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OPERAZIONE PIOMBO FUSO: IL BESTIARIO


Ieri non sono riuscita ad aggiornare questo blog, malgrado fosse estremamente necessario.
Anche ieri l’ennesima strage di profughi e di sfollati: strage scientifico, compiuto su un gruppo di persone che lo stesso Tsahal,

Foto di Khalil Hamra _Civili e sfollati di Jabaliya_

Foto di Khalil Hamra _Civili e sfollati di Jabaliya_

l’esercito sionista, aveva ammassato in una palazzina intimandogli il divieto di uscire. Poco dopo, la stessa palazzina è stata colpita dall’esercito causando più di 30 morti.
«Domenica (4 gennaio), di prima mattina, i soldati israeliani sono entrati nella nostra abitazione e in quella di nostri parenti e ci hanno ordinato di radunarci tutti in un locale vicino, una specie di magazzino di cemento» racconta Mayssa all’ANSA. Erano diverse decine di persone, tutte del clan familiare dei Samuni. Senza acqua, senza cibo. Così è trascorsa una giornata. «La mattina di lunedì (5 gennaio) tre miei cugini hanno socchiuso la porta, hanno visto che la situazione sembrava tranquilla e hanno deciso di avventurarsi fuori. Ma fatti pochi passi sono stati colpiti: da un razzo sparato da un aereo senza pilota o da un carro armato, non saprei». «Noi – prosegue Mayssa – eravamo molto spaventati. Poi, dopo due ore circa, c’è stata una seconda esplosione, all’ interno del magazzino che si è riempito di fumo e di polvere. Quando abbiamo potuto vedere cosa era accaduto attorno a noi, abbiamo constatato che per terra c’erano decine di cadaveri e di feriti». «Ho visto subito che mio marito era morto. Poi fra i cadaveri ho riconosciuto anche mio suocero, mia suocera, delle zie, alcuni nipoti….».

Foto di Baz Ratner

Foto di Baz Ratner

«È stato mio cognato ad infondermi coraggio» prosegue Mayssa. «Mi ha detto che ormai per chi era morto non c’era più niente da fare e che dovevamo pensare ai feriti. Io ero ferita in modo non grave, così siamo usciti in cerca di aiuti. Con un fazzoletto ho cercato di fermare la emorragia nella mano di Jumana, che aveva perso tre dita». Da un letto vicino Ula Samuni aggiunge altri dettagli. «Per strada ci siamo imbattuti in soldati israeliani che ci chiedevano dove fosse Ghilad Shalit…» il soldato israeliano rapito da Hamas nel 2006. Nel bombardamento Ula ha perso due dei sei figli. Altri due, che in un primo momento erano stati dati per morti, sono stati trovati feriti sotto le macerie due giorni fa. Mayssa a fatica è riuscita a trovare un’ambulanza che l’ha portata all’ospedale Shifa. Altri, meno fortunati, hanno percorso a piedi il tragitto di 5-6 chilometri fino all’ ospedale, agitando bandiere bianche. Rivolta ai giornalisti, Ula esclama: «Israele dice di voler combattere Hamas e poi invece colpisce noi, che siamo solo vittime. Tutto il mondo è colpevole di questo crimine». Poi Ula si chiede chi vendicherà mai quei morti.
Questa una piccola testimonianza di decine e decine che potremmo riportare.

Foto di Ismail Zaydah

Foto di Ismail Zaydah

Intanto invece, oggi, inizierei qui un bestiario. Le dichiarazioni più schifose…POTETE CONTRIBUIRE, così ne collezioniamo un po’e pubblichiamo un bel bestiario puzzolente.
8.55: Di fronte «a una parte dell’Islam che si pone in maniera aggressiva rispetto al cristianesimo» le reazioni cristiane «sono le più varie» e qualche volta c’è «una sorta di ammiccamento». Lo dice in un’intervista al ‘Corriere della Serà il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, che definisce anche «allarmanti» le parole del cardinal Martino che nei giorni scorsi aveva equiparato Gaza ai campi di concentramento. «Gravi» sono poi, secondo Di Segni , le parole dell’ direttore della sala stampa del Vaticano Joaquin Navarro-Valls, che aveva invece parlato di «segno di libertà» a proposito delle manifestazioni di preghiera dei musulmani: «E invece, in luoghi così importanti per la civiltà cristiana, poteva essere un segno di guerra» 

 

8.57: «Rafforzare i legami con lo Stato ebraico». È questo l’imperativo per Andra Ronchi, ministro per le Politiche europee, che in un’intervista al ‘Messaggerò definisce Hamas «terrorismo allo stato puro». «Chi oggi in Italia fa dei distinguo rispetto a Israele – aggiunge – è oggettivamente un fiancheggiatore di Hamas: culturalmente prima che politicamente. Sbaglia anche chi, come D’Alema, vede in Hamas un possibile interlocutore», dato che l’organizzazione «propugna la distruzione di Israele». 

9.00: «Il Comune di Roma non può essere da meno alla Provincia: quindi daremo non 10mila ma 15mila euro». È l’impegno economico in favore dei bambini palestinesi che il sindaco Gianni Alemanno ha preso partecipando alla registrazione del Maurizio Costanzo Show. Durante la puntata, un rappresentante di Save The Children ha infatti ricordato come palazzo Valentini abbia messo a disposizione dell’associazione un contributo di 10mila euro. «Messo alle strette» da Costanzo, anche il sindaco ha assicurato un impegno del Comune. Poi scherzando sull’entità del contributo, Alemanno ha concluso: «Marrazzo ne dovrebbe dare almeno 20mila».

12.55 Alcune agenzie dell’Onu a Gaza avrebbero al loro interno uomini infiltrati di Hamas. Lo ha affermato oggi l’ambasciatore di Israele in Austria, Dan Ashbel, in un’intervista al settimanale Profil in uscita lunedì. «Sapete oggi chi sono a Gaza i dipendenti dell’ Unrwa (l’ agenzia dell’Onu per l’aiuto ai rifugiati palestinesi) – ha detto l’ambasciatore – sono uomini di Hamas che distribuiscono aiuti a coloro che sono fedeli ad Hamas». «Anche questa organizzazione umanitaria – ha concluso – è sotto il controllo di Hamas che la utilizza come un’arma contro il suo popolo». L’agenzia dell’Onu per i rifugiati a Gaza aveva sospeso giovedì le operazioni nella Striscia dopo che uno dei suoi convogli era stato colpito da alcuni proiettili e l’autista palestinese era stato ucciso. L’Onu ha annunciato che riprenderà la distribuzione degli aiuti, dopo aver ricevuto da Israele garanzie sulla sua sicurezza, e ha chiesto ad Israele di indagare sugli attacchi al convoglio Unrwa e alle tre scuole dell’Onu a Gaza

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  1. 11 gennaio 2009 alle 12:38

    11 GENNAIO 2009. ore 12.20:
    Sul piano politico-strategico, aprendo la consueta riunione del Consiglio dei ministri, il premier israeliano, Ehud Olmert, ha dichiarato oggi che «Israele si avvicina agli obiettivi che si è prefissato». «Non possiamo lasciarci sfuggire all’ultimo momento quanto è stato finora conseguito con grandi sforzi», ha aggiunto. «Nessun Paese al mondo, anche quelli che ci fanno la predica, avrebbero mostrato un autocontrollo maggiore», ha osservato Olmert il quale ha anche ribadito che Israele non accetterà di farsi dettare limitazioni dal mondo esterno. Da parte sua, il generale israeliano Yoav Galant, responsabile dell’operazione Piombo fuso, ha chiesto a Olmert e al ministro della difesa, Ehud Barak, di dare il nulla-osta all’ avvio della «terza fase» dell’operazione, che prevede il dispiegamento di decine di migliaia di riservisti richiamati alle armi nei giorni scorsi. Galant ha inoltre ventilato la possibilità che l’esercito possa occupare di nuovo – ma temporaneamente – interi settori della Striscia di Gaza, in particolare il tratto di frontiera con l’Egitto al di sotto del quale passano oltre un migliaio di tunnel utilizzati per il contrabbando di armi verso il territorio palestinese.

  2. 11 gennaio 2009 alle 21:37

    11 Gennaio 2009
    Ore 19.52 IL BESTIARIO PROSEGUE
    Le manifestazioni anti-israeliane svoltesi in varie città europee per protestare contro la operazione ‘Piombo Fusò hanno destato un senso di collera in Israele. Lo stesso premier Ehud Olmert ha notato in tono piccato oggi, durante la seduta del consigilio dei ministri, che «nessun Paese al mondo, anche quelli che ci fanno la predica, avrebbe nostrato un autocontrollo maggiore» di fronte ai ripetuti lanci di razzi sulle proprie città e sui propri civili. «Quelle manifestazioni creano anche in me una sensazione pesante, per la loro ipocrisia» ha detto all’Ansa Ben-Dror Yemini, uno dei principali editorialista del quotidiano Maariv. Yemini non è un sostenitore della destra. «Sono a favore – precisa – di uno stato palestinese, accanto ad Israele. Sono per l’iniziativa di pace saudita, anche per quella di Ginevra». Ma ciò non significa in alcun modo che Israele possa esimersi dalla lotta contro Hamas, «il cui scopo è di distruggere tutti gli ebrei, non solo Israele». In passato, nota Yemini, altri Stati si sono dovuti cimentare con l’Islam radicale. Ad esempio la Siria, nel 1982 «quando furono sterminate 20-30 mila persone nella città di el-Hama». L’anno scorso, ricorda Yemini, anche il Libano dovette affrontare a Naher el-Bared l’Islam radicale. «Un campo profughi intero fu raso al suolo. Non ricordo che allora fossero inscenate nel mondo manifestazioni di protesta. Anzi, le autorità libanesi riscossero generali espressioni di consenso». Nei conflitti ci sono spesso vittime civili. L’Europa dovrebbe ricordare i duri bombardamenti della Nato in Jugoslavia nel 1999. Gli ospedali colpiti per errore, e gli ospizi. Centinaia di innocenti uccisi, «eppure Milosevic – nota – non minacciava certo di distruggere l’Europa». Yemini sposta la sua attenzione sull’Afghanistan. «Non c’è dubbio che là si trovi una estensione cancerogena dell’Islam radicale. In quei combattimenti purtroppo perdono la vita non pochi civili. Ma perchè mai è più giusto che soldati europei vadano a confrontarsi a grande distanza dall’Europa contro un nemico che certo non spara razzi su Madrid o su Roma, mentre sarebbe ingiusto per Israele combattere contro Hamas che rappresenta per noi un pericolo diretto ed anche maggiore ? » Yemini precisa di non aver alcuna animosità nei confronti dei musulmani in quanto tali. Anzi, nota, «l’Islam radicale è innanzi tutto un nemico loro. Ha massacrato molti più musulmani che non israeliani o europei. Basti pensare all’Algeria, all’Iraq, al Sudan, all’Afghanistan». Alla vista delle immagini che giungevano ieri dall’Europa, nel vedere sfilare assieme gli attivisti islamici simpatizzanti di Hamas e Hezbollah con i militanti della sinistra progressista, ritiene che si sia creata una situazione paradossale. «Come spiegarsi che persone ultra-illuminate collaborino con persone ultra-retrograde?». Li unisce in apparenza lo stesso astio verso gli Stati Uniti (‘il grande Satanà) e contro Israele (‘il piccolo Satanà). «Ma – dice – non capiscono che l’Islam radicale vuole anche l’Europa». Il futuro non è roseo, prevede Yemini. Lo allarma la «educazione all’odio», a Gaza come altrove, che a suo avviso avviene «anche nelle scuole dell’Unrwa», l’ente dell’Onu per i profughi palestinesi. «Finchè non sarà stabilito che questo tipo di educazione è vietata – conclude Yemini – l’Islam radicale continuerà a dare filo da torcere»

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