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Finalmente testimonianze dirette di ciò che avviene nel Mediterraneo, cimitero liquido

2 dicembre 2009 Lascia un commento

Importante, necessario, obbligatorio far girare queste testimonianze raccolte da Fortress Europe

ROMA – Picchiati dai militari italiani e deportati nel Sahara. Parlano i respinti. Per la prima volta. Dalle celle di un carcere in mezzo al deserto libico, mille chilometri a sud di Tripoli, dove sono finiti dopo essere stati respinti in Libia dalle navi militari italiane. Li abbiamo raggiunti telefonicamente. Sono 38 somali. Tutti uomini. Parte dell’equipaggio di 81 somali partiti da Tripoli lo scorso 27 agosto 2009 e respinti dalle autorità italiane dopo tre giorni in mare, il 30 agosto
A. è uno di loro. Ha 17 anni. “Siamo partiti la notte del 27 agosto – racconta -. Con noi c’erano 17 donne, 7 bambini e una donna anziana, eravamo tutti somali”. Dopo due giorni di navigazione verso nord, il gommone incontrò una motovedetta maltese. “Ci dettero acqua e giubbetti di salvataggio. Chiedemmo la direzione per Malta, non volevamo andare in Italia, per paura dei respingimenti. Ci indicarono la rotta e ripartimmo. Fu solo dopo cinque ore di navigazione che capimmo che stavamo andando verso la Sicilia”. M., un compagno di cella di 29 anni, conferma. 
Il racconto di quelle ore coincide con la cronaca delle agenzie di stampa del 30 agosto. A 24 miglia di distanza da Capo Passero, in provincia di Siracusa, l’imbarcazione viene intercettata dalle unità italiane. Quattro passeggeri, tra i quali una donna e un neonato, vengono trasferiti in ospedale alla Valletta. Un quinto uomo viene ricoverato a Pozzallo, in Sicilia. Gli altri passeggeri vengono trasbordati su un pattugliatore di altura della Guardia di Finanza che parte in direzione di Tripoli, dove arriverà il giorno dopo. Fin qui la cronaca ufficiale. Ma cosa successe davvero a bordo?

“Quando ci presero a bordo non ci dissero dove ci stavano portando – racconta A. -, ma a un certo punto era chiaro che tornavamo in Libia, perché eravamo in mare da troppo tempo, ci abbiamo messo 28 ore a raggiungere Tripoli”. Fu allora che sul ponte scoppiò una dura protesta. “Ci avevano diviso. Le 17 donne con i 7 bambini stavano da una parte. Gli uomini dall’altra. Le donne piangevano, gli uomini gridavano. Per fortuna c’erano tre uomini che parlavano inglese e facevano da interpreti con gli italiani. ‘No life in Libya’ dicevano. Gli abbiamo spiegato che eravamo somali, che in Somalia c’è la guerra e che non potevamo tornare in Libia. Piuttosto, dicevamo, potevano rimandarci in Sudan, dove non avremmo corso rischi, ma non in Libia”. 
Inizialmente – racconta A. – i militari italiani sembravano comprendere le loro ragioni. A. ricorda il più anziano a bordo. “Era un signore con i capelli bianchi. Piangeva, era commosso a vedere le donne e i bambini in lacrime, e la signora anziana, al pensiero di rimandarci in galera”. A. sostiene che quell’ufficiale abbia contattato il comando, per sapere cosa fare. Ma la motovedetta non ha mai invertito il timone. E a metà rotta ha incontrato la motovedetta libica su cui doveva trasbordare i respinti. Lì le proteste sono aumentate. “Alcuni uomini minacciavano di buttarsi in mare, gridavano, i militari italiani sono dovuti intervenire con la forza, si sono accaniti a manganellate contro un ragazzo. Finalmente hanno deciso di non trasbordarci e siamo rimasti a bordo fino al porto di Tripoli”. Appena a terra, sul molo, le proteste sono immediatamente finite, racconta A. “Chi parlava veniva subito picchiato dai libici”.
Da lì sono stati trasferiti nel carcere di Tuaisha, vicino all’aeroporto di Tripoli. E dopo un mese sono stati smistati in diversi centri di detenzione. Trentotto di loro – tra cui nessuna donna – sono finiti a Gatrun. Mille chilometri a sud di Tripoli. Vicino alla frontiera con Chad e Niger, in pieno deserto. Il viaggio da Tripoli è durato tre giorni, chiusi dentro un container. Qui si trovano al momento 245 detenuti, tutti somali. Stipati in tre camerate, dormono a terra, senza coperte e senza materassi, di notte fa freddo, alcuni si sono presi la scabbia. Una delle camerate è per le donne, che sono 54 e stanno insieme ai quattro bambini, uno dei quali ha solo pochi mesi ed è nato in carcere, a Benghazi. Già perché la maggior parte dei detenuti di Gatrun proviene proprio dal centro di Benghazi, a Ganfuda. 
Rircordate? Ne avevamo parlato in un’inchiesta a settembre, quando avevamo pubblicato le foto dei somali feriti a coltellate dalla polizia libica durante la durissima repressione di un tentativo di evasione di massa dal carcere, il 9 agosto scorso, concluso con l’uccisione di sei somali. 
Anche a Gatrun hanno tentato la fuga in massa. È successo venerdì scorso. Hanno sfondato la porta della cella e sono fuggiti in 91. La polizia libica è riuscita a riprenderne solo 32. “Sono stati picchiati duramente – racconta M. – e poi riportati qua. Per noi e per loro non c’è nessuna soluzione. Siamo qui da mesi, non abbiamo ancora visto l’Onu. Ma all’Onu e all’Europa a questo punto chiediamo di rimpatriarci. Piuttosto che rimanere chiusi in questa galera, preferiamo morire in guerra a Mogadiscio”.

Ecco le prove: la strage di Benghazi, le torture in Libia, gli accordi sulla pelle dei migranti

2 settembre 2009 Lascia un commento

Kafuda2Adesso abbiamo le prove. Sono quindici foto in bassa definizione. Scattate con un telefono cellulare e sfuggite alla censura della polizia libica con la velocità di un mms. Ritraggono uomini feriti da armi di taglio. Sono cittadini somali detenuti nel carcere di Ganfuda, a Bengasi, arrestati lungo la rotta che dal deserto libico porta dritto a Lampedusa. Si vedono le cicatrici sulle braccia, le ferite ancora aperte sulle gambe, le garze sulla schiena, e i tagli sulla testa. I vestiti sono ancora macchiati di sangue. E dire che lo scorso 11 agosto, quando il sito in lingua somala Shabelle aveva parlato per primo di una strage commessa dalla polizia libica a Bengasi, l’ambasciatore libico a Mogadiscio, Ciise Rabiic Canshuur, aveva prontamente smentito la notizia. Stavolta, smentire queste foto sarà un po’ più difficile.
A pubblicarle per primo sulla rete è stato il sito Shabelle. E oggi l’osservatorio Fortress Europe le rilancia in Italia. Secondo un testimone oculare, con cui abbiamo parlato telefonicamente, ma di cui non possiamo svelare l’identità per motivi di sicurezza, i feriti sarebbero almeno una cinquantina, in maggior parte somali, ma anche eritrei. Nessuno di loro però è stato ricoverato in ospedale. Sono ancora rinchiusi nelle celle del campo di detenzione. A venti giorni dalla rivolta.
Tutto è scoppiato la sera del 9 agosto, quando 300 detenuti, in maggioranza somali, hanno assaltato il cancello, forzando il cordone di polizia, per scavalcare e fuggire. La repressione degli agenti libici è stata fortissima. Armati di manganelli e coltelli hanno affrontato i rivoltosi menando alla cieca. Alla fine degli scontri i morti sono stati sei. Ma il numero delle vittime potrebbe essere destinato a salire, visto che ancora non si conosce la sorte di un’altra decina di somali che mancano all’appello.Maxaabiistii_liibiya%20(5)

Il campo di Ganfuda si trova a una decina di chilometri dalla città di Bengasi. Vi sono detenute circa 500 persone, in maggior parte somali, insieme a un gruppo di eritrei, alcuni nigeriani e maliani. Sono tutti stati arrestati nella regione di Ijdabiyah e Benghazi, durante le retate in città. L’accusa è di essere potenziali candidati alla traversata del Mediterraneo. Molti di loro sono dietro le sbarre da oltre sei mesi. C’è chi è dentro da un anno. Nessuno di loro è mai stato processato davanti a un giudice. Ci sono persone ammalate di scabbia, dermatiti e malattie respiratorie. Dal carcere si esce soltanto con la corruzione, ma i poliziotti chiedono 1.000 dollari a testa.
Le condizioni di detenzione sono pessime. Nelle celle di cinque metri per sei sono rinchiuse fino a 60 persone, tenute a pane e acqua. Dormono per terra, non ci sono materassi. E ogni giorno sono sottoposti a umiliazioni e vessazioni da parte della polizia.

Kafuda8Sull’intera vicenda, i deputati Radicali hanno depositata lo scorso 18 agosto un’interrogazione urgente al Presidente del Consiglio e al Ministro degli Esteri, chiedendo se l’Italia “non ritenga essenziale, anche alla luce e in attesa della verifica dei fatti sopraesposti, garantire che i richiedenti asilo di nazionalità somala non siano più respinti in Libia”. Probabilmente la risposta all’interrogazione tarderà a venire in sede parlamentare. Ma nella realtà dei fatti una risposta c’è già. E il respingimento dei 75 somali di ieri ne è la triste conferma.
Siamo finalmente riusciti a parlare telefonicamente con uno di loro. A bordo erano tutti somali, ci ha detto. E avevano chiesto ai militari italiani di non riportarli indietro, perché volevano chiedere asilo. Inutile. In questo momento, mentre voi leggete, si trovano nel centro di detenzione di Zuwarah. Da quando sono sbarcati, ieri alle tredici, non hanno ancora ricevuto niente da mangiare. Né hanno potuto incontrare gli operatori dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite di Tripoli. Li hanno rinchiusi in un’unica cella, tutti e 75, comprese le donne e i bambini.
Nessuno di loro ha idea di quale sarà la loro sorte. Ma nessuno si azzardi a criticare l’Italia per la politica dei respingimenti o per l’accordo con la Libia. Tanto meno l’Unione europea e i suoi portavoce

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