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Posts Tagged ‘Africa’

La fucilerìa sudafricana

16 agosto 2012 2 commenti

Nove persone erano state già uccise la scorsa settimana,
oggi sembra che il totale dei corpi a terra, ammazzati in una fuceleria di Stato, siano 18.
Diciotti lavoratori in sciopero, diciotti minatori che manifestavano tra tremila altri per condizioni di vita ed economiche più decenti,
cosa che sta avvenendo da diversi giorni.
Siamo nella miniera di Platino di Marikana, 400 euro medie mensili di salario, ad un centinaio di km dalla capitale e le cronache ci raccontano di un conflitto tra i due principali sindacati che si stava inasprendo da settimane
Una giornata tesa quella di oggi, dove uno dei due gruppi si sarebbe presentato con aria e atteggiamenti minacciosi, oltre che con dei bastoni…
questo è bastato a quanto pare, questo è bastato per far partire alibi come “non sapevamo più come contenere la folla”.

In realtà le immagini sembrano parlare da sole: urlano, più che parlare.
GUARDATE, ASCOLTATE I RUMORI

REUTERS/Siphiwe Sibeko

AFP PHOTO

Arrestato Henry Okah, presunto leader del Mend

4 ottobre 2010 Lascia un commento

Dal sito PortaMetronia (qui anche un link BBC)
Il presunto leader del Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (Mend), il principale gruppo militante del delta del Niger, nel sud della Nigeria, è stato arrestato in Sudafrica. E’ accusato degli attacchi alla parata di Abuja, per il 50 anniversario dell’Indipendenza, che hanno causato 12 morti. Jomo Gbomo: “Okah non è mai stato coinvolto in nessuna delle operazioni del Mend”.

La prima a dare la notizia è stata la reporter di Al Jazeera, Yvonne Ndege, dalla capitale della Nigeria, Abuja, che ha detto che secondo alcuni membri del Mend, Henry Okah, il loro leader è stato arrestato Sabato.
“Sappiamo che egli è stato interrogato da agenti della sicurezza in Sudafrica,dopo che la casa di Henry Okah in Sud Africa è stata perquisita giovedì da agenti dell’Interpol, “ha detto Ndege (come riportato nell’articolo di ieri del nostro sito). “L’accusa è che stava complottando per attaccare Abuja nel Giorno dell’Indipendenza. Quanto poi è realmente accaduto il Venerdì “.
Il corrispondente di TheTiemesofNigeria ha comunicato che stava aspettando di sentire le accuse che potrebbe trovarsi ad affrontare Okah.
Il presidente Goodluck Jonathan ha detto oggi che i “terroristi” e non il Mend erano dietro le due autobomba vicino alle celebrazioni del Giorno dell’Indipendenza.
Secondo le fonti ufficiali almeno 12 persone sono state uccise e altre 17 ferite in due esplosioni ad Abuja, nel giorno in cui il paese celebrava il suo 50 ° anniversario dell’indipendenza. Un portavoce della polizia ha detto alla Associated Press che 11 agenti di polizia sono tra gli uomini gravemente feriti.

Nigeria: la seconda esplosione alla parata di Abuja (Ap Photo)

Le due esplosioni che hanno causato vittime sono avvenute sulla piazza d’armi circostante Eagle Square, dove venerdì erano in corso i festeggiamenti. Una terza esplosione ha colpito in maniera meno grave più vicino a Eagle Square, dove si trovavano il presidente con altri dignitari e ospiti stranieri, ferendo una persona.
In precedenza il Mend, con un comunicato inviato via mail, aveva annunciato di aver piazzato alcuni ordigni alla parata chiedendo di sgomberare la zona. Il messaggio esortava la gente a evacuare la zona dalle 9.30 del mattino. “Evacuare la zona, mantenere una distanza di sicurezza dai veicoli e dai cassonetti.” – proseguiva il comunicato del Mend.  Tuttavia le riprese televisive del corteo, al momento della scadenza del termine – continua TheTimesofNigeria – non hanno mostrato una reazione da parte delle forze di sicurezza.
Ayo Johnson, uno specialista dell’Africa, parlando con Al Jazeera e ha detto che gli assalitori sembrano avere un forte sostegno all’interno delle forze di sicurezza. “L’atto dimostra che le forze di sicurezza sul terreno non sono state efficaci perché avrebbero potuto e dovuto salvaguardare meglio la zona.

guerriglieri del Mend

“Questo dimostra anche che gli autori hanno un forte sostegno, perché erano in grado di essere in un’area fortemente vigilata e con la presenza del presidente e di tutti gli ospiti stranieri”. “E ‘una situazione piuttosto imbarazzante per il governo nigeriano,” ha concluso.

In una dichiarazione alla stampa, il Mend ha detto che non voleva la perdita di vite innocenti, ma ha accusato il governo nigeriano per non aver evacuare il luogo come consigliato. “Il Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger (Mend), deplora vivamente la evitabile perdita di vite umane durante il nostra attentato ad Abuja di Venerdì 1 Ottobre 2010. I nostri pensieri vanno alle famiglie delle vittime che conosciamo e che sono state solidali con la nostra causa.
“L’atteggiamento irresponsabile delle forze di sicurezza e del governo sono i veri  colpevoli per la perdita di vite umane.Avevamo dato 5 giorni di preavviso che hanno portato alla persecuzione di Henry Okah la cui casa è stata perquisita Giovedi, 30 settembre in Sud Africa. Okah non è mai stato coinvolto in nessuna delle operazioni del Mend, ma è sempre stato accusato di ogni attacco e questo è strano per noi” La firma è quella del portavoce del movimento, Jomo Gbomo

Finalmente testimonianze dirette di ciò che avviene nel Mediterraneo, cimitero liquido

2 dicembre 2009 Lascia un commento

Importante, necessario, obbligatorio far girare queste testimonianze raccolte da Fortress Europe

ROMA – Picchiati dai militari italiani e deportati nel Sahara. Parlano i respinti. Per la prima volta. Dalle celle di un carcere in mezzo al deserto libico, mille chilometri a sud di Tripoli, dove sono finiti dopo essere stati respinti in Libia dalle navi militari italiane. Li abbiamo raggiunti telefonicamente. Sono 38 somali. Tutti uomini. Parte dell’equipaggio di 81 somali partiti da Tripoli lo scorso 27 agosto 2009 e respinti dalle autorità italiane dopo tre giorni in mare, il 30 agosto
A. è uno di loro. Ha 17 anni. “Siamo partiti la notte del 27 agosto – racconta -. Con noi c’erano 17 donne, 7 bambini e una donna anziana, eravamo tutti somali”. Dopo due giorni di navigazione verso nord, il gommone incontrò una motovedetta maltese. “Ci dettero acqua e giubbetti di salvataggio. Chiedemmo la direzione per Malta, non volevamo andare in Italia, per paura dei respingimenti. Ci indicarono la rotta e ripartimmo. Fu solo dopo cinque ore di navigazione che capimmo che stavamo andando verso la Sicilia”. M., un compagno di cella di 29 anni, conferma. 
Il racconto di quelle ore coincide con la cronaca delle agenzie di stampa del 30 agosto. A 24 miglia di distanza da Capo Passero, in provincia di Siracusa, l’imbarcazione viene intercettata dalle unità italiane. Quattro passeggeri, tra i quali una donna e un neonato, vengono trasferiti in ospedale alla Valletta. Un quinto uomo viene ricoverato a Pozzallo, in Sicilia. Gli altri passeggeri vengono trasbordati su un pattugliatore di altura della Guardia di Finanza che parte in direzione di Tripoli, dove arriverà il giorno dopo. Fin qui la cronaca ufficiale. Ma cosa successe davvero a bordo?

“Quando ci presero a bordo non ci dissero dove ci stavano portando – racconta A. -, ma a un certo punto era chiaro che tornavamo in Libia, perché eravamo in mare da troppo tempo, ci abbiamo messo 28 ore a raggiungere Tripoli”. Fu allora che sul ponte scoppiò una dura protesta. “Ci avevano diviso. Le 17 donne con i 7 bambini stavano da una parte. Gli uomini dall’altra. Le donne piangevano, gli uomini gridavano. Per fortuna c’erano tre uomini che parlavano inglese e facevano da interpreti con gli italiani. ‘No life in Libya’ dicevano. Gli abbiamo spiegato che eravamo somali, che in Somalia c’è la guerra e che non potevamo tornare in Libia. Piuttosto, dicevamo, potevano rimandarci in Sudan, dove non avremmo corso rischi, ma non in Libia”. 
Inizialmente – racconta A. – i militari italiani sembravano comprendere le loro ragioni. A. ricorda il più anziano a bordo. “Era un signore con i capelli bianchi. Piangeva, era commosso a vedere le donne e i bambini in lacrime, e la signora anziana, al pensiero di rimandarci in galera”. A. sostiene che quell’ufficiale abbia contattato il comando, per sapere cosa fare. Ma la motovedetta non ha mai invertito il timone. E a metà rotta ha incontrato la motovedetta libica su cui doveva trasbordare i respinti. Lì le proteste sono aumentate. “Alcuni uomini minacciavano di buttarsi in mare, gridavano, i militari italiani sono dovuti intervenire con la forza, si sono accaniti a manganellate contro un ragazzo. Finalmente hanno deciso di non trasbordarci e siamo rimasti a bordo fino al porto di Tripoli”. Appena a terra, sul molo, le proteste sono immediatamente finite, racconta A. “Chi parlava veniva subito picchiato dai libici”.
Da lì sono stati trasferiti nel carcere di Tuaisha, vicino all’aeroporto di Tripoli. E dopo un mese sono stati smistati in diversi centri di detenzione. Trentotto di loro – tra cui nessuna donna – sono finiti a Gatrun. Mille chilometri a sud di Tripoli. Vicino alla frontiera con Chad e Niger, in pieno deserto. Il viaggio da Tripoli è durato tre giorni, chiusi dentro un container. Qui si trovano al momento 245 detenuti, tutti somali. Stipati in tre camerate, dormono a terra, senza coperte e senza materassi, di notte fa freddo, alcuni si sono presi la scabbia. Una delle camerate è per le donne, che sono 54 e stanno insieme ai quattro bambini, uno dei quali ha solo pochi mesi ed è nato in carcere, a Benghazi. Già perché la maggior parte dei detenuti di Gatrun proviene proprio dal centro di Benghazi, a Ganfuda. 
Rircordate? Ne avevamo parlato in un’inchiesta a settembre, quando avevamo pubblicato le foto dei somali feriti a coltellate dalla polizia libica durante la durissima repressione di un tentativo di evasione di massa dal carcere, il 9 agosto scorso, concluso con l’uccisione di sei somali. 
Anche a Gatrun hanno tentato la fuga in massa. È successo venerdì scorso. Hanno sfondato la porta della cella e sono fuggiti in 91. La polizia libica è riuscita a riprenderne solo 32. “Sono stati picchiati duramente – racconta M. – e poi riportati qua. Per noi e per loro non c’è nessuna soluzione. Siamo qui da mesi, non abbiamo ancora visto l’Onu. Ma all’Onu e all’Europa a questo punto chiediamo di rimpatriarci. Piuttosto che rimanere chiusi in questa galera, preferiamo morire in guerra a Mogadiscio”.

Soldati nigeriani uccidono due civili. Il Mend chiede un’inchiesta internazionale

17 giugno 2009 Lascia un commento


Un video di soldati nigeriani che uccidono due fratelli disarmati nel delta del Niger. Il Mend condanna le esecuzioni definendole “crimini di guerra” e richiede un’inchiesta internazionale.
Proseguono gli attacchi del gruppo ribelle agli impianti petroliferi.

Il presidente della Nigeria Musa Yar'AduaLunedì la Chevron aveva confermato danni all’oleodotto Makaraba-Utonana-Abiteye e un incendio all’impianto Makaraba Jacket 5 nello Stato del Delta. Ieri i militanti hanno colpito la stazione di Abiteye sempre gestita dalla Chevron, “provocando un altro problema ai sistemi sfociato in un vasto incendio che sta consumando l’intero impianto”, dice un comunicato del Mend. Non è stata possibile per il momento una verifica indipendente in assenza di comunicati della compagnia.

Un filmato pubblicato da diversi siti internet di giornali Nigeriani, in cui soldati della JTF uccidono sommariamente due fratelli, sta mettendo fortemente in imbarazzo il governo nigeriano. Il portavoce della JTF Abubakar ha parlato di “trovata propagandistica del Mend” e di “montatura”. Diverso l’atteggiamento del Ministro degli Esteri Ojo Maduekwe che oggi a Washington per manifestazione internazionale ha dichiarato che il “governo nigeriano sta indagando sulle esecuzioni sommarie ed extragiudiziali nel Delta del Niger”. “”Noi non tolleriamo violazioni dei diritti umani. Noi indagheremo su questo video e se sono stati commessi dei crimini i responsabili saranno puniti “.
Nel video pubblicato su Youtube – secondo quanto riferisce TheTimesofNigeria.com – si vede un uomo giovane disteso sul pontile vicino una vedetta della marina e accanto al corpo senza vita di suo fratello. L’uomo invoca per la sua vita, mentre circa 20 soldati nigeriani sono intorno a lui e gli fanno domande.
Uno dei soldati chiede in inglese “guardare la fotocamera?” Un altro soldato chiede: “Chi siete?” Poi si vede che il ragazzo impaurito sta toccando il corpo senza vita di suo fratello con la mano destra.
Il soldato nigeriano ripete l’ordine “Chi sei?”
L’uomo risponde “Boma”
“Da dove vieni ?” Chiede il soldato
“Bonny” risponde l’uomo. Poi il soldato gli spara alla testa e l’uomo muore all’istante.

Nella sua reazione, il Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger (Mend) chiede che alla Corte internazionale di giustizia, ad Amnesty International e a Human Rights Watch, di condurre una inchiesta giudiziaria su questo “crimine di guerra”.

In una petizione inviata alle organizzazioni, all’ex presidente americano Jimmy Carter, al Senatore americano Russ Feingold, il Mend , ha dichiarato:

“Avete visto il nastro di un omicidio extra giudiziario di due fratelli, di recente, nel delta del Niger. Questa pratica è coperta con l’impunità e viene negata dal governo e dall’esercito nigeriano.
“Non passa giorno senza che un incidente come quello che avete visto nel video. Le distruzione di proprietà e il bombardamento indiscriminato di civili da parte delle folli formazioni militare può essere lasciato alla vostra immaginazione.
“E in mezzo a queste brutalità che le major del petrolio svolgono le loro attività. Questa è la vera definizione “sangue del petrolio”, che il mondo deve condannare.
“Ci appelliamo alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale per indagare su questo crimine di guerra e per consegnare i responsabili alla giustizia.
“Noi vogliamo una commissione internazionale guidata dalle Nazioni Unite per condurre un’indagine sui crimini di guerra contro il nostro popolo da parte dello Stato nigeriano”. La dichiarazione è stata firmata da Jomo Gbomo.

di Edo Dominici (A Sud) per Porta Metronia

Le U.N. indagano sui centri di detenzione della C.I.A.

11 marzo 2009 Lascia un commento

Le nazioni unite, attraverso il lavoro due relatori speciali,  hanno aperto un’inchiesta sui centro di detenzione nel mondo, con l’attenzione rivolta soprattutto verso quelli gestiti dalla Agenzia d’Intelligence più famosa del mondo, la C.I.A.

Celle esterne ad Abu Ghraib

Celle esterne ad Abu Ghraib

Martedì è stato annunciato che l’inchiesta metterà sotto esame i voli di “traduzione” segreti verso paesi terzi di diversi sospettatati per reati di terrorismo internazionale, portati sotto interrogatorio illegalmente e sistematicamente vittime di torture.

Al-Jazeera riporta le dichiarazioni di Manfred Nowak, relatore speciale delle Nazioni Unite che si occupa di torture: “ Abbiamo chiesto a tutti I governi di cooperare, non solo per avere chiarire I fatti, ma anche per garantire che questo tipo di centri segreti di detenzione non verranno più usati in futuro”. Sotto la presidenza George W. Bush, con l’allarme terrorismo scattato dopo gli attentati dell’11 settembre 2001,  si è avuta conferma che la Convenzione Internazionale dei Diritti dell’Uomo è diventata carta straccia, con l’uso di questi centri di detenzione (soprattutto in Medioriente, Asia ed Africa) e le direttive interne sull’uso della tortura
Barack Obama, neoeletto presidente statunitense ha dichiarato chiusa l’epoca delle detenzioni facili compiute dalla Cia e la controversa prigione Americana di Guantanamo, in territorio cubano.
Parallelamente alla notizia di questa nuova indagine delle Nazioni Unite, è arrivata la notizia di una frettolosa chiusura di due prigioni segrete (sempre gestite dalla CIA) in Polonia e Romania, e dell’immediato trasferimento delle persone ristrette al loro interno, dopo pesanti rivelazioni di Human Rights Watch

 

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