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Posts Tagged ‘nuove B.R.’

Blefari Melazzi: induzione al pentimento

4 novembre 2009 Lascia un commento

Da un’Ansa di lunedi: Procura Bologna: mesi fa rifiutò di collaborare. All’inizio dell’anno, la Procura bolognese sentì Diana Blefari Melazzi nel tentativo di sondare una sua eventuale disponibilità a collaborare con le forze dell’ordine e la magistratura, tenendo conto anche dei segni di insofferenza per la detenzione già mostrati dalla brigatista. Ma lei – ha riferito la Procura – disse che non voleva collaborare in alcun modo.

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Gli inquirenti emiliani hanno confermato di essere al corrente dei problemi psichici della donna, fatto emerso anche durante l’interrogatorio a Massimo Papini, arrestato il primo ottobre su iniziativa delle Procure di Bologna e Roma con l’accusa di essere un militante delle nuove Br, ed ex compagno della Blefari. In quell’occasione l’uomo aveva ribadito al pm Enrico Cieri, titolare dell’inchiesta, il disagio psicologico in cui si trovava la brigatista esprimendo preoccupazione per questo. Inoltre, ha ricordato la Procura, durante il processo davanti alla Corte d’Assise di Bologna per l’omicidio Biagi, una perizia psichiatrica sulla donna stabilì che era capace di essere presente al processo.

Diana Blefari Melazzi e l’induzione al pentimento
di Paolo Persichetti, Liberazione 5 Novembre 2009 

In alcune redazioni non esitarono a definirla la «belva», e tutto a causa di una minuta sequestrata nella sua cella.
Un abbozzo di lettera mai conclusa a un suo coimputato, soprattutto mai spedita. In realtà si trattava della messa per iscritto di un delirio scatenatosi in uno dei momenti più acuti della sua malattia psichiatrica.
Era l’estate del 2005, e Diana Blefari Melazzi si trovava in regime di 41 bis aggravato, nella cosiddetta “area riservata” del carcere di Benevento. Nel pozzo più profondo che l’ingegneria sadica della punizione è riuscita a concepire. Ma la «belva» doveva essere lei. Faceva comodo quell’immagine bestiale da sovrapporre alla sparuta pattuglia di aspiranti nuovi brigatisti che, con i loro spari improvvisi, senza radici e senza futuro, avevano bruscamente risvegliato un paese distratto e annoiato. Alcune frasi di odio verso Marco Biagi, estrapolate dal testo, finirono in un rapporto della digos e poi sui giornali. Lo squilibrio mentale venne presentato come un proclama politico. La “pazzia” per la Blefari ha sempre funzionato come un elemento a carico, un’aggravante utile solo per condannarla all’ergastolo.
Non è vero che poteva stare nel processo, come i giudici hanno sentenziato con ostinazione. “Doveva” stare nel processo, non aveva scampo.
I suoi legali fecero ricorso contro il sequestro di quei fogli privati. Che rilevanza processuale poteva mai avere la parola di una persona ridotta in quello stato? Il tribunale del riesame di Bologna accolse il reclamo e ne dispose la cancellazione dal fascicolo processuale. Un riconoscimento che non ebbe seguito.
47 portePer anni la Blefari ha rifiutato le ore di socialità concesse. Non è mai uscita per l’ora d’aria, non ha mai acceso la luce della cella, è stata quasi sempre rintanata sotto le coperte e per lunghi periodi non ha effettuato i colloqui con i familiari e i suoi avvocati. Sospettava che il cibo dell’amministrazione fosse avvelenato e per lunghi periodi non mangiava. Aveva crisi d’identità e disturbi percettivi fino ad arrivare ad allucinazioni visive, particolarmente legate alla televisione nella quale vedeva dei “mostri”, motivo per cui aveva smesso di utilizzarla.
Nel 41 bis di L’Aquila rifiutava di avere contatti con le sue coimputate, scambiandone una per Provenzano e l’altra per sua sorella. Rivedeva sua madre, morta suicida dopo una lunga depressione, sul muro di fronte alla sua cella. Nella sua ultima lettera annotava, «continuano le vibrazioni, le sensazioni negative, i sapori di merda in ogni cosa che mangio, le intrusioni nella mia testa sia quando sono sveglia che quando dormo». Ma per i periti nominati dai giudici il suo atteggiamento rientrava nella tipica condotta oppositiva di chi vive un rapporto di inimicizia politica verso le istituzioni. Singolare capovolgimento di fronte. Ogni volta che un detenuto politico è sottoposto a “osservazione scientifica della personalità”, per fruire dei cosiddetti benefici penitenziari deve lottare con chi pensa di poter leggere il suo vissuto politico  come una devianza che rinvia a disturbi della personalità. Quando questi ci sono realmente, vengono interpretati in modo politico.
L’avvocato Caterina Calia ha ricordato la disponibilità venuta da molte detenute politiche storiche ad assistere la Blefari. Nelle carceri esiste la figura del “piantone”, ovvero di un detenuto che assume l’incarico di assistere un suo compagno impossibilitato a occuparsi di se stesso. La Blefari poteva essere aiutata, ma venne sempre tenuta isolata dalle altre politiche. C’era chi sperava di strumentalizzarne la sofferenza per farne una collaboratrice di giustizia.
 

Muore suicida Diana Blefari nel carcere di Rebibbia

1 novembre 2009 Lascia un commento

Ieri sera s’è suicidata in carcere Diana Blefari nel carcere romano di Rebibbia, condannata all’ergastolo per l’omicidio di Marco Biagi, del 2002.
Accusata di aver partecipato al pedinamento, di aver affittato il furgone e di avere la rivendicazione dell’omicidio  nel suo computer, era stata condannata al Fine Pena Mai.blefari_melazzi_diana
Precisamente un mese fa, a distanza di diversi anni e senza alcuna novità sulla sua posizione, era stato arrestato il suo compagno, Massimo Papini, per partecipazione a banda armata. La sola cosa di cui è accusato è l’uso di schede telefoniche ‘dedicate’ alle comunicazioni con la Blefari e il possesso di programmi di criptazione per computer simili a quelli usati da altri appartenenti delle Br-Pcc.
La condizione psichica di Diana Blefari era già pesantemente segnata, come aveva più volte dichiarato il direttore del carcere di Sollicciano dove era detenuta in una sezione A.S.

«Il sistema carcerario italiano ha dato, ancora una volta, l’ennesima dimostrazione di inumanità e inefficienza non riuscendo a cogliere i segnali di allarme di una situazione da tempo gravissima», dice il Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni commentando il suicidio della brigatista. Il Garante ha ricordato che due anni fa, nel novembre del 2007, aveva già denunciato pubblicamente il caso della Belfari Melazzi soggetto schizofrenico e inabile psichicamente, figlia di madre con la stessa malattia e morta suicida. «I precedenti familiari della donna – ha spiegato – le sue condizioni psichiche in tutto il periodo di detenzione, il suo comportamento quotidiano, la sua solitudine, il suo rifiuto del cibo, delle medicine e di ogni contatto umano contribuivano a tratteggiare un quadro complessivo che doveva necessariamente far scattare un campanello d’allarme che, evidentemente, non si è attivato in tempo. Evidentemente  il fatto che dopo gli allarmi sia stato declassato il regime dal 41 bis a detenuta comune non ha comunque aiutato questa donna che ha continuato a tenere un atteggiamento di totale chiusura verso tutto e verso tutti. A quanto sembra, nei giorni scorsi era stata fatta tornare da Sollicciano per sentirsi confermare la sentenza. Io credo che, fermo restando le sue responsabilità, questa donna dovesse essere curata e assistita lontano dal carcere».

# Il suicidio nel carcere di Rebibbia di Diana Blefari Melazzi non ci coglie di sorpresa. Lo afferma in un comunicato stampa. Giulio Petrilli, responsabile provinciale Pd dipartimento diritti e garanzie, il quale ricorda:«sollevai il suo caso insieme ad altre persone(deputati, consiglieri regionali, esponenti di partito) in quanto in una visita con dei parlamentari nel carcere de L’Aquila dove era detenuta più di due anni fa, ci rendemmo conto della gravità del suo stato di salute; non mangiava, non parlava con nessuno, non si alzava dal letto, questo per mesi interi. Abbiamo fatto di tutto per farla trasferire, dopo alcuni mesi fu trasferita al centro clinico psichiatrico di Sollicciano, poi a Roma dove oggi si è suicidata. Era palese che avesse una forma gravissima di depressione, non poteva stare in regime di 41 bis o regimi speciali. Fu richiesta una soluzione che allievasse questa situazione, un intervento umanitario. Ma niente. Così purtroppo si muore nelle carceri. La democrazia e il diritto devono vigere anche nelle carceri e valere anche per chi ha commesso gravissimi reati, questa è la forza dello stato di diritto». 

Non toccavo questo blog da più di dieci giorni…torno in Italia e scopro di Stefano Cucchi con immenso ritardo e angoscia… non faccio in tempo a mettermi a scrivere qualcosa per aggiornare queste pagine su di lui che arriva questa notizia.Sono senza parole… 

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