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Quando il carcere ti educa a “chiedere di poter chiedere”: la domandina


Quando scrivi del carcere le tue mani scivolano in altro modo sulla tastiera,
come prima l’inchiostro, sui tanti troppi fogli che hai scritto a mano in tutta la tua carcerazione.
Quando scrivi di carcere cambia la posizione del tuo corpo, cambia il movimento perpetuo delle tue gambe,
cambia il modo in cui ti batti il fianco del dito indice sulle labbra, per cercare la concentrazione.

Odio il tuo modo di rapportarti con il carcere, ormai.
Odio il nostro tavolo pieno di domandine.
Amo il modo in cui ce lo racconti, a tutti noi, a tutti quelli che hanno voglia di capire,
e di abbatterlo.

LA DOMANDINA
di Paolo Persichetti
(dal suo blog: INSORGENZE)

Anche il carcere ha la sua interfaccia. A pensarci bene è davvero sorprendente che un’istituzione che ha meccanismi tanto farraginosi e vetusti poi funzioni come una cibermacchina. Stiamo parlando del “modulo 393” dell’amministrazione penitenziaria, senza il quale il carcere si bloccherebbe. Modulo 393? In realtà il suo vero nome è domandina.
Parliamo di uno stampato che viene consegnato ai detenuti per comunicare con l’amministrazione. Per intenderci, chi vuole chiedere o rappresentare qualcosa al direttore, al magistrato, oppure al dottore, o magari all’educatrice, all’assistente sociale, all’ispettore di reparto, o ancora vuole acquistare prodotti nella lista del sopravitto, o vuole telefonare, rivolgersi alla matricola, vedere un volontario, parlare con il prete, recuperare un oggetto al casellario, o ancora chiedere i moduli dei telegrammi per poi spedirli, fare la telefonata alla famiglia, non basta che scriva una lettera o compili i moduli appositi: spesa, telefonate, eccetera, eccetera (ne esiste un’infinta panoplia). Deve accompagnare tali richieste o comunicazioni con la domandina, il modulo chiave, il passe-partout con il quale, in sostanza, si chiede di poter chiedere.
La burocrazia si esprime con un linguaggio simbolico che dice cose molto chiare. In carcere poter chiedere non è un diritto ma una concessione, un premio, come la carota da rosicchiare. L’unica facoltà di autodeterminazione riconosciuta al recluso è quella di poter chiedere, “alla signoria vostra” come recitava la formula di rigore alcuni anni fa. Solo i prigionieri politici e pochi altri si rifiutavano. Questa è la costituzione materiale della prigione, il suo codice genetico, poi, solo poi e molto dopo, viene la costituzione, l’ordinamento e il regolamento penitenziario stampati in bella carta.
Basta che manchino le domandine e non si può chiedere più nulla. Capita l’antifona! E’ molto facile staccare la spina.
E sia chiaro, non basta chiedere una volta. L’atto deve essere ripetuto continuamente. Quale è il fine di tutto ciò?
Intanto suscitare una situazione d’indeterminatezza continua. Nulla è mai veramente acquisito, tutto resta sempre incerto. Ogni risposta dipende dal responsabile di turno, dal suo umore, dalle sue inclinazioni, dalla sua economia libidinale, dal livello di sadismo che lo soddisfa.
Il detenuto è così privato d’ogni autonomia e capacità di autodeterminazione. Scrive in proposito Salvatore Verde (Massima sicurezza, Odradek 2002): il processo di sorveglianza che la domandina innesca, trasforma l’originario desiderio in una istanza ridotta alla dicotomia sì/no, cioè al linguaggio binario che infantilisce la comunicazione piegandola all’esercizio del principio di autorità. E’ da ciò che deriva il diminutivo DOMANDINA, così simile a frittatina, passeggiatina, gelatino, parole che suscitano in tanti di noi ancora un fremito bambinesco. «In fondo, io sono come una madre per voi», mi disse una volta una direttrice. Senza offese dottoressa, ma in questo caso preferisco diventare orfano.

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  1. icittadiniprimaditutto
    4 agosto 2012 alle 22:28

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. Marco Pacifici
    5 agosto 2012 alle 01:15

    Condiviso e commentato… Per non dimenticare.

  3. Vittorio Antonini
    5 agosto 2012 alle 08:14

    Solo una nota per far meglio comprendere il modo in cui l’Istituzione carceraria da sempre prova a piegare il linguaggio stesso dei detenuti, ovvero a piegarne la coscienza di cui il linguaggio è l’espressione immediata. Fino al 2000 la famosa doman
    dina iniziava così: “Il sottoscritto…….PREGA…..” Il detenuto poteva quindi rivolgersi all’Istituzione soltanto pregando, ossia elevandola a un tabù indiscutibile, ad un feticcio verso il quale si può soltanto aver fede…. anche quando nega i più elementari Diritti dei detenuti e ne calpesta la dignità.

  4. savinoas
    5 agosto 2012 alle 10:18

    Caro Paolo,
    La domandina è anche un veicolo di potere, un modo per relazionarsi con il potere tipico del suddito e del sottomesso.
    Con essa si stabilisce la distanza dei mondi con le “Signorie Vostre illustrissime” in alto e il mondo dei paria, degli “intoccabili” e in bassi i reprobi a sciena china, quelli che devono perennemente allungare la mano per chiede “elemosine” e piccole concessioni alle “Signorie Vostre” sempre “Illustrissime”.
    E questa accettazione di ruoli è considerato indice, per il giudice di sorveglianza, di un buon percorso di “riabilitazione sociale” che il detenuto ha intrapreso.
    Il ripristino, nella mente del detenuto, dell’autoritas anzitutto e sopratutto. L’autorità, e le regole di accesso all’autorità, vengono prima del rispetto delle altrui persone (considerato assolutamente secondario e insignificante).

    Va segnalato anche che c’era (e c’è ancora, rientrato per le carcerazioni NO TAV) alcuni come Ferrari M. che non ha mai fatto una “domandina” in vita sua (neanche per la scarcerazione) … si è fatto milioni di anni(30 anni di carceri speciali – dove il tempo è dilatato) di detenzione per l’accusa di porto d’armi non autorizzato: una pistola 7,65, non militare!

    Ma per la maggior parte dei detenuti invece tutto questo è un gioco di ruoli, e lasciano volentieri alle “Signorie Vostre” il senso di protezione e sicurezza che questo gioco dà loro, tanto, dopo sarà un’altra storia.

  5. gianni
    12 agosto 2012 alle 09:19

    Condivido tutto e di tutti ed aggiungerei che anche qualora tu faccia la domandina e loro vogliano ricattarti non accettandola, ti sugeriscono di rivolgerti al prete del carcere e se non sei credente o “ravveduto” riguardo alle tue “idee”…non ottieni nulla! Questa fu la mia prima esperienza carceraria appena arrivato al mastio di Volterra ed uscito dall’isolamento. Volevo aquistare dei sigari Toscani!!!…forse lo facevano per la mia salute! Sempre avanti così compagni! Gianni Landi

  1. 6 novembre 2012 alle 10:59
  2. 4 dicembre 2012 alle 19:16
  3. 5 dicembre 2012 alle 15:50
  4. 7 dicembre 2012 alle 09:38
  5. 15 maggio 2013 alle 16:24

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