che l’ampiezza di più parametri fa passare la valutazione di quanto osservato da «episodico» a «sistemico» e cambia quindi la modalità con cui valutare il fenomeno. Interroga per esempio, in questo caso, sulle culture formative di chi opera in nome dello stato, sulle coperture che vengono offerte, sull’assenza infine, da parte delle forze politiche e culturali del paese, di una riflessione più ampia su come questi fatti siano indicatori della qualità della democrazia.
L’atteggiamento della loro negazione o della loro riduzione a fatti marginali è di fatto complice del loro perpetuarsi e dell’affermarsi implicito di un principio autoritario come costruttore dell’aggregato sociale a totale detrimento dello stato di diritto.
Per questo va rifiutata l’impostazione che da sempre alcuni politici e alcuni procuratori hanno avuto nell’affermare senza velo di dubbio che l’Italia, anche in anni drammatici, non ha operato alcuna rottura della legalità: per questo già trent’anni fa alcuni di noi – penso all’esperienza della rivista Antigone che uscì come supplemento a questo giornale – avviarono una serrata critica alla logica e alla cultura, oltre che alle pratiche, di quella che allora era definita «legislazione d’emergenza».
Spataro, Battisti e la magistratura
Anche recentemente – esattamente un anno fa, il 19 febbraio, in occasione del dibattito attorno alla estradibilità di Battisti – il procuratore Spataro si fece carico di riaffermare su queste pagine che «l’Italia non ha conosciuto derive antidemocratiche nella lotta al terrorismo» e che «è falso che l’Italia e il suo sistema giudiziario non siano stati in grado di garantire i diritti delle persone accusate di terrorismo negli anni di piombo». Oggi, credo, che tali asserzioni, figlie della negazione della politicità del fenomeno di allora, debbano essere riviste.
Perché non è possibile che ciò che avveniva e avviene nel segreto non sia noto a chi poi interroga un fermato o lo visita in cella. Non era possibile allora e non è possibile nei casi di maltrattamento di oggi.
Il tribunale di Asti, per esempio, è severo con il direttore di quel carcere, le cui dichiarazioni sono definite a tratti «inverosimili». E il magistrato che raccolse le testimonianze accusatrici di Gulotta come indagò sulle modalità con cui esse erano state ottenute? Così come i magistrati che videro Triaca e ascoltarono le sue affermazioni, non appena ricomparso dai giorni opachi, quale azione svolsero per comprenderne la fondatezza?
La responsabilità, almeno in senso lato, non è solo di chi opera, ma anche di chi non vede e ancor più di chi non vuole vedere. Perché la negazione dell’esistenza di un problema non aiuta certamente a rimuovere ciò che lo ha determinato e apre inoltre la possibilità di mettere sotto una luce sinistra ogni altra operazione, anche quelle di chi – fortunatamente la larga maggioranza – ha agito e agisce nella piena correttezza.
In un articolo di ieri su Repubblica, Adriano Sofri ricordava come molte di queste storie fossero note, almeno sfogliando i rapporti per esempio di Amnesty o anche le stesse denunce avvenute in Parlamento. È vero, ma credo che tra un «io so» detto secondo la pasoliniana memoria e una esibita dichiarazione da parte di chi in tal senso operò, ci sia una distinzione sostanziale: una distinzione tale da rendere inaccettabile il silenzio o il perdurare in una logica che nulla è accaduto e nulla accada.
Oggi il continuare a negare il problema non aiuta a chiudere il passato in modo politicamente ed eticamente accettabile e utile, né a capire quali antidoti assumere per il suo non perpetuarsi.

* Fino allo scorso dicembre presidende del comitato europeo contro la tortura

PER UNA PANORAMICA SULLA TORTURA QUI UNA CARRELLATA DI LINK:
1) Introduzione al libro di Alleg di Jean-Paul Sartre
2) breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
 3) Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
4)  Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
5) Arresto del giornalista Buffa
6) Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
7) Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
8 ) Il pene della Repubblica
9) Ma chi è il professor “De Tormentis”?
10) Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
11) De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
12) Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
13) Le torture su Alberto Buonoconto 1975
14) La sentenza esistente
15) Le torture su Sandro Padula, 1982
16) La prima parte del testo di Enrico Triaca
17) Seconda parte del testo di Triaca
18) ” Chi l’ha visto? ” cerca De Tormentis, alias Nicola Ciocia
19) Due firme importanti sulla Tortura

 

Tunisia: un paese in assemblea permanente. Che invidia.

5 Mag 2011 2 commenti

Tunisia, il tappo del regime è saltato

La Tunisia è in assemblea permanente. L’effervescenza partecipativa e la rivendicazione continua non riguardano solo la capitale: in ogni località ci si imbatte in presidii e cortei spontanei. I giovani discutono sulle sorti della rivolta e sui tentativi di normalizzarla.
di Annamaria Rivera, da il manifestoBasta passeggiare in avenue Bourghiba, a Tunisi, per rendersi conto dell’euforica passione per la libertà che ha preso i tunisini e le tunisine. A ogni ora della giornata, i tavolini all’aperto dei caffè sono affollati d’ogni genere di avventori: giovani abbigliati nei modi più diversi, ragazze «velate» accanto ad altre che ostentano piercing e capelli cortissimi, coppie con bambini, gruppetti di donne mature, da sole, il capo coperto da un hijab nero. Vi sono anche, soprattutto, militanti e dirigenti dei numerosi partiti di sinistra, che discutono di politica e delle sorti della rivoluzione del 14 gennaio, come viene detta ufficialmente. Se li si vuole incontrare basta sedersi, a partire dal primo pomeriggio, davanti al caffè L’Univers che sta a metà dell’avenue.
Nei pressi del caffè, lo slargo sul marciapiede di fronte è divenuto una sorta di Speakers’ Corner: malgrado la lunga barriera di filo spinato e i carri armati dell’esercito a protezione permanente del Ministero dell’Interno, capannelli densi e numerosi si formano incessantemente, dal mattino alla sera e tutti i giorni, non solo la domenica come a Hyde Park. Anche lì si discute di politica, più che altro a partire da fatti quotidiani: un’ingiustizia subita, un sopruso poliziesco, lo scandalo di certe assunzioni pubbliche in cambio di cospicue tangenti, l’ennesima prova della permanenza o dell’infiltrazione del Rcd, il partito di Ben Ali, in istituzioni locali, amministrazioni pubbliche, imprese private bastano ad agglutinare le piccole folle contigue. Poco lontano, la scalinata del Teatro Municipale è occupata ogni giorno da manifestazioni spontanee, soprattutto di giovani che hanno partecipato alla rivoluzione e che protestano contro i tentativi di confiscarla al popolo. Può succedere perfino, come abbiamo constatato, che da un sit-in si stacchi un corteo non autorizzato che si dirige temerariamente verso il Ministero dell’Interno.
L’effervescenza partecipativa e la rivendicazione permanente non riguardano solo la capitale: in qualsiasi località si arrivi, ci si può imbattere in presidii o cortei spontanei.
Per dirne una, a Grombalia, lungo la strada da Tunisi a Nabeul, abbiamo visto un gruppo di giovani, donne e uomini, che esibendo cartelli scritti a mano, protestavano davanti al Municipio contro la chiusura di un ipermercato e il licenziamento in tronco di ottanta dipendenti.

È come se, saltato il tappo del regime, l’ebollizione della società, contenuta a forza di repressione feroce, dominio del terrore, spionaggio e delazione capillari, fosse scoppiata in forma di geiser caldi, potenti, continui. Per farsi un’idea di quel che fosse il regime cleptomane e poliziesco di Ben Ali e della sua banda, basta parlare con qualche dirigente o semplice militante di uno dei numerosi partiti di sinistra, a quel tempo fuori legge. Essi raccontano dell’attività politica clandestina durante il regime svolta sotto falso nome e in località lontane centinaia di chilometri dal luogo di residenza: perfino tra compagni di partito i veri nomi erano reciprocamente ignorati, anche i parenti più stretti erano tenuti all’oscuro del loro impegno.

A demonstrators faces police during clashes in Tunis, Friday, Jan. 14, 2011. Tunisia’s president declared a state of emergency and announced that he would fire his government as violent protests escalated Friday, with gunfire echoing in the North African country’s usually calm capital and police lobbing tear gas at protesters. (AP Photo/Christophe Ena)

L’esperienza della clandestinità è la forza – determinazione e spirito militante non mancano – ma anche la debolezza, ci sembra, dei partiti e movimenti di sinistra, che ancora esitano a mettere al primo posto il lavoro sociale. Ed è questa una delle tante ragioni del successo di Ennahda, il partito islamista, che invece, anche grazie alle ingenti risorse materiali di cui dispone, riesce a essere presente ovunque, soprattutto nelle regioni più povere, fra le classi popolari e i diseredati. E non solo: in uno dei tanti villaggi della frontiera fra la Tunisia e la Libia, che ha accolto ben tremila rifugiati, Ennahda, insieme ad altri gruppi islamisti venuti dalla Francia, svolge un’attività molto efficiente, ci hanno riferito, degna delle massime organizzazioni umanitarie.
La frantumazione del panorama politico tunisino (finora sono almeno 65 i partiti legalizzati) e soprattutto della sinistra, condurrebbe di sicuro alla vittoria degli islamisti nelle prossime elezioni di luglio dell’Assemblea costituente se l’«Istanza superiore per la realizzazione degli obiettivi della rivoluzione» non avesse adottato il sistema proporzionale con i resti, che favorirà la rappresentatività di buona parte dei partiti che presenteranno liste elettorali. L’Istanza superiore ha anche deciso che le liste debbano essere costituite per la metà da donne.

L’asimmetria di mezzi e di consenso popolare, forse anche una certa vaghezza, finora, dei loro programmi politici, spinge i partiti di sinistra a definirsi spesso per opposizione a Ennahda, che talvolta è oggetto di una sorta di demonizzazione, più di quanto meriti: certo, tende alla doppiezza politica, è talvolta compiacente verso il Rcd, ma in fondo può essere considerata anche un argine contro il rischio dell’estremismo islamista violento. Ma la definizione di sé per opposizione a un avversario concepito quasi come un nemico assoluto non va fino al rifiuto di conservare nella nuova costituzione l’articolo che definisce la Tunisia come un paese arabo-musulmano. Su questo punto alcuni militanti di sinistra con i quali abbiamo parlato sono molto cauti. Sostengono, infatti, che «le masse» non comprenderebbero il loro rifiuto, che in fondo conservare quell’articolo è solo fotografare la società tunisina. E quando obiettiamo che della società tunisina sono parte integrante le minoranze linguistiche, culturali, religiose e non-religiose – berberofoni, francofoni, italofoni, ebrei, cristiani, agnostici, atei… – replicano che queste saranno oggetto di protezione e che la libertà di culto sarà garantita. Fra l’altro sottovalutano, ci sembra, lo spirito laico e pluralista, se non cosmopolita, che cova fra tanti giovani che hanno acceso le rivolte e partecipato alla rivoluzione.

A Tunisian woman waves the national flag in front of the interior ministry during clashes between demonstrators and security forces in Tunis on January 14, 2011. Thousands of Tunisians demanded the departure of President Zine El Abidine Ben Ali in marches in the capital and other towns, a day after he pledged to not seek another term to end growing unrest. AFP PHOTO / FETHI BELAID (Photo credit should read FETHI BELAID/AFP/Getty Images)

Ben più legato «alle masse» sembra l’Ugtt (Unione generale tunisina del lavoro), la principale e storica centrale sindacale. Da aver avuto leadership asservite al regime, perfino corrotte, ha finito, grazie alla pressione della base, per sostenere e partecipare al movimento di rivolta contribuendo decisamente al suo successo. Sempre per pressione della base, la sua dirigenza, dopo aver accettato di partecipare al governo di unità nazionale di Mohamed Ghannouchi, è stata costretta subito a dimettersene. Oggi il l’Ugtt è trasformato nella forza propulsiva della rivoluzione più diffusa e organizzata. Lo scorso 23 aprile, all’incontro promosso dal sindacato locale a Ben Arous, cittadina a sud della capitale, della sessantina di partecipanti un buon terzo è costituito da donne; a presiederlo ci sono tre donne, una delle quali nera, tre uomini e due giovani maschi. L’incontro si è concluso col concerto di un gruppo ugualmente misto, che ha eseguito canzoni rivoluzionarie su musica tradizionale. Come da manuale, l’ultimo pezzo proposto è stato L’Internazionale, cantata in più lingue insieme al pubblico, che si è levato in piedi entusiasta e commosso.

Nessuna donna, al contrario, al tavolo della presidenza del Comitato per la salvaguardia della rivoluzione di Medina El Jedida, un altro sobborgo di Tunisi, riunito quello stesso giorno. Per la verità i sette uomini che presiedevano l’incontro, dedicato a riferire (lo fa un giurista accademico) e a discutere le decisioni dell’Istanza superiore, di tutto hanno l’aria tranne che di rivoluzionari: formali, impettiti, vestiti col tipico gessato scuro, sembrano piuttosto dei funzionari del vecchio regime. Ma, si sa, lo stile non è tutto: può darsi che la rigidità apparente nasconda cuori ribelli…
Densa di cuori palesemente ribelli è invece la grande assemblea – circa tremila partecipanti- che il 24 aprile, nel Palazzo dei Congressi di Tunisi, ha sancito l’unificazione fra due formazioni che si definiscono marxiste-leniniste: l’Mpd (Movimento dei patrioti democratici) e il Ptpdt (Partito del lavoro, patriottico e democratico). Nella dichiarazione finale denunciano «le manovre orchestrate da ambienti imperialisti » per confiscare al popolo e far fallire la rivoluzione tunisina e le altre del mondo arabo. Il pubblico – tanto folto da straripare nella hall, nei corridoi, nelle altre sale del Palazzo

Mohamed Ghannouchi

– non potrebbe essere più eterogeneo: donne e uomini, proletari e piccolo-borghesi, giovani e anziani, numerose coppie con figli. Per i quali sono stati organizzati giochi di animazione nel piazzale davanti al Palazzo. Mentre all’interno si discute delle manovre imperialiste, fuori un dj e due clown (una ragazza e un ragazzo) fanno ballare i bambini a suon di rap. L’atmosfera è calda, euforica, amichevole. Qui, come in qualsiasi incontro cui abbiamo partecipato, siamo accolti a braccia aperte come compagni.
Uno dei segni della potenza della rivoluzione ma anche dei tentativi di normalizzarla è che essa sia divenuta una sorta di logo. I suoi slogan, i suoi elementi iconografici principali – la bandiera nazionale, i ritratti di Mohamed Bouazizi e di Che Guevara – campeggiano ovunque, anche dove meno te lo aspetti. Perfino La Gazelle, la rivista patinata della Tunis Air distribuita gratuitamente sugli aerei, dedica il titolo e la foto di copertina del numero del primo trimestre 2011 alla «révolution du jasmin» (detta così a uso dei turisti). All’interno un articolo esalta la rivoluzione come fosse una delle tante attrattive turistiche del Paese.

La migliore libreria di Tunisi, in Avenue Bourghiba, ha una vetrina dedicata solo a libri e poster sulle malefatte del regime e sulla rivoluzione. In bella mostra c’è la riedizione di un libro pubblicato nel 1999 da La Découverte, Notre ami Ben Ali: l’envers du miracle tunisien, dei giornalisti Nicolas Beau et Jean-Pierre Tuquoi. All’epoca il volume scomparve dal mercato dei paesi francofoni in pochi giorni: i servizi consolari tunisini avevano ricevuto l’ordine di comprarne il maggior numero possibile di copie. All’interno della libreria campeggiano due ritratti del Che e una caricatura di Ben Ali con svastica, baffetti e postura alla Hitler.

Fotocopie sbiadite di caricature di Gheddafi, Mubarak e Ben Ali sono in vendita per un dinaro anche su un modesto banchetto ambulante che vende i quotidiani tunisini mainstream: un tempo asserviti al regime, oggi, cambiata la casacca, hanno conservato un certo conformismo e la tendenza a censurare tutto quel che sa di «disordine» e di sinistra. Ed è questa, finora, un’altra delle debolezze della rivoluzione: non disporre di organi d’informazione che la rappresentino e la raccontino degnamente e fedelmente.
Finora la rivoluzione ha appena scalfito – ma non potrebbe essere diversamente – tratti strutturali del regime come il sistema di corruzione, capillare e diffuso, e la tendenza a usare il potere, grande o minimo che sia, in modo arrogante o violento contro coloro che stanno più in basso.
Seduti con amici tunisini a prendere un caffè nella grande sala dell’hotel El Hana International ci è capitato di assistere a una scena esemplare. D’un tratto due agenti privati al servizio dell’albergo, alti e corpulenti, fanno irruzione nella hall trascinando un omino dall’aria dimessa che si agita disperato. Lo strattonano e lo schiaffeggiano senza vergogna davanti alla cinquantina di avventori, in gran parte tunisois di classe media, mentre lui protesta e cerca di liberarsi. I due bruti lo afferrano ancor più strettamente per le ascelle e quasi sollevandolo lo trascinano per la sala verso il corridoio di servizio che conduce all’aperto. Eccetto tre di noi – cerchiamo d’intervenire finché le guardie non ficcano lo sventurato in un gabbiotto esterno -, nessuno nella sala reagisce, anzi quasi tutti fingono di non vedere.

Le stesse gerarchie sociali, di classe e di potere, sembrano scarsamente intaccate dal processo rivoluzionario, anche a causa della crisi economica, aggravata dal crollo del settore turistico e del suo vasto indotto informale. Certo, la solidarietà popolare diffusa, la tendenza a soccorrere chi ha bisogno, la socialità densa, le relazioni faccia a faccia valgono a compensare le spietate disuguaglianze sociali.
Sono proprio questi tratti che hanno contribuito a far sì che atti individuali – il suicidio col fuoco di Mohamed Bouazizi e di altri – suscitassero, nelle regioni più povere del Paese, l’indignazione collettiva, che questa si trasformasse in rivolta, che la rivolta dilagasse ovunque diventando rivoluzione. E che questa determinasse l’incredibile accelerazione della storia alla quale la sorte ci permette oggi di assistere. Speriamo che il destino ma soprattutto l’opera degli umani siano generosi nei riguardi della rivoluzione del 14 gennaio e la conducano verso il traguardo che merita.

(5 maggio 2011)

Vauro e il Manifesto si autocensurano: E FANNO BENE!

19 dicembre 2010 6 commenti

VAURO su il Manifesto, 15 dicembre 2010

Il giorno dopo gli scontri di Piazza del Popolo, quel giornale ormai da molto illeggibile e reazionario qual è il Manifesto,
ha pubblicato in prima pagina una vignetta di Vauro sconcertante per la sua infamia.
Malgrado già da molte ore girassero notizie che il “ragazzo con la pala” era un manifestante, un giovanissimo compagno mandato al linciaggio mediatico,
il vignettista tanto caro alla sinistra salottiera confermava la teoria complottarda dell’infiltrato con la sua vignetta.
GIovanni Santone con la faccia di Kossiga e , l’ “infiltrato” di Piazza del popolo con quella di Maroni.
UNA VERGOGNA!
Una vergogna che Vauro poteva almeno smentire: innegabile la sua genialità e capacità ironica, quindi poteva avere il buon gusto di scusarsi.
In più, cosa ancora più comica, sul sito del Manifesto la vignetta non compare…
di solito dopo 48 ore vengono archiviate tutte in rete, mentre quella manca.
Menomale che hanno inventato gli scanner, perchè almeno quest’infamata di Vauro in rete ce la mettiamo uguale.
E magari la prossima volta che lo incontriamo in piazza ci ricordiamo di ricordarglielo!

Ed ora anche sul blog di Insorgenze un articolo a riguardo!

Le “donne” dei prigionieri e la storia rimossa, la nostra storia

1 settembre 2010 19 commenti

AGGIORNAMENTO 18 GIUGNO 2013: LA CORTE DI APPELLO DI PERUGIA DICHIARA AMMISSIBILE LA RICHIESTA DI REVISIONE DEL PROCESSO TRIACA.
IL 15 OTTOBRE 2013 LE TORTURA ANDRANNO ALLA SBARRA E LA VERITA’ VERRA’ RISTABILITA.
LEGGI QUI LE NOVITA’, OTTIME: LEGGI

Quest’articolo lo lessi che ero poco più di una bambina, a tredici anni, riportato tra le note di un libro che cambiò la mia vita (regalatomi da una mano completamente inconsapevole):
Dall’altra parte”  – l’odissea quotidiana delle donne dei detenuti politici- di Prospero Gallinari e Linda Santilli.
Un articolo, un “reportage”, una testimonianza scossa di una giornata passata con le “donne dei detenuti” br e non, reclusi nel carcere speciale di Trani dopo appena un mese dalla rivolta. Le compagne di uomini fatti a pezzettini dai GIS, uomini con dita denti schiene e costole spezzate: detenuti politici che avevano messo a ferro e fuoco un carcere e che ora scontavano sulla loro pelle e quella dei loro cari la repressione dello stato.
Uno stato che doveva dimostrare la sua forza: uno stato che aveva mandato i GIS a sedare la rivolta …e c’era riuscito, ovvio!, peccato che al rientro dell’operazione – nei festeggiamenti per il capodanno- il generale che aveva guidato il masssacro è stato ucciso sul pianerottolo di casa.
Quest’articolo racconta il mai raccontato, quello vissuto da chi ha avuto la vita sventrata dal carcere, dalle leggi speciali, dall’ergastolo solo perchè madre, figlio, amore di un compagno prigioniero.

La tradotta di Trani ferma a Barletta. Per Trani si cambia.
Sul marciapiede, alle sette di mattina si riversano i familiari. Perlopiù sono donne, madri, compagne, sorelle. Nei venti minuti d’attesa prima che arrivi il Roma-Bari che bisognerà prendere al volo, di corsa dal giornalaio a raccattare quotidiani, di corsa al gabinetto, di corsa al bar a buttar giù un caffè; poi dieci minuti ancora , questa volta in piedi contro gli sportelli del treno, e giù di nuovo su un altro marciapiede, quello della stazione di Trani.
Qui il femminismo non avrebbe ragione d’esistere.
Le donne dei prigionieri sono forti, gestiscono le loro azioni con autorevolezza, a tratti perfino con allegria. Di fronte al procuratore capo De Marinis, ogni sabato, da quando c’è stata la rivolta, la dignità la chiarezza la determinazione sono loro […].
Il primo sabato: le visite e i pacchi sono sospesi. Il secondo, ancora niente visite e niente pacchi.  Le donne si organizzano, attuano il blocco dei cancelli, aspettano dieci ore, circondate dai carabinieri minacciosi, e commettono un peccato d’onestà: credono all’ufficiale che promette un colloquio con il direttore se il blocco viene tolto. Naturalmente l’ufficiale non rispetta la parola. Però i pacchi passano.
Il terzo sabato, ancora visite distanziate, ancora il ritrovarsi davanti al secondo cancello. Per ogni nome chiamato passa un’ora. I colloqui dovranno essere con i vetri. NO, prigionieri e donne dicono no. […]

Si decide di nuovo il blocco dei cancelli. […]
Da tutte le parti piovono autoblindo, e carabinieri, a nugoli come le mosche. Arriva anche un funzionario in borghese, forse Digos. Dice che le manifestazioni sono proibite, dice che bisogna sgombrare se no ci pensa lui, e infatti ci pensa.
I carabinieri si schierano a pochi passi dalle donne, faccia a faccia. Rigidi e neri che sembrano lì come per un film. Comparse che non conoscono tutta la trama, ma solo il povero ruolo che le riguarda. E caricano duro.
Piovono le botte e gli spintoni, ma il funzionario capisce che la loro è solo forza fisica.[…]
Le notizie che filtrano dall’interno sono come sassi in faccia e perdono ordine e priorità, trasformandosi in una sorta di onda d’urto che spinge le donne ad agire. Guardie incappucciate, da Ku Klux Klan, chiamano per nome i detenuti, e a mano a mano che uno viene crocifisso dalla luce dei fari, giù botte. Quindici prigionieri vengono trascinati sul tetto: le guardie che li tengono chiedono alle altre, in basso, se ci sono morti o feriti tra i loro colleghi. Sono pronte, a una risposta affermativa, a buttar giù i detenuti.
Il policlinico di Bari si lascia portari via dai carabinieri i feriti gravi. Ma questo è avvenuto subito dopo la rivolta. Le donne si sono già battute per organizzare una fitta rete di controinformazione, ma tranne le trasmissioni di poche radio libere e qualche stralcio di notizia censurata dagli stessi giornalisti che la passano, all’opinione pubblica non arriva niente.
Altre notizie, sassi in faccia. I prigionieri sono ammassati in cameroni e come unica forma di protesta possibile attuano la “guerra batteriologica”, buttano escrementi e immondizie nei corridoi e dalle finestre. I feriti curati alla bell’e meglio subito dopo la rivolta peggiorano. I punti vanno in suppurazione, alcuni hanno la febbre alta e non si reggono in piedi, altri hanno le ossa rotte, le mani le caviglie, le costole.
Falco il medico della prigione, che nome meglio di così non poteva avere, non si fa vivo. Neanche il Giudice di sorveglianza. […]
Quando vengono concessi i colloqui, le donne e i prigionieri li rifiutano: si vorrebbe ancora farli parlare attraverso vetri e citofoni. Vengono pestati e trascinati all’isolamento, ma non si illudano i carcerieri che questo possa spingere i detenuti o i loro familiari alla rinuncia della propria dignità umana. Le donne stendono una denuncia. La firmano nominalmente, la portano alla procura, la presentano come legge vuole,  anche se si immaginano che finirà in un cassetto. Trasmettono altri comunicati attraverso l’Ansa, ma anche su questi cala la nebbia.
Notte e nebbia. Nacht und Nebel sulle carceri speciali.
Notte e nebbia sulle coscienze. Nel paese delle interrogazioni parlamentari non si alza una sola voce, fosse anche semplicemente per chiedere. Ma di quello che accade o che potrebbe accadere nei lager di questa repubblica qualcuno dovrà pur rispondere.

Laura Grimaldi
Il Manifesto

29 Gennaio 1981

[A mamma Clara, a suo figlio Bruno]

I LINK SULLA TORTURA
breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
Arresto del giornalista Buffa
Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
Il pene della Repubblica
Ma chi è il professor “De Tormentis”?
Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
Le torture su Alberto Buonoconto
La sentenza esistente
Le torture su Sandro Padula
Intervista a Pier Vittorio Buffa
Enrico Triaca: così mi ha torturato De Tormentis

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