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Julien Coupat, dopo 7 mesi ancora carcere per un libro

18 aprile 2009 1 commento

L’uso estensivo del reato di “terrorismo” fa discutere la Francia

Paolo Persichetti
Liberazione, 18 aprile 2009

«Un Coupat idéal», è il gioco di parole impiegato dal quotidiano francese Libération che giovedì scorso ha dedicato la sua primacoupatpagina alla vicenda di Julien Coupat. Unico ancora in carcere dei nove giovani arrestati lo scorso 11 novembre in una fattoria di Tarnac, nel centro della Francia, dove avevano creato una comunità autorganizzata molto apprezzata dagli abitanti del luogo. Accusati di alcuni atti di sabotaggio avvenuti nella notte del 25 ottobre e del 7 novembre 2008 sul tracciato ferroviario del Tgv. Degli uncini in ferro forgiato agganciati alle linee elettriche avevano gettato nel caos l’intero traffico dell’alta velocità. Mentre i suoi compagni sono stati scarcerati uno dietro l’altro di fronte ad un fascicolo privo d’elementi d’accusa probanti, Coupat è da sette mesi in detenzione provvisoria, imputato di «danneggiamento» e «direzione di un’associazione per delinquere in relazione con un’impresa terroristica». Per ben tre volte il tribunale di Parigi ha rifiutato di rimetterlo in libertà. La sua avvocata, Irène Terrel, non smette di denunciare un’inchiesta politica. Un accanimento che ha un nome preciso, quello della ministra degli Interni Michèle Alliot-Marie.
Figura controversa, «MAM», come la chiamano i francesi, aveva annunciato in un’affollata conferenza stampa, organizzata mentre erano ancora in corso le perquisizioni, il ritrovamento di prove inconfutabili. Il ministro degli interni bleffava spudoratamente. Prove non ne sono mai venute fuori. Niente impronte e dna come trionfalmente dichiarato. Solo tonnellate di pedinamenti e intercettazioni che alla fine si sono ridotte a un processo alle intenzioni. Pagine di commenti sulle «cattive letture» e giudizi sui «costumi dissoluti» dei giovani. Resoconti sulle manifestazioni e la militanza anticapitalista del gruppo. Nel dossier si scopre che i sabotaggi portano la firma di un collettivo antinucleare tedesco, giunta al Berliner Zeitung per ricordare la morte di un militante antinucleare durante il boicottaggio del treno Castor che trasporta scorie radioattive. Una pista deliberatamente lasciata cadere dagli inquirenti.
crochet1Ora che il fascicolo dell’inchiesta è noto, l’opinione pubblica s’interroga sull’uso estensivo del reato di terrorismo. Ciò che più fa discutere è il modello d’inchiesta messo in piedi. Uno schema che ricorda le pratiche dell’emergenza antisovversione italiana. Un teorema accusatorio più le parole di un testimone di cui si preserva l’anonimato. Teorema costruito dalla lettura di un pamphlet,L’insurrection qui vient. Testo che analizza criticamente la società francese e indica dei repertori d’azione. Non a caso gli ultimi passaggi dell’inchiesta hanno spostato l’attenzione sull’editore, Eric Hazan. Interrogato per sapere se Coupat era l’autore del libro incriminato. Ormai l’inchiesta persegue quello che palesemente è un delitto d’opinione. Ritenuto l’ideologo e il direttore d’orchestra di un’area «anarco-autonoma», secondo l’accusa attraverso il libro Coupat avrebbe creato le premesse teoriche di una radicalizzazione verso la lotta armata, dando vita ad una «cellula invisibile», nome di fantasia coniato dallo stesso pubblicoarton2152ministero, Jean-Claude Marin, a partire dalla firma «comité invisible» che gli autori del pamphlet hanno messo in calce al testo. Questa almeno è la lettura proposta da Alain Bauer, l’ispiratore occulto dell’inchiesta. Consigliere per la sicurezza, Bauer è una sorta di Rasputin dell’Eliseo. È lui ad aver scoperto per caso il libro. Folgorato da una lettura notturna ne ha acquistato 40 copie per allertare tutti i vertici dello Stato e scatenare la caccia al «pericolo rosso». Esponente dell’«industria della paura», Bauer dirige una multinazionale della sicurezza privata, la AB Sécurité. Fomentata dal suo consigliere, la ministra degli Interni ha fatto di Coupat un ostaggio personale e dell’ultragauche il nemico intimo.
In Francia molti si chiedono se questo non sia una caso pilota, un tentativo di mettere a punto la criminalizzazione preventiva delle forme d’opposizione più radicali.

Lotta di classe? maybe…inshallah

27 marzo 2009 1 commento

Francia, fabbriche in rivolta: bloccati i premi per i manager
Si apre la discussione di fronte alla crisi economica

Paolo Persichetti
Liberazione 27 marzo 2009

«Rabbia populista» o nuova «lotta di classe»? Ieri sulle pagine dei più grandi quotidiani nazionali campeggiava questa domanda: un nuovo spettro si sta aggirando per il globo?

AP Photo/Jacques Brinon)

AP Photo/Jacques Brinon

Commenti preoccupati e cronache inquiete s’interrogavano sul reale significato delle notizie provenienti dagli Stati uniti, dalla Francia e dalla Gran Bretagna. A New York, dopo l’arresto del magnate della speculazione finanziaria Maddof e la minaccia del Congresso di tassare con un’aliquota del 90% i bonus padronali, i dieci manager più pagati del colosso delle assicurazioni mondiali Aig, tra i più coinvolti nel crack delle Borse, hanno restituito i bonus milionari ricevuti come premi per i loro disastri. Per farli rinunciare a un po’ della loro famelica ingordigia è bastato un fine settima di picchetti organizzati da manifestanti davanti alle loro megaville blindate e con l’immancabile piscina.
A Edinburgo, in piena notte, il villone di Sir Fred Goodwin, l’amministratore delegato che ha portato al collasso la Royal bank of Scotland, per poi andarsene serenamente in pensione con un bonus di 16,9 milioni di sterline, alla faccia di migliaia correntisti ridotti al lastrico per aver creduto nei portafogli azionari offerti dai servizi finanziari dell’istituto di credito, è stato assalito da un gruppo di attivisti che hanno rivendicato l’azione con la sigla Bank bosses are criminals, «I banchieri sono dei criminali». Motto che riecheggia quello delle curve da stadio di mezza Europa, All corps are bastards, «Tutte le guardie sono bastarde».
Nel centro della Francia, a Pithiviers, Luc Rousselet, amministratore delegato della 3M, società farmaceutica americana in procinto di licenziare 110 dei suoi 235 dipendenti, è stato “trattenuto” negli uffici dell’azienda per oltre 30 ore dagli operai che era venuto ad incontrare. I lavoratori esigevano dei negoziati con l’azienda sulle modalità del piano di crisi che dovrà accompagnare la brusca riduzione di personale.
Ovviamente per gli operai non si è trattato di un «sequestro», com’è stato scritto sposando il punto di vista “padronale”, ma di un imprevisto prolungamento d’orario della giornata di lavoro del loro capo. Uno straordinario giustificato dall’eccezionalità della situazione venuta a crearsi. I 2700 lavoratori della 3M France, società ripartita su 11 siti, conosciuta per la produzione di “post-it” e del nastro adesivo “Scotch”, sono in sciopero illimitato dal 20 marzo. Un episodio analogo era già accaduto il 12 marzo scorso, quando il presidente-direttore generale di Sony France, Serge Foucher, era stato anche lui costretto a uno “straordinario notturno” in compagnia delle sue maestranze in lotta.

AP Photo/Jacques Brinon

AP Photo/Jacques Brinon

Lo stabilimento di Pontonx-sur-l’Adour, nelle Lande, impiega 311 persone e la sua chiusura è fissata per il 17 aprile prossimo. Al direttore della Continental, invece, è toccato in sorte un fitto lancio di uova da parte dei 1120 addetti dell’impianto di Claroix, che proprio ieri sono stati ricevuti in delegazione da un consigliere di Sarkozy all’Eliseo.
Questa volta gli operai non sono isolati, hanno alle spalle il sostegno dell’opinione pubblica indignata di fronte alla notizia dei mega compensi attribuiti ai manager d’imprese che licenziano o di banche in deficit dopo aver sperperato il denaro dei clienti.
La rabbia è montata di fronte alle parole di Laurence Parisot, presidente della confindustria francese, che si era detta indisponibile di fronte alla richiesta del presidente della repubblica d’intervenire sui consigli d’amministrazione affinché i manager rinunciassero ai premi elargiti sotto varie forme (stock options, ovvero azioni con remunerazioni privilegiate, liquidazioni d’oro o pensioni stratosferiche). Il primo ministro ha dovuto annunciare il varo di un decreto per vietare l’attribuzione di questi bonus e stock options per le aziende che ricevono aiuti dallo Stato. A questo punto, dopo le resistenze iniziali, Gerard Mastellet e Jean-Francois Cirelli, presidente e vice presidente di Gdf-Suez, il gigante francese dell’energia, hanno dovuto rinunciare ai loro compensi supplementari piegandosi – hanno detto con malcelata ipocrisia – al «senso di responsabilità».

AP Photo/Jacques Brinon

AP Photo/Jacques Brinon

I titoli tossici immessi nei circuiti finanziari stanno forse scatenando la reazione di sani anticorpi sociali? All’estero, certo non in Italia, l’ira popolare sta cambiando bersaglio: dalla «Casta» alla «Borsa», dai «politici» ai «padroni»; che la barba di Marx stia di nuovo spuntando?
Quel che sta accadendo, in particolare al di là delle Alpi, dimostra quanto devastante sia stata da noi la prolungata stagione del giustizialismo, con il suo corollario d’ideologia penale e vittimismo seguiti alle ripetute emergenze giudiziarie. Il decennio 90 si è accanito contro i corrotti della politica assolvendo i corruttori dell’economia, aprendo la strada non solo alla vittoria politica del partito azienda ma alla sua egemonia politico-culturale sulla società.
Vedremo più in là se ha ragione L’Economist quando descrive, un po’ alla Ballard, l’albeggiare di una rivoluzione del ceto medio proletarizzato; o se invece ci sarà un’irruzione di protagonismo del nuovo precariato sociale. Una cosa è certa: oltreconfine hanno individuato la contraddizione da attaccare. È tutta la differenza che passa tra allearsi contro i padroni o fare le ronde contro i romeni. Ma quel che resta della sinistra italiana l’avrà capito?

Tratto dal blog INSORGENZE

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