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Posts Tagged ‘Roberto Maroni’

Il festival di Sanremo abbraccia i morti di Lampedusa: ce lo potevano risparmiare

12 febbraio 2015 2 commenti

Stiamo parlando dell’ennesima strage che ha inghiottito nel mare blu qualche centinaio di persone.
Il tutto a poche ore dall’inizio dell’ennesimo Festival della canzone italiana di Sanremo: festival che è approdato nel nuovo millennio e nel mondo dei social network con una pagina twitter che probabilmente ha lo stesso ufficio stampa che gestisce l’Expo (quello che due giorni fa ha attribuito il David di Michelangelo a Donatello, come se niente fosse).
Quindi senza ulteriori inutili, sprecate, parole
ecco a voi il tweet che commenta 300 cadaveri ancora non galleggianti di persone senza colpa se non quella di provare a vivere.
Magari liberi. Magari schiavi. Ma vivi.

mi fate schifo.

Due gommoni alla deriva, in mezzo ad un mare di vergogna

11 febbraio 2015 1 commento

Due gommoni vuoti in mezzo al mare.
Due gommoni vuoti in balia delle onde, in pieno inverno.
Due gommoni senza vita, quando invece la vita sopra ci si era accalcata per trovare posto e respiro durante la traversata.
Traversata impossibile, traversata che l’Europa ha deciso di trasformare in una morte quasi certa.

Un’altra strage in mare, un’altra strage di vite che non interessano a nessuno ma che son vite,
son occhi e sorrisi, son fotografie nelle tasche, indirizzi scritti sulla pelle, son soldi nelle mutande, son figli attaccati ai capezzoli, son bambini che han lasciato a terra sorelle o madri,
son persone sì, persone con in tasca il futuro e davanti una morte annunciata, decisa a tavolino, già bella che scritta.
Una morte che non interessa a nessuno, di cui nessuno parlerà, su cui qualcuno speculerà.
Che qualcuno dovrebbe vendicare.

I racconti parlano di un gommone con 200 persone a bordo.
Il gommone galleggia vuoto.
In mezzo al mare, in mezzo ad un mare di vergogna e di complici.

LEGGI:
Morire di freddo
La resistenza di Kobane morirà nel mare?
Altri 500
Siamo tutti ASSASSINI
Mare nostrum: un cimitero liquido
Il mare della morte
La strage di Catania
I corpi sugli scogli
Eurosur e la Fortezza Europa

Quando si assassina col freddo e col gelo

9 febbraio 2015 2 commenti

Mentre tutti postate fotografie di come la neve imbianca il vostro quartiere, si muore di freddo.
Si muore di freddo bambini, si muore di freddo donne, si muore di freddo in gravidanza,
in un battello galleggiante in mezzo al nulla.
In mezzo ad un universo di acqua in cui si confida al punto di chiamarlo futuro.

I morti di oggi, assiderati durante una traversata, dopo ore di difficoltà di navigazione a largo di Lampedusa sono stati deliberatamente assassinati dalle scelte europee sui profughi e i richiedenti asilo che salpano dal nord Africa per arrivare in Europa, in questo grande vergognoso lager che è l’Europa.
I 29 morti di oggi non son morti di freddo, ma assassinati dalla scelta di sospendere anche Mare Nostrum,
che almeno le vite le salvava, anche se poi le immetteva in meccanismi repressivi e di privazione di libertà di movimento.

Si muore di freddo, nemmeno affogati, ma di freddo.
Bastava nulla per salvare quelle vite: nulla. Solamente 7 dei 29 son stati trovati morti a bordo quando i soccorsi sono arrivati: gli altri son morti mentre arrivavano verso terra.
Bastava nulla per salvare quelle vite.
Nulla.

LEGGI:
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Maurice, rifugiato politico, deportato in Nigeria … uno dei troppi.

13 marzo 2014 Lascia un commento

Una deportazione dietro l’altra,
non solo di neo sbarcati, che dopo mesi a far muffa in qualche Cara e poi Cie vengono fatti salire a bordo di aerei (spesso di linea e carichi di festanti viaggiatori –LEGGI-), ma anche di chi in questo paese aveva ricostruito la sua vita, aveva trovato compagni di vita e di lotta…
Continuo a pensare che questo debba essere il punto primo di ogni nostra battaglia,
quello a fianco dei nostri compagni migranti.
Vi lascio con la storia di Maurice, uno di noi: che da due giorni è stato rimandato nel paese da cui era fuggito, la Nigeria.
La dovreste proprio paga’ cara…in primis tutte le giunte di sinistra, i piddini -tanto democratici- responsabili di deportazioni e tortura.

Dal sito: hurriya.noblog.org
Maurice Amaribe, un compagno di origini nigeriane che si era battuto fin dai primi giorni dell’occupazione Casa de Nialtri ad Ancona (sgomberata ad inizio febbraio), è stato deportato nel suo paese di origine.

Maurice era stato prelevato la mattina del 6 marzo e da quel momento non si avevano sue notizie. Secondo quanto appurato dalla delegazione di Casa de Nialtri presso la questura di Ancona è stato rimpatriato il giorno successivo.

Nel comunicato diffuso (qui) Maurice viene descritto così:
Sempre gentile, rispettoso nei confronti di tutti, felice di dare quotidianamente il suo contributo ad un’esperienza che lo aveva da subito coinvolto. Maurice era da alcuni anni ad Ancona. Gli era stato riconosciuto lo status di rifugiato politico. Ma i documenti gli erano scaduti e non ha fatto in tempo a rinnovarli

Nello stesso comunicato si ribadiscono anche le responsabilità della giunta e (aggiungiamo) del sindaco (PD) Mancinelli che all’inizio di febbraio avevano sgomberato, mandando un piccolo esercito di sbirri, l’ex scuola in cui era sorta l’occupazione abitativa Casa de Nialtri.

Continua la barbara pratica della deportazione degli immigrati nei loro paesi d’origine per la sola accusa di non avere documenti, pratica che sempre più spesso riguarda i migranti che lottano e si espongono in prima persona.

Non va infine dimenticato che ad Ancona, secondo l’unione inquilini, ci sono 1300 richieste di assegnazione di case popolari a fronte di 100 posti disponibili e 110 sfratti ogni anno e la scuola sgomberata più di un mese fa è ancora vuota (in attesa che partano i lavori urgenti), ma le persone che si autorganizzano continuano ad essere avversate e criminalizzate.

Mistral Air: le deportazioni assicurate di Poste Italiane

27 gennaio 2014 Lascia un commento

Forse è perché oltretutto sono dipendente di Poste Italiane, ma a me ‘sta cosa che Mistral Air (compagnia aerea del gruppo Poste Italiane ) fosse estremamente attiva nella deportazione di essere umani mi ha fatto sempre incazzare non poco.
Ho avuto a che fare, per caso, durante una visita medica, anche con alcune persone che lavoravano direttamente per la compagnia, che difendevano schifosamente l’operato con frasi tipo “tanto se non lo facciamo noi lo fa un altro”, “ma sono direttive di Stato”, “ma signora, non si tratta di deportazioni”.

Si tratta proprio di deportazioni, le parole sono tante, hanno varie sfaccettature: qui la parola adatta è “deportazione”, che piaccia o no.
Perché non piace eh, se incontri i fanciullini tutti cravatta e scarpe a punta, che lavorano per società simili, determinate parole non piacciono, danno fastidio, costringono ad allentare un po’ il nodo della cravatta.
Iniziative importanti, mentre nei CIE divampa la protesta : da 3 giorni va avanti un determinato sciopero della fame e della sete nel Cie di Ponte Galeria, che ha bisogno della solidarietà attiva di tutti noi.
Questoinvece  quel che è accaduto oggi, attraverso il sito Macerie (ma lo seguite sì?)davanti a tre uffici postali di Milano.
Qui un vecchio post a riguardo: LEGGI
Sempre dal sito Macerie invece, vi consiglio di leggere il post “Sì, fuoco ai CIE”, perché sì. Punto.

Questa mattina un gruppo di solidali con le lotte dei reclusi del Cie ha dato vita a tre presidi-lampo di fronte ad altrettanti uffici postali di Porta Palazzo e della Barriera di Milano. Manifesti sulle vetrine, volantini e interventi al megafono per segnalare a clienti e impiegati che PosteItaliane, attraverso la loro controllata MistralAir, collaborano con le deportazioni dei senza-documenti. Una piccola contestazione, che però ha fatto andare in confusione gli impiegati di Porta Palazzo, che si sono barricati nell’ufficio lasciando fuori alcuni clienti e che hanno riaperto solo all’arrivo di una volante della polizia – rimasta poi di piantone fino all’orario di chiusura.
macerie @ Gennaio 27, 2014

Ottobrata romana: 16-17-18 ottobre 2013, a due anni dagli scontri di San Giovanni

20 settembre 2013 Lascia un commento

Foto di Valentina Perniciaro _15 ottobre 2011_

Questo blog ha scritto molto riguardo il 15ottobre2011, l’ha vissuto sulla sua pelle (soprattutto dentro ai polmoni)…
una giornata che ha cambiato diverse cose, anche dentro di me,
che ha visto alzarsi spaccature velenose poi calmatesi col tempo, purtroppo o perfortuna, all’interno del movimento.

Una giornata che ha visto alzarsi il livello dello scontro, ma che ha scatenato violenza tra noi,
che ha rispolverato la delazione tra i compagni, i comunicati contro gli “sfasciacarrozze” e tante altre cose capaci di creare cicatrici ancora più che dolorose.
Innegabile il fatto che è una giornata che c’ha insegnato tanto, perché era tanto che non si teneva una piazza in quel modo, malgrado caroselli ogni istante più violenti e una pioggia di lacrimogeni che giusto nei boschi valsusini si era vista ultimamente.
Una giornata che poi puuuffff, è un po’ scomparsa dalle strade per apparire troppe volte dentro le aulee dei tribunali penali:
l’unico reale strascico di quelle giornate fino ad ora è stata una feroce e surreale repressione…

tra poco, a distanza di due anni, si tornerà a vivere la stessa piazza,
e quello che leggete nel box qui sotto è un comunicato che gira per la rete…

i testi caldi :) sul 15 ottobre:
Delazione e rimozione della propria storia
Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti
Su quelle giornate e la repressione che ne è seguita:
Il comunicato su Giovanni Caputi
Ecco la prima condanna
Cobas contro Cobas
Un commento di Oreste Scalzone
Presidio a Regina Coeli
Infoaut risponde al comunicato dei Cobas
I “terroristi urbani”

16 – 17 – 18 Ottobre 2013 – Roma

Tre Giornate di Lotta in Solidarietà ai Rivoltosi e alle Rivoltose del 15 Ottobre 2011

15 ottobre 2011, una data impressa nella memoria di molti.
Che ci sarebbe stata una sommossa era nell’aria e così è successo.

Quel giorno, nelle strade di Roma, migliaia di persone si sono scontrate per diverse ore con la polizia attaccando i responsabili della miseria e dell’oppressione di tutti. Sono state colpite banche, agenzie interinali, compro oro, supermercati, auto di lusso, edifici religiosi, militari e amministrativi. Se molti sono scesi in piazza con intenzioni bellicose, altri hanno disertato le fila rassegnate dell’ennesimo inutile corteo approfittando della situazione che si era creata, altri ancora, sono arrivati quando si è sparsa la voce che gli scontri erano iniziati, quando si è capito che lo spettacolo era saltato, che si faceva sul serio.

Foto di Valentina Perniciaro _i muri del 15 ottobre 2011_

Quella che si è vista è una disponibilità a battersi che fa paura a chi comanda, così come fa paura la simpatia verso i ribelli, più diffusa di quanto gli amministratori del consenso vogliano farci credere. Infatti nonostante la condanna dei gesti da parte dei politici di ogni colore e la montagna di fango riversata dai professionisti della calunnia, abbiamo constatato quanto fosse popolare la convinzione che le ragazze e i ragazzi scesi in strada “hanno fatto bene” e che, anzi, la prossima volta “bisogna fare di più”. Una giornata di lotta memorabile il cui senso è sintetizzato da alcune delle scritte tracciate sui muri della capitale: “oggi abbiamo vissuto”, “pianta grane non tende”.

In quella giornata, chi si è battuto ha fatto debordare il corteo dagli argini della protesta sterile nella quale gli organizzatori volevano imbrigliarlo. Il carrozzone della sinistra riformista (disobbedienti, Sel, Idv, Cgil, Arci, Legambiente, Fai, Cobas, ecc…) si riproponeva di giocare le solite vecchie carte: partire da slogan altisonanti, sparati a tutto volume da colorati e pacifici sound system lungo le strade della capitale, per poi incanalare la rabbia e monetizzarla sotto forma di consenso politico e potere di contrattazione. Sono gli stessi che plaudono agli scontri quando si verificano in località distanti, possibilmente esotiche, per poi dissociarsi e calunniare quando le stesse cose avvengono a casa loro. Il 15 ottobre è finalmente emersa una prima risposta reale a trent’anni di lotta di classe a senso unico, cioè da parte dei padroni contro gli sfruttati. La fine di ogni spazio di contrattazione è diventata palpabile. “Non chiediamo il futuro, ci prendiamo il presente” era scritto sullo striscione di uno degli spezzoni più combattivi.

Foto di Valentina Perniciaro _piazza San Giovanni, 15 ottobre_

Il sistema capitalista che domina le nostre vite si manifesta sempre più inequivocabilmente come una guerra totale al vivente. Un’oppressione che diventa sempre più insostenibile e per questo aumentano continuamente quelli a cui la strada in salita della rivolta appare come l’unica via sensata e percorribile. L’insurrezione è il peggiore incubo di chi governa questo mondo, un incubo che può sembrare un’ipotesi lontana ma che si sta manifestando, a scadenze sempre più ravvicinate, nelle metropoli del mondo. La congiura dei rivoltosi abbraccia ogni angolo del pianeta. Nel ventunesimo secolo una metropoli può infiammarsi per un omicidio da parte della polizia, per un parco da salvare e persino per l’aumento del prezzo del biglietto dell’autobus, ma dietro le motivazioni d’occasione è facile scorgere la rivolta contro l’insostenibile degrado a cui è ridotta la vita, la voglia di farla finita, una volta per tutte, con questo vecchio mondo. Se politici, poliziotti e giornalisti si interrogano sul perché quel giorno si sia scatenata la rivolta, noi ci dovremmo domandare, invece, perché la rivolta non esploda tutti i giorni. La catastrofe è, infatti, ogni giorno in cui non accade nulla.

“Ogni giorno 15 ottobre” abbiamo letto in una lettera scritta da un compagno privato della libertà in seguito a quei fatti, ed è da qui che vogliamo ripartire. Se infatti quella giornata è stata una dimostrazione di potenzialità e un’apertura di possibilità, come in ogni battaglia sono stati fatti dei prigionieri. Va detto chiaramente: queste compagne e questi compagni non vanno dimenticati, vanno difesi e vanno liberati.

E’ da qui che si vuole continuare, dal 16 ottobre di due anni dopo. Per questo ci incontreremo tutti e tutte a Roma nelle giornate del 16, 17 e 18 ottobre, per riportare la conflittualità intorno al processo del 15 nel luogo dove è nato, nelle strade di questa metropoli. Una tre giorni di lotta in solidarietà agli imputati e alle imputate di questo processo che vede schierati, tra gli altri, alcuni padroni della città nel ruolo di accusatori.

Costoro chiedono risarcimenti milionari, accusando chi si è ribellato di aver “leso l’immagine turistica della città”. Bene, rispediamo le accuse al mittente: per una volta anche la nostra città è stata all’altezza delle altre capitali europee. Il Comune di Roma, l’Ama, l’Atac, la Banca Popolare del Lazio, oltre ai ministeri della Difesa e degli Interni, si sono costituite parte civile al processo e sono fra le componenti di quella macchina del potere che ci opprime, che ci impedisce di godere della nostra vita, delle nostre relazioni, dello spazio in cui viviamo: non mancheremo di farglielo notare.

In questo processo, la procura, vuole riutilizzare il reato di devastazione e saccheggio, un’accusa che ha già comportato pesanti condanne, a cominciare dal processo per Genova 2001. Il reato di devastazione e saccheggio è un’arma spianata contro ogni lotta che assuma il carattere della concretezza. Un’arma terroristica che colpisce nel mucchio, una vera e propria rappresaglia di un potere isterico e ferito. Un’accusa paradossale perché rivolta a chi si è battuto coraggiosamente contro l’unica entità responsabile della devastazione e del saccheggio a livello planetario: il sistema capitalista. Con questa farsa giudiziaria il potere si pone l’obiettivo di chiudere un’agibilità di piazza che rischia di far esplodere la polveriera nazionale.

Inoltre gli imputati e le imputate, come nel processo No Tav, sono scelti con precisione chirurgica, toccando tutto il frammentato arcipelago antagonista. L’obiettivo è chiaro: distruggere con fermezza ogni solidarietà rivoluzionaria faticosamente costruita negli ultimi anni. Perché non basta declinare la solidarietà come un concetto passivo, come qualcosa che arriva dopo gli arresti, dopo la sfortuna. La solidarietà deve essere pensata e praticata quotidianamente come un qualcosa che si genera nella lotta. Condividere il modo in cui viviamo e praticarlo ci permette di costruire quella solidità, da cui il termine solidarietà deriva, che permetterà alle varie iniziative conflittuali e autonome di propagarsi e moltiplicarsi.

Ed ecco perché una tre giorni di lotta. Una tre giorni di iniziative diffuse e molteplici che vogliono portare la difesa nelle strade dei quartieri in cui viviamo, mettendo in campo pratiche conflittuali nella città. E’ necessario rispondere con la giusta misura agli attacchi a cui si viene sottoposti. La ripetizione della solidarietà di maniera non è sufficiente. Abbiamo pensato a una tre giorni pratica con una modalità teorica di condivisione che prova a fare un piccolo salto in avanti. Provare non solo a condividere i momenti della tre giorni ma anche la sua preparazione è un tentativo in questa direzione. Diventare solidi per essere ancora più fluidi. Essere raggiungibili e riproducibili.

La nostra guerra non è finita e le giornate come il 15 separano e dividono, solo nella misura in cui dei muri si alzano tra chi ha deciso di percepirsi nella battaglia e chi ha deciso di chiamarsene fuori. Ed è di questa guerra che nei giorni dell’ottobrata romana vorremmo percorrere un altro pezzo di strada. Questa guerra che è nelle nostre vite, nei nostri quartieri, nelle nostre città, nelle nostre montagne. Questa guerra che ora prende la forma di un processo ai nostri compagni e alle nostre compagne ma che coinvolge tutti e tutte noi in ogni istante e in ogni luogo.

Complici e Solidali

https://ottobrataromana.noblogs.org/

Lampedusa: l’ennesima strage della Fortezza Europa

28 luglio 2013 2 commenti

Mi piacerebbe sentire cosa dicono tutti quelli che, entusiasti, commentavano la visita del Papa a Lampedusa, ormai lager d’Italia e non certo “porta” d’Europa.

Immagine d’archivio, 2008 Photo: AFP / GETTY

Mi piacerebbe sapere se la loro estiva domenica mattina è stata sventrata da questa notizia, maledettamente l’ennesima, che si ripete sulle coste remote di quest’Italia carceriera, in mezzo ai mari delle nostre vacanze.

Quattrocentocinquanta persone all’incirca sono arrivate in meno di una giornata: 450 persone che verranno immediatamente schedate e poi ammassate con una bottiglia d’acqua al giorno nel “centro d’accoglienza”… per poi chissà in quale CIE finire.

31 persone invece sono morte.
Si aggiungono alle migliaia disperse nel “cimitero liquido” mediterraneo, nel silenzio, nell’assenza di memoria, come se fosse routine, come se per TUTTI i cittadini europei fosse, che ne so, un gioco di statistiche…
un po’ arrivano, un po’ muoiono, che vuoi che sia.
Un gommone rovesciato che trasportava 53 persone (provenienti da Nigeria, Benin, Gambia e Senegal): meno della metà son riuscite a salvarsi dal ribaltamento in acqua. Sono in 22 a raccontare l’incubo, le ore a mollo sperando di non morire, gli altri 31 che son morti davanti ai loro occhi.
La Fortezza Europa ha commesso la sua ennesima strage, la battuta di caccia per oggi è terminata.
E ne siamo un po’ tutti e tutte responsabili.

LEGGI:
Il cimitero liquido
Il Mediterraneo ci restituisce i corpi, che lasciamo là
Il mare della morte
“Non è spuntato ancora un Omero per cantare le imprese colossali e desolate dei migratori che traversano il mondo a piedi e salgono sulle onde ammucchiati in zattere. Non si è affacciato un poeta cieco e perciò visionario a raccontare il mare spalancato, la deriva e il naufragio. Non c’è un Omero e neanche lo straccio di un nocchiero, di un Miseno, nella ciurma di Ulissi senza governo, tra Eolo re dei venti e Posidone signore delle terre emerse.”
Erri De Luca,
“Odissea di morte”

CHIUDERE I C.I.E.: LAGER D’EUROPA!

Foto d’archivio di FortressEurope

Il comunicato di Radio Onda Rossa sulle condanne per il 15 ottobre

24 febbraio 2012 Lascia un commento

Alla vigilia della manifestazione del 25 febbraio in Val di Susa a sostegno del movimento NO TAV, la magistratura ha inflitto condanne pesantissime a due imputati per i fatti accaduti durante la manifestazione del 15 ottobre 2011 a Roma:
5 anni di reclusione a Giuseppe Ciurleo e 4 anni a Lorenzo Giuliani che si vanno ad aggiungere a quelle di 3 anni e 4 mesi a Giovanni Caputi e 2 anni a Robert Scarlett, anch’essi inquisiti per i medesimi fatti.
A questo punto ogni componente del movimento non può evitare la domanda: perché la repressione opera oggi con tale ferocia?
Al di là della evidente sproporzione tra reati contestati e condanne, avvertiamo il peso tutto politico di questa sentenza. Emerge netta un’offensiva dello Stato che, nel quadro generale di costrizioni e minacce che stiamo vivendo, di attacco al salario, ai diritti e alle condizioni di vita, cerca di imporre al conflitto di classe rigide regole di comportamento.
Gli arresti del 14 dicembre 2010, del 15 ottobre 2011, del movimento NoTav sono tutte dentro questo tentativo di imposizione di regole e modelli che vogliono segnare uno spartiacque tra un “dentro” e un “fuori” delle compatibilità del quadro capitalistico di gestione della crisi.
Regole che, all’interno del movimento, hanno lo scopo di recidere ogni legame solidaristico tra i movimenti e di avallare la nauseante differenza tra “buoni” e “cattivi”. Di questo passo, per usare le affermazione del procuratore di Torino Giancarlo Caselli, gli articoli del Codice penale finiranno per essere gli unici strumenti regolatori del conflitto di classe.
Non cadiamo nel tranello, come sta avvenendo per le condanne di Genova 2001. Vediamo con preoccupazione il riproporsi di una sostanziale incomprensione di alcune componenti del movimento, pensiamo al contrario che queste sentenze, dal duro monito repressivo, non debbano passare sotto silenzio.
Radio Onda Rossa continua ad essere al fianco dei compagni e compagne arrestate per il 15 ottobre e di tutte e tutti coloro che pagano con le denunce e la galera la loro voglia di ribellione.

La redazione di ROR

Su quelle giornate e la repressione che ne è seguita:

Il comunicato su Giovanni Caputi
Ecco la prima condanna
Cobas contro Cobas
Un commento di Oreste Scalzone
Presidio a Regina Coeli
Infoaut risponde al comunicato dei Cobas
La solidarietà di Radio Onda Rossa agli arrestati
I “terroristi urbani”
Delazione e rimozione della propria storia
Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti

Repubblica e i tweet inventati

19 ottobre 2011 21 commenti

MI DITE DOVE E QUANDO L’HO SCRITTO??????
????
?????
Questa la mia pagina twitter: @baruda

Terroristi urbani: ecco il nuovo nemico

18 ottobre 2011 12 commenti

IL VIMINALE E IL SINDACO DI ROMA ATTACCANO IL DIRITTO DI MANIFESTARE
sulle pagine di Liberazione domani,
a firma di Paolo Persichetti

Quando in Italia si manifesta un’emergenza politico-sociale è subito pronta una legge d’eccezione. Un vizio che mette radici nei lontani anni 70. Anni tabù che si ripresentano continuamente sotto forma di spettro. Chi sabato scorso ha risposto ai pericolosi caroselli della polizia in piazza san Giovanni (tre mila secondo il Viminale) è un «terrorista urbano».
Il ministro degli Interni Roberto Maroni, dopo l’invocazione venuta da Antonio Di Pietro di una nuova legge Reale (la famigerata normativa sull’ordine pubblico che dal 1975 al 1990 ha provocato 625 vittime, tra cui ben 254 morti per mano delle forze di polizia), ha subito risposto coniando una nuova tipologia criminale (in incubazione da oltre un decennio) che va ad accrescere la lunga lista dei nemici politici dello Stato. In parlamento il ministro di polizia ha spiegato che sono in cantiere una serie di misure calco dei dispositivi d’eccezione già applicati per reprimere la delinquenza negli stadi: l’arresto in flagranza differita, i Daspo anche per i cortei (in barba all’articolo 21 della costituzione), l’ennesimo specifico reato associativo per chi esercita violenza aggravata nelle manifestazioni politiche (oramai siamo quasi a quota dieci all’interno del nostro codice penale, oggi molto più repressivo del testo originale coniato dal guardasigilli del fascismo Alfredo Rocco).
L’idea cardine contenuta nel nuovo edificio legislativo d’eccezione è quella di arretrare il più possibile l’avvio del reato, e dunque l’intervento penale, sanzionando non più soltanto il fatto compiuto o il suo tentativo ma gli «atti preparatori». Nozione incerta, volutamente fumosa, assolutamente pericolosa poiché apre all’abisso del processo alle intenzioni. Giuristi come Luigi Ferrajoli dissentono profondamente: «occultare l’incapacità del governo e la cattiva gestione dell’ordine pubblico con nuove misure repressive non serve. E’ assurdo che addirittura un sindaco possa introdurre un limite alle libertà costituzionali come quella di manifestare».
Per Gianni Ferrara, «una legislazione repressiva di questo tipo è inammissibile perché in contrasto non solo con un sistema costituzionale e una civiltà risultato di secoli di lotte sociali e politiche, ma è soprattutto inutile e dannosa come lo fu a suo tempo la legge Reale». Stavolta però questa nuova emergenza giudiziaria non è calata dall’alto dei Palazzi arroccati della politica. L’invocazione di legge ed ordine è venuta dall’interno stesso della manifestazione di sabato 15 ottobre. La reazione scomposta di pezzi ampi di ceto politico, le grida avventate di personaggi e strutture navigate, che hanno recepito le violenze e gli scontri come uno spodestamento del proprio ruolo, insieme all’ambiguo protagonismo di settori crescenti di società civile legati alla multiforme galassia giustizialista, vero must culturale egemone che tiene insieme i vari pezzi di ciò che resta della sinistra, subito pronti a lanciare la rincorsa alla delazione, le dichiarazioni dei vertici del Pd, la pressione di Repubblica(che aveva tentato di mettere il cappello alla giornata di sabato amplificando la grottesca dichiarazione dell’estensore della lettera della Bce, Draghi, nella quale si chiedevano lacrime e sangue per la popolazione italiana), hanno aperto la strada alla discesa in campo di Di Pietro e alla sortita di Marroni. Un boomerang clamoroso che ha portato addirittura all’ukaze di Alemanno, il sindaco che ha sospeso per un mese l’applicazione della costituzione a Roma, vietando tutte le manifestazioni. La politica e morta e che come Valentino Parlato che, memore di altre epoche, sul manifesto di domenica aveva provato a ricordare che «nell’attuale contesto, con gli indici di disoccupazione giovanile ai vertici storici era inevitabile che ci fossero scontri con la polizia e manifestazioni di violenza […]segni dell’urgenza di uscire da un presente che è la continuazione di un passato non ripetibile», è rimasto solo.

 

Nel frattempo per giovedì 20 ottobre alle 17 è stato convocato un presidio in solidarietà con gli arrestati durante la manifestazione:
L’appuntamento è al Gianicolo, all’altezza dell’Anfiteatro, sopra al carcere di Regina Coeli dove son rinchiusi i fermati (uomini)

Delazione e rimozione della propria storia…ancora sul 15 ottobre

17 ottobre 2011 63 commenti

Ci vuole un po’ a riaprire questo blog, visto quel che hanno creato le mie poche righe a caldo, sabato sera.
Quindicimila persone l’hanno letto, molte lo hanno commentato, tante mi hanno insultato.
Oggi mi citava anche Repubblica, come una “binladen” di piazza, una che ha avuto il suo primo orgasmo al primo fumo che s’alzava, poveri deficienti.
Sono stata contatta da Rai tre che mi voleva intervistare…eheheh, mi garantivano l’anonimato eh, come fossi latitante,
ma quando hanno capito che non avevano in linea una devastratrice/saccheggiatrice/infiammatrice e tutto quel che sia,
ma una donna incazzata, che ha un blog col suo nome e cognome, un cazzo di profilo Fb, twitter e stronzate varie
non gli interessava più parlare con me!
“ma conosci qualcuno di quelli coi caschi e i bastoni?”  “Arrivederci”.
Il livello è basso ovunque, nel giornalismo quasi non è calcolabile.

Siamo diventati tutti questurini,
delatori, invocatori di carcere, di pestaggi, di separazione tra bello e brutto, buono e cattivo.
Ho visto persone impacchettare minorenni vestiti “non in modo consono ad una sfilata pacifista” e consegnarli alla polizia,
e qui non mi metto a dire che la nostra polizia ha ucciso Cucchi, che la nostra polizia ha calpestato Aldro fino ad ucciderlo, o Bianzino, o Uva.
Non arrivo a tanto: perché mi basta dire “consegnato alla polizia” per sentirmi male.
Ma come si fa? Ma che siete diventati?
Ma dove siamo arrivati?

Foto di Valentina Perniciaro

La cultura di vent’anni di berlusconismo e anche di anti-berlusconismo, vent’anni di editoriali di Repubblica, vent’anni di Santoro ecco a cosa c’hanno portato: ad una società di delazione, di infamia, di rimozione della propria storia, del proprio sangue, delle proprie radici.
Quindi non parlo ai pacifisti, non parlo all’associazionismo cattolico, parlo ai compagni.
Parlo ancora delle parole e delle gesta compiute dal camion dei Cobas, da chi ne era voce e volante: perché non mi va giù, perché mi fa un male cane, perché è tremendo vedere compagni aggredire in quel modo altre metodologie politiche.
Quindi è un discorso per pochi intimi, ve lo ribadisco: per i militanti, per chi proviene dalla storia degli anni ’70, per chi m’ha cresciuto parlando di memoria e pure di espropri e poi ha urlato “fascisti andate via” a migliaia di persone,
non gli ha permesso di accedere a via Merulana dove il camion ha girato.
E i racconti di queste 48 ore sono stati tanti: anche di compagni che in quello spezzone non ci entreranno mai più, malgrado abbiano foraggiato l’organizzazione dei Cobas col proprio impegno e la propria intelligenza per anni.
Molti in piazza non andranno mai più dietro quel camion, perché quel che è accaduto è irripetibile e impensabile.

Io  non adoro chi distrugge bancomat.. non penso sia una cosa intelligente nè funzionale al movimento,
ma assaltare una caserma e un’agenzia interinale è un atto politico che possiamo certamente non condividere ma che dobbiamo osservare, comprendere, valutare … e invece rispondiamo con “fascisti, via da qui”.
Una manciata di almeno cinquemila persone che affrontano la polizia con quella determinazione e quasi senza alcuna paura…ne vogliamo parlare o risolviamo alla repubblica, invocando “pene esemplari”?
E poi? Ci lamentiamo se Di Pietro parla di Legge Reale, di sparare a vista?
E’ stato fatto da voi l’altro ieri, compagni cari, e Repubblica ha preso la palla al balzo ed ha un indirizzo email dedicato proprio alla raccolta delle immagini con i volti dei “blackbloc” per consegnarli alla polizia e magari far dare dai 9 ai 15 anni (come già si mormora) a qualche fanciullo o fanciulla (l’altra leggenda è quella che in piazza San Giovanni fossero solo uomini, letta in molti blog e totalmente ridicola) che non ha nessuna prospettiva di vita decente e nemmeno nessun sostegno o sbocco politico visto il vuoto pneumatico che le organizzazioni tutte hanno contribuito a costruire in questi ultimi anni.
Veramente troppi perché ci si stupisca che qualcuno ogni tanto abbia il desiderio di spazzare via tutto: e con tutto non dico la polizia e i suoi blindati che carosellano cercando di acciaccare corpi, ma proprio quei movimenti e quelle organizzazioni che non hanno dato nessuna prospettiva e nessuna possibilità di conflitto per decenni.
Ed ora? invece di rimboccarsi  le maniche , farsi un esame di coscienza, analizzare gli errori della costruzione di quel corteo: invochiamo carcere e polizia…
E quello sarà purtroppo per qualcuno.
Fosse stata Londra o Atene, tutti a trasformarsi in sociologi del cazzo per capire il fenomeno della generazione rabbiosa, quando sono i loro figli, son “fascisti, vigliacchi” e cose varie…andate affanculo, andate in pensione, voi che l’avete.

Intanto vi metto altri link, ne seguiranno altri.
Le cazzate di Repubblica
Una prima presa di parola di Acrobax
La carezza del celerino
Il complottismo gioca brutti scherzi
1% e 99%
Quello che chiamate BloccoNero (se trovate un link migliore me lo mandate? graaazie)
Io amo i Black Bloc

Quarta evasione da Ponte Galeria in pochi giorni: GIOIA INFINITA!

9 settembre 2011 3 commenti

In pochi giorni è già la quarta evasione da Ponte Galeria.
Altre 21 persone sono riuscite ad evadere dal Centro di Identificazione ed Espulsione alle porte di Roma, che potete leggere sul sito Macerie (seguitelose volete info sui CIE, i migranti reclusi ma soprattutto sulle lotte che intorno a questi lager ruotano) sono prese da Repubblica.
Ma ci basta la cronaca, i dettagli non ci interessano e son pure pericolosi.

EVASIONE!

La cosa più importante è sapere che 21 persone si sono riappropriate della propria libertà: è che sono fuori, liberi.
Ci dicono che son fuggiti durante un normale trasferimento interno di detenuti: la cosa che però sembra sempre più chiara è che i CIE stanno scoppiando e tutte queste evasioni ne sono la dimostrazione.
Con l’innalzamento da sei a diciotto mesi di reclusione per i fermati senza documenti di soggiorno, l’affollamento di questi lager di stato inizia a diventare insostenibile e la rabbia dentro sta esplodendo giorno dopo giorno.
Chi è recluso già da tempo ed aspettava, contando i giorni, il momento di uscire (le mamme rinchiuse nei CIE emiliani hanno fatto una rivolta, e son poi state pestate, proprio perché sapevano che stavano tornando dai loro figli) ha visto slittare di un anno la possibilità di riabbracciare la loro famiglia e la loro libertà.
La rabbia e tanta e fortunatamente lo sono anche le fughe.

Niente di più bello di una bella!
W la libertà e chi se la conquista

Lettera da Lampedusa, da un bimbo recluso alla sua mamma

4 agosto 2011 5 commenti

Lampedusa, 24 luglio 2011

Foto di Economopoulos _ i campi somali in Yemen_

L’amore di un bambino per la sua mamma. Scrivo questa lettera per dirti che ti amo. Da quando ci siamo separati ti penso giorno e notte, la notte è molto lunga per me lontano da te . Tu sei la più bella donna del mondo, tutti i bambini sognano di averti sulla terra, tu sei la miglior madre che io abbia mai potuto pensare. Un giorno mi sono separato da te mamma. Sai, se fossi un fiore io ti pianterei nel mio cuore, ti innaffierei con le mie mani. Quando ti penso le lacrime cominciano a scendere. Se oggi sono qui senza di te io mi sento solo al mondo e non c’è niente da fare tu sei la persona che conta di più per me, la più cara del mondo. Io sogno per me un giorno di ritrovarti sana e salva, le tue piccole filastrocche canzoni, mi fanno salire il morale, e mi danno la speranza di essere un bambino amato da sua madre. Io vorrei essere il più felice al mondo come gli altri bambini della terra, vorrei gioire della tua presenza, ti prometto che combatterò come posso con tutte le mie forze per ritrovarti. Io so che sei viva e mi pensi, io sarò sempre concentrato in tutto quello che faccio a pregare Dio misericordioso il più misericordioso, io so che Tu mi ascolti, senza sonno né sonnolenza, Tu sei presente nel tuo trono. Tra tutti i bambini aiuta me a ritrovare la mia famiglia, vorrei essere il più felice del mondo e sarebbe un giorno indimenticabile della mia vita.

Mi aiuti a farmi uscire da questa griglia?

Said Islam Yacoub
Riceviamo e pubblichiamo questa lettera da Lampedusa. A scrivere è un ragazzino di 14 anni. Si chiama Said Islam Yacoub, è nato in Camerun il 17 settembre del 1997, e non riesce più a trovare sua mamma Kadijatou. Suo papà è morto, e con la mamma hanno passato gli ultimi quattro anni a Sebha, in Libia. Ormai non la vede dallo scorso 17 marzo. Quel giorno lei non è rientrata a casa. E dopo qualche giorno, le milizie di Gheddafi sono venuti a prendere Said Islam e l’hanno portato via, caricato con la forza insieme a centinaia di altri africani deportati verso nord, nei porti sul Mediterraneo da dove salpano le barche dirette a Lampedusa. A quattro mesi di distanza da quel viaggio, Said ha deciso di scrivere una lettera alla mamma. Vuole che lei sappia quanto lui la ama e quanto ha bisogno di lei. Vuole che lei sappia che è vivo e che la cerca sempre. Nessuno sa dove lei possa trovarsi. Ma Said è convinto che sia ancora viva. Potrebbe essere ancora a Sebha, nei campi profughi di Choucha, in Niger o in qualche centro di accoglienza in Italia. Ovunque lei sia, aiutateci a diffondere la lettera di Said e a cercarla.

grazie, come sempre, a Gabriele Dal Grande, che permette a tutto questo materiale di circolare ed esser fruibile.

Ancora pestaggi al CIE di Ponte Galeria, e scoppia la rivolta

1 agosto 2011 4 commenti

DA FORTRESSEUROPE

È da poco passata la mezzanotte al centro di identificazione e espulsione (Cie) di Roma. Tre detenuti tentano la fuga. La polizia li trova. E li massacra di botte agli ordini di una ispettrice che ha deciso di fare la dura. Qualcuno però assiste alla scena. E indignato, sparge la voce tra i reclusi dell’area maschile. Scoppia la rivolta. I detenuti rifiutano di rientrare nelle camerate, la polizia in tenuta antisommossa fuori dalla gabbia minaccia di sfondare. Dentro si armano di pietre per difendersi e danno alle fiamme alcuni materassi. Intanto noi, da fuori, grazie a fonti fidate all’interno del Cie, seguiamo per tutta la notte gli sviluppi della rivolta. Leggete come è andata a finire. E se anche a voi sembra che non sia una roba normale, chiamate il centralino di Ponte Galeria allo 06.65854224. Facciamogli sentire che hanno gli occhi addosso.

Ore 00:47
La polizia sta picchiando 4 algerini al centro di identificazione e espulsione (Cie) di Roma. Li hanno presi un’ora fa mentre tentavano di scappare. Secondo alcuni testimoni li avrebbero pestati malamente. Gli altri reclusi del settore maschile stanno protestando fuori dalle camerate, si sono disposti davanti all’entrata della gabbia e impediscono l’ingresso della polizia che a quest’ora di solito li chiude a chiave nelle sezioni. Rifiutano di rientrare nelle camerate fino a quando non avranno visto in che condizioni hanno ridotto i quattro, che si trovano ancora isolati nella stanza dove sarebbero stati picchiati.

Ore 01:17
I reclusi continuano a rifiutare di rientrare nelle camerate e rimangono concentrati di fronte al cancello della gabbia. Di là dalla rete sono schierate le forze dell’ordine in tenuta antisommossa. Una ventina di militari e una trentina di agenti tra polizia e finanza, pronti a intervenire per far rientrare la protesta. I quattro algerini sono ancora rinchiusi nella stanza dove sarebbero stati picchiati. Si tratta di quattro algerini sbarcati a Lampedusa nelle settimane scorse e provenienti dalla Libia. Alla protesta partecipano anche gli egiziani presi dalla polizia durante la retata del 27 luglio ai mercati generali agroalimentari di Roma, a Guidonia-Montecelio, che ha portato alla reclusione di 16 lavoratori egiziani senza contratto. Non partecipano invece, per evidenti ragioni, i due reclusi ancora rinchiusi in isolamento, ormai da più di un mese, uno dei quali in sciopero della fame dal 22 luglio scorso.

Ore 01:33
Spunta un testimone oculare. I quattro fuggitivi sono stati bloccati in due posti diversi. Tre di loro sono stati immobilizzati davanti alla gabbia dell’area femminile. Secondo il racconto della nostra fonte, inizialmente gli agenti li hanno immobilizzati a terra e gli hanno ammanettato i polsi dietro la schiena. Fin lì tutto tranquillo, poi è arrivata sul posto un’ispettrice di polizia, che ha iniziato a prenderli a calci mentre erano già immobilizzati a terra, per poi schiacciargli la faccia al suolo sotto le suole degli stivali. A quel punto le detenute hanno iniziato a gridare e l’ispettrice ha dato ordine ai suoi uomini di portare via i tre, all’interno degli uffici.

Ore 01:54
Si prepara la rivolta. La polizia ha portato davanti al cancello i quattro algerini per farli rientrare nelle sezioni e ha chiesto ai reclusi di spostarsi dal cancello per lasciarli entrare e poterli rinchiudere nelle aree. Ma la reazione alla vista dei quattro è stata fortissima. Secondo testimoni oculari i quattro algerini sarebbero in brutte condizioni dopo il pestaggio subito. Dentro la gabbia si prepara la rivolta. Un gruppo di reclusi è riuscito a rompere due ferri della gabbia e ad aprirsi un varco per raggiungere un terreno vicino al muro di cinta dove prendere delle pietre con cui armarsi per difendersi nel caso in cui i trenta agenti in tenuta antisommossa dovessero entrare con la forza e picchiare i reclusi. Intanto uno dei detenuti si è tagliato con un ferro il braccio e la caviglia.

Ore 02:07
Secondo una nostra fonte, alla base della rivolta in corso al Cie di Roma, oltre al pestaggio dei quattro algerini di stasera, ci sarebbe una violenta espulsione avvenuta questa mattina. Si tratta di un cittadino tunisino, Monji, residente a Milano da 20 anni, con la moglie e due bambini, preso di forza dal letto mentre ancora dormiva questa mattina all’alba e portato via legato con lo scotch dopo che opponeva resistenza. Il signore in questione aveva già scontato nel Cie di Roma 5 mesi e 25 giorni di reclusione e sarebbe dovuto uscire dopo cinque giorni. La moglie, da Milano, gli aveva già inviato i soldi con Western Union per comprare il biglietto del treno per ritornare dalla sua famiglia in Lombardia. Secondo la nostre fonte questa sarebbe stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, in un momento in cui tutti i reclusi si sentono spaventati dalla nuova legge in discussione al Senato, che porta a 18 mesi il limite massimo di detenzione nei Cie

Ore 02:28
I reclusi continuano a gridare e a sbattere contro i ferri della gabbia. Gli agenti, in tenuta antisommossa non sono ancora entrati, anche perchè in inferiorità numerica. I reclusi infatti sono più di un centinaio e armati di pietre per difendersi. Nel cortile centrale della gabbia, sono stati dati alle fiamme 7 materassi per evitare l’avanzamento delle forze dell’ordine. Alla protesta partecipano anche sei albanesi, stranamente reclusi da ormai 40 giorni, pur essendo regolarmente entrati in Italia con il nuovo passaporto biometrico, che dal dicembre scorso consente la libera circolazione dei cittadini albanesi nell’Unione europea senza bisogno di visto. Chiedono di essere rilasciati, in Italia o in Albania, senza passare un solo giorno di più in detenzione. Intanto una ventina di reclusi sono saliti per protesta sul tetto delle celle.

Ore 02:55
Grazie all’utilizzo di un idrante, la squadra di agenti in tenuta antisommossa è riuscita a disperdere le decine di reclusi davanti il cancello e a entrare nella gabbia. A forza di manganellate, e proteggendosi con gli scudi dal lancio di pietre, gli agenti sono riusciti a costringere parte dei reclusi a rientare nelle celle, e hanno poi chiuso le gabbie con delle catene con il lucchetto, dal momento che nelle due ore precedenti, i reclusi avevano manomesso le serrature. Secondo una delle nostre fonti ci sarebbero almeno otto feriti tra i detenuti. Un gruppetto di reclusi è ancora fuori dalle celle e cerca di difendersi dal pestaggio lanciando sassi e altri oggetti.

Ore 03:16
Tutti i reclusi, compresi i quattro algerini picchiati tre ore fa, sono stati adesso ricondotti e rinchiusi dentro le celle. Al momento sembra essere tornata la calma. La polizia è uscita all’esterno della gabbia. Dentro però la rabbia è ancora alta. E va di pari passo con l’apprensione per la nuova legge sui sei mesi. Intanto sono emersi nuovi dettagli sull’espulsione di Monji di questa mattina. Testimoni oculari hanno descritto la sua espulsione come molto violenta. Intorno alle sei del mattino, una decina di poliziotti si sono presentati nella sua cella e mentre lui ancora dormiva, tre di loro gli si sono buttati addosso di peso per immobilizzarlo. A quel punto, svegliato di soprassalto, è stato costretto con la forza a inginocchiarsi e quindi è stato ammanettato con i polsi dietro la schiena e trascinato via di forza. I reclusi che hanno assistito alla scena si dicono scioccati. Si tratta del secondo caso di un tunisino espulso allo scadere dei sei mesi. Martedì scorso infatti, nel gruppo di 16 tunisini espulsi c’era anche un certo Mohamed, lavoratore presso il mercato del pesce di Bari e da più di dieci anni in Italia, a cui rimanevano soltanto quattro giorni per compiere i sei mesi di detenzione e uscire.

Ore 04:30
Perquisizione nelle celle. Una squadra di 8 agenti conta i reclusi, cella per cella. All’appello mancano tre persone che durante il caos degli scontri sono riusciti a nascondersi sui tetti. Si tratta di tre algerini.

Ore 7:00
Dei tre algerini che mancavano all’appello, due sono stati ritrovati e ricondotti in cella, apparentemente senza violenza. Il terzo invece è riuscito a fuggire dalla gabbia ed è di nuovo in libertà. Per capire di chi si tratti, la polizia fa una seconda conta, cella per cella, stavolta però con i registri e le foto.

Ore 7:30
Un gruppo di agenti in borghese fotografano i danni della struttura. Un pannello di plexiglass sfondanto all’ingresso della gabbia, 7 materassi bruciati, 2 telecamere distrutte e due ferri spezzati sul retro della gabbia, che vengono prontamente saldati, sotto la sorveglianza di tre agenti di polizia. Nessuno invece fotografa i detenuti feriti.

Ore 9:30
Per punizione, le celle sono ancora chiuse con le catene e i reclusi non possono uscire nel cortile della gabbia grande. Per tutta la notte, la direzione del Cie ha tenuto accese le luci nelle celle per impedire ai reclusi di riposare.

Ore 10:30
Il personale dell’ente gestore Auxilium porta la colazione, ma i reclusi rifiutano di essere serviti attraverso la gabbia, come se fossero animali, costretti a rimanere rinchiusi nelle celle. E proclamano lo sciopero della fame.

Ore 12:00
Per ritorsione, anche lo spaccio delle sigarette resta chiuso oggi.

Ore 13:30
Una ventina di agenti tra polizia e guardia di finanza entrano nella gabbia. Cella per cella, una squadra di otto composta da quattro poliziotti, due finanzieri e due agenti in borghese, armati di manganelli, prelevano alcuni reclusi. Finora dalle prime tre celle hanno prelevato 8 persone. Gli ultimi due erano egiziani del gruppo di lavoratori dei mercati generali agroalimentari di Roma presi nella retata di tre giorni fa. Ancora non si capisce se si tratti dei reclusi che saranno arrestati per la rivolta o se invece si tratti di un’espulsione collettiva in corso.

Ore 14:47
La questura diffonde la versione ufficiale, prontamente rilanciata dalle agenzie di stampa. La censura sulle ragioni della protesta e sulle violenze della polizia è totale.

FIAMME E LANCIO OGGETTI IN CIE PONTE GALERIA, ALCUNI TENTANO FUGA 
Roma, 30 lug. – (Adnkronos) – Protesta la notte scorsa al Cie di Ponte Galeria, in provincia di Roma. Alcuni immigrati hanno dato fuoco a materassi e coperte, mentre cinque persone hanno scavalcato la recinzione per fuggire. Sul posto sono intervenute le volanti della polizia che hanno bloccato gli immigrati in fuga. Contro gli agenti sono state poi lanciate bottiglie e altri oggetti. La protesta è scoppiata ieri sera poco prima di mezzanotte. La situazione è stata riportata alla normalità dalla polizia dopo un paio d’ore. Alcuni agenti sono rimasti feriti. Sul posto sono intervenuti anche i vigili del fuoco per spegnere i focolai.

AL CIE PONTE GALERIA SCONTRI ED INCENDI DOPO TENTATIVO FUGA
(ANSA) – ROMA, 30 LUG – Quattro persone la scorsa notte hanno tentato la fuga dal Cie di Ponte Galeria a Roma, ma sono state riprese dalla polizia ed una volta all’interno hanno distrutto alcune stanze, dato fuoco a materassi e coperte e lanciato oggetti con gli agenti. La «rivolta» è durata circa tre ore. A quanto si appreso, poco prima della mezzanotte quattro immigrati algerini, sono riusciti ad oltrepassare il varco del Cie. È subito scattato l’allarme ed è intervenuto il Reparto Mobile della Questura di Roma che è riuscito a riprendere i fuggitivi. Ma una volta riportati dentro si è scatenata una rivolta: gli immigrati hanno lanciato con gli agenti, bottiglie, sassi e tubi dei bagni sradicati dai muri. Altri extracomunitari hanno dato foco a coperte e materassi e sono dovuti intervenire i vigili del fuoco per domare le fiamme. La calma nel centro è tornata soltanto verso le 3. Otto poliziotti sono rimasti feriti, mentre due stanze sono state chiuse perchè dichiarate inagibili.

Ore 15:00
A Ponte Galeria è arrivato il deputato Andrea Sarubbi (Pd) per una visita ispettiva. Sarubbi aveva già visitato il Cie romano durante la mobilitazione nazionalelasciateCIEntrare, lo scorso 25 luglio.

Ore 15:13
Touadi e Gaudio (Pd) inviano un comunicato stampa sulla rivolta di Roma e sui fatti di Lampedusa, chiedendo la chiusura dei Cie

GAUDIO E TOUADI (PD), CHIUDERE DEFINITIVAMENTE I CIE
Roma, 30 lug. – (Adnkronos) – «Le notizie che giungono in queste ore, circa soprusi, pestaggi e violenti scontri, all’interno del Cie di Ponte Galeria, se confermati, rendono ancora una volta l’idea della necessità di una chiusura definitiva del modo in cui sono concepiti i Cie». È quanto dichiarano in una nota congiunta il deputato del Pd, Jean Leonard Touadi e Sergio Gaudio, responsabile del forum immigrazione del Pd di Roma. «Allo stesso modo, continuano a giungerci notizie della presenza di minori – continua – per esempio in quello di Lampedusa, in promiscuità con gli adulti e trattati esattemente con gli stessi metodi, senza alcun riguardo e senza alcun rispetto per la loro giovane età e per la loro condizione. Nulla in termini di garanzie sembra loro fornito»«Ci sembra incredibile – conclude – che situazioni di questo genere possano perdurare, in un paese civile quale l’Italia è. Il centrodestra continua in una campagna che sta facendo scivolare il nostro paese verso una deriva di intolleranza e di limitazione di diritti inviolabili che non è più accettabile»

Ore 16:30
Il deputato Andrea Sarubbi (Pd) esce dal Cie dopo aver parlato con le forze dell’ordine e con i detenuti. Sostanzialmente, le forze dell’ordine negano di avere fatto ricorso alla violenza e anzi lamentano di essere state oggetto del lancio di pietre. I reclusi invece confermano di essere stati malmenati. Grazie all’intermediazione di Sarubbi, la direzione del centro ha finalmente autorizzato la riapertura dei cancelli delle celle e la distribuzione di acqua e cibo nella mensa.

Ore 18,30
Il deputato Andrea Sarubbi pubblica sul suo blog un post in cui ricostruisce la rivolta di stanotte al Cie di Ponte Galeria.

Ore 24:00
La notizia della tentata fuga degli algerini e della rivolta viene diffusa in Algeria dal quotidiano nazionale El Watan, che cita Fortress Europe per la ricostruzione dei fatti

Lettera aperta dal Cie di Ponte Galeria

15 luglio 2011 3 commenti

Da Rainews24.it

Gli immigrati detenuti nel centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria a Roma, in una lettera aperta denunciano le condizioni in cui sono costretti a vivere. Reclusi senza aver commesso alcuno reato (a parte quello di essere fuggiti da guerra o povertà) denunciano la  mancanza di beni di prima necessità, la sporcizia e il sovraffollamento, oltre alla brutalità con cui vengono effettuati i rimpatri forzati.
Ecco un estratto della loro lettera e la voce di uno di loro che  abbiamo raggiunto al telefono

http://www.rainews24.rai.it/it/video.php?id=23701

Prosegue la repressione in Val di Susa

7 luglio 2011 6 commenti

Ieri pomeriggio quattro mediattivisti alessandrini si sono recati in Valle di Susa per proseguire un lungo lavoro di documentazione e inchiesta che da alcuni anni svolgono sulla lotta No Tav. L’intento era quello di raccogliere interviste fra la popolazione e di documentare se fossero ripresi i lavori all’interno dell’area della Maddalena dopo la manifestazione di Domenica 3 Luglio.
Nei pressi di Sant’Antonio, dove si erano recati per verificare lo stato dei lavori del cantiere, sono stati intercettati da uomini dei Carabinieri Cacciatori “Sardegna” e invitati a seguirli nei pressi del “fortino” della Maddalena. In seguito, sono stati sottoposti a perquisizione personale ed è stata perquisita la macchina di uno dei 4 mediattivisti alla ricerca di armi e materiale esplosivo. L’unica pericolosissima arma che è stata rinvenuta è stata una delle videocamere della redazione di Alessandria in Movimento che è stata sequestrata. In seguito sono stati condotti al Commissariato di Bardonecchia, dove sono stati evidentemente visionati i filmati interni alla videocamera che conteneva i video della conferenza stampa del movimento No Tav tenutasi il 4 Luglio, la conferenza stampa dell’attivista bolognese che ha denunciato le violenze subite dalle forze dell’ordine e alcuni filmati del corteo partito da Chiomonte. Saranno rimasti sicuramente delusi di non aver trovato nessun filmato delle violenze commesse dalla polizia il 3 Luglio, dei lacrimogeni sparati ad altezza uomo e della legittima resistenza dei manifestanti.
Sicuramente non hanno gradito la testimonianza di Fabiano ed hanno incominciato a insultare e minacciare ripetutamente i mediattivisti. “Zecche di merda”, “Intanto vi ammazziamo di botte come abbiamo fatto col vostro amico di merda”, “Adesso ve la facciamo pagare per i sassi che avete tirato il 3 Luglio” e, cosa gravissima, si sono rivolti all’unica ragazza con frasi di questo tenore:”Però sei carina per essere una zecca”, “Stasera passiamo la notte insieme nel mio appartamento di Bardonecchia”. Soltanto dopo ore di tortura psicologica e di interrogatorio i 4 mediattivisti sono stati rilasciati con in mano un foglio del sequestro della videocamera. Questi i fatti accaduti ieri a cui ci permettiamo di aggiungere alcune brevi considerazioni. Fa male constatare che a 10 anni dalle violenze commesse dalle forze dell’ordine a Napoli e Genova, le caserme continuino ad essere luoghi di minaccia verbale e tortura psicologica e fisica a danno di persone inermi. La degna prosecuzione delle violenze che abbiamo visto durante la manifestazione del 3 Luglio e delle violenze subite dall’attivista bolognese che siamo orgogliosi di aver documentato con la nostra videocamera.Ricordiamo a tutti che documentare dal basso le lotte del movimento No Tav è un diritto che dovrebbe ancora essere sancito dalla Costituzione e che questa è stata l’unica colpa di attivisti che da anni si occupano di comunicazione indipendente collaborando con diversi siti e blog fra cui alessandriainmovimento.info e globalproject.info. Non saranno certamente queste minacce e queste intimidazioni a fermare il prezioso lavoro di informazione che i quattro mediattivisti svolgono con passione e a titolo volontario.

Alessandria in Movimento 
www.alessandriainmovimento.info
alessandriainmovimento@gmail.com

LEGGI ANCHE:
[PRIMO MORTO IN VAL SUSA]
[RIENTRO DALLA VALSUSA]
[MA QUALI BLACK BLOC]

Val Susa: ma quali black bloc!!!

6 luglio 2011 16 commenti

Foto di Valentina Perniciaro _tonnellati di CS a frammentazione nei boschi_

Un lancio di molotov in un bosco: se non ci fosse di mezzo la caccia all’uomo di 300 persone sarebbe divertentissimo, ridicolo e delirante. Ma erano migliaia le persone che hanno affrontato gli opliti e le armi chimiche, per difendere una terra e le sue vigne, le frane millenarie e quel sottobosco profumatissimo e fitto non credo pensino nemmeno lontanamente di usare del materiale incendiario, neanche fosse l’unico mezzo a disposizione per difendersi.
Primo.
Poi… ma quanti anni sono che non vedete una molotov in Italia? C’è ormai una generazione e mezza di persone che se pure son pronte allo scontro e alla resistenza, non sono certo abituè di inneschi e lanci di bottiglie, forse e soprattutto a causa delle nostre leggi, che al contrario di paese come la Grecia (dove anche nelle notti più stellate ci son più molotov che astri cadenti), le classificano come “arma da guerra” [quei 6 / 8 anni di gabbia ].
Nessuno avrebbe mai lanciato una molotov per quei boschi: è così banale dirlo.
Anzi…

Foto di Valentina Perniciaro _Lacrimogeni sparati addosso_

Quello che più ho amato di quel popolo orgoglioso, incazzato, tosto come il granito di quelle frane preistoriche su cui vomitavamo i loro lacrimogeni è stato il loro amore, la loro devozione totale per ogni pezzetto di quel verde che ci proteggeva, mimetizzava, dava grotte e anfratti dove respirare un’aria che non fosse satura di armamenti bellici chimici il cui uso è vietato contro i civili e in simili situazioni. Armi da guerra i CS, quelli si: non per la magistratura italiana schiava delle sue leggi speciali, ma per le convenzioni internazionali dei diritti dell’uomo.
Cose che non appartengono comunque ai reparti di polizia, carabinieri e guardia di finanza di questo paese.
Armi a frammentazione: non so se l’avete mai visto.

Del CS in un bosco, nelle continue deflagrazioni che si avvertivano in quelle ore di guerriglia, si distingueva la sua scia di rumori ancor prima che quei maledetti fumi.
Un rumore tra le foglie, una cosa che si ferma in aria un po’ sopra le nostre teste, tra querce e noci e poi…frrrrrrrrrr…
difficile descrivere il rumore di un mega bossolo di 10 cm che si apre e fa partire sette-otto (mai riuscita contarli) dischetti alti un paio di centimetri, che a raggiera ti  precipitano su tutti i lati.
Un’arma da guerra, chimica a frammentazione.

Foto di Valentina Perniciaro _il cavalcavia da dove lanciavano sassi e lacrimogeni_

Ci sarebbe poco altro da dirsi, se non che  si aggira attorno al migliaio il numero di CS tirato sui boschi nei vari punti, tra La Maddalena, il costone di Ramats, il bosco di Giaglione e i sentieri di Exilles.
Avete visto tutti quegli estintori che girano sulle foto oggi, dalla Repubblica al Corriere? Il famoso arsenale NOTAV?
Bhé quegli estintori hanno salvato i boschi, hanno lavorato per ore, trasportati di corsa da chi per i boschi sa saltellare da masso a masso: tra il frrrrrrrrrr della frammentazione dei CS si sentiva spesso l’urlo ESTINTOREEEEEEEEEEEE e via vedevi correre uomini e donne pronti a spegnere il sottobosco sotto cui si infilavano veloci come proiettili i dischi a frammentazione di quell’arma maledetta che ancora sento nei polmoni e nella testa.
Tirare tonnellate di quelli nei boschi vuol dire tentare all’omicidio: all’omicidio delle migliaia di valsusini che resistevano su quei boschi, illustrando a noi estranei metropolitani come saltare da un muretto all’altro, come andare a prendere aria dietro i massi per poi continuare a resistere e non lasciare quel fronte di lotta.

Foto di Valentina Perniciaro _l'assedio nel bosco_

Foto di Valentina Perniciaro _l'assedio nel bosco_

Loro, passo passo, ci hanno chiesto di avanzare o fermarci, loro spegnevano il LORO bosco attaccato da migliaia di fumaiole che nascevano qua e la, partorite da armamenti merdosi che stanno inquinando quel territorio, prima che a farlo siano l’uranio e l’amianto che dalla trivellazione delle montagne verrà stoccato non si sa dove.
Parlano di black bloc, di gente venuta da tutta europa, di organizzazione militare: non parlano però delle centinaia di lacrimogeni tirati in piena faccia a 15 metri di distanza, non parlano delle teste e facce aperte dalle sassate: perché non gli bastano scudi e manganelli, moschetti e fucili lacrimogeni, usavano anche i sassi

Ci riportano le dichiarazioni di Napolitano, un uomo che dal 1956 è sempre stato schierato dalla parte dei carri armati, del potere, dello Stato, della repressione.  Il mio presidente della Repubblica, della LIBERA REPUBBLICA de LA MADDALENA è lei che vuole le sue vigne.

A SARA’ DURA per voi, papponi e servi in divisa:
non credo che quella terra vi verrà lasciata con tanta facilità.

Andate pure a cercare i black bloc, gli inflitrati, gli anarco-insurrezionalisti e quello che vi pare: lì il nemico ce l’avete appollaiato su ogni albero, nascosto in ogni grotta, celato dietro ogni sorriso sdentato di qualunque vecchietto dal dialetto a me incomprensibile.

A SARA’ DURA SUL SERIO….

26 gennaio 2012: RETATE E ARRESTI IN TUTTA ITALIA PER GLI SCONTRI DEL 3 LUGLIO

[PRIMO MORTO IN VAL SUSA]
{LEGGI la storia di PLOGOFF, una guerra simile, VINTA}

Qualche news da chi lotta in difesa dei migranti, da Santa Maria Capua Vetere alla Questura di Torino

10 giugno 2011 2 commenti


Testimonianza telefonica dei profughi rinchiusi nel CIE Andolfato di Santa Maria Capua Vetere durante le cariche della polizia coi lacrimogeni e l’incendio del CIE stesso nella notte tra martedi e mercoledì

La questura di Corso Verona, sede dell’ufficio immigrazione della polizia torinese, ha chiamato oggi pomeriggio una quarantina di egiziani e li ha invitati a presentarsi per completare le pratiche in vista dell’ottenimento del permesso di soggiorno. Pronta per loro, però, c’era un’espulsione. Sono stati quindi caricati di peso sui mezzi della Polizia e trasferiti nella Questura centrale di Via Grattoni. Se in Corso Verona non c’erano che tre o quattro solidali e una decina di familiari, il passaparola dev’essere stato efficace e tempestivo, perché nel giro di poco tempo si è formato un assembramento che, tra solidali accorsi e amici e parenti, contava una sessantina di persone. Al di là dello schieramento dei Reparti Mobili di Polizia e Carabinieri a protezione dell’ingresso della Questura, si è intravisto un volto noto della direzione del Cie di Corso Brunelleschi e più di un funzionario della Digos piuttosto nervoso: il presidio volante era determinato a stare lì, e questo nonostante qualche militante cercasse di rasserenare gli animi, paventando azioni legali, incontri con il Questore e telefonate con i giornalisti.
È questione di attimi, le forze dell’ordine in assetto anti sommossa cercano di bloccare prima un lato, poi un altro della strada. È chiaro che stanno cercando di trasferire i bus carichi di clandestini per portarli via, ma a nessuno sta bene di farsi soffiare da sotto il naso un amico, o un fratello. Alle urla di “libertà, libertà” che i solidali gridano da fuori, si sentono i ragazzi egiziani all’interno rispondere, e vien da sé fare un giro un po’ più largo, evitare il blocco imposto dalla celere, raggiungere corso Vinzaglio, e cercare di impedire ai bus di deportare gli amici che sono all’interno. Ci si divide in due gruppi per coprire ogni possibile direzione.
La città sa regalare strumenti buoni all’occhio di chi li cerca, e in men che non si dica i cassonetti vengono rovesciati lungo due vie, e i rifiuti all’interno volano in direzione di Polizia e Carabinieri, che vogliono allontanare i manifestanti. I tubi innocenti dei cantieri, parte della pavimentazione stradale, altri cassonetti ancora. Tutto serve per fronteggiare i poliziotti e rallentare traffico, che si paralizza in qualche minuto, rendendo difficili gli spostamenti delle camionette in ausilio ai bus dei deportati. Il gruppetto di militanti italiani che in precedenza sperava di risolvere la situazione con una chiacchierata col Questore si volatilizza in un baleno, mentre su corso Matteotti i manifestanti se la cavano con un lacrimogeno e l’altro gruppo, su Corso Bolzano, sarà costretto a qualche corpo a corpo con gli agenti inferociti. Quando però si sparge la notizia che i pullman sono riusciti a partire, il fremito di sommossa si raffredda; qualcuno andrà in aeroporto a cercare di vedere i partenti, qualcun altro si dilegua per non incappare in brutti incontri. C’è qualche ferito tra i manifestanti, tra gli agenti non si sa.
Ha poco da scaldarsi la Digos. Quando, nel giro di un’ora, un tuo zio, cugino, cognato, fratello ti viene portato via, e per di più con l’inganno, la cosa più naturale è arrabbiarsi, e cercare di impedirlo. La cosa più bella è farlo insieme, in strada. E riuscirci, magari, per davvero.

macerie @ Giugno 10, 2011

Mistral Air, del gruppo Poste Italiane: deportiamo carne umana!

21 maggio 2011 10 commenti

PUBBLICO QUESTA NOTIZIA CON UN CONATO DI VOMITO.
UN CONATO DI VOMITO CHE MI SALE OGNI VOLTA CHE PARLIAMO DI SEGREGAZIONE E DEPORTAZIONE, OGNI VOLTA CHE SI PARLA DI MIGRANTI E DI QUELLA CASTA CHE SIAMO NOI AVENTI DIRITTI AD ESSER “CITTADINI”.
UN CONATO DI VOMITO PERCHE’ QUESTA COMPAGNIA AEREA, COMPLICE DELLA DEPORTAZIONE DI PERSONE CHE HANNO COMMESSO SOLAMENTE IL REATO DI MUOVERE IL LORO CORPO AL DI FUORI DELLA LORO TERRA NATALE, E’ PARTE DEL GRUPPO POSTEITALIANE, CHE CONOSCO FIN TROPPO BENE. 

Prima un pacco prioritario, poi un imbolsito cardinale, un poliziotto di guardia, poi un plico di raccomandate o un gruppo di fedeli che cantano inni oppure ancora un tunisino in via di rimpatrio imbarcato con l’inganno e guardato a vista. Su e giù intorno all’Europa e al Mediterraneo tra Lampedusa, Fiumicino, Linate, Lourdes e, ovviamente, Tunisi. Miracoli della tecnica e della faccia tosta.

Vi stiamo parlando dei voli della Mistral Air, compagnia fondata trent’anni fa da Bud Spencer e ora parte integrante del gruppo Poste Italiane. Se di notte gli aerei della compagnia si occupano soprattutto di trasportar cassoni di corrispondenza, di giorno ai cassoni vengono sostituiti i sedili e le stesse aeromobili vengono dedicate al trasporto passeggeri (volenti o nolenti). Salita agli onori delle cronache per aver incassato qualche anno fa un succulento accordo con l’Opera Romana Pellegrinaggi, la multinazionale vaticana dedicata al turismo religioso, ora la Mistral Air si è aggiudicata dal ministero degli Interni la maggior parte dei trasporti di senza-documenti tunisini da Lampedusa ai Cie della penisola e poi dai Cie a Tunisi (quando a Tunisi li fanno atterrare, perché ultimamente c’è di nuovo il coprifuoco e qualche aereo ha dovuto tornarsene indietro). Insomma, la compagnia aerea delle Poste Italiane si occupa (insieme alla ceca Travel Service) delle deportazioni di massa decise da Maroni per bilanciare la concessione dei permessi temporanei che hanno svuotato Cie e Cai all’inizio del mese passato. E giacché mistral airl’affitto di un aereo della Mistral Air costa al Ministero seimila euro all’ora, il gran via-vai degli ultimi mesi ci permette di dire che le Poste hanno scalato talmente veloci la lista dell’infamia di chi lucra sull’imprigionamento dei senza-documenti da essere già fianco a fianco della Croce Rossa e di Sodexo, della Misericordia e di Connecting People, i campioni di sempre.

macerie @ Maggio 14, 2011

A Kadjali, morto troppo lontano da casa sua

9 aprile 2011 1 commento


E’ morto il nostro amico e fratello Kadjali.
Il suo viaggio dal Senegal è iniziato nel 2006 ed è durato 2 anni. Due anni passati in Libia a lavorare come muratore, pagato una miseria. A quella miseria è riuscito a sopravvivere  e con quella miseria si è pagato il viaggio per attraversare il Mediterraneo ed ad approdare a Lampedusa. Era il dicembre 2008.
Kadjali dopo aver cercato inutilmente di regolarizzare la sua condizione di clandestino, finisce Rosarno dove il lavoro nero e lo sfruttamento non chiedono documenti.
Nel gennaio 2010 si ribella con gli altri lavoratori africani della Piana contro le disumane condizioni di lavoro e di vita. Costretto nuovamente a fuggire arriva a Roma assieme a centinaia di suoi fratelli. Scappa di nuovo per mettere in salvo la sua vita. Dorme alla stazione Termini finché cittadini e movimenti impegnati contro le politiche sull’immigrazione del Governo italiano non si mobilitano per dare accoglienza e sostegno a chi a Rosarno si era ribellato. Kadjali insieme ai suoi fratelli a Roma inizia una lotta per ottenere un permesso di soggiorno che non farà mai in tempo a ritirare e un lavoro in regola che non riuscirà mai a ottenere.
Colpito da meningite muore sabato 2 aprile, dopo due settimane di coma.
Gli è stato negato il diritto di vivere liberamente.
Gli è stato negato il diritto di scegliere dove vivere.
Gli è stato negato il diritto di vivere in condizioni salubri e sicure.
La mancanza di queste condizioni ha indebolito il suo sistema immunitario rendendolo soggetto a qualsiasi pericolo.
Il suo rimane un sogno mai realizzato.
La sua famiglia è lontana. E’ una famiglia di contadini e ha deciso di riavere il corpo per seppellirlo nella terra del suo paese.
L’Assemblea dei Lavoratori Africani di Rosarno, la comunità senegalese di Roma e chi ha conosciuto Kadjali hanno deciso di organizzare una raccolta di fondi per le spese necessarie al rimpatrio della salma e per aiutare la famiglia in questo momento.

E’ stato attivato un conto corrente IT20R0760103200000003035432 (intestato a Veronica Padoan) e si stanno organizzando iniziative e collette in diverse realtà romane.

Domenica 10 Parco Ex-Snia (Via Prenestina 175)
Dalle ore 10.30  – Festa di Primavera

Giovedì 14 c.s.o.a. ExSnia (via Prenestina 173)
Ore 20.00 Cena di sottoscrizione

Foto di Valentina Perniciaro _strade senza fine_

Manduria e la “tendopoli che non c’è”

30 marzo 2011 Lascia un commento

Un’idea di cosa sia la tendopoli sorta tra Manduria e Oria ce l’ha Marek, un tunisino di trent’anni: “This is a prison”, dice in un inglese arabizzato quanto basta per capire che la nostra conversazione non può andare avanti. C’è qualcuno che parla italiano? o inglese? Sì, qualcuno c’è. “Quello che ti posso dire è che non so perché sono qui. Io voglio andare in Francia. Tutti noi vogliamo andare in Francia o in Germania”.

Sono giovani, alcuni giovanissimi, i profughi tunisini che ormai da tre giorni affollano l’ex spazio militare tra Manduria e Oria. Con gli ultimi 827 arrivi hanno abbondantemente superato le mille unità, sedici delle quali sono donne. Vivono, tutti, senza sapere cosa sarà di loro, con l’incubo del rimpatrio da una parte e la voglia di abbandonare l’Italia dall’altra. La Francia è la meta più ambita: lì hanno famigliari, amici, amanti. Qui, invece, non hanno ben chiaro cosa fare. “Mangio, dormo e fumo tutto il giorno”, continua l’interprete di cui non conosco il nome. “Scusa amico, quanti chilometri per Taranto?”. Circa quaranta.

Hamza, ventidue anni, ha un’amica che fa l’avvocato a Napoli. Il suo inglese è fluente. Spiega che la vita nella tendopoli è uno schifo. La doccia è fredda, il cibo è brutto, la corrente elettrica c’è solo per due ore al giorno. Mi mostra le foto della sua odissea nel Mediterraneo registrate sul suo cellulare. Sono le foto di una bagnarola oberata di

"Porta Europa" a Lampedusa

esseri umani al di là di qualsiasi “capienza massima”. “Do you want?”. I want. “Money”. Rido, ride. Poi mi dà il suo numero di telefono non prima di aver commentato l’arretratezza tecnologica del mio. Non ho soldi per comprarne uno nuovo. Ride ancora, di gusto questa volta.

Hamza ha in testa una serratissima road map da rispettare: Taranto-Napoli-Roma-Lucca-Parigi. Ma la vede nera, almeno finché sarà circondato da quelle recinzioni metalliche. E’ deluso. Quando è sbarcato a Lampedusa gli avevano detto cose diverse: gli avevano detto che sarebbe arrivato in un posto migliore, che sarebbe stato libero di muoversi in Europa in poco tempo, che avrebbe ricevuto 300 euro insieme a tutti i suoi connazionali. “This is my 300 euro”, dice sorridendo mentre mi mostra un sacchetto di plastica contenete una saponetta, uno shampoo e un piccolo asciugamani.
“Quanti chilometri per Taranto?”. Sempre quaranta.
“Perché siamo in questa gabbia?”. Bella domanda, la verità è che non lo sa nessuno il perché. A dirla tutta non si sa bene nemmeno cosa sia quella gabbia. “E’ un centro di accoglienza e riconoscimento”, improvvisa il serafico Nicola Lonoce, responsabile della logistica del campo per conto del Consorzio Nuvola (che raccoglie le cooperative sociali del territorio), satellite del Consorzio internazionale Connecting people. E’ lo stesso Lonoce a confessare che formalmente quel campo semplicemente non è. “Chi è scappato ieri (circa 130 persone, ndr) non ha commesso nessun reato”. In poche parole non è scappato. Ha semplicemente fatto quanto è in suo diritto di fare, andare per la sua strada. Da clandestino.
Anche i poliziotti sono lì nel caso in cui succeda qualcosa, ma non possono impedire la fuga né tanto meno negare l’accesso al campo. Uno di loro, in un momento di rara confidenza forse concessa per sfinimento, mette a nudo l’imbarazzo normativo e organizzativo della situazione, dice: “Se questi decidono di uscire, chi li ferma? Ce li ritroviamo addosso. E se ne arrivano altri? che si fa?”.

Solo domande a Manduria, ognuna proveniente da una prospettiva differente. Di risposte, finora, nemmeno l’ombra. L’unico che prova a fornire è Lonoce, ma non è certo lui che può colmare l’enorme vuoto che aleggia attorno quel non luogo legislativo. Spiega, però, che la prospettiva burocratica dei 1500 di Manduria è richiedere la protezione internazionale per riuscire a ottenere la protezione umanitaria, con la quale saranno liberi di circolare per l’Europa per un anno. In condizioni di normalità ci vogliono circa quattro-cinque mesi, un’eternità, vista la situazione. E’ possibile tuttavia che la Commissione territoriale – ente preposto al rilascio della protezione umanitaria – riceva un’ordine di semplificazione burocratica per accelerare il tutto. “E’ possibile, ma non è certo”.
Ecco, appunto, di certo non c’è nulla, così ognuno fa e dice un po’ quello che gli passa per la testa. “Non si può parlare con i profughi”, mi fa una non meglio identificata persona con fare da poliziotto in borghese. “C’è un decreto che lo proibisce”.
La conversazione surreale non procede oltre, Hamza ha una cosa più importante da chiedermi. Il suo sorriso a metà strada tra la rassegnazione e la simpatia svanisce d’improvviso, si fa serio e mi chiede di essere sincero. E’ vero che verranno tutti rimpatriati? e che cosa posso fare io per aiutarlo, io con il mio lavoro da giornalista?
Rifletto, ma non sa dare una risposte che non sia pura retorica, almeno agli occhi di chi non sa che farsene, in questo momento, di un giornale. Rifletto e mi chiedo per quanto tempo ancora si potrà continuare a rispondere “non lo so” alle domande di mille e cinquecento persone trattenute in una tendopoli per mere ragioni burocratiche.
L’altra piccola certezza riguarda il fatto che nell’immediato i profughi tunisini riceveranno un attestato nominativo con il quale saranno liberi di uscire dal campo per dodici ore. Spiego questa cosa ad Hamza il quale non trova meglio di fare che sorridere amaro. “There is no future”, dice. E mi saluta.

Francesco Lefons
da 20centesimi

Resoconto da una giornata sotto le mura di un lager del nuovo millennio

15 marzo 2011 Lascia un commento

RESOCONTO PRESIDIO AL CIE DI PONTE GALERIA A ROMA
sabato 12 marzo 2011
Libertà per tutti, con o senza documenti

Circa 300 solidali, giunti davanti alle mura del Cie di Ponte Galeria per dare vita al presidio annunciato da tempo, sono stati accolti da un gran numero di ragazzi migranti reclusi, saliti sul tetto per unirsi alla protesta.
Continua a crescere la partecipazione mentre dal microfono viene lanciato un primo saluto a tutte le persone rinchiuse in quelle mura.
Grida e slogan riempiono il vuoto nel quale è stato costruito quel mostro di cemento, mentre dal cortile della sezione femminile cresce una colonna di fumo nero che, accompagnato dalle grida, non abbandonerà mai la giornata di protesta.
Slogan e messaggi di solidarietà in tutte le lingue vengono amplificati dalle casse del sound, mentre una piccola delegazione di alcune compagne si prepara ad avvicinarsi al cancello del campo d’internamento per consegnare delle radioline a chi è privata/o della propria libertà dentro quelle gabbie.
Mentre l’amministrazione della cooperativa Auxilium si nasconde dietro il cordone della celere negando la propria responsabilità e lasciando gestire la situazione a qualche energumeno in divisa blu, continua lo scambio di voci tra chi protesta dentro e fuori le mura del lager.
Al fermo diniego di fronte al tentativo di consegnare gli apparecchi radio, i/le solidali hanno scelto di rinforzare la comunicazione diretta con il lancio di palline da tennis contenenti messaggi di solidarietà.
Nonostante i pessimi lanci e il nervosismo delle guardie, alcuni messaggi sono stati raccolti dai destinatari.
Dopo poco meno di tre ore il presidio si scioglie e ritorna compatto in città per comunicare tra le strade affollate del sabato sera, con un corteo partecipato, compatto e rumoroso.
Apprendiamo con disgusto e rabbia che la mattina seguente al presidio, gli aguzzini in divise blu hanno sfogato le loro frustrazioni sulle recluse, ree di aver fatto “troppo casino” durante il presidio di sabato.

CORRISPONDENZA:Una donna racconta ai microfoni di Radio OndaRossa che gli uomini delle “forze dell’ordine” l’hanno portata in un ufficio all’interno del centro, per picchiarla, insieme ad altre donne.
CORRISPONDENZA: Nonostante i pestaggi e le cure mediche negate, le recluse chiedono con forza che i presidi dei/lle solidali continuino. Quando viene chiesto loro cosa possiamo fare dall’esterno per sostenerle, ci viene risposto senza un attimo di esitazione: just we want freedom!

LIBERTÀ PER TUTTI E TUTTE, CON O SENZA DOCUMENTI!

12-3-2011: Tutt@ davanti al C.I.E. di Ponte Galeria

9 marzo 2011 1 commento

12 Marzo, 2011 – 14:00
stazione Ostiense >> treno per Fiumicino >> fermata Fiera di Roma

LIBERTA PER TUTTE E TUTTI! CON O SENZA DOCUMENTI

È trascorso quasi un anno dall’ultimo presidio fuori dal lager di Ponte Galeria a Roma e da allora per le condizioni dei reclusi e delle recluse nulla è cambiato. All’interno del lager romano la gestione dalla croce rossa è stata ereditata dalla cooperativa Mondo Auxilium, per il resto i principi di reclusione, oppressione, violenza, terrore e privazione sono rimasti gli stessi. La repressione contro chi lotta per la chiusura di queste strutture di annientamento prosegue senza sosta, ma ciò ci porta solo e unicamente a continuare unite/i nella lotta.
Una stagione di rabbia e conflitti sta investendo il Mediterraneo e non solo. È quanto più importante in questo momento manifestare, con ogni mezzo, la nostra solidarietà ai reclusi e alle recluse, la nostra complicità con chi si ribella ovunque, a tutte le persone rastrellate e deportate.
La lotta contro il controllo, la repressione e le istituzioni “totali”, come i Cie, deve affermarsi con energia. Ribadiamo il nostro appoggio solidale ai reclusi e alle recluse del Cie di Ponte Galeria, come di tutti i lager della democrazia.
Riprendersi le strade, le piazze, affinché le vie, i muri e i quartieri parlino di solidarietà tra sfruttate/i e di odio verso chi arresta, rinchiude, opprime e tortura ogni giorno. Perché il nostro odio non si è placato, vogliamo tornare a esprimerlo sotto quelle mura.

Il 12 marzo torneremo a farlo davanti al Cie di Ponte Galeria
Appuntamento alle ore 14.00 alla stazione Ostiense per prendere insieme il treno
dalle ore 15.00: tutte e tutti davanti alle mura del Cie di Ponte Galeria
fermata “Nuova Fiera di Roma” del trenino Roma-Fiumicino

PER UN MONDO SENZA GABBIE, NÈ FRONTIERE
>> ascolta/scarica/diffondi lo spot contro i Cie <<

 

Al C.I.E. di Gradisca ora è vietato fumare

2 marzo 2011 Lascia un commento

La situazione all'interno del C.I.E. di Gradisca dopo la rivolta dei giorni scorsi (Altre foto su http://fortresseurope.blogspot.com)

La conferma è arrivata direttamente da Federica Seganti, assessore alla Sicurezza del Friuli Venezia Giulia: i reclusi di Gradisca non potranno più fumare. Questo per “evitare nuove rivolte” e non dare più la possibilità ai prigionieri di dar fuoco ai materassi.  Stanno fuori di testa.
Evitare nuove rivolte togliendo anche la possibilità di fumarsi una sigaretta?
DA MACERIE:
Dopo la rivolta dell’altra sera, i reclusi dell’area bianca di corso Brunelleschi a Torino sono entrati in sciopero della fame. Tutto ieri non hanno mangiato, e per protesta hanno messo le coperte e i materassi fuori dalle stanze. Anche oggi si sono rifiutati di toccare cibo. A loro si sono aggiunti anche i reclusi di un’altra sezione del Centro. Secondo i calcoli che provengono da dentro, ad attuare questa forma di protesta sarebbero una settantina. Dall’altra sera, poi, è sempre più difficile fumarsi una sigaretta dentro al Centro. Già, perché ora i militari di guardia si rifiutano di farli accendere e allora i reclusi sono costretti ad aspettare i crocerossini. Inutile dire quanto nervosismo crei questa ripicca dei militari. Mai quanto a Gradisca dove, dalle voci che arrivano, ai reclusi stipati negli stanzoni è semplicemente vietato fumare.


								

Mario Libero, Tutti/e Liber@: Presidio a piazzale Clodio

19 gennaio 2011 Lascia un commento

Il 23 dicembre 2010 si è tenuta la prima udienza del processo a Mario e gli altri e le altre compagne arrestati\e durante la rivolta precaria e studentesca di Piazza del Popolo dello scorso 14 dicembre 2010. Il processo è stato rinviato al 24 gennaio per dare la possibilità alla difesa di acquisire ulteriori prove testimoniali , videoregistrazioni e fotografie; al contempo i giudici hanno respinto la libertà provvisoria a Mario, motivando capziosamente la permanenza in Italia – indicando in particolare la giornata di lotta a Palermo e Milano – di un “ clima di tensione sociale”, onde per cui Mario rimane agli arresti intanto fino al 24 gennaio.
I giudici per fortuna hanno però deciso di respingere l’assurda richiesta avanzata da ALEMAGNO per la costituzione di parte civile del Comune di Roma , in quanto a Mario non è addossata nessuna “lesione dell’arredo urbano”.
Ai numerosi compagni/e presenti – studenti, lavoratori, amici degli imputati – l’atteggiamento dei giudici non è apparso né sereno, né
imparziale , costoro sono sembrati partecipi e schierati con il clima fazioso e colpevolista voluto dal governo da subito e all’indomani del 14
dicembre. All’oggi – dopo una settimana di prove documentali e testimoniali ripetutamente apparse in TV , sui quotidiani e periodici – è ormai noto alla cittadinanza che gli arrestati sono stati rastrellati a caso, con il titolo abusivo e generico del reato di “ resistenza in concorso”.
Per il resto , è fallito anche il tentativo di dividere i manifestanti in “ buoni e cattivi” sia per la compattezza del movimento , sia per la
consapevolezza di larga parte della società di riconoscere alla protesta e alla condizione diffusa della precarietà motivazioni valide e concrete, che vanno ascoltate e avviate a soluzione, piuttosto che ignorate e/o represse.
L’accanimento giudiziario non ha ragion d’essere, men che mai l’assunzione sussidiata della politica: il trasformarsi in arbitri del conflitto non compete alla magistratura , tantomeno far pendere l’ago della bilancia dalla parte dei forcaioli, trasformando in capri espiatori gli arrestati del movimento solo per soddisfare i propositi di vendetta di una classe politica inadempiente e corrotte.
Tenere ulteriormente agli arresti domiciliari Mario è un abuso, una iniqua punizione, una pena affligente ancor prima della sentenza: è l’ennesima l’amara constazione di quanto dispotismo alberghi ancora nelle istituzioni, soprattutto tra coloro che dimentichi del dettato
costituzionale e della dichiarazione dei diritti dell’uomo, abusano del codice penale per perseguitare il conflitto e i suoi protagonisti.
Vogliamo Mario libero ! Vogliamo che il Movimento tutto si schieri a sua difesa e non solo le poche decine di compagne e compagni presenti ai precedenti presidi svolti a piazzale Clodio.
Mario è uno di noi, lo rivendichiamo come un nostro compagno e non può e non deve pagare per tutte e tutti: a Piazza del Popolo eravamo in decine di migliaia a difenderci dalla violenza delle Forze del Disordine !

PER L’AUTORGANIZZAZIONE SOCIALE
PER L’AUTOGESTIONE DELLE LOTTE

LUNEDI 24 GENNAIO ORE 9.30
PRESIDIO A PIAZZALE CLODIO

CSOA “MACCHIA ROSSA” MAGLIANA

A questo LINK una corrispondenza di questa mattina dai microfoni di Radio Onda Rossa

Mario Miliucci rimane agli arresti: processo rinviato al 24 gennaio

23 dicembre 2010 Lascia un commento

Mario Miliucci rimane agli arresti, il processo è rinviato al 24 gennaio

Nel primo pomeriggio di oggi si è conclusa l’udienza per 13 dei 43 compagni/e rastrellati il 14 dicembre , tutte/i erano a piede libero  tranne Mario Miliucci agli arresti domiciliari.
Il processo è stato rinviato al 24 gennaio per dare la possibilità alla difesa di acquisire ulteriori prove testimoniali , videoregistrazioni e fotografie; al contempo i giudici hanno respinto la libertà provvisoria a Mario , motivando capziosamente la permanenza in Italia – indicando in particolare la giornata di ieri a Palermo e Milano – di un “ clima di tensione sociale”, onde per cui Mario rimane agli arresti intanto  fino al 24 gennaio.
I giudici hanno anche deciso di respingere la “costituzione di parte civile “ del Comune di Roma , in quanto a Mario non è addossata alcuna “ lesione dell’arredo urbano”.
Ai numerosi compagni/e  presenti – studenti, lavoratori, amici degli imputati – ( un folto presidio stazionava all’ingresso del Tribunale)l’atteggiamento dei giudici non è apparso ne sereno, ne imparziale , costoro sono sembrati partecipi e schierati con il clima fazioso e colpevolista voluto dal governo da subito e all’indomani del 14 dicembre.
All’oggi – dopo una settimana di prove documentali e testimoniali ripetutamente apparse in TV , sui quotidiani e periodici – è ormai noto alla cittadinanza che gli arrestati sono stati rastrellati a caso , con il titolo abusivo e generico del reato di “ resistenza in concorso”.
Per il resto , è fallito anche il tentativo di dividere i manifestanti in “ buoni e cattivi” sia per la compattezza del movimento , sia per la consapevolezza di larga parte della società di riconoscere alla protesta e alla condizione diffusa della precarietà motivazioni valide e concrete, che vanno ascoltate e avviate a soluzione, piuttosto che ignorate e/o represse.
L’accanimento giudiziario non ha ragion d’essere, men che mai l’assunzione sussidiata della politica : il trasformarsi in arbitri del conflitto non compete alla magistratura , tantomeno far pendere l’ago della bilancia dalla parte dei forcaioli, trasformando in capri espiatori gli arrestati del movimento solo per soddisfare i propositi di vendetta di una classe politica inadempiente e corrotte.
Tenere ulteriormente agli arresti  Mario è un abuso, una iniqua punizione, una pena affligente ancor prima della sentenza : è l’amara con stazione di quanto dispotismo alberghi ancora nelle istituzioni, sopratutto tra coloro che dimentichi del dettato costituzionale e della dichiarazione dei diritti dell’uomo, abusano del codice penale per perseguitare il conflitto e i suoi protagonisti

Ovunque,comunque , Tutti Liberi !

Vincenzo Miliucci,che ricambia con affetto le migliaia di comunicazioni ricevute per Mario e che augura un buon 2011 , a voi tutte/i e alle presenti generazioni di compagne/i perché avviino il percorso comune per affrontare l’urgenza dell’alternativa di società.

 

Vauro e il Manifesto si autocensurano: E FANNO BENE!

19 dicembre 2010 7 commenti

VAURO su il Manifesto, 15 dicembre 2010

Il giorno dopo gli scontri di Piazza del Popolo, quel giornale ormai da molto illeggibile e reazionario qual è il Manifesto,
ha pubblicato in prima pagina una vignetta di Vauro sconcertante per la sua infamia.
Malgrado già da molte ore girassero notizie che il “ragazzo con la pala” era un manifestante, un giovanissimo compagno mandato al linciaggio mediatico,
il vignettista tanto caro alla sinistra salottiera confermava la teoria complottarda dell’infiltrato con la sua vignetta.
GIovanni Santone con la faccia di Kossiga e , l’ “infiltrato” di Piazza del popolo con quella di Maroni.
UNA VERGOGNA!
Una vergogna che Vauro poteva almeno smentire: innegabile la sua genialità e capacità ironica, quindi poteva avere il buon gusto di scusarsi.
In più, cosa ancora più comica, sul sito del Manifesto la vignetta non compare…
di solito dopo 48 ore vengono archiviate tutte in rete, mentre quella manca.
Menomale che hanno inventato gli scanner, perchè almeno quest’infamata di Vauro in rete ce la mettiamo uguale.
E magari la prossima volta che lo incontriamo in piazza ci ricordiamo di ricordarglielo!

Ed ora anche sul blog di Insorgenze un articolo a riguardo!

Comunicato di Vincenzo Miliucci, il “volscevico”!

19 dicembre 2010 13 commenti

Giù la maschera , fascisti in doppiopetto !

Negli anni ’70, nella pienezza dei movimenti di partecipazione democratica per la trasformazione egualitaria della società, i fascisti La Russa e Gasparri erano dalla parte della strategia della tensione che auspicava un regime autoritario a suon di bombe , stragi e complotti.
La mia generazione ha speso la propria gioventù per salvare l’Italia dal golpismo e stragismo : le contrade e le città italiane sono piene di lapidi che ricordano il sacrificio di centinaia di nostri coetanei , i “ nuovi partigiani”.

FOTO DI VALENTINA PERNICIARO: Vincenzo e il totem contro le morti sul lavoro _25 aprile 2008_

Così come ha combattuto nei luoghi di lavoro e nel paese per conquistare la dignità del lavoro e un parziale stato sociale , negato da potenti corporazioni e dal padronato.
E allo stesso tempo per scrollarci di dosso il soverchiante fardello di istituzioni,ordinamenti e uomini del ventennio fascista.
Nel mentre che i fascisti La Russa e Gasparri erano parte di quel MSI sedizioso e squadrista al servizio della borghesia e che tanti lutti ha procurato tra i lavoratori, gli studenti, gli antifascisti.
L’indulgenza togliattiana e democratica Costituzione hanno permesso a questi scherani di autoalimentarsi e di fare ulteriori malefatte, ma il disprezzante giudizio storico su di loro – sul loro focoso reiterare l’appartenenza fascista – è un sentimento comune degli italiani : è scritto nelle migliaia di epigrafi che ricordano l’olocausto partigiano e le vittime delle decine di stragi impunite.
Solo il troiaio berlusconiano – la perdita di senso e valori della democrazia costituzionale repubblicana – permette a costoro di occupare posti altezzosi e di sputare quotidiane-bavose-provocatorie sentenze.
La storia non è finita ! Non moriremo Berlusconiani !!
Non è detto che costoro non tornino nei luoghi di origine, le fogne !
I Gasparri,Alemanno,Storace, si portano ancora appresso l’incubo dei calci in culo presi ripetutamente negli anni ’70 dagli antifascisti autonomi di “ via dei Volsci”. Il Presidente della Corte Costituzionale dell’epoca, Giuseppe Branca , ebbe modo di ringraziare pubblicamente gli autonomi, per l’operazione di nettezza urbana esercitata a Roma nei confronti del rigurgito dei rifiuti fascisti.

Sono orgoglioso di mio figlio Mario : equilibrato,serio,responsabile, già uomo europeo e lungimirante, nonostante il fosco avvenire che si prospetta per la sua generazione.
Mario è stato educato alla tolleranza e la rispetto soprattutto dei più deboli, alla solidarietà e alla partecipazione sociale. Il 14/12 era a manifestare , consapevole di quali e quante sfide sono addossate alla “ generazione precaria “ .

E’ stato rastrellato a caso insieme ad altre decine di giovani, a cui è stato fatto assaggiare il sadismo di celle di sicurezza gelide e sudice,il cui unico giaciglio era il pavimento lercio, lasciati senza cibo. fatti oggetto di scherno , vessazioni psicologiche e minacce “ genovesi”, di ritornelli inneggianti il nazifascismo . Il ministro Maroni se non vuole diventare l’emulo di Kossiga, prima di scagliare gli strali contro il movimento , si guardi in casa propria ! Veda e sanzioni il comportamento illegale dei corpi di polizia. Bonifichi ed espella le numerose “ mele marce” , che a Napoli e Genova nel 2001 torturarono e ferirono nelle caserme e nelle piazze , che uccisero Aldrovandi e altri ancora, che ogni anno aggiornano la statistica dei danni procurati a migliaia di giovani,diversi e immigrati. Provveda innanzi tutto alla rieducazione e alla formazione costituzionale dei “ servitori dell’ordine” , che tuttora vedono nel manifestante , nel cittadino, un essere inferiore, su cui si può infierire,vituperare,produrre prove false , “ sicuri dell’impunità”. Su Mario Miliucci pende un disegno persecutorio,quello di utilizzarlo come capro espiatorio e monito nei confronti della rivolta della “ generazione precaria” alla spudoratezza della classe politica dominante.
In quanto manifestante è reo di “ resistenza alle nefandezze del governo” , un reato a cui si sentono accomunati almeno 40 milioni di italiani !

Mario porta un cognome specchiato, integerrimo e rispettato ( anche dagli avversari e financo dai funzionari di polizia) : luoghi comuni, banalità, meschinerie e falsità possono servire solo ad influenzare coscienze tiepide e magistrati asserviti.
Mario va liberato e prosciolto, la “ generazione precaria” è un bene prezioso per la democrazia e per garantire un avvenire a questo paese.

Il “ volscevico “ Vincenzo Miliucci

MARIO LIBERO!
TUTTI E TUTTE LIBERI!

APPUNTAMENTO GIOVEDI 23 A PIAZZALE CLODIO, PER IL PROCESSO A MARIO MILIUCCI

BRESCIA MAY DAY

8 novembre 2010 1 commento

Brescia May day! May day!

Da settimane i migranti bresciani sono in mobilitazione permanente  contro la sanatoria truffa che dopo aver aperto una speranza di  regolarizzazione ha sbattuto le porta in faccia ai tanti e tante  costretti alla clandestinità da leggi disumane come la Bossi- Fini e il  Pacchetto Sicurezza targato Maroni. Proprio da Maroni arriva l’ordine perentorio di stroncare la protesta: distruggendo i presidi che si erano  organizzati e costringendo sei persone a salire su una gru a 35 metri di  altezza dove stanno dal 30 ottobre. Ma la follia sanguinaria di chi  gestisce l’ordine pubblico non si è fermata neanche di fronte a questo gesto di disperata determinazione e alla imponente manifestazione di massa tenutasi sabato scorso: questa mattina all’alba hanno scaricato la loro violenza sui presenti al presidio provocando decine di feriti e oltre 30 persone in stato di fermo.

Brescia lancia l’allarme rosso e Roma risponde convocando un’assemblea cittadina per questa sera alle ore 19.00 presso il Volturno con lo scopo
di (auto)organizzare la nostra solidarietà attiva, quella di tutte le realtà ed i singoli impegnati quotidianamente nella battaglia per i
diritti per tutti/e.

Siamo tutt@ clandestin@
Antirazzisti e antirazziste roman@
QUI POTETE ASCOLTARE LE CORRISPONDENZE DI QUESTA MATTINA DI RADIO ONDA ROSSA: 123

Rivolta di migranti: chiuso aereoporto di Cagliari

11 ottobre 2010 Lascia un commento

Dalle 15 la rivolta è scoppiata in tutto il centro di prima accoglienza Elmas di Cagliari, costruito all’interno dell’aereoporto militare di Elmas, sito dentro lo stesso scalo civile di Cagliari. La terza volta in 11 giorni dentro quella struttura, cosa che ci dice da sola le condizioni di vita dei migranti rinchiusi lì dentro. L’ennesima ondata di sbarchi degli ultimi giorni ha fatto letteralmente esplodere la struttura cagliaritana con più di cento persone presenti e nel primo pomeriggio la rabbia dei migranti è riuscita a rompere il cordone di sicurezza che separa l’area dal centro. Circa una ventina di persone hanno raggiunto la pista correndo: le torri di controllo (che si trovano a meno di 150 metri) hanno dato immediatamente l’allarme ed è stato deciso il blocco totale dello scalo sardo, sia per gli arrivi che per le partenze. Ora sono all’opera le forze di polizia che rastrellano la zona alla ricerca di chi è riuscito a darsela a gambe: già in 4 sono stati presi all’interno dell’aereoporto.

La struttura per un paio d’ore è stata letteralmente occupata dai migranti, tanto che la situazione è ritornata “sotto controllo” solamente dopo l’intervento della squadra mobile di Cagliare che, dopo aver circondato la palazzina e fatto un fitto uso di lacrimogeni, ha fatto irruzione per riconquistarne il controllo. L’operazione al momento è ancora in corso, quindi le notizie sono abbastanza povere: pare che buona pare del centro sia distrutto.
Inizialmente l’ENAC aveva fatto sapere che lo scalo cagliaritano non avrebbe riaperto prima delle 22, ma pochi minuti fa le agenzie hanno iniziato a riportare un’imminente riapertura, dopo il blitz della polizia.

SCIOPERO DEL LAVORO NERO tra Napoli e Caserta

9 ottobre 2010 1 commento

IERI DALLE 5 DI MATTINA ALLE 18 LE ROTONDE TRA NAPOLI E CASERTA SI SONO FERMATE…NIENTE CAPORALI A CARICAR SCHIAVI!
UNA GIORNATA IN CUI S’E’ RESPIRATA UN’ARIA NUOVA, DI RIBELLIONE E DIGNITA’.
IL LORO COMUNICATO E QUALCHE IMMAGINE, IN ATTESA DI SAPERE COME ANDRA’ LA MANIFESTAZIONE DI OGGI.

Oggi si è fermato il mercato delle braccia in Campania! Si sono fermati migliaia di migranti costretti a lavorare in nero principalmente in edilizia e in agricoltura con paghe sempre più basse (ormai anche sotto i 20 euri a giornata) e condizioni di sicurezza inesistenti. 
E tantissimi hanno deciso di metterci la faccia contro il lavoro in nero e la discriminazione, scendendo in piazza con cartelli e volantini in quegli stessi luoghi dove ogni giorno caporali e padroncini reclutano i propri Kalifoo (lett. “schiavo a giornata”).
Lo sciopero dei “Kalifoo” si è così palesato nei principali siti del lavoro nero (almeno venti in tutta la provincia di Napoli e di Caserta), da Casal di Principe a Baia Verde (Castelvolturno), da Villa Literno a Licola, Afragola, Scampia, Quarto, Caivano, Qualiano, Marano, Villaricca e Giugliano…. Con il supporto sul campo degli antirazzisti campani.
Un evento per certi aspetti storico, perchè mai prima d’ora in Campania (e in Italia), gli immigrati sfruttati in nero avevano scioperato così massicciamente, decidendo coraggiosamente di mostrarsi, col rischio di rappresaglie dei caporali o di compromettere il rapporto di lavoro con il padroncino di turno.
Una scelta fatta per rivendicare diritti e dignità, salario e sicurezza, a partire da quel permesso di soggiorno senza il quale è impossibile sfuggire ai ricatti e molto spesso trasforma le vittime in colpevoli: sono clamorosi infatti gli effetti della cosiddetta “direttiva Maroni contro il lavoro nero”, che invece di colpire i caporali e lo sfruttamento, si è tradotta in retate di massa contro i lavoratori immigrati!
Regolarizzazione, allargamento dell’articolo 18, recepimento coraggioso della direttiva europea sull’emersione del lavoro nero: sono tanti gli strumenti possibili ma finora elusi da un governo attestato su posizioni ideologiche e repressive. Per non parlare della condizione sempre più precaria dei tantissimi che in Italia sono rifugiati o hanno chiesto protezione umanitaria.
Lo sciopero di oggi dice a tutti che il lavoro immigrato in Campania non è solo quello di colf e badanti e chiede una presa di posizione decisa di tutti gli attori sociali e politici veramente democratici. In un territorio devastato dal lavoro nero come da una piaga secolare, i migranti hanno dato a tutti, anche agli autoctoni, un segnale di coraggio importante! Allo stesso modo bisogna rispondere: basta repressione, basta leggi xenofobe, si alla regolarizzazione e ai diritti!
La mobilitazione continuerà domani con il corteo a Caserta insieme alle iniziative che si tengono in tutta italia e che termineranno il 15 ottobre in un presidio nazionale sotto il ministero dell’Interno, per poi partecipare, il giorno dopo, al corteo dei metalmeccanici.

Movimento degli Immigrati e dei Rifugiati

Migranti, espulsioni, testate e carcere

2 ottobre 2010 1 commento

Fuori strada

Per evitare di lasciare l’Italia ha messo a repentaglio la propria vita e quella dei tre agenti incaricati di accompagnarlo a Malpensa, dove avrebbe dovuto imbarcarsi su un aereo diretto al suo paese d’origine. È successo ieri pomeriggio e per l’uomo, un egiziano destinatario di un provvedimento di espulsione, si sono aperte le porte del carcere.
I tre poliziotti sono finiti in ospedale e dimessi con prognosi di 17, 7 e 3 giorni. Ad avere la peggio l’agente che ieri pomeriggio si trovava alla guida della Fiat Stilo con i colori d’istituto diretta all’aeroporto. Mentre viaggiava nella corsia di sorpasso della tangenziale, giunto all’altezza dell’uscita per Borgaro, è stato aggredito dallo straniero che, liberatosi dalla cintura di sicurezza l’ha afferrato per il collo e gli ha rifilato una testata.
«L’intenzione – sostiene Luca Pantanella, vicesegretario nazionale del sindacato Ugl-Polizia – era quella di fare uscire di strada i poliziotti ma la bravura dell’autista e l’intervento dei colleghi ha evitato il peggio.» Il conducente è riuscito ad evitare le altre vetture e i Tir che in quel momento percorrevano la tangenziale ed ha raggiunto la corsia di emergenza dove lo straniero è stato bloccato.
«Questa volta – dichiara Pantanella – tre agenti sono rimasti feriti, ma non vogliamo che in futuro si possa parlare di tragedia.» Per questo l’Ugl chiede «al Questore e al ministero degli Interni che i servizi di accompagnamento alla frontiera siano effettuati con mezzi idonei, che separino gli autisti dalle persone accompagnate, che essendo destinatarie di un provvedimento di espulsione non possono essere ammanettate, e che il parco auto sia potenziato.» da CronacaQui Torino

Aggiornamento 1 ottobre – mattina. Dopo una piccola ricerca abbiamo scoperto che il ragazzo arrestato sulla via di Malpensa, Hisham, aveva ottimi motivi per opporsi alla propria espulsione: tutta la sua famiglia, difatti, vive in Italia e in Egitto lui non ha più nessuno.  Nel Cie da più di quattro mesi, ultimamente la polizia lo teneva separato dagli altri suoi compagni, in isolamento.  Come potrete immaginare, invece, non siamo in grado di dirvi nulla sulla dinamica dei fatti occorsi in tangenziale, per cui siamo costretti a tenerci solo le lamentele di Pantanella e di Torino Cronaca. Non appena avremo ulteriori aggiornamenti, ve li comunicheremo.
Aggiornamento 1 ottobre – pomeriggio. Stamattina c’è stata l’udienza di convalida dell’arresto: Hisham sarà scarcerato questa sera! E pare che non sarà riportato al Cie, come spesso accade in questi casi, ma riceverà “soltanto” l’ordine di lasciare l’Italia entro 5 giorni.

macerie @ Settembre 30, 2010

Quando a svegliarti è un plotone di robocop …

20 settembre 2010 Lascia un commento

Questa mattina alle 4 la polizia è entrata in forze, caschi in testa e manganelli in mano, nelle camerate del Cie di Gradisca. Ha svegliato i reclusi e per cominciare li ha fatti sdraiare tutti per terra. Dopo questa sveglia, tutti i reclusi (un’ottantina) sono stati concentrati in un’unica camerata (che di solito contiene 8 persone), mentre la polizia effettuava una perquisizione in tutte le altre celle. Al termine delle operazioni, i prigionieri sono stati di nuovo smistati nelle camerate, ma opportunamente rimescolati. Tutto questo gran lavoro da parte delle forze dell’ordine ha ovviamente ritardato la distribuzione dei pasti e delle sigarette. Pare che questa perquisizione sia una rappresaglia per un tentativo d’evasione sventato ieri (l’ennesimo, e nonostante le condizioni di reclusione a dir poco proibitive).

macerie @ Settembre 20, 2010

Agosto nei C.I.E.

9 agosto 2010 Lascia un commento

Qualche notizia dai Cie in questa settimana.  A Milano, domenica mattina, tre reclusi hanno tentato la fuga dalla sezione E, senza riuscirci. Uno dei tre si è fatto molto male al piede e solo nel pomeriggio, dopo molte pressioni, è stato portato all’ospedale dove è stato ingessato. Poi è stato riportato al Centro: da quasi una settimana se ne sta lì  dove ovviamente non riesce a far nulla, neanche ad andare in bagno da solo.

Venerdì mattina, a Gradisca, un recluso con i piedi ingessati (nella foto) ha lamentato dolori e ha chiesto di essere curato, e per tutta risposta è stato malmenato dalla polizia. I suoi compagni, per protesta, hanno buttato per terra il pranzo, e la situazione è rimasta tesa per tutta la giornata.

Intanto è arrivato un ulteriore bilancio da Bari dopo la rivolta della settimana scorsa. Dei diciotto fermati inizialmente, di diciassette è stato convalidato l’arresto. Quattro di loro sono ancora all’ospedale, e gli altri in carcere. C’è anche un ferito, all’occhio, dentro al Centro. Il processo inizierà dopo Ferragosto.

Teniamo la bella notizia per ultima. A Brindisi, nella notte di giovedì, sedici reclusi hanno provato a scappare, e in otto ce l’hanno fatta. Due marines della San Marco sono rimasti feriti, lievemente, mentre un recluso si è fratturato un piede: queste, almeno, sono le nostizie filtrate sui quotidiani locali. Leggi la notizia della fuga di Brindisi in lingua francese.

Sabato sera, intorno alla una di notte, gran parte dei reclusi della sezione E del Cie diMilano e parte dei reclusi della sezione B (la ex sezione femminile adesso riempita di uomini appena sbarcati) sono saliti sul tetto per iniziare “un bel casino” solo che sul tetto ci hanno trovato… la polizia già pronta a riportarli giù. Probabilmente intimoriti dall’eventualità di innescare ulteriori focolai di rivolta i poliziotti, dicono da dentro, hanno mantenuto un atteggiamento tutto sommato tranquillo, chiudendo tutti nelle camerate ma senza toccare nessuno. Le voci che qualcosa sarebbe successo in serata già circolavano nel pomeriggio e probabilmente anche questo ha messo in allarme la polizia che si è preparata per tempo.

Intanto il ragazzo che si è rotto il piede durante il tentativo di fuga di domenica scorsa continua a starsene a letto, aiutato dai suoi compagni giusto per andare al bagno.
Ci tiene che questa sua foto, che ha fatto pervenire ai solidali milanesi, circoli: non ce la fa più, i crocerossini gli hanno negato ogni sostegno e persino le stampelle. Intanto, ora che la sezione ex-femminile è piena, anche la presenza di polizia, carabinieri e militari nel centro è aumentato considerevolmente.
Trapani, invece, sono stati arrestati due dei trattenuti nel Centro “Serraino Vulpitta”, al termine di una sommossa scoppiata nella notte tra giovedì e venerdì. Secondo un quodidiano locale, «gli immigrati sarebbero improvvisamente insorti contro il personale di guardia, nella speranza di raggiungere l’uscita del centro di trattenimento. Il piano, attuato anche attraverso il danneggiamento di mobili e lanci di suppellettili vari, è tuttavia fallito con l’intervento in forze di polizia e carabinieri.»

macerie @ Agosto 8, 2010

L’idiozia in politica … anatomia del discorso leghista

16 maggio 2010 Lascia un commento

Libri – Lynda Dematteo, L’Idiotie en politique. Subversion et néo-populisme en Italie, Cnrs éditions-Editions de la maison des sciences de l’homme, Paris 2007
di Paolo Persichetti, Liberazione 16 aprile 2005

Sondare la profondità storica dei discorsi politici può riservare notevoli sorprese proprio perché i comportamenti politici non sono determinati soltanto dagli eventi più recenti, ma si iscrivono in una storicità che in parte sfugge al loro controllo. E’ quanto dimostra Lynda Dematteo, giovane antropologa della politica di scuola francese, (le sue origini sono piemontesi), in un libro per ora pubblicato solo in Francia, L’Idiotie en politique. Subversion et néo-populisme en Italie, Cnrs éditions-Editions de la maison des sciences de l’homme, Paris 2007. Dedicato alle modalità del discorso politico tenuto dalla Lega nord, il volume raccoglie un lungo studio sul campo condotto nella zona di Bergamo. Il risultato della ricerca relativizza molto la presunta “rivoluzione leghista” mostrando come nella realtà il discorso padano mobiliti tematiche ancestrali mettendole a profitto con le paure contemporanee. Più che una rivoluzione, l’onda leghista evoca una sorta di Termidoro, quella che potremmo definire una reazione sociale di massa.

Come nasce il discorso leghista?
Esiste una relazione carsica tra l’opposizione cattolica allo stato unitario nei primi decenni di vita nazionale e il leghismo. Vi è una quasi totale sovrapposizione geografica tra ex province bianche e aree leghiste. L’autonomismo nordista ha le sue radici nei movimenti autonomisti che sopravvivono ai margini della Dc negli anni 50. Diffuso in alcune province periferiche, era conosciuto e ripreso da alcuni amministratori ed esponenti politici locali democristiani. L’attuale discorso della Lega nord è stato composto in quel periodo, quando nacquero esperienze come il Movimento autonomista bergamasco di Guido Calderoli che si presenta alle elezioni amministrative del ‘56, il Movimento autonomie regionali padane che partecipa alle elezioni politiche del ‘58 e del ‘67, l’Unione autonomisti padani di Ugo Gavazzeni che approva il suo statuto a Pontida, sempre nel ‘67, federando gruppi autonomisti lombardi, trentini, friulani e piemontesi. Anche se non si tratta di un’elaborazione ideologica vera e propria ma di un diffuso senso comune. Dopo essere sopravvissuto per decenni tra le pieghe profonde del territorio, tenuto a bada nei suoi accenti più reazionari dal partito cattolico, si rigenera e riemerge brutalmente in superficie quando la Dc crolla sotto i colpi delle inchieste giudiziarie.

Nella tua ricerca sostieni che la sua matrice politico-culturale risale ancora più indietro?
Rimonta alla tradizione cattolica antiliberale, al riflesso antigiacobino del clero legittimista, al retroterra guelfo e papalino che fa proprio il discorso del governo locale e delle autonomie e che si lega alle insorgenze popolari delle valli che vissero in modo ostile la campagna bonapartista, il triennio giacobino con le sue riforme che mettevano in discussione i vecchi diritti consuetudinari concessi dalla Serenissima, il Risorgimento delle élites urbane massoniche e rimasero indifferenti alla Resistenza egemonizzata dai comunisti.

Come si concilia tutto ciò col paganesimo delle ampolle e i matrimoni celtici?
Alcuni di questi riti sono inventati, come nel caso dell’ampolla, altri sono ripresi e dirottati, come accade per il giuramento di Pontida. La Lega se ne appropria e li deforma reinventando un proprio mito delle origini. Mentre il rito dell’Ampolla rinvia piuttosto al paganesimo classico dell’estrema destra, il giuramento di Pontida risale alla tradizione neoguelfa, al momento della riconciliazione tra i cattolici rimasti fuori dalla vita politica nazionale e lo Stato italiano. I leghisti ne capovolgono il simbolismo originario per trasformarlo in un patto contro Roma. L’esatto contrario del significato attribuito dalla tradizione neoguelfa che vedeva in Roma la sede del papato.

Non credi che la doppiezza sia uno degli strumenti che hanno favorito il successo alla Lega? Buona parte della sua retorica politica ricorre agli attacchi contro la casta dei politici, i giri di valzer, quando loro stessi sono una delle espressioni più compiute di questo trasformismo. In 20 anni sono passati dall’ultraliberismo delle origini al colbertismo tremontiano, dal paganesimo all’asse col Vaticano, dalla mistica celtica al clericalismo bigotto, la difesa del crocifisso e di Gerusalemme liberata. Dipinta come l’unico e l’ultimo partito ideologico, sembra piuttosto il partito delle giravolte…. La stessa cosa non sembra praticabile a sinistra, dove l’elettorato non perdona il doppio linguaggio e sanziona la doppiezza. Gli elettori della Lega al contrario la premiano.
Non credo che sia proprio così, i militanti vivono male queste giravolte, almeno i più coerenti, c’è un turn over importante nel partito. Gli elettori invece si soffermano solo sulle principali parole d’ordine mai cambiate, quelle contro “Roma ladrona”, “Prima la nostra gente” ecc. Credo che la Lega rappresenti bene le contraddizioni della gente delle provincie bianche. Per esempio il libertinaggio di fatto e il bigottismo di facciata. Questa incoerenza lampante tra i discorsi moralistici e i comportamenti sociali è qualcosa di assai sorprendente per una francese. Anche in economia, più che di colbertismo parlerei di mercantilismo. Sono liberisti quando gli conviene e protezionisti quando si sentono in difficoltà. Hanno una concezione aggressiva delle relazioni commerciali. Non credo che il governo italiano assecondi le imprese come fa il governo francese, soprattutto quelle piccole e medie del Nord-Est che la Lega rappresenta.

a proposito di idiozia leghista

Eppure la Lega sfonda in territori nuovi, oltrepassa i confini delle antiche provincie neoguelfe.
La Lega riesce ad avere successo perché non incarna la critica della politica ma la sua parodia. Scimmiottando il potere in qualche modo contribuisce alla dissoluzione del sistema stesso, non al suo rilancio. Nella strategia comunicativa dei suoi leader vi è un uso cosciente del registro buffonesco, del carnevalesco, della maschera. Umberto Bossi e Roberto Maroni hanno studiato a fondo la cultura dialettale. Ai suoi inizi radio Padania era paradossalmente una emittente di sinistra che difendeva la cultura locale, il dialetto, i temi della cultura popolare. Bossi tiene le sue prime conferenze sul dialetto all’inizio degli anni 80. La riattivazione degli stereotipi locali è servita a creare un sentimento d’appartenenza identitaria. In ogni singolo territorio la Lega ha riattivato degli stereotipi che creano legame sociale, un po’ come delle bandiere. La sinistra forse lo ha dimenticato ma i comunisti davano importanza alle maschere, negli anni 50 organizzavano il carnevale per consolidare il legame con le classi popolari.

Nel libro evochi il gozzuto Gioppino, folkloristico valligiano bergamasco la cui idiozia era valorizzata come “un dono di natura”, per sostenere che anche i dirigenti leghisti camuffano la loro astuzia avvolgendola nella grossolanità.
E’ quello che chiamo uso della maschera. Ad un certo punto anche il raffinato professor Tremonti è arrivato a dichiarare: «Noi siamo gente semplice, poche volte ci capita di leggere un libro… ». Recitare la parte dei finti sciocchi serve per sentirsi autorizzati a pronunciare qualsiasi cosa. Presentare il discorso razzista facendo uso del registro comico è una delle strategie tipiche dell’estrema destra. Basti guardare a come Céline camuffa nei suoi testi il razzismo attraverso la derisione e la comicità. Si tratta di una tecnica per far passare l’indicibile, renderlo udibile infrangendo il muro dell’intollerabile fino a sedimentare un senso comune che a forza di minimizzare accetta tutto. Spesso i militanti e i partecipanti ai comizi prendono le distanze e deridono gli eccessi verbali dei dirigenti della Lega. Un modo per esorcizzare e mettersi la coscienza a posto.

A me sembra un gioco molto serio questo osare e imporre il punto di vista di quella porzione di società che rappresentano.
In realtà provocano per ristabilire l’ordine legittimo. Un passo avanti per poterne fare due indietro. Osano, giocano la provocazione carnevalesca per suscitare un riflesso d’ordine. Non mirano alla rottura ma alla restaurazione.

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