Siria: rastrellamenti a tappeto
Qualche ora che questo blog non riesce a seguire la sua amata Siria,
martoriata dalla repressione e dalle campagne internazionali a favore o contro la popolazione in lotta.
Una rivolta che appare sovradeterminata da influenze straniere, così come lo stesso regime
ci racconta, ma che non può che vederci dalla sua parte.
Cecchini e carri armati, rastrellamenti e scomparse non possono che essere nemici, io sto dalla parte di chi è per la strada davanti al piombo di Stato, anche se quello Stato è antisionista o utile a mantenere determinati rapporti di forza in Medioriente e sullo scacchiere libano-palestinese.
Mi importa poco.
Mi importa di centinaia di uccisi. Mi importa della gente di Siria, che mai ho smesso di amare dal profondo della mia carne.
Le ultime notizie ci raccontano di un parziale ritiro dalla città meridionale di Daraa, capoluogo dell’Hauran, luogo di esplosione e propagazione della protesta che da un paio di mesi investe il paese, annunciato direttamente dal generale Riad Haddad (un cognome che fa venire i brividi per chi ha reminiscenze libanesi).
La repressione però galoppa: stanotte centinaia di soldati siriani in tenuta da combattimento, sono entrati nel sobborgo damasceno di Saqba, facendo irruzioni in molte case.
Il risultato per ora sembra essere si un rastrellamento che ha portato via, in una manciata di ore, circa trecento persone.
Homs, ma non trovo conferme ufficiali, sembra essere completamente circondata dall’esercito: Aleppo scenderà in piazza oggi, dopo che il corteo studentesco di ieri è stato violentemente represso.
Qalby fy surya
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